Dòne e soldi, sol per mi

di Cornelio Galas

Putèi, gò squasi rispèt a dirlo. Anca per el fato che no me pias far envidia, pitòst pecà. Ma tanto no me crederé mai. Da ‘n po’ de temp – no so perché e percome – sèita a capitarme tute le fortune de sto mondo. Odìo, no l’è che ho ancor desfrutà ste robe bèle ma som sula bona straa. Scominziem co le done. Che ala me età, se sa, le deventa ‘n po’ come l’uva (malmaura) dela famosa volp sol oerché no l’è bona de saltar fim al ram.

Bem, sul compiuter, co le mèil, ghe n’è tante, e po’ tante, e po’ pù tante, che … ensoma, avé capì, meio no farghelo saver ala sposa. Se ghe dés da ment a tute me digo che sarìa zamai ciucià dale strìe. Disente alora che speto l’ocasióm giusta. Le dìs, ste done nel compiuter, che no gh’è problemi. De pù: ghe n’è de vizine trezento metri a mi: osc’ia no sarà miga quela biondàza che lavora al bar?

Dirè: varda che ste chì ala fim le te domanda soldi. Nesùm problema, sacranóm, perché, semper sul compiuter, m’ha scrit na zerta miss Anna Moris (forsi con do “ere”) che la deve vegnir a esser na neoda de quel che fa i zigarèti e ‘l dovrìa ciamarse Filips, Filipo ensoma. Bem sta chì la dis che la dovria ciapar do milioni e mez de dolari da na parente dale me bande (da Vignole? Osc’ia bela questa, a saverlo quando gh’era i tabachini serài).

Sol che la dovrìa brigar, vegnir aposta dala Merica e alora basteria che metés mi entant sul me cont quei soldi che dopo l’è pu comoda a torse i pu tantie lasarme en premio, disente a ocio e cros, gros. Basta sol che mi daga el me numer de cont o dela carta de credit. La fa tut ela.

Semper per i soldi, per meil m’è arivà (sol a mi neh) en cine picol de una che te fa veder come guadagnar zinquezenti euri al dì. En zògh da puteloti. Basta che te schizi de chi, te vardi de là, te compri aziom, te le vendi. El fato che sia na roba seria se ‘l capìs anca chi che i te mete tuti i guadagni sul to cont (basta darghe i numeroti) miga sul só.

E dopo gh’è scrit come i s’è trovai altri, semper co sto sistema. Oh, tuti contenti. Gnanca uno che no ‘l se sia sentì tràta mal o che l’abia gavù qualcos da questionar.

Ades vago al mare co la sposa per quindese dì. E na sera ghe la buto lì (miga la storia dele done, se sa): “Tèi, meti che guadagnès zinquezento euri al dì …”. So che la penseria subit a borse e scarpe nove e no la me domanderia gnent de alter. Capì come?

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I “SEGRETI” DEL FASCISMO – 31

a cura di Cornelio Galas

  • documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

ARMISTIZIO DI CASSIBILE
IL PRIMO SCHEMA DI RESA CHIAMATO “CORTO ARMISTIZIO”

Il gen. Castellano, mandato segretamente dal Capo del Governo Badoglio a trattare la capitolazione, portò a Roma il 27 agosto ’43 un testo di armistizio steso dagli angloamericani. Fu chiamato “corto armistizio”; cioè uno schema preliminare per la resa dell’Italia. Eccone il testo con la anticipata indicazione della data del 3 settembre, per la firma:

Lì  3 settembre 1943

Le seguenti condizioni di armistizio sono presentate dal generale Dwight D. Eisenhower, Generale Comandante delle Forze armate alleate, autorizzato dai Governi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, e nell’interesse delle Nazioni Unite, e sono accettate dal Maresciallo Badoglio, Capo del Governo italiano.

Il generale Giuseppe Castellano firma l’armistizio a Cassibile per conto di Badoglio. In piedi Walter Bedell Smith (a destra) ed il funzionario del ministero degli esteri Franco Montanari (a sinistra)

1)
Immediata cessazione di ogni attività ostile da parte delle Forze Armate Italiane.

2)
L’Italia farà ogni sforzo per sottrarre ai tedeschi tutti i mezzi che potrebbero essere adoperati contro le Nazioni Unite.

3)
Tutti i prigionieri e gli internati delle Nazioni Unite saranno rilasciati immediatamente nelle mani del Comandante in Capo alleato e nessuno di essi dovrà essere trasferito in territorio tedesco.

4)
Trasferimento immediato in quelle località che saranno designate dal Comandante in Capo alleato, della Flotta e dell’Aviazione italiane con i dettagli del disarmo che saranno fissati da lui.

5)
Il Comandante in Capo alleato potrà requisire la marina mercantile italiana e usarla per le necessità del suo programma militare navale.

6)
Resa immediata agli Alleati della Corsica e di tutto il territorio italiano sia delle isole che del Continente per quell’uso come basi di operazioni e per altri scopi che gli Alleati riterranno necessari.

7)
Immediata garanzia del libero uso di tutti i campi di aviazione e dei porti navali in territorio italiano senza tener conto del progresso dell’evacuazione delle forze tedesche dal territorio italiano. Questi porti navali e campi di aviazione dovranno essere protetti dalle forze armate italiane finché questa funzione non sarà assunta dagli Alleati.

L’armistizio 8 settembre 1943 : armistizio di Cassibile

8)
Tutte le forze armate italiane saranno richiamate e ritirate su territorio italiano da ogni partecipazione alla guerra da qualsiasi zona in cui siano attualmente impegnate.

9)
Garanzia da parte del Governo italiano che, se necessario, impiegherà le sue forze armate per assicurare con celerità e precisione l’adempimento di tutte le condizioni di questo armistizio.

10)
Il Comandante in Capo delle forze alleate si riserva il diritto di prendere qualsiasi provvedimento che egli riterrà necessario per proteggere gli interessi delle forze alleate per il proseguimento della guerra; e il Governo italiano s’impegna a prendere quelle misure amministrative e di altro carattere che il Comandante in Capo richiederà, e in particolare il Comandante in Capo stabilirà un Governo militare alleato su quelle parti del territorio italiano che egli giudicherà necessario nell’interesse delle Nazioni alleate.

11)
Il Comandante in Capo delle forze armate alleate avrà il pieno diritto d’imporre misure di disarmo, smobilitazione e demilitarizzazione.

12)
Altre condizioni di carattere politico, economico e finanziario a cui l’Italia dovrà conformarsi saranno trasmesse più tardi.

***

ARMISTIZIO DI CASSIBILE
IL “LUNGO ARMISTIZIO”
resa incondizionata dell’Italia

Queste condizioni armistiziali firmate a Malta a bordo della nave inglese Nelson alla presenza del gen. Eisenhower, l’ammiraglio Cunningham, il gen. MacFarlane, il gen. Gorth, in rappresentanza degli Alleati, del Maresciallo Badoglio, il gen. Ambrosio, il gen. Roatta, il gen. Sandalli, l’ammiraglio De Courten, in rappresentanza dell’Italia, avranno vigore fino al 10 febbraio 1947, giorno in cui l’Italia firma del trattato di pace unilaterale imposto all’Italia.

L’Italia sarà costretta a riconoscere il principio di aver “intrapreso una guerra di aggressione” e pertanto le clausole avranno carattere punitivo. Mutilazioni dei territorio nazionale, rinunzia alle colonie, riparazioni, limitazioni della sovranità dello Stato, divieti per gli armamenti anche solo difensivi, restrizioni di ogni genere.

Il generale Castellano (in borghese) ed il generale Eisenhower si stringono la mano dopo la firma dell’armistizio

***

Poiché in seguito ad un armistizio in data 3 settembre 1943, fra i Governi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, agenti nell’interesse di tutte le Nazioni Unite, da una parte, e il Governo italiano dall’altra, le ostilità sono state sospese fra l’Italia e le Nazioni Unite in base ad alcune condizioni di carattere militare;

e poiché, oltre queste condizioni, era stabilito in detto armistizio che il Governo italiano si impegnava ad eseguire altre condizioni di carattere politico, economico e finanziario da trasmettere in seguito; e poiché è opportuno che le condizioni di carattere militare e le suddette condizioni di carattere politico, economico e finanziario siano, senza menomare la validità delle condizioni del suddetto armistizio dei 3 settembre 1943, comprese in un atto successivo;

le seguenti, insieme con le condizioni dell’armistizio del 3 settembre 1943, sono le condizioni in base a cui i Governi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’Unione Sovietica, agendo per conto delle Nazioni Unite, sono disposti a sospendere le ostilità contro L’Italia sempre che le loro operazioni militari contro la Germania ed i suoi alleati non siano ostacolate e che l’Italia non aiuti queste Potenze in qualsiasi modo e non esaudisca le richieste di questi Governi.

Pietro Badoglio e Dwight Eisenhower a bordo della Nelson il 29 settembre. Tra loro il tenente generale Mason Mac Farlane

Queste condizioni sono state presentate dal generale Dwight D. Eisenhower, Comandante Supremo delle Forze Alleate, debitamente autorizzato a tale effetto;

E sono state accettate senza condizioni dal Maresciallo Pietro Badoglio, Capo del Governo italiano, rappresentante il Comando Supremo delle Forze italiane di terra, mare ed aria, e debitamente autorizzato a tale effetto dal Governo italiano.

1

  • (A) Le Forze italiane di terra, mare, aria, ovunque si trovino, a questo scopo si arrendono.
  • (B) La partecipazione dell’Italia alla guerra in qualsiasi zona deve cessare immediatamente. Non vi sarà opposizione agli sbarchi, movimenti ed altre operazioni delle Forze di terra, mare e aria delle Nazioni Unite. In conformità il Comando Supremo italiano ordinerà la cessazione immediata delle ostilità di qualunque genere contro le Forze delle Nazioni Unite ed impartirà ordini alle autorità navali, militari e aeronautiche italiane in tutte le zone di guerra di emanare immediatamente le istruzioni opportune ai loro comandi subordinati.
  • (C) Inoltre il Comando Sapremo italiano impartirà alle Forze navali, militari ed aeronautiche, nonché alle autorità ed ai funzionari, ordini di desistere immediatamente dalla distruzione e dal danneggiamento di qualsiasi proprietà immobiliare o mobiliare, sia pubblica che privata.

2

Il Comando Supremo italiano fornirà tutte le informazioni relative alla dislocazione ed alla situazione di tutte le Forze Armate italiane di terra, di mare ed aria, ovunque si trovino, e di tutte le Forze degli alleati dell’Italia che si trovano in Italia od in territori occupati dall’Italia.

Cassibile (Siracusa), 3 settembre 1943. Dopo la firma dell’Armistizio fra l’Italia e le potenze alleate, posano per una foto nell’oliveto presso la tenda …

3

Il Comando Supremo italiano prenderà tutte le precauzioni necessarie per salvaguardare gli aerodromi, le installazioni portuali e qualsiasi altro impianto contro cattura od attacco da parte di qualsiasi alleato dell’Italia. Il Comando Supremo italiano prenderà tutte le disposizioni necessarie per salvaguardare l’ordine pubblico e per usare le Forze Armate disponibili per assicurare la pronta e precisa esecuzione del presente atto e di tutti i suoi provvedimenti.

Fatta eccezione per quell’impiego di truppe italiane agli scopi suddetti che potrà essere sanzionato dal Comandante Supremo delle Forze Alleate, tutte le altre Forze italiane di terra, mare e aria rientreranno e rimarranno in caserma, negli accampamenti o sulle navi in attesa di istruzioni dalle Nazioni Unite per quanto riguarda il loro futuro stato e definitiva destinazione. In via eccezionale, il personale navale si trasferirà in quelle caserme navali che le Nazioni Unite indicheranno.

4

Le Forze italiane di terra mare ed aria, entro il termine che verrà stabilito dalle Nazioni Unite, si ritireranno da tutti i territori fuori dell’Italia che saranno notificati al Governo italiano dalle Nazioni Unite e si trasferiranno in quelle zone che verranno indicate dalle Nazioni Unite. Questi movimenti delle Forze di terra, mare e aria verranno eseguiti secondo le istruzioni che verranno impartite dalle Nazioni Unite e in conformità degli ordini che verranno da esse emanati.

Nello stesso modo, tutti i funzionari italiani lasceranno le zone notificate, eccetto coloro ai quali verrà dato il permesso di rimanere da parte delle Nazioni Unite. Coloro ai quali verrà concesso il permesso di rimanere si conformeranno alle istruzioni del Comandante Supremo delle Forze Alleate.

La squadra navale italiana si consegna a Malta: un incrociatore e una corazzata classe Littorio passano sotto gli occhi dei marinai della corazzata …

5

Nessuna requisizione, appropriazione, od altre misure coercitive potranno essere effettuate dalle Forze di terra, mare ed aria e da funzionari italiani nei confronti di persone o proprietà nelle zone specificate nel capoverso n. 4.

6

La smobilitazione delle Forze italiane di terra, mare ed aria in eccesso del numero che verrà notificato, dovrà seguire le norme stabilite dal Comandante Supremo delle Forze Alleate.

7

Le navi da guerra italiane di tutte le categorie, ausiliarie e da trasporto saranno riunite, secondo gli ordini, nei porti che verranno indicati dal Comandante Supremo delle Forze Alleate, ed ogni decisione in merito a dette navi verrà presa dal Comandante Supremo delle Forze Alleate.

ANNOTAZIONE

Se alla data dell’armistizio, l’intera flotta da guerra italiana sarà stata riunita nei porti alleati, questo articolo avrà il seguente tenore:

“le navi da guerra italiane di tutte le categorie, ausiliarie e da trasporto rimarranno fino a ulteriori ordini nei porti dove sono attualmente radunate ed ogni decisione in merito ad esse verrà presa dal Comandante Supremo delle Forze Alleate”.

8

Gli aeroplani italiani di qualsiasi genere non decolleranno dalla terra dall’acqua o dalle navi senza previ ordini del Comandante Supremo delle Forze Alleate.

9

Senza pregiudizio a quanto disposto dagli articoli 14,15 e 28 (A) e (D) che seguono, a tutte le navi Mercantili, da pesca ed altre navi battenti qualsiasi bandiera, a tutti gli aeroplani e ai mezzi di trasporto interno di qualunque nazionalità in territorio italiano o in territorio occupato dall’Italia od in acque italiane dovrà, in attesa di verifica della loro identità o posizione, essere impedito di partire.

10

Il Comando Supremo italiano fornirà tutte le informazioni relative al mezzi navali, militari ed aerei, ad impianti e difese, ai trasporti e mezzi di comunicazione costruiti dall’Italia o dai suoi alleati nel territorio italiano o nelle vicinanze di esso, ai campi di mine od altre ostruzioni ai movimenti per via di terra, mare ed aria, e qualsiasi altra informazione che le Nazioni Unite potranno richiedere in relazione all’uso delle basi italiane o alle operazioni, alla sicurezza o al benessere delle Forze di terra, mare ed aria delle Nazioni Unite. Le Forze e il materiale italiano verranno messi a disposizione delle Nazioni Unite, quando richiesto, per togliere le summenzionate ostruzioni.

11

Il Governo italiano fornirà subito gli elenchi indicanti i quantitativi di tutto il materiale da guerra con l’indicazione della località ove esso si trova. A meno che il Comandante Superiore delle Forze Alleate non decida di farne uso, il materiale da guerra verrà posto in magazzino sotto il controllo che egli potrà stabilire. La destinazione definitiva del materiale da guerra verrà decisa dalle Nazioni Unite.

12

Non dovrà aver luogo alcuna distruzione né danneggiamento, né, fatta eccezione per quanto verrà autorizzato e disposto dalle Nazioni Unite, alcuno spostamento di materiale da guerra, radio, radiolocalizzazione, o stazione meteorologica, impianti ferroviari, stradali e portuali od altre installazioni, od in via generale di servizi pubblici e privati e di proprietà di qualsiasi sorta ovunque si trovino, e la manutenzione necessaria e le riparazioni saranno a carico delle autorità italiane (“will be the responsability of the italian authorities”).

13

La fabbricazione, produzione e costruzione del materiale da guerra, la sua importazione, esportazione e transito, è proibita, fatta eccezione a quanto verrà disposto dalle Nazioni Unite. Il Governo italiano si conformerà a quelle istruzioni che verranno impartite dalle Nazioni Unite per la fabbricazione, produzione e costruzione, e l’importazione, esportazione e transito di materiale da guerra.

14

  • (A) Tutte le navi italiane mercantili, da pesca ed altre imbarcazioni, ovunque si trovino, nonché quelle costruite o completate durante il periodo di validità del presente atto, saranno dalle competenti autorità italiane messe a disposizione, in buono stato di riparazione e di navigazione, in quei luoghi e per quegli scopi e periodi di tempo che le Nazioni Unite potranno prescrivere. Il trasferimento alla bandiera nemica o neutrale è proibito. Gli equipaggi rimarranno a bordo in attesa di ulteriori istruzioni riguardo al loro ulteriore impiego o licenziamento. Qualunque opzione esistente per il riacquisto o la restituzione o la ripresa in possesso di navi italiane o precedentemente italiane, che erano state vendute od in altro modo trasferite o noleggiate durante la guerra, verrà immediatamente esercitata e le condizioni sopra indicate verranno applicate a tutte le suddette navi e ai loro equipaggi.
  • (B) Tutti i trasporti interni italiani e tutti gli impianti portuali saranno tenuti a disposizione delle Nazioni Unite per gli usi che esse stabiliranno.

15

Le navi mercantili, da pesca ed altre imbarcazioni delle Nazioni Unite, ovunque esse si trovino, in mano degli italiani (incluse, a tale scopo, quelle di qualsiasi paese che abbia rotto relazioni diplomatiche con l’Italia) a prescindere dal fatto se il titolo di proprietà sia già stato trasferito o meno in seguito a procedura del Tribunale delle prede, verranno consegnate alle Nazioni Unite e verranno radunate nei porti che saranno indicati dalle Nazioni Unite le quali disporranno di esse come crederanno opportuno.

Il Governo italiano prenderà le disposizioni necessarie per il trasferimento del titolo di proprietà. Tutte le navi mercantili, da pesca od altre imbarcazioni neutrali gestite o controllate dagli italiani saranno radunate in modo simile in attesa di accordi (arrangements) per la loro sorte definitiva. Qualunque necessaria riparazione alle sopraindicate navi se richiesta sarà eseguita dal Governo italiano a proprie spese. Il Governo italiano prenderà tutte le misure necessarie per assicurarsi che le navi ed i loro carichi non saranno danneggiati.

16

Nessun impianto di radio o di comunicazione a lunga distanza od altri mezzi di intercomunicazione a terra o galleggianti, sotto controllo italiano, sia che appartenga all’Italia od altra Nazione non facente parte delle Nazioni Unite, potrà trasmettere finché disposizioni per il controllo di questi impianti non saranno state impartite dal Comandante Supremo delle Forze Alleate.

Le autorità italiane si conformeranno alle disposizioni per il controllo e la censura della stampa e delle altre pubblicazioni, delle rappresentazioni teatrali e cinematografiche, della radiodiffusione e di qualsiasi altro mezzo di intercomunicazione che potrà prescrivere il Comandante Supremo delle Forze Alleate. Il Comandante Supremo delle Forze Alleate potrà a sua discrezione rilevare stazioni radio, cavi od altri mezzi di comunicazione.

17

Le navi da guerra, ausiliarie, di trasporto e mercantili e altre navi ed aeroplani al servizio delle Nazioni Unite avranno il diritto di usare liberamente le acque territoriali italiane e di sorvolare il territorio italiano.

18

Le Forze delle Nazioni Unite dovranno occupare certe zone del territorio italiano. I territori o le zone in questione verranno notificati di volta in volta dalle Nazioni Unite, e tutte le Forze italiane di terra, mare ed aria, si ritireranno da questi territori o zone in conformità agli ordini emessi dal Comandante Supremo delle Forze Alleate. Le disposizioni di questo articolo non pregiudicano quelle dell’art. 4 sopraddetto. Il Comando Supremo italiano garantirà agli Alleati l’uso e l’accesso immediato agli aerodromi e ai porti navali in Italia sotto il suo controllo.

19

Nei territori o zone cui si riferisce l’art. 18, tutte le installazioni navali, militari ed aeree, tutte le centrali elettriche, le raffinerie, i servizi pubblici, i porti, le installazioni per i trasporti e le comunicazioni, i mezzi ed il materiale e quegli impianti e mezzi e altri depositi che potranno essere richiesti dalle Nazioni Unite saranno messi a disposizione in buone condizioni dalle competenti autorità italiane con il personale necessario per il loro funzionamento. Il Governo italiano metterà a disposizione quelle altre risorse o servizi locali che le Nazioni Unite riterranno richiedere.

20

Senza pregiudizio alle disposizioni del presente atto, le Nazioni Unite eserciteranno tutti i diritti di una Potenza occupante nei territori e nelle zone di cui all’art. 18, per la cui amministrazione verrà provveduto mediante la pubblicazione di proclami, ordini e regolamenti. Il personale dei servizi amministrativi, giudiziari e pubblici italiani eseguirà le proprie funzioni sotto il controllo del Comandante in capo alleato a meno che non venga stabilito altrimenti.

21

In aggiunta ai diritti relativi ai territori italiani occupati descritti negli articoli dal numero 18 al 20:

  • (A) i componenti delle Forze terrestri, navali ed aeree ed i funzionari delle Nazioni Unite avranno il diritto di passaggio nel territorio italiano non occupato o al di sopra di esso e verrà loro fornita ogni facilitazione e assistenza necessaria per eseguire le loro funzioni.
  • (B) le autorità italiane metteranno a disposizione, nel territorio italiano non occupato, tutte le facilitazioni per i trasporti (transport facilities) richieste dalle Nazioni Unite compreso il libero transito per il loro materiale ed i loro rifornimenti di guerra, ed eseguiranno le istruzioni emanate dal Comandante in capo alleato relative all’uso ed al controllo degli aeroporti, porti, navigazione, sistemi e mezzi di trasporto terrestre, sistemi di comunicazione, centrali elettriche e servizi pubblici, raffinerie, materiali ed altri rifornimenti di carburante e di elettricità ed i mezzi per produrli, secondo quanto le Nazioni Unite potranno specificare, insieme alle relative facilitazioni per le riparazioni e costruzioni.

22

Il Governo e il popolo italiano si asterranno da ogni azione a danno degli interessi delle Nazioni Unite ed eseguiranno prontamente ed efficacemente tutti gli ordini delle Nazioni Unite.

23

Il Governo italiano metterà a disposizione la valuta italiana che le Nazioni Unite domanderanno. Il Governo italiano ritirerà e riscatterà in valuta italiana entro i periodi di tempo e alle condizioni che le Nazioni Unite potranno indicare tutte le disponibilità in territorio italiano delle valute emesse dalle Nazioni Unite durante le operazioni militari o l’occupazione e consegnerà alle Nazioni Unite senza alcuna spesa la valuta ritirata.

Il Governo italiano prenderà quelle misure che potranno essere richieste dalle Nazioni Unite per il controllo delle banche e degli affari in territorio italiano, per il controllo dei cambi coll’estero, delle relazioni commerciali e finanziarie coll’estero e per il regolamento del commercio e della produzione ed eseguirà qualsiasi istruzione emessa dalle Nazioni Unite relativa a dette o a simili materie.

24

Non vi dovranno essere relazioni finanziarie, commerciali e di altro carattere o trattative con o a favore di paesi in guerra con una delle Nazioni Unite o coi territori occupati da detti paesi o da qualsiasi altro paese straniero, salvo con autorizzazione del Comandante in capo alleato o di funzionari designati.

25

  • (A) Le relazioni con i paesi in guerra con una qualsiasi delle Nazioni Unite, od occupati da uno di detti paesi, saranno interrotte. I funzionari diplomatici, consolari ed altri funzionari italiani e i componenti delle Forze terrestri, navali ed aeree italiane accreditati in missione presso qualsiasi di detti paesi o in qualsiasi altro territorio specificato dalle Nazioni Unite saranno richiamati. I funzionari diplomatici, consolari di detti paesi saranno trattati secondo quanto potrà essere disposto dalle Nazioni Unite.
  • (B) Le Nazioni Unite si riservano il diritto di richiedere il ritiro dei funzionari diplomatici e consolari neutrali dal territorio italiano occupato ed a prescrivere ed a stabilire i regolamenti relativi alla procedura circa i metodi di comunicazione fra il Governo italiano e suoi rappresentanti nei paesi neutrali e riguardo alle comunicazioni inviate da o destinate ai rappresentanti dei paesi neutrali in territorio italiano.

26

In attesa di ulteriori ordini ai sudditi italiani sarà impedito di lasciare il territorio italiano eccetto con l’autorizzazione del Comandante Supremo delle Forze Alleate e in nessun caso essi presteranno servizio per conto di qualsiasi paese od in qualsiasi dei territori cui si riferisce l’art. 25 (A), né si recheranno in qualsiasi lungo con l’intenzione di intraprendere lavori per qualsiasi di tali paesi. Coloro che attualmente servono o lavorano in tal modo saranno richiamati secondo le disposizioni del Comando Supremo delle Forze Alleate.

27

Il personale e il materiale delle Forze militari, navali ed aeree e la marina mercantile, le navi da pesca ed altre imbarcazioni, i velivoli, i veicoli, ed altri mezzi di trasporto di qualsiasi paese contro il quale una delle Nazioni Unite conduca le ostilità oppure sia occupato da tale paese, saranno passibili di attacco o cattura dovunque essi si trovino entro o sopra il territorio o le acque italiane.

28

  • (A) Alle navi da guerra, ausiliarie e da trasporto di qualsiasi tale paese o territorio occupato cui si riferisce l’art. 27, che si trovino nei porti o nelle acque italiane od occupate dagli italiani, ed ai velivoli, ai veicoli ed ai mezzi di trasporto di tali paesi entro o sopra il territorio italiano od occupato dagli italiani sarà, nell’attesa di ulteriori istruzioni, impedito di partire.
  • (B) Al personale militare, navale ed aeronautico e alla popolazione civile di qualsiasi di tali paesi o territorio occupato che si trovi in territorio italiano od occupato dagli italiani sarà impedito di partire, ed essi saranno internati in attesa di ulteriori istruzioni.
  • (C) Qualsiasi proprietà in territorio italiano appartenente a qualsiasi paese o territorio occupato o ai suoi nazionali, sarà sequestrata e tenuta in custodia in attesa di ulteriori istruzioni.
  • (D) Il Governo italiano si conformerà a qualsiasi istruzione data dal Comandante Supremo delle Forze Alleate concernente l’internamento, custodia o susseguente disposizione, utilizzazione od impiego di qualsiasi delle sopraddette persone, imbarcazioni, veicoli, materiale o proprietà.

29

Benito Mussolini, i suoi principali associati fascisti e tutte le persone sospette di aver commesso delitti di guerra o reati analoghi, i cui nomi si trovino sugli elenchi che verranno comunicati dalle Nazioni Unite e che ora o in avvenire si trovino in territorio controllato dal Comando militare alleato o dal Governo italiano, saranno immediatamente arrestati e consegnati alle Forze delle Nazioni Unite. Tutti gli ordini impartiti dalle Nazioni Unite a questo riguardo verranno osservati.

30

Tutte le organizzazioni fasciste, compresi tutti i rami della milizia fascista (MVSN), la polizia segreta (OVRA) e le organizzazioni della Gioventù Fascista saranno, se questo non sia già stato fatto, sciolte in conformità alle dispozioni del Comandante Supremo delle Forze Alleate. Il Governo italiano si conformerà a tutte le ulteriori direttive che le Nazioni Unite potranno dare per l’abolizione delle istituzioni fasciste, il licenziamento ed internamento del personale fascista, il controllo dei fondi fascisti, la soppressione della ideologia e dell’insegnamento fascista.

31

Tutte le leggi italiane che implicano discriminazioni di razza, colore, fede od opinione politica saranno, se questo non sia già stato fatto, abrogate, e le persone detenute per tali ragioni saranno, secondo gli ordini delle Nazioni Unite, liberate e sciolte da qualsiasi impedimento legale a cui siano state sottomesse. Il Governo italiano adempirà a tutte le ulteriori direttive che il Comandante Supremo delle Forze Alleate potrà dare per l’abrogazione della legislazione fascista e l’eliminazione di qualsiasi impedimento o proibizione risultante da essa.

32

  • (A) I prigionieri di guerra appartenenti alle Forze delle Nazioni Unite, o designati da questi e qualsiasi suddito delle Nazioni unite, compresi i sudditi abissini, confinati, internati, o in qualsiasi altro modo detenuti in territorio italiano od occupato dagli italiani, non saranno trasferiti e saranno immediatamente consegnati ai rappresentanti delle Nazioni Unite o altrimenti trattati come sarà disposto dalle Nazioni Unite. Qualunque trasferimento durante il periodo tra la presentazione e la firma del presente atto sarà considerato come una violazione delle sue condizioni.
  • (B) Le persone di qualsiasi nazionalità che sono state poste sotto sorveglianza, detenute o condannate (incluse le condanne in contumacia) in conseguenza delle loro relazioni o simpatie colle Nazioni Unite, saranno rilasciate in conformità agli ordini delle Nazioni Unite e saranno sciolte da tutti gli impedimenti legali ai quali esse sono state sottomesse.
  • (C) Il Governo italiano prenderà le misure che potranno essere prescritte dalle Nazioni Unite per proteggere le persone e le proprietà dei cittadini stranieri e le proprietà degli Stati e dei cittadini stranieri.

33

  • (A) Il Governo italiano adempirà le istruzioni che le Nazioni Unite potranno impartire riguardo alla restituzione, consegna, servizi o pagamenti quale indennizzo (“payments by reparation of war “) e pagamento delle spese di occupazione.
  • (B) Il Governo italiano consegnerà al Comandante Supremo delle Forze Alleate qualsiasi informazione che possa essere prescritta riguardo alle attività (“assets”) sia in territorio italiano sia fuori di esso, appartenenti allo Stato italiano alla banca d’Italia a qualsiasi istituto statale o parastatale italiano od organizzazioni fasciste o persone domiciliate (“residents”) in territorio italiano e non disporrà né permetterà di disporre di qualsiasi tale attività fuori del territorio italiano salvo col permesso delle Nazioni Unite.

34

Il Governo italiano eseguirà durante il periodo (di validità) del presente atto quelle misure di disarmamento, smobilitazione e smilitarizzazione che potranno essere prescritte dal Comandante supremo delle Forze alleate.

35

Il Governo italiano fornirà tutte le informazioni e provvederà tutti i documenti occorrenti alle Nazioni Unite. Sarà proibito distruggere o nascondere archivi, verbali, progetti o qualsiasi altro documento o informazione.

36

Il Governo italiano prenderà ed applicherà qualsiasi misura legislativa o di altro genere, che possa essere necessaria per l’esecuzione del presente atto. Le autorità militari e civili italiane si conformeranno a qualsiasi istruzione emanata dal comandante supremo delle forze alleate.

37

Verrà nominata una Commissione di controllo che rappresenterà le Nazioni Unite, incaricata di regolare ed eseguire il presente atto in base agli ordini e alle direttive generali del comandante supremo delle forze alleate.

38

  • (A) Il termine “Nazioni Unite” nel presente atto comprende il comandante supremo delle forze alleate, la commissione di controllo, e qualsiasi altra autorità che le nazioni unite possano nominare.
  • (B) Il termine “Comandante Supremo” delle forze alleate nel presente atto comprende la commissione di controllo e quegli altri ufficiali e rappresentanti che il comandante supremo delle forze alleate potrà nominare.

39

Ogni riferimento alle Forze terresti, navali ed aeree italiane nel presente atto s’intende includere la Milizia fascista e qualsiasi unità militare o paramilitare, formazioni e corpi che potranno essere prescritti dal Comandante Supremo delle Forze Alleate.

40

Il termine “materiali di guerra” nel presente atto indica tutto il materiale specificato in quegli elenchi o definizioni che potranno di tanto in tanto essere pubblicati dalla Commissione di controllo.

41

Il termine “territorio italiano” comprende tutte le colonie e possedimenti italiani e ai fini del presente atto (ma senza pregiudizio alla questione della sovranità) sarà considerata inclusa l’Albania. Resta tuttavia stabilito che, eccetto nei casi e nella misura prescritta dalle Nazioni Unite, i provvedimenti del presente atto non saranno applicabili né riguarderanno l’amministrazione di qualsiasi colonia o possedimento italiano già occupato dalle Nazioni Unite, o i diritti o poteri colà posseduti o esercitati da esse.

42

Il Governo italiano invierà una delegazione al Quartier Generale della Commissione di controllo per rappresentare gli interessi italiani e per trasmettere alle competenti autorità italiane gli ordini della commissione di controllo.

43

Il presente atto entrerà in vigore immediatamente. Rimarrà in forza fino a che sarà sostituito da qualsiasi altro accordo o fino a che non entrerà in vigore il trattato di pace con l’Italia.

44

Il presente atto può essere denunciato dalle Nazioni Unite, con effetto immediato, se gli obblighi italiani di cui al presente atto non saranno adempiuti o, altrimenti, le le Nazioni Unite possono punire contravvenzioni dell’atto stesso con misure adatte alle circostanze, quali ad esempio l’estensione delle zone di occupazione militare, od azioni aeree, oppure altra azione punitiva. Il presente atto è redatto in inglese ed italiano, il testo inglese essendo quello autentico, ed in caso di qualsiasi disputa riguardante la sua interpretazione, la decisione della Commissione di controllo prevarrà”.

Firmato a Malta il giorno 29 settembre 1943:

M.llo PIETRO BADOGLIO, Capo del Governo italiano,
DWIGHT D. EISENHOWER, Generale dell’Esercito degli Stati Uniti, Comandante in capo alleato

***

Il discorso radiofonico di Mussolini
da radio Monaco con cui annuncia la RSI

Monaco, 18 settembre 1943

Camicie Nere, Italiani e Italiane!

Dopo un lungo silenzio, ecco che nuovamente vi giunge la mia voce e sono sicuro che la riconoscerete: è la voce che vi ha chiamato a raccolta nei momenti difficili e che ha celebrato con voi le giornate trionfali della Patria. Ho tardato qualche giorno prima di indirizzarmi a voi perché, dopo un periodo di isolamento morale, era necessario che riprendessi contatto col mondo.

La radio non ammette lunghi discorsi. Senza ricordare per ora i precedenti, vengo al pomeriggio del 25 luglio, nel quale accadde quella che, nella mia già abbastanza avventurosa vita, è la più incredibile delle avventure. II colloquio che io ebbi col Re a Vílla Savoia durò venti minuti e forse meno. Trovai un uomo col quale ogni ragionamento era impossibile, poiché egli aveva già preso le sue decisioni. Lo scoppio della crisi era imminente.

E’ già accaduto, in pace e in guerra, che un ministro sia dimissionario, un comandante silurato, ma è un fatto unico nella storia che un uomo il quale, come colui che vi parla, aveva per ventun anni servito il Re con assoluta, dico assoluta, lealtà, sia fatto arrestare sulla soglia della casa privata del Re, costretto a salire su una autoambulanza della Croce Rossa, col pretesto di sottrarlo ad un complotto, e condotto ad una velocità pazza, prima in una, poi in altra caserma dei carabinieri.

Ebbi subito l’impressione che la protezione non era in realtà che un fermo. Tale impressione crebbe, quando da Roma fui condotto a Ponza e successivamente mi convinsi, attraverso le peregrinazioni da Ponza alla Maddalena e dalla Maddalena al Gran Sasso, che il piano progettato contemplava la consegna della mia persona al nemico.

Avevo però la netta sensazione, pur essendo completamente isolato dal mondo, che il Fuhrer si preoccupava della mia sorte. Goering mi mandò un telegramma più che cameratesco, fraterno. Più tardi il Fuihrer mi fece pervenire una edizione veramente monumentale dell’opera di Nietzsche.

Mussolini dopo la liberazione

La parola “fedeltà” ha un significato profondo, inconfondibile, vorrei dire eterno, nell’anima tedesca, è la parola che nel collettivo e nell’individuale riassume il mondo spirituale germanico.

Ero convinto che ne avrei avuto la prova. Conosciute le condizioni dell’armistizio, non ebbi più un minuto di dubbio circa quanto si nascondeva nel testo dell’articolo 12. Del resto, un alto funzionario mi aveva detto: “Voi siete un ostaggio”.

Nella notte dall’11 al 12 settembre feci sapere che i nemici non mi avrebbero avuto vivo nelle loro mani. C’era nell’aria limpida attorno all’imponente cima del monte, una specie di aspettazione. Erano le 14 quando vidi atterrare il primo aliante, poi successivamente altri: quindi, squadre di uomini avanzarono verso il rifugio decisi a spezzare qualsiasi resistenza.

Le guardie che mi vegliavano lo capirono e non un colpo partì. Tutto è durato 5 minuti: l’impresa rivelatrice dell’organizzazione e dello spirito di iniziativa e della decisione tedesca rimarrà memorabile nella storia della guerra. Col tempo diverrà leggendaria.

Qui finisce il capitolo che potrebbe essere chiamato il mio dramma personale, ma esso è un ben trascurabile episodio di fronte alla spaventosa tragedia in cui i1 governo democratico liberale e costituzionale del 25 luglio ha gettato l’intera nazione. Non credevo in un primo tempo che il governo del 25 luglio avesse programmi cosi catastrofici nei confronti del partito, del regime, della nazione stessa.

Ma dopo pochi giorni le prime misure indicavano che era in atto l’applicazione di un programma tendente a distruggere l’opera compiuta dal regime durante venti anni ed a cancellare vent’anni di storia gloriosa che aveva dato all’Italia un impero ed un posto che non aveva mai avuto nel mondo.

Oggi, davanti alle rovine, davanti alla guerra che continua noi spettatori sul nostro territorio taluno vorrebbe sottilizzare per cercare formule di compromesso e attenuanti per quanto riguarda le responsabilità e quindi continuare nell’equivoco.

Mentre rivendichiamo in pieno la nostra responsabilità, vogliamo precisare quelle degli altri a cominciare dal Capo dello Stato, essendosi scoperto che, non avendo abdicato, come la maggioranza degli italiani si attendeva, può e deve essere chiamato direttamente in causa.

E’ la stessa dinastia che, durante tutto il periodo della guerra, pur avendola il Re dichiarata, è stata l’agente principale del disfattismo e della propaganda antitedesca. II suo disinteresse all’andamento della guerra, le prudenti e non sempre prudenti riserve mentali, si prestarono a tutte le speculazioni del nemico mentre l’erede, che pure aveva voluto assumere il comando delle armate del sud, non è mai comparso sui campi di battaglia.

Sono ora più che mai convinto che casa Savoia ha voluto, preparato, organizzato anche nei minimi dettagli il colpo di stato, complice ed esecutore Badoglio, complici taluni generali imbelli ed imboscati e taluni invigliacchiti elementi del fascismo. Non può esistere alcun dubbío che il Re ha autorizzato, subito dopo la mia cattura, le trattative dell’armistizio, trattative che forse erano già incominciate tra le due dinastie di Roma e di Londra.

E’ stato il Re che ha consigliato i suoi complici di ingannare nel modo più miserabile la Germania, smentendo anche dopo la firma che trattative fossero in corso.

E’ il complesso dinastico che ha premeditato ed eseguito le demolizioni del regime che pur vent’anni fa l’aveva salvato e creato il potente diversivo interno a base del ritorno dello Statuto del 1848 e della libertà protetta dallo stato d’assedio. Quanto alle condizioni dell’armistizio, che dovevano essere generose, sono tra le più dure che la storia ricordi. II Re non ha fatto obbiezioni di sorta nemmeno, ben inteso, per quanto riguardava la premeditata consegna della mia persona al nemico.

E’ il Re che ha, con il suo gesto, dettato dalla preoccupazione per l’avvenire della sua Corona, creata per l’Italia una situazione di caos, di vergogna interna, che si riassume nei seguenti termini: in tutti i continenti, dalla estrema Asia all’America, si sa che cosa significhi tener fede ai patti da parte di casa Savoia.

Gli stessi nemici, ora che abbiamo accettata la vergognosa capitolazione, non ci nascondono il loro disprezzo, né potrebbe accadere diversamente. L’Inghilterra, ad esempio, che nessuno pensava di attaccare e specialmente il Führer non pensava di farlo è scesa in campo, secondo le affermazioni di Churchill, per la parola data alla Polonia.

MUSSOLINI FIRMA ALCUNE TESSERE DEL PARTITO FASCISTA REPUBBLICANO

D’ora innanzi può accadere che anche nei rapporti privati ogni italiano sia sospettato. Se tutto ciò portasse conseguenze solo per il gruppo dei responsabili, il male non sarebbe grave; ma non bisogna farsi illusioni: tutto ciò viene scontato dal popolo italiano, dal primo all’ultimo dei suoi cittadini.

Dopo l’onore compromesso, abbiamo perduto, oltre i territori metropolitani occupati e saccheggiati dal nemico, anche, e forse per sempre, tutte le nostre posizioni adriatiche, joniche, egee e francesi che avevamo conquistato non senza sacrifici di sangue.

II regio Esercito si è quasi dovunque rapidamente sbandato. E niente è più umiliante che essere disarmato da un alleato tradito tra lo scherno delle popolazioni.

Mussolini entra negli studi di Radio Monaco

Questa umiliazione deve essere stata soprattutto sanguinosa per quegli ufficiali e soldati che si erano battuti da valorosi accanto ai loro camerati tedeschi su tanti campi di battaglia. Negli stessi cimiteri di Africa e di Russia, dove soldati italiani e tedeschi riposano insieme, dopo l’ultimo combattimento, deve essere stato sentito il peso di questa ignominia.

La regia Marina, costruita tutta durante il ventennio fascista, si è consegnata al nemico, in quella Malta che costituiva e più ancora costituirà la minaccia permanente contro l’Italia e il caposaldo dell’imperialismo inglese nel Mediterraneo.

Solo l’aviazione ha potuto salvare buona parte del suo materiale, ma anch’essa è praticamente disorganizzata. Queste sono le responsabilità indiscutibili, documentate irrefutabilmente anche nel discorso del Führer, il quale ha narrato, ora per ora, l’inganno teso alla Germania, inganno rafforzato dai micidiali bombardamenti che gli angloamericani, d’accordo col governo di Badoglio, hanno continuato, malgrado la firma dell’armistizio, contro grandi e piccole città dell’Italia centrale.

Mussolini passa in rassegna un reparto dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana in addestramento in Germania.

Date queste condizioni, non è il regime che ha tradito la monarchia, ma è la monarchia che ha tradito il regime, tanto che oggi è decaduta nelle coscienze del popolo ed è semplicemente assurdo supporre che ciò possa compromettere minimamente la compagine unitaria del popolo italiano. Quando una monarchia manca a quelli che sono i suoi compiti, essa perde ogni ragione di vita.

Quanto alle tradizioni, ve ne sono più repubblicane che monarchiche: più che dai monarchici, l’unità e l’indipendenza d’Italia fu voluta, contro tutte le monarchie più o meno straniere, dalla corrente repubblicana che ebbe il suo puro e grande apostolo in Giuseppe Mazzini.

Lo Stato che noi vogliamo instaurare sarà nazionale e sociale nel senso più lato della parola: sarà cioè fascista nel senso delle nostre origini. Nell’attesa che il movimento si sviluppi fino a diventare irresistibile, i nostri postulati sono i seguenti:

1) riprendere le armi a fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati: soltanto il sangue può cancellare una pagina cosi obbrobriosa nella storia della Patria;
2) preparare, senza indugio, la riorganizzazione delle nostre Forze Armate attorno alle formazioni della Milizia; solo chi è animato da una fede e combatte per una idea non misura l’entità del sacrificio;
3) eliminare i traditori e in particolar modo quelli che fino alle 21,30 del 25 luglio militavano, talora da parecchi anni, nelle file del partito e sono passati nelle file del nemico;
4) annientare le plutocrazie parassitarie e fare del lavoro, finalmente, il soggetto dell’economia e la base infrangibile dello Stato.

Camicie Nere fedeli di tutta Italia!

lo vi chiamo nuovamente al lavoro e alle armi. L’esultanza del nemico per la capitolazione dell’Italia non significa che esso abbia già la vittoria nel pugno, poiché i due grandi imperi Germania e Giappone non capitoleranno mai.

Voi, squadristi, ricostituite i vostri battaglioni che hanno compiuto eroiche gesta.
Voi, giovani fascisti, inquadratevi nelle divisioni che debbono rinnovare, sul suolo della Patria, la gloriosa impresa di Bir el Cobi.

Voi, aviatori, tornate accanto ai vostri camerati tedeschi ai vostri posti di pilotaggio, per rendere vana e dura l’azione nemica sulle nostre città.

Voi, donne fasciste, riprendete la vostra opera di assistenza morale e materiale, cosi necessaria al popolo. Contadini, operai e piccoli impiegati, lo Stato che uscirà dall’immane travaglio sarà il vostro e come tale lo difenderete contro chiunque sogni ritorni impossibili.

La nostra volontà, il nostro coraggio e la vostra fede ridaranno all’Italia il suo volto, il suo avvenire, le sue possibilità di vita e il suo posto nel mondo. Più che una speranza, questa deve essere, per voi tutti, una suprema certezza.

Viva l’Italia! Viva il Partito Fascista Repubblicano!

IN COLLABORAZIONE CON:

Enzo Antonio Cicchino

Enzo Antonio Cicchino

Nato a Isernia nel 1956

Vive a Roma.

Matricola Rai 230160.

enzoantoniocicchino@tiscali.it

Autore e regista documentari RAI

ALCUNI LIBRI DI ENZO ANTONIO CICCHINO

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 100

a cura di Cornelio Galas

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21 giugno, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

21 giugno 2017

21 giugno 2016

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21 giugno 2013

 

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21 giugno 2001

21 giugno 2000

 

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Quando se diséva: “cicù, cicù”

Quando se diséva: “cicù, cicù”

di Cornelio Galas

Na volta, se te gavéssi domandà a um se ‘l gavéva fesbuch, se la te néva bem, te riscèvi de ciaparte en codogn sul nàs. E se la néva mal? Ve ‘l lasso endovinar. Bèm, en quei ani – avré zà capì che dovém nar endrìo en pèz – al posto de Fesbuch gh’era i cibì (CB ,la banda dela zità da l’inglés, Citizen’s Band).

E ‘sa fèvei sti cibì? Gavévem tuti (perché anca mi som stà en quela banda per ani) en barachim (ricetrasmittente) e su na frequenza radio de 27 megahertz alinzirca ondese metri de lungheza de onda (no sté domanderme altre robe tecniche) se parleva con altri che gaveva altri barachini: dala “Busa” a Trent, Roveredo e, se gh’era propagaziom (de solit d’istà) se ariva anca pu lontani.

Mai quant i radioamatori tut mal, perché tra Cb e radioamatori gh’era la stessa diferenza, per dir, che gh’è adès a zugar al balom tra mi e ‘l Cristiano Ronaldo. Perché lori, i radioamatori, i serviva per esempi anca en quela che po’ è deventà la Protezion Zivile. E i podeva arivar a parlarse anca tra Vignole e l’America. Toh, vara, propri come se pol far ades con Fesbuch e meio ancora con skaip.

Quel che contéva de pu, a far i Cibì, l’era, sule prime, emparar el modo de parlar e le regole. Per esempi: qra voleva dir el to nome (el nikneim de ades), qrm: èla disturbada la me trasmisióm?.

Qrt: fine del ciaceramento. Qrx: vago via n’atimim. Qso: ciacerada tra doi o de pù. Qtc: gavrìa qualcos da dirte. Qtr: a che ora? Qth: ma ‘n do sét? Po’ gh’era sigle per tut. Santiago: per la forza del segnal. Cq (cicù cicù cicù … paréva squasi de ciamar le galine) per dir che se voleva parlar con qualchedum. Kappa: per dir passo o sì. Brek (break) per nar denter en qso (nè endrìo a vardar cosa el voleva dir che dopo v’enterogo). xyl opura 50 (ma de solit se diséva: igrechellona) l’era na siora. Yl opura 25 (ma de solit se diséva gringhella) l’era na signorina. 73: saludo neh. 51: auguri.88: basi e abràzi. 144: nar a dormir.

En verticale: ne vedem vardandone nei oci. verticalone: ne trovèm en tanti. sceriffo: papà. Sceriffa: mama. Bailamme: che confusion che gh’è denter. Roger positivo: sì. Barra mobile: auto. Baraccamento pesante: camion. Camionaro: camionista (e i camionisti Cb i era i pu tanti). Puffi: poliziotti (dal color dele machine). Qra familiare: famiglia. Bianco: en momentim vago via dal qso. Cicoria: semplizòt. ruota, rotellina: qso tra pù staziom. Sovramodulare: parlar entant che el canal l’era ocupà.

Eco, na volta emparà a parlar, bisognéva dopo star atenti a no far casim. Anca per el fato che de canali no ghe n’era tanti. E fin quando uno el parleva i altri no i podeva zamai dir la soa. Per le robe che se doveva far de pressa gh’era en canal aposta: ogni tant néva denter anca la polizia o i pompieri. L’era meio no parlar del temp su quel canal.

L’era, quela dela Busa, na bèla compagnia. Spes e volentera se se troveva en verticale, la sede l’era sora l’oratori de Riva. E alora – come quando se trova dalbom meti en grupo de Fesbuch – te capivi che radio Venere l’era una con otanta ani per gamba, ma forse pu svelia de quel che se ciaméva spidi gonzales. Po’ gh’era el cogo che t’ensegneva le ricete de posti en zò, el farmacista (Bufalo) che per far veder che via Vergolam de Arco l’era piena de poze l’era nà en giro co la muta de sub e le pine ai pei. Johnny, che l’è deventà en bravo meitr.

E ancora: frà Ginepro che tut l’era trane che ‘n frate. Barbablu che ‘l neva e vegniva col camion dala Germania: en zovenot capelom, biondo, senza gnanca en pel soto el barbòz. Gh’era i gemèi: Tom e Jeri. La “fatina” : semper encazada con quei del Comun. El conte: che l’era po’ quel che m’aveva vendù el prim barachim. Ma no ‘l viveva en den castel. Topo Gigio: che ‘l gaveva en problema a pa pa pa parlar e alora no l’ariveva mai ala fim dela barzeleta. Zio Tom: senza neòdi. El finferlo: mai nà per fonghi. Ah, l’elenco l’è massa lonch … Tarzan, Sereno, Toro Seduto, Pam e bondola, Neve, Fantasma, Panda (l’era l’Enzo Bassetti, el vecio sindaco de Riva, prima de smagrir a nar en bici). No, no me i ricordo tuti.

Ma de cossa se parleva nele qso? Damela e tomela dele stesse robe che se scrive ades su Fesbuch. Però ocio: quei che scominziéva a far i furbi, quei che oltre al barachim i gavèva vizim anca la botilia de sgnapa, quei che fèva casim i riscéva na bruta fim … per la antena. Perché bastéva en segnal e ariveva la puniziom (dopo i avisi, se sa). Na bela “butada” de onde a na potenza che de pù no se podéva e l’antena de quel por cristo la se coléva. Sì, la se coléva dalbom.

Mi, come Cb, me ciamévo Lucifero. No so gnanca mi perché. Fato sta che sto nome dopo l’ho dropà anca per scriver sul giornal en zerte rubrichete dove se doveva dir pam al pam e vim al vim.

E anca a far el giornalista, devo dir, el barachim (che tegnivo en machina podendo anca tirarlo fora come le autoradio de alora) ‘l m’è tornà comot.Perché l’era come se te gavéssi tanti amizi sula straa, nei paesi, nele case del Riom che se i vedeva qualcos de strano i te ciaméva: “Varda che chi n’auto l’ha ciapà soto en bocia en bici … svelto demò se te voi far la foto che gh’è zà el santuliana per binar su tut”.

Na volta po’ ero restà senza benzina tra Torbole e Limom. De not. Gnanca el temp de dirlo al barachim che um da Nach el m’ha portà na tanicota per arivar almen al distributor vizim al bivio del Lufam.

Propri grazie ai Cibi tra l’alter è nat en quei ani la prima radio libera del Trentim: radio canale 64 (64 l’era la fim del prefiso del telefono per Busa e Roveredo neh). Ma questa l’è n’altra storia, se me ricordo la conto n’altra volta.

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 99

a cura di Cornelio Galas

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I “SEGRETI” DEL FASCISMO – 30

a cura di Cornelio Galas

  • documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

25 luglio 1943

Gli ordini del giorno

trascrizione dai testi originali

ORDINE DEL GIORNO GRANDI

Dino Grandi

Il Gran Consiglio, riunendosi in questi giorni di supremo cimento, volge innanzitutto il suo pensiero agli eroici combattenti di ogni armata che, a fianco a fianco con la fiera gente di Sicilia, di cui più alta risplende l’univoca fede del popolo italiano, rinnova le nobili tradizioni di strenuo valore e di indomito spirito di sacrificio delle nostre gloriose Forze Armate.

Esaminata la situazione interna ed internazionale, e la condotta politica e militare della guerra,

Proclama il dovere per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l’unità, l’indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l’avvenire del popolo italiano;

Afferma la necessità dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani in quest’ora grave e decisiva per i destini della Patria;

Dichiara che a tale scopo è necessario l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle corporazioni, i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali;

Invita il Capo del Governo a pregare la Maestà del Re, verso la quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la nazione, affinché egli voglia, per l’onore e la salvezza della Patria, assumere, con l’effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo cinque dello statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono e che sono sempre state, in tutta la nostra storia nazionale, il retaggio della nostra augusta dinastia Savoia.

ORDINE DEL GIORNO FARINACCI

Roberto Farinacci

Il Gran Consiglio del fascismo, udita la situazione interna ed internazionale e la condotta politico-militare della guerra sui fronti dell’Asse, rivolge il suo fiero e riconoscente saluto alle eroiche Forze Armate italiane e a quelle alleate, unite nello sforzo e nel sacrificio per la difesa della civiltà europea, alle genti della Sicilia invasa, oggi più che mai vicina al cuore delle altre genti, alle masse lavoratrici dell’industria e dell’agricoltura che potenziano col lavoro la Patria in armi, alle camice nere ed ai fascisti di tutta Italia che si serrano nei ranghi con immutata fedeltà al regime;

afferma il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere fino all’estremo il sacro suolo della Patria, rimanendo fermi nell’osservanza delle alleanze concluse;

dichiara che a tale scopo è necessario e urgente il ripristino integrale di tutte le funzioni statali, attribuendo al re, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, al Partito, alle corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dal nostro statuto e dalla nostra legislazione;

invita il capo del Governo a chiedere alla Maestà del re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la nazione, perché voglia assumere l’effettivo comando di tutte le Forze Armate e dimostrare così al mondo intero che tutto il popolo combatte serrato ai suoi ordini, per la salvezza e la dignità dell’Italia.

ORDINE DEL GIORNO SCORZA

Carlo Scorza

Il Gran Consiglio del fascismo, convocato mentre il nemico, imbaldanzito dai successi e reso tracotante dalle sue ricchezze, calpesta la terra di Sicilia e dal cielo e dal mare minaccia la penisola,

afferma solennemente la vitale e incontrovertibile necessità della resistenza ad ogni costo.
Certo che tutti gli istituti ed i cittadini, nella piena e consapevole responsabilità dell’ora, sapranno compiere il loro dovere sino all’estremo sacrificio, chiama a raccolta tutte le forze spirituali e materiali della nazione per la difesa dell’unità, dell’indipendenza e della libertà della Patria.

Il Gran Consiglio del fascismo, in piedi:

saluta le città straziate dalla furia nemica e le loro popolazioni che in Roma, madre del cattolicesimo, culla e depositaria delle più alte civiltà, trovano l’espressione più nobile della loro fermezza e della loro disciplina.

rivolge il pensiero con fiera commozione alla memoria dei caduti e alle loro famiglie che trasformano il dolore in volontà di resistenza e di combattimento;
saluta nella Maestà del Re e nella dinastia sabauda il simbolo e la forza della continuità della nazione e l’espressione della virtù di tutte le Forze Armate, che, insieme con i valorosi soldati germanici, difendono la Patria in terra, in mare, in cielo;

si unisce reverente al cordoglio del Pontefice per la distruzione di tanti insigni monumenti dedicati da secoli al culto della religione e dell’arte.
Il Gran Consiglio del fascismo è convinto che la nuova situazione creata dagli eventi bellici debba essere affrontata con metodi e mezzi nuovi.

Proclama pertanto urgente la necessità di attuare quelle riforme ed innovazioni nel Governo, nel Comando supremo, nella vita interna del paese, le quali, nella piena funzionalità degli organi costituzionali del regime, possono rendere vittorioso lo sforzo unitario del popolo italiano.

ECCO COME ANDO’ A FINIRE …

***

Il memoriale Cavallero

relativo ai fatti del 25 luglio 1943

di Enzo Antonio Cicchino

Interrogato dal generale Carbone, mentre era nel carcere militare del Forte Boccea, il Maresciallo Ugo Cavallero stese di proprio pugno questo memoriale, col quale ha voluto dimostrare che anche lui aveva preparato un colpo di Stato contro Mussolini e che anche lui aveva pensato proprio a Badoglio come capo del Governo.

Siccome poi tutti sapevano della sua intima amicizia con Farinacci, fascista estremista, volle giustificarsi anche di questo, cercando di far vedere come anche il ras di Cremona fosse contrario al Duce.  Forse scrisse questo memoriale in siffatto modo allo scopo di farsi liberare dal carcere appunto da Badoglio.

Ugo Cavallero

Probabilmente nel farlo dovette essere piuttosto ingenuo.  Avrebbe dovuto sapere Badoglio non era suo amico tant’è che appena successe a Mussolini dopo la notte del 25 luglio 43 lo fece arrestare così in fretta che Cavallero non ebbe nemmeno il tempo di accorgersi che il Governo era passato di mano e riteneva che il « fermo » fosse stato ordinato da Mussolini.

Badoglio non solo non lo tirò fuorì dal carcere, ma andandosene da Roma, DIMENTICÒ il memoriale, ben in vista sulla sua scrivania della Presidenza.

Questo forse il motivo del suicidio del Maresciallo Cavallero: il Maresciallo Kesselring ed il colonnello Dolmann, nei colloqui avuti con lui a Frascati subito dopo la sua liberazione dal forte Boccea, gli parlarono certamente del memoriale, ed egli preferì uccidersi piuttosto di partire per la Germania, dove non sapeva cosa avrebbe potuto attenderlo.

Cavallero e Kesserling

Qualcuno addirittura presume che data la particolare mentalità dei Tedeschi, fossero stati proprio loro a convincerlo della opportunità del suicidio.

 

Forte Boccea, 27 agosto 1943

Nel novembre u. s., allorché Mussolini fu gravemente ammalato, si dovette considerare l’ipotesi peggiore.  Me ne preoccupai e, quale Capo di S. M. Generale, impartii disposizioni per tale ipotesi al gen. Maghi, al Capo di S. M. dell’Esercito gen. Ambrosio, al Sottosegretario alla Guerra gen. Scuero.

Le riunioni a tale scopo furono due; dissi chiaramente che dovevamo essere pronti ad assicurare al Paese e prima di tutto a Roma una situazione ordinata, per consegnarla al Sovrano che avrebbe deciso a chi affidare governo e comando.

Mussolini e Cavallero

Previdi che la persona sarebbe stata il Maresciallo Badoglio ai cui ordini, dissi ai miei subordinati, ci saremmo messi tutti quanti. Un inaspettato intervento della Milizia nella faccenda guastò un poco le cose; però la situazione fu superata dal miglioramento del malato.

La questione non riapparve più nei mesi di dicembre e gennaio perché tutta l’attenzione era assorbita dalla guerra in Africa. A fine gennaio lasciai il comando; però il problema dell’allontanamento di Mussolini almeno dalla grave responsabilità della condotta della guerra ha continuato ad occuparmi.

Ugo Cavallero

Era mio avviso che, ove fosse caduta la Tunisia, quello sarebbe stato il momento propizio per Risolvere la crisi.  Ricordo di avere parlato di ciò con varie persone, anche con insistenza.  Ne parlai anche col tenente colonnello Roberto di Sanmarzano, ripetutamente: debbo aggiungere che, a questo ufficiale, fratello del mio compianto ufficiale addetto, e vecchio amico di casa, avevo detto in precedenza quanto pensavo, e già da novembre quanto stavo preparando.

Questi miei rapporti col tenente colonnello di Sanmarzano erano (determinati dal fatto che egli si trovava presso S.A.R. il Principe di Piemonte.

Talì rapporti continuarono fino alla sera del 25 luglio.  Del problema si parlò molto altresì col marchese Giovanni Visconti Venosta, vecchio amico del tempo di guerra e si concluse insieme che convenisse far giungere il nostro pensiero in alto loco. Visconti Venosta mi assicurò di avere provveduto per parte sua.

marchese Giovanni Visconti Venosta

Venne poi l’attacco alla Sicilia. La situazione diveniva sempre più pressante, il mio pensiero prese forma più concreta.  Si pensava con l’amico Visconti Venosta, e oggi riconosco che si aveva torto, che fosse utile far pervenire questo pensiero in alto; esso pensiero si concretava come segue:

S. M. il Re, che aveva delegato il comando a Mussolini, poteva revocare la delega. Con ciò e col dichiarare tutto il territorio in stato di guerra, si potevano passare alle autorità militari tutti i poteri; il resto sarebbe venuto da sé.

Vittorio Emanuele III con il maresciallo Badoglio

L’amico Visconti Venosta e io eravamo pienamente concordi nel ritenere che il governo non sarebbe dovuto essere affidato ad altri che al Maresciallo Badoglio.  Per far pervenire questo nostro pensiero in alto loco, Visconti Venosta mi chiese se avrei potuto parlarne al Grande Ammiraglio.

Questi ha sempre avuto per me benevolenza e perciò aderii. Ebbi col Grande Ammiraglio alcuni colloqui e lo trovai pienamente nel nostro ordine di idee. Avevo fatto studiare l’aspetto giuridico-costituzionale del problema dal consigliere di cassazione Giovanni Provera, mio compagno di adolescenza.

Il Grande Ammiraglio ebbe la grande cortesia di scrivere sotto mia dettatura, il sunto di quell’esame e capii che si sarebbe senz’altro occupato della cosa.  Tutto ciò avveniva verso Pentecoste (fine di maggio, principio di giugno del 1943).

Luigi Burgo

Frattanto io stavo svolgendo una misurata propaganda nel senso anzidetto.  Per limitare il numero delle persone che cito, ricorderò il senatore Luigi Burgo, mio buon amico, che avevo occasione di vedere nelle mie frequenti gite in Piemonte.

Il Burgo fu da me messo al corrente per almeno tre mesi della evoluzione del mio pensiero e in parte del lavoro che stavo svolgendo.  Egli si entusiasmò del programma e giunse a dirmi che avrebbe messo – ove necessario – a mia disposizione una somma di 100 milioni, ed anche superiore per finanziare un eventuale movimento; naturalmente, nel ringraziare della generosa offerta, risposi che di denaro non vi sarebbe stato bisogno.

Vittorio Ambrosio

Avevo saputo nel frattempo che fermenti andavano nascendo in seno all’Esercito; ne ebbi terrore, perchè ritenevo e ritengo che qualsiasi movimento fuori della legge costituzionale avrebbe condotto ad un disastro.  Non mancai di esprimere il mio pensiero e particolarmente col gen. Ambrosio che trovai perfettamente orientato in tale senso.

Un colloquio sull’argomento generale che qui si tratta ebbe luogo, con Ambrosio, credo verso fine maggio, essendomi recato da lui per conferire, a sua domanda, su una questione di servizio.

Gli apersi l’animo mio, dicendo quanto stavo facendo e gli feci prevedere, perché in ciò avevo fede, che il fatto auspicato sarebbe avvenuto. Egli mi disse che gli sarebbe occorso un preavviso di un giorno; gli feci prevedere che avrebbe avuto un preavviso di un’ora.

Sulle impazienze di cui avevo notizia trovai Ambrosio orientato, e belle deciso a impedirle.  Ambrosio venne a casa mia ai primi di luglio per visitare l’abitazione che dovevo cedergli.  In quell’occasione gli riparlai dell’argomento, dicendogli che il nuovo capo sarebbe stato certamente il Maresciallo Badoglio, e che per intanto io mi mettevo agli ordini di Ambrosio, per ogni evenienza, del che egli si mostrò grato.

Vi sono ancora due persone che giova ricordare quali testimoni continuati del mio travaglio spirituale e al corrente dei miei pensieri. Una vecchia signora, che considero come madre, novantaduenne ma di spirito agile e lucida di mente, donna Rosa Celoria Manzi, vedova del senatore Celoria già astronomo di Brera (Casale Monferrato, via Vittorio Emanuele 12), e un alto prelato, consigliere spirituale della mia famiglia e perciò anche mio; di quest’ultimo dirò il nome se necessario.

Roberto Farinacci

Accenno di sfuggita che i miei rapporti con Farinacci nascono da rapporti familiari di lui adolescente con zii di mia moglie, Zanibelli di Casalmaggiore.  Ciò premesso, preciserò che pochissimo ho veduto Farinacci prima della mia assunzione alla carica di Capo di S. M. Generale e dopo, salvo il periodo di Albania, durante il quale egli era colì distaccato.

Dopo la cessazione dalla carica, ci incontrammo un paio di volte prima del luglio. I nostri rapporti si erano alquanto raffreddati, ma mi interessò molto, all’atto della nomina di Scorza a Segretario del Partito, la dichiarazione che Scorza era nettamente contrario al Duce.  Pure interessandomi di seguire la cosa, mi astenni dallo stringere maggiori contatti.

Carlo Scorza

Fu solo dopo la tempestosa riunione dei gerarchi presso il Duce avvenuta il 15 luglio che Farinacci desiderò vedermi e mi mise al corrente della situazione.« Era ben chiaro, nel pensiero di Farinacci, che il Duce dovesse cessare dal comando e che questo fosse ripreso dal Sovrano.  Questo era per me il punto essenziale dal quale tutto poteva derivare.

Né potevo io, all’oscuro di quanto altrove si progettava, pensare ad una soluzione più radicale che fu per tutti inaspettata.  Nell’altro campo del Fascismo io non potevo penetrare perché la situazione era tenuta da persone a me ostili (Ciano).

Quando, la sera del 25, potei avere da me il tenente colonnello di Sanmarzano, lo misi al corrente della situazione ed egli prese alcuni appunti, lasciando poi la mia casa cinque minuti prima del mio fermo.  Ritenni che questo mio fermo fosse stato ordinato da Mussolni: solo più tardi appresi la verità.

Galeazzo Ciano

I miei rapporti con Farinacci in quel periodo si sono limitati a constatare e rafforzare in lui il concetto del passaggio del potere militare al Sovrano.

Dopo la mia cessazione dalla carica i miei rapporti sia diretti che indiretti con le autorità germaniche furono nettamente troncati.  Non ho più riveduto, fino ad oggi, né un comandante tedesco, né un loro dipendente.  Così pure, salvo una volta della quale dirò, non ebbi più rapporti né con l’ambasciatore, né con l’ambasciata, se si eccettui un invito del maggio a una serata musicale, tutta di civili, e ad una successiva visita di ringraziamento.

Il solo incontro dì cui sopra è avvenuto presso Farinacci, per desiderio di questo, ed io vi ho, dichiaratamente, soltanto assistito (un paio di giorni avanti il Gran Consiglio).  Contenuto del colloquio: Farinacci ha fatto un violento -attacco contro il Duce; Mackensen si è schernito, Farinacci ha rincarato la dose e Mackensen ha pregato di smettere; poi, però, ha detto che le stesse critiche egli le aveva presentate per suo conto al Fuhrer e che questi ne aveva fatto oggetto di rimarco al Duce a Feltre.

Hans Georg von Mackensen

Poi Farinacci ha chiesto se si potevano attendere rinforzi, specie aerei, dalla Germania, secondo le richieste, a noi note, fatte da Ambrosio a Feltre.  Mackensen fu vago nel rispondere accennando a condizioni, o meglio premesse, che il Fuhrer aveva chiesto fossero realizzate avanti invii di truppe o forze aeree; non precisò queste premesse.

Fu accennato, mi sembra da Mackensen, alla questione di un comando unico, con una velata tendenza a farvi prevalere l’elemento germanico, al che io dissi chiaramente che ciò non poteva assolutamente andare; e che, secondo me, si poteva pensare ad aggregare al comando italiano un comando tedesco in sottordine.  Mackensen mi disse che avrebbe riferito il contenuto del colloquio a Bastianini.

Giuseppe Bastianini

Questo è il solo contatto, come si vede del tutto anodino, avuto con le autorità germaniche dal gennaio ad oggi ».

***

https://www.youtube.com/watch?v=tBDLOWcfMtw

L’arresto di Mussolini

nella relazione

«Arresto – Detenzione – Liberazione di Mussolini»,

redatta dal generale dei Carabinieri

Filippo Caruso

dopo la liberazione di Roma

Filippo Caruso

 

di Enzo Antonio Cicchino

Giovanni Frignani, Raffaele Aversa e Paolo Vigneri: ecco, per la storia, i nomi dei tre ufficiali dell’Arma che affrontarono la tremenda responsabilità di arrestare l’uomo al cui illimitato potere aveva dovuto soggiacere per oltre vent’anni il popolo italiano. E con i tre suddetti ufficiali era la schiera dei loro dipendenti: sottufficiali e carabinieri che, fedeli pedine del rischiosissimo gioco, diedero tutta la loro modesta ma efficace cooperazione.

I capitani Aversa e Vigneri, rispettivamente comandanti delle compagnie della Capitale: la Tribunale l’Aversa e l’Interna il Vigneri, vengono telefonicamente convocati, verso le ore 14 del 25 luglio, nell’ufficio del tenente colonnello Frignani, comandante del gruppo da cui dipendevano.

Raffaele Aversa

Malgrado l’odore di crisi acuta che tutti fiutavano nell’aria dopo quanto era trapelato dalla drammatica seduta del Gran Consiglio del fascismo della notte innanzi, essi si affrettarono verso il luogo del convegno senza nulla presagire di quello che si voleva da loro. Già le chiamate del genere si facevano sempre piú frequenti in quel periodo cosí gravido ed inquietante sia per il rapido progredire dell’invasione del territorio nazionale da parte delle armate alleate sbarcate in Sicilia e sia per il bombardamento aereo di appena pochi giorni prima, del quartiere S. Lorenzo che tanto aveva terrorizzato la popolazione della Capitale.

Lo confermano i rapporti agli ufficiali ed al personale in genere, che erano diventati sempre piú frequenti, per non dire quasi quotidiani. Dal Comando Generale frattanto era stato diramato l’ordine di tenere consegnati, dalle ore 16 in poi, tutti i militari dell’Arma, in attesa d’una autorevolissima visita nelle rispettive caserme dell’Urbe.

Giovanni Frignani

Alla sede del Comando di Gruppo in viale Liegi, dove giunsero separatamente sia il tenente colonnello Frignani che i due capitani, si trovavano già il comandante generale dell’Arma Angelo Cerica ed il commissario di P.S. Carmelo Marzano – sottotenente di complemento dei Carabinieri – direttore dell’autodrappello del Ministero dell’Interno.

Il generale Cerica, calmo pur nel pallore del viso che tradiva la sua intima commozione, fissa negli occhi i suoi dipendenti e dice all’incirca:

«Vi affido un compito di estrema gravità per il quale so di non fare invano appello al vostro alto senso del dovere. Oggi, fra qualche ora anzi, voi dovete arrestare Mussolini che, messo questa notte in minoranza nella seduta del Gran Consiglio del fascismo, si recherà dal sovrano e sarà sostituito nelle sue funzioni di capo del governo…»

Carmelo Marzano

Nessuna consegna forse apparve piú ardua di questa ai bravi ufficiali che tuttavia senza batter ciglio rispondono, quasi ad una sola voce ed in tono fierissimi, con due parole: «Sta bene…»

Si appartano poi in un’altra stanza dell’ufficio del Gruppo ed il tenente colonnello Frignani espone, illustra e commenta nei piú minuti particolari ai due capitani, le modalità esecutive dell’ordine ricevuto.

Poco dopo giungono in viale Liegi il questore Morazzini, addetto alla Casa Reale, in autoambulanza con a bordo, oltre al conducente, tre agenti di P.S. in abito civile, armati di mitra ed un automezzo destinato al trasporto dei militari dell’Arma.

In attinenza alle precise istruzioni concretate, i capitani Aversa e Vigneri con i due automezzi si portano al Gruppo squadroni nella vicina caserma Pastrengo e fanno approntare un plotone di 50 carabinieri che asseritamente debbono rimanere agli ordini dell’Aversa per ricercare, affrontare e catturare nuclei di paracadutisti alleati lanciati nei dintorni di Roma.

Il pretesto, giacché di pretesto si tratta, al fine di evitare ogni possibile indiscrezione che avrebbe potuto nuocere alla massima segretezza delle missioni predisposte, è facilmente accreditato dalle circostanze del recente bombardamento aereo della capitale. Nessuno pensa minimamente a vicende diverse. Soltanto si chiedono maggiori particolari d’impiego e questi vengono dati con pronta disinvoltura lavorando una volta tanto d’impostazione e di fantasia.

Il capitano Vigneri, al quale il superiore ha commesso in termini drastici la consegna di «catturarlo vivo o morto» sceglie, personalmente, tra i militari del Gruppo squadroni tre sottufficiali di particolare prestanza fisica e di pronta intelligenza che dovranno prestargli man forte, in caso di necessità, prima di ricorrere «ultima ratio» alle armi; precisamente i vicebrigadieri: Bertuzzi Domenico; Gianfriglia Romeo e Zenon Sante.

Essi si dimostrarono subito animati da ferma volontà ed assai lusingati dal favore della scelta. I militari salgono sull’autocarro che viene chiuso accuratamente col tendone, mentre i due capitani, i tre vicebrigadieri e i tre agenti di P. S. prendono posto nell’autoambulanza che viene anch’essa chiusa ed ha gli sportelli coi vetri smerigliati.

I due automezzi, senza che nessuno, ad eccezione dei due capitani, conoscesse la destinazione, si dirigevano alla volta di Villa Savoia preceduti dalla vettura del questore Morazzini, che, data la minuta conoscenza dei luoghi, si era assunto il compito di far entrare il convoglio nell’interno della residenza reale. Dopo una brevissima sosta al cancello di via Salaria vengono ancora percorsi un centinaio di metri e gli automezzi si arrestano.

Il questore Morazzini, come d’intesa, picchia ai vetri dell’ambulanza per avvertire i due capitani che si è giunti nel luogo stabilito. Essi discendono ed altrettanto fanno i loro dipendenti che si raggruppano silenziosi, ma visibilmente commossi di trovarsi nel parco di una Villa.

Il questore Morazzini dà alcune sommarie indicazioni sulla topografia della località, che bastano ad orientare i due ufficiali in rapporto ai loro compiti. Il punto dove ora essi si trovano è nel lato settentrionale della villa reale, cioè nella parte opposta all’ingresso principale, dove fra breve dovrà entrare Mussolini.

È qui che si deve aspettare il momento di agire. Il questore stringe calorosamente la mano agli ufficiali con atteggiamento di favorevole auspicio e si allontana da quella parte che costituirà la scena del dramma imminente.

Lo spettacolo inusitato apparso cosí all’improvviso, non sfugge a chi sta nell’interno della villa. Qualche viso s’intravede dietro le finestre del primo piano, protette da fitte reticelle metalliche, ma per un solo attimo; poi l’ombra scompare. Un famiglio sbucato tra gli alberi del parco si arresta all’improvviso e sta quasi per tornare indietro, incerto e fors’anche un po’ smarrito.

Sotto il sole infuocato e nel silenzio inusato del meriggio gli ufficiali riuniscono il personale in un piccolo cerchio ed il capitano Vigneri rivela loro, a bassa voce, e finalmente, la grande consegna. S’impartiscono rapidamente le istruzioni di dettaglio. Poi torna il silenzio, rotto solo da un sordo acciottolio proveniente dalle non lontane cucine reali.

I carabinieri, che in un primo tempo nella caserma Pastrengo avevano accolto con qualche perplessità l’annuncio fittizio del rastrellamento dei paracadutisti lanciati dagli aerei nemici, ora intuiscono di essere i modesti protagonisti d’un grande evento, si rianimano commossi, bisbigliano tra loro qualche commento, ma si mostrano seriamente decisi, pronti e risoluti.

L’attesa è tuttavia snervante. I due capitani, compagni d’accademia e vecchi amici, si scambiano qualche impressione e, reciprocamente, si ripetono i dettagli dell’impresa imminente. Giunge finalmente – com’era atteso – il ten. colonnello Frignani, che veste l’abito civile. Avverte i due ufficiali che Mussolini, il quale aveva avuto in precedenza fissata l’udienza dal Sovrano, arriverà in ritardo sull’ora prevista.

Entra poi nella villa dall’ingresso secondario – a levante – per prendere gli ultimi accordi con i funzionari della Real Casa e, dopo qualche minuto, ritorna presso i suoi uomini. Si dimostra però turbato e contrariato, perché vi sarebbero delle riluttanze per l’arresto del Duce sulla soglia della villa reale. Tuttavia si ricompone subito, deciso e risoluto, esclama: «noi in ogni caso lo arrestiamo ugualmente».

Il ten. colonnello Frignani ha nelle vene sangue generoso, che piú tardi bagnerà il luogo sacro del martirio ardeatino. Egli sente indubbiamente la passione dell’ora che volge: egli intuisce la necessità di non dare tempo al capo del governo spodestato di riaversi dal duro colpo e di scatenare o di tentare di scatenare un movimento di reazione, le cui conseguenze potrebbero riuscire fatali per il nostro Paese.

Ma, da vero soldato, si rende conto che è indispensabile saper frenare i generosi impulsi del cuore ed agire con tempestiva ponderatezza. Rientra di nuovo nella villa e ne esce poco dopo con la notizia che Mussolini si trova ancora a colloquio col sovrano e che l’arresto si farà. Ma non c’è tempo da perdere ormai. Il questore Marazzini intanto, col pretesto di una urgente chiamata telefonica, ha attirato in un punto lontano dalla villa l’autista del Duce, che cosí è stato immobilizzato.

I cinquanta carabinieri vengono lasciati sul lato settentrionale dell’edificio, pronti ad accorrere al primo cenno, mentre i due capitani, i tre vicebrigadieri ed i tre agenti di P. S. armati di mitra si portano sul lato orientale. Si fa avanzare l’autoambulanza fino a pochi metri dall’ingresso dal quale uscirà Mussolini, ma in modo da non essere notata.
Proprio nell’angolo sta fermo un famiglio fidato con la consegna di allontanarsi allorché il capo del governo comparirà in cima alle scale. È questo il segnale convenuto per agire. Sullo stesso lato, a ridosso della siepe, è in sosta, priva dell’autista, la macchina di Mussolini.

A pochi metri di distanza il capitano Vigneri dispone i tre agenti di P. S. con le armi pronte e con l’ordine d’intervenire soltanto in caso di necessità e sempre al primo cenno. Poi, insieme al collega Aversa, si colloca di fronte, presso il muro della villa, con a tergo i tre sottufficiali.

Una ventina di metri piú indietro, sostano il ten. colonnello Frignani ed il questore Morazzini, i quali si avvicineranno solo quando Mussolini sarà salito sull’autoambulanza.
Ad un certo momento il famiglio si allontana. È l’ora. Il piccolo gruppo, formato dai due capitani e dai tre vicebrigadieri, avanza e – quasi contemporaneamente – si scorge il duce – mentre discende gli ultimi gradini della scalinata insieme al suo segretario particolare De Cesare. Vestono entrambi l’abito scuro: Mussolini con un completo blu ed un cappello floscio. Egli deve aver notato all’ultimo istante l’insolito apparato, tanto che trasalisce visibilmente.

Il capitano Vigneri gli va incontro e, stando sull’attenti, dice: «Duce in nome di S.M. il Re vi preghiamo di seguirci per sottrarvi ad eventuali violenze da parte della folla». Mussolini allarga le mani nervosamente serrate su una piccola agenda e con un tono stanco, quasi implorante, risponde: «Ma non ce n’è bisogno!» Il suo aspetto è quello d’un uomo moralmente finito, quasi distrutto: ha il colorito del malato e sembra persino piú piccolo di statura.

«Duce, – riprende il capitano Vigneri, – io ho un ordine da eseguire».
«Allora seguitemi», risponde Mussolini e fa per dirigersi verso la sua macchina.
Ma l’ufficiale gli si para dinnanzi:
«No, Duce, – gli dice, – bisogna venire con la mia macchina».

L’ex capo del governo non ribatte altro e si avvia verso l’autoambulanza, col capitano Vigneri alla sua sinistra; segue De Cesare, con a fianco il capitano Aversa. Dinnanzi all’autoambulanza Mussolini ha un attimo di esitazione, ma Vigneri lo prende per il gomito sinistro e lo aiuta a salire. Siede sul sedile di destra.

Angelo Cerica

Sono esattamente le ore 17.20. Dopo, sale De Cesare e si mette a sedere di fronte al suo capo. Quando anche i sottufficiali e gli agenti si accingono a montare, il Duce protesta: «Anche gli agenti?! No!!» Vigneri allarga le braccia come per fargli capire che non c’è nulla da fare e, rivolgendosi deciso ai suoi uomini, ordina: «Su ragazzi, presto!!»

Anche i due capitani salgono. Nell’autoambulanza ora si è in dieci e si sta stretti. Il questore Morazzini si avvicina e, prima di chiudere la porta dall’esterno, avverte che si uscirà da un ingresso secondario e che un famiglio accompagnerà l’automezzo sino all’uscita.

L’autoambulanza con la quale venne arrestato il Duce

La macchina si muove, mentre l’autocarro con il plotone dei cinquanta carabinieri rimane fermo. Ormai non c’è piú bisogno di loro. Anche la missione del ten. colonnello Frignani e dei capitani Vigneri e Aversa è finita. L’uomo, già potente e temuto, va incontro al suo fatale destino anche se ritardato da illusori eventi. Ma anche due dei tre bravi soldati sono predestinati al martirio, vittime purissime del dovere.

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20 giugno, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

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EL LIBRET DAI BOTEGHERI

EL LIBRET DAI BOTEGHERI

di Cornelio Galas

L’era a quadreti, de solit grandi. Perchè anca i veciòti i podès lèzer i numeri. Che era suzès dele volte che, scrìti picoi, qualchedùm l’avèva provà a ‘mbroiarli. La parola, binà tut quel che se dropéva l’era semper gualiva: “Ségneme su, valà”. Sol dopo che ‘l boteghér l’aveva segnà se podéva empienìr la spòrtola. E l’era gazèri a casa se vegniva fora che noi bocéti avèm segnà qualche ciùnga. No tornéva i conti, gh’era tant de enterogatori. Te pasèva la voia de segnar anca sol na golia.

Ala fim del més, fènte el vintisète, quando i pu tanti i ciapéva paga, el prim pensér l’era quel de scancelàr quei debiti. Poch o tant qualcòs de quei numeròti, el restéva semper scrit. Ma i ghe fèva, per ricordarse, en bel segn rosso soto. Che così el déva ne l’ocio, quando se tornéva nele pagine endrìo.

Le vedove, quei che gh’era brusà la casa o fàm mal laorando? Per en mès i seréva anca n’ocio. L’alter però ‘l restéva avèrt su quel che i tolèva. Che la carità la nèva bèm, ma miga su tut. E miga per semper.

Tut mal i segneva anca quele robe. Che a so temp qualchedum avrìa dovù pagar. L’era ‘l temp dela ciocolata vendùa a eti. Na fèta sola, su la carta oliada. E da lì tre tochi: varda che gh’è anca to fradèi … Al posto dei detersivi la nona la dropéva la zéndro dela fornèla. E via coi gnòchi de brugne (che bòni co la canèla e ‘n ciodo de garofano), che l’aveva emparà a far, da sfolada, en Boemia.

Se robéva uva, pomi, pere quando l’era la stagióm. E zirése ai Mòri (Pratosaiano) zercando de no ciapàr fusilade a sal nel cul. Poch sora i Gazì gh’era anca i granzóni, le ampomole, le fragolete de montagna. Po’ spàresi de mont, stupacùi, melograni, codogni. Na volta avévem zercà, coi lupoli, de farne anca la bira. Era vegnù fòr na specie de tè amar, tòssech: gnent da far.

Meio le nós, i maroni en costa. Meio le nosèle e fonghi dal sangue da meter sula gradèla, col capèl revers, piem de ài e prezemol. Eco, sti magnari no se doveva segnarli. E nesuni i avrìa mai savù quanti te ne avevi magnà. E na sera n’erem sentìdi siori, come quei che gavéva la televisiom en casa, che no i dovéva vardar el màik al bar dela Pierina. El nono l’era arivà con ‘n grant scatolom. Piem fim a l’orlo de tanta monéa.

“Deme na mam a contarli pòpi … se fà così”. Se doveva far i muciéti da zinque, dese, vinti, zinquanta e zento lire. E tanti casteleti, che così se ripaseva le tabeline, che i finiva tuti a um. Ala fim – fati do conti – avréssem podù torne chisà quante coche cole, budini, torte, na botega entéra.

Ma ‘l nono ‘l n’ha serà subit la gnapa: “Dai tira fora quele zento lire che t’hai mes en scarsela. Vardé che sti soldi i vei dala limosina dela ciesa. I paga così i banchi che gavém fat. Ma ades devo pagar vernìs, lavoro dei operai, la benzina del furgom, el legnam e po’ anca scancelar robe endrìo dal libret dei botegheri …”.

Meio l’era nada quando, per do caréghe e ‘n taolim, l’aveva ciapà na colana de luganeghe. Anca se per magnarle avem dovù strangossàr: “Le deve sugarse bem zo en cantina. Se no, massa fresche, riscè de gomitar”.

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I “SEGRETI” DEL FASCISMO – 29

a cura di Cornelio Galas

  • documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

Benito Mussolini

Discorso di Mussolini
al Direttorio Nazionale del PNF
del 24 giugno 1943

Il testo è quello pubblicato da “Il popolo d’Italia” il 5 luglio 1943. Tra parentesi quadre sono indicate le varianti, rispetto al testo effettivamente pronunciato.

Queste [Le] cifre [sulle forze numeriche del Partito] sono veramente indicative e meritano qualche [commento] riflessione. Dimostrano che la massa dei tesserati è sempre imponente e credo che anche quando siano compiute le necessarie selezioni ed epurazioni, la massa rimarrà sempre considerevole.

Saremo sempre, come dobbiamo essere, un Partito di massa. Perché per governare e dirigere una nazione di quarantasei milioni di abitanti, che saranno fra non molto cinquanta milioni, ci vuole una massa, ci vogliono decine e decine di migliaia di gerarchi, che intorno debbono avere centinaia di migliaia di [collaboratori animati dalla stessa fede.] uomini. L’importante è di selezionarli a mano a mano, a seconda delle necessità e a seconda delle epoche.

Benito Mussolini a Villa Torlonia

Il mio intervento a questa riunione è dovuto al fatto ch’io voglio riferire al Direttorio sull’indirizzo che mi è stato rimesso a Villa Torlonia dal segretario del Partito, e che io ho ritenuto di dovere rendere di pubblica ragione. Avrei potuto farne anche a meno, come non sono state rese di pubblica ragione altre decisioni del Direttorio concernenti il tesseramento o meno degli impiegati dello Stato, se si doveva fare o no la lotta anti-giudaica (a mio avviso era necessario, sacrosanto il farla).

Non ho tolto da quell’indirizzo se non il periodo che mi riguardava personalmente. [Ma] Ho reputato fosse bene renderlo noto alla nazione, perché quelle sono idee non solo del Direttorio del Partito, ma le mie. Ed è bene che la nazione sappia che ad un certo momento la vite potrebbe stringersi con un [rigore] vigore che forse taluni non sospettano ancora.

Carlo Scorza

Le reazioni a questo indirizzo, per quello che riguarda l’estero, sono state le solite. Evidentemente questa gente, specialmente gli inglesi, dimostrano di essere un popolo crudele e stupido ad un tempo, e non vale di occuparsi di loro. Non si polemizza con le nazioni nemiche se non a colpi di cannone: la migliore polemica è quella delle armi. Vi si può aggiungere anche l’altra, ma l’altra non può sostituire la prima, evidentemente.

Per quello che riguarda viceversa l’interno, ci sono stati alcuni sfasamenti e [temporanee deviazioni polemiche, nonché erronee interpretazioni.] si tendeva a voler mettere in causa il Partito e l’azione svolta dal Regime in questi ventun anni. Il Camerata Scorza è intervenuto, perché, evidentemente, questo non [era lecito uscire dal seminato.

E certo che] poteva essere tollerato, perché io difendo il Partito, sempre, in ogni caso, comunque e dovunque. Ora il Partito in tutte le sue epoche è stato all’altezza dei suoi compiti. [Gli uomini hanno] Ha commesso degli errori: li vedremo fra poco. Ma furono sempre commessi in buona fede.

[Fu] Forse fu un errore quello della gestione Muti, di immettere nel Partito tutti i combattenti della guerra mondiale [?]. [Non credo.] Ma vennero i combattenti stessi a [dirci] dire: “Perché ci volete lasciare sulla porta? Molti di noi, contadini di piccoli centri, credevamo che essere nell’Associazione Combattenti o nel Partito fosse la stessa cosa”. Si è pensato che dare questo riconoscimento a questi vecchi [, valorosi] combattenti della guerra mondiale fosse un gesto comunque doveroso e in ogni caso non pericoloso [, anche se]. Il Partito [accresceva i suoi effettivi di alcune centinaia di migliaia di uomini.] si è gonfiato, allora, chi dice di seicentomila, chi di settecentomila individui.

Può essere stato un errore quello [, in un certo momento,] della gestione Serena, di voler [, dirò cosí, “ufficializzare”] ufficializzare troppo il Partito. Se non [avessi tirato la martinicca,] mi fossi opposto, ad un certo momento diventavano pubblici ufficiali anche quelli che [stanno] stavano nei bar a distribuire bevande nei Dopolavoro. Anche lí [, però,] si è peccato per eccesso, non per difetto.

Benito Mussolini

È chiaro che i gerarchi del Partito devono godere di un’autorità [indiscussa e] immediata [e devono perciò possedere le attribuzioni e relative responsabilità di pubblici ufficiali.] : devono essere anche pubblici ufficiali, anche se la parola “pubblico ufficiale” non è sempre simpatica. Del resto questo Partito ci ha dato le

[Il Partito non è solo nelle] cifre che vi ha letto in questo momento il camerata Scorza: [è nelle sue decine di migliaia di caduti, nelle migliaia di volontarî, da] ci ha dato degli uomini come Pallotta, [a Borg Pisani.] degli uomini come Giani, degli uomini come Marini, come Fellini, come Borg Pisani. Borg Pisani [,] per me [,] è un uomo che sta alla pari con Cesare Battisti, Nazario Sauro, Filzi, Damiano Chiesa, e con quelli che furono i martiri del [nostro] Risorgimento. [Egli è] È un uomo che è andato deliberatamente [al sacrificio supremo] incontro al patibolo.

Ubaldo Comandini.

In tutti questi anni il Partito ha tenuto in piedi il paese impegnato in una lotta come quella che noi sosteniamo [e che è incominciata dal gennaio 1935]. Ora, ho dovuto leggere in certi giornali che ad un certo punto era azzardatissimo parlare male della burocrazia. Negli stessi giornali ho visto un elogio all’opera di Ubaldo Comandini. Evidentemente era piú facile fare la propaganda nel 1918. Ma credo che c’è stato qualcun altro che ha fatto una propaganda ben piú efficace di quella svolta da questo facondo, se vogliamo, deputato repubblicano moderato, piuttosto malvaceo.

E vi risparmio altre digressioni del genere, appunto perché il Partito è intervenuto, cioè è intervenuto il Camerata Scorza. Il Partito ha la sua linea ideale [,] che sarà sempre da me difesa, anche se domani dovessi fare un discorso tipo tre gennaio. Io distinguo bene [quelli] che sono [i valori eterni da quelli effimeri.] quelle che sono le entità superiori e le inferiori. È spiacevole, ad esempio, che il Podestà di Camaiore si facesse le tessere doppie per la sua famiglia. È deplorevole: andrà in galera. Ma, infine, non basta il podestà di Camaiore a disonorare il Partito. Ora il Partito deve intonarsi energicamente a questa che è la nuova situazione nella quale siamo entrati.

Per quello che riguarda i punti che il Direttorio ha segnalato, li esamineremo insieme.
“[1. -] La repressione severa e, – ove occorra – spietata, di tutti i tentativi che mirino a incrinare la compagine morale e materiale del popolo. Ove le leggi vigenti non bastino, se ne promulghino delle nuove”.

Perfetto. Perfetto. Ma il popolo italiano merita tutto il nostro rispetto e tutto il nostro amore, perché il popolo italiano dà un esempio semplicemente meraviglioso, ed io effettivamente non saprei che cosa si può chiedere di piú [al nostro popolo] a questo popolo. Esso ci dà i suoi soldati, ci dà i suoi denari. L’ultimo prestito è tutto di piccole sottoscrizioni; i grossi sono stati pochi. [Tira la cintura,] Sta impavido sotto i bombardamenti.

[E vi] Vi è una città che ha dato un esempio, che si è rivelata – non a me che la conoscevo, – ma a molti italiani che non la conoscevano e al mondo che la vedeva sotto una luce falsa: parlo di Napoli e dei settantatre bombardamenti che ha subito. E la popolazione è restata a Napoli, in gran parte anche perché non potrebbe andarsene, ma anche se potesse andarsene, resterebbe lí.

Benito Mussolini

Ci sono [naturalmente degli elementi negativi e contrarî.] delle tendenze, delle cellule, ma non hanno una grande importanza. [Ma] Volete che in una nazione di quarantasei milioni di abitanti non ci siano i [mille o] i centomila e anche i cinquecentomila individui che, per ragioni di carattere personale, per il loro sistema nervoso debilitato, per la loro costituzione organica, sono insofferenti, paurosi, oltre a quelli che sono effettivamente [degli oppositori] delle canaglie anti-fasciste? [dirò cosí, schedati?] Ma non bisogna generalizzare.

Perché [Noi] noi controlliamo esattamente [tutto ciò e] tutte queste correnti subacque, alle quali non bisogna [attribuirvi] attribuire una eccessiva importanza [.], perché sono sorte soltanto oggi e sono il risultato di una paura non soltanto morale, ma fisica. Non saranno mai costoro, [rottami quasi tutti dei vecchi partiti, che] né i liberali e i socialisti guidati da un professore che ha dimostrato in tutti i suoi scritti di essere veramente un deficiente, né le cellule comuniste, né i diversi tentativi che non dico riusciranno a spiantare il Regime, [e] ma nemmeno ad interessarlo al di là di quella che può essere la normale funzione della Polizia.

Benito Mussolini

E bisogna [ridicolizzare i fautori e diffusori di] romanzi gialli. [e talora giallissimi, parto di fantasie malate, bisognose di energiche cure ricostituenti. Ve ne cito uno che è veramente interessante, per dimostrare come i cervelli possano in un certo momento diventare liquidi. (Scusate se cerco fra le mie carte). Il Federale di Parma si disturba per mandare al Segretario del Partito un romanzo giallo di questo genere, giallissimo:

In questi ultimi tempi sarebbe stata creata una vasta organizzazione in seno all’Esercito, con l’appoggio della Chiesa, di elementi intellettuali non valorizzati dal Fascismo, (i veri intellettuali noi li abbiamo valorizzati tutti, ma i cretini, come si fa a valorizzarli?) per giungere ad un colpo di Stato, il quale vorrebbe detronizzare il Re e il Principe ereditario, defenestrare il Duce, e costituire una Reggenza affidata alla Principessa Maria José fino alla maggiore età del Principino suo figlio. (C’è ancora di meglio!)

Tale movimento avrebbe come punto di partenza la convinzione che la guerra sia perduta, e tenderebbe alla stipulazione di una pace separata con gli anglosassoni, all’instaurazione di un nuovo Regime cristiano-sociale, basato su comunità regionali che sarebbero denominate comunità cristiane, con amministrazione autonoma e col Governo federale.

All’elaborazione dello statuto del nuovo Stato federale e delle relative norme legislative avrebbe atteso, con l’approvazione della Santa Sede, il filosofo Benedetto Croce, insieme ad altri intellettuali anti-fascisti. Tali documenti sarebbero stati raccolti in un ponderoso volume, che sarebbe nelle mani, in poche copie, dei caporioni del movimento.

Benedetto Croce

Ora voi capite che quando un movimento esce con un ponderoso volume, viene schiacciato dal medesimo. Noi siamo usciti con dei foglietti volanti, non con un volume ponderoso. Voi vedete, quando gli anti-fascisti mettono in circolazione bagattelle di questo genere, dimostrano veramente di essere rimasti all’asilo infantile. Sarebbe far loro troppo onore di prenderli eccessivamente sul serio.

“[2. -] L’unificazione, con disciplina severa e – anche qui, ove occorra – spietata, della produzione industriale [,]; mentre deve essere perfezionata la disciplina unitaria della produzione agricola”.

Perfetto.Io sono d’accordo. Bisogna mettere [, infatti,] queste forze dell’economia nazionale sopra un piano di rigorosa disciplina. Si sono fatti i piani della produzione agricola, cioè il piano regolatore che intende disciplinare quattro milioni di agricoltori, cioè quattro milioni di aziende agricole. È veramente un'[impresa rivoluzionaria,] operazione colossale e arcirivoluzionaria, anche perché l’economia agricola , come sapete, è varia e complessa da regione a regione, qualche volta da provincia a provincia.

Benito Mussolini: la battaglia del grano

Ciò non ostante si è fatto questo. E [Sebbene] sebbene in questo primo anno non si possa pensare che le cose procederanno [tutte] a meraviglia tutte, si sono fatti i piani regolatori della produzione agricola. Bisogna [procedere oltre per quanto riguarda la] fare il piano regolatore della produzione industriale. Bisogna avere il coraggio di [estirpare] eliminare tutte le industrie che non hanno piú ragione di essere, e bisogna avere il coraggio di [esonerare] eliminare tutti gli industriali i quali non sono all’altezza della situazione.

L’uomo [,] – diceva il filosofo greco Anassagora [leggi Protagora] (scusate la mia erudizione) [,] – è la misura di tutte le cose. Istituzioni mediocri con uomini eccelsi [preparati] funzionano bene, istituzioni perfette con uomini [deficienti] mediocri vanno alla rovina. E Napoleone diceva: Non è certo che un generale può vincere una battaglia, ma è sicuro che due la perderanno.

Benito Mussolini

“[3. -] La disciplina e il controllo piú efficace sull’approvvigionamento, la distribuzione, il commercio di tutti i generi [,]: eliminando implacabilmente interferenze, soprastrutture e incompetenze disgregatrici e speculatrici”.

Anche questo è verissimo. Si sono fatti [in questo campo] dei progressi [e si possono obiettivamente] però. Bisogna riconoscere. Noi dobbiamo farci l’autocritica. Però, in fin dei conti, al quinto anno di guerra (perché siamo al quinto anno di guerra, cominciando dal 1939; il primo settembre entriamo nel quinto anno di guerra) non è morto ancora di fame nessuno in Italia. Ci sono stati naturalmente dei disguidi, dei disturbi, dei disordini, delle perdite, dei deperimenti, ma qualche volta ciò è dovuto a delle ragioni di carattere puramente obiettivo [che ognuno può facilmente intuire].

Se Roma in questi ultimi giorni è stata scarsamente approvvigionata, è dovuto al fatto che i bombardieri “liberatori” hanno massacrato alcune linee ferroviarie nei dintorni di Napoli. È evidente che di ciò bisogna tener conto, e, quantunque sembri pleonastico, bisognerebbe che molti si ricordassero che siamo in guerra.

“[4. -] La riduzione al minimo indispensabile degli [enti] Enti economici, molti dei quali si sono dimostrati inutili o sorpassati o dannosi ai fini della disciplina economica di guerra [,] e inquadrandoli nella funzione delle [corporazioni] Corporazioni”.

Io debbo avere , nei miei due o tremila purtroppo pronunciati discorsi, al Senato parlato una volta del labirinto delle sigle. Un giorno incaricai un mio funzionario di raccogliermi tutte le sigle. Ne è venuto fuori un volume, non ponderoso come quelli di Croce, ma notevole, di proporzioni rispettabili. Io stesso, al Senato, dissi che veramente si creavano troppi di questi [enti] enti, che molte volte ciò era affatto superfluo [e talora] e molte volte dannoso. Tuttavia [,] quando si vuole organizzare un settore, bisogna pure creare un organismo.

Se non volete chiamarlo ente, lo chiamerete ufficio, istituto, centro, organizzazione. Esempio: nel 1933 l’economia risiera della nazione correva un pericolo mortale. Il riso [era sceso a prezzi minimi.] costava trentacinque lire al quintale, e vennero Vennero da me tutti i rappresentanti dei risicoltori delle quattro provincie risicole italiane, delle principali [,] : Novara, Vercelli, Pavia, Milano, a dirmi che la loro rovina era imminente.

Ed effettivamente era imminente. Cosí [Si] creò l’Ente risi. Ebbene [Tutti] tutti [o quasi] sono unanimi [ora] nel riconoscere che questo Ente Risi ha bene lavorato , per salvare questa preziosissima fonte di ricchezza italiana che è [il] dovuta al riso.

Un bel giorno si è pensato che era ora di finirla col considerare l’Italia, dal punto di vista della moda, una provincia francese. La moda interessa per lo meno venti milioni di persone, in Italia. [E si creò] Si è creato l’Ente della moda. Tuttavia di questi Enti, ormai, ce n’è troppi, e li stiamo demolendo. [Molti altri enti hanno egregiamente funzionato. Tuttavia la flora degli enti appare eccessiva.] Nel tessile, per esempio, i lanieri hanno voluto il loro organismo, e l’hanno chiamato Giunta delle lane. Ma i [I] cotonieri non hanno voluto rimanere indietro ed hanno creato l’Istituto cotoniero .

E [Quando] quando si è voluto imporre il tessile autarchico, contro il quale [taluni fanno ancora un larvato residuo ostruzionismo] gli interessati oppongono ancora una fiera e ipocrita resistenza, si è creato l’Ente del tessile nazionale. E [Quando] quando si è voluto proteggere la seta, si è creato l’Ente serico [.] , che è oggi nelle mani dell’ex Comandante la Milizia Forestale, camerata Agostini. E credo ci sia anche un Ente per le fibre tessili artificiali.

Tutto ciò può [,] finire; tutti questi Enti devono finire, perché c’è il [a un dato momento, sboccare nel] grande alveo che li deve raccogliere. E quando [Quando] parlo di [enti], [vi comprendo] parlo anche [gli] degli [enti] che sono proiezioni non sempre necessarie delle [amministrazioni] dello Stato. E l’ L’alveo che può raccogliere tutti questi enti, dove devono fondersi, è la corporazione. Perché noi abbiamo [Abbiamo] creato la [corporazione] come [forza] disciplinatrice, coordinatrice di tutte le attività economiche della nazione.

Tutto deve cominciare, tutto deve svilupparsi, tutto deve finire nella corporazione, che è una creazione [attuale e] geniale, profonda, tempestiva del nostro [regime] secolo, che domani sarà [ovunque] di tutti, [sia pure in altre forme, applicata se la economia dovrà passare dalla fase] perché non potranno che seguire questa strada se vorranno liberarsi dell’individualismo liberistico [già superata e non vorrà cadere nello stalinismo] dell’equilibrio che si fa attraverso la lotta dei gruppi, degli indivudui, e se vorranno non cadere nello statalismo burocratico [di marca sovietica,] russo, dove tutta l’economia, dalla siderurgia alla “permanente” dei parrucchieri, alle manicure, è diventata [una funzione economica dello] un’economia di Stato. La [corporazione] Corporazione è una creazione tipica, rivoluzionaria , del [regime] Regime, [e] precorritrice di un periodo nuovo nella civiltà del mondo.

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Se cosí è, tutto deve far capo alla Corporazione. Anche [qui] lí si [tratta] tratterà di vedere se gli uomini che sono alla testa delle corporazioni siano [sono] sempre in grado di [assolvere] prendere/span> il loro compito [,] sul serio, di fare veramente i coordinatori dell’economia, nel quale caso restano al loro posto. Se no, anche qui è un problema di uomini. Ormai il Partito dispone di una classe di dirigenti abbastanza numerosa e sufficientemente selezionata.

“[5. -] L’applicazione [,] da parte delle [amministrazioni] Amministrazioni dello Stato e di tutti gli Enti [,] della [piú] produttiva dinamicità, con l’abbandono di forme e appesantimenti burocratici, tollerabili forse in tempi normali, ma delittuosi in tempo di guerra”.

Io sono d’accordo su questo. Tuttavia, [Non] non bisogna fare della burocrazia italiana una specie di testa di turco, per cui, quando le cose vanno alla perfezione, il burocrate deve pagare o deve essere messo sul banco dell’accusa. Ora, a parte che ci sono organismi privati che hanno una burocrazia veramente numerosa [,] – non [bisogna] voglio citarvi un’industria che su trentacinquemila operai ha da cinque a seimila dirigenti: cioè un dirigente per ogni sette operai – comunque non c’è organizzazione sociale che non abbia bisogno di una tal quale certa burocrazia.

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Ora, confondere i dipendenti dello Stato, – che sono circa seicento, settecento, ottocentomila, adesso [,] con l’aumento . – [dovuto alla guerra,] con la burocrazia vera e propria [.] , perché effettivamente [Non si possono] non si può pensare d chiamare burocrati i centocinquantamila ferrovieri, i trentamila postelegrafonici, le ventisettemila Guardie di finanza, i centoquarantamila carabinieri, i trecentocinquemila agenti di polizia, i centoventimila maestri, tra maschi e femmine, i piú di dodicimila professori di [università] Università e di [scuola] Scuola media, i quindicimila magistrati, cancellieri e altri, e altre categorie di questa specie, laonde per cui, la burocrazia, la vera burocrazia [,] è definita da me la burocrazia [quella] che può [in qualche modo] influire [sulle direttive politiche] sulla direzione politica ed [economiche] economica dello Stato.

Quella è la vera burocrazia. [Allora] E allora la burocrazia si limita [a poche decina di persone.] ai Direttori generali dei Ministeri. I direttori generali dei ministeri possono effettivamente influire [sull’] sopra l amministrazione dello Stato [ed è nelle loro attribuzioni il farlo, poiché essi rappresentano una “continuità”].

Si tratta di uomini assai preparati per quanto riguarda la materia: lo dimostra il fatto che alti funzionari dello Stato sono molto desiderati dai privati. , perché possono determinare le leggi, mettere nelle leggi qualche volta dei piccoli articoli che sembrano anodini, ma che sono fatti apposta per aprire un varco in certe situazioni economiche, talvolta, per certi individui isolati.

S’è dato questo caso. I Direttori generali, quanti sono? Saranno cinquanta o sessanta: supponiamo siano anche settanta. Ora, questi Direttori generali adesso saranno sottoposti ad un vaglio in seguito alla [La] legge votata dall’ultimo Consiglio dei ministri, che permette ai singoli ministri di allontanare i direttori generali che non sono all’altezza del loro compito. [Credo che non siano molti.]

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Quanto al resto della burocrazia italiana, io che sono il capo di questa burocrazia e che mi reputo uno degli impiegati piú diligenti dello Stato – pensate che in ventun anni non ho mai smarrito una [qualsiasi, anche insignificante] pratica, [dico] mai, e alla sera il mio tavolo è sgombro di pratiche – io impiego molto il telefono.

[Quando] E quando voglio sapere quanti proiettori sono [già] stati costruiti, la vecchia moda mi consiglierebbe di scrivere una lettera al prefetto, il quale farebbe una lettera al direttore della [fabbrica] “Galileo”, il quale risponderebbe con una lettera al prefetto, che mi manderebbe copia di questa lettera. Io telefono, qualche volta direttamente al direttore della [fabbrica] Galileo, qualche volta al prefetto dandogli [il] un’ora di tempo [strettamente necessario] per [informarsi] informarmi. [e rispondere.]

Ciò è semplice. Faccio una piccola annotazione in un libro: telefonato, ecc. Si carteggia ancora troppo nella burocrazia italiana. [C’è] E c’è un “gusto del carteggio”, per cui qualche volta si carteggia dal piano due al piano tre, qualche volta dalla stanza vicina all’altra stanza attigua. [Qualche] E qualche volta questi carteggiatori ci mettono un impegno veramente commendevole nel sostenere la loro tesi con richiami a leggi che vanno [talora molto a ritroso nel tempo.] qualche volta fino al 1865 e qualche volta piú in là.

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Tutto ciò è abbastanza superfluo e tutto ciò deve finire. Bisogna che la burocrazia, per essere veloce, si giovi dei mezzi moderni veloci che la tecnica e la scienza abbondantemente ci offrono. [Si deve però aggiungere che] Ma, a parte questo, la burocrazia italiana è una delle meno numerose fra [quelle di] tutte le nazioni.

È la [meno retribuita] È la peggio pagata, è la piú onesta ed è quella che trova [una troppo scarsa] la piú difficil collaborazione nel pubblico. Perché il [Il] pubblico, essendo ancora abituato con [reminiscenze] richiami [storiche] storici alle vecchie burocrazie degli Stati stranieri, [deve aggiornarsi e] crede di trovarsi sempre di fronte a un nemico, mentre viceversa deve pensare che si trova di fronte a un servitore dello Stato, a un collaboratore del regime.

Benito Mussolini

La burocrazia in questi ultimi tempi è stata innervata con elementi giovani; tuttavia una riforma si imporrà, per [renderla] rendere questa burocrazia piú scorrevole, piú [rapida] veloce, piú rapida nelle sue decisioni; e, quantunque non sia sempre necessario, per abituarla [in tutti gli scalini] ad avere la massima cortesia e la piú lunga pazienza nei confronti del pubblico, specialmente del pubblico minuto, specialmente del popolino, il quale non conosce le leggi, [e] non ha il tempo evidentemente per leggerle [,] , e non le comprenderebbe. Quindi si [Si] deve applicare [universalmente] una formula che io proclamai una volta a Napoli: “Ascoltare con pazienza e operare con giustizia”.

“[6. -] La repressione, con ogni mezzo, del mercato nero [,] – fenomeno comune a tutti i paesi in guerra [,] – ma addirittura incompatibile con l’etica fascista [“], [eccetera] ecc.”

Questo è sacrosanto. Tuttavia, quantunque io abbia dato ordini molto severi ai Carabinieri – fra poco vi leggerò il “mattinale” di questa mattina, – perché mi è intollerabile leggere in un giornale la motivazione in una medaglia d’oro e poi leggere sotto che un multimilionario si è fatto scoprire con sessantatre forme di formaggio parmigiano (gli farò dare almeno sessantatre mesi di reclusione); di leggere, per esempio, la motivazione di quei due magnifici fratelli di Napoli che veramente sono eroi – e quando si dice eroi in questo caso non si esagera – e poi di leggere sotto che un multimilionario va a fare l’attendente di un Tenente, per sfuggire al servizio militare, veramente si scende dalle stelle al piú profondo abisso. Ma questa è la necessità della guerra: far vedere il contenuto interno delle Nazioni.

Dicevo, dunque, che questo mercato [cosiddetto] nero [è] ha già [oggi sottoposto a] adesso una fiera persecuzione. [Questa] Ma questa persecuzione sarà assolutamente draconiana il giorno in cui [mi riesca di aumentare] io aumenterò le razioni , le tre razioni fondamentali: pane, pasta e grassi. Allora ci [Ci] sarà [allora] una concomitanza di interessi: quelli che vorrebbero speculare sottraendo [generi] roba all’ammasso, penseranno che non ci sarà piú tanta richiesta, perché la razione sarà sufficiente, e quelli della razione sufficiente non saranno portati a qualunque costo a rifornirsi nelle zone b e c.

La zona a è quella [tesserata,] controllata. [la] La zona b è quella contingentata piú o meno [,] . [la] L zona c è quella del mercato libero clandestino. Tutte le mattine ricevo il [Il] “mattinale” dei carabinieri, i quali hanno il compito di [agire] fare in questa lotta, [mi informa quotidianamente] e tutte le mattine ricevo dieci pagine. Si direbbe che in Italia la mania di trafficare in tutto e per tutto è veramente diventata, vorrei dire, irresistibile. Le carceri sono stipate; non sappiamo piú dove mettere i contravventori; e l’intelligenza di questi contrabbandieri trova materia di commercio in ogni genere.

È una lettura noiosa, però vi dà il quadro della situazione, che bisogna conoscere. A Castellammare di Stabia, sequestrati 264 chili di patate; denunciate cinque persone per acquisti clandestini. (Qui si applica già la richiesta del Partito di punire anche coloro che acquistano. In genere sono quelli che hanno molti quattrini. La povera gente non può acquistare che piccole quantità: quelli che hanno quattrini acquistano cose numerose e anche voluminose).

A San Pietro in Vincoli, di Ravenna, l’Arma ha denunciato Serafino Massi per acquisto clandestino di 65 chili di grano, 68 di farina, 8 litri di olio. A Vermigliano di Potenza, macellazione clandestina. Sempre a Potenza, detenzione illecita di sei paia di scarpe di gomma, tre rocchetti di filo, chilogrammi due A Vercelli, undici persone denunziate per acquisto clandestino di chilogrammi 116 di riso, detenzione illecita di undici chili di olio; 488 uova sequestrate. Macellazione clandestina di un vitello, a Celano. Vendita di pasta a prezzi maggiorati a Campo Tures, Bolzano. Altra carne macellata clandestinamente a Candido, provincia di Avellino. Santa Eufemia della Fonte, Brescia: macellazione clandestina di un vitello e sequestrati centoventi chili di carne.

A Cervia, macellazione clandestina di un bovino. A Pontecorvo (Frosinone), olio, lardo, ecc. A Brescia, la signora Apostoli Maria (evidentemente il suo apostolato non è quello di Cristo) vendeva spago a prezzo maggiorato. (Voi sapete che una delle difficoltà della trebbiatura è proprio questo spago che manca. Questa signora ne aveva quattro quintali). A San Felice, macellazione clandestina; 133 chili di carne sequestrati. A Foggia, persone arrestate per avere comprato 520 uova.

Qui, per esempio, il signor Mastroianni Ferdinando, pensate che ha fatto commercio di 560 chili di anidride fosforosa, di cento chilogrammi di nitrato di calcio e poi di novecento chilogrammi di zolfo, e ancora di 940 chilogrammi di zolfo. (Lo zolfo adesso è molto ricercato perché deve salvare la vite da una certa malattia che i competenti conoscono bene). Le solite uova e 135 metri di stoffa ad Aniello. A Diana Marina, olio, sette quintali di orzo, 180 chilogrammi di carne, fave, farina di frumento, 22 chili di ceci, 57 di fichi secchi. Poi a Patti di Messina uno ha fatto un forte stock di fiammiferi e sigarette.

A Rho, macellato un vitello clandestinamente, ecc. ecc. Nella provincia di Catanzaro hanno ucciso ben diciotto bovini clandestinamente. (In Germania taglierebbero la testa a tutti). A Mestre, sequestrati 87 chilogrammi di farina, cinquanta di farina e 384 di granturco. Un signore di Gioia Tauro ha acquistato clandestinamente ventisette chili di sapone. (Questo è un uomo che tiene molto alla sua pulizia personale). A Brisighella (tutta l’Italia c’è rappresentata). Desio, Santa Croce del Sannio, Magliate di Novara, macellazione clandestina di un bovino, poi sequestrati cinquanta chilogrammi di carne, 65 di riso, ecc. A Cittadella di Padova, Galliera Veneta, ecc. macellazione clandestina. (La Valle del Po si distingue per macellazione clandestina).

A Riccione, sedici litri di olio, venti chili di farina di grano, ecc. Padova, Nicastro, Aosta: uno ha sottratto al consumo, 55 chili di acciughe, e a Savignano sul Manaro, un agricoltore deteneva cinque quintali fra farina e grano. A Formia, Littoria, uno aveva undici chili di tomaie. A Faenza c’è un forte commercio clandestino di solfato di rame; sequestrati cinquanta chilogrammi di rottami, cinque damigiane di acidi e quattro quintali di solfato di rame.

A Caserta un tale, insieme con altri tre commercianti del luogo, aveva 46 chili di suole, ventisei tomaie e 544 paia di scarpe. (Ora voi sapete, vivendo nel Paese, come il problema delle scarpe sia uno dei piú penosi specialmente per le masse rurali). E cosí via di seguito. Tutti i giorni ho questo “mattinale” dei Carabinieri, e tutti i giorni è da dieci ad undici pagine. Tutte le merci sequestrate sono assegnate all’ammasso o alle mense aziendali o ai paceri dei comuni.

[Quando] Ora, quando avremo aumentato le razioni fondamentali, e questo dimostra che si può aumentare, allora effettivamente si troverà il modo di andare a fare il controllo su tutto e su tutti. Nell’interesse di tutti. Nell’interesse anche di coloro che temono di morire di fame e si fanno delle abbondanti provviste e riserve. [Bisognerebbe] Bisogna dire a questi signori: “Non [lo] fate questo. Siate intelligenti [“.] , perché a un certo momento, quando il Popolo si troverà in difficoltà, verrà lui a sfondarvi le cantine, a frugarvi nei solai.

Ricordate il 1920, quando la massa ha fatto quei movimenti per cui tutti i negozi che prima volevano fare dei grandi affari, avevano messo dei cartelli: “Si vende col cinquanta per cento di ribasso”. La paura cominciava a funzionare. Ripeto che questa lotta contro il mercato nero avrà un dato positivo: aumento delle razioni fondamentali, e un lato negativo, [e cioè] che sarà veramente una torchiatura fenomenale, con pene [ancora] molto piú severe di quelle già abbastanza severe [oggi vigenti] che ci sono oggi

“[7. -] Il piú severo controllo e [,] – se del caso [,] – la chiusura dei grandi alberghi, delle pensioni e dei ristoranti di lusso [“], [eccetera] ecc.”.

Sono favorevolissimo alla chiusura di questi alberghi di lusso, dove questi sfollati e queste sfollate dànno spesso scandalo, e va a finire che mi corrompono anche la psicologia sana del villaggio. Esempi. L’altro giorno – come voi sapete, io leggo molto attentamente i giornali della provincia, nelle pagine interne, non nelle prime, perché nelle prime ci sono i soliti telegrammi – ho visto che le signore sfollate di Rapallo hanno organizzato una partita di “golf” con ben ventidue buche.

Benito Mussolini tira di scherma

Ciò è di un interesse enorme. Pensate: ventidue buche! Ecco i casi in cui bisognerebbe adoperare la frusta. Voi direte che ciò è barbarico. No. Non è barbarico, è democratico. Ciò è inglese. Siccome ci sono molti inglesofili, troppi, è opportuno ricordare che la frusta è assai in voga in Inghilterra, e quando alla Camera dei Comuni si discusse su questo argomento, e si disse che ciò era inumano, crudele, medioevale, il Ministro degli interni (allora potevo dire il mio collega) disse energicamente:

“No, signori, noi continueremo ad adoperare il “gatto dalle sette code”, perché ci sono degli individui che sono soltanto a questo rimedio particolarmente sensibili e correggibili”.

Ora, le signore che si dilettano dei “golf” con ventidue buche, meriterebbero di essere [mandate e saranno mandate a lavorare nelle fabbriche o nei campi] frustate nelle parti dove “non è che luca”, come direbbe il cittadino Dante. Questi sono veramente i casi classici di quella che io chiamo la sfasatura cretina, della gente che è infelice se non può giuocare a pinnacolo. E qui [torniamo] siamo sempre al punto di prima, siamo sempre al punto della borghesia.

Sempre si discute di questa borghesia [cioè di coloro che hanno molta “facoltà” di spendere.]. Questa gente scioperata, questa gente scervellata, questi giocatori, questi fannulloni, questi baioccosi che adesso sono veramente sventurati perché non hanno piú tre automobili, non possono andare a Montecarlo, non possono prendersi tutte le facilità e facoltà della vita cosí come sono consentite da una abbondante disposizione di denaro.

[Comunque si possono tranquillamente chiudere] Ora, questi alberghi di lusso [.] li chiuderemo. Voglio dirvi ancora una cosa. A me quest’industria del forestiero non piace affatto. Non voglio dire che si debbano dare dei calci negli stinchi a coloro che venivano o a coloro che verranno, ma di tutte le industrie è quella che mi è la meno simpatica. In fondo, è un’industria servile e abitua a delle generazioni di servitori.

Credo che dopo la guerra adotteremo altri criteri. Comunque, adesso si possono tranquillamente chiudere quelli alberghi di lusso, perché la Nazione non può permettersi questo lusso di avere degli alberghi dove la gente anche con la sola presenza è motivo di scandalo. Cosí pure tutte le sartorie maschili e femminili di lusso, [eccetera] ecc. Ora noi Noi qui siamo ancora ad un regime di molta [larghezza] latitudine. Il nuovo governo dell’Argentina , che è piuttosto favorevole a noi, ha già decretato l’abito unico. L’Inghilterra ha stabilito che le donne non possono scegliere [per i loro abiti] che fra tre colori.

E il cittadino Roosevelt ha ordinato un ulteriore raccorciamento delle camicie da uomo. Si suppone che riusciranno a coprire l’ombelico. Pensare ora: i [L’] Italia [è] non siamo ancora [oggi] riusciti a tanto, ma dobbiamo riuscirvi, anche se per avventura, quelle famose squadre che a un certo momento sorgeranno, dovranno andare a frugare nei guardaroba maschili e femminili, e troveranno molto. L’Italia è il paese [che] piú elegante del mondo ed ha la gente meglio vestita di tutti i paesi del mondo [:] ; dove non è mai stato possibile fare grandi fabbriche per vestiti a serie, perché ognuno vuole il suo sarto . [particolare. Bisognerà smobilitare i troppo ancora forniti guardaroba femminili e maschili. Si potranno realizzare tessili per alcune classi] Allora si vedrà che noi potremo vestire alcuni milioni di soldati.

Ora, tutto questo è assolutamente un’irrisione a quella che è la vita dura di molti italiani, di quelli che volano, di quelli che navigano nei sottomarini, o di quelli che stanno nell’artiglieria contraerea, sotto il fuoco dei bombardamenti.

“[8. -] Rimpatrio [di tutti gli] degli stranieri” eccetera.

Gli stranieri in Italia erano centodiecimila, dei quali molti sono stati rimpatriati. Altri sono stati “concentrati”. Purtroppo ci sono molte straniere, molte mogli straniere di italiani, e molte volte questi italiani, che pure avevano venti milioni di donne, alcune delle quali bellissime, a disposizione, fra le quali potevano scegliere fior da fiore, sono andati a sposare le americane, le inglesi, le africane, ecc. ecc. Ce ne sono tante anche a Roma. Questo è deplorevole. Adesso è finita questa cosa, perché il caso degli ultimi otto funzionari che ho autorizzato a sposare delle straniere, risale a un anno fa.

Ognuno di essi aveva dei motivi specialissimi, naturalmente. Specialmente nella diplomazia. Si dice: perché stavano all’estero ci sono stati molti di questi matrimoni. E si è visto una cosa: che nel momento della guerra questi matrimoni non sono felici. (Uso un’espressione eufemistica, piuttosto blanda). Perché ognuno si sente della sua razza, e l’uomo pensa da italiano e la moglie pensa da inglese o da americana o da francese o da quella che è.

Ora bisogna [Bisogna] che i Federali nelle Provincie siano vigilanti per quello che riguarda non solo gli stranieri, ma il trattamento fatto ai prigionieri. Perché in [In] taluni casi il trattamento dei prigionieri è semplicemente piú che deplorevole , miserabile.

Ora, tutti [Tutti] quelli che ritornano dalla prigionia, questi primi seimila che sono ritornati dalla prigionia, fanno dei racconti [raccontano cose] veramente raccapriccianti per quello che riguarda la perfidia, la crudeltà manierata degli inglesi, che sono rimasti, malgrado la loro vernice esteriore, un popolo di briganti, un popolo che ha conquistato il mondo col terrore, col ferro e col fuoco, che ha distrutto intere popolazioni di milioni e milioni di uomini, che ha imposto alla Cina di consumare l’oppio, che ha fatto una guerra per imporre al governo della Cina l’uso dell’oppio, perché l’Inghilterra produceva oppio e intendeva avere un mercato sul quale questo oppio dovesse essere smerciato. [che ha debilitato fino all’abbrutimento un quarto del genere umano.]

Ora, vedere gli italiani che offrono delle sigarette ai prigionieri, vedere delle italiane che offrono delle frutta, è uno spettacolo che merita anch’esso la frusta. Gli inglesi devono essere trattati duramente. E, del resto, quelli che sono. [È sintomatico che ufficiali] ritornati dalla prigionia mi hanno chiesto una sola cosa: di fare essi i direttori dei campi di concentramento di prigionieri.

Anche [L’] l’ ultima parte di questo [dell’] indirizzo che concerne il lavoro obbligatorio. [.] è assolutamente esatta. Bisogna sfruttare tutto il materiale umano della nazione. Finora non [lo si è fatto] non è stato sfruttato in pieno. Si sono fatti dei tentativ [Tentativi] piú o meno riusciti, ma per quello che riguarda gli ebrei, per esempio, non si è fatto un gran che. [È chiaro che dobbiamo procedere energicamente su questa strada mobilitando tutte le energie maschili e femminili.

Questo si è fatto in tutti i paesi del mondo, con misure molto piú drastiche e draconiane di quelle che noi sin qui, dico sin qui, abbiamo adottato. Un bel giorno tutti i romani videro per la prima volta gli abitatori del ghetto lavorare sulle sponde del Tevere. Si fecero anche delle fotografie. Tutto ciò era molto interessante. Poi non si è saputo piú nulla. Adesso bisognerà fare la mobilitazione totalitaria di questa gente, compresi gli avvocati, compresi i medici.

Vuol dire che i medici faranno i medici del Battaglione ebreo che lavora, supponiamo, a fare la ferrovia di Pietra… E gli avvocati potranno dipanare i litigi che avverranno fra queste masse, le quali, quando sono fra loro si detestano, ma quando si tratta di fare un fronte unico contro i “goim”, allora sono veramente un fronte unico, notevole per resistenza e tenacia.

Benito Mussolini

Cosí anche tutti questi individui che sono per le piazze e le strade. Io ho costituito una commissione a Roma, composta di ufficiali mutilati, che ha già fatto delle retate notevoli. Però bisogna sapere che molte volte si tratta di combattenti, di gente in licenza, di impiegati, di agenti, per cui non bisogna prendere sempre a paragone un aspetto particolare del fenomeno.

Cosí pure è giusto che tutti i fascisti siano impegnati a creare quella ch’io l’anno scorso definii “l’atmosfera dell’ammasso”. Noi abbiamo Abbiamo bisogno [del conferimento totale all’] dell’ ammasso, perché, ripeto, voglio aumentare le razioni.

Le masse operaie. [Le sospensioni, talune di brevissima durata, del lavoro] I movimenti all’infuori di quei piccoli del marzo , [scorso furono sporadiche e a fondo economico. Ogni tentativo di tramutarle in “politiche” fallí nella maniera piú ridicola e pietosa. All’invito “clandestino” di dimostrazioni in piazza, nessuno, dico nessuno, rispose.]

Hitler e Mussolini

Le [classi] masse operaie [sono in linea col resto della nazione]. I movimenti all’infuori di quei piccoli del marzo, che forse non era 0 caso di ricordare al Senato con solennità, perché questi movimenti si limitarono a due città, Torino e Milano, e in queste città furono movimenti di carattere prevalentemente economico, non interessarono la totalità delle maestranze. Ci fu un’insinuazione, diremo cosí, un’immissione di elementi comunisti: ma questi avevano invitato gli operai a scendere in Piazza Castello, a Torino, e in Piazza del Duomo, a Milano, per protestare contro la guerra. Ma non uno si è mostrato.

Per cui le classi operaie, in fondo, si portano bene. E credo [Credo] che un nuovo impulso alla vita sindacale convincerà gli operai che veramente il regime fascista è il miglior regime che essi si possono attendere in qualsiasi parte del mondo [.] , in qualsiasi epoca del mondo contemporaneo.

A [tal] questo proposito [è bene che i dirigenti] bisogna che tutti i gerarchi dei sindacati vivano fra gli operai, non “sopra” gli operai, [bensí “tra” gli operai], non disdegnando i [piú frequenti] contatti con gli operai. I quali, del resto, quando non siano [viziati] fuorviati dalle chimere bolsceviche, sono delle [bravissime] brave persone, educate, tranquille e che chiedono soltanto di [essere apprezzate nella loro fatica e informate.] sapere come vanno le cose e di essere convinti.

Anche l’appello agli scienziati e professori è giusto. Bisogna riconoscere che questo mondo intellettuale fino ad oggi si è dilettato in questioni di carattere assolutamente effimero. Si è battagliato sull’ermetismo; poi adesso si battaglia sull’esistenzialismo. Poi c’è adesso una nuova forma di attività cerebrale che si chiama primitivismo e che è l’unica che ha una certa consistenza, nel senso che la civiltà del capitalismo ci ha abituato a troppi comodi, per cui un ritorno ad una vita primitiva e dura, può essere utile ai fini della razza.

Giuseppe Tallarico

Del resto, Tallarico, che è un biologo e del quale voi certamente leggerete o leggete gli scritti, dice che per rinforzare il grano della valle del Po, bisogna portarlo nei climi dell’Aspromonte, cioè in condizioni particolarmente difficili, perché quel seme che si salverà, portato nella valle del Po, darà dei raccolti veramente fecondi. Ciò è un bagno in una vita piú dura, che può essere selezionante. Chi ce la fa, vive; chi non ce la fa, muore; e quindi sopravvivono i migliori.

Ora, questi scienziati, professori, letterati, si sono ritirati un poco sull’Aventino e hanno avuto l’aria di non interessarsi della guerra, forse perché era lontana. Oggi c’è stata la prima manifestazione della intellettualità italiana, col discorso di Giovanni Gentile, che ha avuto un grande, meritato successo. È stato un discorso coraggioso, che dimostra come il professore e filosofo Gentile sia un fascista di vecchia data, coraggioso, che assume le sue responsabilità in qualsiasi momento.

Per quello che riguarda la gioventú, la mozione del Direttorio mi trova naturalmente consenziente. Io sono [sempre] d’avviso che bisogna fare largo ai giovani. E altra volta ho detto che il segno infallibile di una senilità incipiente è la gelosia [veramente assurda] verso i giovani. Bisogna fare largo ai giovani ; [,] ma non a quelli che [lo] sono giovani soltanto per il fatto dell’anagrafe. [Posto ai] Ai giovani, che oltre ad essere giovani, cioè oltre al fatto di essere nella migliore [e fugace] stagione della vita, hanno anche delle qualità intrinseche. [È chiaro che] Perché se un uomo a diciotto anni è uno stupido, la sua situazione è aggravata dal fatto che ha diciotto anni [e che rimarrà stupido per altri cinquanta.]

È mia convinzione che l’indirizzo impresso al Partito [farà] sarà molto utile per convincere i [dei] giovani ad essere i nostri continuatori. Perchè è questo Questo che noi dobbiamo volere. L’ho detto in piazza a Milano nel 1936. Cioè ad un certo momento, noi Noi dobbiamo essere orgogliosi , [e] felici di consegnare i nostri labari ai giovani, perché solo in questo modo, da generazione in generazione, la rivoluzione continua. [si arricchisce di nuove, intatte, entusiastiche energie].

E sono [Sono] molto lieto di constatare che anche nelle nomine dei federali di oggi , moltissimi sono delle classi che vanno tra il 1905 e il 1915, cioè uomini che hanno ventotto e trent’anni.

Ora c’è la questione che mi è stata sottoposta dal segretario del Partito e che si riallaccia a questo problema: la questione della “guardia ai labari”. Questa “guardia ai labari” non può [costituire] essere un doppione , non poteva essere un doppione della Milizia, perché la Milizia è [stata ed è] veramente la guardia armata della rivoluzione. La Milizia merita tutta l’ammirazione e tutto l’amore del [popolo] Popol italiano. La Milizia in tutti i campi di battaglia dove è stata portata, si è letteralmente coperta di gloria.

Gli stessi generali hanno dovuto riconoscere che in Russia talune posizioni furono salvate dall’intervento delle Camicie Nere. E gli stessi tedeschi, che come soldati sono degli eccellenti soldati, a parte le loro qualità, avevano il piú grande rispetto per gli alpini, i bersaglieri e le Camicie Nere. La Milizia oggi ha centinaia di migliaia di uomini , [;] ha dei battaglioni “M” [,] che sono lo specchio, dovrebbero essere lo specchio per tutti; ha una divisione corazzata [, il cui armamento ci è stato fornito, in forma di solidale simpatia, dalle “S.S.” germaniche.] (probabilmente entro l’anno ne avrà una seconda).

È un dono che ci hanno fatto le S.S. tedesche: carri armati potenti, cannoni potentissimi. E credo che quando questa Divisione motocorazzata sfilerà per le strade di Roma per andare verso il Mezzogiorno, susciterà in quanti la vedranno sfilare un sentimento composto di profonda ammirazione e di reverenziale timore. Ragion per cui la Milizia non può avere un organismo numero due.

E allora, anche [Anche] per evitare questioni [annesse e connesse,] di equiparamento di gradi, ecc., ho deciso – e il camerata Scorza ritiene che questa sia una soluzione molto opportuna, – che la “guardia ai labari” [sia] sarà affidata ai giovani, [cioè] sarà affidata alla [Gioventú Italiana del Littorio.] GIL. [Si tratta di] Perché è una guardia [ideale] simbolica. Sono gli anziani che già adesso vedono in questo fatto una [perennità] continuazione.

Saranno, quindi, cento-centocinquantamila giovani, i quali, comandati da uno squadrista della [vigilia] vecchia guardia, avranno questo compito, che certamente, [ne] – io sono convinto, – ne esalterà [il loro] l’ orgoglio e ne sublimerà la [loro] fede. Questi giovani dovranno essere scelti molto bene, anche dal punto di vista fisico. Gli squadristi dovranno essere squadristi della prima ora, che abbiano ancora combattuto, mutilati, decorati, gente di fede cristallina e [certissima] sicurissima.

Tutti gli uomini del Partito, tutte le gerarchie del Partito devono essere convinti [,] – e devono fare di questa convinzione vangelo per tutto il popolo italiano [,] – che in questa guerra non ci sono alternative [,] : non c’è un “o” [e] o un “oppure”. Questa è una guerra che non ammette che una strada: continuarla fino alla vittoria. O si vince, come io credo fermissimamente, [insieme coi camerati dell’Asse e del Tripartito,] o altrimenti l’Italia avrà una pace di disonore, che la respingerà al quarto o al quinto posto come potenza.

Non piú tardi di questa mattina leggevo [in] un articolo di una rivista inglese [questa frase] che diceva: “L’Inghilterra deve dominare il Mediterraneo. Non sarà piú permesso all’Italia di contare in qualsiasi modo come potenza militare”.

[Chi crede o finge di credere alle suggestioni del nemico, con relativa guerra dei nervi,] Ognuno deve essere convinto che chi parla di pace piú o meno separata è un criminale, è un traditore, è un bastardo. Perché la La pace separata significa capitolazione; la capitolazione significa il disonore e la catastrofe. Perché la La prima [logica] cosa che il nemico farebbe sarebbe quella di disarmare l’Italia, fino ai fucili da caccia, lasciando all’Italia soltanto delle polizie municipali.

Sarebbe la distruzione di tutte le industrie, perché, non avendo piú noi [la facoltà] necessità di [armarci] armamenti, è chiaro che tutta l’industria siderurgica, metallurgica, meccanica, sarebbe soppressa. Sarebbe la fine anche dell’industria meccanica dell’automobilismo. Ford [fece] ha [già] fatto due tentativi di venire in Italia [:] , una volta [voleva piantare le sue tende] a Livorno e un’altra volta a Trieste. [Tentativi vani.

I nemici] Costoro ci lascerebbero gli occhi per piangere. Non è escluso che ci porterebbero via anche tutti i tesori artistici, per pagarsi. È del resto già avvenuto molte volte nella storia che i conquistatori hanno depredato l’Italia [,] : non escluso Napoleone. Si ricordò di essere italiano, il Còrso, forse un po’ troppo tardi. La stessa agricoltura sarebbe sacrificata, perché i grandi produttori cerealicoli del Nord – America direbbero: “Voi fate [La vostra è] un’agricoltura antieconomica; vi daremo noi il grano. Voi potrete coltivare soltanto degli ortaggi ” [facilmente deperibili”].

Allora non rimarrebbe all’ [L’]Italia [tornerebbe ad essere come la preferirono sempre i suoi secolari nemici: una semplice espressione geografica.] che di essere un Paese cantastorie, di suonatori, di camerieri, di operai adibiti alle industrie di lusso, merletti, pizzi. Io mi rifiuto di pensare che ci siano degli italiani, degni di questo nome, che [possono] possano prospettarsi una cosa di questo genere senza sentirsi sprofondati nella piú ontosa delle umiliazioni e delle vergogne.

Propaganda colonialista. Quaderno “Il nuovo impero italiano”

Ci sono dei dubitosi, e non bisogna meravigliarsi. Cristo non ebbe che dodici discepoli, e se li era coltivati durante tre anni, [con una predicazione sovrumana] attraverso le colline riarse della Palestina. Eppure [,] nell’ora della prova, uno lo tradí per trenta denari, un altro lo rinnegò tre volte, e [alcuni altri] tutti erano piuttosto incerti. Non c’è dunque da stupirsi se vi sono dei dubitanti. A questi dubitanti bisogna dire [che] alcune cose. questa guerra ha degli sviluppi che non possono essere preveduti [,] .

Ha degli sviluppi di natura politica [,] che sono in gestazione. Si può dubitare della solidità interna degli Stati Uniti. Il iq di questo mese, al Consiglio dei Ministri, dissi che la composizione sociale degli Stati Uniti è tale che domani potrebbe saltare. Quattro giorni dopo c’è stata la rivolta [I massacri] dei negri a Detroit . dimostrano che E quindi la famosa Carta atlantica è diventata una di quelle carte [carta. Voleva] Volevano l’eguaglianza delle razze. Ora si [Si] è visto che l’americano bianco ha una insofferenza fisica, irresistibile, [inguaribile] profonda per il negro. [I]

E credo che i negri [stessi, dopo la carneficina di Detroit,] si saranno convinti che le promesse di Roosevelt sono [menzognere] fallaci. [Chandra Bose, che non digiuna, è alle porte dell’India.] Vi sono i punti interrogativi dell’India, dell’Oriente. E finalmente, il [Il] nemico “deve” giocare una carta. Ha troppo proclamato che bisogna invadere il continente. Lo dovrà tentare, questo, perché altrimenti sarebbe sconfitto prima ancora di avere combattuto. Ma questa è una carta che non si può ripetere. Fu concesso a Cesare di invadere per la seconda volta la Britannia, dopo che un naufragio gli aveva disperso i legni coi quali aveva tentato la prima invasione.

E [ancora] bisogna distinguere ancora tra “sbarco”, che è sempre possibile, “penetrazione”, e, finalmente, “invasione”. È del tutto chiaro che se questo tentativo fallirà, come è mia convinzione [,] che fallirà, il nemico non avrà piú altre carte da giocare . [per battere il Tripartito. Giudica male gli sviluppi di questa guerra, colui che si ferma agli episodi.] E allora potrebbe anche darsi che qualcuno che oggi si è fatto abbondantemente scannare per la plutocrazia anglo-americana, trovasse che oramai il gioco non vale piú la candela. Ci sono quindi ancora nel nostro giuoco molte carte, molte possibilità.

Ma soprattutto, quello che deve essere nel nostro giuoco è la decisione. Bisogna che il popolo italiano faccia blocco. Bisogna che il [Il popolo] popolo italiano [è ormai convinto] si convinca che è questione di vita o di morte. Bisogna che non appena [il nemico] questa gente tenterà di sbarcare, sia [congelato] congelata su quella linea che i marinai chiamano “del bagnasciuga”, la linea della sabbia, dove l’acqua finisce e comincia la [terra] sabbia.

[Se] E se per avventura dovessero penetrare, bisogna che le forze di riserva [,] – che ci sono [,] – si precipitino [sugli sbarcati] su questi individui, annientandoli sino all’ultimo uomo. Di modo che si possa dire che essi hanno occupato un lembo della nostra [patria] Patria, ma l’hanno occupato rimanendo per sempre in posizione orizzontale, non in posizione verticale.

Ora il [Il] dovere dei fascisti è questo: dare questa sensazione, [e] dare, piú che [una] questa speranza, [la] questa certezza assoluta, [dovuta ad una] soprattutto questa decisione ferrea, incrollabile, [decisa,] granitica. Bisogna far sentire anche alle Forze Armate che questo è il volere del Popolo. Le Forze Armate non possono certamente essere da meno delle popolazioni civili che resistono a bombardamenti terribili, e dicono: “C’è la guerra”. Ormai le vittime dei bombardamenti sono numerose; sono forse ormai, penso, tra 15 o 20 mila. È il Popolo che sopporta la guerra.

Cosí il Partito si avvia ad adempiere la sua funzione [, in questo formidabile momento]. Il Partito [,] che è mia creatura, che amo e difendo, della quale sono geloso. In questo periodo il Partito deve essere piú che mai il motore di tutta la vita della nazione, il sangue che circola, l’aculeo che sprona, la campana che batte, l’esempio costante. L’esempio. Perché non [Non] vi è alcuna cosa al mondo che possa superare in efficacia l’esempio.

Stare in mezzo al popolo, assisterlo [,] : perché il popolo merita di essere assistito. Parlargli il linguaggio della verità. E tener duro. Tener duro, perché questo è voluto dall’onore. Coloro che oggi ci lusingano, o ci mandano dei messaggi tra [ingiuriosi] infami e ridicoli, ove domani noi [cedessimo] avessimo ceduto alle loro lusinghe false, ci farebbero un sorriso cortese, ma nel loro interno ci disprezzerebbero. Direbbero: “Veramente questi italiani non sono capaci di resistere fino alle dodici. Alle undici e tre quarti mollano”.

Questo per quanto riguarda l’onore, al quale dobbiamo tenere in sommo grado. Poi ci sono gli interessi [supremi della nazione e la conquista di una vittoriosa pace che dia all’Italia, da trent’anni in guerra guerreggiata, la calma e i mezzi per assolvere la sua storica missione che la impegnerà per il resto del secolo.]. Che nessuno pensi che una pace separata ci risparmierebbe dei bombardamenti. Diventeremmo un campo di battaglia. Tutti coloro che fanno questi discorsi sono fuori della realtà, sono anti-fascisti in malafede, sono esseri perniciosi, e come tali vanno eliminati.

Cosí il Partito, io credo, sotto la guida del camerata Scorza, sarà veramente all’altezza dei suoi compiti in quest’ora veramente solenne, di una importanza storica enorme, in quest’ora che decide almeno per tutto il secolo ventesimo il destino del Popolo italiano. Bisogna che tutti i fascisti siano i denunziatori di tutto ciò che non va nella vita della Nazione, dei denunziatori di tutti i disfattisti. Bisogna ottenere questo, che è un servigio. Bisogna superare certi stati d’animo negativi.

In ventun anni non ho trovato che due questori che venivano dal Fascismo: troppo pochi. Nei Regimi rivoluzionari, il servire il Regime anche nel campo della Polizia, soprattutto nel campo della Polizia, è considerato il massimo onore. Cosí si viene a creare nel Paese un’atmosfera ferma, decisa, vibrante.

E coloro che dicono che non ci sono entusiasmi, hanno avuto da noi una risposta. Però è chiaro che il giorno in cui noi riuscissimo a massacrare letteralmente i primi violatori del suolo di questa nostra cara, grande Italia, quel giorno gli italiani, anche se non esponessero le bandiere, esprimerebbero un entusiasmo profondo.

Fate sentire a tutti queste mie parole. Il discorso può rimanere inedito. (Rivolgendosi agli stenografi). Stenografi: non credo sia necessario dare alle cronache tutto quello che io dico. Dispensatevi da questa fatica: tanto io straccerò le vostre cartelle. Non è sempre necessario di avere gli scritti. Uno dei discorsi che ha avuto, diciamolo pure, il piú grande successo, fu il discorso inedito di Eboli, ai Battaglioni che erano là convenuti, Si sparse in un baleno in tutta Italia. Io dissi allora che avremmo messo in ginocchio il Negus. Infatti, lo mettemmo in ginocchio.

Mussolini, Hitler e Ciano

Cosí voi dovete far sentire, anche se non c’è il testo autentico, ufficiale, corretto in una edizione piú o meno riveduta, far sentire questa mia decisione. E fate in modo che questa decisione irremovibile diventi la decisione di tutto il Partito e di tutto il Popolo italiano.

La polemica [nemica] inglese è veramente stupida quando punta su me, personalmente su me. Questo è [l’eterno sistema] il gioco degli inglesi. Gli inglesi hanno sempre bisogno di concentrare la loro insoddisfazione, i loro [odî] odii sopra una persona . [che essi, falsi cristiani e autentici anticristiani, indicano come l’incarnazione del demonio. Per quello che riguarda la mia responsabilità, la rivendico, naturalmente, in pieno.]

E mi fanno un grandissimo onore. D’altra parte sono fiero di rivendicare la mia totale responsabilità in questa guerra. Un giorno dimostrerò che questa guerra non si poteva, non si doveva evitare, pena il nostro suicidio, pena la nostra declassazione [come potenza degni di storia.

Il nemico, e per me il nemico numero uno è sempre stato ed è l’anglosassone, sta oramai convincendosi che venti anni di regime non sono passati invano nella vita italiana e che è umanamente impossibile cancellarli. I soldati di tutte le Forze Armate sentono la grandezza del momento e dei loro compiti. Il popolo italiano possiede risorse morali ancora intatte. Prevedevano che sarebbe caduto in tre mesi. E in piedi dopo tre anni.

Oggi che il nemico si affaccia ai termini sacri della patria, i quarantasei milioni di italiani, meno trascurabili scorie, sono in potenza e in atto quarantasei milioni di combattenti, che credono nella vittoria perché credono nella forza eterna della patria.] . A un certo punto gli inglesi dovranno convincersi che questa mia volontà, questa mia decisa, assoluta responsabilità, è condivisa in pieno non solo da tutte le Camicie nere d’Italia, ma da tutto il Popolo italiano. E quando questo sia veramente patrimonio dello spirito di tutti, questo sarà elemento se non decisivo, certamente essenziale per la Vittoria.

 

IN COLLABORAZIONE CON:

Enzo Antonio Cicchino

Enzo Antonio Cicchino

Nato a Isernia nel 1956

Vive a Roma.

Matricola Rai 230160.

enzoantoniocicchino@tiscali.it

Autore e regista documentari RAI

ALCUNI LIBRI DI ENZO ANTONIO CICCHINO

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