QUANDO MUSSOLINI “RIVOLEVA” LA CORSICA

LA RIVENDICAZIONE FASCISTA DELLA CORSICA (1938-1943)

Marco Cuzzi

di Marco CUZZI

Nel corso di una lezione tenuta nel marzo 1942 agli studenti di un liceo scientifico bolognese, il professore Umberto Brauzzi riassunse in alcune roboanti frasi l’intera azione politica italiana sulla Corsica e soprattutto le concrete motivazioni poste alla base della rivendicazione fascista dell’isola tirrenica :

«L’antemurale Sardo-Corso, con la Corsica in mano agli estranei, vorrebbe significare la più pericolosa breccia nel nostro dispositivo di difesa, la paralisi di ogni movimento, dall’arco ligure sino al campano. Vincitori senza la Corsica non ci potremmo dire mai ; ché, per apportare al mondo, serenamente, il contributo dell’indiscussa nostra civiltà e all’ordinamento della nuova Europa, è assolutamente necessario che non siano menate le basi del nostro movimento commerciale più ricco : ci occorre cioè il pieno possesso dell’isola”.

E ancora, più avanti:

“La nostra piattaforma di lancio, la penisola, è profondamente vulnerabile, per l’intrusione, nel bel mezzo di una terra nostra, della Francia che sorveglia e preclude le libere vie del mare e dell’aria”.

Al di là delle dichiarazioni di continuità geografica (la Corsica veniva paragonata alla Dalmazia, con la speculare funzione di limite estremo di un «gran golfo» italiano: là l’Adriatico, qui il Tirreno) e di comunità nazionale (i corsi erano definiti come una naturale
«filiazione» della «razza italica»), ciò che emergeva dal ragionamento di Brauzzi era la dimensione squisitamente strategica dell’intero impianto rivendicazionista: l’isola tirrenica doveva passare sotto il controllo di Roma per perfezionare la «fortezza Italia», chiudendo in modo particolare l’area della capitale in una sorta di «lago italiano» e permettendo un raddoppio della portaerei naturale sarda nel pieno centro del Mediterraneo.

Di certo la rivendicazione trovava anche una remota motivazione in rancori mai sopiti, anzi semmai amplificati con il vicino d’Oltralpe. Emblematica appariva un’altra affermazione del Brauzzi: «Noi dobbiamo arguire della dura battaglia che l’Italia deve ancora sostenere per aggregarsi l’isola più italiana d’Italia». Frase emblematica ma anche di articolare peso politico, se si tiene conto del periodo in cui venne enunciata, con una Francia per metà occupata e per metà in bilico tra una neutralità collaborativa e un collaborazionismo totale e convinto nei confronti dell’Asse.

Nuovamente, come nel caso delle altre vertenze con la Francia (principalmente Tunisi, Gibuti e il Nizzardo), si assisteva a una complicata e a tratti penosa relazione schizofrenica con Vichy, realtà statale a parole inglobata nel Nuovo Ordine ma nei fatti – e la sopravvivenza di una Corsica francese contro tutte le affermazioni del Brauzzi ne era la testimonianza – ad esso nemico, almeno secondo le considerazioni degli analisti italiani.

La rivendicazione fascista dell’isola tirrenica risaliva agli albori del Regime, e superava per anzianità le vertenze transalpine sulla Provenza e la Savoia. Nel 1924 venne istituito su ordine di Mussolini un «Comitato per la Corsica» avente lo scopo, come si legge in una relazione commissionata dal Ministero degli Esteri nel 1939, di «mantenere tra i regnicoli e i Corsi viva la questione dell’italianità dell’isola». La presidenza dell’associazione fu data a Francesco Guerri, un docente universitario d’origine corsa, affiancato da un incaricato del Ministero degli Esteri e dall’onorevole Quirino Figlioli. Il Ministero dispose sul fondo del gabinetto un «congruo stanziamento» per sostenere le iniziative del Comitato.

Nello stesso periodo il dicastero si preoccupò di riorganizzare la rappresentanza diplomatica italiana sull’isola. L’obiettivo era di rendere l’iniziativa irredentista più efficace possibile, dando ad essa un retroterra solido e organizzato composto dalla rete consolare ufficiale:

«Benché per ovvie ragioni tali nostri Rappresentanti consolari abbiano sempre avuto in linea di massima istruzioni di « ignorare » l’azione irredentistica, svolta principalmente tramite elementi fiduciari, essi hanno sempre attivamente contribuito a facilitare questa attività riservata, sia collaborando in specifici casi alla messa in atto di alcuni progetti, sia e soprattutto fornendo a Roma precisi elementi di giudizio tratti da un diuturno controllo della situazione corsa».

L’intera operazione, consolare e legata alle iniziative del Comitato di Guerri, sarebbe stata coordinata dal dicastero degli Esteri nella persona del funzionario del gabinetto marchese Blasco Lanza D’Ajeta. La duplice azione aveva scopi da un lato di «mantenere vive le aspirazioni nazionali italiane» e dall’altro di salvaguardare l’“identità italiana» dell’isola, «favorendo al tempo stesso dopo un secolo e mezzo di dominazione francese, la rinascita di un movimento a carattere irredentistico».

Ancora più chiari erano gli ordini dati al «Comitato per la Corsica», il deus ex machina di tutta la futura azione per l’isola e sull’isola: «salvaguardare nei suoi molteplici aspetti e con tutti i possibili mezzi l’originaria italianità della popolazione ; favorire tra i corsi un sentimento di reazione al dominio francese (autonomismo-irredentismofilofascismo) “.

In quest’ottica fu giocoforza per un verso incentivare in patria ogni azione atta a propagandare l’italianità dell’isola. D’altro canto si cercò di coinvolgere il movimento autonomista autoctono, o meglio la galassia indipendentista corsa, individuando in essa l’interlocutore più prossimo, animato da un separatismo a senso unico e filo italiano. Dopo un lungo periodo preparatorio, l’iniziativa rivendicazionista ebbe la sua prima stagione operativa all’indomani della crisi etiope, ma soprattutto esplose in tutta la sua virulenza con la celebre manifestazione del 30 novembre 1938 alla Camera, durante la quale i deputati – sapientemente pilotati – gridarono le rivendicazioni dei territori francesi: Tunisi, Nizza, Gibuti e Corsica, originando come ricorda De Felice il definitivo naufragio dei tentati ravvicinamenti italo-francesi.

Gli strumenti di propaganda dall’Italia si risolsero in tre differenti iniziative. Anzitutto, fu attivata un’intesa attività giornalistica, attraverso la stampa di un inserto settimanale del quotidiano livornese “Il Telegrafo”  (Livorno era una delle città italiane con il più alto numero di cittadini d’origine corsa); il settimanale venne posto sotto la direzione dell’onnipresente Francesco Guerri (sotto lo pseudonimo di «Minuto Grosso») e fu finanziato direttamente dall’ufficio di D’Ajeta.

L’inserto, che divenne ben presto il principale organo di propaganda stampata a favore della causa, ebbe collaboratori quasi esclusivamente d’origine corsa (o fuoriusciti o in Italia da generazioni) e si sarebbe occupato negli anni sia di problemi vari legati all’isola tirrenica sia delle più vaste e articolate relazioni con la Francia, sostenendo una durissima campagna contro il complotto «repubblicano, socialdemocratico e massonico» di Parigi e il sostegno del governo d’oltralpe all’antifascismo internazionale e italiano in particolare. Il settimanale sarebbe stato distribuito clandestinamente in Corsica.

All’iniziativa specifica de «Il Telegrafo» si sarebbe affiancata, con il benestare e la supervisione del Ministero della Cultura popolare, un’azione propagandista su alcuni quotidiani nazionali che si sarebbe intensificata, come avrebbe scritto sagacemente D’Ajeta «particolarmente nei momenti di maggior disagio con la Francia».

Il secondo strumento operativo fu rappresentato dalle varie iniziative d’ordine scientifico e culturale. Un rivista trimestrale, «L’Archivio storico di Corsica», sotto la prestigiosa direzione dello storico del regime Gioacchino Volpe, si sarebbe occupata di studi storico-letterari inerenti all’isola, con particolare riferimento alle fasi di maggiore legame con la Penisola (la dominazione della Repubblica del Grifone, ad esempio) a tutti quei personaggi caratterizzati da uno spiccato impegno autonomista o indipendentista (come Pasquale Paoli) o a tutti i corsi che avevano influito sulla vita culturale e politica francese, nel tentativo di dimostrare una superiorità corsa rispetto alla Potenza «colonizzatrice» che sottilmente sottintendeva per sillogismo una superiorità della “razza italica”: campione di queste analisi non poteva che essere, ça va sans dire, il Grande Corso per eccellenza, Napoleone Bonaparte (anzi, Buonaparte, secondo la denominazione originale del cognome, e che veniva ribadita dagli studiosi italiani per sottolinearne l’origine peninsulare).

Anche la rivista di Volpe sarebbe stata distribuita clandestinamente sull’isola tirrenica. L’infaticabile Guerri si sarebbe occupato altresì di dirigere un mensile di divulgazione scientifica («Corsica antica e moderna»), con il fuoriuscito ex dirigente autonomista corso Marco Angeli come caporedattore. Il periodico avrebbe dovuto affiancarsi alla rivista di Volpe, completandone l’opera con studi d’ordine antropologico, etnografico, geografico e finanche geologico, tutti atti a ribadire per l’ennesima volta il legame con la vera e unica «madrepatria».

Il docente dell’Università di Pavia Gino Bottiglioni avrebbe infine coordinato le pubblicazioni dell’«Atlante linguistico della Corsica», finanziato da un consorzio tra i Ministeri degli Esteri, dell’Interno e dell’Educazione nazionale nonché dall’Università di Cagliari, uno degli atenei più attenti all’operazione verso l’isola tirrenica. Lo scopo, intuibile sin dalla denominazione della testata, era quello di individuare tutti i possibili legami glottologici e linguistici tra la Corsica e l’Italia, per giungere alla dimostrazione della tesi secondo la quale «le origini idiomatiche corse sono strettamente legate a quelle toscane, sarde e sicule».

Il terzo strumento di propaganda in Italia fu caratterizzato dai Gruppi di cultura corsi (Gcc) costituiti a Pavia nel 1938 su iniziativa di Pietro (Petru) Giovacchini, detto «il parroco» (u parrucu). Nato nel 1909 in Corsica, a Canale di Verde, e trasferitosi a Pavia nel 1930 dove si era laureato in medicina e chirurgia, Giovacchini, che fu anche camicia nera volontaria in Spagna, sarebbe diventato negli anni seguenti il principale esponente del movimento irredentista filofascista. Scopo dei Gcc di Giovacchini era, in origine, quello di inquadrare sotto un’unica sigla tutti i cittadini italiani d’origine corsa e i corsi fuoriusciti, allo scopo di promuovere l’italianità dell’isola sia dal punto di vista culturale che linguistico.

Nei giorni immediatamente successivi al settembre 1939 l’ufficio di D’Ajeta, attraverso il «Comitato per la Corsica», iniziò un monitoraggio sui dichiarati 15 mila iscritti ai Gcc (concentrati soprattutto in Liguria, Toscana e Sardegna) per comprendere se vi erano le condizioni per trasformare, con corrispondente ed adeguato finanziamento da parte del Ministero, l’iniziativa culturale dei Gruppi nell’attiva propaganda irredentistica collegata con i movimenti clandestini sull’isola. Si trattava tuttavia di un progetto ipotetico che, almeno sino al 1939, non sarebbe stato applicato: le condizioni non sussistevano e i Gcc avrebbero dovuto ricoprire incarichi meno dirompenti.

Questa organizzazione, secondo il diplomatico italiano, poteva diventare un utile «movimento d’opinione», atto a coordinare da un lato la diffusione in madrepatria della battaglia per una Corsica prima indipendente dalla Francia e quindi di nuovo italiana e dall’altro l’inserimento dei cittadini corsi residenti in Italia, o recentemente fuoriusciti dall’isola tirrenica, nel pieno della vita nazionale.

In questo D’Ajeta suggeriva al Capo di gabinetto del Minculpop, Luciano, di facilitare l’inserimento dei corsi residenti in Italia nella vita del Paese, riconoscendo loro uno status particolare non di cittadini stranieri (e di li a poco «appartenenti a nazione nemica») , ma di «cittadini italiani non regnicoli», secondo una formula adottata anche nei confronti degli italiani di Spalato e dalmati sottoposti all’amministrazione jugoslava. Inoltre, sarebbe stato auspicabile che i corsi fossero ammessi nel Partito nazionale fascista, anche se formalmente non italiani.

Nei disegni di D’Ajeta i Gcc di Giovacchini avrebbero dovuto affiancarsi alle autorità nel sovrintendere e canalizzare l’inserimento della comunità corsa in Italia all’interno della vita nazionale. I rischi di questo compito erano tuttavia ben chiari al diplomatico italiano: si sarebbe mantenuto «[…] uno stretto controllo cui suoi ben noti entusiasmi [di Giovacchini – NdA] che potrebbero alle volte rivelarsi intempestivi», mentre ai Gruppi stessi non sarebbero stati affidati «[…] compiti direttivi » né « […] la possibilità di essere a conoscenza della riservata azione italiana nel suo complesso»: le caratteristiche del temperamento corso, concludeva D’Ajeta non senza ironia, forse involontaria, e cioè un temperamento «facile all’entusiasmo e all’abbattimento, partigiano, fazioso, interessato» sconsigliavano un salto qualitativo dei Gruppi in un’organizzazione esplicitamente eversiva, una sorta di ustaša tirrenici.

“Petru” Giovacchini

In realtà l’esclusione dei Gcc di Giovacchini dall’azione meramente irredentista e il loro sconfinamento ad iniziative propagandiste e d’inquadramento in Italia più che da motivi di inaffidabilità caratteriale era suggerita dalla delicata rete che l’Ufficio di D’Ajeta aveva esteso sull’isola attraverso sia il «Comitato per la Corsica» di Guerri, sia la rete diplomatica rafforzata dalla riforma della metà degli anni venti. Principale strumento dell’iniziativa in loco fu il «Partitu corsu d’azzione» (Pca) di Pietro (Petru) Rocca, un ex combattente, decorato con la Legion d’Onore dallo Stato maggiore francese. Attraverso l’organo ufficiale del partito, il settimanale bilingue francocorso «A Muvra», il movimento di Rocca si era rapidamente spostato da una posizione moderatamente autonomista su una sempre più spiccata istanza indipendentista e nettamente filo italiana.

Radiato dall’albo della Legion d’Onore, Rocca era perennemente controllato dalla polizia francese, rischiando quotidianamente l’arresto mentre il suo giornale aveva subito numerosi sequestri sino alla sospensione d’obbligo delle pubblicazioni subito dopo lo scoppio della guerra con la Germania. Pur senza entrare nei dettagli, per questioni «di particolare riservatezza», D’Ajeta elencava il Partito e il giornale di Rocca come «strumenti» dell’iniziativa italiana sull’isola tirrenica, sottintendendo la natura e il volume degli appoggi che il governo di Roma riservava al movimento autonomista insulare: il principale trait d’union tra il Partito autonomista e il Comitato per la Corsica sarebbe stato l’ex dirigente del partito Marco Angeli, caporedattore di «Corsica antica e moderna» e «decano» del fuoriuscitismo.

In una successiva lettera assai polemica nei confronti del Giovacchini, ritenuto incapace e indegno di guidare i Gcc, Angeli avrebbe riassunto il programma del partito di Rocca come segue: «Il programma […] si riallaccia alla tradizione di Pasquale Paoli, riafferma lo spirito battagliero dei corsi contro la tirannide francese ammantata d’ipocrisia e d’immorali principi e sostiene per la Corsica le ragioni della riscossa».

André François-Poncet

Le attività italiane sull’isola vennero condotte complessivamente con grande abilità e riservatezza, tanto da non suscitare almeno da parte del corpo diplomatico francese in Italia alcun sospetto, anzi. È interessante notare infatti il relativo disinteresse transalpino nei confronti delle articolate attività irredentiste e rivendicazioniste in Italia. A distanza di quasi due mesi dal «salto qualitativo» del movimento irredentista François-Poncet, ambasciatore francese in Italia, scriveva al suo Ministro degli Esteri Georges Bonnet una breve relazione nella quale riassumeva con molte incertezze la rete propagandista di D’Ajeta, Guerri e Giovacchini, facendo trasparire una inspiegabile difficoltà nel raccogliere informazioni più precise, anche attraverso il consolato francese a Livorno, intuita dai diplomatici come la vera centrale operativa della propaganda irredentista.

Interessante il commento di chiusura:

«J’ai cru devoir signaler, à toutes fins utiles, à l’attention du Département ces indications évidemment quelque peu fragmentaires. Elles me paraissent cepoendant de nature à démontrer l’intérêt croissant que pour des raisons au moins tactiques, et peut-être pour obtenir, le cas échéant, d’autres avantages en échange d’un éventuel désistement, le gouvernement italien porte ou affecte de porter désormais à ‘l’île perdue’».

(“Ho ritenuto necessario segnalare, a tutti gli effetti, all’attenzione del Dipartimento queste indicazioni, che sono ovviamente in qualche modo frammentarie. Mi sembra probabile che mostri il crescente interesse che, almeno per motivi tattici, e forse per ottenere, se necessario, altri vantaggi in cambio di un possibile ritiro, il governo italiano indossa o ora porta “l’isola perduta” “).

Questo atteggiamento piuttosto disincantato e di sottovalutazione del problema, da parte della diplomazia francese, sarebbe proseguito anche nei mesi successivi: «On constate qu’aujourd’hui, rien n’est fait ici [in Italia – NdA] pour enflammer à cet egard le moral de la nation» (“Vediamo che oggi non si fa nulla qui [in Italia – NdA] per accendere a questo proposito il morale della nazione”), si legge ad esempio in un nuovo dispaccio di François-Poncet a Parigi in merito alle solite rivendicazioni italiane, tra le quali la Corsica. Un trucco, quindi, un ballon d’essai propagandistico ad uso più interno che esterno : delle operazioni riservate condotte in Corsica dal Comitato di Guerri e dall’ufficio di D’Ajeta, non compare alcuna traccia nelle relazioni dei rappresentanti diplomatici transalpini in Italia.

Inaugurate alla fine del 1938, le operazioni irredentiste avrebbero subito un rallentamento nel settembre 1939. Lo scoppio delle ostilità aveva ridotto la portata delle iniziative sull’isola. Quelli che il diplomatico italiano definiva «contatti con personalità corse», senza specificarne nomi e qualifiche, apparivano impossibili sin dai primi giorni del settembre. Anche le sovvenzioni che erano state erogate negli anni precedenti a favore della stampa isolana più filo italiana sembravano «molto difficili», anche se d’Ajeta confidava in un non meglio precisato miglioramento futuro delle condizioni per riaprire un canale con alcuni quotidiani corsi.

Assai precaria risultava la distribuzione clandestina della pubblicistica italiana (dall’inserto de «Il Telegrafo» alle riviste culturali e scientifiche). Apparentemente in condizioni migliori appariva un altro strumento, probabilmente ancora più importante e radicato del Partito di Rocca: «Fedeli alla nostra causa, alla quale hanno reso e rendono preziosi servizi, si sono dimostrati alcuni Ordini religiosi con i quali il «Comitato» intrattiene riservati e opportuni contatti».

Ma, in generale, l’iniziativa in loco apparve sin dal primo mese di guerra alquanto limitata, e ben poco serviva la non belligeranza italiana : i fiduciari italiani legati al «Comitato per la Corsica» e incaricati dai diplomatici di mantenere la rete quadrangolare (autonomisti-personalità locali-giornali-clero) correvano «rischi notevolissimi», mentre, essendo la Corsica stata dichiarata «zona operativa» dallo Stato maggiore francese, avrebbe presto subito lo stesso destino dell’Alsazia dove, come ricordava D’Ajeta, i locali capi autonomisti del movimento pronazista erano stati da poco condannati alla fucilazione per alto tradimento:

«Noi abbiamo qualcuno dei nostri ‘amici’ nelle prigioni militari francesi». Inoltre: «La popolazione è antitaliana e certamente antifascista : gli autonomisti – un esiguo numero – non dimostrano certamente velleità di martirio. I più coraggiosi sono indubbiamente ora in Italia, avendo «disertato» l’esercito francese». Dinanzi a un siffatto quadro, il Ministro della Cultura popolare, Alessandro Pavolini concordò con il Ministero degli Esteri sull’opportunità di sospendere le attività in Corsica, mantenendo i contatti ma evitando di aggravare la già precaria situazione della rete del «Comitato» con iniziative concrete : si doveva attendere la maturazione delle condizioni politiche e militari.

Nel clima d’attesa e d’incertezza caratterizzante la non belligeranza, la decisione presa dal Governo di sospendere l’iniziativa sull’isola si allargò anche nei confronti dell’attività propagandista in Italia. Del fatto si accorse anche François-Poncet, che segnalò a Parigi la riduzione dell’attività propagandista sui giornali nazionali, motivandola con i tentativi della diplomazia italiana di giungere a una mediazione nel corso della crisi d’agosto 1939.

Il Comitato ordinò a Giovacchini di sospendere ogni azione. Si tenga presente che lo scoppio della guerra con la Germania aveva avuto un’ulteriore risvolto anche in Italia: più di metà dei principali esponenti dei Gcc, talvolta per un riscoperto sentimento patriottico e il più delle volte per timore di rappresaglie del governo di Parigi, era rientrata sull’isola tirrenica.

Disciplinato, contro tutti i sospetti di D’Ajeta che come si è detto lo giudicava impulsivo e irrequieto, il leader irredentista inviò a tutti i Gruppi distribuiti nella Penisola una circolare che, pur comandando il silenzio, lasciava presagire una futura offensiva addirittura più militare che di propaganda:

«Periodo di attesa e di preparazione silenziosa. Astenersi da qualsiasi manifestazione pubblica o di massa ; non intralciare il lavoro della nostra diplomazia. Non scoprire le nostre batterie, ma non per questo abbandonarle. Io farò sapere quando sarà venuto il momento di agitarsi” .

L’attività dei Gruppi di Giovacchini e più generalmente del Comitato per la Corsica si ridussero sino al maggio 1940 e l’impegno dei principali dirigenti della comunità corsa in Italia appare assai più prosaico e meno ideale del periodo precedente, concentrato soprattutto su una serie di favori personali richiesti a Mussolini attraverso sia gli Esteri che il Minculpop.

Il 22 maggio 1940 Giovacchini si incontrò con Pavolini : la data è fatidica, almeno per la breve storia della rivendicazione fascista della Corsica, e segna l’avvicendamento tra il capo dei Gcc e il «Comitato per la Corsica» di Guerri, ormai definitivamente anestetizzato, alla guida dell’iniziativa propagandista. Giovacchini illustrò al Ministro della Cultura popolare lo stato della sua organizzazione, probabilmente forzando sui numeri e amplificandone le effettive possibilità. I Gruppi di cultura corsi ammontavano a 170 sezioni, sia in Italia che all’estero, per un totale di 22 mila iscritti. I quadri attivi erano circa 250, anche se solo una parte potevano essere effettivamente impiegati in eventuali e non precisate «azioni».

Pavolini

Pavolini concordò con il presidente dei Gcc – ribattezzatosi forse in vista di un salto qualitativo in campo bellico « presidente generale » – di intensificare la propaganda e di dare il via alla «costituzione e addestramento di un nucleo d’azione, da tenere pronto per essere inviato in Corsica a un momento dato». Si trattava di un’esplicita risposta a una dichiarazione da Giovacchini al ministro soltanto alcuni giorni prima («I Corsi irredenti riuniti a Roma sono decisi a passare all’azione»). Il ministro stanziò 30 mila lire per le spese di propaganda, alle quali si aggiunsero cinque mila lire per l’acquisto da parte del Minculopop di un opuscolo sulla Corsica a cura dei Gruppi stessi.

Tuttavia, la tanto agognata «azione» non venne neppure dopo il 10 giugno. I Gcc non si mossero e la propaganda continuò ad essere sospesa. L’unico significativo atto corrispondente al nuovo stato di guerra fu la trasformazione dei Gruppi di cultura in «Gruppi d’azione irredentista corsa» (Gaic). In un impeto di entusiasmo, esemplificativo peraltro di una certa confusione organizzativa e organigrammatica, Giovacchini ribattezzò poco dopo i Gaic prima in «Movimento irredentista corso» e quindi in «Movimento d’azione irredentista corso» (Maic) : il tentativo era quello di gettare le basi per una vera e propria organizzazione insurrezionale che affiancasse le truppe italiane nella «liberazione» dell’isola.

Gioacchino Volpe

Ulteriore segnale della volontà degli irredentisti di Giovacchini di darsi una struttura più militante fu lo scorporo dal movimento di tutta l’iniziativa scientifico-culturale, attraverso la costituzione dell’«Istituto nazionale di studi corsi» a Pavia, il quale organizzò lezioni universitarie, una mostra a Venezia sull’italianità dell’isola, iniziative e mobilitazioni per l’intitolazione di piazze e vie alla Corsica e a Pasquale Paoli. Libero dall’impegno culturale, Giovacchini poteva lanciarsi finalmente nell’impresa politica e forse militare.

Ma la partita era tutta diplomatica e comprendeva da un lato i rapporti tra Italia e Germania e dall’altro la complicata questione armistiziale con la Francia. All’indomani del crollo francese il governo italiano aveva inserito la Corsica tra le prioritarie richieste territoriali: «L’unione all’Italia» si leggeva nel cahier de doléances del Ministero degli esteri alla vigilia del vertice italo tedesco del giugno 1940  “è la condizione prima e fondamentale per il suo sviluppo e la sua prosperità. [La Corsica – NdA] è italiana geograficamente, storicamente ed etnicamente».

Nei progetti iniziali della Commissione italiana per l’armistizio con la Francia (Ciaf), la Corsica sarebbe stata inserita tra le aspirazioni apparentemente irrinunciabili. Tuttavia, le lunghe trattative di Villa Incisa e poi l’infinita vertenza della Ciaf avrebbero visto la rivendicazione corsa in una posizione sempre più sfumata. Una delegazione della Ciaf giunse in Corsica nel luglio 1940 e apparentemente il tema trattato con le locali autorità vichysois sembrò più orientato verso la smilitarizzazione dell’isola, secondo le clausole di Villa Incisa.

I delegati italiani apparvero quindi molto rispettosi dell’autorità francese, prendendo le distanze dall’estremismo dei seguaci di Giovacchini o di Guerri. Tuttavia, come ricorda Rainero «Non si creda che la rinuncia all’annessione immediata della Corsica sia passata tra le decisioni più facili del regime ; la rivendicazione rimase quasi « a futura memoria », in attesa di un regolamento della pace […]».

D’altronde non a caso il maresciallo Badoglio, soltanto due mesi dopo la visita della delegazione della Ciaf sull’isola, sottopose a Mussolini un progetto per l’invasione della Corsica mediante due divisioni, provenienti rispettivamente da Livorno e dalla Sardegna. Il piano si sarebbe sviluppato nei mesi successivi. Nell’incontro tra i capi di stato maggiore
della marina italiana e tedesca, tenutosi a Merano il 13 e 14 febbraio 1941, l’ammiraglio Riccardi disse chiaramente al suo collega germanico Raeder che lo stato maggiore della marina aveva predisposto un piano per l’occupazione dell’isola, suscitando peraltro disapprovazione da parte tedesca : l’occupazione della Corsica non solo era considerata dal
Terzo Reich inutile, ma anzi dannosa nella strategia globale del conflitto, e avrebbe spinto definitivamente Vichy (e senz’altro l’intero Nordafrica francese, ancora tentennante) tra le
braccia dei britannici.

Irritati delle opinioni dell’alleato, ma impossibilitati a prescindere da queste visti i rapporti di forza all’interno dell’Asse, i comandi italiani proseguirono nel perfezionamento solo teorico del piano, in attesa di tempi più favorevoli, e lo trasformarono in un progetto interforze tra marina ed esercito. Il nuovo piano, redatto dall’ammiraglio Vannutelli (che avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di comandante dell’eventuale contingente d’occupazione), escludeva significativamente l’impiego dei separatisti di Rocca e tanto meno degli irredentisti di Giovacchini, entrambi considerati infidi e pasticcioni.

Pur prevedendo ampie tutele all’«etnia corsa» (riconoscimento dei diritti acquisiti degli impiegati corsi, uso del dialetto corso nei processi eccetera), l’isola sarebbe stata governata da un viceré (come l’Albania) o da un alto commissario (come la Slovenia) con pieni poteri esecutivi e due sotto-governatorati ad Ajaccio e a Bastia, corrispondenti alle due zone (le «Bande») in cui veniva tradizionalmente suddivisa l’isola tirrenica. La stessa Ciaf aveva previsto nel 1942 un piano d’occupazione della Francia che prevedeva sia nella versione di massima che in quella di minima un saldo insediamento delle autorità militari e civili italiane in tutti i gangli amministrativi e politici dell’isola.

Nei primi mesi di guerra i seguaci di Giovacchini si annullarono nella snervante attesa della tanto auspicata « azione », disperdendosi nella solita richiesta di prebende personali o per la causa. Le cose sarebbero però cambiate con l’acuirsi della tensione nei rapporti tra l’Italia vittoriosa e la Francia di Vichy, tutt’altro che disposta a cedere alle richieste degli «accoltellatori alle spalle» del giugno 1940. Non a caso il presidente della Ciaf Vacca Maggiolini inseriva l’eventualità di un’«azione» sulla Corsica nel caso in cui non si fossero chiarite le relazioni tra Vichy e l’Asse e la collaborazione del governo della Révolution Nationale con Italia e Germania.

I problemi erano in effetti parecchi e alcuni di essi riguardavano proprio l’isola tirrenica. Il governo di Vichy scatenò sull’isola una durissima campagna anti italiana e pro francese attraverso le iniziative del «Service d’Ordre Légionnaire» (Sol), il braccio operativo della «Légion des Combattents» di Joseph Darnard, organizzazione militante radicata nelle Alpi marittime e nel nizzardo ma diffusa anche in Corsica. Dinanzi a una siffatta offensiva, il direttore generale per i servizi di propaganda del Minculpop, Koch, chiese uno stanziamento straordinario per rispondere agli attacchi del Sol con una energica campagna filo italiana da lanciare sull’isola tirrenica.

L’iniziativa irredentista si sviluppò su due distinti binari. Da un lato, attraverso la rete diplomatica sull’isola si tentò di ravvivare il movimento autonomista, con scarsi risultati. La seconda carta giocata fu il rafforzamento del Maic e la minaccia di trasformare uno strumento di propaganda in un’organizzazione esplicitamente eversiva se non addirittura combattente. In quest’ottica si inserirono le iniziative del «presidente generale» del movimento nel 1941.

Sempre convinto della possibilità di un impegno bellico del movimento irredentista, Giovacchini si recò nel marzo 1941 in Germania, nei campi di raccolta dei prigionieri francesi di Offenburg e di Wursach, per propagandare la causa e reclutare i corsi disponibili. Nel corso della visita, tuttavia, il presidente del Maic dovette scontrarsi con l’ispettore Scappini, un funzionario corso del governo di Vichy, il quale stava compiendo un analogo tour alla ricerca di sostenitori isolani della causa di Pétain con risultati assai più soddisfacenti di quelli di Giovacchini, avendo ottenuto il rimpatrio di ben mille prigionieri.

Il commento del presidente del Maic in una lettera a Mussolini sottintendeva non soltanto un attrito con il governo collaborazionista d’oltralpe ma finanche l’ennesima vertenza con l’ingombrante e arrogante alleato germanico, probabile burattinaio dell’operazione Scappini. Per Giovacchini bisognava «Neutralizzare l’azione di un giornaletto (Le Trait d’Union) stampato a Berlino e diffuso anche tra i prigionieri corsi, il quale, pure essendo intonato agli interessi dell’Asse e non offendendo direttamente quelli dell’Italia, danneggia la nostra causa presso i corsi, per il fatto solo che è scritto in francese ed accetta la collaborazione dei prigionieri che si esprimono in questa lingua […]».

Quindi, si doveva condurre una dura campagna di reazione contro tutti i maneggi vichysois che puntavano su un legame franco-corso con tacito ma evidente benestare tedesco e ribadire il legame tra l’isola e l’Italia: «Duce», concludeva l’accorato Giovacchini, «la Corsica deve essere conquistata spiritualmente, affinché la Figlia traviata non accolga la Madre come una matrigna».

La questione corsa si inseriva pertanto nella vasta vertenza con il governo di Vichy, ricca già di annose questioni provenzali e nordafricane. Non a caso, dalla fine del 1941, in coincidenza con la crisi delle relazioni italo-francesi, si assistette a un salto qualitativo del movimento irredentista. La sede del Maic fu trasferita a Roma, mentre il Minculpop innalzò il finanziamento all’organizzazione sino complessivamente a un milione di lire, cifra indiscutibilmente colossale.

Gli iscritti al movimento salirono sino a un massimo storico, nel febbraio 1942, di 72 mila; Giovacchini fu premiato con la nomina a consigliere nazionale del Partito. Ma il dato più emblematico del rilancio del movimento irredentista fu nel febbraio 1942, mentre i rapporti tra Roma e Vichy si aggravavano, la costituzione in Sardegna di un battaglione corso inquadrato nella divisione «Sassari» della 73^ Legione Camicie Nere. Il mese successivo, a suggello della felice stagione, il presidente del Maic venne ricevuto da Mussolini a Palazzo Venezia, suscitando gelosie e proteste da parte degli altri esponenti del
fuoriuscitismo isolano.

Dopo l’incontro con Giovacchini, il Duce nel ribadire senza mezzi termini le antiche rivendicazioni (« Se la Francia vuole collaborare con noi, si decida a fare all’Italia proposte concrete, che tengano conto realistico della situazione»), non dimenticò l’isola tirrenica: «Della Corsica è inutile discutere, perché non c’è trattato di geografia che non ne riconosca l’italianità».

Il «battaglione corso» delle camicie nere sarebbe tuttavia restato sulla carta, e servì più come deterrente che come effettivo strumento di lotta. La questione corsa non si doveva né poteva risolvere da un punto di vista militare ma politico, come aveva potuto osservare anche il segretario della Ciaf, generale Gelich in un incontro tra marzo e aprile 1942 a Parigi con la Commissione tedesca di armistizio con la Francia: l’occupazione della Corsica (insieme alla Tunisia, Dakar e Francia metropolitana) avrebbe richiesto un numero troppo elevato di divisioni che non potevano essere disimpegnate dagli altri fronti.

L’opzione doveva essere politica, ma lo strumento non potevano essere gli esagitati seguaci del Maic, destinati a restare in Italia nonostante le speranze di Giovacchini di vedere la sua
organizzazione trasformata in un élite insurrezionale da scatenare sull’isola. Ha scritto lo storico (e testimone dei sistemi d’occupazione italiani in Francia) Alfonso Ferrari:

«Erano centro di propaganda, il cui compito era di familiarizzare la pubblica opinione italiana, al riguardo assai poco ricettiva, con l’esistenza di un problema della Corsica […] il cui regolamento era oramai affidato alla sorte delle armi. E fin qui passi. Bisognava pur tener vivo con qualche obiettivo ad apparente portata di mano […] l’interesse del Paese ad una guerra appena agli inzi e già fonte di tante amarezze. Dove invece il giuoco diventava infantile e controproducente era quando si cercava di suscitare in loco delle adesioni alla eventualità di una annessione della Corsica […]. L’insensibilità dei corsi […] a sollecitazioni intese a renderli partecipi degli schiamazzi che si andavano nuovamente inscenando in Italia fu subito evidente e venne così a privare il preteso irredentismo della solidarietà dei pretesi irredenti».

Esclusa la soluzione militare, mantenuti in sospensione i gruppi di Giovacchini, fu pertanto favorito un terzo mezzo di scontro con Vichy attraverso l’impiego del cosiddetto «reparto corso» dell’Eiar, sotto la guida del funzionario corso del Minculpop (e dirigente della Confederazione fascista degli industriali) Anton Francesco Filippini. La radio di regime iniziò sin dall’autunno 1941 a mandare in onda trasmissioni settimanali rivolte specificamente all’isola tirrenica, in lingua italiana, francese e corsa: commenti politici, informazioni ma soprattutto azione di propaganda con lo scopo di «[…] screditare indirettamente la stampa isolana più ostile all’Italia, col ricordare le passate millanterie. Ma ciò”, concludeva astutamente nella relazione di presentazione l’ispettorato per la radiodiffusione «senza particolare veleno».

Ufficialmente le radiotrasmissioni del «reparto corso» avrebbero dovuto rivolgersi principalmente contro gli agenti gollisti e britannici operanti sull’isola; in realtà, si trattava di una risposta, che gli irredentisti volevano energica e astiosa, alle iniziative del Sol e più in generale del governo di Vichy. Ma significativa appariva la richiesta del console d’Italia in Corsica, Ugo Turcato, da tempo dichiaratamente ostile ai «pasticci» dei gruppi irredentisti in Italia. Per il diplomatico italiano, bisognava «evitare di attaccare direttamente la Francia, le sue istituzioni e principalmente l’esercito. Molti corsi sono attaccati alla Francia, fanno parte delle istituzioni francesi ed hanno servito nell’esercito francese, quindi ogni offesa portata a questi organismi può essere dannosa anziché benefica».

Il commento di Turcato era esplicativo di una situazione ben diversa da quella sostenuta dal Maic: non soltanto non era semplice far coincidere irredentismo con istanze filo italiane, ma esisteva una Corsica che si sentiva parte integrante della Francia e, a giudicare dal commento del console italiano, questa non sembrava essere troppo minoritaria. Gli spazi per gli irredentisti di Giovacchini apparivano dunque sempre più ristretti e pronti ad essere sacrificati alla ragion di Stato. Parallelamente all’attenuazione del braccio militante di Giovacchini, anche le azioni culturali dell’Istituto di studi modificarono la loro natura, riducendo la portata politica della rivendicazione territoriale ed evocando progetti di sviluppo economici che, pur sottintendendo una futura annessione, non la dichiaravano esplicitamente:

«Il rivendicazionismo, come si vede, mutava lievemente natura e da politico puro si tingeva di programma di sviluppo economico e sociale allo scopo anche di attirare attorno a sé quei consensi presso i corsi che, fino ad allora, non aveva di certo ottenuto ».

Le attività del reparto corso, comunque, proseguirono senza grandi entusiasmi e sotto un occhiuto controllo del Ministero sino al novembre 1942. Con l’occupazione dell’isola da parte del VII Corpo d’armata italiano, l’obiettivo di Guerri, Giovacchini e Filippini sembrò raggiunto e il sogno compiuto. La realtà fu ben altra: l’isola era una mera zona d’occupazione militare con il ben preciso scopo di contrastare il possibile sbarco in Provenza delle armate alleate provenienti dal Nordafrica, come avrebbe scritto nelle sue memorie il generale Magli.

Per un territorio popolato da circa 300 mila abitanti furono impiegate due divisioni binarie (la «Friuli» e la «Cremona») altre due divisioni costiere, numerose unità alle dirette dipendenze del Comando di corpo d’armata, otto battaglioni della Milizia, una brigata motorizzata tedesca e diverse unità di polizia e dei carabinieri per un totale di circa 85 mila uomini : in pratica quasi un militare ogni tre abitanti, in un clima di profonda ostilità sia da parte della popolazione civile che delle locali autorità di Vichy.

Nel gennaio 1943 una nota del Minculpop in merito a un progetto di Giovacchini di pubblicare un bollettino d’informazione da distribuire, non più clandestinamente, sull’isola, chiariva definitivamente la posizione del governo sul progetto del Maic e del suo “presidente generale”: «Il progettato bollettino non dovrebbe avere alcun apparente carattere politico o nazionalista, e tanto meno polemico ed irredentistico».

Ancora più esplicita risultava la considerazione dell’Ufficio I del comando del VII Corpo d’armata, secondo il quale «i corsi, benché italiani di sangue, sono stati conquistati da molti anni di governo francese e, per ora sarebbe vano sperare che essi possano essere indotti a simpatizzare per noi»: affermazione che metteva la parola fine all’intero impianto imbastito dai Guerri, dai Giovacchini e dai Filippini sull’ipotesi di un collegamento tra l’irredentismo in Italia e le istanze indipendentiste isolane.

L’ultima possibilità per il Maic parve riapparire nella tarda primavera 1943; le continue tensioni con le autorità francesi sull’isola, e la quasi assoluta certezza del doppio gioco di queste ultime a favore del movimento gollista spinsero il console Turcato, ormai trasformato de facto in un alto commissario civile del regime d’occupazione, a modificare drasticamente la sua iniziale posizione ostile agli irredentisti e a richiedere da un lato la sostituzione di tutto il personale francese sull’isola con esponenti del Maic e del partito di Petru Rocca (o meglio di quei pochi suoi seguaci ormai votati al collaborazionismo), e dall’altro il passaggio dei poteri al Comando del Corpo d’armata italiano in attesa di un’auspicata e definitiva annessione della Corsica al Regno d’Italia.

Come ricorda Rodogno, «le autorità militari si opposero fermamente a questa politica e rifiutarono di assumere i poteri civili nell’isola. Giudicavano il progetto velleitario e non realista; nessun funzionario francese avrebbe mai accettato di lavorare per gli italiani e nessun irredentista sarebbe diventato funzionario francese ».

A conclusione dell’intera vicenda dell’irredentismo corso, risulta emblematica una nota del Minculpop del giugno 1943. In merito a un supposto miglioramento dei rapporti tra i militari italiani e la popolazione corsa, si legge:

«Su tale miglioramento […] non può nell’attuale situazione farsi eccessivo affidamento, e ciò fra l’altro per la ragione che esso viene continuamente neutralizzato ed ostacolato dalla attivissima propaganda nemica, svolta specialmente attraverso la radio. Contro questa propaganda il R. Consolato Generale a Bastia si è costantemente sforzato di reagire nel modo più efficace, promuovendo e sviluppando svariate iniziative. Tale sua azione ha peraltro dovuto essere contenuta nei ristretti limiti consentiti dalla direttiva di massima, adottata fin dallo scorso novembre dai competenti Comandi militari, di evitare in quell’isola ogni propaganda attiva al fine di prevenire reazioni suscettibili di ostacolare il consolidamento della nostra occupazione».

Non solo non era più possibile sferzare il governo di Vichy : la stessa propaganda anti alleata rischiava di apparire controproducente. La Corsica era terra d’occupazione, non irredenta. Un’occupazione che non nascondeva un’altra, lugubre faccia della medaglia. Scriveva il generale comandante del VI Corpo d’armata Carboni ai comandi divisionali alla vigilia di Natale del 1942:

«[…] Ogni qualvolta si verifichi un evento a danno delle persone e delle cose militari, saranno catturati ostaggi tra la popolazione civile corsa nella seguente misura : – tre ostaggi nel caso in cui l’attentato portato a compimento non abbia avuto effetti dannosi alle cose o alle persone militari ; – cinque ostaggi nel caso abbia avuto effetti dannosi alle cose militari ; – dieci ostaggi per ogni nostro militare ferito ; – venti ostaggi per ogni nostro militare rimasto vittima dell’attentato. Numero doppio trattandosi di un ufficiale».

I corsi non erano quindi stati liberati da alcun giogo, anzi ; con l’invasione del novembre 1942 erano finiti sotto il tallone di una dura occupazione militare. Gli spazi di movimento del Maic e degli irredentisti da ristretti che erano vennero di conseguenza annullati in modo definitivo Il crollo del regime e l’armistizio spazzarono via ogni traccia di irredentismo. In Corsica il comandante italiano, generale Magli, scatenò una energica e coraggiosa resistenza antitedesca, nella quale convissero tanto l’anima francofila quanto quella autonomista e finanche indipendentista, sino alla liberazione dell’isola.

Nel lugubre crepuscolo repubblicano-sociale del fascismo riapparve un sussulto irredentista ad opera dell’irriducibile Giovacchini, che nel frattempo era stato tra i primissimi, nell’ottobre 1943, ad iscriversi al Fascio repubblicano dell’Urbe. Nel dicembre dello stesso anno l’ex «presidente generale» del Maic iniziò una lunga relazione epistolare con il segretario particolare di Mussolini, Giovanni Dolfin. In una ispirata lettera Giovacchini esortava la Repubblica sociale ad occuparsi nuovamente dell’isola tirrenica: «con il cuore spezzato, ma senza l’ombra della disperazione, noi rivolgiamo ancora e sempre al Duce, con il grido della vigilia : ‘Italiani non dimenticate la Corsica ! La Corsica muore !».

L’insistenza dell’irriducibile irredentista giunse a buon fine. Nel febbraio 1944 rinacquero i vecchi «Gruppi di cultura corsi», in una sconcertante operazione anacronistica evidentemente orientata più a irritare l’insopportabile alleato germanico che a reimpostare
un’effettiva istanza rivendicazioniosta per l’isola. I nuovi Gcc repubblicano-sociali trovarono la loro antica sede a Pavia, mentre il loro leader si trasferì a Oleggio Grande, presso Novara, dove, oltre alla professione di medico diresse sino alla termine della parabola neofascista la locale sezione del Pfr. In una lettera a Dolfin il capo dei Gcc, forse ironizzando sul suo antico soprannome («il parroco»), riassumeva così la sua nuova posizione di militante: «la zona è eminentemente operaia e quindi i pericoli sono tanti… Come vedi non si può parlare di carrierismo politico […] poiché sono andato da […] vescovo in prete !».

Ma il vecchio sogno continuava ad occupare gran parte del suo impegno, in uno slancio onirico che lo avvicinava all’intera vicenda gardesana fatta di rimpianti e di progetti ormai definitivamente irrealizzabili: «Non perdo le file del mio vecchio movimento per la redenzione della Corsica, poiché al momento opportuno, salteremo fuori. Aspettiamo soltanto un cenno ! […]».

I Gruppi limitarono di fatto la loro azione a ricercare quei corsi internati nei campi di prigionia in Toscana che erano fuggiti dopo l’8 settembre : sia per convincerli ad aderire all’impotente movimento irredentista sia, in caso di rifiuto, per consegnarli con solerzia alle autorità nazifasciste. L’ultimo cenno proveniente dal «recluso di Gargnano» a sostegno dell’iniziativa di Giovacchini fu, nel maggio 1944, lo stanziamento di 25 mila lire, che il capo dei Gcc incassò promettendo addirittura l’immediata costituzione di nuclei irredentisti da inviare sull’isola tirrenica, già liberata da tempo.

Mancava un mese alla liberazione della Francia e alla condanna del 22 giugno 1944 da parte del governo democratico di Ivanoe Bonomi di tutte le rivendicazioni territoriali fasciste. Mancava sopratutto meno di un anno al completamento della liberazione d’Italia. Il sogno della Corsica italiana seguì la sorte di tutti i sogni del regime. Ma forse, come ha scritto Ferrari, riferendosi più in generale a tutto il rivendicazionismo fascista contro la Francia, «non era lo svanire di un sogno, ma la liquidazione di una stoltezza». Giovacchini continuò nel dopoguerra e per tutta la vita ad esercitare a Roma la professione di medico chirurgo. Non avrebbe più visto la Corsica.

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Eccidio di Monchio, Susano e Costrignano di Palagano

a cura di Cornelio Galas

Fonte: patria indipendente 24 giugno 2007

di Rolando Balugani

Inspiegabilmente, l’eccidio di Monchio, Susano e Costrignano di Palagano, che per efferatezza è la più feroce strage perpetrata dai nazifascisti nella provincia di Modena, è quasi sconosciuto, nonostante i nazisti abbiano trucidato 136 persone, tra cui vecchi, donne e bambini, un crimine che, in Emilia-Romagna, è secondo solo alla strage di Marzabotto.

Monchio poco dopo la strage nel 1944

Dalla recente ricostruzione storica è stato possibile accertare che la strage fu fortemente voluta dal Commissario Prefettizio di Montefiorino Francesco Bocchi che, alla fine di gennaio 1944, sostituì il vecchio podestà Temistocle Tazzioli, ritenuto un moderato. Bocchi ben presto si rese conto che la situazione era difficile, anzi disperata. Nel suo primo rapporto, fra l’altro, segnalò: «La popolazione, in generale, continua ad essere estremamente ostile alle nuove istituzioni (della Repubblica di Salò, ndr). Il clero è con la popolazione».

Bocchi, il 27 febbraio 1944, inviò un secondo rapporto al capo della provincia di Modena in cui denunciava la sua impotenza nel fronteggiare la situazione, sottolineando che i “ribelli” controllavano e condizionavano la vita del comune ed in particolare dalla parte destra della valle del Dragone. Nel rapporto di Bocchi, fra l’altro, si legge: «Il sottoscritto, già minacciato dai ribelli di gravissime rappresaglie, non può muoversi dalla sede ed è costretto a pernottare con la famiglia nella Rocca Municipale, presidiata dalla GNR».

Il quadro che fornisce Bocchi ci dimostra che tutto il comune era nelle mani dei “ribelli”. In questo clima di paura e di odio Bocchi sollecitò ripetutamente l’intervento, prima dei fascisti, poi dei tedeschi, affinché dessero una lezione esemplare ai ribelli e ai loro fiancheggiatori. Come vedremo, le richieste di Bocchi saranno ben presto esaudite.

Per rafforzare il controllo del vasto comune, l’8 marzo 1944, venne istituito a Palagano un presidio di 100 militi della GNR, comandato dal cap. Arturo Mori. L’ufficiale, che si proponeva di terrorizzare la popolazione, appena giunse a Palagano agitò una lista di nomi di persone accusate di collaborare con i “ribelli”. Fra costoro figurava anche don Sante Bartolai, cappellano di Savoniero, che veniva considerato “il primo ribelle della montagna”. Mori non era prevenuto solo con don Bartolai, ma con tutto il clero della vallata che veniva considerato al servizio della Resistenza.

don Sante Bartolai

Nello stesso giorno vi fu il primo scontro con i partigiani, nel corso del quale vennero catturati e fucilati Aurelio Aravecchia e Dante Schiavone perché renitenti alla chiamata alle armi e perché trovati in possesso di alcune bombe a mano. Con la fucilazione di Aravecchia e Schiavone i fascisti, che credettero di terrorizzare la popolazione e le formazioni partigiane, scatenarono, invece, l’odio dei partigiani che, oltre a vendicare la morte dei due compagni, iniziarono una lotta spietata contro i fascisti.

Commemorazione della Strage di Monchio, Susano, Costrignano e Savoniero

Nel pomeriggio del 9 marzo, in località la Fornace di Savoniero, alcuni partigiani, guidati da Zuilio Rossi attaccarono un convoglio fascista uccidendo l’agente di scorta e dando alle fiamme due automezzi. Nel frattempo un gruppo di partigiani, guidati da “Nello” (Nello Pini), mentre si stavano portando a Palagano avvistarono un pulmino su cui vi erano diversi fermati fra cui don Sante Bartolai e Giuseppe Rioli, direttore dell’ufficio postale di Palagano.

I partigiani, credendoli i rinforzi inviati dai fascisti, spararono sul camioncino uccidendo Rioli, che era stato arrestato dai fascisti perché accusato di collaborare con i “ribelli”. Don Bartolai miracolosamente ne uscì incolume, ma venne arrestato ed inviato nel campo di concentramento di Mauthausen, dove sarà liberato, in condizioni pietose, alla fine della guerra, dagli americani.

Subito dopo, giunse un secondo autocarro carico di militi repubblichini. Vi fu un’altra violenta sparatoria fra i fascisti ed il gruppo di “Nello”, che si protrasse per alcune ore. I partigiani, appostati fra gli anfratti e la fitta vegetazione, ebbero ancora la meglio sui fascisti, che lasciarono sul terreno sei morti e sette feriti, dei quali due molto gravi, che moriranno poco dopo. I partigiani galvanizzati per i successi ottenuti continuarono ad attaccare sia i fascisti che i tedeschi.

La mattina del 16 marzo “Nello”, con i suoi fedelissimi, in località Molino del Grillo, che dista alcune decine di metri dalla sua abitazione, attaccò due corriere cariche di soldati repubblichini provenienti da Lama Mocogno e diretti a Palagano. “Nello” attaccò i due pullman dalle alture che sovrastano la strada che porta a Palagano. Nello scontro rimasero uccisi quattro repubblichini tra cui il tenente Giuseppe Finucci. Le giovani reclute repubblichine, che si arresero senza combattere, vennero disarmate e lasciate libere.

I fascisti per giustificare l’ennesima sconfitta riferirono che i soldati repubblichini «avevano lottato strenuamente prima di arrendersi contro le preponderanti forze dei ribelli». Nel primo pomeriggio dello stesso giorno un reparto della Feldgendarmerie tedesca, accompagnato da militi repubblichini, si diresse verso monte Santa Giulia, che era ritenuto il covo dei partigiani. I partigiani di “Minghin” (Domenico Telleri), avvisati dalla popolazione, tesero un’imboscata ai tedeschi.

Buca di Susano, in questo borgo furono uccise 6 persone

Nel corso dei furiosi combattimenti una raffica di mitragliatrice colpì un capitano ed altri quattro soldati, che morirono. Il giorno seguente i tedeschi a Cà d’Andrea, località posta a metà strada fra Savoniero e Susano, ebbero un nuovo scontro con i partigiani di “Minghin”. Il bilancio fu ancora negativo per i tedeschi, che lasciarono sul terreno un ufficiale ed un soldato. Anche dai rapporti ufficiali dei fascisti si ha la conferma che i tedeschi nei due scontri subirono l’uccisione di due ufficiali e cinque soldati.

Per giustificare le perdite i fascisti dicevano: «Continua ad imperversare in montagna il banditismo prezzolato, al quale però restano poche ore di scampo (…). Il cerchio si stringe intorno a questi banditi». A questo punto anche i tedeschi avvertirono l’impellente esigenza di dare una lezione esemplare ai “banditen” sia per vendicare i loro uomini che per rimediare alle figuracce della Feldgendarmerie del 16 e del 17 marzo. I tedeschi si erano quindi convinti che non era più un’azione di polizia ma di guerra e che quindi occorrevano strumenti adeguati per combatterla.

Per tale operazione scelsero un reparto della divisione paracadutisti “Hermann Goering”, proveniente dal fronte sulla Linea Gustav (Montecassino) e che dal 10 marzo era aproveniente dal fronte sulla Linea Gustav (Montecassino) e che dal 10 marzo era acquartierata alla periferia di Bologna. A mezzogiorno del 17 il capitano Kurt Christian von Loeben, comandante di un battaglione, venne convocato d’urgenza presso la sede della Militarkommandantur di Bologna per ricevere le disposizioni sull’operazione.

Kurt Christian von Loeben

Il comando tedesco riferì a von Loeben che sul posto aveva già operato la Feldgendarmerie accompagnata da elementi della GNR e che l’azione era stata disastrosa. Era quindi necessario ripulire quell’area e vendicare la morte di ufficiali e soldati tedeschi. La riunione si concluse con la solita parola d’ordine «Banditen kaputt». Terminata la riunione, von Loeben era già in viaggio per raggiungere la valle del Dragone alla testa del suo reparto che era composto da due compagnie, seguite da autoblindo leggere e sidecar, a cui si aggiunsero un plotone del genio e due sezioni di artiglieria, una da 75 e l’altra da 88 millimetri.

Il reparto, 250-300 uomini in tutto, giunse verso le 18 a Savoniero. L’ufficiale nazista pianificò l’azione nei minimi particolari prevedendo prima un cannoneggiamento di preparazione, poi l’intervento dei blindati per mettere a ferro e fuoco la sponda destra della valle del Dragone, da Susano a Monchio, per espugnare poi la “roccaforte” sul monte Santa Giulia, dove riteneva vi fosse il covo dei “banditen”.

Alle prime luci dell’alba del 18 marzo gli abitanti della valle furono svegliati dai colpi di tre cannoni che i tedeschi, dalla Rocca di Montefiorino, sparavano su Susano, Costrignano e Monchio per colpire i “banditen” ed i loro fiancheggiatori. Vi fu un fuggi fuggi generale, tra
le urla delle donne e il pianto di terrore dei bambini. Furono abbandonate le case più esposte al tiro dei cannoni e si cercò rifugio nelle cantine ed al pian terreno delle case che avevano l’ingresso rivolto verso la montagna.Molti abitanti dei tre paesi abbandonarono le loro abitazioni e trovarono rifugio, con le famiglie ed i parenti, nei profondi dirupi aperti dai torrenti che scendono verso il Dragone e negli avvallamenti protetti da dossi o grosse piante di quercia.

Verso le 7 si iniziò a sentire il rumore dei motori blindati che circondarono la zona. Muovendo da Savoniero i reparti germanici si misero in marcia verso i paesi da distruggere, formando una lunga colonna di autocarri, autoblinde e mezzi cingolati. Gran parte dei mezzi proseguì per Costrignano e Monchio. I diversi reparti si erano suddivise le frazioni e le borgate dove dovevano perpetrare le stragi.

I paracadutisti della “Goering” iniziarono la spietata caccia all’uomo. Le povere vittime, tutti inermi cittadini, vennero passate per le armi nei luoghi in cui venivano sorprese. Alcuni furono incolonnati, caricati di armi, munizioni e di beni razziati ed avviati verso Monchio dove, nel pomeriggio, vennero giustiziati. Le case vennero depredate di ogni oggetto di valore e delle provviste alimentari e poi date alle fiamme.

La carneficina iniziò a Susano dove avvennero le prime uccisioni. Furono sterminate intere famiglie. Nella casa isolata di Vallinperchio vennero trucidati tutti gli otto componenti della famiglia Gualmini. Un altro componente della famiglia, Aurelio, venne ucciso a poca distanza con un colpo di pistola in bocca. La strage si concluse a Monchio, che era ritenuto il covo dei partigiani che, però, avevano lasciato la zona nel corso della notte.

Con dovizia di particolari viene descritta da don Luigi Braglia, parroco del paese, la strage: «Sono le sette del mattino quando comincia il saccheggio e l’orribile strage. Entrano nelle case, spezzano le stoviglie e mandano in frantumi i vetri con i grossi fucili; fanno uscire le donne e i bambini, fanno una scorreria nelle camere, rubano qua e là ciò che loro aggrada, scaricando gli uomini che avevano nel frattempo tenuti fermi sotto la minaccia delle armi e quindi li avviano alla piazzetta in prossimità del cimitero vecchio dove verranno passati per le armi». Il giorno dopo la strage i fascisti fucilarono, dietro la Rocca di Montefiorino, Adelmo Passatelli di Savoniero. Così il numero dei morti della rappresaglia salì a 136.

Il disprezzo che von Loeben nutriva per gli italiani si rileva dal fatto che fece fucilare anche tre fascisti. Bocchi, risentito per il comportamento dei tedeschi, nella relazione del 30 marzo 1944 scrisse al capo della provincia, sottolineando che «erano stati fucilati tre fascisti regolarmente iscritti al PFR». La fucilazione dei tre fascisti la dice lunga in merito alla considerazione che i tedeschi avevano nei confronti dei camerati italiani, che trattavano con sufficienza e disprezzo.

Von Loeben, fiero delle sue “gesta” scrisse nel suo rapporto: «Con questa azione il battaglione ha dato l’esempio di come devono essere combattute le bande dei ribelli». Sia i tedeschi che i fascisti si vantarono di aver ucciso 300 partigiani. Le terrificanti violenze ebbero effetti nefasti sulla popolazione. Vi furono persone che impazzirono, molte altre fuggirono senza dare notizie di sé. Un numero impressionante di persone fu condotto via dai tedeschi ed inviato nei campi di concentramento in Germania.

Per quei terribili crimini pagarono solo Bocchi e Mori. Bocchi venne ucciso dai partigiani in un agguato a Modena il 16 marzo 1945, e due giorni dopo, ad un anno esatto dalla strage di Monchio, i fascisti celebrarono solennemente le sue esequie. Mori – fuggito da Modena dopo la Liberazione con altri fascisti – il 1° maggio 1945 morì in uno scontro a fuoco con i partigiani sul lago di Como, mentre tentava di riparare in Svizzera. Von Loeben morirà in combattimento contro i russi, il 23 marzo 1945, a Bransdorf in Moravia. Dopo la sua morte gli verrà attribuita la promozione postuma a maggiore.

Fonte: “Atlante delle stragi nazifasciste in Italia”

Scheda compilata da DANIEL DEGLI ESPOSTI

Località Monchio Susano Costrignano Savoniero Vitriola, Palagano, Modena, Emilia-Romagna

Data 18 marzo 1944

Matrice strage Nazista

Numero vittime  130

Numero vittime uomini 119

Numero vittime bambini 4

Numero vittime uomini ragazzi  9

Numero vittime uomini adulti 76

Numero vittime uomini anziani 30

Numero vittime donne 11

Numero vittime donne bambine 2

Numero vittime donne ragazze 2

Numero vittime donne adulte 4

Numero vittime donne anziane 3

Descrizione: All’inizio di marzo del 1944 il plenipotenziario del Reich in Italia, il comando supremo della Wehrmacht e i vertici della RSI decidono di avviare un poderoso rastrellamento nell’Appennino tosco-emiliano per sgominare le bande partigiane: anche se le formazioni dei “ribelli” non dispongono di grandi organici, la determinazione degli organizzatori sfrutta la precarietà delle strutture militari fasciste per assestare colpi significativi alle istituzioni di Salò e alle forze di occupazione.

Le formazioni partigiane che operano nell’alta valle del Secchia comprendono le volontà repressive dei fascisti e pianificano una contrapposizione sistematica alle offensive dei reparti repubblicani: nelle ultime settimane d’inverno diversi presidi dell’Appennino subiscono attacchi decisivi e le principali operazioni di rastrellamento si concludono con rapporti allarmistici o bilanci negativi.

Dopo vari successi partigiani e le gravi perdite che la Feldgendarmerie, le riserve tedesche dello Jagdkommando (Luftwaffe) e i reparti fascisti subiscono negli scontri del 16 marzo 1944, il Commissario Prefettizio di Montefiorino Francesco Bocchi invoca l’intervento di un reparto corazzato: Helmeth Dannehl, il tenente colonnello della Militärkommandantur di Bologna, convoca il Rittmeister Kurt Christian Von Loeben presso il comando di Porta Saragozza e gli ordina di effettuare un’operazione antipartigiana sulla montagna modenese. Von Loeben accetta, ma non avvia la missione subito: il 17 marzo la 2° e la 4° Compagnia della 1. Fallschirm-Panzer-Division Hermann Göring lasciano la villa alla periferia di Crespellano, nella quale alloggiano da qualche settimana, e partono per la Rocca di Montefiorino.

Nella notte i reparti preparano le operazioni d’attacco: mentre la Feldgendarmerie protegge i confini dell’area di rastrellamento e lo Jagdkommando si adopera per superare gli shock dei giorni precedenti, Von Loeben fa collocare una batteria contraerea sulle fortificazioni della rocca e orienta la canna verso le brigate di Monchio, Susano e Costrignano. Poco prima dell’alba inizia il cannoneggiamento: le tre borgate sono investite dal fuoco tedesco e gli abitanti cercano riparo tra i rifugi e le macchie boschive, ma l’arrivo dei reparti esploratori della Hermann Göring vanifica i tentativi di salvezza che molte famiglie intraprendono nelle disperate circostanze del mattino.

Montefiorino

Gli abitanti di Susano, Costrignano e Monchio vengono rastrellati in maniera sistematica: fatte salve le eccezioni della Buca di Susano e di Vallimperchio, le donne e i bambini non vengono uccisi, ma sono costretti ad assistere alle percosse e alle sevizie che gli autori del rastrellamento infliggono ai loro cari. Gli uomini ricevono l’ordine di caricare masserizie, beni e oggetti di uso quotidiano per formare piccoli ammassi nelle piazzette, poi vengono fucilati in maniera sommaria; quando i militari non trovano alcun oggetto da razziare, le esecuzioni avvengono subito dopo la cattura.

Due reparti fascisti, composti da una trentina di militi, partecipano alle operazioni e si distinguono per la spiccata volontà di vendetta che anima le delazioni. I repubblicani indicano le case dei sostenitori della Resistenza e segnalano gli individui sospetti, ma i tedeschi non si limitano a devastare gli obiettivi suggeriti dai collaborazionisti: molte case, diverse stalle e non pochi fienili vengono dati alle fiamme, aggiungendo al dolore del lutto il problema della perdita di tutto ciò che può garantire un sostegno per la vita quotidiana.

Al termine delle operazioni si contano 136 morti e circa 150 case danneggiate o distrutte. Nelle giornate successive Kurt Christian Von Loeben annuncia di aver sterminato “circa trecento ribelli”, mentre sul fronte fascista sia l’Agenzia Stefani sia la “Gazzetta dell’Emilia” sostengono la linea del Commissario Prefettizio Francesco Bocchi, che giustifica le devastazioni di Monchio, Susano e Costrignano nello spirito della repressione antipartigiana e nega le uccisioni indiscriminate di civili.

Francesco Bocchi

Il 20 marzo 1944 un reparto di esploratori tedeschi al comando di Richard Heimann effettua un blitz nella frazione reggiana di Cervarolo poiché una segnalazione collaborazionista suggerisce che una delle case coloniche del piccolo borgo sia un nascondiglio pieno di partigiani. Nel tardo pomeriggio i soldati tedeschi piombano nell’aia dell’abitazione in questione, arrestano venti ostaggi e li fucilano contro il muro esterno della cascina.

Modalità di uccisione: cannoneggiamento volontario, fucilazione, incendio, uccisione con armi da fuoco

Violenze connesse: deportazione della popolazione,furto e-o saccheggio,incendio di abitazione,stupro

Trattamento dei cadaveri: Esposizione, Occultamento dei cadaveri

Tipo di massacro: rastrellamento

Estremi e note penali: Nel 2005 vengono avviate le indagini sui fascicoli che contengono i documenti relativi alle stragi di Monchio, Susano e Costrignano, che sono rimasti nascosti dal 1960 al 1994 nell’Armadio della Vergogna. Nel 2010 il Tribunale Militare di Verona avvia un processo contro gli imputati ancora viventi.

Si cita un passaggio dell’articolo di Rolando Balugani, pubblicato sul sito dell’ANPI e inserito nelle risorse di rete.

“L’11 novembre 2009, davanti alla seconda sezione del Tribunale Militare di Verona, presieduta dal Dr. Vincenzo Santoro, ha avuto inizio il processo per l’eccidio di Monchio, Susano e Costrignano del 18 marzo 1944 e di altre stragi (perpetrate in Emilia e Toscana) tra cui quella di Cervarolo (Reggio Emilia). Sono accusati di quei delitti contro l’umanità i seguenti criminali nazisti, tutti ex appartenenti alla divisone corazzata, “Hermann Goering”:

Hans Georg Winkler, di anni 86, sottotenente, comandante della 4^ compagnia; Fritz Olberg, 88 anni, sottotenente, comandante di plotone della 3^ compagnia; Wilhelm Karl Stark, di anni 89, sergente, comandante di squadra della 3^ compagnia; Ferdinand Osterhaus, di ani 92, sottotenente, comandante di plotone della 5^ compagnia; Helmut Odenwald, di anni 90, capitano, comandante della 10^ batteria artiglieria antiaerea; Gunter Heiroth, di anni 84, soldato della 3^ compagnia.

Tutti gli imputati sono accusati dei seguenti crimini contro l’umanità:

“Concorso in violenza con omicidio contro privati nemici pluriaggravata e continuata (…) contribuendo alla materiale realizzazione dei crimini (…) e sempre agendo al programma criminale, senza necessità e senza giustificato motivo (…) e con finalità di ampie operazioni punitive contro i partigiani e la popolazione civile (…) contribuendo a cagionare la morte di numerosi privati cittadini italiani, fra cui donne, anziani e bambini inermi, agendo con crudeltà e premeditazione…”.”

Primo grado di giudizio: il 6 luglio 2011 il Tribunale Militare di Verona, in relazione ai fatti di Monchio, Susano e Costrignano del 18 marzo 1944, dichiarava gli imputati Alfred Lühmann, Helmut Odenwald e Ferdinand Osterhaus responsabili di concorso nel reato continuato loro ascritto e li condannava alla pena dell’ergastolo, ma assolveva per non aver commesso il fatto Erich Koeppe, Fritz Olberg, Wilhelm Stark e Hans Georg Winkler.

Secondo grado di giudizio: la Corte dichiara l’inammissibilità dell’appello proposto dal difensore dell’imputato Wilhelm Karl Stark, condannato solo per altre stragi. Helmut Odenwald e Ferdinand Osterhaus vengono assolti per non aver commesso il fatto. La sentenza confermava le pene inflitte in primo grado.

Terzo grado di giudizio: il 19 marzo 2014 la Cassazione annulla senza rinvio la sentenza impugnata in relazione all’imputato Ferdinand Osterhaus perché estinti i reati per morte dell’imputato. La Cassazione annulla la sentenza impugnata nei confronti di Helmut Odenwald.

Note sulla memoria: Le comunità di Monchio, Susano e Costrignano hanno elaborato una memoria piuttosto problematica, che non risulta facilmente schematizzabile attraverso le canoniche ripartizioni degli studi storici sulla società e sulla mentalità. Gli sviluppi delle attività pubbliche e le evoluzioni delle posizioni private inducono a parlare di una memoria non condivisa: mentre le sinistre, l’ANPI e i sostenitori della Resistenza progressista hanno sempre analizzato con passione e orgoglio le vicende della Repubblica di Montefiorino, la strage di Monchio, Susano e Costrignano è rimasta a lungo in un cono d’ombra che i discendenti delle vittime non hanno mai voluto dissipare.

Fino all’inizio degli anni Duemila, gli storici e gli avvocati che si occupavano di queste vicende ricevevano accoglienze fredde o, addirittura, ostili da diversi abitanti di questi luoghi, che non erano ancora disposti a riaprire le ferite della guerra nel nome della ricerca di un’interpretazione storica più corretta o di una fondamentale verità giuridica. Mentre il Comune di Montefiorino si poteva fregiare della Medaglia d’Oro al Valor Militare, i fatti di Monchio, Susano e Costrignano restavano fuori dal perimetro celebrativo della Repubblica Italiana.

Anche se nell’alta valle del Secchia non si erano mai registrati attacchi clamorosi alla Resistenza e benché i sentimenti di condanna nei confronti dei tedeschi e dei fascisti rimanessero molto forti, le genti delle borgate non volevano sentirsi parte di un meccanismo memoriale che avevano sempre associato all’epopea di Montefiorino e alla celebrazione acritica della lotta partigiana.

Nell’ultimo decennio la sensibilità delle istituzioni e le vicende giudiziarie hanno restituito slancio agli studi storici e alle opportunità di memoria: mentre una nuova richiesta di riconoscimento al Valor Civile veniva inoltrata al Ministero degli Interni, le associazioni culturali e i comitati cittadini si sono adoperati affinché il Memorial di Santa Giulia e alcuni dei più significativi luoghi della strage tornassero a essere frequentati e capiti dai cittadini e dai turisti.

Nonostante questa rinnovata atmosfera, le divisioni non sono scomparse: il mondo cattolico e i moderati non hanno mai condiviso in maniera completa le iniziative laiche e non hanno abbandonato le accuse nei confronti della Resistenza che avevano caratterizzato i primi anni del dopoguerra e gli ultimi frangenti del Novecento.

La beatificazione di Rolando Rivi – un seminarista ucciso dai partigiani a poche settimane dalla Liberazione poiché sospettato di essere una spia – non si è trasformata nell’occasione di un’autentica e matura ripresa delle analisi sulle ricadute violente della guerra civile, ma ha spalancato le porte del dibattito pubblico alle rivendicazioni anti-partigiane e anti-comuniste.

Rolando Rivi

Elenco vittime

  • Callisto Abbati: nato a Montefiorino (MO) il 24 agosto 1889, figlio di Battista e Clerice Paglia, residente a San Vitale, contadino, civile. Già soldato di fanteria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Cristoforo Abbati: nato a Montefiorino (MO) il 18 luglio 1878 (secondo Giovanni Fantozzi il 24 agosto 1885), figlio di Battista e Clerice Paglia, residente a San Vitale, contadino, civile. Già soldato di fanteria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Giuseppe Abbati: nato a Montefiorino (MO) il 23 novembre 1883 (secondo Giovanni Fantozzi il 23 dicembre 1883), figlio di Giovanni e Rosalba Abbati, residente a Cà di Ghedino, contadino, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Milziade Abbati: nato a Montefiorino (MO) il 12 luglio 1913, figlio di Giuseppe e Righi Maria, residente a Cà di Ghedino, licenza elementare, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Raffaele Abbati: nato a Montefiorino (MO) il 1 gennaio 1877 (secondo Giovanni Fantozzi il 20 agosto 1869), figlio di Tommaso e Maria Compagni, residente a San Vitale, agricoltore con licenza elementare, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Remo Abbati: nato a Montefiorino (MO) il 15 agosto 1906 (secondo Giovanni Fantozzi il 6 agosto 1906), figlio di Raffaele e Maria Braglia, residente a San Vitale, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Tommaso Abbati: nato a Montefiorino (MO) il 2 novembre 1910, figlio di Vitale e Dorotea Barbati, residente a San Vitale, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 1 gennaio 1944 entra nella Brigata “Mario Allegretti” con il nome di battaglia “Maso” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia, ma non intraprende la Lotta di Liberazione in maniera totale; continua a vivere in casa e non abbandona mai le terre che lo hanno visto crescere. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio; il foglio di riconoscimento partigiano afferma che è “caduto a Monchio il 18.4.1944” [sic], ma non precisa se sia stato eliminato poiché già sorpreso con le armi o se sia stato inserito nel novero degli ostaggi da sopprimere con una scelta casuale.
  • Ermeligio Albicini: nato a Montefiorino (MO) il 30 gennaio 1903, figlio di Pasquino e Clorinda Rioli, residente a Lama di Monchio, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 1 dicembre 1943 entra nella Brigata “Mario Allegretti” con il nome di battaglia “Ligio” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia, ma non intraprende la Lotta di Liberazione in maniera totale; continua a vivere in casa e non abbandona mai le terre che lo hanno visto crescere. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: Ilva Vaccari, che lo inserisce nei primi nuclei della Brigata “Matteotti”, afferma che Albicini viene “trucidato sulla soglia della sua casa, da cui forse voleva rendersi conto della inconsueta e lunga sparatoria”.
  • Augusto Barozzi: nato a Montefiorino (MO) il 19 ottobre 1880 (secondo Giovanni Fantozzi il 20 novembre 1880), figlio di Giovanni e Rosalba Paglia, residente a Cà di Ghedino, contadino, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Adelmo Barozzi: nato a Montefiorino (MO) il 12 maggio 1906 (secondo Giovanni Fantozzi il 16 ottobre 1908), figlio di Augusto ed Elidia Abati, residente a Cà di Ghedino, fabbro, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Mario Barozzi: nato a Montefiorino (MO) il 16 settembre 1915 (secondo Giovanni Fantozzi l’11 settembre 1915), figlio di Augusto ed Elidia Abati residente a Cà di Ghedino, agricoltore, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, già il 15 settembre 1943 entra in clandestinità e contribuisce a formare i primi nuclei della Brigata “Mario Allegretti”; partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia con il nome di battaglia “Mario”. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: Ilva Vaccari, riprendendo Pietro Alberghi, afferma che Augusto, Adelmo e Mario Barozzi vengono «uccisi nel successivamente chiamato “Campo della Morte”, perché vi furono soppressi 57 uomini, i quali, supremo sadismo, vi giunsero a piedi dalle località circostanti, carichi di munizioni. I viveri li rapinarono le truppe, e dopo incendiarono case e fienili, aggiungendo ai lutti enormi la miseria che oppresse i disgraziati sopravvissuti».
  • Giuseppe Bedostri: nato a Montefiorino (MO) il 1 febbraio 1904 (secondo Giovanni Fantozzi il 17 gennaio 1904), figlio di Pietro e Maria Libbra, residente a Vedriano, La Cà, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Luigi Bedostri: nato a Montefiorino (MO) il 13 dicembre 1905 (secondo Giovanni Fantozzi il 19 dicembre 1905, figlio di Pietro e Maria Libbra, residente a Vedriano, La Cà, agricoltore, civile. Già soldato di fanteria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Ambrogio Braglia: nato a Montefiorino (MO) il 10 maggio 1886 (secondo Giovanni Fantozzi il 10 marzo 1895), figlio di Antonio e Teresa Iacheri, residente a Cà dei Ponzi, contadino con licenza elementare, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista. Ilva Vaccari afferma che Braglia muore nella sua casa, che viene centrata da un ordigno esplosivo.
  • Livio Bucciarelli (Buciarelli per l’ANPI di Modena): nato a Montefiorino (MO) il 23 febbraio 1913 (secondo Giovanni Fantozzi il 10 marzo 1913), figlio di Dovindo e Maria Rioli, residente a Lama di Monchio, stagnino artigiano, civile. Già soldato di artiglieria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Giovanni Caminati (Camminati per l’ANPI di Modena e Ilva Vaccari): nato a Montefiorino (MO) il 1 novembre 1881 (secondo Giovanni Fantozzi il 1 novembre 1889, figlio di Giuseppe e Camminati Maria residente a San Vitale, agricoltore, civile. Già alpino, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Ernesto Carani: nato a Monchio il 15 luglio 1926 (secondo Giovanni Fantozzi a Polinago (MO) il 3 luglio 1926), figlio di Pietro e Caterina Rossi, residente a Lama di Monchio, contadino, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Alberto Caselli: nato a San Martino di Carpi (MO) il 30 ottobre 1897 (secondo Giovanni Fantozzi a Polinago (MO) il 30 novembre 1897), figlio di Giuseppe e Caterina Piacentini, residente a Lama di Monchio, contadino, civile. Già soldato di fanteria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: secondo Ilva Vaccari viene ucciso sul selciato della sua casa davanti ai familiari. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Ernesto Compagni: nato a Montefiorino (MO) il 7 aprile 1899, figlio di Giulio e Angela Albergucci, residente a Cà di Ghedino, agricoltore con licenza elementare, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Adele Cornetti in Braglia: nata a Montefiorino il 12 maggio 1884 (secondo Giovanni Fantozzi a Polinago nel 1889), figlia di Enrico e Maria Barbati, moglie di Ambrogio Braglia, residente a Cà dei Ponzi, massaia, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista. Ilva Vaccari afferma che “rimasta ferita nella deflagrazione ricordata [della casa, ndr], e gemente, fu invano aiutata dal nipote Luigi, che l’aveva adagiata sul letto in attesa di poterle porgere maggior aiuto. Ma purtroppo egli non poté tornare e la povera Adele fu arsa viva nel rogo dell’abitazione”.
  • Luigi Cornetti: nato a Montefiorino (MO) il 21 giugno 1903 (secondo Ilva Vaccari il 21 giugno 1905), figlio di Antonio e Rosalia Giberti, residente a Cà dei Ponzi insieme agli zii Adele e Ambrogio Braglia, falegname, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista. Cornetti viene ucciso da una scarica di mitra mentre cerca di entrare nella casa degli zii, colpita da un ordigno esplosivo.
  • Enrico Debbia: nato a Monchio il 10 settembre 1902 (secondo Giovanni Fantozzi a Montefiorino (MO) il 21 settembre 1902), figlio di Luigi e Annunziata Abbati, residente a Cà Bertoni, contadino, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Franco o Francesco Debbia: nato a Montefiorino (MO) il 19 febbraio 1925, figlio di Nemesio e Teresa Telleri, residente a Cà Bertoni con lo zio Enrico e il fratello Valerio, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano nella Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Roberto Debbia: nato a Montefiorino (MO) il 1 novembre 1889, figlio di Giovanni e Marianna Ranieri, residente a Cà Rotella, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, l’8 febbraio 1944 entra nella Brigata “Mario Allegretti” con il nome di battaglia “Roberto” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia, ma non intraprende la Lotta di Liberazione in maniera totale; continua a vivere in casa e non abbandona mai le terre che lo hanno visto crescere. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio.
  • Valerio Debbia: nato a Montefiorino (MO) il 22 maggio 1921, figlio di Nemesio e Teresa Telleri, residente a Cà Bertoni, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 10 settembre 1943 entra nella Brigata “Mario Allegretti” con il nome di battaglia “Valerio” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia, ma non intraprende la Lotta di Liberazione in maniera totale; continua a vivere in casa e non abbandona mai le terre che lo hanno visto crescere.; la data d’inizio della lotta partigiana rende questo riconoscimento meno credibile di quello di Roberto Debbia, ma l’assegnazione alla Brigata “Mario Allegretti” lo distingue dai numerosi civili che sono stati inseriti nelle file della “Comando”. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: è ucciso dopo aver trasportato a lungo le masserizie per i tedeschi.
  • Sisto Facchini: nato a Montefiorino (MO) il 12 maggio 1870 (secondo Giovanni Fantozzi il 12 giugno 1870), residente a Casa Sistone, ex-agricoltore, civile semi-paralizzato. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Egidio Ferrari: nato a Montefiorino (MO) il 3 settembre 1896 (secondo Giovanni Fantozzi il 5 settembre 1897), figlio di Giuseppe e Marcellina Salsi, residente a San Vitale, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Remo Ferrari: nato a Montefiorino (MO) il 16 luglio 1892, figlio di Giovanni e Zaira Nicotti, residente a Vedriano, La Cà, agricoltore con licenza elementare, civile. Già soldato di artiglieria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: secondo Ilva Vaccari viene ucciso sul selciato della sua casa davanti ai familiari. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Teobaldo Ferrari: nato a Montefiorino (MO) nel 1920 (secondo Giovanni Fantozzi il 3 febbraio 1918), figlio di Emilio e Angiolina Lanzotti, residente a San Vitale, maestro elementare non diplomato, partigiano. Anche se non ha ancora completato la propria formazione, riceve un incarico di insegnamento presso la scuola della località “Campagna”. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, l’11 ottobre 1943 entra nella Brigata “Dragone” con il nome di battaglia “Baldo” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia, ma non intraprende la Lotta di Liberazione in maniera totale; continua a vivere in casa e non abbandona mai le terre che lo hanno visto crescere. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio.
  • Giuseppe Fiorentini: nato a Montefiorino (MO) il 24 maggio 1905 (secondo Giovanni Fantozzi il 2 luglio 1905), figlio di Clemente e Aldegonda Bruni, residente a Lama di Monchio, agricoltore con licenza elementare e moglie paralitica, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: secondo Ilva Vaccari la sua casa è data alle fiamme. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Teodoro Fontanini: nato a Riccovolto di Frassinoro (MO) il 1 luglio 1898 (secondo l’ANPI di Modena il 4 marzo 1893), figlio di Bartolomeo e Adalcisa Facchini, residente a Monte alla Torre, agricoltore, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 15 dicembre 1943 entra nella Brigata “Mario Allegretti” con il nome di battaglia “Teo” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia, ma non intraprende la Lotta di Liberazione in maniera totale; continua a vivere in casa e non abbandona mai le terre che lo hanno visto crescere. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: dopo aver trasportato materiale dalla casa di Monte alla Torre alla piazzetta del Castello è ucciso dai tedeschi.
  • Attilio Giberti: nato a Montefiorino (MO) il 31 maggio 1911 (secondo l’ANPI il 1 settembre 1911), figlio di Gaetano e Caterina Abbati, residente a Cà dei Ponzi, agricoltore con licenza elementare, civile. Già soldato di fanteria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: secondo Ilva Vaccari, dopo aver messo al sicuro la famiglia, torna a casa per recuperare gli oggetti più importanti, ma viene ucciso sul davanzale della finestra mentre cerca di mettersi in salvo. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Eleuterio Giberti: nato a Montefiorino (MO) il 21 luglio 1904 (secondo Giovanni Fantozzi il 10 luglio 1904), figlio di Gaetano e Caterina Abbati, residente a Cà dei Ponzi, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: secondo Ilva Vaccari, la salma viene trovata lungo la mulattiera che conduce a Querciadello, dove si sono rifugiati i suoi familiari. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Giuseppe Giusti: nato a Montefiorino (MO) il 4 o il 7 febbraio 1907, figlio di Alfredo e Valeria Giusti, residente a Querciagrossa, agricoltore, civile. Già soldato di fanteria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: secondo Ilva Vaccari, viene ucciso tra Volta San Martino e Bellaria di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Aurelio Guglielmini: nato a Montefiorino (MO) il 25 luglio 1895, figlio di Bortolomeo ed Emerenzia Mattioli, residente a Castello di Monchio, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 12 novembre 1943 entra nella Brigata “Mario Allegretti” con il nome di battaglia “Elio” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia, ma non intraprende la Lotta di Liberazione in maniera totale; continua a vivere in casa e non abbandona mai le terre che lo hanno visto crescere. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: dopo aver trasportato materiale verso il “Campo della Morte” è ucciso dai tedeschi.
  • Emilio Guglielmini: nato a Montefiorino (MO) il 31 agosto 1895, figlio di Giovanni e Clerice Debbia, residente a Cà di Guglielmo, contadino, civile. Già soldato di fanteria, il 18 marzo 1944 rimane ferito nel corso del cannoneggiamento tedesco sulla borgata di Monchio: secondo Ilva Vaccari e Giovanni Fantozzi, viene trasportato all’ospedale di Sassuolo, dove muore il 24 marzo 1944 a causa delle gravi ferite riportate durante l’attacco tedesco.
  • Giuseppe Guglielmini: nato a Montefiorino (MO) il 22 maggio 1914, figlio di Luigi e Maria Pancani, residente a Castello di Monchio, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 2 dicembre 1943 entra nella Brigata “Mario Allegretti” con il nome di battaglia “Giuseppe” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia, ma non intraprende la Lotta di Liberazione in maniera totale; continua a vivere in casa e non abbandona mai le terre che lo hanno visto crescere. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: secondo Ilva Vaccari, all’inizio dell’attacco si trova nascosto insieme a Don Braglia, ma si accorge dei colpi dell’artiglieria tedesca e corre a casa per salvare i figli. Sorpreso dai tedeschi lungo il percorso, è aggredito e ucciso a colpi di pugnale.
  • Luigi Guglielmini: nato a Montefiorino (MO) l’8 giugno 1883, figlio di Bortolomeo e Veronica Pistoni, residente a Castello di Monchio, contadino, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Renato Guglielmini: nato a Montefiorino (MO) il 26 gennaio 1926 (secondo Giovanni Fantozzi il 25 gennaio 1925), figlio di Artemio e Pia Saielli, residente a Castello di Monchio, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 12 novembre 1943 entra nella Brigata “Mario Allegretti” con il nome di battaglia “Renato” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia, ma non intraprende la Lotta di Liberazione in maniera totale; continua a vivere in casa e non abbandona mai le terre che lo hanno visto crescere. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: secondo Ilva Vaccari è ucciso insieme alla madre Pia Saielli, che ha cercato di salvarlo mettendosi davanti al suo corpo.
  • Amilcare Magnani: nato a Montefiorino (MO) il 22 giugno 1906 (secondo Giovanni Fantozzi il 18 ottobre 1906), figlio di Domenico e Anastasia Caminati, residente a Castagnola, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 12 gennaio 1944 entra nella Brigata “Mario Allegretti” con il nome di battaglia “Chelo” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia, ma non intraprende la Lotta di Liberazione in maniera totale; continua a vivere in casa e non abbandona mai le terre che lo hanno visto crescere. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio.
  • Ivo Marchi: nato a Montefiorino (MO) il 18 gennaio 1917, figlio di Francesco e Teodolinda Silvestri, residente a Montalago, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 12 gennaio 1944 entra nella Brigata “Scarpone” con il nome di battaglia “Ivo” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia, ma non intraprende la Lotta di Liberazione in maniera totale; continua a vivere in casa e non abbandona mai le terre che lo hanno visto crescere. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: i tedeschi lo uccidono lungo la mulattiera che collega Monchio a Montelago.
  • Alvino Martelli: nato a Montefiorino (MO) il 13 gennaio 1922, figlio di Giuseppe e Palmira Martelli, residente a Querciagrossa, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 3 ottobre 1943 entra nella Brigata “Scarabelli” con il nome di battaglia “Alvino” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia, ma non intraprende la Lotta di Liberazione in maniera totale; continua a vivere in casa e non abbandona mai le terre che lo hanno visto crescere. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio.
  • Giuseppe Martelli: nato a Montefiorino (MO) il 6 o il 10 ottobre 1896, figlio di Paolo e Adele Casacci, residente a Querciagrossa, contadino, civile. Già soldato di fanteria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Gino Massari: nato a Caorso di Piacenza d’Adige (PD) il 5 maggio 1912, figlio di Valentino e Martina Casella, residente a Milano e sfollato con la moglie a Castello di Monchio, ex-carabiniere, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 15 gennaio 1944 entra nella Brigata “Scarabelli” con il nome di battaglia “Gino” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia, ma non intraprende la Lotta di Liberazione in maniera totale; continua a vivere in casa e non abbandona mai la famiglia nelle terre di Montefiorino. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio.
  • Alessandro Mesini: nato a Montefiorino (MO) il 12 maggio 1905, figlio di Angelo e Giulia Cuoghi, residente a Campaccio, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 1 gennaio 1944 entra nella Brigata “Mario Allegretti” con il nome di battaglia “Sandro” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia, ma non intraprende la Lotta di Liberazione in maniera totale; continua a vivere in casa e non abbandona mai le terre che lo hanno visto crescere. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio.
  • Celso Mesini: nato a Montefiorino (MO) il 17 settembre 1908 (secondo Ilva Vaccari nel 1889), residente a Lama di Monchio, muratore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio insieme al nipote Livio Bucciarelli: i tedeschi lo costringono a trasportare masserizie e munizioni fino al “Campo della Morte” e lo uccidono insieme agli altri uomini rastrellati.
  • Remo Mucci o Mussi: nato a Montefiorino (MO) il 14 aprile 1926 (secondo Ilva Vaccari il 14 maggio 1926), residente a Lama di Monchio, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: secondo Ilva Vaccari i tedeschi lo rastrellano a Frassineti, dove lavora come garzone, e lo uccidono nella borgata che sorge sotto la cima del Monte Santa Giulia. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Attilio Ori: nato a Montefiorino (MO) il 2 o il 7 settembre 1927, figlio di Giuseppe e Maria Compagni, residente a La Quercia, contadino, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: viene ucciso in un campo fra Volta di San Martino e Bellaria di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Domenico Ori: nato a San Martino di Carpi (MO) o a Montefiorino (MO) il 1 maggio 1877 (secondo Giovanni Fantozzi a Polinago il 24 giugno 1887), figlio di Tullio e Margherita Lisignoli, residente a Volta di San Martino (Polinago), contadino, civile. Già soldato di artiglieria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio insieme al cugino Ernesto e al nipote Attilio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Ernesto Ori: nato a Polinago (MO) il 12 o il 18 settembre 1888, figlio di Carlo e Luigia Rossi, residente a Volta di San Martino (Polinago), contadino, civile. Già soldato di fanteria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio insieme al cugino Domenico e al nipote Attilio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Claudio Pancani: nato a Montefiorino (MO) il 17 settembre 1885, figlio di Fioravanti e Maria Rancini, residente a Monchio, colono del parroco Don Braglia, civile. Già soldato di fanteria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio anche se ha da poco preso la tessera del Partito Fascista Repubblicano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Ernesto Pancani: nato a Montefiorino (MO) il 9 maggio 1927, figlio di Claudio e Genoveffa Ricchi, residente a Monchio, contadino, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Marco Pancani: nato a Montefiorino (MO) il 1 o il 2 novembre 1887, figlio di Fiore e Maria Bonaccini, residente a Le Salde, contadino, civile. Già soldato di fanteria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Antonio o “Tonino” Pancani: nato a Montefiorino (MO) il 21 giugno 1931, figlio di Marco e Beatrice Caminati, residente a Le Salde, contadino con licenza elementare, civile. Il 18 marzo 1944, a soli dodici anni e nove mesi, rimane vittima della strage di Monchio: quando vede che i tedeschi conducono via con fare minaccioso il padre, si stringe alle sue gambe e viene ucciso insieme a lui. Dopo la Liberazione, nonostante la giovanissima età, è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Leonildo Pistoni: nato a Prignano (MO) il 27 ottobre 1877 (secondo Giovanni Fantozzi 1887), figlio di Sante e Maria Croci, residente a Vedriano, La Cà, contadino, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: viene ferito durante il cannoneggiamento tedesco e i familiari non riescono a trasportarlo in tempo all’ospedale di Sassuolo. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Luigi o “Gino” Pistoni: nato a Montefiorino (MO) il 26 settembre 1929, figlio di Michele e Alberta Mezzacani, residente a Castagnola, contadino con licenza elementare, civile. Il 18 marzo 1944, a quattordici anni e mezzo, rimane vittima della strage di Monchio: quando i tedeschi conducono via il padre Michele, non lo abbandona e muore insieme a lui. Dopo la Liberazione, nonostante la giovane età, è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Michele Pistoni: nato a Montefiorino (MO) il 13 o il 31 luglio 1903, figlio di Giuseppe e Domenica Benevelli, residente a Castagnola, agricoltore, partigiano. Fratello di Monsignor Giuseppe Pistoni, il 15 dicembre 1943 viene inserito tra i partigiani della Brigata “Mario Allegretti” con il nome di battaglia “Michele”, ma non abbandona mai la famiglia e non smette di condurre la propria esistenza quotidiana. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio.
  • Ernesto Ricchi: nato a Frassinoro (MO) il 16 ottobre 1924, figlio di Gaudenzio e Ida Debbia, residente a Cà Rotella, agricoltore, partigiano. La prematura scomparsa del padre lo costringe a mantenere la famiglia fin da giovanissimo. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 7 dicembre 1943 entra nella Brigata “Mario Allegretti” con il nome di battaglia “Ernesto” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia. Il 18 marzo 1944 si trova presso la famiglia dello zio Roberto Debbia e rimane vittima della strage di Monchio.
  • Viterbo Ricchi: nato a Montefiorino (MO) il 10 maggio 1925, figlio di Giovanni e Delia Picconi, residente a Lama di Monchio, partigiano. Secondo Ilva Vaccari, dopo l’8 settembre 1943 aderisce ai bandi di reclutamento della RSI, ma diserta quasi subito e si unisce alle formazioni della Resistenza. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 13 novembre 1943 entra nella Brigata “Mario Allegretti” con il nome di battaglia “Viterbo” e partecipa alla Lotta di Liberazione nell’alta valle del Secchia. Il 18 marzo 1944 si trova nascosto in un fienile non lontano dalla casa della sua famiglia e rimane vittima della strage di Monchio: quando l’edificio viene incendiato, Viterbo cerca di fuggire, ma viene falciato da una raffica.
  • Antonio Rioli: nato a Montefiorino (MO) il 13 giugno 1874, figlio di Angelo e Beatrice Barbati, residente a Cà dei Ponzi, contadino con licenza elementare, civile. Ex-carabiniere, si adoperava ancora come funzionario di stato civile nella frazione di Monchio. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista: i soldati tedeschi lo spogliano di tutti gli averi e, non tollerando più le suppliche di clemenza, lo uccidono con una raffica di mitra. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Mauro Rioli: nato a Montefiorino (MO) il 1 novembre 1925, figlio di Francesco e Maria Pistoni, residente a Lama di Monchio, partigiano. Secondo Ilva Vaccari, dopo l’8 settembre 1943 aderisce ai bandi di reclutamento della RSI, ma diserta quasi subito e si unisce alle formazioni della Resistenza. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 2 ottobre 1943 entra nella Brigata “Mario Allegretti” con il nome di battaglia “Mauro” e partecipa alla Lotta di Liberazione nell’alta valle del Secchia. Il 18 marzo 1944 si trova nascosto in un fienile non lontano dalla casa della sua famiglia e rimane vittima della strage di Monchio: quando l’edificio viene incendiato, Mauro cerca di fuggire, ma viene falciato da una raffica.
  • Pellegrino Rioli: nato a Montefiorino (MO) il 10 agosto 1887 (secondo Ilva Vaccari il 12 agosto 1884), residente a Cà dei Ponzi, contadino, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Pia Saielli in Guglielmini: nata a Riolunato (MO) il 17 maggio 1898 (secondo Giovanni Fantozzi il 15 maggio 1909), residente a Castello di Monchio, massaia, moglie di Artemio Guglielmini. Il marito è prigioniero di guerra in Russia, il figlio primogenito si trova internato militare in Germania: nessuno dei due riesce a tornare dopo la fine del conflitto. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: secondo Ilva Vaccari, viene colpita nel tentativo di salvare il figlio Renato e muore dopo una lunga agonia sotto le macerie della casa incendiata. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Agostino Silvestri: nato a Montefiorino (MO) il 5 ottobre 1885 (secondo Giovanni Fantozzi 1875), figlio di Carlo e Caterina Ruffaldi, residente a Cà Riposini, agricoltore, civile. Già alpino, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista: visto che due giorni prima le truppe tedesche dello Jagdkommando in rastrellamento gli hanno incendiato il fienile, si trasferisce nella brigata della Castagnola, ma lì trova la morte durante le operazioni di rappresaglia. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Ines Silvestri in Venturelli: nato a Montefiorino (MO) l’11 o il 23 novembre 1913, figlia di Agostino e Brigida Zucchini, residente a Monchio, massaia con licenza elementare, civile. Moglie di Dante Venturelli, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista: quando vede che i soldati tedeschi portano via il marito Dante, non lo abbandona e ne condivide la sorte fino all’ultimo istante. Dopo la Liberazione è stata riconosciuta partigiana della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Ennio Tincani: nato a Montefiorino (MO) il 15 agosto 1908, figlio di Ignazio e Caterina Abati, residente a San Vitale, agricoltore, partigiano. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Geminiano Tincani: nato a Montefiorino (MO) il 12 maggio 1885 (secondo Giovanni Fantozzi il 12 ottobre 1892), figlio di Petrantonio e Domenica Ferrari, residente a San Vitale, agricoltore, civile. Già alpino, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio: secondo Ilva Vaccari, viene colpita nel tentativo di salvare il figlio Renato e muore dopo una lunga agonia sotto le macerie della casa incendiata. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Dante Venturelli: nato a Montefiorino (MO) il 19 marzo 1912, figlio di Eugenio e Valeria Abbati, residente a Monchio, agricoltore, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 3 febbraio 1944 entra nella Brigata “Mario Allegretti” con il nome di battaglia “Dante” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia, ma non intraprende la Lotta di Liberazione in maniera totale; continua a vivere in casa e non abbandona mai le terre che lo hanno visto crescere. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio insieme alla moglie Ines Silvestri.
  • Florindo Venturelli: nato a Prignano (MO) il 10 aprile o maggio 1929, figlio di Gioacchino e Caterina Pancani, residente a Monchio, contadino, civile. Il 18 marzo 1944, a quattordici anni e undici mesi, rimane vittima della strage di Monchio: quando i tedeschi conducono via il padre Gioacchino, non lo abbandona e muore insieme a lui. Dopo la Liberazione, nonostante la giovane età, è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Gioacchino Venturelli: nato a Montefiorino (MO) il 12 febbraio 1888 (secondo Giovanni Fantozzi il 19 settembre 1888), figlio di Pietro e Domenica Pattini, residente a Monchio, contadino, civile. Già artigliere, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio insieme al figlio Florindo. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Ersilio o Ersidio Barbati: nato a Montefiorino (MO) il 15 o il 17 gennaio 1898, figlio di Giuseppe e Cleonice Celli, residente a Casa del Rio, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Costrignano: viene ucciso dai tedeschi a Frassineti. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Ignazio Barbati: nato a Montefiorino (MO) il 27 giugno 1874 (secondo Giovanni Fantozzi il 27 aprile 1872), figlio di Pietro e Margherita Pigoni, residente a Casa Barbati, agricoltore, civile. Fratello di Luigi, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nel territorio di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Luigi Barbati: nato a Montefiorino (MO) il 18 febbraio 1882, figlio di Pietro e Margherita Pigoni, residente a Casa Barbati, agricoltore con licenza elementare, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nel “Campo della Morte” a Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Luigi Pasquino Barbati: nato a Montefiorino (MO) il 23 aprile 1916, figlio di Pellegrino e Virginia Rioli, residente a Frassineti, agricoltore, civile. Già soldato di fanteria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Costrignano: i tedeschi lo uccidono vicino alla sua casa. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Mario Baschieri: nato a Montefiorino (MO) il 16 dicembre 1907 (secondo Giovanni Fantozzi il 2 luglio 1909), figlio di Sante e Maria Ghiddi, residente a Il Castello, calzolaio, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Giacomo Beneventi: nato a Montefiorino (MO) il 19 o il 24 settembre 1913, figlio di Pellegrino e Clerice Baroni, residente a Frassineti, agricoltore, civile. Già soldato di artiglieria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Costrignano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Giuseppe Beneventi: nato a Montefiorino (MO) il 1 aprile 1910, figlio di Pellegrino e Clerice Baroni, residente a Frassineti, agricoltore, civile. Già soldato di artiglieria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Costrignano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Pellegrino Beneventi: nato a Montefiorino (MO) il 7 giugno 1879 (secondo Giovanni Fantozzi il 1 agosto 1873), figlio di Fortunato e Teresa Garzoni, residente a Frassineti, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Costrignano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Adelmo Caminati o Camminati: nato a Montefiorino (MO) il 1 o il 2 giugno 1904, figlio di Giuseppe e Paolina Rioli, residente a Il Castello, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Luigi Casinieri: nato a Montefiorino (MO) l’8 o il 9 agosto 1927, figlio di Silvio e Geltrude Benvenuti, residente a Cà di Giano, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Costrignano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Giovanni Battista Ceccherelli: nato a Modena il 24 agosto 1921, figlio di Vittorio e Bianca Pisa, residente a Modena, maestro e intellettuale, civile. Frequenta le Scuole Magistrali della città. Nel 1941 consegue il diploma, ma è subito chiamato alle armi e diventa Sottotenente di Fanteria a Siracusa, dove contrae una malattia. Nel dicembre del 1943 comincia a insegnare alla scuola della Cà Vecchia di Costrignano. Ceccherelli entra subito in sintonia con la semplicità dell’ambiente montanaro e lavora con entusiasmo nella piccola comunità appenninica, ma rimane vittima dell’eccidio che sconvolge i borghi di Monchio il 18 marzo 1944. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Sante Chiesi: nato a Montefiorino (MO) il 23 dicembre 1880 (secondo Giovanni Fantozzi il 17 gennaio 1881), figlio di Antonio e Luigia Baroni, residente a Il Castello, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Costrignano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Tolmino Compagni: nato a Montefiorino (MO) l’11 maggio 1918 (secondo Ilva Vaccari nel 1919), residente a Cà Vecchia, civile. Già soldato del Regio Esercito, rientra a casa con fatica dopo l’8 settembre 1943 e cerca tranquillità sull’Appennino modenese, ma il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Costrignano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Nino Ferrari: nato a Montefiorino (MO) il 26 luglio 1923 (secondo Giovanni Fantozzi il 26 luglio 1924), figlio di Secondo e Anna Maffoni, residente a Castellaro, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Costrignano insieme al padre Secondo. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Secondo Ferrari: nato a Montefiorino (MO) il 13 o il 21 agosto 1889, figlio di Alfonso e Clerice Franchi, residente a Castellaro, esercente commerciante con diploma di liceo, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Costrignano insieme al figlio Nino: al termine della guerra la famiglia conta anche un figlio disperso e un altro malato. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Lorenzo Ghiddi: nato a Montefiorino (MO) il 2 luglio 1909, figlio di Angelo e Maria Monti, residente a Il Castello, meccanico artigiano, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista nel “Campo della Morte” di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Alcide Lami: nato a Montefiorino (MO) il 5 aprile 1919 (secondo Giovanni Fantozzi il 7 luglio 1923), figlio di Fulgenzio e Angiolina Teggi, residente a Castellaro, agricoltore, civile. Già soldato di fanteria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista al “Campo della Morte”. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Ennio Lami: nato a Montefiorino (MO) il 12 luglio 1925, figlio di Silvio e Lucia Cadinieri, residente a Cà di Giano, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista al “Campo della Morte” di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Mario Lami: nato a Montefiorino (MO) il 12 dicembre 1926 (secondo l’ANPI il 18 ottobre), figlio di Silvio e Lucia Cadinieri, residente a Cà di Giano, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista al “Campo della Morte” di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Silvio Lami: nato a Montefiorino (MO) il 4 maggio 1890 (secondo Giovanni Fantozzi il 12 luglio 1905), figlio di Natale e Angela Oliviero, residente a Cà di Giano, agricoltore e campanaro della parrocchia, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista al “Campo della Morte” di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Marcellina Lorenzi: nato a Lama Mocogno (MO) l’11 dicembre 1927 (secondo Ilva Vaccari nel 1917), residente a Il Poggio, civile. Muore il 19 marzo 1944 per un aneurisma provocato dallo spavento che ha vissuto nel giorno della strage nazista di Costrignano.
  • Massimo Maestri: nato a Montefiorino (MO) l’8 dicembre 1909 (secondo Giovanni Fantozzi il il 4 dicembre 1905), figlio di Domenico e Maria Beneventi, residente a Il Castello, muratore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista al “Campo della Morte”. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Giuseppe Pancani: nato a Montefiorino (MO) il 17 o il 19 marzo 1887, figlio di Antonio e Luigia Caminati, residente a Frassineti, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Costrignano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Cesare Pigoni: nato a Montefiorino (MO) il 17 settembre o novembre 1908, figlio di Marco e Adele Garzoni, residente a La Valle, agricoltore, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 7 novembre 1943 entra nella Brigata “Bigi” con il nome di battaglia “Cesare” e partecipa alla Resistenza nell’alta valle del Secchia. Il 6 gennaio 1944 combatte sul Monte Santa Giulia, l’8 marzo 1944 è coinvolto nello scontro di Prignano, il 12 marzo è impegnato a Savoniero e il 16-17 marzo lotta contro le truppe dello Jagdkommando al Mulino del Grillo. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Monchio.
  • Domenico Pigoni: nato a Montefiorino (MO) il 15 o il 16 gennaio 1911, figlio di Mario e Adele Gazzoni, residente a La Valle, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Costrignano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Giuseppe Pigoni: nato a Montefiorino (MO) il 20 o il 21 settembre 1903, figlio di Domenico ed Emma Moffoni, residente a Casa Rozzi, agricoltore, civile. Già soldato di fanteria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Costrignano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Lino Pigoni: nato a Montefiorino (MO) il 14 maggio 1907, figlio di Luigi e Clelia Mucci, residente a Casa Barbati, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Costrignano: anche se soffre di una grave flebite, è costretto dai tedeschi a trasportare munizioni e masserizie verso Monchio. Dal momento che non procede con lo stesso ritmo degli altri, uno dei soldati di scorta lo uccide in maniera brutale: secondo Ilva Vaccari, Lino Pigoni viene sgozzato. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Luigi Pigoni: nato a Montefiorino (MO) il 17 ottobre 1879, figlio di Giuseppe e Caterina Baschieri, residente a Casa Rozzi, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Costrignano: i soldati tedeschi lo abbattono con una raffica di mitra sulla soglia di casa, mentre il figlio Lino è ucciso a non grande distanza da un altro militare. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Claudio Rioli: nato a Montefiorino (MO) il 22 o il 23 o il 30 dicembre 1917, figlio di Ernesto ed Elide Albicini, residente a Casa Barbati, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista nel “Campo della Morte” di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Ernesto Rioli: nato a Montefiorino (MO) il 3 o il 6 aprile 1894, figlio di Cirillo e Caterina Benvenuti, residente a Casa Barbati, agricoltore, civile. Padre di Claudio, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Costrignano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Pellegrino Rioli: nato a Montefiorino (MO) il 16 o il 26 agosto 1871 (secondo Giovanni Fantozzi il 1 agosto 1884), figlio di Angelo e Beatrice Barbati, residente a Casa Barbati, agricoltore, civile. Già soldato di fanteria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Costrignano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Dante Rosi: nato a Montefiorino (MO) il 28 gennaio 1912, figlio di Angelo e Valentina Barbati, residente a Il Castello, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista nel “Campo della Morte” di Monchio. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Lodovico Sassatelli: nato a Montefiorino (MO) il 21 agosto 1927, figlio di Augusto e Margherita Bertelli, residente a Cà di Giano, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Costrignano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Enrico Severi: nato a Palagano (MO) il 12 o il 13 agosto 1928, figlio di Giovanni e Gilda Ortpnovi, residente a Palagano, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Costrignano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Delia o Dalia Albicini in Marastoni: nata a Montefiorino (MO) il 13 novembre 1899 (secondo Giovanni Fantozzi il 21 settembre 1898), figlia di Felice e Lovinia Prati, residente a La Buca, mugnaia, civile. Coniugata Marastoni, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Susano: i soldati tedeschi la uccidono insieme ai figli piccoli Ursilia e Orfeo, poi gettano i cadaveri tra le fiamme. Dopo la Liberazione è stata riconosciuta partigiana della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Clarice Aschieri in Gualmini: nata a Montefiorino (MO) il 21 o il 24 agosto 1873, residente a Vallimperchio, civile. Moglie di Celso Gualmini, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Susano.
  • Massimiliano Aschieri: nato a Montefiorino (MO) il 21 luglio 1876, fratello di Clarice, residente a Vallimperchio, civile. Menomato mentale, viene accolto nella casa del cognato Celso poiché la sorella non lo vuole abbandonare al suo destino. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Susano.
  • Camillo Baldelli: nato a Modena il 14 marzo 1916, figlio di n.n. e Maria Luisa Baldelli, residente a Modena, maestro e intellettuale, civile. Già sergente di cavalleria, dopo l’8 settembre 1943 riceve la cattedra di maestro elementare nella scuola di Susano e stabilisce una buona intesa con la popolazione del borgo. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista. Dopo la Liberazione è stata riconosciuta partigiana della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Maria Baschieri in Gualmini: nata a Montefiorino (MO) il 27 ottobre 1911, moglie di Raffaele Gualmini, residente a Vallimperchio, civile. Il 18 marzo 1944, mentre è incinta del quarto figlio, rimane vittima della strage nazista a Susano: la salma viene trovata sopra i corpi dei tre bambini, che ha cercato di proteggere dalla violenza dei soldati tedeschi.
  • Carlo di N.N.: fanciullo di circa tre anni, affidato da un orfanotrofio a Delia Albicini su indicazione delle autorità provinciali di Modena, in cambio di un piccolo indennizzo economico. Il 18 marzo 1944 viene ucciso insieme alla donna e alla sua famiglia: il cadavere è gettato tra le fiamme della cascina.
  • Dovindo Casacci: nato a Montefiorino (MO) il 24 maggio 1884 (secondo Giovanni Fantozzi il 7 settembre 1884), figlio di Stefano e Maria Arioli, residente a La Valle, partigiano. Secondo il database della sezione ANPI di Modena, il 28 gennaio 1944 entra nella Brigata “Barbolini” e partecipa alla Lotta di Liberazione nell’alta valle del Secchia, ma appare poco probabile che il suo impegno abbia riguardato la sfera militare o sia consistito nel vivere nella formazione; Ilva Vaccari lo indica come “staffetta”. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage di Susano: i tedeschi gli distruggono anche la casa e lasciano nella miseria sua moglie e i loro quattro figli.
  • Battista Casini: nato a Montefiorino (MO) il 19 o il 20 agosto 1902, figlio di Amilcare e Adalcisa Rabattini, residente a La Fontana, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Susano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Florigio o Floriso Casolari: nato a Montefiorino (MO) il 22 o il 23 dicembre 1905, figlio di Eugenio e Maria Gasparini, residente a Casa Guerra, agricoltore, civile. Già soldato di fanteria, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Susano: i tedeschi gli impongono di trasportare masserizie verso Costrignano e lo fucilano in quella borgata insieme ad altri otto uomini. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Francesca Garzoni in Gherardo: moglie di Filippo Gherardo, di anni 74, civile, originaria del Piemonte, torna in Italia dalla Francia e si sistema presso alcuni parenti a Savoniero. Nei mesi dell’occupazione tedesca va a vivere insieme al marito nella casa di Delia Albicini e dei suoi figli, in località Buca di Susano. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista: i tedeschi gettano i cadaveri dei due anziani coniugi piemontesi tra le fiamme della cascina.
  • Filippo Gherardo: nato in Piemonte, di anni 67, civile, marito di Francesca Garzoni, torna in Italia dalla Francia e si sistema presso alcuni parenti a Savoniero. Nei mesi dell’occupazione tedesca va a vivere insieme alla moglie nella casa di Delia Albicini e dei suoi figli, in località Buca di Susano. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista: i tedeschi gettano i cadaveri dei due anziani coniugi piemontesi tra le fiamme della cascina.
  • Aurelio Gualmini: nato a Montefiorino (MO) il 9 novembre 1910, figlio di Celso e Clarice Aschieri [per il database ANPI Clerice Baschieri], residente a La Valle, agricoltore, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Susano: dal massacro della famiglia si salvano soltanto la moglie e i figli. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Celso Gualmini: nato a Montefiorino (MO) il 13 gennaio 1867 (secondo l’ANPI l’11 gennaio 1872), figlio di Raffaele e Margherita [omissis], residente a Vallimperchio, agricoltore, civile. Marito di Clarice Aschieri, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Susano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Celso Gualmini, di Raffaele: nato a Montefiorino (MO) il 4 aprile 1937, figlio di Raffaele e Maria Baschieri in Gualmini, residente a Vallimperchio, civile. Il 18 marzo 1944, a diciassette giorni dal suo settimo compleanno, rimane vittima della strage nazista a Susano insieme ai genitori e ad altri familiari.
  • Lavinia Gualmini: nata a Montefiorino (MO) il 28 agosto 1940, figlia di Raffaele e Maria Baschieri in Gualmini, residente a Vallimperchio, civile. Il 18 marzo 1944, a tre anni e mezzo, rimane vittima della strage nazista a Susano insieme ai genitori e ad altri familiari.
  • Raffaele Gualmini: nato a Montefiorino (MO) il 13 ottobre 1912, figlio di Celso e Clarice Aschieri, residente a Vallimperchio, contadino, civile. Marito di Maria Baschieri, il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Susano. Dopo la Liberazione è stato riconosciuto partigiano della Brigata “Comando” della Divisione Modena Montagna: l’ANPI promosse questa concessione per tracciare un legame con le comunità colpite dalla violenza nazista e fascista.
  • Viterbo Gualmini: nato a Montefiorino (MO) il 20 febbraio 1939, figlio di Raffaele e Maria Baschieri in Gualmini, residente a Vallimperchio, civile. Il 18 marzo 1944, a cinque anni e un mese, rimane vittima della strage nazista a Susano insieme ai genitori e ad altri familiari.
  • Orfeo Marastoni, detto “Titti”: nato a Montefiorino (MO) il 7 novembre 1936, figlio di Luigi e Dalia Albicini, residente a La Buca, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Susano: i soldati tedeschi lo uccidono insieme alla madre Dalia Albicini e alla sorella Ursilia, poi gettano i cadaveri tra le fiamme.
  • Osilia o Ursilia Marastoni: nata a Montefiorino (MO) il 17 giugno 1930 (secondo Ilva Vaccari nel 1934, il foglio di riconoscimento partigiano la afferma – erroneamente – nata il 21 agosto 1920), figlia di Luigi e Dalia Albicini, residente a La Buca, civile. Il 18 marzo 1944 rimane vittima della strage nazista a Susano.
  • Ermelinda Zambonini: nata a Montefiorino, di 16 anni, residente a Casa Tonelli, civile. Ferita da un tedesco nei pressi del ponte di Savoniero il 18 marzo, morì all’ospedale di Sassuolo il 1 aprile 1944.

Responsabili o presunti responsabili

Elenco reparti responsabili

Fallschirm-Panzer-Division “Hermann Goring“

Tipo di reparto: Wehrmacht
Appartenenza: Luftwaffe

Jagdkommando non precisato

Tipo di reparto: Wehrmacht
Appartenenza: Luftwaffe

Feldgendarmerie reparto non precisato

Tipo di reparto: Wehrmacht

Plotone del 72. Comando Provinciale della GNR

Tipo di reparto: Guardia Nazionale Repubblicana

Reparto esercito RSI non precisato

Tipo di reparto: Esercito

Elenco persone responsabili o presunte responsabili

  • Alfred Lühmann

  • Arturo Mori

  • Erich Koeppe

  • Ferdinad Osterhaus

  • Francesco Bocchi

  • Franz Olberg

  • Gunter Heiroth

  • Gustav Brandt

  • Hans Georg Winkler

  • Helmut Oderwald

  • Kurt Christian Von Loeben

  • Richard Heimann

  • Wilhelm Karl Stark

     

  • Bibliografia

    AA. VV., Con gli occhi della memoria: 18 marzo 1944. Itinerario storico sui luoghi della strage di Monchio, Susano, Costrignano e Savoniero.
    Pietro Alberghi, Attila sull’Appennino: la strage di Monchio e le origini della lotta partigiana nella valle del Secchia, Modena, Istituto storico della Resistenza, 1969.
    Luigi Arbizzani e Luciano Casali, Il “distretto” di Montefiorino, Novara, Tipografia S. Gaudenzio, 1974.
    Giovanni Fantozzi, Monchio 18 marzo 1944. L’esempio, Modena, Edizioni Artestampa, 2006.
    Francesco Genitoni, Soldati per conto nostro. La Resistenza a Sassuolo e nella valle del Secchia, Sassuolo, Incontri Editrice, 20152.
    Carlo Gentile, I crimini di guerra tedeschi in Italia (1943-1945), Torino, Einaudi, 2015.
    Ermanno Gorrieri, La repubblica di Montefiorino, Bologna, Il Mulino, 19702.
    Lutz Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia. 1943-1945, Milano, Universale Bollati Boringhieri, 2007, prima edizione 1993.
    Lutz Klinkhammer, Stragi naziste in Italia 1943-1944. Nuova edizione con un saggio sulla storiografia della guerra contro i civili, Roma, Donzelli, 2006.
    Remaggi, Silingardi, Teodoro, Le montagne della libertà: immagini per la storia della Repubblica partigiana di Montefiorino, Modena, Istituto storico della Resistenza e di storia contemporanea, 1994.
    Claudio Silingardi e Metella Montanari, Storia e memoria della Resistenza modenese, Roma, Ediesse, 2006.
    Claudio Silingardi, Una provincia partigiana, Milano, Franco Angeli, 1998.
    Andrea Speranzoni, Le stragi della vergogna. Aprile 1944. I processi ai crimini nazi-fascisti in Italia, Roma, Editori Internazionali Riuniti, 2014.
    Ilva Vaccari, Dalla parte della libertà. I Caduti modenesi nel periodo della Resistenza entro e fuori i confini della provincia. Forestieri caduti in territorio modenese, Santa Sofia di R., Stab. Tip. dei Comuni per COOP Estense, 1999.

    Sitografia

    http://www.anpi.it/storia/210/strage-di-monchio-susano-e-costrignano
    http://www.anpi.it/storia/216/processo-di-monchio-susano-e-costrignano

    Strage di Monchio: iniziato il processo


    http://memoriadibologna.comune.bologna.it/repubblica-partigiana-di-montefiorino-84-evento
    https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Monchio,_Susano_e_Costrignano
    https://it.wikipedia.org/wiki/Fallschirm-Panzer-Division_1_%22Hermann_G%C3%B6ring%22
    http://ricerca.gelocal.it/gazzettadimodena/archivio/gazzettadimodena/2011/07/31/NZ_28_01.html
    http://www.lanuovaprimapagina.it/news/modena/11291/La-strage-di-Monchio–71.html
    http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/2011/07/06/news/strage-di-monchio-ergastolo-per-tutti-gli-ex-nazisti-1.716854

  • Fonti archivistiche

    Fonti

    Adamo Pedrazzi, Cronaca dell’Occupazione Nazi-Fascista di Modena – MCMXLIII-MCMXLV, Volume II, 31 luglio 1944, Archivio dell’Istituto Storico di Modena, pp. 726-765.
    La Gazzetta dell’Emilia, anno 1944, marzo-aprile, Emeroteca, Archivio dell’Istituto Storico di Modena.

    Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

    Comitato Provinciale di Modena


    Modena 27 ottobre 2012

     

    COMUNICATO

     

     

    Dopo il processo di primo grado a Verona con la sentenza del 6 luglio 2011 abbiamo detto “finalmente giustizia” dopo 67 anni per la strage nazifascista di Monchio Susano Costrignano Savoniero ( ora Comune di Palagano.)
    Ricordiamolo ancora, gli imputati erano ritenuti responsabili di numerosi eccidi di civili compiuti sull’Appenino Tosco Emiliano nella primavera del 1944. Le vittime furono oltre 400 e di queste 136 solo di Palagano.

    Le accuse di strage erano rivolte a “militari aventi funzioni di comando inquadrati nella divisione corazzata “Herman Goering” reparto espolarante: Queste accuse erano sostenute da numerose testimonianze. Inviati a giudizio 12, condannati 9 con l’ergastolo, tre assolti e 3 erano deceduti durante il processo…

    Ora dopo il processo d’appello tenutasi a Roma con sentenza del 26 ottobre 2012 la Corte ha pronunciato  tre assoluzioni e tre ergastoli.

    Ci sentiamo di dover sottolineare che: non si è  fatta giustizia, sono trascorsi 68 anni  per conoscere una parziale verità e sentire l’arroganza di chi ancora difende le efferate gesta dei nazifascisti.

    Noi antifascisti riteniamo richiamare anche le responsabilità di chi, nel lontano dopoguerra, nascose i documenti e di chi ancora oggi ignora l’esito delle indagini condotte da una Commissione interparlamentare i cui risultati son stati  consegnati  nel febbraio 2006. Tali risultati non sono ancora stati discussi ne sono state adottate decisioni. Responsabilità anche di chi ritiene questi avvenimenti e problemi superati.

    Esprimiamo come Associazione Nazionale Partigiani di Modena la nostra vicinanza alle famiglie, confermiamo la necessità e volontà di fare quanto è possibile per non dimenticare. Lavoriamo perché al Comune di Palagano sia dato ufficiale riconoscimento.

    La Presidente

    Aude Pacchioni

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ARCO, COSA C’ERA OGGI SUL GIORNALE? – 21 maggio

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