SENZA TRA(DU)ZIONI ANTERIORI

Stava spingendo la moto, rimasta a secco. Una fuoristrada ancora in strada. Lungo una strada. Ripida. Nessuna speranza di aiuto, data l’ora. Solo calcoli di probabilità. Che scivolavano, assieme al sudore. dalla fronte.

“Perché non mi sono fermato a quel distributore?”

Spingeva. Deciso a non pensare. Ma pensava comunque a qualcosa.

“Fino alla discesa. ..la discesa comincia dopo quella curva nascosta dagli abeti ?”

La tentazione di lasciare lì la moto era forte. Come quella di lasciarsi andare, di schiena, in mezzo al mare di selci e mirtilli.

C’ era un ruscello da qualche parte. Lo aveva segnalato un rumore diverso da quello delle scarpe, di pneumatici che grattavano il ciglio della strada. Un rumore che veniva da dove vanno sempre a finire i granelli di ghiaia schizzati dalla carreggiata.

Un sole pallido: stupido leggìo per una pagina di vita ancora da scrivere, in quel pomeriggio. Una lattina di birra, schiacciata proprio dove i segni sull’asfalto dicevano sì, al sorpasso.

E quello strusciare di jeans. Sempre lo stesso. Il sudore che diventava odore.

Piedi che reclamavano spazio maggiore di quello loro consentito dalle scarpe.

Vide un paracarro: ancora duecento metri. Circa. Ed in quel momento pensò a come sarebbe stato divertente star lì seduto sul paracarro. Trattenne un colpo di tosse. Il paracarro era sempre più lontano.

Più vicino l’odore di muschio, funghi, erica di montagna, piantine di cumino. Un lenzuolo di prato, prossimo al taglio. Una rossa corteccia di larice. Con ruscelli di resina secca.

Ellemme aveva deciso che cosa fare fin dal tornante precedente. La moto piombò nel burrone, come un calabrone senza ali. Dall’alto si poteva capire che non sarebbe stato possibile riutilizzarla. Ferro vecchio…

Ellemme, piano piano, accendendo un’altra sigaretta, tornò al paracarro col pollice destro rivolto verso il quarto tornante, faticosamente doppiato un quarto d’ora prima.

Con la mano sinistra giocherellava con le chiavi. Si chiedeva se fosse possibile, in quella difficile posizione, lanciare oltre l’incavo del torrente quei pezzi di ferro, appena rimasti orfani.

Preferì far finta di perdere le chiavi della moto in mezzo all’erba dove, più tardi, sarebbe stato minacciato da un motocoltivatore.

“E alzati… vuoi finire sotto le lame?” Ellemme restò al suo posto. Nessuno avrebbe potuto distoglierlo dagli sforzi delle formiche per evacuare un formicaio bombardato da un mazzo di chiavi.

Il contadino, seccato, esauriti gli improperi, spostò il suo raggio d’azione di alcuni gradi. Senza guardare negli occhi Ellemme. visibilmente disidratato.

Falciò l’erba, ad una spanna dal formicaio. Quindi sparì, lungo la retta che portava probabilmente ad una strada, in terra battuta.

La Mente -quando era successo 1’ultima volta? -non si mentì. Non diede alcun ordine al corpo. Che rimase lì, in mezzo all’ erba, per alcuni giorni. Sfidando anche un temporale. Il prurito delle formiche. Fame e sete. Gli occhi si chiudevano da soli, all’imbrunire. Per ritornare in assetto, alle prime luci del giorno. Poi giravano, giravano. Non solo per registrare il blu, il grigio, il plumbeo del cielo. Ma anche il rosso di piccole arterie delle palpebre. In controluce.

Quando si alzò Ellemme ebbe, per qualche minuto, l’impressione di accelerare i passi verso la morte.

Tornò allora indietro. E rimise la schiena in quella specie di calco, creato dall’ erba rimasta schiacciata per tanto tempo. Restò lì, immobile.

Ad aspettare pensieri migliori. Ragionamenti diversi.

Incertezze più affascinanti.

Finche un sibilo similserpente non la fece correre.

 

 

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