Vòt ‘n casco de banane?

di Cornelio Galas

-Ehila, ‘sa fat en giro sì bonora?
“Tasi valà che devo nar a brevàr…
-Ma brevàr cossa che sem ‘n otober, dai contemela giusta almem.
“No, scusa neh, ma secondo ti èlo n’otober normale sto chi? Domenega gh’era zò a Riva zent che noéva ‘n del làch, no me ricordo pù quando ha piovèst l’ultima volta e po’ varda chi come som vestì… maièta co le màneghe corte. E te dirò che l’è perché la sposa l’ha zà més via le braghe de l’istà se no…”.
-El solito esagerà dai. Che quando vèi su l’Ora te vei tut mal la pèl de galina…
“Sì ma ‘n tànt se no te dròpi el sguazaòrt se seca tut cramento…”.
-Cossa mai gavràt ne l’ort che zamài i tòl zò anca l’oliva, che i pomi i è zà nei casóni e l’uva deventàda móst.
“Sì l’è vera, ma co sto càlt for de stagióm le piante no le capìs pu gnent. Come le bestie…”.
-Le bestie?
“Sì, do stimane endrìo, nèvo vers Roveredo quando se no stàgo atento ciàpo soto…”
-En cavriòl?
“No, pu gros”.
-N’orso?
“Pu gros te digo”
-E osc’ia, ‘n cavàl scapà dala stala?
“No, cramento, na girafa…”.
-E mi che stàgo chi a scoltarte, valà mona, bevi de mem la sera.
“Te digo che l’era na girafa. Ma quest l’è gnent. Ciapà quel spavento me som sentà su na bancheta lì al Soardi, sat dove se bala… bem, de colp sento come se qualchedum me stéss rosegando le scarpe…”.
-E chi erelo ‘n leóm stavolta?
“No, do scimiéte picole… gò dat na pezàda e ale tante le è nade via”.
-Mah, secondo mi te te sei fermà al bar del Soardi...
“Bem, no te me crederai, ma vers Mori, dove de solit te trovi quei che vende le anfore…”
-Sì, so dove…
“Eco, lì al posto de quei de le anfore no gh’era ‘n negher che vendeva nòs de coco?”
-Ma valà…dai.
“Te digo se sì, nós de coco e anca robete fate co l’ebano, scudi de pel…”.
Te sarai nà per sbai a Gardaland.
“Tut mal ho crompà na desìna de banane. I le vendeva a na pipa de tabach…”.
-E dopo?
“N’ho magnà en pàr e ‘l rest l’ho desmentegà ‘n de l’ort, per tera cramento”.
-Le se sarà smarzìe alora.
“Sì, difati co sto calt for de stagiom… le è nade. Alora l’ho butàde nela busa dela gràsa”.
-Va bem, la so mort giusta, meno male che te l’hai pagàe poch.
“Sì, ma no te sai quel che è suzés en sti di chì”.
-Cossa po? T’hai vist de nof la girafa e le scimiete?
“No, vago en de l’ort a meter via i atrezi che zamai no gh’è pu gnent da laorar e…”.
-E?
“Osc’ia no me trovo na palma alta do metri con su quatro caschi de banane…”.
-Ma me tòt per sémo?
“No, l’è per quel che me tóca nar a brevar anca stamatina… perché sta vegnendo su altri do caschi de banane. Le è ancor verde ma… pitost che le patìsa la sùta… ah scolta, vot en casco de banane? Sat, a me cà no le magna nesuni. I dìs che le fa vegnir el cori cori…

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ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 43

a cura di Cornelio Galas

Fonte: “Nikolajewka: c’ero anch’io”. Giulio Bedeschi. Testimonianze fra cronaca e storia

Sergente maggiore Roberto Fantaguzzi
Battaglione Sciatori Monte Cervino

Verso la fine del gennaio ’43 durante la ritirata ci siamo ritrovati, ormai sbandati, cinque alpini del Battaglione Sciatori Monte Cervino e precisamente Roberto Fantaguzzi, il caporale Mario Poncaz (morto durante la spedizione italiana al K 2 del ’54) il caporale Grossi, l’alpino Bosetti e l’alpino Silvestri.

Mentre si attraversava un paese abbiamo visto in una casa colonica tipo fattoria una slitta e nella stalla un cavallo. Siamo andati dalla proprietaria o meglio gerente dell’azienda per chiedere chi fosse il proprietario della slitta e del cavallo. La donna ci comunica che un gruppo di tedeschi avevano requisito tutto e si trovavano nella casa a mangiare. La donna inoltre ci fa capire di non essere d’accordo con i tedeschi e ben contenta di favorire gli italiani. Basta un’occhiata e subito ci si mette all’opera per il recupero della slitta.

Io sto di guardia vicino ai tedeschi per controllare le loro mosse, tre s’affannano al ricupero della slitta, uno bada al cavallo, appena tutto è pronto un fischio e via verso Karkow. Molte volte durante la ritirata la popolazione russa ha portato aiuto a tutti i soldati. Una volta ho chiesto ad una donna perché trattasse così bene il nemico; mi ha risposto che aveva il marito in guerra e trattava bene me con la speranza che lo stesso trattamento fosse riservato anche a suo marito trovandosi nelle stesse mie condizioni.

DIVISIONE CUNEENSE

di Giulio Bedeschi

Dopo aver tenuto la linea sul Don fino al 17 gennaio 1943 dando man forte alla Julia ogni qual volta gli attacchi russi impegnavano anche il proprio settore, la Cuneense ripiegò su Popowka marciando fino al 18, in terribili condizioni di clima e di stanchezza. Il 19, lasciata a sera Popowka, la Cuneense mosse verso Nowo Postojalowka che raggiunse a notte inoltrata, dopo varie vicissitudini e scontri con i russi.

Di concerto coi Comandi della Julia raggiunti a Nowo Postojalowka, la Cuneense all’alba del 20 gennaio attaccò con il Battaglione Ceva e con l’appoggio del Gruppo Mondovì, e più tardi con il Battaglione Mondovì, inserendosi con gravissime perdite ma con strenuo valore nello svolgersi di quella sanguinosa battaglia offensiva, protrattasi poi per tutta questa seconda giornata nell’intento di aprire un varco, con le forze della disperazione più ancora che con le armi inadeguate, e sfondare la sacca che gli alpini ritenevano circoscritta e delimitata a quella località.

Si unì in combattimento con i reparti della Julia già impegnati dal giorno precedente, di fronte all’accresciuta resistenza russa sempre alimentata dal sopraggiungere di nuove forze; vennero impiegati i sopraggiunti battaglioni del 2^ Alpini Saluzzo e Borgo San Dalmazzo, e infine il Dronero, appoggiati dai Gruppi Pinerolo e Val Po. Tutte le forze disponibili a Nowo Postojalowka delle due divisioni alpine venivano così gettate nella fornace, senza però che riuscissero a sfondare, nonostante l’indescrivibile valore dispiegato.

Soltanto a notte, operando una diversione che rappresentava l’ultimo tentativo di sorprendere la vigilanza russa visto che era caduta ogni speranza di sopraffare la forza nemica, muovendo in perfetto silenzio nel fondo di alcune balke, alle colonne della Cuneense e della Julia nonostante l’appesantimento causato dalle lunghe teorie di muli e di slitte riuscì di sfilare attraverso le maglie dello schieramento nemico: probabilmente i russi, pure in forze sovrabbondanti, non ritenevano quelle provatissime truppe italiane, reduci da due giorni di strenui combattimenti, ancora capaci di un trasferimento militare, ma ormai vinte dai sanguinosissimi combattimenti e dall’estremo rigore del clima notturno.

Durante la stessa notte però la colonna si imbatté in ingenti forze russe, contro le quali il Battaglione Mondovì impegnò combattimento, che valse a favore degli alpini a prezzo di forti perdite, allora la colonna della Cuneense risultò frammentata in nuclei che marciando nella steppa ad ore diverse e ben spesso su itinerari diversi, ebbero vicende e storia dissimili.

Sempre assottigliandosi strada facendo, ora per ora decimati dalle battaglie dal gelo e dalla fame, i reparti della Cuneense procedettero inflessibilmente lungo le strade della ritirata. Non avendo più ricevuto alcun ordine superiore che li distogliesse dalla meta finale, Waluiki, verso quella città sempre tesero, talvolta incrociando l’itinerario della Tridentina, quasi sempre marciando su itinerario proprio, esposti pertanto a ogni iniziativa del nemico e ad ogni sorpresa della sorte.

Sempre spezzando le resistenze nemiche, specie a Krawzowka, a Nowo Dmitrowka (ove il IV Battaglione Genio si impegnò con grande valore in combattimento, tanto da uscirne vittorioso ma semidistrutto); a Garbusowo a Shukowo, a Malakijewa, dove il 25 gennaio si impegnarono a fondo i Battaglioni Dronero e Mondovì assieme ad un reparto misto di formazione, costituito da alpini e artiglieri alpini. Per giorni e giorni i tronconi della Cuneense marciarono sulla neve, senza altro collegamento che la comune volontà di resistere e combattere fino a superare tutte le estreme avversità della situazione. Solontzy, Woronowka.

Il 26 gennaio, mentre la Tridentina era impegnata nella battaglia di Nikolajewka, non molti chilometri a sud la Cuneense ancora ostinatamente combatteva nonostante lo sgomento di procedere isolata nel vuoto, sempre col passo sbarrato dalla invisibile rete distesa sulla neve dai russi. All’alba del 27 gennaio le avanguardie della Cuneense raggiunsero i pressi di Waluiki, la meta agognata verso cui si erano tese le speranze e le volontà di tanti alpini. Ma la presenza di aerei russi che mitragliano e bombardano gli alpini, e gli attacchi di reparti di cavalleria russa che infieriscono sulle schiere tolgono ogni dubbio: Waluiki è saldamente tenuta dai russi.

Nonostante lo scoramento disarmante, durante la giornata a Roshdestweno e dinnanzi a
Waluiki i vari reparti ingaggiano gli ultimi strenui combattimenti finché, esaurite le munizioni, dal Comando della Cuneense viene dato l’ordine di resa. Rimaneva ancora, attardato in servizio di retroguardia, il battaglione Mondovì che giunto dinnanzi a Waluiki impegnava combattimento, e lo proseguiva fino a notte protraendo la eroica resistenza sino all’alba dell’indomani, rifiutando la intimazione di resa fatta dai russi.

Poi, nel corso del 28 gennaio, sul campo dell’ultima battaglia della Cuneense in terra di Russia si stendeva il silenzio, e per i superstiti si apriva l’atroce vicenda della prigionia. Dalla sacca, al termine della ritirata uscirono vivi 1300 alpini, sui circa 20.000 che componevano la Cuneense.

Capitano Alberto Penzo
Comando Divisione Cuneense

Il 25 gennaio, con Colturi e Gianasso discutiamo perché alla mattina presto bisogna assolutamente partire insieme agli altri; purtroppo i conducenti hanno una mentalità loro propria, mancano della precauzione del combattente; quando arrivano si cavano le scarpe incuranti dell’allarme che può capitare ad ogni istante e per cui bisogna assolutamente partire all’improvviso. Colturi questa mattina stava colpendone uno con una fune tanto era arrabbiato.

Di buona lena ci avviammo cercando di sorpassare la colonna e raggiungere i reparti della Tridentina; ad un certo punto la slitta di testa s’incaglia contro un crepaccio, i muli naturalmente danno uno strappo e quella si sfascia. Gianasso e Matteis, seduti imperterriti sopra, non si muovono: Colturi li investe con male parole per farli scendere; scarichiamo, grattiamo la neve e scorgendo il ponte rotto, Colturi è preso da subitaneo sconforto, si mette a piangere dicendomi: “E” finita, Penzo, non arriviamo più a casa”.

Ha i nervi che non resistono più, continuamente tesi come sono e con lo spirito che egli mette in ogni cosa. Gli dico di avere pazienza, di star calmo, penso a tutto io, non l’abbandono di certo. Così dopo un lavoro di un’ora riusciamo a mettere a posto alla meglio ogni cosa e si riparte con Colturi rianimato e di nuovo fiducioso. Nel pomeriggio riusciamo ad arrivare alla testa della colonna, di fianco al Gruppo Bergamo, i cui conducenti si sono stretti uno all’altro per non essere separati dalla massa di sbandati che incalza.

Arriviamo così in una vallata che si presenta piena di isbe, tutto un villaggio, una zona ridente, nella quale gli alpini trovano ogni bene di Dio, galline, uova, miele, capre, crauti, patate; perfino delle mele conservate in salamoia, che per quanto invitanti (sembrano le rosse mantovane!) sono perfide e non riusciamo a mangiarle. Purtroppo anche qui i camini sono spenti, brutto segno!

Riusciamo ad occupare due isbe, una per i feriti e gli ammalati, l’altra per il comando; perché qualcuno ha detto di avere visto il generale Battisti e lo aspettiamo: non si vede né lui né alcun altro del comando. Ma la notte non è tranquilla, pur essendo ben sistemati: prima brucia una coperta sulla stufa, poi allarmi continui; alle due vengono a dirci che tutti se ne sono andati…

Gianasso spaventato se ne esce; vado a vedere, nelle isbe c’è ancora l’Edolo, mentre il Bergamo sta preparandosi a partire dovendo raggiungere la posizione. Torno a dire di stare calmi e di riposare, alle cinque si comincia a sentire qualche sparo lontano, si affretta la partenza. Arriva un soldato dalle isbe fiancheggianti il paese, un po’ discoste, dicendo di essere scampato a tempo, vi sono i partigiani che stanno facendo fuori tutti quelli che trovano!

Ci muoviamo che comincia la sparatoria; si vedono ombre muoversi e correre in distanza, non siamo sicuri se russi o nostri che scappano; si percorre circa duecento metri fra le isbe, poi la strada gira a sinistra, sale su un argine intasato di soldati e slitte: si deve attraversare un ponte dove la sparatoria è più fitta; vedo il generale Tamassia e ‘ il generale De Filippi che su una slitta gridano per fare un po’ di ordine; nell’intasamento nessuno si muove, è come paralizzato dalla sparatoria sulla sinistra; tutti si precipitano sulla scarpata destra dove naturalmente le slitte si rovesciano, per mettere l’argine a protezione.

Con Colturi prendiamo, lui i cavalli, io il mulo di testa alla destra, con il moschetto pronto, dobbiamo passare ad ogni costo per non perdere le preziose slitte: ordiniamo di serrare sotto e di seguirci: sparano, non si vede nessuno, i russi sono ben nascosti nel terreno cespuglioso e dietro muretti di neve; non abbiamo bombe a mano per difenderci e nella confusione nessuno pensa più ad un’azione logica: è una massa sbandata e disorganizzata senza più armi.

Prendiamo d’infilata il ponte, poi appena passati si può scendere agevolmente sulla destra; passiamo incolumi; a Colturi dico, appena giù: “Adesso per spararci devono muoversi, salire sull’argine; quando ne scorgo uno lo inzucco”; e invece mi accorgo che le frasche sopra le nostre teste cadono come falciate dalla sparatoria sono infernali, non se ne scorge uno!

Procediamo guardinghi, per timore che la slitta s’impianti contro qualche cespuglio, girando per il terreno paludoso finché ci arrampichiamo di nuovo verso la strada sempre seguiti dagli altri; ritrovo prima Gianasso e poi Matteis; arriva l’attendente di Colturi annunciando che uno dei mensieri è stato ferito ad un braccio e l’ha affidato ad un capitano su una slitta lo ritroveremo alla sera. Incontriamo sempre più numerosi cadaveri di russi, specie dietro a muretti di neve, e purtroppo anche di alpini.

Più avanti ci si ferma: c’è uno sbarramento di carabinieri armati per impedire alla massa degli sbandati di disturbare; cercano a viva voce il Val Chiese che deve andare all’assalto, ma non può arrivare per la massa che fa muro, per la confusione enorme; devono anche sparare in aria per farsi strada. Diciamo che siamo del Ceva e che vogliamo andare a combattere anche noi; passiamo ma dopo qualche chilometro troviamo un secondo sbarramento, e quando sentono che siamo del Ceva non vorrebbero lasciarci passare; mi faccio riconoscere, capisco che la situazione dev’essere particolarmente preoccupante e difficile, qualcosa faremo, anche se siamo pochi i combattenti rispetto alla massa di feriti; ci lasciano andare e così capitiamo nel mezzo della mischia.

Siamo proprio davanti a Nikolajewka, arrivano moltissimi colpi di mortaio e di artiglieria, anche i nostri rispondono; c’è un momento di sosta, avanzano due semoventi, un carro blindato e un 88, seguiti da quattro NW 150; li seguiamo subito a contatto; infatti cominciano a sparare e subito la massa dei nostri con un urlo avanza, accolta da un formidabile tiro di mortai; ci buttiamo sulla sinistra sparpagliandoci. Arrivano aeroplani tedeschi che lanciano munizioni e viveri con i paracadute: troviamo solo carta che avvolgeva cioccolata speciale.

Appena finito il lancio, piombano due Rata, che buttano malamente due bombe, poi tornano mitragliandoci, ma prendendoci di fianco, con poco danno, forse perché disturbati dalla contraerea tedesca. Ci schiacciamo sulla neve, sperando di non essere colpiti; vedo le fiamme uscire dalle mitragliatrici, e sotto la pancia di un mulo mi sento proprio nulla. Passano; solo un alpino è lievemente ferito da una scheggia, con uno strappo ai pantaloni, erano cartucce dirompenti.

Il tiro dei russi si affievolisce e noi ci si muove più speditamente, quasi di corsa scendiamo alla ferrovia, l’attraversiamo e risaliamo velocemente la sponda opposta che è già sera; il toccare le rotaie ci da una specie di coraggio e di speranza, quasi fosse la salvezza. Cerco un’isba; ne trovo una affollata di tedeschi, dove si trova un capitano della Divisione Vicenza e il sergente Schieppati di Milano, sciatore del Monte Cervino, che era con me al Battaglione Tartaro nel ’40; caccio via i tedeschi, dicendo che loro hanno già altra zona di raduno, e poi mi abbraccio con il sergente su un divano, addormentandoci di colpo. Siamo fuori? Dentro? Non lo so. Solo dopo due giorni vedremo il primo villaggio con i camini che fumano e carri armati tedeschi con il cannone rivolto verso di noi: siamo fuori anche se in terra di nessuno, ma salvi: finalmente!

Sergente Giacomo Alberti
Battaglione Pieve di Teco, 1^ Reggimento Alpini

Durante la campagna di Russia facevo parte della seconda compagnia del Battaglione Pieve di Teco. Sul Don, la sera del 17 gennaio 1943 il nostro battaglione ricevette l’ordine di ripiegare, ed al mio plotone, comandato dal tenente Francesco Bruzzone, fu affidato il compito di far da copertura.

Alle 2 del mattino seguente (18 gennaio), come ci era stato ordinato, lasciammo la nostra postazione, per ricollegarci con il nostro battaglione. Subito ci rendemmo conto che la situazione era assai preoccupante. Lungo la pista di Popowka trovammo materiale, vettovaglie ed anche armi abbandonate; incontrammo incessantemente soldati che ripiegavano, mentre aerei sorvolavano continuamente la zona in lontananza, si sentivano rumoreggiare i cannoni.

Alcuni uomini della mia squadra, per il freddo, per la stanchezza ed anche impressionati dalla gravità degli avvenimenti, davano segni di scoraggiamento e dovetti incitarli non poco a tener duro. Purtroppo, giunti a Popowka non riuscimmo a trovare il nostro battaglione, che si era allontanato già da qualche ora verso un’altra direzione. Ci presentammo allora al comando di reggimento ed il colonnello Manfredi diede disposizioni affinché fossimo aggregati al Battaglione Ceva.

La nostra faticosa marcia proseguì ed il giorno 20 gennaio, verso le 5 del mattino, con la compagnia comando di questo battaglione, ci trovammo a combattere contro un agguerrito caposaldo russo a Nowo Postojalowka. In questa località dovevano aver avuto luogo già altre aspre battaglie, come era testimoniato dai morti e dal materiale bellico disseminati sulla neve.

Le compagnie del Ceva andarono all’attacco, una dopo l’altra, ma non riuscivano ad espugnare il caposaldo nemico, forte anche di carri armati pesanti. Ad un certo punto, tutte le compagnie del battaglione, già fortemente decimate, al comando del maggiore Avenanti, andarono simultaneamente all’attacco ed egli cadde a pochi passi da me, mentre al grido di “Viva l’Italia”, in piedi, incitava i suoi uomini. L’incalzare dei carri armati russi, che si facevano sempre più minacciosi, ci impedì di portargli un qualsiasi soccorso.

Da quel momento, non vidi neppure più il mio tenente che, fino ad allora, non cedendo mai allo scoraggiamento, trascinandosi carponi tra morti e residuati bellici, sotto una gragnuola di colpi, con il suo eroico esempio, aveva esortato tutti noi del I plotone ad andare avanti. Nel punto in cui egli si trovava con alcuni uomini era passato un carro armato e non riuscii a vedere se era stato fatto prigioniero o ucciso. Era ormai il pomeriggio di quel tragico 20 gennaio.

In pochi superstiti, ci ritirammo in mezzo alle case, dov’era piazzata l’artiglieria alpina e dove si trovavano anche gli ufficiali del comando di reggimento. I feriti, sistemati alla meglio su delle coperte erano numerosissimi. Del mio plotone, di cui, ormai, ero il solo responsabile, erano rimasti soltanto cinque alpini (Sonaglio, Marrone, Balbi, Crudi e D’Emilio) ed uno sciatore di cui non ricordo il nome. Dagli ufficiali del Ceva, ai quali mi ero rivolto, appresi che bisognava lasciare la zona, evitando di passare nel punto occupato dai russi.

Questo significava dover abbandonare anche il poco materiale di cui eravamo ancora in possesso, perché, per evitare il nemico, era necessario camminare su terreni scoscesi ed impervii, fuori dalle strade normali. Anche i feriti, con alcuni medici che si erano offerti volontari, furono lasciati in quel villaggio, perché era impossibile portarli con noi. Ci incamminammo quindi, guidati dal colonnello Manfredi, in un canalone, che si trovava sulla destra dello schieramento nemico e, con l’aiuto delle tenebre, riuscimmo ad evitarlo.

Sul far del mattino, un altro caposaldo russo ci impedì la marcia: si trattava, però, fortunatamente, di forze prive di mezzi corazzati e, in poche ore di combattimento, con le sole armi dei fucilieri, costringemmo il nemico ad abbandonare l’altura che occupava e proseguimmo il nostro cammino fino a notte. Giungemmo quindi in un bosco, nel quale ci fermammo a riposare qualche ora; tra gli alberi, sotto la neve, trovammo del fieno che ci serve per improvvisare dei giacigli, ma il freddo terribile impedisce di sostare a lungo e, dopo poche ore, riprendemmo il cammino.

A mezzogiorno circa, incontrammo un paese che, a prima vista ci parve disabitato e ci inoltrammo nelle case, in cerca di cibo e di riparo dal gelo. Fummo però subito sorpresi dall’arrivo di numerosi carri armati, sbucati improvvisamente per le strade, che cominciarono immediatamente a sparare su di noi, cercando anche di investire i gruppi di soldati. Non fu possibile organizzare una resistenza: diedi perciò ordine ai miei uomini di disperdersi, per non offrire un facile bersaglio al nemico. Purtroppo, non potemmo più ricongiungerci, perché ognuno prese una diversa direzione ed ignoro anche quanti se ne salvarono.

Io mi ritrovai con due soli uomini del mio plotone: Balbi e D’Emilio e con alcuni alpini di altri reparti, e con questi proseguii il cammino. La nostra marcia, sempre più difficile ed estenuante, continuò, ormai, eravamo esausti e scoraggiati: il freddo, la stanchezza, la fame, i numerosi combattimenti con i russi ci avevano completamente sfiniti. Finalmente, giungemmo in un paese nel quale si trovavano dei  reparti della Divisione Tridentina e con loro ci fermammo qualche ora. Ben presto, però, questi ripresero il cammino e noi, anche sé stremati, ci unimmo a loro, un po’ rincuorati per aver incontrato dei reparti ancora abbastanza organizzati.

In testa alla colonna marciava un’autoblindo e si capiva che su di essa viaggiava il comandante, perché un piccolo aereo venne a portare ordini e notizie posandosi sulla neve e ripartendo subito dopo. Alla sera di quello stesso giorno ci fermammo in un villaggio e, dopo molto tempo, anche noi potemmo riposare in una casa. La fame si faceva sempre più insopportabile, ancora una volta dovemmo accontentarci di carne di mulo cruda. Durante il giorno successivo fummo attaccati diverse volte, ma gli alpini della Tridentina erano ancora in grado di difendersi ed anche di contrattaccare e riuscirono sempre a mettere in fuga i russi.

Il giorno seguente incontrammo una resistenza ben più forte, il nemico presidiava un grosso paese e disponeva di molti uomini, mezzi corazzati, katiusce e armi automatiche. L’urto tra la nostra colonna e il caposaldo russo fu tremendo; tutti combattevano strenuamente, mentre io, stremato dai disagi sofferti, senza uomini e senza armi, dovetti limitarmi ad assistere, impotente, all’aspra battaglia che si svolgeva intorno a me, disperandomi di non poter portare anch’io un valido contributo. Riuscimmo, infine, a superare anche quella che era sembrata una barriera insormontabile.

Seppi poi, quando, molto più tardi, si cominciò a cercare di riordinare le idee ed a collegare i ricordi dell’uno e dell’altro, che doveva trattarsi della battaglia di Nikolajewka, ossia dell’ultima vera battaglia di sfondamento. Usciti da quell’ultima battaglia, io e molti altri, dopo aver camminato per alcune ore, non ci sentimmo più la forza di proseguire: ci fermammo quindi vicino a dei pagliai, ai quali appiccammo il fuoco per riscaldarci. Quando le fiamme si spensero ed il calore scomparve, fummo costretti a rimetterci in cammino, e mi accorsi di avere i piedi congelati.

Ero talmente sfinito che avrei rinunciato a partire, ma i miei due uomini che fino ad allora avevo protetto ed incoraggiato, mi costrinsero a continuare la sempre più faticosa marcia. Dopo ore di lento cammino, all’alba del giorno successivo, incontrammo un paese nel quale si trovavano degli alpini del Pieve di Teco. Erano del reparto salmerie ed avevano ancora delle slitte attaccate a muli, sulle quali trasportavano qualche ferito ed un po’ di viveri. Anch’io venni caricato su una di esse.

Vittorio Carbonetto
3′ Compagnia, Battaglione Pieve di Teco

Un piccolo reparto del Battaglione Pieve di Teco del 1^ Alpini ebbe a Popowka il suo destino segnato. Nelle prime ore di quel gelido pomeriggio, mentre l’immensa colonna umana si muoveva verso occidente ignara di andare incontro al lungo calvario della sanguinosa, ritirata, il I Plotone della 3^ Compagnia fu fermato da un ordine del comandante il battaglione, l’allora maggiore Carmelo Catanoso. La prima squadra di questo plotone fu mandata un paio di chilometri sul fianco della colonna per cercare di eliminare un centro di fuoco nemico che disturbava il movimento della colonna mietendo vittime.

Quei dodici segaligni liguri, aiutati anche da un po’ di fortuna riuscirono nell’intento e fedeli alla consegna non si mossero dalla balka conquistata fino a quando, a sera inoltrata, uno sciatore della Tridentina portò l’ordine di rientrare nella colonna e risalirla per mettersi a disposizione del comando di divisione.

Con gran fatica, “pistando” in mezzo ai vari reparti ciò fu fatto con la speranza anche di potersi riunire al proprio battaglione, ma purtroppo questo non avvenne mai poiché la ventura aveva avviato il Pieve di Teco su un altro itinerario: nel tremendo scontro a Waluiki contro preponderanti forze nemiche fu quasi totalmente distrutto dieci giorni dopo, e in quella località scrisse una delle più leggendarie pagine di valore.

Questo piccolo gruppo di liguri partecipò con oscura modestia ma con fermezza a tutti i combattimenti che la Divisione Tridentina sostenne nel lungo ripiegamento fino a Nikolajewka, stringendo denti e cinghia, imprecando e moccolando e con gran sofferenza come fecero tutti gli alpini che il destino inviò sul fronte russo. Combatterono con disciplina, seppellirono come poterono i loro morti e si portarono dietro i loro feriti fino in patria. La loro natura, il loro modo di pensare e di agire, il loro comportamento, unito alle tradizioni della loro terra furono gli elementi che cementarono questi uomini che mai si tirarono indietro e fecero con freddezza il proprio dovere senza discutere, mugugnando magari, e rimasero uniti sempre in ogni circostanza.

Mai fu necessario intervenire per disporre turni di guardia, mai fu necessario alzare la voce durante i combattimenti; un ordine preciso, uno sguardo negli occhi e il pensiero della loro baita nell’aspra terra di Liguria faceva di quei pochi alpini un’unica cosa; qualunque cibaria racimolata qua e là fu sempre egualmente divisa fra tutti; un intercalare dialettale faceto metteva un mesto sorriso su quei volti maschi e macilenti.

Pare impossibile come le qualità liguri possano esprimersi nei momenti più delicati della vita: con vigile tranquillità ognuno si assunse il compito più consono al proprio carattere: chi impartiva ordini, chi procurava munizioni o quel poco da mettere sotto i denti per placare i morsi della fame e chi si dedicava, nei momenti possibili, ai feriti curandoli con quel niente che si aveva, ma sempre rincuorandoli.

Si arrivò così alla famosa giornata che passò alla storia come la battaglia di Nikolajewka. Quel giorno il freddo attanagliava i corpi ormai esausti e lo spirito; quei poveri alpini non sapevano nulla di quanto avveniva, si trovavano al lato sinistro dello schieramento e seguivano con palese tensione ciò che succedeva nella parte centrale, fermi nella neve a ridosso della loro unica slitta che portava le ultime e poche munizioni e i feriti. Ancora oggi ricordano quei momenti di attesa e nei loro sguardi riappare quell’immenso carnaio di vivi e di morti e si chiedono come siano riusciti a non essere annientati dal ferro, dal fuoco, dal gelo e dalle privazioni.

Dopo varie fasi di lotta il combattimento investì anche il loro settore: un segno di croce, un pensiero ai propri cari e la speranza che la mano divina fosse su loro, poi si buttarono nella mischia per tutta la durata dell’impari lotta assieme agli altri alpini della Tridentina. A sera dopo il vittorioso combattimento, si riunirono nel tiepido calore di una isba della cittadina conquistata e guardandosi con apprensione pensarono ai camerati del Pieve di Teco, liguri come loro, sperando che quel turbine di distruzione non avesse toccato il loro bel battaglione: fu il contrario.

Ancora oggi quei pochi del Pieve che sopravvissero alla campagna di Russia, nei loro incontri annuali ricordano sempre con tanto fraterno amore i loro commilitoni scomparsi nelle gelide pianure russe che non alzarono mai le mani in segno di resa ma solo per salutare i loro caduti; e con orgoglio dicono: “Anche il Pieve di Teco era presente a Nikolajewka”.

Sottotenente veterinario Armando Fronzaroli
Battaglione Pieve di Teco, 1^ Reggimento Alpini

Io ero sottotenente veterinario del Battaglione Pieve di Teco comandato dal maggiore Carmelo Catanoso. Il battaglione era in linea sul Don quando giunse l’ordine di ripiegamento; dopo una freddissima notte di marcia giungemmo al luogo di concentramento dell’intero Corpo d’Armata Alpino. Anche se immaginavamo che la ritirata non sarebbe stata facile, tuttavia nessuno di noi aveva la precisa sensazione di ciò che ci avrebbe atteso.

Infatti una sera, dopo aver lasciato la località chiamata, se non erro, Malakijewa, c’incamminammo verso un’ampia radura sita tra due foreste; quando la colonna si fu addentrata lungo il pianoro, nutrite scariche di mitragliatrici la investirono provenendo dalle zone alberate: ci fu una reazione da parte degli alpini, ma anche un avanzamento più svelto della colonna stessa verso due strade che si aprivano al limite delle foreste; io ed alcune mie slitte delle salmerie prendemmo la strada di destra (logicamente, perché ci trovavamo sul limite destro della colonna), mentre il grosso e pressoché tutta la Divisione Cuneense s’avviarono invece per la strada di sinistra che li condusse poi a Waluiki ed alla prigionia.

Camminammo tutta la notte ed al mattino invano cercammo i nostri commilitoni; avevamo perduto il Pieve di Teco e non l’avremmo più ritrovato. Adesso, insieme con noi, erano in maggioranza uomini della Tridentina, della Julia, della Vicenza, della stessa Cuneense, nonché tedeschi, ungheresi, rumeni. In un’isba ci riunimmo e fraternizzammo con alcuni ufficiali e soldati della Tridentina, un piccolo reparto di salmerie comandato da un ufficiale biondo, barbuto, di media età, dal fisico robusto: il capitano Rossi.

Egli acconsentì volentieri a che ci unissimo al gruppo; parlando con accento bresciano ci disse che anche lui aveva perduto il contatto col comando di battaglione, ed era contento di accoglierci in quanto uniti avremmo avuto più probabilità di cavarcela. Così restammo insieme nei giorni seguenti cercando di risparmiare il più possibile le vettovaglie e di procurarcene nei villaggi che attraversavamo, cosa questa ogni giorno più difficile.

Alcuni che erano insieme al capitano Rossi (non ricordo il suo nome di battesimo) subito mi fecero intendere di stimare poco il loro superiore: lo consideravano pressoché una nullità, un antipatico e noioso egoista che si lagnava continuamente di tutto, e aveva un esagerato timore di perdere la pelle.

Neppure dagli alpini era troppo ben visto: lo avevano ironicamente soprannominato “Garibaldi” ed accennavano a lui sempre e soltanto con questo soprannome; e invero, la barba bionda e folta, il naso dritto, la figura stessa della persona, era facilmente accostabile alla caricatura dell’eroe dei due mondi. Nei primi giorni della ritirata c’era ancora una parvenza di distinzione gerarchica fra i gradi militari, che di giorno in giorno rapidamente calò. Pur tuttavia, il capitano Rossi, fosse per la sua presuntuosaggine o forse perché una volta era stato anche temuto, conservò una certa parvenza del grado, e nessuno del gruppo si prese mai con lui eccessiva confidenza.

Invece ebbi la conferma che lui sapeva di non essere ben visto quando una volta mi avvicinò e, dopo avermi lungamente parlato della famiglia e dei bambini, mi manifestò apertamente il suo dispiacere per non essere riuscito a farsi amare dal reparto. Ricordo che sentii per lui una certa pena; pensai che infine non era colpa sua se per natura era di carattere antipatico.

La sera prima della battaglia di Nikolajewka eravamo sfiniti, senza cibo, ormai completamente demoralizzati; a stento trovammo asilo in un’isba semidiroccata: legati i muli intirizziti anch’essi allo stremo delle forze, ci sdraiammo tra coperte luride e indurite dal gelo, gli uni addossati agli altri, tra le grida represse dei congelati.

Giunse l’alba e ci cominciammo a preparare per un altro giorno di marcia. Il vento continuava a soffiare fastidioso e implacabile come la sera precedente; il capitano Rossi si mosse in silenzio con gli altri, ormai proprio uguale agli altri, senza prosopopea ed anche senza più lagnarsi. Ci imbrancammo con la colonna già in movimento; andavamo avanti, l’uno dopo l’altro, affondando gli arti nella neve con fatica smisurata. Ma a un tratto la colonna si fermò.

Era capitato altre volte, ma non così improvvisamente. A poco a poco gli uomini si affiancarono, si ammassarono, disponendosi a raggera sulla sommità di un largo pendio che digradava verso un grande centro abitato. Mentre tutt’attorno venivano raggruppandosi i componenti della colonna in ritirata, poco lontano esplodevano i proiettili nemici e dalla città si udivano gli spari della battaglia già ingaggiata da tempo.

Tutti restammo fermi in attesa dello sviluppo del combattimento e intanto cominciarono a giungere le prime notizie: eravamo davanti a Nikolajewka, il presidio russo doveva essere molto consistente, tentativi di sfondamento degli alpini erano fino allora falliti, presto sarebbe disceso un reparto tedesco e forse tutto si sarebbe risolto.

Ma cominciarono a trascorrere le ore e nulla di nuovo accadeva mentre la forzata immobilità acuiva su di noi i morsi del gelo. A un certo punto giunse la notizia che i tedeschi si rifiutavano di attaccare; la situazione si faceva di momento in momento sempre più grave, il sole stava declinando, e si profilava il terribile spettro di una notte all’addiaccio. A un tratto tutto lo schieramento fu percorso come da un vocio confuso che stava ripetendo un consiglio, un’esortazione: bisogna scendere a basso tutti insieme… è meglio morire combattendo che morire di freddo…

Era come un brusio, un vai e vieni di voci confuse ed alterate. Ma poi tutto si attenuò, scomparve; lo scoramento sembrò aver avuto il sopravvento: nessuno osava, nessuno si azzardava a muoversi. Ma ecco a un tratto farsi avanti un uomo, un uomo dalla bionda barba ghiacciata; prende la cavezza del primo mulo e comincia decisamente a scendere verso valle.

Subito, seguendone l’esempio, noi della folla cenciosa ci riversiamo giù per la balka, ed era chiaro che ormai niente e nessuno avrebbe potuto fermarci, nemmeno le bombe che ci esplodevano intorno. Anche noi seguimmo il nostro capitano, guardandone come ipnotizzati il bel volto eretto. E poi avvenne il miracolo: i pezzi russi cessarono di sparare. Ci sembrò addirittura di scorgere i russi fuggire tra le sempre più vicine isbe di Nikolajewka, e ci apprestammo a piombare sulla città come falchi affamati, spinti da una forza sovrumana donataci dall’esempio del capitano Rossi, che mai avremmo creduto capace di tanto.

No, non fu il capitano Rossi a conquistare Nikolajewka; la città fu presa metro per metro dagli sparuti ma valorosi reparti alpini che per l’intera giornata combatterono e morirono tra le sue tragiche isbe; ma per noi, per noi delle salmerie sbandate, il principale conquistatore di Nikolajewka fu proprio lui, il capitano Rossi detto Garibaldi.

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ARCO, COSA C’ERA OGGI SUL GIORNALE? – 20 ottobre

a cura di Cornelio Galas

20 ottobre 2000

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20 ottobre 2001

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RIVA, COSA C’ERA OGGI SUL GIORNALE? – 20 ottobre

a cura di Cornelio Galas

20 ottobre 2000

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Orsi (e altro) sui giornali – 20 ottobre

a cura di Cornelio Galas

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20 ottobre, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

20 ottobre 2017

 

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Solo sole

di Cornelio Galas

Grappoli di lacrime appassite
su pericolanti altalene
di legno marcio
vigneti spogli nella nebbia
ai piedi foglie secche
da calpestare.

 

Qui ero già stato anni fa
non ricordo come, con chi
e se c’ero anch’io
con pensieri da ingiallire
e se la strada era uguale
per tornare al caldo.

 

Mancano le pannocchie
bandiere alte del balcone
per salutare solitudini
parlando solo col vento
e con cani senza guinzaglio
liberi di morire.

 

L’acqua del fiume è calma
risparmia, per ora, ruggiti
come le piante attorno
che la linfa trattengono
per i giorni della crescita
nel letto del letargo.

 

Il sole verrà anche domani
meno caldo, quasi invisibile
Saranno i suoi baci
a dar speranza, ancora, ancora
perché non si spenga di colpo
questo fuoco di paglia.

 

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ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 42

a cura di Cornelio Galas

Fonte: “Nikolajewka: c’ero anch’io”. Giulio Bedeschi. Testimonianze fra cronaca e storia

DIVISIONE VICENZA E REPARTI VARI

di Giulio Bedeschi

In conseguenza del trasferimento della Julia nel settore della Cosseria, dal 18 dicembre in avanti la Divisione di fanteria Vicenza venne inserita in linea nelle posizioni tenute fino allora dalla Julia, e avendo ai fianchi la Tridentina e la Cuneense ebbe la responsabilità del settore di fronte per un intero mese; dopo di che divise fino all’ultimo giorno della ritirata le vicende del Corpo d’Armata Alpino nella duplice direttrice di Waluiki e di Nikolajewka e lasciando sul suo cammino, per le vicissitudini del ripiegamento e per i combattimenti sostenuti, la quasi totalità dei suoi effettivi.

La Vicenza era stata inviata in Russia con compiti di presidio e di retrovia, essendo costituita per lo più da uomini anziani, della più varia provenienza, in buona parte ceduti dai servizi dell’aeronautica, male armati, peggio equipaggiati (molti dotati soltanto, ancora in pieno inverno, della sola divisa di tela). Suddivisa in due soli reggimenti (il 277º e 278º di fanteria) per un totale di circa 12.000 uomini, la Vicenza era anche priva del reggimento di artiglieria; alle sue dipendenze vennero quindi posti i Battaglioni alpini Morbegno, Vestone e Pieve di Teco, ed alcuni reparti di artiglieria a cavallo della Divisione Celere, assieme ai quali tenne con valore e sacrificio la linea sul Don, fino a quando il 17 gennaio venne raggiunta dall’ordine di ripiegamento.

Giulio Bedeschi

In tale data, muovendo di pari passo fra gli alpini della Tridentina e della Cuneense e mantenendo in forza i reparti alpini soprannominati, suddivisa in due scaglioni raggiunse rispettivamente Podgornoje e Popowka, e da allora le vennero assegnati dal Comando del Corpo d’Armata Alpino compiti di retroguardia, la cui esecuzione risultò durissima, trovandosi la divisione esposta quasi in continuità ad attacchi dei russi che agganciavano in combattimento la coda della grande colonna.

Trasferitasi il 19 a Ssamoilenkoff, a sera venne fatta proseguire su Lessnitschanskij dove con un duro combattimento conquistò il paese, e proseguì poi marciando per tutta la notte fra frequenti attacchi di partigiani e raggiungendo nella mattinata del 21 Nowo Karkowka e in nottata Lymoriwka, fra indicibili fatiche rese insostenibili dal gelo e dalla fame che operavano uno sterminio fra le file dei fanti ormai stremati.

Nella serata del 22 la Vicenza giunse a Scheljakino, già rioccupata dai russi che durante la giornata erano stati cacciati dalla Tridentina; soltanto a prezzo di un durissimo combattimento la Vicenza col Pieve di Teco poterono infrangere e superare l’ostacolo, per riprendere la marcia nelle ore notturne, lasciando sulla neve di Scheljakino il quartier generale della divisione e la quasi totalità di un battaglione, distrutti durante il combattimento.

Reparti della Vicenza si spingono nella zona di Warwarowka e si trovano impegnati nel combattimento e nella strage che i carri armati russi operano sul Morbegno della Tridentina, che rimane praticamente distrutto, e sugli altri reparti che si trovano a diretta portata dei cingoli, o sotto tiro delle mitragliatrici e dei cannoni di bordo.

Dal 24 al 26, in condizioni sempre più insostenibili la divisione prosegue in una serie di marce massacranti, spesso attaccata dal nemico; nei combattimenti si impegna in particolare il Battaglione Pieve di Teco, che mai cessa di portare ai più provati reparti di fanti il suo determinante apporto nei numerosi combattimenti, esempio preclaro di solidarietà fra alpini e fanti. Il 26 gennaio il grosso della divisione giunge in vista di Waluiki, ma le residue speranze crollano nel trovare il cammino sbarrato da forti contingenti russi contro i quali la Vicenza e il Pieve di Teco ingaggiano combattimento.

Fanti ed alpini lottano aspramente insieme per l’ultima volta innanzi a Waluiki, poiché la strapotenza delle forze russe si impone con determinante evidenza. Quando lo sbarramento si è dimostrato assolutamente invalicabile, e la morte per assideramento nella notte incipiente è cosa certa per le truppe immobilizzate sulla neve, un parlamentare russo si fa innanzi e offre la resa, che il generale comandante della Vicenza suo malgrado si sente in dovere di accettare.

Ma prima della resa formale, dal Battaglione Pieve di Teco si leva l’ordine, subito eseguito, di presentare le armi ai caduti. Nella stessa ora, sul venir della sera, un’altra più ridotta colonna della Vicenza che con diverso itinerario si era trovata a seguire la marcia della Tridentina, scendeva con le armi in pugno il costone che portava a Nikolajewka.

Colonnello Giulio Cesare Salvi
Comandante 277º Reggimento Fanteria

Dopo il 15 dicembre la Vicenza è destinata a sostituire in parte la Julia sul Don, mentre il I/277º rinforzato dalla compagnia cannoni reggimentale, deve sostituire il Battaglione sciatori Monte Cervino nella difesa sudest di Rossosch. Si hanno i primi morti a Semejki, Husinki, sulla penisola “Beitrame” e sugli altri caposaldi.

La situazione peggiora. Il 15 gennaio ’43 il I/277º dislocato alla difesa di Rossosch, viene travolto dai carri armati russi e pochissimi ufficiali e soldati riescono a sfuggire. Lo stesso giorno i carri armati entrano in Rossosch e il comando del C. A.A. ripiega verso nord a Podgornoje. In linea non si ha ancora la sensazione precisa della gravità della situazione. Il giorno 17 il C. A.A. ha ricevuto ordine di ripiegare verso ovest; avverte le divisioni che devono considerarsi come operanti in alta montagna, distruggendo e abbandonando tutti gli automezzi.

La Vicenza che aveva i suoi battaglioni dispersi lungo tutto il fronte del C. A.A., i quadrupedi in nuclei sparsi nell’ampio settore, quindi praticamente priva di mezzi, deve raccogliersi in valle Rossosch e costituire fiancheggiamento prima, retroguardia poi, alla divisione Tridentina che, fuori dalle piste, muove verso Podgornoje. Nella notte sul 18 i reparti della Vicenza largamente intervallati, spezzettati da mille contrarietà, iniziano il loro movimento verso ovest.

La tragedia ha inizio. Marcia lenta, penosa, col fardello minimo indispensabile di qualche galletta e scatoletta. L’ordine parla di viveri per 4 giorni, ma non è possibile eseguirlo. Penso ancora con sdegno all’incendio di un magazzino di passamontagna. I miei soldati sono stati un mese in linea sul Don senza di essi, perché mi era stato detto che non c’erano disponibilità. …Postojalyi presenta un tremendo spettacolo di morte e devastazione. Ovunque cadaveri russi, qualche alpino, qualche fante, carogne di muli uccisi dal ferro e dal gelo.

Superato Postojalyi e dopo breve sosta a Nowo Karkowka, la Vicenza raggiunge nella notte sul 22 Limarew, mentre la Tridentina sta per lasciare il paese. Incendi, devastazione, morte ovunque e sempre. Nello stesso pomeriggio, il 277º Reggimento riceve ordine di portarsi in testa alla colonna Vicenza che, sempre come retroguardia della Tridentina, deve puntare su Scheljakino e proseguire oltre.

A Warwarowka, per testimonianza di diversi scampati, rientrati successivamente nella colonna rimasta ai miei ordini, si sono svolti nei giorni 23 e 24 gennaio, combattimenti sanguinosissimi. Il 1^ Gruppo dell’artiglieria a cavallo, dopo aver sparato sino all’ultimo colpo contro i carri armati russi, inchioda i pezzi. Fanti del II/277º alzando le torrette di due carri armati, immobilizzano gli equipaggi a colpi di bombe a mano.

Gli alpini del Morbegno confermano la loro eroica tradizione, Non c’è dubbio che lo scopo assegnato durante il ripiegamento del Corpo d’Armata Alpino alla Divisione Vicenza sia stato, a costo di perdite gravissime, pienamente raggiunto. Le forze nemiche trattenute, impegnate, logorate per oltre sette giorni consecutivi, non hanno potuto gettarsi nella scia della Tridentina che procedeva in testa lottando eroicamente contro le forze nemiche che aveva di fronte. Ma il sacrificio quasi totale della Divisione Vicenza a favore del Corpo d’Armata Alpino nei primi sette giorni della durissima vicenda, non è stato né valutato né ricordato da nessuno.

Occorre pensare che i reparti della Vicenza, a differenza di quelli alpini, non disponevano di quadrupedi né di slitte. Che costituendo retroguardia la Vicenza lungo l’itinerario della Tridentina, non riusciva a trovare quasi nulla di che vettovagliarsi. Prima di chiudere questa breve sintesi, voglio ricordare gli eroici fatti d’arme di Nikitowka e Nikolajewka che per essere avvenuti al termine della residua capacità combattiva dei reparti, meritano un particolare rilievo.

Nel primo e nel secondo episodio i fanti superstiti della Vicenza che avevano serrato sotto ai compagni della Tridentina, non furono solamente spettatori. Infatti, verso le ore 15 circa del 26 gennaio, attraverso il maggiore Di Leo, sottocapo di stato maggiore della Tridentina, ricevetti richiesta dal generale Reverberi di inviare uomini per l’estremo attacco a Nikolajewka. Riunii così circa cento fanti, che vennero impiegati con gli alpini…

Capitano degli alpini Luciano Damiani
Comandante la 5^ Compagnia, 277º Reggimento Fanteria

Sono un ufficiale che ha avuto il singolare merito e privilegio di aver servito la patria come fante e come alpino. Che posso dire di Nikolajewka? Se cerco di riportare la mia mente esattamente al pomeriggio del 26 gennaio 1943, quando cioè non si poteva sapere che stava per iniziarsi una determinante battaglia che, in sèguito, sarebbe entrata nella leggenda, devo dire onestamente che Nikolajewka, pur presentando caratteristiche del tutto particolari, rappresentò allora per me semplicemente uno dei tanti combattimenti e, sotto un profilo strettamente personale, non il più importante.

A Nikolajewka ero fra gli sbandati ed a stento sono riuscito a salvare un corpo stremato e ormai privo di quell’anima che avevo lasciato accanto ai caduti del mio reparto, lungo il tormentoso e insanguinato itinerario che dai capisaldi del Don mi aveva appunto portato al terrapieno di Nikolajewka; per me hanno un angoscioso significato le feroci battaglie di Scheljakino prima e Warwarowka poi dove, in quest’ultima località, il mio reparto eroicamente combattè in sublime emulazione con gli alpini del Morbegno e dove vidi morire il maggiore Sarti. Là il reparto fu totalmente distrutto.

Ecco perché, per quanto personalmente mi riguarda, Nikolajewka ha importanza relativa: fui uno spettatore, non un protagonista. Nel febbraio del 1943 ho riportato in Italia dei frammentari appunti che successivamente ho voluto riordinare. Qui trascrivo quanto testualmente leggo:

“All’alba del 26 gennaio riprendiamo faticosamente la marcia: sono rimasti con me soltanto una quindicina di uomini. Raggiungiamo Nikolajewka verso le prime ore del pomeriggio e noto che reparti della Tridentina si stanno schierando in ordine di combattimento ai margini della località. In testa al 6^ rivedo il colonnello Signorini, il mio vecchio caro comandante di compagnia al Bassano; il 5^ Alpini in posizione più avanzata sta fronteggiando i russi lungo un terrapieno sul quale corre un binario ferroviario.

Mi avvicino ad un reparto di alpini e metto i pochi uomini a disposizione: se ci sarà da combattere ancora, combatteremo con loro. “Calano le prime ombre della sera quando gli alpini della Tridentina furiosamente investono Nikolajewka: la massa degli sbandati ha serrato sotto, pronta a intervenire anch’essa nell’ultimo disperato tentativo. Ho perso il contatto con il reparto di alpini e sono raggiunto dagli sbandati che, quale gigantesca inarrestabile ondata, avanzano anch’essi incuranti del fuoco che rabbiosamente li investe.

Più avanti la battaglia è feroce: da una parte i russi che intendono distruggere la golosa preda, dall’altra gli alpini che lottano per la sopravvivenza. “Dopo alterne, tragiche fasi la resistenza russa è spezzata ed attraverso il varco liberatore passano di slancio i resti vittoriosi del Corpo d’Armata Alpino: siamo rimasti in pochi, non più uomini ma spettri addirittura, con la fronte alta però come chi ha dato tutto senza mai piegare, per l’onore della patria.”

Qui terminano i miei appunti…

Capitano Valentino Husu
Comandante la Compagnia cannoni anticarro 47/32, 277º Reggimento Fanteria

Dopo un primo schieramento anticarro sulla sinistra della Divisione Julia, che dal Don si era portata verso Rossosch a protezione dell’ala destra del Comando Corpo d’Armata, minacciato di avvolgimento dalla rottura del fronte, la compagnia cannoni anticarro del 277º Reggimento Fanteria, Divisione Vicenza, veniva (con altri reparti del Corpo d’Armata Alpino) destinata a proteggere verso sudest la piazzaforte di Rossosch, sede del predetto Corpo d’Armata. In particolare doveva sorvegliare in funzione anticarro le provenienze dalla direttrice Kantemirowka, caduta in mano delle forze sovietiche.

Il 15 gennaio 1943, quando i sovietici sferrarono il loro violento attacco di sorpresa contro la località di Rossosch, sede del Corpo d’Armata Alpino, la città venne occupata e perduta due volte in due giorni, la compagnia confermava in cruentissime azioni di fuoco, nell’impari lotta contro i soverchianti carri armati sovietici, la fiducia che il reparto aveva meritato.

Nei numerosi episodi che le tragiche circostanze di quei lontani giorni portarono all’annientamento di tutti i reparti schierati alla difesa sudest di Rossosch, i reparti della compagnia scrissero pagine di assoluto sacrificio. Ricorderemo fra i tanti quello del 3^ Plotone Cannoni 47/32 agli ordini del sottotenente Bernardi. Tale plotone schierato a cavallo della pista KantemirowkaUkrainez, aveva il compito di sbarrare le provenienze dei carri armati da Kantemirowka.

Nella notte sul 15 gennaio un massiccio attacco di sorpresa di carri sovietici si scatenò sulla debole cortina difensiva della piazzaforte di Rossosch. Il plotone cannoni affrontava l’impari lotta con furore selvaggio. Ad uno ad uno i serventi dei pezzi, sottoposti al massiccio fuoco delle mitraglie di bordo e dei pezzi, venivano messi fuori combattimento.

Il sottotenente Bernardi, fulgida figura di soldato, dopo aver trasportato in una vicina isba gli ultimi due serventi feriti, affrontava da solo con spavalda decisione i carri armati avanzanti, sui quali purtroppo i proietti anticarro nulla potevano contro le corazze. Ferito a morte dalle raffiche ravvicinate delle mitraglierie di bordo, il sottotenente Bernardi si abbatteva sul cannone, venendo successivamente maciullato per schiacciamento del carro armato, contro il quale aveva inutilmente sparato gli ultimi colpi di granata.

Tale episodio, come tanti altri, a causa dell’annientamento di tutti i reparti schierati nella zona, sarebbe rimasto ignorato se non fosse stato raccontato da un superstite, il tenente Dall’Oglio comandante la 2^ Compagnia del I/277^, schierata sulle alture alla destra dei cannoni, il quale dall’alto della sua posizione aveva assistito de visu alle varie fasi dell’eroica vicenda.

L’ufficiale rimpatriato nel 1949 dalla Russia, oltre a raccontare il fatto esaltando la condotta dell’eroico sottotenente Bernardi, disse che dopo il passaggio dei carri, si recò sulla piazzuola del pezzo e constatò la morte del sottotenente Bernardi e di tutti i serventi dei pezzi ad eccezione dei due feriti ricoverati dal Bernardi nella vicina isba prima di affrontare da solo l’eroico sacrificio.

Tenente Franco Infantino
277º Reggimento Fanteria

E’ giusto che il silenzioso ed umile sacrificio dei fanti della Vicenza sia tramandato ai posteri insieme a quello delle “penne nere”. Accomunati agli alpini in trincea (il mio battaglione sostituì in linea il Gemona) e lungo il duro cammino della ritirata, i combattenti della Vicenza si sono guadagnati, io credo, l’onore di una citazione al merito nell’albo d’oro della Julia e delle altre divisioni alpine.

Riferendomi alla battaglia di Nikolajewka, quel che io ricordo chiaramente di quella drammatica e titanica lotta sono i furiosi attacchi degli alpini e dei reparti superstiti della Vicenza incitati all’attacco dal colonnello Salvi, il quale sempre in piedi correva a destra e a manca incurante dei proiettili di mortaio che ci scoppiavano intorno, trascinandosi dietro, lungo l’interminabile china cosparsa di morti, noi pochi scampati alla sacca di Warwarowka.

Ricordo che, mentre sostavo con lui dentro un cratere prodotto un attimo prima dall’esplosione di un mortaio, corse voce che era morto il generale Martinat. Salvi mi lasciò dicendo che sarebbe andato a prendere contatti con il comando della Tridentina. Io mi avvicinai ad un’isba che stava alla mia destra da dove un pezzo di artiglieria sparava incessantemente sull’abitato e mi improvvisai servente al pezzo. Un tenente alpino a testa nuda che dirigeva il tiro in piedi, allo scoperto, mi rivolse un sorriso e poi continuò a bestemmiare ed a lanciare improperi contro i russi.

Geniere alpino Tomaso Torri
Comando del 30º Battaglione Guastatori del Corpo d’Armata Alpino

Il 15 gennaio del 1943 mi trovavo a Rossosch, quando la mattina alle 7,30 circa presi una telefonata dal generale Tamassia; riferii immediatamente al mio tenente Mario Furio di Milano il quale ordinò di partire con qualunque mezzo per il bivio di Podgornoje perché stavano arrivando a grande velocità i carri armati russi. Così arrivati al comando ci incontrammo con altri guastatori compreso il comandante del battaglione, Vincenzo Mazzuchelli, uomo di alto coraggio.

La sera verso le ore 20 ritornammo ancora al nostro accantonamento; purtroppo il maggiore Mazzuchelli mancava. I nostri guastatori hanno fatto strage quel giorno distinguendosi su tutto e dappertutto, purtroppo la mattina seguente abbiamo dovuto abbandonare ogni cosa e metterci in marcia.

Alpino Mario Faverio
Quartier Generale del Corpo d’Armata Alpino

Era il 25 gennaio ’43. Da più di due giorni non mangiavo, e nei precedenti avevo mangiato molto, ma molto poco. Le forze mi mancavano ed il levare una gamba dopo l’altra dalla neve alta mi costava una notevole volontà. Quasi all’improvviso vidi un alpino passarmi accanto con il suo cappello in mano e notai che era colmo di patate, o così mi parve.

Lo chiamai più volte, lo supplicai di darmi una patata, l’avrei mangiata così cruda, subito, ma lui non mi rispose, neppure mi guardò. Pensai poi fosse sordo, o non so che, non potevo credere che mi negasse quel poco che gli chiedevo. Proseguii la marcia coi miei compagni e dopo poco tempo (forse erano passati minuti o forse ore) vidi davanti ai miei piedi fra la neve una patata. L’avrà persa l’alpino di prima, pensai, e la raccolsi immediatamente.

Un secondo dopo la portai alla bocca e solo allora mi accorsi che non era una patata ma sterco di mulo. La gran fame che sentivo aveva fatto trasformare ai miei occhi quello sterco in una patata, visione che mi fu difficile cancellare. Risciacquai la bocca con la neve e proseguii. Il giorno dopo, 26 gennaio, a pochi passi dal generale Reverberi, udito il suo incitamento mi spinsi all’attacco per la conquista di Nikolajewka.

Sottotenente Ottobono Terzi di Sissa
2^ Batteria, 1^ Gruppo, Reggimento d’Artiglieria a Cavallo

A Nikitowka, dietro l’isba dove avevo passato la notte, c’era il vuoto. Non c’era anima viva in questo primo mattino. La pianura ucraina mi sembrava un’immensa piazza chiara in cui il vento aveva dilatato i colori e le misure. L’occhio vagava senza confine. I russi non si erano ancora mossi. La notte era trascorsa nella calda isba e tutti i nostri soldati, sdraiati sullo sporco pavimento, si stavano sgranchendo le membra, lentamente, nel risveglio: era quasi l’alba ed eravamo più stanchi di ieri.

Sarebbe venuta pure per noi una vita da cristiani o avremmo dovuto rincorrerla, come in quei momenti, ora per ora, giorno per giorno, continuamente? La notte passata non era trascorsa tranquilla per noi: si erano uditi parecchi colpi di artiglieria in lontananza e lo sferragliare rapido sulla pista gelata di molti T 34 russi e, durante la corsa, lo sparo dei loro cannoni contro le isbe del villaggio.

Una casa si era incendiata, laggiù sulla sinistra, e con essa chi la occupava; alcuni soldati italianierano usciti correndo e rotolavano nella neve come sacchi pesanti. La marcia della colonna doveva riprendere, bisognava assolutamente partire. Alcuni superstiti della Sforzesca e della Vicenza erano indecisi a muoversi, tanto, dicevano, nessuno tornerà più in Italia. Convincerli non fu cosa da poco. Finalmente tutti in marcia. I tedeschi avevano le carte topografiche e noi non avevamo nulla. Domandai ad un ufficiale del Bergamo dove ci saremmo diretti e mi rispose con un nome solo: Nikolajewka.

Ero entrato nella lunga colonna della Tridentina due giorni prima, insieme ad alcuni tedeschi ed ai miei soldati con il tenente Fagnani. Pochi, è vero, ma tutti miracolosamente sfuggiti alla prigionia russa. Ricordavo bene quando mi avevano arrestato a Warwarowka, quella mattina del 24, il mitra del partigiano ucraino puntato sulla mia schiena (ricordo ancora oggi dopo tanti anni il punto preciso), e la frettolosa, rapida perquisizione personale.

Le sei piccole bombe a mano che avevo indosso dall’epoca della “linea” sul Don, e l’unica scatoletta di carne congelata, a terra, sulla neve ghiacciata. Tutto il mio avere custodito con tanto amore… La tragica notte di Warwarowka era ancora ben chiara nei miei occhi: il carro armato russo lanciato come una catapulta sopra i nostri pezzi, quasi a schiacciarli, la strage dei cavalli legati ai cassoni dei proiettili, il rumore dei T 34 che si allontanavano per poi scomparire nella gelida oscurità.

Il sangue era dappertutto, illuminato dalle numerose isbe in fiamme. Perché tanta strage? Il reggimento di Artiglieria a Cavallo cui appartenevo, aveva fatto cose superlative, insieme ai valorosi alpini del Morbegno ed agli artiglieri del Bergamo. Quattro carri armati sicuramente centrati e molti altri seriamente danneggiati. E le colonne dei superstiti italiani che si allontanavano dal centro della battaglia, come lancette impazzite di un orologio ruotanti in tutte le direzioni, verso un caposaldo alleato che non esisteva… La breve prigionia, l’evasione con i miei soldati ed il rientro nella Tridentina, che lentamente ripiegava trascinando con sé i suoi dolori e la sua disperazione.

Nikolajewka mi apparve in quel gelido pomeriggio di gennaio dopo una marcia iniziata all’alba. Prima mi apparvero le cupole della grande chiesa ortodossa, poi la collina che scendeva dolcemente verso la ferrovia con il sottopassaggio ed infine la città che si stendeva verso nord ed una grande moltitudine di soldati stesi a terra come massi neri sul candore della neve. Gli alpini erano là distesi da molte ore ed io li vedevo solo ora. A tratti si udivano raffiche di mitra, fragore di bombe a mano e di mortai, poi un silenzio tragico di
morte.

Il sanguinoso scambio riprendeva dopo breve tempo. Il mortaio piazzato vicino alla chiesa continuava a sparare ad intervalli brevi. Vedevo alcuni corpi immobili che giacevano nella neve: ma quali erano i vivi? Tutti erano uguali nel combattimento. Stavo assistendo ad una grande tragedia, con un palcoscenico dilatato, enorme. Un colpo del solito mortaio colpì a pochi passi da me un giovane cavalleggero del Novara. Rantolava a terra. Accorse un cappellano.

Gli occhi del giovane disteso sulla neve guardavano il cielo ed egli mormorava qualche cosa. Gli presero il piastrino, il portafoglio e l’orologio. Non c’era più niente da fare: era in coma. I colpi dei mortai continuavano a cadere ed a uccidere. Una tragedia senza fine. La battaglia si presentava d’esito incerto. Il tramonto si approssimava veloce e, gli alpini non mollavano da ore ed ore. Se non si fosse entrati quella sera a Nikolajewka si sarebbe morti tutti congelati sulla collina gelata.

Ad un tratto vidi il generale Reverberi farsi largo tra la folla dei soldati, salire su un semovente tedesco e con voce roca dal gelo gridare incitando tutti: “Avanti, avanti, Tridentina, avanti alpini!”. Tutti gli uomini distesi, alpino e no, si alzarono di scatto, puntarono le armi correndo laggiù verso il sottopassaggio della ferrovia, stretto ed oscuro.

Alcuni con le baionette inastate, altri con i mitra presi ai russi, altri con solo delle bombe a mano. Tutti correvano sicuri che questa volta ce l’avrebbero fatta… Il grosso della colonna che era alle mie spalle si mosse lentamente, inesorabile come l’acqua di un fiume che avesse rotto gli argini travolgendo ogni cosa. Avevamo vinto; sì, avevamo superato il sottopassaggio, eravamo con le prime avanguardie nei dintorni della chiesa, verso le prime isbe.

Dopo alcuni giorni venimmo a sapere quello che avevano fatto gli alpini in quel giorno terribile: avevano sconfitto, senz’armi o quasi, un’intera divisione sovietica giunta nella notte a Nikolajewka per sbarrare la strada alla Tridentina e distruggerci. La vita, la nostra vita di soldati e di uomini, c’era stata ridata ancora una volta. Gli alpini l’avevano offerta a noi con le loro mani ancora tremanti per i tanti colpi di moschetto, sporche di tanto eroismo e di tanta lotta disumana.

Sapevano che era in gioco la nostra esistenza e si erano sacrificati tutti per noi. La nostra vita è ancora con noi, mi dicevo guardando le ultime fasi della battaglia, è ancora nostra… Domani avremmo ripreso la marcia verso l’ignoto con una grande e nuova speranza nel cuore.

Alpino Sandro Bianchirli
Pattuglia di Collegamento presso la 7^ armata tedesca

Era il 26 gennaio del triste anno della ritirata di Russia, sulle prime ore del pomeriggio. Dall’alba si combatteva o si battevano i piedi nella neve a temperatura siberiana, mentre un fuoco di fila di cannoni e mitraglie di ogni calibro inchiodava i nostri reparti sulla discesa che portava al terrapieno della ferrovia che favoriva i difensori del villaggio russo che intralciava la nostra ritirata: Nikolajewka.

Tra la folla più o meno disciplinata di quei soldati che cercavano una via di scampo, scorsi improvvisamente vicino a me il tenente Ugo Merlini (eravamo amici d’infanzia). Al ritrovarci in quel frangente, dove la vita era attaccata ad un lievissimo filo sia per il fuoco nemico che falciava vite umane a più non posso, sia per il freddo che, digiuni e demoralizzati come eravamo, faceva crollare i fisici più temprati, ci abbracciammo; ci domandammo a vicenda come stavamo.

Merlini, il momento dell’attacco decisivo era imminente, vistomi affamato e malmesso mi
disse: “Coraggio…, o la va o la spacca, bisogna mettercela tutta; prendi, è l’ultima scatoletta che ho, tu hai più fame di me (e mi consegnò una preziosa scatoletta di carne) prendi anche questa, ora ci vuole anche lei (e mi consegnò una bomba a mano), se hai la fortuna di passare da questo inferno e di tornare a Lecco, dì a mia madre che fin qui c’ero anch’io. Se la fortuna sarà mia dirò alla tua “veda” che in questa maledetta balka eri con me. Ciao…”.

Un abbraccio, e un Savoia! urlato da migliaia di disperati lacerò l’aria; tra i primi ci gettammo per la discesa nevosa verso Nikolajewka. …Passammo entrambi e, più o meno malconci e feriti, ci riabbracciammo a Lecco dopo due o tre mesi d’ospedale.

Tenente alpino Carlo Melazzi
Nucleo di Collegamento con le armate tedesche

Sono stato ufficiale di collegamento interprete. La guerra non l’ho fatta, l’ho… parlata. Fu il tanto compianto generale Vigliero (allora colonnello) a farmi partire con il Nucleo di Collegamento con armate germaniche comandato dal colonnello conte Carlo Gavalleroi. A Karkow, nel primo periodo dello sfondamento russo, e cioè: al comando germanico erano assegnati il maggiore di stato maggiore (bande rosse) Muller, l’allora capitano Pietro De Giorgio ed il sottoscritto, tenente interprete.

Sull’andamento delle operazioni il maggiore Miiller rivolgendosi a me si espresse con questa frase: “Vedo che lei è degli alpini. Devo dire che sul fronte sono solo gli alpini che resistono”. Tradussi la frase; il capitano De Giorgio mi incaricò di rispondere che tutti i soldati italiani di tutti i corpi si comportavano con valore. Tradussi con piacere e con fierezza.

Caporal maggiore Clemente Santi
Comando Quartier Generale, Corpo d’Armata Alpino

Premetto che in Russia ci sono andato più come forzato che come alpino, quindi obbligatoriamente, proprio perché non dovevo difendere la Patria, ma per un qualcosa che assolutamente non sentivo. In Italia lasciavo la mia donna, due bambine, i miei genitori) tutto quanto di meglio può avere un uomo. Tra l’altro io ho sempre tenuto una corrispondenza fittissima con tutti i miei, quindi conoscevo bene tutte le traversie a cui essi erano sottoposti a causa della mia assenza.

Questo sta a significare tutta la rabbia che ho sempre avuto in corpo in quel dannato periodo 1942-43. Quel che ingigantì la di già acuta maldisposizione mia, è stato il contatto diretto con il popolo ucraino, più precisamente con quello che restava del popolo ucraino, donne, anziani di ambo i sessi, bambini. In ognuno di loro io vedevo i miei, tutti esseri alla buona, gentili, moderati, i quali hanno ben presto fraternizzato con noi alpini.

In noi essi vedevano i loro uomini, i loro figli, i loro padri; dico sinceramente, gran parte di noi, nelle occasioni che si son presentate, li ha difesi contro i loro veri invasori… Proprio per questi atti è sorta l’amicizia tra il popolo ucraino e gli alpini; molti, tantissimi di noi devono la vita proprio in virtù di questa fratellanza.

Non tocca a me descrivere gli orrori che ci è toccato di vedere, perpetrati dagli allora nostri alleati, contro popolazioni inermi. Il Comando Quartier Generale del Corpo d’Armata Alpino aveva sede in Rossosch, le prime avvisaglie che sull’attiguo fronte del Don le cose non andavano troppo bene, le abbiamo percepite nella prima decade del dicembre 1942.  La sede del Comando ogni giorno era soggetta a bombardamenti; buon per noi che i piloti non si sono dimostrati tiratori scelti e la sede stessa per alcuni giorni non venne direttamente colpita.

Intanto si arrivò alla seconda decade del mese e con questa le cose andavano sempre peggio, vennero sciolti tutti gli uffici, noi a secondo della primitiva nostra specialità fummo destinati a rinforzare la truppa operante. A me venne affidato il comando di una squadra mitraglieri, mi sono toccati compagni nuovi, mai incontrati prima di allora, ma come d’uso negli alpini il rapporto fra gli uomini è immediato.

Come da ordini ricevuti ci siamo posti nei giorni successivi a difesa della strada che immetteva in Rossosch che portava alla stazione ferroviaria. In quel periodo solo gli uomini di guardia restavano nelle postazioni, mentre gli altri erano sistemati in isbe distanti non più di 50-80 metri dalle postazioni stesse. Le isbe erano abitate da civili e come sempre in queste circostanze noi ci sistemavamo in cuccette sovrapposte, approntate da noi, anche se rozzamente, a tempo di record.

Mi ricordo bene, nella notte del Natale 1942, la stazione ferroviaria di Rossosch venne bombardata da aerei russi; tra gli altri si trovava fermo in stazione un carro merci con un carico di vino. Qual fu il nostro stupore, raggiunta la stazione subito dopo il bombardamento, trovarsi di fronte a delle botti sfasciate ed il vino in piedi a forma di botte al nostro cospetto, completamente gelato, uno spettacolo veramente eccezionale.

Venne così distribuito a grossi blocchi ad ogni squadra, e composti dei rudimentali cavalletti fu messo a sgelare con gradualità nel vano entrata, cioè tra la doppia porta delle isbe da noi occupate. Si giunse così giorno dopo giorno, con un succedersi di notizie sempre più allarmanti, al mattino del 16 gennaio ’43. L’alpino di corvée in quel mattino, uscito dall’isba per recarsi a prelevare le razioni di caffè, fece ritorno di corsa e mi riferì di essere stato fatto segno ad alcuni colpi di parabellum.

Era stata una vera fortuna che avessero sparato quando era ancora troppo lontano. Subito venne dato l’allarme a tutte le postazioni onde evitare che altri si avventurassero in quella direzione; eravamo proprio stati noi i primi ad accorgerci di essere attaccati dai partigiani. Il problema in quel momento era di ricuperare i nostri compagni che si trovavano barricati nell’interno del fabbricato adibito a cucine.

Resici conto della direzione da cui provenivano gli spari, con cauti spostamenti abbiamo piazzato due mitragliatrici, mentre con un aggiramento ad ampio raggio un alpino riuscì a raggiungere gli addetti alla cucina. Ad un segnale convenuto è stato aperto un nutritissimo fuoco, così tutti sono riusciti a sganciarsi ed a raggiungerci. Non era questa che la prima avvisaglia, verso le ore 9 di quello stesso mattino i primi carri armati leggeri russi hanno fatto la loro apparizione, seguiti appresso dai carri medi, mentre la fucileria partigiana aumentava sempre più d’intensità. ^

Non è stata possibile alcuna difesa ad oltranza, la sproporzione di forze era enorme, c’è stato un atto più che di coraggio direi di disperazione, un alpino dopo aver gridato frasi incomprensibili, allo sbucare del secondo carro russo dalla curva che immetteva verso la stazione, ha atteso come un felino che passasse prossimo alle nostre postazioni, con un balzo è stato sulla pista ghiacciata e un secondo balzo è salito sulla griglia dei motori del carro, non sono mai riuscito a sapere come, gli ha dato fuoco, il terzo carro sbuca intanto dalla curva lo sorprese prima ch’egli raggiungesse nuovamente una delle postazioni, fulminandolo con la mitragliatrice di bordo e schiacciandolo infine con i suoi cingoli.

Dal carro armato in fiamme più avanti intanto uscivano i soldati russi componenti l’equipaggio, buon per noi che il terzo carro che stava in quel mento dirigendosi verso di noi ha cambiato rotta portandosi in soccorso dell’equipaggio del carro che lo precedeva. Tutto si è svolto in un tempo breve, ma quel tanto che ci ha permesso di sganciarci velocemente, ed intraprendere il cammino verso Podgornoje che raggiungemmo verso le ore 17.

Là mi ritrovai con tutti i miei superiori e compagni d’ufficio Comando: col. Bacchetta – cap. Romano – maresciallo Stecchi – magg. Tealdi – cap. magg. Trani – art. Morelli e gli alpini Loi e fratelli Julliaz. Di lì, aggregati alla divisione Tridentina, abbiamo vissuto l’odissea di tutti, perdendoci di vista e ritrovandoci a secondo dello svolgimento degli avvenimenti succedutisi in continuazione.

Raccontare quanto accadde in quei giorni occorrerebbero centinaia di pagine, quello che maggiormente è rimasto impresso in me è stata l’epica figura del generale Martinat, un uomo veramente eccezionale, padre, superiore e combattente in tutt’uno, con lui non ci si poteva perdere di coraggio ed il giorno della sua morte il 26 gennaio quando la battaglia di Nikolajewka stava per avere il suo epilogo egli cadde eroicamente; quello è stato vero e proprio eroismo con l’aggiunta incondizionata dello spirito di sacrificio; in quel memorabile giorno, nonostante tutte le mie amarezze, i miei dolori, piansi, sinceramente piansi.

Dopo quella funesta giornata, riuscii a trascinarmi ancora per altri cinque lunghissimi giorni fino a Schebekino, definitivamente fuori della sacca, era il 31 gennaio 1943. Sfinito, con gli arti inferiori in condizioni pietose che mi davano dolori lancinanti mi caricarono su un automezzo militare e lì condotto a Karkow ove venni ricoverato all’ospedale della riserva n. 6. All’8 febbraio successivo mi sistemarono sul portabagaglio in rete di una vettura ferroviaria e partii per il viaggio che a tappe mi portò gradatamente in Italia, ove il 1^ marzo venni ricoverato all’Ospedale Militare Territoriale.

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ARCO, COSA C’ERA OGGI SUL GIORNALE? – 19 ottobre

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