“LAGER” PER EBREI IN ITALIA – 1

a cura di Cornelio Galas

‚ÄúOrdinaria amministrazione‚ÄĚ: i campi di concentramento per ebrei nella repubblica sociale italiana. Ho preso come punto di riferimento, questa tesi di Matteo Stefanori, dell‚ÄôUniversit√† degli studi della Tuscia (dipartimento di Storie e culture del testo e del documento) per proporre una ricerca, fatta con il massimo rigore storiografico, su un argomento probabilmente poco noto.

E cio√®: i ‚Äúlager‚ÄĚ, o meglio, i¬†campi di concentramento provinciali per ebrei,¬†aperti a seguito dell‚Äôordinanza n. 5 del 30 novembre 1943 diramata dal ministro dell‚ÄôInterno¬†della Repubblica sociale italiana Guido Buffarini Guidi.

Con questo provvedimento, il¬†governo di Sal√≤ stabiliva che le persone di razza ebraica presenti nel territorio della RSI¬†dovessero essere arrestate e rinchiuse in campi provinciali, nell’attesa che fosse creata¬†un’unica struttura nazionale in grado di raccogliere tutti gli ebrei fermati.

Allo stesso tempo,¬†l’ordinanza prevedeva anche il sequestro dei beni ebraici, il cui ricavato era da destinare a¬†favore dei sinistrati di guerra.

Lo scopo della ricerca condotta da Stefanori √® insomma quello di ricostruire il sistema dei¬†campi allestiti nel periodo successivo all’ordine ministeriale e individuare il ruolo che questi¬†ebbero nel contesto della politica antisemita di Sal√≤, per cogliere gli elementi di continuit√† e¬†di rottura con il precedente periodo fascista.

La legislazione razziale del 1938 era in vigore in¬†Italia ormai da cinque anni e con lo scoppio della guerra il regime fascista aveva adottato¬†misure ancor pi√Ļ restrittive per la libert√† personale degli ebrei.

I provvedimenti subirono un¬†ulteriore inasprimento dopo la decisione di entrare nel conflitto a fianco dell‚Äôalleato¬†germanico (1940): in conformit√† con le misure prese per la sicurezza del paese in guerra, il¬†governo ordin√≤ che tutti gli ebrei stranieri (appartenenti a Stati nemici o a Stati che¬†applicavano una legislazione razziale) e gli italiani ritenuti pericolosi in contingenze belliche¬†fossero messi in regime di internamento ‚Äúlibero‚ÄĚ in alcune cittadine del Regno o rinchiusi in¬†appositi campi di concentramento.

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Nacquero cos√¨ in Italia e nei territori occupati dalle truppe¬†fasciste i primi campi di concentramento per ebrei. Nei giorni successivi alla caduta di¬†Mussolini, il 25 luglio 1943, il nuovo governo guidato dal maresciallo Badoglio non abrog√≤ le¬†leggi razziali, pur disponendo la liberazione degli ebrei internati ‚Äď salvo i sospetti di attivit√†¬†politica.

Dopo la firma dell’armistizio tra l’Italia e gli anglo-americani, l’8 settembre ’43, e la conseguente occupazione militare tedesca della penisola, gli ebrei si trovarono in trappola.

Da¬†questo momento in poi, infatti, le autorit√† naziste poterono applicare nel territorio italiano da¬†loro occupato il progetto di ‚Äúsoluzione finale‚ÄĚ della questione ebraica, deciso durante la¬†conferenza di Wannsee nel gennaio 1942.

Fin dal settembre 1943 e poi tra ottobre e novembre dello stesso anno, i distaccamenti militari e della polizia del Reich effettuarono rastrellamenti e uccisioni indiscriminate di persone di origine ebraica nel nord dell’Italia.

Cominciarono in¬†quei mesi le prime deportazioni dalle principali citt√† italiane: Milano, Verona, Bologna,¬†Firenze. La pi√Ļ nota √® quella che segu√¨ la razzia del ghetto di Roma, il 16 ottobre 1943, in¬†occasione della quale furono prelevati dai nazifascisti pi√Ļ di mille ebrei romani, trasferiti nel¬†campo di sterminio di Auschwitz.

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√ą in questo contesto che, con l’ordinanza di fine novembre¬†1943, il ministero dell’Interno di Sal√≤ affid√≤ il compito di arrestare e internare tutti gli ebrei¬†presenti nel territorio nazionale alle autorit√† periferiche della RSI, prefetture e questure.

A¬†queste spettava anche di provvedere al sequestro e alla confisca dei beni ebraici.¬†L’applicazione della politica antisemita decisa dai vertici repubblicani pass√≤ quindi su un¬†piano amministrativo, sul quale per√≤ il governo godeva di sempre meno autonomia: nato a¬†fine settembre ’43 grazie al beneplacito di Hitler, il nuovo Stato di Mussolini era infatti sotto¬†lo stretto controllo delle forze di occupazione tedesche.

Attraverso lo studio dei campi¬†provinciali, verranno quindi studiate le pratiche e le dinamiche politiche che porteranno, tra¬†settembre 1943 e aprile 1945, all’arresto e all’internamento di migliaia di ebrei, e alla¬†deportazione dall‚ÄôItalia di circa settemila persone d‚Äôorigine ebraica presenti nel territorio della¬†RSI.

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La ricerca sui campi di concentramento provinciali per ebrei affronta un aspetto specifico¬†della politica antisemita della Repubblica sociale italiana. Lo studio di queste strutture si¬†inserisce principalmente all’interno di due contesti storiografici: quello sulla persecuzione¬†degli ebrei sotto il fascismo e quello sulla Repubblica sociale italiana e l‚Äôoccupazione tedesca¬†in Italia.

Come osserva Enzo Collotti, la vicenda della persecuzione degli ebrei in Italia non¬†ha mai trovato, e ancora non riesce a trovare, uno spazio adeguato all’interno della storiografia¬†internazionale sulla Shoah:¬†uno sguardo anche superficiale alla storiografia internazionale sulla Shoah spinge alla constatazione del ruolo¬†assolutamente marginale che le vicende della persecuzione contro gli ebrei in Italia hanno nelle ricostruzioni¬†generali sulla ‚Äúsoluzione finale‚ÄĚ.

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Nell’interpretare le persecuzioni antiebraiche in Italia, cio√®, la storiografia internazionale¬†generalmente sottovaluta ancora oggi la specificit√† dell’antisemitismo e del razzismo fascista,¬†che al contrario vengono spiegati come conseguenza dell’alleanza tra il regime e la Germania¬†nazista e dell’occupazione del paese da parte delle autorit√† del Reich.

Allo stesso tempo,¬†invece, risulta sopravvalutata l’azione di salvataggio attuata dagli italiani nei territori occupati¬†militarmente dall’esercito regio o in Italia durante l’occupazione tedesca della penisola.

Sempre secondo Collotti, questa tendenza interpretativa è dovuta anche al ritardo con cui la storiografia italiana è avanzata nella ricerca sulla politica antiebraica fascista.

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In linea con i¬†tempi coi quali la storiografia internazionale ha preso coscienza dell’importanza del ruolo¬†giocato dallo sterminio degli ebrei all’interno della storia del nazismo, la tendenza del¬†dibattito storiografico italiano dal dopoguerra a oggi √® stata infatti caratterizzata da un¬†progressivo allontanarsi dall‚Äôoriginaria interpretazione dell‚Äôantisemitismo fascista come corpo¬†estraneo all‚ÄôItalia (imposto dai nazisti e conseguenza dell‚Äôalleanza con la Germania di Hitler),¬†per arrivare, a partire dagli anni Ottanta, a una maggiore consapevolezza della responsabilit√†¬†effettiva del regime mussoliniano nella persecuzione degli ebrei, nonch√© al riconoscimento di¬†una specificit√† propria del razzismo e dell’antisemitismo fascista.

Nell‚Äôimmediato dopoguerra le prime (e uniche) riflessioni sulla vicenda si trovano nella¬†pubblicistica e nella memorialistica ebraica, all’interno delle quali prevale la tendenza ad¬†attribuire tutte le responsabilit√† della persecuzione a Mussolini e ad assolvere l‚ÄôItalia dalle¬†colpe: la popolazione italiana non avrebbe collaborato, ma anzi si sarebbe opposta alla¬†‚Äúsoluzione finale‚ÄĚ.

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Del resto, il ricordo dell’aiuto prestato dagli italiani e dalla Chiesa cattolica ai perseguitati durante l’occupazione nazista contribuì alla definizione della persecuzione italiana quale atto di compiacenza nei confronti dei tedeschi.

Inoltre, i sopravvissuti allo sterminio ebbero in un primo momento notevoli difficoltà nel raccontare la loro esperienza nei campi nazisti, perché ad esempio non ascoltati .

¬ęLa volont√† persecutrice del regime fascista √® pertanto sottovalutata, le responsabilit√† per le deportazioni sono¬†attribuite unicamente all’occupazione tedesca, la partecipazione attiva della RSI √® taciuta. Emerge viceversa¬†l’azione salvatrice del popolo italiano e in particolare quella della Chiesa cattolica, ambiguamente anche quella¬†delle autorit√† italiane¬Ľ, ‚Äď, o perch√© spinti dalla volont√† di dimenticare la tragedia¬†appena vissuta e di ricominciare a vivere.

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A queste considerazioni va aggiunto anche¬†l’atteggiamento della politica e della societ√† italiana in quegli anni. Come osserva Mario¬†Toscano:¬†nei primi anni del dopoguerra, una ricostruzione che privilegiasse gli aspetti edificanti del periodo, che¬†sottolineasse la diversit√† della condotta degli italiani rispetto ai tedeschi, che magnificasse la funzione¬†purificatrice della Resistenza e la sua capacit√† di costruire una nuova identit√† nazionale [‚Ķ] fu un’esigenza¬†comune, diffusa nella stragrande maggioranza della societ√† italiana, che giovava alle forze politiche antifasciste,¬†permetteva agli ebrei italiani di creare una nuova identit√† di cittadini [‚Ķ], consentiva al paese di procedere nella¬†ricostruzione scrollandosi di dosso l’infamia della politica razziale.

La Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo di Renzo De Felice, uscito nel 1961, ha rappresentato una svolta storiografica perché è stata la prima ricerca scientifica sulla storia dell’antisemitismo fascista e delle leggi razziali.

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Senza entrare nel dettaglio¬†dell’interpretazione defeliciana, i molti spunti offerti dalla sua opera non sono riusciti¬†tuttavia a stimolare nell’immediato la realizzazione di ricerche specifiche sul tema.

Solo a¬†partire dalla met√† degli anni Ottanta la storiografia italiana ha prodotto una serie di studi¬†significativi sugli ebrei sotto il fascismo, stimolata dalla ricorrenza dei 50 anni dalla¬†promulgazione delle leggi razziali: questo anniversario, del resto, ha destato un improvviso¬†interesse dei media, delle istituzioni e dell’opinione pubblica che, in certi casi, ha funzionato¬†per cos√¨ dire ‚Äúda traino‚ÄĚ per la ricerca.

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Specialmente durante gli anni Novanta, nuovi¬†contributi hanno messo in luce temi fino a quel momento poco studiati: la specificit√†¬†dell‚Äôantisemitismo italiano, in relazione e in continuit√† col razzismo coloniale, diffusosi in¬†maniera determinante dopo le conquiste fasciste in Africa (1935-‚Äė36); la tradizione¬†ad esempio dell‚Äôantigiudaismo italiano e della Chiesa cattolica; l‚Äôimpatto che l‚Äôespulsione degli ebrei¬†dalla vita pubblica italiana ebbe nelle istituzioni dell‚ÄôItalia fascista, in ambito amministrativo,¬†culturale ed economico; l‚Äôapparato repressivo del regime che trov√≤ espressione¬†nell‚Äôinternamento dei profughi stranieri e nell‚Äôapertura dei campi di concentramento;¬†l‚Äôabrogazione delle leggi razziali; la deportazione dall‚ÄôItalia di ebrei, politici, militari e¬†operai.

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Su quest’ultimo tema, e in particolare sulla persecuzione degli ebrei dopo l’8¬†settembre e la loro deportazione nel 1943-1945, sono centrali gli studi portati avanti dal¬†Centro di Documentazione ebraica contemporanea di Milano (CDEC).

Il Centro ha presentato nel corso degli anni i risultati di una ricerca sulla deportazione degli ebrei dall’Italia, iniziata subito dopo la fine della guerra dal Comitato di Ricerca Deportati Ebrei (CRDE) con lo scopo di riportare alla luce il numero e l’identità delle persone inviate nei campi di sterminio nazisti, e ancora oggi in continuo aggiornamento.

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Di recente, inoltre, a testi di ampio respiro sulla persecuzione e la deportazione degli ebrei si sono aggiunti approfonditi studi di casi regionali. Il secondo contesto storiografico nel quale si inserisce la ricerca sui campi provinciali, come si è detto, è quello che riguarda la Repubblica sociale italianae l’occupazione tedesca dell’Italia.

Ad eccezione del lavoro di Giacomo Perticone uscito subito dopo la guerra,¬†l‚Äôinterpretazione della RSI ha risentito per anni della centralit√† riservata alla Resistenza. La¬†storiografia italiana, cio√®, tendeva a studiare la Repubblica di Sal√≤ soprattutto per la violenza¬†dell’apparato repressivo contro il quale combattevano i partigiani.

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Allo stesso tempo, per√≤,¬†con l‚Äôobiettivo di delegittimarne l‚Äôesistenza da un punto di vista politico e sociale, si¬†minimizzava il ruolo del nuovo stato mussoliniano, riducendolo a uno ‚Äústato fantoccio‚ÄĚ nelle¬†mani delle autorit√† d’occupazione naziste.

Facevano eccezione a questa tendenza¬†interpretativa la memorialistica repubblichina e la produzione storiografica di destra, che¬†portavano avanti principalmente l’immagine della Repubblica di Sal√≤ quale stato ‚Äúcuscinetto‚Ä̬†voluto da Mussolini per difendere l’Italia dai tedeschi e per evitare la cosiddetta¬†‚Äúpolonizzazione‚ÄĚ della penisola da parte nazista.

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Per molto tempo, inoltre, i lavori¬†pionieristici di Friedrick W. Deakin e di Enzo Collotti usciti all‚Äôinizio degli anni ‚Äô60 hanno¬†rappresentato gli unici contributi specifici sulla politica d’occupazione tedesca in Italia,¬†mentre rimaneva generalmente diffusa un’immagine monolitica del sistema di dominio nazista¬†nel territorio italiano occupato.

In questo contesto, anche lo Stato di Sal√≤ era raffigurato,¬†quindi, come una massa omogenea di ‚Äúcamicie nere‚ÄĚ.¬†Questo modello interpretativo √® stato progressivamente ridiscusso tra la fine degli anni¬†Ottanta e l‚Äôinizio degli anni Novanta.

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Nel 1985 un convegno organizzato dalla Fondazione¬†Micheletti¬†di Brescia √® stato interamente dedicato, per la prima volta, alla Repubblica sociale¬†italiana; negli stessi anni, gli studi di Claudio Pavone sulla Resistenza, che reintroducevano¬†il concetto di ‚Äúguerra civile‚ÄĚ per il periodo 1943-1945, hanno ricoperto un ruolo fondamentale¬†nello scardinare le vecchie teorie storiografiche, riconoscendo una complessit√† di scelte e¬†comportamenti non solo tra i partigiani ma anche tra coloro che aderirono alla RSI.

Negli ultimi vent’anni due lavori hanno inciso particolarmente sullo sviluppo della ricerca. Uscito alla metà degli anni Novanta e frutto di rigorose ricerche negli archivi tedeschi e italiani, il testo dello storico Lutz Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, 1943-1945, resta ancora oggi il punto di riferimento fondamentale sulla storia dell’occupazione tedesca in Italia.

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Grazie a un‚Äôampia analisi delle dinamiche politiche che coinvolsero i diversi organi¬†dell‚Äôamministrazione militare tedesca in Italia e del loro rapporto con le autorit√† italiane,¬†l‚Äôautore contesta l’interpretazione che vuole la RSI solo uno stato ‚Äúfantoccio‚ÄĚ al servizio dei¬†tedeschi: con la celebre definizione di ‚Äúalleato occupato‚ÄĚ Klinkhammer illustra la paradossale¬†situazione in cui si venne a trovare il nuovo Stato di Sal√≤, in continua ricerca di una propria¬†sovranit√†, ma senza le forze necessarie per imporsi all’occupante.

L’opera di Luigi Ganapini,¬†La repubblica delle camicie nere. I combattenti, i politici, gli amministratori, i socializzatori,¬†mostra invece per la prima volta le differenti componenti politiche e sociali presenti nella RSI,¬†facendo emergere uno Stato tutt‚Äôaltro che omogeneo e monolitico.

Le ricerche della pi√Ļ¬†recente produzione storiografica si sono inoltre indirizzate verso soggetti ancora poco¬†esplorati, quali il ruolo di Mussolini e del partito repubblicano fascista all’interno del nuovo¬†Stato, o l’importanza del nesso fra continuit√† e discontinuit√† rispetto al Ventennio, in¬†particolare per quanto riguarda gli apparati statali di Sal√≤.

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Si √® dunque cominciato a riflettere¬†in maniera critica sul significato da attribuire alla collaborazione delle autorit√† della RSI con¬†l‚Äôoccupante tedesco, come gi√† avvenuto in Francia per il governo di Vichy, dove gi√† da anni¬†la storiografia distingue il fenomeno del ‚Äúcollaborazionismo‚ÄĚ, ovvero una precisa volont√† di¬†cooperare con i tedeschi, da quello della ‚Äúcollaborazione di stato‚ÄĚ, caratterizzata piuttosto da¬†negoziazioni con il paese occupante per vedere garantite una autonomia statale e la sovranit√†¬†nazionale.

Le fonti

La ricerca si è basata principalmente su fonti d’archivio ed è stata effettuata in particolare nei fondi degli organi responsabili dell’apertura e del funzionamento dei campi di concentramento provinciali: il ministero dell’Interno, le prefetture e le questure delle province della Repubblica sociale italiana.

La documentazione che queste autorit√† hanno lasciato √®¬†composta per lo pi√Ļ da telegrammi, comunicazioni ministeriali, ordini e rapporti di polizia,¬†relazioni di ispezioni ecc., scambiati tra i vari uffici ministeriali, i capi delle province e i¬†questori.

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Tuttavia il materiale appena descritto è spesso di difficile consultazione, in quanto lacunoso e in molti casi scomparso del tutto per via delle vicende belliche: è il caso, soprattutto, dei fondi delle prefetture e delle questure conservati presso gli archivi di Stato locali.

La ricerca di notizie e riferimenti che rimandassero all’esistenza di campi provinciali svolta¬†nel fondo del ministero dell’Interno, conservato all’Archivio centrale dello Stato di Roma¬†(ACS), ha riguardato principalmente la Direzione generale di Pubblica sicurezza, ovvero¬†l’ufficio ministeriale responsabile dell’applicazione degli ordini di arresto e internamento e¬†quindi interlocutore preferenziale delle autorit√† coinvolte nella vicenda: dai vertici del¬†ministero e del governo agli organi locali quali appunto prefetture e questure.

La¬†documentazione presente in questo fondo copre tutto l’arco temporale della guerra (1939-1945), nonch√© i primi anni della liberazione (1944-1947): lo studio di questo materiale,¬†quindi, permette di avere una visione completa della politica di internamento portata avanti¬†dall’Italia fascista fin dallo scoppio del conflitto.

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Una maggiore attenzione √® stata dedicata in¬†ogni modo al periodo 1943-1945 e a quelle autorit√† governative e statali che parteciparono¬†all’evolversi della vicenda: nello specifico il capo della polizia di Sal√≤ e il Gabinetto del¬†ministero dell’Interno.

Si è infine proceduto anche alla consultazione di altri fondi relativi alla RSI, come quelli della segreteria particolare del Duce e la Presidenza del Consiglio dei ministri.

Fulcro della ricerca sono stati gli Archivi di Stato (AS) di alcune province della RSI: Mantova, Ferrara, Parma, Bologna, Piacenza e Padova. Ci si è concentrati soprattutto sui fondi della prefettura e della questura, là dove questi siano ancora conservati e non siano andati persi o distrutti.

In alcuni casi si √® ritenuto opportuno visionare anche i fondi relativi¬†alle Corti d’Assise straordinaria, per raccogliere notizie su personaggi messi sotto processo¬†nell’immediato dopoguerra, o i fondi di istituzioni legate alla persecuzione degli ebrei (ad¬†esempio l’EGELI, l’ufficio addetto alla liquidazione dei beni sequestrati e confiscati agli¬†ebrei).

La documentazione presente presso il fondo della questura dell’Archivio di Stato di¬†Padova, fino ad oggi in gran parte inedita, ha costituito senza dubbio un ritrovamento¬†essenziale per i risultati raggiunti dalla presente ricerca: all’interno di un fascicolo, spostato in¬†un’unit√† archivistica apparentemente non collegata ad esso, era presente la corrispondenza¬†scambiata tra capo provincia, questore e ispettori di polizia relativa proprio all’apertura e¬†all’organizzazione del campo di concentramento provinciale allestito in provincia di Padova,¬†nel paese di V√≤ Vecchio.

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Grazie a questa documentazione si √® dunque potuto procedere con¬†una certa precisione alla ricostruzione di un’esperienza locale.

Inizialmente era stato previsto di concentrare la ricerca solo negli archivi di quelle localit√† in¬†cui era testimoniata l’esistenza di campi di concentramento provinciali. In un secondo¬†momento si √® deciso invece di porre l’attenzione anche alle province dove non venne creata¬†nessuna struttura per internare gli ebrei (Piacenza e Bologna), con lo scopo di effettuare un¬†confronto tra differenti pratiche politiche locali.

Sempre con lo stesso obiettivo, si è preferito approfondire la vicenda di un preciso ambito regionale (Emilia Romagna). Questa scelta è stata anche dettata dalla necessità di dover ottimizzare tempo e risorse a disposizione.

Grazie¬†alla disponibilit√† dei direttori di alcuni archivi locali sono stati inoltre recuperati documenti¬†presso l’Archivio di Stato di Verona e l’Archivio generale della regione Val d‚ÄôAosta.

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Si è proceduto inoltre alla consultazione del fondo Notiziari della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) conservato presso l’archivio storico della Fondazione Luigi Micheletti di Brescia (interamente digitalizzato e consultabile via Internet).

Il fondo √® costituito dai¬†rapporti giornalieri di polizia inviati dai capi provinciali della GNR al comando generale, il¬†quale a sua volta provvedeva a redigere i ‚Äúnotiziari‚ÄĚ e a trasmetterne copia in via riservata a¬†Mussolini, a Renato Ricci (comandante della GNR) e a poche altre personalit√† fasciste.

Ogni notiziario è suddiviso in aree geografiche e in sezioni tematiche: attività dei ribelli, ordine pubblico, scioperi, operazioni contro i ribelli, notizie militari e varie. La documentazione va dal mese di novembre 1943 al novembre 1944.

La GNR in molti casi fu responsabile dei rastrellamenti di ebrei, della sorveglianza dei campi e dei trasporti: la ricerca ha evidenziato in ogni modo che nei notiziari è posta attenzione soprattutto alla lotta partigiana e all’ordine pubblico (scioperi, proteste contro i tentativi di arruolamento forzato nell’esercito e nelle fabbriche) e sono molto pochi i riferimenti alla politica antiebraica.

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Sono stati inoltre consultati gli archivi storici del Centro di documentazione Ebraica¬†contemporanea di Milano (CDEC) e del Centre de documentation juive contemporaine di¬†Parigi (CDJC), che conservano testimonianze scritte e orali sulla persecuzione e la¬†deportazione degli ebrei raccolte a partire dall’immediato dopoguerra.

Presso l’archivio del¬†CDJC sono state analizzate due tipologie di documenti. Da una parte, la documentazione¬†relativa alla questione ebraica in Italia, con particolare riferimento al periodo 1940-1945.

Si¬†tratta di materiale di varia natura: copie di telegrammi, rapporti di polizia, ordini ministeriali,¬†il pi√Ļ delle volte gi√† presenti in originale nel fondo del ministero dell’Interno all‚ÄôACS;¬†circolari, telegrammi e corrispondenza riguardanti l‚Äôatteggiamento delle autorit√† italiane nei¬†confronti degli ebrei nelle zone occupate dalle truppe fasciste durante la guerra (Croazia,¬†Francia e Grecia in particolare); testimonianze e materiali raccolti da comitati ebraici¬†internazionali di assistenza e di ricerca nel periodo successivo alla fine del conflitto.

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Dall’altra, il materiale raccolto in occasione del processo di Norimberga e ad Eichmann,¬†presentato come prova d’accusa in sede processuale, risalente agli anni 1943-1944 e in parte¬†conservato ancora oggi presso alcuni archivi tedeschi (ad esempio il Politisches Archiv des¬†Ausw√§rtiges Amt di Bonn ‚Äď Archivio politico del ministero degli Affari esteri, PA.AA).

Presso l’archivio storico del CDEC √® stato svolto invece un lavoro di ricerca soltanto¬†all’interno dell’Archivio generale, mentre non si √® proceduto alla consultazione delle¬†testimonianze orali dei deportati ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio, raccolte dal Centro¬†nel corso di questi anni.

Pur considerando questo materiale di primaria importanza, tale scelta¬†√® sembrata per√≤ coerente con la decisione di privilegiare innanzitutto le fonti d’archivio¬†prodotte dagli organi ministeriali e locali responsabili della persecuzione.

Una parte della ricerca √® stata effettuata infine sulle fonti a stampa, soprattutto per vedere¬†quale fu la reazione dei giornali nei confronti delle operazioni antiebraiche nei primi mesi di¬†occupazione (settembre-novembre 1943) e per analizzare in che modo le misure¬†d’internamento degli ebrei, decise dal ministero a fine novembre, furono presentate¬†all’opinione pubblica.

Si è quindi tenuto conto dei principali giornali nazionali dell’epoca, mentre per le pubblicazioni locali ci si è attenuto ai riferimenti presenti in contributi e saggi specifici alla persecuzione antiebraica in alcune province.

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Lo studio dei campi di concentramento provinciali permette di analizzare con una lente¬†d’ingrandimento le dinamiche politiche che furono alla base della persecuzione degli ebrei nel¬†territorio della RSI.

Senza dubbio la realizzazione di queste strutture rappresenta un aspetto¬†molto specifico della vicenda: ad esempio, l’ordinanza di fine novembre da cui prende il via¬†questa ricerca contemplava non soltanto l’arresto degli ebrei, ma anche il sequestro dei loro¬†beni.

Tuttavia, attraverso l’analisi di questo preciso ambito della politica antisemita √® possibile¬†ipotizzare quale fu, nelle pratiche quotidiane, l’applicazione effettiva della normativa¬†antiebraica di Sal√≤.

Come osserva Saul Friedl√§nder:¬†in primo luogo la storia dell’Olocausto non pu√≤ essere limitata alle decisioni e ai provvedimenti tedeschi, ma¬†deve includere anche le azioni dei funzionari, delle istituzioni e dei diversi gruppi sociali nei territori occupati e¬†negli Stati satellite.

In secondo luogo è evidente che le percezioni e le reazioni ebraiche (collettive o individuali) fossero una componente inseparabile di questa storia e che quindi, nel quadro di una rappresentazione storica generale, non possano essere considerate in un ambito distinto.

In terzo luogo, una rappresentazione degli¬†avvenimenti, che si svolsero contemporaneamente a ogni livello e in luoghi diversi, migliora la percezione della¬†dimensione, della complessit√† e dell’intreccio reciproco tra il numero enorme dei componenti di questa storia.

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Sulla base di queste considerazioni, il lavoro di ricerca si è sviluppato principalmente in tre direzioni e ha sollevato alcune questioni alle quali si è cercato di dare una risposta.

Il primo¬†capitolo √® dedicato all’analisi della politica antiebraica fascista e dei provvedimenti presi dal¬†ministero dell’Interno allo scoppio della guerra, per individuare quali elementi di continuit√†¬†ebbe l’‚Äúantisemitismo di Stato‚ÄĚ di Sal√≤ con quello del Ventennio.

Nell’analizzare le misure¬†adottate contro gli ebrei dal 1938 in poi si sono messi in evidenza alcuni caratteri specifici¬†quali l’elemento razziale e xenofobo presenti nella legislazione e quello strettamente legato¬†alla contingenza bellica (l’individuazione di un nemico interno ed esterno al paese in guerra).

In particolar modo, le pratiche dell’internamento adottate nei primi anni del conflitto¬†dall’amministrazione fascista sembrarono costituire un’esperienza fondamentale, in quanto si¬†ritrovano tali e quali nel momento in cui le autorit√† di Sal√≤ dovettero applicare i¬†provvedimenti del biennio 1943-1945.

E‚Äô stato approfondito anche l‚Äôaspetto politico, istituzionale e¬†amministrativo della normativa di Sal√≤. I provvedimenti antisemiti furono disposti dal¬†governo centrale della Repubblica sociale italiana, ovvero dal ministero dell’Interno; la loro¬†applicazione, per√≤, dipese dall’iniziativa delle autorit√† locali (prefetture e questure) e fu¬†influenzata dal preciso contesto storico in cui si trovava ogni provincia: la guerra e¬†l’occupazione tedesca dell’Italia settentrionale.

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L’apertura o meno di un campo di¬†concentramento dipese insomma dalla capacit√† che capi provincia e questori ebbero¬†nell’interpretare e rendere operativi gli ordini provenienti dall’alto in una determinata¬†situazione politica, sociale ed economica del territorio di competenza.

L’analisi si sposta¬†quindi sullo studio specifico dei campi, ovvero sulla loro organizzazione interna e sulle¬†pratiche politiche e amministrative locali alla base del loro funzionamento.

Come dimostrato¬†dall’esempio del campo provinciale di Padova, la gestione di queste strutture fu appannaggio¬†esclusivo delle autorit√† locali (capi provincia, questori, uomini della Pubblica sicurezza), che¬†eseguirono il compito affidatogli dal ministero come fosse ‚Äúordinaria amministrazione‚ÄĚ.

L’ultima parte del lavoro, il quarto capitolo, √® dedicata ai protagonisti implicati nella vicenda.¬†Si √® deciso di dare spazio innanzitutto alle vittime delle misure antisemite: dopo l’8 settembre,¬†e ancor pi√Ļ dopo il 30 novembre 1943, gli ebrei si ritrovarono colpiti da una normativa che¬†ora non prevedeva pi√Ļ soltanto una loro discriminazione dalla societ√† italiana (come nel caso¬†delle leggi razziali del 1938), ma intendeva colpire la loro stessa presenza fisica nel territorio¬†della RSI.

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La loro reazione fu principalmente quella di fuggire agli arresti e di vivere in¬†clandestinit√†. Tuttavia, alcuni ebrei non riuscirono a mettersi in salvo e caddero nelle mani¬†delle autorit√† nazifasciste, finendo nei campi italiani: si √® quindi cercato di analizzare¬†l’atteggiamento degli arrestati costretti a subire le misure di internamento.

Si √® approfondito il ruolo delle autorit√† responsabili degli arresti e dell’invio degli¬†ebrei nei campi di concentramento: organi di polizia italiani e tedeschi, presenti entrambi nel¬†paese, collaborarono nel mettere in pratica le misure antiebraiche, ma sembrarono dividersi¬†sulle modalit√† e sugli obiettivi della persecuzione.

In questo contesto, il caso dei campi di¬†concentramento √® utile a identificare i nodi sui quali la collaborazione tra i due ‚Äúalleati‚ÄĚ entr√≤¬†in crisi. Infine, gli attori volontari e involontari della vicenda furono anche i gruppi della¬†Resistenza, la Chiesa cattolica e la popolazione italiana. I primi, in alcuni casi, provarono a¬†opporsi alle misure decise dal governo della RSI, ma scontarono probabilmente la loro scarsa¬†organizzazione politica nell’inverno 1943-’44, ovvero nei mesi in cui la persecuzione fu pi√Ļ¬†violenta.

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Sull’atteggiamento del Vaticano si √® scritto molto, non senza accenti polemici¬†riguardo una mancata presa di posizione ufficiale del Papa di fronte alla persecuzione degli¬†ebrei: ci√≤ nonostante, il sostegno ricevuto dagli istituti religiosi nel biennio 1943-1945¬†permise a molti perseguitati di rifugiarsi presso chiese e conventi e di sfuggire cos√¨ agli¬†arresti.

Infine, riguardo alla popolazione italiana non √® possibile delineare un unico¬†atteggiamento: molti infatti sono i casi di delazione e le denunce di ebrei alle autorit√†¬†nazifasciste da parte di singoli cittadini, ma molti di pi√Ļ sono i tentativi di salvataggio messi¬†in atto da persone comuni, senza l’aiuto delle quali la popolazione ebraica non avrebbe potuto¬†scampare alla persecuzione in numero cos√¨ elevato.

Anche qui, la vicenda dei campi¬†provinciali propone un’immagine complessa di ci√≤ che accadde effettivamente a livello locale¬†e mette in evidenza in realt√† uno stretto legame tra queste strutture e la societ√† italiana che li¬†circonda.

Quest’ultima, in particolare, fu spesso inconsapevole delle conseguenze tragiche che¬†avrebbero avuto alcune banali e “ordinarie” azioni quotidiane.

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