ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 1

a cura di Cornelio Galas

  • documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

ARMIR
Gli Italiani in Russia

Il dramma della ritirata

  • di Enzo Antonio Cicchino 
  • Enzo Antonio Cicchino

Nel 1996 mentre ero a Fortezza, provincia di Bolzano, intento a realizzare l’inchiesta (per conto di MIXER – Raitre) su l’oro italiano trafugato dai nazisti , fui avvicinato da una persona davvero gentile, abitante del luogo, che all’incirca mi informò che in un albergo di Fortezza nel 1943 si era stabilito il comando del battaglione Tirano del 5° Reggimento Alpini, di ritorno dalla Russia. Questo Comando era rimasto lì fino all’otto settembre, quando – per intervento dei nazisti di Rommel, a capo dell’operazione ACSE – fu costretto a fuggire per evitare la deportazione in Germania.

Parte dei documenti furono messi in salvo dai responsabili del battaglione, parte sicuro dovettero finire in mani tedesche, altri, forse i meno importanti rimasero in albergo.

Parecchi anni dopo il proprietario decise di rientrare in possesso della cassaforte e se ne liberò buttando tranquillamente le carte che vi erano dentro giù per una discarica. Il signor R.B. uomo sensibile, venutone a conoscenza, pensò bene di andarle a recuperare, portandole a casa, ma non aveva fatto i conti con sua moglie! che non gradì affatto il gesto.

I documenti erano sì un elemento quasi vivo della storia di quel Battaglione ma erano tutti inzaccherati di melma e lei – buona signora – non intendeva affatto concedergli l’armadio.

Ovvio che il mio amico R.B. vedesse di nuovo con orrore questi fogli tornare svolazzanti giù per la scarpata, perciò, facendo la mia conoscenza pensò bene che io fossi il tipo giusto cui proporne l’adozione.

In effetti quando me le offrì neppure lui sapeva in concreto cosa fossero quelle carte. Tantomeno quando decisi di farmele spedire -tramite corriere – da mio padre ad Isernia avevo chiaro se la spesa valesse il loro valore. L’ho fatto così, per essere gentile. Tante volte mi erano stati regalati bauli intarliti che avevo dovuto buttare a mia volta nel bidone!

Una doccia fredda poi sono state le parole deluse del mio genitore quando “Ho dovuto sborsare 50.000 lire al corriere per quelle cartacce fetenti!” mi apostrofò ed accidenti, se non fosse stato per mia madre Maddalena anche lui le avrebbe buttate nel fiume!

Non è che avesse tutti i torti, di rifiuti in casa gliene avevo portati tanti. Lui sa bene che tutto questo è sintomo della mia follia e lui non ama la mia follia. Dice che sono egoista, che uso casa sua solo per riporvi immondizie che non porterei mai a Roma! ha ragione. E’ accaduto così che i documenti sono rimasti abbandonati sullo scaffale isernino per un paio di anni; peggio! quando gli ho dato la prima occhiata non avevo ancora competenze di cosa fossero.

E me ne vergogno ancora adesso per questa mia trascorsa ignoranza! Più tardi però… un groppo alla gola. …Ho scoperto… Possedevo originali nientedimeno sulla battaglia di Nikolajevska, uno dei fatti più tragici ed umani della Seconda Guerra Mondiale!

Perciò ora, consapevole dell’errore, chiedo scusa anche a voi, lettori, per avervi fatto attendere così tanto. Inserirò un pò per volta in Internet tutto quello che il mio amico di Fortezza mi ha donato e qui colgo pure l’occasione per ringraziarlo… Ma non solo lui… ma… anche la “per me” di lui utilissima signora! se non fosse stato per lei, per la sua fobia contro le cose vecchie, queste pagine che ora vedete non sarebbero qui ma altrove! Grazie. E buona lettura.

***

1941

Mussolini viene informato dell’Operazione Barbarossa la notte sul 22 giugno 1941, neanche mezz’ora prima dell’attacco. Tuttavia la sua adesione all’iniziativa tedesca è immediata e totale, anche se Hitler ne farebbe volentieri a meno. Il Duce vuole intervenire a ogni costo. Il 26 giugno scrive la nota lettera al Fuhrer che è una vera preghiera per essergli al fianco.

Il 30 giugno l’amico gli risponde manifestandogli subito le sue perplessità, soprattutto gli rende noto lo sgradito incontro nelle steppe dell’Ucraina con il famoso carro sovietico T 34, un vero gioiello dell’Armata Rossa che con la corazzatura di 75 mm ed il peso di 52 tonnellate spazza via qualunque Panzer tedesco. Questa informazione dovrebbe essere un monito ma il Duce proprio non intende. E decide di mandare su quel fronte il CSIR – “Corpo di Spedizione Italiano in Russia”  al comando del generale Francesco Zingales.

10 luglio
Dalla stazione di Verona, a mezzanotte, parte il primo convoglio, giunge in Romania, poi prosegue a piedi sino alla linea del fronte. Il Corpo di spedizione e’ costituito dalle due divisioni di fanteria Pasubio e Torino, dalla 3° divisione celere Principe Amedeo D’Aosta , dal gruppo camicie nere Tagliamento, dal 30° raggr. artiglieria.

Complessivamente 2.900 ufficiali, 58.800 uomini di truppa, 4.600 quadrupedi, 5.500 automezzi, 51 caccia, 22 aerei da ricognizione, 10 aerei da trasporto. Primo comandante è il generale Francesco Zingales che poi, ammalandosi, viene sostituito dal generale Giovanni Messe. Per la fanteria il CSIR e’ quanto di più moderno possieda l’Italia anche se l’artiglieria campale risale alla prima guerra mondiale e la contraerea e’ quasi inesistente. I pochi carri armati sono di solo tre tonnellate, un nulla! rispetto ai corazzati T 34.

11 agosto
E’ la Pasubio ad avere il primo scontro con l’Armata Rossa.

 27 agosto
I reparti aerei italiani partecipano ai combattimenti.

22 settembre
Il Corpo di Spedizione Italiano nel suo insieme è impegnato nella battaglia di Petrikova. Si rilevano i primi 87 morti e 190 feriti.

Russia, carro armato sovietico ispezionato dal generale Gariboldi, comandante dell’ARMIR, 8^ Armata Italiana

2 ottobre
La divisione celere Amedeo D’Aosta, la Pasubio e la Torino, attraversano il fiume Dniepr; comincia il tormento della neve, l’assenza di strade lascia spazio solo a scie di fango.

11 ottobre
Gli Italiani sono a Pavlograd.

17 ottobre
La cavalleria italiana attacca l’Armata Rossa, vi partecipano i battaglioni Savoia e Lancieri Novara.

23 ottobre
Durante la battaglia di Gorlokowa e Rikovo eroismo dei battaglioni di cavalleria, che  effettuano diverse cariche.

5 novembre
I Russi contrattaccano per sei giorni, costringendo gli italiani alla ritirata; i morti salgono a migliaia.

5 dicembre
Vittoria italiana nella battaglia di Chazepetovka.

25 dicembre
All’alba, un attacco dell’Armata Rossa per cinque giorni costringe i nostri a ripiegare. Oltre a morti e feriti in battaglia se ne cominciano a rilevare molte centinaia per congelamento.

1942

15 febbraio
Giungono rinforzi dall’Italia: 6° reggimento bersaglieri, 120° reggimento di artiglieria motorizzato.

21 febbraio
Si aggiunge il battaglione sciatori Monte Cervino.

4 giugno
Sul Mar Nero azione di sommergibili e Mas contro navi russe.

9 giugno
Viene creata l’ARMIR – Armata italiana in Russia. Formata da 220.000 soldati e 7000 ufficiali.

25 luglio
Arrivano la Cuneense, Julia e Tridentina. La zona d’impiego prevista è il Caucaso, luogo piu’ che naturale per divisioni da montagna. Invece, all’improvviso, contrordine! non piu’ sul Caucaso ma in pianura! sul Don, impiegate come fanteria. Con questo impegno ci si accorge subito che hanno troppi muli e troppo pochi autocarri. Tant’è devono rimandare indietro moltissimi quadrupedi e durante la marcia sostituire il someggio con le carrette.

24 agosto
Eroico attacco del reggimento Savoia Cavalleria contro i sovietici a Isbuscensky, nel bacino del Don.

7 novembre
Anniversario della Rivoluzione di Ottobre, i sovietici scatenarono la tremenda offensiva per accerchiare Stalingrado. I primi a subire il peso dell’attacco sono i più deboli, fra questi gli italiani.

15 novembre
Il ghiaccio blocca l’attività dei nostri mezzi navali sul Mar Nero. I sommergibili ed i Mas vengono ceduti alla marina tedesca, mentre gli equipaggi rientrano in Italia.

19 novembre
I russi rompono il fronte della terza Armata Romena e della quarta Armata tedesca; per il fronte del Don è la crisi.

11 dicembre
Intervengono i poderosi T 34; anche le linee di difesa tenute dall’Armir scricchiolano. Dopo lunghe sanguinose battaglie difensive, investiti dalla controffensiva sovietica gli italiani, insieme ai romeni, sono costretti a ripiegare.

19 dicembre
Le prime compagnie ad invertire la marcia sono le divisioni Ravenna, Pasubio, Torino, Celere e Sforzesca. Il Corpo d’Armata Alpino invece rimane ancora schierato sulla linea del Don. Efficace è la manovra di aggiramento dell’Armata Rossa che tallona le forze italiane con una sicura strategia di vincere.

1943

15 gennaio
Le forze corazzate russe attaccano Rossosch, sede del comando del Corpo d’Armata Alpino.

17 gennaio
La temperatura media e’ di -30° sotto zero. Quando alle 10 del mattino il generale Gariboldi dà l’ordine di ripiegare si rende conto che il Corpo d’Armata Alpino è totalmente imbottigliato dai russi.

18 gennaio
La situazione è tragica, colonne interminabili di uomini ripiegano disordinatamente. Ma le divisioni alpine “Julia” e “Cuneense”, esposte sui fianchi, resistono fino alla distruzione.

26 gennaio
All’alba gli italiani perdono ogni speranza di passare lo sbarramento russo che impedisce la ritirata. Gli alpini però, inflessibili, dopo dieci ore di incredibile lotta riescono a sfondare e uscire dalla sacca. I sovietici restano increduli. Il bollettino n. 630 – 8 febbraio 1943 del Comando Supremo, da Radio Mosca, dichiara: “L’unico corpo che può ritenersi imbattuto è il Corpo d’Armata alpino italiano!”

L’attacco decisivo a Nikolajevska (oggi Malenka Aleksandovka), che permetterà a 14.000 uomini di ripiegare è diretto dal generale Reverberi comandante della Divisione Tridentina. E’ una azione disperata. Durante la battaglia tanti sono gli atti eroici. E vi perdono la vita quaranta ufficiali. Tra questi un generale, il valdese Giulio Martinat, medaglia d’Oro alla memoria.

Il successo però non porta fortuna a tutti. La “Julia” che accorre a Sud di Nikolajevska per chiudere la falla che i sovietici hanno aperto per il crollo delle Divisioni “Cosseria” e “Ravenna”, soddisfatto l’impegno si lancia verso Waluiki. E’ l’unica ad avere l’esercito sovietico “solo” alle spalle e non davanti: perciò pensa di farcela.

…Ahimé, nessuno la avverte… a Waluiki. troverà – i russi – anche contro! con i loro T34. La Julia è costretta ad arrendersi con l’intero Stato Maggiore. Gli alpini della Julia e quelli della Cuneense, si rendono conto di essere stati sacrificati – a loro insaputa – per la salvezza dell’ARMIR in fuga.

I superstiti dell’armata italiana in dodici giorni e undici notti dovranno percorrere 250 chilometri, su neve e fango, sedici ore di marcia filate al giorno. Fame, freddo, termometro sino a  -40 gradi. L’attacco dei partigiani costante.

Dalla sacca fuggono solo 6.500 uomini della Tridentina, 3.200 della Julia e 1.300 della Cuneense. Il resto fu oblio di morte, stenti e campi di concentramento, prigionieri dell’Armata Rossa. Torneranno nel 45/46. Altri vi rimarranno per sempre.

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