FOTO E STORIE DI GUERRA – 45

a cura di Cornelio Galas

Militare in pausa con un cagnolino al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Bombe di grosso calibro al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari attingono acqua da un pozzo al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari attingono acqua da un pozzo al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari versano acqua attinta da un pozzo al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Rifornimento di carburante ad un aereio del campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari in pausa al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari in pausa al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari in pausa al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari in pausa al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari in pausa al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari in pausa al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari davanti ad un aereo al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Militari davanti ad un aereo al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Aereo in partenza dal campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Telefonista al lavoro al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Telefonisti al lavoro al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Telefonisti al lavoro al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

L’abitato di Sira visto da un idrovolante in volo nell’estate 1941

L’abitato di Sira visto dal mare nell’estate 1941

L’abitato di Sira visto dal mare nell’estate 1941

Due militari a passeggio in una via lungomare di Sira nell’estate 1941

L’abitato di Sira di sfondo a due militari a colloquio su una terrazza sul mare nell’estate 1941

L’abitato di Sira di sfondo a due militari a colloquio sul mare nell’estate 1941

Due militari su una spiaggia di Sira nell’estate 1941

Un’isola greca vista da un idrovolante in volo nell’estate 1941

Un’isola greca vista da un idrovolante in volo nell’estate 1941

Rodi vista da un idrovolante in volo nell’estate 1941

Il porto di Rodi visto da un idrovolante in volo nell’estate 1941

Il porto di Rodi visto da un idrovolante in volo nell’estate 1941

Idrovolanti francesi provenienti dalla Siria a Rodi per il rifornimento nell’estate 1941

Militari al porto di Rodi nell’estate 1941

Idrovolanti francesi provenienti dalla Siria a Rodi per il rifornimento nell’estate 1941

Abitato di un’isola greca visto dal mare nell’estate 1941

Un’isola greca vista da un aereo in volo nell’estate 1941

Arrivo di truppe e di camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Arrivo di truppe e di camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Arrivo di truppe e di camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Arrivo di truppe e di camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Sbarco di truppe e di camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Sbarco di truppe e di camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Sbarco di truppe e di camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Camicia nera all’isola di Samo nell’estate 1941

Camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

Camicie nere all’isola di Samo nell’estate 1941

La truppa attraversa una via di Samo nell’estate 1941

La truppa attraversa una via di Samo nell’estate 1941

Gruppo di ufficiali a Samo nell’estate 1941

Navi ancorate al porto di Samo nell’estate 1941

Autorità militari italo tedesche prendono il tè loro offerto da notabili arabi nell’estate 1941

Compagnia di soldati italiani riattiva nell’estate 1941 il ciglione di Derna distrutto dal nemico in fuga

Compagnia di soldati italiani riattiva nell’estate 1941 il ciglione di Derna distrutto dal nemico in fuga

Compagnia di soldati italiani riattiva nell’estate 1941 il ciglione di Derna distrutto dal nemico in fuga

Compagnia di soldati italiani riattiva nell’estate 1941 il ciglione di Derna distrutto dal nemico in fuga

Compagnia di soldati italiani riattiva nell’estate 1941 il ciglione di Derna distrutto dal nemico in fuga

Compagnia di soldati italiani riattiva nell’estate 1941 il ciglione di Derna distrutto dal nemico in fuga

Divisione autotrasportata sosta sulla linea del fronte di Tobruch nell’estate 1941

Divisione autotrasportata sosta sulla linea del fronte di Tobruch nell’estate 1941

Divisione autotrasportata sosta sulla linea del fronte di Tobruch nell’estate 1941

Divisione autotrasportata sosta sulla linea del fronte di Tobruch nell’estate 1941

L’apparecchio di Hamilton abbattuto dalla nostra contraerea nell’estate 1941

Il canale di Corinto nell’estate 1941

Costruzione nuovo ponte sul canale di Corinto nell’estate 1941

Costruzione nuovo ponte sul canale di Corinto nell’estate 1941

Costruzione nuovo ponte sul canale di Corinto nell’estate 1941

Costruzione nuovo ponte sul canale di Corinto nell’estate 1941

Costruzione nuovo ponte sul canale di Corinto nell’estate 1941

Passaggio a Vienna di truppe italiane per il fronte nell’estate 1941

Truppa tedesca schierata a Vienna nell’estate 1941

Passaggio a Vienna di truppe italiane per il fronte nell’estate 1941

Passaggio a Vienna di truppe italiane per il fronte nell’estate 1941

Ufficiali italiani e tedeschi alla stazione di Vienna nell’estate 1941

Ufficiali italiani e tedeschi e crocerossine alla stazione di Vienna nell’estate 1941

Ufficiali italiani e tedeschi ad un pranzo a Vienna nell’estate 1941

Militari con uno strumento di rilevazione nell’estate 1941

Militari alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militari alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militari alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militari alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militari alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militari alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militari alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militari ad uno strumento di rilevazione nell’estate 1941

Militari ad uno strumento di rilevazione nell’estate 1941

Militari alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militare alle esercitazioni di tiro nell’estate 1941

Militari a strumenti di rilevazione nell’estate 1941

Uomo a torso nudo con cappellino di paglia dell’aeronautica nell’estate 1941

Militari ad una postazione contraerea nell’estate 1941

Militari ad una postazione contraerea nell’estate 1941

Militari schierati nell’estate 1941

Militari ad una postazione contraerea nell’estate 1941

Militari schierati nell’estate 1941

Gruppo di militari in movimento nell’estate 1941

Militari ad una postazione contraerea nell’estate 1941

Militari in pausa nell’estate 1941

Militare al lavoro nell’estate 1941

Militari in una trincea nell’estate 1941

Militari ad uno strumento di rilevazione nell’estate 1941

Militare ad una postazione antiaerea nell’estate 1941

Militare ad una postazione antiaerea nell’estate 1941

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ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA – 5

a cura di Cornelio Galas

Three Miles Island

La centrale nucleare di Three Miles Island si trova presso Harrisburg, in Pennsylvania (Stati Uniti), e venne costruita nel 1974. Il 28 marzo del 1979 alle quattro del mattino si verificò “the largest nuclear incident in US history” ed il primo incidente nucleare della storia, con il rilascio nell’atmosfera di gas radioattivo. L’avvenimento si manifestò nel secondo reattore, in quel momento impegnato al 97% della sua capacità. Un iniziale problema al secondo sistema di raffreddamento causò un aumento di pressione nel primo sistema (quello vicino al nocciolo) causando l’apertura di una valvola che fece così diminuire la pressione del refrigerante.

Tuttavia ristabilita la pressione ottimale la valvola non si richiuse, ma permise al refrigerante di defluire ancora, abbassandone il livello rispetto a quanto previsto. I dipendenti non si accorsero che il refrigerante stesse diminuendo, mentre il nocciolo si andava surriscaldando, e, conseguentemente, danneggiandosi. Parte del refrigerante entrò in contatto con il nocciolo, generando così vapore radioattivo. Al termine di complesse procedure per smaltire il gas prodottosi e per ristabilire l’equilibrio nel reattore, si verificò una perdita di gas radioattivi nell’atmosfera.

L’iniziale sgomento e preoccupazione per l’incidente convinse le autorità a far allontanare dalle zone vicine alla centrale le donne incinte ed i bambini, e a mettere in stato di allerta la popolazione locale. La mancanza di vento fortunatamente impedì il diffondersi dei gas, i quali, in ogni modo, non si rivelarono particolarmente dannosi per la popolazione.

In definitiva l’incidente di Three Miles Island non manifesto sostanziali pericoli per la salute dei cittadini vicini alla centrale. Tuttavia l’impatto che si generò nell’opinione pubblica fu fortissimo, e le polemiche furono concentrate sulla sicurezza degli impianti nucleari. In ogni caso l’incidente in Pennsylvania fu il primo “campanello d’allarme” del nucleare civile sulle sue conseguenze per la popolazione.

Nonostante l’alto livello nella scala INES il ricordo degli effetti dell’incidente americano venne velocemente dimenticato quando, solo sette anni dopo, si verificò il disastro di Chernobyl.

Chernobyl

La centrale di Chernobyl si trova in Ucraina, a centoventi chilometri dalla capitale Kiev, ed è molto vicina al confine con la Bielorussia. Venne scelta come sede per un reattore nucleare civile in quanto abbastanza vicina alla capitale ucraina e grazie alla posizione geografica ideale per servire le due (ex) repubbliche sovietiche. La presenza del fiume Pripiat vicino era inoltre un’ottima fonte di acqua. Presso la centrale nucleare venne edificata la cittadina di Pripiat, destinata ad accogliere i lavoratori del reattore, che sorgeva a soli tre chilometri dall’insediamento.

Il reattore di Chernobyl era uno dei più avanzati dell’epoca (per la tecnologia sovietica) e si articolava in quattro diverse unità. Il vanto e l’orgoglio della potenza nucleare sovietica, però, ebbe un tragico incidente nella notte fra il 25 ed il 26 aprile 1986.

In quella notte di aprile una serie di errori umani durante la conduzione di un test di sicurezza notturno portarono la temperatura del reattore dell’unità quattro della centrale oltre tutti i livelli di guardia: in piena notte, intorno all’una, la combinazione di calore raggiunta dal reattore fece si che il combustibile nucleare e le barre moderatrici esplodessero a causa della temperatura. In pochi istanti una massa di materiale radioattivo fuoriuscì violentemente dal tetto, creando un’immensa colonna di fuoco e scagliando in aria materiale radioattivo pesantemente contaminato sotto forma di polveri ed elementi metallici e non.

I soccorsi, immediatamente allertati, si precipitarono sul posto pochi minuti dopo, ma senza la precisa cognizione di ciò che era successo: i pompieri che intervennero per domare quello che era stato descritto come un normale incendio morirono tutti nell’arco di mezz’ora a causa dell’esposizione ad una dose massiccia di radiazioni, centinaia di volte superiore ai livelli tollerabili dal corpo umano.

Le autorità sovietiche, dopo l’iniziale sbigottimento, tennero tutto sotto silenzio, ma fecero arrivare nella zona una grande quantità di forze armate per domare l’incendio e coprire il buco creatosi nel tetto del reattore, che intanto continuava a sprigionare pulviscolo fortemente radioattivo. Il giorno dopo, in Svezia, gli ordinari controlli sui livelli di radioattività segnalarono una notevolissima ed anomala dose di radiazioni; dopo i primi rilevamenti che coinvolsero la rete svedese, si identificò che la provenienza era localizzabile in Unione Sovietica, da dove era giunto il pulviscolo radioattivo.

Inizialmente si pensò ad un esperimento nucleare militare, ma il governo sovietico negava le responsabilità. Nell’arco di pochissimo tempo i dati sulla radioattività vennero rilevati in tutti gli altri stati europei. Dopo le schiaccianti prove addotte dalla comunità internazionale, l’Unione Sovietica fu costretta ad ammettere l’incidente. Di particolare interesse furono le immagini satellitari dell’intelligence americana, che mostrarono chiaramente in colore rosso (segno di calore) la zona esplosa della centrale di Chernobyl.

Intanto la nuvola radioattiva era già arrivata a coprire tutta l’Europa orientale e centrale, e si dilatava sempre di più. La situazione a Chernobyl non era migliorata, anzi: nessuno a Pripiat sapeva cos’era successo. Le autorità sovietiche, desiderose di non divulgare la notizia, si videro comunque costrette ad ordinare l’evacuazione della cittadina qualche giorno dopo il disasto: ormai erano passate ben settantadue ore, ed i livelli di radioattività erano mortali per la vita umana. Intanto sul reattore continuavano a pieno ritmo le operazioni per coprire con sabbia e cemento lo squarcio creato dall’esplosione.

Gli elicotteri dell’esercito sovietico e i volontari a terra si alternavano senza sosta per coprire il buco creatosi, per poter finalmente far diminuire la radioattività emessa. Con grande abnegazione e molti sforzi, in poco tempo venne realizzata una prima struttura di contenimento (detta “sarcofago”) attorno al reattore quattro. Nell’arco di pochi giorni moltissimi volontari, consapevolmente espostisi ad alti livelli di radiazioni durante le operazioni di contenimento, morirono o comunque accusarono i sintomi delle radiazioni. Nel contempo molti altri abitanti vennero ricoverati in condizioni critiche in ospedali e strutture sanitarie totalmente incapaci ed impreparate ad affrontare un tale tipo di emergenza.

L’aumento dei fenomeni tumorali e delle mutazioni fu notevole, così come delle patologie collegate alla sovraesposizione a radiazioni. Nel reattore non si era verificata una fissione nucleare, ma solo un violento rilascio di materiale radioattivo, il quale aveva contaminato anche elementi che radioattivi non erano, come gli elementi del tetto o le barre moderatrici. Il caso di Chernobyl fece emergere “tutta la fragilità dell’apparato produttivo sovietico, la cui inefficienza sfuggiva al controllo delle autorità con conseguenze che andavano ben al di là dei confini statuali dell’Urss e che suscitavano l’apprensione dell’opinione pubblica mondiale”.

La catastrofe oltre ad indebolire la già delicata situazione politica sovietica fu la vera prova di cosa significasse la potenza dell’atomo, anche se non concentrata in un’esplosione nucleare. La quantità di radiazioni rilasciata era comunque superiore agli attacchi di Hiroshima e Nagasaki, ed in pochi giorni venne avvertita fino in Giappone e Nord America. L’area attorno alla centrale venne evacuata e non ripopolata per un raggio di una trentina di chilometri, ma le superfici contaminate rimarranno tali per migliaia di anni, stante il tempo di decadimento di certi elementi rilasciati.

Ad oggi non si è ancora riusciti a fare una somma completa delle vittime, ma comunque i dati statistici inerenti le malattie della popolazione, e soprattutto quelle legate all’esposizione a radiazioni, sono illuminanti. La città di Pripiat è completamente abbandonata, anche se negli ultimi anni sono ricomparsi alcuni animali: i postumi del disastro hanno provocato nelle popolazioni evacuate grandi problemi sociali e psicologici, non da ultimo l’alcolismo. Nel caso di Chernobyl si è trattato di un incidente: ma cosa potrebbe succedere se qualcuno facesse esplodere in un porto di qualsiasi grande città una nave contente materiale radioattivo?

I trattati internazionali in materia di armi di distruzione di massa

Nonostante la definizione “armi di distruzione di massa” sia stata coniata nel 1937, già alla fine della prima guerra mondiale era cominciata una profonda fase di riflessione sulle implicazioni delle armi non convenzionali. La forza dell’atomo era ancora una prospettiva lontana, ma l’impatto delle armi chimiche nelle trincee dei fronti orientale ed occidentale fu sufficiente per spingere diversi stati a firmare a Ginevra, nel 1925, un trattato internazionale che proibiva l’uso dei gas tossici e delle armi batteriologiche, lasciando però non normata la possibilità di svilupparle o produrle.

L’impatto successivo alla seconda guerra mondiale e la “corsa nucleare” intrapresa da Stati Uniti e Unione Sovietica spinsero sempre più la comunità internazionale a riflettere sulla necessità di limitare o possibilmente estinguere a livello mondiale la minaccia delle armi di distruzione di massa; a seconda dei diversi ambiti (nucleare, chimico, biologico) nel corso dell’ultima metà del secolo sono sorti diversi trattati ed alcune organizzazioni che si occupano direttamente del problema.

Anche qui, come nel caso dello sviluppo delle armi, lo spazio principale lo ha avuto – e lo conserva ancora – l’arma nucleare, al momento al centro dell’attenzione per i recentissimi lanci di missili balistici nordcoreani e per il tanto declamato programma nucleare iraniano. Questi ultimi episodi hanno riportato al centro dell’agenda politica mondiale la necessità di rendere i trattati internazionali in materia di armi di distruzione di massa sempre più condivisi e diffusi, soprattutto in quelle aree e fra quegli stati che più sono sensibili ai comportamenti aggressivi dei vicini.

Sostanzialmente ridurre le armi di distruzione di massa è una forma di diffusione della sicurezza che nessuno ne faccia uso: a tale scopo puntano le politiche di disarmo manifestatesi nei trattati internazionali che di seguito verranno esaminati.

Con le successive evoluzioni della Guerra fredda e la diffusione delle armi di distruzione di massa anche in stati ed in contesti geopolitici molto delicati (area indiana, Medio Oriente, Nord Africa) le preoccupazioni della comunità mondiale, e delle superpotenze in primis, hanno spinto l’ONU a interessarsi dell’argomento mediante una complessa serie di trattati dedicati a tutti i tipi di armi di distruzione di massa. Gli esiti sono stati differenti, e hanno conseguito risultati nel complesso positivi, anche se molto c’è ancora da fare, soprattutto a causa di alcune vistose assenze nella sottoscrizione o nella ratifica dei trattati.

Inoltre la fine dell’equilibrio bipolare ha posto al centro dell’interesse della comunità internazionale anche il ruolo di gruppi terroristi in grado di impossessarsi e di maneggiare armi di distruzione di massa, con le prevedibili conseguenze: tali soggetti sono ormai minacciosi quanto alcune recenti manifestazioni di potenza fatte da stati tradizionali.

Resta infine da sottolineare la difficoltà tecnica ad affrontare i controlli in materia, in quanto molte delle tecnologie idonee alla fabbricazione delle armi di distruzione di massa altro non sono che infrastrutture per usi civili: è il problema del cosiddetto dual use, cioè la capacità sia militare che civile in capo al medesimo bene (in questo caso impianto di produzione).

Distinguere, per esempio, impianti di arricchimento dell’uranio per fini militari da quelli per fini civili alle volte può essere impossibile; da qui la necessità, alla base di tutto il substrato giuridico, della reciproca confidenza fra gli stati e della riduzione o eliminazione, per quanto possibile, delle stesse possibilità di creazione di armi di distruzione di massa.

I passi intrapresi in termini giuridici sono molto rilevanti, e si sono concretizzati in diversi trattati internazionali più o meno condivisi a livello mondiale: la prevalenza, comunque, è stata data ai trattati sulle armi nucleari, che detengono ormai un posto di primissimo piano anche nei media e nelle agende politiche di moltissimi stati, gruppi di pensiero, associazioni e movimenti politici.

L’attività “volta alla limitazione e/o all’abolizione degli armamenti di una determinata nazione […] come risultato di reciproche trattative fra stati”  è detta disarmo multilaterale, bilaterale, unilaterale, a seconda che sia adottato da più stati, da due o solamente da un singolo stato. Nel corso degli ultimi cento anni un parziale disarmo è avvenuto grazie ai trattati che di seguito sono esaminati, ed oggi questo processo è visto dalla comunità internazionale e da quella scientifica come un necessario mezzo per promuovere pace e stabilità, evitando il ripetersi di azioni militari compiute con armi di distruzione di massa, foriere di disgrazie e, come ovvio, di spaventose perdite militari ma soprattutto civili.

Oggi il tema del disarmo è centrale nell’agenda politica dell’Onu, e riguarda tanto i settori delle armi non convenzionali quanto di quelle convenzionali; inoltre alcuni trattati sottoscritti sono importanti fonti e riferimenti anche per il diritto umanitario, tanto da far sostenere da alcuni l’esistenza di una vera e propria “convergenza fra diritto bellico e tutela dei diritti umani”.

I trattati prima della Seconda guerra mondiale

La prima Convenzione che accenna alle armi classificabili come “di distruzione di massa” (ma all’epoca non definite in questo modo) è la Convenzione dell’Aja, tenutasi fra maggio e luglio del 1899. Gli scopi che si prefiggeva erano il mantenimento della pace e la regolamentazione della guerra: per questo è il primo necessario riferimento in materia di mezzi di combattimento fra belligeranti.

Il regolamento allegato alla “convenzione internazionale concernente le leggi e gli usi della guerra terrestre” all’articolo 22 stabiliva l’importante principio che “i belligeranti non hanno un diritto illimitato quanto alla scelta dei mezzi con cui nuocere al nemico”, specificando, nel successivo articolo 23, ulteriori proibizioni rispetto a quelle già in atto, quali:

  • a. far uso di veleni o di armi avvelenate;
  • b. uccidere o di ferire a tradimento individui appartenenti alla nazione o all’armata nemica;
  • c. uccidere o di ferire un nemico che avendo deposte le armi o non essendo più in grado di difendersi, si è reso a discrezione;
  • d. dichiarare che non sarà dato quartiere;
  • e. far uso di armi, proiettili o materie atti a cagionare inutili sofferenze;
  • f. abusare della bandiera parlamentare, della bandiera nazionale, delle insegne militari;
  • e dell’uniforme del nemico, nonché dei segni distintivi della Convenzione di Ginevra;
  • g. distruggere o di sequestrare proprietà nemiche, salvochè tali distruzioni e sequestri fossero imperiosamente richiesti dalle necessità della guerra.

Come chiarificato dalla Convenzione, i gas tossici (“veleni o armi avvelenate”) erano palesemente esclusi dai mezzi di combattimento. La vaghezza della Convenzione dell’Aja è stata spesso criticata, soprattutto perché, come noto, è stata largamente disattesa negli anni successivi; tuttavia costituisce il primo necessario riferimento che iniziò a far riflettere la comunità internazione sul progressivo divieto d’uso delle armi di distruzione di massa.

La successiva Conferenza dell’Aja del 1907 ribadì esattamente le disposizioni statuite in materia di armi chimiche, così come anche i divieti per i bombardamenti aerei. La tecnologia bellica, però, si stava orientando in direzioni diametralmente opposte, e puntualmente si verificò il contrario di quanto statuito nel corso del primo conflitto mondiale. Al termine della Grande Guerra ripresero i contatti fra le diplomazie e le nazioni per trovare soluzioni  per la risoluzione delle controversie internazionali: “la convinzione che l’ordine internazionale prebellico fosse inadeguato alle nuove esigenze messe in evidenza dal conflitto si era fatta largamente strada nelle opinioni pubbliche come nelle cancellerie”.

Il testo definitivo del Patto della Società delle Nazioni (in inglese Covenant of the League of Nations) fu approvato dalla Conferenza di Pace di Parigi il 28 aprile del 1919, e la Società cominciò a funzionare nel 1920. Lo Statuto prevedeva alcune disposizioni in materia di riduzione degli armamenti, fra le quali spiccavano alcuni articoli, come il numero 8 che affermava:

“That the maintenance of peace requires the reduction of national armaments to the lowest point consistent with national safety and the enforcement by common action of international obligations. The Council, taking account of the geographical situation and circumstances of each State, shall formulate plans for such reduction for the consideration and action of the several Governments. Such plans shall be subject to reconsideration and revision at least every ten years.

After these plans shall have been adopted by the several Governments, the limits of armaments therein fixed shall not be exceeded without the concurrence of the Council. The Members of the League agree that the manufacture by private enterprise of munitions and implements of war is open to grave objections. The Council shall advise how the evil effects attendant upon such manufacture can be prevented, due regard being had to the necessities of those Members of the League which are not able to manufacture the munitions and implements of war necessary for their safety.

The Members of the League undertake to interchange full and frank information as to the scale of their armaments, their military, naval and air programmes and the condition of such of their industries as are adaptable to war-like purposes”.

Altri articoli, come il 9 o il 23d integravano la volontà della Società delle nazioni di procedure alacremente sulla via del disarmo come mezzo per promuovere la sicurezza internazionale. Durante il periodo fra le due guerre vennero inoltre firmate alcune Convenzioni che confermavano la linea di evoluzione delle politiche di disarmo, come ad esempio la “Convenzione sul controllo del commercio internazionale di armi, munizioni e dei materiali di guerra” del 1925, oppure il Protocollo che proibiva le armi chimiche e batteriologiche.

La Carta delle Nazioni Unite

La Carta delle Nazioni Unite, pur non riferendosi esplicitamente al tema delle armi nucleari, affronta le questioni del disarmo in diversi articoli, come nel caso dell’art. 11, 1° comma (“per tutelare la pace e la sicurezza internazionale, l’Assemblea Generale si riferirà ai principi generali di cooperazione, compresi i principi che regolano il disarmo e le norme sugli armamenti e può, relativamente a tali principi, formulare raccomandazioni ai propri Stati Membri oppure al Consiglio di Sicurezza o ad entrambi”) oppure all’articolo 26, nel quale si specifica che “al fine di instaurare e mantenere la pace attraverso la drastica riduzione delle risorse umane ed economiche mondiali da destinare agli armamenti, il Consiglio di Sicurezza, con l’ausilio del Consiglio di Stato Maggiore previsto dall’Articolo 47, avrà il compito di formulare e sottoporre all’attenzione degli Stati Membri delle Nazioni Unite, i piani necessari alla realizzazione di un sistema per il controllo degli armamenti”.

È da notare anche la formulazione dell’art. 47, sebbene la sua sostanziale desuetudine lo renda poco più che una mera indicazione. Era insomma ben chiaro ai fondatori delle Nazioni Unite che per mantenere e tutelare la pace fosse necessario, a fianco degli strumenti coercitivi e non coercitivi previsti, anche la riduzione o quantomeno il controllo degli armamenti, di qualunque sorta essi fossero. E’ comunque opinione autorevole della dottrina che la Carta “non stabilisce un vero e proprio obbligo di disarmo, né un tale obbligo è stabilito dal diritto internazionale consuetudinario” come, d’altro canto, è stato precisato nella sentenza della Corte Internazionale di Giustizia “Stati Uniti contro Nicaragua”.

L’evoluzione giuridica in materia di armi di distruzione di massa è avvenuta nel corso degli anni in forma soprattutto convenzionale, cioè mediante intese realizzatesi fra più stati, con tutti i problemi e le conseguenze che questi tipi di atti comportano: tuttavia con il trascorrere del tempo le conferenze internazionali con i relativi trattati e gli accordi bilaterali o multilaterali si sono susseguiti ed evoluti, e costituiscono oggi il corpus normativo in materia di disarmo.

Infine, ha giocato un ruolo non indifferente in questa materia la Conferenza del Disarmo, con sede a Ginevra: quest’organo “enstablished in 1979 as the single multilateral disarmament negotiating forum of the International community, was a result of the first special Session on Disarmament of the United Nation General Assembly held in 1978”. La Conferenza sul disarmo è il frutto di un’evoluzione avvenuta a livello internazionale in materia, cominciata con il Ten Nation Commitee on Disarmament (1960), seguito dall’Eigthteen Nation Commitee on Disarmament (1962-1968) ed infine la Conference of the Commitee on Disarmament (1969-1978).

La Conferenza si occupa di diverse questioni di disarmo, non solo legate alle armi di distruzione di massa: l’alto numero di partecipanti e il grande numero di accordi negoziati nell’ambito della Conferenza stessa costituiscono la miglior prova che certi passi avanti in materia sono stati compiuti, pur essendo ancora lunga la strada da fare. Ronzitti cita i seguenti accordi come dovuti all’azione della Conferenza sul Disarmo:

  • – Trattato di interdizione parziale degli esperimenti nucleari (1963);
  • – Trattato sullo spazio extra-atmosferico (1967);
  • – Trattato sulla non proliferazione nucleare (1968);
  • – Trattato sulla proibizione del collocamento di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa sul suolo o sul sottosuolo marino (1971);
  • – Convenzione sull’interdizione della messa a punto, fabbricazione e stoccaggio delle armi atteriologiche e sulla loro distruzione (1972);
  • – Convenzione sulla proibizione dell’uso ai fini militari o ogni altro uso ostile delle tecniche di modifica ambientali (1977);
  • – Convenzione per l’interdizione della messa a punto, fabbricazione e stoccaggio delle armi chimiche e della loro distruzione (1993);
  • – Trattato per la cessazione completa degli esperimenti nucleari (Ctbt) (1996).

Come si vede, nel corso della Guerra fredda l’escalation prima atomica e poi termonucleare spinse gli stati, dopo la “crisi dei missili” di Cuba, a negoziare sempre più intensamente per scongiurare il manifestarsi del pericolo chimico, biologico e, sopra tutti, quello nucleare, motivo per il quale la maggioranza degli accordi sono dedicati a questo tema.

Tutti questi trattati presentano delle somiglianze, a cominciare dalle discipline di recesso, che garantiscono agli Stati membri abbastanza discrezionalità nell’esercitare il proprio diritto, con la previsione di un certo periodo dopo il quale il recesso sarà effettivo; allo stesso modo presentano analogie per quanto riguarda le varie conferenze “di riesame” dell’argomento, cioè incontri periodici nei quali si “aggiornano” i trattati. Infine, occorre distinguere fra disarmo e non proliferazione, in quanto “mentre gli accordi di disarmo proibiscono a tutti gli Stati il possesso dell’arma oggetto dell’accordo, gli accordi di non proliferazione hanno lo scopo di evitare che determinate armi siano possedute da un numero consistente di Stati, aumentando il rischio del loro uso”.

La struttura dei trattati internazionali

I trattati internazionali conclusi in materia di armi di distruzione di massa risentono, come tutti gli atti normativi, delle contingenze in cui sono stati redatti. Come insegna un brocardo latino, ex facto oritur ius, dal fatto nasce il diritto: ogni trattato è figlio del suo tempo, nelle sue parole e nella sua struttura si possono leggere chiaramente le intenzioni politiche delle parti che lo hanno stipulato.

A maggior ragione queste considerazioni valgono per i trattati bilaterali, che soprattutto in materia di armi nucleari hanno avuto un ruolo importante nei confronti della comunità mondiale. Per esempio, nei trattati fra Stati Uniti e Russia stipulati dopo la Guerra fredda si è cominciato a parlare di reciproca “amicizia” e “collaborazione”, termini che difficilmente prima avrebbero trovato posto nei trattati fra le due superpotenze. I trattati presentano poi lunghezze diverse a seconda della complessità o della natura della materia trattata.

Concretamente un trattato internazionale, partendo dal principio, presenta un preambolo. Esso è di natura più politica, e può richiamare altri atti normativi, risoluzioni internazionali, precedenti accordi fra le parti o, più in generale, eventi o documenti che hanno portato alla formulazione di quel trattato. Vi possono pure essere riferimenti a valori che intendono essere tutelati, o richiami a generali principi di umanità o difesa del mondo o dell’uomo.

In altre parole il preambolo fornisce una vetrina utile per comprendere le posizioni delle parti riguardo all’argomento in oggetto, e capire quali sono i motivi e i riferimenti che hanno portato le parti a concludere il trattato. Il preambolo può essere più o meno lungo, e comincia ogni capoverso con verbi quali “considerando”, “notando”, “preso atto” e altri verbi che ribadiscono o richiamano quanto espresso in altra sede. Possono anche essere presenti dei verbi volitivi, che esprimono auspici o particolari desideri.

Al preambolo segue l’articolato del trattato. Esso costituisce il vero e proprio elemento normativo, le regole che le parti hanno concordato e che dovranno essere seguite. Gli articoli, numerati progressivamente, potranno essere più o meno lunghi e più o meno complessi: non è raro che siano strutturati in commi e sottocommi, soprattutto quando dettano regole dettagliate. Tipicamente i primi articoli esplicitano il significato delle parole chiave usate nel trattato; quando c’è questa esplicitazione, di solito si trova al primo articolo.

Le spiegazioni della terminologia ivi fornite saranno quelle rilevanti solamente per quel trattato. Se il primo articolo presenta questo tipo di dichiarazione, solitamente il secondo illustra gli obblighi e gli scopi del trattato, di solito con una formula come “le parti si impegnano a” o “le parti si impegnano a non”, seguite dal comportamento da seguire o dal contenuto del divieto. Lo stesso articolo o quelli seguenti possono stabilire dei limiti temporali agli obblighi sopra espressi: impegni da adempiere entro una certa data o impegni a cessare di operare a partire da un’altra data.

I successivi articoli possono limitare i divieti facendo salvi alcuni comportamenti: per esempio nei trattati in materia di zone denuclearizzate la possibilità di uso pacifico dell’energia atomica è sempre fatta salva da un apposito articolo. Il testo può proseguire indicando dei mezzi di verifica o controllo che le parti possono porre in essere, disciplinandone la modalità. In questi casi di solito viene sempre riportato l’obbligo di interferire il meno possibile con le attività dello stato che subisce l’ispezione, il quale a sua volta deve essere collaborativo o quanto meno non ostacolare l’attività di controllo.

Certi trattati prevedono degli articoli nei quali si creano dei soggetti internazionali appositi, preposti al controllo od alla verifica della materia in questione: a volte possono essere anche abbastanza dettagliati riguardo all’organizzazione del nascente soggetto internazionale, altre possono demandare la struttura a degli allegati al trattato. Seguono poi degli articoli che sono specifici dell’argomento in questione: qui ogni trattato si diversifica a seconda del contenuto.

Essi possono essere più o meno, sempre a seconda della complessità della materia normata. Verso gli ultimi articoli dei trattati vi sono dei riferimenti alla soluzione delle controversie che possano insorgere, degli articoli che disciplinano la possibilità di proporre emendamenti e al ruolo del trattato rispetto agli altri: di solito viene fatto salvo quanto statuito da trattati diversi, o magari dagli obblighi che derivano da alleanze in cui le parti erano inserite (spesso questo articolo era presente nei trattati bilaterali).

Proseguendo nella parte finale vi sono articoli dedicati alla durata del trattato, che può essere senza limite o con una durata limitata; in questo secondo caso sono previsti modi per estenderne la durata o la possibilità di rinegoziarlo. Un articolo riguarda sempre i casi di ritiro dal trattato, prevedendo modalità più o meno complesse per compiere questa attività, che di solito va notificata per tempo alle altre parti prima di essere intrapresa. Una causa sempre presente è quella di pericolo per lo stato, che imponga la necessità di non adempiere, attuale interpretazione dell’antico brocardo necessitas non habet legem.

Gli articoli finali possono riguardare la sottoscrizione e la ratifica, imponendo che il trattato entri in vigore solo dopo un certo numero di ratifiche o dopo che alcuni stati piuttosto che altri abbiano ratificato; alle volte un articolo specifica che il trattato entrerà in vigore non dalla ratifica richiesta, ma un certo numero di giorni dopo. Se i trattati sono multilaterali, allora sono previsti degli articoli che regolano come terze parti possano accedervi.

Tipicamente vi è un articolo che riguarda le riserve che le parti possono porre rispetto al trattato: di norma esse sono tassativamente vietate. Infine, di solito in posizione finale, c’è un articolo che stabilisce le lingue in cui è redatto il trattato e che nonostante i diversi idiomi il significato è uguale in tutte le diverse copie: i trattati bilaterali fra Stati Uniti e Unione Sovietica prevedevano solo russo e inglese, i trattati internazionali (come le Convenzioni sulle armi chimiche e quella sulle armi biologiche) di norma prevedono che i testi siano redatti in inglese, francese, russo, cinese, arabo e spagnolo. La conclusione del trattato è data dalle firme dei sottoscrittori in rappresentanza degli Stati.

Al trattato possono poi seguire degli ulteriori documenti. Se presenti, un articolo del trattato disciplina lo status di questi documenti, che di solito ne sono parte integrante. Essi possono essere allegati o protocolli, e a volte il numero di questi è rilevante (come nel caso del trattato START I). Il contenuto di questi elementi accessori può essere il più vasto: da specificare certi termini, a indicare certi confini, a stabilire ulteriori obblighi che discendono dal trattato. In ogni caso la presenza e la vigenza di questi accessori, comunque si chiamino, trova il suo fondamento nel testo del trattato, senza il quale essi non avrebbero motivo di esistere.

I trattati multilaterali permettono agli stati terzi di partecipare, sottoscrivendo il trattato e ratificandolo (cioè dandogli esecuzione nel proprio ordinamento). Se una parte non ha sottoscritto il trattato, le disposizioni in esso contenuto sono tamquam non esset. Non sono rari i casi di nazioni che hanno firmato ma non hanno ratificato un trattato: in questo caso la volontà politica dello Stato è chiara, anche se finchè non vi è la ratifica il trattato per quello Stato non è vincolante.

Molto spesso le ratifiche sono rimandate per motivi politici: è questo il caso del trattato SALT II (mai ratificato) o i rinvii che la Duma russa fece per il trattato START II. Ad oggi diversi trattati internazionali sono in una fase di sospensione, finchè lo stato non acconsente a ratificare. È chiaro che la sottoscrizione dimostra la propensione politica dello stato firmatario a condividere i contenuti del trattato, e lo impegna, almeno moralmente, a ratificarlo.

Vi sono anche dei casi di trattati internazionali che sono sottoscritti da decine di stati ma non sono ancora entrati in vigore o perché mancano il numero adeguato di ratifiche o perché mancano alcuni stati la cui ratifica è necessaria per la vigenza del trattato. A livello sistematico, va notato che gli stati che non sottoscrivono certi trattati importanti in materia di armi convenzionali tipicamente non sottoscrivono gli altri: se si incrociano le mancate ratifiche o, peggio, le mancate sottoscrizioni, si scopre che alcuni Stati spesso si comportano in questo modo, e solitamente sono Stati che presentano difficoltà politiche interne o un contesto geopolitico circostante particolarmente instabile.

I trattati in materia di armi nucleari

Se i primi trattati in materia di armi di distruzione di massa riguardavano la armi chimiche, dal 1945 la prevalenza dell’attenzione venne, comprensibilmente, affidata alle armi atomiche in tutti i loro aspetti. La supremazia occidentale, articolata sulle armi nucleari americane, inglesi e francesi, ben presto venne raggiunta dall’Unione Sovietica e poi dalla Cina; infine nuovi stati come India, Libia, Corea del Nord, Pakistan, Sudafrica e Israele si interessarono all’armamento nucleare con esiti diversi. La tecnologia, inoltre, fu determinante per la stesura di alcuni trattati, i quali necessariamente riflettevano il cambiamento della tecnica in merito.

Le origini

Come noto, il tema dell’energia atomica e delle sue applicazioni militari era divenuto un punto politicamente e militarmente prioritario nelle agende di tutti i governi vincitori: oltre alla citata richiesta di Stimson a Truman del settembre del 1945, nelle diplomazie e nei governi alleati si faceva un gran parlare delle implicazioni che si sarebbero originate a seguito della diffusione dell’arma nucleare. Oltre a ciò, il nuovo forum delle Nazioni Unite era diventato un riferimento anche per le grandi potenze: in altre parole gli sforzi iniziali per evitare il diffondersi della bomba atomica si svilupparono velocemente nel nuovo contesto delle Nazioni Unite.

Per citare le parole del presidente Truman durante il suo ritorno dalla conferenza di Potsdam “the atomic bomb is too dangerous to be loose in a lawless world. This is why Great Britain and the United States, who have the secret of its production, do not intend to reveal the secret until means have been found to control the bomb so as to protect ourselves and the rest of the world from the danger of total destruction”.

Il 15 novembre del 1945 vi fu a Washington un incontro congiunto fra Attlee, il primo ministro inglese, Truman e Mackenzie King, il primo ministro canadese, dedicato ai nascenti problemi nucleari. I tre esponenti vergarono un documento, detto “Three Nation Agreed Declaration on Atomic Energy” nel quale esplicitavano un punto di vista comune sull’energia nucleare, articolato in due parti.

Nella prima veniva riconosciuta la spaventosa potenza delle armi nucleari (art. 1) e ritenuto negativo il monopolio delle stesse da parte di una sola nazione, ma, inoltre, venivano sviluppate alcune riflessioni (artt. 2 e 3) che furono decisive per tutto il processo di disarmo futuro. Successivamente l’articolo 3 richiamava l’attenzione delle nazioni sul mantenimento della pace nucleare.

La seconda parte della dichiarazione riguardava invece il desiderio di creare una Commissione in grado di controllare e regolare le tematiche nucleari. La finalità era chiara: l’opzione nucleare, per quanto terribile, dipendeva comunque dai singoli stati possessori: la creazione di una Commissione di controllo, in grado comunque di favorire la ricerca nucleare tecnica e scientifica, era il mezzo migliore per eliminare completamente l’uso dell’energia atomica da finalità di distruzione.

Già il 27 dicembre 1945 venne approvata a Mosca la costituzione dell’UNAEC, (United Nations Atomic Energy Commission), che venne messa, come da richiesta sovietica, sotto controllo del Consiglio di sicurezza. Il 24 gennaio del 1946 la prima sessione dell’Assemblea dell’Onu dedicò la prima risoluzione all’istituzione di una Commissione che affrontasse i problemi dell’energia atomica e le materie correlate: era un chiaro segno di come la comunità internazionale sentisse anch’essa l’urgenza di controllare gli sviluppi militari dell’atomo.

Tuttavia la UNAEC ebbe vita breve: veti e diffidenze americane e sovietiche si contrapposero (l’americano “piano Baruch” contro le tesi del ministro russo Gromyko) trascinando per lungo tempo le attività dell’UNAEC la quale, dopo il 1949, cessò di riunirsi. Nel 1949, in mezzo allo stupore mondiale, l’Unione Sovietica fece esplodere il suo primo ordigno atomico. Venne seguita nel 1952 dalla Gran Bretagna.

La situazione cominciò a sbloccarsi solo dopo il 1953. In questo anno cruciale Eisenhower successe a Truman (gennaio 1953) e Stalin morì (marzo 1953). I leader della seconda guerra mondiale uscivano di scena, e con essi le relazioni tenute fino a quel momento fra Stati Uniti e Unione Sovietica: “in poco meno di due mesi i personaggi che si erano così aspramente contrapposti per quasi otto anni lasciavano il campo a nuovi attori”.

Il mondo del 1953 era ormai nettamente bipolare, e vedeva palesemente contrapposti i due blocchi, di cui uno già dotato di un’organizzazione regionale di sicurezza, la NATO. Il pericolo nucleare, tuttavia, incombeva più minaccioso di prima. Eisenhower, deciso a “rilanciare un dialogo per l’uso pacifico dell’energia atomica”, dopo essersi visto con Churchill, presentò l’8 dicembre 1953, in un discorso alle Nazioni Unite denominato “Atoms for peace” un progetto destinato a far riprendere i colloqui cessati verso la fine degli anni Quaranta con un nulla di fatto.

Concretamente il Presidente americano lanciò l’idea di una autorità atomica in grado di affrontare le questioni internazionali in materia; l’idea, nonostante le iniziali diffidenze sovietiche, venne ben presto accettata, e lo Statuto dell’International Atomic Energy Agency (IAEA) venne approvato a ottobre del 1956.

Nel 1957 i russi riuscivano a mandare in orbita il primo satellite, seguito dal primo animale e dal primo cosmonauta: la sfide e i vettori delle armi nucleari si stavano spostando e “il quadro strategico mutò significativamente solo quando divenne operativa la sperimentazione della tecnologia missilistica”. Si era aperta l’era spaziale, una stagione di ricerca e di scoperta scientifica ma anche un nuovo mezzo per colpire l’avversario.

L’iniziale ritardo americano allarmò notevolmente le amministrazioni statunitensi, che fino a quel momento avevano confidato nella propria superiorità aerea: “per la prima volta l’Unione Sovietica poteva colpire direttamente il suolo americano. La costruzione di missili balistici intercontinentali (ICBM) era quindi la via con cui l’Urss riempì definitivamente il gap con gli Stati Uniti nel potenziale distruttivo nucleare”.

Gli sviluppi tecnologici, come la nascita dei MIRV, e la successiva crisi del 1962 a Cuba fecero tornare alla ribalta le tematiche del controllo dell’armamento nucleare. In particolare la “Crisi dei missili” cubana fece giungere il mondo ad un passo dalla guerra, la cui potenziale escalation destava paura e terrore nei governi e nelle opinioni pubbliche mondiali. Era giunto il tempo del primo accordo, poiché “la crisi dei missili aveva portato Mosca e Washington a riconoscere che il pericolo nucleare richiedeva uno sforzo aggiuntivo rispetto alla rituale ostentazione delle loro differenze”.

La rivoluzione cubana aveva permesso ai russi di installare “nel giardino di casa” americano alcuni missili nucleari: la crisi che ne scaturì fu essenziale non solo per marcare gli effetti destabilizzanti della decolonizzazione, ma anche per il terribile rischio che aveva fatto correre alla comunità mondiale. Il risultato della crisi fu l’inizio di un periodo di distensione, che permise all’Unione Sovietica ed agli Stati Uniti di iniziare la negoziazione di importanti trattati che oggi sono alla base del processo di progressiva riduzione delle armi atomiche.

Nel corso del periodo successivo i molti trattati firmati sono divisibili in due grandi partizioni: quelli aperti a tutte gli Stati e quelli bilaterali, destinati in primis a regolare i rapporti fra Stati Uniti e Unione Sovietica, ma comunque rilevanti per l’intero pianeta.

Nuclear Test Ban Treaty

A partire dall’attacco a Hiroshima, ma soprattutto negli anni successivi la “diplomazia atomica […] diventava il passaggio obbligato nelle relazioni bipolari”. La corsa alle armi nucleari ed all’aumento della loro potenza aveva addirittura portato i russi a dichiarare di essere in grado di possedere ordigni da 100 megatoni: “gli arsenali di entrambe le potenze erano così ricchi da assicurare, in caso di guerra, l’estinzione della vita civile nel mondo industrializzato”.

Un esempio concreto della potenza delle testate russe vi fu quando nell’isola di Nova Zemlja l’Unione Sovietica fece esplodere la “Tsar Bomb” (bomba “zar”), la più grossa mai detonata sulla Terra: erano ben cinquantasette megatoni in un ordigno pesante ventisette tonnellate, che esplosero sulla disabitata isola russa alle 11.30 del trenta ottobre 1961. L’ordigno richiese addirittura un allestimento speciale dell’aereo che lo sganciò.

L’esplosione della Tsar Bomb creò un fungo atomico di sessantaquattro chilometri visibile a migliaia di chilometri di distanza. Si era raggiunto il limite, e le due superpotenze si decisero a trovare un modo di ristabilire l’equilibrio fra loro. Il primo trattato in materia nucleare fu il frutto delle riflessioni successive alla crisi di Cuba che Kennedy scambiò con Chruscev tramite una serie di lettere riservate e mediante azioni diplomatiche: alla fine il “Treaty banning nuclear weapon tests in the atmosphere, in outer space and under water” venne firmato a Mosca il 5 agosto del 1963 da Stati Uniti, Russia e Regno Unito.

Anche conosciuto come “Nuclear test ban treaty” o “Partial (o “limited”) test ban treaty”, questo breve accordo internazionale (sono cinque articoli) si poneva due fini: il primo quello di limitare la corsa agli armamenti nucleari, il secondo quello di evitare il rilascio nell’atmosfera di elementi radioattivi derivanti dalle esplosioni nucleari, i quali, come noto, travalicavano le frontiere e pertanto danneggiavano tutta la comunità internazionale.

Pur nella sua essenzialità, il trattato costituiva la prima riflessione e presa di coscienza della pericolosità dei residui delle esplosioni nell’atmosfera o nel mare: pertanto gli esperimenti nucleari venivano limitati al solo sottosuolo, purché non danneggiassero gli altri stati, e venivano vietati indefinitamente negli altri ambiti. Il primo passo era stato compiuto, anche se l’assenza della Cina e della Francia indeboliva il trattato, così come la mancanza di previsione di un organo di sorveglianza e la sostanziale mancanza di misure e previsioni anti-proliferazione.

Nel preambolo, tuttavia, le nazioni partecipanti si impegnavano a proseguire sulla linea del disarmo, evidenziandone l’importanza e citandolo ripetutamente. La fase dell’inevitabile confronto Stati Uniti-Unione Sovietica giungeva ad una svolta. Le aperture
dell’amministrazione Kennedy e, da parte russa, la dottrina della “coesistenza pacifica” annunciata da Chruscev nel 1956 e la necessità di dirottare meno risorse al complesso militare-industriale sovietico per dirigerle verso ambiti più produttivi, furono gli elementi decisivi per permettere la conclusione del trattato.

Pur essendo breve e coinciso, esso rappresentava un deciso passo in avanti nel quadro delle relazioni est-ovest, e creò quel clima politico positivo che fu determinante per la conclusione di ulteriori trattati.

Il trattato sullo “spazio extra-atmosferico”, più noto in inglese come “Outer Space treaty” è, per la dottrina, il primo trattato in materia di diritto cosmico. Sulla scia del precedente trattato sull’Antartico (1959) l’Outer Space treaty venne concepito in modo da evitare una nuova corsa alla colonizzazione spaziale, nonché una militarizzazione dello spazio stesso.

Il trattato divenne necessario a seguito di due eventi che colpirono profondamente gli Stati Uniti, quali il lancio del primo ICBM russo (ventisei agosto 1957) seguito, pochi mesi dopo, dal del lancio del satellite Sputnik (quattro ottobre 1957): questi eventi scossero la fiducia americana e permisero all’Unione Sovietica di cominciare una “rocketrattling nuclear diplomacy”. Era ormai chiaro che la nuova frontiera della rivalità bipolare, oltre alla Terra, era lo spazio. La space rush, la corsa allo spazio condizionò le azioni e le politiche delle sue
superpotenze, e divenne un campo privilegiato per ostentare capacità e superiorità tecnologica.

Il lancio dello Sputnik venne presto seguito dalla creazione (già nel 1958) della commissione “United Nations Committee on the peaceful uses of Outer Space” (COPUOS). Stabilita formalmente nel 1959, con la risoluzione 1472 delle Nazioni Unite, la commissione ha lo scopo di favorire la cooperazione internazionale in materia di uso pacifico dello spazio extra-atmosferico, far si che i programmi in materia siano presi concordemente con le indicazioni delle Nazioni Unite, e, più in generale, incoraggiare la ricerca e lo studio anche in materia di diritto cosmico.

Il COPUOS si articola in due sottocommissioni, quella scientifico-tecnologica e quella legale. Fu proprio quest’ultima che sovrintese alla redazione del trattato, nel frattempo sollecitato anche da alcune risoluzioni dell’Assemblea generale; l’Outer Space treaty venne adottato nel 1967, e “stabilì la fondazione dell’ordinamento giuridico nello spazio extra-atmosferico”.

Il trattato si occupava di regolamentare e disciplinare alcuni aspetti delicati riguardanti lo spazio extra-atmosferico, come la libertà di esplorazione e di ricerca scientifica (art. 1) l’impossibilità di occupazione dello spazio, della luna e degli altri corpi celesti da parte di alcuno, attribuendo pertanto ad essi lo status giuridico di res communis (art. 2), ma soprattutto dettava una esplicita disciplina in fatto di armamenti e militarizzazione.

Ad esempio all’art. 3 agli stati membri veniva richiesto di condurre attività di esplorazione e di sfruttamento dello spazio, della luna e degli altri corpi celesti non solo in osservanza del diritto internazionale. Successivamente, l’art. 4 si riferiva direttamente alle armi nucleari e, per la prima volta, alle armi di distruzione di massa, affermando che gli Stati membri dovevano evitare di mettere in orbita “around the Earth any objects carrying nuclear weapons or any other kinds of weapons of mass destruction, install such weapons on celestial bodies or station such weapons in outer space in any manner”.

La seconda parte dell’articolo 4 stabilisce che la luna e gli altri corpi celesti debbano essere utilizzati dagli stati contraenti solo per finalità pacifiche. Per questo la costruzione di basi, installazioni e fortificazioni, il test di ogni tipo di arma e la conduzione di manovre militari è proibita, così come veniva ribadito il concetto di permettere strumentazione e ricerca per usi pacifici. La svolta era decisiva: il confronto fra le superpotenze (è da considerare che il trattato venne sottoscritto congiuntamente da Stati Uniti, Russia e Gran Bretagna) veniva regolamentato vietando, per la prima volta, la proliferazione di armi di distruzione di massa nello spazio.

Già rispetto al trattato del 1963, l’Outer Space treaty distingueva chiaramente due pericoli: le armi nucleari e “any other kinds of weapons of mass destruction”, ormai definitivamente divenute una materia da normare onde evitare una diffusione e di conseguenza un potenziale uso, capace di sfuggire dal controllo. I tempi erano ormai maturi per il passaggio ad un accordo sulle armi nucleari vere e proprie.

Non Proliferation Treaty

Il Trattato di non proliferazione nucleare (“Non proliferation treaty”), concluso il primo luglio del 1968, rappresentò e rappresenta tutt’oggi una pietra miliare nel lungo cammino del disarmo. Come ricorda Di Nolfo “il trattato era il risultato di un lungo negoziato promosso dalle Nazioni Unite e che le due principali potenze nucleari avevano fatto proprio solo in quanto esse avevano percepito l’utilità di un accordo di quella natura per risolvere problemi obiettivi e problemi interni ai rispettivi schieramenti”.

Dall’inizio degli anni sessanta l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, su proposta irlandese, aveva approvato una risoluzione “in cui veniva auspicata la conclusione di un accordo in base al quale gli stati nucleari si impegnassero a non rinunciare al controllo delle armi nucleari e gli Stati non nucleari a non acquisire il controllo di tali armi”. Successive proposte della seconda metà degli anni sessanta e alcune ipotesi di accordo portarono a concludere il Non proliferation treaty il primo di luglio del 1968, giorno dal quale fu possibile sottoscrivere il trattato.

Diverse furono le versioni proposte prima della stesura definitiva, la quale, alla fine, trovò ampi consensi nella comunità internazionale, seppure con la rilevante assenza di alcuni importanti Stati. Molte furono le ragioni che spinsero le superpotenze a firmare un trattato di tale importanza, tutt’oggi in vigore ed al quale mancano solamente le adesioni di qualche paese. Nell’ambito di un’analisi del periodo, il trattato di non proliferazione rappresenta comunque uno strumento di equilibrio nel confronto bipolare: erano gli anni della distensione.

Perciò “nella misura in cui la détente ebbe successo, essa trovò le sue basi nel reciproco riconoscimento che ognuno dei due campi aveva molto da guadagnare dall’istituzionalizzazione del controllo degli armamenti e di iniziative per l’aumento della
fiducia reciproca (confidence-building measures)”.

Nel corso degli anni nuovi attori nucleari erano emersi: in primis erano stati effettuati esplosioni nucleari dal Regno Unito (1952), dalla Francia (1957) e dalla Cina nel 1967; successivamente gli stessi stati avevano sperimentato anche la bomba all’idrogeno, rispettivamente nel 1957, 1968 e 1967. Diversi erano i problemi che gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica avevano da affrontare nei propri ambiti. Innanzi tutto gli americani erano profondamente coinvolti nel conflitto in Vietnam, e avevano assistito da poco (1966) all’uscita di uno stato importante come la Francia dalla Nato.

Oltre a ciò guardavano con diffidenza le avvisaglie dell’Ostpolitik del cancelliere tedesco Brandt. D’altro canto l’Urss, pur non avendo problemi a livello di leadership (Breznev era saldamente al potere dal 1964) doveva affrontare una situazione economica interna delicata, affiancata a qualche “scossa d’assestamento” nei territori dell’impero (tanto che la famosa “dottina Breznev” venne enunciata nel 1968) ed infine assistere alla brusca rottura delle relazioni con il comunismo cinese, con il quale i rapporti ristagnarono già verso la fine degli anni cinquanta per poi terminare nel 1960 con il ritiro dei consulenti sovietici.

Al pari degli Stati Uniti, “l’Unione Sovietica si mostrò quindi sempre più disponibile a stabilizzare il confronto bipolare, secondo le norme delle cosiddetta distensione”. Pertanto nel corso degli anni Sessanta il mondo avvertì “una percezione di crisi complessiva dell’ordine apparentemente stabilizzatosi nel dopoguerra”. Nuove potenze regionali stavano emergendo, e le superpotenze cominciavano ad avere delle crepe nei loro disegni globali e nelle alleanze militari e politiche.

Da qui il desiderio di impedire l’ingresso nel “club nucleare” di nuovi attori, capaci di destabilizzare un equilibrio politico e di potenza che così lentamente stava venendo disegnato: “in un certo senso la détente fra le superpotenze fu un tentativo di interrompere sviluppi che minacciavano di scalzare il dominio di entrambe nonché il sistema della guerra fredda che ne era alla base dalla sua posizione di centralità nella politica mondiale”.

Nel 1961 l’Assemblea generale decise di creare un comitato di diciotto nazioni con lo scopo di preparare un trattato che limitasse la proliferazione delle armi nucleari. I primi anni di lavoro furono alquanto sterili, in quanto mancava un interesse concreto delle due superpotenze: tuttavia il primo esperimento nucleare cinese del 1964 fu idoneo a convincere Mosca dell’importanza di accelerare il processo negoziale.

Tutti questi elementi “fornirono le motivazioni sufficienti perché le due potenze guidassero le Nazioni Unite verso la stipulazione, il primo luglio 1968, del Trattato di non proliferazione nucleare”, dopo un voto largamente favorevole dell’Assemblea generale. Il trattato creava uno status distinto fra gli stati nucleari e quelli non; “gli americani rinunciavano per sempre al riarmo atomico della Germania in cambio della condanna sovietica del riarmo atomico cinese”.

Era insomma un modo per “congelare” la corsa agli armamenti salvaguardando però le posizioni di superiorità di chi già li possedeva. Il trattato fa distinzione fra gli stati nucleari, cioè Cina, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Unione Sovietica (ora Russia) per i quali “il possesso dell’arma nucleare è lecito” e gli altri stati che hanno ratificato il trattato per cui, ai sensi dello stesso, non è consentito creare né produrre o costruire alcun
tipo di arma nucleare (stati non nucleari).

Il trattato consta di undici articoli, preceduti da un ampio preambolo nel quale gli stati contraenti riconoscevano alcuni punti fermi importanti quali:

  • – La distruzione causata dalle armi nucleari e il suo impatto sull’umanità intera;
  • – La proliferazione delle armi nucleari poteva seriamente accrescere il rischio di una guerra nucleare;
  • – Il ruolo dell’IAEA e l’importanza delle applicazioni pacifiche dell’energia nucleare e dello scambio scientifico riguardo al nucleare;
  • – L’intenzione di porre termine il prima possibile alla corsa agli armamenti nucleari e di
    impegnarsi in concreti passi per il disarmo;
  • – La volontà di ridurre le tensioni internazionali e il rafforzamento della fiducia fra gli stati in modo da facilitare la fine della creazione di armi nucleari e la conseguente riduzione delle riserve nucleari e dei mezzi di trasporto delle stesse.

Il trattato seguiva poi con gli articoli. I primi due, che sono reciprocamente complementari, rappresentano chiaramente la volontà politica dei contraenti: il primo articolo è dedicato agli stati nucleari, ed afferma che “each nuclear-weapon State Party to the Treaty undertakes not to transfer to any recipient whatsoever nuclear weapons or other nuclear explosive devices or control over such weapons or explosive devices directly, or indirectly; and not in any way to assist, encourage, or induce any non-nuclear-weapon State to manufacture or otherwise acquire nuclear weapons or other nuclear explosive devices, or control over such weapons or explosive devices”.

Il secondo articolo, che riguarda i paesi non nucleari (definiti “non-nuclear-weapon State”, cioè “Stati non nucleari”), recita che “each non-nuclear-weapon State Party to the Treaty undertakes not to receive the transfer from any transferor whatsoever of nuclear weapons or other nuclear explosive devices or of control over such weapons or explosive devices directly, or indirectly; not to manufacture or otherwise acquire nuclear weapons or other nuclear explosive devices; and not to seek or receive any assistance in the manufacture of nuclear weapons or other nuclear explosive devices”.

Il terzo articolo introduce per la prima volta nelle dinamiche nucleari l’IAEA, stabilendo che ogni stato non nucleare deve accettare di sottoporsi al sistema di controlli dell’IAEA “for the exclusive purpose of verification of the fulfilment of its obligations assumed under this Treaty with a view to preventing diversion of nuclear energy from peaceful uses to nuclear weapons or other nuclear explosive devices”; allo stesso modo ogni stato membro deve astenersi dal fornire materiali fissili (art. 3, comma 2, lett. a) oppure equipaggiamento o materiale preparato per il processo, la produzione o l’uso di materiali fissili speciali (art. 3, comma 2, lett. b) a qualsiasi stato non nucleare per finalità pacifiche qualora tali materie non siano soggette alle garanzie richieste dal medesimo articolo.

Gli articoli quattro e cinque si concentravano sull’uso pacifico dell’energia nucleare, sancendo un importante principio, cioè che “nothing in this Treaty shall be interpreted as affecting the inalienable right of all the Parties to the Treaty to develop research, production and use of nuclear energy for peaceful purposes without discrimination and in conformity with Articles I and II of this Treaty”.

Veniva ribadito così il diritto al pieno e inalienabile godimento dell’energia atomica, al suo studio ed alla ricerca purché nell’ambito di scopi pacifici, confermato dalle previsioni della seconda parte dell’articolo quattro che invitavano gli stati membri a facilitare lo scambio di attrezzature, materiali e mezzi per scopi pacifici, e di collaborare, più in generale, per incrementare gli usi pacifici dell’arma nucleare.

Anche l’articolo cinque rimarcava l’importanza di condividere anche con i paesi non nucleari i potenziali benefici derivanti da qualsiasi impiego pacifico delle esplosioni nucleari. Infine, l’articolo sei poneva nuovamente l’attenzione sulla corsa agli armamenti nucleari, impegnando le parti ad adoperarsi per una cessazione rapida della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo, come pure per un trattato sul disarmo “general and complete” da mettere sotto controllo internazionale.

Il trattato veniva ad articolarsi in due livelli, cioè la limitazione degli stati in possesso di armi atomiche (artt. 1 e 2) e una vaga prospettiva di disarmo (art. 4), affiancata da un terzo livello, cioè il pieno riconoscimento dell’uso pacifico dell’energia nucleare. In questo modo le grandi potenze, e comunque quelle in possesso di armi nucleari prima del primo gennaio 1967, si cautelavano dalla potenziale crescita di rivali nucleari. Come immediatamente visibile (e ben sottolineato anche da certa dottrina) non è un caso vedere nell’elitaria categoria degli stati nucleari i medesimi membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il NPT entrò in vigore nel 1970: tuttavia mancava – e manca a tutt’oggi – di alcune importanti adesioni. Oltre a questo, nonostante il divieto del trattato, non sono stati pochi gli stati che dopo il 1970 hanno tentato di sviluppare capacità atomica: alcuni di questi vi hanno successivamente rinunciato (come il Sudafrica, la Libia, il Brasile o l’Argentina), altri invece hanno raggiunto una completa capacità nucleare, come il Pakistan (1998), l’India (1974) e la Corea del Nord (2006, ritiratasi dall’NPT nel 2003). Rimane in dubbio la posizione di Israele, che non ha mai ammesso di possedere armi nucleari ma nemmeno lo ha smentito: è opinione diffusa che Israele abbia una effettiva capacità nucleare.

Oggi il NPT è sottoscritto da quasi tutti gli stati del mondo: la mancanza di sottoscrizioni di alcuni importanti membri è però oggetto di imbarazzo e di preoccupazione nella comunità mondiale. Diversi tentativi di dissuadere stati dal dotarsi di armi nucleari sono andati a buon fine, come nel caso del Sudafrica o delle ex-repubbliche sovietiche dell’Ucraina, della Bielorussia e del Kazakistan; il ritiro della Corea del Nord è stato, invece, un pericoloso precedente, sebbene non seguito da nessun altro membro. Allo stesso modo le recenti dichiarazioni iraniane destano sospetti nella comunità internazionale sulla volontà di perseguire una capacità atomica militare sfruttando le tecnologie civili, cosa che sarebbe preoccupante in quanto l’Iran è membro del trattato.

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 44

a cura di Cornelio Galas

Veduta dell’Acropoli di Atene nella primavera 1941

Moviere italiano regola il traffico di una via di Atene nella primavera 1941

Veduta del palazzo del Comando italiano della piazza ad Atene nella primavera 1941

Danni dei bombardamenti italiani e tedeschi al porto del Pireo ad Atene nella primavera 1941

Danni dei bombardamenti italiani e tedeschi al porto del Pireo ad Atene nella primavera 1941

Danni dei bombardamenti italiani e tedeschi al porto del Pireo ad Atene nella primavera 1941

Piroscafo affondato nel porto del Pireo ad Atene nella primavera 1941

Veduta del porto del Pireo ad Atene con imbarcazioni danneggiate dai bombardamenti italiani e tedeschi nella primavera 1941

Piroscafo affondato nel porto del Pireo ad Atene nella primavera 1941

Danni dei bombardamenti italiani e tedeschi al porto del Pireo ad Atene nella primavera 1941

Danni dei bombardamenti italiani e tedeschi al porto del Pireo ad Atene nella primavera 1941

Piroscafo affondato nel porto del Pireo ad Atene nella primavera 1941

Danni dei bombardamenti italiani e tedeschi al porto del Pireo ad Atene nella primavera 1941

Soldati tedeschi in avanzata sul fronte russo nel giugno 1941

Soldati tedeschi su un carro armato in avanzata sul fronte russo nel giugno 1941

Soldati tedeschi dietro un reticolato sul fronte russo nel giugno 1941

Soldati tedeschi sul fronte russo nel giugno 1941

Carro armato tedesco sul fronte russo nel giugno 1941

Soldati tedeschi sul fronte russo nel giugno 1941

Aerei tedeschi e apprestamento di bombe in Russia nel giugno 1941

Bombardamento tedesco di posizioni nemiche in Russia nel giugno 1941

Bombardieri tedeschi in volo sulla Russia nel giugno 1941

Gruppo di prigionieri russi nel giugno 1941

Idrovolante ancorato a Rodi nella primavera 1941

Militare su un idrovolante ancorato a Rodi nella primavera 1941

Idrovolante ancorato a Rodi nella primavera 1941

Incontro tra militari italiani e tedeschi a Creta nella primavera 1941

Marinai durante un’operazione di dragaggio nella primavera 1941

Veduta di una cittadina di mare nella primavera 1941

Marinai durante un’operazione di dragaggio nella primavera 1941

Marinai durante un’operazione di dragaggio nella primavera 1941

Marinai durante un’operazione di dragaggio nella primavera 1941

Marinai durante la pausa per il pranzo nella primavera 1941

Arruolamento volontario in Spagna per la guerra antibolscevica nella primavera 1941

Arruolamento volontario in Spagna per la guerra antibolscevica nella primavera 1941

Arruolamento volontario in Spagna per la guerra antibolscevica nella primavera 1941

Avanzata truppe giapponesi in territorio cinese (forse a Cechiang) nella primavera 1941

Avanzata truppe giapponesi in territorio cinese (forse a Cechiang) nella primavera 1941

Avanzata truppe giapponesi in territorio cinese (forse a Cechiang) nella primavera 1941

Avanzata truppe giapponesi in territorio cinese (forse a Cechiang) nella primavera 1941

Avanzata truppe giapponesi in territorio cinese (forse a Cechiang) nella primavera 1941

Veduta da un palazzo di una via cittadina con aiole nella primavera 1941

Idrovolante in volo su una cittadina di mare nella primavera 1941

Veduta di una cittadina di mare nella primavera 1941

Idrovolante in un porto nella primavera 1941

Rifornimento di carburante ad un idrovolante in un porto nella primavera 1941

Protezione della colonna Antonina a Roma contro i bombardamenti aerei nella primavera 1941

Protezione della colonna Antonina a Roma contro i bombardamenti aerei nella primavera 1941

Protezione della colonna Antonina a Roma contro i bombardamenti aerei nella primavera 1941

Protezione della colonna Antonina a Roma contro i bombardamenti aerei nella primavera 1941

Veduta dall’alto di piazza Colonna a Roma nella primavera 1941

Protezione della colonna Antonina a Roma contro i bombardamenti aerei nella primavera 1941

Protezione della colonna Antonina a Roma contro i bombardamenti aerei nella primavera 1941

Protezione della colonna Antonina a Roma contro i bombardamenti aerei nella primavera 1941

Soldati assistono ad uno spettacolo di arte varia per militari in zona di guerra nella primavera 1941

Uno spettacolo di arte varia per militari in zona di guerra nella primavera 1941

Prigionieri inglesi e australiani catturati nella battaglia del 17 giugno1941

Prigionieri inglesi e australiani catturati nella battaglia del 17 giugno1941

Veduta della Ridotta Capuzzo in Libia nel giugno 1941

Carro armato catturato agli inglesi in Libia nel giugno 1941

Carro armato catturato agli inglesi in Libia nel giugno 1941

Carro armato catturato agli inglesi in Libia nel giugno 1941

Soldati artiglieria e camion nel deserto in Libia nel giugno 1941

Carro armato catturato agli inglesi in Libia nel giugno 1941

Soldati al lavoro ad un pezzo di artiglieria nel deserto in Libia nel giugno 1941

Soldati e attrezzature nel deserto in Libia nel giugno 1941

Facciata di un ospedale di Sollum nel giugno 1941

Infermiera sotto il portico di un ospedale di Sollum nel giugno 1941

Piccolo cimitero militare a Sollum nel giugno 1941

Camion presso un piccolo cimitero militare a Sollum nel giugno 1941

Piccolo cimitero militare a Sollum nel giugno 1941

Piccolo cimitero militare a Sollum nel giugno 1941

Cannone tedesco sul fronte di Tobruch nel giugno 1941

Cannone tedesco sul fronte di Tobruch nel giugno 1941

Cerimonia commemorativa di Italo Balbo in un paese della Cirenaica nel giugno 1941

La sede della Casa del Fascio “Vittorino Ceccherelli” in un paese della Cirenaica nel giugno 1941

Bombardiere in volo su Malta nel giugno 1941

Bombardiere in volo su Malta nel giugno 1941

Bombardieri su Malta nel giugno 1941

Bombe di grosso calibro al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Bombe di grosso calibro al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Bombe di grosso calibro al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Bombe di grosso calibro al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Bombe di grosso calibro al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Bombe di grosso calibro al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Revisione di un aereo al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

Due uomini in calzoncini al campo di aviazione di Gadurrà (Rodi) nell’estate 1941

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L’OROLOI E L’OROLOGER

di Cornelio Galas

Ho lèt, nei dì pasài, en dàmela e tòmela, sul Corièr de la Sera, a propòsit de cossa ghe poderìa esserghe de là. Dopo morti, se sa, Ha dit la sua anca el Boceli, el tenor: “Se gh’è en mondo fat da ‘n sach de case, de robe, tut mal fate da qualchedùm che le gh’aveva en ment, vol dir, apunto, che gh’è qualchedum che l’ha pensàe no? ” I gà rispòst – semper sul giornal – che no l’ha ‘nventà l’aqua calda. Che gh’è zà stà altri che gh’era arivà prima a ste conclusiom. Come quel che diséva: “Ae gh’è n’orolòi, vol dir che gh’è anca n’orologèr …”.

No so voi, ma mi no som mai stà ùm che néva mat per i orolòi. Anca per el fàto che – diséntelo – l’ora no l’è mai giusta. E no ghe z’entra che ogni tant te devi tirarla endrìo o ‘nvanti. Basta nar su n’aeroplano. Te parti, meti de matina, e a seconda de dove te vai, pol darsi che te arivi … a n’ora (o pu ore) prima de quando te sei partì. O a n’ora (e de pù) dopo de quel che te pensévi.

L’orologèr? El va bem dove te abiti, dai. Perché basta nar en po’ de pù de là, o de chi, e anca lù el và ‘n pàra. “Ma no, ma no – i me dìs – se parla de l’orologèr come de um che fà l’orolòi. Dopo, l’è càvoi nòssi, se sa. Va bèm. Meténtela cosìta alora: gh’è n’orolòi. E sicome gh’è n’orolòi vol dir che gh’è anca chi ha fat que l’orolòi. E alora vol dir che qualchedùm ha fat ‘sto mondo: no sol i orolòi, ma propri tut el mondo. Va bem. Altri i dìs che el to destim l’è segnà. Giust come n’orolòi.

E alora torném da l’orologèr: set sicur de aver fat en modo che la me ora l’è giusta? Set sicur de aver fat su tut el to ambaradam de engranagi come se deve? E ancora, perché te gài dàt pu temp a mi vecio bacuco che a ‘n bocia ‘pena nat? Va bèm tut, per amor de l’orologèr, ma zerte robe le te fà vegnir dei dubi. Per esempi: ‘n do elo che i vende i orologi che dura de pù?

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ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA – 4

a cura di Cornelio Galas

Le armi chimiche

La federazione degli scienziati americani sostiene che il punto di forza delle armi chimiche non risiede nella capacità di offendere con l’intensità della detonazione, ma con le caratteristiche degli elementi che vengono rilasciati dai vettori che le trasportano.

Le armi chimiche sono inquadrabili in modi diversi a seconda dei particolari che si considerano. Ad esempio, riguardo allo stato, gli aggressivi possono presentarsi in tutti e tre i modi conosciuti: solidi, liquidi ed aeriformi. Con riguardo al tempo, essi possono agire immediatamente o richiedere un periodo più lungo per essere efficaci. Con riguardo alla volatilità, vi sono agenti più persistenti (cioè che sono efficaci per più tempo) ed altri che lo sono meno.

Alcuni agenti richiedono grandi concentrazioni per essere efficaci, per altri ne basta anche una quantità minore. Infine, non tutti gli agenti chimici sono letali: alcuni non lo sono, altri lo sono solo se in certe quantità, altri infine sono quasi sempre letali. Tutte queste classificazioni rendono complessa l’identificazione di categorie stabili degli agenti chimici.

Per esempio la federazione degli scienziati americani classifica le armi chimiche in tre categorie:

  •  Agenti nervini (nerve agents);
  •  Agenti vescicanti (blister or vescicant agents);
  •  Agenti asfissianti.

L’elenco che invece propone il CDC, è più articolato, e divide le “chemical categories” in:

  •  Biotossine (biotoxins);
  •  Agenti vescicanti (blister or vescicant agents);
  •  Agenti del sangue (blood agents);
  •  Caustici/acidi (caustics/acids);
  •  Agenti asfissianti e polmonari (choking/lung/pulmonary agents);
  •  Agenti incapacitanti (incapacitating agents);
  •  Agenti nervini (nerve agents);
  •  Solventi organici (organic solvents);
  •  Lacrimogeni ed agenti antisommossa (riot control agents/tear agents);
  •  Tossine alcoliche;
  •  Agenti che inducono il vomito (vomiting agents).

Infine la OPCW (Organization for the prohibition of chemical weapons) riporta le seguenti categorie di “agenti chimici” (“chemical agents”):

  • – Agenti asfissianti (coking agents);
  • – Agenti vescicanti (blister agents);
  • – Agenti ematici, cioè del sangue (blood agents);
  • – Agenti nervini (nerve agents);
  • – Agenti antisommossa (riot control agents);
  • – Potenziali agenti da guerra chimica (potential cw agents);
    – Agenti “mostarda” (“mustard agents”);
  • – Agenti psicotomimetici (psychotomimetic agents);

Tossine

Esistono altre definizioni che allungano o accorciano la lista degli agenti chimici. Spesso alcune categorie sono comprese in altre. Molte classificazioni tengono effettivamente conto dei diversi aspetti che ha raggiunto la chimica moderna riguardo ad elementi che possono danneggiare l’uomo o l’ambiente in cui viviamo: esistono però delle differenze fra, ad esempio, i metalli pesanti o le tossine alcoliche e gli agenti nervini. È necessario porre questa distinzione perché non tutti gli agenti chimici attaccano il corpo umano in modo uguale, e perché non tutti sono suscettibili di sensibili applicazioni belliche.

Quelli che lo sono presentano caratteristiche di elevata pericolosità per il corpo umano, e, in alcuni casi, si sono effettivamente dimostrati tali. L’analisi quindi si atterrà ai soli agenti chimici rilevanti come armi di distruzione di massa, e pertanto indicati nella relativa convenzione. Le definizioni che da qui verranno seguite sono quelle ufficiali dell’OPCW, fermo restando che è solamente una scelta di tipo metodologico. È chiaro che a seconda delle organizzazioni o delle istituzioni cui ci si riferisce le definizioni cambino.

Le principali armi chimiche e i loro sintomi

Come emerge chiaramente da quanto sopra descritto, la possibilità di sfruttare militarmente le armi chimiche esiste solo da quando ha fatto la sua apparizione la chimica moderna: anche in questo caso la rivoluzione industriale ottocentesca è stata quella che ha dato la svolta ai processi che hanno condotto alla realizzazione degli agenti chimici. Non va dimenticato (ed è anche oggi permesso dalla convenzione) che non sempre questi elementi sono stati inventati e creati per finalità belliche; molto spesso la produzione avviene per i motivi più diversi, spesso anche per motivi prettamente civili.

Ma l’efficacia della chimica sul campo di battaglia è stata sicuramente più coinvolgente (e politicamente più accettabile) delle armi biologiche o di quelle nucleari: per questo ha riscosso e riscuote ancora un certo fascino, ed ha visto nel corso del ventesimo secolo una buona serie di applicazioni. Inoltre due tragedie non imputabili a fatti dolosi sono altrettanto in grado di dimostrare cosa può fare la chimica se rilasciata in un ambiente urbano densamente abitato.

Dalle origini alla Seconda guerra mondiale

La guerra chimica è il primo tipo di arma di distruzione di massa che sia stato utilizzato su vasta scala in un conflitto, almeno da quando l’uomo ha avuto coscienza di questa potenzialità. L’immagine più agghiacciante della guerra chimica è indelebilmente connessa alla prima guerra mondiale. Sebbene altre armi si siano rivelate più risolutive o foriere di lutti ben peggiori (si pensi al carro armato, agli aerei o alla mitragliatrice), i “gas” come vennero chiamati hanno inevitabilmente colpito le opinioni pubbliche di tutto il mondo.

Un precedente a questo risale alla guerra di Crimea, durante la quale un ufficiale inglese teorizzò la possibilità di utilizzare proiettili di artiglieria pieni di cianuro da sparare contro la fortezza di Sebastopoli. L’idea venne respinta con sdegno dagli alti comandi inglesi, che considerarono la cosa inumana come avvelenare l’acqua del nemico. Già nella convenzione dell’Aja del 1899 erano rinvenibili posizioni di condanna per l’uso di armi chimiche: era il primo tentativo di normare la armi di distruzione di massa, consci degli effetti che potevano generare. E che puntualmente si verificarono solo sedici anni dopo.

L’entusiasmo con cui i fanti erano partiti per il fronte durante il 1914 nel 1915 era già dimenticato dopo i primi mesi di battaglie e dopo che la tecnica moderna mostrava ai baldanzosi soldati il suo volto più crudele. Mentre ad est la guerra contro i russi procedeva con alterne vicende ma con un carattere sostanzialmente dinamico, ad ovest la guerra di posizione aveva inchiodato le truppe tedesche, inglesi e francesi nelle proprie trincee. L’attrito che progressivamente logorava le forze di entrambi gli schieramenti non prevedeva sviluppi nel breve periodo.

Per ovviare a questa stasi, che inchiodava migliaia di soldati nelle trincee e nei reticolati, lo Stato Maggiore tedesco pensò di scatenare un attacco dopo aver colpito le posizioni nemiche con una nuova arma: il gas. La potenza della chimica scendeva nel campo di battaglia. Il luogo prescelto per la prima apparizione fu la cittadina belga di Ypres, attorno
alla quale si stavano scatenando dei feroci combattimenti.

Senza voler ripercorrere la storia della prima guerra mondiale, nonostante sia stata di decisiva importanza per lo sviluppo della chimica bellica, basterà qui riportare alcuni dati che sono abbastanza eloquenti di per sé, e comparano la produzione e l’uso delle armi chimiche durante la grande guerra.

Le cifre sono abbastanza eloquenti. La presenza di una così vasta serie di gas impose rapidamente agli stati maggiori l’adozione di strumenti in grado di reagire ai gas. La protezione agli agenti chimici, inizialmente affidata a spontanee iniziative di soldati al fronte divenne un impegno essenziale per ogni stato combattente. Terminato il primo conflitto mondiale, l’efficacia degli agenti chimici sotto forma di gas era evidente.

Tuttavia la paura che aveva generato nelle cassi politiche e militari spinse diverse nazioni a concludere il famoso protocollo aggiuntivo alla convenzione di Ginevra del 1925, nel quale si vietavano l’uso in guerra di “asphisiating, poisonous or other gases, and all analogous liquids materials or devices”, estendendo il divieto anche a “the use of bacteriological methods of warfare”.

La lungimiranza di questo accordo venne presto meno quando mancarono le sottoscrizioni di alcune importanti nazioni, come ad esempio gli Stati Uniti, che ritenevano questa limitazione troppo stringente per la loro potenziale attività bellica. Allo stesso modo il Protocollo non vietava la produzione e lo stoccaggio degli agenti chimici, e in questo modo lasciava aperta una scappatoia legale per sviluppare nuovi agenti, cosa che poi effettivamente avvenne. Il divieto del Protocollo non era una novità: era già stato oggetto di normazione (all’epoca si parlava di “veleni”) nel 1874 e nelle convenzione dell’Aja del 1899.

Comunque le nuove previsioni si rivelarono inefficaci ad impedire l’uso delle armi chimiche in alcuni contesti prebellici, come la guerra del Rif compiuta dagli spagnoli fra il 1921 ed il 1927 in Marocco. Durante questo conflitto si giustificò l’uso delle armi chimiche “afirmando que [las armas quimicas] no eran mas inumanas que las armas convencionales”.

Nel corso dell’insurrezione dei ribelli marocchini venne fatto uso di agenti chimici mediante bombardamento aereo spagnolo, ma anche con proiettili d’artiglieria. Croddy ricorda che nel 1921 in Unione Sovietica il generale dell’armata rossa Tukachevsky minacciò di usare “dei gas asfissianti” nel caso non avessero cessato la ribellione contro l’esercito di Mosca: ma l’uso o meno non è stato ancora definitivamente scoperto. Durante la campagna italiana in Etiopia, fra il 1935 ed il 1936, le armi chimiche vennero usate dall’esercito italiano contro gli avversari per rendere la campagna più veloce, come da ordini di Mussolini.

Anche in questo caso si procedette ai bombardamenti aerei, approfittando del dominio completo dell’aria che aveva la Regia Aeronautica. Nonostante gli attacchi fossero coperti dal segreto (l’Italia aveva firmato il protocollo del 1925) alcune fotografie di corrispondenti esteri mostrarono i risultati dei gas, dai quali l’Italia si difese dicendo che gli agenti chimici erano stati utilizzati per vendicarsi di altre violazioni della Convenzione di Ginevra fatte dagli etiopi. Anche l’imperatore Selassiè protestò, invano, davanti alla società delle Nazioni. Come nel caso spagnolo, non venne preso nessun provvedimento.

In estremo oriente invece il Giappone, che non aveva sottoscritto il Protocollo, portava avanti le proprie sperimentazioni militari di armi chimiche nel territorio cinese occupato. All’inizio della seconda guerra mondiale diversi elementi portavano a considerare come ovvio l’uso bellico dei gas. La convinzione dell’importanza dell’uso delle armi chimiche era molto diffusa fra tutte le parti del conflitto: invece ciò non avvenne, nonostante le Germania fosse particolarmente avanti negli studi in materia.

Le evoluzioni dei gas nervini “serie G-” come il sarin o il tabun li rendevano armi di enorme portata nelle mani della Germania nazista. Per questo tutte le nazioni potenziarono molto i programmi di difesa dalle armi chimiche, temendo soprattutto attacchi nei centri urbani; strumenti come le bombe volanti V1 e V2 se caricate con testate chimiche sarebbero stati vettori ideali. Tuttavia gli agenti chimici non vennero utilizzati da nessuna parte in conflitto, ad esclusione del Giappone, ma solo contro le popolazioni dei territori occupati.

Diversi sono gli argomenti se si esaminano armamenti incendiari (pesantemente usati per bombardare le città tedesche e giapponesi) e l’uso dei gas per asfissiare i detenuti dei campi di concentramento: ma la letteratura, considerando comunque questi episodi interessanti per i profili delle applicazioni degli agenti chimici, non li inquadra come usi di armi chimiche nel contesto bellico.

Nel corso della seconda guerra mondiale avvenne un drammatico incidente nel golfo di Bari, nel dicembre del 1943. L’incidente fu di tale portata che alcuni lo indicano come “una seconda Pearl Harbour”. Una serie di bombardieri tedeschi attaccarono il porto, in cui erano alla fonda molte navi: ne affondarono diciassette, e ne danneggiarono molte altre. Fra queste vi era anche la nave americana John Harvey, la quale aveva all’interno un grosso carico di bombe all’agente mostarda.

La cosa era coperta dal massimo segreto, e con l’affondamento della nave morì anche l’equipaggio, l’unico che ne conoscesse il contenuto. Si verificarono 800 ricoveri di personale militare dovuti al gas e un’ottantina di morti. Oltre a ciò, si stimano un migliaio di morti civili. Molti dei marinai che per salvarsi si erano gettati in acqua vennero colpiti dall’agente mostarda, il quale, essendo un olio, galleggiava sulla superficie, ed impregnando i vestiti rimase ancora più a contatto con la pelle; oltre a questo si sprigionarono anche dei fumi con l’agente mostarda, che colpirono la popolazione ed i militari a terra.

La presenza delle armi chimiche nel porto di Bari era dovuta al desiderio americano di avere pronte le armi chimiche in caso di attacco chimico delle forza germaniche. Ma per evitare che la cosa venisse conosciuta dal nemico, sull’argomento venne tenuto il più segreto riserbo, fintantoché l’esplosione della nave rivelò la portata dell’agente mostarda, confermando la sua potenzialità.

Dalla seconda guerra mondiale ad oggi

I programmi di sviluppo chimico non vennero affatto abbandonati dopo il secondo conflitto mondiale. L’evoluzione della ricerca era già sufficientemente matura per permettere delle applicazioni belliche della chimica anche con le tecnologie che le potenze vincitrici avevano a disposizione: come per le armi a razzo, anche in campo chimico le potenze vincitrici si dedicarono alla spoliazione delle strutture tedesche, e da subito incrementarono i propri studi in materia.

Alla fine della seconda guerra mondiale le armi chimiche erano le uniche disciplinate a livello internazionale, mediante il protocollo di Ginevra del 1925; tuttavia le proibizioni restavano percepite come deboli dalla comunità internazionale. La forza del protocollo venne ben presto sorpassata dai programmi di armamento delle grandi potenze. Gli studi inglesi degli anni cinquanta portarono poi a scoprire una nuova e pericolosa serie di gas nervini, detti “serie V”.

Allo stesso modo Stati Uniti ed Unione Sovietica continuavano a pieno ritmo le proprie ricerche. Gli Stati Uniti, come dimostrò l’incidente di Bari, erano già in grado di sintetizzare i propri agenti chimici. La produzione degli agenti chimici americani dopo la guerra si concentrò in Colorado e poi a Pine Bluff, in Arkansas, ma dopo il 1993 venne cominciata la distruzione degli agenti accumulati. Anche l’Unione Sovietica proseguiva a pieno ritmo le sue ricerche.

Nelle pubblicazioni militari occidentali fino alla fine della guerra fredda si indicava il programma chimico sovietico come uno dei più efficienti e pronti per essere usati in battaglia. Le fonti di informazioni occidentali riferivano addirittura di esercitazioni militari sovietiche compiute spruzzando in aria dei veri agenti chimici. Comunque anche l’ex Unione Sovietica dopo la Convenzione del 1993 ha cominciato a smantellare il suo arsenale, che ammontava a decine di migliaia di tonnellate di agenti chimici.

Il primo utilizzo di armi chimiche dopo la seconda guerra mondiale è stato durante la guerra civile dello Yemen204, durata dal 1963 al 1967, la quale vide combattere le forze filo monarchiche, appoggiate dall’occidente contro quelle repubblicane, sostenute dall’Egitto di Nasser e più vicine a posizioni comuniste. Da diverse testimonianze sembra che le truppe egiziane abbiano usato armi chimiche e soprattutto gas mostarda contro le truppe monarchiche.

Una tragedia civile si consumò in Italia, a Seveso (Lombardia) il dieci luglio 1976, ed è annoverata fra gli avvenimenti rilevanti in materia di effetti di agenti chimici. Il cosiddetto “disastro di Seveso” ricomprende tutta quell’area che venne colpita da una massiccia diffusione di diossina, rilasciata sotto forma di nube tossica dall’industria chimica Icmesa, con sede a Meda. Seveso fu il comune più colpito, ma non il solo, in quanto la nube riguardò anche Meda, Cesano Maderno e Desio.

Intorno alle 12.30 del dieci luglio 1976 nella fabbrica dell’Icmesa si verificarono dei problemi che diedero origine a una rilevante nube tossica di pericolosissima diossina (TCDD) generatasi dalla locale produzione di triclorofenolo. La nube si diresse verso sud raggiungendo i comuni lombardi, ed immediatamente nell’aria si avvertì un odore acre seguito da infiammazioni agli occhi nella popolazione. Oltre duecento persone vennero successivamente colpiti da cloracne, migliaia di animali contaminati dovettero essere abbattuti, i vegetali morirono per l’esposizione ed attorno alla zona più colpita le case vennero demolite e l’area interdetta.

A distanza di anni vennero riscontrati problemi nelle gravidanze che generarono alterazioni neonatali, mentre sono ancora aperti i dibattiti in materia di insorgenza di tumori. La popolazione venne avvisata solo diversi giorni dopo il disastro, nei confronti del quale le autorità non erano preparate. Pur non rappresentando un esempio militare, gli effetti di diffusione della diossina furono decisamente gravi sulla popolazione, e fortunatamente condizioni ambientali non troppo favorevoli evitarono la diffusione della nube in un’area di maggiori dimensioni. Era la prima volta che l’attenzione della comunità scientifica venne richiamata sugli effetti della diossina, e tutt’oggi il dibattito è ancora aperto riguardo all’effettiva incidenza dei tumori e degli effetti della diossina.

Negli stessi anni gli effetti della TCDD venivano discussi nell’ambito del conflitto vietnamita. Considerata l’attività di guerriglia e le caratteristiche della vegetazione del Vietnam, particolarmente rigogliosa e pertanto utile per i guerriglieri, l’amministrazione americana pensò di contrastare tale vantaggio spruzzando diserbanti in modo da rendere le zone libere dalla vegetazione e da distruggere i raccolti.

Tali strumenti venivano utilizzati anche per creare aree libere per basi e per fini tattici più generali. Negli anni fra il 1961 ed il 1971 aerei ed elicotteri provvidero così a spargere grandi quantità del diserbante noto come “agente arancione” (“agent orange”) dal nome delle strisce dei bidoni in cui era contenuto. Questo defoliante, seppure in quantità diverse, era stato regolarmente usato in agricoltura durante gli anni cinquanta; invece in Vietnam venne utilizzato in dosi massicce per liberare vaste aree di foresta. Il Dipartimento dei veterani del Governo americano ad oggi parla di “milioni di galloni di Agente arancio ed altri erbicidi”.

Ciò che si venne a scoprire dopo era che l’agente arancione era cancerogeno, e che comportò l’insorgenza di moltissime patologie nelle popolazioni colpite, così come nei soldati americani. Particolarmente tragici erano poi gli effetti sulle gravidanze, anche avvenute successivamente all’esposizione, perché davano origine a feti con malformazioni, sindromi e altre patologie. Gli effetti sull’ecosistema vietnamita furono rilevanti, e la sovraesposizione a quantità massicce di diossina si ripercosse inevitabilmente sulle popolazioni: stime in materia parlano di centinaia di migliaia di persone che hanno accusato patologie, anche se è difficile individuarne il numero esatto.

Ciò che è certo è che quello che doveva essere l’uso di un innocuo diserbante si è rivelato poi uno dei più massicci attacchi chimici del ventesimo secolo, che sul lungo periodo ha afflitto non solamente il territorio del nemico ma anche le truppe di chi lo ha usato. Pochi anni dopo in India, nel 1984, a Bhopal si ripetè una catastrofe chimica civile, la peggiore mai successa nella storia.

Nella popolosa città situata al centro dell’India e capitale dello stato Madhya Pradesh, venne inaugurato nel 1980 un importante impianto chimico della multinazionale Union Carbide, destinato alla produzione di un insetticida noto col nome di “Sevin”. La produzione dei primi anni fu rilevante, e si verificarono alcuni incidenti (anche mortali) che coinvolsero gli operai della fabbrica, un polo chimico di rilievo che richiamava molti lavoratori, la gran parte dei quali sistemati senza alcun ordine nella baraccopoli sorta vicina all’impianto. Nonostante i controlli interni ed i sindacalisti evidenziassero un trascurato standard di sicurezza, la produzione continuò fino verso il 1983.

Alcune difficoltà finanziarie costrinsero la Union Carbide a rallentare la produzione fino a fermarla del tutto nel 1984. Parallelamente al licenziamento degli operai, per tagliare i costi vennero disattivati molti sistemi di sicurezza dell’impianto, lasciato a sé stesso dopo la fine della produzione. L’abbandono dello stabilimento lasciò però intatte alcune cisterne sotterranee piene di isocianato di metile (MIC), un materiale altamente tossico per la salute umana. Tali cisterne contenevano una sessantina di tonnellate di MIC, che invece di essere conservato a zero gradi era lasciato a temperatura ambiente.

La sera del due dicembre nel corso di ordinari interventi di pulizia delle tubature molta acqua si trovò ad entrare in contatto con l’isocianato presente nelle cisterne; secondo alcuni fu un preciso atto di sabotaggio. La reazione di questi due elementi e la disattivazione dei sistemi di sicurezza (non erano funzionanti nemmeno le sirene d’allarme) fece si che si riversassero in aria ventisette tonnellate di MIC, in una enorme nube che si disperse nella zona, colpendo in primo luogo le aree attorno alla fabbrica dove vi erano ammassate migliaia di persone.

Grazie ad un vento favorevole, in pochissimi istanti l’aria della zona divenne irrespirabile, e la gente cominciò a tossire mentre gli occhi bruciavano, causando cecità. I dati ufficiali sui decessi non sono noti, ma la Carbide sostiene che i morti furono 3.800, mentre i lavoratori che contribuirono a rimuovere i cadaveri ne contarono 15.000. Altre fonti sostengono che dal 1984 siano stati 20.000 i morti e circa 120.000 persone che ancora soffrono per il disastro di Bhopal.

Nell’immediata confusione che si venne a creare la gente cercò di fuggire in modo disordinato, e gli ospedali vennero letteralmente presi d’assalto da centinaia di persone in condizioni disperate. Nessuno all’epoca sapeva quale sostanza fosse stata rilasciata, e questo rese ulteriormente difficile il lavoro delle scarse strutture sanitarie presenti, che ovviamente non erano nemmeno lontanamente pronte ad affrontare un’emergenza di queste dimensioni. La stessa Carbide si dimostrò riluttante a fornire informazioni, e cercò di minimizzare l’avvenuto.

La popolazione, completamente digiuna di informazioni e di istruzioni su come affrontare l’avvenimento aggravò la già critica situazione. Passata la nube tossica, l’area di Bhopal rimane oggi pesantemente inquinata, sia a livello di superficie che nelle falde acquifere da cui la popolazione normalmente si abbevera. Il rilascio del MIC ha comportato pesanti conseguenze sulla situazione sanitaria dei residenti, generando patologie nelle persone e colpendo i feti.

Premessi gli immediati soffocamenti e problemi di vista, associati a vomito, e dolori ai polmoni ed alle vie aeree, gli effetti di lungo periodo si sono manifestati in tumori, problemi respiratori, cecità diffusa, predisposizione alla contrazione di ulteriori malattie. Molti di questi effetti sono destinati a permanere finché il sito non verrà bonificato. A questo vanno aggiunti i problemi sociali (perdita di centinaia di posti di lavoro), la presenza di migliaia di invalidi civili, il danno ambientale e, non da ultimo, i danni psicologici conseguenti il disastro di Bhopal, definito a ragione “the worst industrial accident in human history”.

Una applicazione militare su vasta scala di agenti chimici è avvenuta durante la guerra fra Iran ed Iraq del 1980-1988. Nel 1980 il dittatore iracheno Saddam Hussein lanciò un’offensiva contro il neo costituito governo islamico iraniano, contando sulla disorganizzazione militare della rivoluzione khomeinista e sul sostanziale consenso che le superpotenze avrebbero prestato a questo tipo di attacco. Non da ultimo, Saddam Hussein prevedeva per sé un ruolo da guida del mondo arabo, e la vittoria contro l’Iran lo avrebbe sicuramente agevolato in tal senso. Infine, considerazioni di politica interna come gli equilibri religiosi in seno alle confessioni islamiche erano presenti nei ragionamenti del leader iracheno.

Il 23 settembre 1980 le divisioni irachene varcarono in forze il confine iraniano. Dopo l’iniziale avanzata, la guerra si trascinò in una fase di sostanziale staticità fino alla sua fine, nonostante la pesante guerra navale che coinvolgeva i due stati mediorientali. L’Iraq in un paio di casi usò contro le truppe iraniane delle armi chimiche, a cominciare dall’agente mostarda fino a sperimentare, per la prima volta, i gas nervini.

Questo tipo di armi ben presto generarono migliaia di morti, in quanto gli iraniani non erano preparati alla difesa da armi chimiche: supplivano alla loro inferiorità tecnologica e militare con il fanatismo di alcuni loro reparti, soprattutto i pasdaran. Allo stesso modo vennero usate le armi chimiche nell’attacco al villaggio curdo di Halabja. I curdi vedevano con più favore gli iraniani, e pertanto sostenevano con la loro resistenza il regime di Tehran: l’Iraq fra il 16 ed il 17 marzo del 1988 attaccò il villaggio ormai passato alla storia per essere bombardato con gas nervini e gas mostarda.

Il risultato stimato fu di cinquemila vittime. Una serie di aerei iracheni sparse le armi chimiche sul villaggio, dimostrando appieno le potenzialità degli agenti rilasciati. Oltre ai morti immediatamente, molte migliaia di persone morirono in seguito colpiti da patologie riconducibili agli agenti chimici.

Uno dei casi più recenti di attacco, e divenuto ormai punto di riferimento per la letteratura in materia, è quello compiuto dalla setta apocalittica Aum Shinrikyo (“Suprema Verità”) nella metropolitana di Tokio, nel 1995, ascrivibile alla categoria del terrorismo. La setta in questione, oggi ribattezzatasi “Aleph” “is a japanese cult that combines tenets from Bhuddism, Hinduism and is obsessed with the apocalypse”, nota il Council on Foreign Relations.

La strana miscela religiosa venne assemblata dal guru Shoko Ashara verso la fine degli anni ottanta, e nel 1989 la setta venne ufficialmente riconosciuta come religione dal governo giapponese: alcuni suoi membri corsero addirittura per le elezioni politiche del 1990. Nonostante le teorie alquanto fatalistiche, il gruppo ottenne un discreto seguito di fedeli, il che gli garantì anche sufficienti entrate finanziarie. Dopo un fallito tentativo di attacco chimico a Matsumoto nel 1994, la mattina del venti marzo 1995 alcuni membri della setta si introdussero nell’affollata metropolitana di Tokyo lasciando nelle stazioni prescelte per gli attacchi dei sacchetti di gas nervino sarin che provvidero a bucare con i loro ombrelli.

Gli attentatori uscirono velocemente dalla metropolitana, mentre all’interno il gas cominciava ad evaporare. All’ora dell’attacco, fra le sette e le otto del mattino, la metropolitana di Tokyo era molto affollata, e ben presto i numerosissimi passeggeri cominciarono ad accusare i sintomi tipici del sarin, quali irritazioni agli apparati oculari e respiratori, malori e cecità temporanea. Dopo le prime segnalazioni la metropolitana venne fatta evacuare, mentre la autorità provvedevano alla cura ed all’ospedalizzazione delle migliaia di persone colpite.

I documenti dell’epoca testimoniano la complessità delle operazioni di soccorso, aggravate
anche dal fatto di non aver immediatamente realizzato che si trattasse di un attentato chimico. Il sistema dei soccorsi, per quanto tempestivo, non si dimostrò sufficientemente preparato ad affrontare l’emergenza; vero è anche che le persone ferite furono circa 6.000, il che rendeva molto difficile la gestione della vicenda. A ciò va aggiunto che né in Giappone né in altre nazioni si erano mai verificati attacchi con il gas sarin, tantomeno in un contesto urbano. Il bilancio finale fu di dodici morti.

L’attentato di Tokyo, il più grave avvenimento in Giappone dalla seconda guerra mondiale, e primo caso di attacco urbano con armi chimiche, era riuscito a seminare il panico e a portare al limite anche le preparate strutture giapponesi. Era divenuto un riferimento necessario in tema di guerra urbana e di attacchi chimici. Il guru della setta e gli attentatori furono riconosciuti colpevoli, e condannati all’ergastolo od alla pena di morte.

I tipi di agenti chimici
Gli agenti chimici, come noto, sono diversi sotto molti punti di vista: al di là delle diverse classificazioni esistenti e delle loro articolazioni, di seguito si esamineranno i principali agenti chimici, seguendo la ripartizione compiuta dall’OPCW. Gli agenti chimici sarebbero anche classificabili, come sopra ricordato, sulla base del loro stato fisico, della persistenza, della letalità e via discorrendo: la classificazione ritenuta migliore ai fini di comprendere la loro efficacia e pericolosità come armi di distruzione di massa è perciò quella che più si focalizza sui risultati che questi agenti danno. Verrà poi trattata a parte la categoria dei defolianti, la quale è un’arma chimica in senso lato, e non è diretta contro gli esseri umani.

Agenti asfissianti

Gli agenti asfissianti sono in grado di attaccare l’apparato respiratorio, a partire dalle cavità orali e nasali fino agli alveoli polmonari. Al contatto con gli aggressivi di questa categoria i polmoni secernono dei liquidi, i quali in breve tempo asfissiano la vittima. Gli esempi di questi agenti sono il cloro (Cl), il fosgene (CG), il difosgene (DP) e la cloropicrina (PS). Il cloro irrita le cavità nasali, il petto e se la concentrazione è alta, provoca asfissia, in quanto penetrando nei polmoni fa aumentare le secrezioni di liquidi.

Furono i primi agenti ad essere usati nella prima guerra mondiale, ed al fosgene si attribuiscono l’80% dei decessi della prima guerra mondiale. La caratteristica di questi gas è di essere più pesante dell’aria: in questo modo si potevano facilmente depositare dentro le trincee, obbligando i soldati a scappare via. Tuttavia la scarsa persistenza, l’odore pungente e la possibilità di curare le vittime colpite, se allontanate dalla zona in tempo, rendono ormai decisamente fuori moda il cloro.

Anche il fosgene fu uno dei primi protagonisti sui campi di battaglia: può arrivare ad uccidere le vittime anche molto in ritardo rispetto all’attacco, ed anch’egli colpisce il sistema respiratorio distruggendo gli alveoli polmonari. Il difosgene è più persistente dei due precedenti, e sostanzialmente i suoi effetti sono simili al precedente agente. Infine la cloropicrina, spesso utilizzata nei pesticidi, è un esempio di composto chimico dual use.

Usata anch’essa nella prima guerra mondiale, veniva apprezzata perché riusciva a passare attraverso le maschere antigas, anche se la sua pericolosità era minore rispetto agli altri gas asfissianti. Comunque l’esposizione a cloropicrina conduce ad un edema polmonare.

Agenti vescicanti

Gli agenti vescicanti sono fra i più diffusi in materia di armi chimiche. Il loro scopo bellico può concretizzarsi non solo nei decessi dell’avversario, ma anche nella debilitazione del suo personale. Rispetto agli agenti asfissianti, che operano solo sull’apparato respiratorio, questa categoria è in grado di attaccare anche gli occhi, la pelle e addirittura gli organi interni. Gli agenti vescicanti conosciuti sono l’iprite (H, HD), l’agente “mostarda” (HN), la “lewisite” (L) e l’ossima di fosgene (CX): sono tutti oleosi tranne l’ossima di fosgene, che è una polvere.

L’iprite e l’agente mostarda derivano i loro nomi proprio dal primo conflitto mondiale, nel quale vennero usati per le loro capacità di persistenza e la maggiore dannosità nei confronti dell’essere umano. E proprio a Ypres nel 1915 vi fu il primo uso bellico dell’agente mostarda, sparato dai cannoni tedeschi sulle linee avversarie. L’esposizione a questi agenti causa diversi effetti, cominciando dall’apparato visivo, causando irritazioni, lacrimazione e bruciore. Si manifestano poi problemi respiratori, insorgenza di problemi cutanei come pruriti, arrossamenti, e se l’esposizione è prolungata dopo molte ore si possono formare anche delle vesciche. Queste se si rompono possono infettare la pelle sottostante, richiedendo molto tempo per essere curate.

L’apparato respiratorio è attaccato dalle mucose ai polmoni: oltre alle irritazioni (naso, gola, trachea) seguono bruciore e danneggiamento dei polmoni, con conseguente facile possibilità di insorgenza di polmonite. Se le dosi assorbite sono state rilevanti, la vittima può decedere per asfissia o edema polmonare già entro quarantotto ore. In caso di assorbimento non troppo elevato, è possibile che la vittima sopravviva: tuttavia questi agenti sono capaci di passare attraverso stoffa, gomma e cuoio, il che li rende particolarmente insidiosi e difficili da fermare.

La lewisite fu scoperta nei primi anni del novecento, e riadattata ad usi bellici per la prima
guerra mondiale, anche se poi non venne usata (la guerra finì prima). Porta il nome dal cognome del suo inventore, uno scienziato americano, e venne fabbricata inizialmente negli Stati Uniti. È meno persistente dell’agente mostarda, ma può essere letale in una decina di minuti, e causa danni gravi agli occhi, gravi danni alla pelle (peggiori di quella degli agenti mostarda), con danni al sistema muscolare e vascolare, fino alla cancrena. L’attacco alle vie aeree è ugualmente pericoloso.

L’ossima di fosgene è una polvere bianca, ma può sciogliersi abbastanza facilmente in acqua. Se presente in bassa concentrazione irrita gli occhi (cecità, lesioni alle cornee) e le vie respiratorie (edema polmonare); se aumenta la concentrazione può anche attaccare la pelle, causando gravi irritazioni e la necrosi delle ferite, ed in tempi molto brevi. Semplici protezioni della pelle possono impedire quest’ultimo effetto, che invece è rilevante nei confronti di personale non protetto. Anche per questa sostanza le cure richiedono molto tempo.

Agenti ematici o del sangue

Gli agenti ematici tipicamente aggrediscono il corpo umano per mezzo dell’inalazione. Il loro nome deriva dagli effetti che le sostanze compiono sul sangue, impedendo il trasporto dell’ossigeno. Sono famosi l’acido cianidrico (AC), il cloruro di cianogeno (CK) e l’arsina (SA). L’acido cianidrico era già utilizzato, con gli effetti tristemente noti, nei campi di stermino con la sigla commerciale “Zyklon B”; pochi grammi erano idonei ad asfissiare in pochi minuti anche grandi quantità di persone, in quanto tale agente blocca la respirazione cellulare.

A parte l’applicazione tedesca della seconda guerra mondiale, gli effetti studiai nella prima lo rendono poco efficace in quanto molto volatile. Il cloruro di cianogeno è sostanzialmente simile al precedente, ma è meno volatile dell’acido cianidrico, ed è efficace anche ad una bassa concentrazione, causa irritazione agli occhi, all’apparato respiratorio e può danneggiare i polmoni come il cloro o il fosgene.

Infine l’arsina (deriva dall’arsenico), che alcuni non considerano nemmeno un agente ematico, tende a legarsi con l’emoglobina dei globuli rossi, portando alla conseguente emolisi, cioè alla distruzione degli stessi. Il suo uso come arma chimica è stato messo in dubbio in quanto meno efficace del fosgene e più facilmente infiammabile. Al momento non se ne conoscono applicazioni belliche.

Agenti nervini

Gli agenti nervini sono una delle più recenti categorie di armi chimiche, ma la loro relativamente giovane età non gli ha purtroppo impedito di vantare oggi alcune applicazioni che sono entrate a far parte della storia delle armi di distruzione di massa. Questo tipo di agenti vennero casualmente scoperti in Germania durante gli anni trenta. Un ruolo chiave nella scoperta la ebbe lo scienziato Gerard Schrader, il quale si occupava di sviluppo di nuovi pesticidi: fu lui che nel 1936 sintetizzò il primo degli agenti nervini, il tabun (GA). Successivamente gli esperimenti portarono alla creazione del sarin (GB), del soman (GD) e del ciclosarin (GF, scoperto però dopo la guerra): la lettera iniziale con cui sono indicati viene dall’iniziale di “Germania”.

Tali agenti vennero prodotti in grande quantità, ed inizialmente erano stati concepiti per l’utilizzo bellico: temendo però le conseguenti ritorsioni politiche e militari, Hitler rinunciò all’uso dei gas durante il secondo conflitto mondiale. Anche l’eventuale progetto di caricare le bombe volanti V1 e V2 con i gas venne presto abbandonato. Dopo la guerra in Gran Bretagna vennero sperimentati una serie nuova di agenti nervini, detti V, decine di volte più velenosi della serie G, e di cui si conoscono i seguenti composti: VE, VG, VM, VR, VG, VX, il cui ultimo è decisamente il più famoso.

Gli agenti nervini sono pertanto suddivisi in due classi diverse: classe G e classe V. Mentre gli agenti G tendono ad essere volatili, gli agenti V sono molto più persistenti. Il tabun è il più semplice agente da assemblare, ed è alla portata anche di laboratori non troppo evoluti; nei paesi occidentali è considerato alquanto datato come effetti. Diverso è il caso del sarin, molto volatile e abile a colpire mediante inalazione, così come il soman, con la differenza che quest’ultimo è meno volatile e può attaccare anche la pelle. Anche il GF può colpire la pelle, ma è poco volatile.

Il VX, invece è molto più potente della serie G, penetra tramite la pelle o l’apparato respiratorio ed ha una lunga permanenza su oggetti, terreno ed equipaggiamenti. Le caratteristiche che rendono questi agenti così dannosi sono la causa del loro nome. Il primo fattore da considerare è il modo in cui l’agente penetra nella vittima: la via respiratoria è la migliore, perché permette una veloce diffusione dell’agente nel corpo umano, cosa che invece avviene più lentamente.

Per questo i sintomi si manifestano prima nella persona che inala l’agente rispetto a quelle che ne è contaminata in modo cutaneo: essi inattivano un enzima, l’acetilcolinesterasi, che degrada l’acetilcolina, fondamentale per la trasmissione degli impulsi del sistema nervoso. In altri termini, gli agenti nervini in un tempo brevissimo, impedendo al cervello di “comunicare” agli organi. Come facilmente intuibile, gli effetti sono terribili, ma cambiano a seconda del modo di contatto con l’agente e del tempo.

Si comincia con i primi disturbi agli occhi e con dei dolori al torace; dosi superiori portano a dolore, nausea e vomito, contrazioni delle palpebre, ed a seguire vi sono tremori, mal di testa, rallentamento delle reazioni. Dosi medie portano a ulteriori problemi muscolari, crampi e contrazioni, destinati ad aggravarsi in casi di dosi più rilevanti, insieme a problemi cardiocircolatori e generale contrazione dei muscoli, che si riflettono anche sull’apparato respiratorio, che comincia ad accelerare il ritmo per poi rallentarlo.

Se la morte non sopraggiunge, si possono avere problemi di eccessiva salivazione, defecazione, urinazione, insieme a gravi disfunzioni nella comunicazione e convulsioni, seguiti da perdita di conoscenza. Il decesso avviene di solito per aritmia o insufficienza respiratoria; esse possono sopraggiungere prima di questa “scala” di sintomi in caso di immediata esposizione a forti dosi di agenti nervini.

In ogni caso il decesso che consegue all’uso di gas nervini è particolarmente doloroso e inumano. Come antidoto si somministra l’atropina, ma ne occorre una rapida assunzione: per questo le forze armate che si trovano ad operare in zone con il pericolo di contaminazione da gas nervini dispongono di un congegno per praticarsi un’autoiniezione della sostanza.

Gli agenti nervini non richiedono strutture e laboratori complessi per essere assemblati, ed il loro costo è tutto sommato abbastanza contenuto: per questo rappresentano una ottima combinazione letalità/costo.

Agenti antisommossa

Gli agenti antisommossa, come il famoso lacrimogeno CS, sono esclusi dalla Convenzione, anche se questo fu il risultato di lunghe discussioni. La situazione venne sbloccata quando il loro uso venne limitato ai casi di ordine pubblico, e di conseguenza ne venne vietato ogni uso bellico. Pertanto essi non sono armi di distruzione di massa. I gas lacrimogeni non sono stati progettati per uccidere, ma semplicemente per impedire i comportamenti umani in quanto l’esposizione al gas fa insorgere nei soggetti colpiti lacrimazione e bruciore alla pelle fino a tosse e vomito (se assunto in dosi massicce).

In ogni caso una grande concentrazione di gas CS non è letale, ma causa situazioni temporanee di incapacità di muoversi ed agire per chi ne è colpito. Il tipico uso del gas CS oggi non è quello militare ma quello di ordine pubblico.

Potenziali armi chimiche

In questa categoria sono ricompresi i futuri sviluppi delle biotecnologie, come certi tipi di sostanze particolarmente piccole in grado di passare attraverso i filtri delle maschere o delle protezioni. La finalità è quella di impedire che nuove sostanze, di qualunque tipo esso siano, riescano a trovare una “terza via” fra i divieti delle armi chimiche e quelli delle armi biologiche e possano permettere lo sviluppo di nuove tecnologie letali.

Agenti mostarda

La classificazione di solito ricomprende gli agenti mostarda nella classe dei vescicanti. L’attenzione che la commissione dedica specificamente a questo tipo di sostanze è dovuta anche al fatto che nel corso della guerra fra Iraq e Iran (1980-1988) si stima che 5.000 soldati siano morti e fra i 10.000 e i 20.000 siano stati intossicati dall’agente mostarda. Per il resto la materia è già stata trattata sotto la categoria degli agenti vescicanti, nella quale gli agenti mostarda sono stabilmente inseriti dalla gran parte della letteratura.

I defolianti

Gli agenti defolianti, comunemente noti come erbicidi, sono una categoria che ha fatto discutere la letteratura scientifica sulla loro collocazione sistematica, in quanto alcuni sostengono che essi facciano parte delle armi biologiche. Il funzionamento di un erbicida è sostanzialmente quello di provocare la caduta delle foglie. Gli usi degli erbicidi sono specialmente richiesti in contesti tattici dove la vegetazione è una preziosa risorse per il nemico.

Si ritiene di trattare in questa categoria i defolianti in quanto se è vero che esplicano la loro azione sui processi vitali delle piante, portando le stesse sostanzialmente alla morte, non vi è nulla di biologico negli agenti defolianti. In altre parole, i defolianti sono ordinari prodotti chimici che estrinsecano il loro effetto sui vegetali. A norma della convenzione i defolianti non sarebbero vietati; lo diventano se si trasformano in mezzi di guerra chimica.

Così il famoso “agent Orange” del Vietnam si è rivelato essere una vera e propria arma, ed ha causato moltissime sofferenze nella popolazione, pure se il suo fine era solo quello di disboscare le foreste. Si può pertanto fare uso di agenti defolianti purchè questo non sia un modo per condurre una guerra chimica sotto altra forma.

I vettori

Esaminate le caratteristiche degli agenti chimici, come per quelli biologici si pone il problema del vettore. In materia vi sono stati diversi vettori che via via sono stati applicati: si è cominciato dalle bombole della battaglia di Ypres per arrivare ai bombardamenti con i MiG durante la guerra fra Iran e Iraq. Anche nel caso delle armi chimiche i vettori sono diversi, e richiedono soluzioni specifiche a seconda di quello usato.

Per prima cosa i gas si presentano in modi diversi: alcuni sono liquidi, altri no. Nel momento in cui esplode un’arma chimica essa colpisce la zona spargendo sul terreno il proprio contenuto, il quale permane a seconda della sua volatilità: anche in questo caso gli effetti atmosferici hanno la loro rilevanza. Durante la prima guerra mondiale è capitato spesso che gas lanciati contro le linee nemiche si siano poi rivolti verso gli attaccanti solo perché il vento era stato calcolato male; in secondo luogo, Seveso e Bhopal hanno avuto effetti diversi anche per via del vento che in un caso era debole, mentre nel secondo era sostenuto al punto giusto.

Anche la luce ed il calore fanno la loro parte: occorre evitare di disperdere gli agenti se le temperature sono troppo rigide o troppo elevate: il meglio sarebbe usarle durante la notte, mentre non vi sono raggi ultravioletti nell’aria. Un’altra condizione favorevole è l’assenza di precipitazioni, che rende meno facile la soluzione dell’agente, e di conseguenza la diminuzione della sua potenzialità. Infine la persistenza è un elemento importante: alcuni agenti sono volatili, altri meno.

Per questo è possibile, modificando le composizioni, cercare di rendere un agente più persistente. Infine si possono usare contemporaneamente agenti diversi, in modo da combinare i punti di forza di quelli usati. I normali vettori cominciarono nella prima guerra mondiale con delle bombole che venivano aperte al momento dell’attacco. Questo sistema poco pratico venne presto sorpassato dall’artiglieria con proiettili speciali, sempre facendo attenzione che l’esplosivo non bruci il contenuto del proiettile. Allo stesso modo possono essere utilizzati i missili, caricati con testata chimica.

Infine particolare attenzione meritano le bombe da aereo, che hanno goduto di una discreta utilizzazione nel corso del ventesimo secolo. Infine la cosa che più conta è considerare la dose che serve per permettere al composto chimico di raggiungere il suo obiettivo (ferire o uccidere): la concentrazione. Se l’agente non ha una concentrazione idonea, diversa a seconda dell’agente usato, allora i suoi effetti saranno minori rispetto a quelli previsti. Come durante le guerre così nei periodi di pace si è notato che il gas non colpisce l’area allo stesso modo e con la stessa intensità: tenerne conto è un elemento essenziale per un proficuo uso delle armi chimiche. E tenerne conto è anche fondamentale
per studiarne le possibili risposte.

Le armi radiologiche

Le armi radiologiche (definite con la sigla “R”) possono considerarsi le “ultime arrivate” nella categoria delle armi di distruzione di massa, anche se la loro collocazione in questa categoria appare incerta. Tipicamente quando una volta ci si riferiva alle armi di distruzione di massa si andavano ad esaminare il settore NBC: successive definizioni hanno incorporato anche le armi radiologiche ed infine la dottrina militare americana ha incorporato anche gli “high explosives”, arrivando a coniare il termine CRBNE.

Secondo alcuni, comunque, oggi ci si dovrebbe continuare a riferire solamente alle armi NBC; tuttavia non considerare completamente le armi R rischierebbe di essere riduttivo e soprattutto escluderebbe un potenziale settore di minacce. Le armi radiologiche oggi esistenti sono divisibili in due tipi: le RDD e le RED, e si differenziano perchè nel primo caso vi è un’esplosione mentre nel secondo no. Prima di analizzarne le diverse caratteristiche, occorre indicare cosa sia un’arma radiologica.

L’arma radiologica è un`arma che sfrutta gli effetti della radioattività ma in modo diverso da quelli delle armi nucleari. Il rilascio di radioattività di un`arma nucleare, sia essa all`idrogeno o meno, è la precisa conseguenza di una serie di reazioni che avvengono nel materiale che la compongono. Un ordigno radiologico, invece, è costituito da esplosivo convenzionale ed elementi radioattivi.

Al momento della detonazione non si produce alcun tipo di fissione o fissione nucleare, semplicemente il materiale radioattivo viene disperso in seguito e proporzionalmente all`esplosione del materiale esplodente convenzionale. Da qui il nome con cui volgarmente si chiamano le armi radiologiche, cioè “bombe sporche”, terminologia con le quali sono chiamate in molte pubblicazioni ufficiali e scientifiche.

Il loro fine non è necessariamente quello di uccidere con la forza dell`esplosivo convenzionale o con la radioattività del materiale di cui è circondato l`esplosivo: la bomba sporca ha come fine quello di interdire un area, più o meno vasta, cospargendola di materiale radioattivo. Ciò, come ovvio, comporterebbe l`immediata evacuazione dell`area, ed i conseguenti costi di bonifica. In caso poi di utilizzo di materiali radioattivi piuttosto pericolosi, a questi costi si dovrebbero aggiungere quelli della cura dei colpiti dalle radiazioni.

Da qui l’origine di un’altra dizione, usata più nella letteratura scientifica americana, di RDD, o Radiological Dispersion Device, che sottolinea proprio al dispersione di materiale radioattivo conseguente l’esplosione. Il Ministero della Difesa Americana non utilizza la definizione di “arma radiologica”, ma alla voce RDD esplicita che “an improvised assembly or process, other than a nuclear explosive device, designed to disseminate radioactive material in order to cause destruction, damage, or injury”.

Nella medesima pubblicazione viene anche indicate l’esistenza delle RED, cioè “radiological exposure device – a radioactive source placed to cause injury or death”. Esse sono strumenti atti a diffondere la radioattività, insita negli elementi radioattivi: si differenziano dagli ordigni RDD in quanto non vi è un’esplosione, ma solo il posizionamento della sorgente che emette radiazioni.

Per quanto riguarda infine la posizione italiana, il Ministero della Salute nel suo glossario delle emergenze definisce la “bomba sporca” riferendosi solo agli ordigni RDD: in effetti un dispositivo RDD viene definito come “dispositivo studiato per diffondere sostanze radioattive con esplosivi tradizionali al momento dello scoppio della bomba, che può uccidere o ferire le persone e in seguito propagare contaminazione. Queste bombe possono apparire come dispositivi in miniatura oppure come grosse mine anti-carro. Una bomba sporca ha una fabbricazione più semplice rispetto a quella di una vera arma nucleare” mentre alla voce “ordigno a dispersione radiologica” si accorpano entrambe le categorie RDD e RED.

Esso è definito come un “ordigno che disperde le sostanze radioattive usando esplosivo tradizionale o altri mezzi meccanici, come uno spray”. In ogni caso ciò che caratterizza un ordigno radiologico lo assimila alle armi nucleari, ma lo rende comunque uno strumento con caratteristiche tecnologiche ed usi tattici completamente diversi. Di solito quando si tratta di “bombe sporche” ci si riferisce agli ordigni RDD. Per esigenze di chiarezza si continueranno a mantenere queste differenze, sebbene non sempre condivise in letteratura.

Tecnologia dei dispositivi RDD e RED

Il primo che ipotizzò la pericolosità della dispersione di materiale radioattivo fu il responsabile militare del progetto Manhattan, il generale Leslie Groves. Egli in un documento del 1943, ma declassificato solo nel 1974, indicò la pericolosità della diffusione di materiale radioattivo, indicando che era dannoso non solo per le persone, ma perché contaminava i terreni e non vi era modo di decontaminarlo.

La tecnologia si è evoluta, soprattutto per quanto riguarda la decontaminazione, ma le parole del generale Groves sono ancora perfettamente attuali. La prima questione da affrontare con i dispositivi RDD e RED è la presenza o meno dell`esplosivo convenzionale. Se per esempio si volesse far esplodere un furgone carico di materiale radioattivo, probabilmente la quantità di esplosivo presente potrebbe risultare fatale per chi vi si trovasse nelle vicinanze. Allo stesso modo qualsiasi forma di esplosivo tale da scagliare elementi radioattivi a grande distanza richiederebbe, come ovvio, una grande quantità: l’energia sviluppata dalla detonazione potrebbe risultare addirittura più pericolosa dell`esposizione alle radiazioni.

Il problema invece non si pone nei confronti degli ordigni RED, che non hanno bisogno di detonare per produrre i propri effetti. Anche l’uranio (o il plutonio) usato nelle armi atomiche è radioattivo, e come tale danneggia chi vi sta intorno: tuttavia lo scopo dell`arma atomica non è quello di colpire con le radiazioni, ma di sfruttare anche gli effetti termici e meccanici della stessa. Sennò basterebbe spargere gli elementi nucleari.

L`arma RED presenta una identificazione molto più complessa: senza opportuni elementi per identificare le radiazioni sarebbe difficile riconoscere la presenza o meno di un ordigno RED, cosa che invece può avvenire se l`attenzione delle Forze dell’Ordine è richiamata da un`esplosione, soprattutto se avvenisse contro obiettivi muniti di elementi radioattivi (trasporti con scorie nucleari, o magari direttamente centrali nucleari). Comunque, a meno di non accumulare una imponente massa di materiale radioattivo (cosa che in qualche modo verrebbe notate da chi si occupa di impedirne la diffusione) un ordigno RED esplicherebbe i suoi effetti su tempi lunghi.

Se inoltre esso fosse installato, come indica il dipartimento della salute americana, su una metropolitana, esso sarebbe si in grado di attaccare migliaia (milioni) di persone, ma probabilmente per tempi brevi ogni giorno. E per fornire una dose letale di radiazioni occorrerebbe comunque una grossa quantità di materiale, il che comprometterebbe la silenziosa discrezione di un ordigno RED.

Una volta stabilito se utilizzare un ordigno RDD o RED, occorre trovare un materiale radioattivo, in quantità sufficiente. Ad esempio oggi si è scoperto che la scienziata Marie Curie morì a causa dell`esposizione alla pechblenda: ma la sua esposizione fu continuata per anni, e comunque la scienziata morì a sessantasette anni, un tempo decisamente troppo lungo per qualsiasi applicazione bellica.

D`altro canto i pompieri che, ignari, si recarono a spegnere il reattore di Chernobyl che stava bruciando morirono in un paio di giorni per sovraesposizione a radiazioni: analogamente capitò a molti giapponesi che non riuscirono a salvarsi dagli effetti termici e meccanici della bombe atomiche, i quali uccidevano ben prima che le radiazioni. Quindi diviene essenziale utilizzare un materiale radioattivo capace almeno di danneggiare la salute umana: la scelta si allarga a tutti gli elementi radioattivi.

Non solo l’uranio e il plutonio lo sono, anzi, gli elementi radioattivi sono numerosi ed hanno una vasta serie di usi perfettamente leciti nel mondo civile: si va dalle apparecchiature mediche a quelle industriali, ai siti di produzione di energia atomica ed a quelli di stoccaggio delle scorie nucleari. Infine a questi vanno associati i siti militari in cui è presente materiale nucleare, i quali comunque sono molti inferiori di numero rispetto alle precedenti applicazioni.

A completare il quadro rimangono poi le installazioni abbandonate, siano esse civili o militari, nelle quali sono ancora presenti materiali radioattivi. Se questa eventualità è abbastanza remota in Occidente, diverse segnalazioni riportano che in Russia, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, molte installazioni di questo tipo sono state lasciate a sé stesse, con il conseguente pericolo che chiunque poteva trafugare elementi radioattivi.

I materiali radioattivi utilizzabili sono diversi, ed il CDC li riporta nel seguente modo:

  • – Americium-241 (Am-241)
  • – Cesium-137 (Cs-137)
  • – Cobalt-60 (Co-60)
  • – Iodine-131 (I-131)
  • – Iridium-192 (Ir-192)
  • – Plutonium
  • – Polonium 210
  • – Strontium-90 (Sr-90)
  • – Uranium-235 (U-235) & Uranium-238 (U-238)

Essi naturalmente presentano caratteristiche e diffusioni ben diverse. È chiaro che elementi radioattivi particolarmente pericolosi o con finalità soprattutto militari o di produzione energetica (si pensi al plutonio od all`uranio) sono sottoposti a severi controlli, il che, almeno teoricamente, rende più difficile entrarne in possesso per chi ne intenda fare un uso non consentito.

Utilizzo di armi radiologiche

Per prima cosa occorre chiedersi come mai, ad oggi, non sono state ancora utilizzate armi radiologiche in contesti prettamente militari, ma spesso la loro fama sia legata a folli disegni di gruppi terroristici o eversivi. La motivazione è che militarmente le armi radiologiche, siano esse RDD o RED, sono poco utili. Se si intende arrecare una pesante perdita di vite umane, un’arma radiologica non rappresenta una soluzione ottimale: l`esplosivo convenzionale o magari le armi chimiche sono molto più efficienti per causare vittime.

Se invece l`obiettivo è quello di incapacitare in vario modo delle truppe avversarie, bisogna considerare che le armi radiologiche contaminano la zona attaccata, e se il materiale è molto radioattivo, l`area rimarrà contaminata per anni (anche migliaia, se si usano uranio o plutonio).

Pertanto l`uso tattico o strategico dell`arma radiologica è sostanzialmente irrilevante. Infine, se le truppe colpite hanno modo di allontanarsi velocemente dalla zona colpita, o posseggono idonei strumenti di protezione NBC, è molto probabile che le vittime o le persone colpite siano un numero ridotto. Per questa serie di motivi, l’opzione radiologica non è mai stata presa seriamente in considerazione dagli eserciti convenzionali.

La possibilità di contaminazione di un`area rende invece interessante l’opzione radiologica per i gruppi terroristi ed eversivi, che puntano più alla destabilizzazione ed al caos che al dato dei morti o dei feriti. Come ricorda McNab, “una bomba sporca detona proprio come una convenzionale, producendo un’esplosione localizzata. Il materiale radioattivo viene proiettato entro un raggio corrispondente alla forza dello scoppio, in genere entro un massimo di qualche centinaio di metri, irradiando anche polvere e detriti provocati dall`esplosione”.

Pertanto se un soggetto riuscisse a far detonare un oggetto contenente una bomba sporca, l’area intorno sarebbe immediatamente contaminata da materiale radioattivo. Ammessi o meno dei decessi o ferimenti in seguito all’esplosione del mezzo, i costi (e gli effetti) più gravi sarebbero l`immediata evacuazione ed i successive costi di decontaminazione dell`area.

Se poi l’attacco avvenisse in un centro finanziario o politico rilevante, le conseguenze economiche sarebbero catastrofiche. In questi casi non occorrerebbe nemmeno l’uso di materiali fortemente radioattivi: la sola presenza di elementi radiologici sarebbe sufficiente a far evacuare tutta l`area, con una serie di conseguenze inimmaginabili, quali pressione eccessiva e paralisi dei sistemi di emergenza, sanitari e di trasporto, costi enormi per l`interdizione di aree di lavoro e la conseguente cessazione di ogni attività, impatto politico molto rilevante.

Ed ecco raggiunti gli obiettivi ideali di un gruppo terroristico, magari senza aver causato nemmeno un morto. Secondo una ricerca dello Stimson Center, il “terrorismo radiologico”  si articola su metodi attivi, cioè gli ordigni RDD e metodi passivi, consistenti nel semplice rilascio di materiale radioattivo (RED).

Chiaramente l’utilizzo di bombe sporche rende un attacco molto più appariscente che la semplice dispersione di materiale radioattivo, ed è per questo che la letteratura insiste così tanto sugli ordigni RDD, che possono andare come dimensioni da un cestino dei rifiuti ad una nave: virtualmente ogni cosa può essere fatta esplodere, previa preparazione con materiale radioattivo.

Vi è poi un`altra possibilità di attacco radiologico: invece di procurarsi il materiale radioattivo, può essere sufficiente attaccare un`installazione che ne ha già, come ad esempio una centrale nucleare. Due esempi di avvenimenti civili sono più che idonei a dimostrare le catastrofiche potenzialità di un attacco radiologico ad un impianto nucleare.

Allo stesso modo sarebbe possibile attaccare siti dove le materie sono accatastate: le centrali nucleari sono comunque gli obiettivi migliori perchè per motivi di distribuzione elettrica non possono essere troppo distanti da grandi centri abitati, e sicuramente presentano meno sorveglianza che aree militari con armi nucleari, oltretutto non presenti in molti stati del mondo.

Il pericolo del terrorismo radiologico è oggi al centro del dibattito, soprattutto vista la semplicità dei modi in cui un`arma radiologica è assemblabile. Ad oggi ci son stati solo alcuni rinvenimenti di materiale radioattivo in Cecenia, e si ipotizza che dovesse essere utilizzato per un ordigno radiologico: allo stesso modo in alter parti del mondo sono stati identificati delle persone in possesso di elementi radioattivi, ma senza che questi episodi siano mai divenuti dei veri e propri attacchi.

Ad oggi fanno testo in materia due incidenti civili, ma la sorveglianza e l`elaborazione di risposte contro il pericolo radiologico è ben presente nelle agende di molti governi, come da ultimo ribadito nel G8 dell’Aquila. Per valutare l’intensità dei danni nucleari e radiologici l’IAEA ha predisposto l’indicatore INES (International Nuclear and Radiological Event Scale).Tale scala è stata anche usata durante gli incidenti di Chernobyl e Three Miles Island, rispettivamente incasellati come eventi di livello sette e cinque.

 

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 43

a cura di Cornelio Galas

Ricostruzione da parte del genio ferrovieri del viadotto di Borovnica a Lubiana nella primavera 1941

I soldati del genio ferrovieri ricostruiscono il viadotto di Borovnica a Lubiana nella primavera 1941

I soldati del genio ferrovieri ricostruiscono il viadotto di Borovnica a Lubiana nella primavera 1941

Ricostruzione da parte del genio ferrovieri del viadotto di Borovnica a Lubiana nella primavera 1941

I soldati del genio ferrovieri ricostruiscono il viadotto di Borovnica a Lubiana nella primavera 1941

I soldati del genio ferrovieri ricostruiscono il viadotto di Borovnica a Lubiana nella primavera 1941

I soldati del genio ferrovieri ricostruiscono il viadotto di Borovnica a Lubiana nella primavera 1941

I soldati del genio ferrovieri ricostruiscono il viadotto di Borovnica a Lubiana nella primavera 1941

I soldati del genio ferrovieri ricostruiscono il viadotto di Borovnica a Lubiana nella primavera 1941

I soldati del genio ferrovieri ricostruiscono il viadotto di Borovnica a Lubiana nella primavera 1941

Ricostruzione da parte del genio ferrovieri del viadotto di Borovnica a Lubiana nella primavera 1941

Ricostruzione da parte del genio ferrovieri del viadotto di Borovnica a Lubiana nella primavera 1941

Ricostruzione da parte del genio ferrovieri del viadotto di Borovnica a Lubiana nella primavera 1941

Autorità italiane e tedesche alla cerimonia dell’alza bandiera italiana sull’Acropoli di Atene nella primavera 1941

Autorità tedesche passano in rivista una loro truppa ad Atene nella primavera 1941

Truppa italiana schierata sull’Acropoli di Atene nella primavera 1941

La bandiera italiana sventola sull’Acropoli di Atene nella primavera 1941

Le bandiere italiana e del reich sventolano sull’Acropoli di Atene nella primavera 1941

Truppa alla cerimonia dell’alza bandiera italiana sull’Acropoli di Atene nella primavera 1941

Autorità italiane e tedesche alla cerimonia dell’alza bandiera italiana sull’Acropoli di Atene nella primavera 1941

Autorità italiane e tedesche alla cerimonia dell’alza bandiera italiana sull’Acropoli di Atene nella primavera 1941

Autorità italiane e tedesche alla cerimonia dell’alza bandiera italiana sull’Acropoli di Atene nella primavera 1941

Sfilata di truppe per una via di Atene nella primavera 1941

Sfilata di truppe per una via di Atene nella primavera 1941

Il comando delle truppe italiane rende omaggio alla tomba del milite ignoto ad Atene nella primavera 1941

Il comando delle truppe italiane rende omaggio alla tomba del milite ignoto ad Atene nella primavera 1941

Sfilata di truppe davanti alle autorità italiane e tedesche ad Atene nella primavera 1941

Truppe italiane e tedesche schierate sull’Acropoli di Atene nella primavera 1941

Sfilata di truppe per una via di Atene nella primavera 1941

Autorità italiane e tedesche assistono alla sfilata di truppe ad Atene nella primavera 1941

Autorità italiane e tedesche assistono alla sfilata di truppe ad Atene nella primavera 1941

Sfilata di truppe davanti alle autorità italiane e tedesche ad Atene nella primavera 1941

Sfilata di truppe per una via di Atene nella primavera 1941

Missioni militari di vari Stati in visita a Quota 731 di Monastero nel giugno 1941

Missioni militari di vari Stati in visita a Quota 731 di Monastero nel giugno 1941

Missioni militari di vari Stati in visita a Quota 731 di Monastero nel giugno 1941

Missioni militari di vari Stati in visita a Quota 731 di Monastero nel giugno 1941

Missioni militari di vari Stati in visita a Quota 731 di Monastero nel giugno 1941

Missioni militari di vari Stati in visita a Quota 731 di Monastero nel giugno 1941

Caserma di Castelnuovo o Cattaro in Dalmazia nella primavera 1941

Zona di Castelnuovo o Cattaro in Dalmazia nella primavera 1941

Zona di Castelnuovo o Cattaro in Dalmazia nella primavera 1941

Deposito di benzina a Castelnuovo o Cattaro in Dalmazia nella primavera 1941

Marinaio ad un’apparecchiatuta a Castelnuovo o Cattaro in Dalmazia nella primavera 1941

Soldato ad un’arma a Castelnuovo o Cattaro in Dalmazia nella primavera 1941

Artiglieria puntata verso il mare a Castelnuovo o Cattaro in Dalmazia nella primavera 1941

Deposito di bombe a Castelnuovo o Cattaro in Dalmazia nella primavera 1941

Deposito di bombe a Castelnuovo o Cattaro in Dalmazia nella primavera 1941

Due soldati con una cassetta di esplosivo a Castelnuovo o Cattaro in Dalmazia nella primavera 1941

Hangar a Castelnuovo o Cattaro in Dalmazia nella primavera 1941

Veduta di Zelenika in Dalmazia nella primavera 1941

Veduta del mare di Zelenika in Dalmazia nella primavera 1941

Veduta di Zelenika in Dalmazia nella primavera 1941

Trebbiatura del grano nella piana di Arta nella primavera 1941

Trebbiatura del grano nella piana di Arta nella primavera 1941

Trebbiatura del grano nella piana di Arta nella primavera 1941

Chiesa pagana di Nikopolis, trasformata in cristiana nel 500 dopo Cristo nella primavera 1941

Chiesa di Parigoritria ad Arta nella primavera 1941

Chiesa di Parigoritria ad Arta nella primavera 1941

Una via di Arta nella primavera 1941

Un vicolo di Arta nella primavera 1941

Veduta della campagna di Arta nella primavera 1941

Una nave alla fonda nella primavera 1941

Aereo inglese in fiamme abbattuto presso Tobruch nella primavera 1941

Aereo inglese in fiamme abbattuto presso Tobruch nella primavera 1941

Aereo inglese in fiamme abbattuto presso Tobruch nella primavera 1941

Aereo inglese in fiamme abbattuto presso Tobruch nella primavera 1941

Aereo inglese in fiamme abbattuto presso Tobruch nella primavera 1941

Aereo inglese in fiamme abbattuto presso Tobruch nella primavera 1941

Aereo inglese in fiamme abbattuto presso Tobruch nella primavera 1941

Soldati di varie armi ascoltano alla radio un discorso di Benito Mussolini nella primavera 194

Soldati di varie armi ascoltano alla radio un discorso di Benito Mussolini nella primavera 194

Soldati di varie armi ascoltano alla radio un discorso di Benito Mussolini nella primavera 194

Soldati spingono un pezzi di artiglieria pesante nella primavera 1941

Truppa inquadrata in partenza sotto la pioggia dalla Slovacchia per il fronte nella primavera 1941

Truppa inquadrata in partenza sotto la pioggia dalla Slovacchia per il fronte nella primavera 1941

Due soldati su una jeep nel deserto nella primavera 1941

Un carro armato nel deserto nella primavera 1941

Particolare di un carro armato nel deserto nella primavera 1941

Un carro armato nel deserto nella primavera 1941

Un carro armato nel deserto nella primavera 1941

Un soldato spiana il fucile nel deserto nella primavera 1941

Un carro armato nel deserto nella primavera 1941

Alcuni barili nel deserto nella primavera 1941

Carro armato inglese forato dal nostro tiro antiaereo nella primavera 1941

Carro armato inglese forato dal nostro tiro antiaereo nella primavera 1941

Resti di carri armati nel deserto nella primavera 1941

Soldato indiano rimasto ucciso nel deserto nella primavera 1941

Soldato indiano rimasto ucciso nel deserto nella primavera 1941

Carro armato nella primavera 1941

Il generale Carlo Geloso passa in rivista la truppa ad Atene nella primavera 1941

Il generale Carlo Geloso alla cerimonia dell’alza bandiera ad Atene nella primavera 1941

Soldati schierati per la cerimonia dell’alza bandiera ad Atene nella primavera 1941

La residenza del generale Carlo Geloso ad Atene nella primavera 1941

Le bandiere italiana e del reich sull’Acropoli di Atene nella primavera 1941

Il generale Carlo Geloso con altre autorità italiane e tedesche rende omaggio alla bandiera italiana sull’Acropoli di Atene nella primavera 1941

Il generale Carlo Geloso con altre autorità italiane e tedesche rende omaggio alla bandiera italiana sull’Acropoli di Atene nella primavera 1941

Il generale Carlo Geloso con altre autorità italiane e tedesche rende omaggio alla bandiera italiana sull’Acropoli di Atene nella primavera 1941

Carabinieri di servizio all’Acropoli di Atene nella primavera 1941

Fotografo con militari e civili all’Acropoli di Atene nella primavera 1941

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ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA – 3

a cura di Cornelio Galas

Dalla guerra fredda ai giorni nostri

La fine della seconda guerra mondiale segnava la definitiva affermazione dell’arma nucleare come strumento di superiorità strategica; tuttavia le ricerche sugli agenti patogeni non si fermarono, ma anzi continuarono a pieno ritmo, nascoste dal più completo segreto. I progetti di ricerca coinvolgevano ugualmente i due blocchi, e rimasero nelle agende dei governi per molti anni, finché non si arrivò alla convenzione del 1972.

Curiosamente diversi incidenti mortali o veri e propri attacchi vennero compiuti con armi biologiche anche dopo la conclusione del trattato. Nei primi anni della guerra fredda la teorie della rappresaglia massiccia e la percepita insicurezza americana in tema di armamenti biologici spinsero le varie amministrazioni ad aumentare gli stanziamenti per la ricerca di agenti patogeni offensivi. Già nel 1948 il Pentagono lamentava una superiorità sovietica in materia, e la ricerca americana si concentrò nelle ricerche presso il polo di Fort Detrick e l’arsenale di Pine Bluff.

Analoghe ricerche erano svolte in Gran Bretagna, alcune anche mediante la diffusione di bacilli innocui, ma dal comportamento simile all’antrace, nella metropolitana di Londra. Gli esperimenti dimostrarono che i movimenti d’aria sotterranei erano perfettamente idonei a permettere una completa diffusione dei microorganismi, seppure con concentrazioni inferiori man mano che ci si allontanava dal punto di infezione. Le autorità inglesi compirono analoghi esperimenti segreti rilasciando microorganismi innocui o neutralizzati da navi o da aerei, cosa che venne presto copiata dalle autorità americane.

Diversi esperimenti vennero compiuti a San Francisco, in Florida e nella metropolitana di New York. Le conclusioni che emersero ovunque erano analoghe: “il vento, la temperatura, o i movimenti delle persone potrebbero tutti ricoprire un ruolo determinante nella diffusione di una malattia creata dall’uomo”.

Allo stesso modo anche l’Unione Sovietica provvedeva a sperimentare i propri microorganismi, avendo già avuto positivi riscontri prima del secondo conflitto mondiale. Un’epidemia di tifo si era diffusa in Russia poco dopo la fine della prima guerra mondiale: i bolscevichi, da poco al potere, osservarono che su trenta milioni di persone colpite il 10% erano decedute. Questo convinse i dirigenti dell’epoca a creare a Suzdal durante gli anni trenta un laboratorio batteriologico dove si studiavano la tularemia, la febbre Q, la peste ed altre armi biologiche.

Gli esperimenti erano primordiali, ma costituirono la base per i successivi studi sovietici, dopo la parentesi in cui il pupillo di Stalin, lo pseudoscienziato Lysenko (da Werth apertamente definito “ciarlatano”) con le sue idee bloccò la ricerca in materia. Nel corso della guerra fredda le armi biologiche vennero usate per alcuni omicidi mirati, come nei famosi casi di Vladimir Kostov e Giorgi Markov, due dissidenti bulgari fuggiti a Londra e attivi nelle trasmissioni di Radio Free Europe.

Con l’avvallo del KGB e la relativa dotazione tecnologica, i servizi segreti bulgari realizzarono il cosiddetto “wet job”, cioè due omicidi mirati finalizzati ad eliminare alcuni
oppositori del regime alleato. La tecnica utilizzata è ormai entrata a far parte della storia della Guerra fredda: l’agente si doveva avvicinare alla vittima con uno speciale ombrello caricato ad aria compressa il quale era capace di “sparare” una microscopica “pallina” contente la pericolosissima ricina, una tossina in grado di uccidere anche i dosi piccolissime (basta la quindici millesima parte di un grammo).

La vittima andava avvicinata e quindi ferita con la pallina: il calore corporeo avrebbe poi assorbito la ricina iniziando il processo letale. La tecnica, molto ingegnosa, funzionò perfettamente con Georgi Markov, il quale venne avvicinato da un uomo che inavvertitamente lo colpì con l’ombrello. Dopo le scuse, il passante si allontanò. Markov morì inspiegabilmente dopo settantadue ore dall’attacco. Solo durante l’autopsia i medici scoprirono il microscopico proiettile (vuoto) nella gamba del dissidente bulgaro.

La stessa sorte doveva spettare anche a Vladimir Kostov, il quale venne colpito con la medesima tecnica: egli riuscì a salvarsi in quanto la ricina non si sciolse. Grazie a questo fortunato caso, i medici inglesi compresero il meccanismo che stava alla base degli attacchi, che da quel momento non avvennero più. Un caso che ha fatto discutere è poi quello della cosiddetta “pioggia gialla” (“yellow rain”) che alcune indagini indicano come avvenuto in Cambogia, in Laos ed in Afghanistan verso la fine degli anni settanta, rispettivamente nelle relative zone d’operazione.

Diverse testimonianze riportarono che si erano verificati nelle persone colpite episodi di sanguinamento da bocca, occhi, naso e pelle dopo che dei velivoli avevano asperso nell’aria una sorte di “polvere gialla”, da cui il nome dato all’arma. Nonostante le scontate smentite delle amministrazioni coinvolte, alcuni studi di ricercatori dell’esercito americano sono arrivati ad indicare nella “pioggia gialla” una tossina prodotta da un fungo, ma dispersa sotto forma di polvere.

Tali episodi sono ancora troppo poco studiati, probabilmente anche a causa della mancanza di dati (o della loro inaccessibilità), ma diversa letteratura in materia cita questi casi come attacchi con armi biologiche, in grado di dimostrare l’efficacia degli arsenali sovietici (il nome della micotossina sarebbe T-2), ai quali si imputa la creazione della sostanza e la cessione della stessa agli alleati comunisti.

Nonostante questi episodi marginali, le spaventose conseguenze delle armi biologiche erano sotto gli occhi di tutti, considerando gli sforzi che i governi delle superpotenze stavano facendo per creare i relativi arsenali. Questo spinse Gran Bretagna, Unione Sovietica e Stati Uniti a cominciare a discutere in merito alla messa al bando delle armi biologiche in sede di Commissione ONU sul disarmo: verso la fine degli anni sessanta cominciarono i colloqui, che portarono alla firma della convezione sulle armi biologiche (BWC) nel 1972.

L’amministrazione americana aveva già provveduto ad inibire le ricerche in materia nei primi anni settanta, e si impegnò in seguito a distruggere le proprie riserve di armi biologiche, che erano composte da antrace, botulino, tularemia, brucellosi, encefalite equina venezuelana, febbre Q e stafilococchi. Nonostante l’Unione Sovietica fosse una delle co-promotrici della convenzione, e pertanto si fosse impegnata a distruggere i propri arsenali ed a non compiere più esperimenti, quando nel 1979 avvenne un incidente a Sverdlosk (oggi Yekaterinemburg) venne fortemente criticata per il suo atteggiamento.

Nella cittadina russa si verificarono una sessantina di decessi nell’aprile del 1979, ufficialmente imputati ad una partita di carne avariata, ma in realtà riconducibili alla diffusione di antrace. Non è un caso che nei pressi della città operasse uno stabilimento impegnato nella produzione di armi non convenzionali, che si occupava proprio di antrace:
anche il bestiame morì, e una settantina di persone venne ricoverata. Ancora oggi le autorità russe sono alquanto riluttanti a parlare dell’argomento, poiché il fatto indicava l’esistenza di un programma biologico illegale che l’Unione Sovietica portava avanti a prescindere dalla sottoscrizione della BWC.

I progetti di ricerca sovietici con scopi militari, dopo i divieti formali, vennero riassunti dall’impresa “civile” (ma in realtà controllata dallo stato) “Biopreparat”, la quale venne costituita nel 1973 con lo scopo di creare vaccini ed elementi farmaceutici. In realtà essa servì anche da copertura al programma militare biologico sovietico, e riuscì ad annoverare nei momenti di punta dalle 25.000 alle 32.000 persone, ripartiti fra venti e trenta laboratori in giro per l’Unione Sovietica.

La fine della guerra fredda portò a conoscenza del mondo il programma biologico militare sovietico, grazie alla fuga di personaggi come Ken Alibek, colonnello e vicedirettore di Biopreparat. Le rivelazioni dei fuoriusciti riportarono che in Unione Sovietica erano stati preparati ingenti quantitativi di vaiolo, Marburg, tularemia, encefalite equina venezuelana e botulino, alcuni dei quali erano studiati per essere lanciati nei missili SS-18. Si vennero anche a conoscere le dottrine di impiego, che prevedevano l’uso di agenti biologici strategici (con conseguenze letali) da lanciare su città e centri abitati, mentre quelli incapacitanti erano riservati al fronte.

Sverdlovsk, come molte altre sedi, era un centro di ricerca per armi biologiche: nel 1992 Eltsin ammise la responsabilità per i fatti del 1979, confermando l’esistenza del programma biologico sovietico, che dopo venne finalmente smantellato. Con la fine della Guerra fredda e il ridisegnamento dei confini in Asia centrale è emersa poi la tragica storia dell’isoletta di Vozrozhdeniye (in russo “rinascita”, prima del comunismo si chiamava “Nicola I”), piccola isola adagiata nelle ampie acque del lago d’Aral, scelta per la sue posizione isolata e la relativa bassa percentuale di popolazione dell’area circostante.

Tale area negli anni trenta passò direttamente sotto il controllo del Ministero delle Difesa sovietico, e venne formalmente destinata a studi idrici; fu poi scelta dal governo negli anni cinquanta per impiantarvi una segretissima installazione di studio di armi batteriologiche ed un relativo “poligono”, o area di prova. Nessuno, nemmeno gli abitanti dei paesi della costa sapevano cosa accadesse in quella piccola isola al centro del lago, sorvegliata a vista da un’installazione militare e completamente indipendente dalla terraferma.

L’isola era divisa in due parti, una militare ed una residenziale dotata di tutti servizi, compresi scuole, infermerie, una centrale elettrica ed un aeroporto. Nessuno poteva sospettare cosa venisse studiato lì, il progetto era coperto, in perfetto stile sovietico, dal massimo segreto. Nel corso degli anni vennero testati virus su animali e pesci presenti sull’isola: alcune testimonianze parlano di sporadici casi di infezioni ad esseri umani, così come le popolazioni vicine lamentavano strane morti della fauna acquatica.

Il collasso dell’Unione Sovietica ed il conseguente arretramento delle frontiere ha fatto sì che oggi il lago d’Aral (e l’isola) siano divisi fra Uzbekistan e Kazakistan: dopo l’allontanamento dei russi nel 1992 tutte le installazioni sono state abbandonate in fretta e furia, e gli agenti patogeni sono stati semplicemente interrati in contenitori metallici senza essere stati neutralizzati. Alcuni scienziati russi fuggiti negli Stati Uniti dopo il crollo dell’Urss rivelarono alle autorità americane ed inglesi l’incredibile storia di Vozrozhdeniye: seguirono immediate richieste di informazioni alle autorità russe.

I nuovi proprietari Uzbekistan e Kazakistan rifiutarono la propria responsabilità in materia, e soprattutto eccepirono che non avevano sufficiente denaro per bonificare il sito. A ciò si è aggiunta la catastrofica situazione del lago d’Aral, il quale sta soffrendo una spaventosa diminuzione di volume a causa dei prelievi sempre più intensi che gli stati compiono sui suoi immissari Amu Darya e Sir Darya. Quella che era un tempo la lontana isola di Vozrozhdeniye, ora è facilmente raggiungibile dalla terraferma, ed è liberamente accessibile a chiunque: il livello dell’acqua si è abbassato di molto, e l’isola, da rilevazioni NASA, è collegata alla terraferma dal 2001.

Agli animali, che rovistando fra le rovine della vecchia base sovietica potrebbero contaminarsi, ed agli esseri umani che per ignoranza o, peggio, per dolo, potrebbero impadronirsi con facilità delle spaventose (e sconosciute) quantità di spore là presenti non è impedito l’accesso. Stime non ufficiali riferiscono di abbastanza materiale biologico da arrecare una vera e propria catastrofe. Se si aggiunge a questo che gli stati là presenti non hanno in agenda una rapida soluzione della questione, ecco che si potrebbe benissimo profilare un domani una sottrazione di materiale dalla non più isola, ed un conseguente uso.

Gli Stati Uniti e altre potenze occidentali stanno fornendo anche una serie di aiuti economici per ovviare al problema, ma la soluzione non è semplice e, come nel caso di Gruniard, potrebbero volerci molti anni, nei quali la latente bomba biologica al centro dell’Asia centrale continuerà a vegliare fintantoché qualcuno non approfitti del suo potenziale. Ne potrebbero essere interessati gruppi terroristici, fanatici o sette religiose fondamentaliste.

Questi attori, seppure non in possesso delle capacità economiche e delle strutture di ricerca paragonabili a quelle di uno stato, si sono comunque dimostrati alquanto intraprendenti nella gestione e nella conduzione di attacchi biologici. E’ il caso della setta indiana seguace del guru Rajneesh, che nel 1984 causò nell’Oregon settecentocinquantuno casi di avvelenamento da salmonella (Salmonella typhimurium). Per modificare un risultato elettorale che poteva essere dannoso per la setta, presente nell’Oregon, i vertici decisero di impedire alla gente di andare a votare infettandoli con la salmonella: provvidero pertanto a contaminare il cibo di alcuni bar.

In pochi giorni l’infezione aveva colpito settecentocinquanta persone, e oltre una quarantina erano state ricoverate. Inizialmente le autorità sanitarie non identificarono la natura dell’attacco, e pertanto si pensò ad un’infezione naturale. L’ipotesi venne smentita dopo un anno di indagini, cui presero parte anche membri dell’Fbi: il risultato fu che l’infezione era stata dolosamente provocata di membri della setta. Al di là delle motivazioni, questo fu il primo caso di attacco biologico negli Stati Uniti, ed ad oggi rappresenta un riferimento per la storia del bioterrorismo, anche se non fece alcuna vittima.

Un altro tentativo, tuttavia senza successo è stato perseguito dalla nota setta giapponese Aum Shinrikyo che tentò ripetutamente, fra il 1990 ed il 1993, una serie di attacchi biologici a Tokyo, cercando di spargere botulino ed antrace. Nonostante la pericolosità di queste tossine, non è noto alcun effetto sulla popolazione: si ipotizza che la non perfetta “preparazione” delle tossine fosse la causa del loro insuccesso.

Il caso più famoso, però, è senza dubbio quello avvenuto negli Stati Uniti nell’ottobre 2001, poco dopo gli attentati dell’11 settembre. Una serie di misteriose lettere infettate da antrace vennero recapitate a uomini politici, a sedi della Casa Bianca, della Cia, della Corte Suprema ed infine ad alcuni editori. I decessi fortunatamente furono pochi, meno di una decina, ma la paura che si generò, considerando anche la difficile congiuntura in cui gli Stati Uniti si trovavano, generò molto panico e conseguenti falsi allarmi.

Nel corso del loro tragitto le lettere contaminarono anche i vettori (alcuni dei deceduti erano postini), mentre una decina di persone venne ricoverata. Rimane ancora oscuro il motivo ed il (o i) mandanti dell’attacco, così come la natura dell’antrace utilizzato: sembra infatti che le spore siano state prelevate da laboratori americani, e da lì poi usate nella corrispondenza. Le lettere riportavano scritte deliranti (in inglese non sempre corretto) che lodavano l’Islam denunciando al contempo la “fine dell’America”: questo caso è stato imputato alla categoria del bioterrorismo piuttosto che a quello di un attacco convenzionale.

Questi sono i casi acclarati in cui si è avuto uso di armi biologiche: la gran parte non sono avvenuti in fasi di conflittualità aperta, ma per assassini mirati o bioterrorismo, affiancati da qualche tragica fatalità. La mancanza di chiarezza in questi episodi, ancora oggi oggetto di studio, indica bene la riluttanza che i governi hanno ad affrontare un tema come quello delle armi biologiche, il quale comunque fa ancora paura.

Non va dimenticato che le armi biologiche si prestano ad essere diffuse o tramite contagio aereo o anche tramite mezzi più convenzionali, come proiettili, bombe e testate missilistiche. In definitiva si può affermare che “except from small-scale assassinations and terrorist actions, the use of biological weapons has remained almost nonexistent, despite the horrorifying lethality of many of the toxins explored for possible military use”.

Gli aggressivi biologici

Le armi biologiche sono divisibili in diversi gruppi a seconda del tipo di agente. Essenzialmente esse sono riconducibili a cinque agenti diversi:

  •  Virus, come il vaiolo, l’Ebola o l’encefalite equina venezuelana;
  •  Batteri, come il Bacillus antracis, la Yersinia pestis che causa la peste bubbonica o la Francisella tularensis che causa la tularemia;
  • Microorganismi, come le Rickettsiae che causano la febbre Q ed il tifo;
  • Funghi, come l’Aspergillus fungi;
  • Tossine, prodotte da microorganismi, piante o animali, come, rispettivamente, nei casi di botulino, ricina e saxitossina.

Secondo l’Enciclopedia delle armi di distruzione di massa, la guerra biologica (in inglese biological warfare) “refers to the use of live organisms, or of toxins produced by living organisms, as weapons against humans, animals or plants. In the modern parlance, there is usually a distinction made between biological warfare and bioterrorism, the latter referring to the terrorist use of biological warfare agents and weapons”.

Alcune scuole di pensiero ritengono che le tossine costituiscano una forma a parte di modalità di combattimento (“toxin warfare”), la quale, per quanto contigua, è comunque distinguibile da quella biologica. Altre scuole di pensiero inseriscono le tossine direttamente nella categoria della armi chimiche. Qui, d’accordo con la maggioranza della letteratura in materia, si è invece deciso di non compiere questa separazione, e pertanto le tossine saranno trattate come gli altri agenti patogeni di natura biologica.

Tutte queste sostanze hanno caratteristiche diverse e danno di conseguenza origine a una vasta serie di agenti utilizzabili contro gli esseri umani, con modalità ed effetti diversificati. E’ importante notare che “while thousands of microbial pathogenes and toxins occur in nature, only some 160 of these have been recognized as having the capacity to harm humans; only about 30 of these are considered likely biological warfare agents”: ciò in definitiva restringe il campo degli agenti da scegliere, sempre che si vogliano selezionare agenti che colpisono l’uomo.

Alcuni degli agenti indicati, per esempio, sono idonei a colpire anche gli animali, mentre altri no; infine ve ne sono alcuni capaci di colpire le coltivazioni. Per essere ideali (ai fini militari), gli agenti dovrebbero presentare congiuntamente le seguenti caratteristiche: possibilità di contagio umano, grande pericolosità (cioè capacità di uccidere o debilitare a lungo), facilità a diffondersi, resistenza alla temperatura ed agli agenti atmosferici (calore, sole, freddo, pioggia sono in grado di danneggiare l’agente), minimo tempo di incubazione, resistenza agli antibiotici ed ai farmaci, possibilità ad adattarsi a diversi vettori (bombe, proiettili d’artiglieria, missili), piccole dimensioni (in modo da passare attraverso filtri e barriere) e, non da ultimo, economicità nella produzione.

La ricerca del “perfetto” agente biologico tiene conto di tutte queste caratteristiche, anche se combinarle tutte insieme fortunatamente non è per niente facile. Ma le ricerche si sono orientate verso certi tipi di agenti piuttosto che altri tenendo a mente questi criteri: ciò spiega le differenze negli studi delle singole tipologie. Non va infine dimenticato che “modern bioengineering techniques can be used to enhance existing biological agents and make them ideal biological weapons”: chi intende usare questo tipo di armi è sicuramente a conoscenza che lo sviluppo delle tecnologie può essere d’aiuto per cercare di raggiungere le caratteristiche biologiche ideali sopra indicate.

Nelle descrizioni successive si esamineranno i principali agenti prestando attenzione a quali di queste caratteristiche essi si avvicinano di più.

I virus

Un virus secondo il Dictionary of epidemiology, è “a microorganism composed of a piece of genetic material (Rna or Dna) surrounded by a protein coat”. I virus sono più piccoli dei batteri, e a differenza di questi ultimi non possono replicarsi da soli: per sopravvivere il virus “must infect a living cell: viruses can reproduce only by entering a host cell and using the translational system of the cell to initiate the synthesis of viral proteins and to undergo replication”. Molti sono i virus conosciuti, ma pochi si prestano ad applicazioni militari: uno dei più studiati e diffusi negli arsenali, è un virus che ha da sempre accompagnato l’uomo mietendo molte vittime, e solo recentemente è sparito: il vaiolo.

Oggi questa malattia è stata debellata ovunque nel mondo, e gli ultimi casi risalgono alla Somalia durante gli anni settanta. Per questo oggi il vaiolo è ai primi posti nella scala di pericolosità dell’amministrazione americana: molta paura fanno i vasti arsenali di vaiolo presenti nell’ex Unione Sovietica, in cui il vaiolo venne prodotto in grandi quantità. La malattia si consegue tramite inalazione, e si manifesta con piccole pustole sulla pelle, accompagnate da febbri, nausea, problemi oculari e vomito: se non curato prontamente, la mortalità è di solito fra il 20 ed il 60% dei colpiti, e molti dei sopravvissuti possono restare cechi.

L’Ebola prende il suo nome da un fiume africano vicino al quale si manifestò la prima epidemia negli anni settanta, ma si è ripresentata in Africa diverse volte. Il virus presenta un periodo di incubazione che può andare da pochi giorni a diverse settimane, ed una volta contratto induce febbre alta, vomito, lesioni a reni e fegato, stanchezza e soprattutto, sanguinamento sia interno che esterno: per questo l’Ebola è conosciuto come “Ebola hemorragic fever”.

La morte sopraggiunge in pochi giorni, e al momento non vi sono ancora trattamenti specifici: il che rende il virus un ottimo elemento per la guerra biologica, anche se non è stato ancora mai usato come arma. Altri tipi di virus possono essere la febbre gialla, studiata dagli americani durante la guerra fredda, il Marburg, anche questo un virus emorragico, endemico in alcune zone africane, e la febbre Dengue, che ha un tasso di mortalità inferiore anche se non curata, ma fa permanere il paziente a lungo in stato di malattia.

L’encefalite equina venezuelana causa malattie sia negli esseri umani che nei cavalli, ed è un virus diffuso soprattutto in America Centrale ed in America del Sud, e sono stati accertati anche casi di contagio umano. Si diffonde soprattutto attraverso le zanzare, e dopo un breve incubazione (meno di una settimana) attacca il sistema nervoso centrale, causando febbre, forti mal di testa, dolori muscolari e successivamente in alcuni casi encefalite (soprattutto nei bambini). La mortalità non è eccessivamente alta, ma ancora oggi non esiste vaccino. L’encefalite equina era studiata dagli Stati Uniti ed in Unione Sovietica.

I batteri

L’Oxford dictionary of biochemistry and molecular biology definisce un batterio come “any of a vast and ubiquitous group of prokaryotic microorganisms that exist as single cells or in clusters or aggregates of single cells”. Certa letteratura ricomprende nella categoria dei batteri le Rickettsiae: eppure queste sono più simili ai virus, e pertanto in termini di sistematica meritano una trattazione separata. Uno dei batteri più famosi nella storia è sicuramente quello della peste (Yersinia pestis), il quale per diversi millenni ha flagellato le popolazioni. Di solito trasmessa da ratti e pulci, la peste può presentarsi in due modi: c’è quella bubbonica e quella polmonare, quest’ultima trasmissibile tramite l’aria, il che la rende ancora più pericolosa.

La letteratura sull’argomento è secolare, e la sua presenza è conosciuta fin dai secoli più antichi: i primi a farne un deliberato uso militare furono i membri dell’Unità 731, che la diffusero attraverso le pulci. Quando una pulce infetta morde un uomo, gli trasmette anche i batteri: da qui si origina la peste bubbonica, che porta a degli ingrossamenti delle ghiandole del sistema linfatico. Se la peste viene a contatto con i polmoni, essa da origine alla peste polmonare, la quale è letale nel 95% dei casi, ha un’incubazione di un paio di giorni e se non curata in una settimana può condurre al decesso.

La peste polmonare per essere diffusa richiede una forma di aerosol, ed era presente soprattutto nell’arsenale sovietico. La peste non forma spore, perciò il batterio è ucciso con
l’esposizione alla luce ed al calore, ma è comunque più resistente di altri batteri. Un altro batterio molto famoso è l’antrace (Bacillus anthracis), la cui versione polmonare (antrace polmonare) è ancora più letale.

Di solito è presente negli animali, ma può facilmente attaccare l’uomo, e nel periodo in cui il batterio non trova un corpo ospitante, rimane in uno stato latente conosciuto come “spora”. In questo modo l’antrace può resistere anche diversi anni apparentemente inerte, ma pronto a colpire qualora venga a trovarsi nell’ambiente giusto, come in un polmone umano, ma anche una ferita cutanea aperta oppure l’intestino. A questo punto l’antrace diversifica la sua letalità a seconda del modo in cui ha attaccato l’essere umano.

Il caso peggiore è l’antrace polmonare, che ha una letalità del quasi 100% e comincia innalzando la temperatura corporea per finire molto presto con fatali problemi respiratori. L’antrace contratta tramite intestino (per esempio perché contenuta nel cibo ingerito) origina diarrea e problemi intestinali, e la sua mortalità è fra il 25 ed il 75%. Quella presa tramite la pelle crea un ulcera sulla pelle o delle pustole, ed è fatale solo nel 20% dei casi.

L’antrace, se non contratto naturalmente tramite il contatto con animali che ne possono essere soggetti (pecore, cammelli, antilopi, capre o bestiame analogo) presenta delle ottime caratteristiche belliche, quali facilità di contrazione, la resistenza (si pensi al caso dell’isola di Gruniard), e l’estrema letalità (in tempi brevi), soprattutto nel caso della forma
polmonare. Inoltre le spore anche dopo anni di inattività sono in grado di essere perfettamente efficienti. La sua efficacia è stata involontariamente testata nel 1979 a Sverdlovsk, ed ingenti quantitativi erano presenti negli arsenali sovietici. Allo stesso modo anche gli americani avevano sperimentato molto l’antrace, ma i depositi vennero distrutti nel 1972.

La fama dell’antrace ha poi raggiunto dimensioni mondiali quando gli Stati Uniti ne sono stati attaccati nel 2001, e nel mondo molti hanno tentato di imitare questi comportamenti, al punto che non è stato raro sentire falsi allarmi o simboliche buste “polverose” sporcate di polveri inerti ma in grado lo stesso di suscitare allarme. La tularemia (Francisella tularensis) è conosciuta anche come “febbre del coniglio” e si trasmette tramite zecche o insetti, ma può essere contratta anche tramite l’ingestione di cibo o acqua contaminata o respirando aria contaminata.

Anche la tularemia presenta sintomi diversi a seconda del contagio, cominciando da croste
sulla pelle in caso di infezione cutanea, dolori allo stomaco, diarrea e vomito in caso di assunzione tramite cibo o acqua e febbre ed effetti simili alla polmonite se l’infezione è avvenuta per via aerea, la più grave, e letale nel 35% dei casi. Il batterio della tularemia resiste abbastanza bene all’aria aperta o nel suolo. Prima del 1972 era parte dello stock biologico americano ed era studiata anche dai russi.

Il colera è un altro batterio che ha causato nei secoli molti decessi. Spesso associato a precarie condizioni igieniche e particolarmente idoneo ad annidarsi nell’acqua contaminata, qualche rara volta è successo che si sia ripresentato colpendo nei paesi occidentali, anche se sempre per cause diverse da quelle terroristiche. Il colera dopo una breve incubazione (di norma un paio di giorni) attacca il sistema digestivo, causando diarrea, vomito, disidratazione e perdita di acqua.

Alquanto semplice da curare, richiede inoltre la somministrazione di molta acqua al paziente; se non curato è mortale nel 50% dei casi. Difficilmente si presta ad un uso militare in quanto per la sua sopravvivenza il batterio richiede di vivere nell’acqua, ed una contaminazione di una rete idrica oggi sarebbe facilmente scongiurata dalle sostanza disinfettanti usate. La morva, causata dal batterio Burkholderia mallei di solito infetta asini ed equini, ma può attaccare anche gli esseri umani, e può colpire sia la pelle che l’apparato respiratore: in entrambi i casi la mortalità è molto alta.

Vi sono alcuni studi che riportano un tentativo di attacchi di morva fatti dai tedeschi durante la prima guerra mondiale contro gli animali alleati, ed altri evidenziano l’uso della morva da parte dei giapponesi contro i prigionieri durante la seconda guerra mondiale.

Microorganismi “Rickettsiae”

I microorganismi del tipo Rickettsiae sono “una famiglia di microorganismi patogeni, parassiti obbligati di cellule eucariote”, e presentano delle differenze che le rendono idonee di una classificazione a parte. Una delle malattie più famose della categoria è la febbre Q, causata dalla rickettsia Coxiella Burnetti. È diffusa da zecche, e usualmente colpisce bestiame come capre e pecore, nelle quali generalmente non comporta patologie particolari. Si può trovare nel latte e nelle feci degli animali in questione, e possono di conseguenza essere inalati o ingeriti tramite cibo contaminato: di solito questa malattia attacca chi ha a che fare con questi animali.

La febbre Q è particolarmente resistente al calore ed alla mancanza d’acqua, e può colpire un essere umano anche in dosi molto basse, anche se si manifesta in una bassa percentuale delle persone colpite: quando si manifesta produce febbre alta, nausea, vomito, diarrea e dolore al petto. Raramente uccide, ma può provocare l’insorgere di altre malattie, come le polmoniti o le epatiti; in alcuni casi può cronicizzarsi. La febbre Q era parte dell’arsenale americano.

La febbre “Rocky Mountains” si origina dalla rickettsia Rickettsia rickettsiae, e di solito colpisce gli animali, da cui passa nelle zecche che si nutrono degli animali infetti. Se colpisce l’uomo è capace di provocare dolori muscolari, mal di testa, producendo poi esantemi che si diffondono sul corpo. Risulta mortale intorno al 20-25% dei casi.

Funghi

I funghi sono definiti come “non-motile, non photosintetic and chiefly multicellular organisms that adsorb nutrients from dead or living organisms”. Seppur meno diffusi degli altri agenti biologici, va ricordato che l’Aspergillus fungi è un genere che comprende circa duecento muffe, alcune delle quali sono dannose per l’uomo, soprattutto le pericolose aflatossine. Comunque generalmente la loro letalità non è elevata: piuttosto alcuni sono idonei a danneggiare i raccolti, ed è per questo che prima del 1972 gli americani ne studiarono diversi tipi. Ai funghi sono preferiti altri tipi di armi biologiche, più efficienti e letali.

Le tossine

Le tossine sono “any various specific poisonous substances that are formed biologically […] furthermore the term is sometimes extended to include synthetic poisonous substances”. A differenza delle tossine chimiche, che sono assemblate in laboratorio, quelle biologiche sono prodotte naturalmente. Rispetto alle altre forme sopra indicate, le tossine non si riproducono: questo significa che attaccano solamente la vittima designata. Le tossine sono distinguibili in tossine naturali ed artificiali: quelle naturali, a loro volta, possono essere animali (come i veleni dei serpenti, degli anfibi, dei pesci o degli insetti, per fare alcuni esempi) o vegetali, come quelli prodotti dalle piante.

Tutte queste sono sostanze che non danneggiano il soggetto che li produce, anzi. Uno studio del 2001, riprendendo uno studio russo dei primi anni novanta, cataloga ben cinque tipi di tossine fra quelle rilevanti dal punto di vista militare, e cioè:

  • Toxins of microorganisms: botulinum toxins, enterotoxin A, Staphylococcus aureus, neurotoxin Shigella dysenteriae;
  • Toxin of animal origin: tetrodotoxin, conotoxins, palytoxin, batracotoxin;
  • Toxins of plants and seaweed toxins: Modeccin, abrin, maitotoxin, brevetoxin, ricin, saxitoxin;
  • Neuropeptides: endothelin, dermophin, amilyn.

Sono possibili anche altre classificazioni, come ad esempio ripartire le tossine sulla base degli effetti (tossine che attaccano l’apparato digestivo, che distruggono le cellule, gli organi, che causano sanguinamento). Premessa la generale tossicità (come indica il nome), di seguito si tratteranno solamente quelle più rilevanti dal punto di vista bellico. Una tossina molto famosa ed ancora oggi diffusa è il botulino, che deriva dal batterio Clostridium botulinum, che di per sé non è tossico.

Le tossine che rilascia, invece, agiscono sul sistema nervoso impedendo il movimento dei muscoli: in sostanza, il soggetto colpito viene presto afflitto da paralisi, preceduta da una breve incubazione e da vomito, mal di testa, debolezza di stomaco e dolore agli arti. La paralisi poi raggiunge il sistema respiratorio, e con essa sopraggiunge la morte. Il botulino “has long been considered an ideal agent for warfare because it oxidizes rapidly on exposure to air so an area attacked with the toxin aerosol would be safe to enter fairly soon after the attack”.

Il botulino di solito si origina da un’errata conservazione di sostanze alimentari. Non va dimenticato che questa tossina è una delle più nocive per l’uomo: tuttavia alcune applicazioni sono sfruttate a fini medici e di cosmesi. Gli esiti di un’infezione da botulino sono quasi sempre mortali, e ne bastano quantità molto minute: esse erano parte dell’arsenale americano ed erano state anche studiate dall’Iraq prima del 1991.

Un’altra tossina divenuta celebre è la ricina, capace di uccidere in quantità microscopiche e vietata dalla convenzione sulle armi chimiche. Si estrae dalla pianta del ricino, ed è in grado di attaccare il sistema polmonare e circolatorio anche in piccolissime dosi. Gli attentati di Londra del 1978 hanno adeguatamente provato la terribile pericolosità della ricina in caso di ferimento di un essere umano; comunque questa tossina non è mai stata applicata militarmente su vasta scala.

Secondo un recente studio “ricin as a toxin is deadly but as an agent of bioterror it is unsuitable and therefore does not deserve the press attention and subsequent public alarm that has been created”, a causa dell’alto volume di tossine richieste per ottenere un risultato su vasta scala. La necessità di maneggiare un grande ammontare di ricina inevitabilmente permetterebbe di svelare l’attacco, vanificandone il risultato o comunque limitandolo.

I vettori

Una volta entrati in possesso dell’agente biologico si pone il problema di come permettergli di colpire il bersaglio: fornirgli cioè un vettore, un mezzo che consenta all’agente patogeno di essere trasportato dall’attaccante all’attaccato. La scelta dei vettori risente, come per tutte le altre armi di distruzione di massa, degli sviluppi della tecnologia, seppure con certe differenze. Ammesso anche di avere a disposizione un agente biologico con tutte le caratteristiche ideali indicate sopra, esso sarà inservibile se, per esempio, viene rilasciato in una terreno molto caldo o molto freddo, oppure se appena rilasciato i raggi ultravioletti lo neutralizzeranno.

Allo stesso modo può rivelarsi fatale l’errore nel determinare il vento, e magari fare sì che l’agente venga sospinto sulle linee di chi lo ha lanciato. Il problema del vettore si rivela così essenziale per la determinazione del risultato militare: in altre parole “in order to process biological agents into a viable weapon, a producer must make them capable of surviving storage and dissemination”. Infine, alcuni agenti, come i virus, hanno il vantaggio di replicarsi e di diffondersi: in questo caso la possibilità di contagio tramite aria è essenziale.

Altri invece non si replicano, e pertanto se la dose rilasciata è troppo bassa potrebbero non avere effetti. In contesti come quelli delle grandi metropoli, un virus capace di trasmettersi per via aerea rappresenterebbe uno dei vettori migliori: molti studi hanno dimostrato che in questo caso non occorrerebbero tecnologie specifiche, ma solo il rilascio in alcune aree di grande concentrazione e passaggio di persone, come la metropolitana o un centro commerciale.

Per prima cosa va esaminato il vettore: non serve a nulla un idoneo agente ed un idoneo contesto ambientale se poi il vettore fallisce il trasporto. Gli agenti biologici possono essere dispersi in molti modi: tralasciando il contagio persona-persona, che non richiede un vettore particolare se non i corpi delle persone stesse, alcuni modi possibili sono la diffusione tramite proiettili d’ artiglieria, bombe, missili o razzi al cui interno sia creata una cavità tale da essere riempita con l’aggressivo biologico.

Al momento dello sparo è importante evitare che il calore neutralizzi il contenuto, così come che all’arrivo sia possibile che questo si disperda adeguatamente bene. Inoltre l’agente dev’essere in un formato idoneo a diffondersi bene nell’aria, come ad esempio un aerosol. Rispetto alle armi chimiche (anch’esse trasportabili in munizioni, bombe, razzi o missili) quelle biologiche possono agire anche tramite insetti o animali: gli esperimenti giapponesi hanno confermato questa possibilità.

Questi esseri non solo hanno la possibilità di attaccare l’uomo contaminandolo con i propri umori (come le zecche, i pidocchi, le zanzare) ma possono contaminare l’acqua abbeverandosi o, nel caso di animali commestibili, essere mangiati o munti e così diffondere la malattia: questo è un ottimo sistema anche per attaccare altri animali o i raccolti, nonché per infettare le filiere di produzione del cibo umano. Chiaramente in questo ultimo caso la presenza di controlli sanitari sulle filiere alimentari sarà probabilmente in grado di neutralizzare l’attacco.

E’ possibile anche aspergere l’agente con aerei o con spruzzatori: è chiaro che questi comportamenti sono difficili da porre in pratica senza farsi notare. A fianco di queste modalità, il contagio da persona a persona è un altro metodo, anche se può avvenire solo con gli agenti trasmissibili per via aerea; tuttavia in alcuni contesti a forte presenza umana (come le metropoli) può rivelarsi un vettore ideale.

Infine vi è la possibilità di contaminazione di impianti idrici, anche se questi sono controllati e prevedono dei meccanismi di sterilizzazione abbastanza efficienti. Rimane poi da affrontare il problema dell’ambiente in cui l’agente è rilasciato. Moltissimi batteri e virus, ad esempio, hanno difficoltà a resistere a lungo se si trovano fuori dalle loro condizioni ottimali. Idealmente per raggiungere una buona diffusione un agente biologico ha bisogno di temperature miti, scarsa presenza o meglio assenza di raggi ultravioletti, basso vento e niente pioggia.

Verificatesi queste condizioni, rimane da prevedere il tempo di incubazione prima che l’agente si trasformi in patologia, il che potrebbe richiedere tempo prima che i sintomi si manifestino in modo tale da dare risultati militari. Tutti questi elementi rendono molto complesso prevedere un attacco biologico come una fase di un attacco convenzionale: il rilascio invece di sostanze nei cibi, come in Oregon, o tramite il sistema postale si sono rivelati mezzi eccellenti.

In conclusione, nonostante le grandi potenzialità, gli agenti biologici presentano notevole complessità nel loro rilascio per essere efficienti: questo può far si che uno Stato in termini strategici non si affidi molto alle armi biologiche, ricorrendo invece a mezzi più efficienti. Ma considerando invece la semplicità di rilasciare dei virus o dei batteri per seminare il caos, ecco che un soggetto terroristico potrebbe sfruttare queste difficoltà per usarle a proprio favore.

Il bioterrorismo

Nonostante la complessità nella creazione, gestione e stoccaggio delle armi biologiche le renda non eccessivamente semplici da reperire, i pochi casi avvenuti dimostrano che la possibilità di usare agenti patogeni non rientra solo nelle disponibilità degli stati ma anche in quella dei gruppi terroristici. Sicuramente, rispetto alle armi nucleari, l’arma biologica ha una serie di vantaggi “tecnici” non indifferenti, permettendo un attacco anche a personale con scarse conoscenze in materia.

Questa possibilità è divenuta ancora più attuale dopo il collasso del mondo bipolare, e nella successiva ascesa di strutture substatali ugualmente capaci di infliggere danni rilevanti. Da ciò è nato il neologismo “bioterrorismo”, che si riferisce al possibile uso di agenti biologici da parte di terroristi o, secondo l’Unione Europea “la minaccia di attentati con agenti biologici”. La definizione che il governo americano da al sostantivo è rinvenibile sul sito www.cdc.gov (Center for disease control and prevention) e afferma che un attacco bioterroristico “is the deliberate release of viruses, bacteria or other germs (agents) used to cause illness or death in people, animals or plants. These agents are tipically found in nature, but it is possible that they could be changed to increase their ability to cause disease, make them resistant to current medicines, or to increase their ability to be spread in the environment. Biological agents can be spread through the air, through water, or in food”.

Essi vengono divisi dal CDC in tre categorie, sulla base della facilità di diffusione e della gravità degli effetti che provocano (dalla malattia alla morte).

Categoria A: sono gli agenti e le tossine più pericolose, in quanto:

  •  Si trasmettono facilmente da persona a persona;
  •  Sono capaci di produrre un’alta incidenza di mortalità e hanno un grosso impatto sulla salute;
  •  Possono causare panico nella popolazione;
  •  Richiedono azioni speciali per il sistema sanitario.

Categoria B:

  • Sono abbastanza facili da diffondere;
  • Danno origine a malattie di media intensità e bassi livelli di mortalità;
  • Richiedono specifici miglioramenti dei laboratori del CDC e un attento controllo della malattia.

Categoria C: questa categorie riguarda la possibilità di nuovi agenti patogeni che possono essere creati per una diffusione di massa, in quanto:

  • Sono facilmente disponibili;
  • Sono facilmente prodotti e diffusi;
  • Hanno la potenzialità di un’alta morbilità e incidenza di mortalità, e rilevanti effetti sulla salute.

Gli Stati Uniti sono al momento all’avanguardia per quanto riguarda le politiche antiterrorismo biologico. I programmi di controterrorismo e la “biological surveillance” sono ai primi posti nelle agende dell’Fbi e della Cia, così come nelle dichiarazioni del Presidente Obama, e questo perché il terrorismo biologico ha una pesante serie di implicazioni che travalicano il solo dato patologico, di per sé già grave. Senza ipotizzare scenari apocalittici ma basandosi solo sui dati degli attacchi avvenuti, un attacco biologico innanzi tutto semina panico e paura. Paura per la propria vita, per quella dei propri affetti,
paura perché “non si sa” e “non si vede” il nemico.

Per prima cosa le farmacie e le strutture sanitarie sono messe sotto pressione da centinaia di persone – o migliaia, o più, a seconda dell’area attaccata – che chiedono informazioni o che lamentano i sintomi, reali o presunti, della patologia scatenata. In brevissimo tempo il sistema sanitario collassa o raggiunge livelli critici: gli ospedali si riempiono, vengono inevitabilmente trascurate delle norme igieniche per far posto a tutti i ricoverati, il personale non basta.

Se molti casi sono magari frutto di allarmismo, altri che non sono curati in tempo possono dare origine a decessi, aumentando ancora di più la paura. Chi è in grado potrebbe allontanarsi dall’area, generando così volumi di traffico che rallenterebbero il sistema dei trasporti, e magari aiuterebbero a spargere l’agente su un’area più vasta. La grande diffusione della malattia paralizzerebbe l’economia, i servizi pubblici e privati, con ulteriore difficoltà per la comunità e costi economici rilevanti, per non parlare dell’inevitabile calo di presenze turistiche e la difficoltà di far giungere i beni di prima necessità, che verrebbero a scarseggiare in breve tempo (con conseguente aumento dei loro prezzi).

In tutto questo calcolo non vanno poi dimenticati i decessi, che potrebbero presentarsi se non curati per tempo, siano essi dovuti a mancanza di farmaci, di strutture sanitarie o a eccessivo tempo nell’individuazione della patologia. Quello che qui può sembrare un’utopia potrebbe essere la sola superficie di ulteriori e più complicati eventi che si potrebbero generare e che in alcuni casi si sono puntualmente rivelati.

A guadagnarne sarebbe l’organizzazione attaccante, che vedrebbe perfettamente realizzato il suo scopo: più che colpire arrecando morti, raggiungere lo scopo del terrorismo come teorizzato da Antolisei, cioè “l’uso del terrore, cioè di una violenza indiscriminata e spietata allo scopo di spargere il panico nella collettività o in parte di essa”. Per questo motivo oggi si è più propensi a immaginare un attacco con armi biologiche compiuto da organizzazioni terroristiche più che da forze militari convenzionali. L’insidiosità e la paura del contagio sono infatti ottimi alleati per chi cerca di perseguire progetti di destabilizzazione piuttosto che risultati tattici immediati.

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 42

a cura di Cornelio Galas

Marinai affettano un prosciutto a bordo di una nave nel porto di Patrasso nella primavera 1941

Rovine della reggia di Cnosso a Creta nella primavera 1941

Rovine della reggia di Cnosso a Creta nella primavera 1941

Rovine della reggia di Cnosso a Creta nella primavera 1941

Rovine della reggia di Cnosso a Creta nella primavera 1941

Un muro affrescato della reggia di Cnosso a Creta nella primavera 1941

Ufficiali italiani fra le rovine della reggia di Cnosso a Creta nella primavera 1941

Rovine della reggia di Cnosso a Creta nella primavera 1941

Ufficiali italiani fra le rovine della reggia di Cnosso a Creta nella primavera 1941

Prigionieri italiani al campo di concentramento di Creta nella primavera 1941

Prigionieri italiani al campo di concentramento di Creta nella primavera 1941

Due militari a Creta nella primavera 1941

Gruppo di civili a Creta nella primavera 1941

Una chiesetta di Creta nella primavera 1941

Sbarco del generale Ettore Bastico a Creta nella primavera 1941

Il generale Ettore Bastico in un gruppo di militari fra i civili di Creta nella primavera 1941

Il generale Ettore Bastico in un gruppo di militari su una imbarcazione a Creta nella primavera 1941

Il generale Ettore Bastico a colloquio con il generale Julius Ringel a Creta nella primavera 1941

Un muro della reggia di Cnosso a Creta nella primavera 1941

Veduta della reggia di Cnosso a Creta nella primavera 1941

Militari fra le rovine della reggia di Cnosso a Creta nella primavera 1941

Un militare con un uomo e una bambina a Creta nella primavera 1941

Il generale Ettore Bastico su un’autovettura a Creta nella primavera 1941

Il generale Ettore Bastico con militari e civili a Creta nella primavera 1941

Prigionieri italiani in attesa della visita del generale Ettore Bastico a Creta nella primavera 1941

Il generale Ettore Bastico parla alle truppe della brigata “Regina” a Creta nella primavera 1941

Gruppo di camicie nere a Creta in occasione della visita del generale Ettore Bastico nella primavera 1941

Il generale Ettore Bastico passa in rassegna le truppe della brigata “Regina” a Creta nella primavera 1941

Il generale Ettore Bastico incontra i prigionieri italiani a Creta nella primavera 1941

Gruppo di camicie nere a Creta in occasione della visita del generale Ettore Bastico nella primavera 1941

Il generale Ettore Bastico visita l’ospedale di San Nicola a Creta nella primavera 1941

Cameratismo fra soldati italiani e tedeschi nella primavera 1941

Cameratismo fra soldati italiani e tedeschi nella primavera 1941

Cameratismo fra soldati italiani e tedeschi nella primavera 1941

Navi inglesi attaccate da aerei nella primavera 1941

Navi inglesi attaccate da aerei nella primavera 1941

Navi inglesi attaccate da aerei nella primavera 1941

Interno di un aereo mentre attacca una nave inglese nella primavera 1941

Mitragliere all’interno di un aereo mentre attacca una nave inglese nella primavera 1941

Il generale Ettore Bastico in visita all’isola di Samo nella primavera 1941

Panorama di Samo visto da un aereo in volo nella primavera 1941

Panorama di Samo visto da un aereo in volo nella primavera 1941

Il generale Ettore Bastico con altri ufficiali al porto degli idrovolanti a Samo nella primavera 1941

Il generale Ettore Bastico passa in rivista una truppa a Samo nella primavera 1941

Il generale Ettore Bastico in visita a Samo incontra la popolazione locale nella primavera 1941

Il generale Ettore Bastico in visita a Samo incontra la popolazione locale nella primavera 1941

Il generale Ettore Bastico in visita a Samo nella primavera 1941

Militari in una piazza di Samo nella primavera 1941

Militari e civili in una piazza di Samo nella primavera 1941

Interno di una bottega di barbiere a Samo nella primavera 1941

Militari a passeggio al porto di Samo nella primavera 1941

Militari a passeggio al porto di Samo nella primavera 1941

Militari al porto di Samo nella primavera 1941

La bandiera italiana a poppa di un mas nel porto di Samo nella primavera 1941

Un mas nel porto di Samo nella primavera 1941

Idrovolante alla fonda a Samo nella primavera 1941

Un mas nel porto di Samo nella primavera 1941

Il generale Ettore Bastico su un’imbarcazione si appresta a lasciare Samo nella primavera 1941

Veduta di Samo da un idrovolante in volo nella primavera 1941

Veduta di Samo da un aereo in volo nella primavera 1941

Sbarco di marinai di ritorno da Creta a Rodi nella primavera 1941

Sbarco di marinai di ritorno da Creta a Rodi nella primavera 1941

Sbarco di marinai di ritorno da Creta a Rodi nella primavera 1941

Nave inglese brucia dopo essere state colpita nella primavera 1941

Nave inglese brucia dopo essere state colpita nella primavera 1941

Nave inglese brucia dopo essere state colpita nella primavera 1941

Pezzi di artiglieria di una nave da guerra nella primavera 1941

Marinai in azione ai pezzi di artiglieria di una nave da guerra nella primavera 1941

Marinai in azione ai pezzi di artiglieria di una nave da guerra nella primavera 1941

Marinai in azione ai pezzi di artiglieria di una nave da guerra nella primavera 1941

Apparecchio inglese abbattuto nella primavera 1941

Due militari con un cane da guerra

Un militare con un cane da guerra

Militari con cani da guerra

Un militare con un cane da guerra

Militari con cani da guerra

Militari con cani da guerra

Militari con cani da guerra

Cani da guerra

Militari con cani da guerra

Militari con cani da guerra

Militari con cani da guerra

L’ammiraglio Alberto Marenco di Moriondo a bordo di un idrovolante diretto a Patrasso per assumere il comando dell’incrociatore “Bari” nella primavera 1941

L’ammiraglio Alberto Marenco di Moriondo a bordo di un idrovolante diretto a Patrasso per assumere il comando dell’incrociatore “Bari” nella primavera 1941

L’ammiraglio Alberto Marenco di Moriondo sull’incrociatore “Bari” a Patrasso incontra l’ammiraglio Vittorio Tur per la sostituzione al comando nella primavera 1941

Veduta del porto di Patrasso nella primavera 1941

Paesaggio di Patrasso nella primavera 1941

Cimitero italo tedesco dove riposano le salme del comandante Monodio, del tenente Cren e del sottotenente pilota deceduti in volo il 3 giugno 1941 nella primavera 1941

Mas al porto di Argostoli nella primavera 1941

Entrata del comando del battaglione delle camicie nere da sbarco ad Argostoli nella primavera 1941

Militari ad Argostoli davanti la sede della Idrosezione, ricognizione marittima lontana nella primavera 1941

Ricostruzione da parte del genio ferrovieri del viadotto di Borovnica a Lubiana nella primavera 1941

I soldati del genio ferrovieri ricostruiscono il viadotto di Borovnica a Lubiana nella primavera 1941

Ricostruzione da parte del genio ferrovieri del viadotto di Borovnica a Lubiana nella primavera 1941

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ECO PERCHE’ l’E’ COSI’ FRET DA NOI …

di Cornelio Galas

No càpita – dopo na Pascua alta, almem – de sentìr, en d’en bar, domandar en brulè. Va bèm, va bèm, el temp, ‘l cul e i siòri, se sa, i fa quel che i vòl lòri. Ma no l” quéla so mare, no l’è quel el concèto… No gh’è pù le méze stagiòm? Ma alora se dovrìa passar da l’inverno a l’istà, saltando la primavera. No tornar endrìo a l’inverno. Epùr cosìta la và en sti dì chì. Dove pù che vestirse a zìgola te convèi tòrte drìo el paltò, el piumìm …

E meno male che el Giuliaci, su Canale zinque, temp fa el diséva che avréssem tut mal podù far le grigliade almem el lùni dopo Pascua. Giust stamatina l’ha dit che vegnirà, se se pòl, ancor pu frét … senza spiegar perché qualche dì fa l’aveva dit tut viceserva.

Quel che me par a mi l’è ‘nvéze che l’è vera che ‘l mondo se ‘l se sta scaldando semper de pù là dove fim a qualche am fà l’era frét. Là dove i giàzi i se còla. Perché fa fret da noi adés? Ve ‘l spiego mi valà. L’è che al Polo Nord zamài i ha ‘mpizà tuti el climatizatór. Senza però seràr le porte. Così l’aria freda la vèi zò da noi. Ghe sol da sperar che st’istà no i ne manda anca el cont…

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ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA – 2

a cura di Cornelio Galas

La fissione nucleare

La scoperta della fissione nucleare risale alla metà degli anni trenta, ed è stata all’origine del Progetto Manhattan e della successiva sfruttabilità militare dell’energia atomica. Nelle armi nucleari a fissione, dette anche “bombe atomiche” (da qui il nome di bomba A, in inglese Abomb) possono essere usati o l’uranio od il plutonio. L’uranio è un elemento chimico della serie degli attinidi, dal numero atomico 92, presente in natura, mentre il plutonio (attinide pure lui), dal numero atomico 94, è un materiale artificiale, derivato dall`arricchimento dell’uranio 238.

La fissione nucleare avviene quando alcuni neutroni colpiscono una sufficiente quantità, definita “massa critica”, o di plutonio 239 o di uranio 235, secondo la seguente formula:
235U + n → 236U → fission

Tale reazione produce un’instabilità nell’atomo di uranio 235, il quale diviene per brevissimo tempo uranio 236. Per addivenire ad una configurazione più stabile, nell’arco di pochissimi milionesimi di secondo l’atomo di uranio 236 si scinde in due atomi più leggeri, ciascuno dei quali è composto da circa la metà dei protoni e dei neutroni presenti nel nucleo originale. Durante tale fase si libera una grande quantità di energia, raggi gamma e ulteriori neutroni, i quali a loro volta vanno a colpire altri atomi, scindendoli a loro volta.

La reazione a catena che ne deriva prosegue a seconda della quantità di materiale fissile presente: se la reazione non è controllata con qualche elemento che sia in grado di assorbire i neutroni (come, ad esempio, la grafite, come scoperto da Fermi) la reazione in pochissimi istanti realizza la fissione nucleare, e cioè lo stesso effetto dei primi ordigni bellici rilasciati su Hiroshima e Nagasaki.

Pertanto, a differenza delle applicazioni civili, nelle bombe atomiche la reazione prosegue incontrollata fino all’esaurimento del materiale fissile. Esistono due differenti modi di innesco di una bomba atomica: il primo consiste nello “sparare” contro un bersaglio di materiale fissile un “proiettile” composto dallo stesso materiale fissile; il secondo, più complesso, si ottiene circondando il materiale fissile di esplosivo convenzionale. Facendo detonare tale esplosivo si comprime il materiale fissile, che di conseguenza esplode. Le due modalità vennero testate già nel corso degli attacchi a Hiroshima e Nagasaki.

La fusione nucleare

La fusione nucleare si muove in direzione esattamente opposta alla fissione. Nel corso del processo di fusione nucleare due elementi leggeri si combinano (si “fondono”, appunto) per creare un elemento più pesante. Tale reazione, che comunque richiede una grande quantità di energia per essere realizzata, è capace di sprigionare un’energia di dimensioni enormi. La fusione nucleare è la tipica forma di energia con la quale si alimenta il sole e, più in generale, ogni stella.

Dopo i primi studi teorici negli anni trenta, gli esperimenti proseguirono per una ventina di anni finchè, verso la fine degli anni quaranta si arrivò verso la vera e propria realizzazione della bomba. Una reazione termonucleare richiede un’enorme quantità di energia per iniziare, e avviene allo stato di plasma (uno stato che naturalmente non esiste sulla terra), cioè in una condizione nella quale gli elettroni si separano dai relativi nuclei.

Come evidente, l’energia per permettere una separazione di questo tipo dev’essere molto notevole: questo è il motivo per cui nelle stelle, dove le temperature sono elevatissime, è normale che la materia si trovi allo stato di plasma, cosa che invece non avviene sulla Terra. Pertanto, con la realizzazione di una temperatura di milioni di gradi è possibile permettere ai singoli nuclei di fondersi insieme, vincendo le ordinarie forze che normalmente li allontanerebbero.

Gli isotopi dell’idrogeno, cioè il deuterio ed il trizio, sono gli elementi ideali per realizzare una fusione nucleare: tale reazione determina la creazione del più pesante atomo di elio, nonché il rilascio di un neutrone, oltre che un’enorme quantità di energia, ed è riassumibile nel seguente modo:
D + T → He + n

In una bomba termonucleare occorre innanzi tutto generare un’energia sufficiente affinché la fusione abbia inizio, mediante l’esplosione del primary stage, cioè una fissione nucleare, in grado di produrre una temperatura di alcuni milioni di gradi. Tale calore è convogliato verso uno stadio secondario, nel quale si trovano gli elementi destinati a fondersi. Nell’arco di alcune frazioni di secondo si sviluppa la reazione di fusione, la quale genera una fortissima esplosione, una quantità di luce visibile anche a molto chilometri di distanza e capace di accecare, un calore elevatissimo e, naturalmente, il fallout radioattivo.

La resa delle bombe H si misura non in chilotoni come quella delle bombe atomiche, ma in
megatoni.

L’evoluzione dei vettori

Una volta dominata l’energia atomica, per renderla militarmente efficiente occorreva trovare un mezzo idoneo a trasportare l’ordigno presso il luogo dell’esplosione. Inizialmente le armi nucleari erano utilizzabili solo mediante il rilascio da parte di appositi bombardieri, detti strategici: la modalità era analoga a quelle della seconda guerra mondiale. Ma gli sviluppi nucleari probabilmente avrebbero condizionato meno il mondo se non vi fosse stata un analogo sviluppo delle tecnologie di trasporto (i vettori) delle armi stesse. L’evoluzione dei sistemi missilistici è stata, ed è ancora oggi, centrale per gli equilibri geopolitici delle superpotenze, soprattutto in Europa.

Al pari, la nascita di sistemi antimissile si rivelò in grado di alterare il delicato equilibrio che le superpotenze stavano raggiungendo. Da strumenti per andare in orbita i missili furono da subito sfruttati per le loro capacità di trasporto di testate nucleari (e, seppure in minor misura, anche chimiche o addirittura biologiche) su lunghissime distanze, senza più
necessità di ricorrere all’aviazione ed al relativo dominio dello spazio aereo. Comprendere l’evoluzione della missilistica moderna richiede per prima cosa una precisazione terminologica. Se spesso termini come “razzo” e “missile” sono usati in modo intercambiabile, in realtà sono tecnologie che presentano aspetti differenti.

Inoltre la stessa categoria dei missili è soggetta a diverse suddivisioni al suo interno, derivate dallo sviluppo che vi è stato negli ultimi cinquant’anni, e che alla fine ha avuto ripercussioni anche sui ruoli tattici e strategici della missilistica. Pertanto, se in senso lato i due termini sono idonei ad indicare qualsiasi oggetto volante capace di muoversi grazie alla spinta che gli deriva dalla combustione di un propellente, in senso più tecnico i due sistemi presentano notevoli differenze.

Lo studio qui realizzato non si occuperà di sistemi quali il bazooka, i missili anticarro o aria-aria (cioè sparati da aerei contro aerei), ma analizzerà l’impatto della missilistica moderna sulle armi di distruzione di massa, in particolare quelle nucleari. Anche i sistemi sopra citati sfruttano (in scala più ridotta) i medesimi principi che muovono i missili a testata nucleare; stante però le loro dimensioni minute sono in grado di trasportare solo esplosivo convenzionale.

I razzi propriamente detti sono una scoperta molto antica, e per questo di difficile datazione: si ipotizza comunque che siano stati ideati in Cina, e che fossero utilizzati sia per fini ludici (i fuochi artificiali) che militari: sembra comunque chiaro che lo sviluppo dei razzi sia legato a quello della polvere da sparo. Il loro principio di funzionamento si basa sull’espulsione di gas combusti da un ugello presente alla base del razzo: in tale modo esso viene sospinto. Il razzo è un “veicolo o proiettile non guidato che può essere lanciato lungo una traiettoria sfruttando la spinta esercitata da un endoreattore, cioè un motore a reazione che, possedendo al suo interno il combustibile ed il comburente, può prescindere dalla presenza dell’ossigeno per essere attivato”.

Gli studi compiuti nel XIX e nel XX secolo portarono al primo massiccio uso dei razzi militari durante la seconda guerra mondiale: particolare impatto ebbero soprattutto i razzi russi, soprannominati “Katyusha” lanciati in salve da veicoli appositamente attrezzati. Il rumore che emettevano e l’effetto psicologico era violentissimo: il nomignolo che venne dato ai veicoli era “Organo di Stalin”. Questi sistemi, debitamente evoluti, sono in uso ancora oggi, anche se con finalità tattiche.

A fianco degli studi sui razzi, che erano in generale già nel patrimonio culturale di tutte le potenze belligeranti, ben più interessanti si rivelarono gli studi in materia missilistica, nei quali i tedeschi erano nettamente all’avanguardia: come per le tecnologie nucleari, anche quelle missilistiche affondano le loro radici dei delicati anni della seconda guerra mondiale. I missili di oggi rappresentano senza dubbio l’evoluzione degli studi tedeschi: i loro discendenti oggi sono classificabili in moltissimi modi diversi, e hanno applicazioni militari alquanto vaste.

Per ciò che riguarda la possibilità di trasporto di testate nucleari (ma anche convenzionali, chimiche e biologiche) i missili sono detti “strategici”. I missili balistici (in inglese ballistic missiles) si contraddistinguono perchè le fasi “intermedia e finale della traettoria sono soggette alle leggi della balistica”. I missili da crociera (cruise missiles) sono missili “a lungo raggio capaci di trasportare un carico bellico ad armamento convenzionale o nucleare sfruttando caratteristiche aerodinamiche che gli permettono il volo radente sulla superficie del terreno o del mare”.

A loro volta i missili balistici sono divisibili in diversi modi, a seconda della loro zona di lancio (terraferma o mare) e a seconda del loro raggio di azione, secondo la seguente distinzione:

  • Missili per uso tattico (sul campo di battaglia);
  • Missili di teatro, o medio raggio, detti IRBM (Intermediate-range ballistic missile), con    una gittata compresa fra i 160 e i 3.200 chilometri;
  • Missili intercontinentali, o ICBM (Intercontinental ballistic missile).

Lo sviluppo delle tecnologie antesignane dei missili fu condotto dai tedeschi, in quanto Hitler prediligeva particolarmente questo tipo di ricerche rispetto a quelle nucleari: “con la creazione di questi missili, la Germania piantò i semi che germogliarono nelle armi di distruzione di massa della guerra fredda”. Dopo la sconfitta subita dalla Luftwaffe durante la “Battaglia d’Inghilterra”, Hitler voleva tornare a terrorizzare i cieli della Gran Bretagna a tutti i costi.

Nel famoso impianto di Peenemunde, in Germania, i tedeschi stavano segretamente testando un nuovo tipo di armi con propulsione a razzo, senza pilota, che potevano caricare una testata di esplosivo convenzionale. I primi esperimenti furono deludenti: i razzi cadevano in direzioni sbagliate o spesso non riuscivano nemmeno a decollare. Questo tipo di esperimenti non passarono inosservati all’intelligence inglese, la quale, grazie ad una serie di informazioni confidenziali raccolte, cominciò ad interessarsi dell’argomento, ed anche a bombardare le installazioni dei razzi per rallentarne lo sviluppo.

Nonostante queste interferenze, al programma missilistico venne data grande priorità, e ciò permise il primo volo della bomba volante V1, Vergeltungswaffen Einz (“arma di rappresaglia numero uno”) nel 1944. Nonostante le diverse incursioni americane ed inglesi, i tedeschi erano riusciti a sperimentare l’antenato dei missili balistici, lanciando le “bombe volanti” verso la Gran Bretagna. I primi attacchi non erano molto positivi, in quanto molti missili caddero in mare, ed altri colpirono obiettivi sbagliati, o a volte precipitarono: tuttavia quando la V1 colpiva, poteva scaricare la sua potenza di ben seicento chili di esplosivo ad alto potenziale.

Le V1 vennero presto seguite dal razzo A4, successivamente noto con il ben più famoso nome di V2: “se la rumorosa e fallimentare V1 è l’antenata dell’odierno missile da crociera, il V2, guidato ed alimentato a carburante liquido è il padre del missile balistico intercontinentale della guerra fredda”.

A capo dei progetti di Peenmunde venne messo un giovane scienziato, Wernher von Braun, il quale dopo la guerra contribuì in maniera decisiva alle missioni spaziali americane “Apollo”. Le V1 e le V2 erano state ideate come armi risolutive della guerra in favore della Germania; non sortirono tale scopo, ma comunque si rivelarono idonee a causare grandi danni, e, soprattutto, attirarono molto l’attenzione degli Alleati. Era scoppiata la “gara per mettere le mani sulla tecnologia missilistica tedesca”.

Russi, inglesi e americani erano intenzionati ad accaparrarsi sia i materiali sia i tecnici che conducevano gli esperimenti; non appena questi venivano trovati, erano immediatamente diretti verso il proprio paese, e ciò era soprattutto valevole per le V2, vere e proprie anticipatrici dell’era spaziale. Dopo la guerra, a Peenmunde vennero effettuate delle prove per vedere come funzionasse la tecnologia tedesca, sfruttando il materiale rimasto. In breve tempo la tecnologia tedesca venne replicata ed implementata, e gli americani erano già in grado di schierare nel 1947 il loro primo missile, il Corporal, capace di essere dotato di una testata convenzionale o nucleare.

A partire dal 1959 potevano essere dispiegati i primi missili IRBM americani, gli Jupiter e i Thor, con un raggio di azione di circa 2500 chilometri e la possibilità di portare una testata nucleare. Anche i russi intanto stavano sviluppando le loro tecnologie, approfittando dei tecnici tedeschi rimasti nella Germania Est. Nei primi anni cinquanta l’Unione Sovietica fu così in grado di schierare i primi missili SS-1, SS-2 ed SS-3 (come indicati dalla Nato), anch’essi capaci di essere caricati con testate nucleari. Tuttavia, almeno fino al 1957, la sfida fra le superpotenze rimaneva ancora vincolata ai bombardieri strategici.

In quell’anno i sovietici lanciarono lo Sputnik, e svilupparono il missile SS-6, il cui raggio d’azione era però corto: doveva essere schierato nei territori russi a nord, e lì incontrava molti problemi dovuti alle rigide condizioni climatiche. Per questo venne deciso di installare a Cuba gli IRBM SS-4, che furono poi la causa della “crisi dei missili” del 1962. Agli SS-4 fecero seguito i modelli SS-5 (capace di testate fino due megatoni) ed SS-6.

I missili cominciavano ad avere gittate di migliaia di chilometri, e su di essi venivano compiuti da entrambe le parti investimenti notevolissimi. Il successivo modello russo SS-7, capace di una testata fino a sei megatoni, fu il primo ICBM che venne utilizzato ad ampio raggio, e venne ritirato nel 1976 dopo gli accordi Start. Gli sviluppi della tecnologia missilistica sovietica preoccupavano molto il Pentagono, che nei primi anni sessanta dovette pure fronteggiare i malumori degli alleati per avere schierato nei loro stati (Italia, Turchia, Gran Bretagna) i propri IRBM.

La soluzione fu lo sviluppo degli ICBM, che potevano essere dispiegati direttamente negli Stati Uniti: nacquero i missili noti come Atlas D e la serie Titan. Stante la capacità di attaccare il suolo nemico direttamente dal proprio stato, entrambe le parti erano vulnerabili agli attacchi, e quindi svilupparono dei missili antimissile detti ABM (anti-ballistic missile), in grado di distruggere i vettori nemici in volo. Nel corso degli anni sessanta vennero poi aumentate le capacità distruttive di ogni missile: invece di caricare una sola testata nucleare ne vennero caricate di più, in modo che il missile potesse portare più testate dirette a colpire obiettivi diversi.

Era la tecnologia MRV, cioè Multiple reentry vehicles, ed aumentava di molto la possibilità di colpire il nemico, in quanto un missile MRV era “dotato di una particolare testata che si apre al momento del rientro in atmosfera lasciando cadere verso terra una serie di veicoli di rientro ai quali non è possibile variare la traiettoria balistica di caduta. Il passaggio successivo consisteva nel riuscire ad “orientare” le singole testate, e condusse negli anni settanta allo sviluppo dei MIRV, cioè Multiple indipendently targetable reentry vehicles.

Questo sistema è una particolare testata “di missile balistico (definita anche testata multipla), costituita da una serie di veicoli di rientro autonomi, ovvero missili autoguidati indipendenti armati con carica nucleare capaci di dirigersi autonomamente verso bersagli diversi al momento del rientro del missile vettore nell’atmosfera”. Gli effetti immediati furono l’aumento a dismisura della potenza di ogni singolo ICBM. Nel 1970 gli americani schierarono il primo MIRV, il Minuteman III, mentre i russi replicarono con i modelli SS-17, SS-18 ed SS-19.

Gli anni ottanta videro poi lo sviluppo di armi quali i missili MIRV (di seconda generazione) Peacekeeper (americani), seguiti dai russi SS-20, poi evolutisi nei modelli SS-24 e SS-25. Parallelamente allo sviluppo dei sistemi lanciati da terra vennero ideati anche missili capaci di essere caricati su sommergibili e da lì lanciabili: era una rivoluzione strategica, considerando che la Terra è composta al 70% circa da acqua. I sommergibili potevano nascondersi ovunque, e ben presto la sfida missilistica prese piede anche in fatto
di SLBM (submarine-launched ballistic missile).

Si cominciò con i russi SS-n-4 e gli americani Polaris della fine degli anni cinquanta fino a giungere ai primi SLBM MIRV come i Poseidon americani e gli SS-n-18 russi, ideati nel corso degli anni settanta. Furono questi i sistemi d’arma più famosi che vennero disciplinati nel corso degli anni settanta e ottanta, e che oggi sono i principali vettori delle armi di distruzione di massa: possono essere caricati con testate nucleari di diverso tipo, forma e intensità, ma comunque sia rimangono i principali mezzi sui quali, anche dopo la guerra fredda, si basano le potenze nucleari mondiali.

Acquisire capacità missilistiche avanzate – e lo dimostrano i recenti casi nordcoreani e iraniani – rappresenta oggi un passaggio essenziale per poter rendere effettiva la propria capacità nucleare. Ed i precedenti casi della Guerra fredda ben fanno capire come oggi si guardi con estremo sospetto ai casi di nazioni che sviluppano tecnologie missilistiche con potenziali caratteristiche dual use, cioè fini sia civili (come l’esplorazione spaziale) che militari (armi strategiche).

Il missile da crociera opera nell’atmosfera, e come tale segue le regole fisiche del volo, come per gli aerei; questo naturalmente richiede combustibile sufficiente dal luogo di partenza fino a quello di arrivo. Anche i missili da crociera sono caricabili con testate nucleari, e pertanto sono stati soggetti ad una forte ricerca da parte delle superpotenze: tuttavia la sfida principale si giocò sulle armi strategiche, le quali concentrarono l’attenzione delle classi politiche al punto addirittura da modificare le dottrine strategiche in materia.

La bomba al neutrone

Una categoria di armi nucleari che è stata particolarmente criticata è la bomba al neutrone, o “Bomba N”, concepita nelle sue linee generali dal fisico Samuel Cohen verso la fine degli anni cinquanta, e che deriva tecnicamente dagli sviluppi della bomba all’idrogeno. Rimuovendo l’uranio da una bomba all’idrogeno, gli scienziati scoprirono che i neutroni potevano aumentare la distanza percorsa, e di conseguenza la loro pericolosità.

La bomba N, conosciuta anche come “enhanced radiation weapon”, nel momento in cui è fatta esplodere, emette un forte scoppio o del fallout, una grande quantità di radiazioni, le quali possono facilmente penetrare esseri umani, armature e strutture interrate. Teoricamente gli effetti di quest’arma colpiscono soprattutto gli esseri viventi, e lasciano intatte le strutture fisiche. Inoltre il livello radioattivo è in grado di decrescere velocemente, in modo che in poco tempo (anche solo alcune ore) le forze convenzionali possano appropriarsi della zona colpita nella quale le infrastrutture sono rimaste virtualmente intatte.

Le bombe N possono essere lanciate dall’artiglieria, da missili o da razzi. L’amministrazione Kennedy decise di iniziare a sviluppare il progetto nei primi anni sessanta: la bomba al neutrone venne pensata per un uso tattico in Europa, soprattutto in Germania, dove si sarebbero concentrate le forze convenzionali del Patto di Varsavia. L’uso di questo tipo di armi sarebbe risultato anche migliore politicamente, in quanto non devastante come le armi nucleari ordinarie.

Il tema era anche dibattuto all’interno della Nato, con le evidenti perplessità della Germania Ovest, la quale avrebbe subito sul proprio suolo l’esplosione delle armi al neutrone. Nonostante il sostegno delle varie amministrazioni americane, quando l’opinione pubblica (e l’Unione Sovietica) vennero a conoscenza della bomba N, essa venne immediatamente bollata come “arma capitalista”, in quanto idonea a distruggere le vite ma non i beni. Le pressioni internazionali e le critiche di alcuni alleati portarono l’amministrazione Carter a sospendere gli studi in materia, ritirando il progetto.

Le ricerche vennero poi riprese dall’amministrazione Reagan, nel 1981, sempre fra molte polemiche, e con la promessa di non farle uscire dal suolo americano se non in caso di guerra. Nonostante la pessima fama internazionale, la bomba al neutrone venne sviluppata e testata dai francesi, i quali poi vi rinunciarono nella metà degli anni ottanta. Nel 1999 la Cina dichiarò di essere riuscita a realizzare la propria bomba al neutrone; l’amministrazione Clinton polemizzò al riguardo, sostenendo che esse erano il risultato dello spionaggio militare cinese a danno dei segreti americani.

Stando all’Encyclopedia of weapons of mass destruction, le bombe al neutrone sono state smantellate nei primi anni novanta. Al momento non si sono mai avute applicazioni belliche della bomba al neutrone, ed anche gli esperimenti noti sono stati pochissimi. Premesso l’interesse cinese (che comunque risale ad una decina di anni fa) non sono noti altri tentativi di sviluppo di armi al neutrone: tale sistema d’arma non risulta nemmeno particolarmente interessante per i gruppi terroristi, per i quali possono produrre danni molto maggiori tecnologie più semplici e meno costose di quelle al neutrone.

Le dottrine di impiego ed i loro effetti

L’uso dell’arma nucleare nel secondo conflitto mondiale fu una decisione strategica presa dal vertice dell’amministrazione americana: in seguito all’ingresso nell’arena militare e politica delle armi nucleari, occorreva ripensare e ripianificare le strategie che stavano alla base delle scelte statunitensi, in quanto il modo di affrontare i conflitti era cambiato per sempre. Tali implicazioni, all’epoca previste solamente dagli Stati Uniti, avrebbero avuto immediate ripercussioni sul sistema militare: a maggior ragione una dottrina di impiego delle armi nucleari si rese indispensabile nel momento in cui le relazioni fra Est ed Ovest cominciarono a raffreddarsi.

L’incapacità inglese di sostenere la resistenza anticomunista in Grecia a causa di difficoltà finanziarie poneva gli Stati Uniti nel dubbio se intervenire sostituendosi al ruolo della Gran Bretagna o permanere nell’isolazionismo. La guerra civile greca fu l’inizio dell’interventismo americano per contenere il comunismo ovunque esso si fosse trovato: in
conseguenza di questo ragionamento106 venne emanata la famosa “dottrina Truman”, la quale fu la prima strategia politica americana del dopoguerra.

L’armamento atomico dell’Unione Sovietica riportò le superpotenze in situazione di parità, almeno fino al lancio americano della prima bomba all’idrogeno; ma la stalinizzazione del blocco orientale, il blocco di Berlino e la guerra di Corea fecero intendere all’amministrazione americana che l’arma atomica non sarebbe stata da sola sufficiente per impedire all’Unione Sovietica il suo comportamento. In altre parole, occorreva ripensare la deterrenza, cioè come scoraggiare l’avversario dal compiere certi tipi di comportamenti militari e politici, ed il solo mostrare le armi nucleari non si era rivelato sufficiente.

La parità militare sovietica cambiò nuovamente la situazione, portando all’elaborazione della dottrina della “rappresaglia massiccia” (in inglese “massive retaliation”) nel gennaio del 1954. John Foster Dulles, Segretario di Stato dell’amministrazione Eisenhower, enunciò la dottrina in un famoso discorso nel quale annunciava che “with massive retaliation, the Usa and its allies threatened an overwhelming nuclear response to any soviet aggression”.

La riflessione di Dulles prendeva le mosse da un documento approvato nell’ottobre del 1953 dal National Security Council, definito NSC-162, il quale ridefiniva le linee di azione in materia nucleare dell’amministrazione, preparando il terreno per il discorso del 1954. Questa strategia, nota anche come “New look” era finalizzata a contenere i costi dello strumento militare convenzionale, affidandosi più alla capacità deterrente esercitata dalle armi nucleari, ed era imperniata appunto sulla massive retaliation, la cui operatività divenne completa nel momento in cui si realizzarono bombardieri strategici capaci di trasportare bombe all’idrogeno.

In seguito agli eventi del 1957 ed alla crescita della paura americana per il “missile gap”, vi furono ripercussioni anche sugli equilibri della deterrenza, alterandoli e portandoli ad assumere nuove geometrie: “the significance of the events of the late 1950s was that the equalization of capabilities brought with it the equalization of vulnerability”. Si era raggiunto l’“equilibrio del terrore”, il che rendeva difficile poter pensare ad una guerra limitata, stando alla potenza degli ordigni disponibili: tutto ciò avrebbe reso ogni conflitto nucleare molto oneroso in termini di vite umane e di distruzioni materiali.

Queste riflessioni si riverberarono nell’adozione di una nuova dottrina, la quale faceva seguito anche al cambiamento di presidenza fra il repubblicano Eisenhower ed il democratico Kennedy. La teoria che venne elaborata dall’allora Segretario alla Difesa Mc Namara fu la teoria della Mutual assured destruction, la cui abbreviazione suonava “MAD”, come il termine “pazzo” in inglese. Tale dottrina si basava sulla possibilità, per entrambe le parti, di possedere una tale capacità distruttiva da rendere i danni inaccettabili per ognuna.

L’equilibrio della MAD risiedeva nella possibilità di una parte di replicare all’attacco dell’altra prima di soccombere: il risultato sarebbe stato perciò indipendente da chi avesse
cominciato, in quanto alla fine entrambi i contendenti avrebbero avuto i relativi territori devastati dalle armi nucleari e dai loro effetti. Per rendere la MAD efficace ci si affidava non solo a strutture nucleari a terra (come i silos) ma anche ai bombardieri strategici ed ai sottomarini dotati di testate nucleari.

Il presupposto della MAD era pertanto la “mutual vulnerability”, cioè la capacità di ciascuna parte di distruggere l’altro: “if either side were able to defend itself against attack, then it might not be deterred against making its own first strike and any stability in the relationship would vanish”. Per questo nel 1972 venne posta una così grande attenzione al tema degli Abm: essi erano in grado di alterare gli equilibri strategici in quanto capaci di neutralizzare la minaccia missilistica.

L’amministrazione Kennedy modificò inoltre la dottrina della rappresaglia massiccia in quella della “risposta flessibile” o flexible response: essa venne proposta da McNamara nel 1962 ed adottata poi dalla Nato nel 1967. L’opzione nucleare della rappresaglia massiccia spaventava l’amministrazione Kennedy: per questo il presidente spinse il sistema militare a presentare più opzioni graduate dalle quali scegliere il comportamento da seguire.

Questo approccio fu all’origine della dottrina della risposta flessibile. In caso di attacco da parte delle forze del Patto di Varsavia, la risposta occidentale sarebbe stata proporzionata al livello di attacco ricevuto, e sarebbe eventualmente “salita di livello” solo nel caso in cui il nemico avesse aumentato l’intensità dell’attacco. In altri termini, in caso di assalto con forze convenzionali, la Nato si sarebbe difesa adoperando forze convenzionali, fintantoché l’avversario non avesse aumentato il livello offensivo, ad esempio usando armi nucleari di teatro. In quel caso, la risposata sarebbe stata proporzionale al nuovo livello raggiunto nell’escalation.

L’effetto che provocò questa dottrina fu la necessità per le forze americane (e della Nato) di aumentare le proprie capacità convenzionali, in quanto se l’attacco fosse rimasto sul piano convenzionale le armi nucleari sarebbero state inutili. Oltre a questo, la risposta flessibile fu alla base del ritiro della Francia dalla Nato (1966), e del suo autonomo perseguimento di una propria politica di potenza basata sulla famosa “force de frappe”, e dotata di armi nucleari.

Con il riaccendersi della Guerra fredda dopo l’attacco sovietico all’Afghanistan, l’amministrazione Reagan si pronunciò a favore della SDI, la “Strategic defence initiative”, nel 1983, un programma di difesa spaziale antimissile il quale, pur non essendo una dottrina, fu in grado di alterare gli equilibri geopolitici del globo, portando infine al collasso dell’Unione Sovietica. Il programma SDI teoricamente prevedeva la possibilità di rendere inefficaci gli attacchi missilistici avversari grazie ad una combinazione si sistemi sia terrestri che spaziali.

Ribattezzata da subito “Guerre Stellari”, la SDI provocò non solo l’innalzamento della tensione con l’Unione Sovietica (che criticò aspramente il progetto) ma anche fra gli alleati della Nato. Con questo sistema, infatti, gli Stati Uniti si garantivano la salvezza da una distruzione nucleare che invece sarebbe stata garantita per gli europei, non coperti dallo “scudo” della SDI.

Nell’arco di pochi anni, però, le ipotesi delle “Guerre Stellari” riuscirono a far implodere l’esausto regime comunista sovietico, incapace di stare al passo con la nuova corsa agli armamenti: in definitiva, quindi, la SDI pur essendo solo uno dei temi che hanno dato origine alla cosiddetta “dottrina Reagan”, hanno comportato effetti molto rilevanti sugli arsenali nucleari mondiali. Il costo estremamente elevato delle tecnologie SDI, possibile per gli Stati Uniti, si scontrava con “l’esaurimento definitivo della residua credibilità del modello di pianificazione sovietica […] Il comunismo si rivelava drammaticamente connesso alle sue genesi strutturali nella penuria e nell’arretratezza”.

L’Unione Sovietica si avviava ad una veloce implosione istituzionale ed economica, accelerata dalle riforme della presidenza Gorbacev. La fine della Guerra fredda comportava, come evidente, una ennesima modificazione delle strategie, nelle quali l’uso delle armi nucleari diminuì, in quanto non più essenziale al mantenimento dell’equilibrio bipolare, sgretolatosi dopo la fine dell’URSS.

La fase di transizione che il mondo si trova a vivere dopo l’11 settembre 2001 ha visto le forze statunitensi e quelle della Nato (al pari di quelle degli altri stati) fronteggiare nemici sub-statali che conducono conflitti di tipo non convenzionale, in cui contano più le capacità di counterinsurgency che le armi nucleari. Rimane comunque aperta la questione dello scudo stellare, il ritiro americano dal trattato anti-ABM e la rinegoziazione del trattato START e NPT.

In questo scenario, le armi nucleari rimangono di certo importanti, ma non sicuramente centrali come lo sono state durante la Guerra Fredda: e questo cambiamento è perfettamente rinvenibile nella National Security Strategy americana del 2008. D’altro canto sarebbe sicuramente utopico e irrealistico considerare che le armi nucleari siano destinate a non pesare più nulla negli assetti geopolitici del mondo contemporaneo.

Le armi biologiche

Il corpo umano, come noto, è vulnerabile non solo alla forza meccanica, ma anche, fra le altre cose, all’azione di determinati virus o microorganismi che in modo impercettibile possono attaccare il corpo, debilitarlo riducendone le possibilità di operare (temporaneamente o permanentemente) e, in certi casi, condurre direttamente alla morte. La presenza e gli effetti dei virus e dei microorganismi patogeni è oggi un dato ben noto, ma solamente grazie agli intensi studi realizzati dalla medicina e dalla biologia negli ultimi secoli.

Le origini di questi studi erano nobili, e puntavano a capire come funzionava l’uomo e gli organismi che gli stavano vicino in modo da debellare malattie che per secoli, come flagelli, avevano afflitto la specie umana. Parallelamente a questo tipo di ricerche non sono però stati risparmiati studi sui modi in cui fosse possibile deliberatamente infettare o attaccare l’uomo con virus o microorganismi: la biologia da strumento di progresso si piegava a divenire ancella della scienza bellica, “public health… in reverse” usando le parole del generale americano William Creasy.

Allo stesso modo in cui si può attaccare un uomo, altre entità patogene sono in grado di attaccare animali e piante; anche questi sistemi erano rudimentalmente noti nell’antichità, per quanto fossero sconosciuti i motivi che potevano portare a questo tipo di decessi. La morte di animali, soprattutto se importanti per il sostentamento umano, la distruzione di coltivazioni e la contaminazione dell’acqua si rivelavano altrettanti elementi idonei per fiaccare le resistenze nemiche e , in definitiva, costringere l’avversario alla resa.

Leggendo le parole di O’Sullivan, si possono scoprire comportamenti secolari e già noti alla storia: “anche i batteri sono stati utilizzati a fini militari per debilitare fisicamente le popolazioni, e facilitare così il loro assoggettamento, o per distruggere piante ed animali ovvero le scorte alimentari”.

Il Dipartimento della Difesa americano definisce arma biologica come “an item of materiel which projects, disperses or disseminates a biological agent including anthropod vectors”. Il recente rifiuto a livello internazionale di utilizzo di armi biologiche (seppure non ancora accettato da tutti gli stati) è avvenuto dopo che per secoli l’uomo ha costantemente usato, a fianco delle armi tradizionali, una serie di accorgimenti per colpire l’avversario con mezzi diversi da quelli messi a disposizione dalla tecnologia militare del momento.

È da sempre ben nota la nocività dei cadaveri: per questo spesso venivano utilizzati per contaminare le falde acquifere del nemico. Allo stesso modo, il primo attacco “biologico” è possibile farlo risalire al 1347, quando nel porto genovese di Caffa (oggi Feodosia, in Ucraina) le truppe tartare scagliarono dentro le mura della città cadaveri di appestati. Secondo diversi storici è da questo evento che prese le mosse la spaventosa diffusione della “Peste nera” nel corso del 1348, ad oggi ricordata come una delle più devastanti epidemie della storia.

L’estrema letalità della Peste Nera è riassumibile con il semplice dato di mortalità della popolazione europea: un terzo degli abitanti dell’epoca morì, e nonostante i tentativi di contenerla, tutto il Vecchio Continente ne venne colpito in momenti diversi. Più recentemente, dopo l’arrivo dei Conquistadores spagnoli nel Nuovo Mondo si cominciarono a diffondere fra la popolazione indigena malattie che in Europa difficilmente potevano avere effetti mortali, ma che invece, traslate in un contesto in cui non si erano mai manifestate, ebbero dei risvolti tragici, causando un consistente numero di decessi.

Gli agenti biologici utilizzati nella realizzazione di questi tipo di armi si dividono in base alla loro tipologia: Virali come il Marburg U, in grado di uccidere un uomo in 72 ore causando una devastante febbre emorragica con un tasso di mortalità intorno al 75% Batteriologici, come la peste. Biologici, come la botolina.

Se questo tipo di contagio non fu intenzionale, ben diverso fu invece il doloso comportamento del governatore inglese della Nuova Scozia, Sir Jeffrey Ahmrest, il quale distribuì alla popolazione indiana alleata dei francesi una serie di coperte infettate dal vaiolo. Era l’anno 1763, e le conseguenze sulla popolazione indiana erano perfettamente prevedibili: il risultato, come voluto, fu una grande serie di decessi.

Analogo caso fu l’infezione di sifilide diffusasi fra le popolazioni maori in Australia a causa di alcune prostitute contagiate: anche qui, l’epilogo era scontato. Questo tipo di attacchi non è stato considerato un sistematico uso dell’arma biologica: i conflitti erano compiuti e
risolti con altri metodi, e questi episodi (o alcuni precedenti, come all’epoca romana o delle guerre del Peloponneso) sono sempre stati marginali ed accessori nello svolgersi delle guerre. Queste azioni erano più il frutto di conoscenze empiriche che di analisi sul fenomeno biologico.

Furono i progressi scientifici della scienza ottocentesca e novecentesca a far compiere alle armi biologiche il vero e proprio “salto di qualità”, man mano che gli scienziati riuscivano a scoprire gli intricati segreti di un mondo microscopico come dimensioni ma enorme come letalità. Per questo un autore come Hutchinson ha, senza giri di parole, definito una “pazzia” l’uso di armi biologiche, sostenendo che “l’utilizzo di batteri, virus e tossine come strumento di guerra li tramuta nella più terrificante fra tutte le armi di distruzione di massa”.

Nonostante l’interesse scientifico per le armi chimiche avesse fortemente catalizzato le attenzioni nel corso dei primi decenni del secolo scorso, le armi biologiche rimanevano comunque nell’agenda di molti governi: erano necessari però ulteriori sviluppi scientifici e tecnologici per permettere lo sfruttamento pieno delle potenzialità belliche della biologia. Con una buona dose di preveggenza, il protocollo di Ginevra del 1925 vietava, alla pari, l’uso (ma non la ricerca e l’accumulazione) di armi “asfissianti, velenose o batteriologiche”.

Se si pensa agli sviluppi di materie come la batteriologia, l’aerobiologia e l’ingegneria genetica, non si possono nascondere delle potenziali ricadute belliche in tutti questi settori. Gli sviluppi storici più recenti delle armi biologiche, ed alcuni incidenti non legati a motivi militari, sono descrizioni chiare di quanto possa essere pericolosa ed insidiosa la minaccia.

Spesso associata alla guerra chimica (tanto da far comparire anche in certa letteratura la definizione di “armi biochimiche” tutte insieme) la guerra biologica se ne differenzia comunque sotto diversi aspetti salienti, primo fra tutti il fattore della trasmissibilità. Mentre gli agenti chimici per quanto possa essere vasta l’area attaccata non potranno allontanarsi più che tanto da essa, o, se si allontaneranno e rimarranno meno concentrati, perderanno la loro letalità (o quantomeno la vedranno diminuita) così non avviene con le armi biologiche.

Un virus che per esempio colpisce una persona, è in grado di attaccarne molte altre con la stessa pericolosità anche se la persona infetta si allontana di molto dalla zona in cui è stata contagiata; inoltre l’incubazione della malattia, che varia a seconda dell’agente patogeno, fa apparire sana una persona che in realtà non lo è, e che quindi contribuisce come un ammalato a diffondere la patologia di cui è portatore.

Pertanto, nonostante le armi chimiche e biologiche presentino sicuramente più affinità fra loro che con le altre armi di distruzione di massa, non si ritiene corretto (ed in questo si è suffragati anche dalle opinioni della maggioranza della letteratura nonché dalla prassi internazionale) riunire le due categorie in un unico insieme.

Le armi biologiche durante la Seconda guerra mondiale

Mentre è alquanto semplice tracciare una chiara evoluzione dello sviluppo dell’arma atomica, non è altrettanto semplice illustrare l’evoluzione delle armi biologiche e del loro impiego. Innanzi tutto i casi storici sono poco rilevanti, in quanto la gran parte dell’evoluzione è avvenuta a partire dall’ottocento. Inoltre la tardiva sfruttabilità militare di questa categoria, ma anche la scarsa – per ora – applicazione bellica che le armi biologiche hanno trovato non ha permesso di creare una consistente casistica.

Le armi biologiche non sono state utilizzate su vasta scala come quelle chimiche né sono state decisive per segnare vere e proprie cesure storiche come quelle nucleari; né, infine, sono state molto presenti (almeno apertamente) nel corso degli equilibri, nelle dottrine e nei trattati della Guerra fredda, e nei conflitti delocalizzati che essa ha generato. Più precisamente in alcuni casi vi sono stati delle “apparizioni” di attacchi biologici, ma essi sono sempre stati indicati come episodi di nicchia o comunque non decisivi.

Ben diverso è invece l’approccio che gli attori non statali hanno avuto con questo tipo di armi: come non ricordare il panico che si diffuse negli Stati Uniti quando, un solo mese dopo il tragico 11 settembre 2001, cominciarono a giungere lettere infettate dall’antrace? La storia militare recente delle armi biologiche stranamente non comincia in Europa, ma in Estremo oriente. La prima unità incaricata di studiare questo tipo di armamento fu la famosa “Unità 731” giapponese, la quale ufficialmente si occupava di potabilizzazione dell’acqua, ma in realtà era una struttura destinata allo studio delle applicazioni belliche degli agenti biologici.

Tale gruppo medico dell’esercito imperiale operava in Cina, in un’area occupata nella quale i giapponesi godevano dell’appoggio di un regime fantoccio ed in cui potevano compiere in tutta tranquillità gli esperimenti nei confronti delle ignare popolazioni cinesi locali. La sede principale dell’Unità 731 si trovava a Ping Fa, e “la struttura includeva 150 edifici, occupando circa 6 chilometri quadrati, con cinque postazioni satellitari ed un totale di tremila scienziati e tecnici giapponesi che vi lavoravano”.

In un’altra area della Cina operava inoltre l’“Unità 100”, un’altra struttura destinata formalmente a occuparsi di sanità equina, ma in realtà destinata a studiare i metodi di diffusione delle armi biologiche con l’artiglieria o con sistemi di aspersione aerea. Nel corso degli anni antecedenti il secondo conflitto mondiale, e poi durante le ostilità, queste unità realizzarono una serie di esperimenti su civili e prigionieri di guerra, così come infezioni su vasta scala mediante aerei e distribuzione di cibo contaminato.

Nei confronti dei detenuti venivano “testate” malattie come la peste, il tifo, la dissenteria o il colera, esponendoli ed infettandoli con i più diversi agenti patogeni. Allo stesso modo vennero colpite ben undici città cinesi con agenti infettivi vaporizzati nell’aria, così come con diffusione di insetti e cibo (grano e riso) contaminato. Infine vi è il sospetto che i giapponesi avessero elaborato anche dei piani, alquanto inverosimili tuttavia, per tentare di infettare il territorio americano con agenti biologici.

Le stime indicano in circa 10.000 prigionieri uccisi nel corso di questi “esperimenti”, e alcuni studi addirittura ipotizzano la cifra di ben 260.000 morti fra i cinesi. Al termine della seconda guerra mondiale tutti gli interrogativi riguardanti le criminose azioni dell’Unità 731 e dell’Unità 100 vennero prontamente “insabbiati” e tutt’ora costituiscono un motivo di discussione non solo storico ma anche politico: molti scienziati giapponesi vennero reclutati per i programmi biologici americani.

Se l’impero del Sole Levante ebbe il triste primato di sfruttare militarmente gli agenti patogeni, non fu di certo il solo che sperimentò tali tecnologie. In Europa il Regno Unito cominciò nel 1940 una serie di esperimenti biologici mirati alla creazione di armi da utilizzare contro la Germania. Per testare il risultato degli studi compiuti, venne requisita la piccola isola di Gruinard, in Scozia, la popolazione venne evacuata e al loro posto vennero trasferiti alcune greggi di pecore sui quali vennero testate le spore di antrace nel corso del 1942 e del 1943. Nell’arco di pochissimo tempo tutte le pecore morirono, e l’isola venne gravemente contaminata dalle spore.

Per lunghi anni gli esperimenti furono coperti dal segreto, e l’isola rimase un’area inaccessibile alla popolazione civile. La decontaminazione definitiva dell’isola avvenne solamente nel 1986, e fu necessaria in quanto, nonostante gli oltre quaranta anni passati, alcune zone risultavano ancora contaminate con delle spore di antrace: alla fine l’isola venne restituita alla popolazione nel 1990.

L’esperimento non solo aveva dimostrato l’estrema letalità dell’antrace, ma anche la capacità delle spore di resistere per lunghissimo tempo; infine aveva dimostrato come i tempi di decontaminazione ed i relativi costi fossero tutt’altro che modesti. Alla fine la Gran Bretagna rinunciò all’opzione biologica contro la Germania, e tutta la vicenda venne posta sotto silenzio fino a pochi anni fa.

Anche gli Stati Uniti si stavano interessando di armi biologiche per un utilizzo nel teatro occidentale; non solo avevano inviato alcuni scienziati a collaborare con i colleghi inglesi, ma stavano cercando di sviluppare un’autonoma capacità sotto il diretto impulso del Segretario di Stato alla Difesa, Henry Stimson, spinti dalla paura, rivelatasi infondata, che i tedeschi fossero in grado di usare armi biologiche.

Nulla invece riguardava la minaccia giapponese, all’epoca non considerata. Gli americani predisposero così alcuni laboratori ed aree di prova in diversi stati, quali Indiana, Utah, Mississippi e Maryland; tuttavia, nonostante gli studi, l’amministrazione americana decise di non utilizzare l’opzione biologica nel corso della guerra.

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