I “SEGRETI” DEL FASCISMO – 10

a cura di Cornelio Galas

  • documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

Il progetto della Marcia su Roma
pensato da Gabriele D’Annunzio
settembre – ottobre 1920

LA MARCIA SU ROMA

a) Primo schema dannunziano.

1. La situazione politico sociale dell’Italia, guardata obbiettivamente può essere riassunta in questi termini:

  • l’ordine vecchio è logoro ed inetto a garantire la disciplina nazionale;
  • l’ordine nuovo annunciato dai partiti che si dicono rivoluzionari diventa sempre piú incapace di definirsi e perciò non riesce a costituirsi.

2. Conseguenza evidente: L’Italia va verso una inevitabile rovina, se non si presenta un elemento che polarizzi tutte le energie sane del paese su di un programma d’azione immediata, intese a ristabilire ad ogni costo la disciplina nazionale al di sopra degli interessi contrastanti delle classi e dei dogmi di partiti.

D’Annunzio con Mussolini

3. Questo elemento esiste e l’Italia ne ha la sensazione sempre piú precisa. Un nome corre già su molte bocche: Gabriele d’Annunzio. Esso è oggi il solo che possa diventare il punto di convergenza di forze senza numero la cui debolezza attuale consiste principalmente nell’essere frazionate, disperse ed ignare di se stesse. D’altra parte è ben chiaro che se l’Italia ha bisogno di d’Annunzio per salvarsi, l’impresa fiumana ha bisogno dell’Italia per essere condotta a compimento sicuro. Nessun eroismo potrebbe evitare la rovina dell’impresa quando fosse rovinata l’Italia. Di qui la reciproca necessità – per l’Italia e per Fiume – di un intervento di D’Annunzio.

4. Al nome di Gabriele d’Annunzio bisogna aggiungere un concetto direttivo semplice, chiaro ed onesto. Si deve affermare nettamente che un intervento fiumano in Italia non può essere un fenomeno di reazione bianca. D’Annunzio non è confondibile con Koltciak. Nessuna intenzione di ritogliere ai lavoratori le loro conquiste economiche, di restringere le libertà politiche dei cittadini, di restaurare il passato.

Decisa volontà, invece, di stabilire quell’ordine nuovo che i sedicenti rivoluzionari non sanno attuare, offrendo ai cittadini le piú larghe garanzie della democrazia diretta, ai produttori il primo posto nella gestione dello stato, alle regioni l’invocata autonomia. Al tempo istesso e sopra ogni altra cosa la dignità nazionale con la valorizzazione della vittoria e de’ suoi artefici: i combattenti.

La Costituzione fiumana contiene tutti questi concetti e dev’essere la traccia della nostra azione politico sociale. Essa definisce con precisa parola i nostri intendimenti. Come nel ’21 i moti liberali furono fatti al grido di W la Costituzione di Spagna; cosí ora il nostro movimento deve avere per grido di guerra: W la Costituzione di Fiume!

Mussolini e D’annunzio

Non si sottilizzi troppo sulla integrale applicabilità della Costituzione fiumana all’Italia. A questo si penserà poi. Oggi occorre riassumere il nostro concetto in una formula semplice e breve, che abbia la forza suggestiva di un mito. Le masse non afferrano le idee complicate espresse con molti ragionamenti che non hanno alcuna forza d’attrazione su di esse.

Quando si vuole agire, è necessario mettere di parte ed i “distinguo” sintetizzando in un motto che sia come una parola d’ordine ed una bandiera la meta ideale che si vuol raggiungere. Chi nell’ora dell’azione si perde in critiche, anche giuste, mirando a togliere o ad aggiungere qualche cosa di suo personale al programma, nuoce alla chiarezza e tradisce la Causa.

5. I vari aggruppamenti politici, economici, militari che riconoscono la necessità dell’intervento fiumano in Italia ed accettano le basi dell’intervento stesso esposto sopra, devono riorganizzare le loro forze con un criterio di larga autonomia; ma bisogna che riconoscano senza riserve che la direzione tattica e strategica delle forze stesse dev’essere riserbata al Comandante, con pieni poteri dittatoriali per quanto riguarda i modi dell’azione e la scelta del momento.
Ciascun aggruppamento terrà quindi al corrente il Comandante della entità reale delle forze di cui dispone e del loro spirito, località per località. Il Comandante, a sua volta, comunicherà le direttive momentanee dell’azione per mezzo di istruzioni precise, cui gli aderenti dovranno attenersi senza discussione. La piú assoluta obbedienza è condizione indispensabile per il successo.

b) Secondo schema dannunziano.

1. La situazione politico-sociale italiana, guardata obbiettivamente può essere riassunta in questi due termini:

  • l’ordine vecchio è logoro ed inetto a mantenere la disciplina nazionale;
  • l’ordine nuovo annunciato dai sedicenti rivoluzionari- si dimostra sempre piú incapace di definirsi e perciò non riesce a costituirsi.

2. Conseguenza evidente: l’Italia va verso una inevitabile rovina, se non si presente un elemento che polarizzi tutte le energie sane del paese su di un programma d’azione immediata, inteso a ristabilire ad ogni costo la disciplina nazionale al di sopra degli interessi contrastanti delle classi e dei dogmi di partiti.

3. Questo elemento esiste e l’Italia ne ha la sensazione sempre piú precisa. Un nome corre già su molte bocche: Gabriele d’Annunzio. Esso è oggi il solo che possa diventare il punto di convergenza di forze senza numero la cui debolezza attuale consiste esclusivamente nell’essere frazionate e disperse. D’altra parte è ben chiaro che se l’Italia ha bisogno di d’Annunzio per salvarsi, l’impresa fiumana ha bisogno dell’Italia per essere condotta a compimento sicuro. Nessun eroismo potrebbe evitare la rovina dell’impresa quando fosse rovinata l’Italia.

4. Al nome di Gabriele d’Annunzio bisogna aggiungere un concetto direttivo semplice, chiaro ed onesto. Si deve affermare nettamente che un intervento fiumano in Italia non può essere un fenomeno di reazione bianca. D’Annunzio non è confondibile con Koltciak. Nessuna intenzione di ritogliere ai lavoratori le loro conquiste economiche, di restringere le libertà politiche dei cittadini, di restaurare il passato.

Decisa volontà, invece, di stabilire quell’ordine nuovo che i sedicenti rivoluzionari non sanno attuare, offrendo ai cittadini le piú larghe garanzie della democrazia diretta, ai produttori il primo posto nella gestione dello stato, alle regioni l’invocata autonomia. Al tempo istesso e sopra ogni altra cosa la dignità nazionale con la valorizzazione della vittoria e de’ suoi veri artefici.

La Costituzione fiumana contiene tutti questi concetti e dev’essere la traccia della nostra azione politico-sociale. Essa definisce con precisa parola i nostri intendimenti. Come nel 21 i moti liberali furono fatti al grido W la Costituzione di Spagna; cosí ora il nostro movimento deve avere per grido di guerra: W la Costituzione di Fiume! Non si sottilizzi troppo sulle integrali applicabilità della Costituzione fiumana all’Italia. A questo si penserà poi. Oggi occorre riassumere il nostro concetto in una formula semplice e breve, che abbia la forza suggestiva di un mito. Le masse non afferrano le idee complicate, che non hanno perciò nessuna forza d’attrazione su di esse. Quando si vuole agire è necessario mettere da parte le riserve ed i dubbi.

5. Perché l’intervento sia con maggiore certezza vittorioso occorre una congrua organizzazione di forze pronte in ogni ora a combattere come milizie volontarie cittadine. Questa organizzazione può essere compito del Comitato Centrale dei Fasci di Combattimento, che hanno già una base in molti centri principali dell’Italia.

6. Affidando ai Fasci la parte organica del movimento bisogna che questi riconoscano senza riserve che la direzione tattica e strategica delle forze è riserbata al Comandante, con poteri assoluti per quanto riguarda i modi dell’azione e scelta del momento.

Mussolini e D’Annunzio

7. Fra il Comitato Centrale, i centri organici piú importanti e il Comando di Fiume dev’essere stabilito un collegamento strettissimo e continuo sulle seguenti basi:

  • a) Il C. C. terrà sempre al corrente il Comitato della entità reale delle forze di cui dispone e dello spirito loro località per località;
  • b) il Comando, a sua volta, stabilirà le direttive momentanee di azione, comunicandole al C. C. che le diramerà ai Fasci dipendenti;
  • c) il C. C. fornirà al Comando l’indicazione di un fiduciario centrale ed una lista di suoi fiduciarii locali (uomini sui quali si possa assolutamente contate) per le comunicazioni. dirette che possono occorrere. Analogamente il Comando indicherà un suo fiduciario centrale ed i fiduciari inviati in Italia. Sarà opportuno fare una o piú riunioni di fiduciari per stabilite gli accordi indispensabili.

D’Annunzio

Allegato n. 1.

1. È aperto un arruolamento volontario alle “Legioni territoriali fiumane” agli ordini dei Comandante d’Annunzio.

2. Potranno concorrere all’iscrizione nelle Liste d’arruolamento tutti i cittadini italiani dai 17 ai 60 anni di età che, pur volendo dire effettivo aiuto alla Causa Nazionale, per le loro personali condizioni non possono allontanarsi dal luogo nel quale risiedono per prestare servizio militare in Fiume.

3. Le domande di cittadini stranieri e di cittadini italiani di età inferiore ai 17 o superiore ai 60 potranno essere prese in considerazione, caso per caso, quando coloro che le presentino offrano le necessarie prove di consapevole devozione alla Causa e di sufficiente resistenza fisica.

Mussolini e D’Annunzio

4. I Comitati di reclutamento hanno facoltà di escludere dalle liste di arruolamento le domande di volontari che, pur rispondendo alle condizioni di cui all’art. 2, non diano sufficiente affidamento dal punto di vista politico e morale.

OBBLIGHI E DIRITTI DEI LEGIONARI

5. Pel fatto stesso d’inoltrare domanda d’arruolamento, ogni volontario s’impegna di prestare servizio fino al giorno in cui non verrà dichiarato lo scioglimento delle “Legioni territoriali fiumane”.

6. Il servizio sarà normalmente prestato nella località prescelta dal Legionario, ma in caso di necessità, quando lo ordini il Comando di Fiume, la Legione potrà essere dislocata altrove ed ogni legionario dovrà seguirne le sorti.

7. All’atto dell’arruolamento ogni volontario dovrà prestare giuramento, del quale la formula è la seguente:

“Giuro di servire con tutte le mie forze ed intera lealtà, fino al sacrifizio della vita, la Causa Nazionale secondo lo spirito della Costituzione fiumana che deve diventare la Costituzione Italiana. E giuro di obbedire agli ordini ed alle direttive del Comandante Gabriele d’Annunzio, che eleggo mio Capo, fino al compimento dell’impresa”.

D’Annunzio a Fiume

8. L’organizzazione delle Legioni territoriali sarà modellata, per quanto è possibile, sull’organizzazione dell’Esercito Legionario di Fiume. Un apposito regolamento faciliterà l’opera e definirà con precisione i doveri militari dei Legionari Territoriali.

9. L’arruolamento non dà diritto a gradi. Ognuno deve intendersi arruolato come soldato semplice. I volontari che abbiano documenti comprovanti ch’essi avevano dei gradi mentre prestavano il servizio militare nell’esercito regolare od in altri eserciti volontari potranno presentarli all’atto dell’incorporazione e di tali titoli sarà tenuto conto, nell’interesse dell’impresa, senza però ch’essi costituiscano in alcun caso un diritto per il Legionario di essere insignito del grado relativo.

10. I Legionari non hanno alcun soldo; ma ai bisognosi potranno essere accordate indennità corrispondenti alle spese fatte per l’equipaggiamento ed al diminuito guadagno per servizio prestato.

Allegato n. 2.
istruzioni generali per i comitati di reclutamento

1. Il Reclutamento dei Legionari territoriali fiumani è affidato [ad] appositi Comitati locali, che riceveranno ordini ed istruzioni dal Comitato Nazionale.

2. I Comitati locali di reclutamento hanno il compito:

  • a) di fare attiva propaganda per gli arruolamenti;
  • b) di procedere all’esame delle domande ed esclusioni di cui all’art. 4 del Bando;
  • c) di raccogliere i fondi per il funzionamento del proprio ufficio e della legione locale;
  • d) di compilare le liste degli arruolati e trasmetterne copia al Comitato Nazionale.

3. I Comitati di arruolamento devono tenere per norma principalissima che interessa, piú che la quantità dei volontari, la loro qualità. Occorre dunque che siano senz’altro scartati tutti gli elementi dubbi, specie coloro che non risultano pienamente e spontaneamente convinti dell’atto che compiono e dei doveri che s’impegnano di riconoscere.

D’Annunzio

4. Il funzionamento dei Comitati d’arruolamento dev’essere riservatissimo, pur senza inutile apparato cospiratorio. La riuscita dell’impresa è affidata alla discrezione ed al senso di responsabilità dei singoli componenti dei Comitati.

5. Il Comitato Nazionale comunicherà ai Comitati d’arruolamento le sue ulteriori istruzioni per mezzo d’appositi fiduciari muniti di documenti precisi e sicuri. I Comitati dovranno attenersi scrupolosamente alle istruzioni recate da questi fiduciari, ricusando di riconoscere chiunque altro si presenti a qualsiasi titolo.

D’Annunzio

compilazione delle liste d’arruolamento

6. Il Bando d’arruolamento dovrà essere tenuto sempre a disposizione dei volontari nella sede di ciascun Comitato di reclutamento. Il Comitato Nazionale di reclutamento ne farà numerose riproduzioni su foglietti volanti, che saranno affidati ai Comitati regionali per un’opportuna ed oculata diffusione.

7. Le liste d’arruolamento saranno compilate dai Comitati regionali di reclutamento su modulo apposito che verrà loro spedito dal Comitato Nazionale.

Allegato n. 3.

1. Propaganda assidua e tenace della Costituzione fiumana, che dev’essere illustrata e volgarizzata in ogni forma, mediante opuscoli, volantini, conferenze, conversazioni, ecc. di modo che essa divenga famigliare anzitutto agli amici della Causa fiumana, poi agli indifferenti e agli stessi avversari.

2. Bisogna far intendere agli operai che non siamo contro le loro legittime rivendicazioni: la Costituzione fiumana “magna charta” del nostro movimento – è dal punto di vista dell’affermazione di principio e dal punto di vista pratico, la legge più favorevole alle classi produttive che finora sia stata mai promulgata.

3. I tecnici, gli impiegati amministrativi, i professionisti devono essere edotti dell’alto riconoscimento che la Costituzione tributa all’opera loro, conferendo una cospicua rappresentanza nel Consiglio dei provvisori alle loro corporazioni.

4. Agli intellettuali produttivi, agli insegnanti, agli studenti, agli artisti vanno segnalati i capitoli “Dell’istruzione pubblica”, “Della Edilità” e “Della musica”, nonché i diritti stabiliti per la sesta corporazione nei capitoli “Delle Corporazioni” e “Del potere legislativo”.

5. Alle donne bisogna far presente che la Costituzione Fiumana riconosce ad esse diritti pari a quelli degli uomini, con una liberalità non superata da alcuna altra legge.

6. Agli autonomisti, il cui movimento è particolarmente vivace in Sardegna ed in Sicilia, si deve far notare come l’organizzazione comunalistica che è una delle basi della Costituzione, risponda pienamente alle loro idee.

7. Propaganda sistematica ed energica nell’esercito, specialmente fra gli ufficiali e sottufficiali, cercando di sceverare gli elementi che hanno piú vivo il sentimento nazionale e di personale dignità, eccitandone la spontanea ribellione contro le offese atroci d’ogni genere che vengono inflitte continuamente dai partiti antinazionali e contro il governo che tali offese lascia compiere senza sanzione. Si dovrà far loro intendere che noi non vogliamo instaurare nessun privilegio militaristico; ma noi intendiamo che la divisa di chi difende la nazione sia rispettata ad ogni costo e con ogni mezzo.

8. La stessa propaganda dev’essere fatta fra gli ex-combattenti, i mutilati di guerra e gli ufficiali in congedo, mettendoli in guardia contro gli imboscati ch’essi salvarono a prezzo del loro sangue dal bastone tedesco e che oggi vorrebbero sfruttarli ancora, salvo a trattarli domani, se trionfassero, come la Russia di Lenin tratta i superstiti della guerra che lascia morire di fame.

9. Lotta senza quartiere contro i partiti che si affermano comunque antinazionali, ed anche contro i gruppi che – pur movendosi sul terreno nazionale – indulgono, per spirito demagogico o per viltà, verso i primi.

10. Smascherare senza pietà i falsi patriotti, che vedono nella patria soltanto la garanzia dei loro privilegi, ma negano ogni aiuto finanziario ed ogni sacrifizio personale alla Causa. Costoro sono in realtà i peggiori nemici della Nazione, poiché autorizzano gli elementi antinazionali a denigrare l’Italia come “la patria di lor signori”: Bisogna che essi sappiano che la vittoria nostra sarà il loro castigo inesorabile. Prepararne quindi le liste con molta precisione per servirsene al momento opportuno.

D’Annunzio

11. Ogni deputato, ogni uomo politico dev’essere messo nell’obbligo di pronunziarsi apertamente per Fiume o contro Fiume. Intendendosi con questo il complesso del pensiero e dell’azione nostra: dalla notte di Ronchi alla proclamazione della Costituzione fiumana, senza riserve ed eccezioni. Chi dice di essere per Fiume, ma contro d’Annunzio è un ipocrita od un idiota. Senza l’impresa di Ronchi e senza la permanenza di d’Annunzio, Fiume sarebbe oggi o jugoslava o un simulacro di Stato libero, amputato del porto e della ferrovia, giocattolo senza vita in mano alla plutocrazia occidentale. Il deputato, l’uomo politico che questo non vuol riconoscere deve essere riguardato e trattato come un nemico, tanto piú nocivo e spregevole quanto piú nasconde la sua qualità giocando sull’equivoco.

12. I giornali che si dicono amici della Causa devono pubblicare integralmente tutti i documenti ed i comunicati diramati dal Gabinetto del Comandante. I giornali che non fanno questo, accampando pretesti di spazio o di tempestività giornalistica, non possono essere considerati come amici e devono venire boicottati.

13. Gli esitanti, i dubitosi, gli ipercritici devono essere eliminati senza indugio dalla direzione dei gruppi che simpatizzano con la Causa fiumana e sostituiti con elementi attivi ed entusiasti, anche se meno conosciuti e meno pratici.

14. I gruppi che vogliono essere con noi devono riconoscere apertamente la bontà della Causa fiumana e la necessità dell’intervento di D’Annunzio in Italia, nell’ora e nelle forme che egli crederà. Chi non è con noi è contro di noi.

15. Appoggio, non solo a parole ma a fatti, a qualunque azione, anche occasionale, iniziata dal Comandante d’Annunzio.

16. Attività fiumana in ogni organismo di cui ciascun nostro aderente faccia parte, sia che si tratti di associazioni politiche, culturali, economiche, professionali, di beneficenza, enti pubblici, ecc. Entro a questi organismi è necessario organizzare cellule fiumane che siano completamente subordinate al movimento nostro e cerchino di guadagnare alla Causa gli organismi stessi con un lavoro persistente e tenace.

17. Raccogliere sempre ed in ogni circostanza fondi per la Causa da mettere a disposizione del Comandante d’Annunzio. Le sottoscrizioni fatte a scopi particolari di beneficenza sono senza dubbio utili, ma denotano mancanza di coraggio negli iniziatori, che vogliono dimostrarsi favorevoli a Fiume senza però compromettersi troppo e perciò velano la loro adesione con pretesti filantropici. Questi amici tiepidi e timidi non giovano alla Causa. Anche per l’impiego dei fondi dev’essere riconosciuta al Comandante d’Annunzio piena ed assoluta facoltà, nella certezza ch’egli saprà adoprarli nel miglior modo anche per la necessaria opera di beneficenza.

18. Avvicinandosi la fase decisiva della lotta, nessuno deve farsi illusione che sia da escludere a priori la possibilità di un periodo di guerra civile, e perciò è necessario creare da per tutti dei corpi volontari armati e militarmente disciplinati, che al momento opportuno possano costituire i primi nuclei di milizie cittadine, pronti a prestare aiuto alle forze dell’intervento fiumano.

D’Annunzio a Fiume

19. Costituire dovunque è possibile Comitati d’arruolamento dei volontari fiumani. I giovani che vogliono farlo dovranno essere avviati a Fiume. I meno giovani, e coloro che per le loro speciali condizioni non possono venire a Fiume siano inscritti in legioni territoriali con impegni formali e precisi.

Mussolini

c) Risposta di Mussolini al secondo schema dannunziano*.

*Le parole tra parentesi quadra non figurano nel testo pubblicato nel 1944 e riprodotto nell’Opera Omnia di B.Mussolini

[Pregiudiziale].

Il colpo di Stato dev’essere in chiara relazione di causa e d’effetti con una soluzione iniqua del problema adriatico. Altrimenti potrà apparire come una specie di risposta all’agitazione vittoriosa dei metallurgici (vedi manovre della stampa rinunciataria). Il che può essere. Si delineano quindi tre tempi:

1. Occupazione o mantenimento dell’occupazione nei territori rinunciati;

2. Attesa per vedere l’atteggiamento di Roma – che potrebbe applicare il patto di Londra – di Belgrado, di Londra;

3. Marcia su Roma.

[Rapporto sulla situazione].

Benito Mussolini

Premesse fondamentali.

1. Concordiamo nell’affermazione che l'”ordine vecchio” è in Italia logoro e inetto a mantenere la disciplina nazionale. Né giova la scusante della mancanza di forze materiali. E d’altronde si è visto che la debolezza trae la sua origine da cause di natura essenzialmente morali. Appare evidente che anche raddoppiando o triplicando i contingenti numerici attuali di PS mancherebbe il coraggio di adoperarli in caso di bisogno.

2. Concordiamo nella seconda affermazione che, cioè, l’ordine nuovo annunziato dai sedicenti rivoluzionari, si dimostra sempre piú incapace di definirsi e perciò non riesce a costituirsi. Crediamo però opportuno di aggiungere che se riuscisse a costituirsi, dati i suoi obiettivi bolscevichi, sarebbe una catastrofe nazionale.

Mussolini

3. Aggiungiamo che esaurito l’esperimento Giolitti, il Parlamento non offre altri uomini che possano reggere il timone dello Stato, da cui l’ineluttabilità di un fatto nuovo che riallarghi la possibilità politica nella vita nazionale.

4. Concordiamo pienamente nel secondo accapo del pro-memoria e che cioè l’Italia va fatalmente verso la totale rovina, se non si presenta un elemento che polarizzi tutte le energie sane del paese su di un programma d’azione immediata, inteso a ristabilire a ogni costo la disciplina nazionale al di sopra degli interessi contrastanti delle parti e dei dogmi dei partiti.

5. Crediamo fermamente che l’uomo della situazione di domani può essere Gabriele d’Annunzio.

Mussolini

Condizioni per il colpo di Stato.

1. Perché il colpo di Stato dannunziano riesca è necessario, oltre alle condizioni materiali di preparazione di cui si parlerà in seguito, che si verifichi l’uno o l’altro di questi eventi nella politica interna o nella politica estera: un compromesso vergognoso nella conclusione della pace adriatica; un’ulteriore ed irreparabile dissoluzione delle attuali forze statali.

2. [Prima ipotesi]. Le trattative italo-jugoslave, com’è assai probabile, falliscono, ed allora possono darsi i seguenti casi, o l’Italia ufficiale si decide finalmente ad applicare il patto di Londra, disinteressandosi della Reggenza fiumana; o si protrae l’attuale condizione di cose nelle terre occupate. Verificandosi la prima ipotesi, è chiaro che mancherebbe a noi uno dei motivi piú gravi per muovere all’assalto del regime, anche per le favorevoli condizioni psicologiche che tale fatto avrebbe nell’opinione nazionale. Nel caso poi di una mossa jugoslava contro l’applicazione del patto di Londra, è chiaro che il nostro posto sarebbe a lato di quel Governo che avesse avuto il coraggio di troncare gli indugi e di affrontare le responsabilità conseguenziali dell’applicazione del patto di Londra.

3. L’ipotesi, invece, di un compromesso bastardo ci metterebbe nella necessità di assalire il regime. È chiaro che le rinunzie sforzesche rimarrebbero sulla carta. Firmato il protocollo, si vedrebbe che non sarebbe applicato. D’Annunzio rimarrebbe a Fiume o condurrebbe i suoi legionari sul Nevoso; Millo non abbandonerebbe la Dalmazia. Appare evidente che la rivolta adriatica contro il compromesso bastardo non potrebbe in un terzo tempo rimanere periferica.

Essa dovrebbe mirare a Roma:

  • a) per disperdere i responsabili del compromesso stesso;
  • b) per impedire eventuali rappresaglie tipo Aspromonte da parte dei regi;
  • c) per avere le forze nazionali sufficienti ad impedire un attacco della Jugoslavia inteso a realizzare le eventuali rinunzie italiane.
  • Il colpo di Stato ha quindi la sua genesi e le sue ragioni nella politica estera che sarà fatta dal Governo e non, per il momento, in ragioni di politica interna, anche perché, liquidata l’agitazione metallurgica, vaste zone della popolazione sperano, più o meno fondatamente, in una détente. Per cui il colpo di Stato, per ragioni interne, oggi troverebbe un ambiente psicologico ostile o passivo.

Basi programmatiche.

1. Il colpo di Stato dannunziano non dev’essere e non deve apparire reazionario. Ma perciò è necessario che sin dall’inizio batta apertamente bandiera repubblicana. Quanto al programma, noi accettiamo, in massima, quello incarnato nella costituzione della Reggenza. Non si parli, però, di autonomie, in una nazione avvelenata dal municipalismo e dal campanilismo come la nostra. Decentramento amministrativo.

2. Per concretare: noi pensiamo che, dichiarata decaduta la monarchia e trasportata la famiglia reale in un’isola remota, la somma dei poteri dovrebbe essere assunta da Gabriele d’Annunzio e un triunivirato politico. Guardarsi da brutalità contro le persone della famiglia reale.

3. Sciolti la Camera e il Senato, l’amministrazione nazionale dovrebbe essere assunta da una Commissione straordinaria amministrativa, corrispondente all’attuale Consiglio dei ministri. Nello stesso tempo, dovrebbero, nel termine di due mesi, essere convocate le elezioni per la Costituente del nuovo Stato. Basi della repubblica: un Parlamento politico, un Parlamento economico, un Consiglio dei ministri, con poteri per un quinquennio. Abolite le Provincie, le Regioni, con Diete regionali, potrebbero, insieme coi Comuni, essere gli organi sussidiari dell’amministrazione centrale.

Elementi di fatto. I partiti.

1. Il colpo di Stato dannunziano avrà contro di sé il Partito Socialista in quasi tutte le sue tendenze. Perché l’opposizione di questo Partito non sia pregiudizievole al movimento, bisogna attendere che il Partito stesso si divida; il che lo indebolirà nell’opera di resistenza e di offesa contro di noi.

2. Malgrado certe manifestazioni rinunciatarie, i repubblicani guarderanno con simpatia il movimento. Non vale la pena di occuparsi dei socialisti riformisti, la cui influenza è ridotta ai minimi termini. Se i nazionalisti non appoggeranno il movimento, non lo osteggeranno nemmeno, data la loro origine nazionale. In ogni caso si può tentare l’accordo. I Partiti conservatori saranno passivi. Si può contare sulla simpatia, piú o meno attiva, dei frammenti dei vari Partiti democratici. Dei fascisti e della loro azione parleremo in seguito.

3. Un partito che bisognerà conciliarsi fin da principio – per ragioni ovvie – è il Partito Popolare Italiano. Bisognerà dichiarare e dare garanzie, se necessario, che il movimento non sarà anti-religioso, nemmeno anti-clericale, e che il Vaticano, come centro di una fede universale, sarà rispettato. Io penso che il cattolicismo possa essere utilizzato come una delle nostre piú grandi forze nazionali per l’espansione italiana nel mondo.

Organizzazioni economiche.

L’esperienza recente ci mostra che un colpo di Stato può essere salutato da uno sciopero generale. Bisogna dunque fare il possibile perché la fulminea marcia su Roma non sia complicata da uno sciopero generale. Bisogna ridurre al minimo di durata la paralisi inevitabile della vita nazionale. Ora, per evitare lo Sciopero generale o analoghi movimenti di masse e per non essere costretti a reprimerli, occorre, se non convincere i capi, dividerli: il che disorienterà le masse stesse.

Non si può contare sulla Unione sindacale italiana, ma si può contare, sino a un certo punto, sulla Confederazione Generale dei Lavoro, invitando immediatamente alcuni suoi uomini migliori a fare parte della Commissione straordinaria amministrativa che reggerà la nazione nell’intervallo fra decadenza del regime ed elezioni per la Costituente. L’Unione Italiana del Lavoro non osteggerà e d’altronde le sue forze sono modeste.

La Confederazione Generale dei lavoratori seguirà l’atteggiamento del Partito Popolare, che dovrà essere convenientemente lavorato in precedenza. Si può fare qualche assegnamento sulla Federazione dei lavoratori del mare e dei porti. È evidente che se due organizzazioni nazionali operaie si schierassero con D’Annunzio, un movimento sabotatore delle masse sarebbe a sua volta sabotato o disorientato, quindi meno temibile.

Altri elementi.

Si può fare assegnamento sicuro:

1. Sulla gioventú delle università e delle scuole medie. Si tratta di parecchie decine di migliaia di giovani, la cui adesione al colpo di Stato ne favorirebbe il successo e la stabilità.

2. Sugli ufficiali smobilitati e mobilitati.

3. Su gran parte dei sottufficiali. Tutti costoro dovrebbero costituire immediatamente le forze militari al servizio della repubblica.

4. Altri elementi che dovrebbero immediatamente, con opportune misure, essere raccolti attorno al regime, sono i mutilati, i combattenti in genere e specialmente gli arditi, i quali dovrebbero costituire il corpo di guardia della nuova repubblica.

Le regioni.

Un esame obiettivo ci conduce a prospettare la situazione in questi termini: regione adriatica sino al Tagliamento ottimo terreno. Altrettanto dicasi per le Romagne, le Marche, gli Abruzzi, l’Umbria. Incerta la valle Padana, salvo Parma. Possibilità di dominare la Lombardia. Difficoltà per la Toscana, la Liguria e specialmente il Piemonte. La mobilitazione dei carbonari, dei repubblicani, dei combattenti, dei fascisti, renderà favorevole l’ambiente romano.

Da Roma in giú, sino alle isole, il colpo di Stato non incontrerà opposizioni pericolose. Dovunque tali opposizioni si manifesteranno, bisognerà procedere con implacabile energia. I giornali avversi saranno sospesi. Particolare cura deve essere dedicata alla Venezia Giulia, perché sugli inizi il moto non deve incontrare ostacoli di sorta, ma deve dare l’impressione di una marcia trionfale.

Forze Armate.

1. Bisogna lavorare la Guardia Regia, il cui spirito è qua e là frondista. Si tratta in gran parte di combattenti che possono marciare al nostro fianco.

2. Bisogna lavorare anche i carabinieri. Bisogna evitare in modo assoluto la totale disgregazione delle forze armate di Pubblica Sicurezza per evitare disordini, saccheggi ed una esplosione di delinquenza comune.

3. Se la colonna marciante sarà, come dev’essere, composta di truppe regolari, l’esercito passerà in gran parte al nuovo regime. La Marina deve giocare un ruolo di primo ordine a Spezia e a Taranto. Questa parte del progetto rientra nel piano di esecuzione che dovrà essere studiato a fondo in separata sede.

I fascisti.

1. L’organizzazione dei fascisti è buona, ma non ha ancora raggiunto un grado massimo di omogeneità. Bisogna aumentare il numero dei Fasci soprattutto nella Venezia Giulia e nel resto d’Italia.

2. Per costituire le milizie volontarie cittadine occorre che il Comando di Fiume ci fornisca fucili e mitragliatrici.

Rapporti fra comando e fascisti.

I Fasci accettano che la direzione tattica e strategica sia riservata al Comandante, ma desiderano di essere interpellati circa “i modi dell’azione e la scelta dei momento”, che, secondo noi, non può essere che nella primavera del 1921. L’inverno prossimo si annuncia con una crisi finanziaria formidabile, che il colpo di Stato potrebbe aggravare.

Circa il collegamento.

1. Accettiamo la formula del “collegamento strettissimo” fra Comando e C. C. dei Fasci a mezzo avv. Marsich.

2. Sta bene per il comma A., che cioè il Comando dovrà essere informato sull’entità reale delle forze fasciste e del loro spirito località per località.

3. Sta bene anche per il comma B. circa le direttive che il Comandante potrà segnare ai Fasci nei singoli momenti.

Ripercussioni ai confini ed all’estero.

Bisogna preoccuparsi delle ripercussioni che il colpo di Stato potrebbe avere fra gli allogeni incorporati all’Italia. Allegasi un promemoria vergato da un conoscitore acuto dell’Alto Adige (Ciarlantini).

Quanto all’estero c’è da domandarsi: sarebbe riconosciuto da Inghilterra Francia, Stati Uniti un colpo di Stato che sarebbe diretto anche contro la loro cattiva volontà anti-italiana? Quali le conseguenze economiche e politiche di un riconoscimento e anche di una ostilità diplomatica? L’atteggiamento dell’Intesa determinerebbe quello della Jugoslavia.

Nel caso di una ostilità da parte dell’Intesa bisognerebbe rivolgersi alla Germania, all’Ungheria, alla Bulgaria e alla Turchia e scatenare la rivolta anti-inglese e anti-francese nel Mediterraneo. Questa minaccia potrebbe indurre a miti consigli tanto la Francia come l’Inghilterra. A ogni modo questo è il dato formidabile del problema.

Proposta concreta.

Si propone che entro ottobre tre emissari del C. C. si rechino a Fiume per approfondire insieme col Comandante questo memoriale.

La situazione politica dell’Alto Adige*. La situazione politica dell’Alto Adige è tuttora quella di un paese che sottosta alla dominazione formale del regno d’Italia, unicamente perché non crede che questa potrà durare, in parte per le mille prove di debolezza e un po’ anche di viltà date dal nostro Governo e in parte per la grande fede che gli allogeni tedeschi hanno nel pieno e imminente rifluire della potenza germanica.

Ciò premesso è facile arguire quello che avverrebbe nella nuova provincia in caso di radicali sommovimenti nazionali.

Facciamo due ipotesi diverse per definire meglio nei singoli casi l’atteggiamento dei tedeschi alto-atesini.

1. I comunisti e i socialisti italiani dànno la scalata al potere con violenza e sono costretti ad assumere la direzione dello Stato per la abdicazione della classe borghese. I tedeschi, come sono diventati repubblicani, anche se intimamente absburgici a Vienna e a Innsbruck per parare le conseguenze della catastrofe bellica, diventeranno fautori delle piú sconfinate libertà – dal socialista Krenn al clericale Reuth-Nicolussi, dal social-democratico Tappeiner al pangermanista Perathoner – nell’unico intento di ottenere l’autonomia e il diritto di immediata autodecisione per annettersi al Tirolo del nord e, subito dopo, alla Germania. In tal caso, le nostre truppe, già permeate di spiriti ultra-rinunziatari e mezzo bolscevizzate dalla propaganda social-comunista, si sgretoleranno e si sbanderanno, parte in Italia e parte oltre il confine, per amor di quieto vivere.

2. Combattenti e spiriti nuovi, desiderosi di disciplinare la nazione salvandola dall’abbiezione in cui sta per precipitare, fanno un colpo di Stato e conquistano il potere. Se avranno la totale devozione dell’esercito e antecedente assicurazione che tutto risponderà a perfezione all’ora voluta, l’Alto Adige seguirà, malgrado l’opposto volere della maggior parte dei suoi abitanti, il destino della nazione.

Se il movimento sorgesse disgregato, frammentario, incerto, senza la simultaneità delle iniziative pensate e misurate fin nei loro minimi particolari, i concittadini di Andreas Hofer, subornati continuamente dai partiti pangermanisti d’oltre Brennero e armati come sono, si sbarazzeranno d’ogni benché minima resistenza italiana e ci cacceranno, militari e civili, oltre la stretta di Salorno, compiendo ogni sorta di violenza e di rappresaglia contro tutto ciò che d’italiano esiste e sta per affermarsi sul posto.

La prova generale fatta in occasione della festa del Sacro Cuore di Gesú sta a provare che i tedeschi alto-atesini sono bene armati e munizionati e decisi a non lasciare passare nessuna occasione per sfogare il loro insopprimibile odio contro l’Italia.

Per la riuscita di qualsiasi movimento nazionale, restauratore dell’ordine e incubatore della nostra grandezza avvenire, è quindi pregiudiziale assicurarsi la fedeltà incondizionata delle truppe che presidiano il confine nord, e avere sul luogo emissari autorevoli e scaltrissimi, capaci di mantenere il collegamento col resto del paese in ogni evenienza.

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MISCIOTI DE GIORNAI VECI – 59

a cura di Cornelio Galas

(MAGGIO 2006)

ARCO

BASSO SARCA

CRONACA ITALIA

DRENA

DRO

ECONOMIA

IMMIGRATI

IRAN

IRAQ

ISLAM

VALLE DI LEDRO

METEO

POLITICA TRENTINO

POLITICA ITALIA

RIVA DEL GARDA

ROVERETO E VALLAGARINA

SANITÀ

TENNO

TRENTO TRENTINO

NAGO-TORBOLE

STATI UNITI

VARIE

VIABILITÀ TRENTINO

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 76

a cura di Cornelio Galas

Mitraglieri in azione in Montenegro nell’inverno 1942

Soldati con dei civili in Montenegro nell’inverno 1942

Due militari a colloquio in Montenegro nell’inverno 1942

Compagnia di alpini in marcia verso sulla strada tra Podgoritza e Davilovgrad in Montenegro per raggiungere e scortare un’autocolonna italiana nell’inverno 1942

Compagnia di alpini in marcia verso sulla strada tra Podgoritza e Davilovgrad in Montenegro per raggiungere e scortare un’autocolonna italiana nell’inverno 1942

Mitraglieri in azione in Montenegro nell’inverno 1942

Militare in osservazione da un rifugio in Montenegro nell’inverno 1942

Militare in osservazione da un rifugio in Montenegro nell’inverno 1942

Camicia nera in azione in Montenegro nell’inverno 1942

Camicia nera in Montenegro nell’inverno 1942

Gruppo di camicie nere in Montenegro leggono la rivista “Il Fronte” nell’inverno 1942

Camicia nera in Montenegro nell’inverno 1942

Soldato di sentinella in Montenegro nell’inverno 1942

Soldato in azione in Montenegro nell’inverno 1942

Rifugio in Montenegro nell’inverno 1942

Ponte in Montenegro fatto saltare dai ribelli e immediatamente riparato dei genieri italiani nell’inverno 1942

Soldato davanti ad un rifugio in Montenegro nell’inverno 1942

Soldato in una trincea in Montenegro nell’inverno 1942

Soldato davanti ad un rifugio in Montenegro nell’inverno 1942

Autocolonna in marcia in Montenegro nell’inverno 1942

Camicia nera in Montenegro nell’inverno 1942

Camicia nera con un asino in Montenegro nell’inverno 1942

Camicia nera in Montenegro nell’inverno 1942

Camicia nera in Montenegro nell’inverno 1942

Militare in Montenegro nell’inverno 1942

Militare in Montenegro nell’inverno 1942

Radiotelegrafisti in Montenegro nell’inverno 1942

Militari al lavoro in Montenegro nell’inverno 1942

Soldato di sentinella in Montenegro nell’inverno 1942

Militare ad uno strumento ottico in Montenegro nell’inverno 1942

Militare ad uno strumento ottico in Montenegro nell’inverno 1942

Marinai ad un cannone a bordo di una nave da guerra nel marzo 1942

Carri armati in ricognizione nel deserti nell’inverno 1942

Nave inglese mentre affonda nell’inverno 1942

Cartina dell’Europa

Cartina di Creta con evidenziata la baia di Suda

Cartina dello Stretto di Gibilterra

Cartina del porto di Alessandria

Cartina della baia di Suda

Cartina del porto di La Valletta

Cartina del porto di La Valletta

Cartina del porto di La Valletta

Veduta di un promontorio

Una nave in porto

Marinai ad una mitragliera contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una mitragliera contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una mitragliera contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una mitragliera contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una mitragliera contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una mitragliera contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Ufficiale con dei marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero assaggia il rancio nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero consumano il rancio nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinaio presso una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinaio ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero consumano il rancio nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero consumano il rancio nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero consumano il rancio nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinaio ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ai pezzi binati di prua su un’unità in navigazione nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai ad una postazione contraerea sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinaio su un’unità in navigazione nell’inverno 1942

Marinai ai cannoni di un’unità in navigazione nell’inverno 1942

Marinaio ai cannoni di un’unità in navigazione nell’inverno 1942

A bordo di un’unità in navigazione nell’inverno 1942

Marinaio esegue segnalazione da un’unità in navigazione nell’inverno 1942

Marinaio di vedetta su un’unità in navigazione nell’inverno 1942

Il piroscafo Fiume nel porto dell’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai di piroscafo in navigazione ad un cannone antisommergibile nell’inverno 1942

A bordo di una nave in viaggio per l’isola di Lero nell’inverno 1942

A bordo di una nave in viaggio per l’isola di Lero nell’inverno 1942

A bordo di una nave in viaggio per l’isola di Lero nell’inverno 1942

A bordo di una nave in viaggio per l’isola di Lero nell’inverno 1942

A bordo di una nave in viaggio per l’isola di Lero nell’inverno 1942

A bordo di una nave in viaggio per l’isola di Lero nell’inverno 1942

A bordo di una nave in viaggio per l’isola di Lero nell’inverno 1942

A bordo di una nave in viaggio per l’isola di Lero nell’inverno 1942

A bordo di una nave in viaggio per l’isola di Lero nell’inverno 1942

A bordo di una nave in viaggio per l’isola di Lero nell’inverno 1942

A bordo di una nave in viaggio per l’isola di Lero nell’inverno 1942

A bordo di una nave in viaggio per l’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinai sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinaio effettua segnalazioni sull’isola di Lero nell’inverno 1942

Marinaio effettua segnalazioni sull’isola di Lero nell’inverno 1942

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I “SEGRETI” DEL FASCISMO – 9

a cura di Cornelio Galas

“Appunto per il Duce”
sul programma del PNF
redatto da Carlo Scorza
1943

Carlo Sforza

 CHI ERA CARLO SFORZA?

 – documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

Roma, 7 giugno XXI
APPUNTO PER IL DUCE

DUCE,
quanto sto per dirvi può avere apparenza pessimistica; ma nel fondo vi è la rocciosa certezza nella potenza del Regime, nella vitalità della Nazione, in Voi e nella Vittoria. Io so che Voi esigete da me non un’obbedienza passiva, sibbene un’interpretazione fedele e mistica delle Vostre direttive: quindi una subordinata e intelligente collaborazione fondata sul presupposto della dedizione più assoluta.

Carlo Sforza

Per questo ritengo mio dovere scrivervi anziché parlarvi: il parlare sarebbe troppo lungo e forse troppo difficile. Molto – quasi tutto – già conoscete. È interessante però che Voi sappiate che quanto sto per dirvi è pensato, sentito e differentemente valutato non solo da quasi tutti i gerarchi, ma anche dalla grande maggioranza dei fascisti e della popolazione.

È indubbio che la Nazione è ormai convinta che Voi, col nuovo indirizzo dato al Partito, non avete voluto procedere solamente ad una sostituzione di uomini, né a una semplice correzione di direttive; è convinta – a torto o a ragione, non sta a me giudicare – che Voi avete voluto dare proprio un nuovo indirizzo all’intera vita nazionale. Questo è valso a risollevare potentemente gli spiriti adugiati da mille cause, e ad alimentare grandi speranze.

Se il Paese – dopo le delusioni militari nobilmente sopportate – fosse deluso anche in questa aspettativa, e in quest’ora, il danno sarebbe veramente incalcolabile e forse irrimediabile.

Né questo è tempo di ordinaria amministrazione, poiché la situazione spirituale, morale, organizzativa, alimentare, militare è a tal punto che se non intervengono provvedimenti di eccezione, potremo forse anche giungere ad una soluzione onorevole della guerra ma perderemo certamente la pace.

Lo stato d’animo del Paese è il seguente.

Nei ceti ricchi: antifascismo e antimussolinismo contenuto solamente dalla paura che l’eventuale trionfo di questo sentimento non abbia a favorire un corso negativo della guerra e quindi, col trionfo del bolscevismo, la perdita dei loro beni materiali.

Nei ceti medi – borghesia impiegatizia, professioni libere, ecc. – non vi è, in generale, né antifascismo né antimussolinismo dichiarato, ma neanche acceso fascismo: vi è solamente una diffusa apatica rassegnazione agli avvenimenti, aggravata dalle ristrettezze economiche che ogni giorno pongono questi ceti di fronte al problema dello stomaco.

Dalla piccola borghesia fino al popolo minuto vi è un pieno onesto sentimento fascista e un’assoluta devozione a Voi. Quest’enorme massa è veramente quella su cui possiamo incidere con viva azione di penetrazione e di conquista.

Dobbiamo però sempre riconoscere che questa massa rappresenta oggi la forza naturale di cui la Nazione può disporre per la resistenza e la Vittoria. Bisogna quindi conquistarla sempre pi nel profondo, e farne un’arma di combattimento. Occorre: Assisterla generosamente ma senza slittamenti; Dominarla con forza ma con giustizia; Soddisfarla nelle sue giuste richieste: perché anche soddisfazioni bisogna concedere a chi tutto offre.

Il Partito. Non mi faccio alcuna illusione, Duce, che nei pochi giorni di mio segretariato si sia potuto raggiungere qualche trasformazione radicale. Occorrono provvedimenti drastici e il tempo necessario per attuarli. Perché il Partito è ammalato di parecchi mali:

a) elefantiasi non solamente numerica ma anche spirituale, in quanto si è diluito lo spirito di combattimento e aggravato lo spirito di conservazione. Generalmente, tutti cercano di conservare qualche cosa: una posizione o gerarchica, o finanziaria, o impiegatizia. Tale conservatorismo ha trasformato la primitiva dinamica “offensiva” in un concetto modestamente e potrei dire anche miseramente “difensivo”. Anche se di eroismo si deve parlare, non è l’eroismo degli arditi che disprezzano la propria trincea per anelare a quella del nemico, ma è eroismo difensivo, da assediati;

b) diffidenza tra i gerarchi – in carica e non in carica – i quali, piuttosto che considerare le cose sotto un punto di vista nazionale e quindi fascista, si occupano dei propri rapporti personali; e, piuttosto che cedere di un pollice delle loro posizioni o delle loro pregiudiziali, manderebbero in rovina chissà che cosa;

c) esagerato arricchimento di alcuni gerarchi. Ed è questo forse che bisogna porte all’origine del conservatorismo fascista, perché coloro i quali sarebbero indicati dai fascisti e dalla popolazione come gli esponenti veri della propulsione rivoluzionaria, temendo di non poter rispondere di se stessi e di dover rinunciare a tutto ciò che non potrebbero dimostrare di possedere legittimamente, si adagiano sulle poltrone raggiunte, tacciono o si limitano ad un rivoluzionalismo verbale e di maniera. Da ciò deriva anche la diffidenza dei fascisti verso i gerarchi i quali hanno perso, naturalmente, il credito sostanziale: anche se ancora riescono a serbare quello formale.

La gioventù crede relativamente nel Fascismo per varie cause ormai notissime. Ma essa rappresenta, nella sua stragrande maggioranza, materiale recuperabilissimo non appena (qualche mese ancora, Duce!) avremo cambiato il clima del Partito.

I vecchi fascisti sono ancora, e sempre, coloro sui quali – nel novanta per cento dei casi – si può fare affidamento in ogni circostanza. Basterà che Voi tocchiate loro il cuore e li convinciate che siete immutabilmente il loro comandante e il dominatore degli eventi.

I vari Ministeri risultano oggi un groviglio di funzioni non sempre definite e più spesso ancora interferentisi le quali complicano il più semplice svolgimento della più semplice pratica. Aggiungo che – frequentemente – tali interferenze vengono eliminate e le pratiche vengono risolte sulla base di una comune e ormai corrente – contrattazione privata; vale a dire: scambio di favori personali e circolazione di denaro.

Mentre la burocrazia dei gradi inferiori è generalmente onesta e fascista, quella dei gradi superiori non è, generalmente, né onesta né fascista: sicché avviene che mentre le sanzioni del Partito giungono a colpire le modeste infrazioni, restano impunite le grosse colpe dei grossi papaveri. E ciò non tanto per il fatto che costoro sanno, meglio dei piccoli, “organizzare” le loro cose, ma quanto perché trovano – ed è forse la cosa più dolorosa a dichiararsi – difesa – anche se si vuole ammettere la buona fede – negli esponenti politici.

Non è raro il caso che camerati i quali scagliavano strali infuocati contro personalità dell’alta burocrazia, per le quali richiedevano almeno la fucilazione, non appena divenuti gerarchi si sono dimostrati i difensori – tanto onesti quanto convinti – di coloro che prima essi stessi avrebbero voluto giustiziare.

L’alta burocrazia non è temibile per il solo fatto che non è fascista, ma lo è soprattutto perché domina – attraverso la propria esperienza e attraverso la sottile e spesso capziosa interpretazione della legge – sugli uomini e quindi sulle cose del Regime.

Settore alimentare. Duce, è una verità che da tre anni l’Italia vive con i propri mezzi. È una verità che finora nessuno è morto di fame. È quindi lapalissiano che l’Italia ha tanto da potersi sfamare. Sicché il problema non è un problema di produzione, sibbene un problema di distribuzione e di organizzazione.

L’egoismo dei produttori e dei commercianti può avere originato inizialmente la borsa nera, ma è chiaro che i maggiori responsabili di questa cancrena sono soprattutto coloro che hanno creato il caos nel settore della distribuzione e coloro che, possedendo molto danaro liquido, acquistano a qualunque prezzo e quindi sollecitano e incoraggiano ogni ingordigia. In questo settore bisogna riformare urgentemente e punire con esempi che non esiterei a dire clamorosi, perché il popolo è particolarmente sensibile a questa forma di sofferenza e a questa forma di ingiustizia.

Indubbiamente, con la Vostra diretta partecipazione alla trattazione del problema, le difficoltà in questi ultimi tempi sono state ridotte: ma non basta, perché gli organismi che debbono mettere in atto le Vostre decisioni molto spesso le complicano, le rendono inefficienti (quando non le smentiscono addirittura) e quasi sempre le affidano ad incompetenze disorganizzate e disorganizzatrici.

Gli “Enti” rappresentano una selva selvaggia dove nessuno più riesce a orientarsi; i Comitati e le Commissioni e le Organizzazioni – simboleggiate da sigle incomprensibili – costituiscono un tale garbuglio dove si smarriscono anche i migliori esperti animati dalla maggiore buona volontà. Occorre – anche qui urgentemente – tagliare, ridurre, semplificare con feroce dittatura, con pienezza di responsabilità personale.

Settore militare. Per ognuno dei tre settori militari, Duce, potrei parlarvi lungamente e presentarvi delle memorie particolari. Qui mi limito solamente a considerazioni generali. Il settore militare è il piú doloroso perché – pur essendo il settore centrale della vita della Nazione – è il settore piú sinistrato.

Le Forze Armate si battono meravigliosamente e hanno scritto pagine da superare qualsiasi altro precedente; ma anche ciò si deve ad una Vostra personale azione, vale a dire: all’impostazione eroica che Voi avete dato alla vita del popolo italiano. Le Forze Armate, come organismo complesso e funzionante, si sono scollate. Imprevidenza, impreparazione, incompetenza, irresponsabilità: questi sono gli elementi che potrebbero caratterizzare la situazione.

Non per usare piaggeria, Duce, perché Voi sapete che io sono un soldato e non un cortigiano, ma, giunto a questo punto delle mie considerazioni non posso non pensare che sarebbe bastata la semplice obbedienza ai Vostri ordini e alle Vostre direttive perché in Africa Orientale, in Africa Settentrionale, in Grecia, le cose avessero avuto altro sviluppo.

Allorché si farà la storia di questa guerra, sarà chiaramente dimostrato, al lume di documenti inconfutabili – alcuni dei quali io conosco personalmente – come Voi avete intuito e previsto necessità, pericoli, possibilità e – soprattutto – “tempi”. Ma la storia si farà domani; oggi dobbiamo pensare all’oggi. E il pensare genera talvolta dubbi atroci.

Occorre risolvere i dubbi senza esitazione. La guerra sino a ieri aveva altri sviluppi, necessità, settori. Gli organismi che l’anno diretta hanno fallito. Essendo cambiati i compiti, nulla di più naturale che si trasformino gli organismi.

È proprio vero che l’esperienza non insegna un bel nulla. La nostra guerra è stata ed è guidata non da uno ma da cinque organismi. Da un Comando Supremo farraginoso, incerto nella condotta strategica, senza panoramicità di visione, senza connessione e coordinamento di piani; da uno Stato Maggiore dell’Esercito a mano a mano gonfiatosi in attribuzioni ingombranti; da un Ministero della Guerra ridotto nelle sue funzioni o interferenze in funzioni non più di sua competenza; da un Ministero della Marina e da un Ministero dell’Aeronautica agenti, molto spesso, sul terreno tecnico senza collegamenti unitari con le altre Forze Armate e senza tenere conto – nell’apprestamento dei mezzi – dei “tempi”, del terreno, dei progressi nemici, delle possibilità della nostra produzione.

Non esito a pensare Duce che se tutto questo complesso disorganizzativo non è stato preordinato (nego anche questa forma di intelligenza preordinatrice) è stato certamente, in un primo tempo, accettato, e successivamente desiderato e reso più difficile solo perché siete Voi il comandante supremo e su Voi si riversa la massima responsabilità.

Sarebbe bastata la trasformazione dello Stato Maggiore dell’Esercito in Comando Supremo, lasciando ai tre Ministeri della Guerra, della Marina e dell’Aeronautica, le attribuzioni amministrativo-disciplinari, e la creazione di un organismo tecnico-scientifico-industriale da affidarsi a un “cervello” non ad un berretto con la greca.

Non è chi non abbia subito visto che in questa guerra i generali comandano meno degli industriali e dei tecnici, perché è solo il mezzo che rende fecondo il sacrifizio e il valore, decidendo delle battaglie. Quale unità esiste nelle direttive, nelle richieste, negli ordinativi della produzione bellica? E, se esistesse, a quale unità di impiego obbedirebbe? Ecco il punto dello scardinamento della situazione militare.

Se Voi ordinaste un’indagine, Voi trovereste che i rapporti fra necessità della guerra e organizzazione delle industrie sono tali da rendere lecito persino il dubbio sulla esistenza della buona fede.

Il morale negli altri gradi, in generale, non è solamente depresso, ma è rassegnatissimo: si può affermare che i generali e gli ammiragli o non sentono di poter vincere o non credono di poter vincere o – permettetemi Duce la brutale sincerità – vogliono non voler vincere. L’ufficialità risente della suggestione dei gradi superiori. A tale suggestione si reagisce però con crescente rigore mano a mano che ci si avvicina ai gradi inferiori; talché nella truppa, nei sottufficiali, negli ufficiali fino a capitano e a maggiore, troviamo uno spirito veramente indomabile e deciso ad ogni prova.

Se una constatazione negativa dobbiamo fare per gli strati inferiori dell’Esercito, è la constatazione di una specie d’imborghesimento e una notevole deficienza di prestigio personale. Ciò dipende forse dalla mancanza di preparazione e di educazione militare e dalla permanenza per lungo tempo degli stessi reparti nelle stesse località a contatto con le stesse popolazioni.

A tutto Duce si può rimediare, ma ad una condizione: cominciare dall’alto, non solo con la semplice sostituzione degli uomini. I due terzi dei nostri generali sono vecchi, inaciditi e incompetenti. Hanno bisogno di puntelli o gerarchici o protocollari per svolgere la minima azione. Sono generali in portantina, non a cavallo.

Se la legge attuale e l’ordinamento dell’Esercito non consentono una rinnovazione legale, ebbene, Duce, procedete ad una rinnovazione extra legale o promulgate una legge di eccezione che Vi consenta di trarre fuori dalle file dell’Esercito i migliori – e ve ne sono! – cui affidare le supreme responsabilità.  Ma i due settori da esaminare il piú urgentemente possibile, e con criterio del tutto rivoluzionario, sono: il settore aeronautico e quello della produzione bellica.

L’Aeronautica è una forza la quale è militare solamente nell’impiego. Tutta la sua origine, il suo sviluppo, il suo potenziale è scientifico-tecnico-industriale. Nessuno dei generali dell’Aeronautica che io mi conosca ha la possibilità di rispondere a tali esigenze. Abbiamo insuperabili piloti, valorosissimi comandanti di squadriglie e di gruppi, ma – mano a mano che si sale verso i gradi superiori – anche qui la gente si siede e si burocratizza. Il Ministero dell’Aeronautica è diventato il meno semplice e – in alcuni casi – il meno chiaro fra tutti gli organismi di guerra.

Aggiungo che il rappresentante dello Stato – vale a dire il Ministero dell’Aeronautica – non esercita alcun potere decisivo, e nemmeno alcuna importante influenza, sopra i rappresentanti degli interessi particolari, vale a dire: le società industriali produttrici di motori e di apparecchi. Molto spesso avviene il contrario.

Le amarezze prodotte nel Paese dalla guerra, sono prodotte in minor parte dall’Esercito e dalla Marina, e in maggior parte dell’Aviazione. La nostra Aviazione era la prima del mondo. Voi l’avevate portata veramente ad un potenziale altissimo, mentre ora il popolo – che aveva creduto in essa come nel più decisivo fattore della nostra potenza – vede, e più con rancore che con dolore, i nostri cieli dominati dal nemico. E altrettanto dicasi per la produzione bellica.

Quel Ministero è nato subito male perché al tecnicismo organizzativo e alla mentalità dinamicamente industriale che sarebbero stati necessari ad animarlo e a renderlo efficientissimo, è stata sostituita una raccolta di elementi scartati da tutti gli altri organismi militari e industriali. Industriali non riusciti e ufficiali di cui le altre forze armate si son volute liberare hanno costituito l’ossatura del Ministero della Produzione Bellica. Anche qui occorre intervenire energicamente affinché il Paese abbia quanto è indispensabile per resistere e vincere.

Anche nel Ministero della Marina troviamo che tutto è vecchio e le gelosie e le “scuole” si contrastano ancora violentemente. Oggi la guerra per noi non è piú atlantica e nemmeno mediterranea: è – purtroppo! – limitata allo specchio d’acqua tra le coste del continente e le coste delle isole. E allora è possibile che non si veda la necessità di buttarsi a corpo morto nella costruzione di un naviglio che risponda a queste immediate esigenze senza perdersi in discussioni e in esami di possibilità che potranno interessare domani ma che, oggi, rappresentano una perdita di tempo e di materiale?

Non posso non parlare dei rapporti fra noi e l’alleato tedesco. Il popolo italiano anche se non ama i tedeschi, li stima e li teme. E tutto ciò sarebbe ancora il meno male, mentre invece – a simiglianza di quanto avveniva e, in certi settori, ancora avviene per gli inglesi e per i francesi – ne subisce la suggestione. Il che sta forse a significare che i seicento anni di servaggio gravano ancora sulla vita della Nazione.

Consegue da ciò che l’alleato non ci considera altro che come brava gente, e non ci stima affatto: perché il tedesco si ferma sempre, e spesso cede, solo di fronte a due elementi: all’organizzazione e alla forza. Noi non abbiamo saputo dimostrare – in questi tre anni – né di saperci organizzare per quanto occorreva, né di essere forti. Ed è lecito oggi pensare che – senza la Vostra persona, senza il peso della Vostra volontà – l’Italia, coinvolta lo stesso nella guerra alla quale non poteva sfuggire, sarebbe occupata dalle truppe tedesche: convinte e liete le nostre stesse Autorità Militari.

Da questi rapporti assiali deriva una conseguenza che – ai fini della guerra – è la piú grave. La Germania non ha mai sentito veramente – né come potenziale bellico, né come fattore strategico – l’importanza dell’azione italiana e quindi della guerra mediterranea. Questa è verità: anche se i giornali tedeschi pensano di poterci lusingare con articoli elogiativi sul nostro eroismo e sull’efficacia della nostra partecipazione.

Se i tedeschi non fossero stati in questo ordine di idee, certo avrebbero seguito i Vostri suggerimenti e le Vostre richieste che imponevano – prima e al disopra di ogni altro settore di guerra – il risolutivo settore mediterraneo. In questo gli inglesi si sono dimostrati molto pi intelligenti e perspicaci, perché hanno trascurato la possibilità di ogni azione sul fronte occidentale per sgombrare il Mediterraneo, la via dell’impero inglese, da ogni pericolosa minaccia dell’Asse.

Anche per questo, occorre quindi – e urgentemente – organizzarci in tutti i settori con criteri nuovi e dinamica risolutiva: è indispensabile essere forti per imporci anche alla considerazione della Germania, e derivarne una piú logica valutazione de problema militare italiano. E possiamo e dobbiamo farlo anche se non abbiamo molto tempo a nostra disposizione. Comunque, occorre cominciare e dichiarare risolutamente che non abbiamo rinunciato affatto a giocare il nostro ruolo nei confronti di chiunque.

Solo la pronta trasformazione e riorganizzazione in tutti i settori della nostra vita potrà dimostrare all’alleato la nostra decisa volontà, aumenterà il nostro prestigio, ci consentirà di parlar chiaro e chiedere quella immediata e vasta collaborazione – dalle armi, alle scarpe, ai viveri – indispensabile alla Vittoria comune. Perché la fortezza europea non si difende sul Brennero ma a Trapani.

DUCE, giunto a questo punto, bisogna che io tragga le conclusioni necessarie.

1) Moralizzare – con qualunque mezzo – la vita del Paese. Non parlo solo del Partito; è tutto il complesso dell’organizzazione nazionale che si svolge sopra un piano di slittamento corruttivo e corrosivo. E non parlo nemmeno della corruzione intesa nel senso del danaro: una vacuità avvilente sembra inghiottire ogni pensiero. Nobiltà vera – intesa come sentimento di massa – si trova solamente negli strati inferiori: i superiori possono offrire brillanti esempi individuali ma generalmente l’edonismo e l’egoismo più sfacciato ne informano ogni manifestazione.

2) Continuare a spingere risolutamente il Partito sulle vie da Voi tracciate fin dalla Vigilia e riconfermate in questi ultimi tempi, allo scopo di ottenere quella selezione che possa imporlo come legge morale e farlo temere come forza guerriera. Occorre liberarlo – almeno per tutta la durata della guerra – da tutte le attribuzioni ordinarie e spicciole (da demandare ad altri Enti) per renderlo sempre più l’organo centrale dell’interpretazione e dell’esecuzione dei Vostri ordini: propulsione, controllo e sanzione per tutti gli altri organismi del Regime.

3) Imporsi decisamente ai nemici colpendoli con severità, pur senza infierire. Non possiamo essere da meno dei regimi democratici nostrani e stranieri.

4) Scuotere dal profondo i ceti medi, la piccola borghesia, gli operai, i contadini con provvedimenti di natura rivoluzionaria, in modo da creare in essi non solamente uno spirito arroventato, ma un interesse immediato tangibile che li leghi alla causa della guerra e al Regime, qualunque cosa avvenga. Ciò varrà anche: ad abbassare l’orgoglio dei ceti ricchi i quali credono e giurano solo nella potenza del danaro, ad avvincere le masse dei combattenti, a creare il presupposto per la formazione dei quadri di domani.

5) Il Ministero della Produzione è un Ministero essenzialmente industriale. Debbono essere chiamati a dirigerlo i migliori industriali d’Italia con pienezza di responsabilità personale. E non importerà se essi approfitteranno della loro posizione per avvantaggiare le loro industrie: sarà necessario e sufficiente che essi sappiano che saranno veramente fucilati se faranno mancare all’Esercito quanto occorrerà.

6) Il Ministero della Guerra, il Ministero della Marina, il Ministero dell’Aeronautica hanno – e debbono avere per tutta la durata della guerra – funzioni disciplinari, amministrative e territoriali.

Il duce ha la suprema condotta della guerra: Egli non può quindi essere il Condottiero e contemporaneamente il Soleri o il Gasparotto della situazione. Ne consegue, logicamente, che il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica – facenti parte dello Stato Maggiore Generale del Duce – debbono essere separati dalla persona e dalla funzione del Ministro dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica.

Concludendo, vedo l’ordinamento dei poteri centrali in questo modo:

a) Il Duce deve riprendere fuori d’Italia la direzione politica dell’Asse con tutte le iniziative che ne possono derivare. All’interno, Egli deve continuare ad essere l’Unico supremo regolatore della vita morale politica e sociale.

b) Il Duce deve essere il Comandante Supremo, col suo Capo di Stato Maggiore Generale coadiuvato dai tre Capi di Stato Maggiore dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica.

c) Tre Ministri responsabili debbono rispondere del funzionamento amministrativo disciplinare delle tre Forze Armate ed essere i coordinatori dei servizi (a Ministro dell’Aeronautica, preferibilmente, un industriale o un uomo politico con forte prestigio e capacità organizzativa).

d) Un Ministro della Produzione Bellica (preferibilmente un industriale o un uomo politico con forte capacità organizzativa) coadiuvato da elementi sceltissimi dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica e dell’Industria: deve sapere che cosa vuole e che cosa occorre e deve esercitare una funzione dittatoriale su tutta la produzione.

e) Un Ministro dell’Economia che coordini e unifichi i due organismi esistenti dell’Agricoltura per l’alimentazione e degli Scambi e Valute per il commercio.

Alla base di tutto, duce, vi sono due necessità:

a) Decentrare, nel senso della funzionalità, e accentrare nel senso della responsabilità. Debbono essere chiamati i maggiori esponenti del Partito, dell’industria, della finanza alla corresponsabilità della guerra e assegnare loro compiti precisi con la pregiudiziale della pena capitale – a qualunque rango appartengano – se non risponderanno alla Vostra consegna. Nessuno può e deve restare estraneo alla vita della Nazione in questo momento o tentare di sfuggirvi con alibi sciocchi, per quanto arzigogolati e sottili.

b) Richiamare fortemente il Paese alla realtà della situazione, imponendo a tutti uno stile e un metodo di vita consoni al grave destino che incombe sulla Nazione. Del resto abbiamo precedenti storici non confutabili e di indubbio successo nei periodi salienti della storia di tutti i paesi. Quel che potrà pensare o fare la propaganda nemica non può avere importanza: importante e sufficiente sarà che il popolo si tenda in sforzo spirituale e produttivo che solo può garantire la Vittoria.

DUCE, io sono una ruota del Vostro carro: ma questa ruota girerà fino a schiantarsi o fino a che Voi crederete che possa servire. E perdonatemi se ho osato scrivervi tutto questo.

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GIORNALISMO: DAL TACCUINO AL PC

 

 

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 75

a cura di Cornelio Galas

Marinaio in osservazione a bordo di un mas in navigazione presso l’isola di Rodi nell’inverno 1942

Marinai a bordo di un mas in navigazione presso l’isola di Rodi nell’inverno 1942

Marinai a bordo di un mas in navigazione presso l’isola di Rodi nell’inverno 1942

Marinai a bordo di un mas in navigazione presso l’isola di Rodi nell’inverno 1942

Marinai a bordo di un mas in navigazione presso l’isola di Rodi nell’inverno 1942

Marinaio a bordo di un mas in navigazione presso l’isola di Rodi nell’inverno 1942

Particolare di un mas in navigazione presso l’isola di Rodi nell’inverno 1942

Particolare di un mas in navigazione presso l’isola di Rodi nell’inverno 1942

Idrovolante di soccorso in partenza presso l’isola di Rodi per volo di ricerca nell’inverno 1942

Idrovolante di soccorso in volo di ricerca presso l’isola di Rodi nell’inverno 1942

Idrovolante alla fonda presso l’isola di Rodi nell’inverno 1942

Barca a vela rimorchiata rientra nel porto di Rodi nell’inverno 1942

Natante in navigazione presso l’isola di Rodi nell’inverno 1942

Soldati su una barca nel porto di Rodi nell’inverno 1942

Unità in navigazione presso l’isola di Rodi nell’inverno 1942

Batteria antiaerea appostata sopra le mura della città murata di Rodi nell’inverno 1942

Gruppo di soldati in osservazione sopra le mura della città murata di Rodi nell’inverno 1942

Soldati in osservazione sopra le mura della città murata di Rodi nell’inverno 1942

Soldati in osservazione sopra le mura della città murata di Rodi nell’inverno 1942

Batteria antiaerea appostata sopra le mura della città murata di Rodi nell’inverno 1942

Batteria antiaerea appostata sopra le mura della città murata di Rodi nell’inverno 1942

Batteria antiaerea appostata sopra le mura della città murata di Rodi nell’inverno 1942

Batteria antiaerea appostata sopra le mura della città murata di Rodi nell’inverno 1942

Batteria antiaerea appostata sopra le mura della città murata di Rodi nell’inverno 1942

Gruppo di militari a Rodi nell’inverno 1942

Batteria antiaerea appostata sopra le mura della città murata di Rodi nell’inverno 1942

Militare in osservazione sopra le mura della città murata di Rodi nell’inverno 1942

Militari in osservazione sopra le mura della città murata di Rodi nell’inverno 1942

Veduta di Rodi nell’inverno 1942

Una truppa imbarcata per Creta nell’inverno 1942

Una truppa imbarcata per Creta nell’inverno 1942

Truppa sale sui camion per il trasporto ad una zona d’imbarco per Creta nell’inverno 1942

Una truppa imbarcata per Creta nell’inverno 1942

Arrivo di una truppa a Creta su un mas nell’inverno 1942

Arrivo di una truppa a Creta su un mas nell’inverno 1942

Arrivo di una truppa a Creta su un mas nell’inverno 1942

Ammassamento di truppa per l’imbarco per Creta nell’inverno 1942

Truppa sale sui camion per il trasporto ad una zona d’imbarco per Creta nell’inverno 1942

Truppa sale sui camion per il trasporto ad una zona d’imbarco per Creta nell’inverno 1942

Truppa sale sui camion per il trasporto ad una zona d’imbarco per Creta nell’inverno 1942

Truppa sale sui camion per il trasporto ad una zona d’imbarco per Creta nell’inverno 1942

Ammassamento di truppa per l’imbarco per Creta nell’inverno 1942

Una truppa imbarcata per Creta nell’inverno 1942

Una truppa imbarcata per Creta nell’inverno 1942

Imbarco di una truppa per Creta nell’inverno 1942

Una truppa imbarcata su un mas per Creta nell’inverno 1942

Imbarco di una truppa per Creta nell’inverno 1942

Una truppa imbarcata su un mas per Creta nell’inverno 1942

Reparto di truppa alpina in alta montagna nell’inverno 1942

Pattuglia appostata lungo la sponda del fiume Zeta in Montenegro nell’inverno 1942

Postazioni di artiglieria nell’inverno 1942

Postazioni di artiglieria nell’inverno 1942

Soldato in una trincea scavata nella neve nell’inverno 1942

Postazione di artiglieria in una trincea scavata nella neve nell’inverno 1942

Soldati in attività di pattugliamento nell’inverno 1942

Soldati in attività di pattugliamento nell’inverno 1942

Postazione di artiglieria nell’inverno 1942

Soldati in una trincea scavata nella neve nell’inverno 1942

Soldati in una trincea scavata nella neve nell’inverno 1942

Soldati in una trincea scavata nella neve nell’inverno 1942

Soldati in attività di pattugliamento nell’inverno 1942

Soldati in attività di pattugliamento nell’inverno 1942

Un soldato portaordina a cavallo consegna un documento nell’inverno 1942

Soldati in marcia sulla neve nell’inverno 1942

Soldati in marcia sulla neve nell’inverno 1942

Soldati presso un aereo in atterraggio su un campo innevato nell’inverno 1942

Gruppo di soldati nell’inverno 1942

Un soldato scarica del materiale da un aereo nell’inverno 1942

Riproduzione fotografica dell’incrociatore inglese della classe tipo “Cairo”

Il tenente di vascello Lanfranco Lanfranchi

Il capitano di corvetta Stefano Palmas

Reparto di truppa alpina in alta montagna nell’inverno 1942

Reparto di truppa alpina in alta montagna nell’inverno 1942

Reparto di truppa alpina in alta montagna nell’inverno 1942

Reparto di truppa alpina in alta montagna nell’inverno 1942

Reparto di truppa alpina in alta montagna nell’inverno 1942

Reparto di truppa alpina in alta montagna nell’inverno 1942

Reparto di truppa alpina in alta montagna nell’inverno 1942

Reparto di truppa alpina in alta montagna nell’inverno 1942

Reparto di truppa alpina in alta montagna nell’inverno 1942

Reparto di truppa alpina in alta montagna nell’inverno 1942

Due marinai sistemano un’arma a bordo di una unità navale nel febbraio 1942

Un mas presso un’altra unità navale in un porto nel febbraio 1942

Due mas in un porto nel febbraio 1942

Una nave in un porto nel febbraio 1942

Radiotelegrafista a bordo di una unità navale nel febbraio 1942

Pattuglia in marcia lungo la sponda del fiume Zeta in Montenegro nell’inverno 1942

Soldati di guardia ad un ponte nel Montenegro esaminano i documenti di un civile nell’inverno 1942

Soldati di guardia ad un ponte nel Montenegro esaminano i documenti di due donne nell’inverno 1942

Reparto di camicie nere in azione in Montenegro nell’inverno 1942

Reparto di camicie nere in azione in Montenegro nell’inverno 1942

Una camicia nera in azione fra in Montenegro nell’inverno 1942

Compagnia di alpini in marcia verso sulla strada tra Podgoritza e Davilovgrad in Montenegro per raggiungere e scortare un’autocolonna italiana nell’inverno 1942

Compagnia di alpini in marcia verso sulla strada tra Podgoritza e Davilovgrad in Montenegro per raggiungere e scortare un’autocolonna italiana nell’inverno 1942

Soldato in motocicletta in Montenegro nell’inverno 1942

Soldati in azione in Montenegro nell’inverno 1942

Soldati in azione in Montenegro nell’inverno 1942

Soldato in Montenegro nell’inverno 1942

Soldati in azione in Montenegro nell’inverno 1942

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 74

a cura di Cornelio Galas

Mareggiata nel porto di Bengasi nell’inverno 1942

Apparecchio inglese distrutto nell’inverno 1942

Apparecchio inglese distrutto nell’inverno 1942

Apparecchio inglese distrutto nell’inverno 1942

Bomba di grosso calibro in un campo di aviazione nell’inverno 1942

Artiglieria britannica distrutta lungo la strada di El Mechili in Libia nell’inverno 1942

Artiglieria britannica distrutta lungo la strada di El Mechili in Libia nell’inverno 1942

Una tenda nel deserto nell’inverno 1942

Soldati presso una tenda nel deserto nell’inverno 1942

Soldati nel deserto nell’inverno 1942

Soldati nel deserto nell’inverno 1942

Postazione di artiglieria nel deserto nell’inverno 1942

Soldato in una trincea nel deserto nell’inverno 1942

Soldati approntano una trincea nel deserto nell’inverno 1942

Soldato presso una tenda nel deserto nell’inverno 1942

Postazione di artiglieria nel deserto nell’inverno 1942

Postazione di artiglieria nel deserto nell’inverno 1942

Postazione di artiglieria nel deserto nell’inverno 1942

Postazione di artiglieria nel deserto nell’inverno 1942

Postazione di artiglieria nel deserto nell’inverno 1942

Postazione di artiglieria nel deserto nell’inverno 1942

Postazione di artiglieria nel deserto nell’inverno 1942

Postazione di artiglieria nel deserto nell’inverno 1942

Soldati nel deserto nell’inverno 1942

Soldato nell’inverno 1942 in un portico a Derna riconquistata

Due civili nell’inverno 1942 in un chiostro a Derna riconquistata

Gruppo di civili nell’inverno 1942 a Derna riconquistata

Gruppo di civili nell’inverno 1942 a Derna riconquistata

Veduta di un portico a Derna riconquistata nell’inverno 1942

Veduta di un portico a Derna riconquistata nell’inverno 1942

Civili in una piazzetta a Derna riconquistata nell’inverno 1942

Prigioniero inglese catturato in Cirenaica nell’inverno 1942

Prigionieri inglesi, sudafricani e indiani catturati in Cirenaica nell’inverno 1942

Soldati a Gondar nell’inverno 1942

Soldati a Gondar nell’inverno 1942

Civili presso una tenda italiana a Gondar nell’inverno 1942

Scorcio di Gondar nell’inverno 1942

Soldati con cammelli nelle retrovie inglesi del fronte libico nell’inverno 1942

Carri armati nelle retrovie inglesi del fronte libico nell’inverno 1942

Soldati nelle retrovie inglesi del fronte libico nell’inverno 1942

Il fronte libico dalla parte inglese nell’inverno 1942

Torretta di una nave da guerra nell’inverno 1942

Soldati nelle retrovie inglesi del fronte libico nell’inverno 1942

Automezzi nelle retrovie inglesi del fronte libico nell’inverno 1942

Soldati nelle retrovie inglesi del fronte libico nell’inverno 1942

Torretta di una nave da guerra nell’inverno 1942

Soldati motociclisti nelle retrovie inglesi del fronte libico nell’inverno 1942

Soldati nelle retrovie inglesi del fronte libico nell’inverno 1942

Nave inglese distrutta nell’inverno 1942

Nave inglese distrutta nell’inverno 1942

Prigionieri inglesi nell’inverno 1942

Prigionieri inglesi nell’inverno 1942

Prigionieri inglesi nell’inverno 1942

Prigionieri inglesi nell’inverno 1942

Prigionieri inglesi nell’inverno 1942

Carri armati in azione nell’inverno 1942

Carro armato nell’inverno 1942

Apparecchio inglese abbattuto a Modica nell’inverno 1942

Apparecchio inglese abbattuto a Modica nell’inverno 1942

Apparecchio inglese abbattuto a Modica nell’inverno 1942

Apparecchio inglese abbattuto a Modica nell’inverno 1942

Apparecchio inglese abbattuto a Modica nell’inverno 1942

Apparecchio inglese abbattuto a Modica nell’inverno 1942

Apparecchio inglese abbattuto a Modica nell’inverno 1942

Soldati in attività di pattugliamento nell’inverno 1942

Soldati in attività di pattugliamento nell’inverno 1942

Soldati in attività di pattugliamento nell’inverno 1942

Soldati in attività di pattugliamento nell’inverno 1942

Soldati in attività di pattugliamento nell’inverno 1942

Soldati in attività di pattugliamento nell’inverno 1942

Soldato su un palo telefonico ripara la linea nell’inverno 1942

Soldati in attività di pattugliamento nell’inverno 1942

Soldati in attività di pattugliamento nell’inverno 1942

Gruppo di soldati nell’inverno 1942

Il generale Francesco Zingales fra i coloni del villaggio Maddalena in Libia nell’inverno 1942

Il generale Francesco Zingales fra i coloni del villaggio Maddalena in Libia nell’inverno 1942

Autocolonna militare in marcia verso le prime linee nell’inverno 1942

Carri armati in marcia verso le prime linee nell’inverno 1942

Apparecchio inglese abbattuto nell’inverno 1942

Apparecchio inglese abbattuto nell’inverno 1942

Apparecchio inglese abbattuto nell’inverno 1942

Apparecchio inglese abbattuto nell’inverno 1942

Apparecchio inglese abbattuto nell’inverno 1942

Aereo in un campo di aviazione a Stalino (Doneck) nell’inverno 1942

Sistemazione di un aereo in un campo di aviazione a Stalino (Doneck) nell’inverno 1942

Aerei in un campo di aviazione a Stalino (Doneck) nell’inverno 1942

Prigionieri e popolazione ucraina eseguono lavori di spalamento in un campo di aviazione a Stalino (Doneck) nell’inverno 1942

Aerei in un campo di aviazione a Stalino (Doneck) nell’inverno 1942

Aerei in un campo di aviazione a Stalino (Doneck) nell’inverno 1942

Prigionieri e popolazione ucraina eseguono lavori di spalamento in un campo di aviazione a Stalino (Doneck) nell’inverno 1942

Aerei in un campo di aviazione a Stalino (Doneck) nell’inverno 1942

Prigionieri e popolazione ucraina eseguono lavori di spalamento in un campo di aviazione a Stalino (Doneck) nell’inverno 1942

Prigionieri e popolazione ucraina eseguono lavori di spalamento in un campo di aviazione a Stalino (Doneck) nell’inverno 1942

Prigionieri e popolazione ucraina eseguono lavori di spalamento in un campo di aviazione a Stalino (Doneck) nell’inverno 1942

Prigionieri e popolazione ucraina eseguono lavori di spalamento in un campo di aviazione a Stalino (Doneck) nell’inverno 1942

Prigionieri e popolazione ucraina eseguono lavori di spalamento in un campo di aviazione a Stalino (Doneck) nell’inverno 1942

Prigionieri e popolazione ucraina eseguono lavori di spalamento in un campo di aviazione a Stalino (Doneck) nell’inverno 1942

Prigionieri e popolazione ucraina eseguono lavori di spalamento in un campo di aviazione a Stalino (Doneck) nell’inverno 1942

Particolare di un aereo in un campo di aviazione a Stalino (Doneck) nell’inverno 1942

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I “SEGRETI” DEL FASCISMO – 8

a cura di Cornelio Galas

  • documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

Memoria riassuntiva della
Commissione Suprema di Difesa

sulla preparazione e primo mese
delle operazioni militari contro la Grecia

AVVENIMENTI E PROVVEDIMENTI PER L’ALBANIA
(agosto – 24 novembre 1940)

Memoria riassuntiva

Tolto il periodo di tensione con la Grecia dell’estate 1939, l’Albania fu per lo Stamage e per lo stato maggiore R. esercito uno scacchiere del tutto secondario, pel quale erano previste operazioni, se mai solo alla frontiera jugoslava.

Ma anche a questa previsione, non ha corrisposto mai una qualsiasi preparazione militare del territorio, sí da renderlo atto, col migliorare i porti, le reti stradali, i collegamenti, i servizi logistici in generale, a ricevere un incremento improvviso di grandi unità, che potessero vivervi e operare.

Carlo Geloso

Del tutto dimenticata fu l’organizzazione per quanto poteva concernere un eventuale conflitto con la Grecia. Di conseguenza il gen. Geloso, comandante superiore delle truppe in Albania, fu polarizzato nel suo periodo di comando, che andò dal 1º dicembre 1939 al 5 giugno 1940, quasi esclusivamente da ciò che riguardava la frontiera jugoslava.

Nel maggio 1940 il gen. Geloso segnalò che il ministero degli affari esteri gli aveva prospettato la necessità politica che l’Italia iniziasse a breve scadenza operazioni militari contro la Grecia, la quale stava divenendo una pericolosa base aeronavale franco-inglese. Tale notificazione doveva essere un utilissimo segnale di allarme per lo stamage, facendogli comprendere quali erano gli intendimenti e gli indirizzi delle sfere politiche con la Grecia, con cui prima o poi si sarebbe dovuto venire in conflitto, e la necessità pertanto di iniziare subito un’adeguata preparazione militare nello scacchiere albanese.

Invece nulla fu fatto e le direttive per l’Albania, volte solo a una progressiva e lenta preparazione nei riguardi della Iugoslavia, non cambiarono. La mancanza di aderenza alla visione degli esteri da parte dello stamage oltre ad incidere sulla preparazione militare, non all’unisono con le previsioni della condotta politica della guerra, sarà una delle cause fondamentali delle difficoltà gravissime, in cui si compí poi la campagna italo greca.

Ai primi di agosto erano in Albania solo 5 divisioni binarie1: esse dipendevano direttamente dal comando superiore truppe Albania, di cui era a capo (dal 5 giugno) il generale di divisione, con l’incarico del grado superiore, Visconti Prasca. Il CSTA si identificava con un corpo d’armata (il XXVI). La dislocazione delle truppe gravitava verso la frontiera jugoslava: una sola divisione era alla frontiera greca. Erano stati eseguiti numerosi lavori campali alla frontiera jugoslava, nessuno verso la Grecia.

Mentre alla frontiera Giulia si stava gradatamente approntando la 2ª armata, lo stamage continuava a ritenere l’Albania scacchiere di scarsa importanza; disponeva infatti (l’8 agosto) che, in caso di operazioni contro la Iugoslavia, le truppe in Albania dovevano tenere atteggiamento solo difensivo, e come predisposizioni riteneva sufficiente l’invio di un reggimento di cavalleria, preparando intanto l’invio di una divisione.

Visconti Prasca

Verso la metà di agosto le autorità politiche fecero presente nuovamente ed esplicitamente la necessità di agire al piú presto contro la Grecia, indicando in particolare che sarebbe stato necessario che entro 15 giorni le forze in Albania fossero pronte per iniziare le operazioni. Lo stamage dispose perché fosse “predisposto” l’invio in Albania di 3 divisioni (che certo non potevano arrivare entro 15 giorni).

Neanche dopo ciò, lo stamage dette impulso per accelerare la preparazione in vista delle inevitabili operazioni: solo quando lo S.M. gli fece presente (il 26 agosto) che, se si voleva avere almeno per il 1º di ottobre uno schieramento difensivo alla frontiera jugoslava e offensivo in quella greca, occorreva iniziare subito i trasporti marittimi, approvò (il 28 agosto) che fossero iniziati gli invii delle 3 divisioni.

Lo S.M. aveva anche proposto, e lo stamage approvato, che fosse previsto l’invio in Albania di un comando di armata e di un altro comando di C.d’A., non stimandosi possibile che il CSTA da solo potesse impiegare una diecina di divisioni. Ciò non ebbe seguito, in relazione alla fiducia che si nutriva pel gen. Visconti, generale allora molto stimato e noto propugnatore della dottrina della guerra di movimento, e al desiderio espresso che non fosse inviato in Albania altro generale piú elevato in grado o piú anziano del Visconti.

Sarebbe stato indispensabile che lo stamage avesse fatto chiaramente presente al Duce quale era la reale organizzazione dei comandi in Albania, impari cioè ai bisogni operativi previsti e comunque che avesse trovato una soluzione organica, che frazionasse opportunamente l’azione di comando fra il generale Visconti e i comandi di divisione dipendenti, ma non si sarebbe dovuto lasciare le cose come stavano, ben sapendo che non potevano andare.

Visconti Prasca passa in rassegna la truppa

Forse anche su ciò influí la sensazione puramente personale del capo di S.M. generale che in Albania operazioni non ce ne sarebbero state. A fine agosto i preparativi già tiepidi ebbero un nuovo differimento: lo schieramento alla frontiera doveva “poter” essere predisposto per il 20 ottobre anziché per il 1º; quindi termine del trasporto delle tre divisioni previsto per il 10 ottobre e non piú per il 1º e nuovo rafforzamento della sensazione collettiva che ormai pel 1940, data anche la stagione avanzata e l’impreparazione, non vi sarebbero state operazioni contro la Grecia.

Lo S.M. ai primi di settembre compilò e diramò le sue direttive operative per l’esigenza G (cosí era chiamata la prevista operazione in Grecia). Il CSTA con le truppe a sua disposizione (8 div., i rgt. granatieri, 3 rgt. di cavalleria, 1 solo rgt. art. di C.d’A. su 6 gruppi) doveva occupare l’Epiro settentrionale, assicurare la copertura verso la Macedonia, mantenendo il possesso della conca di Korça, e assicurare anche la copertura alla frontiera jugoslava.

È evidente che con le poche forze previste e i molteplici compiti loro affidati lo S.M. valutava molto al di sotto di quello che poi apparvero le forze e le possibilità dell’esercito greco. E ciò è tanto piú importante perché in sostanza con queste poche forze fu poi iniziata l’azione contro la Grecia.

Il 25 settembre lo stamage notificò che ormai sia la questione jugoslava che quella greca sarebbero state risolte al tavolo della pace: in Albania era solo questione di sistemazione di truppe pel vicino periodo invernale. In effetti tutto il precedente operato del comando supremo era stato il riflesso di questo concetto, ben poco all’unisono con quello del ministero degli esteri.

Al 25 settembre, dunque, nessuna specifica preparazione in Albania per operazioni contro la Grecia (tolto l’invio in corso delle 3 divisioni) e quando, verso il 13 ottobre, le autorità politiche indicheranno come necessità irrevocabile l’inizio quasi immediato delle operazioni, stamage e S.M. saranno sorpresi dagli avvenimenti e si troveranno con lo scacchiere albanese non preparato ad una campagna d’autunno su un aspro teatro di guerra balcanico: lo S.M. anzi aveva proposto, il 5 ottobre, di ridurre la forza in Albania.

Il 14 ottobre lo stamage ordinò che tutto fosse predisposto per iniziare in Albania (il 26 ottobre) le operazioni contro la Grecia. Con tale ordine lo stamage dimostrava che:

  • o giudicava la preparazione in Albania già a tal punto che in 12 giorni si potesse essere pronti per iniziare la lotta (e quindi era male informato o stimava tutto molto facile),
  • o, pur sapendo come le cose stavano, non aveva chiaramente prospettato al Duce la vera situazione, che, cioè come in agosto, anche ora in ottobre si era del tutto impreparati e, forse ancor meno di allora, data la cattiva stagione imminente.

In una riunione tenuta a Palazzo Venezia il 15 ottobre il Duce confermò la necessita politica dell’attacco alla Grecia, nido di vipere inglesi, onde migliorare la nostra situazione mediterranea. Il gen. Visconti Prasca dichiarò che per il giorno 26 sarebbe stato pronto, che il piano di azione era stato minutamente preparato e che l’Epiro poteva essere occupato in 15 giorni con “manovra travolgente”. Stimava avere una superiorità di due a uno e non chiedeva, per l’inizio, altre truppe.

Visconti Prasca

Il gen. Visconti con queste sue dichiarazioni, dato che doveva ben conoscere lo stato reale della preparazione, dimostrava o di giudicare molto facile quel problema di guerra, valutandone erratamente i fattori (esercito greco – proprie forze) o di fare forse affidamento su elementi estranei al problema militare, quali i risultati dell’opera delle autorità politiche per infirmare la resistenza greca. Questa seconda ipotesi, se è stata fatta, è per un generale un grave errore.

Alla suddetta facile visione del comandante superiore T.A., il capo di S.M. generale e le altre autorità militari presenti alla storica seduta non fecero obiezioni. L’Ecc. Mar. Badoglio dichiarò che il piano Visconti andava bene, dato per sicuro il fianco sinistro. Se con tale accenno alla sicurezza del fianco, il Mar. Badoglio si riferiva alla sicurezza di carattere strategico rispetto alla Iugoslavia, sarebbe stato quanto mai opportuno che egli avesse esaminato la cosa anche in un quadro minore, ma importantissimo, se cioè il fianco sinistro delle unità operanti in Epiro era assicurato dal nostro schieramento nel Korciano, sufficiente a resistere alle possibilità di offese greche dalla Macedonia.

Se tale esame fosse stato sviluppato ne sarebbe derivata la conclusione che le forze in Albania non davano la sicurezza di riuscita, non erano cioè bastanti ad operare in Epiro avendo il fianco nel Korciano sicuro. Ma su ciò fu sorvolato e l’operazione militare ebbe il suo “via”.

Come prevedibile, i quattordici giorni di affrettata preparazione (l’azione fu prorogata al 28 ottobre) a nulla, o quasi nulla, approdarono. Non fu possibile inviare dall’Italia, anche a causa dello stato del mare, in tempesta per una settimana, nemmeno il previsto completamento delle artiglierie c.a. Si giunse al 28 ottobre non pronti militarmente per ciò che si stava per fare.

In sostanza chiunque esamini obiettivamente il periodo considerato non può non notare che causa dell’impreparazione militare alla campagna di guerra, che stava per essere iniziata, sono le remore volontariamente poste dallo stamage ai preparativi in quello scacchiere, ove esso non desiderava che si operasse.

È difficile ammettere che il capo di S.M. generale, nei suoi contatti quotidiani col Duce, non sapesse quali fossero i Suoi intendimenti verso la Grecia e non avesse intuito che necessità di ordine politico avrebbero ineluttabilmente imposto operazioni di guerra contro tale stato.

Se nello spirito del Mar. Badoglio poteva esistere prima dell’agosto tepidezza circa l’opportunità della guerra alla Grecia (per quanto, essendo egli militare, non avrebbe dovuto giudicare sul lato politico della questione), dopo il 15 agosto, da quando cioè le autorità politiche fecero presente nettamente la necessità di presto agire, nessun dubbio avrebbe dovuto piú sussistere e tutta l’opera del capo di S.M. generale avrebbe dovuto essere volta all’intensa preparazione delle forze armate per lo scacchiere albanese.

Se ciò avesse fatto, il Mar. Badoglio avrebbe avuto prima delle operazioni piú di 60 giorni di tempo per far affluire in Albania uomini e mezzi, quanti giorni cioè poi occorsero, iniziata la campagna, per creare un equilibrio contro le soverchianti forze greche.

Il disegno operativo in Epiro del gen. Visconti Prasca consisteva nel:

  •  puntare col centro (div. Ferrara e Centauro del C.A. di Ciamuria – gen. Rossi) su Giannina,
  •  spingere l’ala sinistra – div. alp. Julia -, attraverso le montagne del Pindo, sino al Passo di Metzovo (a nord-est di Giannina),
  •  superare con l’ala destra, div. Siena, il Kalamas e muovere su Giannina da sudovest,
  •  agire con un distaccamento (raggruppamento del litorale) lungo la costa.

Nel Korciano la div. Parma, aiutata, se mai, dalla div. Piemonte, doveva assicurare il fianco sinistro delle unità marcianti in Epiro. Schieramento quindi a blocchi isolati di divisioni, senza inquadratura nel campo tattico-organico del C.A. (artiglierie – collegamenti – servizi – riserve a tergo per manovrare), ciò non consentendolo la poca disponibilità delle forze.

Fin dall’inizio delle operazioni apparvero gli effetti dell’impreparazione: si sentí subito la mancanza di comandi organizzati (i due comandi di C.d’A. Rossi e Nasci costituiti una settimana prima del 28 ottobre erano del tutto embrionali), di artiglierie di medio calibro, di reparti del genio e sopratutto di altre forze atte a creare una vera riserva, che desse tranquillità pel fianco esposto e permettesse di alimentare l’azione in profondità.

Sentitissima poi la mancanza di automezzi2: lo S.M. segnalava al comando supremo il 1º novembre che in Albania occorreva inviare 1700 autocarri, cifra che mostra all’evidenza il grado di impreparazione per una campagna da effettuarsi in un teatro di operazioni privo di ferrovie e ove l’autocarro avrebbe avuto parte preminente per la manovra dei reparti e per il funzionamento dei servizi.

Nella zona di Kalibaki sulla via di Giannina il corpo d’armata Rossi urtava contro forti difese greche, che si rivelavano costituite da opere permanenti con reticolati ed efficace sostegno di artiglierie. La valutazione quindi delle possibilità di difesa greche era stata non esatta.

Malgrado il concetto del comandante sta di effettuare rapida guerra di movimento, il C.d’A. di Ciamuria era stato mandato quindi ad urtare con la massa delle sue forze nel punto piú forte ed organizzato della difesa greca, contro il quale invano per piú giorni le div. Ferrara e Centauro insisteranno nei loro vani e sanguinosi attacchi.

La div. alp. Julia frattanto giungeva alla testata della Vojussa, ma incontrava forti resistenze, era attaccata anche sui fianchi, e veniva a trovarsi quindi in condizioni critiche sia operative che logistiche (la divisione isolata fu fatta muovere con un’autonomia di viveri di soli 5 giorni).

A destra la div. Siena ed 2 raggruppamento del litorale si fermavano per 5 giorni al Kalamas in piena, in attesa che il genio “arrivasse” a piè d’opera e gettasse i ponti (altra prova dell’impreparazione). Frattanto dal 1º novembre i greci avevano iniziato i loro attacchi nel settore Korciano, con pressione che diverrà gradatamente sempre piú forte: la supposizione base di tutto il piano operativo che due divisioni bastassero per dare sicurezza nella zona di Korça si dimostrava fallace.

La preoccupazione del CSTA, dello S.M. e del comando supremo per la sorte del fianco sinistro sarà sempre crescente e si cercherà, con ben poca efficacia, date distanze e tempi, di rafforzare il fianco a crisi iniziata e aggravantesi. Il giorno 6 novembre il gen. Visconti Prasca, data la situazione critica della Julia, ordinava che la divisione ripiegasse a scaglioni su Konitza. Era il riconoscimento che la manovra affidata alla div. Julia era fallita, essendosi dimostrata impari alle sue possibilità, malgrado il valore dimostrato dai componenti della balda unità alpina.

Era con ciò compromesso tutto il piano iniziale del CSTA. Le truppe che continuavano ad attaccare invano le difese greche ad est di Kalibaki non potevano piú essere agevolate nel loro duro compito dall’azione della “Julia” né si poteva piú sperare che la div. Siena, ormai attardatasi al Kalamas e isolata, potesse svolgere una efficace azione verso Giannina. Né a tergo, e questo è piú grave, vi erano altre truppe con cui far sentire nella battaglia la volontà di manovra del comandante.

Il giorno 7 novembre anche le truppe dell’ala destra che erano riuscite infine a passare il Kalamas ricevevano ordine di fermarsi e costituire teste di ponte. Il gen. Visconti Prasca ha in seguito affermato che:-

  • a) aveva iniziato le operazioni senza aver avuto le forze richieste,
  • b) durante il suo periodo di comando le forze italiane sempre avanzarono vittoriosamente in Grecia, giungendo con le punte estreme a 100 km dal confine in Epiro.

Circa la prima affermazione è da notare che, per le operazioni in Epiro, il gen. Visconti non aveva chiesto, in primo tempo, nuove G.U.: ne attendeva altre ma “ad Epiro conquistato” per la marcia su Atene (riunione di Palazzo Venezia del 15 Ottobre). Aveva domandato btr. c.a. di rinforzo e 4 gr. art. alp. valle ed essi gli furono inviati appena i trasporti marittimi lo permisero.

Poi, nell’imminenza delle operazioni, fra il 17 e il 23 ottobre, il gen. Visconti chiese l’invio urgente di una divisione motorizzata e di 1000 autocarri. La richiesta era tardiva: occorreva non conoscere la capacità di scarico dei porti albanesi per supporre che simile ingente massa di automezzi potesse arrivare a tempo per le prime operazioni.

La seconda affermazione è smentita dagli avvenimenti. Come già detto, al 6 novembre, ripiegando la “Julia”, fermo il centro, ritardata la destra, minacciato a Korça il fianco sinistro di tutto lo schieramento, la manovra poteva considerarsi fallita e l’avanzata fino allora fatta dalle nostre truppe non poteva purtroppo essere definita vittoriosa.

(10 giugno 1940) L’Italia attacca la Grecia, partendo dall’occupata Albania. Su entrambi i fronti di guerra viene sconfitta e giungono in suo supporto le truppe tedesche.

Un’avanzata non risolutiva e subito messa in crisi non è successo, ma solo guadagno temporaneo di territorio. La penetrazione di 100 km accennata dal gen. Visconti si riferisce ad un calcolo metrico delle rapide puntate della cavalleria dell’estrema destra, che con ricognizioni ardite, ma effimere di risultati, perché non sorrette, si spinsero sino alle zone di Margariti e Paramithia in Epiro.

Quando il 9 novembre il gen. Visconti cessò dal comando lasciò una situazione operativa in piena crisi e non una situazione vittoriosa, di cui si potesse sfruttare il successo. Il 9 novembre il gen. Soddu assumeva il comando in Albania, a capo di un gruppo di armate, costituito dalla 9ª e 11ª armata.

La trasformazione dell’organizzazione dei comandi in Albania era indispensabile, essendosi dimostrata completamente insufficiente la scheletrica e semplicista organizzazione iniziale; ma certo una simile trasformazione non poteva essere senza crisi, effettuandola, come gli avvenimenti imponevano, durante le operazioni.

La costituzione del comando superiore forze armate Albania e dei due comandi di armata e delle relative intendenze si protrasse nel tempo e fu molto laboriosa: altra visione a largo respiro di comandante superiore ed altra mentalità di comandanti in sottordine avrebbero potuto rendere piú aderente alla situazione questo impianto, che invece fu fatto con assenteismo del comando superiore e con mentalità schematica e sorpassata dai comandi in sottordine.

Bisognava anzitutto:

  • passare nettamente da una forma di guerra di movimento ormai fallita, ad uno schieramento da guerra da posizione,
  • adeguare al piú presto i servizi al nuovo aspetto delle operazioni, valorizzando al massimo quanto si aveva e quanto stava affluendo,
  • creare, con inflessibile tenacia, delle riserve, almeno per le armate, se non per il comando superiore.

Al gen. Soddu mancò la capacità e l’energia per ristabilire la situazione delle operazioni, ormai seriamente compromessa. La pressione greca continuava; riusciva a rompere il collegamento diretto fra il Korciano e l’Epiro, attaccando nella zona di Erseke, insisteva negli attacchi alle posizioni di Korça, minacciava i vari tronchi separati in cui erano frazionate le nostre forze in Epiro.

il generale Ubaldo Soddu

L’invio dei rinforzi dall’Italia, dimostratosi lento, se fatto con trasporti marittimi, per la scarsa capacità dei porti albanesi, che si cercava affrettatamente di migliorare, fu integrato con invii urgenti in volo di reparti, ordinati e energicamente accelerati dal Duce3, reparti che avrebbero dovuto costituire riserve nelle mani del comando, resistendo ad ogni richiesta.

Invece i rinforzi, appena sbarcavano in Albania, senza essere riordinati e completati, venivano subito proiettati avanti nelle linee di combattimento, privi per lo piú di mezzi e salmerie, rompendo i vincoli divisionali: dimostrazione che una delle piú gravi lacune della preparazione era stata quella di non aver provveduto a che fossero in sito unità di riserva. L’Adriatico, per quanto stretto, era sempre un mare da passare e qualsiasi invio di personale o materiale non poteva essere immediato!

Fin dal giorno 15 novembre il gen. Soddu ritenne che gli sviluppi della situazione avrebbero imposto un ripiegamento sia per la 9ª che per l’11ª armata. Tale pensiero traduceva in ordine il giorno 16, indicando alle armate come finea di ripiegamento la linea Pogradec – M. Kamia – Forre del Devoli – F. Kormos – Basilikon – P. Edda, ripiegamento di cui si riservava notificare il momento dell’inizio.

Il comando superiore F.A. Albania, indicando la nuova linea, ordinava anche che su essa dovevano essere fermati per presidiarla tutti i nuovi reparti affluiti. Ma tale ordine non sarà eseguito dalle armate né il comandante superiore si imporrà per ottenerlo: i reparti che affluiranno continueranno ad essere senz’altro avviati d’urgenza in avanti, nel modo piú caotico e frammentario.

Pietro Badoglio

Il giorno 19 il gen. Soddu lasciava arbitre le armate di iniziare il ripiegamento quando l’avessero ritenuto opportuno. In tal modo il comandante superiore rinunciava praticamente ad ogni azione di comando e di manovra in un difficilissimo momento operativo, in cui cioè doveva essere ben attentamente e fermamente imbrigliato e regolato il movimento di ripiegamento delle due armate.

Questo non poteva essere contemporaneo: la situazione avanzata della 11ª armata imponeva che essa per prima si ritirasse, protetta nel fianco dalla 9ª armata tenuta ferma. Lasciando arbitri i due comandanti di armata di scegliere il momento di ripiegare, poteva accadere che ambedue le armate ripiegassero contemporaneamente, o peggio ancora, se non fosse stato assurdo, che ripiegasse addirittura prima la 9ª della 11ª armata.

Il gen. Soddu aveva detto ai comandanti di armata di tenersi con lui collegati, ma se essi avevano libertà di iniziare il ripiegamento quando credevano, non si vede quale azione di coordinamento potesse ripromettersi di esplicare il comandante superiore. Il giorno 21 il gen. Soddu informava che la manovra di ripiegamento era già in atto all’11ª armata e che la 9ª l’avrebbe iniziata a sera.

A un telegramma del Duce che l’invitava a considerare le conseguenze morali e materiali dell’abbandono di Korça, rispondeva che ciò era imposto dalla situazione militare. Se per il ripiegamento della 11ª armata, frazionata in blocchi spinti avanti e isolati, premuti frontalmente e minacciati ai fianchi, in difficile situazione anche logistica, appare evidente la necessità, si resta invece alquando dubbiosi circa quello della 9ª armata.

Il ripiegamento infatti dell’ala sinistra di tutto il nostro schieramento avrebbe avuto per conseguenza:

  •  l’abbandono delle forti posizioni attorno a Korça (M. Morova),
  •  la perdita della città di Korça, importante centro politico, militare (magazzini), aviatorio (campo di aviazione),
  •  la perdita del capo terminale della strada di arroccamento di Erseke, con le possibilità di manovra anche a raggio ristretto che presentava per offendere o minacciare sul fianco unità greche avanzanti dall’Epiro,
  •  il retrocedere su posizioni arretrate di una quarantina di chilometri, ove non c’era uno schieramento prestabilito di altre truppe, sí ché pertanto le stesse truppe, che dal 10 novembre si battevano per la difesa di Korça, avrebbero dovuto guernire le nuove posizioni, arrivandovi certamente in condizioni di minore efficienza, specie morale,
  • il mettere l’armata in piena crisi di servizi; oltre la perdita dei magazzini, dei nodi stradali e delle possibilità di rifornimenti via aerea, che Korça offriva, la piú gran parte dell’armata, (tolta l’estrema sinistra servita dalle strade di Pogradec) veniva ad essere schierata su posizioni di aspra montagna, con a tergo solo lunghissime e cattive mulattiere, sviluppantesi in taluni punti anche per circa 50 km,
  • non ottenere reale guadagno di tempo, prendendo spazio, perché i greci, imbaldanziti dal successo e probabilmente a conoscenza della nostra vera situazione, non avrebbero mancato di premere ancora, a breve scadenza, come in effetti fecero.

Il giorno 24 novembre si delineava un’altra minaccia: il cedimento della div. Bari lasciava scoperta ai greci la direttrice dell’Osum, zona centrale fra le due armate. Vi venivano inviati reparti già provati della div. Julia. Il giorno 29 novembre la 9ª armata, premuta di nuovo fortemente dai greci, era costretta a cedere le posizioni dei M. Kamia verso la piana di Korça, che avrebbero potuto essere utile futuro sbocco offensivo; nei giorni seguenti l’armata continua a perdere ulteriore terreno fino all’altezza di Pogradec, che il 1º dicembre veniva sgombrata.

Contemporaneamente i greci attaccavano con violenza anche la 11ª armata, premendo fortemente specie in Val Zagorie e in Val Vojussa, ove arrivavano il 3 dicembre ad investire Premeti. Frattanto il ritmo delle affluenze di rinforzi dall’Italia continuava lento, come fino allora era stato, per l’insieme di fattori negativi già esaminati.

Si accentuava la visione depressa della situazione nella mente del comandante superiore: 9 gen. Soddu infatti il giorno 4 dicembre in una memoria diretta allo S.M. dichiarava che da un momento all’altro poteva avvenire un cedimento totale della fronte. Non vedeva quindi la possibilità di una ripresa e nemmeno di poter ristabilire una situazione di equilibrio.

Il comandante superiore in sostanza dichiarava che in Albania le forze armate italiane erano sconfitte, senza possibilità di ripresa: si riconosceva vinto, senza piú fiducia nelle truppe che aveva o che poteva avere per continuare la lotta.

La visione, riflesso di uno stato d’animo depresso per avvenimenti indubbiamente dolorosi, era troppo pessimistica. Ciò che poi è accaduto lo ha dimostrato: si sono avuti altri sacrifici territoriali, altri momenti di ansia, ma le linee italiane hanno tenuto, i rinforzi gradatamente e, per forza di cose, lentamente arrivanti, a poco a poco hanno fatto sentire la loro influenza, e i greci non hanno ottenuto il successo strategico decisivo che si ripromettevano, benché l’impreparazione militare da parte nostra della campagna ne abbia loro offerto, da vicino, la possibilità.

L’incremento della forza in Albania era stato:

  •  1º agosto 1940 – 104 000 u. circa – 1660 autocarri
  •  28 ottobre 1940 – 140 000 u. circa – 3200 autocarri
  •  24 novembre 1940 – 175 000 u. circa – 5250 autocarri
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LA “ETERNA COMEDIA”

L’eterna comedia

di Cornelio Galas

Propri nel mèz del me camìn,
disénte tra Arco e Mori,
me sóm trovà, n’altra volta
ed d’en bus stròf e negher
che me paréva d’aver pèrs,
così, del colp, senza saver
la stràa che dovévo ciapàr.

 

A pàss San Giovani, sóra Nàch,
giust davanti al canter eterno,
vedo na scrita su ‘n paracàr:
“sta stràa l’avem fàta nel ’34”.
Ah credo bem, digo da per mi,
e ‘n tant tuti i me passa via,
che la sia picola ai nòssi dì.

 

En banda, a la curva dei rospi,
e quest el spàzza via i dùbi,
gh’è quei che vende le ànfore
che i ha trovà zamai soto tèra,
robe de ani e ani endrìo …
forse saltàe su propri a scavàr
e butàe nei sgrébeni del Lopi.

 

Se va ‘n vanti a pass de òm,
come tanti danài maledéti,
ghè quel bestémia dal finestrìm,
quel che volerìa pasàrte ‘nvanti,
quel che sóna e nessùm ‘scolta.
Come ‘n sciàp de osèi sgarìdi
tuti i zìga, i vòl sgolàr via.

 

Prima o dopo, i lo capìs tuti,
che ‘n st’inferno ghe vol calma,
che se no se vol brusar frizióm
l’è meio fars’en subit na resóm.
S’empìza la radio, tant che sia,
se fùma anca se gh’è i bòci …
se zerca de ciuciàr do caramèle.

 

E la va, piam piam, ma la va
sta procesiòm tra Lopi e Busa,
sperando che no ghe sia pàche,
che no i sia drìo a ‘sfaltar
o a poàr, da le bande, le piante.
Se varda fim dove ‘riva la cóa,
e ognum stà entànt su la sóa.

 

Nel spegiét,osc’ia, n’ambulanza,
sirene che se sente fim a Trent,
nessùm se sposta, ma capìntene …
dove podei nar se non nel làch?
E alora anca quei che sta màl
i è ‘nciodài, fim a quel slàrch
che benedìs semper i malài.

 

Quando, de not, som squasi ‘rivà,
me scàpa l’ocio, en mez al prà:
toh varda el cartel, enluminà,
quando gh’è ‘l sol no s’el vede.
Gh’è scrìt parole fate col fòch:
“Pòri laòri arivai fin chì…
lasé ogni speranza da not a dì”.

 

Alora smonto, e lèzo en po’ pù bem,
le paroline picole, lì sora el fém:
“Porté pazienza,sol pochi mesi,
che i soldi per la nova galeria
per st’autùm i sarà bem spesi,
gh’è volèst ani per nar d’acordi,
ma, promés, sti chi sarà ricordi.

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MISCIOTI DE GIORNAI VECI – 58

a cura di Cornelio Galas

(APRILE 2006)

ARCO

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