MISCIOTI DE GIORNAI VECI – 51

a cura di Cornelio Galas

(settembre 2005)

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 49

a cura di Cornelio Galas

Militari davanti ad un treno in una stazione nell’estate 1941

Soldato motociclista presso un’autovettura nell’estate 1941

Autovettuta e motocicletta militari su una strada nell’estate 1941

Un gruppo di soldati attraversa un centro abitato nell’estate 1941

Una truppa in biclicletta su una strada nell’estate 1941

Soldati a cavallo e in bicicletta attraversano un centro abitato nell’estate 1941

Bersaglieri in bicicletta attraversano un abitato rurale nell’estate 1941

Bersaglieri in bicicletta attraversano un abitato rurale nell’estate 1941

Bersaglieri attraversano un abitato rurale nell’estate 1941

Bersaglieri attraversano un abitato rurale nell’estate 1941

Segni della battaglia fra russi e tedeschi in un villaggio nell’estate 1941

Segni della battaglia fra russi e tedeschi in un villaggio nell’estate 1941

Autocolonna in marcia nell’estate 1941

Ponte di legno su un fiume costruito per il passaggio di autocolonne nell’estate 1941

Ponte di legno su un fiume costruito per il passaggio di autocolonne nell’estate 1941

Civili in costume locale nell’estate 1941

Due pastori locali con un soldato nell’estate 1941

Civili di un villaggio locale nell’estate 1941

Soldati fra civili in costume locale nell’estate 1941

Camion militare su una strada nell’estate 1941

Segni della battaglia fra russi e tedeschi in un villaggio nell’estate 1941

Insegna scritta in cirillico nell’estate 1941

Soldato davanti ad una tomba di un piccolo cimitero nell’estate 1941

Soldati in un piccolo cimitero nell’estate 1941

Veduta di una chiesa e di un piccolo cimitero nell’estate 1941

Ponte di legno su un fiume costruito per il passaggio di autocolonne nell’estate 1941

Soldati in pausa nell’estate 1941

Autocolonna in sosta nell’estate 1941

Un ferito da una mitragliatrice nemica viene sbarcato da un sommergibile reduce da una missione vittoriosa nell’estate 1941

Un ferito da una mitragliatrice nemica viene sbarcato da un sommergibile reduce da una missione vittoriosa nell’estate 1941

L’arrivo di un sommergibile da una missione vittoriosa nell’estate 1941

Marinai di un sommergibile reduce da una missione vittoriosa ricevono la posta nell’estate 1941

Roma in toletta di guerra contro i bombardieri aerei: protezione della colonna Antonina nella primavera 1941

Roma in toletta di guerra contro i bombardieri aerei: protezione della colonna Antonina nella primavera 1941

Roma in toletta di guerra contro i bombardieri aerei: protezione della colonna Antonina nella primavera 1941

Roma in toletta di guerra contro i bombardieri aerei: protezione della colonna Antonina nella primavera 1941

Esercitazioni a fuoco con l’uso di razzi nebbiogeni e maschere antigas nell’estate 1941

Esercitazioni a fuoco con l’uso di razzi nebbiogeni e maschere antigas nell’estate 1941

Esercitazioni a fuoco con l’uso di razzi nebbiogeni e maschere antigas nell’estate 1941

Esercitazioni a fuoco con l’uso di razzi nebbiogeni e maschere antigas nell’estate 1941

Esercitazioni a fuoco con l’uso di razzi nebbiogeni e maschere antigas nell’estate 1941

Esercitazioni a fuoco con l’uso di razzi nebbiogeni e maschere antigas nell’estate 1941

Esercitazioni a fuoco con l’uso di razzi nebbiogeni e maschere antigas nell’estate 1941

Esercitazioni a fuoco con l’uso di razzi nebbiogeni e maschere antigas nell’estate 1941

Esercitazioni a fuoco con l’uso di razzi nebbiogeni e maschere antigas nell’estate 1941

Gruppo di soldati in tenuta ginnica durante un’esercitazione a fuoco con l’uso di razzi nebbiogeni e maschere antigas

Un gruppo di ufficiali studia le carte durante un’esercitazione a fuoco con l’uso di razzi nebbiogeni e maschere antigas nell’estate 1941

Un gruppo di ufficiali studia le carte durante un’esercitazione a fuoco con l’uso di razzi nebbiogeni e maschere antigas nell’estate 1941

Mas in navigazione alla ricerca di sommergibili nemici nell’estate 1941

Mas in navigazione alla ricerca di sommergibili nemici nell’estate 1941

Mas in navigazione alla ricerca di sommergibili nemici nell’estate 1941

Interno di un mas in navigazione alla ricerca di sommergibili nemici nell’estate 1941

Mas in navigazione alla ricerca di sommergibili nemici nell’estate 1941

Mas in navigazione alla ricerca di sommergibili nemici nell’estate 1941

A bordo del regio cacciatorpediniere “Quintino Sella” in navigazione di guerra nell’estate 1941

A bordo del regio cacciatorpediniere “Quintino Sella” in navigazione di guerra nell’estate 1941

A bordo del regio cacciatorpediniere “Quintino Sella” in navigazione di guerra nell’estate 1941

A bordo del regio cacciatorpediniere “Quintino Sella” in navigazione di guerra nell’estate 1941

A bordo del regio cacciatorpediniere “Quintino Sella” in navigazione di guerra nell’estate 1941

Soldati a cavallo sfilano davanti al generale Giovanni Messe ed altri ufficiali nell’estate 1941

Soldati a cavallo sfilano davanti al generale Giovanni Messe ed altri ufficiali nell’estate 1941

Il generale Giovanni Messe con altri ufficiali assiste al passaggio di un pezzo di artiglieria nell’estate 1941

Autocolonna in marcia nell’estate 1941

Gruppo di civili locali nell’estate 1941

Celebrazione di una messa in un centro abitato nell’estate 1941

Celebrazione di una messa in un centro abitato nell’estate 1941

Gruppo di civili locali e militari in un villaggio nell’estate 1941

Gruppo di civili locali e militari in un villaggio nell’estate 1941

Gruppo di civili locali in un villaggio nell’estate 1941

Gruppo di civili locali in un villaggio nell’estate 1941

Scorcio di un villaggio nell’estate 1941

Insegna scritta in cirillico sulla facciata di un edificio nell’estate 1941

Scorcio di un villaggio nell’estate 1941

Il generale Giovanni Messe in Russia nell’estate 1941

Il generale Giovanni Messe con un altri ufficiali in un campo in Russia nell’estate 1941

Autocolonna in marcia in Russia nell’estate 1941

Autocolonna in marcia in Russia nell’estate 1941

Ponte fatto saltare dai russi in fuga nell’estate 1941

Veduta di un ponte in legno su un fiume in Russia nell’estate 1941

Carro armato russo distrutto nell’estate 1941

Ponte fatto saltare dai russi in fuga nell’estate 1941

Carro armato russo distrutto nell’estate 1941

Resti di un ponte su un fiume in Russia nell’estate 1941

Segni della battaglia tra russi e tedeschi in un villaggio russo nell’estate 1941

Segni della battaglia tra russi e tedeschi in un villaggio russo nell’estate 1941

Segni della battaglia tra russi e tedeschi in un villaggio russo nell’estate 1941

Donna di un villaggio russo sull’uscio di casa nell’estate 1941

Marinai ad un pontone armato nell’estate 1941

Marinai ad una postazione di artiglieria a bordo di una nave da guerra nell’estate 1941

Particolare di una nave da guerra nell’estate 1941

Particolare di una nave da guerra nell’estate 1941

Marinai ad una postazione di artiglieria a bordo di una nave da guerra nell’estate 1941

Marinai ad un pontone armato nell’estate 1941

Artiglieria contraerea in azione a bordo di una nave da guerra nell’estate 1941

Artiglieria contraerea in azione a bordo di una nave da guerra nell’estate 1941

Artiglieria contraerea in azione a bordo di una nave da guerra nell’estate 1941

Scia di una nave da guerra in navigazione vista dalla poppa nell’estate 1941

Artiglieria contraerea in azione a bordo di una nave da guerra nell’estate 1941

Artiglieria contraerea in azione a bordo di una nave da guerra nell’estate 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler alla stazione presso al quartier generale tedesco nell’agosto 1941

Benito Mussolini alla stazione presso al quartier generale tedesco per l’incontro con Adolf Hitler nell’agosto 1941. Sono presenti Wilhelm von Keitel, Joachim von Ribbentropp, Ugo Cavallero e Dino Alfieri

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler alla stazione presso al quartier generale tedesco nell’agosto 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler alla stazione presso al quartier generale tedesco nell’agosto 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler alla stazione presso al quartier generale tedesco nell’agosto 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler alla stazione presso al quartier generale tedesco nell’agosto 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler alla stazione presso al quartier generale tedesco nell’agosto 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler alla stazione presso al quartier generale tedesco nell’agosto 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler alla stazione presso al quartier generale tedesco nell’agosto 1941

Benito Mussolini e Adolf Hitler nel vagone di un treno nell’agosto 1941

Gerarchi salutano il passaggio del treno con Benito Mussolini e Adolf Hitler nell’agosto 1941

Gerarchi salutano il passaggio del treno con Benito Mussolini e Adolf Hitler nell’agosto 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler alla stazione presso al quartier generale tedesco nell’agosto 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler alla stazione presso al quartier generale tedesco nell’agosto 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler alla stazione presso al quartier generale tedesco nell’agosto 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler alla stazione presso al quartier generale tedesco nell’agosto 1941

Passaggio del treno con Benito Mussolini e Adolf Hitler nell’agosto 1941

La stazione presso il quartier generale tedesco dell’incontro tra Benito Mussolini e Adolf Hitler nell’agosto 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler alla stazione presso al quartier generale tedesco nell’agosto 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler alla stazione presso al quartier generale tedesco nell’agosto 1941. È presente Ugo Cavallero

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler alla stazione presso al quartier generale tedesco nell’agosto 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler alla stazione presso al quartier generale tedesco nell’agosto 1941. È presente Ugo Cavallero

Aerei e militari all’aeroporto di Uman (Ucraina) nell’agosto 1941

Aereo in volo visto da un’altra unità nell’agosto 1941

Territorio visto da un aereo in volo nell’agosto 1941

Folla di militari all’aeroporto di Uman (Ucraina) in attesa di Benito Mussolini e Adolf Hitler nell’agosto 1941

Folla di militari all’aeroporto di Uman (Ucraina) in attesa di Benito Mussolini e Adolf Hitler nell’agosto 1941

Militari e gerarchi all’aeroporto di Uman (Ucraina) in attesa di Benito Mussolini e Adolf Hitler nell’agosto 1941

Benito Mussolini scende da un aereo all’aeroporto di Uman (Ucraina) per l’incontro con Adolf Hitler nell’agosto 1941

Adolf Hitler scende da un aereo all’aeroporto di Uman (Ucraina) per l’incontro con Benito Mussolini nell’agosto 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler all’aeroporto di Uman (Ucraina) nell’agosto 1941. È presente Hermann Goering

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler all’aeroporto di Uman (Ucraina) nell’agosto 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler all’aeroporto di Uman (Ucraina) nell’agosto 1941

Incontro di Benito Mussolini e Adolf Hitler all’aeroporto di Uman (Ucraina) nell’agosto 1941. Sono presenti Dino Alfieri e Ugo Cavallero

Adolf Hitler all’aeroporto di Uman (Ucraina) per l’incontro con Benito Mussolini nell’agosto 1941

Adolf Hitler all’aeroporto di Uman (Ucraina) per l’incontro con Benito Mussolini nell’agosto 1941

Adolf Hitler all’aeroporto di Uman (Ucraina) per l’incontro con Benito Mussolini nell’agosto 1941

Adolf Hitler all’aeroporto di Uman (Ucraina) per l’incontro con Benito Mussolini nell’agosto 1941

Adolf Hitler all’aeroporto di Uman (Ucraina) per l’incontro con Benito Mussolini nell’agosto 1941

Adolf Hitler all’aeroporto di Uman (Ucraina) per l’incontro con Benito Mussolini nell’agosto 1941

Militari a pranzo all’aeroporto di Uman (Ucraina) durante l’incontro di Benito Mussolini con Adolf Hitler nell’agosto 1941

Benito Mussolini a colloquio con il generale Giovanni Messe in Ucraina nell’agosto 1941

Benito Mussolini e Adolf Hitler in testa ad un’autocolonna militare Ucraina nell’agosto 1941

Benito Mussolini e Adolf Hitler in testa ad un’autocolonna militare Ucraina nell’agosto 1941

Benito Mussolini e Adolf Hitler in testa ad un’autocolonna militare Ucraina nell’agosto 1941

Benito Mussolini e Adolf Hitler in testa ad un’autocolonna militare Ucraina nell’agosto 1941

Benito Mussolini e Adolf Hitler in testa ad un’autocolonna militare Ucraina nell’agosto 1941

Benito Mussolini e Adolf Hitler in testa ad un’autocolonna militare Ucraina nell’agosto 1941

Autocolonna militare Ucraina durante la visita di Benito Mussolini e Adolf Hitler nell’agosto 1941

Autocolonna militare Ucraina durante la visita di Benito Mussolini e Adolf Hitler nell’agosto 1941

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ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA – 8

a cura di Cornelio Galas

Ultima puntata sulle armi di distruzione di massa. Con un’avvertenza: la ricerca del dott. Stefano Felician si ferma al 2009. E a quell’anno quindi è aggiornata per quanto riguarda le “crisi” internazionali (Corea del Nord e Iran, soprattutto) tornate in questi ultimi mesi a riproporre i rischi di una guerra con l’utilizzo di questo tipo di armi.

Ma il lettore certamente capirà che quelli del 2009 erano in realtà prodromi di ben più gravi situazioni. Nelle quali il mondo, adesso, senza voler fare le Cassandre di turno, sta rischiando di precipitare. Ringrazio come sempre quanti hanno inviato a “Televignole” preziose mappe, immagini e integrazioni.

Le armi di distruzione di massa in alcuni contesti

Sono diverse le parti del mondo nelle quale si assiste alla proliferazione delle armi di distruzione di massa. La proliferazione è diversa a seconda degli stati e dei contesti; alcuni, ad esempio, sono più attenti a certi tipi di armi di distruzione di massa rispetto ad altri.

In ogni caso la selezione di alcuni abiti geografici (e dei conseguenti scenari) rispetto ad altri è solo una decisione soggettiva, e, come tale, arbitraria. Le diplomazie ed i governi seguono con attenzione le vicende a loro più vicine rispetto a quelle più lontane, anche se nel mondo globalizzato esprimersi in questo modo sembra avere sempre meno senso. I casi esaminati qui di seguito sono comunque due contesti tenuti sotto controllo dal governo italiano.

Corea del Nord

La Repubblica Popolare democratica di Corea è uno stato asiatico conosciuto anche con il nome di Corea del Nord o, in inglese, DPRK (Democratic Popular Republic of Korea). Situata nella penisola Coreana, la Corea del Nord confina a Nord-ovest con la Russia (19 km), a Nord con la Cina (1.416 km) ed a sud con la Corea del Sud (238 km). Ad est ed ad ovest è bagnata dal mare, rispettivamente il mar Giallo ed il mar del Giappone. La Corea del Nord si estende per 120.538 kmq, ha una popolazione di 22.600.000 persone, ed ha una posizione strategica fra la Cina, la Russia, la rivale Corea del Sud ed il vicino Giappone.

La Corea del Nord deriva il suo nome volgare dal fatto che essa occupa geograficamente la parte settentrionale della penisola coreana, ed è separata dall`altra repubblica di Corea da un confine artificiale creato sul trentottesimo parallelo. Il confine prevede per ogni lato una fascia di due chilometri di zona demilitarizzata.

La Corea del Nord, che ha la pretesa di essere la sola ed ufficiale repubblica di Corea, sostiene che “the South is still controlled by the imperialist interests and the U.S. troops”: dalla fine della Guerra di Corea, la Corea del Nord non ha mai riunciato alla volontà di riunificare il paese, secondo quanto insegnato dal (defunto) leader Kim Il Sung “to unify the divided country in this moment is the supreme national task of all the Korean people, and we cannot wait just one moment to achieve it”.


Storia e sistema politico
La penisola di Corea è sempre stata un piccolo limbo di terra pesantemente conteso da due vicini ambiziosi e potenti. La storia della Corea e del popolo coreano è costellata di guerre contro i cinesi ed i giapponesi, che ripetutamente hanno cercato di dominare la piccola penisola. Nel 1910 il Giappone conquistò la Corea, sottoponendola ad un regime politico molto severo e particolarmente feroce nei confronti dell’identità coreana, nettamente diversa da quella giapponese.

La dominazione terminò solo nel 1945 con la fine della seconda Guerra mondiale, quando la Corea venne divisa in due zone d’occupazione separate dal trentottesimo parallelo: la Corea del Nord, sotto controllo sovietico, e la Corea del Sud, sotto controllo americano. Secondo il principio enunciato da Milovan Gilas, anche in Corea le due nazioni “liberatrici” cominciarono presto a imporre i propri sistemi politici alle terre da loro controllate. Nel nord si affermò ben presto la figura di Kim Il Sung, che instaurò una dittatura di tipo comunista particolarmente severa: al sud si affermò invece un’altra dittatura controllata dagli Stati Uniti.

Come nel caso della Germania, la progressiva divisione della nazione rimandò l’ipotesi di riunificazione e cristallizzò lo status quo. Le paure di entrambe le superpotenze erano riconducibili all’ipotesi che in caso di riunificazione la Corea potesse finire interamente nella sfera di controllo dell’avversario. Gli avvenimenti degli ultimi anni quaranta, come il ponte aereo di Berlino, e la vittoria del comunismo in Cina rafforzarono ulteriormente le paure degli americani sull’espansione del comunismo, arrivando a far teorizzare la dottrina del containment, cioè il contenimento dell`espansione comunista e del rollback, cioè la capacità di reagire all’espansione.

Nel 1950 Kim Il Sung, convinto della debolezza della Corea del Sud e desideroso di riunificare la Corea sotto la sua guida, dopo le consultazioni (ed i relativi avvalli) di Stalin e Mao si decise ad invadere la parte meridionale della Penisola. L’iniziale risposta sudcoreana fu debole, ed in poco tempo le armate del nord giunsero fin quasi alla fine della penisola. Grazie alla mancanza del delegato sovietico nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, gli Stati Uniti riscirono a far condannare il gesto di Kim il Sung ed a far approvare un intervento ONU nel teatro.

Alla guida del generale MacArthur le truppe dell’ONU (per la maggior parte costituite da americani) dopo lo sbarco a Inchon riuscirono a ricacciare i nordcoreani oltre il precedente confine, invadendo la Corea del Nord. La guerra terminò con il ripristino del confine sul 38° parallelo, e con la sottoscrizione di un armistizio.

A questo non ha mai fatto seguito un trattato di pace, perciò le due Coree sono ancora se non in uno stato di guerra almeno non soggette ad una pace definitiva. Questo status internazionale ben rende l’idea di come il contesto regionale sia decisamente delicato e complesso. Dopo la fine della guerra le due Coree hanno scelto strade opposte, seguendo i rispettivi paesi guida: al Sud si è affermato un sistema capitalista e poi una democrazia occidentale, mentre il Nord ha perseguito un preciso posizionamento nell’orbita comunista.

Il regime autocratico di Kim Il Sung ha sostanzialmente isolato la Corea del Nord da qualsiasi rapporto con l’esterno, riducendo il paese all’ultimo regime di carattere stalinista del mondo: l’economia nordcoreana (e la sua popolazione) riusciva a sopravvivere grazie agli intensi aiuti degli altri paesi del blocco comunista.

Nel corso dei dissidi avvenuti fra Cina e Unione Sovietica la Corea del Nord è riuscita a ritagliarsi una posizione di equilibrata distanza dalla sfida, cosa che le ha permesso di mantenere buoni rapporti con entrambe le potenze: in altri termini, secondo il Dipartimento di Stato americano, “throughout the Cold War, North Korea balanced its relations with China and the Soviet Union to extract the maximum benefit from the relationships at minimum political cost […] North Korea tried to avoid becoming embroiled in the Sino-Soviet split, obtaining aid from both the Soviet Union and China and trying to avoid dependence on either”.

Il crollo del blocco orientale nel 1989 non turbò per nulla la situazione nordcoreana, rimasta saldamente nelle mani di Kim Il Sung; la mancanza di aiuti umanitari si ripercosse invece sulla popolazione, che si trovò ad affrontare una difficile situazione alimentare che perdura sino ad oggi. Stante la difficoltà a reperire informazioni attendibili sulla Corea del Nord, diversi autori hanno riferito di una vera e propria serie di carestie avvenute nel paese. Nel 1994 la morte di Kim il Sung permise il passaggio del potere nelle mani del figlio, Kim Jong Il, il quale continuò imperterrito il regime dittatoriale paterno, arrivando ad assumere tratti grotteschi e addirittura ridicoli.

La Corea del Nord ad oggi si definisce, a norma dell’articolo uno della Costituzione, “a socialist independent state that represents all the interests of the Korean people”, ed è uno dei pochi stati comunisti rimasti tali al mondo. La sua ideologia, come riportato dall’articolo cinque della Costituzione, si riferisce al centralismo democratico, corroborato dalle idee e le dottrina di Kim Il Sung, nominato “presidente eterno”: nonostante sia morto nel 1994, ad oggi la carica è vacante, stante l’eternità del “caro leader” (come Kim Il Sung si faceva chiamare).

La Corea del Nord continua oggi a vivere in una difficile situazione politica ed economica. Per prima cosa la pesante dittatura di Kim Jong Il continua a vigere con spietata durezza, al punto di attirare le critiche di moltissime istituzioni indipendenti, soprattutto quelle attive nel settore dei diritti umani. L’ideologia centrale nel sistema nordcoreano è stata teorizzata da Kim Il Sung, ed è il principio della juche, traducibile con “auto-realizzazione” ovvero “the ability to act independently without regard to outside interference”.

In altre parole, come riporta la dizione ufficiale del governo, “the Juche Idea means, in few words, that the owner of the revolution and construction are the people’s masses”: questa dottrina politica rimane al centro del sistema e continua ad informare il paese ai suoi dettami, incarnati e portati avanti dal leader Kim Jong Il. Il ruolo del partito comunista è centrale, seppure svuotato di poteri, tutti saldamente concentrati nelle mani del dittatore. Dalla caduta del blocco orientale si è inoltre affiancata alla dottrina della Juche la dottrina del Songun, cioè “priorità all’esercito” o “esercito al centro”.

Sulla base di tale idea, ufficializzata da Kim Jong Il nel 1995, le forze armate sono state considerate un elemento centrale per la difesa dei successi rivoluzionari e per lo sviluppo del socialismo. In altre parole, la teoria non ha fatto altro che cementare sempre più i destini della Corea del Nord al suo imponente apparato militare. In secondo luogo la Corea del Nord soffre si gravi problemi legati all’alimentazione della sua popolazione, il che genera grossi problemi soprattutto nelle aree rurali.

Il 37% della popolazione ancora lavora nelle campagne, il reddito pro capite è di 1.800 $ l’anno, e le infrastrutture sono deboli e poco sviluppate. Periodici problemi con la corrente elettrica si evidenziano dalle riprese satellitari notturne, nelle quali si vede che la Corea del Nord la notte è sostanzialmente priva di alcuna luce visibile. Il sistema economico risente tutt’oggi della forte centralizzazione e della conseguente mancanza di investimenti (salvo che nel settore militare), arretratezza nelle campagne, bassa elettrificazione e inefficienza delle fattorie collettive. Al momento solo lo stretto controllo delle autorità riesce ad impedire efficacemente ogni tipo di protesta.

Il sistema militare

Un ruolo predominante nel sistema politico e sociale nordcoreano è da sempre stato attribuito alla Difesa. La Corea del Nord è nota per essere uno degli stati più militarizzati del mondo, se non proprio il più militarizzato, nonostante all’articolo diciassette della Costituzione si affermi che “independence, peace, and solidarity are the basic ideals of the foreign policy and the principles of external activities of the DPRK”.

Le motivazioni di questo impressionante sviluppo dell’apparato militare non è solo dovuto ad esigenze di difesa ma a precise esigenze politiche di stabilità. La classe politica ha sempre visto con particolare favore le Forze Armate: lo stesso Kim il Sung fra i suoi innumerevoli meriti annovera anche quello di essere stato generale. Fin dal principio la Corea del Nord ha sempre attribuito un ruolo centrale al sistema militare ed alle Forze Armate, e sono esplicitamente citate nella Costituzione dall’articolo cinquantotto all’articolo sessantuno, rubricati “difesa nazionale”.

La finalità del ruolo delle Forze Armate è palesata nell’articolo cinquantanove, che recita “the mission of the armed forces of the DPRK is to safeguard the interests of the working people, to defend the socialist system and the gains of the revolution from aggression and to protect the freedom, independence and peace of the country”, ed è stato riaffermato da Kim Jong Il poco dopo la sua presa del potere con la teorizzazione del Songun.

La funzione ambivalente delle Forze Armate nordcoreane ha plasmato sia gli aspetti di politica interna che di politica internazionale: in altre parole “the army is much more than just a military organization; it is North Korea’s largest employer, purchaser, and consumer, the central unifying structure in the country, and the source of power for the regime”. Ad oggi (2009 ndr) la Corea del Nord tiene sotto le armi circa un milione e duecentomila persone, inquadrate nel Chosŏn inmin’gun, più conosciuto con la dizione inglese Korean People’s Army (KPA).

Le Forze Armate si ripartiscono su quattro settori diversi, cioè esercito, marina, aviazione e le forze  missilistiche. Gli impressionanti numeri delle forze armate di Pyongyang, quali 11.000 pezzi d’artiglieria, 5.000 carri armati, oltre 1.500 aerei e circa 700 navi devono confrontarsi con una realtà ben diversa dai numeri presenti sulla carta. Stanti le analisi della rivista Jane’s è difficile che un attacco nordcoreano possa sortire effetti positivi, in quanto è rilevante l’obsolescenza dei mezzi e la mancanza di ulteriori esperienze di combattimento del KPA.

Nonostante il governo nordcoreano spenda fra il dieci ed il venti percento del PIL solo nella difesa, le forze armate sono tutt’oggi uno strumento militare inefficiente, che si basa più sulla quantità che sulla qualità dei suoi membri. Il numero impressionante di divisioni schierate ben indica come il regime si affidi ai militari non solo per la difesa del paese ma anche per regolare e irreggimentare tutta la vita della popolazione. A fianco delle forze armate regolari esistono le riserve e un vasto programma di addestramento per i lavoratori, cosa che in caso di guerra aumenterebbe di molto gli organici del KPA.

La pesante militarizzazione della vita nordcoreana è sempre stata vista con particolare preoccupazione dalla vicina repubblica del Sud; tuttavia ciò che ha richiamato l’attenzione del mondo su questa piccola penisola è legato al programma di armamento nucleare che la Corea del Nord ha cominciato ad intraprendere, affiancato allo sviluppo di vettori (missili balistici).

Secondo diverse fonti la Corea del Nord è in possesso di armi di distruzione di massa, soprattutto chimiche: però quelle che oggi fanno più paura sono quelle nucleari, delle quali la Corea del Nord ha deciso di dotarsi e che ha dimostrato al mondo con una serie di esperimenti avvenuti negli scorsi anni.

La Corea del Nord al momento ha ratificato la BWTC e il Protocollo di Ginevra: non ha sottoscritto la CWC. Fonti diverse sostengono che la Corea del Nord sia in possesso di diversi agenti chimici, soprattutto gas nervini. Per quanto riguarda il trattato NPT, la Corea del Nord costituisce un caso anomalo nel panorama mondiale, ed un pericoloso precedente per la tenuta del trattato stesso.

Nel 1985 la Corea del Nord aderì al trattato NPT, e stipulò successivamente un accordo con l’IAEA nel 1992. Nonostante le buone intenzioni, ben presto vi furono problemi riguardo all’ispezione dei siti nucleari nordcoreani; per questo nel 1993 il governo di Pyongyang decise di recedere dal trattato NPT sulla base dell’articolo dieci, lamentando l’ostilità americana e delle manovre militari congiunte fatte da Stati Uniti e Corea del Sud. Ma il giorno prima della scadenza dei tre mesi indicati dal trattato perché il recesso avesse effetto, il governo decise di sospendere unilateralmente il proprio recesso.

Dopo alcuni anni, fra il 2002 ed il 2003 si verificarono ulteriori problemi con il governo di Pyongyang, il quale, nel 2003, unilateralmente decise di ritirare la sospensione del 1993 e così di non ritenersi più vincolato al trattato NPT. Questo comportamento, criticato a livello internazionale anche per le modalità con cui è avvenuto, ha comunque segnato de facto l’uscita della Corea del Nord dal trattato NPT, costituendo un pericoloso precedente per gli altri stati partecipanti.

Il regime nordcoreano ha sempre avuto particolarmente paura di un attacco dei vicini del Sud, e questo timore è stato utilizzato non solo come un elemento di pressione sulla opinione pubblica interna, ma anche come una giustificazione per l’imponente arsenale militare. Sulla base di queste riflessioni il governo comunista ha deciso di intraprendere un programma nucleare come strumento di deterrenza contro i possibili attacchi degli americani e dei loro alleati, ma anche come elemento di rafforzamento del prestigio politico e militare della nazione. Anche in questo caso il programma nucleare svolge una doppia funzione, sia interna che esterna.

Il programma nucleare e le sue conseguenze

Secondo uno studio dello Strategic Studies Institute “an additional motivation for a country to acquire nuclear weapons is for the prestige that comes with this status. North Korea’s leaders have inflated opinions of themselves and their country. North Korea’s status as a member of the exclusive nuclear club is a prestigious badge”. Il programma nucleare di Pyongyang cominciò ad essere ideato già verso la metà degli anni cinquanta, in funzione antigiapponese, americana e sudcoreana: non va dimenticato che fu merito del presidente Truman se nella guerra di Corea non vennero usate armi atomiche.

La crisi dei missili del 1962 convinse Kim il Sung che i russi non erano partner credibili per la difesa del territorio coreano con armi nucleari: da qui la decisione di intraprendere un proprio programma atomico, basato su risorse nazionali. Con l’assistenza sovietica e del personale mandato a specializzarsi in Russia, nel paese di Yongbyon venne allestito un centro di ricerca nucleare. Successivamente il centro di Yongbyon venne chiuso nel 1994, in seguito a degli accordi avvenuti fra la Corea del Nord e gli Stati Uniti; tuttavia le attività ripresero nel 2003 dopo l’uscita dal trattato NPT, e proprio da Yongbyon è derivato il materiale nucleare utilizzato per gli ordigni nordcoreani.

Il programma nucleare subì un’accelerazione dopo il 1989, e nel 1992 la Corea del Nord impedì agli ispettori dell’IAEA di visitare il sito di Yongbyon, confermando i timori riguardo alla produzione di materiale per ordigni nucleari. Nel 1994 in un accordo con gli Stati Uniti il governo di Pyongyang si dichiarava disposto a sospendere il programma di arricchimento del plutonio in cambio di assistenza economica e forniture di petrolio americane, assieme alla costruzione di un paio di reattori ad acqua pesante. Il clima di dialogo instauratosi con l’isolato regime coreano purtroppo durò poco.

Nel 1998 la Corea del Nord provò (senza successo) a lanciare in orbita un proprio satellite mediante un vettore balistico di propria produzione, il missile Taepodong 1458. Nonostante questo lancio venne giustificato come lecito desiderio di esplorazione spaziale, in realtà il missile era (ed è, in quanto ancora in servizio) capace di trasportare anche testate nucleari: per questo le reazioni americane (e soprattutto giapponesi) non furono affatto morbide nei confronti dell’iniziativa di Pyongyang. Pochi anni dopo, nel 2002, George Bush accusò la Corea del Nord di far parte del cosiddetto “asse del male” (Axis of evil) di stati che sponsorizzavano il terrorismo e che ponevano minacce alla pace mondiale.

Verso la fine dell’anno la Corea del Nord espulse gli ispettori dell’IAEA, e agli inizi del 2003 si ritirò dal trattato NPT, primo caso mai avvenuto nella storia del trattato. Considerando la necessità di aprire un negoziato con Pyongyang ma tenendo conto dell’opposizione americana ad un dialogo a due, di seguito al ritiro nordcoreano vennero varati i cosiddetti “Six Party talks”, cioè una serie di incontri cui presero parte Stati Uniti, Russia, Cina, Giappone, DPRK e Corea del Sud.

Nel corso di questi colloqui, che continuarono fino al 2007, vennero compiuti pochi progressi: ciò che turbò l’opinione pubblica mondiale in questo periodo fu l’annuncio e la successiva esplosione di un ordigno atomico avvenuta nel 2006. Dopo l’annuncio del tre ottobre, il nove ottobre 2006 a Hwaderi, nel nordest del paese la Corea del Nord fece esplodere il suo primo ordigno nucleare, acquisendo pertanto l’agognato status di  “nazione nucleare”, l’ultima del famoso “club”.

La rete dei sismografi rilevò intorno alle 10.30 del mattino una scossa di terremoto di grado 4,2 della scala Richter, nella zona dell’esplosione. Successivamente venne rilasciato un comunicato stampa dall’agenzia KCNA (l’organo ufficiale del regime di Pyongyang) che confermava l’esplosione del primo ordigno nucleare completamente costruito in Corea del Nord. Le stime delle varie agenzie nucleari indicarono che l’ordigno esploso era di bassa intensità, e secondo alcuni sembrava incerto che si fosse fatto esplodere un ordigno nucleare.

Qualche settimana dopo, comunque, in Canada vennero avvertite da diverse stazioni di rilevamento forti quantità di xenon, probabilmente derivate dall’esplosione. Allo stesso modo diversi dati sembravano confermare l’acquisita capacità nucleare nordcoreana. La risposta della comunità internazionale non si fece attendere. Già il 14 ottobre il Consiglio di sicurezza dell’ONU approvava la risoluzione 1718 la quale, riaffermando che la proliferazione delle armi NBC “as well as their means of delivery, constitutes a threat to international peace and security” esprimeva la propria preoccupazione per il test nucleare appena compiuto.

Ai sensi dell’articolo quarantuno della Carta delle Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza condannava il test nucleare, richiedeva di non condurne più, chiedeva alla Corea del Nord di ritrattare il proprio ritiro dal trattato NPT e di riprenderne parte, intimando anche di abbandonare, in modo irreversibile, tutte le armi nucleari ed i programmi in materia ed infine il Consiglio comminava tutta una serie di sanzioni. Le reazioni internazionali furono sostanzialmente unanimi nel condannare il gesto nordcoreano, comprese quelle di Russia e Cina.

Verso la fine del 2007 i “Six Party talks” ripresero, e il 16 febbraio 2007 venne raggiunto un accordo nel quale la Corea del Nord si impegnava a chiudere l’impianto di Yongbyon in cambio della fornitura di grosse quantità di risorse energetiche. Verso la fine del 2008 gli Stati Uniti rimossero la Corea del Nord dall’elenco degli Stati che fomentavano il terrorismo. La situazione si è però aggravata nei primi mesi del 2009, in quanto il cinque aprile la Corea del Nord testò un nuovo missile.

A seguito della condanna dell’Onu intervenuta pochi giorni dopo, il governo di Pyongyang decise di non partecipare più ai Six Party talks ed espulse gli ispettori internazionali. Di seguito riattivò i propri impianti nucleari ed il venticinque maggio fece esplodere un secondo ordigno nucleare. Tale arma, detonata intorno alle dieci del mattino ha generato un terremoto di circa 4,5 gradi della scala Richter, immediatamente avvertito dai sismografi della CTBTO e dei diversi paesi circostanti.

La notizia è poi stata ufficialmente confermata dalla KCNA, con un comunicato che giustificava l’esperimento “as part of the measures to bolster up its nuclear deterrent for self-defence in every way as requested by its scientists and technicians. The current nuclear test was safely conducted on a new higher level in terms of its explosive power and technology of its control and the results of the test helped satisfactorily settle the scientific and technological problems arising in further increasing the power of nuclear weapons and steadily developing nuclear technology”.

Lo scopo dell’esperimento, sempre secondo la versione ufficiale, era di contribuire a difendere “the sovereignty of the country and the nation and socialism and ensuring peace and security on the Korean Peninsula and the region around it with the might of Songun”. L’agenzia taceva invece riguardo al luogo ed alla dimensione dell’arma. Inizialmente alcuni dubitarono dell’effettiva detonazione di un ordigno nucleare, in quanto non si erano registrate emissioni di gas collegate all’esplosione: questo fece ritenere che la Corea del Nord non avesse compiuto un effettivo test nucleare.

Le stazioni di rilevamento della CTBTO, infatti, non avevano registrato alcun tipo di gas nobile. Dopo diversi giorni di incertezze, il dodici giugno la CTBTO confermò definitivamente l’esistenza di un test nucleare nordcoreano, che per di più aveva avuto effetti sismici superiori all’esperimento del 2006. Secondo le stime di diversi analisti l’ordigno poteva essere al massimo da venti chilotoni, cioè pari all’entità delle bombe esplose durante la seconda guerra mondiale.

La provocatoria esplosione attirò sul governo di Pyogyang immediate critiche da tutti gli stati vicini politicamente come la Cina, la Russia ed il Vietnam che condannarono senza mezzi termini l’esperimento nordcoreano: l’Iran, invece, dichiarò che si trattava di una questione interna alla DPRK. Il dodici giugno del 2009 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvò all’unanimità la risoluzione 1874, con la quale condannava l’esplosione nordcoreana e chiedeva alla Corea del Nord di non condurre più “any further nuclear test or any launch using ballistic missile technology”, di sospendere le attività inerenti i missili balistici, di adempiere alla risoluzione 1718 del 2006 e di ritrattare il ritiro dal trattato NPT.

Più generalmente, all’articolo otto veniva richiesto che la Corea del Nord “shall abandon all nuclear weapons and existing nuclear programmes in a complete, verifiable and irreversible manner and immediately cease all related activities, shall act strictly in accordance with the obligations applicable to parties under the NPT and the terms and conditions of the IAEA Safeguards Agreement (IAEA INFCIRC/403) and shall provide the IAEA transparency measures extending beyond these requirements, including such access to individuals, documentation, equipment and facilities as may be required and deemed necessary by the IAEA”.

La risoluzione proseguiva indicando altre misure non militari come l’embargo che doveva, almeno teoricamente, far si che la Corea del Nord ritrattasse la sua posizione. Il governo di Pyongyang condannò la risoluzione, e fra il due ed il quattro luglio testò una serie di missili balistici sul Mar del Giappone. La coincidenza simbolica della seconda data (il quattro luglio è l’anniversario dell’indipendenza statunitense) è stata letta da molti analisti internazionali come una palese sfida agli Stati Uniti, i quali poco prima si erano espressi negativamente riguardo alla capacità nucleare nordcoreana.

Il lancio dei missili, in violazione della risoluzione 1874, fu seguito da pesanti critiche del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Da luglio non si sono più verificati lanci di missili o esplosioni nucleari, ma la tensione nell’area resta palpabile. I motivi che spingono la comunità internazionale ad interessarsi così tanto della piccola e totalitaria Corea del Nord oggi sono basati più sulla paura di un nuovo attore capace nuclearmente piuttosto che su quella delle forze convenzionali nordcoreane, molto numerose ma qualitativamente obsolete.

Il programma missilistico nordcoreano

Come noto, le armi nucleari possono essere trasportate in molti modi diversi. La riflessione che al momento riguarda la Corea del Nord è finalizzata soprattutto alla sua capacità balistica, cioè ai sistemi missilistici usabili sia per motivi spaziali – e così giustificati da Pyongyang – sia come veicoli per trasportare testate nucleari, come temuto dalla comunità internazionale. La Corea del Nord oggi mantiene un interessante programma missilistico, il quale è stato oggetto di ripetute critiche sia dei paesi confinanti che di molti altri.

D’altro canto il programma missilistico nordoreano “in the late 1970s, the missile program became a national priority equal to that of the nuclear program“; è pertanto evidente che nel momento in cui Pyongyang dimostra di possedere effettive capacità belliche nucleari si concentri l’attenzione sui relative vettori. Agli inizi degli anni sessanta i russi cominciarono a fornire dei missili SAM (surface-air missiles) alla Corea del Nord; di seguito Kim il Sung creò una struttura militare per cominciare a studiare e sviluppare la missilistica nordcoreana: l’Accademia militare di Hamhung.

Verso la fine degli anni sessanta l’Unione Sovietica cominciò a fornire a Pyongyang i primi missili SS-2. I primi missili nordcoreani furono i missili tattici nominati come Hwasong 5 e Hwasong 6: si trattava di missili a corto raggio (meno di 1.000 km) e capaci di portare una testata relativamente leggera. Alcuni di questi missili vennero addirittura esportati in Iran nel corso degli anni Ottanta. Sempre in quel periodo, la Corea del Nord “began to focus on research, development, and the eventual production of medium-range missiles”: si trattava dei missili Nodong, derivati dal missile sovietico SS-1, più conosciuto con il nome Nato di “scud”.

Il capofila di questa serie, il Nodong 1, è un missile del raggio di circa 1.300-1.500 km capace di portare un carico di 700/1.000 kg. Alcuni prototipi vennero testati nel 1993 sul mar del Giappone, allarmando molto le autorità nipponiche. Il Nodong 1 non è preciso, ma la breve distanza fra Corea del Nord e Giappone e la potenziale distruttività di un’arma nucleare vanifica l’imprecisione del sistema. Inoltre nel raggio d’azione del missile rientra anche la capitale Tokyo, una delle aree urbane più grandi e popolose del pianeta.

Il modello Nodong 1 fu seguito dal Nodong 2, il quale possiede un raggio d’azione stimato attorno ai 2.000 km. Alcuni modelli di Nodong 2 furono lanciati a luglio del 2006. La corsa agli sviluppi della tecnologia missilistica non si fermò dopo questi primi modelli: “in the 1980s and early 1990s, the primary concern about North Korea was as a leading proliferator of missiles and missile technology”.

La fortunata serie di missili Nodong rappresenta un elemento importante nella strategia e nell’evoluzione tecnologica: sulla base degli studi fatti per questa categoria di missili, verso la fine degli anni Novanta vennero sviluppati dei nuovi missili a lungo raggio, la serie Taepodong.

La serie dei missili a lungo raggio è stata inaugurata dal Taepodong 1, un missile di raggio intermedio derivato dalla serie Nodong e dagli Scud. Capace di trasportare testate militari (convenzionali o meno), il Taepodong è un tipico esempio di tecnologia dual use, in quanto può essere sfruttato anche per finalità spaziali civili. Le stime sulla sua gittata si aggirano su 6.000 km, che si abbassano a 2.000-2.500 km con un carico di una tonnellata.

Lanciato per la prima volta nel 1998, il Taepodong 1 doveva servire ufficialmente per lanciare in orbita un satellite; nonostante i toni trionfalistici dell’agenzia KCNA, l’esperimento, secondo le agenzie occidentali, fu un fallimento. Nonostante l’esito dubbio, lo sviluppo di un missile di queste capacità dimostra una certa intraprendenza nordocoreana nello sviluppo della tecnologia, anche se compiuto in assenza dei suoi partner storici, soprattutto l’Urss. Questo insuccesso non ha impedito lo sviluppo del sistema missilistico successivo, il Taepodong 2, sul quale permangono ancora notevoli dubbi riguardo alle effettive capacità.

Circondato da una notevole alone di segretezza, il Taepodong 2 rappresenta senza dubbio il missile nordcoreano di raggio più ampio, capace di una gittata stimata fra i 6.000 ed i 9.000 km a seconda del peso della testata: il che fa di questo missile il solo ICBM nordcoreano. Testato per la prima volta nel 2006, il primo lancio dell’ICBM di Pyongyang si rivelò fallimentare. Nell’aprile del 2009 si è tenuto un altro lancio del Taepodong 2, finalizzato a mandare in orbita un satellite per comunicazioni.

Questo missile, come risulta ben evidenziato dalla cartina sottostante, sarebbe in grado di trasformare la capacità nucleare nordcoreana da tattica in strategica. Bersagli come l’Alaska o l’Australia sono ora a portata di mano – almeno teorica – delle forze missilistiche di Pyongyang, il che aumenta ancora di più le preoccupazioni della comunità internazionale.

Nonostante gli unici due esperimenti si siano risolti in sostanziali fallimenti, ovviamente smentiti dai toni trionfalistici della propaganda di regime, la Corea del Nord ad oggi rappresenta uno dei paesi più impegnati nella proliferazione di missili balistici idonei anche ad una finalità militare. Al momento sono in corso studi ulteriori per incrementare la gittata utile del Taepodong 2, ridisegnando i vari stadi del missile.

Il contesto geopolitico
Situazione interna

L’autocratico regime di Pyongyang è oggi al centro del dibattito politico mondiale per certe sue azzardate scelte propagandistiche inerenti la convinta decisione di assumere una capacità nucleare militare. In quest’ottica, è possibile definire la Corea del Nord come una minaccia regionale per la pace? Ed una minaccia mondiale? Prima di rispondere a questi interrogativi occorre analizzare diverse cause che stanno spingendo così fortemente la piccola repubblica comunista a volersi dotare di un armamento nucleare. All’insieme dei notevoli problemi interni del paese si somma un contesto regionale non semplice, nel quale per di più si trova un attore in forte ascesa politica e militare, la Cina.

Per quanto riguarda il profilo politico interno, la Corea del Nord è da anni afflitta da una profonda crisi economica che si è concretata in una pesante carestia che affligge migliaia di persone. La spesa militare, che al momento è una delle più alte del mondo, drena consistenti risorse utilizzabili per lo sviluppo del paese, rimasto ancora fermo ai principi del centralismo democratico e della completa pianificazione dell’economia. Le aperture del mercato a capitali stranieri, verificatesi con un certo successo in paesi comunisti vicini (Cina, Vietnam) sono sempre state temute da Pyongyang.

A parte una piccola collaborazione con alcune imprese sudcoreane a pochi chilometri dal paese di Panmunjon, nella Corea del Nord l’economia è rimasta pianificata in perfetto stile comunista. Le difficoltà economiche sembrano però non scalfire il monolitico potere del dittatore Kim Jong Il, ancora saldamente al potere. Tuttavia le insistenti voci su una sua malattia e le ultime rare uscite pubbliche hanno dato adito a molte riflessioni riguardo alla sua salute, soprattutto dopo la vistosa assenza alla parata del 60° anniversario della DPRK, in ottobre del 2008.

Mentre la transizione da Kim Il Sung al (figlio) Kim Jong Il fu un processo tutto sommato alquanto automatico, vi sono molti dubbi per quanto riguarda l’attuale successione del “Caro Leader”. Al di là delle parole della retorica di regime, la classe politica nordcoreana è perfettamente al corrente delle difficoltà che il paese sta vivendo. Nonostante la delicata situazione economica e le provocazioni militari, fino ad oggi il profilo politico del paese è rimasto tutto sommato stabile, racchiuso com’è in una completa ed autocratica autonomia.

Tuttavia la Corea del Nord è riuscita a sopravvivere in questi anni solamente grazie a massicci aiuti alimentari e di materie prime forniti dalla comunità internazionale. L’ondivago comportamento di Kim Jong Il è stato pesantemente stigmatizzato dalla comunità internazionale a seguito dell’accresciuta capacità nucleare del paese; inoltre il clima si è esacerbato nel momento in cui il governo di Pyongyang ha deciso di perseguire una capacità missilistica strategica.

Nel corso del 2009 si è poi assistito ad un’impennata di dimostrazioni di forza, giunte sino all’ultimo lancio di missili a breve raggio del 12 ottobre. Secondo diversi analisti l’attuale sfoggio di forza da parte dell’isolato regime servirebbe non solo a distogliere l’opinione pubblica con il costante richiamo ad un nazionalismo di tipo militarista, ma anche a evitare capovolgimenti negli assetti di potere di vertice della Corea del Nord. Le precarie condizioni di salute di Kim Jong Il, di recente apparso molto magro nelle ultime foto ufficiali rilasciate, hanno portato al centro del dibattito il problema della successione politica del regime comunista.

Escluso (al momento) alcun tipo di transizione alla democrazia o ad un regime che le assomigli, per ora l’ipotesi più convincente è un passaggio di consegne all’interno della famiglia. Dei tre figli di Kim Jong Il, il favorito era sicuramente il primogenito Kim Jong Nam, incorso tuttavia in un imbarazzante episodio riguardante dei passaporti falsi durante un suo viaggio in Giappone nel 2001. Questa vicenda sembra aver definitivamente allontanato il primogenito dalla possibile successione al padre.

Chi viene dato per probabile nuovo reggente della Corea del Nord è invece il più giovane Kim Jong Un, fratello più piccolo di Kim Jong Nam e Kim Jong Chul. Del giovane Kim Jong Un si sa poco: le uniche fotografie risalgono a quando era undicenne, ed al momento non sono state registrate sue apparizioni pubbliche. Si sa solamente che è nato nel 1984 e che è stato educato in Svizzera. Ai primi di giugno del 2009 l’agenzia sudcoreana Yonhap annunciò che Kim Jong Il aveva scelto il terzogenito come suo erede: tale notizia ha comprensibilmente fatto il giro del mondo, ma non è stata confermata dalla KCNA.

Nell’alone di incertezza e riservatezza che circonda l’argomento della successione al potere, Kim Jong Un ad oggi è il più favorito al succedere al padre. Una grande incognita rimane il sistema militare. La Commissione di Difesa Nazionale è il raccordo di livello più alto fra mondo militare e mondo politico nordcoreano. Riconosciuta come un’istituzione dello Stato, la Commissione rappresenta al meglio la dottrina del “military first”, cioè la prevalenza assegnata ai militari.

La gran parte dei componenti sono militari, e la presidenza della Commissione ad aprile del 2009 è stata di nuovo assegnata a Kim Jong Il in persona. La rilevanza della nomina, soprattutto in questo periodo di transizione, è stata evidenziata da tutti i commentatori internazionali: solamente un intervento del sistema militare potrebbe essere in grado di alterare la “normale” successione ereditaria del paese. Ma d’altro canto va considerato che i vertici militari nordcoreani – in perfetto stile sovietico – hanno ormai età avanzate e poca visibilità pubblica se paragonata a quella del dittatore.

Il contesto regionale

A livello regionale la situazione è più complicata. Innanzi tutto la capacità nucleare nordcoreana si somma a quella dei due vicini già armati nuclearmente, cioè Russia e Cina, affiancati dalla presenza americana, da sempre vicina politicamente e militarmente alla Corea del Sud. E proprio questo stato è quello più direttamente minacciato dalle azioni di Pyongyang. Le due Coree sono formalmente ancora in guerra, in quanto non è mai stato concluso un trattato di pace dopo il 1953; la Corea del Nord, allo stesso modo, non ha mai cessato di indicare i vicini sudcoreani come dei semplici asserviti ai desideri dell’imperialismo americano.

Il governo di Pyongyang ha sempre dichiarato di essere l’unico e vero governo della Corea, evitando accuratamente di identificarsi solo con la parte settentrionale. Secondo le parole di Kim il Sung, infatti, “to unify the divided country in this moment is the supreme national task of all the Korean people, and we cannot wait just one moment to achieve it”: come evidente, tali espressioni non rassicurano affatto la Corea del Sud. La vulnerabilità sudcoreana è evidente non solo per la contiguità geografica fra i due paesi, ma anche per la superficie relativamente piccola della parte meridionale e per la vicinanza della capitale, Seoul, alla linea di confine.

Già i missili Hwasong 5 e Hwasong 6, per quanto non precisi, erano in grado di colpire tutto il territorio sudcoreano. La possibilità di caricare questi missili con testate nucleari rende il discorso ancora più preoccupante per il governo del Sud, il quale ha concentrata nella sola città di Seoul non solo le principali funzioni economiche, commerciali, politiche e militari, ma anche oltre dieci milioni di abitanti su circa quarantacinque milioni di sudcoreani.

Un missile atomico, per quanto non preciso, potrebbe facilmente provocare una strage di dimensioni immani. Al momento è in corso un dibattito intenso sulla possibilità di trasferire la capitale da Seoul ad un’altra città più a sud. La Corea del Sud segue con preoccupazione la crescita nucleare di Pyongyang e stigmatizza sempre con intensità le varie provocazioni nordcoreane.

La Cina, potenza atomica, è stata per anni vicina al governo di Pyongyang, anche grazie all’affinità politica dei due regimi. È pertanto altamente improbabile che Pyongyang possa mai pensare di usare i suoi missili contro il territorio di Pechino. Non va dimenticato che Kim il Sung in persona trattò con Mao e Stalin prima di invadere la Corea del sud. Nel corso degli ultimi anni, però, le relazioni fra i due stati si sono molto raffreddate. La Cina non vede di buon occhio un armamento nucleare di Pyongyang, perché tale scelta potrebbe comportare una pericolosa escalation di armamenti atomici in nazioni alleate agli Stati Uniti, cioè Giappone, Taiwan e Corea del Sud.

Una possibile risposta americana alle provocazioni di Pyongyang potrebbe consistere nel dispiegare una serie di armi atomiche in territori vicini alla Cina: naturalmente il governo di Pechino non gradirebbe affatto un’ azione di questo tipo. D’altro canto oggi fra Cina e Corea del Sud vi è anche un importante interscambio commerciale, il che rende i due stati decisamente interessati a raffreddare la situazione politica della piccola penisola. La Cina ha sempre condannato in sede di consiglio di Sicurezza le recenti manifestazioni militari nordcoreane.

Il ruolo della Cina è tuttavia decisivo per rompere l’isolamento del governo di Pyongyang dal resto del mondo. Sebbene i due sistemi comunisti siano oggi profondamente diversi, soprattutto a livello economico, la vicinanza ideologica può comunque essere un modo per creare un canale preferenziale Pyongyang-Pechino che riesca a dissuadere il governo nordocreano da ulteriori azioni di tipo militare. La mediazione cinese, infatti, è sicuramente percepita dal governo di Pyongyang come più “amica” che quella americana.

Anche la Russia è una potenza nucleare che confina con la Corea del Nord. Come la Cina anche Mosca non vede di buon occhio un’escalation nucleare nell’area, anche perché in caso di attacco con armi nucleari il suo territorio sarebbe direttamente interessato dal fallout radioattivo. La cooperazione militare con Pyongyang è risalente nel tempo, e pertanto la Russia si trova ad essere un partner importante ma meno centrale nel dialogo con l’autocratica repubblica. Inoltre la minaccia nordcoreana difficilmente potrebbe essere rivolta contro il territorio russo.

Come la Cina, anche la Russia non vedrebbe di buon occhio una nuclearizzazione della regione, soprattutto se vi fossero armi americane. Il Giappone segue con estrema preoccupazione gli sviluppi nucleari e missilistici di Pyongyang, conscio com’è che anche vettori non all’avanguardia (ad esempio i Nodong) sono comunque sufficienti a coprire la gran parte del suo territorio. E proprio l’imprecisione di questi vettori che spaventa il governo di Tokyo, preoccupato soprattutto per la comunità umana che vive nella megalopoli che si concentra attorno al cosiddetto “Tokaido corridor”, cioè una lunga serie di città che si stendono dal Giappone orientale a quello occidentale, nel quale sono concentrati circa ottanta milioni di giapponesi, oltre ai principali centri decisionali.

In caso di attacco, l’imprecisione di un missile nucleare sarebbe poco rilevante, ed in qualsiasi modo si produrrebbero effetti devastanti. Inoltre il Giappone sta attraversando una fase di ripensamento riguardo alle sue forze armate; è chiaro che le scelte nordcoreane saranno sicuramente prese in considerazione nel dibattito politico giapponese, e potrebbero essere ottime giustificazioni per consentire una nuova fase della difesa giapponese, fortemente temuta da tutti i paesi vicini, in primis la Cina.

La Corea del Nord oggi manifesta appieno i sintomi di uno stato prossimo al collasso: il Failed States index 2009 della rivista Foreign Policy riporta la Corea del Nord come stato sull’orlo del pericolo, posizionandolo al diciassettesimo posto nella classifica mondiale. Nonostante gli evidenti segni della crisi, la situazione in Corea del Nord al momento è cristallizzata intorno alla figura di Kim Jong Il, il quale detiene ancora i pieni poteri. Non si notano nemmeno segni di transizione come ad esempio sta avvenendo a Cuba: per questo le potenziali incertezze della piccola repubblica preoccupano molto le superpotenze che la circondano.

La difficoltà di allacciare dialoghi e il tono ricattatorio di Pyongyang non aiutano di certo una veloce soluzione del problema. È comunque opinione condivisa del Consiglio di Sicurezza che le recenti azioni nordcoreane stanno seriamente minando quella politica che, a piccoli passi, cerca di contenere il più possibile la proliferazione orizzontale degli ordigni nucleari. Oltre a tutto questo, la Corea del Nord rimane uno dei maggiori proliferatori in materia missilistica che ci siano.

Le esportazioni di tecnologie militari costituiscono una buona voce nel bilancio del governo di Pyongyang, ed attribuiscono un prestigio militare che la piccola repubblica non potrebbe avere con le sue faraoniche (ma deboli) forze convenzionali. Anche in questo caso la proliferazione fomentata da Pyongyang può agevolare alcuni stati ad acquisire capacità missilistiche, il che potrebbe a sua volta essere un pericolo nel caso in cui sui vettori si caricassero armi nucleari (o altre armi di distruzione di massa).

La Corea del Nord riavvierà il reattore nucleare fermato nel 2007. Lo riferisce l’agenzia ufficiale Kcna. La mappa del nucleare nordcoreano

La comunità internazionale è compatta nel criticare la politica “muscolare” di Pyongyang, ed al momento l’unica soluzione possibile è la riapertura di un negoziato che permetta da uscire dalla scivolosa situazione di stallo che si è generata dopo tutti questi mesi di provocazioni. È evidente che un futuro accordo con la Corea del Nord non potrà non avere ripercussioni sulla situazione regionale, e, inevitabilmente, richiederà una complessa ponderazione di interessi di molte importanti nazioni che insistono sull’area con i loro interessi politici ed economici.

D’altro canto, per avere un esito favorevole delle negoziazioni non si potrà sottovalutare nemmeno la volontà di Pyongyang di presentarsi come “vincitrice” al tavolo del negoziato, in quanto il governo nordcoreano ha fatto degli slogan nucleari uno dei pochi elementi che riescono ancora a tenere unito il paese. In conclusione, citando l’autorevole analisi della rivista Jane’s, “although regional conflict is inconceivable in the short term, in the longer term these trends are detrimental to regional stability”.

In altre parole, prima si riuscirà a chiudere un accordo con Pyongyang per cristallizzare la situazione ed i test missilistici, prima si potrà impedire una deriva che sul lungo periodo rischia di divenire pericolosa, aprendo la strada ad un riarmamento (che potrebbe essere anche non convenzionale) di tutta l’area.

Iran

L’Iran, ufficialmente conosciuto come Repubblica Islamica dell’Iran è uno stato mediorientale posizionato fra il Mar Caspio ed il Golfo persico e confinante (partendo da est) con il Turkmenistan, l’Afghanistan, il Pakistan, l’Iraq, la Turchia, l’Armenia e l’Azerbaijan. Con una superficie di oltre un milione e mezzo di chilometri quadrati e quasi 5.500 chilometri di confini, è facile comprendere come mai l’Iran sia uno stato cardine nel contesto mediorientale sotto diversi punti di vista.

L’attuale repubblica islamica conta oggi circa sessantasei milioni di abitanti, e presenta delle impressionanti capacità di crescita demografica: il 21,7% della popolazione è sotto i quattordici anni e solo il 5,4% è sopra i sessantacinque: l’età media della popolazione è ventisette anni. La popolazione è un mosaico di diverse etnie, nelle quali spicca quella persiana (51%) seguita da quella azera (24%) e da quella gilaka e mazandarana (8%), affiancate da diverse minoranze, come quella turkmena, curda o armena.

La religione principale, come indica il nome stesso dello Stato, è l’islam: l’Iran ha assunto la dicitura ufficiale di “repubblica islamica” dopo la rivoluzione del 1979. Contrariamente ad altri stati dell’area, all’interno del 98% di popolazione di fede islamica l’89% segue il culto sciita, mentre solamente il 9% quello sunnita. Prima della diffusione dell’islam, in Iran la religione maggioritaria era lo zoroastrismo, ancora oggi presente seppur in piccola parte, così come sono piccole minoranze l’ebraismo e le religioni cristiane. La costituzione iraniana all’articolo dodici afferma che l’islam è la religione ufficiale dell’Iran.


Le vicende che oggi fanno si che l’Iran sia su tute le prime pagine dei giornali non sono frutto di una casualità, ma rappresentano una precisa evoluzione nei processi politici e militari del paese. In particolar modo questi ultimi sono una chiara spiegazione al tentativo del governo di Tehran di dotarsi di armi di distruzione di massa, in particolare nucleari. Le specificità del paese ed il contesto nel quale agisce sono fondamentali per comprendere le mosse che nel corso degli ultimi anni hanno reso l’Iran, nel bene o nel male, una presenza costante nel dibattito internazionale.

Situazione storica ed economica

L’Iran, il cui nome era Persia fino agli anni trenta, è l’erede della lunghissima tradizione imperiale persiana, a cui storia si dipana fino a ere remote. D’altro canto la posizione centrale del paese nella regione lo ha spesso reso teatro di scontri e di attacchi da parte di moltissime popolazioni. Nel corso del 600 dopo Cristo gli arabi invasero il paese e contribuirono alla diffusione dell’islam. Dopo diversi secoli di alterne vicende, nei primi anni del Novecento si manifestarono le prime rivolte nazionaliste e la nascita della monarchia costituzionale nel 1906.

Sempre in quegli anni venne scoperto il petrolio, elemento che in pochi anni fu destinato a rivelarsi cruciale per la successiva storia del paese. Sia la Russia cha la Gran Bretagna guardavano con attenzione la nazione persiana, e cominciarono i primi scambi commerciali. La rivoluzione russa del 1917 segnò la fine dell’influenza russa sull’Iran (che assunse tale nome solo nel 1935), che divenne così un protettorato inglese. La lenta modernizzazione del paese venne in parte accelerata dallo sfruttamento petrolifero, ma in seno alla società iraniana rimanevano profonde contraddizioni.

Dopo la nascita dell’Unione Sovietica, quest’ultima cominciò a sobillare movimenti rivoluzionari contrari al regime di Tehran, ed alla fine la Gran Bretagna e il regime sovietico si divisero le sfere d’influenza nel paese, soprattutto per evitare la pericolosa vicinanza sospettata di esserci con la Germania hitleriana. Dopo la seconda guerra mondiale alla presenza inglese si sostituì quella americana, soprattutto dopo il ritiro delle truppe sovietiche, e grazie al nuovo sovrano, Reza Pahlavi, decisamente propenso a posizioni filo-occidentali.

Nel 1941 quest’ultimo entrò in carica, e cominciò ad avvicinare il suo paese agli Alleati, per poi scegliere, fra questi, gli Stati Uniti come partner politico principale. Allontanati i militari russi presenti nel paese, che avevano tentato addirittura di creare una repubblica separatista, lo Shah (questo è il nome del titolo imperiale) collocò il suo paese nell’orbita occidentale. Nel 1951 il governo guidato dal primo ministro Mossadeq nazionalizzò la compagnia petrolifera anglo-iranina AIOC, e costrinse lo Shah a fuggire a Roma. Ma grazie all’aiuto dell’intelligence britannica ed americana, Pahlavi riuscì con un colpo di stato a riprendere il potere restaurando la sua autorità sull’Iran.

Negli anni successivi le riforme intraprese dallo Shah allargarono sempre più il solco fra le aspirazioni del regnante e l’effettiva condizione sociale del paese. Le contraddizioni riguardavano soprattutto certi ambiti di riforma (come, ad esempio, la condizione femminile) che venivano fortemente criticati dagli ambienti religiosi. I falliti esiti della riforma agraria e la crescente repressione poliziesca, stigmatizzate e denunciate dalla classe religiosa aizzavano il popolo contro il regnante.

Dopo diversi mesi di manifestazioni di piazza nel 1978, nel gennaio del 1979 lo Shah abbandonò l’Iran, ed al suo posto venne richiamato dall’esilio parigino il leader religioso (ayatollah) Khomeini, che venne proclamato guida suprema del paese. Costui instaurò in Iran una repubblica teocratica, di stretta osservanza sciita, basata ed ispirata ai principi islamici. Dopo l’eliminazione dei seguaci del vecchio regime, l’ira dell’ayatollah si rivolse contro gli Stati Uniti, visti come “il grande satana”, e rei di proteggere l’ex Shah (che comunque morì nel 1980 in Egitto).

Le tensioni con gli Stati Uniti raggiunsero un momento di profonda crisi nel novembre del 1979, quando una folla di persone, guidata anche da molti studenti, prese d’assalto l’ambasciata americana e sequestrò il personale lì presente. La crisi degli ostaggi, aggravata da un fallito intervento militare americano, durò 444 giorni, e rappresentò un chiaro segnale di come gli Stati Uniti, avessero perso il controllo del paese. Il nuovo regime, che intanto provvedeva ad approvare una serie di leggi fortemente basta sulla dottrina islamica, non perse l’occasione di additare agli Stati Uniti come ad un regime depravato e malvagio.

La caduta del governo filo-americano di Tehran fu vista con favore dall’Unione Sovietica: gli Stati Uniti avevano perso il loro principale alleato nella regione. Tuttavia, dopo l’invasione dell’Afghanistan (dicembre 1979) la chiamata iraniana alla guerra santa contro gli infedeli invasori cominciò a dar fastidio a Mosca. Approfittando della situazione di debolezza iraniana, e attratto da idee e desideri egemonici sull’area, Saddam Hussein, dittatore iracheno, attaccò l’Iran dando origine ad un conflitto che durò per ben otto anni, e che è ricordato come una delle guerre convenzionali più lunghe e sanguinose del ventesimo secolo e dell’era contemporanea.

Nel corso degli anni Ottanta tutta l’area fu attraversata da grandi conflitti: mentre ad est dell’Iran si scatenava la guerra in Afghanistan, ad ovest il conflitto con l’Iraq decimava le forze rivoluzionarie per colpa delle armi chimiche e delle offensive portate avanti dai giovani adepti del regime. Naturalmente dietro questo conflitto regionale si muovevano pure le grandi potenze, interessate a sostenere una delle parti o addirittura entrambe. Poco dopo la fine della guerra Iran-Iraq, terminata sostanzialmente in parità, moriva l’ayatollah Khomeini, sostituito da Ali Khamnei al ruolo di guida suprema del paese.

Nel 1989 venne eletto come Presidente Akbar Rafsanjani, seguito nel 1997 da Mohammad Khatami: quest’ultimo tentò di intraprendere alcuni progetti di riforma, ma senza troppi successi. Le crescenti proteste di alcuni settori dell’opinione pubblica, in particolare gli studenti, misero in allarme i settori più conservatori dell’establishment iraniano: non va dimenticato che proprio il settore studentesco era stato uno degli elementi guida della rivoluzione del 1979.

Alcune tensioni e proteste verso la fine degli anni Novanta non impedirono a Khatami di essere riconfermato nel 2001, ma la svolta conservatrice si ebbe nella competizione elettorale del 2004. In tale occasione diversi candidati progressisti vennero interdetti dalla partecipazioni alle elezioni, che alla fine segnarono un successo per l’ex sindaco di Teheran e già membro dei pasdaran Mahmud Ahmadinejad, molto vicino agli ambienti politici conservatori iraniani. La sua elezione alla Presidenza segnò una fase di deciso protagonismo iraniano nella scena regionale ed internazionale.

Particolare scalpore fecero alcune pesanti dichiarazioni del presidente riguardo allo stato di Israele. Che i rapporti non fossero buoni fra Tel Aviv e Tehran era cosa nota, ma fece particolare scalpore nel mondo la dichiarazione di Ahmadinejad fatta nel giugno del 2008 nella quale il presidente dichiarava che “the criminal and terrorist Zionist regime which has 60 years of plundering, aggression and crimes in its file has reached the end of its work and will soon disappear off the geographical scene”.

Tali affermazioni furono immediatamente criticate da buona parte dell’opinione pubblica mondiale, ma allo stesso tempo fecero assurgere il presidente iraniano come il leader della resistenza all’attacco occidentale e sionista (questi i termini più utilizzati) contro i popoli arabi e mussulmani. Successivi interventi di Ahmadinejad riguardarono l’Olocausto (con punti di vista definibili come “negazionisti” o “revisionisti”) e la condanna generale nei confronti di Israele, gli americani e l’Occidente. Nonostante le forti prese di posizione dei vertici iraniani, negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo rafforzamento del movimento di dissidenza politica.

Anche in questo caso sono stati soprattutto gli studenti a guidare le proteste contro il regime, in nome di maggiori libertà civili e democrazia. Come trenta anni prima, le spinte rivoluzionarie o comunque innovatrici trovano fertile humus nelle nuove generazioni, particolarmente numerose. Le contraddizioni fra la classe politica iraniana e la società sono poi assurte agli onori della cronaca internazionale nel corso del mese di giugno del 2009, durante le elezioni politiche che hanno visto la riconferma di Ahmadinejad.

Tutte le agenzie di stampa internazionale hanno ripreso le imponenti manifestazioni popolari che accusavano il presidente uscente (e rientrante) di brogli a danno dei rivali: nel corso dei mesi successivi alle elezioni vi sono state innumerevoli manifestazioni di piazza con morti e feriti fra i manifestanti. Numerose sono state le prese di posizione internazionale in favore dei dissidenti, ma la presidenza, almeno formalmente, non ne è stata intaccata.

Particolare efficacia nella repressione dei moti di piazza la hanno avuta i corpi dei Basij e dei Pasdaran, gruppi paramilitari con funzioni sia politiche che di sicurezza, e particolarmente fedeli al regime. Al momento attuale l’Iran è sotto gli occhi del mondo intero per dei suoi pericolosi comportamenti riguardo alla proliferazione nucleare: ciò che rimane comunque chiaro e che il governo di Tehran non è sicuramente intenzionato ad essere un passivo spettatore nel complicato gioco che si svolge nella regione in cui è inserito.

Il sistema istituzionale

Definire il sistema istituzionale iraniano con un termine proveniente dalla tradizione giuridica occidentale è decisamente difficile: inoltre “il quadro istituzionale è fluido e i rapporti tra gli organi costituzionali (religiosi e politici) sono soggetti a continua evoluzione”. L’Iran deriva la sua complessa struttura istituzionale dalla sua recente storia politica, il che rende ogni riferimento al termine “politico” molto difficile da definire. Nell’ordinamento iraniano la tradizionale divisione dei poteri esiste formalmente, ma in realtà vi è una forte compenetrazione fra gli stessi. In ogni modo il sistema istituzionale è decisamente policentrico, e risente delle differenti pressioni che giungono dal complesso mosaico di organi che lo compongono.

Se qui convenzionalmente si utilizzerà il termine “sistema politico” lo si farà solo per semplicità espositiva, in quanto nel sistema iraniano vi sono importanti ruoli e posizioni che derivano la loro legittimazione dalla religione più che dalla “politica” come intesa in senso occidentale. Il sistema politico iraniano è alquanto complesso, in quanto articola il proprio ruolo politico affiancandolo a quello religioso. Inoltre questi due poteri sono necessariamente sostenuti da una forte struttura di tipo poliziesco-militare, affiancata dai pasdaran, corpo militare a carattere politico.

Come ricorda la BBC, “Iran’s complex and unusual political system combines elements of a modern Islamic theocracy with democracy. A network of unelected institutions controlled by the highly powerful conservative Supreme Leader is countered by a president and parliament elected by the people”.

Alla base del sistema costituzionale iraniano vi è il popolo, che consiste di circa 46 milioni di votanti. Nonostante questo, il sistema politico iraniano si articola su una dualità di poteri, che vedono coesistere meccanismi di elezione (come il presidente o il parlamento) affiancati da metodi di selezione della classe dirigente basati su scelte di autorità non legittimate dal voto popolare. Il tutto, naturalmente, va inquadrato nella prospettiva della forma di stato definita dalla rivoluzione del 1979 “repubblica islamica”.

Il vertice della piramide del potere è la Guida Suprema, designato a vita e sommo guardiano delle altre istituzioni. Questa figura istituzionale venne ispirata dallo stesso ayatollah Khomieini, che fu il primo a ricoprire la carica. Egli provvede a nominare sei membri del potente Consiglio dei Guardiani della Costituzione, così come suo è il compito di valutare la validità delle candidature alla presidenza della repubblica islamica ed al parlamento. Provvede inoltre a confermare l’elezione del presidente. Infine ha il comando delle forze armate e nomina i vertici del sistema giudiziario, ed un’altra serie di importanti poteri indicati all’articolo 110 della Costituzione.

La Guida Suprema è scelta dai membri dell’Assemblea degli Esperti. Ad oggi l’incarico è ricoperto da Ali Khamenei. L’Assemblea degli Esperti è un organo assembleare composto da ottantasei membri eletti ogni otto anni. L’Assemblea si riunisce due volte all’anno, ed il suo scopo principale è di eleggere la Guida Suprema, controllare il suo operato ed, eventualmente, rimuoverlo dalla carica (cosa che ad oggi non è mai successa). Il compito di vagliare l’ammissibilità delle candidature all’Assemblea degli Esperti è riservato al Consiglio dei Guardiani.

Il potere esecutivo iraniano è affidato al presidente ed al consiglio dei ministri. Il presidente è una carica elettiva, votata a suffragio universale da tutti gli elettori con almeno diciotto anni. L’incarico dura quattro anni e non può durare più di due mandati consecutivi. Secondo la Costituzione il presidente è la più alta carica dello Stato dopo la Guida Suprema, cui comunque è assegnata una posizione di primazia politica e morale. Al presidente spetta il compito di dirigere l’azione esecutiva secondo i dettami della costituzione, salvo nelle materie di competenza della Guida Suprema, alla quale spetta, fra le altre, l’indirizzo della politica della difesa del paese.

Ogni cittadino può correre per la posizione di presidente purchè la sua candidatura sia esplicitamente accettata dal Consiglio dei Guardiani: senza questa autorizzazione il candidato non si può presentare alle elezioni. Al momento la carica di presidente è ricoperta dall’ex sindaco di Tehran Mahmoud Ahmadinejad, eletto per la prima volta nel 2005 e riconfermato, seppur fra molte polemiche, nel 2009. Il presidente nomina e dirige i ministri, i quali collettivamente formano il Consiglio dei Ministri. I ministri devo essere approvati dal parlamento, che può anche sfiduciarli, se lo ritiene opportuno.

Nelle competenze del Consiglio dei Ministri è esclusa la difesa, riservata alla Guida Suprema: allo stesso modo quest’ultimo “has some control over appointments to the more sensitive ministries”, il che riflette la prassi consolidata di concordare fra Presidente e Guida Suprema i nomi di ceri ministri chiave, come quello della Difesa. Il potere legislativo durante l’epoca dello Shah era bicamerale, nel quale era presente un Senato metà eletto metà nominato dallo Shah.

La rivoluzione del 1979 ha eliminato il Senato, ed oggi il potere risiede nel parlamento monocamerale dell’Iran, il Majlis, composto da 290 membri eletti con voto universale, diretto e segreto. Il mandato è quadriennale, ed il parlamento ha il potere di votare le leggi, il bilancio nazionale e può approvare e rimuovere i ministri. Il potere legislativo riflette bene la tipica dualità iraniana perché affianca alla sua presenza il Consiglio dei Guardiani, organo che concretamente si trova a condividere il potere legislativo con il Majlis.

Questo Consiglio è composto di dodici giuristi, di cui sei religiosi nominati dalla Guida Suprema, e sei nominati dal Majlis fra quelli laici suggeriti dall’apparato giudiziario. I membri sono eletti per sei anni, ma in modo che ogni tre anni cambino i membri del Consiglio. Tale organo ha un’importanza centrale nelle dinamiche politiche iraniane, in quanto approva tutte le leggi votate dal Majlis ed ha potere di veto sulle stesse, qualora siano in contrasto con la legge islamica. Oltre a ciò monitora l’ammissibilità dei candidati alle elezioni in parlamento, alla presidenza ed all’Assemblea degli Esperti.

Ad oggi il Consiglio è nelle mani delle fazioni più conservatrici, e stante l’attuale architettura costituzionale, quest’organo è in grado di paralizzare ogni iniziativa parlamentare sgradevole ai vertici del sistema. I numerosi tentativi di ridurre i poteri del Consiglio si sono sempre risolti in un nulla di fatto. Il sistema legislativo è completato dal Consiglio per il Discernimento (in inglese detto “Expediency Council”), un organo preposto alla risoluzione dei problemi che possono intercorrere fra il Majlis ed il Consiglio dei Guardiani.

Nato per questo fine, oggi si è trasformato in un organo di consiglio per la Guida Suprema, che provvede e nominarne i membri, in carica per tre anni. Il ruolo dell’organo è incerto come finalità, ma politicamente è molto rilevante, in quanto anche organo di consulenza del vertice politico dell’Iran. Il sistema giudiziario, sebbene considerato come un potere distinto, in realtà non lo è. Il vertice del sistema giudiziario è nominato dalla Guida Suprema, il quale nell’ordinamento iraniano non ha il ruolo di “quarto potere”, ma è direttamente coinvolto nelle scelte politiche principali del paese.

Compito del potere giudiziario è l’applicazione delle leggi, in accordo con la legge islamica. Oltre a questo nomina (con l’approvazione del Majlis) i sei membri laici che vanno a comporre (insieme ad i sei religiosi indicati dalla guida Suprema) il Consiglio dei Guardiani. Negli ultimi tempi il potere giudiziario è stato utilizzato come mezzo per reprimere il dissenso, silenziando gli oppositori con arresti e chiusure di giornali.

Il sistema militare

Il sistema militare iraniano è un’altra realtà complessa che però riveste un ruolo di primo piano nella politica di Tehran. Le forze armate iraniane sono le dirette eredi, idealmente, della potenza dell’impero persiano: a questa (tipica) brama di egemonia si aggiunge l’importante ruolo che esse giocano nel sistema politico. Non è un caso che, contrariamente a quanto accade nei governi occidentali, sia la Guida Suprema e non il Presidente ad assumersi le decisioni in materia di difesa. I militari si sono trovati fin da subito nella difficile condizione di fronteggiare l’astio delle principali superpotenze che non vedevano di buon occhio la nascita di una “terza potenza” nelle aree in cui essi operavano.

L’iniziale favore russo conseguente la cacciata dello Shah (esponente dell’imperialismo occidentale) ben presto si tramutò in astio, in seguito all’invasione dell’Afghanistan. Quanto agli Stati Uniti, i rapporti con loro si deteriorarono fin dal principio. Soli ed isolati, e nel mezzo di un’area contrassegnata da profonde crisi ed instabilità, i dirigenti iraniani cominciarono da subito a rafforzare le forze armate in modo da scoraggiare qualsiasi azione, esterna od interna, che avesse potuto destabilizzare il neonato governo rivoluzionario.

La sanguinosa guerra con l’Iraq dimostrò come il fanatismo religioso, entro certi limiti, potesse rivelarsi comunque un mezzo idoneo a sopperire alle numerose deficienze nelle tecnologie e negli armamenti. All’inizio degli anni Novanta le forze armate iraniane erano stremate dal conflitto, ma erano riuscite a difendere l’integrità nazionale. Pertanto ai tradizionali compiti di difesa dei confini si intreccia la difesa dello status quo politico-istituzionale, ispirato alla Rivoluzione.

Ad oggi le forze armate iraniane comprendono la IRIA (Islamic Republic of Iran Army) e la IRGC (Iranian Revolutionary Guards Corps), come indicato nella Costituzione negli articoli 143-151, rubricati (in inglese) come “the Army and the Islamic Revolution Guards Corps”. La forza totale, indicata in un rapporto di Jane’s di dicembre 2008, è così ripartita: su un totale di 523.000 membri, l’esercito ne ha 350.000, l’aeronautica 30.000, la marina 18.000 e l’IRGC 125.000.

In base all’articolo 143 della costituzione, le forze armate regolari sono responsabili “for guarding the independence and territorial integrity of the country, as well as the order of the Islamic Republic” e si dividono in esercito, marina, aeronautica e difesa aerea; allo stesso modo avviene per la IRGC, più nota con il nome di pasdaran. Quest’ultimo corpo, articolato come una forza armata completa e con una propria e autonoma catena di comando, si prefigura come braccio militare e politico del regime.

Il ruolo dell’IRGC è costituzionalizzato nell’articolo 150 della Costituzione iraniana, che recita: “the Islamic Revolution Guards Corps, organized in the early days of the triumph of the Revolution, is to be maintained so that it may continue in its role of guarding the Revolution and its achievements. The scope of the duties of this Corps, and its areas of responsibility, in relation to the duties and areas of responsibility of the other armed forces, are to be determined by law, with emphasis on brotherly cooperation and harmony among them”.

A propria volta i pasdaran si articolano anche su una milizia popolare, detta Basij, recentemente assurti a grande popolarità per la crudezza con cui hanno represso le recenti rivolte post-elettorali. Inoltre la struttura dei Pasdaran mantiene una forte presenza nell’economia grazie a istituzioni collegate. Infine a queste due articolazioni si affianca una forza militare con compiti di polizia, la LEF (Law Enforcement Force) una gendarmeria controllata dal ministero degli Interni.

Secondo Jane’s le forze armate dell’Iran “are widely considered relatively combat ineffective against a well-trained, sophisticated military such as that of the United States […] Iran’s forces are believed to be sufficiently effective to deter or fend off conventional threats from Iran’s weaker neighbours such as post-war Iraq, Turkmenistan, Azerbaijan and Afghanistan but are largely lacking in logistical ability to project power much beyond Iran’s borders or to confront militarily capable neighbours such as Turkey and Pakistan”.

Gli analisti internazionali riportano che la debolezza dello strumento militare iraniano è anche imputabile a una mancanza di coordinamento fra i vari settori, nonostante le esercitazioni che si tengano per cercare di integrarli. Il vertice della struttura resta comunque la Guida Suprema: “as commander-in-chief, the Supreme Leader, Ayatollah Ali Khamanei, retains tight control over the armed forces” cosa indicata nell’articolo 110 della Costituzione. Un ruolo centrale nel sistema della difesa iraniana è giocato dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale (Supreme Council for National Security), organo costituzionale istituito dall’articolo 176 della Costituzione.

Per sovrintendere agli interessi nazionali e preservare la rivoluzione islamica, la sicurezza e l’integrità territoriale la Costituzione ha creato questo organo con gli scopi di:

  • Determining the defence and national security policies within the framework of general policies determined by the Leader;
  • Coordination of activities in the areas relating to politics, intelligence, social, cultural and economic fields in regard to general defence and security;
  • policiesxploitation of materialistic and intellectual resources of the country for facing the internal and external threats.

La composizione del Consiglio assomma le principali cariche dell’Iran, e attribuisce all’organo una posizione determinante per gli assetti del paese. Il Consiglio è poi articolato in sottocommissioni. Il Consiglio “plays a key role in the formulation of Iran’s security and defence policies”: non per nulla il criticato programma nucleare è sotto il diretto controllo dell’organo in questione, strettamente collegato al ruolo militare che l’Iran ambisce avere nella regione.

Il programma nucleare e le sue conseguenze

Al contrario di altre potenze dell’area, l’Iran della Rivoluzione islamica è stato una delle poche nazioni che hanno sperimentato – a caro prezzo – gli effetti delle armi chimiche nel corso di un conflitto convenzionale. È noto che durante la guerra Iran-Iraq del 1980-1988 furono usati dagli iracheni molti agenti contro le truppe iraniane: al momento questo caso rimane uno dei più rilevanti nell’ambito dei recenti conflitti convenzionali. Tale comportamento dell’Iraq come ovvio ha attirato le pesanti critiche iraniane in materia di armi chimiche: ad oggi la repubblica islamica è firmataria sia della Convenzione sulle armi chimiche che di quella sulle armi biologiche.

Il problema dell’Iran riguardo alle armi di distruzione di massa si pone invece quando si affrontano i problemi inerenti le questioni nucleari: nonostante la firma del trattato NPT, ad oggi vi sono molti timori nella comunità internazionale che l’Iran acquisisca una piena capacità nucleare. Il programma atomico iraniano iniziò già durante l’epoca dello Shah, grazie alla forte cooperazione con gli Stati Uniti. Mediante il progetto americano Atoms for Peace verso la fine degli anni Sessanta fu creato a Tehran un centro di ricerca gestito dall’agenzia atomica iraniana.

La crisi petrolifera del 1973 convinse lo Shah sull’importanza del nucleare civile (confermata dalla sottoscrizione del trattato NPT) rispetto alle fonti energetiche fossili. Il primo reattore costruito fu a Bushehr, grazie alla collaborazione di alcune imprese tedesche. La rivoluzione del 1979 però, fermò i lavori di costruzione delle centrali, che poi furono colpite anche da bombardamenti iracheni durante la guerra. Dopo alcuni accordi presi con l’Argentina, dall’inizio degli anni Novanta l’Iran si rivolse invece alla Russia per incrementare le sue capacità nucleari (ma anche missilistiche).

Il risultato fu di attirare l’attenzione dell’IAEA, che nel 1992 dispose una indagine sulla situazione nucleare iraniana. Il risultato fu comunque positivo, in quanto gli ispettori internazionali riscontrarono che l’Iran era adempiente con le sue obbligazioni in materia atomica. Verso la metà degli anni Novanta un altro accordo con la Russia permise di riprendere le attività nel sito di Bushehr, il cui completamento è stato successivamente posticipato fino ad oggi. Erano anche previsti ulteriori reattori, ma al momento i lavori non sono ancora cominciati. Ad oggi la capacità nucleare iraniana si articola su più siti: per la precisione si tratta di Qom, Bushehr, Isfahan, Natanz e Arak.

Il sito di Qom (situato nei pressi della città considerata santa dagli iraniani) è ritenuto non ancora operativo, ma si suppone possieda un grosso impianto di arricchimento dell’uranio, come dichiarato dallo stesso governo dell’Iran all’IAEA nel settembre del 2009. Isfahan è un grande centro di ricerca e di preparazione del combustibile nucleare; Natanz serve all’arricchimento dell’uranio iraniano a partire dal 2004, ed è il luogo dove ci sono le centrifughe al centro delle dispute con l’ONU.

Proprio a causa di queste installazioni la comunità internazionale teme che l’arricchimento possa essere portato fino alla creazione di uranio utilizzabile in dispositivi militari. Infine ad Arak si trova un impianto ad acqua pesante utilizzabile non solo come moderatore nei reattori, ma anche come potenziale struttura per la creazione di plutonio. Le infrastrutture sono coordinate dalla AEOI, l’Atomic Energy Organization of Iran.

Nel corso degli ultimi anni il sistema nucleare iraniano è stato al centro di molte polemiche, che hanno avuto ed hanno rilevanti riflessi internazionali. Alla (lecita) volontà di perseguire un programma nucleare civile, l’Iran sembrerebbe voler affiancare anche una capacità di creazione di combustibile  nucleare utilizzabile per fini militari: in altri termini, avere delle infrastrutture pronte per la creazione di ordigni atomici.

Per questo l’IAEA tiene costantemente sotto controllo gli sviluppi nucleari iraniani,
capaci di acquisire capacità dual use. Nel 2007 il Presidente Ahmadinejad annunciò al mondo che nel sito di Natanz era possibile iniziare a produrre su scala industriale combustibile nucleare grazie alle centrifughe. Il 4 marzo del 2008 il Consiglio di Sicurezza con quattordici voti a favore e una astensione (Indonesia) approvò la risoluzione 1803 con la quale, sulla base dell’articolo 41 della carta dell’Onu, si chiedeva a Tehran di interrompere il processo di arricchimento dell’uranio e si intimavano limiti alle esportazioni verso l’Iran di tecnologie legate alla missilistica, all’ambito nucleare ed ai beni dual use in materia.

A tutte queste critiche l’Iran ha sempre replicato che è un suo diritto sviluppare l’energia nucleare per fini civili. Nel febbraio del 2009 un rapporto dell’IAEA sostenne che “there remain a number of outstanding issues which give rise to concerns, and which need to be clarified, to exclude the existence of possible military dimensions to Iran’s nuclear programme […] for the Agency to be able to address these concerns and make progress in its efforts to provide assurance about the absence of undeclared nuclear material and activities in Iran, it is essential that Iran, inter alia, provide the information and access requested by the Agency”.

Verso giugno l’IAEA lamentò la non osservanza della risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1737 da parte dell’Iran. Il tutto avveniva mentre Israele continuava a manifestare la sua opposizione sempre più completa non esitando a presagire l’ uso della forza come risposta alle provocazioni di Tehran. L’attuale programma nucleare, sovrinteso dal presidente e dal comandante generale dell’IRGC (oltre che dall’agenzia delle industrie della difesa e dall’agenzia atomica iraniana) è oggi ancora ai primi puni dell’agenda politica iraniana.

Il programma missilistico iraniano

Come nel caso nordcoreano, anche per l’Iran la capacità missilistica strategica è un’opzione rilevante da giocare nella politica estera. Il controllo dei missili iraniani dipende in toto dall’aviazione dell’IRGC, e già questo dato è indicativo. Gli armamenti strategici sono sotto lo stretto controllo del corpo militare più connesso con l’establishment politico. Nonostante i primi programmi missilistici iraniani fossero risalenti agli ultimi anni dello Shah, ciò che convinse il governo di Tehran a sviluppare le tecnologie missilistiche fu il sanguinoso conflitto con l’Iraq.

Durante gli anni di guerra i dirigenti iraniani si resero conto di essere vulnerabili agli attacchi iracheni (compiuti con missili di fabbricazione sovietica FROG), e notarono l’impossibilità di replicarvi. Per questo nel 1984 vennero comprati dalla Libia alcuni missili SCUD, e furono immediatamente messi a disposizione di uno speciale reparto dell’IRGC appositamente addestrato.

Nel 1985 le truppe iraniane furono capaci di lanciare il primo attacco missilistico. Negli anni successivi, l’acquisto di missili nordcoreani Hwasong 5 permisero all’Iran di acquisire una semplice ma efficace capacità missilistica. I modelli nordcoreani, ribattezzati Shahab 1, furono prodotti e sviluppati anche dopo la fine della guerra, quando l’Iran cominciò a studiare sistemi dotati di propellente solido e liquido.

I missili a propellente solido come gli Oghab e gli Shahin furono le basi per i successivi sviluppi dei sistemi Fajr, Nazeat e Zelzal e vennero sviluppati grazie al determinante aiuto della Cina; una volta acquisita la capacità tecnica, l’Iran è stato capace di creare autonomamente questi vettori. I missili a propellente liquido furono sviluppati a partire dal modello sovietico SCUD B, concretatosi nello Shahab 1, costruito in Iran e capofila dell’omonima serie.

A tale modello sono seguiti lo Shahab 2 e lo Shahab 3, realizzati grazie alla forte cooperazione con la Corea del Nord e la Russia. Ulteriori modelli studiati sono stati poi i sistemi Shahab 4, Shahab 5 e Shahab 6, che si suppone siano stati realizzati su
ispirazione dei modelli Nordcoreani Taepodong. I missili Oghab sono stati i primi ad essere sviluppati ed usati in combattimento dall’Iran: “Although the Iranians frequently call the Oghab a missile, it is actually a 230mm unguided artillery rocket, with a range of 45 km, and a warhead of 70kg”.

Realizzato verso la metà degli anni Ottanta con l’aiuto cinese, nonostante un tale missile sia di prevalente uso tattico nel contesto iraniano può assumere addirittura una valenza strategica. Così è stato quando si è svolto il conflitto Iran-Iraq, durante il quale molti missili sono stati lanciati contro bersagli urbani iracheni in quella fase della guerra divenuta note col termine di “guerra delle città”. Ciò è dovuto alla vicinanza delle città dell’Iraq al confine iraniano, cosa che ne permise il ripetuto bombardamento. Inoltre i missili Oghab sono utilizzabili anche su aerei come i Phantom e gli F-14.

I missili Shahin sono concepiti come missili tattici, con gittate di poche decine di chilometri e un carico utile di quasi duecento chilogrammi. Entrambi sono più strumenti d’artiglieria che missili veri e propri, e sono utilizzabili principalmente per fini tattici. I sistemi Fajr comprendono due tipi di razzi d’artiglieria, i Fajr 3 ed i Fajr 5. I programmi di sviluppo si sono concretizzati verso la fine del conflitto, anche se si suppone che l’ideazione iniziale risalga all’inizio della guerra: nel complesso hanno un raggio limitato (rispettivamente 45 e 75 chilometri).

Entrambi sono alquanto imprecisi, però diverse analisi ritengono che il Fajr 5 sia in grado di essere armato con testate chimiche o comunque non convenzionali. Alcuni di questi missili sembrano essere stati utilizzati dal movimento libanese Hezbollah. I missili Nazeat sono nati verso la metà degli anni Ottanta per creare un sistema autoctono simile ai missili russi FROG. Dopo la guerra, nell’ambito della riorganizzazione dei programmi missilistici iraniani, il programma Nazeat fu revisionato mentre cominciavano delle iniziative congiunte con la Cina per sviluppare un comune missile balistico a carburante solido.

Ad oggi sono conosciute due versioni di questo sistema, il Nazeat 6 ed il Nazeat 10. Il primo ha una gittata di cento chilometri, ed è capace di portare una testata di 85 chili; il secondo ha una gittata di centoquaranta chilometri ed un carico utile di ducentocinquanta chili. Le testate convenzionali, chimiche, biologiche e radiologiche sono caricabili su questo sistema; secondo alcune analisi il Nazeat 6 è anche capace di trasportare una testata nucleare.

Anche i missili Zezal hanno le loro origini nella metà degli anni Ottanta, sempre nell’ottica di creare un’autonoma capacità iraniana nella produzione di missili. Sviluppati completamente negli anni Novanta, i missili oggi disponibili sono i modelli Zezal 1 e Zezal 2. Da alcuni rapporti sembra che nel 2002 Hezbollah abbia utilizzato questi missili nella valle della Bekaa (Libano) con il supporto dell’IRGC, anche se sembra che tali missili non siano mai stati utilizzati contro Israele.

Recenti informazioni confermano l’utilizzo del missile a fini di test nel 2008, con alcuni esperimenti fatti dall’IRGC. Al momento sono disponibili due diversi tipi di Zezal: lo Zezal 1 ha un raggio di 120-125 chilometri ed un carico utile di seicento chili; lo Zezal 2 ha un raggio di 200 chilometri e un carico utile di cinquecento chili. Questi missili sono sospettati di essere armati con testate ad alto esplosivo, chimiche, biologiche o radiologiche.

Infine uno dei più recenti missili testati è il Sajjil550, testato per la prima volta nel novembre del 2008: secondo le parole di Mohammed Najjar, ministro della difesa “this missile test was conducted within the framework of a defensive, deterrent strategy […] and specifically with defensive objectives”. Il primo missile Sajjil (detto Sajjil 1) è ritenuto capace di avere un raggio di 2.000 chilometri, decisamente superiore a qualsiasi altro missile iraniano. Nel maggio del 2009 è stato testato con successo una versione aggiornata del sistema, il Sajjil 2, che sembra essere più preciso, efficace e dotato di gittata maggiore rispetto al suo predecessore.

La BBC, riferendosi alle parole del presidente Ahmadinejad, ha affermato che “the missile used “advanced technology” and had “landed exactly” on its intended target”. Grazie a questa gittata di 2.000 chilometri il Sajjil è ormai in grado di colpire Israele e lambire il sud Europa: molti commentatori sostengono che quest’arma sia alla pari (se non superiore) rispetto ai missili Shahab e che ben indichi le mature capacità missilistiche dell’industria iraniana.

Non è un caso che il secondo test sia avvenuto in una data vicina alle elezioni presidenziali. Il sistema Sajjil 2 è più preciso del precedente, sfrutta le tecnologie gps, può essere lanciato in breve tempo e sembra essere il successore della serie Shahab. I modelli a propellente liquido più famosi ed importanti sono i sistemi noti come Shahab, una vera e propria “famiglia” di missili che rappresentano il fiore all’occhiello della produzione iraniana.

Il capostipite della serie è lo Shahab 1, progenitore del programma missilistico strategico di Tehran. Verso la metà degli anni Ottanta l’Iran acquisì alcuni SCUD B sovietici tramite la Libia e la Siria, ed anche tramite la Corea del Nord. Il sistema SCUD “is the AK-47 of the missile world: reliable, simple and ubiquitous” e perciò ben si prestava agli usi bellici immediati che interessavano il governo rivoluzionario.

Con una gittata fra i duecentottanta e i trecento chilometri, e capace di una testata di circa una tonnellata, i missili vennero testati nel corso del conflitto contro alcune città irachene. Altri missili vennero acquistati dalla Corea del Nord, e secondo alcune fonti, anche direttamente dall’Unione Sovietica, nonostante fra i due stati ci fosse già molto attrito. Sebbene il sistema fosse primordiale, fu il punto di partenza per una fortunata serie di missili che portarono lo stesso nome. Lo stadio successivo fu lo Shahab 2, realizzato fra il 1989 ed il 1990 con la fondamentale cooperazione nordcoreana concretatasi nell’invio degli elementi del missile a Tehran.

Altri missili vennero inviati in Siria, di cui una parte rimase nel paese mentre l’altra arrivò in Iran. Lo Shahab 2 è un sistema similare allo SCUD C ed allo Hwasong 6 e ha un raggio d’azione compreso fra i cinquecento ed i seicento chilometri ed un carico utile di circa settecento chilogrammi. Il suo successore è stato lo Shahab 3, divenuto la punta di lancia della missilistica di Tehran.

Questo sistema rappresenta un vero e proprio punto di svolta nella storia militare iraniana, perché ha aperto a Tehran la possibilità di costruire sistemi missilistici strategici: lo Shahab 3 ha infatti una gittata stimata fra i 1.300 ed i 1.600 chilometri, il che lo rende capace di colpire agevolmente tutti i paesi del Golfo Persico e Israele; il carico utile è di 1.200 chili.

In altre parole, secondo un’analisi del sito Nuclear Threat Initiative “first, its 1,300km range allows it to strike every important U.S. ally in the region (i.e., Israel, Saudi Arabia, and Turkey), southern Russia, and most of Afghanistan. Second, it was designed as a delivery system for WMD warheads”. Il missile iraniano è un adattamento del sistema nordocreano Nodong, nel quale anche l’Iran giocò un ruolo durante la fase di sviluppo, e che assorbì un lungo periodo degli anni novanta.

Nel 1998 vi fu il primo test dello Shahab 3, che però esplose in volo pochi minuti dopo essere stato lanciato: diversi analisti hanno obiettato che forse è stato fatto esplodere intenzionalmente. Nel corso degli anni successivi vi sono stati alcuni altri test del sistema: quello che ha destato più impressione nelle opinioni occidentali è stata l’esercitazione Great Prophet III, tenutasi nel luglio del 2008. L’esercitazione è consistita nel lancio di diversi missili Shahab 3, ed altri sistemi minori.

Le reazioni internazionali sono state tutte omogeneamente contrarie a tale sfoggio di forza, ed in sostanza hanno segnato il riconoscimento di una effettiva capacità missilistica di Tehran. Le stesse fonti governative hanno sostenuto che i loro attuali missili siano in grado di raggiungere i 2.000 chilometri di distanza; queste dichiarazioni hanno riacceso il dibattito sull’esistenza di modelli di Shahab 3 più avanzati, dotati di caratteristiche più efficienti.

Si tratta dei modelli Shahab 3b, Shahab 3c e Shahab 3d, i quali sarebbero versioni migliorate del sistema originario (definito Shahab 3a). Si conosce poco riguardo a questi nuovi missili, ma da alcune fonti sembra che lo Shahab 3b sia capace addirittura di un raggio d’azione di 2.500 chilometri. Alcune fonti israeliane, infine, riportano che l’Iran stia ipotizzando lo studio del modello Shahab 3d, derivando la tecnologia dal Taepodong nordcoreano; questo sistema sarebbe caratterizzato da una maggiore accuratezza e precisione rispetto agli altri modelli della serie.

Al momento lo Shahab 3 e le sue eventuali versioni parallele costituiscono la principale minaccia per le potenze occidentali, soprattutto se il regime di Tehran acquisirà un effettiva capacità nucleare. Lo sviluppo della serie Shahab non si è però fermata al terzo modello. Al momento è allo studio il modello Shahab 4, il quale utilizza la tecnologia del modello precedente ma con un incremento di gittata
(2.000 chilometri e forse più) con una capacità di carico di 1.400 chilogrammi.

Il progetto originario dello Shahab 4 è oggetto di due diverse ipotesi: secondo alcuni analisti la derivazione del è russa, secondo altri è invece una implementazione del modello Shahab 3 con alcuni aiuti pachistani. In ogni caso sembra che il quarto modello della serie Shahab sia dotato di una gittata maggiore dei precedenti ed anche di un margine di errore inferiore. Nonostante il silenzio che circonda il programma, sembra che nel 2006 siano stati testati alcuni modelli del nuovo missile; vi è anche chi sostiene che altri missili Shahab 4 siano stati lanciati nell’esercitazione del 2008.

Secondo un’analisi del sito Missile Threat, “at present the future of the Iranian missile program is uncertain, but the existence of these missiles proves that ballistic missiles are no longer the purview of first world nations. If the US and its allies are to remain safe they must deploy missile defense systems capable of undermining the effectiveness of these now ubiquitous offensive systems”.

I progetti Shahab 5 e Shahab 6 sono ancora in sviluppo, e rappresentano i principali programmi di aggiornamento e di ricerca del complesso militare iraniano. La volontà di raggiungere un’autonoma e piena capacità di creazione e dispiegamento dei missili è ormai un obiettivo politico di primo piano per l’establishment di Tehran; per questi motivi le notizie pubbliche sugli sviluppi della missilistica sono rare, e molto più spesso bisogna basarsi su informazioni dell’intelligence, com’è ovvio raramente confermate.

Il programma Shahab 5 è circondato da un alone di mistero; rispetto al suo predecessore sembra sia basato sula tecnologia nordcoreana del Taepodong, e, stando alle stime, dovrebbe essere in grado di portare un carco di quasi una tonnellata per 3.500 – 4.000 chilometri. Si comporrebbe di due o tre diversi stadi, il che può cambiare sensibilmente a gittata.

Un missile di tale capacità non solo permetterebbe all’asse Iran-Corea del Nord di sviluppare ulteriori sistemi a raggio ancora più lungo, ma porrebbe in serio rischio la sicurezza di un’area molto più vasta rispetto ai missili precedenti, aprendo le porte ad una piena ed effettiva capacità nucleare intercontinentale dei due paesi, cosa particolarmente sgradita alle grandi potenze. Ulteriori problemi li pone il programma più avanzato di cui al momento si sia a conoscenza, ovvero lo Shahab 6, un missile intercontinentale capace di ben 6.000 chilometri di gittata e una capacità di carico di 500-1.000 chilogrammi.

Le poche informazioni disponibili sembrano indicare in questo sistema una copia iraniana del missile Taepodong 2, con alcune migliorie che lo rendono più efficiente rispetto allo Shahab 5. Se già si conosce poco della quinta serie di Shahab, per quanto riguarda il sesto vi sono ancora meno informazioni.

In conclusione si può affermare che la capacità missilistica iraniana si è rapidamente evoluta non solo per mere necessità di difesa o di offesa a livello tattico, come è stato durante gli anni del conflitto, ma è giunta ad assumere un ruolo centrale nel processo di riposizionamento geopolitico del paese nel contesto centro-asiatico.

Dopo gli stentati inizi con i primi derivati dei missili SCUD, eliminata la minaccia irachena (che impegnava le esigue risorse missilistiche di Tehran) il governo ha avuto modo di incrementare le proprie competenze missilistiche, passando da vettori meramente tattici a quelli strategici. In questo processo di “autarchia missilistica”, tutto finalizzato ad acquisire una capacità nazionale in materia, si è rivelato di fondamentale importanza l’aiuto di Pyongyang, cosa che ha permesso alle diplomazie mondiali di additare la Corea del Nord come uno dei paesi maggiormente proliferatori del mondo.

L’esportazione di tecnologia sarebbe però stata vana se non vi fosse stata una precisa volontà iraniana di incrementare le proprie capacità missilistiche. Nel corso degli ultimi anni i passi avanti realizzati dalle industrie di Tehran sono stati più volte oggetto di roboanti proclami del presidente Ahmadinejad e dei principali vertici dell’elitè iraniana. Questi slogan e questa ostentazione di capacità missilistica, però, hanno avuto e stanno avendo ripercussioni sulla delicata e complessa situazione regionale in cui l’Iran è inserito.

Il contesto geopolitico

Può sembrare una banalità pensare che lo sforzo “muscolare” di Tehran sulle vicende nucleari e missilistiche sia solamente un modo di placare un’opinione pubblica delusa da trent’anni di rivoluzione e desiderosa di cambiamenti politici radicali. È certo che la politica di potenza perseguita da Tehran con i lanci di missile sia un potente alleato delle classi dirigenti per far apparire il paese come una potenza regionale affermata rispetto ad una “in potenza”: non si spiegherebbe, sennò, la abbondantissima serie di comunicati che seguono ogni singola esercitazione missilistica.

Il programma è saldamente nelle mani dell’articolazione più fedele del regime, e ad oggi gode della massima priorità e considerazione all’interno del paese. Questa apparente forza dell’Iran è sicuramente un buon modo per distogliere le masse da altre necessità più impellenti, come la richiesta delle riforme e la sostanziale crisi di legittimità del regime; allo stesso modo è strumentale per lanciare alcuni messaggi alle altre potenze nell’area, soprattutto agli stati Uniti.

Il contesto geopolitico in cui l’Iran è inserito è uno dei più complessi al mondo. Paesi di cultura araba si trovano a convivere con la piccola ma rilevante presenza israeliana; potenze nucleari come il Pakistan, quasi a rischio di collassare coesistono vicine a stati più stabili e progressisti (come la Giordania) o a dittature, come la Siria. Non va infine dimenticata la massiccia presenza americana (e, in generale, occidentale) situata attorno all’Iran e schierata militarmente sia in Iraq che in Afghanistan.

Soprattutto in quest’ultimo paese si sta svolgendo una missione Nato, cosa che aumenta ancora di più il numero dei contingenti militari lì presenti. Non può sfuggire, infine, la vasta presenza di altre nazioni nucleari che insistono nell’area, come la Russia, la Cina e l’India. Esse non confinano direttamente con l’Iran ma di sicuro non vedono di buon occhio la nascita di una “nuova” potenza così vicino alle proprie frontiere.


All’aspirazione di potenza convenzionale l’Iran inoltre sembra affiancare il desiderio di conseguire l’ambito status nucleare, cosa che potrebbe veramente destabilizzare l’intera area. Si tratterebbe comunque di uno status de facto, in quanto non vi è alcuna intenzione da parte delle potenze titolari dello status nucleare di concedere questo riconoscimento all’Iran. Se così fosse, verrebbe da chiedersi perché non riconoscerlo anche agli altri possessori di armi nucleari.

Ma, al di là delle questioni di diritto, l’impatto dell’eventuale armamento iraniano nel contesto mediorientale non potrebbe passare inosservato. Nel corso di questi anni il presidente Ahmadinejad ha ripetutamente annunciato che l’Iran ha conseguito un’autonoma capacità di arricchire l’uranio; per questo il governo di Tehran si è attirato gli strali dell’opinione pubblica internazionale, preoccupata del potenziale sviluppo di armi nucleari.

I molti dubbi che ad oggi circondano la capacità nucleare iraniana e il recente sviluppo di tecnologie missilistiche a lungo raggio hanno complicato ulteriormente la posizione di Tehran, resa già non semplice a causa del tono fortemente anti-occidentale unito alle recenti dichiarazioni del desiderio di far “scomparire” Israele dalla carta geografica.

Come noto, queste azioni e la retorica del regime riflettono pienamente la storia e la politica estere del regime rivoluzionario degli ayatollah: liquidarle come una semplice serie di boutade rischia di far giungere a conclusioni fortemente sbagliate. Come riporta una recente analisi di Stratfor “for most countries, the first geographical imperative is to maintain internal cohesion. For Iran, it is to maintain secure borders, then secure the country internally. Without secure borders, Iran would be vulnerable to foreign powers who would continually try to manipulate its internal dynamics, destabilize its ruling regime and then exploit the resulting openings”.

Da qui si origina l’attenzione che l’Iran dedica ai suoi vicini, e l’aspirazione ad essere una guida per la regione, a maggior ragione dopo che l’Iraq di Saddam Hussein è stato pesantemente ridimensionato. Come già affermato, “the creation of an Iranian nuclear program serves two functions. First, if successful, it further deters external threats. Second, simply having the program enhances Iranian power”: solo esaminando le mosse dell’Iran in questa chiave di lettura si può comprendere coma mai nell’area si stia giocando una partita decisiva sotto diversi profili.

La principale minaccia nella regione, manco farlo apposta, sono gli americani. La rivalità con gli Stati Uniti, dopo l’idillio dell’epoca dello Shah, è cosa nota. A seguito della rivoluzione del 1979 l’Iran ha dimostrato al resto del mondo che poteva percorrere una “terza via” fra i blocchi. La rivoluzione da movimento di popolo si è istituzionalizzata nel corso degli anni della guerra, anche però grazie al livore anti-Stati Uniti (il “Grande Satana”, come diceva l’ayatollah Khomeini), potente elemento nazionalista.

Geograficamente l’Iran si trova ad un’enorme distanza dagli Stati Uniti: però a partire dagli anni Novanta e con la fine dei blocchi la presenza americana nella regione mediorientale si è fatta sempre più presente e capillare. Tralasciando il legame ormai storico con Israele e l’Arabia Saudita (rapporto già più complesso) e il confine della Turchia sul fianco occidentale, la presenza americana si è fatta sentire con tutta la sua forza durante la conduzione della prima guerra del Golfo.

Dopo diversi mesi di guerra aerea in sole cento ore il regime di Saddam Hussein si era arreso alla coalizione alleata sostanzialmente comandata e gestita dagli americani. In questo modo un pericoloso nemico dell’Iran veniva ridimensionato dai suoi stessi ex-alleati. Dopo l’undici settembre del 2001 il fronte di combattimento si è poi spostato in Afghanistan; questo stato montagnoso condivide ben 936 chilometri di confine con l’Iran.

Dopo la caduta dei talebani a Kabul, l’Afghanistan in breve tempo è divenuto base principale delle operazioni americane e Nato contro la guerriglia ed i “santuari” del terrorismo quaedista. Allo stesso modo il vicino Pakistan (con cui l’Iran condivide altri 909 chilometri di frontiera) divenne un importante alleato americano per la guerra in Afghanistan. Nel 2002 con l’inclusione dell’Iran nell’“Axis of Evil”, in compagnia di Iraq e Corea del Nord, le preoccupazioni per un intervento diretto degli Stati Uniti nel paese sono aumentate.

L’accerchiamento iraniano si è poi stretto ulteriormente nel momento in cui gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iraq, conquistando i paese e tentando di stabilizzarlo. Con l’Iraq l’Iran condivide ben 1.458 chilometri di confine: e fu da lì che giunsero i sanguinosi attacchi che rischiarono di abbattere la rivoluzione durante il lungo conflitto del 1980-1988.

In fin dei conti la morsa americana sta circondando, direttamente o indirettamente i confini dell’Iran: come ricorda Romano “le due guerre americane degli scorsi anni hanno drammaticamente accorciato la distanza che separa il paese dagli Stati Uniti, ormai installati con i loro soldati sulle frontiere orientali ed occidentali”. Le armi di distruzione di massa possono anche servire a distogliere l’opinione pubblica dai problemi contingenti, ma anche a crearsi uno strumento di pressione contro i possibili attacchi americani.

L’atavico nemico dell’Iran, almeno ai fini propagandistici, è tradizionalmente Israele. Alleato degli Stati Uniti da sempre e unica presenza ebraica in un contesto prevalentemente mussulmano, il piccolo stato nato nel 1948 ha da subito dovuto puntare sulla massima efficienza militare per evitare di essere schiacciato dai belligeranti vicini, tutti più estesi e più popolosi.

Ad oggi “Israel has not confirmed that it has nuclear weapons and officially maintains that it will not be the first country to introduce nuclear weapons into the Middle East. Yet the existence of Israeli nuclear weapons is a “public secret” by now due to the declassification of large numbers of formerly highly classified US government documents which show that the United States by 1975 was convinced that Israel had nuclear weapons”.

Ad ogni modo, riporta la BBC, “Israel has never officially admitted having nuclear weapons, but is widely recognised to possess a significant arsenal. There are estimates it has between 75 and 200 nuclear warheads”. Il governo di Tel Aviv in ogni caso non ha sottoscritto il trattato NPT, e ad oggi è ritenuto, insieme a Pakistan, India e Corea del Nord, come un membro del “club nucleare”.

La necessità di difendersi dai bellicosi avversari regionali con ogni mezzo possibile non solo ha condizionato gli sviluppi militari convenzionali, ma ha anche fatto intraprendere ad Israele una comoda “zona d’ombra” in merito alle armi nucleari che si è rivelato un buon deterrente. Il mistero che circonda il nucleare israeliano è sfruttato apposta dai dirigenti di Tel Aviv per poter giocare, in caso estremo, un’ultima carta. Inoltre Israele non ebbe esitazioni a colpire con un raid aereo l’Iraq di Saddam Hussein quando ebbe il sospetto che il dittatore stesse realizzando combustibile nucleare.

Come molte operazioni speciali israeliane, l’attacco di Osirak è rimasto storico: il 7 giugno 1981 un “commando” di alcuni aerei F15 ed F16 israeliani a sorpresa si diresse in Iraq, distrusse l’impianto nucleare di Osirak e ritornò in patria. Era un chiaro messaggio che Israele non avrebbe in alcun modo tollerato dei vicini “nucleari”.

La retorica profondamente anti-israeliana di Ahmadinejad ha già esacerbato gli animi delle opinioni pubbliche dei due paesi: espressioni come quelle legate alla “cancellazione” di Israele non hanno sicuramente contribuito a creare un clima più disteso fra le parti. La preoccupazione israeliana di veder sorgere un vicino dotato di armi nucleari è notevole: durante ogni recente attività missilistica iraniana (così come in quelle legate all’arricchimento dell’uranio od alla costruzione di nuove centrali) non sono mai mancate le ferme condanne israeliane alle politiche di Tehran.

Lo stesso Israele tiene sempre aggiornati dei piani d’attacco all’Iran, in risposta ai quali Tehran ha sempre affermato di essere pronta. La situazione difficilmente si potrà risolvere nel breve periodo, almeno finchè non si abbassano i toni fra i due stati. È certo che agitare l’antiebraismo nel mondo arabo paga, se non altro dal punto di vista dell’immagine: inoltre l’Iran finanzia a piene mani due movimenti ugualmente impegnati nella lotta contro Israele, cioè Hezbollah (movimento sciita) ed Hamas (movimento sunnita), che rispettivamente insidiano Israele da nord e da sud.

Finché non si comporranno tutte queste diverse tessere, sarà difficile ricomporre il mosaico della pace in medio oriente. La possibilità di dotarsi di armi nucleari, che ingigantirebbe il prestigio di Tehran in modo notevole, potrebbe destabilizzare in modo irreparabile gli equilibri israeliani aumentando la paura di Tel Aviv, che in quel caso potrebbe considerare l’opzione militare come una soluzione costosa ma necessaria. È chiaro che se quest’ipotesi andasse in porto, le conseguenze nella regione sarebbero tragiche.

L’Afghanistan e l’Iraq al momento sono in condizioni di debolezza tali da non costituire una minaccia per Tehran. Certo è che essi sono situati in posizione perfettamente opposta rispetto ai confini iraniani: in caso di attacco militare convenzionale, essi costituirebbero due buone teste di ponte per invadere l’Iran. Non va dimenticato che ormai questi due stati sono pesantemente presidiati da truppe occidentali; la nuova strategia americana, che punta a rinforzare il contingente in Afghanistan con altri 30.000 soldati di certo non piacerà al regime degli Ayatollah, che hanno già potuto sperimentare sulla propria pelle cosa e quanto costasse essere coinvolti in un conflitto convenzionale.

Se gli Stati Uniti prendessero in seria considerazione un intervento militare (cosa, al momento, poco probabile) di certo trovarsi alle frontiere dei grossi corpi d’armata americani già schierati e radicati sul territorio non sarebbe di certo una bella prospettiva per l’Iran, il cui strumento militare soffre di una certa obsolescenza e di alcune disfunzioni a livello di comando e controllo fra i pasdaran e le forze militari ordinarie.

In caso di attacco americano, però, il nazionalismo iraniano potrebbe trovare un elemento di aggregazione nazionale contro il “Grande Satana”, cosa che potrebbe rinsaldare la nazione attorno al presidente ed alla Guida Suprema. Un finale elemento scomodo presso le frontiere iraniane è il Pakistan, il quale non solo è dotato di un piccolo arsenale nucleare, ma al momento è l’ennesimo alleato americano nell’area.

Tuttavia, stanti le complesse vicende di politica interna che coinvolgono il governo di Islamabad, probabilmente è difficile ipotizzare alcun tipo di contrasto con Tehran; rimane comunque il fatto che l’Iran non può che percepire come parte dell’accerchiamento anche questo stato arabo.

Le armi di distruzione di massa e alcune ipotesi di risposta

Le minacce inerenti le armi di distruzione di massa non giungono solamente da attori statali. Per quanto la proliferazione negli stati sia preoccupante, ancora di più lo è quella che viene da soggetti sub statali, che sfuggono alle tradizionali articolazioni del potere politico internazionale. L’emergere di network terroristi transnazionali così come di fenomeni di crimine organizzato non sono di certo delle novità.

Durante gli anni del bipolarismo il terrorismo è sempre stato un elemento presente a fianco del confronto convenzionale delle superpotenze. Non sono mancate effettive “sponsorizzazioni” ai gruppi terroristici, sempre con la prospettiva che essi erano dei “liberatori” che combattevano contro il “tiranno” di turno. Queste giustificazioni hanno permesso, in modo più o meno occulto, il sovvenzionamento di gruppi ed organizzazioni che hanno agito con modalità ed azioni di tipo terroristico, destabilizzante o addirittura rivoluzionario.

Gli esiti sono stati diversi a seconda dei luoghi e dei contesti; in ogni modo l’agevolazione o l’istigazione di fenomeni eversivi è stata una costante nel corso della Guerra Fredda, una sorta di guerra parallela che si è combattuta con mezzi non convenzionali e che permetteva di rinvigorire l’immagine delle superpotenze come simpatizzanti di gruppi che combattevano per la libertà, la giustizia o, in generale, un avvenire più equo e felice.

Al di là della componente ideologica, che comunque svolgeva un ruolo principale per il terrorismo “sponsorizzato”, il terrorismo è stato una variabile rilevante nella storia politica degli ultimi cinquant’anni. A fianco vi sono stati altri fenomeni slegati dal contesto bipolare. È il caso della resistenza afghana all’invasione russa, nata sotto gli auspici di una guerra contro “gli infedeli” (russi) e successivamente “adottata” dagli Stati Uniti.

Infine non sono mancati terroristi “indipendenti”, cioè slegati dal confronto bipolare. Tuttavia nel corso di queste guerriglie “per procura” non sono state utilizzate armi di distruzione di massa, se non da parte di soggetti terzi al confronto fra le superpotenze. La fine della Guerra Fredda ha visto poi assurgere il terrorismo a minaccia universale, indicato al mondo come nuova piaga da estirpare ovunque si trovi.

Dalla simmetria dei blocchi agli scenari asimmetrici

Durante l’epoca del confronto bipolare, ogni singola azione orchestrata dai gruppi terroristici simpatizzanti delle superpotenze era costantemente pianificata, e si svolgeva in un disegno politico più o meno preciso, ma comunque riconducibile ai disegni delle nazioni “sponsor”. Formazioni come la RAF in Germania o i Contras in Nicaragua sono due semplici esempi di gruppi paramilitari legati e finanziati dalle superpotenze o dai loro emissari, e pertanto rispondenti ai dettami provenienti dalle rispettive capitali.

La mancata risoluzione del problema palestinese e i sommovimenti politici della Libia e dell’Iran hanno poi creato un nuovo filone di terrorismo diverso o comunque parallelo a quello ideologico: era l’inizio di un terrorismo di ispirazione religiosa estremista, noto nel dibattito attuale come “fondamentalista”. Il fondamentalismo è riuscito a resistere alle rivoluzioni che nel 1989 fecero implodere il sistema comunista; dal crollo delle ideologie si sono salvati solo pochi gruppi “di sinistra”, mentre invece il fattore religioso assurgeva sempre più agli onori delle cronache.

Dopo una serie di attacchi contro installazioni americane come navi, ambasciate ed una bomba nei sotterranei delle Twin Towers (1993) l’undici settembre del 2001 il mondo potè assistere in diretta ad uno dei più importanti fenomeni mediatici che la storia ricordi: l’attacco simultaneo a Washington e a New York condotto da una sparuta pattuglia, appunto, di “terroristi”. Da quel momento la Global war on terror è divenuta l’immediata risposta degli Stati Uniti al dilagare del “nuovo” fenomeno.

La fine delle “eleganti certezze bipolari” unite alla sempre maggiore evoluzione delle tecnologie ha permesso al terrorismo di divenire una realtà complessa e sempre più integrata. Al pari di fenomeni civili e leciti come i trasporti, la logistica, l’informatica e via discorrendo, anche le reti terroristiche si sono evolute e oggi rappresentano una sfida importante e attuale per la comunità internazionale.

Approfittando della fine degli equilibri bipolari, oggi è più semplice per le strutture sub statali conseguire i propri scopi rispetto a quanto poteva avvenire solo pochi anni fa: “i gradi di flessibilità internazionale, e quindi anche la libertà d’azione degli attori, crescono in sistemi multipolari e omogenei e decrescono in sistemi bipolari e disomogenei”.

La minaccia di uso di armi di distruzione di massa da parte di gruppi terroristici sembra una delle incognite attuali più spaventose per le società occidentali, perché “i mezzi di distruzione di massa stanno diventando accessibili a gruppi sempre più ridotti di persone”. Sinora i principali attacchi si sono verificati senza armi di distruzione di massa, ma casi come quello di Tokyo sono indicativi di come non si possa non considerare ipotesi di questo tipo.

È chiaro che la flessibilità delle organizzazioni potenzialmente impegnate in questo tipo di azioni non favorisce la loro rintracciabilità; reagire a questa nuova minaccia richiede una maggior convergenza fra il mondo della difesa e quello della sicurezza, tanto a livello nazionale che sovranazionale. Qui si esamineranno due ipotesi di contrasto.

Il caso italiano: il ruolo dell’intelligence

nel contrasto alle armi di distruzione di massa

Come ricorda Umana in una pubblicazione del 2003, “a partire dalla seconda metà degli anni ’80 gli apparati di sicurezza italiani rilevarono sostanziali mutamenti nel settore del traffico di armamenti e di tecnologie avanzate ed in quello della proliferazione delle armi di distruzione di massa”. Con il declinare della minaccia sovietica il quadro geopolitico mondiale non si è avviato verso una maggior pacificazione, ma anzi, vi era già attenzione ai desideri di dotarsi di armi di distruzione di massa da parte di paesi del terzo mondo.

Nel corso di questi anni, nei quali sul suolo italiano non si sono prodotti attacchi con armi di distruzione di massa, l’allerta ed il controllo delle minacce NBCR è stata perseguita in diversi modi: si sono tenuti sotto controllo gli ambiti regionali in cui vi erano stati intenzionati ad acquisire capacità non NBCR ma anche si sono tenuti sotto controlli le esportazioni di tecnologie cosiddette dual use, cioè capaci di usi sia civili che militari. Come ricorda Dottori “in questo caso l’attività informativa può contribuire a scongiurare il materializzarsi di un grave fattore di pericolo per la stessa sicurezza militare dello Stato”.

Nonostante la scarsità di informazioni disponibili al riguardo, è noto che il sistema dell’intelligence italiana (al pari di quelli degli altri paesi) segue da vicino la questione della contropoliferazione, cioè il contrasto alla diffusione di materiali strategici. Questa missione è stata istituzionalmente affidata all’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna), diretta erede del SISMI.

L’articolo sei comma 1 della l. 124/2007 affida all’AISE il “compito di ricercare ed elaborare nei settori di competenza tutte le informazioni utili alla difesa dell’indipendenza, dell’integrità e della sicurezza della Repubblica, anche in attuazione di accordi internazionali, dalle minacce provenienti dall’estero” affidando all’agenzia anche “le attività in materia di controproliferazione concernenti i materiali strategici”.

Nell’ultima relazione annuale presentata al Parlamento del 2008 questa attività è indicata come “uno degli obiettivi informativi prioritari dell’AISE, che dedica alla tematica un’apposita struttura”. Nel corso dell’ultimo anno – prosegue la relazione –  sono stati tenuti sotto controllo:

  • -I potenziali siti di interesse dei paesi a rischio;
  • · I programmi di ricerca, sviluppo, produzione ed acquisizione di armamenti non convenzionali condotti da tali paesi;
  • · L’attivismo delle connesse reti di procurement;
  • · I settori strategici, le tecnologie critiche e i trasferimenti di materiale dual use.

L’attenzione della relazione si sofferma, a diverso titolo, su alcuni stati, quali l’Iran, la Siria, il Pakistan e la Corea del Nord, inquadrando sinteticamente i motivi per i quali sono stati tenuti d’occhio con particolare attenzione. Il resto delle informazioni attualmente pubblicate al riguardo sono pochissime.

Si può concludere che, dal punto di vista preventivo, l’attenzione sulle armi di distruzione di massa conferma un interesse dell’agenzie che è risalente nel tempo, come ha già notato Umana. Non vanno infine trascurate le collaborazioni informative con le altre Istituzioni che si occupano di sicurezza in Italia ed i costanti rapporti con i Servizi esteri, per quanto possibili. Minacce globali come quella delle armi di distruzione di massa non possono che favorire sempre più (salvi i dovuti limiti) l’osmosi informativa finalizzata alla prevenzione, al contrasto ed alla repressione di eventuali attacchi NBCR.

La scuola interforze per la difesa NBC

Il contrasto alle armi NBC è seguito, dal punto di vista operativo, dalla “Scuola interforze per la difesa NBC”, istituto che di pende da Stato Maggiore Difesa e che, per l’appunto, è interforze. Le problematiche NBC erano prerogative delle singole forze armate fino al primo marzo 1999, anno in cui si è deciso di concentrare la formazione NBC nell’ambito di un unico polo.

Come ricorda il ministero della Difesa, “La Scuola Interforze per la Difesa NBC”  ha assunto le funzioni di “Polo Interforze per la Difesa Nucleare Biologica Chimica”, ed ha ricevuto nuovi compiti istituzionali tra i quali quello di redigere e diramare, dopo l’approvazione dell’Ispettorato delle Armi dell’Esercito, le pubblicazioni dottrinali afferenti alla specifica materia. I contenuti dottrinali di tali pubblicazioni recepiscono le direttive emanate dalla NATO e i successivi indirizzi di Forza Armata”.

La Grande guerra aveva dimostrato come fosse necessario considerare militarmente possibile l’utilizzo di armi chimiche. Per questo il primo luglio 1923 fu istituito il Servizio Chimico Militare e, nello stesso anno, un Reparto Chimico, due anni dopo trasformatosi in reggimento. Dopo la Seconda guerra mondiale venne creato (1953) da parte di Stato Maggiore Esercito una “Scuola Unica Interforze Armate per la Difesa Atomica, Batteriologica e Chimica” a Roma, e compiti di formazione ed addestramento nel settore ABC.

Nel marzo del 1956 il nome mutò in “Scuola Unica Interforze Armate per la Difesa Atomica, Biologica, Chimica” per divenire, nel 1970, “Scuola Unica Interforze per la Difesa Atomica, Biologica e Chimica” ed infine, il 1° febbraio 1977 “Scuola Unica Interforze per la Difesa Nucleare, Biologica, Chimica”.

A fianco dell’istituzione della scuola venne poi creata prima una compagnia sperimentale ABC, divenuta poi Battaglione Difesa NBC (1967) e, di seguito, nel 1976, 1° Battaglione NBC Etruria, ereditando Bandiera e tradizioni del precedente Reggimento Chimico. Infine “dal 1° marzo 1999 la Scuola è assurta al rango di“Polo Interforze per la Difesa NBC””. La scuola permette di curare tutte le attività addestrative che coinvolgono il settore NBC, “per una più completa e realistica preparazione dalle unità delle Forze Armate”.

Il ruolo della Nato

Il contrasto alle armi di distruzione di massa non avviene solo a livello nazionale; vi sono dei naturali collegamenti, anche informativi, a livello internazionale, e, nel caso della Nato, un apposito approccio alle armi di distruzione di massa. La trasformazione dell’Alleanza Atlantica dopo la fine della Guerra fredda non poteva tralasciare questo settore di competizione.

Come ricorda la Nato in un recente documento, “weapons of mass destruction pose serious risks and challenges to the Alliance and to international security. A primary aim of the Alliance is to prevent the proliferation of these weapons or, should proliferation occur, to reverse it through diplomatic means. The Allies have taken a comprehensive set of practical initiatives to defend their populations, territory and forces against potential WMD threats”.

È chiaro che un’alleanza come la Nato non poteva permettersi di sottovalutare la minaccia. Al Washington summit del 1999 venne presentata la Weapons of Mass Destruction Initiative (WMDI), “designed to promote understanding of WMD issues, develop ways of responding to them, improve intelligence and information sharing, enhance existing Allied military readiness to operate in a WMD environment and counter threats posed by these weapons”.

L’anno dopo, presso il Nato Headquarter, venne creato il WMD Centre, con lo scopo di coordinare le iniziative nel settore. Di seguito, nel 2002, a seguito del Summit di Praga, venne approvato il Prague Capabilities Commitment (PCC), che prevedeva interventi in tutta una serie di settori fra cui le armi di distruzione di massa. Pensando che la minaccia terroristica si poteva anche manifestare con questo tipo di mezzi, le iniziative adottate determinarono:

  • La creazione di un Joint Assessment Team che possa valutare e consigliare i comandanti Nato sugli effetti di un evento NBC;
  • Un deployable analytical laboratory trasportabile rapidamente in teatro per raccogliere ed analizzare campioni per l’identificazione di agenti NBCR;
  • Una difesa NBC condivisa fra i membri dell’Alleanza;
  • Un migliore addestramento NBC;
  • Un sistema di sorveglianza delle malattie per facilitare la raccolta di informazioni, combinarle e allertare la Nato in caso di eventi biologici anomali.

A lato di queste attività la Nato ha proseguito le sue attività con momenti di formazione e standardizzazione delle tecnologie e dei materiali, in modo da garantire alle truppe dell’Alleanza la piena interoperabilità. Nel 2004 è stato creato creato un Multinational Chemical Biological Radiologial Nuclear (CBRN) Defence Battalion, che è stato dichiarato “fully operational” al summit di Istanbul nel giugno del 2004, seguito poi dalla creazione di una Combined Joined CBRN Defence Task Force “esigned to respond to and manage the consequences of the release of any CBRN agent”.

Questa Task force opera in contatto con la Nato Response Force, e di norma è guidata da una nazione alleata, a rotazione, per la durata di sei mesi. Questa struttura NBCR è destinata a reagire velocemente ad ogni tipo di crisi che possa fronteggiare l’Alleanza, sia a livello di missioni che nel caso di assistenza civile. Il summit di Riga del 2006, approvando la Comprehensive political guidnce (CPG) “analyses the probable future security environment, but acknowledges the possibility of unpredictable events”, indicando fra le sfide, i rischi e le minacce da fronteggiare anche la proliferazione della armi di distruzione di massa.

Di seguito, nel 2007, è stato poi creato il Joint Centre of Excellence on CBRN Defence (JCRBN Defence COE) a Vyskov, in Repubblica ceca, con lo scopo di offrire competenze ed esperienze a beneficio dell’Alleanza. Lo scopo del COE è:

  • Provide advice in all CBRN defence related areas;
  • Develop CBRN defence doctrines, standards, knowledge to support improvement of interoperability and capabilities;
  • Provide opportunities to enhance education and training;
  • Contribute to the relevant lessons learned processes;
  • Within a PoW approved by the SC, assist NATO, SNs and other international institutions/organisations in their CBRN defence related efforts, including validation through experimentation.

Il JCRBN COE è sostenuto da Repubblica Ceca, Germania, Grecia, Italia, Slovacchia, Romania, Slovenia, Polonia e Regno Unito. La nato infine si occupa anche di disarmo, controllo delle armi ed antiproliferazione, nonchè di difesa missilistica.

Conclusione

La minaccia delle armi di distruzione di massa è oggi un pericolo concreto che i decisori politici, militari e di sicurezza non possono permettersi di trascurare. In un mondo che ha perso la rigidità degli anni della Guerra fredda nuovi interrogativi si affacciano sulla scena mondiale. Gruppi substatali si muovono anche nell’ombra delle società “evolute” e, sfruttando le tecnologie dell’Occidente che deprecano, possono acquisire capacità belliche NBC non indifferenti.

La letteratura americana, molto copiosa sull’argomento, non esita a ricordare questa possibilità, forse enfatizzandola troppo. Certo è che alcuni episodi, come Tokyo o il caso dell’antrace hanno messo in allarme la comunità mondiale. In un mondo sempre più piccolo e, come direbbe Bauman, “liquido”, lo spazio sembra non contare più. Si sprecano le opere che trattano la fine dello Stato, la fine della sovranità, l’ordine post-westfaliano.

Negare questa tendenza sarebbe presuntuoso e forse utopico. Ma avvallare appieno questa tesi mancherebbe di realismo. La fine della guerra fredda ha rifatto emergere il nazionalismo, le dispute tribali ed etniche, il problema dei confini e del controllo del territorio: in altre parole è riemerso, appunto, il territorio, inteso come “uno spazio segnato dalle creazioni e dai vissuti umani. La territorialità corrisponde all’insieme delle relazioni che consentono ai diversi gruppi di far valere i propri interessi nello spazio”.

In tema di armi di distruzione di massa questa tendenza si legge bene nelle ultime vicende. Alcuni stati mondiali, come l’Iran, il Pakistan, la corea del Nord sono oggi aree centrali attorno alle quali altri attori, regionali e non, si concentrano. A volte solo con la forza dell’economia, a volte con gli strumenti militari, attorno al territorio di questi stati si scatenano dispute, attenzioni e pressioni. E i protagonisti di queste dinamiche sono proprio quegli stati che tutti stanno dando come agonizzanti.

I loro comportamenti agitano tutte le diplomazie, i loro sistemi missilistici obbligano gli esperti di balistica a calcolare distanze e gittate, e, grazie ai vettori strategici, divengono pericolosi vicini anche per i paesi più lontani. Comprendere il mondo delle armi di distruzione di massa non può limitarsi quindi alla sola dimensione militare o di homeland security; l’approccio geografico rimane essenziale per capire come i territori reagiscano alle spinte che giungono dagli attori vicini, e come queste spinte successivamente modifichino i contesti.

Infine la crescita delle armi di distruzione di massa (o il loro rischio di crescita) modifica la centralità delle aree geografiche, ridisegnando l’assetto centro-periferia. Anche in questo caso la percezione soggettiva dei governi contribuisce a plasmare, sulla base dei problemi dei territori, l’agenda della politica estera. Stati fino a ieri considerati secondari oggi sono al primo posto nelle attenzione di alcuni
governi ed anche dell’Onu.

Il mondo della armi di distruzione di massa rimane un settore fluido, almeno finché non si addiverrà ad una sua normazione completa, cosa che richiederà ancora abbastanza tempo, e sempreché non si scatenino “corse al riarmo” in certe parti della Terra. Quest’ipotesi sarebbe deleteria e segnerebbe un vistoso passo indietro dopo anni di lenti ma costanti passi avanti per avere un mondo un po’ più sicuro.

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 48

a cura di Cornelio Galas

Una chiesa ortodossa in Russia nell’estate 1941

Danni dei bombardamenti in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Danni dei bombardamenti in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Danni dei bombardamenti in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Danni dei bombardamenti in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Danni dei bombardamenti in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Danni dei bombardamenti in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Danni dei bombardamenti in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Autocolonna in marcia oltre il confine russo nell’estate 1941

Autocolonna in marcia oltre il confine russo nell’estate 1941

Entrata di un edificio di un villaggio della Russia nell’estate 1941

Donna con due bambini di un villaggio della Russia nell’estate 1941

Gruppo di donne di un villaggio della Russia nell’estate 1941

Autocolonna in marcia oltre il confine russo nell’estate 1941

Entrata di un edificio di un villaggio della Russia nell’estate 1941

Danni dei bombardamenti in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Danni dei bombardamenti in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Danni dei bombardamenti in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Bersaglieri con l’artiglieria da campagna in avanzata oltre il confine russo nell’estate 1941

Bersaglieri con l’artiglieria da campagna in avanzata oltre il confine russo nell’estate 1941

Bersaglieri con l’artiglieria da campagna in Russia nell’estate 1941

Bersaglieri con l’artiglieria da campagna in Russia nell’estate 1941

Bersaglieri con l’artiglieria da campagna in Russia nell’estate 1941

Bersaglieri con l’artiglieria da campagna in marcia oltre il confine russo nell’estate 1941

Una truppa sfila in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Una truppa sfila in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Una truppa sfila in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Una truppa sfila in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Parata di una banda militare in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Soldati e un cineoperatore in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Cineoperatore in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Una truppa sfila in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Una truppa sfila in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Parata e decorazione di soldati tedeschi in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Parata e decorazione di soldati tedeschi in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Militari davanti un ristorante di un centro abitato russo nell’estate 1941

Autocolonna di bersaglieri in marcia oltre il confine russo nell’estate 1941

Milite della divisione “Torino” a cavallo nell’estate 1941

La divisione “Torino” in marcia con i muli nell’estate 1941

Accampamento della divisione “Torino” nell’estate 1941

Accampamento della divisione “Torino” nell’estate 1941

Accampamento della divisione “Torino” nell’estate 1941

Accampamento della divisione “Torino” nell’estate 1941

Accampamento della divisione “Torino” nell’estate 1941

Accampamento della divisione “Torino” nell’estate 1941

Accampamento della divisione “Torino” nell’estate 1941

Accampamento della divisione “Torino” nell’estate 1941

Gruppo di prigionieri russi nell’estate 1941

Operaie ed operai rumeni al lavoro nell’estate 1941

Interno di una chiesa ortodossa in Romania nell’estate 1941

Interno di una chiesa ortodossa in Romania nell’estate 1941

Mercato della lana in Romania nell’estate 1941

Due rumeni nel costume tipico nell’estate 1941

Il comandante Manutti che ha affondato con la torpediniera “Sirio” un sommergibile nemico al largo di capo Colonna

Il cacciatorpediniere del tipo “Keith” silurato da apparecchi dell’aviazione italiana nel Mediterraneo orientale nel luglio del 1940

Aerei in volo durante un combattimento nell’estate 1941

Aereo in volo durante un combattimento nell’estate 1941

Aereo in volo durante un combattimento nell’estate 1941

Danni subiti dall’incrociatore “York” alla baia di Suda a Creta nell’estate 1941

Danni subiti dall’incrociatore “York” alla baia di Suda a Creta nell’estate 1941

Danni subiti dall’incrociatore “York” alla baia di Suda a Creta nell’estate 1941

Danni subiti dall’incrociatore “York” alla baia di Suda a Creta nell’estate 1941

L’incrociatore “York” semiaffondato alla baia di Suda a Creta nell’estate 1941

Danni subiti dall’incrociatore “York” alla baia di Suda a Creta nell’estate 1941

Danni subiti dall’incrociatore “York” alla baia di Suda a Creta nell’estate 1941

Danni subiti dall’incrociatore “York” alla baia di Suda a Creta nell’estate 1941

Veduta dell’incrociatore “York” nella baia di Suda a Creta nell’estate 1941

Veduta dell’incrociatore “York” nella baia di Suda a Creta nell’estate 1941

Navi alla fonda nella baia di Suda a Creta nell’estate 1941

Veduta del porto di Suda a Creta nell’estate 1941

Ufficiali della marina e dell’aeronautica studiano le carte a Creta nell’estate 1941

Militare della marina osserva un ordigno esploso a Creta nell’estate 1941

Cannone al porto di Suda a Creta nell’estate 1941

Marinaio tedesco a Creta nell’estate 1941

Ufficiali della marina su un’imbarcazione tedesca a Creta nell’estate 1941

Imbarcazione tedesca in navigazione nella baia di Suda a Creta nell’estate 1941

Bandiera del reich al porto di Suda a Creta nell’estate 1941

Postazione militare tedesca al porto di Suda a Creta nell’estate 1941

Effetti di bombardamento compiuti da bombardieri italiani e tedeschi a La Canea a Creta nell’estate 1941

Effetti di bombardamento compiuti da bombardieri italiani e tedeschi a La Canea a Creta nell’estate 1941

Effetti di bombardamento compiuti da bombardieri italiani e tedeschi a La Canea a Creta nell’estate 1941

Effetti di bombardamento compiuti da bombardieri italiani e tedeschi a La Canea a Creta nell’estate 1941

Effetti di bombardamento compiuti da bombardieri italiani e tedeschi a La Canea a Creta nell’estate 1941

Effetti di bombardamento compiuti da bombardieri italiani e tedeschi a La Canea a Creta nell’estate 1941

Effetti di bombardamento compiuti da bombardieri italiani e tedeschi a La Canea a Creta nell’estate 1941

Effetti di bombardamento compiuti da bombardieri italiani e tedeschi a La Canea a Creta nell’estate 1941

Effetti di bombardamento compiuti da bombardieri italiani e tedeschi a La Canea a Creta nell’estate 1941

Effetti di bombardamento compiuti da bombardieri italiani e tedeschi a La Canea a Creta nell’estate 1941

Effetti di bombardamento compiuti da bombardieri italiani e tedeschi a La Canea a Creta nell’estate 1941

Effetti di bombardamento compiuti da bombardieri italiani e tedeschi a La Canea a Creta nell’estate 1941

Marinai su un sommergibile di ritorno da una missione con ferito a bordo nell’estate 1941

Ritorno di un sommergibile da una missione con ferito a bordo nell’estate 1941

Marinai su un sommergibile di ritorno da una missione con ferito a bordo nell’estate 1941

Sbarco di un ferito da un sommergibile di ritorno da una missione nell’estate 1941

Marinaio su un sommergibile di ritorno da una missione con ferito a bordo riceve la posta nell’estate 1941

Marinai su un sommergibile di ritorno da una missione con ferito a bordo ricevono la posta nell’estate 1941

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 47

a cura di Cornelio Galas

Militari in un posto di ristoro alla stazione di Budapest nell’estate 1941

Militari alla stazione di Budapest nell’estate 1941

Truppe italiane in un posto di ristoro alla stazione Budapest nell’estate 1941

Truppe italiane in un posto di ristoro alla stazione Budapest nell’estate 1941

Militare in un posto di ristoro alla stazione Budapest nell’estate 1941

Truppe italiane in un posto di ristoro alla stazione Budapest nell’estate 1941

Militari alla stazione Budapest nell’estate 1941

Militari alla stazione Budapest nell’estate 1941

Convoglio militare alla stazione Budapest nell’estate 1941

Militari su un treno in partenza dalla stazione Budapest nell’estate 1941

Militari su un treno in partenza dalla stazione Budapest nell’estate 1941

Truppa alla stazione Budapest nell’estate 1941

Apparecchio nemico in fiamme sul fronte di Sollum nell’estate 1941

Apparecchio nemico in fiamme sul fronte di Sollum nell’estate 1941

Apparecchio nemico in fiamme sul fronte di Sollum nell’estate 1941

Apparecchio nemico in fiamme sul fronte di Sollum nell’estate 1941

Incontro con ufficiali romeni e ungheresi in terra di Dacia nell’estate 1941

Incontro con ufficiali romeni e ungheresi in terra di Dacia nell’estate 1941

Civili leggono un manifesto in cirillico con elencati undici punti nell’estate 1941

Postazione di artiglieria contraerea nell’estate 1941

Postazione di artiglieria contraerea nell’estate 1941

Postazione di artiglieria contraerea nell’estate 1941

Postazione di artiglieria contraerea nell’estate 1941

Postazione di artiglieria contraerea nell’estate 1941

Postazione di artiglieria contraerea nell’estate 1941

Gruppo di artiglieri in pausa nell’estate 1941

Prigionieri russi nell’estate 1941

Prigionieri russi nell’estate 1941

Prigionieri russi nell’estate 1941

Prigionieri russi nell’estate 1941

Prigionieri russi nell’estate 1941

Pescatori di Rodi nell’estate 1941

Idrovolanti al porto di Rodi nell’estate 1941

Pescatori di Rodi nell’estate 1941

Particolare di un apparecchio nell’estate 1941

Rifornimento di carburante e revisione ad aerei in un campo di aviazione nell’estate 1941

Rifornimento di carburante ad un aereo in un campo di aviazione nell’estate 1941

Aereo in un campo di aviazione nell’estate 1941

Veduta del territorio e di altre due unità da un aereo in volo nell’estate 1941

Partenza di un caccia su allarme nell’estate 1941

Aereo nemico distrutto nell’estate 1941

Aereo nemico distrutto nell’estate 1941

Aereo nemico distrutto nell’estate 1941

Aereo nemico distrutto nell’estate 1941

Aereo nemico distrutto nell’estate 1941

Aereo nemico distrutto nell’estate 1941

Rifornimento di bombe ad un aereo in un campo di aviazione nell’estate 1941

Rifornimento di bombe ad un aereo in un campo di aviazione nell’estate 1941

Gruppo di militari tra cui il consigliere nazionale Alessandro Melchiori e il federale della divisione celere “Brescia” nell’estate 1941

Il consigliere nazionale Alessandro Melchiori consegna i doni del partito ai combattenti in prima linea nell’estate 1941

Il consigliere nazionale Alessandro Melchiori consegna i doni del partito ai combattenti in prima linea nell’estate 1941

Postazione di artiglieria nell’estate 1941

Gruppo di militari tra cui il consigliere nazionale Alessandro Melchiori e il federale della divisione celere “Brescia” nell’estate 1941

Furgone dell’Istituto LUCE nell’estate 1941

Postazione di artiglieria in azione nell’estate 1941

Postazione di artiglieria in azione nell’estate 1941

Postazione di artiglieria in azione nell’estate 1941

Soldato nell’estate 1941

Mietitura del grano in Libia nell’estate 1941 tra una battaglia e l’altra

Mietitura del grano in Libia nell’estate 1941 tra una battaglia e l’altra

Mietitura del grano in Libia nell’estate 1941 tra una battaglia e l’altra

Militare in un gruppo di civili della colonia agricola Oberdan nell’estate 1941

Militare con una ragazza della colonia agricola Oberdan nell’estate 1941

Due anziani della colonia agricola Oberdan nell’estate 1941

Gruppo di civili della colonia agricola Oberdan nell’estate 1941

Militare con una ragazza della colonia agricola Oberdan nell’estate 1941

Piazza di un centro abitato (forse la colonia agricola Oberdan) in Libia affollata di civili nell’estate 1941

Militare con una ragazza della colonia agricola Oberdan in Libia nell’estate 1941

Militare con un bambino in un centro abitato in Libia (forse la colonia agricola Oberdan) nell’estate 1941

Militare con un bambino in un centro abitato in Libia (forse la colonia agricola Oberdan) nell’estate 1941

Gruppo di militari in Libia nell’estate 1941

Gruppo di civili intorno ad un carro armato in un centro abitato in Libia (forse la colonia agricola Oberdan) nell’estate 1941

Gruppo di civili intorno ad un carro armato in un centro abitato in Libia (forse la colonia agricola Oberdan) nell’estate 1941

Gruppo di civili intorno ad un carro armato in un centro abitato in Libia (forse la colonia agricola Oberdan) nell’estate 1941

Carro armato in fiamme in un centro abitato in Libia (forse la colonia agricola Oberdan) nell’estate 1941

Carro armato in fiamme in un centro abitato in Libia (forse la colonia agricola Oberdan) nell’estate 1941

Carro armato in fiamme in un centro abitato in Libia (forse la colonia agricola Oberdan) nell’estate 1941

Colonna di fumo da una stradina montana nell’estate 1941

Operatore dell’Istituto LUCE al lavoro nell’estate 1941

Autocolonne in marcia nell’estate 1941

Autocolonna in marcia nell’estate 1941

Camion militare di un’autocolonna in marcia nell’estate 1941

Una strada distrutta nell’estate 1941

Una strada distrutta nell’estate 1941

Una strada distrutta nell’estate 1941

Una strada distrutta nell’estate 1941

Militari in un camion di un’autocolonna in marcia nell’estate 1941

Gruppo di civili di un villaggio attraversato dai bersaglieri nell’estate 1941

Bersaglieri di passaggio in un villaggio nell’estate 1941

Donne di un villaggio nell’estate 1941

Donne di un villaggio nell’estate 1941

Donne di un villaggio nell’estate 1941

Partenze di caccia G50 nell’estate 1941

Caccia G 50 in volo nell’estate 1941

Automezzo militare in un campo di aviazione nell’estate 1941

Caccia G 50 in partenza o in arrivo su un campo di aviazione nell’estate 1941

Apparecchio inglese abbattuto dall’aviazione italiana nell’estate 1941

Caccia G 50 in volo nell’estate 1941

Chiesa distrutta da un bombardamento nell’estate 1941

Automezzo militare nel deserto nell’estate 1941

Soldati in pausa nel deserto nell’estate 1941

Artiglieria in azione nell’estate 1941

Carri armati nel deserto nell’estate 1941

Stukas dell’aviazione tedesca in un campo di aviazione nell’estate 1941

Stukas dell’aviazione tedesca in un campo di aviazione nell’estate 1941

Marinai al lavoro nell’agosto 1941

Danni dei bombardamenti in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Cingolato abbandonato dai russi in fuga nell’estate 1941

Autocolonna in marcia oltre il confine russo nell’estate 1941

Aereo della Croce rossa in volo sulla Russia nell’estate 1941

Capanno in una campagna della Russia nell’estate 1941

Autocolonna in marcia oltre il confine russo nell’estate 1941

Automezzo abbandonato dai russi in fuga nell’estate 1941

Automezzo militare oltre il confine russo con un cane sul cofano nell’estate 1941

Danni dei bombardamenti in un villaggio della Russia nell’estate 1941

Veduta di un fiume in Russia nell’estate 1941

Ponte su un fiume in Russia nell’estate 1941

Automezzo militare in marcia oltre il confine russo nell’estate 1941

Autocolonna in marcia oltre il confine russo nell’estate 1941

Il generale Giovanni Messe con altri ufficiali su una strada oltre il confine russo nell’estate 1941

Autocolonna mimetizzata in marcia oltre il confine russo nell’estate 1941

Autocolonna mimetizzata in marcia oltre il confine russo nell’estate 1941

 

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ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA – 7

a cura di Cornelio Galas

Trattato di Pelindaba

Il trattato di Pelindaba è un trattato internazionale noto anche come African Nuclear Weapons Free Zone Treaty. Esso è stato firmato nella città sudafricana di Pelindaba, dove si trova un grosso centro di ricerche nucleari sudafricane. Il trattato venne firmato nel 1996, ma è entrato in vigore solo a luglio del 2009, dopo la ratifica del ventottesimo stato, come previsto dall’articolo diciotto. La storia del trattato di Pelindaba viene fatta cominciare con la reazione ai test nucleari condotti dai francesi nel deserto algerino, e stigmatizzati da un intervento dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Nel 1964 l’Organizzazione per l’Unità Africana adottò una “Dichiarazione per la denuclearizzazione dell’Africa”, con la quale si esprimeva il desiderio di rendere l’Africa un continente libero dalle armi nucleari e dai pericoli che esse comportavano. Nel corso della Guerra fredda si videro pochi progressi in tale senso: inoltre il tentativo di armamento nucleare compiuto dal Sudafrica nel corso degli anni settanta e ottanta alterava decisamente gli equilibri nel continente.

Il Sudafrica fu l’unico stato africano ad acquisire una completa capacità nucleare militare. Tuttavia autonomamente il Sudafrica scelse di smantellare le sue testate e smettere il proprio programma militare nucleare: nel 1991, sottoscrisse il trattato NPT. Questo premise di riprendere i colloqui sulla creazione di una zona denuclearizzata in Africa, e pertanto si cominciò a negoziare il trattato di Pelindaba (non a caso sede del principale centro nucleare sudafricano), aperto per la sottoscrizione al Cairo, il dodici aprile 1996.

Esso alla fine è entrato in vigore nel luglio del 2009, con la ratifica del ventottesimo stato. È da notare che gli stati arabi africani si erano opposti alla ratifica fintantoché Israele non avesse deciso di rinunciare all’opzione nucleare: comunque Maurutania, Libia e Algeria hanno sottoscritto e ratificato il trattato. Ad oggi mancano le ratifiche di molti importanti stati africani, fra i quali il Sudan, il Marocco, l’Egitto e il Congo.

Il trattato si compone di ventidue articoli, quattro allegati e tre protocolli. Come gli altri trattati in materia, il Trattato di Pelindaba all’articolo tre stabilisce una “renunciation of nuclear explosive devices” articolata su tre obblighi che gli stati contraenti si assumono: non condurre ricerche, sviluppo, costruzione, riserve, acquisizioni, possesso o controllo di alcun tipo di “nuclear explosive device” di alcun tipo ed in alcuna zona (art. 3, lett. “a”), non cercare o ricevere assistenza nella ricerca, sviluppo, costruzione, scorta, acquisizione o possesso “of any nuclear explosive device” (art. 3, lett. “b”) ed infine non prendere iniziative dirette a assistere o incoraggiare la ricerca, lo sviluppo, la costruzione, la creazione di riserve, l’acquisizione o il possesso di alcun tipo di arma nucleare (art. 3,
lett. “c”).

I successivi articoli proibivano la dislocazione delle armi nucleari in qualsiasi territorio (art. 4), il divieto dei test di armi nucleari (art. 5) e il divieto di scarico di rifiuti nucleari (art. 7). Veniva comunque fatta salva la possibilità di “use of nuclear science and technology for peaceful purposes” per “contribuire allo sviluppo economico e sociale” (art. 8). Per garantire questi obiettivi il trattato all’articolo dodici e all’allegato tre istituiva la “African Commission on Nuclear Energy”, sulla scorta dell’esperienza dell’OPANAL.

Trattato sulla Zona denuclearizzata Centro-Asiatica

Il trattato che istituisce una zona denuclearizzata in Asia Centrale è un trattato internazionale noto con il nome di “Central Asian Nuclear-Weapon-Free Zone Treaty”, ed è l’ultimo cronologicamente istituito. Esso è stato sottoscritto l’otto settembre del 2006 in Kazakistan, a Semipalatinsk, poligono nucleare sovietico scelto da Lavrenti Beria in persona e luogo della prima esplosione atomica sovietica del 1949. Il trattato è entrato in vigore il 21 marzo del 2009 dopo l’ultima ratifica, quella del Kazakistan, e riguarda il Turkmenistan, il Kyrgyzistan, il Tajikistan, l’Uzbekistan ed il Kazakistan.

Il trattato all’articolo tre esplica le “basic obligations” per gli stati, consistenti nel divieto di condurre ricerche, sviluppi, costruzioni, riserve, acquisizioni, possesso o controllo di armi nucleari “or other nuclear explosive devices” (art. 3, comma 1, lett. “a”), nel divieto di cercare o ricevere assistenza nella ricerca, sviluppo, costruzione, riserva, acquisizione, possesso o controllo di armi nucleari o altri dispositive nucleari (art. 3, comma 1, lett. “b”), e nel divieto di assistere o incoraggiare l’attuazione di ricerca, sviluppo, costruzione, riserva, acquisizione o possesso di alcuna arma nucleare o dispositivo (art. 3, comma 1, lett. “c”).

In modo complementare lo stesso articolo tre imponeva di non permettere alcuna di queste azioni nel territorio degli stati membri (art. 3, comma 1, lett. “d”) e vietava la dispersione di rifiuti nucleari di altri stati (art. 3, comma 2). Il trattato fa comunque salva la possibilità di sfruttamento dell`energia nucleare a scopo pacifico (art. 7) e non istituisce alcuna agenzia di controllo. Il trattato è stato salutato con favore dalla comunità internazionale in quanto viene a riguardare un`area caratterizzata da notevole incertezza, soprattutto dopo la caduta dell’Unione Sovietica.

I già positivi passi fatti dal Kazakistan aderendo al trattato NPT hanno sicuramente rafforzato il proposito di creare una vasta zona denuclearizzata: tuttavia questa è vista in modo non positivo dalle grandi potenze, soprattutto Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna, che fin dall’inizio si sono opposte al trattato. Rimane comunque rilevante la capacità che questi stati hanno avuto di evitare un`ulteriore proliferazione nucleare nei propri territori, il che sicuramente non avrebbe fatto piacere ai molti vicini già armati nuclearmente, come India, Cina, Russia, Pakistan e, forse in futuro, l’Iran.

Zona denuclearizzata della Mongolia

Lo status della Mongolia costituisce un interessante caso a livello internazionale di istituzione di una NWFZ limitata ad un solo paese. Nel corso del ventesimo secolo la Mongolia fu un territorio cuscinetto fra la Cina e l’Unione Sovietica, anche se quest’ultima vi manteneva uno stretto controllo politico e militare fin dall`epoca rivoluzionaria dei primi anni venti. Con il collasso dell’Unione Sovietica, la Mongolia vide ridisegnarsi attorno la geopolitica dei suoi confine, e potè finalmente liberarsi della ingombrante presenza russa nelle proprie questioni politiche e militari.

Dopo che le ultime truppe russe abbandonarono il paese nel 1992, il 25 settembre dello stesso anno, di fronte all’Assemblea Generale dell’Onu il presidente mongolo Punsalmaagin Ochirbat annunciò al mondo che la Mongolia intendeva diventare una NWFZ, e che questo fosse riconosciuto a livello internazionale. Gli Stati vicini accetterono di buon grado la scelta mongola, che in sostanza rifletteva la volontà del neo-indipendente stato di affrancarsi dale pericolose mire di Russia e Cina.

Ad oggi “the Mongolian initiative remains unique and innovative with respect to the theory nuclear-weapon-free zones in that it is not comprised of a group of countries covering a vast geographic area but rather a single-State declaring its sovereign territory nuclear free”. Per dichiarare il suo status la Mongolia fece ricorso ad una legge nazionale, che venne emanate il tre febbraio del 2000, dopo l’accordo espresso dall’Onu.

Era la prima volta nella storia che uno stato compiva una tale scelta, e che questa aveva un effetto internazionale. La legge in questione (in inglese “Law of Mongolia on its nuclear-weapon-free status”) si compone di nove articoli. Pur essendo un atto normativo interno, nei suoi toni e nelle parole risente inevitabilmente delle soluzioni usate nei trattati internazionali. Nel primo articolo (“purpose of the law”) si afferma che “the purpose of the present law is to regulate relations pertaining to the preservation of the territory of Mongolia in its entirety, including its air space, land, waters and the subsoil free from nuclear weapons, which constitutes an important factor for ensuring Mongolia’s security”.

L’articolo quattro, di conseguenza, vietava ad ogni persona fisica e giuridica ed ad ogni stato terzo di compiere, iniziare o partecipare ad alcuna attività riguardante le armi nucleari, come sviluppare, costruire, acquisire, possedere, controllare armi nucleari (art. 4, comma 1, numero 1), ritenere o trasportare armi nucleari (art. 4, comma 1, numero 2), testare o usare armi nucleari (art. 4, comma 1, numero 3) ed infine scaricare o disperdere materiali radioattivi o rifiuti radioattivi (art. 4, comma 1, numero 4).

La legge termina poi con un interessante articolo (art. 9), che contiene una clausola finale: “if the vital interests of Mongolia are affected, the present law may be amended or terminated”. Ad oggi il caso della Mongolia resta l’unico nel mondo, ma costituisce un valido precedente se altri stati intenderanno seguirne la via.

Altri trattati

Nella vasta categoria delle NWFZ esistono poi tre trattati che rispetto a disciplinare singole aree geografiche disciplinano la totalità dell’ambiente indicato. È ad esempio il caso dell’Outer Space Treaty del 1967, che vieta la diffusione di armi nucleari nello spazio, o del Sea-Bed Treaty del 1971, che vieta la diffusione di armi nucleari e di armi di distruzione di massa (da notare la differenza) sul suolo marino.

Questi due trattati sono già stati esaminati precedentemente: vale comunque la pena di ricordare che essi sono, al pari degli altri trattati delle NWFZ, dei trattati che hanno bandito le armi nucleari (o le armi di distruzione di massa) da interi settori della terra o dello spazio. Infine va accennato all`Antarctic Treaty del 1959, “the earliest of the post-World War II arms limitation agreements” il quale prevede che “Antarctica shall be used for peaceful purposes only. There shall be prohibited, inter alia, any measures of a military nature, such as the establishment of military bases and fortifications, the carrying out of military manouvers, as well as the testing of any type of weapons” (art. 1, comma 1) e, di conseguenza prevede all’articolo cinque “any nuclear explosions in Antarctica and the disposal there of radioactive waste material shall be prohibited”.

Questo trattato è stato il primo a vietare in un intero continente la presenza di armi nucleari. Rimane poi aperta nel dibattito l’istituzione di una NWFZ in Medio Oriente. La regione è caratterizzata dall’ambiguo status di Israele, che non ha mai dichiarato né smentito di possedere armi nucleari: stante alle attuali informazioni in possesso delle organizzazioni internazionali, Israele ha condotto un programma nucleare autonomo e possiede già armi nucleari.

Questo dato ovviamente scontenta molto le altre nazioni presenti nella regione: il recente tentativo di armamento nucleare iraniano, preceduto da dichiarazioni che indicavano la volontà di “far sparire Israele dalla carta geografica” rende le vicende nucleari molto attuali e molto complesse da risolversi. Per ovviare ad una pericolosa corsa all’armamento nucleare nell’area, la soluzione migliore sarebbe la creazione di una NWFZ che copra tutto il medio oriente. In questo modo si impedirebbe la proliferazione e il pericolo di armamento nucleare delle potenze locali.

Al momento questa soluzione non sembra semplice, ma la comunità internazionale, con a capo la WMDC insistono molto su quest’opportunità da cogliere per disinnescare una pericolosa corsa all’armamento nucleare che rischia di complicare ulteriormente la non facile situazione della regione mediorientale. Al momento non vi sono stati ancora accordi concreti, e l’idea di una zona libera da armi nucleari è niente più che un progetto politico.

I trattati in materia di armi biologiche

I trattati riguardanti le armi biologiche non hanno avuto una formazione internazionale e bilaterale così vasta come quelli inerenti le armi nucleari, ma sicuramente possono vantare un precedente importante nella storia dei trattati delle armi di distruzione di massa. Le armi biologiche inizialmente vennero assimilate alle armi chimiche, nonostante non fossero state usate durante la prima guerra mondiale. Pur esistendo dei precedenti nell’uso della contaminazione a fini bellici, la storia militare li ha sempre indicati come applicazioni sporadiche e non sistematiche della guerra biologica.

Come descritto, la guerra biologica è divenuta una realtà ipotizzabile e teorizzabile solo nel momento in cui si sono avute capacità tecnologiche sufficienti per poter sfruttare le diversità degli agenti patogeni: e ciò ha richiesto più tempo rispetto alla chimica. Nonostante questo, le armi biologiche dopo la prima guerra mondiale vennero incluse nel protocollo di Ginevra del 1925 che vietava l’uso delle armi chimiche, cui sostanzialmente quelle biologiche vennero assimilate.

Il protocollo di Ginevra

La dizione “Protocollo di Ginevra” è l’abbreviazione di “Protocol for the Prohibition of the Use in War of Asphyxiating, Poisonous or other Gases, and of Bacteriological Methods of Warfare”, un accordo internazionale firmato in Svizzera, a Ginevra, il 17 giugno del 1925, e pensato inizialmente solo per le armi chimiche. La struttura del testo è molto semplice: vi è un preambolo e poi segue una dichiarazione. I contenuti sono soprattutto rivolti agli effetti della guerra chimica, come si evince dall’intestazione del protocollo.

In essa vi è un esplicito riferimento all’uso in guerra di “gas” definiti “asfissianti” o “velenosi”, e poi c’è un riferimento a dei “metodi di guerra batteriologici”. La posizione di primazia della armi chimiche si evince anche dalla prima osservazione del preambolo, che non cita le armi “batteriologiche” (all’epoca quella era la definizione). A conferma di questo dato vi è il primo comma della dichiarazione che ricorda la proibizione dell’uso (delle armi chimiche), l’accettazione della proibizione e il consenso “to extend this prohibition to the use of bacteriological methods of warfare and agree to be bound as between themselves according to the terms of this declaration”.

Per il resto nel trattato il termine “bacteriological” non ricorre più. In altre parole, gli stati dell’epoca vedevano la guerra batteriologica come un’estensione di quella chimica, avente un carattere ancillare invece che una vera e propria autonomia. La lungimiranza del trattato fu comunque rilevante, in quanto si sforzava di disciplinare anche un settore che era in piena fase di sviluppo e che presto avrebbe potuto portare a dei cambiamenti nel panorama della conflittualità convenzionale. In conclusione si può affermare che il primo tentativo di disciplinare le armi biologiche era stato compiuto, seppur in maniera vaga e secondaria.

Va notato che, come per le armi chimiche, anche per quelle batteriologiche ne era solamente proibito l’uso: quindi ne erano lasciati liberi la produzione, lo sviluppo e l’accumulazione. Come per le armi chimiche questo vulnus normativo lasciava aperta la strada per qualsiasi ricerca possibile nel settore biologico militare. E così, infatti, fu, in quanto “in the 1920s biological weaponry was not a widely perceived threat”. In ogni caso il protocollo aveva costituito un forte precedente in materia di uso degli agenti biologici. Il merito di aver inserito l’estensione del divieto anche alle armi biologiche fu dovuto alla proposizione della delegazione polacca.

La convenzione sulle armi biologiche

Nel corso degli anni che seguirono la seconda guerra mondiale, le superpotenze investirono molto nello sviluppo delle armi non convenzionali; anche le armi biologiche non furono da meno. Gli sviluppi della tecnologia e della scienza permisero di affrancare la chimica militare dalla biologia militare: ecco che i vari agenti patogeni ricercati diventavano autonomamente mezzi bellici a sé stanti. Le ricerche in campo biologico e chimico presero strade diverse, seppur vicine. La diversificazione di queste categorie comportò necessariamente una attenzione militare diversa ai due fenomeni, e quindi una diversificazione fra guerra chimica e biologica.

Nel corso del ventesimo secolo non vi furono momenti di tensione che portarono le armi biologiche a (quasi) determinare un conflitto, come nel caso della crisi dei missili; comunque durante la distensione anche le armi biologiche vennero considerate come un settore militare rilevante e degno di un’apposita normazione. Era noto ad entrambe le superpotenze che esse avessero la disponibilità di ingenti scorte di agenti patogeni. Negli anni che precedettero la convenzione sulle armi biologiche, gli Stati Uniti avevano da parte ben tredici tipi diversi di agenti biologici (comprese le tossine), oltre che a tutti i vettori per trasportarle.

La decisione del presidente Nixon verso la fine degli anni Sessanta di distruggere unilateralmente il rilevante arsenale biologico statunitense, agevolò sicuramente la progressiva decisione internazionale di concludere un accordo omnicomprensivo riguardante le armi biologiche. Questo intendimento portò alla conclusione nel 1972 della Convenzione sulle armi biologiche. Tale convenzione è un trattato internazionale il cui nome completo è “Convention on the Prohibition of the Development, Production and Stockpiling of Bacteriological (Biological) and Toxin Weapons and on Their Destruction”, nota anche come “Biological and Toxin Weapons Convention” o BWC o BTWC.

Essa venne firmata nel 1972 ed entrò in vigore nel 1975 La Convenzione si compone di un preambolo e di quindici articoli. Il preambolo esordisce con un riferimento alla volontà di un completo disarmo “including the prohibition and elimination of all types of weapons of mass destruction”, con la convinzione che questo possa essere raggiunto mediante la proibizione di “development, production and stockpiling” (sviluppo, produzione e fare scorta) di armi chimiche e biologiche, e mediante la loro eliminazione.

Successivamente si cita l’importanza del protocollo di Ginevra del 1925 (come all’art. 8) e il contributo che questo “has already made, and continues to make, to mitigating the horrors of war”. A rafforzare l’importanza del riferimento, il preambolo continua riaffermando l’adesione a principi ed obiettivi del Protocollo e richiamando gli stati a conformarsi. Il preambolo compie un altro riferimento alle armi di distruzione di massa, nella convinzione dell’importanza e dell’urgenza di eliminare dagli arsenali degli stati “such dangerous weapons of mass destruction as those using chemical or biological agents”, e per il bene dell’umanità ribadisce la determinazione “to exclude completely the possibility of biological agents and toxins being used as weapons”.

La Convenzione esordisce con l’articolo uno, nel quale ogni Stato parte si impegna in nessun caso a sviluppare, produrre, far riserva, acquisire o mantenere:
1) “Microbial or other biological agents, or toxins whatever their origin or method of production, of types and in quantities that have no justification for prophylactic, protective
or other peaceful purposes;
2) Weapons, equipment or means of delivery designed to use such agents or toxins for hostile purposes or in armed conflict”.

Il trattato provvede quindi a non escludere le attività di cui sopra (come invece era stato fatto per l’uso dal protocollo del 1925) ma a consentirle purché giustificabili per motivi di profilassi, protezione (cioè studio degli antidoti) o altri fini pacifici. L’articolo due, che si focalizza sul disarmo, impegna le parti a distruggere, il prima possibile, ma non più tardi di nove mesi dopo l’entrata in vigore della convenzione, “all agents, toxins, weapons, equipment and means of delivery”, l’articolo tre obbliga gli stati a non trasferire ad alcun soggetto, direttamente o indirettamente, e a non assistere, incoraggiare o indurre alcuno Stato, gruppo di Stati o organizzazioni internazionali a costruire o acquisire alcuno degli agenti biologici, tossine, armi, equipaggiamento o mezzi di diffusione specificati all’articolo uno.

Di conseguenza l’articolo quattro invita gli Stati parte, secondo la propria normazione, ad adottare i provvedimenti necessari per proibire e prevenire lo sviluppo, la produzione, l’accumulazione, l’acquisizione, o la conservazione di agenti, tossine, armi, equipaggiamenti e mezzi di diffusione, ovunque lo Stato abbia giurisdizione. L’articolo cinque impegna le parti a consultarsi e cooperare, mentre l’articolo sei garantiva ad ogni stato parte la possibilità di sottoporre al Consiglio di Sicurezza una segnalazione se qualche altro Stato parte stava agendo in violazione degli obblighi della convenzione.

L’articolo otto ribadisce il legame che lega la BTWC con il protocollo di Ginevra del 1925, affermando che “nothing in this Convention shall be interpreted as in any way limiting or detracting from the obligations assumed by any State under the Protocol for the Prohibition of the Use in War of Asphyxiating, Poisonous or Other Gases, and of Bacteriological Methods of Warfare, signed at Geneva on June 17, 1925”. L’articolo dieci esplicita la possibilità di uso pacifico degli agenti patologici e delle tossine, specificando che ogni stato parte avrebbe dovuto facilitare, ed avere il diritto di fare parte, ad ogni scambio dei materiali, purché per scopi pacifici.

L’articolo dodici prevede la possbilità di istituire delle conferenze internazionali “with a view to assuring that the purposes of the preamble and the provisions of the Convention, including the provisions concerning negotiations on chemical weapons, are being realized”. La BTWC venne stabilita con una durata illimitata (art. 13, comma 1), e vennero previste le procedure per il ritiro al secondo comma dello stesso articolo tredici. L’articolo quattordici, comma tre, specifica che la Convenzione sarebbe entrata in vigore dopo il deposito di strumenti di ratifica di ventidue governi, compresi i governi depositari della Convenzione (Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica).

Al contrario del trattato di non-proliferazione nucleare, la BTWC non fa alcuna distinzione fra stati che possano avere o che non possano avere armi biologiche: in ogni caso esse sono vietate, senza eccezioni. Come risulta chiaro dal testo e dal preambolo della Convenzione, in nessun caso è stato citato l’uso più importante per quanto riguarda le armi biologiche: l’utilizzazione. La risposta a questa apparente lacuna è data proprio dall’impostazione che venne attribuita alla BTWC: non si voleva eliminare la previsione del Protocollo del 1925 né rinnovarla con un’altra veste, ma semplicemente integrarlo con una serie di ulteriori limiti che rendono oggi impossibile in qualsiasi caso l’uso dell’arma biologica.

Il divieto è tale da aver, almeno teoricamente, “eliminato” dal panorama degli strumenti militari le armi biologiche: nulla può essere fatto al riguardo, se con finalità belliche. Pertanto le armi biologiche, riconosciute nel preambolo come “armi di distruzione di massa” possono sicuramente vantare il primato di essere state le prime ad essere vietate. Questo almeno nelle previsioni del trattato. La realtà, invece, si è presentata sotto forme ben diverse. L’analisi che la dottrina compie della BTWC rivela diverse mancanze che rendono la convenzione debole, soprattutto rispetto alle altre. Rispetto alle altre categorie di armi di distruzione di massa, la BTWC non ha creato alcuna struttura internazionale di controllo.

L’energia nucleare ha l’IAEA, la Convenzione sulle armi chimiche ha creato l’OPCW, mentre invece per le armi biologiche nulla è stato previsto al riguardo. Un altro inconveniente è la mancanza di sistemi di controllo e di verifica: è prevista solo la possibilità di “denunciare” lo stato inadempiente, che però è una misura diplomaticamente abbastanza impegnativa. Vi è poi il problema della serie di mancate ratifiche e mancate sottoscrizioni al trattato: anche questo è un tema delicato, in quanto molti degli stati che hanno sottoscritto il trattato non lo hanno ratificato, e molti altri invece non hanno nemmeno sottoscritto il trattato. Infine vi è il pericolo del bioterrorismo e, soprattutto, la questione, sempre aperta, delle tecnologie dual use.

Questa serie di problemi, debitamente riportata dalla Commissione sulle armi di distruzione di massa (WMDC) sono al momento oggetto di attenzione da parte delle varie conferenze internazionali che si sono succedute: è comunque opinione unanime della letteratura che la Convenzione sulle armi biologiche sia ancora la più debole delle tre convenzioni. Le sfide che impegnano oggi il settore delle armi biologiche si ripercuotono direttamente sull’efficacia della Convenzione.

Oggi “the nature and the scope of biological warfare has changed drammatically by the devolution in the life sciences”: per questo la comunità internazionale si è preoccupata di far sì che i nuovi sviluppi biologici vengano comunque ricompresi nei termini della convenzione. Particolare attenzione è rivolta ai nuovi settori di ricerca, come la batteriologia, l’aerobiologia e l’ingegneria genetica: “with the large number of new processes and applications in the biotech field have also come more opportunities for misuse of these avances for malign purposes”.

Passati alcuni anni dalla firma della Convenzione rimanevano aperti i problemi di come implementarla; vennero scelte come momenti di “aggiornamento” le varie Conferenze internazionali che si sono succedute. Già nella prima, quella del 1980, venne riportato nella dichiarazione finale che l’articolo uno avrebbe coperto ogni possibile tipo di evoluzione in materia di sviluppi della biologia. Durante questa conferenza emersero molti dubbi inerenti l’effettività della BTWC a causa dell’incidente russo di Sverdlovsk, che le autorità sovietiche imputavano solo a della carne avariata.

Nel corso degli anni fra il 1986 ed il 1991 (seconda e terza conferenza) vennero poi adottate le “confidence-building measures” (o CBMs) che impegnavano le parti a scambiarsi dati e informazioni riguardo alle attività inerenti le armi biologiche. La Commissione sulle armi di distruzione di massa ha salutato positivamente le CBMs, ma rileva che “they can in no sense be described as measures for monitoring or verification”. Il problema delle armi biologiche rimane pertanto fragile rispetto alle altre armi di distruzione di massa.

I trattati in materia di armi chimiche

Le armi chimiche possono essere la prima categoria a vantare un interessante esempio di trattato bilaterale in materia di proibizione: si tratta del trattato di Strasburgo, un documento del 1675 firmato da Francia e Germania che proibiva l’uso di pallottole avvelenate. Esso è oggi considerato un’eredità storica più che un trattato internazionale vincolante: rimane comunque un interessante esempio di come questa materia fosse preoccupante già secoli fa. Le armi chimiche hanno poi trovato spazio in alcuni trattati internazionali già prima della guerra del 1915-1918, anche se, nota Croddy, “there were numerous efforts to control the spread of chemical weapons prior to World War I, but most, as that war amply demonstrated, were ineffectual”.

Comunque gli agenti chimici furono le prime armi di distruzione di massa a comparire sui campi di battaglia, e quindi anche le prime di cui si fosse teorizzato l’uso. Non è un caso che i primi riferimenti alle armi chimiche siano stati fatti nelle Convenzioni dell’Aja del 1899 e del 1907. L’idea di convocare una Conferenza all’Aja fu dello zar, il quale cercava di
agire sul piano diplomatico per limitare alcuni sviluppi bellici in quanto le proprie forze armate non erano all’avanguardia. Nonostante questa visione abbastanza egoistica venisse ammantata da principi umanitari, alla Conferenza dell’Aja parteciparono comunque diverse potenze.

Il suo risultato fu quello di richiamare i contenuti delle due precedenti conferenze di Bruxelles (rispettivamente del 1864 e del 1874) vietando la “diffusione di gas asfissianti o deleteri” (sic). Il divieto veniva poi ribadito nella conferenza del 1907, con l’esplicita previsione di vietare l’uso di veleni o armi velenose. Questi furono poi gli argomenti che dopo la Prima guerra mondiale vennero utilizzati per giustificare l’uso dei gas: la Conferenza trattava le armi ed i proiettili, mentre invece il gas era di norma rilasciato da bombole.

Sarà comunque la prima guerra mondiale che indissolubilmente legherà a sé l’utilizzo delle armi chimiche, i famosi “gas”, di cui ne vennero rilasciate ben 124.000 tonnellate. L’idea tedesca di applicare la chimica sui campi di battaglia era vista come un modo di scardinare la staticità che aveva caratterizzato la guerra, soprattutto ad ovest. Dopo alcuni tentativi riusciti parzialmente e con scarsi risultati, nel 1915 la Germania decise di scatenare un vasto attacco a Ypres.

L’attacco raggiunse i risultati sperati: al di là dei morti (che furono comunque 5.000) nel fronte alleato si aprì una profonda breccia di alcuni chilometri. Ecco l’effetto che il gas aveva raggiunto: oltre alle vittime, aveva destabilizzato la linea difensiva nemica. Tuttavia, nonostante la favorevolissima situazione tattica, i tedeschi non avevano riserve disponibili per sfruttare il varco: questo a dimostrazione che non credevano molto nell’efficacia del gas. Gli effetti dei gas divennero immediatamente un problema per tutti gli Stati Maggiori.

Occorreva riparare le truppe, capire come difenderle e, soprattutto, reagire agli attacchi con altre armi chimiche. Le nazioni alleate erano indietro da questo punto di vista: perciò vennero commissionati rilevanti programmi di armamento chimico. L’uso dei gas era riuscito a provocare un’escalation nel campo della chimica. Nel giro degli anni restati per il primo conflitto mondiale, tutte le nazioni, con maggiore o minore intensità, si dedicarono all’uso militare dei gas, con effetti diversi.

Terminato il conflitto, rimaneva comunque l’orrore per questi mezzi di combattimento; per questo le armi chimiche furono un tema presente nelle trattative di pace fra i diversi stati. La riflessione sulle armi chimiche si allargò a livello mondiale, e venne deciso di regolamentare questi strumenti vietandone l’uso bellico.

Il Protocollo di Ginevra

Il Protocollo di Ginevra costituisce ancora oggi il pilastro ed il precedente più rilevante in materia di divieto di uso dei “gas” (ma, estensivamente, di tutte le armi chimiche) nel corso di un conflitto. I risultati della prima guerra mondiale furono i motivi che portarono le nazioni a concludere il Protocollo, che venne firmato a Ginevra il diciassette giugno 1925, ma entrò in vigore nel 1928 (per gli stati che lo ratificarono).

Il “Protocol for the Prohibition of the Use in War of Asphyxiating, Poisonous or other Gases, and of Bacteriological Methods of Warfare” specificava all’inizio del preambolo che poichè l’uso in guerra di “asphyxiating, poisonous or other gases, and of all analogous liquids, materials or devices” era stato condannato “by the general opinion of the civilised world” e perchè la la proibizione di questo utilizzo era stata dichiarata in alcuni trattati che la maggioranza delle potenze aveva sottoscritto, il Protocollo si impegnava ad essere “universalmente” accettato come norma di diritto internazionale.

Le dichiarazioni delle parti erano alquanto brevi (come lo stesso trattato), ma molto chiaramente le parti “accettano la proibizione” e accettavano di essere vincolate secondo i termini del Protocollo. Le parti si impegnavo anche a far sì che altri stati sottoscrivessero il protocollo. Così, molto laconicamente, veniva vietato l’uso della armi chimiche. Il trattato, come ben noto, presentava una serie di questioni non risolte: innanzi tutto la ricerca, lo sviluppo, il trasferimento e l’immagazzinamento di armi chimiche.

Mentre per le armi biologiche questi divieti, come quello dell’uso, sostanzialmente erano poco urgenti in quanto la ricerca era ancora ai primordi, per le armi chimiche la situazione era ben differente. Tutti i principali stati del mondo avevano dimostrato che in pochi anni erano riusciti ad impiantare un’industria chimica sufficientemente capace di produrre agenti: lasciare liberi settori come ricerca, sviluppo, immagazzinamento e trasferimento delle armi chimiche voleva dire indebolire di molto il successivo divieto dell’uso. Avere armi chimiche, soprattutto se efficienti ed in grandi quantità è un forte incentivo all’uso delle stesse.

Pertanto il trattato fin dall’inizio si rivelava debole. Un’ulteriore mancanza furono le assenze delle ratifiche di moltissimi stati, fra i quali diverse potenze: era un chiaro segnale che, nonostante le belle parole, gli Stati Maggiori (in primis quello americano) consideravano l’ipotesi chimica come perfettamente lecita, e paragonabile agli altri mezzi di guerra. E in effetti alcune nazioni non si fecero scrupoli ad usare agenti chimici nel periodo fra le due guerre, compresa l’Italia, nonostante fosse una delle poche nazioni firmatarie. Altre nazioni, come la Germania, svilupparono una capacità chimica militare molto notevole, come dimostrò la scoperta dei gas nervini.

Alla fine l’uso degli agenti chimici in combattimenti diretti fra l’Asse e gli alleati non avvenne per una serie di scelte strategiche, più che per la sottoscrizione del Protocollo di Ginevra. La fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della Guerra fredda segnarono infatti la ripresa su vasta scala dell’armamento chimico a lato degli altri settori.

La Convenzione sulle armi chimiche

Paradossalmente, le prime armi ad essere disciplinate a livello internazionale già ai primi del Novecento furono le ultime a vedere una organica sistemazione, che poteva concretizzarsi in un trattato solamente alla fine della Guerra fredda, ventun anni dopo la Convenzione sulle armi biologiche e ben venticinque anni dopo il Trattato di non proliferazione nucleare. Le armi chimiche furono così le ultime armi di distruzione di massa ad essere disciplinate, in quanto “the battlefield utility of poison gas was not seriously undermined by the mutual restraint displayed by the Allies and Axis poker during the Second World War”.

In altre parole, i programmi di armamento chimico dopo la guerra ripresero a pieno ritmo. I motivi che portarono alla Convenzione sulle armi chimiche furono quelli che determinarono anche la tardiva negoziazione. Innanzi tutto vi erano delle questioni strategiche inerenti la Guerra fredda. Sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica mantenevano dei grossi complessi industriali capaci di sintetizzare grandi quantità di agenti chimici, e l’attenzione diplomatica era rivolta alle armi nucleari.

Quelle chimiche restavano in secondo piano, e comunque rappresentavano un’ipotesi più accettabile di quelle biologiche. La firma della BTWC nel 1972 cominciò a far riflettere la comunità internazionale: nel corso degli anni settanta e ottanta diversi stati chiesero un trattato anche in materia di armi chimiche. Un grande ostacolo era costituito dalle possibilità di ispezioni, che ovviamente scontentavano sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica.

La questione rimase in una fase di stallo fintantoché il clima politico internazionale non cominciò a mutare: nel 1992 si formò l’accordo preliminare che avrebbe permesso l’apertura firma della Convenzione sulle armi chimiche il 25 gennaio del 1993. La Convenzione entrò poi in vigore sei mesi dopo la sessantacinquesima ratifica: era il 1997. La dizione “Convenzione sulle armi chimiche” o CWC è la convenzionale abbreviazione di un trattato internazionale noto con il nome completo di “Convention on the prohibition of the development, production, stockpiling and use of chemical weapons and their destruction”.

Il trattato si compone di un preambolo e di ventiquattro articoli: a questi si aggiungono una serie di annessi molto elaborati, che in definitiva rendono il trattato molto lungo. Seguendo le previsioni della BTWC e contrariamente alle previsioni del trattato NPT, la Convenzione sulle armi chimiche non distingue fra stati che possano possederne e stati che non lo possano. Sulla base della Convenzione ogni Stato, senza eccezioni non può usare né possedere, sviluppare e via discorrendo, alcun tipo di arma chimica.

In sostanza le previsioni contenute nel trattato lo rendono effettivamente capace di costituire uno strumento stringente e penetrante per quanto concerne tutto il sistema delle armi chimiche. Il preambolo esordisce con la determinazione ad agire per raggiungere un disarmo completo e generale sotto controllo internazionale che includa “the prohibition and elimination of all types of weapons of mass destruction”.

Prosegue citando il Protocollo di Ginevra del 1925, riaffermandone i principi e citando esplicitamente la BTWC, soprattutto l’articolo nove, e ribadendo la determinazione “to exclude completely the possibility of the use of chemical weapons, through the implementation of the provisions of this Convention, thereby complementing the obligations assumed under the Geneva Protocol of 1925”. Il preambolo si chiude con un riferimento alla proibizione degli erbicidi come mezzo di guerra e con l’auspicio che la chimica viene usata solo a beneficio dell’umanità.

La CWC si apre con una serie di obblighi che, a differenza del Protocollo del 1925, abbracciano tutti i possibili usi delle armi chimiche. Rispetto alla BTWC anche l’uso degli agenti chimici è esplicitamente vietato. Il comma due impone ad ogni stato parte di distruggere le armi chimiche in suo possesso o comunque presenti nella sua giurisdizione o sotto il suo controllo, d’intesa con le previsioni della Convenzione (art.1, comma 2), il comma tre di distruggere tutte le armi chimiche abbandonate nel territorio di un altro Stato parte (art.1, comma 3), il comma quattro di distruggere ogni impianto di produzione di armi chimiche che sia situato sotto la propria giurisdizione (art. 1, comma 4), ed infine il comma cinque che impegna ogni Stato parte e non utilizzare come mezzi di guerra i “riot control agents”.

Il secondo articolo, costituito da dodici commi, disciplina le definizioni ed i criteri seguiti nella Convenzione. Stante la sua precisione rispetto ai trattati analoghi, si capisce subito il perché dell’importanza di questo articolo. Il primo comma serve solo da introduzione alle definizioni che seguono. Al comma due si specifica cosa si intende per “toxic chemical”, cioè “any chemical which through its chemical action on life processes can cause death, temporary incapacitation or permanent harm to humans or animals. This includes all such chemicals, regardless of their origin or of their method of production, and regardless of whether they are produced in facilities, in munitions or elsewhere” (art. 1, comma 2).

Il comma tre definisce i “precursor”, cioè “any chemical reactant which takes part at any stage in the production by whatever method of a toxic chemical. This includes any key component of a binary or multicomponent chemical system” (art. 1, comma 3). Il comma quattro definisce i “Key Component of Binary or Multicomponent Chemical Systems”, detti anche “key component”, sostenendo che per essi si intende “the precursor which plays the most important role in determining the toxic properties of the final product and reacts rapidly with other chemicals in the binary or multicomponent system” (art. 1, comma 4).

I successivi commi disciplinano le armi chimiche definite come “vecchie”, cioè quelle prodotte prima del 1925 o quelle prodotte fra il 1925 ed il 1946 e che si sono deteriorate in modo da non essere più usate come armi chimiche (art. 1, comma 5), le “armi chimiche abbandonate”, cioè quelle armi chimiche, comprese quelle “vecchie” abbandonate da uno stato nel territorio di un altro a partire dal primo gennaio 1925 (art.1, comma 6). Il comma sette poi indica i criteri per i “Riot Control Agent” , indicandoli come “any chemical not listed in a schedule, which can produce rapidly in humans sensory irritation or disabling physical effects which disappear within a short time following termination of exposure” (art. 1, comma 7).

Il successivo comma otto disciplina in modo articolato la voce “Chemical Weapons Production Facility” indicando tutta una serie di criteri. Importante è il comma nove, che disciplina gli scopi che non sono proibiti dalla Convenzione. Essi integrano a contrario gli scopi vietati. Gli scopi consentiti significano (art. 1, comma 9):

a)“Industrial, agricultural, research, medical, pharmaceutical or other peaceful purposes;
b) Protective purposes, namely those purposes directly related to protection against toxic chemicals and to protection against chemical weapons;
c) Military purposes not connected with the use of chemical weapons and not dependent
on the use of the toxic properties of chemicals as a method of warfare;
d) Law enforcement including domestic riot control purposes”.

Il comma dieci definisce il termine “capacità di produzione” ed il comma dodici fornisce alcune definizioni per l’articolo sei. Il terzo articolo disciplina le dichiarazioni che ogni parte deve fare all’OPCW (l’organizzazione di controllo delle armi chimiche) entro trenta giorni dall’entrata in vigore del trattato. Queste dichiarazioni riguardano tanto le armi chimiche (art. 3, comma 1, lett. “a”) quanto quelle vecchie ed abbandonate (art. 3, comma 1, lett. “b”), gli impianti di produzione di armi chimiche (art. 3, comma 1, lett. “c”), gli altri impianti di produzione (art. 3, comma 1, lett “d”) ed infine i “riot control agents”.

In questo modo l’OPCW può avere una visione completa delle armi chimiche, se presenti, la loro quantità, locazione, natura, entità dei trasferimenti (fatti e ricevuti) e da parte di chi, e via discorrendo. Lo stesso ragionamento vale per le armi vecchie ed abbandonate e per gli impianti, che così potranno essere oggetto di ispezione. Queste previsioni molto dettagliate sono in linea con l’impianto generale della CWC.

L’articolo quattro disciplina proprio le armi chimiche, rimandando anche ad un allegato detto “Verification annex” (art. 4, comma 2), prevedendo le ispezioni “on site” (art. 4, commi 3-5) e imponendo alle parti la distruzione di ogni arma chimica, a cominciare entro due anni dall’entrata in vigore della Convenzione per terminare non più tardi di dieci anni dopo l’entrata in vigore della Convenzione (art. 4, comma 6). Il comma dieci specifica l’importanza di tutelare la salute pubblica e l’ambiente durante i processi di trasporto, immagazzinamento e smaltimento delle sostanze, mentre gli altri commi trattano altri particolari della distruzione e della verifica delle armi chimiche.

L’articolo cinque disciplina gli impianti di produzione di armi chimiche, ovviamente imponendo la cessazione immediata della produzione (art. 5, comma 4), vietando la costruzione di nuovi impianti o la modificazione di quelli esistenti (art. 5, comma 5) e imponendo di distruggere quelli esistenti (art. 5, comma 8). In modo complementare viene richiesto che la conversione degli impianti atti alla produzione di armi chimiche sia irreversibile, e che pertanto questi impianti non siano più capaci di produrre gli agenti (art. 5, comma 14).

L’articolo sei disciplina le attività che non sono proibite dalla Convenzione, e cioè che ogni stato ha il diritto “to develop, produce, otherwise acquire, retain, transfer and use toxic chemicals and their precursors for purposes not prohibited under this Convention” (art. 6, comma 1). Ad ogni stato spetta quindi il compito di far sì che gli agenti chimici ed i loro precursori non siano usati per la creazione di armi chimiche (art. 6, comma 2). L’articolo sette disciplina le misure nazionali per dare attuazione alla Convenzione, e l’articolo otto disciplina la creazione dell’OPCW (Organization for the Prohibition of Chemical Weapons).

Ai sensi dell’articolo otto comma uno, gli Stati parte la hanno istituita “to achieve the object and purpose of this Convention, to ensure the implementation of its provisions, including those for international verification of compliance with it, and to provide a forum for consultation and cooperation among States Parties”. L’OPCW è un’organizzazione internazionale, con sede all’Aja, in Olanda, ed è organizzata, ai sensi dell’articolo otto comma quattro, in una Conferenza degli Stati parte (art. 8, lett. “b”, commi 9-22), un Consiglio esecutivo (art. 8, lett. “c”, commi 23-36) ed un Segretariato tecnico (art. 8, lett. “d”, commi 37-47).

L’articolo nove disciplinava le consultazioni e la cooperazione, comprese le richieste di chiarificazione (art. 9, commi 3- 7) e le “challenge inspections” o “ispezioni su sfida”, mediante le quali “each State Party has the right to request an on-site challenge inspection of any facility or location in the territory or in any other place under the jurisdiction or control of any other State Party for the sole purpose of clarifying and resolving any questions concerning possible non-compliance with the provisions of this Convention, and to have this inspection conducted anywhere without delay by an inspection team designated by the Director-General and in accordance with the Verification Annex” (art. 9, comma 8).

Le ispezioni su sfida sono uno strumento molto penetrante di controllo di eventuali deviazioni dal dettato del trattato: il loro funzionamento è disciplinato dal resto dell’articolo otto, nei commi dal nove al venticinque. L’articolo dieci si occupa di assistenza e protezione in merito alle armi chimiche, anche mediante la collaborazione fra i diversi membri; l’articolo undici fa salva la collaborazione fra Stati a fini pacifici e ribadisce che il trattato non dev’essere in alcun modo inteso come ostacolo per lo sviluppo della ricerca chimica, purchè per fini non proibiti dalla Convenzione.

L’articolo dodici riporta i modi per ripristinare e porre rimedio alle violazioni compiute, prevedendo anche delle sanzioni: a tal fine la Conferenza degli Stati parte “may recommend collective measures to States Parties in conformity with international law” o, “in cases of particular gravity, bring the issue, including relevant information and conclusions, to the attention of the United Nations General Assembly and the United Nations Security Council”.

L’articolo tredici richiama il legame con il Protocollo di Ginevra e la Convenzione sulle armi biologiche, affermando che nulla nella CWC è da interpretare come limitante rispetto agli obblighi assunti dagli stati con i due trattati. Viene così confermata de facto la complementarietà dei due accordi, in modo tale da “coprire” tutti gli ambiti della materia ed evitare che nelle pieghe dei due trattati vi possano essere delle scappatoie che permettano l’uso di qualche agente.

La durata della convenzione viene stabilita come illimitata all’articolo sedici, primo comma. Infine l’articolo ventuno precisa che la convenzione entrerà in vigore 180 giorni dopo il deposito della sessantacinquesima ratifica. La Convenzione è poi seguita da una lunga serie di allegati; ai sensi dell’articolo diciassette “the Annexes form an integral part of this Convention. Any reference to this Convention includes the Annexes”. Ad essi spetta il compito di integrare molte delle disposizioni presenti nella Convenzione, disciplinando una vasta serie di settori.

Una serie di allegati fondamentali per il contrasto alle armi chimiche sono le tre tabelle (“schedules”) ed i relativi elementi chimici vietati. La prima tabella contiene una serie di elementi chimici che sono vere e proprie armi chimiche o sono tali da esserlo in pratica (magari perché mai utilizzate) o sono precursori per i componenti della tabella uno; esso, eccetto la funzione bellica non hanno applicazioni civili se non molto limitate. La loro natura è considerata molto tossica e pertanto sono elementi che pongono gravi rischi per il rispetto della Convenzione.

La tabella riporta molti composti chimici e comprende gli agenti sarin, soman, tabun, VX, agenti mostarda, lewisite, saxitossine, ricina e precursori dei precedenti. Come si evince facilmente, tutti questi agenti sono pericolosi strumenti bellici, e con pochi usi (anche civili) se non quelli di offendere, cioè lo scopo per cui sono stati inventati.

La seconda tabella contiene degli elementi che sono tossici, alcuni possono essere dei precursori di quelli indicate nella tabella uno o due, ma la gran parte sono prodotti in piccole quantità per motivi non vietati dalla Convenzione. Fra questi si annoverano l’aminton, il PFIB, il BZ e una serie di precursori. La terza tabella infine contiene agenti che sono stati prodotti, accumulati o usati come armi chimiche e posseggono comunque una tossicità che li rende utilizzabili come armi chimiche; sono comunque realizzabili in grandi quantità per finalità non proibite dalla CWC.

Sono contenuti anche i precursori che possono permettere la creazione di agenti di cui alle tabelle uno e due. Fra gli agenti tossici troviamo il fosegene, il Cyanogen chloride, l’Hydrogen cyanide e la cloropicrina, affiancati da una lunga serie di precursori. Il sistema delle tabelle serve in quanto a seconda del posizionamento dell’agente in una tabella od in
un’altra, uno stato è ammesso a produrne più o meno: sono previsti limiti di produzione e obblighi di notifica in caso di creazione dei relativi prodotti. In questo modo si può monitorare un’eventuale abuso della produzione di uno o più composti, che nel caso soprattutto della prima classe, se prodotti in eccesso avrebbero solo finalità di tipo bellico.

In conclusione, pur essendo la CWC l’ultima delle Convenzioni internazionali siglate, rappresenta un buon documento sufficientemente completo ad inibire, almeno normativamente, le armi chimiche. La presenza di una struttura come l’OPCW è un segnale importante di come la comunità internazionale sia decisa a seguire da vicino questo tipo di armamenti, in modo da evitare che futuri sviluppi delle tecnologie chimiche siano mai in grado di essere utilizzati con fini bellici.

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 46

a cura di Cornelio Galas

Militari ad una postazione antiaerea nell’estate 1941

Militari ad una postazione antiaerea nell’estate 1941

Militari ad una postazione antiaerea nell’estate 1941

Militari ad una postazione antiaerea nell’estate 1941

Montagne viste da un aereo in volo nell’estate 1941

Funerali di tre caduti nell’estate 1941

Una costa vista da un aereo in volo nell’estate 1941

Gruppo di soldati su un’imbarcazione nell’estate 1941

Marinaio nell’estate 1941

Edificio a Rodi nell’estate 1941

Cumulo di sacchetti di sabbia nell’estate 1941 con scritto il motto “Il nostro destino è e sarà sempre sul mare. Credere obbedire combattere”

Motore nell’estate 1941

Marinaio in una sala di apparecchiature nell’estate 1941

Marinaio ad una entrata nella roccia a Rodi con la scritta “Chi tocca i fili muore” nell’estate 1941

L’ammiraglio Luigi Biancheri con cane attraversa un ponte di legno a Rodi nell’estate 1941

Gruppo di marinai a Rodi saluta festosamente l’ammiraglio Luigi Biancheri nell’estate 1941

L’ammiraglio Luigi Biancheri in un gruppo di militari e civili a Rodi nell’estate 1941

Il cagnolino dell’ammiraglio Luigi Biancheri a Rodi nell’estate 1941

L’ammiraglio Luigi Biancheri con un ufficiale e un civile a Rodi nell’estate 1941

L’ammiraglio Luigi Biancheri con un ufficiale e due civili a Rodi nell’estate 1941

Una torpediniera in bacino di carenaggio per la ripulitura nell’estate 1941

Una torpediniera in bacino di carenaggio per la ripulitura nell’estate 1941

Una torpediniera in bacino di carenaggio per la ripulitura nell’estate 1941

Una torpediniera in bacino di carenaggio per la ripulitura nell’estate 1941

Postazione di artiglieria contraerea nell’estate 1941

Postazione di artiglieria contraerea nell’estate 1941

Postazione di artiglieria contraerea nell’estate 1941

Postazione di artiglieria contraerea nell’estate 1941

Postazione di artiglieria contraerea nell’estate 1941

Soldati in una trincea con una radiotrasmittente nell’estate 1941

Accampamento di artiglieria in zona di operazioni nell’estate 1941

Accampamento di artiglieria in zona di operazioni nell’estate 1941

Accampamento di artiglieria in zona di operazioni nell’estate 1941

Accampamento di artiglieria in zona di operazioni nell’estate 1941

Messa sul campo nell’estate 1941

Accampamento di artiglieria in zona di operazioni nell’estate 1941

Gruppo di soldati in pausa nell’estate 1941

Soldati al lavoro nell’estate 1941

Soldato rade un compagno nell’estate 1941

Idrovolanti francesi provenienti dalla Siria a Rodi per il rifornimento nell’estate 1941

Idrovolanti francesi provenienti dalla Siria a Rodi per il rifornimento nell’estate 1941

Marinai al porto di Rodi nell’estate 1941

Idrovolante francese proveniente dalla Siria a Rodi per il rifornimento nell’estate 1941

Un nostro idrovolante ritorna a Rodi dopo il tramonto da una lunga ricognizione marittima nell’estate 1941

Un nostro idrovolante ritorna a Rodi dopo il tramonto da una lunga ricognizione marittima nell’estate 1941

Esercitazione della divisione “Trieste” a Lucrino nell’estate 1941

Esercitazione della divisione “Trieste” a Lucrino nell’estate 1941

Esercitazione della divisione “Trieste” a Lucrino nell’estate 1941

Esercitazione della divisione “Trieste” a Lucrino nell’estate 1941

Esercitazione della divisione “Trieste” a Lucrino nell’estate 1941

Esercitazione della divisione “Trieste” a Lucrino nell’estate 1941

Esercitazione della divisione “Trieste” a Lucrino nell’estate 1941

Veduta di esplosioni nella zona dell’esercitazione della divisione “Trieste” a Lucrino nell’estate 1941

Pezzo di artiglieria da campo nell’estate 1941

Soldati con un pezzo di artiglieria da campo nell’estate 1941

Pezzo di artiglieria da campo nell’estate 1941

Il generale Alessandro Piazzoni illustra ad una missione tedesca nuove armi anticarro nell’estate 1941

Mitragliera anticarro in azione nell’estate 1941

Il generale Alessandro Piazzoni illustra ad una missione tedesca nuove armi anticarro nell’estate 1941

Il generale Alessandro Piazzoni in un gruppo di militari nell’estate 1941

Il generale Alessandro Piazzoni in un gruppo di militari nell’estate 1941

La bandiera italiana inastata nell’estate 1941 dopo l’occupazione degli aeroporti greci

Effetti dei nostri attacchi constatati nell’estate 1941 dopo l’occupazione degli aeroporti greci

Effetti dei nostri attacchi constatati nell’estate 1941 dopo l’occupazione degli aeroporti greci

Effetti dei nostri attacchi constatati nell’estate 1941 dopo l’occupazione degli aeroporti greci

Effetti dei nostri attacchi constatati nell’estate 1941 dopo l’occupazione degli aeroporti greci

Idrovolanti alla fonda in un idroscalo di guerra approntati per la missione di guerra nell’estate 1941

Gli idrovolanti alla fonda in un idroscalo di guerra vengono sollevati nell’estate 1941

Il cacciatorpediniere “Fearless” affondato da un nostro mas nel Mediterraneo centrale nell’estate 1941

Mas e idrovolanti in azione di guerra nell’estate 1941

Mas in navigazione nell’estate 1941

Mas in navigazione nell’estate 1941

Bombardamento aereo di unità navali nemiche nel Mediterraneo centrale nell’estate 1941

Bombardamento aereo di unità navali nemiche nel Mediterraneo centrale nell’estate 1941

Bombardamento aereo di unità navali nemiche nel Mediterraneo centrale nell’estate 1941

Bombardamento aereo di unità navali nemiche nel Mediterraneo centrale nell’estate 1941

Bombardamento aereo di unità navali nemiche nel Mediterraneo centrale nell’estate 1941

Bombardamento aereo di unità navali nemiche nel Mediterraneo centrale nell’estate 1941

Bombardamento aereo di unità navali nemiche nel Mediterraneo centrale nell’estate 1941

Costruzione di un nuovo ponte sul canale di Corinto nell’estate 1941

Costruzione di un nuovo ponte sul canale di Corinto nell’estate 1941

Costruzione di un nuovo ponte sul canale di Corinto nell’estate 1941

Truppe italiane in un posto di ristoro alla stazione Budapest nell’estate 1941

Truppe italiane in un posto di ristoro alla stazione Budapest nell’estate 1941

Soldati italiani e romeni alla stazione di Budapest nell’estate 1941

Truppe italiane e romene alla stazione di Budapest nell’estate 1941

Truppe italiane e romene alla stazione di Budapest nell’estate 1941

Il generale di fanteria tedesco Streius con i nostri generali alla stazione di Budapest nell’estate 1941

Truppe italiane in un posto di ristoro alla stazione Budapest nell’estate 1941

Truppe italiane alla stazione di Budapest nell’estate 1941

Militari su un treno in partenza da Budapest nell’estate 1941

Truppe italiane in un posto di ristoro alla stazione Budapest nell’estate 1941

Convoglio militare a Budapest nell’estate 1941

Militari alla stazione di Budapest nell’estate 1941

Militari alla stazione di Budapest nell’estate 1941

Militari alla stazione di Budapest nell’estate 1941

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Pòlsete adés Vittorio …

Pòlsete adés Vittorio …

di Cornelio Galas

Vittorio, pòlsete adés, pòlsete,
tóca ai zóveni nar envanti …
anca se forsi t’eri tì, propri tì,
el pù scalmanà en ‘sta Busa.

 

Pòlsete, no gh’è gnanca pù bisogn
de la carozèla ‘n do te sei finì,
te ninerà i ànzoi, quei che sa …
quei che sa da temp chi te séi.

 

El so che seiterài a vardar zó
soratut dal zél sora el Quisisana,
el so che tegnerài d’ocio tut,
e te darài pùgni ale nùgole.

 

Perché, a dirtela tuta, no so …
se quel che t’ai somenà qua zó
el buterà come te pensevi ti,
se sarém bòni de gosàr come ti.

 

De zerto te gài ròt le scatole
a quei che no féva propri polito,
de zerto te ne mancherai tant,
perché de ti se se podeva fidar.

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ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA – 6

a cura di Cornelio Galas

Il Trattato di non proliferazione nucleare prevedeva, ai sensi dell’art. 10, una durata venticinquennale, a seguito della quale le parti erano libere di renderlo definitivo oppure di estenderlo per un ulteriore periodo. Nel 1995, al termine della Conferenza degli Stati parte venne deciso di estendere indefinitamente la durata del trattato. Era un altro importante segnale della consapevolezza che la comunità internazionale aveva conseguito riguardo all’importanza del disarmo, pur mantenendo in vita il “doppio binario” di paesi nucleari e non: al momento grande attenzione è riservata alla conferenza internazionale che si terrà nel maggio del 2010.

Come riporta la Commissione sulle armi di distruzione di massa (La Weapons of mass destruction Commission, WMDC): “l’armamento nucleare di alcuni stati, per quanto non sottoscrittori del trattato, rappresenta comunque un vulnus nell’impianto di sicurezza collettivo, ed un potenziale minaccia alla pace mondiale. I paesi che al momento sono dotati di armamento nucleare e che non sono parti del trattato sono, come noto, paesi al centro di difficili scenari regionali, e sono, più o meno, caratterizzati da instabilità interne accompagnate da situazioni locali delicate e incerte”.

Sicuramente il possesso di armi nucleari non aiuta a raffreddare i toni dello scontro, ma rischia solamente di alzarli allontanando nel contempo le delicate trattative o i tentativi che si fanno per rendere le aree più stabili. Nel caso pakistano, poi, il rischio che lo stato sta correndo e, secondo molti, lo sta trasformando in un failed state, rende ancora più pericoloso il possesso di armi nucleari.

La WMDC nel suo rapporto del 2006 identifica quattro tipi di problematiche che toccano da vicino il trattato di non proliferazione:

  • 1) La mancanza di progressi in direzione del disarmo nucleare;
  • 2) La violazione del trattato o delle prescrizioni dell’IAEA compiute da Iraq, Libia, Corea del Nord e Iran, che hanno messo a repentaglio la credibilità del trattato, e che potrebbero generare un pericoloso “effetto domino” che porterebbe altri stati ad acquisire capacità nucleari militari;
  • 3) Il meccanismo del ritiro dal trattato, che va sempre notificato al Consiglio di Sicurezza del’Onu, ma, se non seguito da idonee azoni, rischia di essere un mero elemento formale;
  • 4) La mancanza di un segretariato tecnico che supporti le parti per rafforzare il trattato, cosa che lo rende il più debole dei trattati sulle armi di distruzione di massa.

Noto anche con il nome di Seabed Treaty, questo accordo venne firmato nel 1971 ed entrò in vigore nel 1972. Come i trattati sull’Antartico e l’Outer Space Treaty, lo scopo del trattato sul fondale del mare era quello di evitare ed impedire la militarizzazione del suolo marino e del relativo sottosuolo, riconoscendo l’interesse comune dell’umanità in un uso del fondale marino per fini pacifici (preambolo del trattato) e prevenendo una corsa alle armi in un settore finora libero da esse.

Nel corso degli anni lo sviluppo tecnologico aveva permesso uno sviluppo dell’oceanografia ed una conseguente scoperta delle risorse e delle potenzialità del fondale marino; la mancanza di regolamentazione poteva essere scatenante per le rivalità. L’Assemblea Generale istituì una commissione a dicembre del 1967, con l’obiettivo di assicurare “that the exploration and use of the seabed and the ocean floor should be conducted in accordance with the principles and purposes of the Charter of the United Nations, in the interests of maintaining international peace and security and for the benefit of all mankind”.

Il trattato consta di undici articoli, ed all’art. 1 comma 1 prevede che “the States Parties to this Treaty undertake not to emplant or emplace on the seabed and the ocean floor and in the subsoil thereof beyond the outer limit of a sea-bed zone, as defined in article II, any nuclear weapons or any other types of weapons of mass destruction as well as structures, launching installations or any other facilities specifically designed for storing, testing or using such weapons”, mentre all’art. 1 comma 3 prevede che “the States Parties to this Treaty undertake not to assist, encourage or induce any State to carry out activities referred to in paragraph 1 of this article and not to participate in any other way in such actions”.

I trattati Strategic Arms Limitation Talks (SALT) e il trattato ABM

Il risultato conseguito con il trattato di non proliferazione nucleare rappresentava un avvenimento storico nell’ambito della guerra fredda, destinato tuttavia ad avere ulteriori conseguenze sui periodi storici futuri. Il periodo della guerra fredda che va sotto il nome di “distensione” “fu tanto un processo quanto una serie di trattati. Essa scaturì dalla natura competitiva di relazioni fra le superpotenze e la competizione rimase una caratteristica di quelle relazioni anche quando la detente si radicò […] la chiave della detente è tutta nell’intersezione fra sviluppi globali, bilaterali ed interni”.

Tale periodo, identificabile nell’intervallo di anni che va fra gli anni sessanta ed i primi anni ottanta fu determinante per la ratifica di alcuni importantissimi trattati inerenti le armi di distruzione di massa, ed in particolare quelle nucleari, che costituivano lo strumento militare finale degli arsenali delle superpotenze e dei loro sistemi di alleanza. Dal positivo clima instauratosi nel corso delle negoziazioni di alcuni trattati e, soprattutto, di quello sulla non proliferazione nucleare, emersero alcune intese che avrebbero prodotto importanti effetti nella competizione nucleare.

Uno di questi trattati fu lo Strategic Arms Limitation Talks (SALT), traducibile come “discussione sulla limitazione delle armi strategiche”. Sotto questo nome vanno ricordate le discussioni sfociate poi in due distinti accordi (SALT I e SALT II) effettuate fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica e concretatesi in due trattati per la limitazione ed il controllo delle armi strategiche; questi colloqui sono stati considerati “one of the high points of the détente era”.

Come evidente, la discussione verteva sui sistemi missilistici, veri e propri vettori strategici per il lancio delle testate nucleari. Tali trattati, seppure limitati alle sole relazioni bilaterali fra le superpotenze, erano la conferma della volontà di proseguire sulla strada della negoziazione finalizzata al controllo degli armamenti, più che al disarmo. Nel gennaio del 1967 il presidente Johnson lanciò all’Unione Sovietica l’idea di un trattato che limitasse gli armamenti strategici, per il momento ancora non disciplinati.

La firma del trattato di non proliferazione fu idonea a far superare i primi dubbi sovietici in materia, ma la successiva invasione di Praga (1968) congelò i dialoghi accennati da Johnson nel luglio del 1968. I colloqui ripresero durante la presidenza Nixon, durante il 1969. In ottobre venne annunciato l’inizio dei colloqui nel novembre del 1969, a Helsinki; alla prima sessione di colloqui ne fecero seguito diverse altre finché le trattative culminarono nella firma del trattato il ventisei maggio 1972, durante la visita di Johnson in Unione Sovietica.

Con il SALT 1 le superpotenze disciplinavano pertanto due diversi tipi di armi, cioè quelle offensive (i missili strategici ICBM) e le armi difensive, i missili ABM, in due documenti separati: un’attenzione particolare venne anche riservata ai missili che potevano essere lanciati dai sommergibili (SLBM).

L’accordo SALT I si componeva di otto articoli, di un protocollo e di alcune disposizioni comuni: in sostanza dopo aver richiamato nel preambolo l’articolo del trattato di non proliferazione, il primo articolo affermava l’intenzione delle parti di non cominciare a costruire ulteriori siti a terra di ICBM a partire dal primo luglio 1972, e allo stesso modo, l’articolo tre impegnava le parti a limitare gli SLBM e i sottomarini capaci di lanciare missili balistici. All’articolo sette le parti si impegnavano a proseguire le negoziazioni per la riduzione delle armi strategiche offensive; il periodo della durata dell’accordo era di cinque anni, suscettibile di essere implementato successivamente (art. 8, comma 2).

Il protocollo aggiuntivo (“Protocol to the interim agreement between the United States of America and the Union of Soviet Socialist Republics on certain measures with respect to the limitation of strategic offence arms”) fissava nel dettaglio i numeri degli arsenali: gli Stati Uniti limitavano il loro arsenale a 1054 missili balistici, 656 missili per sottomarini e 455 bombardieri strategici, mentre i russi rispettivamente si limitavano a 1618 missili, 740 SLBM e 140 bombardieri.

L’apparente difformità nei numeri era compensata dalla superiorità americana in merito ai missili a testata multipla MIRV, i quali sostanzialmente davano la superiorità agli americani. Il secondo trattato che venne firmato fu quello riguardante gli ABM, cioè gli Anti-Ballistic Missiles, i sistemi antimissili balistici. Essi erano idonei di vanificare un attacco portato con vettori missilistici, e pertanto erano in grado di alterare l’equilibrio che faticosamente le superpotenze stavano ricercando.

I sistemi ABM si basavano sulla capacità di intercettare i missili ICBM avversari, e gli americani stavano compiendo notevoli esperimenti per incrementare i propri programmi quali il “Progetto Nike” o il “Sentinel”. L’arrivo della tecnologia MIRV sembrò inizialmente idonea a sopravanzare le difese antimissile, e ciò fu in grado di assicurare, nonostante i sistemi difensivi, la fine sicura del nemico: questa tecnologia fu quella su cui si basava la MAD. Il miglioramento delle relazioni fra Stati Uniti ed Unione Sovietica fu decisivo per permettere l’inizio della discussione del trattato ABM nel 1967: alla fine, come il trattato SALT I, l’ABM Treaty fu firmato nel 1972.

Sostanzialmente esso prevedeva la possibilità per ogni nazione di avere solamente due aree protette da ABM, una per proteggere la capitale e l’altra per garantire la protezione del principale sito di lancio fisso di ICBM. Il trattato è composto da sedici articoli, caratterizzati da un notevole tecnicismo in materia missilistica: dopo il riconoscimento nel preambolo della pericolosità della guerra nucleare, dell’intendimento di cui all’art. 6 del trattato NPT e dell’anelito verso il disarmo “generale e completo” in materia nucleare, le parti si impegnavano a limitare gli ABM e a non difendere l’intera nazione con gli stessi (art. 1).

Il terzo articolo limitava il dispiegamento dei sistemi ABM a due sole zone: la prima presso la capitale, con un raggio di 150 km e dotata di non più di cento lanciatori di ABM e cento missili intercettori, la seconda presso il sito di lancio ICBM con le stesse caratteristiche di prima, seppure con alcune modifiche riguardo al numero dei radar. I successivi articoli disciplinavano i test, le evoluzioni e il posizionamento dei sistemi antimissile in aria, nel mare, nello spazio o a terra su supporti mobili (art. 5), il divieto di trasformazione di altri sistemi in sistemi ABM e la limitazione dei radar “di avvistamento” ai confini nazionali (art. 6), la distruzione di sistemi antimissile e componenti in eccesso rispetto al numero concordato o nelle aree diverse da quelle specificate (art. 8) e, per assicurare l’efficacia del trattato, l’impegno a non trasferire o schierare in stati terzi i sistemi previsti.

L’articolo tredici prevedeva poi l’istituzione di una “standing consultative Commission”, con una serie di compiti (lett. a-g) riassumibili nel controllo degli obblighi assunti, nella fornitura di informazioni, nel considerare eventuali cambiamenti nella situazione strategica, nell’accordarsi su procedure e tempi di distruzione o smantellamento di ABM e relativi componenti, e infine, nel considerare ulteriori proposte nell’ambito del trattato o altre comunque finalizzate a limitare le armi strategiche.

Veniva salvaguardata la possibilità di modernizzare e ridislocare gli ABM, sempre nel rispetto del trattato (art. 7) e veniva ribadito l’impegno a continuare le negoziazioni per limitare la armi offensive strategiche (art. 11); veniva inoltre fissata una durata illimitata del trattato (art. 15, comma 1). Ma dopo il summit del 1974, le parti formarono un protocollo aggiuntivo che ulteriormente limitò il posizionamento degli ABM, limitando a un solo posto l’area in cui dislocare i sistemi antimissile (art. 1).

Le relazioni russo-americane sembravano aver preso una nuova strada: in pochi anni erano stati conclusi importantissimi accordi sia multilaterali che bilaterali in merito a tematiche delicate quali quelle nucleari: oltre a ciò la visita di Nixon a Mosca e quella di Breznev negli Stati Uniti (giugno 1973) davano dei segnali positivi sull’efficacia della distensione. Gli accordi intercorsi fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica nei primi anni settanta riguardavano tre argomenti, cioè il disarmo, la cooperazione medica, scientifica e tecnologica ed infine un accordo sui “principi fondamentali delle relazioni fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica”.

Tutto sembrava far sperare in un positivo esito anche del successivo trattato, il SALT II. Tuttavia alcuni delicati cambiamenti nello scenario mondiale furono tali da compromettere il secondo accordo, il quale, alla fine, venne sottoscritto ma mai ratificato dagli Stati Uniti. Diversi elementi erano cambiati nel panorama internazionale, alterando in modo radicale il delicato equilibrio che si era formato negli anni della distensione. La crisi nella leadership americana, culminata nello scandalo del Watergate, si sommava a un infelice e scottante insuccesso nel Vietnam; in parallelo la fine della dittatura portoghese e la conseguente rivoluzione dei Garofani (1975) apriva le porte alle ultime sanguinose rivoluzioni conseguenti la decolonizzazione.

Allo stesso tempo il fenomeno della CSCE, le conseguenze della guerra del Kippur, l’impatto dello “shock petrolifero” del 1973 e la creazione di legami fra Stati Uniti e Cina preoccupava l’Unione Sovietica, la quale però poteva contare su una solidissima guida, almeno fino al 1982 (morte di Breznev). Nel corso degli anni settanta sorsero diversi conflitti in ambiti regionali distanti, uno dei quali fu l’Africa. Qui l’attività sovietica diretta ed indiretta (mediata dai cubani) fu particolarmente rilevante. Il culmine della proiezione sovietica degli anni settanta fu l’invasione dell’Afghanistan, evento che allertò in misura forte le amministrazioni americane.

Tale azione era anche il primo intervento russo all’esterno dell’area di controllo affidatagli, cioè gli stati satellite dell’Est. L’incontenibilità dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati fu il motivo principale che progressivamente convinse gli Stati Uniti ad affrontare con animo differente le discussioni sul trattato SALT II. Le trattative per questo accordo cominciarono già nel 1972 a Ginevra, e continuarono durante i vertici di Mosca e della Crimea nel 1974, nonostante Nixon fosse ormai definitivamente compromesso dallo scandalo Watergate.

Di seguito “l’ultimo vertice degli anni della distensione” si tenne a Vladivostok, fra Breznev e Ford (che aveva sostituito Nixon) sempre nel 1974. Il testo definitivo fu stabilito il 18 giugno 1979 a Vienna, quando Breznev incontrò il nuovo presidente americano, Carter, ma “il clima era profondamente cambiato e l’intesa era orami un guscio quasi vuoto […] nessuno dei due ebbe la volontà di dichiarare che la distensione era finita”.

Il trattato doveva durare fino al 1985, ma il Senato americano non lo ratificò, in segno di protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan (dicembre 1979), la quale “fornì l’argomento ufficiale per la chiusura di un dialogo sui massimi sistemi nucleari al quale molte speranze erano state affidate, ma la portata del quale era stata radicalmente modificata da quanto frattanto era accaduto in tutto il mondo”.

Il trattato SALT II prevedeva, ai sensi dell’art. 3, che le parti limitassero gli ICBM, gli SLBM, i bombardieri e gli ASBM (Anti-ship ballistic missiles) in un numero massimo di 2400 ordigni, a prescindere dalla tipologia, da ridurre a 2250 a partire dal primo gennaio del 1981 (art. 3, 2° comma), e una serie di limiti per le varie tipologie di missili, soprattutto i MIRV. Il trattato, di notevole complessità, elencava minuziosamente le varie tipologie di armamenti ed i loro limiti.

Il tre gennaio del 1980 Carter chiese al Senato americano di rinviare la ratifica del trattato: la distensione era ormai definitivamente tramontata. Con essa si chiudeva la serie di promettenti trattati SALT, e si apriva una nuova ma breve fase di confronto bipolare, definita “seconda guerra fredda”. Se i mezzi diplomatici e la straordinaria sequenza di accordi sulla armi nucleari erano state lo sfondo degli anni settanta, occorrerà attendere l’arrivo del nuovo corso in Unione Sovietica con Gorbacev per vedere rifiorire iniziative bilaterali della stessa importanza.

Prevention of nuclear war agreement

Il 22 giugno del 1973 Stati Uniti ed Unione Sovietica firmarono un breve accordo destinato a vincolare i loro comportamenti in caso di confronto nucleare o di pericolo di tal senso. Il trattato, finalizzato a regolare soprattutto le dinamiche del confronto fra le superpotenze, aveva evidenti ricadute sull’intera collettività mondiale. Tale aspetto non sfuggiva alle due superpotenze, e, come tale, venne debitamente sottolineato nel primo articolo del trattato.

Il resto del trattato impegnava le superpotenze ad astenersi dalla minaccia di usare la forza contro l’altra parte, contro i relativi alleati o contro gli altri stati, in circostanze che possano mettere a repentaglio la pace e la sicurezza internazionali; allo stesso modo le superpotenze convenivano di gestire le relazioni internazionali sulla base di questi impegni (art. 2), e, più in generale, di sviluppare le relazioni reciproche e quelle con gli altri stati (senza distinzione) secondo gli scopi dell’accordo.

Il trattato, di durata illimitata (art. 7) faceva comunque salvi i diritti di autodifesa di cui all’art. 51 dello Statuto dell’Onu e le sue clausole (art. 6, lett. a-b), e gli obblighi nei confronti di alleati ed altri stati. Curiosamente, l’articolo finale prevedeva l’immediata vigenza dell’accordo, all’atto della firma (art. 8).

Treaty on the limitation of underground nuclear weapon tests

Il Trattato sulla limitazione delle esplosioni nucleari sotterranee è un accordo firmato da Stati Uniti e Unione Sovietica nel luglio del 1974. Conosciuto anche come “Threshold test ban treaty” (TTBT) stabilisce una soglia al di sopra della quale è proibito effettuare esplosioni di armi nucleari: questa soglia venne fissata in 150 kilotoni. Nel corso degli anni sessanta erano già stati conclusi diversi esperimenti superiori a 150 kilotoni in entrambe le superpotenze; le esplosioni sotterranee rimanevano esplicitamente escluse dal trattato del 1963.

Durante l’incontro di Mosca del 1974 venne raggiunto l’accordo sul trattato, e venne contestualmente sottoscritto un protocollo tecnico fra le parti. L’accordo prevedeva uno scambio di informazioni fra le parti, con riguardo soprattutto ai dati geologici, idonei a comprendere la forza di un esperimento nucleare. Un accordo di questo tipo segnava un punto importante nelle relazioni bilaterali.

Nonostante la firma del trattato nel 1974, esso non fu inviato al Senato Americano fino al luglio del 1976, in quanto il trattato era legato all’entrata in vigore di un altro accordo, il “Peaceful nuclear explosions treaty” (detto anche PNE treaty). Per diversi anni i due trattati non vennero ratificati, anche se Stati Uniti e Unione Sovietica dichiararono di voler comunque rispettare il limite dei 150 kilotoni; dopo ulteriori negoziati nel 1987, contenuti in alcuni nuovi protocolli, i trattati entrarono in vigore nel 1990.

Nel trattato TTBT all’articolo uno vengono indicati i divieti di usare o effettuare armi nucleari di più di 150 kilotoni (comma 1), di limitare al minimo i test sotterranei (comma 2) e di impegnarsi a continuare le negoziazioni. All’articolo tre venivano citate le esplosioni sotterranee per fini pacifici, le quali avrebbero dovuto essere regolate al più presto possibile da un accordo da negoziare fra le parti.Il trattato, a detta dell’articolo cinque, doveva rimanere in vigore per cinque anni, ed era seguito da un lungo protocollo aggiuntivo di carattere tecnico.

Intermediate-range nuclear force treaty

Il trattato sulle armi nucleari a medio raggio, abbreviato solitamente con il nome “trattato INF”, è un accordo bilaterale fra Unione Sovietica e Stati Uniti che venne concluso a Washington l’otto dicembre del 1987, da Ronald Reagan e Mikhail Gorbacev. Quest’ultimo in politica estera “aveva abbandonato l’obiettivo della parità strategico-militare con gli Stati Uniti, cercando di fondare la sicurezza del paese sugli accordi politici e sul disarmo: Gorbacev si rendeva infatti conto che per l’Urss la competizione militare, oltre che perdente, era insostenibile sul piano economico”.

Con il termine “intermediate range nuclear forces” si intendono due categorie diverse di missili, quelli a raggio intermedio IRBM e quelli a medio raggio MRBM, ma anche i bombardieri a medio raggio ed i missili da crociera: tutti questi sono capaci di operare in un solo teatro e non a livello intercontinentale, stante la loro gittata più breve.

Le armi a medio raggio, in quanto non strategiche, erano escluse dal trattato SALT; ma quando l’Unione Sovietica schierò i missili SS-20 in Europa, garantendosi la superiorità nel teatro europeo ciò alterò i governi occidentali, in quanto tali missili non potevano raggiungere il Nuovo continente. La risposta americana non si fece attendere, e nel 1979 alla Nato Carter poteva annunciare il dispiegamento di missili da crociera e di missili “Pershing II” in Europa, cercando al contempo un negoziato con l’Unione Sovietica per arrivare ad un ritiro totale dei missili (la cosiddetta strategia “dual track”).

Il dispiegamento di queste armi generò una vera e propria ondata di proteste di movimenti pacifisti, che temevano che tali armi facilitassero un conflitto nucleare piuttosto che impedirlo. I colloqui cominciarono a Ginevra nel 1981, ma la situazione fin dal principio non si dimostrava semplice. Soprattutto la posizione americana era molto radicale, i quanto Reagan (intanto subentrato a Carter) focalizzava la priorità dell’amministrazione americana sulla cosiddetta “opzione zero”, cioè il ritiro completo di tutte le armi a medio raggio.

La proposta venne respinta dai sovietici in quanto sarebbe toccato solo a loro ritirare i propri missili; essi rilanciarono chiedendo il ritiro anche di quelli inglesi e francesi. Gli occidentali non accettarono, e la situazione rimase in stallo; intanto nel 1983, fra grandi proteste, cominciarono ad essere dispiegati gli INF americani. La difficile transizione postbrezneviana e le incertezze nelle condotte dei suoi due successori Andropov e Cernienko permisero una ripresa dei colloqui solo nel 1985, con l’elezione di Gorbacev.

Dopo alcune serie di proposte russe, all’incontro di Reykjavik del 1986 la situazione cominciò a sbloccarsi, e Gorbacev accettò la presenza del sistema SDI; nel febbraio del 1987 l’Unione Sovietica annunciò che era disponibile ad un accordo separato sugli INF. Nei mesi successivi si completò l’accordo con la riduzione anche dei missili a breve raggio, e fece concludere l’accordo nel corso della visita di Gorbacev a Washington a dicembre del 1987.

Il trattato si compone di 17 articoli, e specifica all’art. 1 che “each Party shall eliminate its intermediate-range and shorter-range missiles, not have such systems thereafter, and carry out the other obligations set forth in this treaty”. L’art. 2 specificava le definizioni di missile a breve ed a medio raggio, diversificando anche le categorie fra quelli fissi, detti GLCM (“ground launched criuse missile”) e quelli mobili, detti GLBM (“ground launched ballistic missile”).

I missili intermedi erano indicati come GLBM o GLCM con un raggio d’azione fra i 1.000 ed i 5.000 chilometri (art. 2 comma 5) mentre i missili a corto raggio erano quelli con un raggio d’azione fra i 500 ed i 1.000 chilometri (art. 2, comma 6). Al successivo articolo tre le parti indicavano analiticamente i missili da eliminare.

Gli articoli quattro e cinque specificavano poi i modi di eliminazione delle due categorie di missili, l’articolo sei vietava di produrre o testare alcuna delle due categorie e nemmeno delle parti o dei sistemi di lancio. L’articolo undici prevedeva per ciascuna parte la possibilità di condurre ispezioni e di impegnarsi a metterle in atto (art. 11 comma 1) sia nel territorio dell’altra parte sia in quello degli altri stati in cui erano poste (art. 11, comma 2).

L’articolo tredici, infine, creava una “Special verification commission”, pensata come una “cornice” nella quale le parti potevano risolvere i problemi riguardanti le obbligazioni del trattato e accordarsi sui provvedimenti da intraprendere per migliorare l’attuazione e l’effettività del trattato. Era la prima volta in cui le due superpotenze accettavano di eliminare completamente un’intera categoria di armi.

I trattati START

Sotto il nome di START (Strategic Arms Reduction Treaty) vanno indicati alcuni trattati che hanno trovato origine nel clima della “seconda guerra fredda” e che hanno rappresentato gli ultimi accordi bilaterali del mondo bipolare e i primi del mondo post-bipolare. Come indica direttamente il nome, a differenza degli accordi SALT, che ponevano delle limitazioni, gli accordi START vennero negoziati con il preciso impegno di ridurre le armi atomiche.

Dopo il periodo di tensione fra est ed ovest dei primi anni ottanta, i colloqui che avrebbero portato alla firma del primo trattato START ripresero nel 1985 con Gorbacev, pur essendo cominciati nel 1981. Inizialmente il leader sovietico propose di diminuire del 50% le armi strategiche, ma alla fine gli arsenali vennero ridotti del 30%.

Il limite che venne proposto alla fine era di 6.000 testate nucleari e di un massimo di 1.600 “Strategic nuclear delivery vehicles”(SNDV) cioè mezzi (aerei, missili da crociera e balistici). Il documento che ne venne fuori è particolarmente lungo e complesso, e si compone di diciannove articoli, affiancati da trentotto dichiarazioni, sette protocolli ed altri documenti.

Il trattato START, conosciuto poi come START I quando venne firmato il secondo, venne concluso il 31 luglio del 1991. In esso, come indicato nel preambolo, le parti riconoscevano le devastanti conseguenze di una guerra nucleare e rimarcando il ruolo della stabilità strategica come prioritario per la sicurezza internazionale, concordavano che ogni parte “shall reduce and limit its strategic offensive arms in accordance with the provisions of this Treaty, and shall carry out the other obligations set forth in this Treaty and its Annexes, Protocols, and Memorandum of Understanding” (art. 1).

Nel preambolo venivano anche citati i precedenti trattati di non proliferazione nucleare, il trattato anti-Abm, e si faceva un generico riferimento alle “strategic offensive arms”. A contrario rispetto al trattato INF, e secondo la dottrina militare corrente, si può desumere che le armi “strategiche” siano quelle non disciplinate nel trattato INF, e pertanto quelle che per la loro distanza sono idonee all`attacco su distanze intercontinentali.

Tale approccio è condiviso dal trattato, che in effetti si riferisce sempre a ICBM, SLBM e bombardieri. Infine le armi essendo “offensive” escludono riferimenti a quelle difensive, come ad esempio gli Abm o l`iniziativa SDI, che dagli americani era ritenuta come un argomento fuori dalla trattativa. All`articolo due le parti decidevano di limitare i propri ICBM ed i relativi sistemi di lancio, gli SLBM ed i relativi sistemi di lancio, i bombardieri strategici, le testate degli ICBM e le testate degli SLBM, in modo che dopo sette anni essi (aggregatamente) non avessero ecceduto (art. 2, comma 1):

  • – 1.600 per gli ICBM schierati ed i sistemi di lancio, gli SLBM ed i sistemi di lancio ed i bombardieri, di cui 154 per i c.d. “ICBM pesanti”;
  • – 6.000 per le testate attribuite agli ICBM, SLBM e bombardieri schierati, includendo:
  • – 4.900 per testate su ICBM e SLBM;
  • – 1.100 per testate su ICBM lanciabili da postazioni mobili;
  • – 1.540 per testate su ICBM “pesanti”.

All`art. 2, comma 2 si prevedevano tre fasi diverse in cui completare la riduzione dei propri arsenali, articolate nel seguente modo: –

  • a) La prima fase, di trentasei mesi, avrebbe dovuto portare a:
    – 2.100 per ICBM, SLBM schierati e relativi sistemi di lancio, e bombardieri schierati;
    – 9.150 per testate attribuite a ICBM e SLBM e bombardieri schierati;
    – 8.050 per testate attribuite a ICBM e SLBM schierati.
  • b) La seconda fase, di non più di sessanta mesi, avrebbe dovuto portare a:
    – 1.900 per ICBM, SLBM schierati e relativi sistemi di lancio, e bombardieri schierati;
    – 7.950 per testate attribuite a ICBM e SLBM e bombardieri schierati;
    – 6.750 per testate attribuite a ICBM e SLBM schierati.
  • c) Per la fine della terza fase, in non più di ottantaquattro mesi, si sarebbero dovuti raggiungere i numeri di cui all`art. 2, comma 1. Infine ogni parte si impegnava a limitare il peso totale dei missili ICBM e SLBM, con ovvie conseguenze sul carico di testata o testate che potevano portare.

Gli articoli tre e quattro prevedevano poi dei complessi parametri per “contare” le testate montate sui singoli sistemi di lancio, mentre l`articolo cinque permetteva l`ammodernamento ed il rimpiazzo delle armi strategiche, purché nei limiti del trattato (art. 5, comma 1), ma impegnava le parti comunque a non produrre, testare o schierare ICBM “pesanti” di nuova generazione (cioè con caratteristiche diverse da quelle disciplinate) o ad aumentarne il carico di lancio.

Allo stesso modo veniva vietata la produzione, il test o il dispiegamento di lanciatori mobili di ICBM e SLBM “pesanti” , dei silos degli ICBM “pesanti”, e di non convertire sistemi di lancio degli ICBM in sistemi di lancio di ICBM “pesanti”. L`articolo sei poneva dei limiti per gli ICBM mobili, i quali sono più difficili da controllare: veniva fatta distinzione fra quelli sistemati su ferrovia e quelli no. L`articolo sette esaminava i modi di conversione ed eliminazione delle armi strategiche.

Di grande importanza sono gli articoli undici e dodici, i quali prevedevano delle possibilità di ispezione reciproca regolate da un annesso “Inspection protocol”. Soprattutto l`articolo dodici indicava le modalità di cooperazione fra le parti. Infine, l`articolo quindici prevedeva la creazione di una Joint Compliance and Inspection Commission (JCIC), con le funzioni di risolvere dubbi riguardo all`osservanza delle decisioni prese, migliorare l`attuazione e l`effettività del trattato e risolvere i dubbi che possano riguardare l`applicazione delle condizioni irrilevanti del trattato ai nuovi tipi di armi strategiche offensive.

Le previsioni di questo articolo sostanzialmente ricalcano quelle del trattato INF. Gli effetti del trattato furono molteplici, e vennero a prodursi in una fase di grossi cambiamenti nello scenario mondiale. Per gli Stati Uniti il trattato START I permetteva di mantenere la superiorità nel settore SLBM, mentre per i russi essa era riservata agli ICBM posti a terra. Il trattato era previsto che durasse per quindici anni. Ciò che invece non era stato considerato era la disgregazione politica cui stava andando incontro l`Unione sovietica.

Il collasso economico, politico ed istituzionale dell`impero sovietico aveva visto prima l`insorgere di tentatavi di liberazione nell`Europa dell`est, e poi il risveglio
del nazionalismo nelle altre Repubbliche sovietiche. Nel giro di pochissimo tempo molte repubbliche socialiste sovietiche votarono praticamente all`unanimità risoluzioni in cui chiedevano l`indipendenza dall`Unione Sovietica.

Il collasso istituzionale in cui si trovava l`amministrazione centrale impedi sostanzialmente di replicare a questa serie di moti d`indipendenza. La Russia vide perciò sbucare ai propri confini quelle nuove identità politiche che sessant`anni di comunismo non erano riusciti a sopprimere. Il ritiro della non più Unione Sovietica dalle frontiere comportava un grave problema strategico: la presenza di arsenali nucleari rilevanti nelle nuove repubbliche di Ucraina, Kazakistan, Bielorussia e, ovviamente, Russia (la quale ereditò le funzioni dell`Unione Sovietica).

Nel maggio del 1992 venne firmato in Portogallo il “Protocollo di Lisbona” con il quale i vari nuovi stati si assumevano li stessi obblighi del trattato START (art. 1 del Protocollo) e si impegnavano ad aderire al trattato di non proliferazione nucleare il prima possibile (art. 5). Per la fine degli anni novanta le parti avevano aderito al trattato e smantellato i propri depositi di materiale nucleare bellico. Il trattato START I terminerà i suoi effetti, come previsto, il cinque dicembre del 2009.

Come annunciato congiuntamente dai presidenti Medvedev e Obama a Londra il primo aprile 2009 è stata presa la comune decisione di lavorare ad un nuovo trattato che sostituisca START I. Di conseguenza il sei luglio è stato firmato un accordo comune il quale “commits the United States and Russia to reduce their strategic warheads to a range of 1500-1675, and their strategic delivery vehicles to a range of 500-1100. Under the expiring START and the Moscow treaties the maximum allowable levels of warheads is 2200 and the maximum allowable level of launch vehicles is 1600”, riporta in un comunicato ufficiale la Casa Bianca.

La diminuzione ulteriore delle armi strategiche si rivelerà determinante sia per la sicurezza di entrambe le parti e per la stabilità nelle armi strategiche offensive (anche qui indicate come “strategic offensive forces”) ha concluso il comunicato.

Una storia meno felice la ebbero i due successivi trattati START, rispettivamente START II e START III. Il trattato START II fu negoziato in tempi brevissimi rispetto al primo trattato. Se START I aveva impiegato quasi una decina di anni per essere ultimato, START II ebbe brevissimi tempi di negoziazione. Esso impegnava le parti a eliminare dal proprio arsenale i missili MIRV, e tutti gli ICBM basati a terra, salvo quelli per finalità spaziali (art. 2).

Il trattato venne firmato il tre gennaio 1993 da Bush e Yeltsin e secondo l`Oxford dictionary of politics, “START II marked the end of the nuclear arms race between the superpowers”, ma successivamente incontrò diverse difficoltà ad essere ratificato.

Il Senato americano ratificò il trattato nel 1996, mentre la Duma russa rinviò l`approvazione fino al 2000, motivandola con le critiche per l`espansione ad est della Nato e la guerra in Kosovo. Ma nonostante sia stato ratificato, il trattato START II non è mai entrato in vigore, in quanto gli Stati Uniti non ratificarono un protocollo parallelo al trattato. Pertanto, è come se il trattato completo non fosse stato ratificato.

Comunque il trattato START II è stato superato dai fatti e soprattutto dal ritiro americano dal trattato anti-ABM avvenuto il tredici giugno 2002. Il quattordici giugno il governo russo replicò sostenendo che egli “sees no grounds for giving force to START II and no longer considers itself bound by the undertaking, stipulated by international law, to refrain from steps which could strip the Treaty of aim and objective”.

Il successivo trattato SORT fu il definitivo sorpasso del trattato START II. Vi fu poi il tentativo di negoziare il trattato START III, che avrebbe dovuto prevedere un`ulteriore riduzione delle testate nucleari per arrivare a circa 2.000. La negoziazione del trattato venne iniziata da Clinton e da Yeltsin nel 1997, ma ben presto si arenò per l`opposizione russa all`espansione della Nato e la previsione americana di creare un sistema di difesa antimissile.

Una proposta russa di ulteriore abbassamento del numero delle testate venne respinto dall`amministrazione americana: il ritiro dal trattato anti ABM del 2002 fece finire le stantie discussioni del trattato START III, mentre intanto stavano avvenendo le discussioni per il trattato SORT.

Mutual detargeting treaty

Nel 1994 fra Clinton e Yeltsin venne raggiunto un accordo (ma la letteratura lo chiama “trattato”) sulla rispettiva non puntabilità degli obiettivi: il Mutual detargeting treaty. In altre parole, i diversi missili erano costantemente puntati sui bersagli presenti nello stato avversario, pronti a dirigersi in caso di risposta ad un attacco, che, come noto, non avrebbe lasciato molto tempo per reagire. Questo accordo si applicava sia ai missili ICBM che agli SLBM.

Visto che alcuni di questi non potevano non essere preorientati su un bersaglio, si decise di puntarli nell`oceano. In ogni caso i missili potevano essere riprogrammati in caso di attacco: ma l`impatto politico dell`accordo era molto rilevante. Alla fine della guerra fredda le due superpotenze pur riconoscendo l`importanza della regolamentazione nucleare per i propri equilibri politici, non sentivano più la necessità di tenere costantemente “sotto tiro” i propri obiettivi.

Dopo questo trattato anche la Gran Bretagna provvide unilateralmente a non tenere sotto tiro i propri obiettivi.

Comprehensive test ban treaty

Il Comprehensive test ban treaty è un trattato internazionale che vieta ogni tipo di esplosione nucleare. Fin dal principio dell`era atomica, le esplosioni di ordigni nucleari erano test importanti che coinvolgevano simultaneamente diversi aspetti delle strategie delle nazioni. Erano innanzi tutto un segnale politico, un segno di appartenenza di “essere nel gruppo” nucleare.

I comportamenti tenuti dagli stati nucleari sono stati proprio questi: quando la tecnologia atomica militare era sviluppata occorreva dare il segnale politico della acquisita capacità: un’esplosione nucleare. In questo modo l`arma atomica fece la sua apparizione sul campo di battaglia in Giappone: allo stesso modo in Kazakistan nel 1949 e via di seguito.

Ma le esplosioni di ordigni nucleari sono anche segnali militari, in grado di indicare la forza delle armi possedute e la loro tecnologia. Infine servono per verificare tecnicamente l`operato dei materiali disponibili, e valutare gli effetti dell`arma. Inizialmente non veniva attribuita eccessiva importanza alle esplosioni nucleari: esse venivano effettuate con abbastanza disinvoltura dalle grandi potenze, a volte anche con ordigni di grandi dimensioni.

Ben presto ci si rese conto che tali esperimenti, soprattutto se compiuti all`aria aperta e con armi di grande potenza, si rivelavano dannosi per l`ambiente e la salute umana. Come noto, dopo ogni esplosione nucleare viene rilasciata radioattività e detriti carichi radioattivamente. Tutte queste riflessioni, e anche la volontà di impedire il test di ordigni sempre più potenti, portarono nel 1963 alla conclusione del Partial test ban treaty, il quale limitava le esplosioni nucleari alle sole aree sotterranee, in quanto vietava esplosioni nell`atmosfera, nello spazio e nell`acqua.

Questo trattato era l`antesignano del Comprehensive test ban treaty, che, come indica il nome, riguarda ogni tipo di esperimento. Un altro trattato analogo fu il Threshold Test Ban Treaty del 1974 che poneva un tetto anche per gli esperimenti
sotterranei a 150 chilotoni. La situazione più distesa seguente la fine della guerra fredda e la pressione crescente delle opinioni pubbliche portò l`Unione Sovietica a dichiarare una moratoria agli esperimenti nucleari, che venne seguita dagli Stati Uniti nel 1993.

I tempi erano maturi per proporre un divieto complessivo di tutti i test nucleari: le consultazioni ed i colloqui cominciarono cosi` nell`ambito della Conferenza sul disarmo, e terminarono con l`adozione del testo da parte dell`Assemblea generale il dieci settembre del 1996. Il testo in sè non sarebbe troppo lungo, in quanto sono diciassette articoli; tuttavia alcuni di questi sono molto complessi e divisi in moltissimi commi, il che rende alla fine il trattato un documento abbastanza articolato.

Il trattato, senza limiti di durata (art. 9, comma 1) si apre con un preambolo che riconosce positivamente le iniziative di disarmo nucleare e il contrasto alla proliferazione e l’importanza delle iniziative in questo senso, specificando che insistere sulla cessazione di tutti i test nucleari, con l`obiettivo di eliminare definitivamente le armi nucleari, è un modo per proseguire sul cammino del disarmo. Vi è inoltre un esplicito richiamo al trattato sul parziale divieto di esperimenti nucleari del 1963.

Il primo articolo, rubricato come “basic obligations” afferma l`impegno di ogni stato a non compiere alcun test nucleare né alcuna esplosione e a proibire e prevenire tali eventi sul proprio territorio (art. 1, comma 1). Allo stesso modo gli stati devono impedire di incoraggiare, causare o prendere parte ad ogni test nucleare ed ad ogni esplosione.

L’articolo due è particolarmente lungo (contiene ben cinquantasette commi) e disciplina la cerazione e l`organizzazione della “Comprehensive Nuclear Ban Treaty Organization”, “to achieve the object and purpose of this Treaty, to ensure the implementation of its provisions, including those for international verification of compliance with it, and to provide a forum for consultation and cooperation among States Parties” (art. 2, comma 1), in cui tutte le parti saranno rappresentate (art.2, comma 2).

La sede venne fissata a Vienna (art. 2, comma 3), e la CTBTO (come è abbreviata) venne riconosciuta come organismo indipendente (art. 2, comma 7). Il resto dell’articolo due disciplina l’organizzazione della CTBTO, articolata su una Conferenza di Stati parte (art. 2, commi 12-26), un Consiglio esecutivo (art. 2, commi 27-41) nel quale vi è una ripartizione geografica dei membri a seconda dei continenti (art. 2, comma 28), un segretariato tecnico (art. 2, commi 42-53), e le immunità per i membri (art. 2, commi 54-57).

L’articolo tre si occupa delle misure di attuazione del trattato su scala nazionale, imponendo agli stati di prendere provvedimenti per (art. 3, comma 1):

  • a) Proibire nel proprio territorio a persone fisiche o giuridiche di porre in essere attività proibite a ogni Stato parte dal trattato;
  • b) Proibire alle persone fisiche e giuridiche di intraprendere tali attività ovunque vi sia il proprio controllo;
  • c) Proibire, d’intesa con il diritto internazionale, che persone della propria nazionalità ovunque intraprendano tali attività.

Ogni stato parte si impegnava poi a fornire collaborazione e cooperazione agli altri stati (art. 3, comma 2) e ad informare la CTBTO dei provvedimenti presi conformemente a queste attività (art. 3, comma 3). Al fine di verificare l’attuazione del trattato, l’articolo quattro (“verification”) regola la verifica degli obblighi in modo dettagliato (si compone di sessantotto commi), articolandola su quattro azioni diverse (art. 4, comma 1):

  • a) Un sistema internazionale di controllo;
  • b) Consultazioni e chiarimenti;
  • c) Ispezioni in loco;
  • d) Provvedimenti di “confidence-building”.

Queste diverse forme di verifica venivano poi specificamente analizzate nell’articolo quattro, e rispettivamente il sistema di controllo internazionale (art. 4, commi 16-28), il sistema di consultazioni e chiarimenti (art. 4, commi 29-33), le ispezioni sui luoghi (art. 4, commi 34-67) ed infine le misure di “confidence-building” (art. 4, comma 68). Il successivo articolo sei si occupava delle controversie mentre gli articoli sette e otto rispettivamente degli emendamenti e del riesame del trattato.

Di particolare interesse è poi l`articolo quattordici, che disciplina l`entrata in vigore del trattato. A norma del primo comma, “this Treaty shall enter into force 180 days after the date of deposit of the instruments of ratification by all States listed in Annex 2 to this Treaty, but in no case earlier than two years after its opening for signature”. L’“annex 2” è la lista degli Stati membri della Conferenza sul disarmo che hanno partecipato alla negoziazione del trattato, e sono quarantaquattro: il trattato potrà entrare in vigore solo tre mesi dopo la ratifica del trattato da parte di tutti gli stati.

La CTBTO monitora costantemente gli stati che hanno firmato e quelli che hanno ratificato la convenzione: al momento la situazione è la seguente: l’ultimo stato che ha firmato il trattato è Saint Vincent e Grenadine e l’ultimo stato che ha ratificato è la Liberia. Al momento il trattato non è ancora entrato in vigore, in quanto non tutti gli stati di cui all’“annesso due” hanno ratificato il CTBT. Mancano ad oggi importanti adesioni, come la Corea del Nord, l’India e il Pakistan e anche decisive ratifiche: in primis gli Stati Uniti, ma anche la Cina, Israele, l’Iran, l’Indonesia e l’Egitto.

Il trattato Strategic Offensive Reduction Treaty

Il trattato Strategic Offensive Reduction Treaty, conosciuto anche come SORT o “Moscow Treaty” è un trattato bilaterale firmato a Mosca il ventiquattro maggio 2002 fra i presidenti Putin e Bush. Esso al momento è l’ultimo della lunga serie di trattati che riguardano il disarmo nucleare: in particolare poi, la sua ratifica ha sostanzialmente svuotato di contenuti il trattato START II e resa superflua la negoziazione del suo successore, lo START III.

Già dall’incontro del G8 di Genova del 2001 vi erano state delle avvisaglie riguardo alla volontà di Stati Uniti e Russia di cominciare dei nuovi colloqui sul controllo delle armi nucleari. Nel corsi di un incontro con Putin nel novembre 2001, Bush sostenne che gli Stati Uniti avrebbero unilateralmente ridotto il proprio arsenale nucleare. Putin replicò sostenendo che anche la Russia si sarebbe comportata nello stesso modo, e propose agli Stati Uniti la sottoscrizione di un impegno formale in tale senso.

Le negoziazioni cominciarono a gennaio del 2002, anche se le posizioni di partenza erano diverse. La Russia cercava un impegno vincolante, mentre invece gli Stati Uniti proponevano soluzioni più flessibili. Altri motivi di difficoltà erano il calcolo delle testate, se occorreva seguire o meno il sistema usato per la formulazione del trattato START I, ed infine la volontà russa di non vedere compromessa la sua deterrenza da parte di un sistema difensivo americano.

Alla fine il trattato venne firmato pochi mesi dopo, e si concretò in un documento breve (solo cinque articoli). Il preambolo è interessante in quanto si richiamavano il rafforzamento delle proprie relazioni mediante cooperazione ed amicizia, la consapevolezza “that new global challenges and threats require the building of a qualitatively new foundation for strategic relations between the Parties” e l’intenzione di migliorare la riduzione nel campo delle armi offensive strategiche.

Il breve trattato comincia con il primo articolo, che è il fulcro dell`accordo. Esso impegna ogni parte a ridurre e limitare le proprie “testate strategiche nucleari” in modo che da dicembre 2012 esse siano non più di 1700-2200 per ogni parte. Veniva inoltre lasciata a ogni parte un’autonoma capacità di determinare composizione e struttura delle proprie armi offensive strategiche.

L’articolo due ribadiva la vigenza del trattato START I, e l’articolo tre affermava l`impegno delle parti ad organizzare almeno due volte all’anno un incontro di una commissione bilaterale di attuazione dell’accordo. La struttura semplice e la mancanza di previsioni precise ha fatto sorgere molte critiche riguardo al trattato. Innanzi tutto il termine “testate strategiche nucleari” (in inglese “strategic nuclear warheads”) non specifica a quale tipo ci si riferisca.

Inoltre non viene indicato, come ad esempio in START I, alcun tipo di progressiva riduzione delle testate: anche qui ogni parte è libera di organizzarsi a proprio piacimento entro il termine del 2012. La libertà concessa alle parti nella determinazione delle proprie armi offensive strategiche è un altro allontanamento dalla stringente limitazione contenuta nel trattato START I.

Il trattato, a norma dell’articolo quattro, durerà fino al 2012, e successivamente potrà essere rinnovato o esteso (art. 4, comma 2), ed ogni parte può decidere di ritirarsi tre mesi dopo aver dato comunicazione scritta alla controparte (art. 4, comma 2). Infine “because the Treaty does not contain any interim limits or schedule for reductions, either party can exceed the limits in the Treaty at any time leading up to December 31, 2012”.

Nuclear weapons free zones

Le aree denuclearizzate sono certe aree della superficie terrestre dichiarate tali in virtù di accordi internazionali intercorsi fra più parti, le quali “concordano di non produrre, acquisire o testare armi nucleari, proibendone anche il deposito, la consegna, l’installazione o l’impiego a qualsiasi altro paese”. La prima area denuclearizzata fu l’Antartico, dichiarata tale col trattato del 1959. Le aree denuclearizzate rappresentano un altro modo di favorire il disarmo e rafforzare il divieto di diffusione delle armi nucleari.

Inevitabilmente la presenza di armi nucleari può portare ad usarle, o comunque può generare una spiacevole “corsa all’armamento” da parte dei paesi vicini. A maggior ragione questo può capitare se il contesto geopolitico locale è poco stabile, o minato da gravi inimicizie se non proprio veri confronti o rivalità. In altri termini “the ratio behind NWFZ is that there is a direct correlation between denuclearization and peace”.

L’assemblea delle Nazioni Unite ha definito le Nuclear Weapons Free Zones (NWFZ) nella risoluzione 3472 B del 1975. La medesima risoluzione all’articolo due riportava gli obblighi principali degli stati con armi nucleari nei confonti delle NWFZ Nel caso in cui la stessa fosse stata riconosciuta come tale dall’Assemblea generale. Gli stati con armi nucleari si sarebbero dovuti impegnare a rispettare il trattato che creava la zona, astenersi in quei territori dal compimento di atti che violino il trattato e astenersi dall’usare o dal minacciare l’uso delle armi in quei teatri.

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Al momento esistono cinque NWFZ disciplinate con altrettanti trattati, che qui seguiranno l’ordine cronologico. Alcuni di questi trattati riguardano alcune aree del pianeta, uno riguarda un singolo stato ed infine altri intere aree geografiche.

Trattato di Tlatelolco

Il trattato di Taltelolco è un trattato internazionale che fu concluso nel 1967 con il nome completo di “Treaty for the Prohibition of Nuclear Weapons in Latin America and the Caribbean”. Venne firmato nella cittadina messicana di Tlatelolco, da cui il nome, e fu il primo trattato che riguardava delle aree abitate da cui venivano bandite le armi nucleari.

Il trattato aveva come scopo quello di rendere l’America Latina ed i Caraibi una zona priva di armi nucleari (art. 4 e cartina allegata la trattato), ed entrò in vigore nel 1969. Ad oggi conta le ratifiche di tutte le nazioni dell’America Latina e inoltre nel primo protocollo annesso le firme degli Stati stranieri che hanno dei possedimenti (Stati Uniti, Olanda, Francia, Regno Unito). Nel secondo protocollo annesso le potenze nucleari che lo sottoscrissero (Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia, Gran Bretagna, Cina) si impegnarono a non violare la neutralità nucleare dei paesi latinoamericani e caraibici (secondo protocollo, art. 2) nonchè a non usare nè minacciare di usare armi nucleari contro I paesi firmatari (secondo protocollo, art. 3).

Gli stati membri inoltre davano il loro assenso alla creazione dell’OPANAL, cioè “Organismo para la Proscripción de las Armas Nucleares en la América Latina y el Caribe”, un’agenzia intergovernativa che si occupa di far rispettare gli obblighi del trattato.

Trattato di Rarotonga

Il trattato di Rarotonga, il cui nome ufficiale è “South Pacific Nuclear Free Zone Treaty”, è un trattato internazionale che riguarda l’Oceania. Esso venne sottoscritto nel 1985 e creò nell’area del Pacifico del sud una vasta zona libera dalle armi atomiche, le cui coordinate geografiche sono indicate nell’allegato uno.

In tutta l’area, ai sensi dell’articolo tre, ogni parte si impegna a non creare, acquisire, possedere o controllare qualsiasi genere di arma nucleare di ogni tipo, a non ricevere alcuna assistenza nella creazione o nell`acquisizione di alcuno strumento nucleare nè infine ad intraprendere alcuna azione per assistere o incoraggiare la creazione o l’acquisizione di alcuna arma nucleare da parte di alcuno stato.

Il trattato si riferisce a “nuclear explosive devices”, facendo quindi salvi gli usi nucleari pacifici, cui è rivolto l`articolo quattro. Il Trattato è stato firmato da tutte le nazioni dell`area, e sono stati previsti tre protocolli aggiuntivi, nei quali si richiede rispettivamente agli stati che hanno territori nell’area di non fabbricare, mantenere o sperimentare armi nucleari (protocollo uno), alle potenze atomiche di non usare o minacciare di usare armi nucleari contro alcuna parte del trattato o contro i territori degli stati che hanno firmato il primo protocollo (protocollo due) ed infine sempre alle potenze atomiche di non sperimentare alcun tipo di arma nucleare nell’area.

Mentre il primo protocollo è stato sottoscritto da Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia (Russia e Cina non hanno territori nell’area) gli altri due protocolli sono stati sottoscritti da tutte e cinque le potenze atomiche. Il trattato di Ratatonga non
ha creato un’organizzazione internazionale come nel caso del trattato di Tlatelolco.

Trattato di Bangkok

Il trattato di Bangkok, noto anche come Treaty on the Southeast Asia Nuclear Weapon-Free Zone, è un trattato internazionale che istituisce una zona libera dale armi nucleari nell`Asia del sudest (SEANFWZ). Esso è stato concluso nel 1995 fra dieci stati asiatici membri dell’ASEAN e riguarda “land territory, internal waters, territorial sea, archipelagic waters, the seabed and the sub-soil thereof and the airspace above them” (art. 1, let. “b”) e le zone economiche esclusive (art. 1, let. “a”).

Come gli altri trattati in materia, vieta alle parti di sviluppare, fabbricare, acquisire, possedere o controllare armi nucleari, trasportarle, testarle o usarle (art. 3, comma 1)e impegna gli Stati a non permettere, nel proprio territorio, a nessuno Stato terzo di sviluppare, costruire, acquisire, possedere o controllare armi nucleari, trasportarle, testarle o usarle (art. 3, comma 2).

Infine, all’interno dei “basic undertakings” vi è anche l’impegno a non scaricare nel mare o nell`atmosfera all’interno della SEANFWZ alcun tipo di materiale o rifiuto radioattivo, disfarsi degli stessi o permettere nei propri territori che uno Stato terzo compia questi comportamenti (art. 3, comma 3). Anche in quest`area viene comunque fatta salva la possibilità di usare pacificamente l`energia nucleare, “in particolare per lo sviluppo economico ed il progresso sociale” (art. 4).

Vi sono anche un protocollo ed un allegato aggiuntivo al Trattato, che non è stato ancora sottoscritto dalle cinque potenze nucleari. Il trattato, come quello di Ratatonga, non ha creato alcuna struttura simile all`OPANAL.

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 45

a cura di Cornelio Galas

Militare in pausa con un cagnolino al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Bombe di grosso calibro al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari attingono acqua da un pozzo al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari attingono acqua da un pozzo al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari versano acqua attinta da un pozzo al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Rifornimento di carburante ad un aereio del campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari in pausa al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari in pausa al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari in pausa al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari in pausa al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari in pausa al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari in pausa al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari davanti ad un aereo al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari davanti ad un aereo al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Aereo in partenza dal campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Telefonista al lavoro al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Telefonisti al lavoro al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Telefonisti al lavoro al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

L’abitato di Sira visto da un idrovolante in volo nell’estate 1941

L’abitato di Sira visto dal mare nell’estate 1941

L’abitato di Sira visto dal mare nell’estate 1941

Due militari a passeggio in una via lungomare di Sira nell’estate 1941

L’abitato di Sira di sfondo a due militari a colloquio su una terrazza sul mare nell’estate 1941

L’abitato di Sira di sfondo a due militari a colloquio sul mare nell’estate 1941

Due militari su una spiaggia di Sira nell’estate 1941

Un’isola greca vista da un idrovolante in volo nell’estate 1941

Un’isola greca vista da un idrovolante in volo nell’estate 1941

Rodi vista da un idrovolante in volo nell’estate 1941

Il porto di Rodi visto da un idrovolante in volo nell’estate 1941

Il porto di Rodi visto da un idrovolante in volo nell’estate 1941

Idrovolanti francesi provenienti dalla Siria a Rodi per il rifornimento nell’estate 1941

Militari al porto di Rodi nell’estate 1941

Idrovolanti francesi provenienti dalla Siria a Rodi per il rifornimento nell’estate 1941

Abitato di un’isola greca visto dal mare nell’estate 1941

Un’isola greca vista da un aereo in volo nell’estate 1941

Arrivo di truppe e di camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Arrivo di truppe e di camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Arrivo di truppe e di camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Arrivo di truppe e di camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Sbarco di truppe e di camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Sbarco di truppe e di camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Sbarco di truppe e di camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Camicia nera all’isola di Samo nell’estate 1941

Camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

La truppa attraversa una via di Samo nell’estate 1941

La truppa attraversa una via di Samo nell’estate 1941

Gruppo di ufficiali a Samo nell’estate 1941

Navi ancorate al porto di Samo nell’estate 1941

Autorità militari italo tedesche prendono il tè loro offerto da notabili arabi nell’estate 1941

Compagnia di soldati italiani riattiva nell’estate 1941 il ciglione di Derna distrutto dal nemico in fuga

Compagnia di soldati italiani riattiva nell’estate 1941 il ciglione di Derna distrutto dal nemico in fuga

Compagnia di soldati italiani riattiva nell’estate 1941 il ciglione di Derna distrutto dal nemico in fuga

Compagnia di soldati italiani riattiva nell’estate 1941 il ciglione di Derna distrutto dal nemico in fuga

Compagnia di soldati italiani riattiva nell’estate 1941 il ciglione di Derna distrutto dal nemico in fuga

Compagnia di soldati italiani riattiva nell’estate 1941 il ciglione di Derna distrutto dal nemico in fuga

Divisione autotrasportata sosta sulla linea del fronte di Tobruch nell’estate 1941

Divisione autotrasportata sosta sulla linea del fronte di Tobruch nell’estate 1941

Divisione autotrasportata sosta sulla linea del fronte di Tobruch nell’estate 1941

Divisione autotrasportata sosta sulla linea del fronte di Tobruch nell’estate 1941

L’apparecchio di Hamilton abbattuto dalla nostra contraerea nell’estate 1941

Il canale di Corinto nell’estate 1941

Costruzione nuovo ponte sul canale di Corinto nell’estate 1941

Costruzione nuovo ponte sul canale di Corinto nell’estate 1941

Costruzione nuovo ponte sul canale di Corinto nell’estate 1941

Costruzione nuovo ponte sul canale di Corinto nell’estate 1941

Costruzione nuovo ponte sul canale di Corinto nell’estate 1941

Passaggio a Vienna di truppe italiane per il fronte nell’estate 1941

Truppa tedesca schierata a Vienna nell’estate 1941

Passaggio a Vienna di truppe italiane per il fronte nell’estate 1941

Passaggio a Vienna di truppe italiane per il fronte nell’estate 1941

Ufficiali italiani e tedeschi alla stazione di Vienna nell’estate 1941

Ufficiali italiani e tedeschi e crocerossine alla stazione di Vienna nell’estate 1941

Ufficiali italiani e tedeschi ad un pranzo a Vienna nell’estate 1941

Militari con uno strumento di rilevazione nell’estate 1941

Militari alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militari alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militari alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militari alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militari alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militari alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militari alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militari ad uno strumento di rilevazione nell’estate 1941

Militari ad uno strumento di rilevazione nell’estate 1941

Militari alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militare alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militari a strumenti di rilevazione nell’estate 1941

Uomo a torso nudo con cappellino di paglia dell’aeronautica nell’estate 1941

Militari ad una postazione contraerea nell’estate 1941

Militari ad una postazione contraerea nell’estate 1941

Militari schierati nell’estate 1941

Militari ad una postazione contraerea nell’estate 1941

Militari schierati nell’estate 1941

Gruppo di militari in movimento nell’estate 1941

Militari ad una postazione contraerea nell’estate 1941

Militari in pausa nell’estate 1941

Militare al lavoro nell’estate 1941

Militari in una trincea nell’estate 1941

Militari ad uno strumento di rilevazione nell’estate 1941

Militare ad una postazione antiaerea nell’estate 1941

Militare ad una postazione antiaerea nell’estate 1941

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