I “SEGRETI” DI GALEAZZO CIANO – 4

a cura di Cornelio Galas

  • documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

A settanta anni dalla loro redazione ecco per la
prima volta in rete i documenti che Galeazzo Ciano
allegava al suo DIARIO

FEBBRAIO 1937

COLLOQUIO COL MINISTRO
DEGLI AFFARI ESTERI DI TURCHIA

Milano, 4 febbraio 1937-XV

Il primo colloquio con Rustu Aras è stato dedicato all’esame dei rapporti fra i due Paesi e ad un giro di orizzonte relativo alla situazione generale.

Rustu Aras ha cominciato col fare delle dichiarazioni smisurate e goffe di amicizia per l’Italia e di ammirazione per il Duce. Risparmio la serie di acrobazie che ha compiuto per riuscire a dimostrare, attraverso l’elencazione di manifestazioni tutte negative, quello che sarebbe stato il suo sempre favorevole atteggiamento nei confronti dell’Italia.

Tevfik Rüştü Aras

Gli ho risposto che, mentre stavamo per aprire una nuova pagina nel libro delle relazioni italo-turche, non valeva la pena di fare il processo al passato, sul quale noi eravamo fissati e documentati: fatto che impediva di modificare i giudizi ormai in noi maturi.

Riassumo brevemente i vari argomenti trattati:

Conferenza di Montreaux. – Ho ricapitolato le ragioni che ci avevano impedito di dare l’adesione iniziale alla Conferenza di Montreaux. Egli ne era edotto. Ho detto che per il futuro non vedevamo difficoltà di merito a dare la nostra adesione, ma che noi soli ci consideravamo arbitri della scelta del momento opportuno. Naturalmente avremmo dato la nostra adesione con due condizioni:

di venire ad assumere una figura identica a quella degli Stati firmatari originariamente; di formulare le stesse riserve del Giappone per quanto concerne i legami tra il Covenant e la Convenzione di Montreaux.

Aras ha senz’altro approvato questo nostro punto di vista ed ha manifestato la sua soddisfazione per le nostre decisioni.

Gli ho fatto allora presente che la Turchia, nei riguardi della situazione etiopica, non aveva ancora proceduto ad un riconoscimento de iure, mentre già altri Stati, membri della Lega, avevano fatto ciò. Aras mi ha detto che tornando a Costantinopoli, studierà di risolvere la questione, adottando in pratica la formula giapponese e cioè che non fa differenza tra il riconoscimento de jure e quello de facto e che, riconoscendo l’Impero, come la Turchia ha già fatto da alcuni mesi, egli intendeva compiere un gesto formalmente e sostanzialmente completo.

politics, conferences, Balkans conference 1936, Milan Stojadinovic (Jugoslavia), Rustu Aras

Gli ho parlato allora dell’armamento delle isole del Dodecaneso. È una cosa sgradevole per noi, e certamente inutile, quella di continuare da parte turca a protestare contro tali armamenti, considerandoli quasi una minaccia diretta verso la Turchia. Le Isole del Dodecaneso rappresentano una tappa nella via delle comunicazioni imperiali, alla cui sicurezza intendiamo provvedere nel modo piú efficace e completo.

Aras ha preso atto delle mie dichiarazioni ed ha assicurato che la Turchia presta completa fede a quanto era stato detto e che per l’avvenire ogni polemica circa l’armamento di Leros sarà evitata.

“Status quo” nel Mediterraneo. – Aras ha manifestato la sua piú alta soddisfazione per il raggiungimento del gentlemen’s agreement tra l’Italia e l’Inghilterra. Ha riaffermato che la Turchia intende svolgere ogni sua politica sulle seguenti basi: Mar Nero, collaborazione e amicizia con la Russia; Mediterraneo, stretta intesa con l’Italia e la Grecia; collaborazione amichevole con l’Inghilterra; rispetto verso gli altri Paesi.

I soli patti che la Turchia abbia nel Mediterraneo sono quelli che la legano a Roma e ad Atene? Con l’Inghilterra invece non esiste carta scritta. I rapporti si basano su un parallelismo di interessi e di azione. Con la Francia le relazioni sono migliorate in seguito all’accordo per il Sangiaccato. Da Parigi si insiste adesso per avere un trattato con la Turchia, ma Ankara non è favorevole e comunque la cosa deve essere rinviata a tempi migliori. Niente sarà fatto senza previa consultazione con l’Italia.

1937 Milano CIANO incontra TEVFIK RUSTU ARAS Turchia

Per quanto concerne poi la Spagna, nonostante i solidi legami di amicizia che uniscono la Turchia alla Russia, il Governo turco non sarebbe affatto favorevole alla costituzione di uno Stato sovietico nella Penisola Iberica. Nella pratica, la Turchia ha in questi mesi rifiutato qualsiasi appoggio ai trasporti russi che invece hanno trovato base, rifornimento e sostegno nei porti francesi. La Turchia, pur non avendo particolari ragioni pro e contro, vedrebbe con piacere, se non altro per ragioni ideologiche, il consolidamento del Governo franchista.

Situazione balcanica. – L’amicizia con la Grecia è messa alla base di tutta la politica turca nei Balcani; poi i buoni rapporti con la Jugoslavia. Essi non sono stati alterati dalla recente stipulazione del Patto bulgaro-jugoslavo, anzi, Aras personalmente è stato molto favorevole a questa pacificazione fra slavi antibolscevichi, sulla cui solidità e stabilità fa però molte riserve.

Ha dichiarato che vede con piacere il nostro riavvicinamento con la Jugoslavia, anche perché facilita il riavvicinamento tra la Jugoslavia e l’Ungheria, Nazione alla quale il popolo turco è legato da profondi sentimenti di amicizia. Io, anche per desiderio degli jugoslavi, non ho affatto parlato, ad Aras, delle trattative in corso, che egli ignora.

Nel secondo colloquio, che ha avuto luogo nel pomeriggio, sono state particolarmente esaminate questioni di corrente amministrazione o locali in sospeso. Rustu Aras ha dato le più ampie assicurazioni per una soluzione favorevole. Vedremo… A sua volta mi ha parlato di alcuni problemi secondari e, cosa abbastanza importante, mi ha accennato al progetto di un cavo telefonico Ankara-Atene-Tirana-Roma, con lo scopo di convogliare, attraverso l’Italia, tutte le comunicazioni dalla Grecia e dalla Turchia, che adesso invece passano per l’Europa centrale e per Parigi. Il progetto è interessante tanto più che il nostro contributo si limiterebbe a stendere il cavo attraverso l’Adriatico.

Von Ribbentrop e Ciano in gondola

Alla fine del secondo colloquio sono stati ricevuti i giornalisti, ai quali Aras ha fatto le note dichiarazioni. Il Comunicato da noi precedentemente redatto, è stato da lui integralmente approvato. Egli ha tenuto ad esprimere la sua soddisfazione perché esso valeva a dare un’idea esatta dei risultati del colloquio e a preparare ulteriori sviluppi della iniziata collaborazione.

La visita, più che di un convegno politico, ha avuto l’aspetto di una cerimonia di redenzione. Rustu Aras sapeva di essere venuto in Italia per fare sopratutto l’atto di contrizione. Bisogna riconoscere che ha recitato il mea culpa con un’ammirevole impudenza. Se fosse ancora al Governo, a quest’ora vedremmo Titulescu salire anche lui languidamente le scale di una qualsiasi Prefettura del Regno…

TENSIONI ITALO-RUMENE

Roma, 17 febbraio 1937-XV

È venuto a vedermi il Ministro di Romania, in relazione al noto incidente per la partecipazione di Sola ai funerali delle due “guardie di ferro” cadute in Spagna. Il ministro Lugosianu mi ha dato lettura di un lungo telegramma a firma Tatarescu, nel quale erano esposti con notevole obiettività i fatti.

Il telegramma era molto equilibrato. In esso, tra l’altro, si riconoscevano i meriti di Sola per facilitare i buoni rapporti tra l’Italia e la Romania, ma il telegramma concludeva, evidentemente sotto la pressione del Parlamento e della stampa di opposizione, pregando il Ministro Plenipotenziario di richiederci una proposta di soluzione che potesse risolvere l’incidente.

Ion Lugoșianu

Il ministro Lugosianu allora, attaccandosi a questa ultima richiesta, mi ha detto se sarei stato disposto a far rientrare temporaneamente Sola in Italia a riferire. Gli ho risposto di no. La partenza di Sola, anche per pochi giorni, dalla Romania, avrebbe significato, per l’opinione pubblica mondiale, un sacrificio di questo nostro agente. Ciò avrebbe avuto delle ripercussioni dannose nei rapporti tra i due Paesi.

Gli ho detto che:

Sola aveva partecipato a tale cerimonia a titolo personale e di sua iniziativa, in abito civile e senza essere accompagnato da alcun Membro della Legazione;

che si era astenuto dall’intervenire al corteo politico che aveva seguito la cerimonia religiosa;

che il Governo Fascista, anziché sconfessare l’operato del nostro Ministro, lo approvava, dato che i due legionari ai cui funerali egli era intervenuto, erano caduti battendosi in favore di un Governo legalmente riconosciuto dal Governo di Roma. Per tali ragioni noi non potevamo condividere l’interpretazione data dal Governo romeno all’accaduto e non trovavamo alcunché di illegittimo e di contrastante con le consuetudini diplomatiche nell’operato di Sola.

Il ministro Lugosianu ha preso atto di tale comunicazione, che a suo dire, avrebbe rappresentato per il presidente Tatarescu, animato da buone intenzioni, una planche cui attenersi per risolvere amichevolmente l’incidente.

Ai fini di evitare un inasprimento della situazione attuale ci siamo accordati sulla opportunità che la stampa dei due Paesi eviti o cessi una polemica sull’accaduto.

Ante Pavelic e Galeazzo Ciano

 

MARZO 1937

RAPPORTI ITALO- JUGOSLAVI

Belgrado, 26 marzo 1937-XV

Prima di procedere alla firma dei documenti già concordati a Roma, il presidente Stoiadinovic ed io abbiamo compiuto un largo giro di orizzonte per informarci reciprocamente delle direttive di politica estera dei due Paesi e per concordare l’azione da svolgere in futuro.

Ho per il primo parlato al presidente Stoiadinovic, con molta chiarezza, senza infingimenti e riserve, tenendo a fargli capire che era intendimento del Governo Fascista di dare all’accordo italo-jugoslavo una portata ampia e un contenuto solido.

Mussolini con Stojadinovic,

Allorché egli ha avuto conoscenza della nostra situazione, delle nostre direttrici di marcia e del nostro programma, ha parlato con altrettanta franchezza. Ha cominciato col dire che, data la posizione geografica della Jugoslavia e in considerazione di quelle che sono le possibilità politiche del suo Paese, egli rifugge dall’idea di fare una politica europea e piú ancora da quella di una politica mondiale, volendo conservare invece alla Jugoslavia il ruolo principale e determinante nella penisola balcanica. Titulescu, che era portato da vanità personali a volersi occupare di cose piú grandi di lui, ha messo sovente la Romania in una posizione difficile, dalla quale forse neanche oggi è riuscita a trarsi.

I rapporti con l’Italia sono ormai definiti dagli accordi firmati il 25 marzo. Ma questi accordi non sono se non la prima benché più difficile tappa verso l’alleanza dei due Paesi che anche Stoiadinovic considera naturale e fatale per necessità economiche, politiche e storiche.

Nicolae Titulescu

Con la Francia i rapporti della Jugoslavia sono ormai affievoliti. In questi ultimi tempi la Francia ha proposto alla Piccola Intesa di stringere una alleanza militare, alleanza che avrebbe dovuto essere diretta a difendere la Cecoslovacchia da una minacciata aggressione germanica. Stoiadinovic ha con ogni pretesto ritardato di quattro mesi la risposta.

Adesso non intende più ritardarla e si propone di far conoscere le sue decisioni in occasione del prossimo Convegno della Piccola Intesa, che avrà luogo a Belgrado il 1° aprile. Risposta nettamente negativa. Cosí come sarà negativa la risposta all’eventuale e probabile proposta di alleanze bilaterali tra Francia e Jugoslavia e tra la Francia e gli altri Paesi della Piccola Intesa.

Stoiadinovic cosí spiega le ragioni della sua nuova politica:

“Noi non abbiamo ricevuto e non riceviamo niente dalla Francia. Economicamente, per la Jugoslavia vale zero. Finanziariamente, abbiamo contratto con la Francia dei debiti che paghiamo regolarmente, a un tasso di usura. Militarmente, essa è stata fino ad ora, insieme alla Cecoslovacchia, la principale fornitrice di armi. Ma non ci ha regalato una sola baionetta. Quello che abbiamo preso lo abbiamo pagato, cosí come pagheremo l’Italia, dato che in futuro intendiamo concentrare nel vostro Paese e in Germania le nostre ordinazioni di materiale bellico.

Ciano e Stojadinovic si stringono la mano sulla piattaforma della stazione di Belje

Aggiungerò che l’influenza culturale e morale che la Francia ha sinora esercitato sul nostro Paese, è divenuta veramente deleteria e disgregatrice: stampa e letteratura sono le espressioni della mentalità giudaica, massoneggiante e comunistoide della Francia di Blum.

Del resto quando noi ci eravamo impegnati ad una politica militare di collaborazione con la Francia, la situazione era del tutto diversa. Si prevedeva che, in seguito ad una offensiva tedesca contro la Cecoslovacchia, l’Italia avrebbe reagito in senso antigermanico ed avrebbe permesso alle truppe francesi – così almeno ci è stato detto a Parigi – di attraversare la valle del Po per andarsi a battere in Austria, contro le truppe del Reich. Tutto ciò ormai è sfumato.

Qualora la Germania attaccasse la Cecoslovacchia, noi dovremmo, col debole e incerto aiuto militare romeno, invadere l’Ungheria, per portarci in aiuto dei cecoslovacchi. Ma anche ammesso che a noi sia possibile di occupare totalmente l’Ungheria (ed io considero ciò molto difficile), arriveremmo alla frontiera ceca soltanto in tempo per incontrare i resti del battuto esercito di Praga. Alle nostre spalle avremmo la sterminata ostile Ungheria. Di fronte, le vittoriose armate tedesche. Un incontro sgradevole ed un rischio che non possiamo far correre al popolo jugoslavo.

Un uomo legge un discorso a Ciano al suo arrivo alla stazione di Belje; il primo ministro jugoslavo Stojadinovic osserva la scena

Tanto più che esso non prova alcun sentimento di ostilità verso i magiari e nessuna solidarietà con la Cecoslovacchia. Dalla prossima riunione di Belgrado nascerà un ulteriore raffreddamento di rapporti tra la Francia e la Jugoslavia e forse un urto aperto. Mi si accuserà di egoismo. I francesi accusano sempre di egoismo chi non è disposto a farsi ammazzare per loro. Ciò mi lascia completamente indifferente, dato che sono riuscito a concludere con l’Italia un accordo, che considero fondamentale per la politica del nostro Paese.

Per quanto concerne invece la Piccola Intesa, ritengo che essa, almeno formalmente, non subirà alcuna trasformazione. La Cecoslovacchia ha tutto l’interesse di lasciare i cocci al loro posto per non far senz’altro apparire dove, come e quanto il vaso sia rotto. Ma sta di fatto che, mentre i rapporti tra Jugoslavia e Romania rimarranno inalterati, e cioè solidali e cordiali, quelli invece tra questi due Paesi e la Cecoslovacchia si ridurranno ad una vuota formalità.

Benes mi ha detto che quando si accorgerà di non poter più contare sulla Piccola Intesa, sulla Francia e sulla Società delle Nazioni, troverà sempre il modo di mettersi d’accordo con i tedeschi. Per parte mia l’ho consigliato e lo consiglierò in tal senso. Coloro, e cioè i francesi e gli inglesi, che lo consigliano alla resistenza ad oltranza nei riguardi di Hitler, sono gli stessi che consigliarono il Negus alla resistenza armata nei confronti dell’Italia.

Senza di loro probabilmente Hailé Selassié sarebbe ancora ad Addis Abeba. Mussolini ve lo avrebbe lasciato, alle sue dipendenze. Per la Cecoslovacchia, la situazione si presenta analoga: allorché le cose si complicassero veramente e la Germania passasse all’azione, coloro che oggi incoraggiano l’ostilità di Praga contro Berlino, si allontanerebbero e Benes si troverebbe solo.”

Ciano riceve da una donna in abiti tradizionali la sciarpa dell’amicizia, al suo arrivo alla stazione di Belje; il primo ministro jugoslavo Stojadinovic osserva la scena

Passando ad esaminare i rapporti della Jugoslavia con l’Austria il Presidente Stoiadinovic ha detto che egli ritiene che l’Anschluss sia inevitabile. L’Austria, così com’è, non ha né le condizioni morali né quelle materiali per vivere. Ciò nonostante conviene ritardarlo per quanto possibile. Ma questo ritardo dovrà essere fatto con mezzi tali da non provocare un conflitto o soltanto un attrito con la Germania.

D’altra parte, egli considera con maggiore serenità il problema pangermanista da quando ha creduto possibile la realizzazione di una intesa prima, e di una alleanza in futuro, tra Jugoslavia e Italia. Intorno all’asse Roma-Belgrado si polarizzeranno, ad Anschluss realizzato, tutti quei Paesi che debbono per la loro vita opporsi alla calata tedesca verso l’Adriatico o lungo la valle del Danubio. Il blocco che ne sorgerà sarà tale da dissuadere i tedeschi da ogni insano tentativo.

Conviene aggiungere che il fatto che la Germania abbia insistito a Roma e a Belgrado per un’intesa tra gli italiani e gli slavi del Sud, depone molto favorevolmente nei riguardi delle intenzioni, anche remote, del popolo tedesco. Se realmente il nazismo puntasse verso l’Adriatico, sarebbe stato di una imperdonabile miopia nel facilitare tale unione, destinata a divenire operante in ogni settore nel caso di una minaccia tedesca. Anzi avrebbe dovuto adoperarsi per rendere insanabili le incomprensioni e i conflitti tra l’Italia e la Jugoslavia.

Ciano e Stojadinovic passano in rassegna alcuni soldati schierati nella stazione di Belje

Tutto ciò, comunque, vale per un futuro aleatorio e certamente molto lontano. Allo stato degli atti i rapporti tra la Jugoslavia e la Germania sono ottimi. Checché il mondo ne pensi essi sono, da qualche tempo a questa parte, molto migliori di quanto non siano i rapporti tra Jugoslavia e Francia. Già una forte attività militare e commerciale si sviluppa fra i due Paesi. La collaborazione di Belgrado all’asse Roma-Berlino si deve considerare acquisita, anche perché tale asse rappresenta il baluardo effettivo contro la minaccia piú grandemente temuta dalla Jugoslavia: quella del comunismo.

L’influenza rossa è stata deleteria per tutti i popoli, ma particolarmente pericolosa appare a Belgrado ove la identità della razza, l’affinità del temperamento, l’analogia della lingua, renderebbero in special modo facile il compito a quei propagandisti bolscevichi che riuscissero a portare l’infezione delle loro idee tra gli slavi del sud.

Il comunismo – a dire di Stoiadinovic – non è ancora largamente diffuso in Jugoslavia. Ha fatto una certa presa nelle classi intellettuali e particolarmente tra gli studenti universitari di Belgrado ove lo professano un paio di centinaia tra i settemila giovani che frequentano l’Università. Tra i croati si è abbastanza radicato e anche, ma meno, in alcuni centri sloveni. Contro tale minaccia reagisce vivamente il Governo e soprattutto funziona attivamente la solida e sana barriera costituita dai piccoli proprietari di campagna e dalle grandi masse agricole che formano l’ossatura della Nazione jugoslava.

I rapporti con l’Ungheria sono migliorati e tendono ancora a migliorare. Di recente il Governo di Budapest ha offerto a Stoiadinovic un patto unilaterale di non aggressione, che egli trova di massima accettabile. Concluso tale patto, la Jugoslavia a breve scadenza emanerebbe un nuovo statuto delle minoranze ungheresi, che non dovrebbe apparire quale contropartita del primo, ma che in realtà sarebbe opportunamente concordato con l’Ungheria. Stoiadinovic intende marciare in questa direzione. Io l’ho incoraggiato, aggiungendo che il miglioramento delle relazioni tra Belgrado e Budapest influirà in un senso positivo e benefico sui rapporti Roma-Belgrado.

Ciano e Stojadinovic colti su una carrozza con i fucili, in partenza per una battuta di caccia

Per quanto concerne la Romania, Stoiadinovic dimostra un maggiore ottimismo di quanto non lo animasse allorché Titulescu era Ministro degli Esteri. Verso quest’ultimo si è espresso in termini duri e spregiativi. Lo ha accusato di aver legato la Romania alla Russia per calcoli personali e forse addirittura per esserne stato corrotto.

Titulescu aveva concordato con Mosca il passaggio delle truppe russe attraverso la Bessarabia per portarsi all’attacco della Germania. Ma Re Carol e Tatarescu, nei recenti colloqui con Stoiadinovic, hanno affermato che tale politica è ormai apertamente sconfessata e che non permetteranno mai alle truppe russe di entrare in quella Bessarabia che una volta invasa, sia pure come alleati, continuerebbero a mantenere come mascherati oppressori e magari come nemici aperti.

La Romania adesso persegue una politica di amicizia con la Jugoslavia e la Polonia e ciò con evidente funzione antirussa. Ma sopratutto la politica jugoslavofila è indispensabile al Governo di Bucarest. Stoiadinovic non attribuisce che uno scarso peso militare ai romeni. Ma fa grande conto delle loro risorse agricole e delle loro illimitate riserve di petrolio. “Comunque” egli ha detto “o la Romania farà parte del nostro sistema, e allora avremo a nostra disposizione il grano e i pozzi di petrolio; o la Romania sarà contro di noi e, in breve tempo, i pozzi li avremo ugualmente.”

Egli si è quindi occupato della posizione in cui si troverà la Romania dopo aver rifiutato le offerte di alleanza francese e mi ha chiesto quanto noi fossimo disposti a fare in favore di Bucarest. Ho risposto che la nostra amicizia coi magiari ci impediva di andare troppo oltre nelle relazioni con i romeni, pur non esistendo, all’infuori del revisionismo ungherese, alcun contrasto tra l’Italia e la Romania. Anzi, di recente, avevamo concluso un trattato di commercio che triplica quasi i nostri scambi.

Ciano e Stojadinovic colti di notte con alcune persone in tenuta di caccia

Se un giorno, com’io speravo e ritenevo possibile, si trovava tra Bucarest e Budapest un modus vivendi, noi avremmo potuto fare molto di piú. Per ora, comunque, Stoiadinovic poteva dire ad Antonescu che, nella nuova situazione che sta per determinarsi nei Balcani e nell’Europa danubiana, l’Italia è disposta a considerare con maggiore attenzione e con una cordialità piú viva che non nel passato, la nazione romena.

Ottimista nei confronti del patto bulgaro-jugoslavo, Stoiadinovic ritiene che le relazioni tra i due popoli si svolgeranno con un ritmo di crescente cordialità e che la saldatura operata tra bulgari e serbi è destinata a mantenere paralleli i destini futuri delle due nazioni slave. Buoni rapporti sono quelli che esistono oggi fra la Jugoslavia, la Turchia e la Grecia. Ma in realtà rapporti non molto serrati e, a quanto mi è stato dato di capire, non privi di numerose riserve mentali per quanto concerne il futuro.

Oggi la Jugoslavia è un paese territorialmente soddisfatto. È quello che dalla grande guerra ha ricavato di piú. Nel 1912 la Serbia contava 2.400.000 abitanti. Dopo la guerra balcanica salí a 4.000.000. Adesso gli jugoslavi sono oltre 15.000.000 e il ritmo della natalità è assai promettente. I problemi che oggi si presentano alla Jugoslavia non sono quelli di una espansione territoriale.

Ciano e Stojadinovic posano con alcune donne in abiti tradizionali durante la sosta del treno alla stazione di Stara Pazova

Per almeno dieci anni, la costruzione di opere pubbliche, il potenziamento dell’economia nazionale, la elevazione spirituale e culturale del popolo, saranno le mete cui tenderà il Governo. Ma quando un giorno larghi orizzonti e nuovi sbocchi saranno richiesti dal vigore di vita del giovane popolo jugoslavo, penso che sarà proprio nella direzione della Grecia e della Turchia che la marcia avrà inizio. Ben poco Stoiadinovic si è preoccupato dell’Albania. Essa – ha detto – aveva una grande importanza allorché la diplomazia europea riusciva a tenere lontane e nemiche l’Italia e la Jugoslavia.

Rappresentava per noi un’arma puntata nel fianco. Ma oggi, nel nuovo clima, non vi è piú alcuna ragione di considerarla tale e il problema albanese ritorna ad assumere le sue vere proporzioni: quelle di un modesto problema locale. Ho concordato con Stoiadinovic. E per debito di lealtà gli ho detto che mi preparavo, nel giro di poche settimane, a fare una visita a Re Zog, cosí come avevo visitato le capitali di tutti i Paesi amici ed alleati. Da parte di Stoiadinovic nessuna obiezione.

Dei grandi Paesi lontani, il Presidente Stoiadinovic ha parlato soltanto dell’Inghilterra come di quella che, senza alcuna ragione diretta, pretende o aspira ad esercitare una influenza notevole sulla politica jugoslava.

“Durante le sanzioni l’Inghilterra ha cercato di spingere la Jugoslavia ben piú lontano di dove siamo arrivati nella politica di ostilità all’Italia. Cessate le sanzioni l’Inghilterra ha continuato a lusingarci e a prometterci un aiuto nel Mediterraneo. Noi non ne abbiamo bisogno. Intanto mi domando se l’Inghilterra è in grado di aiutare noi o qualsiasi altro Paese nel Mediterraneo, dato che essa ha dovuto così ripetutamente sollecitare il nostro aiuto allorché si è trovata ai ferri corti con voi.

Ciano, Pavolini e il principe Paolo osservano dei libri esposti in una fila di vetrine

E poi, io non ho fiducia nel riarmo britannico. Il gioco del poker è un gioco anglosassone e tutti noi sappiamo che il bluff si usa molto spesso per cercare di salvare almeno una parte del proprio denaro. Anche se l’Inghilterra porterà a termine il suo riarmo materiale, ciò non significherà che essa abbia assunto di nuovo il suo ruolo nel mondo. Piú che le armi valgono gli uomini. Ed io nutro molti dubbi sulla volontà e sullo spirito di combattimento dell’odierno popolo britannico.

Da troppo tempo ha fatto assegnamento sul miracolismo societario per essere oggi in grado di impugnare la spada. Io, la Società delle Nazioni, non la tengo in nessun conto. Ne faccio parte, e debbo continuare a far parte, più per necessità di opinione pubblica e per forza di inerzia che non per mia convinzione personale. Ho l’onore di non essere mai stato a Ginevra e questo onore intendo di conservarlo per sempre.

E anche il patto che ho stretto con voi, e che nonostante i possibili cavilli della interpretazione è certamente un patto al di fuori e magari anche contro la S.d.N., è una prova della mia scarsa simpatia per Ginevra. Il formale riconoscimento dell’Impero italiano ne è un’altra. Allorché francesi e inglesi protesteranno per quello che chiamano il riconoscimento de jure, risponderò loro che io non avevo il mezzo di fare un riconoscimento de facto. E se si lamenteranno dell’avere io preso tale decisione senza informarli, risponderò che nemmeno Londra e Parigi mi hanno informato quando hanno soppresso la Legazione di Addis Abeba.

Ciano e Stojadinovic applaudono sotto lo sguardo di alcuni uomini in divisa

Così come mi propongo di rispondere alla Francia, la quale, nonostante i comunicati Havas, non ho mai informata del corso delle trattative con Roma, che il suggerimento di fare un accordo con l’Italia mi è proprio venuto dal loro Presidente del Consiglio. Allora era Laval, adesso è Blum. Non è colpa mia se in Francia, il Governo e le idee cambiano cosí spesso.”

Ho cercato di riassumere con una certa larghezza i colloqui avuti con il signor Stoiadinovic. Essi rispecchiano la sua personalità, che mi ha fatto una reale profonda impressione. Stoiadinovic è un fascista. Se non lo è come affermazione aperta di partito, lo è certamente per la sua concezione dell’autorità, dello Stato e della vita. La sua posizione nel Paese è preminente.

Con l’appoggio del Principe Paolo, che mi ha dichiarato avere per lo Stoiadinovic una illimitata fiducia e una cordiale simpatia, e operando alla testa di un partito che raccoglie la gran maggioranza dei Paese, Stoiadinovic ha adesso, e piú si prepara ad assumere nel futuro, la figura dittatoriale in Jugoslavia. È animato da una volontà irriducibile ed ha una mentalità chiara ed aperta. I suoi piani si rivelano assai manifesti dalle cose che mi ha detto e che ho prima riassunto.

Ciano e Stojadinovic, di notte, passano in rassegna reparti dell’esercito (?) jugoslavo schierati in una stazione (?)

Nel riguardi dell’Italia egli ha certamente l’intenzione di portare molto oltre l’opera di unione e di collaborazione. D’altra parte, firmando il patto del 25 marzo, egli, e me lo ha detto, si è nettamente impegnato a marciare su tale strada. E dalle impressioni che ho avuto nel mio breve soggiorno in Jugoslavia ho tratto il convincimento che per noi vi sia grande vantaggio ad intensificare l’azione comune coi nostri vicini di Oriente.

Anche nel campo economico Stoiadinovic intravede sempre più larghe possibilità. Per quanto concerne l’autarchia militare del sistema italo-jugoslavo, le materie prime dei nostri vicini e la nostra attrezzatura industriale si completano in modo felice. A tal fine Stoiadinovic ed io siamo rimasti d’accordo di restare in contatto per preparare e sottomettere al Duce, a suo tempo, un vasto piano di attività.

Con gli accordi di Belgrado e sopratutto nell’atmosfera che, a Belgrado, Stoiadinovic ha determinato, io credo che la collaborazione italo-jugoslava sia destinata a svilupparsi e a giocare un ruolo determinante nella penisola balcanica e nell’Europa danubiana. Conviene adesso da parte nostra svolgere un’accurata attività per potenziare queste condizioni di favore. Intanto bisogna vedere largo e lontano e non soffermarci sui piccoli problemi di carattere personale, che alcuni interessati cercano e cercheranno di agitare per compromettere la nascente amicizia e la futura alleanza fra Italia e Jugoslavia.

Ciano e Stojadinovic, colti dall’alto, si stringono la mano davanti ad alcune personalità

Con Stoiadinovic siamo rimasti d’accordo di dissipare subito, e in forma diretta, qualsiasi equivoco che dovesse prodursi in futuro o qualunque sospetto che immancabilmente i Paesi delusi dalla nostra unione tenteranno di insinuare nel nostro o nel loro animo per intorbidare quelle acque, che intendiamo mantenere chiare. A tal fine, ed oltre i normali mezzi diplomatici, Stoiadinovic mi ha accreditato per eventuali comunicazioni riservate ed urgenti, il fratello, deputato alla Scupcina e suo collaboratore. Per casi analoghi, io gli ho indicato Anfuso.

Inoltre, data la vicinanza, potremo vederci con una certa frequenza. Nell’agosto si propone, ed io lo ho incoraggiato, di venire a passare qualche giorno al Lido di Venezia. Piú tardi, in novembre, sarà a Roma per rendere omaggio al Duce. E si potrà, in futuro, pensare anche ad una visita del Reggente Paolo.

Poi conviene che l’industria, la banca e la cultura si orientino decisamente verso questo nuovo naturale singolarissimo sbocco dell’Italia Fascista. A Belgrado, come in nessun’altra capitale europea, ho trovato una profonda conoscenza della lingua e della cultura italiana. Non soltanto tra i vecchi, ma anche nelle nuove generazioni, cioè fra coloro che si sono affacciati alla vita mentre piú violento era il contrasto fra le due Nazioni adriatiche, la conoscenza vaga o precisa dell’italiano è quasi generalizzata nelle classi piú elevate.

Ciano sorride alla folla che lo accoglie in una stazione italiana (?); sulla sinistra si scorgono personalità del partito fascista

Se ciò è stato possibile durante i venti anni di aspra frizione, tutto lascia credere che nel nuovo clima che gli accordi hanno determinato e piú ancora determineranno, l’Italia potrà in breve e vantaggiosamente rimpiazzare in Jugoslavia proprio quella Francia che fino ad ora si è tanto adoperata per tenercene cosí scrupolosamente lontani.

APRILE 1937

COLLOQUIO DEL DUCE
COL CANCELLIERE AUSTRIACO

Venezia, 22 aprile 1937-XV

Il Cancelliere Schuschnigg comincia il suo dire affermando che ogni cambiamento nelle sue linee di politica estera, cambiamento cui in questi ultimi tempi è stato fatto piú volte cenno, è senz’altro da escludersi. La politica austriaca rimane orientata sui Protocolli di Roma e, per quanto è possibile, sull’Accordo dell’11 luglio.

Sta di fatto che le relazioni con la Germania sono oggi corrette, ma bisogna distinguere le relazioni col Governo da quelle col Partito, che cerca attivamente nella sua propaganda e nella sua azione di oltrepassare i limiti dell’Accordo dell’11 luglio. Anche la stampa, per la quale si era rispettata un’utile tregua, ha in questi ultimi giorni ripreso i suoi attacchi per futili motivi e con una violenza senza precedenti.

Mussolini firma il trattato di amicizia con l’Austria. Schober di spalle.

Ciò rende difficile il lavoro del Cancelliere, diretto a polarízzare la collaborazione con la Germania, dato che gli elementi radicali del Fronte Nazionale prendono lo spunto da tali polemiche per rimproverare al Cancelliere il riavvicinamento con Berlino. Sarebbe necessario che la Germania compisse in questo momento un gesto di simpatia verso l’Austria, gesto che è stato atteso da molto tempo.

L’ambiente che fino ad ora si è mostrato più malleabile è quello dei militari: tra le due forze armate della Repubblica Federale e del Reich si sono stabiliti rapporti di cordialità, ma il Partito continua invece nella sua politica di propaganda intensiva, che assai spesso prende un sapore anti-italiano.

Nonostante ciò il Cancelliere ha l’intenzione di continuare a svolgere una politica di collaborazione e di pace con la Germania e a tal fine si impegna di applicare integralmentc l’Accordo dell’11 luglio.

Il ministro Konstantin Von Neurath posa con il ministro degli esteri Galeazzo Ciano lungo una banchina della stazione Termini

Riferisce le voci che si sono sparse a Vienna relativamente al viaggio in Italia del Principe di Rohan e afferma che in seguito a tali voci le trattative che erano in corso con gli ambienti nazionalsocialisti hanno subíto un tempo di arresto (il Duce mette in chiaro quanto è stato fatto da Rohan a Roma, e particolarmente che egli non lo ha neppure ricevuto, limitandosi a leggere il promemoria lasciato al Ministro degli Esteri dal Rohan stesso).

Gli emigrati austriaci hanno ancora in Germania il permesso di svolgere una sostanziale attività. Il loro numero è ancora altissimo e si calcola che vadano da dieci a ventimila. Tutto ciò premesso, il Cancelliere afferma che non c’è nessuna possibilità che l’Austria autoritaria possa orientarsi sull’asse ultrademocratico Parigi-Praga. Ciò comporterebbe un necessario cambiamento di politica interna che è da escludersi.

Si è molto parlato in questi ultimi giorni dei rapporti tra l’Austria e la Cecoslovacchia. In realtà i due Paesi hanno un comune interesse, ed è quello di non venire attaccati dalla Germania. È evidente che un attacco tedesco alla Cecoslovacchia, determinante un semiaccerchiamento della Repubblica austriaca, sarebbe letale anche per quest’ultima. Ciò nonostante nessun accordo di carattere politico esiste né è previsto tra i due Paesi.

Il ministro Ciano, l’ambasciatore Ulrich von Hassell e un gruppo di personalità attendono, lungo una banchina della stazione Termini, la partenza del ministro degli esteri tedesco Von Neurath

Hodza, nella sua ultima visita a Vienna, fece il punto della politica cecoslovacca nel seguente modo: oggi, nessun patto militare con la Russia; una tendenza a migliorare le relazioni con la Polonia; impossibilità di mettersi d’accordo con l’Ungheria; costante pressione tedesca. Praga in queste condizioni non può rimanere isolata: qualora ogni altro legame venisse a mancare, la Cecoslovacchia dovrebbe gettarsi in braccio alla Russia. Ma ciò si può anche evitare con altre amicizie: quella sopra tutte preferita, sarebbe l’amicizia con l’Italia.

Per quanto concerne poi il dibattuto problema della restaurazione, il Cancelliere dice che egli ha dato prova in tutta la sua politica di non amare i colpi di testa: data la situazione attuale internazionale ed interna, si rende ben conto che il problema non è attuale. Anche con Neurath, durante la sua recente visita a Vienna, il Cancelliere si espresse in tal senso.

Quindi nessuna sorpresa si verificherà praticamente in tale direzione, ma, in linea di principio, egli non può rinunciare alla restaurazione. Conferma che il problema è di carattere interno e che egli non ha mai pensato a chiedere l’intervento italiano. In realtà, in questi ultimi tempi, nulla si era verificato in Austria che giustificasse tutte le campagne di stampa e le polemiche che sono sorte sul problema della restaurazione.

Il ministro tedesco Hans Frank, l’ambasciatore Von Hassell, Marpicati e altre autorità nel giardino dell’Ara dei Caduti Fascisti

Ciò prova che i suoi avversari si sono valsi di tali argomenti per creare a lui delle difficoltà, dato che nella lotta che il Fronte Patriottico conduce contro la propaganda nazista, la collaborazione apportata dai monarchici deve essere considerata utilissima ed indispensabile. Il Cancelliere informa che Neurath ha fatto opposizioni specifiche contro gli Absburgo e contro i Wittelsbach: accetterebbe, se del caso, il Liechtenstein.

La ragione per la quale Neurath ha dichiarato che la Germania osteggia la restaurazione è stata quella del pericolo rappresentato dall’attrazione che una monarchia in Austria eserciterebbe sui tedeschi del sud. Concludendo il Cancelliere tiene a far sapere che egli ricerca e ricercherà l’amicizia con la Germania, dato che nessun contrasto dovrebbe necessariamente separare questi due Paesi. Le grandi linee della politica dei due Stati sono e necessariamente debbono essere identiche, pur mantenendosi quelle differenziazioni determinate dalla religione, dalla cultura e dallo stesso spirito nazionale austriaco.

La pregiudiziale della indipendenza deve essere considerata sostanziale oggi: se poi i tedeschi intendono parlare di Anschluss, proiettato in un futuro indeterminato, egli non fa obiezioni. Ma sta di fatto che la generazione attuale vuole conservare l’indipendenza del Paese, la cui perdita potrebbe rappresentare un danno per la stessa Germania e per la cultura tedesca.

Il Cancelliere austriaco Schuschnigg parla con Renato Ricci al Foro Mussolini

In questo stato di cose egli si augura che, come non ha mai dubitato, la linea politica dell’Italia nei confronti dell’Austria, non sia stata né sia per essere modificata. In questi ultimi tempi si è spesso ripetuto che l’Italia avrebbe preso un nuovo orientamento: ciò ha portato in Austria un nervosismo che sarebbe bene eliminare subito, provando invece che l’Italia si mantiene sulle vecchie posizioni, dato che niente nella politica e nella situazione austriaca potrebbe suggerire nuovi orientamenti.

Il Duce risponde al Cancelliere che in occasione dell’ultimo colloquio avuto con Göring, ebbe a confermargli che il nostro atteggiamento nei confronti del problema austriaco era immutato, basandosi, come sempre, sulla necessità dell’indipendenza dell’Austria. Göring disse che la questione dell’Anschluss non era posta sul tappeto, ma che doveva far rilevare come l’Austria si portasse male nei confronti del Reich, applicando insufficientemente e con molte riserve mentali l’Accordo dell’11 luglio.

Egli stesso passando in Austria, aveva dovuto viaggiare con le cortine abbassate e la popolazione nazista era stata tenuta lontana dalle stazioni per impedirle di manifestare verso di lui. Göring aveva riaffermato che la Germania non poteva disinteressarsi della sorte di sette milioni di puri tedeschi, cosí come non poteva disinteressarsi, sia pure in certi casi, soltanto per la loro vita spirituale e culturale, di tutti gli altri nuclei tedeschi esistenti in Europa.

Il Cancelliere austriaco Schuschnigg e il Ministro degli Esteri austriaco Berger Waldenegg nei pressi del Foro di Augusto

Ma ciò era stato riconosciuto legittimo anche da parte nostra e dallo stesso Governo di Schuschnigg, il quale affermava, come tutti i precedenti Governi austriaci, che Vienna non poteva condurre la sua politica senza Berlino e meno ancora contro Berlino. Però importava riaffermare che il problema dell’Anschluss non bisognava porlo adesso e che invece si doveva mettere l’accento sull’indipendenza e sull’integrità austriaca.

Il Duce, parlando del problema della restaurazione dichiara che su di esso si era espresso giudicandolo inattuabile fin dai tempi in cui l’aveva discusso con il Cancelliere Dollfuss e con il Generale Gömbös. Riafferma la sua fede nel sistema monarchico, ma dice anche che la restaurazione in Austria presupporrebbe un clima internazionale che oggi non esiste e rappresenterebbe un grave pericolo di perturbazioni.

L’atteggiamento assunto dal “Giornale d’Italia” qualche tempo fa circa tale problema fu determinato dall’alternativa che ci era stata posta dalla stampa franco-britannica: l’Italia deve scegliere: o 1’Anschluss o la restaurazione. Tale manovra era evidentemente suggerita dal desiderio di provocare un urto tra Roma e Berlino e di rendere difficili le trattative allora in corso con la Jugoslavia, la quale è stata e si mantiene ostile alla restaurazione particolarmente per il riflesso che la monarchia avrebbe in Croazia.

Avanguardisti pre-marinari sfilano al Foro Mussolini

Allorché il “Giornale d’Italia” escluse che il Governo Fascista favorisse la restaurazione absburgica, la speculazione internazionale continuò affermando che dunque a Roma si voleva l’Anschluss. Ciò è falso. L’alternativa non esiste. Nessuna delle due soluzioni è urgente: l’Austria può continuare a vivere, come ha vissuto finora col suo regime federale, riservandosi di vedere nell’avvenire, che deve essere ancor decifrato, quali nuovi elementi possano entrare a far parte del gioco.

La situazione in Europa è oggi caratterizzata dalla esistenza pratica di due blocchi che automaticamente si sono venuti a formare su una base ideologica, e la cui differenziazione e stata accelerata e accentuata dagli avvenimenti in Spagna. Non si può nascondere che oggi il pericolo bolscevico esiste e che esso diventerebbe ben piú grave se il Comintern riuscisse vittorioso nel conflitto spagnuolo.

In questa eventualità non c’è dubbio che la Francia si orienterebbe anche piú marcatamente verso sinistra, e ciò determinerebbe certamente una revisione della politica britannica dato che storicamente a Londra si è sempre osteggiato ogni movimento apertamente rivoluzionario nella vicina Francia.

Il Cancelliere austriaco Schuschnigg e Renato Ricci passano in rivista i balilla moschettieri al Foro Mussolini

Per precisare, le ragioni che rendono solido l’asse Roma-Berlino sono di due ordini. La prima di politica estera, in quanto l’Italia deve assicurarsi una solida posizione continentale per poter continuare a fronteggiare nel Mediterraneo la non troppo dissimulata ostilità britannica. Il gentlemen’s agreement, firmato in gennaio, è valso a dare soltanto una breve pausa di calma nei rapporti tra Roma e Londra, ma ben presto la situazione è tornata ad essere dura ed i due Paesi hanno dato prova di continuare a nutrire reciprocamente sospetti e diffidenze.

L’altra ragione è determinata dalla solidarietà dei regimi autoritari. È manifesto che tra il Fascismo e il Nazismo vi sono delle differenze sostanziali. Noi siamo cattolici, fieri e rispettosi della nostra religione. Non ammettiamo le teorie razziste, sopratutto nelle loro conseguenze giuridiche. Anche in economia seguiamo dei sistemi diversi. Ma è positivo che i due regimi si trovano a dover fronteggiare gli stessi nemici, dato che il blocco delle democrazie la cui attiva esistenza si rivela sempre piú palesemente, cerca di isolare i due Paesi per poterci infine eliminare.

Tutta la speculazione di stampa sul recente caso Degrelle, che non andava al di là di una lotta elettorale, prova come in ogni modo le democrazie vogliono limitare l’area dei Paesi a regime autoritario. Nel mancato successo di Degrelle si è voluto identificare una sconfitta del Fascismo e del Nazismo.

Il Cancelliere austriaco Schuschnigg e Renato Ricci passano in rassegna gli avanguardisti al Foro Mussolini

È evidente che quanto piú si tenterà di isolarci, tanto piú i due Paesi si serreranno in una comune politica ideologica e nazionale. In tale stato di cose la separazione di Roma e di Berlino sarebbe gravissima per ambo i Paesi in quanto la coalizione democratica avrebbe una ben piú facile partita.

Ma ecco che qui si presenta, nel suo pieno valore, il problema austriaco. Si pensa spesso che l’Austria debba rappresentare il punto di frizione nei rapporti italo-tedeschi e perciò la speculazione internazionale cerca di lavorare a creare delle difficoltà.

La politica seguita dall’Austria finora ha dato dei buoni risultati; quindi si deve continuare a battere la stessa strada. A Vienna, pur premettendo di essere uno Stato tedesco, bisogna affermare che esistono le differenze sostanziali determinate dalla religione, dalla cultura, da una diversa visione del mondo e che i rapporti di amicizia con la Germania saranno resi migliori dalla indipendenza nazionale austriaca.

E siccome anche nel Reich vi sono delle forti correnti tedesche che desiderano una détente con l’Austria, bisogna appoggiarsi su di esse e consolidarle. Le migliorate relazioni tra gli ambienti militari sono certamente significative e promettenti. Bisogna lavorare attivamente in tale direzione.

Il Cancelliere austriaco Schuschnigg visita i Mercati Traianei

Per quanto concerne la Francia, il Duce ha detto che i nostri rapporti possono venir sintetizzati nella seguente formula: piú la Francia va a sinistra e più essa si allontana da noi. La situazione è strana dato che questioni aperte fra i due Paesi non esistono; ma invece si mantiene ugualmente uno stato d’animo di sorda ed irritante ostilità. Noi ci rendiamo conto che la Francia sia molto esasperata dalla esistenza dell’asse Roma-Berlino.

Se risaliamo col pensiero ai tempi della guerra vedremo quale importanza possa avere nel gioco francese l’intesa italo-tedesca. Fu soltanto per l’atteggiamento benevolo italiano che l’avanzata tedesca si arrestò sulla resistenza francese. Non c’è dubbio che anche adesso il solo pensiero che domina lo spirito francese è quello della sicurezza sul Reno. Tale sicurezza appare incerta, se l’Italia è legata alla Germania.

Comunque non è da ritenere che la Germania si prepari ad attaccare la Francia. I tedeschi non vantano rivendicazioni territoriali in quella direzione e sanno bene che per superare la linea di difesa francese bisognerebbe sacrificare milioni e milioni di uomini. Bisogna invece pensare che il dinamismo tedesco si rivolge tutto verso Est.

Il Cancelliere austriaco Schuschnigg e il Ministro degli Esteri austriaco Berger Waldenegg sotto il Tempio di Antonino e Faustina nel Foro Romano

Un’altra pedina che il Governo austriaco non deve trascurare nel suo gioco del mantenimento della indipendenza nazionale, è quella rappresentata dalle buone relazioni esistenti tra Budapest e Berlino. Per troppe ragioni il Governo magiaro deve considerarsi cointeressato alla esistenza dell’Austria, quindi sarebbe il caso di far discretamente pesare l’influenza magiara sul Governo del Reich.

È vero che in questi ultimi tempi i rapporti tra Budapest e il Reich si sono un po’ raffreddati in seguito alla forte propaganda nazista sviluppata particolarmente tra i nuclei tedeschi residenti in Ungheria, ma comunque si deve considerare che le relazioni tra i due Paesi sono molto strette e che la linea di condotta magiara di fronte all’eventualità dell’Anschluss verrà vagliata e tenuta in giusta considerazione dai dirigenti tedeschi.

Ciano rende omaggio al monumento in Piazza degli Eroi a Budapest

Esponendo infine le linee e gli scopi del recente accordo di Belgrado, il Duce rifà una rapida storia delle alterne vicende attraverso le quali sono passate in questi ultimi anni le nostre relazioni con la Jugoslavia. Bisogna comunque considerare il Patto di Belgrado, oltre che suggerito dalla opportunità di avere cordiali relazioni di amicizia con un paese di frontiera, anche in funzione della nostra situazione strategica nel Mediterraneo.

L’importanza politica della Jugoslavia è evidente e tutti ricordano come una delle principali preoccupazioni britanniche, allorché si determinò la tensione dei nostri rapporti con Londra, fu quella di raggruppare in un solo sistema di accordi anti-italiani la Turchia, la Jugoslavia e la Grecia.

È vero che cessate le sanzioni gli accordi furono dichiarati decaduti, ma comunque ci è parso di singolare utilità determinare una nuova situazione a noi favorevole. Tra l’Italia e la Jugoslavia non esistono delle questioni aperte, anzi gli interessi economici facilmente adattabili agli scambi e complementari fra loro suggeriscono e facilitano una naturale intesa.

Foto di gruppo dei partecipanti al Convegno dei Ministri degli Stati firmatari dei protocolli di Roma a Budapest: da sinistra a destra sono inquadrati: Guido Schmidt, Kalman Daranyi, Kurt von Schuschnigg, Galeazzo Ciano, Kalman de Kanya

Anche per quanto concerne l’Albania abbiamo potuto metterci d’accordo: tale questione che in un certo momento aveva assunto un’importanza del tutto precipua nelle relazioni italo-jugoslave, adesso è stata risolta con piena soddisfazione. L’indipendenza albanese, garantita finora soltanto dall’Italia, è oggi invece assicurata da Roma e da Belgrado. Per tale ragione anche in Albania l’accordo è stato considerato favorevolmente. Non bisogna infine dimenticare che la Jugoslavia ha concluso un cosí profondo ed importante patto politico al di fuori della Società delle Nazioni.

Per quanto concerne infine le relazioni tra l’accordo di Belgrado e i Protocolli di Roma, il Duce ritiene che tra qualche tempo si potrà eventualmente far aderire la Jugoslavia agli accordi italoaustro-ungheresi. Riassumendo infine la conversazione il Duce conclude dicendo che l’Italia conferma la sua politica diretta a mantenere l’indipendenza e l’integrità austriaca, sincronizzandola e armonizzandola con la politica dell’asse Roma-Berlino.

Galeazzo Ciano, sotto lo sguardo del cancelliere Schuschnigg, del primo ministro Daranyi e del ministro Schmidt, appone la sua firma in calce ad un documento

Nel successivo colloquio che ha avuto luogo il giorno 23 aprile alle ore 11 tra il Duce e Schuschnigg e al quale hanno assistito Ciano e Schmidt, essendo stato esaurito l’ordine del giorno relativo alle questioni politiche, si è parlato dei seguenti argomenti che qui brevemente riassumo:

1. Relazioni commerciali italo-austriache. – Il Cancelliere ha richiesto che, anche per fini politici, non venga ridotto o per lo meno non in forma troppo sensibile il contingente riservato all’Austria. Il Duce ha detto che darà istruzioni a Guarnieri nel senso di esaminare il problema non soltanto in base a criteri economici e valutari, ma anche tenendo presenti le necessità politiche del momento;

2. Trattamento delle minoranze di lingua tedesca in Alto Adige. – Il Cancelliere Schuschnigg ha chiesto ed ottenuto informazioni circa gli impegni da noi presi con gli jugoslavi per il trattamento da farsi alle minoranze slovene. Ha chiesto la istituzione di una scuola di lingua tedesca presso il Consolato austriaco, ma gli è stato risposto che un tale desiderio non poteva venire accolto in quanto anche il Reich avrebbe avanzato un’analoga richiesta e ci sarebbe stato impossibile di opporre un rifiuto.

Senza entrare in particolari di merito, il Cancelliere ha chiesto e ottenuto l’assicurazione che alle minoranze di lingua tedesca non verrà comunque fatto un trattamento inferiore a quello riservato agli alloglotti sloveni. Sono state infine esaminate e soddisfacentemente risolte alcune questioni di minore importanza concernenti sempre le minoranze dell’Alto Adige.

MAGGIO 1937

IL MINISTRO DEGLI ESTERI TEDESCO

VON NEURATH DA MUSSOLINI

Roma, 3 maggio 1937-XV

Spagna. – Il Barone von Neurath informa che il Führer ha deciso di inviare i 40 pezzi anticarro richiesti per le truppe italiane. Il Duce ringrazia per la comunicazione e fa alcune osservazioni circa la lenta condotta delle operazioni da parte di Franco. Sarebbe suo intendimento di continuare ad aiutare il Generale Franco fino alla fine di maggio; poi, qualora niente di nuovo si fosse manifestato, mettergli questa alternativa: o andare avanti rapidamente, oppure ritirare le truppe italiane.

Konstantin von Neurath, 1940

Pertanto il Duce propone che ai primi di giugno abbia luogo a Roma presso di Lui una riunione cui partecipino anche i rappresentanti autorizzati del Führer per esaminare la situazione e decidere il da farsi. Il Barone von Neurath concorda e accetta tale proposta.

Locarno. – Il Barone von Neurath mette in evidenza la tendenza britannica di separare la Germania dall’Italia nella questione di Locarno sostituendo a quello che era il vecchio Patto una serie di Patti bilaterali da cui l’Italia rimarrebbe automaticamente esclusa.

Austria. – Il Barone von Neurath comunica che il Führer intende mantenere alla base della sua politica nei riguardi dell’Austria il Patto dell’11 luglio. Da parte tedesca, pur portandosi il piú attento interesse alla questione, non la si considera acuta. Si fa però una eccezione: quella della restaurazione asburgica, che comporterebbe una immediata revisione della politica germanica.

Il Duce espone a von Neurath i risultati del recente convegno di Venezia, che si possono rapidamente cosí riassumere: Austria Stato tedesco che non può svolgere nessuna politica contro la Germania. Nessuna politica dell’Austria verso Praga, che determinerebbe una immissione dell’Austria nel sistema delle democrazie, facendo saltare i Protocolli di Roma.

Restaurazione considerata permanentemente inattuale, pur non potendo Schuschnigg fare dichiarazioni di principio in tal senso, dato il carattere interno della questione. Il Duce dice a von Neurath che in fondo gli austriaci non desiderano altro che di vivere all’ombra della grande Germania, pur mantenendo la loro indipendenza e fa presente l’opportunità che ad essi venga concesso un trattamento analogo a quello che la Germania ha fatto ai polacchi, coi quali un modus vivendi si è trovato, sia pure attraverso un matrimonio che è di pura convenienza.

Hitler, Mussolini e Konstantin von Neurath

Per quanto concerne la collaborazione dei nazisti al Governo di Schuschnigg, il Duce dice di avere consigliato a Schuschnigg di prendere una rappresentanza dei partiti nazionali. Fa però rilevare come debba esistere una differenza di sistemi tra l’Austria e la Germania, poiché sarebbe impossibile assumere in Austria degli atteggiamenti anticattolici o troppo marcatamente antisemiti.

Rapporti con la Chiesa. – Il Barone von Neurath, dopo avere riassunto le vicende che hanno condotto all’acuto stato di tensione tra la Santa Sede e la Germania, dice che è intendimento del Governo tedesco di arrivare ad una sistemazione con la Santa Sede su basi analoghe a quelle che permisero l’intesa fra la Santa Sede e l’Italia.

Il Duce concorda e consiglia di agire in tal senso: raggiungere cioè una intesa cosí concepita: la politica è riservata allo Stato, la religione è riservata alla Chiesa.

Inghilterra. Il Barone von Neurath dice che la politica inglese si rivela ormai sempre più chiara: colpire prima l’Italia e poi la Germania, o magari i due Paesi insieme. L’insistenza britannica per la stipulazione di patti collettivi ha lo scopo di legare le mani ai due Stati autoritari. La Germania non è disposta ad accedere alle proposte di patti collettivi. Il Duce conferma anche da parte italiana identica linea di condotta.

Romania. – Il Barone von Neurath dice che anche la Germania considera adesso opportuno attrarre nel sistema dell’asse RomaBerlino anche la Romania. Fa presente però le difficoltà che sorgono da parte ungherese. Il Duce dichiara che da parte sua non è disposto a fare niente con i romeni se gli ungheresi non danno prima il loro placet. Anche il Barone von Neurath è d’accordo e si rimane d’intesa in questo senso.

Hitler e Mussolini

Dopo una breve conversazione, nella quale si esaminano particolarmente le condizioni interne della Russia e le relazioni fra la Germania, l’Italia e il Giappone, il colloquio ha termine.

CIANO IN UNGHERIA

Budapest, 19-22 maggio 1937-XV

Durante i colloqui che ho avuto con il Presidente Darànyi e con il Ministro Kànya, abbiamo compiuto un largo giro di orizzonte esaminando tutti i problemi che direttamente e indirettamente interessano la politica dei due Paesi. Devo premettere che fin dall’inizio delle conversazioni ho notato nel Ministro Kànya una certa perplessità, determinata particolarmente da alcuni dubbi che che nutriva circa la nostra politica in Austria, le nostre trattative con la Romania, le nostre relazioni con l’Inghilterra. Tali dubbi non parevano condivisi dal Presidente Darànyi.

In seguito dirò come io abbia potuto dare al Ministro Kànya le assicurazioni opportune, sicché egli, alla fine dei colloqui, mi ha confermato esplicitamente che nessuna incertezza esisteva piú nel suo animo nei confronti della nostre direttive.

Europa Centrale. – Ho detto ai miei interlocutori quali fossero stati i risultati dei colloqui di Venezia e il mio esposto ha integralmente coinciso, a loro dire, con quello già fatto da Schuschnigg in occasione della sua visita a Budapest.

Durante i colloqui avuti a Londra, a Kànya era stato ripetutamente detto dagli inglesi che noi, presi in Africa dalla nostra politica coloniale e panislamica, e in Ispagna dalla campagna antibolscevica, ci preparavamo a disinteressarci completamente del problema austriaco con tutto vantaggio della Germania nazista.

Il Ministro degli Esteri Rumeno Grigore Gafencu (il terzo da sinistra) e Ciano (il secondo da destra) insieme ad altre autorità

Eden aveva apertamente consigliato Kànya a cercare, insieme all’Austria e alla Cecoslovacchia, di costruire un argine contro la pressione tedesca. In pari tempo aveva lasciato comprendere che l’interessamento inglese alle vicende dell’Europa centrale non poteva essere che un interessamento platonico. D’altra parte Kànya gli aveva risposto che l’Ungheria, pur preoccupandosi di un eventuale dilagare della potenza tedesca verso i suoi confini, non vedeva la possibilità né intendeva mutare la sua linea politica basata sull’amicizia con l’Italia e sulla collaborazione con la Germania.

Comunque Kànya nutriva dei dubbi circa il nostro attivo interessamento alla indipendenza dell’Austria e particolarmente l’articolo di Gayda era valso a confermare in lui, come, a suo dire, in alcuni circoli ungheresi e in molti austriaci, l’opinione che l’Italia si stesse gradualmente allontanando dalla posizione austriaca. Ho ribattuto ciò con i noti argomenti e gli ho detto che una sola eventualità potrebbe immediatamente compromettere il nostro appoggio all’Austria: quella cioè di un allineamento di Vienna sull’asse democratico bolscevico di Parigi, Praga, Mosca.

Ciano conversa con de Kanya in via dell’Impero in occasione della parata in onore del Reggente d’Ungheria

Kànya ha preso atto di queste mie dichiarazioni e ne è parso vivamente soddisfatto. Per quanto concerne i rapporti con la Piccola Intesa, ho narrato con molta ricchezza e precisione di particolari i colloqui con Stoiadinovic ed ho illustrato i risultati del Patto di Belgrado. Per quanto concerne la Romania ho confermato che, nonostante ogni voce corsa, nonostante il reale interesse che potrebbe avere il condurla nel nostro sistema, noi non avevamo negoziati in corso né intendevamo iniziarli fino a quando l’Ungheria non ci avesse fatto conoscere che la stipulazione di un patto tra Roma e Bucarest non era soltanto ammessa, ma risultava utile e gradita alla politica magiara.

Kànya, facendo il punto delle relazioni ungheresi con i tre Stati limitrofi, mi ha detto che egli aveva accolto con simpatia il Patto di Belgrado e che anche l’opinione pubblica ungherese si era, nella sua assoluta maggioranza, resa conto delle importanti ragioni che lo avevano determinato e delle conseguenze benefiche che esso avrebbe potuto avere nei riguardi della stessa Nazione magiara.

Inoltre Kànya ha accolto con la piú viva soddisfazione le mie dichiarazioni relative alla nostra politica nei confronti della Romania. Per quanto concerne l’attuale posizione ungherese egli faceva rilevare che il solo Stato con il quale avrebbe potuto stipulare un Patto in ogni momento, era la Cecoslovacchia la quale continua a rinnovare le sue profferte. Ma ciò non è, almeno per ora, nelle intenzioni del Governo ungherese.

Ciano si allontana in automobile insieme a von Mackensen, truppe schierate di fronte alla sede del Cancellierato

Con la Jugoslavia le relazioni hanno subíto una notevole détente, ma per il momento è da escludere, in seguito ai noti recenti accordi conclusi a Belgrado nella riunione della Piccola Intesa, un accordo separato con Belgrado. Piú difficili sono le relazioni con la Romania ove la pressione sulle minoranze ungheresi diviene ogni giorno più grave e dolorosa e dove l’opinione pubblica romena è nettamente orientata in senso anti-magiaro.

Allo stato degli atti Kànya non vede la possibilità di un immediato sviluppo della situazione. Si è parlato in alcuni ambienti ungheresi della possibilità di svolgere trattative contemporaneamente con i tre Stati per arrivare a dei Patti bilaterali con ciascuno di essi, lasciando poi al tempo di far sopravvivere quei Patti che avessero in sé contenuto di vitalità e di far morire quello che in Ungheria non è desiderato, e cioè il Patto con la

Cecoslovacchia. Comunque nessuna decisione è per ora presa e Kànya conferma che prima di iniziare trattative in qualsiasi senso prenderà contatto con il Governo Fascista.

Nostre relazioni con l’Inghilterra. – Durante il suo soggiorno londinese Kànya ha avuto colloqui con Eden e Vansittart i quali gli hanno dichiarato che da parte inglese si desiderava vivamente di arrivare ad un’intesa con l’Italia e che a loro parere nulla dovrebbe ormai sostanzialmente ostarvi.

Ciò è quanto Kànya mi ha detto. Ma in realtà ritengo che i due uomini politici inglesi abbiano descritto il nostro atteggiamento nei confronti dell’Inghilterra come quello di chi intende provocare un conflitto e ciò aveva profondamente impressionato Kànya. Questi mi ha ripetuto più volte numerose considerazioni sulla potenza inglese e sulle alleanze democratiche che automaticamente si salderebbero intorno ad una Gran Bretagna attaccata a noi.

Il Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano insieme a un corteo di autorità civili e militari tedesche saluta la folla nella stazione di Berlino

Darànyi poi, meno diplomatico e nei riguardi nostri più schiettamente amico, mi ha rivolto questa domanda esplicita: “È vero che Mussolini vuole fare la guerra all’Inghilterra?”. Ho risposto elencando la serie di gesti da noi compiuti per rendere possibile una ripresa di relazioni con la Gran Bretagna e quella incontestabile delle numerose provocazioni che da parte britannica ci sono in questi ultimi tempi venute.

Anche in futuro noi vogliamo fare del nostro meglio per rendere normali le relazioni con l’Inghilterra, ma non abbiamo nel frattempo chiuso gli occhi alla realtà, e, di fronte alla preparazione inglese, la nostra preparazione procede con un ritmo metodico e sicuro. Nessuna intenzione aggressiva da parte nostra. Egualmente nessuna possibilità di ripiegamento italiano di fronte ad una eventuale aggressione britannica. Queste mie dichiarazioni sono state accolte con molto compiacimento da Kànya il quale era tornato da Londra preoccupato che noi volessimo intransigentemente provocare un conflitto con l’Inghilterra.

Il Conte Ciano si sporge dal finestrino, la folla e le autorità salutano da terra, si vedono anche alcuni membri della Hitler-Jugend

Nei riguardi delle relazioni con la Francia gli ungheresi mi hanno ripetuto che da parte francese si sono rinnovati i tentativi per indebolire il sistema politico dei Protocolli di Roma e per allontanare l’Ungheria dall’asse Roma-Berlino, ma l’azione francese non si è svolta che saltuariamente e sopratutto valendosi della cooperazione inglese. Le relazioni fra l’Ungheria e la Francia continuano a mantenersi su una base di assoluto convenzionalismo, tanto più che il popolo ungherese non sente nessun legame di simpatia verso la Nazione francese.

Tentativi forse piú insistenti ed organici sono stati compiuti dal Governo di Parigi presso Schmidt, ma Kànya assicura che il contegno di quest’ultimo è stato assolutamente irreprensibile durante il periodo delle visite a Londra e a Parigi. Si è fatto chiaramente capire a Delbos che ogni intensificazione di rapporti con la Francia e con la stessa Cecoslovacchia, potrà avere luogo sul terreno economico, ma che non è il caso di parlare di nuovi legami politici.

In seguito a richieste rivoltemi particolarmente da Darànyi ho dato assicurazione che, nonostante il nuovo trattato di commercio con la Jugoslavia, gli interessi ungheresi verranno tenuti in particolare considerazione da parte nostra. Ciò è riuscito tanto più gradito in quanto che in alcuni ambienti ungheresi si era temuta la concorrenza del commercio jugoslavo e se ne erano previste conseguenze seriamente dannose.

Tanto Darànyi quanto Kànya hanno tenuto a confermarmi a più riprese la loro soddisfazione per i colloqui avuti durante il mio soggiorno a Budapest e che sono valsi a dissipare ogni incertezza che si era potuta determinare relativamente alle nostre direttive politiche.

Darànyi, in un colloquio che ho avuto con lui durante un ricevimento a Palazzo Reale, mi ha fatto chiaramente comprendere di non avere piú una assoluta fiducia nella persona di Kànya. Con molto garbo pensa di allontanarlo dal Governo. Ciò potrebbe aver luogo in ottobre prendendo a pretesto le scosse condizioni di salute del ministro Kànya. A sostituirlo potrebbe essere chiamato o il conte Bethlen o l’attuale ministro di Ungheria a Bucarest.

GIUGNO 1937

COLLOQUIO
CON L’AMBASCIATORE DI TURCHIA

Roma, 2 giugno 1937-XV

È venuto a vedermi l’Ambasciatore di Turchia il quale mi ha fatto le seguenti due comunicazioni d’ordine del suo Ministro degli Affari esteri:

1. In un colloquio avuto con Eden, a Ginevra, Rustu Aras ha tratto la convinzione che il Governo inglese intenda compiere ogni sforzo per arrivare ad una completa conciliazione con l’Italia. Se un ritardo vi è, ciò è dovuto al fatto che la pubblica opinione inglese presenta ancora delle larghe zone di ostilità al Fascismo. Comunque Eden avrebbe dichiarato che non appena spentasi l’eco delle recenti polemiche, sarebbe sua intenzione di fare una dichiarazione ai Comuni tendente a rimettere in pieno vigore l’accordo mediterraneo del gennaio e a preparare una base di più larga intesa italo-britannica.

Il quartiere storico dell’antica Costantinopoli, dominato da cupole e minareti di moschee, visto dal ponte di una nave militare provvista di cannoni

2. Rustu Aras è rimasto molto spiacente dell’atteggiamento assunto dal Delegato polacco Kormanisky a Ginevra per quanto concerne il riconoscimento dell’Impero. La procedura seguita dal polacco è stata tale da impedire che l’Assemblea prendesse una positiva decisione. Se Rustu Aras fosse stato per tempo preavvisato, non avrebbe mancato di raccogliere intorno a sé tutti gli elementi favorevoli alla liquidazione dell’affare etiopico per compiere una manifestazione efficace in seno alla S.d.N. Non si è associato individualmente perché ha ritenuto che ciò sarebbe stato di scarsa utilità ed ha preferito invece tenersi in riserva per il mese di settembre quando la questione si presenterà di nuovo all’esame.

Non ho mancato fi far presente all’Ambasciatore di Turchia che l’adesione isolata di Rustu Aras a1 gesto compiuto dal polacco, anche se avesse sortito una scarsa efficacia pratica ai fini del riconoscimento dell’Impero, avrebbe avuto in Italia una ripercussione favorevole ed avrebbe certamente rafforzato i legami con la Turchia.

COLLOQUIO
CON L’AMBASCIATORE TEDESCO VON HASSEL

Roma, 14 giugno 1937-XV

L’Ambasciatore von Hassell, venuto da me col pretesto di consegnare la decorazione, mi ha comunicato che il Ministro Neurath ha ricevuto un invito ufficiale dal Governo britannico per recarsi a Londra alla fine del mese. “Trattandosi di un invito ufficiale il Ministro Neurath non poteva opporre un rifiuto”.

L’Ambasciatore era anche incaricato di dirci che Neurath desidera conoscere quale azione potrebbe svolgere a Londra in nostro favore. Ho accolto con molta freddezza la notizia ed ho fatto presente a von Hassell che il viaggio di Neurath nella capitale britannica non mancherà di dar luogo ad interpretazioni che sarebbe stato più conveniente evitare.

Il ministro tedesco Hans Frank scende la scalinata del Vittoriano con l’ambasciatore Von Hassell, Marpicati e altre autorità

Se la sola presenza di von Blomberg, elemento militare e non politico del Governo del Reich, in occasione di un avvenimento protocollare quale la incoronazione, è valsa a far versare fiumi di inchiostro, mi domandavo quale eco e quale spiegazione avrà il viaggio del Ministro degli Esteri, cui non potrà certamente negarsi un contenuto politico.

Ho chiesto a von Hassell se era già preparata un’agenda per le conversazioni. L’Ambasciatore mi ha risposto dichiarando di non essere a conoscenza di ciò, ma di informarsi subito a Berlino. Ritiene però che niente sia stato neppure considerato, dato che nell’opinione del Governo tedesco, ed anche in quella del Governo inglese, la via tra Londra e Berlino è ancora ingombra di molti e forse insuperabili ostacoli. Ha infine aggiunto che per parte sua farà il possibile per evitare che alla visita di Neurath a Londra venga data una interpretazione tendente ad indebolire l’Asse.

Ma von Hassell oggi, nel darmi la notizia, riusciva male a mascherare il suo compiacimento per la prossima attività politica del suo Ministro, alla quale egli, nei limiti della sue possibilità, ha sempre ed attivamente contribuito.

Marpicati indica qualcosa al ministro tedesco Hans Frank davanti all’Ara dei Caduti Fascisti

P. S. Ho ripensato a quando, recentemente, von Neurath ci fece dire che sarebbe stato meglio che noi non avessimo abbandonato il Comitato di Londra, dopo il bombardamento di Almeria. Non si stava forse già preparando il pretesto per il viaggio che ci ha oggi annunciato?

Telegramma dell’Ambasciatore d’Italia a Berlino:
232. Urgentissimo. – Visita di von Neurath a Londra. Nessuna agenda è fissata o ha potuto essere discussa. Si osserva pertanto che essa possa comprendere:

  • 1) un giro d’orizzonte generale;
  • 2) questioni particolari fra i due Paesi (comprese Colonie ecc. );
  • 3) la situazione spagnola;
  • 4) il Patto occidentale inteso come mezzo di riavvicinamento generale.
  • Sopra questi ultimi due punti particolarmente si gradirebbe conoscere il nostro pensiero essendo comunque fermo, fin d’ora, che von Neurath farà comprendere chiaramente agli uomini di Stato inglesi che “non c’è riavvicinamento fra Berlino e Londra senza Roma”.

Dalla visita di von Neurath questo Ministro degli Affari esteri – nel migliore dei casi – non si attende alcun risultato concreto all’infuori di una chiarificazione dell’atmosfera dei rapporti anglotedeschi, sia nell’interesse dei due Paesi, sia di quello europeo di “distensione generale” verso cui la politica tedesca si va – ogni giorno di più – orientando.
Attolico

Il ministro tedesco Hans Frank rende omaggio all’Ara dei Caduti Fascisti con l’ambasciatore Von Hassell, Marpicati e altre autorità

NUOVO COLLOQUIO CON VON HASSELL

Roma, 16 giugno 1937-XV

L’Ambasciatore veri Hassell, che ha chiesto stamane di vedermi, mi ha fatto una comunicazione di analogo contenuto, confermando quindi che si tratta:

  • a) di iniziativa inglese;
  • b) che non è stata stabilita un’agenda;
  • c) che le conversazioni verteranno presumibilmente sui punti 1, 2, 3, 4, di cui al telegramma N. 232;
  • d) che Neurath farà comprendere agli uomini di Stato inglesi che non c’è riavvicinamento possibile fra Berlino e Londra senza Roma.

GUADALAJARA

Roma, 19 giugno 1937-XV

Ho ricevuto l’Ambasciatore Drummond che aveva chiesto udíenza col pretesto di ringraziarmi per il dono inviato in occasione del matrimonio della figlia. Mi ha domandato se avevo letto la risposta data da Eden alla Camera dei Comuni in seguito all’interrogazione laburista circa i missionari in Etiopia.

Gli ho risposto di sì e allora Drummond ha aggiunto che certamente non mi era sfuggito il senso di moderazione che aveva guidato il Ministro degli Affari esteri britannico. È passato quindi a parlarmi dell’articolo “Guadalajara”. Ha premesso di parlarmi in via personale e quindi con la più assoluta franchezza.

Da qualche tempo Drummond, sostenendo col suo Governo la necessità di addivenire ad un prossimo miglioramento delle relazioni italo-britanniche, ha sempre assicurato che il Duce, al di là delle necessità e delle situazioni contingenti, era favorevole ad un’intesa con la Gran Bretagna, e che nell’animo degli italiani non albergavano propositi minacciosi ed aggressivi nei riguardi dell’Inghilterra. L’articolo su “Guadalajara”, che parla chiaramente di non lontane vendette, lo aveva condotto a riflettere e a domandarsi se, nel suo desiderio di raggiungere un accordo con l’Italia, non si fosse lasciato indurre in errore giudicando come sopra ho detto.

Gli ho risposto che certamente egli era nel giusto. Il Duce fin dal novembre scorso ha dato prova di desiderare il ritorno ai rapporti normali con la Gran Bretagna e la conclusione del gehtlemen’s agreement è stata la prova decisiva di questa sua volontà. Anche oggi credo di poter affermare che Mussolini è disposto ad intendersi con la Gran Bretagna sulla base di una intesa completa e chiarificatrice di ogni punto. A cominciare naturalmente da quello del riconoscimento dell’Impero che tolga ogni pratica possibilità di equivoco e di attrito nei rapporti futuri.

Per quanto concerne l’articolo “Guadalajara”, non sarà certo sfuggita all’Ambasciatore di Gran Bretagna l’ondata di entusiasmo sollevata in Italia da questa pubblicazione. Ma, anziché rendere più difficile un avvicinamento alla Gran Bretagna io penso che debba facilitarlo. In realtà, come ebbi occasione di dire a Drummond dopo gli incidenti di stampa per la questione di Bermeo, il Duce era rimasto profondamente ferito dalle affermazioni fatte dai giornali inglesi nei riguardi dell’Esercito italiano.

La pubblicazione dell’articolo “Guadalajara” valeva, a mio avviso, a mettere definitivamente in chiaro un episodio del quale si era cosí erroneamente e calunniosamente parlato, ed anche per quanto concerne personalmente il Duce, a permettergli di considerare i rapporti con la Gran Bretagna con la serenità che è data a colui che ha potuto finalmente dire quanto aveva in cuore. Per quanto concerne poi la “vendetta”, Drummond non doveva dimenticare che i nostri volontari sono ancora in Spagna e che è certamente sul terreno iberico che l’azione è considerata. La presa di Bilbao insegna.

Drummond ha risposto che prendeva atto con molto compiacimento di questo mio punto di vista e che per parte sua intendeva spingere, per quanto possibile, l’opera di conciliazione. Però egli non vede la possibilità di arrivare al riconoscimento giuridico dell’Impero prima della prossima sessione ginevrina. Mi ha chiesto se potevo dargli qualche suggerimento in proposito.

Gli ho risposto che non avevo nessuna formula pronta da sottoporgli, ma che comunque anch’io avrei riflettuto su questa sua richiesta e che per il momento mi limitavo a ringraziarlo di quanto mi aveva detto e a dirgli che le dichiarazioni fattemi comunicare da Eden, per il tramite di Grandi in questi ultimi giorni, erano riuscite gradite.

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 114

a cura di Cornelio Galas

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19 luglio, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

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I “SEGRETI” DI GALEAZZO CIANO – 3

a cura di Cornelio Galas

  • documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

A settanta anni dalla loro redazione ecco per la
prima volta in rete i documenti che Galeazzo Ciano
allegava al suo DIARIO


OTTOBRE 1936

 

COLLOQUIO CON L’AMBASCIATORE
DI GERMANIA VON HASSELL

Roma, 3 ottobre 1936-XIV

Ho avuto il seguente colloquio con l’Ambasciatore von Hassell.

Mio viaggio in Germania. – L’Ambasciatore von Hassell mi ha comunicato ufficialmente l’invito di recarmi in Germania tra il 18 ed il 22 corrente mese. Egli era al corrente di quanto era stato detto ad Attolico circa la redazione di un comunirato a conclusione della mia visita, nel quale avrebbero dovuto venire toccati i seguenti punti: Locarno, Società delle Nazioni, Colonie, comunismo, riconoscimento dell’Impero. In massima, a nome del suo Governo, si è dichiarato d’accordo, riservandosi di concordare in seguito i particolari e di redigere il testo.

Ulrich von Hassell

Locarno. – Per la questione di Locarno l’Ambasciatore von Hassell mi ha dichiarato che il Governo tedesco intende, in primo luogo, affrontare il problema in pieno coordinamento con l’Italia.

I tedeschi si propongono di rispondere al memorandum britannico, ma non prima che sia terminata l’Assemblea. Io ho fatto rimarcare che sarebbe opportuno posporre la risposta a dopo la mia visita a Berlino. Von Hassell ha preso atto e si è riservato di comunicare al suo Governo.

Il Governo del Reich dichiara di avere in massima una disposizione positiva nei confronti del raggiungimento di un Patto occidentale. Per quanto concerne i rapporti coi Sovieti, l’atteggiamento germanico si mantiene negativo, pur non ritenendo opportuno, in un primo tempo, compiere alcun gesto che possa venire a marcare tale atteggiamento. Basterà dichiarare che dapprima soltanto l’accordo occidentale viene considerato, escludendo ogni immissione russa.

Riproduzione di una fotografia: Galeazzo Ciano, il ministro degli esteri Schmidt, il cancelliere Schuschnigg e due donne, elegantemente vestiti, durante un ricevimento nel corso dei colloqui di Vienna

Il criterio tedesco nella stipulazione del Patto rimane quello della rinuncia assoluta alla guerra tra Germania, Francia e Belgio, senza eccezioni. Qualora la Francia proponesse invece delle eccezioni, il Governo del Reich si riserverebbe di considerarle caso per caso. Nessuna interferenza deve essere stabilita tra il nuovo Patto di Locarno ed il Patto della Società delle Nazioni.

Questi i concetti di massima: l’Ambasciatore von Hassell ha aggiunto che nella prossima risposta alla nota britannica, risposta che avrebbe un carattere preliminare, il Governo del Reich si proporrebbe di dire soltanto che la Germania rimane fedele all’idea di garantire la pace nell’Occidente, mediante un Patto che fosse nello spirito della vecchia Locarno. Ma von Hassell stesso si domanda se una nota di tal tenore potrebbe considerarsi una vera e propria risposta al memorandum inglese, o non piuttosto una mossa per dilazionare.

Ho detto a von Hassell che era necessario esaminare insieme e piú a lungo tutto il problema e che lo stesso testo della risposta tedesca avrebbe dovuto essere direttamente influenzato da quello che sarà il testo del comunicato da concordarsi in seguito alla mia vísita a Berlino.

Riproduzione di una fotografia: Galeazzo Ciano accolto alla stazione dal cancelliere Schuschnigg, dal ministro degli esteri Schmidt e da altre personalità civili e militari

Spagna. – L’Ambasciatore von Hassell mi ha detto cme il Governo tedesco non intende per ora rispondere al telegramma di Franco, poiché una risposta assumerebbe il valore di riconoscimento. Si riserverebbe di farlo dopo l’occupazione di Madrid, concordandosi opportunamente con noi.

Colloquio col Duce. – Von Hassell mi ha infine detto che ha alcune cose da riferire al Duce per incarico personale di Hitler. Prega pertanto che gli venga fissato un colloquio, dopo il quale riprenderà le conversazioni con me per la preparazione del viaggio a Berlino e della risposta per Locarno.

Se il Duce autorizza, proporrei di accompagnare von Hassell a Palazzo Venezia, nel pomeriggio di lunedí.

IL RIARMO INGLESE

 

Roma, 7 ottobre 1936-XIV

L’Ambasciatore d’Inghilterra, tornato recentemente da un congedo di due mesi in Patria, è venuto oggi a vedermi. Mi ha detto per prima cosa che è rimasto impressionato, durante il suo congedo, delle ottime condizioni in cui si trova il suo Paese, ove ha notato una eccezionale ripresa di attività e di commerci. Il riarmo procede attivamente e rapidamente: per quanto riguarda la Marina e l’Aeronautica non s’incontrano difficoltà né per i1 materiale né per gli uomini.

Difficoltà s’incontrano invece per il reclutamento terrestre, che scarseggia; ma il Governo britannico è deciso di superare anche in questo settore ogni possibile ostacolo. Drummond ha avuto prima di partire una lunga conversazione con Eden, il quale lo ha personalmente incaricato di farci conoscere che l’interpretazione data dalla stampa ad alcune manifestazioni della vita politica britannica è falsa. È intenzione inglese di riprendere al piú presto le buone relazioni con l’Italia, e di considerare chiusa la pagina etiopica.

Galeazzo Ciano

Ho fatto rilevare all’Ambasciatore britannico che l’interpretazione della stampa non era soltanto da parte italiana, ma praticamente di tutti i giornali stranieri. Ho documentato questa affermazione a Drummond con alcuni articoli di stampa estera. Ho detto che prendevo atto di quanto lui mi diceva ma che evidentemente sarebbe stato bene, anche per neutralizzare l’effetto di quanto era stato stampato, che la stampa inglese facesse conoscere pubblicamente quanto Drummond mi diceva per via diplomatica. Non ho avuto nessuna pratica risposta.

Drummond mi ha parlato allora delle preoccupazioni britanniche per l’azione che noi staremmo svolgendo in Egitto e in Palestina, sottolineando particolarmente la nostra propaganda antibritannica in Egitto. Mi ha detto che il Governo aveva delle prove, ma ho tratto l’impressione dal colloquio, anche perché il carattere delle affermazioni di Drummond era assai inesatto, che tali prove non ci siano. Comunque ho negato ogni nostro intervento nei movimenti arabi dell’Egitto e dell’Asia Minore.

James Eric Drummond

Infine con Drummond abbiamo parlato del memorandum per Locarno. Pur premettendo che la questione era ancora allo studio e che quindi non ero in grado di fargli conoscere il nostro definitivo punto di vista in merito, gli ho detto e gli ho spiegato le ragioni per le quali noi siamo contrari ad una formula che tenda a trasformare il Patto di Locarno in una combinazione di accordi regionali tripartiti.

 

VIAGGIO A BERLINO

 

Col ministro von Neurath abbiamo riesaminato i vari punti del Protocollo e abbiamo espresso successivamente i nostri punti di vista sulle varie questioni.

Locarno. – Neurath ed io abbiamo confermato di tenerci in contatto per l’avvenire come per il passato, avendo riscontrato ancora una volta una identità di vedute su tale questione. La Germania – secondo quanto dichiarava von Neurath – non è disposta ad accettare Patti tripartiti, né ad ammettere una situazione risultante dalla somma della vecchia Locarno piú un Patto aereo tripartito anglo-franco-tedesco. Inoltre non intende che tra la nuova Locarno, la situazione orientale e il Covenant della Società delle Nazioni esistano rapporti di sorta.

Concordiamo nel giudicare inutile ai nostri fini il recente atteggiamento belga: anche la Germania farà conoscere tale suo giudizio a Bruxelles.

Galeazzo Ciano (in uniforme di ufficiale della Milizia), il cancelliere Schuschnigg, il ministro degli esteri austriaco Schmidt e il ministro degli esteri ungherese De Kanya seduti intorno ad un tavolo durante i colloqui

La discussione della eventualità di un Patto occidentale ha portato il Ministro tedesco e me ad esaminare i rapporti dei nostri due Paesi con l’Inghilterra. Ho detto a Neurath che noi non facevamo né intendevamo fare una politica antibritannica, ma dovevamo registrare le attività che gli inglesi svolgono contro di noi. Se l’Inghilterra continua in tale sua politica, noi siamo decisi a fronteggiarla, e la necessaria preparazione è già in atto. Neurath mi ha detto che concorda assolutamente con noi nel ritenere che l’Inghilterra cerca di svolgere una politica di accerchiamento contro l’Italia.

Ma la politica dell’Inghilterra, anche nei riguardi della Germania, è tutt’altro che chiara ed amichevole. Neurath non si è mai fatto illusioni su questo punto: egli sa che l’Inghilterra guarda la Germania nazista con animo ostile.

Ho ritenuto allora opportuno di dirgli che sono in nostro possesso alcuni documenti (che, d’ordine del Duce, rimetterò direttamente al Führer), i quali provano in forma definitiva le intenzioni della Gran Bretagna verso la Germania. Neurath mi ha detto che è ben lieto che tali documenti vadano nelle mani del Führer, il quale potrà piú tranquillamente abbandonare quei residui di illusioni creatigli da Ribbentrop, secondo le quali l’Inghilterra avrebbe voluto fare una politica di amicizia e di collaborazione sincera con la Germania. Ma anche il Führer in questi ultimi tempi ha avuto modo di rendersi conto di come le previsioni di Ribbentrop fossero fallaci.

Galeazzo Ciano (in uniforme di ufficiale della Milizia) passa in rassegna dei ragazzi in divisa con il moschetto (forse allievi dell’Accademia Militare Teresiana di Wiener Neustadt) all’interno di un salone, seguito dal ministro degli esteri Schmidt, dal senatore Salata e da altre personalità

Società delle Nazioni. – Tanto Neurath che io confermiamo appieno quanto risulta dal relativo accordo contenuto nel Protocollo. Dico a von Neurath che la nostra decisione di rimanere alla S.d.N. è tutt’altro che definitiva: a suo tempo, ed essendosi verificati alcuni eventi di polizia militare in Abissinia, noi riesamineremo la nostra posizione verso Ginevra. Neurath ne prende atto, ma per parte sua non insiste per una nostra uscita immediata, dato che noi, essendo ancora membri della S.d.N., abbiamo la possibilità di svolgervi, se del caso, un’opera di sabotaggio utile ai comuni fini.

Comunismo. – Si conferma quanto risulta dal Protocollo.

Spagna. – Neurath comunica l’intenzione del Governo tedesco di procedere al riconoscimento del Governo franchista subito dopo l’occupazione di Madrid. Concordo. Domando a Neurath cosa gli risulti circa la situazione militare delle forze rivoluzionarie. Egli non ha notizie precise, ma ritiene che si attraversi una critica fase di stasi. Gli dico che tale è anche l’opinione nostra e che il Duce mi ha incaricato, a questo proposito, di dire al Führer che egli intende compiere uno sforzo militare decisivo per determinare il tracollo del Governo di Madrid. Desidera sapere se il Führer è pronto ad associarsi a tale azione. Per parte nostra, oltre alle nuove forze aeree, che manderemo, possiamo anche fornire due sottomarini sufficienti a liberare il mare dalle forze dei rossi.

Galeazzo Ciano (in divisa da ufficiale della Milizia) passa in rivista la compagnia d’onore, dopo la visita al sacrario dei caduti tedeschi, accompagnato dall’ambasciatore Attolico e da alcune personalità naziste

Neurath mi dice che certamente il Führer concorderà; comunque la questione verrà definita durante il colloquio a Berchtesgaden. Tra me e Neurath rimangono fissati nei riguardi della Spagna i tre seguenti punti:

1. sforzo militare immediato e comune;
2. riconoscimento dopo l’occupazione di Madrid;
3. azione comune, che verrà definita a suo tempo, per impedire il determinarsi e il consolidarsi di uno Stato catalano.

Austria. – Confermiamo quanto risulta dal Protocollo. Neurath esprime la sua soddisfazione per i recenti avvenimenti che hanno comportato il consolidamento totalitario della posizione di Schuschnigg. Mi associo pienamente a quanto egli dice.

Gli domando quali siano le intenzioni del Governo tedesco circa la elevazione di quella Rappresentanza al rango di Ambasciata. Neurath risponde che egli è contrario alla cosa, che ha dato istruzioni in tal senso a veri Papen, ma teme che quest’ultimo sia riuscito a carpire al Führer – il quale non attribuisce molta importanza a questa questione tecnica specifica – il permesso di avanzare la proposta a Vienna.

Gli dico che anche noi siamo contrari. Comunque rimaniamo d’accordo che, qualora si dovesse arrivare alla elevazione delle Legazioni al rango di Ambasciate, si procederebbe di piena intesa e si adotterebbe il provvedimento lo stesso giorno.

Politica economica generale. – Spiego a Neurath le ragioni che ci hanno indotto alla svalutazione. Neurath dichiara di rendersi esattamente conto e dice che il Governo del Reich non ha svalutato adesso per speciali ragioni contingenti, ma che si dispone a farlo non appena tali ragioni saranno cessate.

Galeazzo Ciano visita il Ministero dell’Aeronautica accompagnato da Goering e da altre personalità

Collaborazione economica nel Bacino danubiano. – Confermiamo quanto risulta dal Protocollo circa l’opportunità di lasciare definire dagli organi tecnici – però al piú presto – la forma e i limiti di tale collaborazione. L’argomento induce a compiere un rapido esame dei rapporti politici coi vari Stati balcanici. Ci soffermiamo particolarmente sui rapporti con la Jugoslavia e Neurath, registrando la recente détente tra Roma e Belgrado, mi dice che sarebbe nostro interesse di stabilire al più presto buone relazioni con la Jugoslavia per due ragioni: una prima, di interesse comune, relativa all’opportunità di rafforzare mediante l’adesione jugoslava il barrage al comunismo; una seconda, di interesse particolarmente italiano relativa ai vantaggi, di sottrarre Belgrado all’influenza britannica, dato che al Governo del Reich risulta in forma sicura che gli inglesi tendono a crearsi una piattaforma di amicizia in Jugoslavia per assicurarsi le basi dalmate in caso di conflitto e per completare il tentativo di accerchiamento anti-italiano.

Rispondo a Neurath che fra noi e la Jugoslavia non esiste alcuna seria ragione di dissenso e che è pertanto nostra intenzione di raggiungere una intesa. Per quanto concerne poi la Romania, Neurath dice che, una volta stabilito l’accordo con Belgrado, essa dovrà inesorabilmente avvicinarsi a noi. Neurath dice infine che gli albanesi gli hanno fatto reiteratamente conoscere il desiderio di re Zog di stabilire una Legazione a Berlino. Il Governo tedesco vorrebbe conoscere il parere italiano in merito. Rispondo che in principio nulla osta e che mi riservo di fargli conoscere eventuali osservazioni in merito.

Galeazzo Ciano conversa con il ministro degli esteri tedesco von Neurath, un’alta personalità in divisa e una signora durante un ricevimento all’Ambasciata italiana

Abissinia. – Si conferma quanto risulta dal Protocollo e dico a Neurath che, per quanto riguarda i danni subiti dai cittadini tedeschi in Etiopia, egli può farmi pervenire una lista. Mi interesserò affinché il Viceré sul posto provveda a tacitare i danneggiati con provvedimenti di grazia.

Manciukuò. – Neurath dice che il Führer desidera di venire al riconoscimento del Manciukuò ma che egli intenderebbe ritardare di qualche tempo tale gesto per non compromettere alcuni contingenti interessi economici tedeschi in Cina. Tra la Germania e il Giappone si sono però stabilite relazioni di stretta collaborazione e, in via del tutto riservata, mi comunica che tra breve si procederà alla firma di due Protocolli: uno pubblico, contenente una intesa antibolscevica, e un secondo, segreto, contenente la clausola della favorevole neutralità in qualsiasi evenienza.

Per quanto ci concerne, nulla osta da parte tedesca a che noi si proceda al riconoscimento del Manciukuò in cambio del riconoscimento dell’Impero etiopico: anzi Neurath ritiene che un tale avvenimento potrà essere utile ed opportuno. Neurath esprime infine il desiderio di raggiungere tra l’Italia e la Germania un accordo culturale. Dò l’adesione di massima e si rimane intesi che tra breve si inizieranno le conversazíoni relative.

Di comune accordo, Neurath ed io, rinviamo al giorno successivo la firma dei Protocolli, riservandoci inoltre di concordare le dichiarazioni alla stampa e le comunicazioni da fare al corpo diplomatico. In linea di massima riteniamo non opportuno dichiarare che si è proceduto alla firma di un Protocollo. Ciò darebbe la stura a troppe arbitrarie ipotesi. Converrà però dire che gli argomenti dei nostri colloqui sono stati consacrati in apposito processo verbale firmato dalle due parti.

Il colloquio, al quale Neurath ha tenuto a dare il carattere di una assoluta e, vorrei dire quasi, eccezionalmente marcata cordialità, si è protratto dalle ore 11,20 alle ore 13,5.

Galeazzo Ciano colto tra il ministro degli esteri tedesco von Neurath e il feldmaresciallo von Blomberg durante il ricevimento all’Ambasciata italiana

 

A COLLOQUIO COL FÜHRER

Berchtesgaden, 24 ottobre 1936-XIV

Il colloquio si è svolto nello studio privato di Hitler, al secondo piano della sua villa. Il Führer esprime il suo compiacimento per la mia visita in Germania e si dichiara lieto dei risultati raggiunti per la collaborazione dei nostri due Paesi. Lo ringrazio e gli dico di essere incaricato dal Duce di portargli un saluto particolare, dal Duce che ha sempre nutrito per Hitler sentimenti di cordiale simpatia e di vivo interesse per la sua opera, anche nei momenti difficili.

Il Führer appare molto toccato da queste dichiarazioni che gli vengono da parte di chi: “è il primo Uomo di Stato del mondo, al quale nessuno ha diritto di paragonarsi neppure da lontano.”

Durante le sanzioni l’Inghilterra ha cercato piú volte di adescare la Germania con promesse, talvolta anche lusinghiere, per attrarla nella sua sfera d’azione anti-italiana. Il Führer non ha mai ceduto a tali lusinghe perché ha sempre tenuto presente l’immane opera compiuta da Mussolini per il suo Paese e per il mondo, e perché si è reso conto della intenzione britannica di separare i nostri due Paesi per batterli isolatamente.

Historische Stunden in München:
Der Führer und der Duce beim Abschreiten der Front der Ehrenformationen. Weiter links Graf Ciano und Generalfeldmarschall Göring.
Sept. 1938

Un’alleanza guidata dall’Inghilterra contro l’Italia prelude ad un’alleanza guidata dall’Inghilterra contro la Germania e viceversa. Le democrazie sono saldate tra di loro in un blocco automatico che trova una specie di cemento e di lievito nel bolscevismo. Queste forze sono egualmente nemiche della Germania nazista e dell’Italia fascista.

Al Führer, che mi domanda lo stato attuale dei nostri rapporti con l’Inghilterra, faccio un rapido esposto della situazione, mettendo in chiaro che non è né nelle nostre intenzioni né nei nostri programmi di svolgere una politica antibritannica per partito preso, ma che sarebbe sciocco e criminoso da parte nostra di chiudere gli occhi di fronte alle continue manifestazioni di preparazione anti-italiana da parte del Governo britannico.

La nostra contromanovra al tentativo di accerchiamento è rapida e decisa; qualora l’Inghilterra credesse di voler saldare intorno all’Italia un anello per soffocarla, la nostra reazione sarebbe immediata e violentissima. Ma – aggiungo – la Germania non deve farsi íllusioni. La politica britannica si rivolge altrettanto attivamente contro di lei. Se non se ne hanno manifestazioni positive e dirette, è perché l’Inghilterra cerca di guadagnare il tempo necessario per completare il suo riarmo.

Hitler e Ciano

A questo punto presento al Führer, come invio speciale del Duce, il documento noto. Il Führer legge subito la circolare di Eden e il telegramma Phipps, nel quale l’Ambasciatore d’Inghilterra giudica il Governo del Reich composto da pericolosi avventurieri. La lettura produce una profonda impressione nel Führer, che dopo un momento di silenzio, ha una reazione violenta.

“A giudizio degli inglesi vi sono oggi nel mondo due Paesi che sono guidati da avventurieri: la Germania e l’Italia. Ma anche l’Inghilterra era governata da avventurieri quando fece l’Impero. Oggi è soltanto governata da inetti.”

La lettura dei due documenti ha animato il Führer. Allora egli dice che all’intesa che esiste fra le democrazie bisogna opporne una guidata e capeggiata dai nostri due Paesi. Ma non bisogna limitarsi a tenere un atteggiamento passivo. Bisogna assumere un contegno attivo. Bisogna passare all’attacco.

Ed il terreno tattico sul quale conviene portare la manovra è quello dell’antibolscevismo. Infatti molti paesi, i quali, insospettiti da un’amicizia italo-tedesca per tema del pangermanismo o dell’imperialismo italiano si schiererebbero contro di noi, saranno portati a fare parte della nostra costellazione se vedranno nella unione italo-tedesca la barriera contro la minaccia bolscevica all’interno e all’estero.

In Ispagna italiani e tedeschi hanno già scavato insieme la prima trincea contro il bolscevismo. La Germania si è impegnata a fondo nella questione spagnuola senza alcuna mira territoriale e politica: il Mediterraneo è un mare italiano. Qualsiasi modifica futura di equilibrio mediterraneo deve andare a favore dell’Italia. Così, come la Germania deve avere la libertà di azione verso l’Est e verso il Baltico: orientando i nostri due dinamismi in queste direzioni, esattamente opposte, non si potrà mai avere un urto di interessi tra la Germania e l’Italia.

Faccio presente al Führer che fin dal 1919 Mussolini ha innalzato nel mondo la bandiera antibolscevica e che l’azione svolta all’interno è stata tale da far scomparire nel modo piú assoluto in Italia ogni minaccia comunista. Anche la rivoluzione spagnola, che pure tanta eco ha avuto nel mondo, non ha prodotto la minima ripercussione nelle masse operaie e contadine italiane, che hanno definitivamente divorziato da una ideologia marxista e comunista.

Mussolini, Ciano, Hitler ed Hess

Anche la nostra azione in Ispagna, dichiaro, non ha mire territoriali: abbiamo soltanto voluto sbarrare la strada al bolscevismo che cercava di installarsi alle bocche del Mediterraneo. Adesso siano pronti e decisi a compiere uno sforzo maggiore pur di dare il tracollo al Governo di Madrid. Dico al Führer l’intenzione del Duce di mandare ancora 50 aeroplani e due sottomarini.

Il Führer approva pienamente, dice che è disposto a compiere qualunque sforzo pur di non lasciare la via libera a Mosca e mi assicura che darà istruzioni in tal senso alle sue autorità militari. Se fosse necessario, egli sarebbe disposto anche a mandare dei reparti di truppa. Gli dico che al momento della lotta per le Baleari noi avevamo già preparato due battaglioni di Camicie Nere.

(da destra) Ciano, Ribbentrop e Hitler

Il Führer mi espone quindi la linea di azione che dovrebbe venir seguita. A suo giudizio, non v’è dubbio che l’Inghilterra, se avrà la sensazione di poterlo fare impunemente o facilmente, attaccherà l’Italia o la Germania, o tutt’e due. Questi Paesi, che rappresentano le forze giovani dirette ad ottenere una migliore e più giusta distribuzione di ricchezza, sono le naturali nemiche della potenza conservatrice inglese, la quale trova comodo accusarle di voler turbare la pace del mondo soltanto perché costituiscono una minaccia ai suoi interessi costituiti e che vorrebbe vedere consolidati nella cristallizzazione del mondo attuale.

Ma se l’Inghilterra vedrà – ed è quella la parte attiva dell’azione che il Führer propone – costituirsi gradualmente una costellazione di Potenze che sotto la bandiera dell’antibolscevismo sono disposte a far fronte unico con la Germania e con l’Italia, se l’Inghilterra avrà la sensazione di una nostra comune forza organizzata in Europa ed in Oriente ed in Estremo Oriente e anche nel SudAmerica, non soltanto si asterrà da una lotta contro di noi, ma cercherà di trovare con questo nuovo sistema politico un mezzo ed un terreno di intesa.

Ciano e Hitler

Se poi invece l’Inghilterra continuasse a meditare piani offensivi e cercasse soltanto di guadagnare tempo per il suo riarmo, allora noi la batteremmo su1 suo stesso terreno perché il riarmo tedesco e quello italiano procedono molto più rapidamente di quanto rion possa procedere il riarmo in Gran Bretagna, ove non si trami soltanto di costruire navi, cannoni ed aeroplani, ma ove si deve ancora procedere al più lungo e difficile riarmo spirituale.

La Germania fra tre anni sarà pronta, fra quattro sarà prontissima, se saranno cinque meglio ancora. Ma la potenza militare raggiunta dai nostri due Paesi sarà tale, anche in questa seconda ipotesi, da far desistere l’Inghilterra da ogni proposito aggressivo. La Germania lavora già attivamente per creare questo sistema di amicizie nel mondo. Bisogna cercare qualche cosa di più solido e profondo. Le intese devono sorgere da affinità spirituali e da identità di interessi. Quando queste condizioni sono realizzate, si fa presto, se è necessario, a consacrare sulla carta quello che già esiste di fatto.

Chamberlain, Daladier, Hitler, Mussolini and Ciano at the Munich Conference

La Germania è già effettivamente andata molto in là nella sua intesa col Giappone. Anche con la Polonia il lavoro compiuto è abbastanza buono. Ma il Führer è un po’ scettico sulle reali possibilità polacche perché quel Governo, ben lungi dal trovare, come il tedesco e l’italiano, le sue basi nel consenso popolare, si regge soltanto “sulla punta delle baionette”.

Un Paese con il quale la Germania è in buoni termini e che si augura possa ben presto arrivare ad una salda intesa con l’Italia, è la Jugoslavia. Bisogna che Roma agisca in primo luogo su Budapest per consigliare i magiari ad orientare il loro irredentismo verso la Cecoslovacchia, anziché contro la Jugoslavia. La Germania ha già dato consigli analoghi. D’altra parte bisogna riconoscere che le rivendicazioni ungheresi verso i serbi sono di portata molto modesta, mentre quelle verso i cechi sono di estrema importanza.

La Jugoslavia è preoccupata delle intenzioni aggressive che l’Italia nutrirebbe nei suoi riguardi. Basterà darle assicurazioni in tal senso per acquistarla al nostro sistema e sottrarla definitivamente all’influenza francese e sopratutto per impedire che le mene inglesi, dirette a fare di Belgrado un centro di azione anti-italiano, riescano. Assicuro il Führer che tali sono anche i nostri sforzi e che in realtà in questo periodo di tempo si è determinata una notevole détente tra l’Italia e la Jugoslavia. E noi siamo pronti ad andare molto piú in là: a raggiungere una vera e propria intesa.

Il Führer, concludendo la conversazione, ha ripetuto il compiacimento per gli accordi raggiunti a Berlino ed ha ripetuto la sua volontà di eliminare, sempre, nel futuro ogni difficoltà che, nella pratica, possa sorgere tra l’Italia e la Germania. Bisogna annullare gli ostacoli di dettaglio, quando la posta del gioco è troppo grande.

Il Führer ha fatto quindi entrare nella stanza Neurath, al quale ha brevemente riassunto la conversazione. Neurath, che ha sempre nei colloqui con me, e particolarmente negli ultimi giorni, manifestato un atteggiamento nettamente antibritannico, ha portato nuovamente il discorso sull’Inghilterra. Ciò ha dato motivo al Führer di ripetere che egli non si fa nessuna illusione sulle intenzioni che la Gran Bretagna nutre nei nostri e nei suoi riguardi; egli intende soltanto essere estremamente prudente per guadagnare tempo e raggiungere quella preparazione militare che dia la sicurezza assoluta del successo.

Galeazzo Ciano (con cappotto di ufficiale della milizia) osserva con alcune personalità naziste il calco di un viso esposto in una vetrina

Ho parlato ancora al Führer di quella che è la nostra preparazione militare ed ho rimarcato che ne è rimasto vivamente impressionato. Neurath, quando abbiamo lasciato piú tardi la Villa del Führer, mi ha detto che la fermezza con la quale avevo esposto al Führer gli intendimenti del Duce di collaborare per la pace se sarà possibile, ma in pari tempo di prepararci duramente alla guerra, se sarà necessario, aveva vivamente colpito Hitler.

La conversazione si è svolta durante due ore e un quarto. Hitler, che parlava lentamente e sottovoce, aveva degli scarti violenti allorché parlava della Russia e del bolscevisino. Il suo modo di esprimersi era piano, piuttosto prolisso. Ogni questione formava oggetto di lunga esposizione ed ogni concetto era da lui ripetuto piú volte con diverse parole.

Come ho sopra detto, gli argomenti principali del suo dire erano il bolscevismo e l’accerchiamento inglese. Su questo ultimo punto però, a volte, manifestava delle incertezze. Neurath dice che dipendono dall’azione di Ribbentrop, che, ogni tanto, cerca ancora di fare al Führer delle iniezioni di ottimismo filobritannico. Ma il Ministro degli Esteri del Reich è molto scettico sui risultati dell’azione che Ribbentrop si propone di svolgere a Londra.

Ieri sera, a tavola, Neurath diceva testualmente: “Ribbentrop si accorgerà presto che è più facile farsi dire di sì a Londra come rappresentante di una marca di sciampagna, che non come rappresentante del Governo del Reich.” Comunque oggi Neurath mi sembra acquisito alla causa italiana. Se non altro, per fatto personale. Il duello tra lui e Ribbentrop è di pubblica ragione e tutti, in Germania, attendono di vederne i risultati, oggi che Neurath è riuscito a mandare il suo avversario ad operare sul terreno che egli stesso designava quale il migliore per gli sviluppi della politica germanica.

Hitler, accompagnato da Ribbentrop e altri ufficiali dell’esercito tedesco, scende le scale di una villa

 

Qualunque successo di Ribbentrop a Londra, del resto molto improbabile, sarebbe l’insuccesso di Neurath. Quest’ultimo lo sa ed è pronto a battersi con ogni arma per impedirlo. Della Francia il Führer ha parlato, come del resto gli altri uomini tedeschi ne parlano, soltanto per inciso e con lieve disprezzo. Qualche ingiuria agli ebrei che la governano e nulla piú. Nel loro giudizio la Francia ha cessato, almeno per ora, di essere un soggetto di politica estera per diventarne un oggetto.

Il Führer si è mostrato particolarmente cordiale con me, ha chiesto ripetutamente notizie della vita e delle attività del Duce ed ha infine trattenuto a colazione tutto il personale del seguito, col quale è stato premuroso e cortese. Durante la sosta, ha telefonato due volte a Monaco per avere il resoconto del ricevimento fattomi, per il quale, del resto, personalmente aveva impartito le piú accurate istruzioni.

NOVEMBRE 1936

COLLOQUIO CON L’AMBASCIATORE
DI GRAN BRETAGNA

Roma, 6 novembre 1936-XV

Dopo la firma dell’Accordo Commerciale con Eric Drummond ha chiesto di restare a colloquio con me. Mi ha detto quanto segue:

1. che il Governo inglese desiderava ritirare la guardia dalla Legazione di Addis Abeba non appena noi potessimo dare garanzia di prendere tutte le misure necessarie per assicurare i funzionari e le proprietà della Legazione. Ho creduto di poter dare immediatamente tale assicurazione a Drummond aggiungendo che Addis Abeba era perfettamente assicurata dalla Polizia e dalle truppe italiane. Drummond ha detto che avrebbe comunicato ciò al suo Governo e che la cosa avrebbe potuto diventare di pubblica ragione.

Sir James Eric Drummond

2. Mi ha parlato del discorso di Eden, come di un nuovo gesto che l’Inghilterra intende fare verso la conciliazione (anzi, per un lapsus linguae del quale si è subito ripreso, ha detto “verso un accordo”). A qualche osservazione che io gli ho fatto circa il testo del discorso stesso, egli mi ha risposto che probabilmente la traduzione dei giornali italiani non rispecchiava fedelmente lo spirito che animava il discorso di Eden, spirito che lui era autorizzato a dichiarare assolutamente identico a quello che il giorno prima aveva animato il discorso di Halifax.

Ha soggiunto che sarebbe molto opportuno per poter facilitare all’Inghilterra la sua marcia verso l’intesa, che la nostra stampa riservasse un’accoglienza, sia pure modestamente cordiale, alle parole del Ministro Eden. Un assoluto riserbo, o peggio ancora un attacco, complicherebbero nuovamente ed inutilmente la situazione. Ho detto a Drummond che prendevo atto di tali sue dichiarazioni e che comunque ero lieto che egli avesse avuto istruzioni di aggiungere tali spiegazioni a quanto appariva dalla pubblicazionc del discorso.

Sir James Eric Drummond

3. Mi ha detto infine che una missione navale si prepara ad andare a Londra unicamente per concludere un accordo tipo trattato navale 1936, come già concluso con la Germania, la Russia ecc. – Aveva avuto istruzioni di mettere bene in rilievo la portata esclusivamente tecnica di tale viaggio per evitare che da parte nostra si desse una interpretazione erronea e dannosa ai buoni rapporti tra l’Italia e la Gran Bretagna.

A questi che sono i termini del colloquio, ritengo doveroso aggiungere che ho trovato nel tono e nell’atteggiamento di Drummond un sostanziale cambiamento: per la prima volta egli ha parlato, e con viva insistenza, della necessità di una ripresa di buone relazioni fra l’Italia e la Bran Bretagna, dell’amicizia tra i due popoli, della convivenza dei reciproci interessi ecc.

COLLOQUI A VIENNA E BUDAPEST

Vienna-Budapest, 9-16 novembre 1936-XV

Tanto il Cancelliere Schuschnigg quanto il Segretario di Stato Schmidt, mi hanno subito chiesto informazioni particolareggiate circa il mio recente viaggio in Germania ed hanno tenuto a farsi rassicurare che gli Accordi di Berchtesgaden non hanno in nulla modificato la nostra politica verso l’Austria. Ottenuta questa assicurazione e manifestatami la loro soddisfazione, hanno detto che le relazioni tra l’Austria e la Germania non hanno subíto in quest’ultimo tempo alcun sostanziale cambiamento.

Vi sono però da parte tedesca tentativi notevoli e ripetuti di insinuarsi sempre maggiormente nella vita nazionale austriaca; particolarmente da parte di Göring, il quale ha offerto di cedere gratuitamente all’Austria fino a 600 aeroplani e di ospitare – facendo pagare perfino gli stipendi dalla Germania – gli ufficiali aviatori austriaci in campi tedeschi. Naturalmente tali offerte sono state respinte, pur riservandosi il Cancelliere Schuschnigg di accettare qualche fornitura di armi, evidentemente in proporzioni ridotte, che gli possa venire da parte tedesca.

Von Mackensen e un’autorità italiana, in uniforme della milizia, attendono conversando davanti all’hotel Adlon

Schuschnigg ha insistito molto (e forse a tal fine ha molto marcato le offerte di Göring) sulla ripresa da parte nostra delle forniture militari. Gli ho dato assicurazioni in tal senso, tanto piú che egli mi ha confermato il suo desiderio di firmare con noi l’accordo per la favorevole neutralità.

Lega delle Nazioni. – Per quanto concerne la Lega delie Nazioni ho trovato in Schuschnigg molti dubbi circa la possibilità dell’uscita austriaca. Egli si rende conto come per l’Austria sia praticamente impossibile di continuare a fare parte di una Società delle Nazioni dalla quale sia uscita anche l’Italia, però ha voluto farmi presente i vantaggi che per noi potrebbero derivare dal fatto di conservare a Ginevra, attraverso il rappresentante austriaco, un osservatore fedele.

Ad ogni modo siamo rimasti d’intesa che la questione verrà riesaminata, allorquando l’Italia avrà deciso il suo eventuale abbandono della Lega. Nel giro di orizzonte insieme compiuto della situazione europea non è emerso nessun elemento di particolare rilievo. Anche per quanto concerne la Spagna, il Cancelliere ha espresso la sua grave preoccupazione per la situazione ma, allorché gli ho parlato della intesa italo-tedesca di addivenire all’immediato riconoscimento del Governo franchista dopo, e se necessario anche prima, dell’occupazione di Madrid, Schuschnigg, pur non dichiarandolo apertamente, mi ha lasciato comprendere che da parte austriaca non si intenderebbe procedere cosí rapidamente al riconoscimento del Governo di Burgos.

Mussolini e Schuschnigg all’esterno della stazione di Firenze

Cecoslovacchia. – Tanto Schuschnigg quanto Schmidt hanno messo molto in evidenza la necessità per l’Austria di mantenere stretti rapporti economico-commerciali con la Cecoslovacchia, ma hanno escluso essere nei loro intendimenti di addivenire ad un qualsiasi accordo politico con tale paese.

Jugoslavia. – I rapporti tra l’Austria e la Jugoslavia sono normali e questi ultimi mesi non hanno segnato alcun cambiamento né in un senso né nell’altro. Armamenti. – Il riarmo austriaco procede piuttosto lentamente. Ho trovato una certa preoccupazione determinata da ritardi nelle consegne di armi da parte nostra. Ho assicurato che dopo la firma del Protocollo contenente l’impegno di reciproca benevola neutralità, non avrei mancato di richiamare l’attenzione del Duce sui desiderata austriaci.

A questo proposito debbo aggiungere che al momento della firma dell’accordo di cui sopra, tanto il Ministro degli Esteri ungherese quanto il Cancelliere d’Austria, hanno espresso il desiderio che in epoca prossima abbia luogo una riunione tra i Capi degli Stati Maggiori dei tre Paesi per esaminare le eventualità pratiche che potrebbero verificarsi e concertare conseguenti accordi. Ho creduto di aderire in massima a tale desiderio.

Il cancelliere Schuschnigg e il principe Starhemberg ad una manifestazione del Fronte Patriottico

Riunione a tre. – Durante la riunione a tre nessun elemento di particolare interesse è emerso. Da parte austriaca è stato ripetuto piú o meno quanto sopra ho riassunto e da parte mia ho esposto le ultime vicende e sviluppi della politica estera italiana. L’accettazione e la firma del Protocollo nella forma e nel testo da noi proposti, sono avvenute senza incontrare troppe difficoltà, eccezione fatta per quanto concerneva l’impegno di eventuale abbandono della S.d.N., sul quale, particolarmente dagli austriaci, sono state fatte molte riserve.

Ho l’impressione, e Kànya la condivide, che i bastoni tra le ruote vengano messi soprattutto da Schmidt, il quale ogni giorno si rivela piú trafficante, arrivista e vanesio. Egli, e l’ha lasciato comprendere, crede di trovare una piattaforma alle sue ambizioni nella tribuna ginevrina. Sogna una gloriola societaria alla Titulescu o alla Benes. Bisogna ammettere, benché anche questa volta io abbia trovato nel Cancelliere Schuschnigg le solide qualità di ingegno e di carattere, che l’influenza di Schmidt diviene preponderante e spesso ingombrante.

Colloqui a Budapest

Non mette conto di accennare se non di sfuggita ai colloqui che ho avuto con il Reggente Horthy. Egli è ben poco al corrente della vita internazionale, mentre invece, secondo quanto dicono a Budapest, continua ad esercitare una influenza determinante e un controllo assiduo sulle questioni di politica interna. In breve, egli si è limitato a dirmi il suo compiacimento per l’avvenuta intesa italo-germanica e a riaffermarmi, sulla base di vecchie rievocazioni di carattere personale e di ricordi di carriera, la sua altissima considerazione per il popolo tedesco.

BUDAPEST: Galeazzo CIANO Koloman VON KANYA Kurt SCHUSCHNIGG Kalman DARANYI

Nei colloqui con Darànyi e de Kànya sono stato in un primo tempo pregato di mettere al corrente i due uomini di Stato ungheresi circa l’esatto andamento delle maggiori questioni internazionali attualmente sul tappeto. Dopo di ciò Kànya mi ha parlato della posizione dell’Ungheria. In primo luogo ha tenuto a spiegarmi perché egli aveva voluto attenuare il paragrafo dei Protocolli concernenti l’eguaglianza dei diritti.

Mi ha detto che egli trova ben comoda la posizione attuale che gli permette di continuare a riarmare nella misura che crede, senza d’altra parte togliergli l’arma comoda, particolarmente ai fini di politica interna, di far ricadere sulla Piccola Intesa la colpa delle difficoltà che l’Ungheria possa trovare. Inoltre egli teme che una esplicita decisione di riarmo venga a creare nuove e piú dure situazioni nei confronti delle minoranze ungheresi.

Ciano ed Edda mussolini a Budapest 1936

Per quanto concerne i rapporti dell’Ungheria con gli Stati vicini, Kànya mi ha fatto le seguenti dichiarazioni:

Jugoslavia. – I rapporti tra Budapest e Belgrado vanno in realtà migliorando ed egli ritiene che in ultima analisi sia possibile addivenire ad un’intesa, anche cordiale, tra i due Paesi. Comunque crede che bisogna procedere su questa strada con molta calma e con assoluta circospezione.

Stoiadinovic è un uomo di grande duttilità e di alta capacità il quale è riuscito, nel volgere di un tempo relativamente breve, a creare per la Jugoslavia un’ottima atmosfera internazionale. In realtà oggi Belgrado vive in rapporti di amicizia e di buon vicinato con i Paesi limitrofi, si è determinata una détente nei confronti di Budapest e di Roma, non vi è stato nessun allentamento nei legami con Parigi, esiste una stretta collaborazione con Berlino, e da Londra non mancano di giungere offerte cortesi per fare entrare la Jugoslavia nel gioco che la Gran Bretagna vuole svolgere nel settore balcanico e mediterraneo. Kànya è favorevole alla politica da noi iniziata di riavvicinamento con Belgrado, ma anche per essa consiglia di procedere con oculata vigilanza.

1938 Koloman Von Kanya Hungarian Foreign Minister

Sarebbe indubbiamente vantaggioso anche per l’Ungheria se tra Belgrado e Roma si riuscisse a stabilire dei rapporti duraturi e ben definiti. Ma egli ritiene, fino a prova in contrario, che Stoiadinovic – mentre è disposto ad arrivare ad una distensione marcata – non sia invece desideroso di assumere impegni precisi e formali, dato che intende continuare a “ballare su molte corde”.

Romania. – I rapporti con la Romania attraversano una fase di relativa tranquillità. Qualche sospetto ha fatto nascere il discorso di Milano, sospetto che, però, si è spento, allorché si è compreso che l’affermazione del Duce non comportava alcuna immediata e pratica azione.

Kànya si rende conto delle difficoltà che la revisione presenta nei confronti della Romania e pensa che per il momento sarebbe opportuno arrivare ad un modus vivendi con Bucarest. Considera ciò molto difficile, data la prevenzione ed il nervosismo di alcuni circoli romeni, ma non dispera di riuscire.

Cecoslovacchia. – I rapporti sono formalmente corretti, di fatto pessimi ed è intenzione del Governo ungherese di dare apparente prova di buona volontà, ma di evitare contemporaneamente le relazioni tra Budapest e Praga. In sostanza la vecchia politica continua. Il dinamismo irredentista magiaro si deve orientare tutto verso la Cecoslovacchia la quale rappresenta il punto di minore resistenza. D’altra parte è da lì che le minacce continuano a dirigersi verso l’Ungheria. Vi sono dei campi di aviazione cechi, – un giorno, forse, russi – dai quali si può arrivare su Budapest in meno di dieci minuti di volo.

Göring, Mussolini, Hess, Hitler, Himmler e Ciano alla conferenza di Monaco 1938

A Kànya risulta che la situazione ceca è preoccupante. La pressione tedesca si fa quotidianamente piú grave. Göring, con la sua irruente sincerità, ha detto che in meno di due o tre anni la Cecoslovacchia dovrà cessare di esistere. È evidente che in tali condizioni, l’Ungheria debba continuare a tenere al primo piano della sua politica le rivendicazioni territoriali verso i cechi.

Essendo pervenute a Kànya notizie di eventuali intese e negoziati in corso tra Roma e Praga, gli ho confermato quanto già avevo avuto occasione di fargli sapere e cioè che i nostri rapporti con la Cecoslovacchia continuano ad essere molto vaghi e che nessun riavvicinamento è in progetto e nemmeno nelle previsioni.

Russia e comunismo. – Kànya ha ripetuto che il comunismo all’interno viene combattuto con mezzi estremamente energici e che l’Ungheria anche sul fronte internazionale, è sempre disposta a prendere posizione aperta, se necessario e nel limite delle sue possibilità, accanto agli Stati anticomunisti.

Per quanto poi concerne la Russia, è evidente che il Governo magiaro non può guardare con simpatia verso tale Potenza. Comunque un regime comunista a Mosca, fino a quando non tenda ad allargare al di fuori dei confini nazionali la sua influenza ideologica e politica, è preferibile ad un regime zarista che diventi il centro collettore e attivatore di un panslavismo brutale e incoercibile.

Darányi Kálmán

Germania. – Con la Germania i rapporti continuano ad essere estremamente cordiali e l’intesa tra Roma e Berlino è valsa a mettere l’Ungheria in una posizione di privilegio, molto piú agevole di quanto non lo fosse per il passato.

Infine tanto de Kànya quanto Darànyi hanno espresso la loro riconoscenza per quanto il Governo Fascista ha fatto in ogni occasione per il popolo ungherese e mi hanno parlato della singolare eco che il discorso di Milano ha avuto in Ungheria.

Di ciò personalmente ho avuto occasione di rendermi conto durante la mia visita. Le accoglienze che ci sono state riservate dalla popolazione magiara, non solo da quella di Budapest, organizzata in associazioni e comunque diretta dal Governo, ma anche dalla popolazione rurale e da piccoli gruppi di persone, che nei viaggi abbiamo incontrato in zone disperse e lontane, hanno provato come il nome del Duce e quello dell’Italia siano cari e popolari nella nazione ungherese.

FRANZ VON PAPEN

Con tale entusiasmo faceva invece contrasto il gelido atteggiamento della popolazione di Vienna. In nessuna occasione – e molte se ne sono presentate – i cittadini viennesi hanno compiuto un gesto che fosse di amicizia e di simpatia verso l’Italia. Per le strade folti gruppi di popolo si radunavano durante le cerimonie ufficiali e assistevano con corretta compostezza, ma non un saluto, non un applauso, non un grido, ad eccezione di qualche saluto romano accompagnato da un Heil, che rivelava la schietta marca nazista.

Nei teatri accoglienza altrettanto gelida e, particolare notevole, non sono mai stati suonati gli inni nazionali italiani all’inizio o alla fine degli spettacoli: forse non si era neppure del tutto sicuri della reazione del pubblico. Per contro devo invece dire che Schuschnigg è stato, come al solito, leale, corretto e cordiale nei nostri confronti. Ma ho l’impressione – e tutti quelli che erano con me l’hanno avuta del pari – che la sua politica di amicizia nei confronti dell’Italia sia ben poco popolare.

Hans Georg von Mackensen

Gli ambienti diplomatici locali hanno seguito con il piú vivo interesse l’andamento della Conferenza di Vienna, e le fasi della mia visita a Budapest. In genere ho trovato molta cortesia in tali circoli e specialmente marcata da parte dei Rappresentanti tedeschi. Tanto von Papen a Vienna che Mackensen a Budapest sono stati presenti anche a quei ricevimenti non riservati al Corpo diplomatico.

Hanno chiesto correttamente notizie circa l’andamento dei lavori, ma non hanno mostrato né irrequietezza né sospettosa curiosità. Particolare, invece, degno di rilievo: i due Ministri britannici a Vienna e a Budapest, sono stati i soli che, nelle ripetute occasioni offertesi, non si sono fatti a me presentare. La cosa non è sfuggita ed ha determinato qualche commento. Molto cordiali i Rappresentanti diplomatici francesi. 

I RAPPORTI ITALO-GIAPPONESI

Roma, 18 novembre 1936-XV

Ho ricevuto l’Ambasciatore del Giappone il quale mi ha fatto le seguenti comunicazioni:

1. Il Governo giapponese è venuto nella determinazione di trasformare la Legazione di Addis Abeba in Consolato Generale, domandando l’exequatur al Governo di Sua Maestà il Re d’Italia Imperatore d’Etiopia. Ciò è giudicato il riconoscimento dell’Impero, non facendo il Governo giapponese alcuna sostanziale differenza tra un riconoscimento de facto e un riconoscimento de jure.

L’Ambasciatore, nel farmi la comunicazione, ha chiesto assicurazioni per gli interessi e il commercio giapponesi in Etiopia, assicurazioni che non ho mancato di fornire.

Downtown Hsingking, 1935. The capital of Manchukoku

2. Il Governo giapponese comunica che il Governo di Hsing-King ha fatto conoscere il suo gradimento all’apertura di un Consolato Generale in Manciuria, a Mukden. Come procedura l’Ambasciatore giapponese consiglia di fare dirigere una nota da Auriti all’Ambasciatore del Manciukuò in Tokio chiedendo l’exequatur per il nuovo Consolato Generale. Il Governo fa presente l’opportunità che i due gesti vengano mantenuti separati e non risultino quindi come un do ut des.

Pertanto, domani o dopodomani e cioè quando sarà venuta conferma da Tokio in seguito alle assicurazioni da me fornite a Sugimura, potremo dare alla stampa di Roma il comunicato relativo alla decisione giapponese per il riconoscimento dell’Impero italiano. Due o tre giorni dopo potrebbe venir pubblicata la notizia dell’apertura del Consolato di Mukden.

L’Ambasciatore del Giappone ha tenuto inoltre a farmi sapere che il suo Governo desidera addivenire ad una concretizzazione delle buone relazioni che si sono stabilite tra l’Italia e il suo Paese, stringendo legami che uniscano le due Nazioni sia nel campo economico che in quello culturale, politico, militare ecc. Egli mi ha detto che ha già pronto un piano in tale senso, e che si riserva di parlarmene non appena avrà ricevuto alcune istruzioni di dettaglio dal suo Governo.

Per parte mia l’ho incoraggiato dicendo che dal Governo italiano è altrettanto desiderata e auspicata una intesa col Giappone. L’Ambasciatore prima di congedarsi ha tenuto ad esprimere il compiacimento suo e del suo Governo per la nostra politica diretta a combattere, attraverso la lotta condotta in Spagna, il pericolo bolscevico nel mondo.

DICEMBRE 1936

COLLOQUIO CON JOVAN DUCIC

Roma, 18 dicembre 1936-XV

Ho ricevuto il Ministro di Jugoslavia il quale mi ha dato lettura di una lettera pervenutagli dal Presidente Stoiadinovic. Inizia il suo scritto dicendo che egli era d’accordo con noi circa l’opportunità di far cominciare i pourparlers dai rappresentanti dei due Governi, senza fissare in un primo momento quelli che dovranno essere i limiti dell’accordo. Dovranno invece risultare dall’andamento delle conversazioni. Per parte sua Stoiadinovic è molto ottimista circa i risultati di tali conversazioni e crede che l’intesa potrà portare lontano.

Proseguiva scusandosi del ritardo e spiegava che ciò era dovuto all’assenza da Belgrado del Principe Paolo; non appena ritornato il Reggente è stato informato delle conversazioni preliminari che avevano avuto luogo nonché del modus procedendi concordato. Il Reggente Paolo ha dato la sua piena adesione.

Stoiadinovic concludeva la sua lettera incaricando il Ministro Ducic di comunicarmi subito che in un prossimo lasso di tempo egli avrebbe nominato due Delegati ufficiosi, uno per le questioni politiche e l’altro per le questioni economiche, ai fini di iniziare le conversazioni. Accettava come sede Roma e raccomandava ancora il piú assoluto riserbo.

Milan Stojadinović

Il signor Ducic mi ha chiesto se noi desideravamo che tali Rappresentanti venissero tra Natale e Capodanno oppure se consideravamo opportuno il loro arrivo nei primi giorni di gennaio. Ho lasciato a lui la scelta.

NUOVO COLLOQUIO CON JOVAN DUCIC

Roma, 28 dicembre 1936-XV

È venuto a vedermi il Ministro di Jugoslavia, recante un messaggio da parte del Presidente Stoiadinovic. Il Presidente Stoiadinovic tiene a farci sapere che il ritardo verificatosi nell’iniziare i pourparlers ufficiosi con noi, è dovuto unicamente alla necessità che lui ha avuto di preparare internamente l’ambiente e di predisporre gli elementi necessari per le prossime conversazioni. Smentisce quanto alcuni giornali hanno detto e cioè che un riavvicinamento italo-jugoslavo sarebbe stato condizionato al previo accordo italo-britannico.

JOVAN DUCIC

Il Presidente Stoiadinovic ha nominato suoi delegati ufficiosi per le trattative con l’Italia il signor Milivoy Pilja e il Ministro Plenipotenziario dr. Ivan Subotic. Essi giungeranno a Roma nei prossimi giorni di gennaio.

GENNAIO 1937

I VOLONTARI IN SPAGNA

Roma, 6 gennaio 1937-XV

L’Ambasciatore d’Inghilterra è venuto oggi a parlarmi e mi ha lasciato un appunto, nel quale è espressa la preoccupazione del Governo britannico per la questione dei volontari in Ispagna. Verbalmente mi ha ripetuto quanto è contenuto nell’appunto.

Gli ho risposto:

1. che la nostra risposta per la questione dei volontari – risposta concordata con la Germania – è ormai quasi pronta e che mi riservavo di rimetterla all’Ambasciatore britannico probabilmente entro domani. Tale risposta, nella quale è ancora compresa una esatta cronistoria del nostro atteggiamento nei confronti della questione volontaristica in Ispagna, è ispirata al buon senso ed alla sincera volontà italiana di evitare ogni maggiore complicazione;

IL GENERALISSIMO FRANCO DECORA I LEGIONARI ITALIANI

2. che dovevo ancora far presente come noi avessimo per primi insistito sulla necessità di proibire ai volontari di andare in Ispagna. Ma oramai, allo stato delle cose, fino a quando l’Inghilterra non fosse stata in grado di impedire a tutti i Paesi, e particolarmente alla Francia, al Belgio ed alla Russia, di mandare volontari in aiuto delle forze comuniste, noi avremmo lasciato affluire i nostri volontari in Ispagna. Noi non li mandiamo. Non facciamo pressione sui volontari.

Lo spirito nazionale italiano è tale, che anche senza un appello del Governo, allorché si sente che è impegnata una lotta anticomunista, tutta la giovinezza italiana desidera partecipare al combattimento. Noi siamo prontissimi, ancora una volta, ad impedire l’afflusso dei volontari in Ispagna se anche da parte degli altri Paesi verranno presi provvedimenti analoghi. Altrimenti, i nostri volontari continueranno a partire e saranno in proporzione di dieci a uno.

Ritorno delle Aquile Legionarie vittoriose dalla Guerra di Spagna

3. che l’accenno ad “ambiguità” contenuto nell’ultima riga del suo promemoria non poteva esser diretto a noi. La nostra linea di condotta è sempre stata corretta e leale. Le mie odierne dichiarazioni non potranno certo venire tacciate di ambiguità.
L’Ambascíatore d’Inghilterra ha preso atto di quanto gli ho detto, ha riconosciuto la logica della nostra politica ed ha espresso il suo compiacimento per le reiterate prove da noi date al fine di rendere possibile una pacificazione e di evitare maggiori e piú gravi complicazioni.

COLLOQUIO CON SIR ERIC DRUMMOND

Roma, 11 gennaio 1937-XV

Ho ricevuto stamane l’Ambasciatore di Gran Bretagna il quale mi ha fatto le seguenti comunicazioni:

1. Il Governo britannico informava che era suo desiderio registrare il recente accordo mediterraneo presso la Società delle Nazioni. Domandava se il Governo italiano intendeva fare altrettanto. Gli ho risposto che per parte nostra non potevamo impedire al Governo britannico di regolarsi come meglio credesse; noi però non avremmo registrato tale atto a Ginevra.

Sir James Eric Drummond

2. L’Ambasciatore Drummond mi ha detto che presso la ex-Legazione britannica di Addis Abeba si trovano depositate cinque casse contenenti oggetti di proprietà personale del Negus. Due di esse racchiudono oro per il valore di cinque o seimila sterline; le altre invece contengono oggetti di valore non rilevante. Il Governo britannico desiderava richiedere l’autorizzazione del Governo italiano di asportare tali oggetti dall’Etiopia fino a rimetterli al loro proprietario

Sir Eric Drummond, nel fare tale richiesta, ha insistito sul fatto che i funzionari britannici avrebbero potuto far partire tali beni senza informarcene, ma valendosi semplicemente delle loro franchigie diplomatiche. Aveva invece voluto darcene notizia per debito di lealtà, confidando sulla benevola comprensione del Governo Fascista. L’Ambasciatore britannico ha anche ricordato un colloquio nel quale il Duce avrebbe promesso di trattare il Negus con generosità in seguito ad un gesto che questi avrebbe compiuto nei confronti della stampa estera.

. 1938-ROMA-Galeazzo-CIANO-Eric-DRUMMOND

Ho risposto a Sir Eric Drummond che non era nelle mie facoltà dare una risposta, che mi riservavo per un prossimo futuro, ma che in linea di massima dovevo obiettare fin da ora che i beni personali del Negus rimasti in Etiopia erano soggetti a confisca da parte italiana e che inoltre leggi specifiche vietano l’esportazione dell’oro dal territorio italiano. Ho fatto in linea di massima comprendere a Sir Eric Drummond che vi erano molte difficoltà a dare una risposta affermativa.

3. Sir Eric Drummond mi ha rimesso la nuova nota britannica relativa ai volontari. Nell’attesa di una risposta egli mi ha detto di essere stato incaricato dal suo Governo di richiederci se noi avessimo voluto proibire fin da ora, in via riservata, la partenza di nuovi contingenti di volontari, dato che i recenti sbarchi a Cadice avevano suscitato profonda impressione.

1937 ROMA Lord Eric DRUMMOND PERTH e Galeazzo CIANO accordi italo-inglesi

Ho risposto a Sir Eric Drummond che mentre confermavo le intenzioni del Governo Fascista di impedire ogni ulteriore partenza non appena realizzate le condizioni di cui alla nostra nota, non potevo assumere nessun impegno del genere di quello da lui richiesto. Ciò avrebbe lasciato campo libero ad altri Paesi, che, confinando per terra con la Spagna, continuano ogni giorno a fare affluire nelle zone rosse innumerevoli volontari comunisti. Gli ho detto che soltanto dalla ferrovia di Perpignano ci risultavano trasportati oltre 45.000 uomini in questi ultimi tempi.

Sir Eric Drummond ha preso atto di quanto gli ho detto ed ha egli stesso ammesso che oltre 500 persone al giorno – secondo le sue informazioni – traverserebbero la frontiera franco-spagnuola.

 

COLLOQUIO DEL DUCE CON HERMANN GÖRING

(NOTA: Al colloquio, che durò 2 ore, erano presenti anche il conte Ciano e il Consigliere di legazione Schmidt: è quest’ultimo a firmare la relazione dell’incontro)

 

Roma, 23 gennaio 1937-XV (Palazzo Venezia)

Ad una domanda del Duce circa le impressioni del suo viaggio in Italia, il Ministerpräsident Göring rispose che, di tutto quanto egli ha veduto e sentito, riporterà in Germania una forte impressione; in modo particolare lo ha interessato la sua visita a Guidonia. Egli ha constatato che l’Arma Aerea italiana è animata da un forte ottimismo – il che è perfettamente naturale e da approvare. In ciò vi è però anche un certo pericolo di sopravalutare la forza di combattimento dell’Arma Aerea rispetto alla Marina.

Hermann Göring, Benito Mussolini e Galeazzo Ciano

Anche in Germania ci si è occupati della questione della forza relativa all’Arma Aerea; egli (Ministerpräsident Göring) non crede che una forza aerea possa distruggere, in modo veramente decisivo, una flotta navale. A tale proposito sono state fatte esperienze con bombe da 250 kg. lanciate sull’incrociatore spagnuolo Jaime: nonostante che la nave sia stata centrata, tanto da far esplodere perfino le camere delle munizioni, essa ha potuto – per quanto con forte inclinazione laterale – raggiungere il porto ed essere riparata in modo da essere rimessa in servizio. Da questa esperienza risulterebbe chiaramente che gli aeroplani non sono in grado di distruggere navi corazzate.

Il Duce ammise di avere egli pure dei dubbi circa l’impiego dell’Arma Aerea contro la Marina. Anche in Italia ci si troverebbe a tale proposito ancora nello stadio delle riflessioni. Il Ministerpräsident Göring rilevò poi la protezione straordinariamente forte delle navi in rapporto alla superficie da proteggere dato che tutte le navi da guerra dispongono di un forte numero di cannoni controaerei.

Mussolini stringe la mano a Chamberlain, dietro Goering e G. Ciano

C’è inoltre la difficoltà che da alte quote difficilmente si possono colpire le navi, mentre le bombe, lanciate da quote troppo basse, non hanno la necessaria forza di penetrazione. Si è poi fatta l’esperienza che i siluri, lanciati dagli aeroplani, molto spesso passano sotto il bersaglio poiché – data la loro posizione di partenza, che è piú alta di quella dei siluri delle navi, – ben spesso essi s’immergono, anziché galleggiare, immediatamente sotto la superficie dell’acqua.

Nonostante ciò si deve tuttavia tener conto che un’Arma Aerea può affaticare e logorare forze navali cacciandole continuamente fuori dai porti; l’aviazione non potrebbe però distruggere una flotta navale. Il Führer aveva posto al Ministerpräsident Göring ufficialmente il quesito, se non fosse meglio impiegare il denaro necessario per la costruzione di una nave da 35.000 tonnellate per la costruzione di aeroplani. Nonostante la sua carica di Ministro dell’Aeronautica egli non aveva potuto, dopo una ponderata riflessione, sconsigliare la costruzione della nave da 35.000 tonnellate.

Hermann Goering

Quale miglior soluzione egli aveva soltanto proposto di costruire la nave e di stanziare la stessa somma per l’ulteriore sviluppo dell’Arma Aerea. Bisogna a tutti i costi tener d’occhio gli armamenti navali considerando anche che l’Inghilterra sta costruendo 5 navi corazzate in soprannumero al suo programma regolare.

Il Duce rispose che prossimamente l’Italia avrà 4 nuove navi, e precisamente: due navi trasformate e due navi nuove da 35.000 tonnellate, cosicché l’Italia finirà per avere in tutto 8 navi corazzate. A queste si aggiungono 24 navi da 8000 tonnellate ognuna di tipo Condottieri, nonché 100 sommergibili.

Il Ministerpräsident Göring fece allora presente che l’Italia con 8 navi, la Germania con altre 8 ed il Giappone con almeno altre 12 costituirebbero una forza navale molto considerevole rispetto ad altri Paesi. In Germania si è, d’altra parte, straordinariamente contenti del fatto che l’Italia abbia trovato un modus vivendi con l’Inghilterra. Il Duce sottolineò l’importanza di una forte flotta navale, soltanto questa può assicurare all’Italia la libertà nella mia politica continentale.

Hermann Goering, Heinrich Himmler, and Adolf Hitler smiling and laughing

Il Ministerpräsident Göring aggiunse allora che, con la sua campagna abissina, l’Italia ha dato la prova di saper portare a termine la sua politica anche senza l’Inghilterra, il che nei tempi passati era sempre stato ritenuto come cosa impossibile.

Il Duce dichiarò che l’Italia si tiene per quanto possibile riservata nei riguardi dell’Inghilterra, senza però misconoscere che per esempio l’ultimo discorso di Eden è stato considerato particolarmente cattivo, diretto contro l’Italia e la Germania. Il Duce è del parere che, quando il Führer parlerà prossimamente, questi dovrebbe tenere un discorso molto forte (eine sehr starke Rede), poiché la Germania ha un esercíto ed un’Arma Aerea forti e fra breve essa sarà molto forte anche per mare.

Nei discorsi inglesi si vede sempre ritornare il vecchio progetto di offrire alla Germania dei vantaggi economici per avere in compenso delle concessioni nel campo politico. Questo è un gioco vile, già ripetutamente tentato, anche altrove, dall’Inghilterra.

Il ministro Ciano firma il patto d’acciaio nel salone degli Ambasciatori sotto lo sguardo di Hitler

Il Ministerpräsident Göring espresse al riguardo la convinzione che il Führer, nel suo prossimo grande discorso davanti al Reichstag, sottolineerà molto fortemente l’asse Berlino-Roma e rileverà, sulla scorta di numerosi esempi degli anni scorsi, la falsità della politica degli Stati democratici. Si dovrebbe inoltre respingere la pretesa che Eden, nel nome dell’Inghilterra, si assuma arie di Gouvernante del mondo, dichiarando che simili consigli dell’Inghilterra sono privi d’interesse per la Germania.

Al Governo tedesco importa poco se una cosa susciti in Inghilterra un’impressione buona o cattiva; la politica tedesca appare basata su interessi prettamente tedeschi. La Germania considera con grande diffidenza l’idea di nuove conferenze aventi per oggetto l’economia mondiale oppure le materie prime, e a tale proposito essa mantiene un atteggiamento di attesa. In via non ufficiale si è fatto sapere alla Germania che si sarebbe disposti a farle delle concessioni, ma a condizione che essa abbandoni dapprima il piano quadriennale.

Hitler e Ciano si stringono la mano in un interno della Cancelleria davanti a Erhard Milch e al maresciallo Goering

Nei riguardi della politica francese la Germania non ci vede molto chiaro. Negli ultimi tempi la Francia ha piú del solito dato segni di voler giungere ad un modus vivendi con la Germania. Il Führer risponde a questi tentativi dicendo di avere già più volte mostrato la sua buona volontà al riguardo, ma occorre che la Francia faccia proposte concrete.

La Germania si opporrebbe peraltro a tutti i tentativi di collegare vantaggi economici con contropartite politiche. Da parte tedesca si intende trattare le questioni economiche su basi prettamente commerciali, essendo del parere che la soluzione delle questioni politiche debba avvenire separatamente dal regolamento di quelle economiche, e soltanto sulla base di accordi ragionevoli.

Nella situazione attuale, gli unici garanti della pace appaiono d’altra parte soltanto quegli Stati, alla testa dei quali si trovano degli uomini che hanno dietro di loro l’intero popolo e che quindi possono anche assumersi degli impegni definitivi nel nome e con l’approvazione dei popoli stessi. Nei Paesi democratici non si sa mai se un Governo, col quale ci si è messi d’accordo oggi, sarà al timone ancora domani.

Hitler e Ciano, ripresi in un interno della Cancelleria, si salutano

A questo punto il Duce disse che secondo il suo modo di vedere, le uniche vere democrazie sono la Germania e l’Italia; egli accennò anche all’imminente discorso domenicale di Léon Blum, nel quale questi molto probabilmente avrebbe preso posizione anche sulla questione dei volontari.

Il Ministerpräsident Göring disse di aver ricevuto una comunicazione autentica, che il Governo di Burgos ha incaricato il suo rappresentante a Berlino di assumere piú volontari per la Spagna.

Il Duce prese atto con soddisfazione di tale comunicazione e dichiarò di ritenere egli pure che il Governo nazionale spagnuolo abbia ora a disposizione soldati e armi a sufficienza. La nota comune della Germania e dell’Italia a Franco, è stata nel frattempo consegnata; nelle capitali dei due Paesi verrà inoltre consegnata lunedí, ai Rappresentanti diplomatici dell’Inghilterra, la risposta quasi identica della Germania e dell’Italia all’ultima nota inglese. Queste note di risposta saranno pubblicate dalla stampa nel pomeriggio di lunedí.

La stretta di mano fra Hitler e Ciano in una sala della Cancelleria alla presenza di Reinhard Heydrich e di Ribbentrop

Il Ministro Göring domandò allora al Duce, per quale ragione l’Italia non è uscita dalla Società delle Nazioni. In Germania si era ben compreso che durante l’impresa abissina era di vantaggio all’Italia di rimanere nella Lega. Dato che questa impresa è però ora felicemente ultimata, in Germania si ritiene che l’Italia, potrebbe abbandonare la Lega; prevedibilmente seguirebbero allora l’Ungheria, l’Austria ed alcuni Stati sudamericani.

La Società delle Nazioni allora o andrebbe completamente in pezzi, oppure si ridurrebbe anche esteriormente ad essere quello che è stata fin dal suo inizio, ossia una rappresentanza degli interessi anglo-francesi. Il Duce rispose che la questione abissina non appare ancora ultimata. Manca il riconoscimento della conquista da parte della Società delle Nazioni, che l’Italia vuole attendere. Questo è in un certo qual modo un bicchiere di olio di ricino che la Società delle Nazioni o prima o poi dovrà ingoiarsi.

I ministri Ribbentrop e Ciano conversano in una stanza dell’hotel Adlon

Il Ministro Göring accennò al fatto che la Germania sarebbe disposta a ritornare nella Società delle Nazioni nell’ambito di un nuovo Accordo locarnista; ma se nel frattempo l’Italia dichiarasse di non voler piú collaborare con la Lega, ciò rappresenterebbe per la Germania un nuovo momento e un suo ritorno alla Società non verrebhe neanche piú discusso. La questione non è di attualità per i1 momento, ma se l’Italia dovesse giungere a decisioni definitive nei riguardi della Lega, egli pregherebbe di informarne la Germania affinché questa potesse regolarsi circa la posizione da prendere.

Il Duce rispose che l’Italia de facto ha abbandonato la Società delle Nazioni e che essa non ha piú nessuna simpatia per 1’istituzione ginevrina. L’Italia potrebbe perciò uscire ora anche de jure dalla Lega. Si deve peraltro tener presente che un membro della Società delle Nazioni, il quale abbia notificato la sua volontà di ritirarsene, resta ancora socio per altri due anni, durante i quali esso deve pagare la sua quota e deve rispondere ai suoi doveri sociali.

La stretta di mano tra il ministro Ciano e un’autorità tedesca davanti all’ingresso del Municipio di Berlino

In considerazione del momento fatale, che prima o poi dovrà venire, in cui la Società delle Nazioni dovrà riconoscere la conquista dell’Abissinia, l’Italia ritiene di danneggiare la Lega molto di piú se continua a farne parte. Se la Società riconoscerà la conquista dell’Abissinia, ciò equivarrà quasi come la sua propria liquidazione. Se d’altra parte la Lega non riconoscerà la conquista dell’Abissinia, l’Italia uscirà dalla Società delle Nazioni.

Alla domanda del Ministro Göring circa l’epoca in cui la Società dovrebbe prendere tale decisione, il Duce rispose che questo momento dovrebbe giungere già alla prossima Assemblea della Lega, se non anche prima, in un’Assemblea straordinaria, la quale sarebbe prevista per decidere circa l’ammissione dell’Egitto.

Hitler e il ministro Ciano seduti a colloquio in una sala della nuova Cancelleria

L’Italia è d’altra parte convinta che l’Austria, l’Ungheria e l’Albania non possono per il momento seguirla nel caso di una sua uscita dalla Società. L’Italia non intende neppure esercitare una pressione su questi Paesi, dato che i sacrifici sarebbero per loro gravi. La Turchia, in considerazione delle forti influenze massoniche, continuerà molto probabilmente a rimanere nella Lega, salvo che si verificasse un forte contrasto con la Francia per la questione del Sangiaccato. L’Inghilterra sosterrà naturalmente la Società delle Nazioni fino all’ultimo vedendo in essa una garanzia per il suo impero mondiale.

Per quanto riguarda il punto di vista personale del Duce, egli ritiene che il suo disprezzo per la Società delle Nazioni – disprezzo che egli ha nuovamente espresso in occasione del suo ultimo discorso di Milano – sia sufficientemente noto nel mondo.

Il ministro Ciano, seguito da autorità del Reich e da un ufficiale delle SS, passa in rassegna uno schieramento di SS in un cortile del nuovo palazzo della Cancelleria

Nuovamente richiesto delle sue impressioni di viaggio a Napoli e a Capri, il Ministro Göring dichiarò di portare con sé una profonda impressione delle dimostrazioni di simpatia della popolazione; ed espresse la speranza che le relazioni tra i due Paesi diventino sempre piú profonde e trovino la loro espressione in quella chiara linea di politica comune, di cui egli aveva piú particolarmente parlato con il Duce nel loro colloquio precedente.

Il Duce rispose che il fronte comune dei due Paesi ha già trovato la sua espressione nel fronte comune militare in Spagna. È sua volontà che ciò continui anche per il futuro. Il Ministro Göring chiese allora al Duce quale fosse il suo pensiero sullo sviluppo politico nel prossimo avvenire.

La stretta di mano fra Ciano e Hitler al termine della cerimonia della firma del patto d’acciaio nel salone degli Ambasciatori

Il Duce disse che bisogna che prima di tutto si chiarisca la situazione in Spagna secondo gli interessi politici e ideali della Germania e dell’Italia. Il parallelismo dell’azione, che già da un anno esiste fra i due Paesi con buoni risultati, dovrebbe essere continuato. I due Paesi dovrebbero continuare a riaffermare la loro volontà di pace; nello stesso tempo dovrebbero però perfezionare i loro armamenti allo scopo di evitare qualsiasi sorpresa. La politica antibolscevica dovrebbe venir continuata e sopratutto si dovrebbe eliminare qualsiasi influenza della Russia in Occidente.

Qualora si potesse realizzare un avvicinamento tedesco-francese, l’Italia ne sarebbe lieta, ricevendo cosí la Germania mano libera ad Est, ciò che non è il caso nelle condizioni attuali. Se la politica tedesca riuscisse a spezzare i1 nesso tra Parigi e Mosca, ciò sorebbe certamente un grandissimo successo. Egli (il Duce) ritiene peraltro che questo sia molto difficile. L’Italia sarebbe, ad ogni modo, disposta a prestare qualsiasi aiuto in questo sforzo.

Il maresciallo Goering e il ministro Ciano, ripresi in un interno, si stringono la mano

Se fosse possibile un avvicinamento tra la Germania e l’Inghilterra, l’Italia ne sarebbe parimenti lieta. Ma è naturale che un simile accordo può essere raggiunto soltanto sulla base di una completa uguaglianza di diritti e su un piano di reciprocità, indicati dal Führer. Soprattutto dovrebbe però essere conservata e mantenuta 1’uniformità della politica italo-tedesca, poiché questa uniformità è la condizione preliminare per assicurare l’indipendenza di una simile politica.

Il Ministro Göring domandò a questo punto quale situazione si presenterebbe se non si potesse concordare il divieto per l’invio di volontari in Spagna. Nella questione spagnola, la Germania intende andare solo fino al limite del possibile, evitando che dalle complicazioni spagnuole si sviluppi una guerra generale. È da temere che Mosca faccia della questione spagnola una questione di prestigio e che sostenga, con soldati propri, in misura sempre maggiore, le forze rosse spagnuole.

I ministri Ciano e Ribbentrop, seguiti da autorità militari italo-tedesche, passano in rassegna uno schieramento di soldati del Reich in una via di Berlino

Il Duce rispose che esistono diverse possibilità di soluzione. Primo: Franco potrebbe avere un successo militare completo, e in questo caso la questione spagnola si risolverebbe sul piano prettamente militare. Questa sarebbe naturalmente la migliore delle eventualità. Secondo: possibilità di un compromesso fra i due partiti spagnoli con esclusione degli estremisti.

Nella questione del divieto dei volontari, la posizione dell’Italia e della Germania è in ogni caso favorevole. O si arriva ad un divieto, e allora da parte italiana è stato fatto, con i forti imbarchi degli ultimi giorni, il massimo degli sforzi possibili: il numero dei volontari italiani ha raggiunto i 44.000. Oppure il divieto non viene deciso, e allora l’Italia continuerà da parte sua ad inviare volontari in Ispagna.

Il ministro Ciano, affacciato al finestrino del treno in partenza dalla stazione di Berlino, si intrattiene con il ministro Ribbentrop

Nella questione spagnola l’Italia intende spingersi fino al limite estremo, senza però arrivare al pericolo di una guerra generale. Egli non crede d’altronde alla probabilità di un simile conflitto nell’anno 1937: Léon Blum e i suoi collaboratori lo vogliono evitare, e se chiedono e gridano “aeroplani ed armi per la Spagna”, ciò fanno soltanto puramente per ragioni di politica interna. Anche l’Inghilterra teme un conflitto generale, e la Russia non lascia certamente andare le cose oltre il limite.

D’altra parte la Russia non ha inviato nessun nucleo di volontari, ma soltanto Capi e materiale, e si adatterebbe certamente ad accettare anche una sconfitta dei rossi. Si deve tener presente che il soccorso ai rossi da parte dei comunisti si è intensificato nel momento in cui i rossi spagnuoli avevano in ogni caso fermato Franco davanti a Madrid; nel campo delle sinistre l’umore era quindi già alquanto migliorato. Se la situazione dovesse nuovamente peggiorare per i rossi, cesserà anche l’entusiasmo dei volontari che stanno dalla loro parte e non vi sarà piú nessuno disposto a farsi ammazzare per una causa perduta.

Il ministro Ciano prende congedo da un gruppo di autorità tedesche alla stazione di Berlino

Il Conte Ciano osservò che l’Ambasciatore d’Italia a Mosca, che si trova attualmente a Roma, gli aveva comunicato che i bolscevichi si starebbero lentamente preparando ad una sconfitta dei rossi in Ispagna e che essi sarebbero esclusivamente preoccupati di raggiungere un accordo internazionale del quale servirsi, verso la propria gente, come scusa per l’insuccesso della loro azione spagnola. Litvinov cercherebbe insomma una specie di “alibi” sotto forma di un accordo internazionale.

Il Duce fece presente le difficoltà della situazione interna russa e ripeté ancora una volta che la Russia non ha mai inviato truppe proprie in Ispagna. Essa si sarebbe limitata ad invitare i comunisti della Francia, del Belgio e della Svizzera ad unirsi ai rossi in Ispagna.

ll Ministro Göring parlò quindi delle intenzioni dell’Inghilterra, chiedendo al Duce che cosa questi ne pensasse della possibilità che l’Inghilterra cerchi di creare un fronte invisibile ma in date circostanze efficace, ivi compresa la Russia, contro l’Italia e la Germania.

Hitler e Ciano, affacciati al balcone della nuova Cancelleria del Reich insieme al ministro Ribbentrop, al maresciallo Goering e ad altre autorità del Reich, sorridono

A tale proposito il Duce accennò alle difficoltà esistenti fra l’Inghilterra e il Giappone, approvando, di passaggio, l’opinione del Ministro Göring che la Società delle Nazioni rappresenterebbe già per l’Inghilterra una specie di invisibile alleanza contro l’Italia e la Germania. Non vi sarebbe però motivo per preoccuparsi, dato che non vi è nessuna ragione perché la macchina della Lega, che già per ben tre volte non ha funzionato, si metta improvvisamente a funzionare alla quarta prova.

Sarebbe tuttavia consigliabile trattare l’opinione pubblica inglese con un certo riguardo. I conservatori inglesi hanno una grande paura del bolscevismo e questa paura potrebbe benissimo essere sfruttata politicamente. Tale compito spetterebbe sopratutto alla Germania, visto che i conservatori inglesi sono per l’Italia assai difficili da convincere, dati gli avvenimenti nel Mediterraneo.

Folla di bambine della Gioventù hitleriana esultante in una via di Berlino

Il Ministro Göring fece presente i tentativi della Germania per raggiungere un avvicinamento con gli elementi conservatori inglesi. A tale proposito occorre tener presente che l’attuale Governo inglese in fondo non è conservatore, ma addirittura orientato verso sinistra. Ad ogni modo la Germania è sempre disposta a mettersi d’accordo con l’Inghilterra, pur curando le sue buone relazioni con l’Italia. Del resto, essa trova la sua sicurezza sopratutto nel forte aumento dei suoi armamenti per terra, per mare e per aria, nonché in un’autarchia economica molto vasta, a raggiungere la quale si lavora con la massima energia.

Il Duce approvò pienamente questo anmcnto di forze. Egli diichiarò inoltre che secondo il suo modo di vedere, la prossima grande sorpresa per l’Inghilterra sarà data dall’aumento del comunismo inglese. Ciò sarebbe una buona lezione anche per il signor Eden. Il Ministro Göring disse che il popolo semplice in Inghilterra nutre sentimenti di simpatia per la Germania. Gli ambienti conservatori si preoccupano, è vero, della forza della Germania; ma la loro piú grande paura è il bolscevismo, e ciò non può farli effettivamente considerare come disposti in definitiva a collaborare con la Germania.

Apparato di tricolori italiani e fascio littorio innalzato in un quartiere storico di Berlino

Invece il Foreign Office, sia per ragioni ideali che per motivi tradizionali, mantiene una posizione assolutamente ostile contro la Germania. Un ulteriore ostacolo, inoltre, alla collaborazione anglo-tedesca consiste nella forte influenza dei massoni e degli ebrei nell’Impero britannico.

A tale proposito il Duce accennò allo stretto collegamento fra l’Inghilterra e la Francia. È impossibile separare l’Inghilterra e la Francia. Nonostante tutte le discordie che si presentano di tanto in tanto, i due Paesi hanno interessi comuni troppo forti. Anche i legami finanziari sono straordinariamente saldi.

Il Ministro Göring confermò la stretta collaborazione fra il Quai d’Orsay e il Foreign Office. I due Ministeri non farebbero nulla senza aver preventivamente preso contatto telefonico. Recentemente egli (il Ministro Göring) aveva rifiutato a dei visitatori inglesi informazioni particolareggiate circa l’aviazione tedesca e le eventuali direzioni dellìespansione tedesca, con la motivazione che entro 20 minuti l’intero materiale sarebbe stato, da parte del Foreign Office, passato telefonicamente al Quai d’Orsay.

La stretta di mano tra i ministri Ciano e Ribbentrop all’esterno della nuova sede della Cancelleria davanti a un folto gruppo di autorità italo-tedesche

Gli inglesi dovettero riconoscere che egli aveva ragione. Gli ambienti inglesi, che stanno vicini al “Daily Mail”, intendono adoperarsi effettivamente per un’intesa italo-tedesco-inglese, ma la loro influenza non è abbastanza forte.

Il Duce aggiunse che non si dovrebbe lasciar passare occasione per frenare l’amicizia anglo-francese; simili tentativi dovrebbero però essere fatti con la massima prudenza, per non provocare un effetto contrario a quello desiderato. Il Ministro Göring approvò pienamente.

Il Ministro Göring disse in seguito che il Führer sarebbe straordinariamente lieto se il Duce volesse fare una visita in Germania. Essa verrebbe non solo fortemente a sottolineare la politica comune dei due Paesi, ma darebbe al Duce anche la possibilità di conoscere di persona, con i propri occhi, la situazione in Germania.

Il Duce rispose che una sua visita in Germania è nell’ambito delle possibilità, dato che anch’egli personalmente ha desiderio di rivedere il Führer e di constatare con í propri occhi lo sviluppo della Germania.

Goering, Hitler e Mussolini, insieme ad un gruppo di ufficiali dell’esercito tedesco ed italiano, osservano delle carte geografiche

Il Ministro Göring disse infine che, secondo il suo punto di vista personale e in considerazione delle salde relazioni italo-tedesche, sarebbe certamente utile se il Governo italiano esercitasse la sua influenza sul Governo austriaco affinché quest’ultimo si attenesse con maggiore aderenza all’Accordo dell’11 luglio. Il Governo austriaco esercita una forte e completamente inutile pressione sugli ambienti nazionalisti del Paese.

Se il Cancelliere Schuschnigg qualifica il nazionalsocialismo come il nemico dello Stato n. 1, ciò rischia di provocare in Austria reazioni interne, senza la minima intromissione da parte tedesca. Sarebbe quindi consigliabile che il Governo austriaco assumesse verso questi ambienti nazionali un atteggiamento conciliante.

Mussolini e Goering ripresi mentre camminano nel salotto di una villa

Bisogna tener conto che il Governo austriaco non è né fascista né nazionalsocialista, ma clericale. È quindi possibilissimo che esso, un bel giorno, ceda fortemente alle tendenze di sinistra che in Austria continuano a sussistere in misura abbastanza forte. Il Governo austriaco, data la sua presa di posizione sproporzionata contro il nazionalsocialismo, misconosce quindi anche il pericolo comunista.

Egli (Ministro Göring) accenna a tutto questo soltanto nel desiderio di fare da parte sua il possibile per evitare un conflitto interno austriaco, il quale potrebbe, per esempio, verificarsi nel caso di un ritiro di Glaise-Horstenau oppure di altri Ministri nazionali. Queste le ragioni che lo portano ad esprimere il desiderio che l’Accordo dell’11 luglio venga osservato più esattamente da parte del Governo austriaco.

Il Duce rispose che le relazioni dell’Italia con l’Austria si basano sul principio del rispetto della indipendenza di questo Paese con il dovuto ríguardo alla sua sensibilità. Egli (il Duce) è perfettamente a conoscenza che il popolo austriaco, in gran parte, non nutre simpatia per gli italiani; volendo tentare di influenzare il Governo austriaco, egli dovrebbe quindi procedere con molta cautela per non esporsi al pericolo di avere risposte poco piacevoli.

Goering ed Hitler, accompagnati da alti gradi dell’esercito tedesco, ripresi mentre camminano nel salotto di una villa

Dato però che il Ministro Göring ne esprimeva il desiderio, egli cercherà di influenzare il Governo austriaco nel senso suddetto aggiungendo, dal canto suo, che la piena esecuzione dell’Accordo dell’11 luglio è anche nell’interesse dell’Italia, tanto piú che l’Accordo venne a suo tempo concluso per desiderio dell’Italia. Egli (il Duce) ha personalmente ed in modo implicito fatto presente a Schuschnigg che, dato il carattere tedesco dell’Austria, sarebbe assurdo fare una politica antitedesca.

Una regolare esecuzione dell’Accordo dell’11 luglio è d’altra parte della massima importanza anche dal punto di vista internazionale. Qualsiasi nuovo conflitto tedesco-austriaco verrebbe per esempio immediatamente sfruttato dalla Francia, e si parlerebbe nuovamente della “guardia al Brennero”. L’Italia non intende farsi legare in alcun modo su questo punto.

Il Ministro Gòring osservò che il Governo austriaco non gode di nessuna simpatia nel popolo e si tiene al potere esclusivamente valendosi di provvedimenti brutali. Ma anche questi provvedimenti non gli avrebbero servito a nulla se la Germania non si fosse astenuta in modo assoluto dall’intervenire nelle questioni interne austriache. Da parte tedesca si sarebbe perfino disposti ad aiutare il Governo austriaco. Secondo una sua promessa fatta al Sottosegretario di Stato Schmidt, Goring aveva rilevato, nel suo discorso di Goslar, che il Governo austriaco non doveva essere considerato come antitedesco.

Kurt Alois von Schuschnigg

Lo stesso giorno, Schuschnigg designava il nazionalsocialismo come il nemico dello Stato n. 1. In Germania si ha l’impressione che l’Austria venga deliberatamente tenuta a disposizione da forze finora non note, come una specie di bomba a mano, che al momento opportuno dovrebbe servire per far saltare il fronte italo-tedesco. In Francia, in Inghilterra ed in Russia si sarebbe del parere che l’accordo italo-tedesco non è pericoloso finché esista la possibilità di farlo saltare valendosi dell’Austría.

Il Duce rispose che un simile tentativo non sarebbe pericoloso, in quanto che si conoscono fin d’ora le mete di quelle forze oscure che una stretta collaborazione italo-tedesca è in grado di manovrare. Basta far sapere al Governo austriaco che esso non deve in nessun caso prestarsi a qualsiasi tentativo di rottura da parte francoanglo-russa.

Il Ministro Göring disse che questo era uno dei punti rispetto ai quali esiste fra la Germania e l’Italia una certa diversità di vedute, e precisamente quanto alla valutazione delle forze operanti in Austria. La Germania è del parere che le correnti dominanti in Austria siano più orientate in senso internazionale di quanto apparentemente non si creda da parte italiana. Dal lato della Germania, egli può in ogni caso assicurare – e ritiene che ciò valga anche per l’Italia – che nei riguardi dell’Austria non vi saranno sorprese.

Kurt Alois von Schuschnigg

Il Duce diede la stessa assicurazione, rilevando che la garanzia sta nella continuità dei contatti tra l’Italia e la Germania. Il Ministro Göring confermò pienamente da parte stia la necessità di contatti continui fra i due Paesi. Egli rilevò che in sua presenza il Führer aveva dato al Ministro degli Affari esteri la direttiva di rimanere continuamente in contatto con il Conte Ciano e di far apparire tale collegamento anche esternamente – in un certo qual modo come contrappeso all’intima collaborazione francoinglese – cosí che ognuno sappia a priori l’inutilità di pretendere dall’Italia e dalla Germania un comportamento diverso nei comuni problemi politici.

Il Duce dichiarò che la comune politica italo-tedesca si estende sopratutto ai grandi problemi politici mondiali e secondariamente alle questioni minori, fra le quali è compresa l’Austria. Anche qui, il continuo contatto può garantire l’uniformità della politica, tanto piú che i due Paesi debbono adattare la loro azione all’incessante variare delle situazioni.

Nel salotto di una villa Goering mostra delle carte e conversa con un ufficiale nazista

Egli crede all'”evoluzione” nella dinamica politica e non intende assolutamente lasciare “mummificare” la politica italiana. Mantenendo dunque un continuo contatto fra i due Paesi, non sorgeranno né sorprese né conflitti, e si otterrà invece unità e collaborazione.

Il Ministro Göring accennò alla questione degli Asburgo, la quale, se venisse effettivamente posta, conterrebbe elementi di massima sorpresa. La Germania non potrebbe in nessun caso tollerare la restaurazione degli Asburgo in Austria, qualunque fosse la forma (Regno, Reggenza ecc.), sotto la quale si tentasse di realizzarla. Ciò significherebbe la fine dell’Austria.

Il Duce rispose che, per ragioni storiche facilmente comprensibilí, la Casa Asburgo non gode di nessuna simpatia in Italia e che la restaurazione degli Asburgo provocherebbe nel popolo italiano una pessima impressione. Egli ha sempre avvertito i dirigenti austriaci di non giocare con la restaurazione, facendo presente i pericoli morali che l’Austria correva in questa questione. Anche con il Capo dei Legittimisti, Conte Wiesner, egli si era espresso molto esplicitamente in tale senso.

Hermann Göring

Il ministro Göring rilevò che gli Asburgo saranno sempre antiitaliani e che in un loro ritorno in Austria, logicamente, essi tenterebbero di riprendersi i territori già appartenuti al vecchio Impero austro-ungarico.

Il Duce rispose essere perfettamente conscio che nel caso di una loro restaurazione, gli Asburgo dovrebbero – allo scopo di far apparire minori le difficoltà interne – dapprima cercare un nemico esterno: e prevedibilmente 1′”uomo nero” prescelto in questo caso dagli Asburgo, sarebbe l’Italia. Egli ha d’altronde scritto un articolo contro Otto di Asburgo e può assicurare che tutte le notizie riguardanti progetti di matrimonio fra Otto e la Principessa Maria sono completamente prive di fondamento. La principessa Maria ebbe d’altronde a pregarlo personalmente di smentire con energia.

Con alcune parole di commiato del Duce e rinnovati ringraziamenti da parte del Ministro Göring per la gentile accoglienza in Italia, il colloquio ha avuto termine.

Durante il viaggio Roma-Berlino. – Gennaio 1937
f.to Schmidt

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 113

a cura di Cornelio Galas

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18 luglio, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

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18 luglio 2000

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I “SEGRETI” DI GALEAZZO CIANO – 2

a cura di Cornelio Galas

  • documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

A settanta anni dalla loro redazione ecco per la
prima volta in rete i documenti che Galeazzo Ciano
allegava al suo DIARIO

 

AGOSTO 1936

LA GUERRA CIVILE IN SPAGNA

Roma, 3 agosto 1936-XIV

Ho ricevuto l’Ambasciatore di Francia il quale mi ha comunicato l’urgente appello del Governo francese diretto ad arrivare ad una intesa di non intervento nella questione spagnuola, intesa che dovrebbe essere originariamente tra Francia, Italia ed Inghilterra e restare aperta a tutti gli altri paesi. Praticamente si tratterebbe di impegnarsi a non fornire armi o strumenti atti ad alimentare la guerra civile ad alcuna delle parti contendenti in Ispagna.

Mi sono limitato a prendere atto dell’invito rivoltomi dall’Ambasciatore di Francia ed ho dichiarato che, essendo assente dalla capitale il Duce, mi sarebbe stato difficile dare una risposta immediata.

Per quanto concerne i due apparecchi italiani atterrati in Marocco, l’Ambasciatore di Francia mi ha detto che si riserba di farmi avere in un promemoria personale tutti gli elementi che in merito gli verranno forniti dal suo Governo. Mi ha aggiunto che è suo desiderio di poter arrivare al più presto ad una soluzione amichevole di tale questione.

Per parte mia ho risposto che le Autorità competenti stavano compiendo un’inchiesta, ma comunque ero in grado di escludere ogni e qualsiasi sia pure indiretta ingerenza da parte del Governo fascista.

GLI APPARECCHI ITALIANI NEL MAROCCO FRANCESE

 

Roma, 5 agosto 1936-XIV

L’Ambasciatore di Francia mi ha comunicato che il suo Governo ha ricevuto la risposta dal Governo britannico, relativa al passo fatto per ottenere una intesa preliminare di non intervento negli affari spagnoli, fra le tre grandi Potenze del Mediterraneo. La risposta britannica è di massima favorevole. L’Inghilterra crede che l’intesa oltre che tra i tre paesi mediterranei debba essere fatta, fin da un primo momento, anche con la Germania e il Portogallo.

Charles de Chambrun

Poi ad essa dovranno aderire tutte le altre Potenze eventualmente interessate. L’Inghilterra è pronta a fare una dichiarazione di assoluto non intervento negli affari spagnuoli purché analoga dichiarazione venga fatta dal Governo francese e da quello italiano. Chambrun mi ha comunicato ancora che, in seguito a una démarche fatta a Berlino, il Governo del Reich ha dichiarato di essere pronto ad esaminare il modo di trovare regole comuni per un non intervento in Ispagna. Chambrun ha ammesso che questa risposta è vaga.

Chambrun infine mi ha parlato della questione degli apparecchi italiani atterrati nel Marocco francese. Mi ha lasciato tutti i dettagli tecnici che comunico al Ministero dell’Aeronautica, col quale mi preparo a concordare una risposta. Ma fin d’ora ho fatto presente a Chambrun che, pure essendo tuttavia in corso una inchiesta, potevo affermare che non si trattava di apparecchi in servizio presso un reparto dell’aeronautica italiana, bensì di aeromobili forniti da una industria privata a privati cittadini spagnuoli e che il Governo infine non era assolutamente al corrente dell’affare.

Ho ringraziato l’Ambasciatore di Francia per i funerali fatti agli aviatori caduti e ho sollevato la questione di quelli attualmente prigionieri e dell’apparecchio tuttora trattenuto a Moulouya. Gli ho detto che trattandosi di un atterraggio evidentemente dovuto a caso di forza maggiore, non si poteva insistere sulla contravvenzione alle regole di sorvolo, e che quindi mi attendevo che il Governo francese avesse nel più breve tempo risolto il problema rendendo l’apparecchio agli aviatori, ed a questi, la libertà di andarsene.

 

INTESA DI NON INTERVENTO IN AFFARI SPAGNOLI

 

Roma, 6 agosto 1936-XIV

Ho ricevuto l’Incaricato di Affari d’Inghilterra che mi ha consegnato l’unito promemoria relativo alla proposta francese per un accordo sul non intervento negli affari di Spagna.

Allegato

Promemoria

Come è senza dubbio noto al R. Governo, il Governo francese si è rivolto ai Governi britannico, germanico e portoghese, oltreché a quello italiano, nell’intento di addivenire ad una cooperazione per regolare la questione delle forniture di armi alla Spagna.

In risposta il Governo britannico ha informato quello francese che vedrebbe con compiacimento la rapida conclusione di un accordo fra le Potenze in grado di fornire armi e munizioni alla Spagna nel senso di astenersi dal farlo e di impedire il rifornimento di armi e munizioni dai loro rispettivi territori in base al principio di non immistione (non interference) negli affari spagnuoli.

Il Governo britannico è tuttavia d’avviso che un accordo del genere debba, al suo inizio, essere simultaneamente accettato da Governi come quello francese, germanico, italiano, portoghese e britannico che hanno preminenti interessi materiali o una situazione di prossimità geografica con la Spagna. A tale accordo è sperabile che vogliano ulteriormente accedere tutte le altre Potenze interessate.

Nel portare quanto precede a conoscenza del Governo italiano, l’Ambasciata di Sua Maestà ha ricevuto istruzioni di esprimere il desiderio del Governo britannico di appoggiare il passo e tale proposito compiuto tre giorni or sono da quello francese.
Roma, 6 agosto 1936.

Il Governo inglese ha fatto conoscere al Governo francese che esso era favorevole ad un accordo del genere tra tutte le Potenze che possono fornire armi e munizioni alla Spagna. L’accordo dovrebbe consistere nell’impegno di non rifornire la Spagna di armi e munizioni e di impedire la fornitura dai rispettivi territori.

Per incominciare, l’accordo dovrebbe intervenire tra Francia, Germania, Italia, Portogallo e Inghilterra. Successivamente potrebbe essere, come il Governo inglese confida, sottoscritto anche da altre Potenze. Ho risposto all’Incaricato d’Affari d’Inghilterra negli stessi termini della comunicazione fatta poco prima all’Ambasciatore di Francia.

Anche con lui ho messo in evidenza cioè che l’Italia aderiva in massima alla tesi del non intervento; ma che tale non intervento avrebbe potuto essere efficace solo se fosse esteso a tutti gli Stati interessati, e sopratutto se non si fosse limitato alle forniture di armi, ma esteso invece anche alla propaganda e ad ogni altro genere di appoggio.

Vi era una forma di intervento e di lotta ancora più pericolosa di quella di cui faceva mostra di preoccuparsi il Governo francese, ed era la lotta che si combatteva sul terreno ideologico e spirituale; e questa lotta e questo intervento dovevano impedirsi insieme e parallelamente alle forniture di armi.


COLLOQUIO CON L’AMBASCIATORE DI FRANCIA

Roma, 7 agosto 1936-XIV

L’Ambasciatore di Francia mi ha questa mattina rimesso il progetto di dichiarazione che dovrebbe impegnare i Governi firmatari a mantenere la neutralità nei confronti della Spagna. Mi ha detto che dovrebbero fin da un primo momento aderire a tale progetto sei Paesi e cioè: Francia, Italia, Inghilterra, Germania, Portogallo e Russia.

Per quanto concerne i quesiti fatti da noi nella nostra risposta, l’Ambasciatore mi ha detto che praticamente í punti 3 e 4 trovavano già la loro risposta nel progetto di dichiarazione, e che comunque il Governo francese era pronto ad esaminare ogni modifica o suggerimento che potesse venire da parte del Governo fascista.

Ciano, von Ribbentrop e Hitler

Per quanto concerne invece il punto 2°, l’Ambasciatore ha detto “che il Governo francese non disconosce l’importanza delle manifestazioni di solidarietà morale di cui il Governo fascista si preoccupa: ma osserva però che tali manifestazioni si producono nei due sensi e che pare difficile considerarle in una dichiarazione che ha e deve avere un carattere essenzialmente pratico.”

Ho detto all’Ambasciatore che facevo le più ampie riserve su questa sua risposta la quale non veniva a far conoscere il preciso punto di vista sulla questione sottoposta dal Governo fascista al Governo francese. La risposta che egli mi dava eludeva praticamente lo scopo della nostra domanda: quello cioè di procedere a un disarmo degli spiriti considerato da noi altrettanto e forse più necessario dell’embargo sulle armi. Premesse queste riserve, ho detto che avrei fatto conoscere al Duce quanto precede e avrei dato una risposta appena possibile.

IDROVOLANTI PER FRANCO

 

Roma, 10 agosto 1936-XIV

Ho rimesso all’Ambasciatore di Francia il progetto di dichiarazione, con l’aggiunta dell’articolo relativo al reclutamento di volontari e alle sottoscrizioni di denaro. Gli ho detto anche che, per parte nostra, non ritenevamo sufficiente, come controllo, l’informazione tra Governi delle misure prese per evitare l’esportazione di armi, ma credevamo invece che, in conformità alla nostra domanda, sarebbe stato necessario dare maggiore precisione alle garanzie. Attendevamo quindi proposte concrete in merito.

Idrovolanti ricognitori in arrivo o in partenza in un porto della Sardegna nel giugno 1942

L’Ambasciatore di Francia mi è parso abbastanza ottimista circa l’accettazione da parte del suo Governo della nostra formula.

Naturalmente, durante il colloquio avuto con Chambrun, non ho mancato di elencargli la serie di documenti dai quali risulta che la Francia ha fornito e continua a fornire armi e munizioni al Governo rosso di Madrid. Chambrun ha preso nota di quanto gli dicevo e, a sua volta, mi ha chiesto se era vero che l’Italia si preparava ad inviare 20 idroplani, attualmente riuniti ad Orbetello, al Generale Franco. Ho senz’altro smentito la notizia.

Per quanto concerne il processo degli aviatori prigionieri nel Marocco francese, ho detto a Chambrun che naturalmente un giudizio e una condanna avrebbero la píú triste ripercussione nell’ambiente aeronautico italiano e nella nostra opinione pubblica. Gli stessi Accordi Valle-Denain ne potrebbero ricevere un forte colpo.

Ciano e Joachim von Ribbentrop

L’Ambasciatore ha preso atto di quanto gli ho detto e mi ha assicurato che per parte sua farà di tutto per evitare che il processo abbia luogo, anzi, in conformità a mia richiesta, cercherà di facilitare il rilascio dei piloti prigionieri e degli apparecchi tuttora trattenuti, pur rimanendo in attesa di una nostra risposta circa la nota questione degli aeroplani atterrati in territorio coloniale francese.

LA PROPOSTA FRANCESE

 

Roma, 14 agosto 1936-XIV

Ho ricevuto l’Ambasciatore di Francia il quale mi ha detto che il suo Governo lo aveva incaricato di comunicarci l’accordo di massima alla proposta da noi avanzata di impedire le sottoscrizioni e il reclutamento di volontari per la Spagna. Tale adesione era però platonica in quanto, col pretesto che sarebbe stato troppo lungo fare accettare anche agli altri Governi la nostra formula, il Governo francese proponeva quanto segue:

  • a) l’adozione della dichiarazione di “non intervento” come prospettata dalla Francia;
  • b) l’Italia avrebbe aggiunto unilateralmente che manteneva la sua richiesta per la proibizione di sottoscrizioni e di reclutamento di volontari;
  • c) il Ministro degli Esteri francese avrebbe fatto sapere verbalmente al nostro Ambasciatore che la Francia concordava con lui sull’opportunítà di non inviare né uomini né danaro in Spagna. Ho risposto all’Ambasciatore che tale proposta francese ci pareva assolutamente inaccettabile. Mediante essa si cercava di trasformare in una pura e semplice raccomandazione unilaterale quella che era stata una nostra richiesta formale, raccomandazione che poi, mentre legava le mani all’Italia e forse parzialmente alla Francia, lasciava del tutto liberi altri paesi che sono stati, quale l’U.R.S.S., i principali iniziatori di sottoscrizioni e di azioni collettive e popolari in favore del Governo rosso di Madrid.

Ho detto all’Ambasciatore di Francia che avrei fatto conoscere al Duce quanto egli mi comunicava, ma che comunque sentivo il dovere fin da adesso di fargli tutte le mie riserve sull’accettabilità della proposta francese.

Regimi politici in Europa 1939

Ho aggiunto che, mentre noi, rinunciando ad insistere sulla limitazione delle campagne di stampa, di radio, e sulla proibizione di pubbliche riunioni avevamo fatto molti passi innanzi per incontrarci con la proposta francese, mi pareva che d’altro lato, invece, si rimanesse fermi sulle posizioni e che non si facesse niente per favorire un accordo con noi.

In fine della conversazione gli ho parlato anche della necessità di rimettere subito in libertà il nostro velivolo atterrato al Marocco. L’Ambasciatore di Francia mi ha assicurato del suo intervento a Parigi.


JOUHAUX A MADRID

 

Roma, 17 agosto 1936-XIV

L’Ambasciatore di Francia è tornato stasera a sollecitare una nostra risposta a quanto fu proposto da lui nell’ultima visita, venerdì scorso. Mi ha lasciato i testi delle lettere scambiate tra il Ministro degli Esteri francese e l’Ambasciatore d’Inghilterra, relative all’accordo di non intervento.

De Chambrun ha rinnovato le consuete raccomandazioni per la nostra decisione favorevole alle proposte francesi, assicurando anch’egli come Ingram che le nostre proposte aggiuntive saranno oggetto di un secondo e più vasto accordo. Anche a lui ho ripetuto che mi riservavo di dare una risposta dopo aver preso le istruzioni dal mio Capo.

Léon Jouhaux

Intanto però richiamavo la sua attenzione su alcune gravi manifestazioni francesi che venivano a compromettere qualsiasi platonica teoria di “non intervento”: il discorso del Ministro dell’Interno, il discorso del signor Duclos, Vice-Presidente della Camera, e il viaggio del signor Jouhaux in Ispagna, avendo quest’ultimo dichiarato prima della partenza che si recava a Madrid “per assistere al trionfo dei lavoratori sui fascisti.”

L’Ambasciatore de Chambrun ha dovuto convenire che si trattava di manifestazioni gravi e pericolose, ma a suo parere esse dovevano servire a fare ancor più apprezzare lo sforzo del signor Blum per mantenere e concertare una politica di non intervento.


ACCORDI COL GENERALE FRANCO?

Roma, 17 agosto 1936-XIV

L’Incaricato di Affari d’Inghilterra è venuto oggi a raccomandare a nome del suo Governo, l’accettazione da parte italiana delle proposte francesi per il “non intervento”. Mi ha aggiunto che tale accettazione rappresenterebbe una prima fase dell’accordo, in quanto in un secondo tempo le proposte italiane per impedire le sottoscrizioni di denaro e l’arruolamento dei volontari potrebbe esser l’oggetto di una nuova e più vasta intesa.

Il generale Franco e Mussolini

Mi ha lasciato un promemoria che riassume gli argomenti da lui esposti. Avendomi fatto cenno alle voci che esistono circa l’eventualità di un accordo tra l’Italia e il Generale Franco per la cessione di alcuni territori marocchini, gli ho opposto un assoluto diniego. Gli ho detto infine che prendevo atto della sua raccomandazione e che mi riservavo di fare avere una risposta al Governo francese dopo aver ricevuto le opportune istruzioni da parte del Duce.

SETTEMBRE 1936

 

IL NEGUS A GINEVRA

 

Roma, 7 settembre 1936-XIV

Ho ricevuto oggi il signor Avenol. Abbiamo trattato, come primo argomento, quello del ritorno dell’Italia a Ginevra. Gli ho subito messo in chiaro che noi intendevamo, prima di riprendere la nostra collaborazione, che fosse definitivamente chiarito il punto concernente la Delegazione etiopica.

Il signor Avenol mi ha detto che, a suo parere, difficilmente una delegazione del Negus si presenterà a Ginevra. Il Negus partì l’ultima volta troppo abbattuto per ritentare oggi una prova. Comunque, se anche una delegazione si presentasse, il signor Avenol afferma, da informazioni già assunte da lui presso i migliori giuristi, che essa verrebbe allontanata, non riconoscendosi la validità dei poteri.

In realtà Avenol ritiene che sarebbe molto pericoloso per la Società delle Nazioni di trasformarsi in un “rifugio della legittimità”. Troppi sarebbero i Governi spossessati che potrebbero invocare il precedente etiopico per tentare di farsi rappresentare a Ginevra da sedicenti delegazioni. Da ciò la Lega non ne guadagnerebbe né in prestigio né in potenza. Il signor Avenol ritiene inoltre che nessuna Rappresentanza si leverà in difesa di una eventuale delegazione etiopica non convalidata.

Egli dice che in questo momento in tutti i delegati è troppo vivo il senso di preoccupazione per gli avvenimenti maggiori e più gravi che sono in corso e che minacciano costantemente la pace del mondo. Ognuno sarà contento di mettere definitivamente agli atti il sorpassato problema italo-etiopico.

Gli ho detto che prendevo atto di tali sue informazioni. Comunque non mi pareva opportuno che i nostri rappresentanti intervenissero al Consiglio o alla prima seduta dell’Assemblea quando cioè potevano ancora comparire i delegati etiopici. Alla seconda riunione dell’Assemblea noi ci saremmo fatti rappresentare qualora alla prima gli etiopici non fossero apparsi o, se apparsi, fossero stati allontanati.

Joseph Avenol

Per quanto concerne la riforma della S. d. N. il signor Avenol mi ha detto che è sua impressione che nessun paese in questo momento vorrà spingere per arrivare ad una conclusione in merito. Se l’argomento verrà abbordato lo sarà soltanto formalmente e senza conclusione positiva. Avenol, in fine di conversazione, ha insistito per essere ammesso a presentare i suoi ossequi al Duce.

Gli ho detto che il Duce potrà riceverlo e che mi riservo di accompagnarlo in uno dei prossimi giorni. Avenol rimane a Roma fino a giovedí.

COLLOQUI COL
MINISTRO D’UNGHERIA

 

Roma, 7 settembre 1936-XIV

È venuto a vedermi, di ritorno dall’Ungheria, il Ministro Villani. Mi ha intrattenuto sui seguenti argomenti:

1. Visita del Reggente a Roma. – Il Ministro Villani è stato incaricato dal suo Governo di far conoscere al Duce che il Reggente accetta l’invito con piacere e che, a partire dal 15 ottobre, è pronto a venire a Roma. Resta in attesa di conoscere quale data sarà più gradita a Sua Maestà il Re e al Duce.

2. Mia visita in Ungheria. – A nome del suo Governo, il Ministro Villani ha tenuto a far sapere che una mia visita in Ungheria riuscirebbe particolarmente gradita. Ha vivamente insistito perché in tale visita io sia accompagnato da mia moglie, alla quale il Governo ungherese vorrebbe riservare particolari accoglienze. Suggerirebbe che in occasione di questa visita – la quale potrebbe aver luogo in novembre – si tenesse a Budapest la riunione dei tre Ministri degli Affari Esteri italo-austro-ungherese, secondo quanto previsto dai Protocolli di Roma. Al ritorno o all’andata potrei sostare a Vienna.

Miklós Horthy de Nagybánya

Gli ho risposto che per parte mia mi sembrava che nulla ostasse all’idea di una mia visita a Budapest e che mi riservavo di far conoscere la data e le modalità dopo aver preso le opportune istruzioni dal Duce.

3. Convegno Hitler-Horthy. – Villani mi ha subito dichiarato che il colloquio Hitler-Horthy è stato sopratutto determinato dal desiderio personale del Reggente di conoscere e di entrare in contatto diretto col Führer, Capo di una Nazione per la quale il popolo ungherese ha vivo sentimento di amicizia. La visita è stata sprovvista di carattere politico, tanto è vero che il Reggente Horthy, il quale non tratta mai personalmente problemi politici, non si è fatto accompagnare da alcun Ministro, né da funzionari del Ministero degli Affari Esteri.

Durante il colloquio però sono stati toccati i seguenti punti:

a) Accordo austro-tedesco. Il Reggente si è vivamente compiaciuto con Hitler per il raggiungimento dell’accordo che ha determinato uno stato di détente nell’Europa centrale e che ha tolto una preoccupazione grave in Ungheria in quanto ha permesso il ristabilimento di rapporti cordiali fra l’Italia e la Germania, paesi egualmente cari al popolo magiaro. Hitler ha concordato con Horthy e ha detto che è sua intenzione di rendere sempre più stretti e sicuri i legami che uniscono il popolo tedesco a quello italiano.

Ciano con Hitler

b) Comunismo. Il Führer e il Reggente si sono trovati d’accordo nel riconoscere nel comunismo il maggior pericolo per l’Europa e per la pace. Il Führer ha manifestato al Reggente Horthy la sua intenzione di svolgere un’attiva azione anti-comunista. Gli ha detto che in Ispagna opera effettivamente e che a questo proposito era lieto di potergli dare una prova ulteriore dei buoni rapporti esistenti fra l’Italia e la Germania, poiché l’azione in Ispagna di fiancheggiamento del Generale Franco era svolta di comune accordo.

c) Cecoslovacchia. Il Reggente ha trovato vivo risentimento nel Führer contro la Cecoslovacchia. Per quanto questi gli abbia dichiarato di essere pronto a serrare un patto di non aggressione con i cechi qualora questi abbandonino la loro amicizia con la Russia, Horthy ha riportato l’impressione che la Germania si proporrà, non appena ultimati i suoi armamenti, di manifestare con gesto concreto la sua avversità verso la Cecoslovacchia.

Ciano durante una missione diplomatica

4. Società delle Nazioni. – L’Ungheria ha preparato un Memoriale, di cui il Ministro Villani mi ha consegnato copia, relativo alla ríforma del Patto. Tale Memoriale non sarà consegnato subito, ma soltanto in un secondo tempo. Frattanto egli pregherebbe di fargli conoscere per iscritto le nostre eventuali osservazioni o critiche. La Delegazione ungherese a Ginevra sarà diretta da Kànya. Per quanto l’ultima decisione non sia ancora presa, pur tuttavia sembra sicuro che Kànya solleverà la questione del riarmo ungherese. Anche su questo argomento vorrebbero conoscere l’opinione nostra circa l’opportunità o meno di sollevare la questione adesso. La Germania ha assicurato il pieno appoggio diplomatico. Il signor Villani mi ha detto che il popolo ungherese conta a pieno sulle promesse di aiuto piú volte fattegli dal Duce qualora la Piccola Intesa prendesse occasione per mobilitare.

Galeazzo Ciano in Albania

5. Jugoslavia. – Le conversazioni tra il signor Stojadinovic e il Ministro d’Ungheria a Belgrado proseguono attivamente ma con scarso risultato. La Jugoslavia vorrebbe, per venire ad un accordo, che l’Ungheria facesse dichiarazioni di disinteresse nei confronti delle minoranze soggette al regime serbo. Questa dichiarazione non potrà essere fatta dall’Ungheria, anche e sopratutto perché potrebbe a sua volta essere invocata analogamente dalla Romania e dalla Cecoslovacchia. Comunque il signor Villani ritiene che tra l’Ungheria e la Jugoslavia si potrà addivenire gradualmente, e magari temporaneamente soltanto, a una distensione di rapporti.

6. Romania. – Il Governo ungherese ha visto con piacere l’allontanamento di Titulescu; ma adesso è preoccupato dalla crescente influenza delle Guardie di ferro le quali, se andassero al potere, si preparerebbero a svolgere una politica molto dura nei confronti delle minoranze ungheresi. A tale proposito il Ministro Villani sollecitava un eventuale intervento dei nostri rappresentanti a favore di dette minoranze.

Ciano, Ribbentrop, Hitler e Mussolini

Gli ho risposto che i nostri rapporti con la Romania erano stati nel recente passato piuttosto tesi. Il gesto del signor Antonescu li aveva evidentemente migliorati formalmente, ma per ora non vi era niente di concreto. Comunque a suo tempo, se un nostro intervento apparirà utile ed opportuno, non mancherà di prodursi in favore dell’Ungheria.

COLLOQUIO COL MINISTRO
DEGLI ESTERI AUSTRIACO

Roma, 15 settembre 1936-XIV

Nel colloquio che ho avuto ieri col Segretario di Stato per gli Affari Esteri d’Austria, sono stati trattati i seguenti argomenti:

Spagna. – Il Segretario di Stato austriaco mi ha espresso la sua preoccupazione per le condizioni in cui si trovano e verranno a trovarsi in futuro i sudditi austriaci residenti in Ispagna. Da tempo erano avviate le pratiche per la istituzione di una Legazione austriaca in Madrid. Adesso, prima di dare ulteriore corso a tale questione, il Governo austriaco desidererebbe conoscere il nostro punto di vista.

Guido Schmidt

Ho detto a Schmidt che allo stato degli atti consideravo assolutamente inopportuno creare una rappresentanza diplomatica presso un Governo che, con ogni probabilità, tra breve sarà definitivamente spodestato. Se, come tutto lascia supporre, Franco raggiungerà la vittoria, noi potremo opportunamente appoggiare presso il nuovo Governo nazionale, col quale per le ragioni note si stabiliranno i rapporti piú cordiali, i desideri e gli interessi dei cittadini austriaci.

Polonia. – Il signor Schmidt avrebbe voluto conoscere qualche particolare o informazione relativa al risultato conseguito dal Generale Rydz-Smigly nel suo recente viaggio a Parigi. Gli ho dato lettura del resoconto del colloquio che ha avuto luogo a Venezia tra detto Generale e il Sottosegretario di Stato Bastianini.

Il Generale Rydz-Smigly

Il signor Schmidt, pure ammettendo che qualche miglioramento nei rapporti tra Francia e Polonia si è verificato in seguito a tale visita, ritiene che di sostanzialmente mutato nulla vi sia nella politica polacca. Avuta da me conferma che le relazioni esistenti tra il Governo italiano e quello di Varsavia sono, particolarmente in seguito al gesto polacco di abolizione unilaterale delle sanzioni, notevolmente cordiali, mi ha espressa l’intenzione del Governo austriaco di accentuare le relazioni già amichevoli che esistono tra Vienna e Varsavia.

Cecoslovacchia. – Gli ho confermato, a sua richiesta, che il modus vivendi commerciale recentemente firmato a Roma non contiene nessuna clausola di particolare vantaggio per la Cecoslovacchia ed è totalmente analogo agli altri accordi commerciali realizzati dopo il 15 luglio coi Paesi ex-sanzionisti. Nessun mutamento è avvenuto, né si prevede, nei rapporti normali esistenti tra Roma e Praga.

U.R.S.S. – Mi ha chiesto se la rottura delle trattative commerciali aveva anche un contenuto politico. Gli ho detto che le trattative commerciali si erano rotte in quanto la Russia ci chiedeva di deflettere da una linea di condotta adottata verso tutti gli Stati e che tende a condurre al pareggio assoluto la nostra bilancia commerciale. Certamente tale rottura di negoziati ha avuto un riflesso negativo anche nei rapporti politici tra i due Paesi i quali in questi ultimi tempi, particolarmente a causa della rivoluzione spagnuola e dei processi di Mosca, si sono intiepiditi, come lo provano le continue e violente campagne di stampa.

Milan Stojadinović

Jugoslavia. – Il signor Schmidt mi ha detto che già più volte il Presidente Stoiadinovic ha fatto conoscere al Cancelliere Schuschnigg il suo desiderio di incontrarsi con lui. Schuschnigg non ha dato risposta in nessun senso perché l’Austria desidera adattare i suoi rapporti con la Jugoslavia a quelle che sono e saranno le relazioni italo-serbe.

Ragioni sostanziali di disaccordo tra Austria e Jugoslavia non esistono, tranne la questione absburgica, sulla quale il Governo di Vienna intende d’altronde soprassedere, e l’attrazione che tuttora la capitale austriaca esercita sul popolo croato. Comunque, poiché da molti segni sembra che tra Berlino e Belgrado si tenda a stabilire dei rapporti di particolare cordialità, Schmidt si domanda se non sarebbe opportuno determinare una distensione, che a suo avviso non dovrebbe essere difficile, per attrarre piuttosto Belgrado nell’orbita romana.

Kurt Alois von Schuschnigg

Ho detto a Schmidt che anche noi avevamo considerato il problema sotto questo aspetto e che in un prossimo futuro, allorché un nostro nuovo rappresentante diplomatico sarà a Belgrado, avremmo, con le dovute cautele e con molta sicurezza, esaminato quali possibilità vi fossero, e conseguentemente preso una decisione.

Rapporti economici italo-austriaci. – Il signor Schmidt, a nome del Cancelliere Schuschnigg, ha vivamente pregato perché ai rapporti economici tra i nostri due paesi venga mantenuto il carattere attuale. L’appoggio dato in tale campo dall’Italia all’Austria è valso e vale profondamente a difendere l’autonomia e l’indipendenza rispetto alla Germania.

Ho assicurato il signor Schmidt che i rapporti economici tra l’Austria e l’Italia saranno sempre guidati da un criterio politico e improntati allo spirito di amicizia che lega i due paesi.

Ciano e Ribbentrop

Riforma del Patto. – Ho confermato a Schmidt che noi non abbiamo preparato nessun progetto di riforma: comunque siamo contrari a qualsiasi modifica del Patto diretta ad aumentare la potenza offensiva della Società delle Nazioni.

Gli ho detto però, secondo quanto Avenol aveva recentemente riferito, che non ritenevo che nella prossima Assemblea il problema sarebbe stato discusso a fondo e nell’intento di raggiungere risultati positivi.

Riunione italo-austro-ungherese a Vienna. – Gli ho comunicato di avere richiesto attraverso il Ministro Villani il gradimento del Governo ungherese a tale riunione. In massima saremmo rimasti d’accordo per fissarla entro la prima decade di ottobre. L’ordine del giorno verrà concordato attraverso le rappresentanze diplomatiche.

IL MINISTRO TEDESCO FRANK
A COLLOQUIO COL DUCE

Roma, 23 settembre 1936-XIV (Palazzo Venezia)

Il Ministro Frank ha iniziato il suo dire porgendo al Duce il saluto del Führer e il ringraziamento per l’opera svolta dalle Autorità Consolari italiane, dagli equipaggi dei piroscafi e dalle Autorità del Regno in favore dei tedeschi profughi dalla Spagna. Ha proseguito, quindi, esprimendo al Duce il desiderio del Führer di riceverlo non appena possibile in Germania, non solo nella sua veste di Capo del Governo, ma anche in quella di fondatore e Duce di un partito affine al nazionalsocialismo.

Hans Michael Frank

Ha detto anche che il Führer desidera poter prendere contatti personali con il Ministro degli Esteri e che pertanto era stato incaricato di invitarlo a recarsi in Germania.

Per quanto concerne la Spagna, il Ministro Frank ha assicurato che la Germania presta aiuto ai partiti nazionali unicamente per solidarietà di concezione politica, ma che non ha né interessi né mire nel Mediterraneo. Il Führer tiene a far sapere che considera il mare Mediterraneo quale un mare prettamente italiano. All’Italia spettano nel Mediterraneo posizioni di privilegio e di controllo. Gli interessi dei tedeschi volgono verso il Baltico che è il loro “Mediterraneo”.

Un problema sul quale il Ministro Frank vuole richiamare l’attenzione del Duce è quello delle rivendicazioni coloniali, problema che trova la sua base nelle necessità economiche del popolo tedesco. Il Führer non nasconde che su questo punto troverà la netta ostilità britannica. L’invio di Ribbentrop a Londra rappresenta l’ultimo tentativo di far comprendere alla Gran Bretagna le necessità e la posizione della Germania. È chiaro però che qualsiasi azione di riavvicinamento alla Germania da parte inglese dovrebbe essere seguita da un’azione di riavvicinamento britannico all’Italia.

Hans Michael Frank (a sinistra) e Adolf Hitler

Comunque su tale possibilità il Führer non si fa troppe illusioni. Tra le gerarchie naziste e le gerarchie fasciste sono necessari dei rapporti diretti al di fuori e al di sopra della diplomazia ufficiale. L’azione dei due paesi, è, come quella dei due partiti, specialmente diretta contro la propaganda ed il pericolo bolscevico.

Negli ambienti governativi tedeschi la questione austriaca è considerata liquidata con l’accordo austro-tedesco dell’11 luglio, cui il Governo germanico intende mantenersi strettamente fedele. Ne è una prova il fatto che Hitler ha rifiutato di accogliere al congresso di Norimberga il rappresentante del partito nazista austriaco.

Nei riguardi dell’Ungheria, Frank dichiara che le relazioni germano-magiare sono buone e che si deve in esse trovare un nuovo elemento di collaborazione con l’Italia. Per quanto concerne Ginevra è intenzione del Führer di marciare d’intesa con il Governo fascista ed il Ministro Frank aggiunge che la Germania è pronta a compiere, in qualsiasi momento si ritenga opportuno, il riconoscimento dell’Impero in Etiopia.

Hans Frank

Il signor Frank conclude il suo dire esprimendo la fiducia sua personale e del Governo del Reich nella necessità di una sempre piú stretta collaborazione tra la Germania e l’Italia. Il Duce risponde che in Italia non abbiamo nessuna fretta di vedere riconosciuto l’Impero Etiopico; ciò, più che nostro interesse, è un interesse delle altre Potenze.

Però apprezza le intenzioni del Governo tedesco e fa presente che il riconoscimento offerto, fatto in occasione di uno speciale avvenimento, quale potrebbe essere ad esempio la visita a Berlino del Ministro degli Esteri, assumerebbe particolare importanza.

Per quanto riguarda Ginevra, l’Italia ne è praticamente fuori, e può darsi che nel giro di poche ore, qualora la Società delle Nazioni, alla presenza della Delegazione italiana, anteponga quella della sedicente delegazione etiopica, ne sia fuori anche giuridicamente.

I rapporti con l’Austria sono e si mantengono dei più amichevoli. L’accordo dell’11 luglio ha trovato le sue basi nei suggerimenti che lo stesso Duce dava il 5 giugno a Schuschnigg, consigliandolo di favorire un’intesa con la Germania, perché l’Austria era in primo luogo un paese tedesco e poi perché era un paese troppo debole per fare una politica antigermanica.

È lieto di constatare come le relazioni tra l’Austria e la Germania siano migliorate. Per quanto concerne la Francia dichiara che per noi, date le condizioni di politica interna di tale paese, non è possibile di svolgere con essa una qualsiasi politica.

La Francia è malata e vecchia. Non si pensa che a mangiare; è un paese in cui la cucina è diventata un’“arte dello Stato”. La decadenza demografica è spaventosa. In Francia si perdono duemila unità alla settimana. In questi ultimi giorni i radicali tentavano una riscossa, però le forze comuniste sono impotenti. Se Blum cercasse di sbarcarle, probabilmente il partito comunista si rivolgerebbe alla piazza. La Francia non ci interessa sino a quando non sarà finita la crisi interna.

Mussolini, Ciano e Chamberlain

In Ispagna si sono già formati i due fronti, da un lato quello tedesco-italiano, dall’altro quello franco-belga-russo. Il Duce concorda con Hitler nel ritenere che la determinazione dei due fronti è ormai un fatto compiuto.

L’Italia ha aiutato gli spagnuoli ed anche attualmente numerosi aiuti sono in corso, senza condizioni, per quanto molto sangue italiano sia stato versato e le Baleari siano state salvate soltanto da uomini e materiale italiano. Per ora bisogna vincere. Dopo la vittoria non chiederemo niente alla Spagna che possa modificare la posizione geografica del Mediterraneo, ma le chiederemo soltanto di svolgere una politica che non sia contraria agli interessi dell’Italia.

La nostra azione in Ispagna è una prova effettiva della nostra partecipazione alla lotta antibolscevica.

Ciano, Mussolini e Chamberlain

Per quanto concerne l’Inghilterra, il Duce ritiene che Hitler abbia ragione di compiere il tentativo Ribbentrop. Non riuscirà. Ribbentrop non farà nulla. Le posizioni sono già definite: Francia e Russia, ed insieme alla Francia l’Inghilterra. Quindi Londra non potrà mai fare una politica con la Germania. Tra l’Inghilterra e la Francia c’è un vecchio patto per cui i due paesi, padroni della società delle Nazioni, si sono impegnati a fare una politica comune. Talvolta potranno forse scontrarsi, ma non arriveranno mai ad una rottura.

È una solidarietà storica tra due paesi ricchi, conservatori e democratici. È in possesso del Duce un documento che quando Ribbentrop conoscerà, varrà a fissarlo su quelli che potranno essere i risultati della sua missione: l’Inghilterra intende ménager la Germania soltanto per avere il tempo di realizzare il riarmo.

I nostri rapporti con Londra sono cattivi né possono migliorare. Ogni misura britannica provoca una nostra contro-misura. Quando gli inglesi mandarono la flotta in Alessandria d’Egitto, il Duce inviò 5 divisioni al confine cirenaico. Adesso che gli inglesi preparano nuove basi navali, noi prepariamo le controbasi. Il dominio dell’aria nel Mediterraneo è e sarà sempre dell’Italia.

Galeazzo Ciano

Se tuttavia l’Inghilterra volesse fare una politica nuova nei nostri confronti, ne potremmo anche esser contenti. Ma, allo stato degli atti, nessun segno lascia prevedere questa eventualità. È da tenere presente, tra gli altri sintomi, il carattere del viaggio di Edoardo VIII il quale, come ha evitato di toccare l’Italia, ha altrettanto accuratamente evitato di toccare la Germania.

Per quanto concerne le Colonie, il Duce ritiene che i tedeschi hanno ragione di sollevare e di agitare il problema. I tedeschi, come gli italiani, sono un popolo senza spazio. Al momento opportuno l’Italia s’impegna ad appoggiarli. Si sa già quale risposta la democrazia inglese si prepara a dare alla richiesta tedesca: le popolazioni che per venti anni hanno goduto i vantaggi del sistema liberale inglese, non devono essere messe sotto il regime autocratico tedesco. È pacifico che con un pretesto o con l’altro, sul terreno coloniale, in Germania si avrà sempre l’Inghilterra contro.

Galeazzo Ciano

Il Duce consiglia, inoltre, di respingere la conferenza per le materie prime. Essa non risolverebbe niente. Le materie prime che si trovano nel terreno nazionale o coloniale si pagano con la semplice moneta dello Stato, ma se si acquistano all’estero, si debbono pagare con l’oro.

Per quanto concerne la visita in Germania, il Duce ha detto che è suo desiderio di compierla. Essa però deve essere ben preparata per dare senz’altro dei risultati concreti. Avrà un immenso clamore e quindi anche nelle sue conseguenze deve avere una portata storica. Essa determinerà l’incontro dei Capi di due movimenti e di due filosofie affini.

La visita sarà preparata anche dal punto di vista della diplomazia ufficiale: deve determinare e segnare non soltanto la solidarietà dei regimi, ma anche la politica comune dei due Stati che bisogna chiaramente tracciare verso Oriente e verso Occidente, verso Sud e verso Nord.

Il Ministro Frank rivolge ancora al Duce una domanda e cioè desidera sapere come l’Italia sia riuscita a normalizzare i suoi rapporti con la Chiesa, mentre in Germania la questione è irta di difficoltà.

 

Il Duce risponde che la lotta contro la religione, sia cattolica che protestante, (non contro gli ebrei, perché in tal caso si tratta di razza) è inutile perché la religione è inafferrabile come la nebbia. Per lo Stato è importante di dividere nettamente il compito con la Chiesa: voi, preti, vi occupate della religione, non della politica; dell’anima e non del corpo. Il cittadino appartiene allo Stato: la Chiesa cura in lui soltanto il settore religioso.

Dopo la Conciliazione anche in Italia si produsse una crisi assai grave e poco mancò che il Papa non arrivasse alla scomunica. La lotta si concluse col trionfo dello Stato. La gioventù viene educata dallo Stato. La Chiesa fornisce i cappellani, che si limitano a dire la messa. Ma non devono occuparsi né di sport, né di dopolavoro, né di ginnastica, né di circoli ricreativi: il campo ecclesiastico è la teologia. Dal 1° settembre 1931, l’Azione Cattolica, in Italia, praticamente non esiste più.

Conviene riconoscere che i risultati di tale politica sono stati soddisfacenti: nessun contrasto notevole si è prodotto da allora, ed anzi, nelle ore difficili del conflitto italo-etiopico, il clero ha dato ottima prova.

Mussolini e Galeazzo Ciano in viaggio verso Monaco nel 1938

 

Comunque conviene vigilare continuamente. La Chiesa cattolica è come una palla elastica: per vedere il segno della pressione, bisogna che la pressione sia costantemente esercitata, altrimenti la palla riprende la forma primitiva.

Il Ministro Frank parla infine dei suoi progetti culturali e dell’intenzione di fondare a Monaco un palazzo del diritto in cui dovrà essere un istituto di legislazione fascista al quale saranno ammessi i migliori studenti di legge in Germania. All’inaugurazione verrà invitato il Ministro Solmi.

Chiede infine al Capo quali debbano essere a suo avviso i rapporti fra Stato e Partito. Il Duce risponde che in Italia il problema fu risolto facendo divenire il Partito un organo dello Stato, anzi una milizia civile agli ordini dello Stato.


SENTIMENTI ANTI-ITALIANI IN INGHILTERRA

 

Roma, 26 settembre 1936-XIV

È venuto a vedermi l’Incaricato d’Affari d’Inghilterra, signor Ingram, il quale dopo avermi espresso il suo compiacimento per l’atteggiamento calmo mantenuto dall’Italia dopo le recenti delíberazioni ginevrine, mi ha parlato della situazione nel Mediterraneo.

Sir Samuel Hoare

Ha tenuto a dirmi, a nome di Vansittart, che tutte le manifestazioni recenti britanniche in Mediterraneo, quali il viaggio del Re, il viaggio di Sir Samuel Hoare, il viaggio del Ministro Stanhope, l’invio di truppe in Palestina, la visita della flotta turca a Malta, non avevano e non hanno nessun carattere di politica anti-italiana. Esse devono venire invece considerate quali manifestazioni normali della attività britannica.

A suo dire, la cattiva interpretazione di tali avvenimenti sarebbe dovuta ai giornalistí italiani in Londra, e particolarmente al corrispondente della “Tribuna”, Sansa, i quali tenderebbero a far credere ad un tentativo di accerchiamento contro l’Italia, cui da parte inglese non si pensa né si è mai pensato.

Mi sono limitato ad ascoltare quanto Ingram ha detto ribattendo soltanto quando egli ha fatto vago accenno ad eventuali rapporti tra il Governo fascista e i Capi del movimento arabo in Palestina (accenno che egli ha ritirato alla mia prima reazione); e, nei riguardi della stampa, gli ho risposto che non solo i nostri corrispondenti avevano dato tale interpretazione agli avvenimenti in parola, bensí quasi tutta la stampa mondiale.

Henri de Kérillis

Il signor Ingram ha tenuto a sottolineare che da parte inglese non si pensa né si desidera una politica anti-italiana… Ma, anche De Kérillis, che ho ricevuto pochi minuti dopo e che è ritornato dall’Inghilterra, mi ha ripetuto che i sentimenti anti-italiani sono diffusi e radicati in tutto il popolo inglese, che nutre verso l’Italia “un odio irriducibile”.

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 112

a cura di Cornelio Galas

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17 luglio, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

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Dai, conteme quela del Palazet …

di Cornelio Galas

-Dai, cónteme quela del Palazét …

“Ma l’è vècia, dai, no la fa pu rider”.

-No, dai cóntemela l’istéss che me fago do ghignàe.

“Se no te vòi alter …”

-Dai, dai, che zerti tòchi no me i ricordo zamai pù.

“Alóra … l’è da sti ani che tra Riva e Arco i néva d’acordi come cagn e gat e che la “Busa” la néva envanti come en car a tre ròe. I beghéva su tut. L’ospedal nòf? A Riva. No, a Arco. No ‘n mèz. Le fére, i congresi? Perché sol a Riva? Alora a noi de Arco dové darne almem qualcos per empienir el Casinò”.

-Sì, sì me ricordo de ste robe, và envanti …

“Bom. Fato sta che, dàmela tòmela, vist che quei de Riva a ‘n zerto punto i gavéva na bèla squadrèta de palacanestro, i ha scominzià a butàr per averghe anca en Palazèt per zugar al cuèrt …”.

-Sì, dai, me ricordo anca ste robe chi. Che gh’era el Bruno Santi presidente, la Cartèra de Riva che tirèva fora i soldi, che i è arivài en serie B, che squasi i nèva anca pù sora

“Ma alora contela ti no ?

-Scusa, scusa … l’era tant per dir.

“Ensoma, dai e dai, sto palazét i l’ha anca trovà, propri a metà stràa, dove gh’era quel che binèva sù le robe de fer vecie, quele de plastica … al Rigoti. En tendóm però. Tipo quel dei circhi. E difati i gà fàt denter anca tanti spetàcoi co le tigri i lifanti …”.

-Dai, tàia …

“Tuti però che i voléva en palazèt del sport vero, osc’ia. No quel tendóm che se tiréva ‘n pel de vent en pù o fiochéva … En palazèt coi muri. I so posti per cambiarse, per pisàr, ensoma per star comodi”.

-Eco, adès ariva el toch che me pias de pù.

“Tasi demò. Se no la mòco chi. Alora, tura buta e mòla ale tante i se mete d’acordi. Tra Riva e Arco. Perché gh’era en bàl anca i progieti del cine e del teater neh. Nesuni voleva lasàrghe qualcos de pu a l’alter. E cosìta a Arco i s’è contentai del teater e del cine. E a Riva i gà dat i soldi per el Palazèt”.

-Tuti propri contenti?

“Se te sai come la va a finir còntela ti la fim, mona …”.

-No, l’era tant per dir.

“Quei de Arco, per el teater e ‘l cine a l’ex Quisisana, i gàveva dat i laóri a l’impresa Azolini, oh, miga na dita dal pit neh, sol che dopo l’è nada nei gazèri. E l’ha piantà lì tut, anca la gru che dopo i è vegnui a torsela de volta…Tut mal ala fim i è riusidi a far sto cine e sto teater”.

-E quei de Riva?

“I ha raspà anca lori i soldi e ‘n qualche maniera i ha fat sto Palazet su a la Baltera, ensèma ai capanoni en pù per la féra”.

-Tut bem no?

“Dai, no stà far quel che è vegnù zo co l’ultima nef”.

-Te gài resom, ma sto toch chi dela barzeleta l’è quel che me fa nar semper en tera dal rider. Varda me stàgo zà pisàndo endòs…

“Va bem, ma stame lontam che no volerìa mai sporcarme… Ensoma, adés en quel cine, en quel teater de Arco, va fàra pu soldi per la luce, per el riscaldamento de quel che vei denter coi biliéti. L’altra sera i era en trei al cineforum. Ma se sa, se te voi vederte en cine nof, comot, bever e fumar entant che te ‘l vardi, adès basta empizar la televisiom tacàda al compiuter no. El teater? I và zo tuti pu volentera en quel de l’oratorio de via dei Pomeri. I fa ancora le vecie comedie en dialet. E te paghi de mem”.

-E al palazèt de Riva?

“Varda, lì l’è nada, se posibil, anca pezo”

-Perché?

“Dai, osc’ia, i è anca bravi, zoveni, pieni de bona volontà quei de la Virtus, ma se a Trent zuga l’Aquila en serie A, dove vot che vàga la zent? Gh’è da dir tut mal che l’alter dì, quando propri l’Aquila l’è vegnua a Riva a far n’amichevole el palazèt l’era squasi tut piem neh …”

-Basta, fermete … no ghe la fago pu.

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