CIAO MICHELE

di Cornelio Galas

23 agosto 2017

Ed è estenuante. Un’angoscia dopo l’altra. Dire ciao a chi non c’è più – e sono tanti gli amici che se ne vanno – assomiglia ad un falso arrivederci, ad un più verosimile, ma nascosto, addio.

Michele Angiolini, 53 anni, di Riva del Garda. Finito nel buio: proprio lui, che amava tanto il sole, l’aria, il lago di Garda, la vita. L’ho conosciuto, rimproverato, amato, perfino invidiato nella breve parentesi in cui dipendeva dai miei “ordini di servizio” (si fa per dire: erano sempre e solo dei consigli per imparare il mestiere) alla redazione del giornale “l’Adige” di Riva del Garda. Ricordo le sue ironiche risposte, d’estate, sì, più o meno in questo periodo: “Ma perché tocca sempre a me scrivere del livello del Garda che si abbassa?”

La voglia e anche la capacità non gli difettavano. Sì, aveva il cosiddetto physique du rôle, la curiosità che deve sempre guidare il cronista, l’atteggiamento giusto per “entrare” nella comunità e riportarne i problemi. Da quelli piccoli, quasi condominiali, a quelli grandi, gli spazi per i giovani, ad esempio, in quegli anni.

Cos’è successo dopo? Me lo sono sempre chiesto. Così come mi è mancata, sempre, negli anni, la sua presenza, anche fisica, in quella redazione di viale Dante dov’era entrato chiedendo “permesso?”. Aveva commesso degli errori, sicuramente. Magari fidandosi troppo di quelli che reputava amici.

Fatto sta che ne avevamo parlato, una sera, alla Speckstube di Malcesine sul Garda, tra uno stinco, una birra, le patatine. Ed io di lui ho ancora impresso quello che vorrei tanto fosse un video da rivedere. La sua ingenuità. Quel suo inconfondibile modo di sistemarsi i capelli. La sua altrettanto unica risata. Che lasciava però, almeno a me, un retrogusto di tristezza, di malinconia.

Ho conosciuto anche suo padre, Roberto, una figura importante, ma prima ancora un punto di riferimento (per i valori, l’amore per il prossimo e per l’ambiente soprattutto) per l’intera comunità rivana. Ed ho visto come ha cercato di aiutare Michele in quegli anni difficili. Nel migliore dei modi. Che non vuol dire solo carezze e ipocrita comprensione.

Mancherà Michele. A tanti. A chi soprattutto quel ciuffo biondo ribelle ha regalato momenti di allegria, spensieratezza. A chi ne ha capito i tormenti che mai ha esibito come alibi. A chi gli ha voluto bene, magari, proprio come me, senza dirglielo.

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GLI UOMINI DI MUSSOLINI – 1 – ITALO BALBO

a cura di Cornelio Galas

– documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

GLI UOMINI DI MUSSOLINI

 

Testo e regia di Enzo Cicchino

Enzo Antonio Cicchino

 

 

Montaggio di Andrea Lomartire

 

 

Messo in onda su Raitre l’11 marzo 2002 ore 20.55

***

Sono stati chiamati: I gran cerimonieri, i Paladini, i Palafrenieri del Regime, i Traditori. Erano coloro che del Duce conoscevano le virtù, i segreti, i vizi, la ferocia. Erano i grandi Gerarchi, i manipolatori, gli uomini che hanno fatto il Ventennio.

Molti di loro hanno avuto un potere immenso a poco più di vent’anni. Molti di loro hanno avuto una morte violenta a poco più di quaranta. E molti ancora, rimasti vivi, si sono vergognati del passato. Filo nazista, tirannico, antisemita. Solo qualcuno ha avuto il coraggio di remare contro. Opporsi alla guerra. Perire.

Ognuno aveva la sua macchia.
Qualcuno ha cercato di espiare.
Ma nessuno è stato eroe.
Molti hanno commesso gesti di cui provare vergogna.
Tutti, parenti del male.
Figli di perversa grandezza. Del ripugnante, a volte. Dell’effimero.
Malati di autostima. Dell’orgoglio cieco di poter avere sempre ragione.

Tristi illusi di mutare il male in bene… per un paese che avrebbero condotto alla distruzione ed alla morte. La loro sconfitta è assoluta, inappellabile. Ed il fascismo è quello che è proprio perche’ questi uomini ne hanno fatto parte, ciascuno con la propria identità. La propria colpa. La propria intima disperazione per non aver capito. Mussolini ne rappresenta la sintesi.

Sono stati dei rivoluzionari? Dei ribelli? Dei criminali? Dei traditori? O semplicemente le vittime più illustri della storia?

Eccoli, crudeli teatranti.

Nota:

Ci soffermeremo su alcuni di essi, tratteggiandoli però non con il taglio dello storico, di chi ricostruisce meticolosamente le loro implicazioni politiche, ma con lo sguardo disincantato di un viaggiatore nel tempo che dopo aver analizzato attentamente tutta la documentazione cinematografica presso l’Archivio Luce ne restituisce l’immagine di così come erano; con i loro difetti, le simpatie, i gesti, i sorrisi, e le brutalità. Senza compiacimento ma anche senza il pregiudizio di doverli per forza rendere ottusi e feroci.

ITALO BALBO

Italo Balbo

di Enzo Antonio Cicchino

E’ la figura più presentabile del fascismo, il gerarca che si è battuto più di ogni altro contro il razzismo, contro la guerra, contro il deragliamento dell’Italia verso la dittatura filo nazista. Ancora oggi sulla morte di Italo Balbo nei cieli di Tobruch s’alza un alone magico di nebbie.

Nato a Quartesana in provincia di Ferrara nel 1896, di idee mazziniane è ufficiale valoroso nella Grande Guerra, combattendo nel corpo degli alpini.

Italo Balbo, 1914

Tornato dal fronte prende la laurea in scienze politiche a Firenze. E intanto si converte al fascismo, diventa il capo indiscusso dello squadrismo ferrarese finanziato dall’alta borghesia degli industriali e degli agrari.

Sempre deciso nei suoi attacchi alle organizzazioni operaie socialiste, tenta tuttavia quando gli riesce di adoperare l’astuzia per mettere in fuga gli avversari invece che la violenza, come quando utilizza gli scoppi del motore dei camion per simulare i colpi di pistola.

E’ ancora Italo Balbo che adotta l’uso della camicia nera per i suoi manipoli, recuperandola dalla tradizione degli arditi.

Balbo ha anche tristi meriti. E’ lui che inventa lo scherzo crudele di somministrare olio di ricino agli avversari. O, quando per intervento del prefetto viene proibito l’uso del manganello, lui lo fa sostituire con pezzi di baccalà e stoccafisso.

La sua macchia più grave però rimane quella di aver sostenuto ad oltranza, e difeso, gli assassini di Don Minzoni, il prete antifascista di Argenta, della cui morte Balbo non è direttamente colpevole in quanto non ha mai dato alcun ordine in proposito, tuttavia ne resta il responsabile morale.

Don Giovanni Minzoni

I suoi rapporti con il fascismo sono estremamente complessi, non si può dire che l’uomo Balbo sia un qualcosa di diverso dal fascismo, sia qualcuno che entra a far parte di una ideologia. E’ lui stesso che in qualche modo ne segna alcune caratteristiche importanti, è lui stesso un pezzo di fascismo. Il ventennio è quello che è anche perché Balbo ne ha fatto parte.

Sia chiaro, il fascismo non è solo Mussolini, ma un insieme di uomini ciascuno con una propria identità di cui Mussolini è il vertice, la sintesi. E proprio con il futuro Duce entra subito in contrasto nel ’21, boicottandone il suo patto di pacificazione con i socialisti. Balbo non è solo in questa contrapposizione: è sostenuto anche da Farinacci e Grandi. E’ la circostanza in cui Mussolini è brutalmente messo alla prova come Duce dei suoi irrequieti  sfrenati accoliti.

I GIORNI DELLA MARCIA SU ROMA

Mesi dopo il contrasto finalmente si appiana. Mussolini consolida la propria posizione e trasforma il movimento fascista in partito a tutti gli effetti. Convinto della necessità della Marcia su Roma, Balbo la sostiene, divenendone parte attiva: è uno dei quadrumviri che, spavaldo, attraversa la città con i suoi manipoli.

La sua indole massimalista dura giusto il tempo necessario per la presa del potere. Mussolini ne premia l’evoluzione moderata facendone subito il suo sottosegretario all’economia. Nel ’26 passa all’Aviazione di cui dal 1929 occupa il Dicastero. Ha 33 anni, è il più giovane ministro d’Europa.

Pur da sempre appassionato di volo Balbo è riuscito a prendere il brevetto di pilota solo nel 1926. La sua opera di promozione dell’arma aerea è capillare, responsabile sia dell’aviazione militare che civile agisce da stimolo sui centri di ricerca per lo sviluppo di nuovi progetti, e sull’industria al fine di migliorare la propria efficienza per aggiudicarsi gli appalti.

IL GIORNO DELLA CONSEGNA DEL BREVETTO DI PILOTAGGIO

Dal punto di vista della tattica militare si rende conto come l’aviazione non solo è la nuova arma, quella che – sposando le idee del teorico Douhet – deciderà la sorte di tutte le nuove guerre, ma intuisce anche che essa non deve essere più adoprata come semplice supporto all’esercito ed alla marina, ma deve diventare un’arma autonoma.

Giulio Douhet

Non poche sono le difficoltà presso Mussolini per ottenere che l’aeronautica si strutturi con una propria organizzazione ed una propria gerarchia di comando. E le prime resistenze che deve vincere sono quelle dei comandanti supremi dell’Esercito e della Marina.

Insiste che il suo Ministero ottenga una maggiorazione dei fondi in bilancio, fa osservare che la nostra penisola, lunga e stretta, con 4000 chilometri di coste, è fortemente esposta ad incursioni aeree straniere. Ma i finanziamenti sperati non giungono.

Venezia 1921
Italo Balbo In piazza San Marco con la sua “Squadra”

Il fascismo esalta l’arma aerea come la più giovane ed audace, quella in rotta con il passato e che permette di esprimere in modo eroico la credibilità dell’Italia. Nel promuoverne lo sviluppo si rende conto che l’unica scelta possibile è il coinvolgimento internazionale. Bisogna perciò intervenire sui mass media, costringendoli a parlare degli aerei italiani e delle loro imprese aviatorie. L’unico modo per ottenerlo è organizzare azioni spettacolari di forte richiamo pubblicitario. Non più realizzate da piloti in solitaria, ma da intere squadre aeree con un gran numero di velivoli.

Così nascono le famose crociere nel Mediterraneo, quelle nel Sud e Nord Atlantico. L’aereo più amato da Balbo e’ l’idrovolante Savoia Marchetti S 55, la cui affidabilità ne ha fatto il velivolo preferito anche dell’italianissimo De Pinedo, dei brasiliani De Barros e Braga, dei due aviatori russi Demcenko e Koukin con cui volano fino in Siberia.

La sua prima crociera è nel Mediterraneo Occidentale, verso la Spagna. Segue la più importante Taranto – Odessa, fino in Crimea. Vi parteciparono 32 velivoli S 55, più altri, per un totale di 35 aerei. Lasciano l’Italia per la Grecia, …Turchia …Dardanelli …Bosforo, scendono ad Istanbul. Il Governo Turco, sebbene un po’ scostante è cosi’ ammirato delle loro prestazioni tecniche, che nel 1931 compra 28 idrovolanti per la lotta al contrabbando.

Durante questo viaggio non ci sono problemi di volo. Toccante è l’affetto che gli italiani ricevono ad Odessa. Agli aerei è proibito sorvolarla ed il lago dove ammarano è circondato dalla polizia per tenere lontana la gente. Ma quando entrano in città il popolo entusiasta li accoglie calorosamente, “Mussolini!“, grida rivolto a loro. E per l’occasione le autorità erigono perfino un arco di trionfo, riparano le strade, riaggiustano l’albergo dove dormono e fanno cucinare il pane bianco.

Il rapporto con i sovietici è buono, il Governo di Mussolini è stato il primo al mondo a scambiare gli ambasciatori con Mosca. Balbo peraltro non manifesta alcun pregiudizio ideologico, passa in rassegna uno squadrone dell’Armata Rossa …destando molto scandalo tra gli antifascisti per l’essersi fatto fotografare nell’omaggio alla bandiera, al suono dell’Internazionale.

Balbo afferma ironicamente che non gli è nuovo, che lo cantavano a squarciagola i romagnoli durante il periodo delle tumultuose manifestazioni socialiste nel dopoguerra. E poi nella bandiera lui salutava con rispetto il popolo russo che aveva eroicamente lottato per la “‘sua” rivoluzione.

Ma il dramma umano, quello vero che si consuma durante la crociera verso Odessa è la rottura del rapporto di amicizia tra lui e De Pinedo. Non sono ben chiari i dettagli del disaccordo, ma il fatto sostanziale è che i due uomini avevano del volo una concezione diametralmente opposta, da un lato l’azione corale, di gruppo, dell’ex squadrista Balbo, dall’altra del bel gesto eroico individuale dell’aviatore aristocratico De Pinedo.

Francesco De Pinedo

I suoi interventi hanno subito effetto, l’Italia comincia ad esportare aerei, motori, pezzi di ricambio; e in Giappone, Turchia, Unione Sovietica. Nel 1933, prima che l’industria aeronautica tedesca rinasca, la Germania pensa di acquistare aerei da caccia italiani! Sorgono scuole d’aviazione civile. E viene creata quella che per Balbo rimane il fiore all’occhiello: la famosissima Scuola di Alta Velocità di Desenzano sul Garda, che poi diventa centro studi per la ricerca e per l’addestramento di equipaggi speciali.

Durante i suoi sette anni di lavoro al Ministero dell’Aereonautica l’Italia istituì le prime linee aeree commerciali regolari, prima fra le città italiane poi con quelle del mediterraneo, orgoglioso di estendere in questo modo il prestigio della nostra cultura e civiltà. Il suo obiettivo era quello di stringere accordi con inglesi e francesi per inserirsi nei collegamenti con l’India.

Italo Balbo

La sua fratellanza nella passione per il volo, il suo non essere legato a nazionalismi, gli permette di sostenere anche le imprese condotte da piloti stranieri.

Qui siamo nel 29, qualche giorno dopo il suo rientro da Odessa, con Mussolini, all’aereoporto del Littorio, in attesa dei due famosissimi piloti americano William e Yancey, che alla guida del Pathfinder hanno attraversato il Nord Atantico in solo 31 ore. Certo l’aereo è stato costruito in Italia, dalle officine Caproni, ma nell’entusiasmo che Balbo ed i suoi aviatori a tarda notte mettono nell’accogliere i piloti v’è qualcosa di profondo.

Il gioco continua il giorno dopo, Balbo vuole collaudare anche lui le prestazioni di un aereo tanto speciale. …Forse sta sognando anche lui l’Oceano. Non solo sono degli uomini che si festeggiano, ma sono due mondi, l’Italia e gli Stati Uniti che si stringono.

Proviamo ancora emozione per questi due grandi americani, in ginocchio, di fronte al Milite Ignoto, e poi quel braccio teso, romanamente… che è ancora un gesto di pace.

L’idea di compiere la prima crociera atlantica verso il Sud America, è venuta in mente ad Italo Balbo nel ’28 dopo una visita negli Stati Uniti. Per chi l’abbia visto, non si fidi di quel cinegiornale rassicurante, realizzato in Germania da un regista tedesco, questa è l’avventura piu’ tragica intrapresa da Balbo e sulla quale rischia di perdere tutta la sua reputazione di comandante ed aviatore. Tutto il filmato offre la sensazione di una magnifica gita nel cielo e sui mari. …Oh, come è ben lontana la realtà.

Quando i suoi dodici aerei partono da Orbetello il 14 dicembre 1930 già si levano in lutto per due compagni morti durante una esercitazione solo 15 giorni prima. Lo speaker è ottimista, ma gli aerei, da questa prima tappa sono usciti visibilmente danneggiati. E Balbo è vivo per miracolo.

Mussolini, informato di quanto sta avvenendo, si sente responsabile, forse ha sbagliato a fidarsi di lui, affidandogli un compito più difficile di quanto potesse la sua esperienza. Raggiungono Bolama, sulla costa africana. Non resta che il gran salto sull’Oceano. La tensione è forte. Una sconfitta e per Balbo è la fine.

Mentre gli idrovolanti vengono preparati per la partenza lui si sforza di fare l’indifferente, si aggira… estraniato, fra i suoi uomini… alcuni dei quali non rivedrà mai piu’. Vanno avanti, nel buio. Sembra stia andando tutto bene, Balbo è con gli occhi incollati all’altimetro… quando… due degli aerei, per il troppo peso sono costretti a riammarare! eppoi un terzo… preso da un bagliore di fuoco precipita, e si inabissa.

Degli altri due, uno… dopo essersi appena sollevato… da’ un colpo sull’acqua, fracassando il galleggiante destro, ed uccide il motorista. L’altro riprende il volo.

Dopo 18 ore e cinque minuti, ad una velocità di 162 chilometri l’ora, quel che rimane della squadra aerea di Balbo atterra in Brasile, in Italia sono le otto di sera. Mussolini con un respiro di sollievo ne informa il Re. Le rappresentazioni alla “Scala” di Milano ed al “Teatro dell’Opera” di Roma sono interrotte per dare l’annuncio della buona notizia. Il 15 gennaio 1931 la spedizione italiana viene festeggiata dalla folla a Rio de Janeiro. “Che donne incantevoli” mormora Balbo, felice.

La crociera per il Nord America, detta anche del Decennale, chiede la soluzione di immense difficoltà tecniche ed ha delle premesse piuttosto ambigue: gli amici di Balbo temono che Mussolini la autorizzi con la speranza di un suo fallimento. Potrebbe essere infatti la occasione giusta per sbarazzarsi del rivale.

Nulla di più falso! Il Duce la sostiene perchè vuole che diventi la più grande impresa di propaganda con cui vendere il fascismo nel mondo ed oltretutto farne apprezzare anche la sua politica estera: non a caso viene deliberata subito dopo la firma del Patto a Quattro fra Germania, Inghilterra, Francia ed Italia.

Come Mussolini, anche Balbo è un uomo affascinato dal rapporto con le folle. Ne percepisce le passioni, gli umori. Le grandi imprese che organizza sono appunto il suo palcoscenico. questa volta in platea ci saranno le centinaia di migliaia di italiani d’America!

Questa è la molla che lo spinge. Ed insieme quell’incoscienza fantasiosa di bambino, che spiega i gesti impulsivi, spontanei, per cui è tanto amato dai suoi piloti, ma che creano perplessità nel Duce, il quale è consapevole essere, Balbo, l’unico uomo dotato dell’autorevolezza per potergli succedere.

Dei velivoli viene utilizzata una versione più’ sofisticata del precedente Savoia Marchetti S 55X, cui fatto più importante viene sostituito il precedente motore Fiat A.24R con l’Isotta Fraschini Asso 11R. Il nuovo assetto di volo permetteva una velocità massima di 280 chilometri l’ora, una velocità di crociera di 225 ed una autonomia di oltre 4.000 chilometri.

Per non avere cattive sorprese con il tempo la spedizione è rinviata per più di un mese, tant’è che lo stesso Mussolini cominciava ad irritarsi per via delle ironie che ne facevano i giornali stranieri: nelle loro vignette satiriche mostravano un folto pubblico in attesa (dei trasvolatori) da così tanto tempo che intorno ai loro piedi erano cresciuti i funghi.

BALBO CON MUSSOLINI E STARACE

Alle 4.37 del mattino di sabato primo luglio 1933… il decollo. Balbo non ha dormito tutta la notte. Superate le Alpi atterrano ad Amsterdam. Qui il primo incidente: i primi due morti, ce ne sarà un terzo al ritorno.

Balbo è disperato per queste tragedie improvvise che nascono dall’errore umano e che non riesce a controllare. L’angoscia è tremenda, lui ne ha esperienza! C’è andato vicinissimo alla morte, gliene balza ancora in mente l’orrore, – due anni prima – quando con il suo aereo si è inabissato nel mare di Capri, riuscendo a liberarsi delle cinghie che lo tenevano solo in profondità.

Nuotando, era riuscito a risalire alla superficie, ma era stata brutta. Questo ricordo e quello dei suoi compagni è il fantasma fraterno che lo accompagnerà per tutto il viaggio.

Italo Balbo con Hitler al Nido delle Aquile in Austria

Giunti in Islanda di fermano per sei giorni a Reykjavik in attesa che il tempo migliori. Costretto ad attendere che le navi di appoggio percorrano parte della sua rotta verso il Labrador in modo che il gran salto sull’Oceano non presenti tragiche sorprese, Balbo scopre che la pazienza è una virtù rivoluzionaria. Bisogna mostrare efficienza. Organizzazione. Idee chiare e disciplina.

Mercoledì 12 luglio partono. Ancora una volta incontrano nebbia e cattivo tempo, l’orizzonte giroscopico, meraviglia della tecnica di cui si è fornito per questo volo, ad un certo punto impazzisce, ed è solo un calcio ben assestato da Balbo che stranamente lo rimette in funzione.

Il viaggio, senza punti di riferimento procede in modo piuttosto monotono, Per tirarsi su i piloti a volte danno un sorso alla bottiglia di cognac, quel che si teme è sempre l’inabissarsi in mare nei momenti in cui per evitare la nebbia volano troppo bassi a pelo d’acqua: la visione del mare bruno di Capri torna come un triste monito all’orizzonte.

Quando, finalmente, dopo dodici ore trascorse in aria e 2.400 chilometri percorsi atterrano nella baia di Sandwich, in Canada, sulle coste del Labrador. La formazione è giunta compatta, non ci sono stati incidenti, nessun aereo si è disperso. Balbo, stanco, non appena tutti gli aerei sono giunti, vuole congratularsi personalmente con tutti i 99 membri dell’equipaggio. Anche il controllo dei velivoli è confortevole, non è necessario sostituire neppure una candela.

Almeno per ora Mussolini, perennemente in attesa di notizie – a Roma – può esserne fiero. Dal Labrador poi verso Terranova. Alle 17.45 del 15 luglio l’armata di Balbo compare baldanzosamente nei cieli di Chicago. 43 caccia americani li accompagnano di scorta e mentre gli idrovolanti, fra tanta folla cercano di fare l’ammaraggio più impeccabile possibile, disegnano a lettere cubitali in cielo la parola ITALY. Il sogno di Balbo di far vedere agli ex emigranti l’ITALIA scritta a lettere cubitali negli Stati Uniti finalmente si avvera!

La folla è in delirio. “Viva Balbo!” si urla. Dinanzi ad un pubblico di 100.000 persone il sindaco di Chicago dà il benvenuto agli aviatori, collegando idealmente il volo di Balbo con quello di Colombo e affermando spiritosamente che sono giunti più uomini dal cielo portati da Balbo che spagnoli portati per mare dal navigatore genovese. L’accoglienza che ricevono è in tutti gli aspetti superba. Subito dopo vanno a far visita al padiglione Italia presso l’Esposizione Universale che appunto si teneva in quei giorni in città.

Mussolini e Balbo in Libia

Gli “atlantici”, come vengono presto ribattezzati, secondo la volontà di Mussolini devono essere ora l’immagine efficace dell’Italia fascista. Sono un oggetto della propaganda, sono la ragione per cui il Governo di Mussolini, di cui Balbo è Ministro, ha investito tanto denaro. E lui onestamente si adopera perche’ l’impresa abbia questo esito.

Durante il sontuoso banchetto offerto dalla comunità italiana presso lo Stevens Hotel, con 5000 invitati, nell’attimo in cui Balbo ed i suoi aviatori entrano in sala tutti scattano in piedi con il saluto romano! La scena è tanto eclatante che gli antifascisti protestano ufficialmente, mandando lettere indignate ai giornali. La città di Chicago gli dedica una strada “Balbo Avenue” e la comunità italo americana fa erigere un monumento a Colombo su cui è inciso il suo nome.

La cerimonia più curiosa in cui si imbatte è però quella di essere accolto membro della tribù indiana degli Sioux. Sempre ligio ai doveri verso Mussolini sulle prime è perplesso se accettare, temendo che il gesto possa essere poco fascista. Ma poi… è travolto dall’emozione.

La sera del 16 luglio lo stormo italiano raggiunge New York, vola sopra Manhattan, ammara sulla punta estrema di Coney Island. E qui Balbo reincontra le folle oceaniche che ha sempre desiderato. E’ smarrito dalla infinità, dalle bandiere italiane alle finestre. Facendo il confronto con le adunate di Palazzo Venezia mormora: “L’America ha fama di sfrenato individualismo, quale errore! Qui il singolo annega nella folla!”

Culminante è il 21 luglio, la parata trionfale in stile hollywoodiano a Broadway, e poi l’immenso raduno al Madison Square Garden dove rivolge alla folla, soprattutto di italiani, il famoso discorso….

Mussolini però è dietro le quinte. La forte popolarità americana di Balbo, ogni giorno crescente, gli mette inquietudine. Da Roma, con ripetuti telegrammi si scaglia contro l’eccesso dei festeggiamenti; sollecita Balbo a tornare, imponendogli il declino di ogni altra offerta di città americane che vogliono ospitarlo. Per convincerlo gli fa ventilare la possibilità di conferirgli il bastone di Maresciallo dell’Aria, un onore senza precedenti paragonabile solo a quello conferito a Cadorna, Diaz, Badoglio e Thaon de Revel. Ha colto nel segno, l’idea di diventare Maresciallo piace a Balbo.

Quando il trasvolatore comincia a ricevere onori ed inviti importanti, Mussolini, per vie diplomatiche, ne pretende anche per sè. Dopo l’invito a pranzo del presidente degli Stati Uniti alla Casa Bianca chiede subito che gli giunga a Roma un telegramma di congratulazioni da parte di Roosevelt!

ITALO BALBO CON LA MOGLIE EMANUELA E I FIGLI GIULIANA VALERIA E PAOLO

Quando a Chicago gli viene intitolata “Balbo Avenue”, Mussolini vuole a tutti i costi che porti il suo nome una delle strade principali di New York, o di Washington, o almeno uno dei grattacieli più alti. Ma non viene accontentato.

Preoccupazione fondamentale di Balbo, per tutto il viaggio, è anche quella di non offrire involontariamente pubblicità agli antifascisti, le cui proteste accompagnano tutte le manifestazioni ufficiali. Ma queste hanno così scarso successo che scrive al Duce “Credo di sfatare il mito dell’antifascismo all’estero. Non ne abbiamo trovato“.

L’immagine dell’Italia e del fascismo che Balbo dunque lascia dietro di sè è alta e se dovessimo giudicare la missione dal punto di vista della propaganda possiamo dire che essa è pienamente riuscita.

Dwight D. Eisenhower

Tra i giovani ufficiali che sono incaricati dal Governo di occuparsi del suo soggiorno in America c’e’ anche Dwight D. Eisenhower, che ne rimane molto impressionato. “Con quel suo entusiasmo pieno di fascino, con quel senso acuto per la pubblicità Balbo era un uomo fatto più per gli americani che per gli italiani” dirà anni dopo. Ed Henry New, il responsabile della fiera di Chicago afferma “Se Balbo dovesse rimanere negli Stati Uniti, verrebbe sicuro eletto presidente!

Mentre il viaggio in Brasile due anni prima è stato di sola andata, il 25 luglio ’33 comincia la trasvolata di ritorno. Sul principio tutto sembra filare liscio ma poi quando bisogna ripetere il gran balzo verso l’Europa ricomincia la tormentata ricerca delle rotte che offrono bel tempo. Vengono fatte varie modifiche.

Tra i consulenti metereologici e consiglieri di rotta interviene anche Mussolini, ma poi si comprende bene che le sue preoccupazioni sono ancora una volta di natura politica, non vuole assolutamente che tappa del ritorno possa essere une delle capitali europee importanti, Parigi, Londra, Berlino, per il timore che possano ripetersi le manifestazioni di encomio ed bagni di folla come quelli americani.

Dopo mille ripensamenti, da Terranova, l’8 agosto è decisa la rotta per le Azzorre. Il successivo decollo però, da Ponta Delgada per Lisbona, vede il secondo incidente mortale, un aereo si capovolge ed il pilota perde la vita. Balbo viene a sapere della disgrazia solo al suo giungere in terra di Portogallo, reagisce male, essa ha vanificato tutta la sua accortezza e la sua precauzione nel selezionare la rotta migliore, quella che poneva meno pericoli. Per il dolore dichiara un giorno di lutto, rimandando la partenza secondo il calendario previsto e tra l’altro rinunciando alla sosta in Francia.

Italo Balbo

Ecco la musica del cielo con tubi d’orgoglio flautati, trapani ronzanti da scavatori di nebbie, vocalizzi di gas entusiasti, martelli sempre più ebbri di rapidità e radiose eliche applaudenti“. Cosi’ comincia la radiocronaca di Filippo Tommaso Marinetti del ritorno della squadriglia di Balbo alla foce del Tevere.

E’ sabato 12 agosto. Al momento dello sbarco Mussolini lo abbraccia e lo bacia affettuosamente sulle guance. Ha in serbo una sorpresa. Per l’amico e suo cavalleresco rivale ha preparato la più grandiosa manifestazione trionfale mai avvenuta in Roma dai tempi antichi. La grande sfilata sotto l’Arco di Costantino.

Filippo Tommaso Marineti

Certo Mussolini – con la propaganda interna – ha cercato per quanto gli è possibile di volgere a suo favore la trasvolata di Balbo. Roma è tappezzata di grandi manifesti del Duce in tenuta da aviatore accanto ad una squadriglia di aerei, come se fosse stato lui a realizzare l’impresa. La stampa parla di “Ali di Mussolini sotto la guida di Balbo”  e pubblica anche una serie di telegrammi con i quali si vuole far credere che è stato da Palazzo Venezia che sono giunti gli ordini per la buona riuscita della spedizione.

Il neo Maresciallo dell’Aria Italo Balbo è all’apice della sua popolarità non solo in Italia, ma soprattutto all’estero. Mussolini si dice che ne sia allarmato e per correre ai ripari lo congeda da Ministro dell’Aeronautica, nominandolo Governatore della Libia. Si è detto molto sulle ragioni che abbiano spinto il Duce a cambiare l’incarico di Balbo, si è voluto vedere in questo gesto un deliberato dispetto nei suoi confronti. A ben vedere però i fatti potrebbero non essere così.

Italo Balbo

E’ il 1933. La Libia, pur con i duri metodi di Graziani è finalmente pacificata, Mussolini ha bisogno di mostrare al popolo italiano come il fascismo sia sempre fonte di inesauribili iniziative. Ora è il tempo di rendere concreto il progetto della Quarta Sponda, in Africa. Ed ha bisogno dell’intervento di un uomo di azione – la cui stima sia indiscussa – e che infonda tutte le energie per un riassetto di quel territorio. Deve possedere inoltre esperienza di governo. Deve essere autorevole, con il polso politico per fare di quella costa di sabbia una parte della nazione.

Fatto importante, quest’uomo nuovo deve possedere anche quel senso della pubblicità e dell’immagine, capace di sedurre intere popolazioni del Nord Italia e del Sud ad immigrare nelle regioni africane. Mussolini ha bisogno di un Governatore di cui gli italiani davvero si fidino. E quest’uomo non può essere che Italo Balbo! Mai come in questa occasione il capo del fascismo ha fatto scelta migliore!

Il Duce a Tripoli con il Maresciallo Balbo

Noi non dobbiamo giudicarla con gli occhi di Balbo, che certo non la gradisce, sentendosi mandato quasi in esilio, ma dobbiamo riconoscere che se il colonialismo italiano – pur con i suoi orrori – in un certo senso si discosta da quello di tutti gli altri paesi questo lo si deve soprattutto al fatto che sia stato scelto Balbo. E ciò merito di quel suo modo trasversale e senza confini di guardare i popoli, ed anche il popolo libico che farà di tutto per amalgamare con quello italiano.

Balbo parte per Tripoli rassegnato sì a tornare nell’ombra ma certo non per dimettersi da uomo di azione. Decide subito che non è lì in Africa per annoiarsi. Per rendere attuabile davvero la Quarta Sponda pone immediatamente mano alla costruzione della gigantesca litoranea: la Balbia, che con i suoi ben 1882 chilometri congiunge un capo all’altro del territorio, dal confine tunisino a quello egiziano.

Italo Balbo con la madre

Con un intensisissimo piano edilizio, inoltre, costruisce migliaia di fattorie. La sagacia con cui si attiva è identica a quella per le trasvolate. Ed il 27 ottobre del 1938 ha inizio la più grande epopea di immigrazione nella storia del popolo italiano. E’ qualcosa di epico, di cui lui per la prima volta è fiero: forse comprende che Mussolini non lo ha punito, ma gli ha affidato il compito piu’ importante della sua vita.

E’ tragico, doloroso, incredibile riflettere come queste fattorie, come tutto questo lavoro, queste centinaia di migliaia di connazionali poi, dopo appena due anni dal loro arrivo, saranno coinvolti nelle tragedie della guerra. Saranno devastate dalle dure battaglie fra i britannici e l’esercito di Rommel.

Case ridotte in polvere da una guerra nei confronti della quale Balbo è sempre contrario e lotterà fino all’ultimo per impedirla. E questa illusione di pace che stava vivendo rimarrà strozzata al cappio della storia. Ma Balbo non ha la palla di vetro, non può prevedere tutto questo.

BALBO TRA UN GRUPPO DI UFFICIALI

E la sua attenzione non si fossilizza solo sugli italiani. Lotta per ottenere l’integrazione ed il miglioramento di vita anche del popolo arabo e musulmano, favorendone l’educazione scolastica, i prestiti bancari perchè possano costruirsi anche loro aziende e fattorie. Tutto è compiuto nel pieno rispetto della tradizione islamica, e questa concordia la si pone come esempio, nella propaganda.

I rapporti fra il popolo italiano e quello libico sono così soddisfacenti che Balbo giunge a chiedere per i libici il riconoscimento in blocco della cittadinanza italiana. Mussolini sdegnato rifiuta, comunque, ogni anno seleziona una lista di cittadini libici che per meriti speciali diventano italiani.

Come è evidente il fascismo di Balbo non è lo stesso di Mussolini. Balbo è internazionalista, aperto al mondo ed alle democrazie dell’occidente che avranno molta considerazione di lui. Eppoi, pur avendo fatto parte del fascismo estremista è uno strano pacifista; vede con preoccupazione l’evolversi della Germania verso il nazismo e la scelta di Mussolini di stringere alleanza con Hitler.

Balbo e Mussolini in Libia

Ma quel che gli crea maggior avversione è la promulgazione delle leggi razziali. Anche il rapporto con Mussolini è atipico: si pone da pari a pari, gli dà del “tu”, lo chiama “signor  presidente del consiglio”, forma, che seppur accettata in modo cavalleresco, in fondo, al duce non è gradita. “Balbo! L’unico che sarebbe stato capace di uccidermi!” dirà in seguito.

Le scelte belliche di Mussolini, che lui non condivide, pesano però definitivamente anche sul suo destino. Pur strenuamente contrario all’entrata in guerra dell’Italia, non abbandona, ne subisce la sorte. Come governatore e responsabile delle forze armate organizza per quel che può l’armata aerea italiana in Africa e nel contempo una strategia di attacco e difesa nei confronti dell’esercito britannico oltre il confine egiziano.

Nello Quilici

E’ abbattuto per errore dalla contraerea italiana il 28 giugno 1940, mentre alla guida del suo bombardiere sta per atterrare sull’aeroporto di Tobruk. Incosciente, spavaldo, non aveva rispettato le norme di sicurezza in tempo di guerra. L’equipaggio, di cui fa parte anche l’amico Nello Quilici e suo nipote Lino, resta carbonizzato. Balbo ha solo 44 anni.

Italo Balbo

Il giorno dopo la sua morte, un aereo nemico sorvola l’aeroporto di Tobruch lasciando un messaggio firmato da Arthur Longmore, comandante in capo delle forze aeree inglesi per il Medio Oriente: “ Le forze aeree britanniche esprimono il loro compianto per la morte del generale Balbo, un grande condottiero ed un valoroso aviatore che conoscevo personalmente e che il fato ha voluto fosse nella parte avversa”.

***

I Documenti Luce

I documenti filmici presso l’Istituto Luce relativi ad Italo Balbo sono circa 150. La maggior parte di essi sono riferibili alla sua presenza in secondo piano accanto a Mussolini. Dove fa da protagonista è all’interno dei cinegiornali che raccontano le sue attività aviatorie. Sia in visita presso le accademie e le industrie nelle qualità di ministro, sia come trasvolatore.

Italo Balbo a Tripoli, 1938

Di particolare interesse sono i cinegiornali inerenti i suoi incontri con il re e la famiglia reale ed il principe Umberto, che spesso accompagna nei viaggi ufficiali.

l Governatore della Libia Maresciallo Italo Balbo, stringe la mano al vincitore del Gran Premio di Tripoli Achille Varzi.

Ma protagonista assoluto, seppur con una veste molto malinconica, sottotono è nei documenti africani, nel ruolo di coscienzioso governatore della Libia. Ma anche in Libia non rinuncia alla sua passione di tifoso dei gran premi automobilistici, ne organizza alcuni a Tripoli, collegandoli perfino ad una lotteria.

 

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I orsi (e altro) sui giornài – 5

a cura di Cornelio Galas

-Ma mètit su anca storie de cagni, gati, zinghiài, osèi adés? No se parléva de l’ors?

“No, scusa neh, ma sti chì no èi animài come l’ors? Po’ l’ho més nel titol che se parla anca de altro osc’ia”.

-Te vòi semper averghe resòm … ma ciàvete valà. No te volerài miga far veder anca veci articoi sule zinzale …

“Eh ghe arivém … ghe arivém anca a quele, spèta mò.

 

23 agosto 2001

23 agosto 2001

23 agosto 2002

23 agosto 2002

23 agosto 2002

23 agosto 2002

23 agosto 2002

23 agosto 2003

23 agosto 2003

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23 agosto 2014

23 agosto 2014

23 agosto 2014

23 agosto 2014

23 agosto 2014

23 agosto 2014

23 agosto 2014

23 agosto 2014

23 agosto 2014

23 agosto 2014

23 agosto 2014

23 agosto 2014

23 agosto 2014

23 agosto 2014

23 agosto 2014

 

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23 agosto, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

23 agosto 2017

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I orsi (e altro) sui giornai – 4

a cura di Cornelio Galas

-Ma ‘sa sèitit a farme veder sti giornai vèci … basta, dai, ho capì che dei orsi se parla e se scrive da àni zamài …

“Varda bèm, studia zucòm, che quando i te darà de nof del “bastàrd trentìm” almem te sei preparà a risponderghe, cramento.

22 agosto 2006

22 agosto 2002

22 agosto 2004

22 agosto 2015

22 agosto 2015

22 agosto 2015

 

 

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22 agosto, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

22 agosto 2017

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1944, LA TATTICA TEDESCA IN ITALIA

a cura di Cornelio Galas

  • documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

LA TATTICA TEDESCA
NELLA CAMPAGNA D’ITALIA
di Gerhard Muhm

Amedeo Montemaggi

Estratto pubblicato in
LINEA GOTICA AVAMPOSTO DEI BALCANI, a cura di Amedeo Montemaggi – Edizioni Civitas, Roma 1993

Gerhard Muhm è un prodotto esemplare dell’addestramento militare tedesco. Durante la campagna d’Italia si meritò quattro decorazioni al valore. Nel dopoguerra fu il primo ufficiale tedesco a frequentare la Scuola di Guerra italiana di Civitavecchia e ha ricoperto poi importanti incarichi presso vari organismi della Nato in Italia e in Germania. Abbandonato il servizio attivo per raggiunti limiti di età, insegna Storia militare (campagna d’Italia) agli ufficiali della Scuola di Guerra canadese e ha l’incarico di consulente storico-militare per l’Istituto statunitense Dmsi (History Operation Research) di Fairfax.

Il curriculum del colonnello Muhm è un esempio dell’addestramento dei giovani ufficiali in tempo di guerra specialmente per quelli del ’42, ’43, ’44.

Nato nel gennaio 1924, Gerhard Muhm si arruolò volontario nel luglio 1942 nella Wehrmacht, richiedendo preferibilmente la fanteria motorizzata. Ammesso nel 151° reggimento di fanteria motorizzata di Kassel, trasformato dopo Stalingrado in reggimento di Granatieri Corazzati, viene nominato ufficiale il 28 novembre 1943 a Breslau, presente alla cerimonia il “Fuhrer” con i suoi comandanti supremi.

Il punto culminante dell’addestramento di un allievo ufficiale in quegli anni consisteva nel cambio alternativo tra periodo di addestramento e periodo di comando (possibilmente al fronte), così per l’allievo ufficiale Muhm fu come segue: dal luglio ’42 all’aprile ’43 frequentò l’accademia militare a Budweis (Csr) incluso l’addestramento per comandante di squadra. Dal settembre al novembre 1943 frequentò la scuola per granatieri corazzati a Konigsbruck (Dresda) con l’addestramento per comandante di plotone. Nel febbraio/marzo ’44 partecipa a un corso per comandante di compagnia alla scuola delle truppe corazzate di Kramnitz (Postdam).

Nei tre periodi di accademia riceve l’insegnamento di tattica a tutti i livelli incluso battaglione e reggimento. I periodi come comandante di squadra sono da maggio ad agosto 1943 nella 5a compagnia del suo reggimento e più tardi nel 1° battaglione segue un periodo di comandante di plotone. Dal 21 maggio 1944 (contrattacco Amaseno/monte delle Fate durante la controffensiva della 29a div. granatieri corazzati tra Terracina e Vallecorsa) fino al 18 aprile ’45 (quando fu catturato dagli inglesi a nord di Argenta).

Muhm partecipò a tutte le operazioni della 29a divisione come comandante della 1a compagnia del 1° batt. del 15° reggimento, compiendo sempre e ovunque il suo dovere di ufficiale tedesco.

***

Dal mio primo giorno di allievo ufficiale m’è rimasto come un tuono nell’orecchio l’espressione “Auftrag wiederholen!” (“Ripetere il compito”, “Ripetere l’incarico”) con cui i nostri superiori volevano che noi ripetessimo l’incarico che ci era stato assegnato per essere ben sicuri che noi avevamo capito. E dicevamo sempre Auftrag (incarico) e non Befel (ordine).

E così è sempre stato per tutta la campagna d’Italia. Io ho ricevuto sempre degli “Auftrag”, mai dei “Befehl”. Lo stesso ho fatto con i miei subordinati a cui ho impartito sempre degli “Auftrag” nel solco della “Auftragstaktík” tradizionale dell’esercito tedesco.

La Auftragstaktik o tattica del compito

La concezione tattica seguita dall’esercito tedesco era la “Tattica dell’incarico o compito” (Auftragstaktik) in antitesi alla “Tattíca dell’ordine” (Befehlstaktik) in uso presso altri eserciti. La differenza di concezione e di esecuzione fra queste due tattiche è fondamentale: la prima esalta l’intelligenza e le capacità del soldato, la seconda tende a mortificarlo, rendendolo un passivo esecutore di ordini altrui.

Con la Auftragstaktik si ordina una missione e si lascia all’esecutore libertà di esecuzione del compito affidatogli, per cui egli si sente responsabile delle azioni che gli dettano la sua intelligenza, la sua intraprendenza e le sue capacità.

Con la Befehlstaktik, invece l’esecutore deve adempiere a un ordine impartitogli da altri, nel modo ordinatogli da altri, senza che egli possa ricorrere al suo senso di iniziativa e alla sua destrezza, sia nell’adeguarsi sia nello sfruttare le varie situazioni. Quest’ultima concezione naturalmente più facile da seguirsi, basandosi sulla pura disciplina mentre per adottare la Auftragstaktik occorre che gli ufficiali, i sottufficiali e i soldati vengano addestrati nelle scuole militari con continue esercitazioni.

Il generale von Gneisenau, Capo di Stato Maggiore dell’esercito prussiano e già collaboratore del generale Scharnhorst, introdusse nel 1813 una nuova tecnica di comando, applicata anche dagli altri eserciti tedeschí dell’epoca. Tale tecnica era contrassegnata dal fatto che l’ “intenzione” veniva formulata in modo trasparente e comprensibile, lasciando sempre spazio all’iniziativa personale e alla libertà di azione.

August Graf Neidhardt von Gneisenau

Il maresciallo von Moltke, nelle sue concise ma classiche direttive alle Armate nelle campagne di guerra del 1866 contro l’Austria e del 1870 contro la Francia, aveva affermato sia per conoscenza che per esperienza come l’applicazione pratica di questa tattica (Auftragstaktik) necessitasse di uno straordinario e preciso addestramento di tutti i comandanti a ogni livello.

Da allora nell’esercito tedesco viene praticato questo tipo di addestramento per insegnare:

  •  un criterio unificato di giudizio nel valutare le situazioni e nel prendere le conseguenti decisioni;
  • l’ascensione da ogni rigido schematismo e l’indipendenza di pensiero e di azione nel condurre il combattimento.

In questo modo l’autonomia nello svolgere il compito ricevuto, unita all’addestramento sul come portarla avanti, è diventata una caratteristica speciale e un punto di forza dell’esercito germanico. Un comandante nel dirigere un combattimento, oltre che dimostrarsi coraggioso, era anche in grado di riconoscere per tempo una situazione favorevole e sfruttarla: cosa che in guerra non sempre viene fatta.

Scrive von Senger und Etterlin:

“I compiti operativi costringevano i comandanti a decisioni più o meno autonome. Nelle esercitazioni gli ufficiali imparavano ad agire di loro iniziativa e ad ambire le responsabilità … Questo metodo si limitava a dare soltanto le direttive più indispensabili per l’esecuzione di un determinato incarico, per cui il comandante incaricato poteva, entro certi limiti, scegliere liberamente i mezzi e le tattiche che più gli convenivano”.

Fridolin von Senger und Etterlin

Nella campagna d’Italia, l’esempio più alto di Auftragstaktik è rappresentato dalle disposizioni emanate dal Feldmaresciallo Kesselring il 7 giugno 1944 per la ritirata a nord di Roma. Delle due Armate tedesche, la 14.a era stata duramente provata dalla lotta, mentre la 10.a, che aveva combattuto sul fronte di Cassino, si trovava sbilanciata troppo in avanti, sia nell’Appennino Centrale sia sulla costa adriatica.

Per riorganizzare la 14.a A. e far arretrare in salvo la 10.a, Kesselring diede questa Auftragstaktik, estesa sino al livello di Divisione:

“Ritirarsi combattendo, immettere sulla linea di combattimento dal retro e dai fianchi le riserve già in marcia verso sud, chiudere gli spazi aperti fra le varie unità, stringere saldamente i fianchi interni delle unità stesse … questa fase, però, non dovrà continuare fino alla Linea degli Appennini (Gotica) ma, dopo il riordinamento delle Grandi Unità in crisi, bisogna fermarsi e attestarsi sulle posizioni difensive, più a sud possibile sulla Linea Albert (Lago Trasimeno)”.

Uno degli esempi, per contro, della differenza tra la tattica tedesca e la Befehlstaktik è dato dal fallito sbarco alleato ad Anzio nel gennaio 1944. Il Gen. Lucas (Comandante del corpo di spedizione), sbarcando, si attenne agli ordini ricevuti di difendersi per evitare un’altra Salerno, piuttosto che puntare su Roma.

Se egli fosse stato un Generale tedesco, attenendosi alla Auftragstaktik e sfruttando gli enormi vantaggi tattici e strategici fornitigli dalla sorpresa, dalla mancanza di difese sulla via di Roma e dalla assoluta superiorità di uomini e di mezzi, avrebbe conquistato la città eterna e colpito alle spalle l’intero schieramento difensivo tedesco di Cassino.

I punti base dell’addestramento di un ufficiale tedesco alla condotta di un combattimento secondo la Auftragstaktík sono stati concisamente riepilogati da Muller-Hillebrandt, partendo dall’assioma di von Moltke che ogni piano ideato da noi sul campo di battaglia si scontra con il volere indipendente e raramente conosciuto del nemico per cui si crea un’atmosfera di insicurezza nella consapevolezza che la situazione militare si evolve e cambia quasi di continuo.

Quando le nostre volontà si incontrano con la realtà delle cose si creano delle frizioni dovute ai numerosi casi imponderabili che aumentano per gli scontri con il nemico aumentando l’insicurezza e togliendo ai comandanti qualsiasi possibilità di calcolare in anticipo lo sviluppo dei combattimenti. Anche applicando tutti i mezzi più accurati possibili per conoscere la situazione reale, le intenzioni del nemico e gli sviluppi delle nostre decisioni sul terreno, rimarrà sempre una certa insicurezza che ufficiali e sottufficiali dovranno affrontare con la loro volontà e con la loro intelligenza.

In queste situazioni, impossibili da prevedersi, si possono trovare sia il Comandante Supremo del fronte, sia un comandante di battaglione sia un piccolo comandante di squadra. Ogni comandante di unità combattente deve avere l’autorità e la capacità di variare di continuo le idee sulla situazione tenendo conto sia delle intenzioni e delle possibilità del nemico sia delle sue stesse possibilità. La sua volontà nell’agire deve essere diretta dal compito che gli è stato assegnato e dalle possibilità dei suoi uomini.

A chi riceve un compito deve essere dato il tempo necessario per eseguirlo. Quanto più è alta la posizione di chi riceve il compito tanto più tempo deve essergli concesso per la sua esecuzione perché le situazioni cambiano di continuo e richiedono il tempo adeguato.

Un subordinato non ha piacere di eseguire un ordine rigido. Solo la sua volonterosa collaborazione nel quadro e nella visione di un compito superiore rende possibile superare le difficoltà più gravi di un esercito moderno e ottenere i risultati ottimali. Un incarico può – se necessario – essere dato come ordine. L’impiego dei migliori mezzi tecnici è una norma indiscussa.

Helmuth Karl Bernhard Graf von Moltke

Ho già accennato alle classiche direttive del maresciallo von Moltke per l’addestramento degli ufficiali. Riporto ora le parole del generale von Senger:

“Nell’Esercito tedesco i quadri di ogni rango erano ben addestrati al comando. C’era una lunga tradizione. Lo stato maggiore tedesco era senz’altro superiore a tutti gli altri stati maggiori per quanto riguardava la rapida e precisa valutazione delle situazioni, le decisioni, che non si prestavano a dubbie interpretazioni, e gli ordini, che venivano espressi con concisa chiarezza. Tutti gli ufficiali erano sottoposti a un continuo addestramento grazie alle esercitazioni sul terreno e con i quadri, e ai viaggi a scopo didattico, in maniera da acquistare una perfetta padronanza dei problemi che avrebbero dovuto affrontare un giorno. I compiti operativi erano sempre concepiti in maniera tale da costringere il comandante interessato a decisioni più o meno autonome.

A questo scopo le esercitazioni in tempo di pace prevedevano spesso situazioni un tantino «forzate»: alla comparsa di un «nuovo nemico», il tema prevedeva un’interruzione dei collegamenti o cose simili, A che in realtà era spesso accaduto”.

La libertà nell’esecuzione di un compito assegnato e l’addestramento all’iniziativa personale diventeranno il segno speciale e la forza dell’esercito tedesco. Quanto più l’addestramento e l’istruzione dei comandanti a tutti i livelli progrediva verso la Auftragstaktik, tanto più la truppa si sentiva sicura nell’esecuzione rapida ed elastica dei suoi compiti di combattimento.

I comandanti superiori potevano contare sul coraggio nell’esecuzione dei compiti e il vantaggio della posizione poteva essere sfruttato dai comandanti inferiori, cosa che si presenta spesso sui campi di battaglia ma che non viene adeguatamente riconosciuta e messa a profitto. E infine era possibile ridurre il nemico al proprio volere. In breve, oltre alle forze materiali ci si poteva assicurare molte premesse per un futuro successo.

L’unità della condotta dei comandanti – che non conoscevano l’esistenza di Comandi speciali – e la libertà di decisione davano a essi la possibilità di agire di propria iniziativa nell’eseguire il compito loro assegnato.

Anche se negli Alti Comandi questi concetti base della Auftragstaktik non venivano più applicati, per la mia esperienza posso dire che nell’esercito tali concetti restavano il pilastro della condotta dei combattimenti.

Per generazioni si è lavorato per migliorare questi concetti e per addestrare gli uomini sul terreno, anche dopo il 1918 e dopo il 1935. Questo lavoro ha dato i suoi frutti nelle campagne del 1939, 1940 e 1941, nei Balcani e nell’Africa del nord, e impostava la condotta della guerra contro l’Unione Sovietica, una campagna che ha pesato molto sul nostro destino ma che ha dimostrato anche le alte possibilità della Auftragstaktik a tutti i livelli in una misura non più raggiunta con capacità, esperienza e senso del dovere. Gli Alti Comandi scesero in campo con fiducia in sé stessi, anche se numericamente il nemico era molto superiore.

Quali furono gli ammaestramenti o le conferme tattico-strategiche della campagna d’Italia? Il generale von Senger ha esaminato profondamente questi aspetti sintetizzandoli magistralmente in osservazioni che la mia esperienza approva totalmente come base di addestramento alla Auftragstaktik dei tempi moderni o almeno della 2a Guerra Mondiale, dato per assodato che nessuna guerra assomiglia alla precedente.

La sua prima osservazione riguarda lo sfruttamento del successo:

“La legge della guerra esige che l’inseguimento non abbia sosta, che esso continui fino «all’ultimo respiro dell’uomo e del cavallo». Ciò comporta attacchi notturni, marce forzate di giorno e di notte, senza soste, per mantenere il contatto con il nemico. Le distruzioni effettuate dall’avversario in ritirata rendono sempre più difficile l’afflusso dei rifornimenti. Infine, la crescente scarsità di carburante costringe l’inseguitore ad affidare l’inseguimento alla cavalleria, meno vincolata ai rifornimenti, che è bensì più mobile nel terreno vario, ma in compenso anche meno efficace in combattimento”.

Questa legge di guerra non è mai stata applicata dagli alleati durante la campagna d’Italia. Le divisioni corazzate, organizzate in origine solo come formazioni d’attacco, erano diventate le migliori formazioni di difesa. La difesa moderna viene sempre organizzata entro determinati spazi e zone, e non segue un andamento lineare. Ma la difesa mobile richiede la presenza di formazioni mobili, cioè motorizzate.

Solo riserve motorizzate possono spostarsi rapidamente da un’ala a un’altra, o essere scagliate dal retroterra nella zona di combattimento. Solo le fanterie di queste divisioni sono abituate alla lotta a fianco dei carri che ne fanno organicamente parte. Solo retroguardie costituite da formazioni corazzate possono tenere fino all’ultimo momento posizioni molto avanzate perché hanno la facoltà di sganciarsi rapidamente e di sorpresa dall’avversario.

Dal novembre ’43 al giugno ’44 combatterono in Italia 6 divisioni mobili (la 3a Panzer Grenadieren o Granatieri Corazzati, la 29a Pz. Gren, la 15a Pz. Gren., la 90a Pz. Gren., la 26a corazzata e la divisione di paracadutisti corazzati “Hermann Goering”). Poi rimasero soltanto 3 divisioni mobili, la 26a, la 90a e la 29a a cui si aggiunse per il periodo dal giugno all’ottobre ’44 la 16a divisione SS di granatieri corazzati.

Tutte le altre divisioni tedesche in Italia erano divisioni di fanteria il cui sistema di difesa mobile era affidato alla capacità dei rispettivi comandanti. Si veda l’esempio della 362a divisione di fanteria, un’unità povera con l’organico di 6 battaglioni di 250 uomini ciascuno a cui era stato affidato il compito di logorare le divisioni americane davanti a Bologna. Il generale Greiner adottò il sistema della “Zentimeter Krieg” (“guerra del centimetro”) all’insegna del “perdere il terreno ma non perdere le truppe”, arroccandosi su successive linee di difesa, 14 in tutto.

Heinz Greiner

Egli rese note alle truppe queste linee di difesa in modo da facilitare l’occupazione e organizzazione delle linee stesse; eseguì i movimenti di truppe necessari anche di giorno, sfidando l’aviazione alleata, approfittando del vantaggio del terreno montagnoso; poiché i contrattacchi portavano grandi perdite egli ordinò che l’occupazione delle posizioni di sbarramento era più importante dei contrattacchi; impiegò la Flak (Artiglieria contraerea) nei combattimenti terrestri, i cannoni da 88 mm. contro i carri armati, le mitragliere quadruple da 20 mm. contro le fanterie.

Il successo difensivo della divisione venne facilitato dalla tattica degli americani che non fecero quasi mai attacchi notturni, dando così ai tedeschi la possibilità di riorganizzarsi durante la notte. Alla fine le perdite della divisione dal 19 settembre al 20 ottobre ’44 furono alte, 420 caduti di cui 12 ufficiali, 1.614 i feriti, 603 i malati, 1.362 i dispersi, ma lo scopo era stato raggiunto.

La scarsità di informazioni sul nemico fu un handicap notevole per i comandanti tedeschi ai vari livelli. Scrive von Senger:

“Dell’avversario sapevamo poco. Il capo dell’ufficio informazioni veniva tenuto al corrente sulla situazione dal comando d’armata che, in genere, sapeva quali divisioni avevamo di fronte Direttamente non riuscivano a raccogliere praticamente alcuna informazione sull’avversario o quasi. Soltanto occasionalmente facevamo qualche prigioniero che veniva interrogato al comando del corpo prima di essere inoltrato al comando d’armata.

L’avversario sapeva invece che non eravamo in grado di attaccare. Aveva la possibilità di sguarnire completamente determinati tratti del fronte per creare punti di forza (Schwerpunkt) e scaglionarsi in profondità nei punti in cui intendeva attaccare. Poteva dare il cambio ai suoi battaglioni e riportare al pieno organico, nelle retrovie i reparti erano sempre ben riposati per il primo attacco.
Oggi sappiamo, anche grazie alle fonti dell’avversario di allora, che gli errori tattici commessi da quest’ultimo ci facilitarono il compito, errori che noi avevamo imparato a evitare, seppure in altra maniera, dopo Stalingrado. Al lento ritmo del primo attacco scatenato dalla fanteria corrispose la titubanza nel far affluire rincalzi là dove sarebbero stati necessari per alimentare l’attacco”.

Il mancato sfruttamento del successo fu infatti una costante della tattica alleata, come ha rilevato anche Montemaggi citando l’incredibile lentezza dell’avanzata nemica, il rovinoso sbarco di Anzio/Nettuno, il monotono dissanguarsi a Cassino, il mancato accerchiamento di Valmontone, il mancato sfruttamento della vittoria nell’inseguimento nell’Italia centrale, il mancato sfondamento del fronte appenninico in Toscana. “Se avessi i loro mezzi conquisterei l’Italia in una settimana” – diceva Kesselring, educato alla Auftragstaktik.

Walter Fries

Concludo con alcune osservazioni sul morale delle truppe e l’importanza che il valore di un comandante ha su di esse. Von Senger elogia la mia divisione, la 29a di granatieri corazzati, una delle nostre migliori divisioni, dice del nostro generale Fries (che ne tenne il comando fino al 31 agosto ’44) “che aveva l’abitudine di valutare obiettivamente le situazioni, di restare aderente alla realtà, di esercitare la sua azione di comando in maniera pacata e di non ambire allori personali: voleva bene ai suoi soldati e poteva perciò contare su di essi in ogni occasione. Tutti avevano fiducia in lui”.

E’ tutto esatto. Anche se veniva da noi chiamato familiarmente “Der letzte Preusse” (“L’ultimo Prussiano”) egli ci dava sempre l’esempio di un soldato combattente; arrivava inaspettato in prima linea, al posto di comando di qualche comandante di compagnia aiutando così noi, comandanti a basso livello, a tener alto il morale dei nostri combattenti di prima linea.

Von Senger ha fatto un’altra profonda osservazione sul morale dei soldati in Italia, parlando della 3a divisione Granatieri Corazzati, la più esposta alla pressione del nemico nella prima metà del ’44. Egli ricevette l’impressione che anche il morale delle truppe fosse scosso dai numerosi rovesci e dai continui ripiegamenti. Né la cosa poteva meravigliare perché per quanto i soldati credessero alla propaganda e fossero fedeli a Hitler, a un certo punto dovevano pur rendersi conto che i continui insuccessi non potevano portare alla vittoria.

Certo, io sono stato sempre convinto che se noi abbiamo combattuto fino all’ultimo, lo abbiamo fatto perché abbiamo sempre combattuto per il compagno (Kamerad) di destra, a fianco di quello di sinistra, o forse per il nostro comandante diretto che stimavamo o forse perché abbiamo creduto di combattere per il nostro onore, compiendo il nostro dovere di soldati fino all’ultimo giorno.

Nel 1944/45 era molto difficile convincere un soldato di prima linea a combattere ancora per Hitler o anche per la Germania. Abbiamo anche cantato canzoni satiriche contro Hitler, canzoni che rafforzavano il nostro spirito combattivo e che nessuno ci contestava perché non si contesta il soldato di prima linea, il cosiddetto front-soldat.

Da Valmontone all’Arno

Nella campagna d’Italia Kesselring applicò magistralmente le prescrizioni della Auftragstaktik, scegliendo con oculatezza i “punti di forza” (Schwerpunkt) ove concentrare le sue forze in corrispondenza dei “punti di debolezza” del nemico, quei settori cioè quasi vuoti di truppe o con forze deboli impossibilitate a intervenire in tempo.

Potrei esaminare due esempi classici di Schwerpunkt in Italia:

  • a) la difesa e chiusura dello spazio vuoto fra la 10a e la 14a Armata tedesca nella ritirata da Roma fino al monte Amiata;
  • b) la battaglia di Rimini con la concentrazione di 10 divisioni in un unico settore di Corpo d’Armata.

Il mancato intrappolamento delle truppe tedesche a Valmontone, a sud di Roma è un argomento su cui non si finirà mai di discutere. Il punto di vista tedesco è quello di von Tippelskirch, che comandò la 14a Armata dal dicembre ’44 al febbraio ’45. La nostra situazione più pericolosa avvenne a fine maggio dopo la rottura del fronte fra Velletri e Cisterna in direzione di Valmontone.

Kurt von Tippelskirch

In questo momento decisivo lo stato maggiore americano commise un errore dalle notevoli conseguenze: invece di concentrare tutte le forze in un unico punto, ossia nella valle verso Artena/Valmontone, dove c’erano solo i resti delle divisioni di Anzio/Nettuno, esso insiste nel rafforzamento dei fianchi. Prima che lo sfondamento americano fosse portato a termine arrivarono sul luogo le nostre divisioni “Hermann Goering” e “29a Granatieri Corazzati”.

Con queste forze la 14a Armata fu in grado, anche con una serie di contrattacchi, di impedire sino al 30 maggio lo sfondamento decisivo verso Valmontone. Nella notte fra il 30 e il 31 maggio le truppe americane, con 4 divisioni contro la sola 29a riuscirono finalmente a determinare la rottura del fronte e a prendere Valmontone il primo giugno.

In tutti i libri finora scritti su questo argomento le cose non sono state raccontate così come si svolsero. Personalmente posso testimoniare che nessuno ha rilevato come la 29a divisione di granatieri corazzati sia stata coinvolta pesantemente in questa battaglia e che fu proprio essa a difendere fino all’ultimo il settore di Valmontone dal 25 maggio al 2 giugno, nel settore da Velletri (esclusa) ad Anagni (inclusa).

Nessuno di noi – e nemmeno, credo, i nostri comandanti di divisione – aveva un’idea esatta delle enormi forze alleate che ci stavano di fronte. Solo molto tempo dopo la fine della guerra ci siamo resi conto che la 29a aveva combattuto contro due interi Corpi d’Armata, il II° americano e il Fec francese (French Expeditionary Corps). Sulla linea Hitler dal 21 al 25 maggio il mio reggimento, il 15°, combatté da solo contro 6 reggimenti americani delle divisioni 85a e 88a Usa mentre l’altro nostro reggimento, il 71°, combatteva contro le truppe coloniali francesi.

Più tardi, sul fronte di Valmontone, dal 25 maggio al 2 giugno la nostra divisione combatté contro 3 divisioni americane, la 3a, l’85a e l’88a e due divisioni francesi, la 2a marocchina e la 3a algerina. “Perché non avanzano? perché sono così lenti?” – ci chiedevamo.

Sarebbe troppo lungo riepilogare in queste pagine il nostro coinvolgimento nella lotta in cui intervenimmo – oltre a tutto – troppo tardi quando la situazione era ormai divenuta irreversibile. Basti dire che noi, in riserva nella zona di Bracciano, fummo allertati troppo tardi e partimmo soltanto il 19 quando non era più possibile tamponare la falla aperta dai francesi e allargata dagli americani.

Il 22 maggio la mia compagnia catturò il monte delle Fate a nord di Terracina, facendo prigionieri alcuni ufficiali e una trentina di soldati americani che vi avevano creato un posto di osservazione. Respinti alcuni contrattacchi dovemmo poi ritirarci sotto la minaccia di essere accerchiati. Filtrammo di notte fra le truppe nemiche ad Amaseno finché ci ricongiungemmo con i nostri camerati a Prossedi.

Da qui fummo trasportati nella zona di Velletri, (dove erano sopraggiunti i primi reparti della divisione di paracadutisti corazzati “Hermann Goering”) che il nostro battaglione I/15, sottoposto provvisoriamente alla “Goering”, difendeva dagli attacchi dei nemici provenienti dalla testa di ponte di Anzio, mentre il resto della 29a divisione difendeva il fronte meridionale contro i francesi e gli americani.

La notte del 27 fummo trasferiti sul fronte di Artena-Valmontone, ritornando agli ordini della nostra divisione. La mia compagnia da sola difendeva un settore di 500 m. lungo la strada da Artena a Valmontone. Il fronte del solo battaglione I/15 era di 2,5 km. che dovevano essere difesi dagli attacchi di 3 reggimenti nemici. Perché gli americani non sfondarono? Forse perché attaccarono sempre frontalmente e sempre nella stessa direzione.

Il 29 la lotta si spostò più a sud, attorno a Gorga, dove il Comando concentrò 3 battaglioni, il mio, il III/15 e il II/8 della 3a divisione di granatieri corazzati. Così facendo, il fronte di Artena-Valmontone rimase quasi sgombro di difensori essendo stati fatti affluire in tutta fretta solo i resti di due battaglioni del reggimento 1060° della 362a divisione di fanteria.

Non ho mai capito perché il nostro Comando si fosse assunto questo rischio e perché gli americani non abbiano approfittato dell’occasione. A Gorga facemmo un contrattacco contro i marocchini poi ripiegammo su Colleferro-Valmontone, ove la lotta durò fino al 2 giugno, e infine ci ritirammo a Subiaco e a Tivoli.

Per la battaglia di Roma/Valmontone gli alleati avevano concentrato forze enormi: 7 divisioni americane, 2 divisioni inglesi, 4 divisioni coloniali francesi, un totale di 13 divisioni. Personalmente ritengo che sarebbero bastate solo 2 o 3 divisioni per occupare Roma. Le restanti 10 o 11 divisioni avrebbero potuto attaccare con tutte le loro forze la 10a Armata che si ritirava lentamente (essendo composta di divisioni di fanteria, di paracadutisti e di alpini) da Cassino verso nord. Il successo era quasi sicuro.

Ma forse al Comando alleato, non abituato alla Auftragstaktik, mancò il coraggio di impostare una sì grande manovra di accerchiamento. Certamente lo Stato Maggiore americano non seppe sfruttare il successo di Valmontone. D’altra parte devo aggiungere che gli americani, anche ai livelli medio e bassi, non hanno mai saputo sfruttare le situazioni favorevoli nei settori di loro competenza. Dico ciò in base alla mia esperienza di difensore di Valmontone, Gorga e Colleferro.

Von Tippelskirch rileva come la 10a Armata si trovasse dopo Valmontone in una situazione di estremo pericolo, non essendo stata in grado di sfruttare i sei giorni guadagnati a Valmontone (dal 25 maggio all’1 giugno 1944) per unire la sua ala destra all’ala sinistra della 14a Armata. Qui gli alleati non hanno saputo sfruttare l’errore commesso dal nostro Gruppo d’Armate.

Effettivamente dopo la caduta di Roma si creò un enorme spazio vuoto fra la 14 a Armata sul fronte tirrenico e la 10a Armata in ritirata al centro e sull’Adriatico. La 14a Armata con poche divisioni (la 3a Granatieri Corazzati, la 4a Paracadutisti, la 65a di fanteria e parte della 362a di fanteria), quasi tutte decimate, era minacciata di accerchiamento e annientamento dagli americani, che avanzavano a una media di 10 km. al giorno.

La 10a Armata, in lenta ritirata sulle poche strade disponibili, le difendeva il fianco sinistro con la sola 15a divisione di Granatieri Corazzati ed era anch’essa in grave pericolo di essere accerchiata e distrutta, tanto più che doveva raccogliere i resti delle divisioni che avevano combattuto nel settore sud di Anzio (715a divisione di fanteria e parte della 362a).

Il Generalfeldmarschall Albert Kesserling

Per evitare qualsiasi aggiramento e per portare le due Armate alla stessa altezza e per chiudere lo spazio vuoto, Kesselring creò un “punto di forza” nella Valle Tiberina, da Tivoli al lago Trasimeno, con sole 4 divisioni, la 26a Corazzata, le 29a e 90a di Granatieri e la la Paracadutisti (“Schwerpunkt an Tiber” dal 4 al 16 giugno ’44). Per fare questo egli spostò – con un’audace e magistrale conversione – il fronte dalla direzione sud alla direzione ovest contro le truppe americane avanzanti lungo la costa.

I compiti stabiliti per questo “Schwerpunkt” erano di assicurare l’ala destra della 10a Armata, la sua ritirata e la difesa della “posizione di sbarramento” fra Tivoli e Acquapendente (Lago Trasimeno) con l’intero XIV Corpo Corazzato. Con una manovra perfetta, tanto difficile quanto poco conosciuta, le quattro divisioni si scavalcarono l’una con l’altra, costruendo un nuovo fronte che collegava le due Armate.

La riuscita di questa manovra ritardatrice di contenimento dell’avanzata alleata nell’Italia centrale riscuote il plauso del generale Puddu, uno storico che dimostra di conoscere bene l’esercito tedesco, tanto che sembra che le sue annotazioni siano state scritte da un generale tedesco nelle sue “Memorie di guerra”.

Dopo aver rilevato la gravità della situazione tedesca egli aggiungeva:

“Inoltre, la soluzione del problema operativo tedesco era complicata: dalla minima sicurezza delle predisposizioni di difesa costiera, per la mancanza di adeguati mezzi navali e aerei atti a impedire uno sbarco; dall’incapacità della propria ricognizione aerea a dare notizie tempestive sulle intenzioni e i movimenti del nemico, dalla difficoltà di assicurare i propri rifornimenti stante il dominio aereo tenuto dagli alleati; dall’insufficienza della rete stradale e ferroviaria e, infine, dalle difficoltà opposte dalla natura montuosa del terreno”.

Condivido le osservazioni del generale Puddu. Abbiamo sofferto molto per l’incapacità del nostro Servizio Informazioni. Per noi, in prima linea, era molto se si sapeva che di fronte avevamo i marocchini, o i polacchi, o gli inglesi, o i canadesi, o i gurkhas, ecc. Spesso abbiamo ricevuto l’ordine (e non il compito!) di catturare prigionieri per dare notizie sui nemici che avevamo di fronte ai nostri superiori Comandi reggimentali o divisionali!

Per i rifornimenti non sono d’accordo con Puddu, però la mia esperienza non fa testo perché la 29a era una divisione speciale, mobile a cui non sono mai mancati viveri, vestiario, rimpiazzi di uomini e mezzi, panzerfaust anticarri, munizioni, carburante, ecc. fino al 18 aprile ’45 (quando fui catturato).

Puddu continua:

“Tuttavia, gran parte di queste difficoltà poterono essere superate durante la prima e la seconda fase della battaglia mercé: la ferrea volontà dei capi; la capacità degli Stati Maggiori; il valore delle truppe; l’intenso addestramento, specie nei riguardi dell’azione corpo a corpo e del combattimento negli abitati; l’intima cooperazione tra fanteria e artiglieria; la graduale e oculata immissione dei nuovi reparti nel combattimento, per cui, pattuglie di anziani ben orientate furono impiegate per ambientare le truppe assegnate; l’intenso lavoro fatto nella zona di combattimento per migliorare le posizioni occupate”.

Per quanto riguarda la graduale e oculata immissione in combattimento dei nuovi reparti posso confermare integralmente le sue parole Il nostro sistema di immissione in prima linea dei nuovi reparti e dei singoli ci ha fatto risparmiare molto sangue e ha dato subito ai soldati una certa sicurezza nel combattimento.

Nella mia compagnia dal 19 maggio al 26 ottobre ho ricevuto 285 rimpiazzi, a gruppi di 20, 40, 50, 70 per volta. Non li immettevo mai in prima fila tutti insieme ma a piccoli gruppi di 5. Solo a Lastra a Signa, avendo ricevuto un gruppo di 70 rimpiazzi dovetti metterli al fronte a gruppi di 10 perché l’urgenza del tempo non mi permetteva di diluire troppo il loro impiego.

Puddu dice ancora:

“L’azione ritardatríce dei tedeschi fu resa possibile anche per le continue interruzioni di ponti, per il minamento di estese zone di transito e per le distruzione di ogni genere, che essi effettuarono con la loro tradizionale meticolosità.
Tuttavia, per quanto queste condizioni favorevoli abbiano potuto influire nel facilitare l’azione del Comando tedesco, si deve convenire che il superamento della crisi prima e l’ordinato ripiegamento poi, siano da attribuire, in grado preminente all’abilità di detto Comando, che freddamente valutò il pericolo e prontamente provvide a fronteggiarlo, e allo spirito delle truppe che, pur subendo gravi perdite, mantennero intatti la loro compagine e lo spirito aggressivo”.

L’abilità del Comando Supremo tedesco è riconosciuta anche dagli storici nemici che rilevano la capacità dei comandanti tedeschi nel valutare esattamente tutti i pericoli e di saper prendere le adeguate misure in breve tempo. In secondo luogo essi riuscirono a mantenere unite e ordinate le loro compagnie conservandone lo spirito combattivo malgrado le gravissime perdite.

Queste osservazioni sono esatte Noi obbedivamo a un ordine morale che non ci fu mai dato ma che abbiamo sempre seguito: meglio perdere il terreno, piuttosto che disgregare la compagnia! E così abbiamo tenuto intatta la compagnia malgrado i durissimi combattimenti, che ci sono costati perdite forti e fortissime e che spesso hanno isolato una compagnia dalle altre.

Per dare un’idea della gravità delle perdite nei 13 giorni dal 21 maggio al 2 giugno ’44 (battaglia di Roma) basta menzionare le perdite dei 6 battaglioni della 29a: Battaglione I/15 n. 192 uomini(37%); battaglione II/15 n. 200 uomini (39%); battaglione III/15 n. 198 (38%); battaglione 1/71 n. 225 uomini (43%); battaglione II/71 n. 258 uomini (50%); battaglione III/71 n. 212 uomini (41%). In tutto la 29a perse 2.066 uomini fra morti, feriti e dispersi (senza contare i malati) di cui 1.591 granatieri, 247 esploratori, 145 artiglieri, 41 genieri, 21 addetti alle trasmissioni, 21 addetti ai servizi logistici. I caduti sono stati 268, i feriti 889, i dispersi 909.

Che cosa fu per noi, combattenti di prima linea, la guerra in Italia? Non c’è che concordare con quanto scrisse Nardini, tenendo presente che le condizioni della lotta da lui descritte sono le stesse che il mio reggimento, reduce dalla dura battaglia di Rimini e dai continui combattimenti a sud di Cesena contro i canadesi e i gurkhas, ridotto a metà organico, affrontò nell’ultima decade di ottobre quando si oppose alla 34a divisione di fanteria americana nella valle dello Zena, a 15 km. da Bologna.

Ogni singola casa, ogni collina, ogni metro di terreno doveva essere tolto ai tedeschi con gravissime perdite e nessuno degli americani si aspettava una rapida fine di questa situazione. Appena avevano oltrepassato un fiume, ne veniva un altro, appena era conquistata una collina o montagna un’altra si ergeva davanti a loro, da cui venivano colpiti con bombe e granate. I carrarmati si fermavano nel fango, gli aerei non potevano partire per le condizioni del tempo. Quando poi si passò di colpo alla guerra di uomo contro uomo gli americani parvero essere senza vigore.

I generali inglesi intendevano annientare le truppe tedesche a sud della linea Pisa-Rimini (la Linea Gotica, in senso lato) per poter poi avanzare oltre la strettoia di Lubiana fino a Vienna ma il fallimento dei loro piani nell’inseguimento dopo Roma pregiudicò sotto molti punti di vista i loro piani strategici riguardanti l’Europa centrale (von Senger).

Il “punto di forza” della Linea Gotica

Lo Schwerpunkt della Linea Gotica potrebbe essere un classico esempio da insegnarsi nelle Scuole di Guerra. Non sapendo dove, su un così lungo fronte di 320 km., gli Alleati avrebbero scatenato la loro offensiva, non sapendo se questa sarebbe avvenuta in un unico settore o in settori diversi, al Comando del Gruppo d’Armate non restava altro da fare che quello che fece: dislocare le truppe secondo una formula matematica, 2/3 della forza (13 divisioni) lungo il fronte 1/3 (7 divisioni) in riserva o difesa costiera.

Dopo che fu chiaro che dal 25 agosto solo l’8a Armata britannica portava avanti l’offensiva, il Gruppo d’Armate spostava e trasferiva le 7 divisioni disponibili nel settore adriatico creando due settori di lotta molto differenti:

a) un settore di 270 km. con 3 Corpi d’Armata e 10 divisioni con il vuoto alle spalle;
b) un settore di soli 50 km. con un solo Corpo d’Armata, il XIV Corazzato, con 10 divisioni. Quest’ultimo settore divenne lo Schwerpunkt di Kesselring.

Il trasferimento di 7 divisioni nel settore adriatico dovette superare grandi difficoltà. A causa del dominio aereo nemico le nostre divisioni potevano muoversi solo di notte (circa 8 ore su 24!) per cui il trasferimento durò venti giorni. Ma fu svolto in maniera eccellente e riuscì nel suo scopo di fermare gli Alleati al Rubicone.

C’è da rilevare inoltre che al successo dello Schwerpunkt adriatico contribuì la mancata contemporaneità di un’offensiva nel settore di 270 km. Se gli Alleati avessero attaccato contemporaneamente la Linea Gotica sarebbe crollata perché i tedeschi non avevano altre riserve disponibili.

Nella seconda fase poi, gli attacchi a tempi scaglionati prima verso Cesena, poi sulla Firenze-Bologna, dettero al Comando del Gruppo d’Armate tedesco la possibilità di spostare con calma le divisioni dall’Adriatico nei settori montani minacciati. Si crearono così nuovi Schwerpunkt che riuscirono a logorare le divisioni alleate, in questo caso le 4 divisioni americane, fermandole a 15 km. da Bologna.

Da prendere in considerazione anche l’opinione di Puddu che l’attacco britannico in Romagna fu lanciato su un fronte troppo stretto, per quanto scaglionato in profondità il che rese possibile all’avversario di rafforzare al massimo le difese e non si pensò a un attacco laterale di fianco con base di partenza dalla Valle Tiberina. Così l’attacco iniziale, nonostante il valore dei canadesi e dei polacchi, si risolse in una tipica battaglia di logoramento.

Un accenno particolare merita l’organizzazione difensiva tedesca sulla Linea Gotica, che illustra chiaramente i sistemi della difesa mobile. Per l’impossibilità di presidiare l’intera linea con una densità sufficiente di forze e visti per esperienza i limiti della continuità d’una linea difensiva, i tedeschi sostituirono alla rigidità delle posizioni l’elasticità di condotta, la flessibilità e la fluidità del dispositivo.

Acquistò allora valore decisivo la reattività a tutti i livelli anche a scapito della densità degli schieramenti e si valorizzò lo sfruttamento degli ostacoli naturali, in particolare dei corsi d’acqua, come posizione di riferimento, di attestamento e di resistenza a oltranza.

L’adozione dei procedimenti di difesa mobile che tendevano alla paralisi dell’attacco, più che all’annientamento delle forze che lo conducevano, permise alle truppe tedesche di ottenere successi difensivi anche sui terreni di pianura e collinari. Le unità germaniche ricorsero all’osservazione, condotta da elementi leggeri ed estremamente mobili, al frenaggio, con l’installazione di avamposti, e all’arresto dell’attacco alleato mediante un sistema di caposaldi o di posizioni di sbarramento (Riegelstellung), presidiati da plotoni o da compagnie disposte in profondità nel settore difensivo.

I caposaldi o le posizioni di sbarramento, potenziati da campi minati, erano in genere installati nei pressi delle vie di comunicazione e sulle alture che le dominavano, dietro un ostacolo naturale o artificiale importante (argini, canali) che conveniva valorizzare o in una zona che consentiva la copertura o la possibilità di sottrarsi all’osservazione aerea avversaria.

La condotta elastica della difesa, attraverso le posizioni organizzate in profondità, prevedeva l’esecuzione di immediati contrattacchi/contrassalti con riserve locali tenute nei pressi della linea avanzata. Se questi contrassalti/contrattacchi non avessero avuto successo, il Comando superiore avrebbe rinunciato alla riconquista della precedente linea di difesa per risparmiare le forze e, in tale caso, veniva costituita una linea di difesa principale più indietro (tattica delle linee). L’esigenza di formare una riserva per occupare la zona in profondità, portò i tedeschi a diluire ulteriormente la linea principale di combattimento anche a prezzo del suo indebolimento.

La profondità del dispositivo di una divisione schierata a difesa era assicurata, a livello divisionale dai battaglioni esploranti o controcarro e a livello reggimentale da una compagnia d’assalto. Nelle divisioni di fanteria mancava il 3° battaglione di ogni reggimento, eliminato a seguito della ristrutturazione organica delle divisioni di fanteria, terminata nell’estate 1944.

Il dispositivo divisionale poteva variare in caso di Schwerpunkt e in relazione al tipo di unità (fanteria, granatieri corazzati, ecc.).

Inoltre, a seconda delle caratteristiche del terreno e della capacità dei Comandantí di prevedere o meno dove l’avversario potesse attaccare (anche in relazione ai metodi degli alleati) cambiava la disposizione delle unità disposte in profondità.

Se dallo studio del terreno emergevano limitate direzioni di possibile penetrazione avversaria, le unità in riserva venivano schierate in posizioni di sbarramento pre-pianificate (Riegelstellung) o in caposaldi nel settore montano; in caso contrario, queste erano dislocate a tergo in una zona più o meno baricentrica, idonea per intervenire rapidamente in più punti. Le prime erano posizioni preparate, occupate o predisposte, situate immediatamente a tergo della linea avanzata oppure a una certa distanza.

Le Riegenstellungen consentivano alla truppa di ancorarsi a esse nell’eventualità di una penetrazione nemica, di non coinvolgere nel ripiegamento i settori di fronte contigui non investito dal nemico e di allacciarsi alla precedente linea di resistenza. Tali posizioni, inoltre, potevano essere costituite semplicemente da un allineamento sul quale un reparto avrebbe dovuto attestarsi per bloccare una penetrazione avversaria non prevista, oppure rappresentare una base dalla quale condurre i contrassalti/contrattacchi.

La scelta del tipo di difesa in profondità era responsabilità dei Comandanti a tutti i livelli. I caposaldi, realizzati principalmente nel tratto montano della Linea Gotica, erano disposti in profondità sino a tre ordini successivi. Le loro posizioni avanzate, invece di essere costituite da linee fisse e continue erano tenute da gruppi di avamposti protetti da intricate linee di fuoco difensivo. A tergo, attendevano in zone di riserva, opportunamente protette, le forze di contrattacco. Frequenti erano le posizioni in contropendenza, anche se noi della 29a non le abbiamo mai applicate.

La carenza di forze in alcuni settori secondari montani, infine, costrinse i Comandi tedeschi a tenere sguarniti interi tratti di fronte. Si vedano per esempio, le posizioni della 305a divisione di fanteria nel settore forlivese Portico-Galeata sulla Linea Verde (o Gotica) n. 2 ove il 576° reggimento doveva difendere un settore largo 20 km. con soli 3 battaglioni per cui a difese in profondità di 3 o 4 scaglioni, poste sulle strade, si alternavano ampi spazi vuoti, senza un soldato, larghi fino a 6 km. (Difesa a settore largo).

Si condusse allora la cosiddetta difesa/offesa che consisteva in azioni aggressive effettuate da unità di circa 30 uomini, le quali, spostandosi in continuazione lungo tutto quel tratto di fronte non presidiato, attaccavano le posizioni dell’avversario per mantenerlo costantemente sotto pressione ingannandolo sulla reale consistenza della difesa.

Le battaglie dell’offensiva della Linea Gotica sono, purtroppo, poco conosciute in Germania per il semplice motivo che l’attenzione degli storici è stata attratta dalle vicende belliche dei fronti a est e a ovest. Esse tuttavia costituiscono, a detta di Kesselring, una pagina famosa nella storia militare della Germania, una grande vittoria difensiva ammessa dallo stesso Churchill quando parla di fallimento dell’offensiva di Alexander, che ebbe per gli alleati le più gravi conseguenze sul futuro dell’Europa sud-orientale.

In esse rifulse la genialità tattica di Kesselring il quale contro il volere di Hitler, che non intendeva cedere al nemico un metro di terra, seppe adottare una difesa elastica che, approfittando degli errori nemici, salverà l’esercito tedesco in Italia bloccando per ben sei mesi l’avanzata degli strapotenti eserciti alleati.

Le fasi principali dell’Operazione Olive (o battaglia di Rimini), prima fase dell’Offensiva di Alexander, si possono identificare nella prima battaglia di Coriano, quando l’avanzata dell’8a Armata britannica fu arrestata bruscamente davanti al crinale corianese fra Riccione e Rimini, e nello sfondamento della Linea Gialla (o Linea Rimini), quando gli attaccanti non seppero sfruttare il successo dello sfondamento.

Il giudizio dei comandanti tedeschi sulla conduzione alleata della 1a battaglia di Coriano, – scrive Montemaggi – è improntato allo stupore per una simile condotta tattica. Invece di puntare direttamente su Rimini con tutto il peso delle loro forze corazzate, Alexander e Leese, il comandante dell’8a Armata britannica, avevano disperso i loro mezzi sulle colline di Coriano, indebolendo la forza d’attacco.

Non sarà inopportuno rilevare che questo giudizio dei comandanti tedeschi sull’Adriatico contrasta con quello di von Senger, allora sul Tirreno, il quale attribuisce il fallimento dell’attacco alleato non tanto all’errore tattico di Leese quanto al fatto che i mezzi corazzati non erano più all’altezza delle mutate condizioni tattiche della guerra.

Un giudizio sull’efficacia dei carri armati nella battaglia di Rimini è difficile. Il terreno lungo la costa e più all’interno si prestava al loro uso e noi adoperammo i pochi nostri a regola d’arte. La nostra divisione era meno che dimezzata e a 5 km. da Rimini sulla Montescudo-Rimini la via era sbarrata solo dalla mia compagnia e dai 4 carri armati del sottotenente Hecht. Un battaglione corazzato nemico avrebbe potuto sfondare agevolmente. Noi ci chiedevamo perché non lo facessero.

Il colonnello Horst Pretzell, Capo Ufficio Operazioni della 10a Armata, nell’estate 1945 scrisse per il Comando Supremo alleato le sue osservazioni:

“Fino a oggi non è completamente chiaro, dal punto di vista tedesco, perché gli Alleati non sfruttassero subito il successo dello sfondamento della Linea Gotica, puntando direttamente su Rimini, senza curarsi dei fianchi. Allora i tedeschi non avevano più riserve capaci di offrire una resistenza degna di questo nome a uno sfondamento tanto inaspettato …

Durante il successivo cono della battaglia (la battaglia di Coriano, n.d.r.) sarebbe stato forse di maggior vantaggio per il potere dirompente dell’offensiva se ci fosse stata una più marcata concentrazione delle forze sulle ali interne dei Corpi d’Armata attaccanti e se queste forze fossero state impiegate in un attacco concentrico nel settore costiero (il settore canadese) più idoneo alle operazioni dei tanks.

L’ostinazione con cui le truppe del V Corpo d’Armata britannico furono sprecate negli attacchi contro le alture di Germano e di Coriano causò la dispersione di considerevoli forze dall’attacco principale. Ne risultò che il cono dell’offensiva fu notevolmente ritardato”.

Lo sfondamento della Linea Gialla riminese e il mancato sfruttamento del successo da parte degli alleati sono il momento culminante della battaglia di Rimini, in cui la 29a divisione ebbe una parte da protagonista contro il I Corpo d’Armata canadese che era divenuto la punta di diamante dell’offensiva stessa.

L’attacco alleato fu preceduto da un “mostruoso” bombardamento terrestre, aereo e navale. Scrivono i cronisti della 29a: “Il nemico ha impiegato una massa di uomini e mezzi finora sconosciuta nella guerra in Italia. Mentre i bombardieri attaccavano le postazioni di artiglieria, i cacciabombardieri erano permanentemente in cielo per attaccare qualsiasi obiettivo, sia pure un singolo camion e talvolta un singolo soldato”.

Ricordo quei bombardamenti come un incubo. La mia compagnia era appostata in un campo presso il fiume Ausa sotto quel fuoco tambureggiante (Trommelfeuer) nella notte fra il 16 e il 17. Furono tre ore di fuoco che sembrava non finissero mai. Con questo sistema l’artiglieria nemica bloccava spesso i nostri rifornimenti notturni. E non vorrei dimenticare che i caccia-bombardieri quasi regolarmente attaccavano i nostri portaordini motociclisti come se sapessero che tutto il nostro sistema di comunicazioni si basava su di loro.

Riprendono i cronisti della 29a: “L’artiglieria nemica era molto superiore alla nostra. Le munizioni a loro disposizione erano molte volte di più delle nostre. L’artiglieria navale intervenne pure nelle battaglie terrestri con grande successo.

Effettivamente l’artigliería nemica aveva a disposizione tutto quello che voleva e come gli pareva. Quando fui fatto prigioniero, passando fra le loro batterie, vidi il loro sistema. Arrivavano con i camion fino alle postazioni delle batterie, i camion si affiancavano a ogni singolo pezzo d’artiglieria e le granate passavano direttamente dal veicolo al cannone.

Dalle nostre posizioni parte un rabbioso, devastante fuoco di difesa. I nostri mortai – che nella notte dal 19 al 20 settembre sono stati riforniti con grande difficoltà con una scorta di mille granate – oppongono davanti alle nostre posizioni un tale sbarramento di fuoco che il nemico attaccante perde la vista e l’udito.

I mortai, sia quelli da 80 mm. che quelli da 120 mm., erano la nostra salvezza. Durante il giorno la nostra artiglieria pesante da campagna non poteva intervenire con tiri di controbatteria e di sbarramento per non esporsi ai caccia-bombardieri nemici sempre in agguato dall’alto. I canadesi, nostri diretti avversari nella battaglia di Rimini, asseriscono di aver molto sofferto per i tiri della nostra artiglieria. Io ritengo che essi abbiano molto sofferto per i nostri mortai e la nostra artiglieria di fanteria.

I mortai e l’artiglieria di fanteria erano diventati la nostra artiglieria con il motto “Hilf dir selbst, dann hilf Gott” (“Aiutati che il Ciel t’aíuta”). Per questo, sulla base della mia esperienza, io insegno alla scuola di Guerra canadese che la fanteria per difendersi bene ha bisogno di mortai efficienti, di cannoni da fanteria e di armi controcarro di qualsiasi tipo. La campagna d’Italia insegna.

“Adoperando un sistema messo a punto nella la guerra mondiale proprio sul fronte italiano gli inglesi a cominciare dalla notte del 18 settembre, illuminano il campo di battaglia con potenti proiettori. La prima volta verso le ore 22 gli abbaglianti del nemico illuminano tutto il cielo puntando sia contro la prima linea sia contro le nubi” – annotano i cronisti della 29a.

Questi abbaglianti cercano di ostacolare l’osservazione verso il nemico, ma d’altra parte sono d’aiuto per i nostri autisti dei servizi che si possono orientare più rapidamente e non vengono più ostacolati dai crateri delle granate. Ricordo bene che quell’illuminazione non era di nessun’ostacolo all’osservazione. Anzi ci permetteva di vedere meglio il nemico e ciò è anche dimostrato dal fatto che quando gli abbaglianti erano in funzione il nemico non attaccava né noi, né i nostri movimenti notturni.

Piuttosto era da incubo la presenza della nebbia. E qui sottoscrivo interamente le parole di Nardini che, pur riferendosi a Cassino, descrivono l’aspetto del campo di battaglia riminese sotto gli incessanti bombardamenti aerei e i cannoneggiamenti di terra e dal mare: “Nebbia davanti agli avamposti, nebbia davanti al nemico, nebbia davanti agli hotels, nebbia per prendere i feriti, nebbia per portare le munizioni, nebbia, nebbia … Il giorno non esisteva più; c’erano solo due specie di notti, una giallognola, piena di nubi, che non permetteva di vedere e prendeva alla gola, l’altra piena di lampi, di sprazzi di luci, di raffiche di mitragliatrice, di rumori paurosi”. Era questo l’ambiente del nostro attacco sull’Ausa il 17 settembre e quello, più tardi, dell’attraversamento dell’Uso, nei pressi di Santarcangelo.

Nella 2a battaglia di Coriano, dove la 29a distrusse 46 carri nemici, i nostri fortilizi erano le case su cui si basava la nostra difesa mobile. Usavamo le case o le loro rovine per difenderci il più a lungo possibile: esse ci riparavano dal fuoco di qualsiasi arma.

L’errore alleato di aver diretto la carica decisiva della la divisione corazzata britannica contro il crinale di Coriano invece che contro la piana dell’aeroporto riminese di Miramare è rilevato anche dai cronisti della 29 a quando scrivono che il pericolo maggiore era lungo la costa ove il terreno offriva al difensore poche possibilità.

“Il nemico avrebbe potuto impiegare l’suoi carri in massa e appoggiare la sua avanzata con l’urto dell’aviazione e delle artiglierie terrestri e navali. Un attacco di sfondamento avrebbe aggirato le ultime postazioni difensive di Coriano e del colle di Covignano e avrebbe permesso al nemico di attaccare le nostre difese sul fianco evitandogli di autodistruggersi con i soliti attacchi frontali”.

Questo commento è stato evidentemente ispirato dal generale Polack, che comandò la divisione dal primo settembre, o dal generale Herr, che comandava il LXXVI Corpo Corazzato, ma era anche il commento che facevamo noi sulla linea del fronte. Infatti i soliti attacchi frontali, a Cassino e in altre zone permettevano a noi di difenderci meglio e a loro di avanzare molto lentamente.

Il 19 settembre si scatenò su tutto il fronte, da Rimini a S. Marino, l’attacco alleato preparato da uno spaventoso bombardamento terrestre aereo e navale. Il punto centrale della lotta fu l’ameno colle di Covignano, attaccato da due brigate canadesi e difeso dai due reggimenti della 29a che nel centro del loro schieramento a S. Fortunato avevano dovuto mettere i turcomanni della 162a divisione di fanteria. Terrorizzati dai bombardamenti i turcomanni si arresero, permettendo ai canadesi di sfondare l’ultima difesa tedesca prima della pianura padana.

La mattina del 20 la divisione resiste ancora in due isole a villa Battaglia (il nome Battaglia è un errore del cartografo italiano: in realtà si tratta della villa Battaglini/Bianchini) e a S. Lorenzo a Monte. “Tutto il settore attorno era aperto all’attacco nemico. La divisione era alla fine delle sue forze” – scrivono i cronisti.

Ed ecco la novità, che per altro non è una novità. Gli alleati vittoriosi non sfruttano il successo. Per motivi inconcepibili il nemico si ferma e non sfrutta con vigore questa sua opportunità. Forse gli fece impressione la inaspettata e decisa resistenza di quei due piccoli centri isolati. Ed è per merito di questi due gruppi di combattenti che la giornata non finisce in una catastrofe. A un attacco di sfondamento, lanciato dal nemico con tutte le sue forze, la divisione non avrebbe avuto più nulla da opporgli.

La battaglia del Covignano, nota nelle cronache alleate come la battaglia di S. Fortunato, è un classico esempio di mancato sfruttamento del successo. Come tante altre volte durante la campagna d’Italia il nemico ci ha dato il tempo di riorganizzarci e di occupare nuove posizioni difensive e di prepararci a resistere a un nuovo attacco.

Un ufficiale tedesco, anche a livello di comandante di compagnia, sapendo che il compito del reggimento era quello di raggiungere il Marecchia non si sarebbe fermato davanti all’isolata resistenza di S. Lorenzo a Monte ma avrebbe proseguito verso il fiume, per arrivarvi prima del nemico in ritirata!

Noi ci ritirammo in buon ordine, indisturbati, occupando posizioni difensive intermedie, scavalcando un caposaldo dietro l’altro, con un metodo provato durante i nostri addestramenti, che ci diede sicurezza e calma, mentre il nemico rimaneva sufficientemente lontano alle nostre spalle.

Per la divisione questa pausa del 20 e 21 settembre fu un regalo inaspettato. Ci diede la possibilità di organizzare tutti i reparti e di riordinarli per il prossimo impiego a nord del Marecchia.

“I generali alleati addussero a causale di questo mancato sfruttamento del successo le piogge che effettivamente provocheranno una forte inondazione … ma qualche giorno più tardi! La loro giustificazione non convince” – scrivono i cronisti della 29a. Sulla riva meridionale del Marecchia erano rimasti pochi avamposti. Il fiume nel nostro settore con le sue sponde basse, con il letto duro di ghiaia e quasi senz’acqua non rappresentava certo un ostacolo (lo prova anche il fatto che per questi motivi di praticabilità del letto del fiume fu giudicata naturalmente inutile la distruzione del famoso ponte romano di Tiberio, che venne lasciato intatto dai genieri tedeschi).

Personalmente non ricordo alcuna pioggia, il 20 e il 21 settembre. Ricordo che ritirandoci verso l’Uso, nei pressí di S. Vito, la campagna era illuminata dai pagliai incendiati dalle opposte artiglierie, cosa che non sarebbe successa se i pagliai fossero stati bagnati.

La battaglia di Rimini fu la più grande battaglia di mezzi in Italia. Il nemico, in tutti i campi largamente superiore, possedeva la piena padronanza dell’aria. Poteva cambiare spesso le sue truppe e attaccare dopo pochi giorni con forze fresche. Una gran parte del suo successo era dovuta all’artiglieria, che poteva contare su un enorme numero di pezzi di tutti i calibri e su un’enorme quantità di munizioni.

“Spesso la loro artiglieria distrusse le nostre postazioni difensive prima ancora dell’attacco delle fanterie, spezzando il morale delle nostre truppe … Se, nonostante questo, non ebbe successo fu per la sistematica rigidità dei suoi attacchi che volevano evitare qualsiasi rischio, e per la fermezza delle nostre fanterie e delle loro armi d’appoggio. Tutti i reparti combattenti diedero prova di forze sovrumane.

Questa è la storia della battaglia di Rimini vista dalla 29a divisione di Granatieri Corazzati che ne fu una delle protagoniste. Per parte mia vorrei aggiungere tre cose:

  • 1) gli alleati cambiavano spesso le loro truppe mentre noi tenevamo in prima linea gli stessi uomini e ciò ci ha logorati profondamente;
  • 2) dall’inizio della 2a battaglia di Coriano, 13 settembre, abbiamo combattuto di continuo, giorno e notte, passando da una situazione di emergenza e crisi a un’altra, con le compagnie quasi sempre isolate. Il nostro morale ne ha risentito fortemente tanto che alla fine è dovuta intervenire la Feldgendarmerie per fermare i singoli soldati sbandati;
  • 3) l’appoggio alle fanterie fu dato dai mortai di compagnia (80 mm.), dai mortai di battaglione (120 mm) e dall’artiglieria di fanteria reggimentale. La nostra artiglieria pesante da campagna nel mio settore di prima linea non si vide mai di giorno né si senti mai di notte.

Ma l’offensiva della Linea Gotica non finì con la fine della battaglia, di Rimini e lo stop imposto alle truppe alleate il 29 settembre sul fiume Rubícone. Il nuovo comandante dell’8 a Armata britannica spostò la lotta sulle colline a sud di Cesena per cui il mio reggimento fu mandato a Montecodruzzo e a Monteleone a combattere contro i mongolo nepalesi Gurkhas, terribili nei combattimenti notturni. Poi fummo trasferiti a sud di Bologna per opporci agli americani.

Le nostre perdite erano state pesanti. Al Rubicone la mia compagnia era ridotta a 30 uomini. In tre giorni fu riportata a 110 combattenti, più della metà dei quali li perdemmo nei 12 giorni di combattimento contro i Gurkhas. Quando giungemmo sul nuovo fronte bolognese eravamo appena una cinquantina.

La 29a divisione aveva ricevuto il compito di inserirsi fra la 65a divisione a destra e la 362a divisione a sinistra, fra la statale 65 Firenze-Bologna e la valle del fiume Zena. Il nostro reggimento 150 combatteva a sud di Cesena quando il 71° difendeva il settore a sud di Zula e Castel di Zena. Il battaglione II/15 arrivò il 20 ottobre nel settore di Gorgognano, il I/15 si posizionò il giorno dopo nel settore di Casa Casetta al centro della valle poi giunse anche il III/15 nel settore del Poggio. Sui monti alla nostra sinistra si posizionò il reparto esplorante AA 400.

Il fiume era in piena a causa delle piogge ininterrotte. La valle molto stretta non permetteva a un battaglione di spiegarsi adeguatamente, le sovrastanti posizioni dominanti erano in mano agli americani della 34a divisione USA. Sul fondovalle c’era solo una strada, con poche mulattiere e qualche sparso gruppo di case. Ogni tanto si vedeva qualche rara casa isolata: la terra grigia e fangosa ricopriva un fondo roccioso nel quale era impossibile scavare qualsiasi apprestamento difensivo.

I combattimenti iniziano subito, il 71° reggimento contro la 91a divisione americana, il 15° contro la 34a divisione. Il modo di combattere degli americani è ben diverso dal nostro. Essi ci hanno dato l’impressione di essere ancora immaturi per la lotta. Un po’ di pioggia, un po’ di fiume sopra gli argini e i combattimenti venivano sospesi. Beati loro! Sembra che non volessero più combattere. Si davano prigionieri con grande leggerezza.

Solo cosi si possono comprendere le numerose catture di 100, 80, 70 o 50 prigionieri alla volta! Lasciavano rapidamente le loro posizioni per ritirarsi mentre i nostri Comandi Superiori non parevano avere alcuna comprensione per noi. Si attraversava, se necessario, il fiume Zena in piena tre o quattro volte … e noi bagnati fradici, dalla testa ai piedi, non avevamo alcuna possibilità di asciugarci in breve tempo. Bisognava combattere sotto la pioggia violenta, sul terreno scivoloso, nel freddo della notte.

Credo che siamo sopravvissuti solamente perché abbiamo acceso dei fuochi nei camini di qualche casa, per riscaldarci a turno, squadra dopo squadra, ingurgitando forti liquori, vodka …

Come ho detto il mio battaglione difendeva la valle dello Zena cambiando spesso posizioni e articolazioni difensive da tre compagnie in linea a tre scaglioni in profondità. Fra il 20 e il 31 ottobre il diario della mia compagnia descrive il susseguirsi degli scontri, fra cui l’attacco americano del 24 che ci costrinse ad abbandonare il Poggio, l’arretramento in 2° e 3° scaglione quando il battaglione III/15 ci rimpiazza in prima linea il 25, il contrattacco della mia compagnia e della 9a compagnia del III° battaglione per la riconquista del Poggio e la cattura d’una cinquantina di nemici il 26, il posizionamento del mio comando a Casa Casetta e gli attacchi americani nelle notti del 28, 29 e 30 ottobre respinti tutti con successo, i rimpiazzi che mi creano nuovi problemi: una trentina di ragazzi diciassettenni che devo frenare e una quindicina di ex-avieri della Luftwaffe, che sono stati per sei anni di stanza in Germania e non hanno né esperienza né voglia di combattimento.

Poi il 31 ottobre mi ammalo e vengo trasportato all’ospedale da campo n. 29 a Montagnana. Durante la mia assenza gli americani prendono finalmente Casa Casetta ma ne vengono ricacciati qualche giorno dopo. Fu così che la spinta di Clark si fermò alla fine di ottobre, a 15 km. da Bologna.

GERHARD MUHM

BIBLIOGRAFIA:

Documenti e testi documentari:
Ktb (Kriegstagebucher) della 10a Armée e della 14a Armée, del 76° pz. Korps e del 14° pz. Korps;
Zustandsberichte (Mtl) der 29. Pz. Gren. Div. 1.7.43-1.4.45.
Storie divisionali di Heinz Greiner, 362a Div.;
Harry Hoppe, 278a Div.;
Joachim Lemelsen, 29a Div. e di reparto di GERHARD MUHM, Geschichte der I.Kp. Pz Gren. Rgt. 15. (1945-46).

E inoltre:
CARL VON CLAUSEWITZ, Vom Kriege, Berlin, 1980;
GORDON A. CRAIG, Die Preussische-deutsche Armée 1640-1945, Dresden, 1980;
MULLER-HILLEBRAND, Das Deutsche Heer 1939-1945, Ed. Mittler, 1954;
G. BATTISTI, Studio sulla Linea Gotica e sui principi della dottrina difensiva dell’Esercito Tedesco 1944-45;
WERNER HAUPT, Kriegsschauplatz Italien 1943-1945, Stuttgart, 1977;
ALBERT KESSELRING, Soldat bis zum letzen Tag 1954;
AMEDEO MONTEMAGGI, Offensiva della Linea Gotica, Bologna, 1980;
ID., Rimini-San Marino ’44, Rimini, 1983;
ID., Savignano ’44, Rimini 1985;
WALTER NARDINI, Cassino, Bad Nauheim, 1975;
MARIO PUDDU, Tra due invasioni. La campagna d’Italia, 1943-45, Roma, 1965;
A. SEGUR-CABANAC, Gefechtsbeispiele aus dem Zweiten Weltkrieg, Wien;
VON SENGER und ETTERLIN, Combattere senza paura e senza speranza, Milano, 1968;
KURT VON TIPPELSKIRCH, Geschichte des II Weltkrieges, Bonn, 1951.

RINGRAZIAMENTO:
Ringrazio vivamente il prof. Amedeo Montemaggi per l’abile e paziente premura con la quale ha trasferito il mio saggio in una forma italiana chiara, nitida e scorrevole.

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I orsi (e altro) sui giornai – 3

di Cornelio Galas

-La sàt la barzeléta de l’ors che torna vìf?
“No”.
-Tranquilo, l’è corta, fàgo prest.
“Dai alora”.
-N’ors che féva massa gazéri el vei copà.
“No me par che se scominzia en modo … alegro dai”.
-Spèta osc’ia. Alora sto ors, copà, come tuti quei che crede a ste robe … dopo mort el torna de nof vìf ma en modo diferente da prima, capì come?
“No ho capì, spiégheme”.
-Cramento, come dìsei en ‘taliàm … el se reincarna en de n’altro tipo de creatura,
“Ah sì, sì, ho lezù qualcos del genere”.
-Sol che no te pòi dezìder ti en cosa te rinàsi.
“Sì, l’è quèla la gàbola me par”.
-E alora sto ors el rinàse pegora … pensa che sfiga. De pù: poch temp dopo el vèi magnà da n’ors.
“Pu sfigà de così se mòre … cioé se rinàse per morir copà da quei che era come ti prima osc’ia”.
-Eco … alora sta pégora che prima l’era n’ors la mòre e la rinàse galìna.
“E scométo che la vei magnàda de nof da l’ors …”.
-No, stavolta par che sia stà ‘l lupo o na volp, no se capìs bem.
“E dopo rinàsela magari cinghiale?”
No, dopo ‘l rinàse come guardia forestale.
“Elamadòna…”
-E quando nel bosch ‘l trova n’ors …
“Zà, ‘sa fàlo vist che l’era um de quei na volta?”
-Arìva l’ors e lù, tirando fòra el fusìl, el ghe dìs: “Ehi tì, a ocio e crós te dovrési esser el me vecio suocero, scòlta va a farte en giro da n’altra banda valà perché se te sbàro me sà che dopo te rinàsi, se la te va bem, come na brisa e prima o dopo te finìsi en d’en bel risotìm.
-Ma va en … scolta envéze fame veder ancora qualche giornal vecio su ste storie de bestie en Trentim…

20-22 agosto 2014

 

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IL CAMERIERE DI HITLER

a cura di Cornelio Galas

  • documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

Intervista al cameriere di Hitler

Salvatore Paolini

di Roberto Colella *

Addossata alle falde di una imponente cresta rocciosa sorge Villa Santa Maria, un piccolo paese in provincia di Chieti meglio conosciuto come la Patria dei Cuochi per via della rinomata scuola alberghiera. Ma tra tanti cuochi c’è anche un cameriere ottuagenario che ha lavorato in piena seconda guerra mondiale in Germania al famoso Nido delle Aquile prima e poi a Norimberga, servendo a tavola l’uomo più discusso del Novecento ovvero Adolf Hitler.

Da anni il signor Salvatore Paolini, nato il 26 luglio del 1924, rilascia interviste a testate giornalistiche di tutto il mondo. Ormai è stanco ma ha voluto concedere un’ultima intervista al sottoscritto anche perché voleva per la prima volta parlare della sua straordinaria esperienza con un giovane.

Il pomeriggio autunnale è riscaldato da un tiepido sole. La fitta vegetazione, l’aria pura e le diverse legnaie rimandano alle descrizioni di paesaggi bucolici. La villa del signor Paolini è poco distante dal centro del paese. Alle 16 in punto come da appuntamento un anziano signore dal volto aggrottato e in abiti formali mi attende dinanzi al cancello.

L’entrata della villa di Salvatore Paolini

Dopo le dovute presentazioni mi fa entrare nella sua villa immersa nel verde facendomi notare i vari monumenti dedicati alla moglie e poi mi fa accomodare in salotto mostrandomi da subito un documento che attesta la sua onorificenza a Cavaliere della Repubblica.

I suoi occhi all’inizio stanchi sembrano man mano ravvivarsi all’udire la mia voce giovanile. Difficilmente riesce a rispettare i tempi e i modi dell’intervista. Preferisce andare a ruota libera ed io non posso fare altro che assecondarlo.

Roberto Colella e Salvatore Paolini

-Signor Paolini come è arrivato ad essere il cameriere di Hitler?

Innanzitutto voglio precisare che io non ero il cuoco del führer bensì il cameriere o meglio uno dei camerieri. Nella mia vita ho sempre lavorato. Da ragazzo dopo aver terminato le scuole elementari ho iniziato a lavorare in un albergo di Villa S.Maria (Chieti). Poi per ragioni economiche, in quanto volevo guadagnare di più, mi sono spostato a Roma dove ho prestato servizio dal Principe Colonna.

Qualche mese dopo sono andato a lavorare all’Hotel Diana di Roma frequentato di sovente da ufficiali tedeschi i quali mi hanno offerto un lavoro in Germania dove sicuramente il guadagno era elevato anche perché il marco era ben quotato.

Così sono andato in Germania a fare il cameriere in un albergo o meglio un centro di cure termali a Bad Mergenthein. Lì ho conosciuto il direttore del Platterhof che mi ha chiesto se volevo andare a lavorare al famoso Nido delle Aquile.

E così sono andato, anche se prima mi hanno rilasciato un certificato di appartenenza alla razza ariana. Dei carabinieri sono andati nel mio paese da mio padre a prendere informazioni sulla mia famiglia e soprattutto sui miei ascendenti nella speranza che non vi fosse alcun antenato ebreo.

Così dopo i dovuti accertamenti mi hanno consegnato l’ausweiss ovvero il lasciapassare e sono approdato a Obersalzberg vicino a Berchtesgaden nelle alpi bavaresi. Io non sapevo chi avrei incontrato !

Salvatore Paolini (nel cerchio) con i colleghi ai tempi del servizio al “Nido delle aquile”

Quando ho iniziato a lavorare al Nido delle Aquile ero l’unico cameriere italiano. Servivamo sempre in piatti d’argento e soprattutto con i guanti. Ho servito Hitler diverse volte senza dimenticare che spesso venivano anche altri gerarchi come Goering, Himmler, Bormann, Kesserling, Rosenberg e tanti altri.

– Come ricorda il Führer?

Io da sempre sono un grande ammiratore del popolo tedesco. Hitler per me, almeno da un punto di vista privato, posso dire che non era affatto arrogante ma piuttosto gentile nei modi ma anche nelle parole. Lui quando veniva già sapeva cosa avrebbe mangiato. Preferiva verdure verdi e patate. Non l’ho mai visto mangiare carne. Era un goloso di torte con la panna montata.

Tutte le volte che mi avvicinavo per porgergli la pietanza non mi faceva mai mancare il danke (grazie) ed aveva sempre il sorriso sulle labbra non solo con i suoi commensali ma anche con me e gli altri camerieri. Non l’ho mai sentito alzare la voce. Non era crudele come spesso veniva presentato al di fuori del suo ambiente.

Salvatore Paolini

– Che rapporto ha avuto con gli altri colleghi di lavoro?

Mi volevano tutti bene perché quando eravamo insieme io non ho mai fatto commenti sulle questioni politiche ma solo lavorare. Ognuno stimava l’altro per il proprio lavoro.

-Quanto tempo è rimasto al Nido delle Aquile?

Esattamente dal 10 ottobre 1942 al 4 febbraio 1943.

-In quei mesi ha assistito a qualche episodio particolare?

Solo una volta, come ho avuto modo di dire già in altre interviste, ho sentito Bormann che, alludendo a Goering che non era più nelle grazie di Hitler, mentre quest’ultimo mangiava un piatto di prosciutto al forno con contorno di piselli ,esclamare: “ich wusste nicht dass das Schwein sein eigenes Fleisch isst” (tradotto significa: non sapevo che il maiale mangiasse la propria carne).

– Avrebbe immaginato di incontrare di nuovo Hitler a Norimberga?

Si, in quanto il direttore dell’albergo di Norimberga (Hotel Deutschr Hof Wohnung des Führers) già sapeva che avevo lavorato al Nido delle Aquile. A Norimberga sono rimasto dal 43 fino al 25 aprile 1945. Lì avevo la mia stanza con il letto di piume e addirittura il telefono in camera.

L’albergo di Norimberga

Quando nel ’45 l’hotel venne bombardato, io mi ricordo che rimasi tre giorni consecutivi sotto il rifugio. Quando poi sono uscito fuori già non si capiva più nulla anche in Germania. Non sono potuto rientrare in Italia con tutto quel disordine. Allora non ho fatto altro che rifugiarmi in una tenuta tra la Germania e l’Olanda in quanto non potevo più rimanere a Norimberga perché ero in pericolo di vita.

Non si poteva andar via quando si voleva, Così sono stato alle dipendenze della signora Krostmann, il cui marito era in servizio militare per cui conduceva lei da sola l’azienda che era molto grande. Ero addetto all’allevamento di vacche, cavalli ecc.. Mi sono dovuto adattare. Non sapevo come fare e dovevo aspettare tempi migliori per tornare in Italia.

-Quando è rientrato in Italia ?

Pochi mesi dopo mi sono recato in Francia a Nimes. Da qui è stato più facile rientrare in Italia. A Roma ho preso un corriera fino ad Agnone dove un contadino con un mulo mi ha accompagnato fino a Villa Santa Maria.

-Quando poi è rientrato in Italia cosa ha fatto? Che impressione ha avuto del nostro Paese?

C’era solo gran disordine. Lavoro non se ne trovava , bisognava arrangiarsi alla giornata. Quando poi le cose si sono stabilizzate sono ritornato in Germania accompagnato da mio nipote. Ho riportato il mio baule con i vestiti e tutto quello che avevo lasciato.

Salvatore Paolini

Rientrato a Villa S. Maria dopo qualche mese ho trovato lavoro a Roma nei più grandi e lussuosi alberghi della capitale, ma non solo: sono stato anche in Venezuela, a Venezia ecc.. ritrovandomi a servire ancora personaggi noti come Churchill, Primo Carnera, il Presidente Leone ecc…

-So che in seguito ha amministrato Villa Santa Maria per venti anni essendo stato rieletto sindaco per quattro volte. Cosa ha fatto in quegli anni?

Mi sono messo a lavorare per riportare su il mio paese. Ho costruito strade, la biblioteca comunale ma soprattutto ho fondato la scuola alberghiera, vanto dei migliori Chef. Ho apportato la mentalità del popolo tedesco anche a Villa Santa Maria.

Con l’ordine e la disciplina ho amministrato al meglio questo paese. Tra le altre cose ho fatto costruire diverse abitazioni e una centrale elettrica. E poi tante altre opere a favore di questa gente.

I cimeli di Paolini

-Alla fine è stato più difficile servire Hitler o amministrare questo paese?

Sono state due esperienze belle ma diverse. Comunque ho sempre agito rispettando un codice morale. Il cameriere per me dovrebbe essere ancora oggi maggiormente rispettato. Nella vita conta non soltanto mangiare ma anche chi ti serve a tavola!

Roberto Colella

Roberto Colella

Giornalista, esperto in Geopolitica

e Scienze della Difesa

e della sicurezza

Sono un giornalista di 33 anni animato da stimoli forti che mi spingono a seguire come giornalista le truppe in zone di guerra. Amo raccontare l’inenarrabile trascorrendo del tempo insieme ai personaggi delle mie storie. Il vero reporter credo sia una persona umile che deve farsi accettare tra la gente. Scrivo e prendo sempre appunti per articoli o future pubblicazioni.

Roberto Colella

Ho un Master in Geopolitica e uno in Criminologia ed Intelligence nel contrasto al terrorismo. Ho seguito gli eventi legati alla guerra e al post conflict in Burundi, Ruanda, Kosovo, Palestina, Libano, etc. collaborando con diverse testate tra cui alcune settoriali come Informazioni della Difesa, Rivista Militare, Limes (Gruppo l’Espresso)

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21 agosto, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

21 agosto 2017

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