ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 21

a cura di Cornelio Galas

Fonte: Università degli Studi di Roma “La Sapienza” Facoltà di Scienze Politiche. Titolo Tesi: “La campagna di Russia (C.S.I.R.- A.R.M.I.R. 1941-1943) nella memorialistica italiana del dopoguerra”. Anno accademico 1999-2000.

Italiani e tedeschi

Hitler aveva preparato l’invasione dell’ Unione Sovietica in gran segreto ed era riuscito a cogliere impreparato tanto il suo nemico quanto l’alleato italiano che era stato tenuto all’oscuro di tutto fino all’ultimo momento. La scarsa considerazione tedesca irritò notevolmente Mussolini, che non si aspettava certo di essere escluso dalla crociata antibolscevica.

Immediatamente furono iniziati i preparativi per allestire un contingente italiano da spedire in Russia. Tale iniziativa non venne apprezzata dall’alleato nazista, lo stesso Hitler, in risposta alle pressioni di Mussolini, rimarcò come lo sforzo bellico italiano dovesse essere indirizzato verso la guerra in Africa e nel Mediterraneo, non c’era bisogno dell’aiuto italiano in Russia. E d’altronde quanto poteva essere decisivo un corpo di spedizione in un confronto che vedeva schierati milioni di uomini?

La presenza italiana, quindi, era appena sopportata, ancor prima che si concretizzasse. Il ruolo del C.S.I.R. all’interno della macchina militare tedesca era così segnato fin dall’inizio: nonostante gli sforzi di Messe si trattava di operare non al fianco degli alleati, ma alle loro dipendenze. E questo non solamente per l’esiguo numero del contingente in rapporto alle forze della Wehrmacht, ma anche per la sua scarsa autonomia in fatto di approvvigionamenti e mobilità, per le quali si era alla totale mercé dei tedeschi.

Fin dall’inizio le autorità germaniche palesarono lo stato di subordinazione delle esigenze italiane alle loro, soddisfacendo solo in minima parte le richieste dei comandi italiani. Anche lo sfruttamento delle risorse locali era di totale competenza dell’amministrazione tedesca, gli italiani dovevano arrangiarsi con le loro risorse e con le briciole lasciate dall’alleato.

Sullo stato di frustrazione dei nostri servizi è interessante lo stralcio di questo fonogramma cifrato dell’intendenza: “Autorità tedesca cerca tutti modi controllare et dove possibile impadronirsi nostra organizzazione et limitare mia libertà azione modo et forma intollerabili et inconciliabili nostro prestigio alt”.

Le marce forzate per raggiungere dall’Italia le zone operative in Russia divennero un vero e proprio calvario per i soldati italiani costretti, per l’assenza di treni, automezzi e carburante, a percorrere centinaia di chilometri a piedi nelle polverose steppe russe. Una volta a contatto con il nemico ci si aspettava un utilizzo unitario del contingente, che invece veniva spezzettato in unità minori a piena disposizione delle esigenze e sotto l’autorità tedesca.

Naturalmente quando tutte le divisioni italiane furono finalmente riunite tornarono a costituire un corpo omogeneo sotto il comando italiano, ma per tutta la durata della campagna si verificarono problemi di subordinazione. Le esigenze belliche possono talvolta costringere le unità a dipendere da altri comandi, e ciò accadeva sia per le unità italiane che per quelle tedesche, anch’esse talvolta assegnate a comandi italiani.

Ma la reciprocità era solamente apparente perché, mentre la dipendenza italiana doveva essere integrale e assoluta, le unità tedesche, e non solo divisioni, ma anche singoli gruppi autonomi, quando lo ritenevano opportuno disobbedivano alle richieste e si rivolgevano direttamente al loro comando d’origine. Questo stato di cose favoriva lo sfruttamento delle risorse altrui senza tanta preoccupazione per le condizioni nelle quali versava l’alleato.

I comandi italiani erano poi costretti a operare alle dipendenze di quelli tedeschi, senza neppure essere messi a conoscenza del quadro complessivo della situazione militare nella quale si trovavano. La presunzione di superiorità dalle autorità naziste si trasferiva facilmente fino ai livelli più bassi raggiungendo i soldati che non perdevano occasione di manifestare orgogliosamente la loro tracotanza.

Con tali premesse è possibile comprendere la naturalezza con la quale venne sacrificato il contingente alpino sul Don al fine di permettere alle unità tedesche un più rapido ripiegamento. Il Corpo d’Armata alpino era stato parzialmente coinvolto negli scontri che nel dicembre del 1942 avevano prodotto l’accerchiamento di Stalingrado e lo sfondamento della linea del Don in diversi punti.

Le sue unità vennero utilizzate per tamponare alcune falle e rimasero in linea quando già da tempo altre unità dell’esercito italiano erano in ritirata e mentre quelle russe penetravano in profondità nel territorio. Quando l’esercito sovietico ruppe il fronte anche a nord del corpo alpino, dove si trovavano gli ungheresi, sarebbe stato necessario ordinare il ripiegamento per evitare che gli alpini (e la divisione Vicenza) si ritrovassero completamente isolati e chiusi dentro ad una sacca di grandi dimensioni.

Per più giorni le unità russe poterono liberamente operare alle spalle degli inconsapevoli italiani prima che, la sera del giorno diciassette gennaio, fosse ordinato il ripiegamento dalle autorità tedesche.

“E’ evidente che gli alti comandi tedeschi pensarono di rallentare ed intralciare l’avanzata dei sovietici lasciandosi alle spalle, indietro di giornate di marcia, le divisioni italiane, due delle quali ancora fresche ed integre, ma sprovviste di mezzi di trasporto veloci. E’ dunque sicuro che coloro che soltanto il diciassette gennaio ordinarono agli alpini di iniziare la ritirata, non potevano non essere consapevoli di emanare una sentenza di morte… Chissà se gli alti comandi tedeschi si sarebbero comportati allo stesso modo con truppe proprie… Io dico di sì… Solo che tra noi e loro scelsero noi a far da carne da cannone per rallentare l’avanzata sovietica”.

Considerazioni amare sulle responsabilità del ritardo con il quale si permise agli italiani di iniziare il ripiegamento sono espresse da più autori, che concordano sul fatto che anche solamente ventiquattro ore sarebbero state sufficienti ad evitare quell’immane calvario che fu la ritirata del corpo alpino. La poca stima e la scorrettezza dell’alleato nei confronti degli italiani si manifestò anche al momento di individuare le responsabilità dello sfaldamento del fronte del Don.

Una scarsa considerazione del valore del soldato italiano era diffusa a tutti i livelli presso l’esercito tedesco, ne d’altronde erano bastate le belle prove fornite fino al momento della disfatta a far mutare tale atteggiamento. Nell’agosto del 1942, ad esempio, un reggimento della divisione Sforzesca era stato costretta dai russi ad una rapida ritirata dalle posizioni tenute. Senza dubbio alcuno sulla consistenza dell’attacco subito, l’intera divisione fu immediatamente ribattezzata cicai, cioè scappa.

Ad ogni modo dubbi sull’efficienza della preparazione dei soldati, non soltanto in termini di materiali, venivano espresse anche dai comandi italiani.

“Quale Generale debbo invece con tutta franchezza dire che quanto ho veduto nei passati giorni mi ha fornito la riprova della insufficiente preparazione dei nostri soldati alla guerra. Anche la maggior parte dei quadri hanno dimostrato la loro imperizia, la loro impreparazione morale e tecnica a saper far fronte agli eventi nei momenti difficili”.

La linea del Don aveva il fondamentale compito di fornire la copertura del fianco sinistro alle armate tedesche impegnate nella battaglia per Stalingrado. La difesa del fiume era stata affidata, dai comandi tedeschi, alle forze alleate, italiani, rumeni, ungheresi, con l’ausilio di alcune divisioni tedesche.

La necessità di alimentare la fornace di Stalingrado aveva però via via ridotto il numero degli effettivi disposti alla protezione del fianco. Inoltre, sempre per volontà tedesca, era stata utilizzata una difesa “lineare” lungo tutto il corso del Don, disposizione questa che, dato l’esiguo numero delle forze a disposizione, non consentiva il mantenimento di unità di riserva disposte alle spalle del fronte ed in grado di intervenire dove fosse stato necessario.

I comandi italiani consapevoli di questa situazione avevano proposto, senza però la necessaria fermezza, una difesa “per capisaldi” meno rigida e più prudente. Ma i tedeschi erano oramai convinti di aver ottenuto il successo definitivo, Hitler aveva annunciato la prematura caduta di Stalingrado, non c’era bisogno di preoccuparsi tanto di un nemico già sconfitto.

“Quando si perde, si è sempre portati a cercare un colpevole. Di chi la colpa? Ma della Sforzesca, che nel giro di 24 ore aveva abbandonato completamente la riva del Don. Non si accettò la realtà e si disse che la Sforzesca era fuggita. La nostra “greca” (i comandi nel gergo militare) fu incapace di difenderla, anzi fu la prima, pur essendo stata sempre lontana dal vivo della battaglia, ad accusarla di viltà”.

L’esercito russo, tutt’altro che sconfitto, stava invece preparando la sua rivincita concentrando grandi quantità di truppe alle spalle del Don. Le prime ad essere travolte furono le truppe rumene, poi via via toccò a tutte le altre. La storiografia tedesca, e non solo, tende ad addossare le cause della sconfitta sulle spalle degli alleati, colpevoli di essersi fatti travolgere senza opporre una adeguata resistenza.

E d’altro canto questo fu l’atteggiamento delle autorità militari naziste anche durante lo svolgersi degli eventi. Neanche dopo la fine della guerra, quando si venne a conoscenza della sproporzione delle truppe che si fronteggiavano, venne mutata tale convinzione. Era difficile per un esercito sempre vittorioso come quello tedesco riconoscere i propri errori e le proprie responsabilità, molto più facile era addossare le colpe alla riconosciuta “vigliaccheria” degli alleati.

“Comme vous pouvez constater, mi fece notare con un sorriso ironico, i tedeschi sopportano il peso della lotta. I vostri soldati non combattono. Essi non tirano. Si ritirano. Per me fu come uno schiaffo… Non gli risparmiai una secca replica. Come avete già constatato, nel nostro settore i russi non sono passati. Al contrario, la vostra divisione sul Bogucar ha ripiegato e ha fatto la riverenza al nemico.

Ecco la conseguenza. Incalzai sempre più adirato: Il vostro alto comando ha smarrito lo schiaccianoci? Per quanto ci riguarda, l’ordine di ripiegamento ci ha raggiunto mentre eravamo sulla linea del Don. Noi non abbiamo fatto la riverenza al nemico… Lo mandai al diavolo”.

L’ufficiale tedesco con il quale Bellini ebbe questa accesa discussione apparteneva alla 298° divisione tedesca che durante le concitate fasi dell’attacco sovietico di dicembre, schierata al fianco degli italiani, dopo avere con varie scuse rifiutato di intervenire in aiuto dell’alleato, iniziò la sua ritirata senza alcun preavviso e senza che gli fosse stato ordinato dai comandi italiani dai quali in quel momento dipendeva.

La reazione ad un tale atteggiamento da parte delle autorità e della storiografia tedesca coinvolge naturalmente anche la memorialistica italiana, i cui autori, pur riconoscendo la scarsezza dell’equipaggiamento, tengono a rimarcare l’atteggiamento combattivo e valoroso del soldato italiano nella campagna di Russia. Valore peraltro riconosciuto dalle stesse autorità sovietiche che in un bollettino ufficiale asserirono come solamente il Corpo d’Armata alpino possa considerarsi imbattuto durante la campagna di Russia.

L’incontro con l’alleato

Il primo approccio con la mentalità e il modo di comportarsi dell’alleato, gli italiani lo ebbero ancora prima di raggiungere la Russia, mentre attraversavano i paesi dell’est Europa. Quando le tradotte militari sostavano nelle stazioni i soldati ebbero modo di incontrare i prigionieri ebrei che lavoravano guardati a vista da guardie tedesche.

Si è già rilevato come in Italia non si avesse una precisa percezione di quello che stava accadendo alle popolazioni di origine ebraica ad opera delle autorità naziste, l’incontro con tale inaspettata realtà impressionò molto i soldati italiani.

“Molti ebrei, uomini e donne, tutti con la stella gialla sul petto e sulla schiena, vagano lungo i binari: scalzi e cenciosi, passando da una tradotta all’altra, trascinano un secchio ed una scopa. Devono raccogliere le immondizie che le tradotte seminano nelle stazioni. Fingono di lavorare, come cani affamati chiedono pane e minestra. La fame e gli stenti li hanno inebetiti. Visi malati, stanchi, rassegnati: occhi pieni di fame. Alcuni bambini hanno forse sei anni… Provo pena e nausea. Quasi tutti gli alpini guardano perplessi: guardano, non capiscono”.

Era difficile comprendere come fosse possibile degradare degli esseri umani fino al punto da togliergli oltre alla dignità, anche la voglia di vivere. L’ufficiale alpino Cristoforo Negri Moscioni stava chiacchierando con un tenente medico mentre il treno stava giungendo alla stazione di Varsavia. All’improvviso il medico con un grido strozzato saltò giù dalla tradotta ancora in movimento per raggiungere un gruppo di ragazze ebree intente al lavoro.

“Il medico mi raccontò brevemente che si erano laureati insieme a Bologna poi lei era tornata a casa sua, a Varsavia, e non l’aveva più vista. Anche gli altri ufficiali giovani erano accorsi e ci demmo da fare a raccogliere viveri e denaro per aiutarla. Ma lei rifiutò dicendo grazie – sarebbe peggio perché mi attaccherei ancora alla vita; fra quindici giorni o un mese morirò lentamente di fame, è meglio così –”.

Rimasero tutti senza parole, quando un colonnello che aveva assistito alla scena li redarguì perché: “in presenza dell’alleato tedesco noi ufficiali ci eravamo abbassati a parlare con una donna ebrea e non sentivamo la dignità della razza e del grado”.

 Anche Teodorico Cuzzolin racconta del suo incontro con prigionieri ebrei:

“Vidi molti ebrei, che con un grande numero dietro la schiena erano adibiti ai lavori forzati, comandati dai tedeschi. Di quella povera gente, ormai ridotta a sola pelle e ossa, costretta a finire i suoi ultimi giorni sotto la frusta, trattata peggio delle bestie e quasi senza mangiare, non me ne scorderò più!

Noi, che dovevamo andare a combattere fianco a fianco coi tedeschi, dopo aver visto ciò, non eravamo troppo contenti di proseguire il viaggio […] In Russia assistetti ad altre barbarie commesse da loro: una decina di ebrei fra donne e bambini, dopo essersi scavata una fossa, lunga sei metri e profonda due, costretti dai tedeschi, entravano per essere uccisi con armi automatiche. I tedeschi, dopo aver scaricato le armi su quei miseri, costringevano altri ebrei a riempire le buche di terra […] e queste barbarie continuavano fino a che non avevano eliminato tutti”.

Lo stupore procurato dalla vista del trattamento sprezzante riservato agli ebrei produceva, nei soldati italiani, un moto di solidarietà umana che risultava sgradito e incomprensibile agli occhi del superbo alleato e di chi ne ricercava la benevolenza. In tal modo iniziava a prodursi quel distacco profondo tra le due mentalità che in breve tempo avrebbe cancellato quel poco di ammirazione e stima che l’esercito tedesco si era procurato.

“Quando lungo i binari della ferrovia, videro le donne ebree, con i bambini attaccati alle gonne, costrette a lavorare sotto la sorveglianza di sentinelle armate, furono dapprima stupiti, poi commossi, infine offesi…Istintivamente gareggiano nel porgere qualche galletta alle sventurate e ai loro pargoli. Immediata la replica delle sentinelle che esplodono alcuni colpi in aria. Ci vuol poco per far saltare la mosca al naso ad un alpino; gli apprezzamenti nei riguardi degli alleati investono la decima generazione, qualcuno imbraccia il fucile. Ci sarebbe voluto del bello e del buono per calmarli”.

Anche Mario Tognato scrive:

“Corpi macilenti, coperti alla meno peggio con luridi stracci sui quali non mancava mai la tragica stella a sei punte con la JU nel mezzo, visi cerei sui quali formavano macchia gli occhi senza espressione. Ricordo una giovinetta, di forse sedici anni, che si fermò a guardare, mentre il nostro treno le passava accanto, un alpino che sbocconcellava una pagnotta. Da un bagliore improvviso in quel visetto tragico, il nostro alpino intuì la sua fame drammatica e le buttò la pagnotta, subito raccolta con felina rapidità. Immediatamente un soldato tedesco le fu sopra colpendola selvaggiamente con il calcio del fucile mentre un altro le rigava le carni con lo scudiscio”.

L’impressione suscitata dalla condizione degli ebrei nei territori occupati dai nazisti deve essere stata molto forte. Episodi riguardanti il trattamento dei prigionieri e della popolazione di origine ebraica sono presenti in quasi tutti i testi della memorialistica presi in esame. La differente mentalità dell’alleato ed il conseguente distacco da questa comincia a manifestarsi proprio a partire dalla differente maniera con la quale gli italiani percepiscono “il diverso”, in questo caso gli ebrei, e da come si entra in relazione con questo.

Nonostante alcune spregevoli eccezioni la questione razziale non era minimamente sentita tra i soldati del contingente italiano, la brutalità gratuita e manifesta con la quale il nazismo perseguitava le cosiddette “razze inferiori”, oltre a riuscire incomprensibile, procurava un vero e proprio risentimento nei confronti dell’alleato. Ancor prima che si entrasse in contatto si era quindi già scavato un solco, destinato a crescere col tempo, tra le due nazionalità legate più da accordi a tavolino che da affinità caratteriali.

La solidarietà degli italiani nei confronti delle sofferenze patite dagli ebrei, ebbe modo di manifestarsi anche in azioni concrete. L’episodio narrato nel libro di Elio Conighi e Gino Callin, e che vide tra i protagonisti anche il già ricordato don Carlo Gnocchi, merita di essere ricordato.

Questa volta la tradotta stava compiendo il viaggio di ritorno, riportava a casa gli alpini scampati alla disastrosa ritirata. Durante una sosta alcuni alpini notano delle donne ebree che lavoravano con piccone e badile, sotto la stretta sorveglianza delle sentinelle.

”Povere diavole, fanno una pena profonda. Un’occhiata: la sentinella più vicina ha una espressione piuttosto stolida. C’è un movimento, un pò di confusione tra chi sale e chi scende. Il treno riparte. – Sior tenente avemo caricado due done a bordo -. Il sottotenente Renzo Mondini e don Carlo Gnocchi si mettono le mani nei capelli. – Disgraziati! – . Il tono non è molto convincente, – stì lazzaroni – meriterebbero una medaglia”.

Alla prima stazione i tedeschi bloccano il treno ma il sottotenente Mondini è un uomo di fantasia ed ha già pronta una valida storiella. Si dirige con marzialità dall’ufficiale tedesco che comanda il reparto, e gli racconta di aver notato durante la sosta precedente due donne fuggire verso il bosco, avrebbe voluto dare l’allarme, ma proprio in quel momento il treno era ripartito.

“Il tedesco abbozza, richiama i suoi uomini. Si riparte: Mondini suda, don Gnocchi alza gli occhi al cielo, gli alpini sghignazzano divertiti”.

Le due ragazze camuffate da vestiti alpini arriveranno fino a Udine, dove una generosa famiglia contadina, intenerita, offrirà loro ospitalità. I rapporti con i tedeschi non furono quindi facili fin dall’inizio. L’atteggiamento sprezzante con il quale spesso gli alleati si rivolgevano agli italiani, considerati un pò come il parente povero di questa guerra, contribuiva ad ampliare quel divario che si era aperto con la conoscenza del loro modo di trattare i civili.

Anche nella quotidianità dei rapporti che si sviluppavano nelle retrovie, non erano infrequenti i momenti di tensione tra “camerati”. Naturalmente in tutto questo aveva il suo peso anche l’orgoglio nazionale spesso messo in competizione, anche in “fraterne” gare sportive dove alla fine si potevano contare numerosi i contusi.

“I nostri furieri di alloggiamento, che ci hanno preceduti di un giorno, raccontano: – Dove ci accamperemo, troveremo alcuni reparti tedeschi. I bersaglieri, accampati precedentemente nel bosco ora assegnato a noi alpini, avrebbero accoppato quattro tugnìn (tedeschi) per farsi rispettare. Basta fingere di non capire o sentire le parole d’ordini: si spara nel buio, ed allora non fanno più i prepotenti -. Gli alpini non si stupiscono affatto: alcuni promettono di dare dei punti ai bersaglieri!…Sentiamo di essere degli intrusi, sia nei confronti dei russi che dei tedeschi!”.

 Le violenze tedesche si rivolgevano tanto agli ebrei quanto ai civili russi, e l’effetto sugli italiani era sempre lo stesso. Corti Eugenio:

“Nella casa c’erano donne, ragazze e bambini; il tedesco aveva scelto dal gruppo – che terrorizzato stava in un angolo – la ragazza più bella, e aveva fatto uscire gli altri. Appena fuori della porta, li aveva uccisi tutti, bambini compresi, con alcune raffiche di mitragliatore. Rientrato, aveva buttata la giovane sul letto e l’aveva violentata, invitando l’italiano a fare altrettanto.

Il nostro soldato aveva risposto con un gesto di diniego: desiderava solo rimanere nella casa al caldo. Il tedesco si era fatto preparare da mangiare dalla povera ragazza, poi l’aveva obbligata a dormirgli accanto durante la notte, violentandola altre tre volte. La mattina dopo l’aveva cacciata di casa: appena essa era stata oltre la soglia, l’aveva abbattuta con un improvviso colpo di pistola. Quante volte anche noi avevamo dovuto subire la bestialità dei nostri alleati!”.

E in fondo gli italiani erano per i tedeschi degli intrusi. Mussolini era riuscito, non senza sforzi, a far accettare ad Hitler la partecipazione italiana alla crociata contro il comunismo, ma l’impreparazione e lo scarso equipaggiamento rendevano il contingente italiano agli occhi dell’alleato più un peso che un aiuto. Queste considerazioni che erano espresse nelle alte gerarchie dell’esercito tedesco venivano percepite anche ai livelli più bassi, dove i soldati non perdevano occasione per dileggiare le truppe italiane.

Negli italiani si insinuava così un sentimento di rivalsa nei confronti di questo borioso e infallibile alleato, anche il Duce aveva dimostrato una malcelata soddisfazione di fronte alle prime batoste subite dalla Wehrmacht. Oltre alla difesa dell’orgoglio nazionale e alla superbia nei comportamenti, un altro elemento contribuiva a dividere gli alleati: i buoni rapporti che istintivamente gli italiani riuscivano a creare con le popolazioni russe erano motivo di gelosia da parte dei tedeschi.

Il divario cresceva mano a mano che si approfondiva la conoscenza reciproca.

“Due volte alla settimana i soldati andavano a Pawlograd a fare la doccia in un bagno pubblico requisito dai tedeschi: i nostri alleati ci fecero subito capire che non gradivano la presenza degli italiani e questi, da parte loro, reagivano spesso alle provocazioni, facendo volare qualche ceffone. Un giorno fui io ad essere incaricato di accompagnare al bagno un gruppo di soldati: stavo aspettando… quando intesi il rumore di una rissa provenire dall’interno e subito dopo vidi catapultare sulla strada una dozzina di tedeschi completamente nudi.

Dovetti convenire che gli alleati, in costume adamitico, non avevano più quel piglio altezzoso da superuomini che li caratterizzava quando indossavano la divisa. Gli italiani chiusero loro la porta in faccia e i tedeschi rimasero ad aspettare, rassegnati, sulla via, finché non arrivò in loro soccorso un reparto della feldgendarmerie, che li sottrasse agli sguardi divertiti dei passanti russi. Tra noi e i tedeschi non correva buon sangue”.

I tedeschi non erano gli unici alleati con i quali gli italiani si trovarono a convivere. Sopratutto durante il periodo in cui l’A.R.M.I.R. era schierato sul Don, e durante la seguente ritirata, fu possibile stringere contatti con i rumeni e gli ungheresi. Le poche testimonianze riguardanti i rapporti con le altre nazionalità, in particolar modo con i rumeni, rivelano da una parte come l’atteggiamento sprezzante dei tedeschi non fosse rivolto esclusivamente agli italiani, e dall’altra come fosse possibile mantenere rapporti di schietta cordialità e correttezza.

“Anche i rumeni usavano con i nostri la stessa fraternità che era tra essi…all’inizio dell’offensiva russa, come per un tacito accordo, tutti, si erano messi in marcia. Na dom (a casa) era la loro parola d’ordine. I tedeschi li cacciavano dalle piste, rovesciavano le loro carrette e le loro slitte. Essi si raddrizzavano e si portavano sui bordi delle strade, si raggruppavano e procedevano. Na dom!”.

La secolare amicizia tra Italia e Romania traspariva dai rari incontri, nei quali entrambi gli alleati dimostravano la reciproca stima e una cordialità difficilmente riservata ai commilitoni tedeschi.

“I romeni erano esasperati dal trattamento dei tedeschi. Il comandante di divisione lamentava di essere stato costretto ad abbandonare la sua macchina perché gli era stata rifiutata un pò di benzina… pur avendo la gamba ferita e dolorante. Sembrava che i tedeschi gli avessero perfino negata un’autoambulanza per i feriti. Questo stato di esasperazione era diffuso… contro i tedeschi, accusati di essere sprezzanti, egoisti, e di voler ingiustamente scaricare sugli alleati la colpa della disastrosa ritirata in corso”.

Evidentemente gli indottrinamenti del nazismo sulla supremazia della razza ariana, destinata a prevalere su tutte, erano penetrati a fondo nell’animo dei soldati tedeschi. La convinzione che nessuno avesse il diritto o le capacità di essere al loro livello coinvolgeva tanto il nemico quanto l’alleato: non era più una questione di appartenenza ad uno o all’altro schieramento, era la diversità, il non essere tedesco, il non appartenere alla razza eletta, che degradava immediatamente ad una condizione di inferiorità che legittimava qualsiasi tipo di angheria.

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I orsi (e altro) sui giornài – 36

a cura di Cornelio Galas

23 settembre 2001

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23 settembre 2003

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23 settembre, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

23 settembre 2017

 

 

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ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 20

a cura di Cornelio Galas

Fonte: Università degli Studi di Roma “La Sapienza” Facoltà di Scienze Politiche. Titolo Tesi: “La campagna di Russia (C.S.I.R.- A.R.M.I.R. 1941-1943) nella memorialistica italiana del dopoguerra”. Anno accademico 1999-2000.

L’idea del nemico

Lo scontro tra potenze dell’Asse e Unione Sovietica rappresenta senza dubbio il nodo centrale di tutta la seconda guerra mondiale. Milioni di uomini coinvolti da entrambe le parti, un dispiegamento di mezzi che, per quantità e modernità, non si era mai visto in nessun teatro bellico, un intero continente sconvolto dalle operazioni militari, la presentazione fortemente ideologicizzata del confronto tra i totalitarismi, decine di milioni di vittime, tra civili e militari, alla fine del conflitto.

Tutti questi aspetti rendono cruciale, per le sorti della seconda guerra mondiale, la battaglia che per quattro anni vide a confronto le due più temibili potenze militari del tempo. Il risultato dello scontro avrebbe sancito la fine inappellabile del regime sconfitto e il primato mondiale per quello vincente. Queste considerazioni, frutto di analisi a posteriori degli eventi, erano in realtà già evidenti alle classi dirigenti dei paesi coinvolti, che impostarono conseguentemente il conflitto come uno scontro per la vita nel quale ogni legge, civile o morale, era subordinata a quella della sopravvivenza.

Il caos primitivo e feroce nel quale questa guerra venne a combattersi, rende quindi molto difficile riscontrare una linea di condotta generalizzabile per le parti in causa, e tende invece a porre l’esperienza individuale come metro unico di giudizio. E’ anche per questo motivo, oltre a considerazioni di natura politica che saranno affrontate più avanti, che le testimonianze delle memorie, per quanto concerne il rapporto con il nemico, presentano degli aspetti a volte contraddittori.

“Uno spettacolo tremendo si offre ai miei occhi increduli: un gruppo di corpi denudati e insanguinati giace a terra, le braccia spalancate, poveri cristi deposti dalla croce, un foro in fronte, la bocca e gli occhi deformati. Sono i nostri amici bersaglieri motociclisti che abbiamo salutato ieri e, orrore, al centro della piazza c’è un secchio con dentro gli occhi e le lingue di quei poveretti.

Nell’agosto del 1942 sul campo di battaglia… dovevo imbattermi in una soldatessa russa, una giovane infermiera, che amorevolmente aveva curato uno dei nostri feriti prima che morisse. Ecco gli episodi di ferocia e di bontà mescolati insieme in quella tremenda carneficina chiamata guerra”.

La maniera con la quale veniva percepito il nemico, se cioè fosse odiato, temuto, rispettato, costituisce uno degli aspetti che la memorialistica non trascura, e che, più di altri, rispecchia la soggettività delle esperienze. Gli eccessi di crudeltà e brutalità ai quali arrivavano a volte i soldati sovietici, motivati o meno da una reazione a quelli perpetrati dai nazisti, emergono spesso dall’analisi delle memorie.

La presa di coscienza con l’asprezza del modo con cui veniva combattuta questa guerra produceva nell’animo dei combattenti di entrambe le parti il terrore, spesso giustificato, di finire nelle mani del nemico. In questo clima la propaganda militare aveva buon gioco nell’enfatizzare la crudeltà delle gesta dell’avversario.

“E se anche io fossi caduto… per le mani… nelle mani di quella gente… Dio… Dio… non mi far cadere nelle mani degli empi, mi sgorgò spontanea, dall’animo, la preghiera, proveniente dal senso di ribellione e di ripulsa a quello stato di assoluto abbrutimento, di schifo a quello stato di imbestimento, a cui arrivavano – piuttosto facilmente, nei momenti particolari – quelli che non sentono Dio”.

La lotta tra tedeschi e russi presentava aspetti di tragicità e di violenza tali da differenziarla notevolmente anche dagli altri scontri della seconda guerra mondiale. Non c’era rispetto per città e opere d’arte, la popolazione civile veniva coinvolta senza nessuno scrupolo, i prigionieri erano spesso trucidati senza pietà nonostante accordi internazionali che erano invece rispettati su altri fronti.

I soldati erano sottoposti oltre che alle fatiche fisiche, ad un continuo stress emotivo prodotto dal confronto con una realtà fortemente logorante anche per essere un teatro di guerra. I soldati sovietici catturati dagli italiani raccontano spesso le loro condizioni di vita: marce estenuanti per decine di chilometri al giorno, notti all’addiaccio, incuranza delle perdite da parte di ufficiali e commissari politici.

Andavano all’assalto ubriachi di vodka e se questo non fosse bastato a renderli sprezzanti del pericolo dietro di loro erano appostati i commissari politici pronti a sparare su chi si ritirava. Anche i soldati italiani, sebbene la disciplina non fosse così ferrea, vivevano in condizioni di vita quasi primitive, senza dormire, senza mangiare, bersagliati dai parassiti, continuamente impegnati in azioni di guerra. Questa vita di privazioni indeboliva il fisico, ma ancor di più il morale, e poteva spingere il gruppo e l’individuo verso comportamenti ferocemente istintivi.

“Nell’ultimo carro troviamo un ufficiale russo, lo facciamo prigioniero. Ci troviamo più tardi sotto il fuoco nemico e chiedo con furore al mio prigioniero di starmi vicino e di portarmi una cassetta di munizioni. C’è diniego. Lo chiamo ancora, quel tenente russo. Nessuna risposta. Un impeto di rabbia mi assale, poi lo colpisco con una pugnalata alla schiena. Non so se sarà scampato… ora a distanza di tempo provo vergogna, rimorso ma non so cosa può balenare nella mente di un soldato in quei tragici frangenti dove la vita e la morte si intrecciano in un baleno”.

Per quanto nemici in una guerra feroce, italiani e russi non provavano solamente odio e disprezzo reciproco. Il soldato russo viene spesso dipinto come valoroso e combattivo, degno comunque del rispetto dell’avversario. Si è già sottolineato come non fosse una guerra fortemente sentita dai soldati italiani, e, anche per i russi, il vero nemico da sconfiggere era il nazista, che aveva invaso la loro patria. Questo non significa naturalmente che gli scontri non fossero accaniti, tutt’altro, ma spesso nei limiti di quell’onore militare tante volte calpestato.

Era dunque ancora possibile che si sentisse la necessità di rendere gli onori militari alle salme di nemici caduti in combattimento.

“ Non conosciamo il suo nome […] sappiamo ch’è una vittima del dovere, un Eroe. E perciò gli presentiamo le armi, muti e commossi dinanzi la sua salma”.

Era ancora possibile che si riuscisse a scorgere l’uomo sotto la divisa nemica. L’alpino Mario Tognato era riuscito ad individuare un russo che, mimetizzato nella sua trincea distante duecento metri, osservava da qualche minuto le postazioni italiane per individuarne un punto debole. Imbracciato il fucile da cecchino prese la mira con calma. Il russo ebbe un tremito improvviso e cadde al primo colpo.

“Rimasi agghiacciato. Sembrerà assurdo: avevo sparato per ucciderlo, ciò nonostante il vederlo morire quando meno se lo aspettava, mi colpì come un pugno nello stomaco, mentre la testa mi si svuotava. E’ stata una visione che mi ha ossessionato per molti anni, molto più dei tremendi combattimenti che dovemmo sostenere poi”.

Il tenente russo non era caduto in combattimento, non era un soldato tra i tanti che vengono all’assalto, era lì inoffensivo e ignaro del pericolo, e l’alpino aveva avuto il tempo di osservarlo bene prima di colpirlo, non era più un estraneo.

“Martinuzzi nella sua ora di vedetta siede sulla sponda e conversa pacificamente con una vedetta russa . I due si incontrano nell’ora di vedetta. Hanno lo stesso turno. Quando il russo deve andare, raccomanda Martinuzzi di nascondersi; quello che lo sostituisce è un “partisan” e “kaputt”.

Quando le circostanze lo rendevano possibile avveniva che gli avversari potessero entrare in più stretto contatto anche in situazioni non strettamente legate al combattimento. La guerra nelle immense steppe russe, prive di centri abitati, costringeva i soldati di entrambi gli schieramenti a fare riferimento ai pochi villaggi presenti per l’accantonamento. Sopratutto quando diventavano necessari continui spostamenti, il poter sostare al chiuso, anche una sola notte, era considerata una esigenza vitale.

Durante la ritirata, ad esempio, le varie colonne impostavano le loro marce forzate in relazione alla posizione degli abitati, e i russi, dal canto loro, conoscendo bene questa necessità, più che accerchiare in senso stretto si limitavano a costituire dei posti di blocco, più o meno consistenti, presso le tappe obbligatorie, i villaggi.

Poteva così accadere che, nella fluidità della situazione, si ritrovassero a sostare nello stesso paese, perfino nella stessa isba, soldati italiani e soldati o partigiani russi. Con i partigiani, in particolare, era possibile che si facessero questi incontri, dato che essi operavano nelle retrovie ed erano spesso tra i civili a stretto contatto con le truppe occupanti.

“Andiamo ed entriamo nelle isbe e con nostra sorpresa ci troviamo assieme a partigiani russi che ci accolgono abbastanza volentieri e ci danno anche della borsch (zuppa). Riposiamo alla notte tutti assieme e al mattino di buon’ora noi dobbiamo partire sempre per il nostro solito cicai, cioè fuga. Ci salutano e ci fanno gli auguri per il ritorno alle nostre case. Dobbiamo ringraziare ed essere grati per il loro comportamento”.

Il rapporto con i partigiani riveste un ruolo importante per comprendere l’idea del nemico che avevano tra loro soldati italiani e russi.  Anche Carlo Chiavazza, trovò nella sua isba dei partigiani che avrebbe potuto denunciare essendo la zona sotto il controllo italiano:

“Mi guardavano sbalorditi. Allargai le mani. Dissi: – Io, pope, non porto armi, porto pace a tutti – […] feci cenno a tutti di sedere come prima. Ripresero a mangiare patate lesse, diffidenti, preoccupati. Non riuscivano a vincere la paura e il terrore di cadere in qualche trappola. Conversammo un po’, diedi loro pane e cioccolato, parlai dell’Italia molto bella e degli italiani che non erano cattivi.

I partigiani facevano grandi segni affermativi con la testa. Mi ritirai nella stanza a me riservata invitandoli a rimanere quanto desideravano: anche per noi italiani l’ospitalità era sacra. Se ne andarono poco dopo, in punta di piedi, così mi disse la madre di Sura e Malenko. Mi disse anche: – La ringraziano, non le faranno più imboscate, porti sempre al collo la sciarpa nera, così la riconosceranno”.

La guerriglia partigiana per sua natura viene condotta oltre le linee del proprio esercito, in pieno territorio nemico, consentendo quindi ai combattenti di avere una precisa conoscenza delle caratteristiche del nemico che si ha di fronte e del suo comportamento con i civili del luogo, spesso loro parenti e concittadini.

In questo senso si potrebbe dire che il grado di violenza della guerra partigiana è strettamente legato alla capacità dell’esercito occupante di mantenere rapporti di rispetto e correttezza con la popolazione, procurandosene la stima. Gli italiani furono naturalmente soggetti ad azioni partigiane, era nella natura delle esigenze di guerra, ma emerge dalle memorie come queste fossero assai più limitate che nelle zone amministrate dagli altri alleati, e come le reciproche rappresaglie raramente raggiungessero toni particolarmente crudi.

“Con altri sette militari, venni mandato a pattugliare il paese borgata per borgata; il freddo era intensissimo e così per scaldarci un pochino, bussammo ad una casa russa […] ci venne offerta della vodka che loro stessi distillavano… alcune ragazze che abitavano nelle vicinanze vennero a farci compagnia, quando ad un tratto entrarono improvvisamente in casa tre giovanotti armati. Ci allarmammo non poco, ma i tre giovani, battendoci le mani sulle spalle, ci rassicurarono, dicendoci che loro erano partigiani russi e che il loro odio era soltanto rivolto ai tedeschi ed ai fascisti e non ai componenti l’esercito italiano”.

Non era poi così raro che accadessero episodi del genere, nei quali improvvisamente e senza nessuna preparazione si trovavano di fronte nemici che fino a qualche istante prima si sarebbero presi a fucilate. Eppure quando ciò succedeva era difficile che si facesse ricorso all’uso delle armi. In questi momenti nei quali, spinti dalle stesse necessità, ci si trovava faccia a faccia in un contesto non propriamente guerriero, si poteva riconoscere negli occhi del nemico le proprie sofferenze, e ritrovare quel senso di rispetto per l’uomo che non può emergere in chi prova un odio profondo.

“Corro e busso alla porta di un’isba. Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola […] Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto… e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più… Nessuno fiata…

Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, ne alcun desiderio di difendermi o di offendere […] Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’un per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini”.

Anche tramite i prigionieri, data la loro condizione, era possibile familiarizzare con il nemico. I soldati sovietici catturati potevano restare in consegna agli italiani anche per lunghi periodi di tempo, svolgendo lavori pesanti o con il ruolo di interprete o di guida. Superata la paura iniziale per la cattura e per la propria sorte, i prigionieri lentamente entravano in confidenza con i propri carcerieri che da parte loro tendevano a compatire la condizione di quegli sventurati.

L’episodio che visse il tenente d’artiglieria Gustavo Guasconi non fu certamente isolato: dalla cabina del suo mezzo osservava i suoi artiglieri riuniti in fraterna conversazione con alcuni soldati tedeschi attorno ad un grande falò. Poco distante alcuni prigionieri russi, che avevano finito di lavorare, attendevano con rassegnata pazienza.

“A un dato momento sei nostri soldati ci avvicinano: – Signor tenente quei poveri prigionieri russi stanno morendo dal freddo e dalla fame, vorremmo che si unissero a noi, ce lo consente? -. Lo confesso: l’umana richiesta dei miei soldati mi commosse, e naturalmente ebbero tutta la mia approvazione. Corsero così verso i prigionieri russi, e con amichevoli incoraggiamenti e sorrisi li condussero al falò”.

I prigionieri divisero lo stesso rancio con italiani e tedeschi, mentre qualcuno già lacrimava per l’insperata fraternità dimostratagli dagli italiani.

“In quel momento non vi furono nemici, e ne vinti e vincitori, ma solo uomini che si erano ritrovati al di sopra di tutto e di tutti”.

Quando la vicinanza si protraeva nel tempo potevano crearsi delle vere e proprie amicizie individuali basate sul rispetto dell’uomo più che dello status di prigioniero nel quale si trovavano i soldati russi. Ci si scambiava informazioni sulla vita privata e sulle condizioni nelle quali si combatteva dall’altra parte, si condividono fatiche e rancio, si possono apprezzare i gesti di quotidiana cortesia.

“Dapprima gli alpini li consideravano con grande curiosità, poi allungavano qualche sigaretta, regalavano una gavetta, qualche indumento e un bonario sorriso. Trasecolati, i prigionieri ricambiavano facendo piccoli servizi, spaccando la legna e andando a prendere l’acqua […] In capo a una settimana i prigionieri erano perfettamente ambientati nei reparti alpini, cantavano strigliando il mulo […]

Andavano e venivano in piena libertà, secondo le incombenze. A sera si ritiravano sotto le loro tende e ricomparivano all’indomani, soddisfatti e puntuali. Ciò che appariva più strano era che nessuno di loro, pur avendo ogni possibilità di confondersi fra la popolazione russa…rinunciò mai alla propria condizione di prigioniero”.

Anche Dario Lo Sordo, parla di un particolare rapporto con i prigionieri:

“Un soldato è sbarcato sulla nostra sponda. Viene avanti con le mani in alto lentamente. La sua divisa è zuppa d’acqua […] Trema nei panni zuppi. Martinuzzi gli offre una sigaretta. De Luca lo invita a spogliarsi e Pierlorenzi gli offre il pastrano. Rascazzi gli fa scolare le ultime gocce di vodka che sono nella borraccia. Nel buio del camminamento vediamo schiarirsi il volto del prigioniero, anche il suo respiro è tornato calmo e il cuore non batte più precipitosamente per paura. Gli siamo intorno come se fosse un nostro fratello. Siamo fatti così noi italiani davanti ai nemici”.

I prigionieri

E’ stato già sottolineato come la guerra sul fronte russo fosse combattuta con una violenza ed una esasperazione particolari anche confronto agli altri teatri di guerra. La crudezza degli scontri e l’accanimento con il quale i due contendenti si affrontavano andavano aumentando con il trascorrere del tempo e con il diffondersi delle notizie sulle crudeltà commesse da entrambe le parti.

L’odio, abilmente attizzato dalla propaganda, finì per riversarsi inevitabilmente anche sui prigionieri, per i quali la cattura spesso significava condanna a morte. Una guerra per il totale annientamento, fisico e politico, del nemico, non lasciava spazio al rispetto dei diritti umani tutelati dalla morale prima ancora che dagli accordi internazionali.

“Correvano voci secondo le quali tutti i prigionieri russi erano stati fucilati dai tedeschi. I soli italiani ne avevano fatti oltre duecento negli attacchi alla baionetta del giorno precedente […] I prigionieri venivano dai tedeschi messi in file di dieci, poi un soldato li abbatteva con la pistola-mitragliatrice, colpendoli di preferenza alla testa… Alcuni ne trovammo cadaveri nella triste passeggiata che stavamo facendo. Ricordo un ragazzo russo in divisa da soldato, dell’apparente età di quindici o sedici anni […] In lui mi parve di vedere tutto il popolo russo, che da tanti anni geme e soffre di dolori per noi inimmaginabili […]

Nel profondo del mio cuore l’avversione per i tedeschi crebbe, e cominciò a trasformarsi in un’ ira sorda e costante […] Và però detto che i soldati dell’armata rossa si comportavano in quei giorni con i prigionieri allo stesso modo: non un tedesco veniva da loro tenuto vivo, e anche gli italiani subivano a volte la stessa sorte. Era quanto mai penoso per noi – uomini in fin dei conti civili – essere coinvolti in quel selvaggio scontro di barbari”.

Anche la sorte dei soldati italiani presi prigionieri era a volte comune a quella degli alleati tedeschi, e non mancarono episodi nei quali anche loro furono oggetto di trattamenti violenti e inumani da parte delle truppe e dei partigiani sovietici. Le croniche insufficienze logistiche dell’ armata rossa non possono fornire una motivazione plausibile per giustificare marce forzate a piedi con temperature rigidissime o la mancata distribuzione di viveri ai prigionieri che morivano letteralmente di fame.

Durante la ritirata, per esempio, i feriti più gravi nell’impossibilità di essere trasportati dovevano essere abbandonati, in compagnia di un medico, e restare in terribile attesa dell’arrivo del nemico, nella speranza, spesso vana, di essere da questo curati.

“Quando chiudiamo alle nostre spalle l’uscio delle isbe dopo avere dato l’estremo addio a quegli alpini abbandonati, distesi sulla paglia o nei letti, con i corpi disfatti sappiamo quale sarà la loro sorte. Verranno eliminati uno ad uno […] Come bestie immonde, uno ad uno, li getteranno nei fossi, sui letamai, nelle macchie nere dei boschi […] Li butteranno all’addiaccio perché nella notte i cadaveri siano preda dei lupi e di giorno servano di pasto ai corvi. La guerra ha distrutto ogni cosa, anche la pietà”.

Negri Mosconi racconta l’episodio della cattura di alcuni prigionieri:

“Dovrei fucilarli perché ci sono in giro tante armi abbandonate che, se li lascio, si armano di nuovo e ricominciano ad uccidere. Ma non me la sento e gli alpini nemmeno a pensarlo […] Arrivano intanto di corsa alcuni tedeschi urlandomi da lontano di non sparare sui russi: – Kamerad nicht schiessen! – ma nessuno pensa a sparare. Hanno con loro un interprete ucraino e cominciano ad interrogarli […] L’interrogatorio è finito e subito due tedeschi aprono il fuoco con le pistole mitragliatrici massacrandoli tutti. Poi se ne vanno. Gli alpini bestemmiano e dicono che quello non è il modo di ammazzare la gente”

Anche se tali comportamenti dell’esercito russo, nei confronti degli italiani, non erano nella norma, come per i nazisti, questi eccessi influenzarono fortemente il modo di percepire il nemico. Numerosi sono i testi della memorialistica che trattano in maniera specifica e approfondita della questione della prigionia: delle spoliazioni subite dopo la cattura, dei terribili trasferimenti a piedi per chilometri senza cibo ne acqua, delle terribili condizioni igienico-sanitarie dei campi di prigionia che favorirono la diffusione di epidemie mortali.

Proprio per l’importanza e la completezza delle testimonianze, e per le conseguenze politiche che da queste scaturirono, la memorialistica sulla prigionia non rientra in questa analisi. Naturalmente, anche nei testi non specificatamente dedicati all’argomento, sono presenti numerosissimi riferimenti alla questione del trattamento riservato ai prigionieri di guerra, sia italiani che russi. Per una maggior comprensione del problema è necessario quindi soffermarsi, seppure brevemente e in maniera non esaustiva, sugli aspetti politici della questione dei prigionieri dopo la fine della guerra.

Quando la guerra finì e fu possibile riallacciare i rapporti diplomatici, venne il momento di affrontare direttamente la questione dei prigionieri italiani ancora nelle mani delle autorità sovietiche. Gli eventi trascorsi tra lo sfondamento del fronte, con la conseguente tragica ritirata in diverse colonne, e l’arrivo dei superstiti dietro le linee alleate, erano stati caotici e di difficile ricostruzione. Non era facile stabilire quanti, tra gli assenti all’appello, fossero nella realtà i caduti, i dispersi, i prigionieri.

Una prima stima pervenne direttamente dalla propaganda sovietica che in un bollettino ufficiale parlò di circa ottantamila italiani catturati solamente nelle operazioni seguenti alla rottura del fronte del Don. Ad una cifra simile sono arrivate anche le autorità italiane dopo aver potuto esaminare più attentamente i fatti ed aver potuto interpellare gli scampati.

Quale che sia il numero preciso dei prigionieri che erano detenuti in Unione Sovietica, il dato che sconcertò l’incredule opinione pubblica e diede vita ad un vivacissimo dibattito politico, è quello dei prigionieri restituiti: a quattro anni dalla fine della guerra erano stati riconsegnati dalle autorità sovietiche solamente poco più di diecimila italiani prigionieri.

Di fronte ad una disparità così evidente tra i soldati verosimilmente catturati e quelli effettivamente restituiti, le autorità italiane interrogarono sempre più pressantemente il governo sovietico, ottenendo sempre risposte inconcludenti ed evasive. Tale questione doveva trascinarsi, senza risoluzione, ancora per decine di anni.

Nel 1959 l’allora capo del Soviet supremo Khrusciov, in visita a Tirana, rispose a coloro che lo interrogavano sulla sorte dei prigionieri italiani: “La guerra è come il fuoco: è facile saltarci dentro, ma non agevole uscirne. Ebbene, gli italiani si sono bruciati nella guerra di Russia. Ecco tutto”.

Nel frattempo, in pieno clima di guerra fredda, anche in Italia il dibattito si accendeva tra le parti politiche. Da una parte le forze di destra che accusavano di crudeltà il regime sovietico e di partigianeria i comunisti italiani; dall’altra le forze della sinistra comunista che imputavano le cause della tragica disfatta al passato regime, che si era legato indissolubilmente alla ferocia nazista, e condannavano le responsabilità dei comandanti il contingente italiano.

I toni del dibattito si fecero presto aspri, coinvolgendo anche alcuni tra gli autori delle memorie come ad esempio Messe, Salvatores, Carloni da una parte e Tolloy dall’altra, che
nei loro scritti polemizzano duramente tra loro. Anche il ruolo dei fuoriusciti italiani all’interno dell’armata rossa divenne oggetto di animate discussioni tra chi li considerava dei veri e propri traditori della patria e chi, invece, li ergeva a paladini della lotta antifascista.

“Una partigiana, una donna, da sopra il suo cavallo continuava a sparare sugli alpini […] E gioiva mentre quei poveretti cadevano intorno a lei, che tendevano le mani davanti agli occhi quasi a volersi riparare da quell’odio, da quella barbarie, poveri alpini […] E bastardi italiani ( fra questi mi sovviene un sardo, Polano, che non appena rientrò in Italia i comunisti lo elessero senatore della repubblica ) che sparavano sugli alpini e gioivano con quella serpe che aveva sembianze di donna. Non è che la guerra potesse giustificare certe atrocità, ne che queste potessero essere giustificate dalla brutalità dei tedeschi”.

Altro aspetto cruciale fu l’accusa di coinvolgimento dell’esercito italiano nelle atrocità commesse dal nazismo nei confronti dei civili e dei prigionieri russi. La volontà di prendere le distanze da un alleato divenuto assai scomodo dopo la fine della guerra traspare innegabilmente dalla lettura delle memorie, che rilevano spesso come sia l’amministrazione del territorio, sia la custodia dei prigionieri fosse sotto la giurisdizione tedesca.

Il desiderio di dissociarsi, legittimato dagli avvenimenti e dal dibattito del dopoguerra ha così probabilmente inciso sulla memoria e sui filtri con cui gli autori elaboravano i propri testi. Anche gli autori più critici sul comportamento italiano in Russia evidenziano come la brutalità tedesca avesse degli effetti controproducenti sui soldati italiani.

L’ex ministro per il Commercio con l’Estero, Giusto Tolloy, dopo aver rimarcato che “le autorità militari italiane evitavano le esecuzioni dirette e consegnavano ipocritamente le loro prede ai tedeschi”, ricorda più volte come la brutalità nazista “rinnovava sempre un sentimento di ribellione nei nostri giovani ufficiali e nei soldati”.

Verosimilmente non si può affermare che gli italiani siano stati sempre estranei a comportamenti eccessivamente violenti o ingiustificati dalle circostanze. A tal proposito è interessante l’episodio vissuto da Mario Bellini nel quale si manifestano contemporaneamente sentimenti di pietà e odio nei confronti di un prigioniero russo catturato durante uno scontro.

“Capii in quel momento che non c’è tristezza più profonda di quella nella quale un uomo piomba quando è fatto prigioniero. Dentro si spezza tutto; si produce l’emorragia inarrestabile di tutta l’energia vitale che si è accumulata. Mi sentii commosso da quella tristezza […] Mi accorsi che per terra erano distesi i corpi senza vita di due ufficiali. Notarono la presenza del prigioniero russo. – Ammazziamolo! Vendichiamoli! – Sentii queste grida ripetute più volte.

Recuperai freddezza e durezza. Arrestai il drappello […] – se vi do l’ordine sparate –. Anch’io imbracciai il mio mitra Beretta, pronto ad usarlo. Il tenente russo, muto e pallido, non mi toglieva gli occhi di dosso. Ancora quelle grida: – Lasciatecelo! Lo ammazziamo! – Prima di riprendere la marcia, parlai a quelle camicie nere: – I vostri ufficiali sono caduti con onore. Voi li state disonorando. Il nemico si uccide in combattimento; non lo si ammazza quando è prigioniero inerme! –”.

La minaccia delle armi e il discorso, seguito dal presentat’arm ai due caduti, sconcertò quegli uomini esasperati che lasciarono passare il prigioniero con la sua scorta. Giunti al caposaldo il prigioniero stava per essere consegnato quando uno degli ufficiali presenti lo aggredì:

“In un attimo il corpo del tenente russo fu proiettato contro la parete del rifugio, inchiodato in una posa da crocefisso; un rivolo di sangue gli scendeva da un angolo della bocca… Il russo era impietrito . Il suo sguardo mi penetrò come una lama. Profondamente umiliato, estrassi dalla tasca il fazzoletto e asciugai quel rivolo di sangue. – Andiamo via – dissi a bassa voce […] Al momento del commiato, detti al russo l’ultima tavoletta di cioccolata e un pacchetto di sigarette. – Buona fortuna! – gli augurai. – Spassiba (grazie)! – rispose. I suoi occhi erano umidi”.

Queste considerazioni sulle questioni politiche scaturite da eventi posteriori e parzialmente estranei alla vicenda bellica in senso stretto, evidenziano quanta importanza abbiano, per una corretta interpretazione della memorialistica, il luogo ed il tempo della memoria. Raramente questi testi furono scritti a breve tempo dalle vicende narrate, anzi sono spesso il frutto di una riflessione prolungata nel tempo e segnata, anche inconsapevolmente, dagli sviluppi posteriori.

Ciò non significa che le memorie siano sempre il frutto di una consapevole e volontaria reinterpretazione della realtà: spesso però gli occhi che ripercorrono le vicende vissute non sono più quelli dei ventenni d’allora, ma quelli di uomini maturi, che hanno avuto il tempo e il modo di rileggere e considerare a posteriori l’epoca della loro giovinezza.

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I orsi (e altro) sui giornài – 35

a cura di Cornelio Galas

22 settembre 2000

22 settembre 2000

22 settembre 2000

22 settembre 2001

22 settembre 2002

22 settembre 2003

22 settembre 2004

22 settembre 2004

22 settembre 2005

22 settembre 2005

22 settembre 2005

22 settembre 2007

22 settembre 2007

22 settembre 2007

22 settembre 2008

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22 settembre 2009

22 settembre 2009

22 settembre 2009

22 settembre 2010

22 settembre 2010

22 settembre 2010

22 settembre 2011

22 settembre 2011

22 settembre 2011

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22 settembre 2012

22 settembre 2012

22 settembre 2012

22 settembre 2012

22 settembre 2014

22 settembre 2014

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22 settembre 2015

22 settembre 2015

22 settembre 2015

22 settembre 2016

22 settembre 2016

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22 settembre, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

22 settembre 2017

 

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NON SOLO ORSI …

Si sta parlando in questi ultimi mesi di lupi, di branchi di lupi che in Trentino fanno strage di pecore e di asini, ma che via via sembrano avvicinarsi sempre più alle zone abitate viste le segnalazioni provenienti un po’ dovunque, dalla Lessinia, alla Val di Fassa, dalla Val di Non, all’Altopiano di Folgaria.

Pare, dunque, che il lupo sia tornato ad essere una presenza costante nella nostra Provincia. In questa “gara” all’avvistamento, desidero anch’io segnalarne uno, particolarmente significativo. Non si tratta però di una segnalazione di queste settimane, bensì di una vicenda di qualche secolo fa che comunque, tuttora, può essere interessante sotto vari punti di vista.

La notizia è questa: un grosso lupo si avvicina al paese e attacca un uomo che si trova poco distante dalle case. Il fatto è della seconda metà del Seicento.

E’ il parroco del tempo a descrivere con minuti particolari la terribile vicenda che oggi si può leggere nel pregevole volume “Volano. Storia di una comunità” (Nicolodi editore, 2005, a cura di Roberto Adami, Marcello Bonazza e Gian Maria Varanini).

Nell’archivio parrocchiale, nel “Libro dei morti”, si trova infatti scritto: “Adì 17 genaro 1674. Bartholamio Zambelli di Volano dilacerato da un lupo di straordinaria grandezza, immediate sopra le case di Volano a mezo giorno, quale poi rovinò anco altre persone, non temendo cosa alcuna, anzi s’aventava contro chi lo sciopetava, havendo avuti ricevuti li Santi Sacramenti della Penitenza ed oglio Santo, d’anni 60 in circa, è morto et è stato sepolto nel Cemeterio Parochiale”.

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ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 19

a cura di Cornelio Galas

Fonte: Università degli Studi di Roma “La Sapienza” Facoltà di Scienze Politiche. Titolo Tesi: “La campagna di Russia (C.S.I.R.- A.R.M.I.R. 1941-1943) nella memorialistica italiana del dopoguerra”. Anno accademico 1999-2000.

italiani e russi

Nella memorialistica sulla campagna di Russia i rapporti che intercorsero tra gli uomini del contingente italiano e la popolazione russa, sia la popolazione civile che le unità combattenti , trovano un ampio spazio.

Appare naturale che nelle memorie dei reduci, spesso dense di episodi di vita quotidiana, vengano descritte con ampiezza queste relazioni, che tanta importanza rivestono per un esercito operativo in terra straniera a migliaia di chilometri da casa.

I vincoli che si stringono con la popolazione influenzano sia il vissuto quotidiano dei singoli combattenti, sia lo svolgimento delle operazioni delle grandi unità. Per questo motivo sembra necessario soffermarsi sui rapporti occupante-occupato per come si svilupparono durante la campagna.

Che per ottenere un successo definitivo sull’U.R.S.S. fosse necessario perseguire una politica accorta nei confronti delle esigenze della popolazione e dell’economia dei paesi occupati era ben chiaro alla classe dirigente tedesca. La promessa di liberare i vari nazionalismi, come quello assai forte dell’Ucraina, dal giogo comunista, come anche la promessa di ripristinare la proprietà privata con la distribuzione delle terre ai contadini, dimostrano come si sapesse quali erano i tasti giusti da toccare.

Il 30 giugno del 1941, solamente pochi giorni dopo la dichiarazione di guerra tedesca alla Russia, l’Organizzazione dei Nazionalismi Ucraini proclamò solennemente la restaurazione dello Stato ucraino, ma anziché sfruttare con abilità il sorgere di tali fermenti antisovietici il capo del movimento ucraino, Bandera Stetsko, e tutti i suoi collaboratori vennero arrestati.

Nella realtà quindi la politica perseguita dalle autorità germaniche fu quanto meno contraddittoria. Le requisizioni si trasformavano in veri e propri saccheggi, il trattamento della popolazione civile e dei prigionieri, “i metodi usati negli interrogatori, nelle esecuzioni, nelle rappresaglie, condotti con la brutalità che ci è anche troppo nota, seminando soprusi, spogliazioni, violenze, lutti, provocavano ovunque cupi sentimenti di vendetta e l’odio generale contro l’invasore”.

Questo atteggiamento nei confronti di popolazioni che inizialmente, almeno in parte, non erano maldisposte verso gli eserciti occupanti, contribuì fortemente a stimolare la volontà di resistenza. I russi , tra i due dittatori, scelsero quello domestico: “Stalin ci aveva lasciato almeno una vacca nella stalla, Hitler ci porta via anche questa”.

I tedeschi, fidando unicamente sulla loro forza militare, trascuravano gli elementi politici e psicologici, che avrebbero potuto trasformarsi in utilissimi contributi alla loro azione bellica. La politica germanica in Ucraina fu diretta fin dal principio ad uno sfruttamento integrale e tutt’altro che lungimirante delle risorse del paese: il patrimonio zootecnico venne depauperato, l’agricoltura sfruttata senza minimamente considerare la possibilità di un futuro utilizzo delle sue risorse, i macchinari delle fabbriche e delle miniere asportati o distrutti, la popolazione deportata per il lavoro coatto.

Quando l’inutilità di tale politica divenne tragicamente evidente le autorità tedesche cercarono, come dichiararono numerose circolari, di porvi un tardivo riparo, ma senza la effettiva volontà di attuare disposizioni che d’altronde erano spesse volte in contrasto tra loro.

“Risollevare l’economia locale con una sana politica monetaria e una scrupolosa onestà nei rapporti commerciali, trattare bene i prigionieri… guadagnarsi la fiducia degli abitanti concedendo autonomie amministrative e valorizzando la classe dirigente locale, questi sono gli argomenti trattati con energica convinzione da numerose circolari delle autorità supreme tedesche che insistono sulla loro capitale importanza”.

Lo stesso autore più avanti sottolinea come “tra il dire e il fare ci sia di mezzo il mare”, e che ben presto i russi dovettero accorgersi della veridicità di questo proverbio. Una circolare del 10 maggio 1942 del Comando Supremo dell’Esercito, dopo aver ricordato al soldato tedesco la necessità di provvedere alla difesa della proprietà, dei lavoratori civili, di rispettare le donne, di astenersi dalla rappresaglia, concludeva con l’esortazione a dimostrare “il suo buon diritto di comandare… Le popolazioni dell’est devono avere la sensazione che egli è padrone”.

Ancora dal Comando Supremo tedesco: “Le popolazioni considerano l’atteggiamento verso i concittadini prigionieri come la pietra di paragone dell’atteggiamento del vincitore verso l’intero popolo russo […] il trattamento dei prigionieri influirà su tale atmosfera di collaborazione”.

Si vedrà più avanti come sarà realizzata nella pratica questa disposizione. Le stesse autorità naziste, di fronte al fallimento della loro propaganda che invitava i sovietici alla diserzione, rimarcarono come gli eccessi della violenza tedesca spingessero i soldati dell’Armata rossa non solo a non disertare, ma a combattere fino allo stremo.

Ma questa specie di consapevolezza giunse però troppo tardi, oramai si era innescata una escalation di violenza difficilmente arginabile. La brutalità della politica di occupazione si estendeva a tutti i campi dell’amministrazione : dal reperimento dei generi di prima necessità ai piani per lo sfruttamento delle risorse agricolo-industriali di intere regioni, dal comportamento con i civili a quello con i prigionieri e con i lavoratori coatti, dal rapporto con il nemico fino a quello con gli alleati stessi.

Probabilmente anche grazie a questo atteggiamento si rileva nella memorialistica un fenomeno che caratterizza l’insieme dei rapporti tra italiani e russi. In gran parte delle memorie, oltre alla descrizione della vita vissuta accanto e con la popolazione, c’è la tendenza a fare il confronto con il diverso comportamento tenuto dai tedeschi nelle medesime circostanze.

Una differenza più che sostanziale naturalmente ci fu, ma questa necessità di confronto nasceva forse anche dalla volontà di non rimanere travolti nella polemica del dopoguerra sulle crudeltà e sugli stermini perpetrati dal nazismo nei territori occupati.

Soprattutto in Italia il comportamento tenuto dai soldati e dagli ufficiali del C.S.I.R. con la popolazione, come anche il comportamento delle autorità sovietiche con i prigionieri italiani, divenne oggetto di scontri politici fra esponenti della destra e della sinistra con reciproche accuse di crudeltà e ferocia. Le differenze di comportamento furono spesso causa di dissidi e gelosie da parte tedesca.

“Uomini e donne avevano un terrore folle delle truppe tedesche; verso gli italiani (e non tutti se lo sarebbero meritato) tenevano una condotta confidente, quasi affettuosa. Ci si intendeva subito”.

D’altronde tale confronto fu operato non solo dagli italiani, ma dalle stesse autorità sovietiche che misero l’Italia all’ultimo posto, dopo russi bianchi, tedeschi, romeni, finlandesi e ungheresi, nella scala di crudeltà nei confronti della popolazione. Un altro elemento importante da mettere in luce è la motivazione che porta a differenziare l’analisi del rapporto con i civili da quella con i combattenti.

Per quanto concerne le relazioni con i civili le memorie hanno una tendenziale unanimità di giudizio e si riscontrano anche tutta una serie di tipologie di comportamento comuni. Per quanto riguarda invece “l’idea del nemico”, questa omogeneità di giudizio manca. Anche in questo caso, fatte salve le inevitabili diversità di esperienze vissute durante eventi così drammatici, è pensabile che tali differenze siano in parte attribuibili a eventi posteriori al conflitto stesso.

La spinosa questione dei prigionieri italiani in Russia, aspramente dibattuta nel dopoguerra, e la commozione scaturita dai racconti dei reduci dalla prigionia hanno probabilmente influenzato il giudizio sul comportamento dell’esercito e delle istituzioni sovietiche.  Del problema dei prigionieri italiani si parlerà più avanti, ma è da considerare il fatto che, la complessità dell’argomento richiederebbe uno studio specifico più approfondito, che esula dagli intenti e dalle possibilità di questa analisi della memorialistica.

Italiani e popolazione: incontro e conoscenza

Prima dell’avvento dei grandi mezzi di comunicazione, l’informazione e la conoscenza, soprattutto nel caso di luoghi, popolazioni e culture assai lontane, avveniva con estrema lentezza e superficialità. Non c’era altro modo che affidarsi alla lettura dei classici (molti partirono portando con se libri di autori russi), oppure alla lettura di quotidiani e riviste, in quel periodo tutt’altro che libere da condizionamenti politici.

L’avvento del comunismo, con la sua quasi mitologica promessa di costruire in Unione Sovietica un “nuovo mondo”, aveva certamente stimolato l’interesse per quel paese di cui tanto si parlava ma di cui nessuno ne conosceva con esattezza la realtà. Appare naturale quindi che vi fosse da parte degli italiani, ma anche da quella dei russi, il desiderio di scoprire il carattere, il costume, le istituzioni di un popolo tanto diverso e misterioso.

Nei testi analizzati traspare chiaramente la volontà di fissare nella memoria scritta le considerazioni e i ricordi di questo “nuovo mondo”.

“Non ho mai commesso l’errore, comune a molti di noi, di formulare un giudizio definitivo sulla vita e sul regime di questo paese […] Ho guardato senza pregiudizi di nessun genere, così come già in Italia fin dai primi anni avevo prestato un grande interesse a questa rivoluzione bolscevica […] ricercando avidamente pubblicazioni e documenti che dessero una certa garanzia di obiettività”.

Tra gli aspetti della vita russa che maggiormente colpirono la curiosità degli italiani spiccano gli agglomerati urbani e i villaggi, la particolare mentalità russa e l’inaspettata religiosità delle popolazioni, soprattutto in relazione al fatto che l’U.r.s.s era stata dipinta come una nazione convintamente atea e anticlericale.

La conoscenza delle città produce reazioni differenti che passano dallo stupore e dall’ammirazione per la rapida modernizzazione comunista, alla delusione per chi invece paragona lo sviluppo sovietico con quello dell’Europa occidentale; c’è anche chi, infine, rileva che in fondo non passa poi tanta differenza tra la misteriosa Russia e la ben conosciuta Italia.

Tralasciando la volontà dei narratori di fare propaganda in un senso o in un altro sulle condizioni di vita delle popolazioni russe, probabilmente le differenti reazioni corrispondono a differenti aspettative. Chi si attendeva fantastici prodigi dal regime comunista restò deluso, così come chi credeva di trovare un paese barbaro e primitivo restò meravigliato della sua civiltà.

Tutto ciò in perfetta corrispondenza con le contrastanti e a volte fantasiose notizie che si avevano in patria.

 “La nostra curiosità è avida di conoscere un po’ da vicino questa benedetta Russia. Tutti ne hanno parlato e scritto sinora,ma con giudizi così diversi che a leggere l’odierna letteratura sulla Russia bolscevica v’è da impazzire”.

“E se qualcuno ha qualche dubbio sulla affinità tra fascismo e bolscevismo, lo prego venga in Russia, per esempio a Stalino. I palazzi, se pure tutti grigi, hanno lo stesso stile operaio delle costruzioni che si fanno oggi in Italia : anche i più signorili, gli edifici pubblici hanno anche qui molte colonne,vogliono riecheggiare qualcosa di classico, di romano”.

Le città industriali, frutto del forzato e rapido sviluppo tecnologico, erano state costruite praticamente sopra i villaggi preesistenti. Si potevano notare, accanto alle vecchie case ad un piano, moderni palazzi di cemento in stile classico, nei quali si trovavano gli uffici delle amministrazioni e delle varie istituzioni pubbliche.

Guardando questi agglomerati così poco armoniosi si percepiva lo sforzo che la Russia stava compiendo per adeguare le proprie strutture a quelle delle società occidentali. Se questa era la situazione delle zone industrializzate, ben differente era quella delle zone periferiche e di quelle agricole.

Qui la modernizzazione era arrivata solamente nei kolkoz, grandi fattorie nelle quali i contadini lavoravano in comunità. I villaggi erano ancora quelli dell’epoca zarista, composti dalle caratteristiche isbe, abitazioni di fango e paglia, che risultavano comunque assai adatte al clima di quelle regioni.

”La nazionalizzazione delle masse”

“I villaggi si presentano miseramente. Casupole di terra impastata con tetti di paglia. Nell’interno di ogni isba una grande stufa di mattoni con un ripiano sul quale, d’inverno, ci dormono”.

Descrizioni di queste particolari abitazioni ricorrono spesso. Le truppe combattenti, operando in un clima rigidissimo, dovettero ben presto constatare come le operazioni fossero condizionate dalla possibilità di trascorrere la notte al riparo. Le isbe fornirono continuamente alloggio per le truppe,arrivando, durante la tragica ritirata, a fare la differenza tra la vita e la morte.

“In tutti, però, le innumerevoli isbe, disseminate sulla pianura russa, col loro cappuccio di neve, col loro pennacchietto di fumo denso e pigro, sono ricordate con grande affetto e gratitudine. Decine di migliaia di italiani dovettero la loro salvezza a quelle umili “case-stufa” […] Casolari del tutto identici a quelli che nel gennaio del 1708 offrirono riparo ai soldati di Carlo XII, re di Svezia, e nel novembre del 1812 sottrassero all’assideramento notturno le truppe zoppicanti di Napoleone”.

E’ con i contadini che vivevano in queste isbe che i soldati italiani impararono a fare la conoscenza delle abitudini, dei costumi e del carattere dei russi. La familiarità con la quale gli italiani entrarono in contatto con la popolazione permise loro di conoscere a fondo le caratteristiche di una mentalità per molti aspetti profondamente differente dalla loro.

L’animo russo viene descritto come capace di grandi slanci di generosità anche a costo di grossi sacrifici, ma anche, in altre circostanze, capace di una gratuita e quasi primitiva efferatezza. La fermezza, la triste serenità, la forza d’animo con la quale i russi affrontano le più incredibili vicissitudini sembrano a volte indicare rassegnazione; una rassegnazione che può tuttavia tramutarsi velocemente in odio feroce e in accanita volontà di resistenza anche di fronte alle situazioni più disperate.

“Capire i russi è cosa tutt’altro che facile : e questo, io credo, non solo per chi li osservi in condizioni particolari come noi. Sono incredibilmente elementari, e allo stesso modo dei fenomeni naturali sulla loro immensa terra, così si producono in loro i moti d’animo : in maniera eccessiva e senza ritegno. Tanto i positivi che i negativi. I quali sembrano alternarsi in loro, appunto come sulla terra i fenomeni naturali. Noi avevamo notato tutti la loro indole tendenzialmente buona. Ma anche il fatalismo, e una conseguente sconcertante inerzia e trascuratezza; e una densa materialità che a volte li fa bonaccioni, a volte feroci”.

Un’ altra caratteristica, quella che probabilmente gli italiani non si aspettavano di trovare, fu la spiccata religiosità di molti fra la popolazione russa. La propaganda aveva certo contribuito a configurare la guerra come una guerra di religione, di fede non solamente politica, fascismo-comunismo, ma anche di fede religiosa in senso stretto.

La chiesa cattolica proclamava la sua avversione al regime comunista che professava non solamente l’ateismo, ma addirittura la soppressione di tutte le istituzioni religiose, considerate strumento di oppressione del popolo. Il regime sovietico era dipinto come profondamente corrotto e privo di ogni fondamento morale. Un giudizio condiviso sia dalle istituzioni dello stato fascista che da quelle cattoliche.

La scoperta invece di un forte sentimento religioso, soprattutto nelle campagne dove più pesanti erano stati i disagi procurati dal comunismo, e dove era stata meno profonda la penetrazione della dottrina marxista, dovette quindi meravigliare gli italiani.

Con l’avvicinarsi delle truppe occupanti rispuntavano le icone religiose che erano state occultate e di cui ogni isba era ben fornita. Le messe, celebrate dai cappellani militari, sono molto frequentate anche dai civili russi .

“Un alpino dice alle due donne: -lo sapete? Quello lì (e indica me ) essere un pope. Non so perchè abbia voluto fare una simile rivelazione […], i nostri ospiti mi circondano, chiedono una medaglia della Madonna, parlano tutti insieme, sembrano eccitati.

Un bambino avanza, fa il segno della croce e recita l’Ave Maria. La madre si butta in ginocchio. La benedico… Ora ho capito l’astuzia dell’alpino. Ha rivelato la mia professione nella speranza che da qualche nascondiglio saltasse fuori un pò di cibo”.

L’alpino era evidentemente un buon osservatore. Aveva capito che le popolazioni contadine avevano dovuto per molto tempo nascondere la propria religiosità, e che ora che potevano esprimerla liberamente, lo facevano con grande passione. La presenza di un pope nella propria isba era un evento che andava festeggiato.

L’aspetto religioso era sempre stato uno dei più forti motivi di contrasto tra gli ucraini ed i russi: molti ucraini appartengono infatti al rito rutenocattolico, in contrasto con l’ortodossia ufficiale della Chiesa russa. Sarebbe stato indubbiamente utile ed opportuno per le autorità tedesche favorire l’elemento religioso ucraino per poterlo opporre all’ateismo ufficiale del governo sovietico.

Invece i tedeschi si opposero con fermezza ad ogni forma di propaganda cattolica al punto che venne vietato anche ai cappellani militari italiani di svolgere propaganda religiosa tra le popolazioni russe. Evidentemente il neo-paganesimo nazista non differiva, nella pratica, da quell’ateismo bolscevico che affermava di voler combattere.

La mancanza di una ben studiata politica religiosa privò i tedeschi, e con loro tutte le truppe occupanti, di un prezioso strumento che avrebbe potuto facilmente avere presa sulle popolazioni ucraine che avevano resistito alla trentennale propaganda atea del regime bolscevico.

Sviluppo dei rapporti

L’autonomia operativa del contingente italiano in Russia, C.S.I.R. prima e A.R.M.I.R. dopo, in materia di sfruttamento delle risorse e organizzazione dei territori occupati fu sempre, per espressa e non disinteressata volontà dell’alleato tedesco, assai limitata.

Pur avendo funzioni esclusivamente militari, le esigenze operative portavano necessariamente a stabilire una forma di occupazione territoriale che,seppure transitoria e limitata, contribuì a sviluppare un rapporto con le popolazioni sotto la “giurisdizione” italiana.

Per quanto riguarda il sostentamento, le unità italiane dipendevano quasi esclusivamente dall’organizzazione tedesca che, quando cominciò a trovarsi in difficoltà logistica, disattese gli accordi presi con l’alleato fornendo solamente ciò che sopravanzava alle esigenze del proprio esercito. In queste condizioni, un esercito in rapida avanzata e a grande distanza dalle proprie basi operative, doveva necessariamente soddisfare le proprie esigenze facendo ricorso alle risorse locali.

La stessa scelta di Napoleone, che non volendo appesantire e rallentare le operazioni della sua Armèe con una grande quantità di rifornimenti, aveva fatto dell’arrangiarsi “in loco” una legge di guerra.

“Bisogna effettivamente riconoscere che il comportamento delle popolazioni civili, nei riguardi delle truppe italiane, è stato sempre molto corretto tanto da meritare da noi un certo qual rispetto e riconoscimento, sopratutto per la dignità da essi dimostrata nel sopportare tanti sacrifici e sofferenze conseguenti al nostro passaggio.”.

Anche i soldati italiani dunque richiesero grandi sacrifici alle popolazioni, che non di rado erano costrette ad allontanarsi dai loro villaggi o a fornire alloggio alle truppe in transito. I comandi finivano per comportarsi come si comportano tutti i comandi di un esercito di occupazione, anche se gli ordini più sgradevoli erano messi in esecuzione cercando di rispettare sia le esigenze sia l’orgoglio delle popolazioni che dovevano subirli.

I tedeschi al contrario non chiedevano mai e prendevano con arroganza, finendo per ottenere meno di quello che avrebbero potuto e che gli italiani spesso ottenevano con spontaneità dalle popolazioni.

“Un giorno, chiedendo qua e là, capitai in una casa dove domandai se avessero qualcosa da mettere sotto i denti. Una donna mi fece cenno di aspettare che se ne fossero andati i tedeschi, entrati per la mia stessa ragione. Quando furono usciti, dal fondo del cassettone tirò fuori un pezzo di pane nero… mi porse il tutto dicendomi: – non ho altro da darti, ho anch’io i figli che piangono perché hanno fame come te –”.

Il carattere transitorio dell’occupazione italiana faceva sì che a caratterizzarla fossero soprattutto le relazioni personali stabilite tra i singoli individui. Il sopraggiungere del rigidissimo inverno del 1941, nel bacino del Donetz, e di quello del 1942, sulle rive del Don, costrinse i comandi italiani ad una sosta operativa, e conseguentemente all’amministrazione di queste zone per un periodo più prolungato di tempo.

Questa situazione fece sì che la popolazione russa potesse fare meglio la conoscenza con l’istituzione esercito e con il modo di operare delle sue strutture. Nelle città come Stalino o Rikowo, dove si stabilirono i comandi del C.S.I.R. durante la sosta del 1941, i rigori dell’inverno favorirono i contatti tra i civili e le truppe da essi ospitate.

Per spontanea iniziativa dei vari comandi, giacché in realtà certe decisioni erano competenza delle autorità tedesche, furono istituiti ambulatori e centri di accoglienza per civili, furono riattivate, nei limiti del possibile, le funzioni vitali per la popolazione di una città.

“Sapemmo così che i tedeschi, che avevano sotto la loro giurisdizione quella zona prima del nostro arrivo, avevano detto loro che, se avevano avuto di che lamentarsi dei tedeschi, si sarebbero trovati ancora peggio ora che stavano arrivando gli italiani! Questa situazione di tensione, però, durò ben poco: dopo meno di una settimana il paese aveva ricominciato, dopo chissà quanto tempo, a rivivere una vita pressoché normale.

Donne, vecchi e bambini erano sempre fuori, e non era raro vedere un alpino che mangiava il rancio pescando dentro la grande gavetta aiutato da un piccolo russo che gli sedeva sulle ginocchia, o vedere alpini che, dopo il servizio, davano una mano alle donne a spaccare la legna od a macinare il grano. La gente semplice ed onesta fa molto presto a capirsi e stimarsi”.

E’ sul piano delle relazioni personali che si formarono e svilupparono legami profondi, tali da imprimersi durevolmente nella memoria. E proprio la semplicità che caratterizzava questi rapporti rendeva possibile se non il superamento, almeno l’accantonamento delle avversità e degli odi provocati dallo stato di guerra.

Gli italiani trovarono nel carattere dei russi molti aspetti che li accomunavano a loro, come il senso della famiglia e dell’ospitalità, la religiosità, l’amore per la terra e la comune tendenza al sentimentalismo. Tali affinità non potevano non facilitare l’incontro tra individui che, pur appartenendo a gruppi in contrasto tra loro, trovavano nel vivere quotidiano una umana coesione.

Il fante Giuseppe Marchese in “Fronte russo c’ero anch’io” pg.504-505, racconta la storia della sua amicizia con un bambino russo di nome Ivan:

“Il ragazzino era molto sveglio e presto facemmo amicizia, gli regalai qualche medicina, qualche scatoletta di carne, del pane, che poco dopo volle ricambiare con della minestra di miglio e con delle frittelle di patate di cui avevo da tempo dimenticato il sapore ed il profumo.

La solidarietà tra persone vive si accentuò […] ogni mattina veniva a svegliarmi con una grossa gavetta di latte fresco schiumoso appena munto […] di giorno poi tornava e ci scambiavamo parole in russo e in italiano, gli insegnavo a disegnare e dimostrava una netta attitudine per il paesaggio locale […]

Ogni sera poi, al tramonto, come avvicinandosi ad un rito insieme alla sorella […] e la giovane cantava con una voce intonata e leggera, mentre lui suonava una rudimentale balalaica accompagnando il canto nostalgico”.

Non passò molto tempo prima che gli italiani sviluppassero una certa familiarità con alcuni vocaboli della lingua russa, che   venivano frammischiati a parole in gergo dialettale e accompagnati da una gestualità espressiva, andando così a costituire un linguaggio sempre diverso e in evoluzione, ma che rendeva possibile, non senza difficoltà, il superamento delle barriere linguistiche.

“Se invece desiderava un uovo, allora cambiava mimica. Coi pollici e gli indici accostati, dava l’idea della forma dell’uovo e imitava, con la voce, il canto della gallina che ha fatto l’uovo. Anche stavolta il russo, ridendo, diceva: – pognimaio- ( ho capito ) e gli consegnava qualche uovo. Questi contatti semplici e pieni di umanità, ci attirarono le simpatie del popolo russo il quale, parlando degli italiani, era solito dire: -Italianski carosc- gli italiani sono buoni. A differenza dei tedeschi dei quali diceva: -Ghermanski nema carosc- i tedeschi non sono buoni”.

In molte testimonianze si usano verbi come: “parlare”, “conversare”, per descrivere i contatti quotidiani con i civili russi; pur non trattandosi di dialoghi estremamente complessi si riusciva comunque ad avere una chiara comprensione dei concetti che venivano espressi. Con ogni probabilità più che dalla con un linguaggio diverso e difficile, questo dipendeva dalla reciproca volontà di capire e farsi capire.

Una tale disponibilità è indicativa del tipo di rapporti che intercorrevano tra le due popolazioni. La maggior parte degli italiani non considerava il popolo russo come un appartenente ad una razza inferiore, sottoponibile quindi ad ogni tipo di sopruso, non traspariva la volontà di dimostrare la propria superiorità umiliando la popolazione inerme e accanendosi contro il nemico.

Spontaneità, semplicità, umanità, queste sono le caratteristiche con le quali vengono descritte le relazioni con i civili che spesso ricambiavano nello stesso modo. Anche se questo tipo di approccio nei confronti dei russi è testimoniato in tutti i testi, non bisogna pensare che non sorgessero mai difficoltà o che non si verificassero episodi in contrasto con tale linea generale di condotta.

La campagna propagandistica con la quale si era preparata la “purificatrice crociata anti-bolscevica”, pur non arrivando come quella tedesca a prospettare un vero e proprio scontro per la supremazia razziale, era riuscita a fare breccia negli animi dei più motivati.

“Gli anticomunisti più accesi, furono gli ultimi a mollare […] non parvero impressionati dalle spietate rappresaglie dei nazisti, ne dall’immediata fucilazione dei prigionieri […] Non li commosse neppure la vista dei soldati sovietici che morivano di fame a migliaia , lungo le piste gelate delle retrovie, e restavano abbandonati sulla neve come rottami […] “L’idra rossa si schiaccia solo così ! Se si potessero accoppare tutti, questi pelandroni, sarebbe l’ideale !”. Frasi del genere strillavano, gonfiando le gote, i “duri” del console Nicchiarelli, di fronte ai dubbi dei più giovani”.

Dalla lettura delle memorie traspare comunque che, anche quando si verificavano episodi di tensione o di contrasto con i russi, raramente erano il frutto di convinzioni sulla propria supremazia culturale o razziale, ma piuttosto prendevano le forme di una avversione basata su considerazioni di natura politica.

Più che un odio generalizzato verso tutti gli slavi in genere, considerati dai tedeschi alla stessa stregua degli schiavi, per gli italiani l’avversario era un nemico politico, da combattere certamente, ma senza quella ferocia di chi vuole soggiogare un popolo intero.

Anche per questo forse i rapporti con i civili, considerati più delle vittime che dei fautori del comunismo, erano tendenzialmente buoni, mentre i tedeschi, spostando le motivazioni della loro aggressività sul piano razziale, non facevano differenze tra civili e combattenti.

Non tutti gli italiani sentivano fortemente le ragioni di questa guerra, ma c’era naturalmente chi le condivideva, e chi se ne faceva scudo per dar sfogo ai propri istinti. Oltre alle motivazioni politiche infatti, anche la situazione contingente di estremo disagio e di continua precarietà poteva rendere difficoltoso mantenere dei buoni rapporti con i civili.

Durante la ritirata due fanti entrarono in un isba di Nikitovka alla ricerca di cibo; i dinieghi della vecchia che l’abitava provocarono la sgarbata reazione dei due che, spinti dalla fame, si incattivirono arrivando a schiaffeggiare la donna. La vecchia tirò allora fuori le sue ultime provviste che i due soldati si sbrigarono ad addentare. In quel momento entrarono nell’isba dei partigiani russi sorprendendo i due impegnati a mangiare.

“Per qualche istante, l’isba fu piena di silenzio. Poi, la donna, senza alzare la voce, disse qualcosa. Poche parole, ma in tono di comando. I partigiani, dopo un attimo di esitazione, si tirarono dietro la porta e se ne andarono.

La donna senza dire una parola aspettò che i due soldati finissero di mangiare, poi “con un gesto calmo aprì la porta. Dopo di che, senza agitarsi, distribuì ai due militari quattro schiaffi …..quindi disse solo una parola: -Cicai!- andate”.

I due soldati raccontarono questa avventura al loro cappellano, Don Gnocchi, vergognandosi di aver umiliato una vecchia, che, soltanto qualche istante dopo, gli aveva salvato la vita e dato una lezione di umanità che non avrebbero scordato facilmente. Certo la fame, la stanchezza, la paura potevano spingere a comportarsi in maniera brutale, “tutta roba presa ai civili. La legge della guerra ci ha insegnato la razzia per necessità”, anche se talvolta non era solamente la necessità a motivare la razzia, ma anche un florido commercio al mercato nero o con la madrepatria.

E’ singolare rilevare come la brutalità di cui facevano spesso sfoggio gli alleati tedeschi potesse alle volte sortire differenti reazioni da parte dei soldati italiani. Nella maggioranza dei casi la crudeltà gratuita spingeva gli italiani a reagire, spesso anche con determinazione, nei confronti dei tedeschi, e, conseguentemente a prendere le parti di coloro che subivano l’ingiustizia, fossero essi soldati nemici o civili.

Le reazioni potevano passare da una malcelata e sdegnata indifferenza ad un confronto, se non armato, quantomeno aspro e minaccioso. Non poche furono le volte nelle quali tra ufficiali e soldati italiani e corrispettivi dell’esercito tedesco si scatenarono delle vere e proprie risse con feriti e contusi.

Diversamente però, in altri casi, la sistematicità con la quale veniva esercitata la brutalità sulla popolazione russa da parte dei tedeschi poteva dar luogo a reazioni quali l’apatia di fronte agli orrori, e, ancor peggio, fornire una sorta di termine di paragone negativo utile per giustificare le proprie azioni, che al confronto venivano ritenute delle sciocchezze.

“E’ un uomo molto a posto ed ho apprezzato assai il modo con cui ha amministrato la giustizia. Mi raccontava infatti che, pochi giorni or sono, un soldato italiano, entrato in una casa per chiedere una lampada a petrolio, è stato preso per il bavero e messo fuori dal padrone di casa, un gigante alto due metri […] Ferrari l’ha fatto prendere e legare come un salame, nella quale incomoda posizione l’ha fatto dormire tutta una notte in gattabuia.

Al mattino l’uomo è stato portato sulla piazza più grande del paese, davanti a tutti i soldati in armi. Deve averla vista molto brutta; sicuro di essere fucilato (non sapeva quanto gli italiani differiscono dai tedeschi) si è messo ad urlare ed a chiedere pietà; denudato dalla cintola in su, è stato da un graduato gratificato di 20 scudisciate e poi messo in libertà”.

Naturalmente, come non tutti gli italiani si comportarono in maniera corretta con i civili russi, allo stesso modo anche tra la popolazione ci fu chi serbava del rancore verso gli stranieri che avevano invaso la loro terra.

Anche se bisogna considerare che i civili con i quali si aveva a che fare erano in maggior parte vecchi, donne e bambini, per natura poco inclini ad azioni audaci, e che gli uomini erano o al fronte o con i partigiani o deportati.

Una vicenda opposta a quella precedentemente ricordata nel libro di G. Fusco la ebbe a vivere il cappellano D’Auria, quando accettò la generosa ospitalità di una ragazza russa. Questa, dopo averlo cortesemente invitato a sedersi a tavola, e averlo tranquillizzato con modi affabili e gentili, fece irrompere nella stanza i suoi compagni partigiani che non esitarono ad aprire il fuoco.

Solo fingendo di esser stato colpito e agendo di sorpresa il cappellano riuscì in seguito ad avere ragione dei suoi assalitori, rivolgendosi poi verso la donna:

“Avrei voluto – anche questa furia mi venne – distruggere, annientare, calpestare da vincitore sotto il mio tallone quella donna; avrei voluto almeno ricoprirla di sputi, tutta quanta, dai piedi fino ai capelli, tanta ribellione e impeto di animo mi faceva lei e la sua perfidia… Mi prese invece – subito – la nausea, uno schifo immenso di quella ragazza… Scappai fuori”.

La reazione del cappellano, più sorpresa che violenta e vendicatrice, è il sintomo di come non fossero frequenti questi episodi, che, proprio per questo, quando si verificavano risultavano quasi incomprensibili, come se fosse stato rotto un patto di reciproca tolleranza, come se gli italiani, in fondo, non si considerassero dei nemici.

La familiarità

L’Unione Sovietica non era certamente un luogo dove fosse cosa facile combattere una guerra di lunga durata. Oltre alla combattività del nemico, le forze occupanti dovevano render conto alle avverse condizioni geografiche e climatiche della grande Russia.

L’assenza per centinaia di chilometri di grandi centri urbani e il terribile clima, che in inverno poteva raggiungere temperature intorno ai 40° sotto zero, provocavano grandi difficoltà logistiche circa l’accantonamento delle truppe. Lo sfruttamento, forzoso o meno, dell’ospitalità delle popolazioni diveniva quindi una necessità di primaria importanza. La coabitazione forzata, soprattutto quando protratta nel tempo, fece sì che le relazioni tra italiani e popolazione russa potessero essere approfondite nell’incedere della vita quotidiana.

Era proprio quando il rapporto cominciava a trasformarsi in legame che diventava possibile superare le naturali diffidenze provocate dalla guerra e arrivare ad una reciproca conoscenza delle abitudini, dei caratteri, delle mentalità. Il senso della sacralità dell’ospitalità e della famiglia che non erano in fondo molto differenti, e la comune origine contadina di molti tra i soldati, costituirono una buona premessa sulla quale poi si stabilirono e svilupparono legami che vengono ricordati con affetto e partecipazione.

“A Verch Grekovo abitavo nella casetta di due contadini, Gregorio e Nina. L’avevo scelta perché si trovava a breve distanza dal deposito munizioni. Ai padroni di casa davo, come compenso, dei marchi d’occupazione che accettavano con scetticismo, ma sopratutto sigarette americane… Fornivo loro anche sale, zucchero e carne in scatola… Gregorio e Nina erano felici di ospitare un ufficiale italiano perché la sua presenza avrebbe tenuto lontano i tedeschi, con i quali i rapporti non sarebbero stati cordiali e, soprattutto, più rischiosi”.

Non sempre l’ospitalità veniva “pagata”con solerzia e regolarità, ma con il passare del tempo si stabiliva con la famiglia ospite una solidarietà nella quale ospiti e ospitanti si attivavano nella ricerca di ciò che serviva alla neonata comunità.

Gli italiani ricambiavano l’ospitalità cercando di procurarsi i beni ai quali avevano sicuramente maggior facilità di accesso grazie al loro status di combattenti in un esercito regolare, cercando così di far pesare il meno possibile la loro presenza sull’economia non certo florida delle famiglie contadine.

Non era raro che le famiglie e i loro ospiti passassero insieme le serate dell’inverno russo, raccontandosi vicendevolmente dello stile di vita dei propri paesi, ma anche di musica e letteratura, delle attività svolte prima della guerra, delle famiglie lontane, di amore e di morte.

La curiosità prendeva il posto della diffidenza, e così, senza la mediazione ne della propaganda ne dei pregiudizi, ma tramite i racconti e l’esperienza vissuta in prima persona, che si arrivava alla sincera conoscenza reciproca. In questo clima caratterizzato da una quotidianità fatta di gesti semplici e amichevoli, le relazioni finivano per essere caratterizzate da entrambe le parti da una vera e propria familiarità.

“I nostri rapporti con i civili sono ottimi, cordiali ed improntati da una solidarietà umana che trascende e spesse volte non tiene conto dello stato di guerra… Quando questi rapporti escono dalla genericità allora si stabiliscono veri e propri rapporti di amicizia, di affetto e non di rado di amore… i gruppi di bersaglieri che alloggiano in promiscuità con i civili sentono emanare da queste famiglie un calore ed una simpatia che evocano e sostituiscono le famiglie lontane. Il nostro senso di solitudine e di isolamento si stempera”.

Il nucleo familiare è una delle prime “vittime” dello stato di guerra, che accomuna e non risparmia ne vinti ne vincitori. Molte erano le famiglie che in Italia penavano per la sorte di un loro caro spedito a far la guerra in un paese lontano. Assai di più erano le famiglie russe che avevano visto i loro uomini morire, esser deportati per il lavoro coatto, o arruolati nell’Armata rossa, e di cui non avevano più notizie.

La nostalgia di casa e degli affetti familiari, lasciati con il timore di non poterli più ritrovare, costituiscono, per il soldato che vive la precarietà della sua esistenza, la fonte emotiva dalla quale trarre le energie necessarie al mantenimento del proprio equilibrio.

E’ comprensibile quindi il tentativo di cercare di ricreare, nell’incontro con un nuovo nucleo familiare, quella tipologia di comportamenti propri di una famiglia, e che possano permettere di mitigare la nostalgia di casa.

“Babuska Philomenovna (nonna Filomena) aveva un figlio fatto prigioniero dagli italiani, e nonostante questo ospitava con gioia degli italiani nella sua ormai vuota isba, sopratutto quando aveva saputo che tra essi c’era un “pope”…

“Si commuove fino alle lacrime quando mi racconta le belle funzioni che si svolgevano in chiesa… Mi fa sentire, persino, qualche pezzo di quei cori popolari che hanno allietata la sua giovinezza e finisce in un singhiozzo di commozione”.

E’ anche curiosa nonna Filomena, chiede tante cose e vuole vedere le cartoline che raffigurano le città italiane, “nema” (non è possibile) dice vedendole”. Povera babuska! Fra le tante fandonie con cui le avevano riempito la testa, le avevano detto che in Italia il popolo viveva ancora nelle caverne”.

“Ma sopratutto è tanto buona la babuska! Cerca di rendersi utile in mille modi, proprio come una mamma di famiglia…non avrebbe potuto avere maggiori premure per il proprio figlio. E un figlio babuska, ce l’aveva […] Mi parlava spesso di suo figlio e, non potendo far altro piangeva e pregava”.

Un giorno, quando la nostalgia divenne insostenibile l’anziana donna decide di andare a trovare il figlio al campo di prigionia italiano, dieci giorni di stenti, che grazie all’aiuto dei suoi ospiti, viveri e una lettera di raccomandazione, gli danno la possibilità di riabbracciare il proprio figlio, addirittura dormirci insieme. “Suo figlio prigioniero di guerra e lei, povera mamma, prigioniera d’amore….so che l’amore di una mamma è più forte della guerra e della morte. Sono tutte uguali le mamme del mondo!”.

Le famiglie russe erano quelle che avevano dovuto subire maggiormente il peso della guerra, i mariti e i figli più grandi erano lontani e il sostentamento della famiglia era rimasto nelle mani di donne e anziani. Anche loro sentivano fortemente la preoccupazione e la mancanza degli affetti familiari. L’intensità con la quale questi stessi sentimenti venivano provati da entrambe le parti, diveniva così l’elemento che, inconsciamente, forniva il collante tramite il quale stabilire relazioni basate sul rispetto reciproco e spesso su affetti sinceri.

Si stabilivano in tal modo, e per volere di entrambi, tra famiglie ospitanti e italiani ospitatati, dei veri e propri vincoli familiari, nei quali il rapporto madrefiglio diveniva la tipologia più ricorrente. Spesso l’affetto per il figlio mancante veniva trasferito su quei ragazzi italiani che le necessità di guerra avevano portato in casa, e che, in fondo, non erano così diversi dai loro che adesso si trovavano a combattere dall’altra parte.

L’identificazione tra le sofferenze patite dai soldati italiani e quelle che pativano i propri figli di cui non si avevano più notizie da tempo era quasi immediata. Era come se, aiutando questi figli altrui, si aiutassero i propri, una sorta di solidarietà materna nel dolore della guerra, che trascende e supera tutte le barriere e le considerazioni di ordine politico.

Ritirata di Russia 1943

“Verso Topilo abitava una vecchietta. Si era affezionata a un giovane ufficiale. Forse non era tanto vecchia, come sembrava, ma le fatiche di una vita durissima l’avevano trasformata e ingrigita. Quel ragazzo le ricordava i figlioli. Chissà dove erano? Dall’altra parte del fiume, forse morti o marcivano in qualche lurido lager? Voleva bene al giovane alpino. Quando il battaglione si spostò in avanti la vecchietta pianse.

Faceva quattordici chilometri a piedi pur di venirlo a trovare, senza chiedere niente, accontentandosi di una frase più indovinata che interpretata, di un sorriso. Era una mamma sola, stordita, frastornata da una gigantesca macchina che aveva frantumato la pace e la serenità di una misera isba di un tranquillo villaggio”.

Sono i piccoli gesti quotidiani, i sacrifici e le rinunce spontanee, le gentilezze inattese che colpiscono e commuovono gli animi dei soldati, e rendono possibile il manifestarsi di slanci di umanità che, proprio per la crudezza della situazione contingente, giungono direttamente al cuore senza bisogno di essere consolidati dal tempo. Il ventenne Sergente Maggiore Luigi Salvanelli aveva deciso di stabilirsi in un isba di Pavlograd.

“Il primo giorno i due vecchietti se ne stavano impauriti e silenziosi in un angolo, poi pian piano per merito di qualche galletta, qualche scatoletta…imparammo a conoscerci. La prima sorpresa l’ebbi alcuni giorni dopo, trovandomi la mia roba lavata e stirata. Ai miei ringraziamenti, e volendo io pagare il servizio, mi fecero comprendere che durante quel lavoro pensavano che fosse roba come di suo figlio, del quale da oltre un anno non avevano più notizie…

L’ultimo giorno dell’anno… passata da poco la mezzanotte e rientrato nell’isba trovo i due vecchietti ancora alzati che mi accolgono con il buon anno e una mezza bottiglia di vodka che tenevano, mi hanno detto poi, gelosamente nascosta per brindare al ritorno del figlio. Mi avevano aspettato per brindare al nostro anno nuovo e farmi sentire come in famiglia.

In più avevano preparato una cenetta, con i loro miseri generi, da consumare insieme. Diedi fondo anch’io alle mie scorte per far sentire a loro che non erano soli, ma avevano acquistato un figlio […] Questo episodio lo ricordo nitido come fosse ieri […] L’istinto materno non conosce odi o nazionalismi e quanti italiani devono la vita alle donne russe!”.

Questi momenti di vita familiare vengono descritti nelle memorie come giorni felici, nei quali gli orrori e le fatiche della guerra vengono dimenticati ed è possibile ritornare con la mente nostalgica alle proprie case, ai propri cari. Forse anche per mitigare la nostalgia e accantonare per un momento la guerra nascono tra soldati italiani e donne russe delle storie d’amore, seppure necessariamente transitorie (molte furono comunque le pratiche burocratiche avviate per sposare donne russe), ma non per questo prive di autentici sentimenti.

Certamente anche in questo caso bisogna considerare come la fragilità della vita in guerra possa spingere i singoli a vivere in maniera totalizzante tutto ciò che permetta di estraniarsi dalla realtà circostante.

“Katiuska non era particolarmente bella, era vestita miseramente come tutte le contadine russe, eppure era entrata, con la sua dolcezza, nel cuore del soldato. Quando giunse l’inevitabile momento del commiato… “Infine essa disse: – In Italia, tu ricordare Katiuska – e sorrise: dolce, delicato, innocente sorriso. – Sì Katiuska, io ricordare te… certo… – Io volere bene a tu…- Esitò ancora : – E tu volere a me bene…- Confesso che mi sentii ancora più commosso, quasi smarrito.

Annuii col capo e dissi: – Addio Katiuska…- volevo aggiungere : – ti ricorderò per sempre – , ma la frase mi restò in gola. Mi allontanai….Talvolta ripensando a quel commiato, mi dico che alla fin fine avevo vent’anni, allora, e che nella casa di Katiuska, in momenti di tristezza, di perplessità, di sconforto avevo trovato un pò di quel calore domestico e di quell’accoglienza familiare di cui sentivo la mancanza troppo lunga e tanto desiderio”.

L’incontro tra italiani e popolazione russa fu, in questo senso, l’incontro tra due differenti, ma in fondo simili, modi di vivere e affrontare la solitudine, l’incertezza, il dolore, che spinsero gli uni incontro agli altri in una comune ricerca di conforto. Familiarità, solidarietà, amore, questi furono i mezzi tramite i quali, per molti tra italiani e russi, fu possibile trovare questo conforto.

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I orsi (e altro) sui giornài – 34

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