I SERVIZI SEGRETI ITALIANI DAL 1919 AL 1949 – 1

a cura di Cornelio Galas

di Maria Gabriella Pasqualini *

Maria Gabriella Pasqualini

Questo volume riguarda un periodo particolarmente interessante della storia italiana, dal 1919 al 1949, che ha visto un regime dittatoriale, una guerra devastante e il recupero della libertà e della democrazia, al prezzo assai elevato di una distruzione morale ed economica, dalla quale alcuni politici di grande statura hanno fatto risorgere il territorio e la sua popolazione.

Nel periodo post bellico, con la sconfitta del Partito Comunista Italiano nelle elezioni del 1948 -quindi esorcizzata la grande paura delle democrazie occidentali di uno schieramento italiano a favore di Mosca- e con l’entrata nel Patto Atlantico e nelle Nazioni Unite dell’Italia, molto lentamente la situazione, come è noto, cambiò in modo abbastanza radicale, anche se dal punto di vista finanziario Roma continuò a necessitare di un forte aiuto economico dagli Stati Uniti per la ricostruzione della società civile ed economica.

La componente militare del paese, però, subiva ancora, sia internamente sia all’estero, l’influenza negativa degli avvenimenti bellici, perché era difficile dimenticare, a livello internazionale, oltre che nazionale, come l’ Italia era entrata in guerra e come aveva condotto il conflitto, collezionando più sconfitte che vittorie.

Solamente nel 1947 fu possibile costituire il Ministero della Difesa e ricostituire dopo due anni, questa volta concretamente, un Servizio Informazioni lnterforze, uscendo totalmente dalla tutela anglo-americana, avendo l’ Italia aderito all’Alleanza Atlantica e essendo entrata, relativamente dopo poco tempo, come membro alle Nazioni Unite a pieno titolo e con piena sovranità.

LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO

Non era stato facile riaccreditarsi presso il gran consesso internazionale, ma ebbe partita vinta l’indirizzo di De Gasperi, che cercò di attuare una politica di “normalizzazione”, e la forza della Democrazia Cristiana, che aveva vinto le prime libere elezioni politiche. La frontiera di Gorizia, del Sabotino e tutta la zona circostante rimasero così la frontiera più “sensibile”, la “soglia”, da proteggere contro una possibile infiltrazione di elementi comunisti: l’Italia doveva essere messa in grado di consentire una seria difesa al possibile pericolo sovietico. La scelta “atlantica” era stata fatta con notevole pragmatismo politico e le Forze Armate beneficiarono, pur se con qualche difficoltà e alcune lentezze, della collocazione “occidentale”.

L’obiettivo del volume è quello di presentare in modo organico la storia degli ordinamenti del S.I.M. nel tempo; Servizio che ebbe una difficile riorganizzazione, soprattutto per quello che riguarda il periodo della Resistenza. Lo studio che segue non ha quindi come scopo di illustrare il lavoro svolto dal Servizio Informazioni Militare, soprattutto nell’arco di tempo che va dal 1943 al 1945, anni in cui l’Italia si è liberata dal regime fascista e dall’occupazione nazista. L’attività svolta in quel difficile periodo richiederebbe da sola un volume, per tutte le missioni e le operazioni che furono organizzate e svolte con grande rischio personale da parte di tutti coloro che vi parteciparono.

Non sono molti i documenti strettamente militari ai quali fare riferimento perché la gran parte di essi furono distrutti; molti furono presi dai tedeschi, durante l’occupazione di Roma, e portati a Berlino e altri furono rilevati dai Comandi anglo-americani. Quando Berlino fu occupata, i sovietici a loro volta si impadronirono di molti archivi nazisti (tra i quali si trovavano sicuramente anche documenti italiani), trasferendoli a Mosca.

I documenti del S.I.M., ai sensi dell’art. 3 del cosiddetto “armistizio lungo” di Malta, dovrebbero essere stati consegnati o messi a disposizione delle Nazioni Unite, tramite le Autorità anglo-americane: almeno così risulterebbe, ma l’autore non conosce, per ora, l’effettiva consistenza della consegna. Per quanto riguarda il presente studio, sono state consultate le carte dell ‘Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito e i documenti americani (National Archives and Records Administration – NARA), relativi alla corrispondenza e alle schede della divisione dell’intelligence militare americana, che riguardano le condizioni generali, politiche, economiche e militari dell’Italia nel periodo 1918-1941: MID Record Cards 2062, 2657-E, 2022, 2086 e 2115, 2125, 2665; Records Group (RG) 165, 226, in particolare, anche se una ancora più approfondita ricerca deve riguardare molte altre serie di documenti.

Poter consultare questi documenti ha permesso all’autrice di colmare alcune lacune nella ricostruzione degli ordinamenti successivi o degli studi che venivano fatti, con relative annotazioni, sulle possibili trasformazioni del S.l.M. in organo interforze, che come tale sembrava essere stato istituito nel 1925 e che invece fu in realtà, fino al conflitto, l’ente informativo della Forza terrestre. È uno studio affascinante che merita ulteriori approfondimenti, soprattutto per il periodo 1930-1939, quando la documentazione è piuttosto scarsa e comunque suddivisa, quella presente negli Archivi, in vari rivoli.

Solamente uno studio a tappeto di documenti inglesi e soprattutto americani, può far arrivare a ricostruire un quadro completo non solo degli ordinamenti del S.I.M., ma anche dello sviluppo nella ricerca dell’informazione, la valutazione della fonte, l’analisi della notizia per procedere a inquadrare il più possibile coerentemente e correttamente una certa situazione.

Non sono state fatte ricerche nell ‘Archivio Centrale dello Stato per due ordini di motivi: “Ho preferito – dice l’autrice – dedicarmi ai documenti militari peraltro in parte non esplorati, ritenendo che ancora molto c’era da leggere e da ricostruire in base alle fonti militari; per a ltre notizie relative a Servizi informativi civili, mi sono basata su alcuni studi, quali quelli di Canosa, Franzinelli e Canale che hanno a lungo studiato i documenti dell’O.V.R.A. e del Ministero dell’Interno”.

“Particolarmente utile – secondo Maria Gabriella Pasqualini –  è stato lo studio del generale Ambrogio Viviani, spesso citato, per la conferma di alcuni nodi organizzativi piuttosto complessi: purtroppo nel suo studio non sono indicate le fonti documentali. Rispetto alla sua ricerca, ho privilegiato lo studio dell’attività difensiva del S.l.M.,quale sia stata la sua denominazione ufficiale, riscontrando che, a parte volumi sulle missioni, non molto era stato scritto. Ho ridotto le note archivistiche e quelle di riferimento ai volumi, al minimo, per non appesantire la narrazione, mentre ho cercato di dare spazio all’iconografia, che ho scelto personalmente, ritenendola parte importante di un lavoro di studio e di ricerca”.

generale Ambrogio Viviani

E ancora : “Non ho voluto sottolineare alcune meschinità e miserie umane, che pure si sono avute, né retoricamente esaltare quanto è stato fatto. Come in tutta la società umana, civile e militare, vi è chi si è distinto per coraggio e senso dell’onore e chi ha sentito meno questi valori o li ha completamente trascurati. Ho preferito ricordare – conclude Maria Gabriella Pasqualini nella sua introduzione – solo quanto di buono fu fatto per permettere agli italiani il recupero di una sovranità territoriale e di una libertà personale e di idee. Considero questa ricerca solo come un primo ‘scavo’ in direzione di uno studio scientifico su alcuni aspetti, per ora solo ordinativi, dell’informazione militare in Italia”.

L’idea di un Servizio di Informazioni Militare centrale

Il 3 novembre 1918 a Villa Giusti, della cui sicurezza fu incaricato propr1o il Servizio informazioni del Comando Supremo, venne firmato l’armistizio fra le Potenze alleate ed associate e l’Austria-Ungheria: sarebbe entrato in vigore alle ore 15 del 4 novembre, proprio nel giorno in cui l’Esercito Italiano entrò in Trento. Il documento constava di due Protocolli, il primo, con le clausole d’armistizio e il secondo, con i particolari e le clausole di esecuzione dello stesso.

Tra i rappresentanti del Comando Supremo presenti a lla firma, per il Regno d’Italia, vi era anche il colonnello Tullio Marchetti. L’ufficiale era stato scelto da Diaz in persona, proprio per la sua nota conoscenza del Trentino e del Tirolo e quindi avrebbe potuto, con cognizione di causa, gestire le trattative relative alla situazione della regione. Le condizioni
dell’armistizio erano state messe a punto a Parigi dal Consiglio interalleato, in accordo sia con Diaz che con il Capo del Governo Orlando.

Il giorno 5 novembre un comunicato ufficiale del Regno dichiarava che, nonostante la firma dell’armistizio con l’Austria-Ungheria, l’Italia, avrebbe continuato a combattere contro le forze tedesche che ancora resistevano in armi, aprendo un fronte contro il fianco meridionale della Germania, che non risultava ancora fortificato. Pochi giorni dopo però, anche la Germania dovette chiedere l’armistizio che fu firmato a Rhétondes l’ 11 novembre 1918 e si iniziarono così uffic1almente le trattative per la pace a Versailles.

Da sx in piedi: Mario Scottoni, Arturo Castelli, Antonio Piscel, Tullio Marchetti (Capo dell’ufficio informazioni (ITO) della 1a Armata a Verona), Silvio Prato, Antonio di Soragna; seduti C. “Finzi” Pettorelli Lalatta, Livio Fiorio (foto Museo Guerra Rovereto)

L’Impero austro-ungarico non era solo vinto: scompariva, come era scomparso quello zarista e come sarebbe fìnito il tedesco e l’ottomano, in brevissimo tempo. Bene annota Odoardo Marchetti, omonimo del precedente: “il Comando Supremo italiano sperava e prevedeva l vittoria, non la distruzione dell’Impero austro-ungarico”. La fine di una costruzione statuale secolare faceva prevedere momenti di grande turbolenza nel settore.

Infatti, concluso il conflitto, il lavoro del Servizio Informazioni non era assolutamente finito, in quanto era ancora aperto, oltre al fronte tedesco, quello balcanico. E poi soprattutto occorreva sostenere il delicato periodo post bellico, reso ancora più problematico con il rientro degli ex prigionieri e con l’influenza delle nuove teorie bolsceviche che dilagavano dalla Russia. Inoltre occorreva organizzare la raccolta delle informazioni nell’Istria, in Tirolo e nella Carinzia, in base a istruzioni che erano giunte dagli Alti Comandi pochi giorni prima della firma dell’armistizio.

Come ricorda Tullio Marchetti, il Servizio Informazioni della 1^ Armata non aveva più un nemico e si dedicò allora alla r1cerca di documenti militari che l’ex nemico aveva abbandonato sul posto, per tradurli, collazionarli e sulla base anche di questi, compilare i rapporti finali da inviare al Comando Supremo.

Pagina finale dell’armistizio di Villa Giusti

Il 14 novembre l’Ufficio “I” si trasferì da Verona a Trento. Nel dicembre del 1918, l’uffìciale, in seguito ai numerosi cambiamenti sopravvenuti in quei due mesi, quando le grandi Unità ebbero una sede fissa, decise di creare degli stabili C.R.I.T.O., cioè i Centri di
Raccolta Informazioni delle Truppe Operanti. Il 16 settembre 1919 fu sciolta la 1^ Armata; l’Ufficio “I” passò al Comando della Zona Militare di Trento, mutando il suo nome in Ufficio Informazioni della Zona di Trento, sempre agli ordini di Tullio Marchetti. L’Ufficio continuò a sviluppare nella zona balcanica una rete di fiduciari “grazie ai quali le relazioni fra Mosca, Budapest, Vienna, e Milano per il tramite del Partito Comunista viennese, erano a noi note e consentirono all’On. Nitti, Presitdente del Consiglio, di studiare e adottare a ragion veduta i provveoimenti idonei per tutelare la sicurezza dello Stato”.

Tullio Marchetti

In effetti, a mano a mano che le ostilità si riducevano, un certo tipo di lavoro del Servizio Informazioni Militare non era più necessario, mentre occorreva rafforzarlo e ampliarlo in altre direzioni, anche se rimaneva sempre, come scopo principale, la conoscenza degli eserciti stranieri, compresi i dati reali della forza, i loro piani di mobilitazione e di fortificazione. La guerra era fìnita, ma l’esigenza della conoscenza della forza degli “altri” rimaneva una esigenza prioritaria di un Servizio Informazioni Militare.

Il colonnello Camillo Caleffi, Capo dell’Ufficio Informazioni Militare dal dicembre 1919 al febbraio 1921, invia La copia “riservatissima” di un notiiario sull’Albania all’Ufficio Operazioni

La Sezione “R” di Roma- Sezione del Servizio Informazioni del Comando Supremo-, con il suo Diario Storico ancora una volta fornisce il filo conduttore di almeno una parte di quanto attuato dal Servizio Informazioni fino al 31 dicembre 1918, per poi iniziare il 2 gennaio 1919 con l’intestazione “Diario Storico Militare dell’Ufficio Informazioni dello Stato Maggiore del Regio Esercito”, secondo il nuovo ordinamento. Però nella stessa raccolta e con le stesse modalità continuò a confluire in quel Diario anche quello della Sezione “R”‘, che evidentemente continuava la propria opera, nel quadro più ampio dell’Ufficio Informazioni, ma sempre come Sezione del Servizio Informazioni presso il Comando Supremo, fino a quando questo fu definitivamente sciolto il 1° gennaio 1920.

Nei mesi di novembre e dicembre 1918, il Diario della Sezione “R” dimostra che il Bollettino economico continuò ad essere prodotto e circolato ai normali indirizzi ai quali era stato inviato fin dagli inizi della sua redazione e inserito nella raccolta, essendo appunto l’analisi della situazione economica, con relativa raccolta delle informazioni, uno dei compiti specifici della Sezione.

Gli indirizzi previsti di invio dei bollettini erano stati ed erano rimasti anche dopo l’armistizio8′ : Comando Supremo, Ufficio Affari Generali; Comando Supremo, Ufficio Operazioni; Sezione italiana presso il Consiglio Superiore di Guerra interalleato; Stato Maggiore del Maresciallo Foch; Comitato Centrale per gli approvvigionamenti; Comitato Italiano presso la Commissione Centrale interalleata; Ministero dei Trasporti, Commissariato Generale per le munizioni; Ministero della Guerra, Divisione servizi logistici e amministrativi; Governo del la Tripolitania; Uffici d’Informazione d’Armata; Comando del Terzo Corpo d ‘Armata, Ufficio Informazioni; Capo del Centro raccolta informazioni di Parigi; Capo del Centro di raccolta informazioni di Londra; Stato Maggiore Generale dell ‘Esercito francese; Missione militare britannica; Addetto militare presso l’ambasciata degli Stati Uni ti a Roma; i Ministeri: dell’Industria, del Commercio e del Lavoro, dell’Agricoltura, della Marina, del Tesoro, delle Finanze, dell’Interno; onorevole Gallenga del Ministero dell’Interno; onorevole Luzzatti, Ministro di Stato; Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti: Gabinetto e Ufficio legislativo; Commissario Generale per l’Aeronautica; Ministero per gli approvvigionamenti e i consumi; Commissione per lo studio del passaggio dallo stato di guerra allo stato di pace, quest’ultimo indirizzo aggiunto però solo nel settembre 1918.

Venivano altresì redatti i cosiddetti notiziari politico-militari inviati ad un gruppo ristretto di indirizzi: al Gabinetto del Ministero dell’Interno, per la Direzione di Pubblica Sicurezza e per l’Ufficio censura telegrafica internazionale; per l’Ufficio Speciale di investigazioni di Roma; per il Capo dei Centri di raccolta di informazioni di Parigi, Madrid, Londra, Berna; per la sezione “U” e per la sezione “M”.

Copia dei notiziari della Sezione “R” del Servizio Informazioni, con La firma autografa del Capo del Servizio colonnello Odoardo Marchetti

Questi erano dei notiziari molto riservati, sicuramente la parte più delicata dell’opera di controspionaggio. In questi notiziari dal 1916 in poi venivano segnalati nomi di coloro che potevano essere sospetti di spionaggio; che erano stati arrestati per lo stesso reato; venivano fornite notizie sui familiari di persone sospette, su elementi sorvegliati o da sottoporre a sorveglianza. Erano sempre firmati dal Capo dell’Ufficio, il colonnello O. Marchetti, anche sugli esemplari inserti nel Diario; molte volte la firma era messa a matita, ma è quella inconfondibile del Marchetti.

Angelica Balabanoff

Inizia nel 1917, ma si fa sentire con maggiore pressione nel 1918, il problema connesso alla diffusione delle idee bolsceviche sia tra i civili, sia, a maggior gravità, nelle truppe. Personaggi quali Angelica Balabanoff erano sotto attenta e continua sorveglianza: ad esempio per il 2 novembre 1918 la Sezione segnala che la bolscevica Balabanoff è latrice di ingenti somme destinate per la propaganda in Italia. Anche nei notiziari riservati molte volte ricorre il nome della Balabanoff o di altri individui sospetti di propagandare idee bolsceviche, per segnalarne con accuratezza movimenti e azioni sospette.

La pagina del Diario Storico della Sezione “R” riguardante l’incontro del Capo Sezione con l’omologo americano per discutere sulla propaganda bolscevica in Italia

Questo era un problema considerato molto delicato per l’ordine pubblico: il 7 novembre 1918 il Diario registra che il Capo Sezione si era recato nella mattinata in visita dal Presidente del Consiglio, su invito dello stesso, per parlare dell’attività sospetta svolta da alcune banche e nel pomeriggio aveva partecipato ad una riunione con i responsabili dei vari Uffici di informazione e investigativi, con l’intervento dello stesso Direttore Generale della Pubblica Sicurezza e del ministro Paolucci de’ Calboli, del Ministero degli Esteri, sotto la presidenza dell’onorevole Bonicelli allo scopo di esaminare la questione della diffusione in Italia delle idee bolsceviche e provvedere alle necessarie predisposizioni per prevenirne l’ulteriore diffusione; questo sentito e forte impegno sulla circolazione di tali idee provenienti dalla Russia, non più zarista, è ricordato nelle memorie sia di Tullio sia di Odoardo Marchetti e ben si riscontra nelle varie voci sull’argomento che vengono annotate molte volte sul Diario.

Un lavoro coordinato di accurato monitoraggio sia sul morale dei prigionieri sia sulla circolazione delle idee rivoluzionarie attendeva il Servizio. Di nuovo il 16 novembre, sempre nel 1918, venivano comunicate alla Sezione “M” informazioni sulla propaganda bolscevica e relativi mezzi di corrispondenza tra la Svizzera e l’Italia, attraverso la frontiera di Chiasso. Per il giorno successivo è riportato un contatto con l’Addetto militare dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, circa la propaganda bolscevica, così come era stata registrata nello stesso giorno la ricezione da Berna di pubblicazioni sul bolscevismo, argomento dunque ormai divenuto giornaliero nell’attività in formativa.

Ancora: il 25 novembre 1918 venivano comunicate al Ministero dell ‘Interno, all’Addetto militare dell’ambasciata di Francia a Roma, alla Missione militare britannica, all’Addetto militare americano, dettagliate informazioni sullo stato della propaganda bolscevica in Svizzera e in Italia. Anche nel corso degli anni successivi l’attenzione alla propagazione del
bolscevismo sarà tenuta molto alta e non solo con notizie dall’Italia. Infatti il Centro di Berna continuava ad essere molto attivo, soprattutto su questo argomento; anche il Centro di raccolta di Cristiania era molto attento alla questione, così come il governo della Norvegia, che nei primi giorni del dicembre 1918 aveva preso alcune misure contro questa ideologia politica, la quale minacciava di divenire il nemico numero uno dell’Europa che si considerava liberale e democratica, una volta terminata la guerra.

Il Centro di Parigi non era da meno e comunicava in abbondanza notizie circa la diffusione del bolscevismo sul territorio francese, con particolari sui pericoli reali che questa propaganda valicasse le frontiere. Anche in Scandinavia vi era una notevole attenzione al problema, almeno a quanto veniva riferito a Roma.

Indubbiamente il problema della propaganda delle idee comuniste che avevano vinto in Russia e addirittura fatto cadere il secolare impero zarista, si presentava per tutti gli alleati e lo sarebbe stato anche alla fine della seconda guerra mondiale, quando le potenze democratiche dovettero fare i conti con l’espansionismo stalinista, che aveva ripreso in pieno la politica estera zarista di longa manus sui Balcani, oltre che di penetrazione nell’Asia centrale.

Samuel Hoare

Alla fine del 1918 il Capo della Sezione “R” di Roma, all’epoca il tenente colonnello Ettore Troiani, ebbe un incontro con un capitano della Missione americana, Ayres Uterhart, che aveva avuto incarico di studiare proprio per conto del Servizio Informazioni la questione della propaganda bolscevica, almeno a quanto annotato sinteticamente nelle VARIE di quel giorno. Pochi giorni dopo, viene segnalato ancora un incontro del Capo dell’Ufficio con un tenente colonnello inglese sempre sullo stesso problema del bolscevismo: l’ufficiale straniero era Samuel Hoare, ufficiale dell’intelligence britannica in Italia, lo stesso Sir Samuel Hoare, ambasciatore della Gran Bretagna a Madrid, nel 1943, che per primo ricevette l’emissario italiano del governo Badoglio, il generale Castellano, sulla sua via verso Lisbona, per incontrare ufficiali anglo-americani e chiedere l’armistizio.

Hoare aveva lasciato l’Italia il 5 gennaio 1919 e prima di partire aveva fatto, come prevedeva la consuetudine, una visita di commiato al Capo dell’Ufficio “T” dello Stato Maggiore: la Missione militare britannica fu sciolta il 10 gennaio 1919, come diligentemente annotato nel Diario. Molte erano le notizie che provenivano dai Centri di raccolta di Buenos Aires e altri Centri di informazioni minori dell’America Latina, dove le comunità italiane erano già piuttosto consistenti. Molto attivo in questo periodo fu anche il Centro di Madrid, a giudicare dalle informazioni inviate e registrate nell’attività giornaliera dell’Ufficio.

Camillo Pavan, 2001 – I prigionieri italiani dopo Caporetto

Altro problema che il Servizio dovette controllare da vicino fu proprio quello del rientro dei soldati ex prigionieri. Scrive Odoardo Marchetti “che bisognava pure aiutare a regolare l’afflusso disordinato degli ex prigionieri nostri, fuggiti dai campi di concentramento austriaci, e a stabilire la sorveglianza e i mezzi per combattere e neutralizzare le teorie bolsceviche, che hanno facile attecchimento e diffusione nel rilassamento generale che subentrando, per reazione, alla grande tensione di spiriti, che aveva preceduto e facilitato la vittoria. L’11 novembre (1918) ben 25 ufficiali del servizio “I” venivano ripartiti nei campi degli ex prigionieri rientrati dall’Austria…”.

Gli interrogatori erano importanti non solo per stabilire le modalità della caduta in prigionia, ma anche per controllare il morale di questi individui e la loro reazione a quello stato, quando avrebbero potuto essere facile preda di qualsiasi tipo di idea sobillatrice e sovversiva. Infatti è questa una attività continua e importante che il Diario Storico della Sezione riporta, appunto quella, costante in quel periodo, dell’interrogatorio degli ex prigionieri di guerra rimpatriati, per ottenere ulteriori notizie sul nemico e soprattutto per saggiare umori e intenzioni di coloro che avevano patito una prigionia e spesso potevano avere sentimenti di rancore verso lo Stato e essere stati avvicinati da attivisti bolscevichi che li avevano convinti delle loro idee: quindi costoro rientrando in patria, avrebbero potuto rappresentare un serio pericolo per la sicurezza del Regno.

Durante tutto il conflitto erano stati molto attivi – e anche nel periodo successivo all’armistizio di Vllla Giusti lo furono – i Centri informativi in Albania: l’armistizio con la Bulgaria firmato il 29 settembre 1918 e la ritirata dell’esercito austro-ungarico avevano permesso all’Esercito Italiano di avanzare verso Durazzo e Scutari e raggiungere anche Tirana.

Verso la fine della guerra, l’Italia aveva dunque occupato quasi tutto il territorio albanese e a Durazzo si costituì, favorito dal Regio Governo, un governo provvisorio albanese; nel novembre 1918 le truppe italiane erano ancora in Albania e continuavano le operazioni. Importanti presidi italiani erano anche in Montenegro. In quelle terre dal gennaio 1915 al gennaio 1918 la raccolta di informazioni era stata condotta soprattutto dall’Arma dei Carabinieri, che da tempo era presente in Albania, anche per una forma ante litteram di cooperazione tecnica, la riorganizzazione della gendarmeria albanese.

Nel porto di Valona e sul territorio albanese meridionale vi erano dei Centri di raccolta che rispondevano al Comando del XVI Corpo d’Armata, con un Comando dei Carabinieri che sovrintendeva a quel tipo di operazioni. Effettivamente l’Ufficio Informazioni del Comando Supremo non ebbe in Albania alcun organo proprio, ma si affidò interamente a quell’Ufficio Informazioni. Sia prima che durante il conflitto l’attività in Albania fu molto attenta, e continue notizie furono inviate al Comando Supremo.

Campo di prigionia. Dal volume La Guerra. Vol. 4: La battaglia di Gorizia. Museo Civico del Risorgimento di Bologna

Per comprendere anche sinteticamente la presenza italiana nei Balcani e la forte attività informativa che vi fu dispiegata da elementi dell’Esercito e della Marina, occorre dare alcuni sintetici elementi di storia. È indubbio che fin dall’inizio del diciannovesimo secolo, con la sopraggiunta debolezza del sultano di Costantinopoli, la penisola balcanica era sotto il controllo di quella che veniva comunemente chiamata dagli storici Pentarchia: Inghilterra, Francia, Austria, Prussia e Russia erano membri di questo consesso. A mano a mano, dopo il 1870, l’Italia si era inserita nella politica europea e la Pentarchia si era progressivamente evoluta in una Esarchia, alla vigilia del grande conflitto.

Nel desiderio di assicurare la propria supremazia, ognuno dei sei membri di questo concerto europeo sognava di ingrandire il proprio spazio vitale, fonte di materie prime e di mercati potenziali, forse anche di pericoli. Quest’equilibrio europeo sarebbe stato rotto a molte riprese, durante il XIX e gli inizi del XX secolo, dalle rivalità e dalle guerre tra i vari protagonisti di questo concerto.

L’influenza delle potenze europee nei Balcani era rafforzata dalla presenza sui troni di Romania, Bulgaria e Grecia di sovrani strettamente imparentati con le grandi case regnanti europee. Peraltro bisogna anche aggiungere che l’economia degli Stati balcanici era largamente tributaria delle grandi potenze economiche europee; anche l’intellighenzia delle nuove nazioni balcaniche gravitava attorno ai grandi centri culturali europei di Parigi, Londra, Vìenna e Berlino. Le istituzioni e la vita politica degli Stati balcanici si ispiravano in gran parte ai modelli occidentali (centralismo e sistema giudiziario francese, sistema scolare tedesco, esercito tedesco, marina da guerra britannica).

Anche dopo la fìne del conflitto Francia, Gran Bretagna e Italia continueranno a inviare Corpi di spedizione in Macedonia, oltre che nella vicina Anatolia, e a esercitare un’influenza preponderante nei Balcani. La Russia comunista venne tenuta per il momento fuori dalla penisola balcanica: cercherà prima e durante il secondo conflitto mondiale la sua preminenza e totale influenza su quei territori, riuscendovi nel dopo guerra e mantenendola fino a quando l’URSS è implosa. Ma nel periodo fra le due guerre la sua presenza nel settore fu limitata.

Subito dopo la pace di Losanna del 1912, fra Italia e Turchia, in seguito al conflitto italo-libico, si era conclusa, alla fine della guerra balcanica, la pace di Londra nel 1913, firmata dalla Bulgaria, dalla Serbia e dal Montenegro da una parte e la Turchia dall ‘altra. Fu una pace che non portò alcuna sistemazione duratura, in quanto era pur vero che erano state definite le posizioni fra Turchia e il resto dei paesi balcanici, ma il problema consisteva nel fatto che non erano state chiarite le rispettive posizioni di quegli Stati e ciò avrebbe avuto una notevole influenza nel corso della Grande Guerra.

L’Impero Ottomano, ormai completamente privato di ogni possibile pretesa sull’Albania, aveva lasciato alle grandi potenze la definizione delle frontiere di questo nuovo stato che era stato costretto a riconoscere come sovrano.

L’intervento militare italiano (vi era stata anche una missione umanitaria sanitaria sbarcata a Valona nel 1914) nei Balcani aveva avuto inizio nel 1916 (a parte l’occupazione dell’isola di Saseno e della stessa Valona nel dicembre 1914 condotta dalla Regia Marina) e continuò anche dopo l’armistizio di Villa Giusti, perché la situazione politico-militare di tutta quella zona era di difficile composizione politica, sia per elementi contingenti locali, sia per accordi presi dalle Potenze europee, prima dello scoppio della guerra, per aggiudicarsi influenze e annessioni di territori sovrani o ancora parte del moribondo Impero Ottomano.

I Balcani, come sopra ricordato, avevano sempre interessato l’Italia e gli Addetti militari a Sofia, a Costantinopoli, a Vienna, a Berlino, con attenzione avevano informato i propri vertici di quanto si stava preparando nell ‘area, sia prima sia durante il conflitto, con lunghe e analitiche relazioni, che erano state acquisite in vari modi dal Servizio Informazioni, anche se la messe di notizie che arrivava su quei tavoli, come già rilevato, non permetteva una coerente e rapida analisi

A conflitto iniziato, le relazioni internazionali si erano fatte sempre più serrate e complicate, anche per il Regno d’Italia: il 26 aprile 1915 l’ltalia si era accordata con l’Inghilterra, stipulando l’ormai noto trattato segreto di Londra, che stabiliva le condizioni per la sua entrata in guerra: al momento della firma della pace avrebbe ottenuto il Trentino e il Tirolo cisalpino (confine del Brennero), Trieste, le contee di Gorizia e di Gradisca, l’lstria intera fino a Volosca, nonché le isole di Cherso, Lussino e Lussimpiccolo e altre minori adiacenti; le sarebbe spettata anche la Dalmazia con tutte le isole più vicine, che venivano enumerate nel testo dell’accordo; aveva ottenuto anche la sovranità su Valona con l’intera costa circondante la baia, insieme con l’isola di Saseno e il territorio necessario alla loro difesa.

Per quanto riguardava la parte centrale dell’Albania che si era costituita in piccolo Stato autonomo nel 1913, l’Italia, ottenendo quanto sopra descritto, si era impegnata a non opporsi a che il resto dell’Albania, se le tre potenze alleate lo avessero desiderato, fosse diviso tra Montenegro, Serbia e Grecia, purché le coste albanesi, così vicine a quelle italiane, fossero considerate smilitarizzate. Del nuovo piccolo Stato albanese l’Italia avrebbe avuto la rappresentanza diplomatica.

Sempre a termini del patto segreto, tra l’altro, Roma avrebbe ottenuto a fine conflitto il pieno possesso di Rodi e di tutte le isole del Dodecaneso occupate, dove già peraltro funzionava un primitivo nucleo di Servizio Informazioni, dipendente dal Comando d’occupazione, assicurato prevalentemente dai Carabinieri.

Nell’art. 9 del Patto di Londra, Francia e Inghilterra riconoscevano come un axiome l’interesse dell’Italia a mantenere l’equilibrio politico nel Mediterraneo e il suo dirito ad avere, una volta suddiviso il territorio turco, una parte uguale a quella francese e inglese nel Mediterraneo: esattamente fu promessa all ‘Italia la parte occidentale dell’Anatolia con le province di Smirne e Aydin, la costa anatolica fìno a Mersin, la provincia di Adalia.

Dunque il Patto di Londra era stato molto chiaro circa le concessioni all’Italia per la regione di Adalia, ma gli equilibri politici del 1915 erano ben diversi da quelli del 1919, quando l’Europa si ritrovò senza più imperi, salvo quello inglese. Queste vicende storiche spiegano sinteticamente perché nella regione anatolica, da lungo tempo il Servizio Informazioni militare aveva esteso una rete informativa piuttosto effìciente che si collegava con i centri attivi non solo ad Atene e a Costantinopoli, ma anche a Janina, città di confine tra la Grecia e l’Albania: anche per questo settore le ragioni si comprendono con alcune notazioni storiche.

La pace tra la Turchia e l’Italia, firmata a Losanna nel 1912, era durata molto poco, a causa delle condizioni generali e, in seguito allo scoppio del nuovo conflitto esteso, la guerra era stata nuovamente dichiarata da Roma a Costantinopoli il 22 agosto 1915. Nel quadro dell’espansione possibile e vagheggiata dall’Italia, a spese dell’Impero Ottomano, l’Accordo
di San Giovanni di Moriana (Saint Jeande  Maurienne) firmato nell’aprile 1917, quando la prevista e vicina spartizione del morituro Impero Ottomano minacciava di porre gravi ipoteche sull’equilibrio del Mediterraneo orientale, era stato di grande importanza: erano stati confermati i diritti dell’Italia sulla regione anatolica di Adalia, estendendo le concessioni alla parte meridionale dell ‘Asia Minore.

Questo accordo, fra Francia, Italia e l’Inghilterra che confermava sostanzialmente gli accordi precedenti di Londra del 1915, per essere vigente, doveva essere approvato dalla Russia, ma fu poi dichiarato decaduto dai francesi e dagli inglesi, a causa appunto della mancata ratifica da parte di quella potenza: la sopravvenuta rivoluzione bolscevica, che tanto preoccupava il servizio informativo italiano, alla cessazione delle ostilità, aveva scompaginato, inizialmente, anche la politica estera espansionista dell’impero zarista, che peraltro venne in seguito ripresa dal governo sovietico, non appena il movimento rivoluzionario trovò il suo difficile assestamento interno e i riconoscimenti internazionali della sua legittimità.

Al tempo degli eventi rivoluzionari, però, unilateralmente il governo dei soviet non solo non ratificò alcun trattato, ma dichiarò decaduti tutti quelli in vigore, rimettendo praticamente in discussione tutti gli impegni territoriali precedentemente sottoscritti.

Carta geografica illustrante la spartizione dei territori dell’Impero Ottomano, allegata all’accordo del 26 aprile 1917 – San Giovanni di Moriana, 19 aprile 1917

La Russia dunque, come sopra ricordato, non ratificò mai gli accordi di San Giovanni di Moriana e quando iniziarono le trattative di pace, nel gennaio del 1918, quanto promesso all’Italia circa l’Anatolia non venne istantaneamente riconosciuto, anche perché la Grecia, che con la sua entrata in guerra contro la Turchia aveva contribuito all’affermazione delle potenze occidentali, reclamava i suoi diritti. Era evidente in quel periodo che le vicende interne della Grecia, durante tutto il periodo delle ostilità, avevano contrastato quasi sempre, in modo chiaro o nascostamente, con le operazioni italiane in Albania, nell’Epiro meridionale e in seguito anche nella penisola anatolica.

Infatti, tra le varie, si prospettò la possibilità che la Grecia ottenesse tutto il Dodecaneso e la zona di Smirne, mentre all’Italia poteva venire riconosciuta solo una sfera di influenza sulla zona di Adalia. Il Servizio inviò numerose informative circa i movimenti militari della Grecia a questo riguardo e sulla situazione politica del governo di Atene, considerato che la demarcazione della zona di influenza italiana nella penisola anatolica dipendeva dagli accordi con quel governo.

Verso la fine del 1918, quando la Turchia aveva firmato l’armistizio a Mudros (30 ottobre 1918), l’Austria-Ungheria a Villa Giusti di Vittorio Veneto (3 novembre) e la Germania a Rhétondes (11 novembre), la coesione delle potenze vincitrici era già un ricordo lontano e quanto deciso prima o durante il conflitto, per annodare le possibili alleanze militari, non era più cogente. Alla fìne del conflitto, la geografìa politica, non solo europea, era stata stravolta: tre grandi imperi non esistevano più, quello tedesco, quello austriaco, quello russo; uno esisteva solo di nome, quello ottomano, ma era già chiaro che si trattava degli ultimi sussulti di una vita plurisecolare, che aveva dato al mondo cultura, arti, tradizioni e arte militare.

Un nuovo importante attore era comparso sulla scena politica europea: gli Stati Uniti d’America, con tutto il loro peso economico e militare, destinati a essere i veri potenti del mondo nel secolo XX e, almeno per ora, XXI.

Eleutherios Venizelos

L’ Italia naturalmente considerava validi gli accordi, a suo favore, del 1917, mentre la Grecia di Venizelos avanzava pretese su Smirne, considerata greca. Per Badoglio, in quel periodo Sottocapo di Stato Maggiore, le miniere di carbone di Eraclea d’Anatolia, zona occupata dai francesi, costituivano una necessità assoluta e l’unica occupazione effettivamente redditizia in quel settore, mentre il tenente generale Armando Diaz, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dall’8 novembre 1917, giorno in cui era stato revocato il comando a Cadorna dopo la rotta di Caporetto, valutava l’occupazione francese non in termini economici, ma in termini di importante penetrazione politica.

generale Armando Diaz

In quel bacino carbonifero già nel 1907 la Società Italiana d’Oriente aveva chiesto e ottenuto una concessione, ma non aveva potuto agire da sola, per l’opposizione della Francia e si era dovuta accontentare quindi di avere solamente una partecipazione nella preesistente società francese che di fatto divenne così italo-francese. Comunque la Società produceva circa mezzo milione di tonnellate di carbone l’anno, garantendo un certo rifornimento aii’Italia. Anche l’opinione pubblica era divenuta molto sensibile al problema della presenza italiana nel Mediterraneo, per il mantenimento di un equilibrio politico, di uno status quo.

Questo lungo excursus storico era necessario per comprendere la ragione per la quale il Servizio Informazioni del Comando Supremo, una volta firmato l’armistizio di Villa Giusti, continuò sempre più attivamente il suo lavoro, con i Centri di raccolta informazioni e le Sezioni staccate in Albania, in Grecia e nella penisola anatolica, divenute importanti sedi per l’attività informativa, in quanto gli interessi italiani in quell’area – politici ed economic i- erano forti. È infatti facile notare nelle annotazioni del Diario una notevole preponderanza di notizie circa questi settori strategici.

Il 12 gennaio 1919 il Diario Storico continuò nella sua struttura, ma l’intestazione di quel giorno non fu più Comando Supremo, Ufficio Informazioni, Sezione “R”, ma Stato Maggiore del Regio Esercito Ufficio “I”, anche se poi, con il procedere dei giorni, furono inserite nella Raccolta, oltre a quelle delle specifiche Sezioni dell’Ufficio, anche le pagine relative al Diario Storico della Sezione “R”, che continuava a esistere e a dipendere dal Comando Supremo.

L’Ufficio “I” dello Stato Maggiore del Regio Esercito era stato organizzato con una Segreteria e quattro Sezioni: informazioni, polizia militare, stampa e traduzioni, decifrazione dei telegrammi, con relativa intercettazione di telegrammi stranieri. L’Ufficio, in quel periodo, aveva sede nel Palazzo Baracchini, dove si era trasferito già il 1° luglio 1918, in seguito alla circolare n. 9120 del 3 marzo precedente che aveva rivisto l’ordinamento del Comando territoriale del Corpo di Stato Maggiore in relazione a quello del Comando Supremo

Allo scopo di migliorare l’operato del Comando territoriale, soprattutto per armonizzarlo con quello del Comando Supremo, era stato disposto che avrebbe compreso, tra gli altri suoi reparti e uffici, un Ufficio Informazioni; questo venne tra l’altro deputato a conservare l’archivio del Servizio Informazioni del Comando Supremo: mediante la Sezione “R”, alla quale si sarebbe riunito l’Ufficio Staccato del Servizio Informazioni, doveva attendere ai particolari compiti del servizio da svolgersi nella capitale. Era previsto il trasferimento in una nuova sede, che avvenne dopo qualche tempo, e una progressiva riduzione del personale di truppa addetto alla Sezione, che contava all’epoca 17 piantoni, 10 militari all’archivio e altre ordinanze in scarso numero.

Nella circolare era sottolineato anche che al più presto tutto il carteggio che era stato inviato dal Comando Supremo al Comando del Corpo doveva essere raggruppato, ordinato dai vari uffici secondo il nuovo ordinamento e versato all’Ufficio Storico dello Stato Maggiore, esistente dall’unità d’Italia, con il materiale ad esso destinato. Gli Uffici però dovevano conoscere almeno sommariamente il carteggio loro affidato in modo da poter prontamente aderire alle richieste di documenti che potevano essere fatte dai corrispondenti uffìci del Comando Supremo: “… questi, a loro volta, devono sgombrare in modo continuo e nella maggior misura possibile, tutte le pratiche esaurite o di meno frequente consultazione, ai corrispondenti uffici del Comando del corpo, per conservare al Comando Supremo la caratteristica di mobilità che lo deve contraddistinguere”.

Dunque fin dai primi giorni del 1919 lo Stato Maggiore del Regio Esercito aveva organizzato un proprio Ufficio “I” a Roma e aveva preso a redigere un Diario storico-militare, con le stesse modalità della Sezione “R”, mentre il Servizio Informazioni del Comando Supremo, con la sua Sezione “U”, fino all’agosto 1919 operò ad Abano (sede di campagna), e fu molto attivo per quanto riguardava la Macedonia, la Bulgaria, la Grecia, proprio per le ragioni storiche sopra accennate. Il Comando Supremo rientrò a Roma da Abano in quel mese, ma continuò a funzionare in parallelo fìno alla data ufficiale del suo scioglimento, 1° gennaio 1920.

Il carteggio del Servizio Informazioni relativo a questo periodo di attività è conservato quasi per intero tra le carte dell’Ufficio Situazioni e Operazioni, nel quale era integrato: esso testimonia della ramifìcazione che il Servizio era riuscito a realizzare nei Balcani. anche con l’attivissimo Centro di Salonicco. Sono numerosissimi i rapporti relativi all’attività bulgara in Macedonia, e molto dettagliati; in alcune di queste attività, nel quadro dei tentativi portati dai comitati serbi per fomentare una sollevazione in Bulgaria e far trovare i delegati al tavolo della pace di fronte ai fatti compiuti, viene riportato che capi del movimento si sarebbero travestiti da uffìciali italiani per entrare in Macedonia; costoro
avevano anche cercato di corrompere un autista italiano, per entrare nel territorio.

Dunque una rivolta per fare in modo che la Macedonia potesse fruire di una autonomia politica alla fine, ormai assai vicina, del conflitto: questa situazione fu monitorata con grande cura sia dal Centro di Salonicco sia da alcuni Addetti militari presenti in zona. Presso la Missione Militare italiana a Costantinopoli, con a capo il generale Mombelli, gran conoscitore del mondo ottomano, vi erano ai suoi ordini due o tre ufficiali, che si occupavano quasi esclusivamente della raccolta di informazioni militari, confermando e arricchendo quanto raccolto nelle altre sedi balcaniche.

Sono numerosi infatti i rapporti e, occorre dirlo, anche le analisi molto interessanti, relative alla difficile situazione economica e sociale, oltre che militare, in Turchia e alla influenza della Germania in quel territorio: “… i soldati [turchi] circolano affamati e stracciati; i Giovani Turchi hanno lasciato la direzione di tutti i servizi ai tedeschi… che non nascondono a Costantinopoli il loro imbarazzo per eventuali imprevisti avvenimenti…”. Già nell ‘ottobre del 1918 era stato segnalato dal “nostro servizio segreto” che molte famiglie tedesche avevano lasciato Costantinopoli.

Molte e continue erano anche le informazioni ottenute tramite l’intercettazione e decrittazione dei telegrammi provenienti dalle ambasciate di Grecia a Berna e a Londra e diretti al Ministero degli Ester i di Atene: i due Centri di Londra e di Berna facevano un ottimo lavoro. Per i telegrammi in arrivo e in partenza da Roma valeva sempre la regola aurea, prescritta nelle norme sulla censura, di ritardare comunque di almeno 48 ore la consegna degli stessi ai destinatari o di ritardarne, quando possibile, la partenza.

Dal Centro di raccolta informazioni di Mudros, nella penisola anatolica, i notiziari redatti sulla situazione della Turchia e della Bulgaria e in genere su tutto il fronte balcanico erano anch’essi assai numerosi e con informazioni molto attendibili: questi venivano regolarmente trasmessi al Servizio Informazioni, Sezione “U”, che li elaborava e li inviava al Capo di Stato Maggiore e all’Ufficio Situazioni e Operazioni.

ln quel periodo, come per il passato, continuavano ad essere attentamente sorvegliati i Centri raccolta di informazioni austriaci all’estero, la rete dei quali era ormai molto ben conosciuta dal Servizio italiano: era anche possibile per gli italiani intercettare messaggi cifrati e monitorare le informazioni che quei centri austriaci raccoglievano intorno ai movimenti delle operazioni delle truppe italiane, non solo al confine, ma anche in Albania.

Nel luglio 1918 era stato altresì deciso di costituire un centro di informazioni nell’Egeo a Rodi, per il quale però fu difficile trovare un uffìciale da inviare, in quanto tutti coloro che venivano ritenuti idonei per un simile servizio erano già destinati ad altra missione. Il che dimostra che il personale impiegato nel settore era numeroso, ma che non era stata programmata ancora una particolare preparazione per operatori nel settore della raccolta informazioni, che verrà iniziata, però, proprio in quel periodo.

Terminato lo stato attivo di belligeranza, si presentava il grave problema della smobilitazione, ovvero il passaggio dallo stato di guerra allo stato di pace, che poteva avere conseguenze economiche e sociali molto più devastanti che il processo inverso. Come ricordano il Bovio nel suo volume, e lo Stefani nei suoi numerosi e ampi studi, al 3 novembre 1918 erano sotto le armi 3.044.414 italiani, dei quali 2.232.976 appartenenti all’esercito combattente, inquadrati in 9 Armate, 23 Corpi d’Armata, 53 Divisioni, comprese le forze che stavano operando in Albania, in Macedonia, in Francia. Le classi d’età che alimentavano questa forza erano 27 e partivano dai nati nel 1874 per arrivare ai ragazzi del ’99. Tanto che si può affermare che una delle ragioni dell’affermazione del fascismo nel 1922 sia stata anche la conseguenza dei problemi posti dal difficile assestamento sociale, oltre che economico, del post-conflitto.

Il testo di una lettera “riservatissima” dell’Addetto militare in Bulgaria concernente un possibile informatore

Il problema della smobilitazione era un grave problema politico ed economico, non solo militare. Nell’ottica post-bellica, si imponevano, considerata la nuova situazione e le condizioni economiche del Regno, urgenti modifiche nell’ordinamento delle Forze Armate italiane e in particolare per l’Esercito: per avere subito una visione di sintesi dei rapidi mutamenti che si ebbero nel giro di pochissimi anni, ricordiamo che l’ordinamento del generale Albricci, Ministro della Guerra, fu varato il 21 novembre 1919, ma fu rapidamente sostituito da quello del nuovo Ministro della Guerra, Bonomi, il 20 aprile 1920; ordinamento questo considerato peraltro ancora provvisorio.

Nel gennaio 1923 il generale Diaz, a sua volta Ministro della Guerra, fece approvare un nuovo ordinamento, che ebbe vita breve, fino al 1926-27 quando furono varate numerose riforme volute dal Capo del Governo, Mussolini, ad interim anche Ministro della Guerra, che introdusse ulteriori variazioni nel 1934. Nel 1925 fu istituita la carica di Capo di Stato Maggiore Generale, incarico tenuto da Badoglio fìno al 26 novembre 1940, quando fu costretto a dare le dimissioni dopo il fallimento della campagna di Grecia.

PIETRO BADOGLIO

Per ritornare alla situazione della fine del 1918 e degli inizi del 1919, la smobilitazione procedeva, mentre tra l’altro si elaborava appunto un nuovo ordinamento dell’Esercito, oltre che per adattarsi alla nuova situazione, anche per contenere l’incidenza delle spese militari nel disastrato bilancio dello Stato.

L’Ufficio Informazioni iniziò a ridurre il proprio personale a Roma, anche se continuava la sua attività: certamente, esso era stato ridimensionato moltissimo, rispetto al periodo bellico: e come conseguenza, mentre precedentemente per riassumere l’attività di una giornata occorrevano numerose pagine, dal gennaio 1919 il Diario giorno per giorno, è indubbiamente più sintetico e smilzo: le voci riportate riguardano i rapporti con i Centri ITO delle Armate ancora funzionanti quali quelli di Trieste e di Valona. Anche le due Sezioni “U” e “M” erano ancora pienamente funzionanti come i Centri all’estero.

Molta dell’attività svolta anche nel 1919, come negli ultimi mesi precedenti del 1918, riguardò, almeno secondo le notizie riportate nel Diario, la situazione personale di numerosi militari, dalla richiesta di ricompense a quella della valutazione dei servizi prestati, etc. oppure la richiesta alle varie stazioni dei Carabinieri di appurare il perché del non rientro dalla licenza di soldati, dei quali venivano forniti i nomi: questo fenomeno sembra iniziare in modo massiccio proprio nel gennaio 1919; nei mesi precedenti vi erano state richieste in merito, ma non nella qua ntità del gennaio 1919 e dei seguenti mesi, segno che il problema stava peggiorando.

Il Colonnello Balduino Luigi Caprini

L’Ufficio continuava a decifrare, come negli anni passati, telegrammi che venivano poi passati alla Presidenza del Consiglio e continuava a monitorare lo spirito della truppa, anche nelle lettere che i singoli si scambiavano con i familiari, tanto che venivano richieste informazioni su alcuni militari che avevano espresso apprezzamenti e critiche, nella loro corrispondenza personale, sul diffondersi dell’influenza “spagnola”, segno evidente che la censura postale era ancora in piena attività. Tra le traduzioni di documenti dei nemici elaborate in quel periodo, da segnalare quella relativa ad un questionario per uso spionaggio della marina tedesca, sottratto durante le operazioni belliche.

Almeno nei primi mesi del 1919 le annotazioni sono a volte anche irrilevanti, quali ad esempio, un ringraziamento alla Sezione “M” per l’invio di timbri, insieme alla notizia inviata dal Centro dell’Aja sulla mobilitazione dell’esercito jugoslavo! Vi sono anche delle notizie abbastanza significative che permettono di legare alcuni personaggi già conosciuti nel quadro storico degli inizi del secolo, al servizio informazioni, come ad esempio la consegna avvenuta l’11 gennaio 1919 della croce di guerra, con relativo brevetto, fatta dal Capo dell’Ufficio al colonnello dei Carabinieri Reali Balduino Caprini, che era in procinto di partire per Costantinopoli; il 23 gennaio successivo lo stesso si era recato a conferire con il Capo della Sezione “R”. I movimenti del Caprini sono dettagliatamente segnalati anche alla Sezione “U”, evidentemente per agevolare anche il viaggio dell’alto ufficiale.

Mario Nicolis di Robilant

Sappiamo così che il colonnello partì per Sulmona alla volta di Otranto, dove si sarebbe imbarcato per raggiungere la capitale dell’Impero Ottomano e continuare in quel settore del Mediterraneo un lavoro molto accurato che aveva iniziato già anni prima, collaborando con il generale di Robilant per la riorganizzazione della gendarmeria macedone. Anche altri ufficiali dei Carabinieri Reali avevano collaborato con il Servizio Informazioni durante il loro mandato in quelle aree come ad esempio il capitano Giuseppe Borgna, già nell’équipe che era stata in Macedonia; il capitano Giovanni Battista Carossini, che prestò servizio nel settore anatolico sia nel 1914 sia nel 1920 e 1921, quando le truppe italiane erano sbarcate in Anatolia e pensavano di poter avere quella zona sotto la propria influenza. Così come nella voce Varie, è annotato che l’ex capo del Servizio che aveva ormai raggiunto il grado di maggiore generale, Rosolino Poggi, il 20 febbraio 1919 aveva assunto il Comando Territoriale del Corpo di Stato Maggiore.

Alla data del 26 febbraio 1919 si ha notizia che il Servizio Informazioni avrebbe finalmente avuto una sua tipografia, nella sede dello stabilimento tipografico del Ministero della Guerra: indubbiamente importante in prospettiva il fatto che, anche per motivi di riservatezza, avrebbe permesso al Servizio di poter stampare in proprio circolari, cifrari e altre carte necessarie e riservatissime.

Tra le varie annotazioni di lavoro eseguito dall’Ufficio in questo periodo, vi sono molte pratiche riguardanti la valutazione dei servizi resi dal personale, anche civile, in qualche momento della vicenda bellica: ad esempio si chiedono delucidazioni circa la domanda di un premio in danaro che un agente investigatore aveva avanzato per le sue prestazioni durante il conflitto; nel Diario vi è un buon numero di annotazioni riguardanti queste richieste, ma sempre senza indicare per esteso il nome di chi presentava l’istanza: l’agente doveva rimanere “coperto”, nonostante il Diario fosse classificato “riservatissimo”.

Anche se era stato ridimensionato, l’Ufficio continuava ad esaminare e quindi annotava le domande di collaborazione, anche quali interpreti di tedesco, che alcune persone presentavano; offerte che venivano regolarmente istruite – segno che il reclutamento di possibili collaboratori non militari continuava – e in alcuni casi il Capo della Sezione riceveva la persona che aveva avanzato simile candidatura.

Un appunto manoscritto che conferma la collaborazione con il Servizio Informazioni francese a Milano

Vengono registrate in quel periodo molte domande di estensione di licenze e molti congedi illimitati: anche l’Ufficio Informazioni aveva iniziato la sua cura di “dimagrimento” di personale o della sostituzione di alcuni di essi, soprattutto ordinanze e scritturali. La Sezione “R”, da parte sua, continuava a monitorare attentamente la situazione economica (compito istituzionale) e tutto quanto era connesso, inclusa la scoperta a Vienna della fabbricazione in larga scala di moneta italiana falsa e della sua circolazione nelle terre del nord o l’introduzione di banconote false a Fiume nel marzo 1920: un eventuale immissione di carta moneta falsa nei territori italiani o in quelli conquistati recentemente poteva portare seri turbamenti alla situazione economica generale, già di fatto precaria.

Maria Gabriella Pasqualini

*Maria Gabriella Pasqualini

 (Roma, 26 marzo 1944) è  una storica e accademica italiana.

Laureata nel 1966 in Scienze Politiche nella Università di Roma, ha insegnato per 40 anni, dapprima “Storia e Istituzioni dei Paesi afro-asiatici” nell’Università di Perugia e poi “Storia e Istituzioni dell’Africa Mediterranea e del Vicino Oriente” in quella di Palermo (ad eccezione di una parentesi decennale 1974-1984 per Servizio all’estero presso il Ministero degli Affari Esteri).

È docente alla Scuola ufficiali carabinieri a Roma, dove risiede.

Specialista di Storia dei servizi segreti italiani, ha pubblicato un corpus di studi di cinque volumi, riguardanti la storia dei Servizi Segreti italiani militari e civili, per il SISMI, per l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna e per l’Agenzia informazioni e sicurezza interna.

I suoi studi sulla storia dell’intelligence italiana sono disponibili anche sul sito del Dipartimento delle informazioni per la Sicurezza DIS.

  • È stata vicepresidente del Comitato Consultivo del Capo di stato maggiore della difesa per il Servizio Militare Volontario Femminile dal 2000 al 2007 al Ministero della Difesa.
  • Direttore Scientifico di osservatorioanalitico.com
  • Vice Direttore del giornale on-line The HorsemoonPost.
  • Membro del Comitato Scientifico della Fondazione Giuseppe e Marzio Tricoli.
  • Membro della Società italiana di storia militare.
  • Premio Nazionale Universo Donna (2001).

Opere

  • L’Italia e le prime esperienze costituzionali in Persia (1905–1919), Napoli – Perugia, ESI, 1992.
  • Gli equilibri nel Levante. La crisi di Alessandretta 1936–1939, edito da IlaPalma – Edizioni Associate, Palermo, 1995.
  • Il Levante, il Vicino e Medio Oriente. Le fonti archivistiche dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, SME, Ufficio Storico, Roma,1999.
  • Le missioni all’estero dei Carabinieri 1855-1935, Ente Editoriale Arma dei Carabinieri, Roma, 2001.
  • Le missioni all’estero dei Carabinieri 1936-2001, Ente Editoriale Arma dei Carabinieri, Roma, 2002.
  • Operazione Vespri Siciliani, coautore con Giancarlo Gay, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, con Introduzione del Ministro della Difesa, Roma, 2003.
  • Uomini in Uniforme, coautore con Giancarlo Gay, Rai-Eri-Roma, 2004.
  • L’Esercito Italiano nel Dodecaneso 1912-1943. Speranze e realtà, Roma, Stato Maggiore Esercito, Roma, 2005.
  • “Problematiche costanti nel servizio di informazione militare italiano dal 1861 al 1949”, in: Storia dello spionaggio, a cura di Tomaso Vialardi di Sandigliano e Virgilio Ilari, Savigliano, 2005.
  • Soldato per scelta. La tradizione del volontariato militare in Italia dal 1861 ai nostri giorni, Roma, Stato Maggiore Esercito, 2006.
  • Carte segrete dell’intelligence italiana. Vol. I: 1861-1918, Ministero della Difesa – RUD- Roma, 2006, (Prefazione Ministro della Difesa).
  • Carte segrete dell’intelligence italiana Vol. II: 1919-1949, Ministero della Difesa – RUD- Roma, 2007, (Prefazione Ministro della Difesa).
  • L’intelligence italiana dal 1949 al 1977, AISI, De Luca Editore, Roma, 2011.
  • Breve storia dell’organizzazione dei Servizi d’Informazione della Regia Marina e Regia Aeronautica. 1919-1945, Roma, 2013, 300 pagine, Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa, Ministero della Difesa e Commissione Italiana di Storia Militare. .
  • Carte segrete dell’intelligence italiana Vol. III, IL SIM negli archivi stranieri, Stato Maggiore Difesa, Ministero della Difesa. 2014.

 

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ARCO, COSA C’ERA OGGI SUL GIORNALE? – 21 aprile

a cura di Cornelio Galas

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RIVA, COSA C’ERA OGGI SUL GIORNALE? – 21 aprile

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20 aprile, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

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COSA MANGIAVANO I SOLDATI? – 2

a cura di Cornelio Galas

Fonte: “Progressus”, rivista di storia, scrittura e società

di Marco Cuzzi *

Marco Cuzzi

L’antico rapporto tra alimentazione e guerra ha trovato un’applicazione su vasta scala durante il primo conflitto mondiale. Il governo italiano dovette affrontare al contempo tre emergenze: le razioni dei militari al fronte (il “rancio”), sovente scarse, poco nutrienti, cattive; l’alimentazione dei civili nel cosiddetto “fronte interno”, la cui gestione era in buona parte resa necessaria dai timori di proteste e rivolte dai contorni imprevedibili; e il nutrimento di coloro che – pur non militari – venivano coinvolti nel conflitto, dai sinistrati dei primi bombardamenti ai profughi delle offensive nemiche del 1916 e del 1917: la prima avvisaglia di una realtà che, su più vasta scala, si sarebbe presentata nella guerra successiva.

In che modo i vari governi affrontarono queste tre esperienze? E quali risultati vennero ottenuti in quella che è stata definita la prima guerra industriale della storia? Nel suo saggio Marco Cuzzi  cerca di tracciare alcune risposte a queste domande.

Il rapporto tra alimentazione e guerra è sempre esistito, e nei secoli ha riguardato il nutrimento sia dei militari al fronte sia delle popolazioni nelle retrovie, con l’aggiunta delle carestie che hanno flagellato i civili quando le zone dei combattimenti si trasferivano dalle prime linee alle campagne, ai villaggi e alle città. Questo rapporto ha trovato la sua declinazione più estrema nelle due guerre mondiali, con una varietà di situazioni a seconda dei paesi coinvolti: qui ci limiteremo ad analizzare il caso italiano.

Con l’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale, si pose sin da subito il problema del sostentamento delle truppe. Una vera e propria emergenza fu l’approvvigionamento carneo: in una prima fase il governo, preoccupato dalle conseguenze che i disagi per la popolazione civile avrebbero potuto comportare, limitò il trasferimento dei bovini dalle regioni interne al fronte. La carenza di carne tra la truppa sarebbe stata in parte risolta con l’introduzione di congelati o conservati, un sistema di lavorazione degli alimenti che avrebbe trovato il suo sviluppo con quella guerra.

Fino almeno al 1916, la razione giornaliera del fante italiano comprendeva 750 g di pane, 375 g di carne fresca o conservata con pasta o riso (circa 100 g), 350 g di patate, 15 g di caffè tostato, 20 g di zucchero (entrambi suddivisi in due tranche giornaliere), un quarto di vino, i necessari condimenti e, in misura variabile e saltuaria, cioccolata. Per molti soldati, provenienti da regioni spesso ai limiti della sopravvivenza, tale pasto appariva superiore a quello consumato in famiglia: in ogni caso, queste porzioni sarebbero state ben presto ridotte.

Il difficile equilibrio tra le esigenze della prima linea e del fronte interno, sarebbe entrato in crisi con il perdurare del conflitto. Nonostante l’aiuto anglo-francese, all’inizio del 1916 si registrò un considerevole calo di carne, con il taglio “fresco” sempre più sostituito dal conservato, oppure, con tutte le conseguenze negative dal punto di vista nutrizionale, dal formaggio. Inoltre, vennero ridotti il pane, fino a 600 g, il caffè e lo zucchero.

Le cause di questa riduzione erano da attribuirsi principalmente alle linee di comunicazione scadenti, soprattutto nelle regioni meridionali, che rendevano lungo il trasporto dei viveri verso le zone d’operazioni; inoltre, la stessa conformazione del fronte, con linee logistiche tracciate sulle dorsali dolomitiche e carniche, allungava i tempi d’attesa del rancio.

Un forno Weiss

Le difficoltà logistiche furono la principale caratteristica di quella guerra e rappresentarono una delle cause della pessima qualità del rancio. Pasta e riso, trasportate in pesanti marmitte termiche per chilometri, giungevano trasformati in blocchi collosi; in alta montagna, viceversa, in blocchi congelati. Furono pertanto introdotti utili strumenti quali i fornetti Weiss e lo “Scaldarancio”, una piccola camera di combustione alimentata a carta, cera, alcol solidificato o grasso di bue che scaldava una vaschetta dove si versava il cibo.

Visto il lungo stoccaggio nelle retrovie e il tortuoso peregrinare dal fronte interno, sovente il pane giungeva duro e quasi immangiabile, mentre la carne o la frutta – quando disponibili – erano visibilmente deteriorate. Infatti, sin dall’ottobre 1915, l’Intendenza generale dell’esercito era intervenuta per raccomandare cautela nella distribuzione di “cibi putrefatti” alla truppa, per lo meno per quanto fosse possibile. L’introduzione delle gallette, un biscotto non lievitato a lunga conservazione, in sostituzione del sempre più assente pane fresco, non risolse del tutto il problema: questa soluzione venne accolta con comprensibile malumore dalla truppa, anche perché le gallette ammuffivano nei magazzini centrali prima di raggiungere la gavetta del fante.

A tutto ciò andava aggiunta la cronica scarsità dell’acqua, problema che sarebbe rimasto insoluto sino al termine del conflitto. Complessivamente la razione viveri italiana contava 4.082 calorie nel maggio 1915, ridotta a 3.850 nel dicembre 1916 e a 3.067 subito dopo Caporetto.

Per David Stevenson, le condizioni alimentari del soldato italiano risultano peggiori di quelle dei francesi e dei britannici, spingendosi addirittura ad avvicinarle a quelle delle truppe zariste, letteralmente insostenibili. Anche da questo punto di vista, Caporetto rappresentò un punto di svolta. Il ripiegamento delle truppe italiane sul Piave comportò la “strada obbligata delle requisizioni” e “una vera e propria battaglia per la sopravvivenza”  tra i soldati e i civili.

Abbandonato il criterio dell’equilibrio tra alimentazione militare e civile, il comando supremo dell’esercito, all’indomani dell’attestamento delle unità sulla linea Piave-Grappa, dispose che le forniture alle popolazioni civili dovevano tenere conto delle esigenze dei soldati: con l’ultimo anno di guerra, l’allargamento delle privazioni alle popolazioni nelle retrovie era conclamato. Ormai la battaglia coinvolgeva tutti, in una guerra sempre più totale.

L’arrivo delle derrate alleate, e segnatamente statunitensi, fece rialzare a 3.560 calorie la razione giornaliera, con un supplemento di circa 700 calorie per le truppe alpine. Pertanto, tra la primavera e l’estate 1918 la dieta del fante italiano iniziò ad avvicinarsi a quella dei soldati francesi (3.400 calorie), pur restando al di sotto di quella riservata ai tommies britannici (circa 4.400 calorie). Le derrate vennero sempre più innaffiate da alcolici: questi erano stati inizialmente centellinati dai comandi di corpo d’armata sia per questioni etiche sia per miopia; ma dopo Caporetto iniziarono ad essere considerati dagli stessi comandi utili strumenti di coraggio indotto, in aggiunta alle sostanze psicotrope ampiamente utilizzate dagli inglesi.

In realtà, questi miglioramenti furono più teorici che pratici. Molti alimenti continuarono a scarseggiare, e vennero rimpiazzati da succedanei: dai fondi di caffè alla “ciofeca”, una bevanda calda fatta con fichi, carrube, legumi, ghiande, orzo, cicoria; il pane era confezionato solo per metà con farina di grano; carne e gallette continuarono a giungere al fronte in condizioni quasi immangiabili. Oltre alla razione minima e surrogata, ogni altro consumo del fante al fronte assumeva anche a ridosso di Vittorio Veneto “il carattere di un’eccezionale concessione”.

Un’altra realtà che, antica come la guerra, comparve decuplicata nella sua gravità fu la vicenda dei prigionieri. Gli italiani catturati dal nemico ammontarono a circa 600 mila. Dalle scarse ricostruzioni disponibili, si può calcolare che tra il rancio passato dai carcerieri e i pacchi inviati attraverso la Croce rossa internazionale (interrotti però nei primi mesi dopo Caporetto dal governo italiano, che assimilava i prigionieri ai disertori), l’apporto calorico giornaliero degli ufficiali prigionieri fu di circa 1.400-1.600 calorie e di circa mille calorie per i soldati semplici.

Si calcolano circa 100 mila morti tra i prigionieri italiani, per lo più per fame e malattie, mentre i sopravvissuti si trasformarono in “scheletri cenciosi alla disperata ricerca di erbe e rifiuti”: il “rancio” dei prigionieri si risolveva spesso in un pane composto da paglia, ghiande, segatura, mentre la zuppa era una brodaglia a base di acqua, bucce di patate e pezzi di cavolo marcito. Sorte meno tragica, ma altrettanto dura, fu quella riservata dalle autorità italiane ai prigionieri austro-ungarici e tedeschi, circa 180 mila. Al termine del conflitto, quasi 28 mila prigionieri degli imperi centrali avrebbero perso la vita a causa delle indigenze, ma anche della terribile peste suina o “influenza spagnola”.

Parallelamente al vitto del soldato, il governo italiano – al pari di tutti gli altri – dovette affrontare l’annosa questione dell’alimentazione della popolazione civile. Anche da questo punto di vista, la guerra venne sottovalutata e ancora dopo un anno di guerra il gabinetto Salandra non ravvide la necessità di un intervento sui consumi.

Finalmente, con il decreto del 2 agosto 1916, all’indomani della battaglia degli Altopiani, il nuovo governo Boselli, conscio dell’insorgente emergenza alimentare, istituì un Servizio per gli approvvigionamenti e i consumi trasformato il 7 ottobre 1917 in Commissariato generale per gli approvvigionamenti e i consumi alimentari alle dipendenze del ministero degli Interni, e quindi (decreto del 22 maggio 1918) in Ministero per gli approvvigionamenti e i consumi alimentari. Il dicastero avrebbe dovuto restare in carica per tutta la durata della guerra e fino a un anno dopo “la pubblicazione della pace”.

La politica annonaria italiana durante la Grande Guerra prevedeva il divieto di esportazione fuori dai confini statali; l’acquisto diretto sui mercati attraverso i consorzi agrari e la vendita al consumatore dotato di carta annonaria; la gestione dell’importazione dall’estero, l’“acquisto forzoso” (ovvero la requisizione), con “prezzi d’imperio” di alcuni generi di primaria necessità (come il grano); la concessione di facilitazioni fiscali o premi di produzione; il contingentamento dei generi alimentari; il divieto di alcune forme di produzione “lussuose”, come l’alta pasticceria; l’introduzione di surrogati (ad esempio la saccarina in luogo dello zucchero); l’obbligo di esporre al pubblico i prezzi; la regolamentazione dei mercati sia all’ingrosso sia al dettaglio e la riduzione degli intermediari; l’istituzione di aziende annonarie, consorzi e cooperative che potevano vendere un genere di prima necessità sotto costo (come ad esempio, il pane, venduto dal 1916 a un “prezzo politico”); la vigilanza contro il mercato nero.

Il regime così imposto generò malumori e si registrarono tumulti, non sempre limitati all’approvvigionamento. Le privazioni si facevano sentire, prescindendo dalle questioni politiche, soprattutto nel sud e soprattutto dopo il 1917, e sovente, “Si grida ‘pane!’ e sempre più spesso si sottintende ‘pace!’”: i sacrifici stavano trasformandosi in un’efficace arma in mano ai socialisti e più in generale alle correnti pacifiste.

Va sottolineato che i dati ISTAT rappresentavano una realtà apparentemente diversa, con le calorie medie della popolazione ridotte di soli 80 punti pro capite nel 1916-20 rispetto al 1915. Il dato tuttavia è fuorviante, sia per l’assenza di rilevamenti omogenei (associare il triennio di guerra al biennio di pace è alquanto discutibile…) sia per la celebre definizione di statistica fatta da Trilussa, che qui appare perfettamente applicabile: come era distribuito il “dato medio”? Comunque, pur con ogni distinguo e tenendo ben presente le diverse situazioni locali, secondo i dati raccolti da Vera Zamagni, al termine del conflitto le disponibilità dei civili italiani si attestavano sulle 3.093 calorie, contro le 3.377 dei britannici e le 2.900 dei francesi.

Una situazione assai diversa da quella dei Paesi contrapposti, anche per merito delle relazioni commerciali con l’Intesa, rafforzatesi all’indomani della dichiarazione di guerra dell’Italia alla Germania (1916) e della trasformazione della “guerra italiana” in un teatro della più vasta iniziativa bellica alleata. Queste “ristrettezze limitate” facilitarono una mobilitazione solidale anche dal punto di vista alimentare. Numerosi enti privati (dagli enti assistenziali laici e cattolici ai circoli culturali e politici fino alle logge massoniche) si mobilitarono per confezionare pacchi natalizi e pasquali per i militari al fronte e anche per i prigionieri in Austria e Germania, quando ciò era possibile (e quindi verso la fine del conflitto).

L’ente morale “Pro Esercito” si occupava in quasi tutte le principali città del paese della sussistenza per le mogli e i figli dei combattenti. I militari che ritornavano dalle terribili battaglie del Carso, della Carnia, degli Altipiani venivano accolti nei “posti di ristoro per i soldati”, vere e proprie trattorie provvisorie che sorsero in tutte le città lungo la linea ferroviaria: Torino, Milano, Brescia, Verona, Vicenza, Padova. Anche le opere assistenziali – laiche e cattoliche – si trasformarono verso la fine della guerra in posti di ristoro riservati ai reduci, e poi a guerra finita ai prigionieri che lentamente ritornavano: la mobilitazione civile, imposta dal governo nel maggio 1915, si trasformava così in una straordinaria prova di solidarietà – anche alimentare – nonostante le difficoltà della situazione contingente.

La Grande Guerra fu un conflitto dai confini netti, almeno in Italia: i soldati combattevano, i civili attendevano e, bene o male, sopravvivevano. Raramente in Italia si registrò la compenetrazione tra guerra e vita civile, e solo in alcuni casi il fronte giunse nelle case, come invece stava accadendo in altri teatri. Con la battaglia degli Altipiani e la Strafexpedition del maggio-giugno 1916 si ebbe un flusso di profughi provenienti dalla Valsugana, in modo particolare provenienti da Borgo, il centro del sistema fortificato italiano sottoposto all’attacco austro-ungarico: si trattò di un flusso di almeno 35 mila trentini che vissero un’emergenza nell’emergenza, con derrate racimolate in gran fretta e insufficienti, soprattutto nella prospettiva di un’odissea indefinita e dagli esiti incerti.

Molti profughi giunsero nelle grandi città padane, soprattutto a Milano, dove vennero  accolti nei centri di ristoro riservati ai militari, rientrando in pieno nell’assistenza dei soldati provenienti dal fronte. L’offensiva italiana su Gorizia dell’agosto successivo coinvolse nuovamente le popolazioni civili, sebbene per pochi giorni, con la crisi alimentare tipica dei giorni d’assedio. Si trattò tuttavia di anticipazioni del dramma più generale che si sarebbe scatenato nell’ottobre 1917 con Caporetto.

L’attacco austro-tedesco di ottobre produsse uno spaventoso flusso di civili, mescolati ai soldati italiani in ritirata, ammontante ad almeno 600 mila tra uomini, donne e bambini. E mentre queste decine di migliaia di disperati si allontanavano dalla battaglia o dall’imminenza della stessa, due eserciti in lotta si sarebbero contesi le loro derrate abbandonate. Parimenti difficile fu la condizione dei rimasti, gli 800 mila abitanti di Udine, Conegliano Veneto, Pordenone, Feltre e Portogruaro che per un anno subirono l’occupazione di altrettanti soldati imperiali ai quali dovettero garantire adeguato nutrimento.

Fu così che nel corso dell’occupazione si assistette a un lungo braccio di ferro tra le autorità militari austro-tedesche intenzionate a sfruttare il territorio occupato (il raccolto di grano nel 1917 era stato eccellente), e quelle italiane (sindaci, notabili e parroci, soprattutto), che cercarono di limitare le confische. In condizioni del genere, divenne naturale l’apparire del mercato nero. In generale, l’alimentazione italiana nel corso della Grande Guerra – sia dal punto di vista militare sia da quello civile – appare per molti aspetti prodromica al conflitto seguente, dove tutti i problemi elencati parvero amplificarsi a dismisura.

La nuova guerra vide l’esercito italiano sostanzialmente fermo, anche dal punto di vista delle razioni alimentari, alla situazione del 1918. Anzi, per certi aspetti il soldato italiano disponeva di un rancio qualitativamente più limitato: nel 1940 non erano più disponibili i canali d’approvvigionamento estero (Impero britannico e francese, Stati Uniti, Sudamerica) garantiti nell’altro conflitto, e gli alleati tedesco e danubiano-balcanici dovevano anzitutto pensare a loro stessi.

Più limitato nella scelta, dal punto di vista calorico il rancio quotidiano non si discostava più di tanto da quello della guerra precedente, anche se si registrò un emblematico calo dell’apporto carneo e un aumento dei carboidrati (pasta e riso), a dimostrazione delle ristrettezze alimentari che il regime aveva imposto con l’autarchia, strumento protezionistico ma anche “leva patriottica” per rilanciare l’italianità dei consumi.

Quindi, all’ingresso in guerra il vitto quotidiano del soldato di Mussolini era circa il seguente: 700 g di pane, 250 di carne fresca o congelata (presto sostituita da carne conservata o da 100 g di pesce in scatola), 220 g di pasta o 170 g di riso, 10 g di formaggio da grattugiare, 15 g di grassi (olio, burro o strutto) e 15 g di conserva di pomodoro. Infine uno scarso contorno rappresentato da circa 50 g di legumi, o secondo le disponibilità, di patate, verdura fresca o essiccata.

Si prevedeva, inoltre, una razione di riserva o di emergenza, composta da una scatoletta di carne e 400 g di gallette, che diventarono la vera, e sovente unica, fonte di rifornimento della truppa impegnata in zone operative, come già avvenuto nell’altra guerra. Da notare che l’alimentazione del militare italiano, secondo le stesse indicazioni degli stati maggiori, avrebbe dovuto essere subordinata allo “sfruttamento delle risorse locali”.

Caratterizzato da una pianificata politica di aggressione e invasione da un lato e da una moltiplicazione dell’impegno strategico su vari fronti, spesso lontani e scarsamente collegati, il secondo conflitto italiano vide la presenza di militari italiani sulle Alpi marittime, nei Balcani, in Nord Africa, in Africa orientale e sul fronte orientale. Questo stato di cose avrebbe comportato problemi e sacrifici superiori alla già non facile situazione vista nella precedente guerra. Di fatto, i soldati dovettero fare affidamento sia sulle loro risorse e inventive sia sulle potenzialità produttive dei territori occupati.

In quest’ultimo caso si passò dalla relativa facilità con la quale i militari riuscirono ad accedere alle risorse agroalimentari dei territori di Jugoslavia e Grecia occupati (attraverso requisizioni che talvolta assunsero le caratteristiche di razzie), alla difficoltà riscontrata nelle operazioni desertiche o nel Corno d’Africa, sino al dramma logistico della campagna di Russia, che si trasformerà in vera e propria catastrofe alimentare dopo la ritirata dal fronte del Don: le “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi ne sono una emblematica metafora.

Il problema centrale dell’alimentazione militare durante questo conflitto era rappresentato dalla carenza delle linee di rifornimento: canali logistici gestiti autonomamente dai dicasteri delle tre armi, alle quali si aggiungeva per il Nord Africa il ministero dell’Africa italiana, e non comunicanti tra loro (mentre nel 1915-18 la logistica era di competenza di un unico dicastero, quello della Produzione bellica); assenza di depositi avanzati, al seguito delle truppe in movimento; carenza di una motorizzazione integrale delle divisioni, e quindi anche dell’approvvigionamento, ipotizzata nel 1937 ma mai applicata. Si aggiunga l’obsoleta organizzazione dei porti e dei trasporti marittimi, che restava quella del primo anteguerra.

Una situazione che sarebbe progressivamente peggiorata nel 1942-43 34. In generale, permasero i problemi del deterioramento delle derrate, soprattutto per quanto concerneva il pane, che seguitava a giungere ai reparti secco o ammuffito, mentre tendeva ad essere confezionato sempre di più con alti tenori di farine vegetali alternative. Si arrivò così all’introduzione del “pane scuro”, prodotto con i cereali e assai lontano dalla tradizione mediterranea, la cui funzione di evidente surrogato veniva camuffata da motivazioni nutrizionali, poiché ritenuto ricco di vitamina B1, tradizionalmente carente nel rancio.

Le numerose difficoltà d’approvvigionamento estero imposero inoltre il sempre più massiccio impiego di alternative, a cominciare dal caffè, sovente sostituito da varie ciofeche surrogate; nel marzo 1941, le truppe di stanza sul territorio metropolitano si videro negata la distribuzione di ogni tipo di caffè, in favore delle truppe impegnate in zone d’operazioni; le razioni di vino, parimenti, subirono riduzioni continue fino all’armistizio. In generale, nel 1942 il rancio delle truppe in patria era passato dalle 3.500 alle 2.500 calorie, mentre stabile appariva quello delle unità nelle zone d’operazioni.

L’armistizio del settembre 1943 comportò anche il collasso alimentare delle truppe, ormai allo sbando, che vagavano nelle campagne dei territori occupati (ma anche di quelli metropolitani) alla ricerca di un nutrimento affidato ora al buon cuore delle popolazioni e ora a pratiche di confisca degeneranti in episodi di razzia. I nuovi eserciti italiani che si costituirono nelle due zone occupate rispettivamente dai tedeschi e dagli Alleati, ricevettero inizialmente (1943-44) razioni equiparate a quelle delle popolazioni civili.

Nel caso delle truppe della RSI, queste riuscirono a utilizzare i magazzini residuali rimasti nel nord, anche se l’ingombrante presenza tedesca obbligò il governo del Garda a occuparsi quasi per intero del sostentamento delle truppe d’occupazione. Particolarmente privilegiati furono sia i corpi speciali (come la X Mas) sia le unità paramilitari e di polizia politica, queste ultime spesso invischiate in pratiche di accumuli illegali, sequestri illegali e mercato nero che garantirono a quei reparti razioni alquanto ricche.

Il ricostituito esercito del sud, dopo una fase di estrema precarietà, ottenne l’apporto delle nuove razioni alimentari americane, sino a giungere verso la fine della guerra – con la costituzione dei “Gruppi di Combattimento” organizzati su base divisionale – a un discreto vettovagliamento, superiore a quello destinato alle popolazioni civili . Le brigate partigiane dislocate a nord incontrarono inizialmente notevoli difficoltà nell’accedere alle risorse alimentari: nel difficile inverno 1943-44 l’approvvigionamento venne di nuovo garantito dalla generosità delle popolazioni fiancheggiatrici e talvolta da sequestri non sempre condivisi dai civili.

In alcuni casi si utilizzarono modeste trattorie periferiche, per non dare nell’occhio, ma il costo della vita (e la presenza di tedeschi e fascisti) ne ridusse la frequentazione. Si ricorse pertanto a soluzioni di ripiego: cucine da campo in montagna e persino vere e proprie mense partigiane clandestine. Soprattutto all’indomani della creazione del Corpo volontari della libertà (giugno 1944), le unità partigiane ricevettero il cospicuo aiuto delle razioni K inviate dagli Alleati, in considerazione dell’apporto militare da esse date al conflitto.

Infine, si deve di nuovo citare il dramma dei militari prigionieri in Italia (francesi, americani, inglesi, sovietici, jugoslavi, greci), i quali, dopo una lunga stagione di privazioni, dopo l’8 settembre si ritrovano sbandati. Non si può tacere neanche, ovviamente, della situazione oltre l’impossibile nella quale si trovarono i 590 mila internati militari italiani (IMI) in Germania catturati dopo l’armistizio: una sorte penosa per tutti, che sarebbe divenuta a dir poco degradante verso il termine del conflitto, dove alle privazioni volutamente punitive verso le Badogliotruppen si sarebbe sommata la crisi alimentare del Paese “ospitante”.

La razione riservata agli IMI raggiunse nel 1944 le 1350 calorie al giorno (contro le 2250 che dovevano essere assicurate), con picchi inferiori verso l’ultimo inverno di guerra e una qualità del cibo più che scadente. Gerhard Schreiber ricostruisce dalla memorialistica degli IMI la loro dieta settimanale: una minestra a base di patate al giorno, grasso o carne in modesta quantità, raramente pane e altri generi. C’è chi scrisse di avere perso in pochi mesi più di dieci chili.

Nonostante gli intendimenti dello Stato maggiore tedesco, che ne voleva sfruttare la forza lavoro, gli IMI avrebbero avuto un trattamento sempre più prossimo ai prigionieri sovietici, i veri paria del sistema concentrazionario militare germanico, e la loro produttività calò in maniera sensibile e allarmante. Al termine del conflitto, gli IMI deceduti furono almeno 45 mila: molti di questi per denutrizione o a causa di malattie causate dalla scarsa e scadente alimentazione.

Sorte migliore la incontrano i 602 mila soldati italiani in mano alleata, statunitense, britannica e francese, anche se nel caso dei prigionieri rinchiusi nei campi inglesi in Kenya e India il trattamento fu particolarmente duro.  La vicenda, ancora da studiare, dei circa 60-80 mila di prigionieri italiani in Unione Sovietica, si trasformò nell’ennesimo calvario senza vie di ritorno per molti di loro, lasciati morire d’inedia e di malattie conseguenti alla denutrizione nei lontani gulag militari staliniani .

La declinazione nella vita civile della crisi alimentare dell’Italia impegnata nel secondo conflitto mondiale fu ancora più difficile. Nel gennaio 1940, in preparazione del conflitto, furono introdotte le carte annonarie, sulla base delle disposizioni della prima guerra, con alcune integrazioni introdotte negli anni Venti e Trenta.

Si ebbe tuttavia un razionamento graduale, gestito da una Direzione generale dell’Alimentazione creata ad hoc presso il ministero dell’Agricoltura: inizialmente furono escluse dalle limitazioni la farina, la pasta e il riso (razionati solo dal dicembre 1940); nel marzo 1941 fu la volta di panna, latte e burro; infine, dall’ottobre giunse il turno di oli e grassi commestibili. Si trattò di un errore clamoroso, che impoverì le riserve nazionali e arricchì i magazzini illegali per il futuro mercato nero.

Il razionamento scatenò non poche proteste, sia a causa degli standard minimi, che vennero progressivamente ribassati (soprattutto per quanto concerneva la pasta, il burro, l’olio, lo zucchero e il pane), sia per via della disorganizzazione nella distribuzione. Già dopo pochi mesi dall’entrata in guerra, i questori delle città italiane registrarono diversi episodi di intolleranza nei negozi e nei mercati rionali, con le massaie trasformate in agguerriti capi popolo. Si aggiungano i non pochi casi di abusi, incameramenti, grassazioni e ammassi illegali compiuti dai funzionari o dai produttori.

Qualitativamente si assistette a una riproposizione, amplificata, delle soluzioni autarchiche che già avevano colpito la tavola degli italiani durante le sanzioni degli anni Trenta: il caffè tornò ad essere la ciofeca, orrido miscelato di cicoria, segale, orzo, tarassaco, bucce d’arancia e ghiande; il the diventò “karkadé”, prodotto con bucce di agrumi, petali di rose e una spezia libica ricca di teina (e per questo spacciato come prodotto esotico); dall’aprile 1940 la vendita della carne venne proibita il mercoledì, il giovedì e il venerdì, e in quei giorni non poteva più essere servita nei ristoranti, che si limitavano al “rancio unico”, composto da minestra, verdura e frutta, quando risultava disponibile; la razione di pane (di qualità sempre più scadente) venne limitata dalla carta annonaria a 200 g giornalieri nel settembre 1941 e a 150 g nel marzo 1942.

La scarsità del pane venne accolta dalla gente con sgomento e stupore, puntualmente registrato dalla polizia politica: “nessuno vuol credere che proprio il pane possa mancare”. I rincari erano all’ordine del giorno, in modo particolare quelli del latte, mentre i legumi secchi, il riso e la pasta (ovvero gli ingredienti del “pranzo dei poveri”) semplicemente sparirono dai mercati. A queste problematiche, si aggiunsero quelle prodotte dall’arrivo nelle regioni meridionali dei contingenti tedeschi di Kesselring (dicembre 1941), i quali vennero inquadrati nel sistema di vettovagliamento dell’esercito italiano, con conseguente riduzione delle disponibilità per i civili.

Sul territorio metropolitano, dal 1942, emersero progressivi contrasti tra le popolazioni e le autorità militari, con i produttori vieppiù ostili ad accettare le acquisizioni delle derrate in favore delle truppe italotedesche di stanza nel Paese. Dalla fine del 1941 la quantità dei generi razionati soddisfaceva solo la metà del fabbisogno interno; le calorie garantite pro capite erano 2.269: nel 1911 erano garantite cento calorie in più, mentre, come si è detto, nel 1918-19 la popolazione poteva accedere a più di 3.000 calorie giornaliere.

La propaganda cercò di trasformare queste ristrettezze in vantaggi e pregi. L’italiano era “sobrio di natura”; si moriva “più facilmente di indigestione che di fame”; gli obesi erano “infelici”. L’infelicità non era certo degli obesi (che peraltro erano ben pochi), gli italiani si dovettero arrangiare con gli orti di guerra, un po’ ovunque: giardini, balconi, terrazzi, aiuole. Le massaie compirono veri e propri miracoli gastronomici con torsoli di mela, pezzi di cavolfiore, bucce di piselli, gambi di prezzemolo.

Dal 1942-43 il mercato nero si diffuse a dismisura, e solo chi aveva una certa liquidità poteva ancora accedere all’introvabile carne e al rarissimo pane bianco. Con la dissoluzione del regime fascista, e con il conseguente allentamento di controlli già di per sé inefficaci e saltuari, la borsa nera divenne l’unica affermata fonte di sostentamento accettabile per la popolazione. La situazione degenerò, rasentando episodi di vera e propria carestia, dopo il 1943. La guerra giunse nelle case degli italiani, non solo con i massicci bombardamenti su tutta la penisola, ma anche con l’arrivo di eserciti conquistatori e con lo scoppio di una guerra civile.

Con lo sbarco del luglio 1943, la Sicilia diventò zona d’operazioni. La guerra tra italo-tedeschi e anglo-americani gettò la popolazione insulare in uno stato d’abbandono senza precedenti. Le sofferenze imposte dal razionamento e dalle requisizioni destinate alle forze dell’Asse spinsero la popolazione ad attendere con ansia l’arrivo dei liberatori, visti anche, e forse soprattutto, come una garanzia di sopravvivenza alimentare.

Di nuovo, lo strumento della fame diventò arma strategica e, in questo caso, di propaganda: al fianco di una minoranza antifascista militante che sosteneva gli Alleati, ecco una maggioranza di civili che ne valutava le qualità dal più prosaico punto di vista del nutrimento. E così sarebbe stato per tutto il sud, lentamente liberato dalle forze anglo-americane, con il loro corollario di razioni K e cioccolata distribuite alle genti affamate, in un tripudio che mescolava sete di libertà e pace, ma anche sete e fame tout-court.

Nel frattempo, nel resto del Paese – dichiarato da Badoglio zona di guerra il 7 agosto 1943 – proseguiva l’agonia: il nuovo governo fu impegnato soprattutto a smantellare le strutture del regime e a sostenere l’industria bellica, e soltanto il 6 settembre vennero varate nuove norme per l’acquisto di derrate alimentari da inviare agli ammassi.

In una relazione della Direzione generale dell’alimentazione commissionata all’indomani della dichiarazione di stato di guerra si individuavano, con una certa dose di ottimismo, in circa 3000 le calorie lorde per unità-uomo che dovevano essere assicurate. La situazione in realtà era ben peggiore: dati alla mano, nel 1944 le calorie giornaliere disponibili ammontavano a 1.865 (di cui 170 di origine animale) e a 1.747 nel 1945: lo stesso livello del decennio 1891-1900!

Rispetto al decennio precedente i consumi dei cereali si erano ridotti a un terzo, mentre quelli delle varie carni, a cominciare dalla bovina, all’incirca del cinquanta per cento. Il governo del cosiddetto “Regno del Sud” prese atto della situazione il 1° dicembre 1943, con la costituzione di un “Commissariato dell’alimentazione” affidato a Epicarmo Corbino, sottosegretario all’Industria. Tra le prime iniziative del nuovo commissario, si ebbe la richiesta di aumentare l’importazione di grano dall’estero, soprattutto in forza della nuova situazione internazionale che poneva l’Italia nel circuito commerciale alleato.

Si aprì una lunga trattativa con le autorità alleate, per assicurare una regolare alimentazione nei territori liberati. Drammatica risultava soprattutto la distribuzione, sia a causa della rete stradale insufficiente e danneggiata sia per la requisizione di autocarri costantemente condotta dagli anglo-americani. Gli Alleati promisero 90 mila quintali di grano, ma a tutto il dicembre ne giunsero solo dieci: si tenga conto che per le sole Calabria e Puglia il fabbisogno giornaliero da coprire avrebbe dovuto essere di ben mille tonnellate.

Si cercò “nella speranza di più immediati aiuti degli alleati” di sequestrare quantitativi di grano “indebitamente sottratti e che formano oggi delle scorte nelle mani dei privati”, di stimolare la consegna di grano agli ammassi, incentivandola con un aumento retroattivo di 115 lire al quintale. Oltre alle coercizioni, si fece appello al “patriottismo” degli agricoltori. Il tutto – una volta giunto il benestare degli angloamericani circa la messa a disposizione di trasporto gommato e marittimo – affinché si potesse “tra non molto cominciare ad avvicinarsi fra pane, farina e pasta al quantitativo di 300 g giornalieri per ogni persona”. A ciò si aggiunse l’eliminazione di ogni vincolo alla macellazione dei suini, all’ammasso di cereali e legumi, alla liberalizzazione delle patate bisestili e di secondo raccolto. Infine, si elevò il prezzo di requisizione dell’olio.

La questione non fu soltanto umanitaria, ma investì l’ordine pubblico: in molte regioni d’Italia si registrano moti popolari di protesta per la scarsa distribuzione delle derrate. Verso la metà del gennaio 1944 a Sassari scoppiarono disordini che spinsero la popolazione ad occupare la Prefettura e il municipio al grido di “Pane! Pane!”: la presenza della locale cellula comunista tra i dimostranti non poté che allarmare tanto le autorità italiane quanto quelle alleate.

La Sardegna fu solo uno dei tanti casi: proteste si registrano anche in altre regioni. In Sicilia si saldarono con l’insorgenza separatista, e con la criminalità organizzata, che giocò un ruolo altrettanto inquietante nel napoletano. Si giunse pertanto a ipotizzare uno spostamento delle dipendenze del Commissariato dell’alimentazione dall’Agricoltura agli Interni, soluzione poi abortita.

I dati del 1944 erano sconfortanti. Contro gli 80 milioni di quintali di frumento disponibili nel 1939, nel 1944 ne restavano 57, che sarebbero scesi a 43 l’anno successivo; a fronte dei nove milioni di quintali di granoturco, ne restarono disponibili al termine del conflitto solo cinque. E ovviamente, il supporto proteico a tale alimentazione risultava quasi inesistente: la disponibilità media per abitante di carne bovina raggiunse nel 1944 i 2,5 kg, con un leggero incremento fino a 3,4 l’anno seguente.

Solo il 16 marzo 1945 il governo siglò un accordo con l’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration, “Amministrazione delle Nazioni Unite per l’assistenza e la riabilitazione”), garantendo in tal modo merci e servizi per cinquanta milioni di dollari: nel piano erano previsti quattro milioni di quintali di cereali; dei trecento g tra pasta e pane pro capite promessi dagli Alleati, si giunse nel marzo 1945 a 200 g di pane e 80 di pasta.

Circa la situazione delle regioni del nord, sottoposte all’occupazione tedesca e all’amministrazione della Repubblica sociale, nonostante la lontananza – almeno iniziale – dal fronte e la presenza di maggiori risorse zootecniche e agricole, l’approvvigionamento delle popolazioni appariva più problematico di quello già non facile
del Mezzogiorno. A differenza degli Alleati, che potevano contare su buone risorse alimentari proprie, i tedeschi praticarono regolarmente la requisizione, soprattutto di bovini (sequestrati fino al novanta per cento) con un governo repubblicano-sociale che non era nelle condizioni di intervenire.

La produzione agricola era in calo costante, e gli “orti di guerra” – che il regime del Garda continua a incentivare – rappresentavano poco più di un palliativo propagandistico. Inoltre, la popolazione doveva dividere le magre disponibilità lasciate dai tedeschi con le Forze armate di Salò, e con la presenza delle polizie e delle formazioni paramilitari speciali. Si aggiunga il boicottaggio degli ammassi operato dalle formazioni partigiane, e più in generale da una classe contadina sempre più ostile, ora per questioni politiche, ora per interessi personali: la borsa nera era ancora più fiorente che al Sud, al punto che il giornalista Concetto Pettinato in un energico articolo di denuncia sulla Stampa di Torino scrisse di una popolazione che considerava tale realtà “un’opera filantropica”. Il tutto con un’unica finalità, ricorda Gabriella Pasqualini: “Realizzare, svendere, mangiare, speculare, arricchirsi, mettere a frutto per il futuro nel dopoguerra la ricchezza ottenuta”.

Il governo di Salò cercò di intervenire con ogni mezzo a sua disposizione. Il 23 febbraio 1944, lo stesso giorno del famigerato “bando Graziani”, un decreto legislativo autorizzò i “capi delle province” (nuova denominazione dei prefetti) a “dichiarare mobilitati civilmente i cittadini e le aziende per assicurare l’alimentazione” delle popolazioni locali . In seguito furono istituiti il Commissariato nazionale prezzi (dipendente dal ministero dell’Economia nazionale) la Commissione nazionale di vigilanza sull’alimentazione, l’Ufficio distribuzione cereali, farine e paste (controllati dal ministero dell’Agricoltura): una pletora di inutili enti che anziché risolvere, aggravarono la situazione.

Il 9 dicembre venne emanato un decreto di requisizione delle aziende dei grossisti e delle aziende di produzione, lavorazione e trasformazione di generi alimentari. Si inasprirono le pene per i borsari neri, fino a introdurre la pena di morte per chi avesse cagionato “immediato e grave nocumento all’approvvigionamento della popolazione”. Si trattò di iniziative senza alcun risultato: tutte le battaglie, da quella contro il mercato nero, a quella per potenziare la distribuzione, fino al tentativo di arrestare l’inflazione (un chilo di pane, ad esempio, passò da 2,23 lire nel 1940 a 24,24 lire nel 1944), furono drammaticamente perdute.

Il ministro dell’Agricoltura della RSI, Edoardo Moroni, avrebbe tracciato nel dicembre 1944 un quadro riassuntivo tanto preciso quanto disastroso della situazione alimentare nei seicento giorni di Salò: coltivazioni in deficit, allevamenti scarsi e colpiti dalle requisizioni tedesche, grassi vegetali scomparsi, pochi quelli animali, si dipendeva da non sufficienti importazioni dalla Germania, mentre il sistema di distribuzione, a causa della requisizione germanica di buona parte degli autocarri, era assai precario. La vita nel Nord occupato, appariva più che difficile, grottesca.

Nella Roma alla vigilia della liberazione, per esempio, lo zucchero era riservato ai bambini e ai malati, e in quantità insufficiente; la marmellata venne ridotta a 400 g al mese, per lo stesso periodo erano consentiti un kg di legumi secchi e un hg di carne, se disponibile 69. Dal dicembre 1944 i ristoranti della zona controllata dalla RSI vennero ribattezzati “mense collettive di guerra”, e servivano quasi nulla.

Persino gli operai delle strategiche fabbriche furono sottoposti a pesanti privazioni. In una circolare del ministero dell’Agricoltura del 20 febbraio 1945 si legge che le mense aziendali dovevano cessare la somministrazione del secondo piatto, e limitarsi a 60 g di generi da minestra (riso o pasta), sei g di grassi, 2,5 g di concentrato di pomodoro, 100 g di patate o 30 di legumi secchi e sale “in base alle assegnazioni consentite dalle disponibilità”. Il tutto, sia a casa sia in mensa, di una qualità quasi immangiabile.

Sulle riviste apparvero proposte di ricette che sembravano grida disperate: formaggini e lieviti fatti in casa, marmellate senza zucchero, castagnaccio di castagne selvatiche. Le ricette di Petronilla, al secolo Amalia Moretti Foggia, in questi ultimi giorni della guerra, erano la quintessenza della disperazione: anche la celebre intellettuale si coalizza con il popolo italiano “per affrontare e vincere la fame”. E sarebbe stata Petronilla a celebrare, a suo modo, la fine del lungo incubo, e delle feroci privazioni imposte agli italiani: “La guerra è finita! Anche voi siete nell’attesa di chi torna o dalla Toscana o dalle Alpi o dalla Germania o dalle carceri o dall’ospedale? E anche voi (serbando per il ritorno un po’ di spumante in cantina) vorreste porgerne i bicchieri con fettone della mia ciambellona?”.

Una ciambellona, va detto, fatta di mezzo chilo di farina, un pizzico di uvetta sultanina, e… un uovo. Le privazioni sarebbero continuate ancora, in un’Italia che stava per affrontare un lungo dopoguerra. Ancora nel 1947 un membro di una famiglia definita “disagiata” potrà permettersi 72 gr di proteine giornaliere contro i 120 di un “benestante”.

Marco Cuzzi

Marco Cuzzi *

Insegna Storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano. Si occupa in particolare di storia del fascismo e del neofascismo sia nell’ambito italiano sia internazionale, della storia del confine orientale d’Italia, della Jugoslavia nel Novecento e delle occupazioni italiane nei Balcani durante la Seconda guerra mondiale. Tra le sue pubblicazioni si ricordano: L’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943) (USSME, 1998); L’internazionale della Camicie nere. I CAUR (1933-1939) (Mursia, 2006); Antieuropa: il fascismo universale di Mussolini (M&B Publishing, 2007); Vivere ai tempi della Repubblica sociale italiana (Compagnia della Stampa, 2008); Istria, Quarnero, Dalmazia. Storia di una regione contesa dal 1796 alla fine del XX secolo (Libreria Editrice Goriziana, 2009). Tra gli altri studi si ricordano: Sui campi di Borgogna. I volontari garibaldini nelle Argonne (1914-1915) (Biblion, 2015) e Cibo di guerra. Sofferenze e privazioni nell’Italia dei conflitti mondiali (1915-1945) (BIM, 2015).

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ARCO, COSA C’ERA OGGI SUL GIORNALE? – 20 aprile

a cura di Cornelio Galas

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RIVA, COSA C’ERA OGGI SUL GIORNALE? – 20 aprile

a cura di Cornelio Galas

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19 aprile, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

19 aprile 2018

 

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COSA MANGIAVANO I SOLDATI? – 1

a cura di Cornelio Galas

Qual era, da un punto di vista logistico, la principale differenza tra le due guerre mondiali? Come era composto normalmente il rancio di base dei soldati semplici? Che cosa nascondeva, secondo MacGregor Knox, la tenacia con cui il corpo ufficiali difese la differenziazione delle mense?

L’efficienza di un esercito non si misura solo dalle armi che utilizza. Anche il vitto è un parametro importantissimo per valutare la modernità di un apparato militare, oltre a essere un fattore determinante del morale dei soldati. Dotati di un equipaggiamento scarso e inadeguato, i soldati italiani furono trattati peggio dei militari di tutti gli altri eserciti anche a questo elementare livello, mentre gli ufficiali difesero fino all’ultimo i propri privilegi legati al grado.

Il vitto dei soldati merita una trattazione a parte per un’importanza che non occorre sottolineare, anche se spesso sottovalutata dagli studi (non certo dalla memorialistica). Ci offre una testimonianza impietosa dei ritardi dell’esercito, qui il regime fascista c’entra poco, salvo per le crescenti difficoltà di approvvigionamento. «Il rancio di mezzogiorno era di solito brodo di carne con un po’ di pasta ed un pezzetto di lesso; la sera c’era il minestrone; poche rare volte la pastasciutta… alla domenica c’era anche un po’ di vino» (1938).

Dalla fine dell’Ottocento alla seconda guerra mondiale, la razione giornaliera dell’esercito aveva quattro componenti base: pane di buona qualità; carne bovina fresca o congelata (carne con l’osso, quindi con una percentuale di scarto, nel 1915-18 la razione era di 375 grammi di carne in piedi, ossia calcolata sull’animale vivo); pasta (maccheroni, i tubi della memorialistica) o riso due volte alla settimana; infine patate e legumi per il minestrone serale. Un vitto per un paese povero, agli inizi del secolo per i contadini e gli operai mangiare pane bianco e carne tutti i giorni era un lusso, malgrado la bassa qualità tradizionale delle cucine militari.

Nel 1940 la razione era sufficiente in caserma e nelle retrovie, non però al fronte, come attestano tutte le memorie e le testimonianze dei reduci. Al fronte, in tutti i teatri di guerra, la fame era garantita. Possiamo indicare due ragioni di fondo. Gli alti comandi che parlavano di guerra di rapido corso non avevano pensato a modernizzare un sistema di vettovagliamento adeguato ai fronti statici della prima guerra mondiale, quando si provvedeva alle truppe con forni e cucine nelle retrovie.

Nulla fu fatto per migliorare i forni Weiss per la panificazione che si erano dimostrati pesanti e poco mobili già in Etiopia: dovevano restare così lontano dal fronte che spesso in Albania il pane arrivava vecchio e ammuffito. Sembra poi incredibile, ma è documentato, l’esercito non disponeva di cucine mobili (i primi esemplari entrarono in servizio nel 1943 e, in omaggio alla tradizione, funzionavano a legna anziché a nafta o benzina più reperibili), ma contava ancora sulle casse di cottura di fine Ottocento e sulle gloriose marmitte da campo modello 1855.

Ossia il rancio veniva avviato al fronte da cucine nelle retrovie, si può immaginare con quali fatiche e ritardi se le truppe erano in movimento o su posizioni difficilmente raggiungibili, dove arrivava un pastone tiepido eppure prezioso, date le circostanze. Le cucine poi si riducevano a cucinieri poco addestrati, agli attrezzi e a grandi marmitte appese a strutture precarie da rinnovare ad ogni spostamento, con fuoco a legna da reperire sul posto; problemi piccoli in condizioni normali, non facili da risolvere durante gli spostamenti o in regioni prive di legna come la Libia.

Inoltre, in tre anni di guerra su fronti diversi questo sistema non fu modificato con una modernizzazione delle attrezzature e il decentramento della preparazione del rancio, dove possibile o necessario, o la distribuzione di fornelli ai reparti. I soldati si arrangiavano accendendo fuochi sotto le gavette quando potevano, rubacchiando viveri qua e là, ma avrebbero meritato di meglio. L’altro problema di fondo era la desolante insufficienza dei generi di integrazione al rancio.

L’immagine del soldato inglese che si prepara il breakfast abbrustolendo il bacon e poi si concede una tazza di the è un po’ troppo idilliaca in contrapposto al soldato italiano che inzuppa il pane nella brodaglia di un caffè, però inquadra il problema. Il rancio rimane lo stesso dalle caserme al fronte, peggiora inevitabilmente di qualità e regolarità in momenti in cui le truppe sono sottoposte alle fatiche e tensioni del combattimento.

La razione di Albania prevede la distribuzione eventuale di un bicchierino di cognac (3 cl) oppure 50 grammi di marmellata oppure 25 di cioccolato, con un cenno alla possibilità di una distribuzione continuativa per periodi eccezionali. Manca la concezione che il soldato al fronte debba avere un vitto più ricco e curato, garantito anche in caso di collasso dei rifornimenti. La razione di riserva si riduceva a 400 grammi di galletta e una scatoletta di carne, a volte la scadente minestra Chiarizia in scatola; molti reparti in Albania (e poi in Africa settentrionale) non ebbero di meglio per settimane.

Un confronto con la razione K del soldato americano (tutto il necessario per 24 ore salvo l’acqua in una sola confezione: scatolette varie, minestra liofilizzata, caffè in polvere, gallette, fornellino a meta (tavolette combustibili), sigarette, fiammiferi, carta igienica eccetera) è umiliante, segna il confine non tra due eserciti, ma tra due civiltà. In tutti gli eserciti si distingueva tra mensa ufficiali, mensa sottufficiali e rancio dei soldati, in tempo di pace e in guerra nelle retrovie, con ovvie varianti.

Al fronte però il vitto era uguale per tutti, salvo che per le forze armate italiane che conservarono fino al crollo il privilegio di una mensa a parte, più ricca e curata, per gli ufficiali e per i sottufficiali. La memorialistica di Libia attesta sia lo stupore degli italiani quando vedevano Rommel pranzare con pane nero e marmellata, sia il piacere degli ufficiali tedeschi invitati alla mensa dei colleghi italiani, dove pastasciutta e vino erano garantiti (ovviamente non durante i combattimenti).

Per i soldati, dovunque, soltanto la gavetta o le razioni a secco. MacGregor Knox ha trovato le risposte dei comandi della II armata in Jugoslavia a un sondaggio sull’abolizione delle mense privilegiate, promosso nell’estate 1941 dallo stato maggiore dell’esercito su richiesta di Mussolini. Gran parte dei comandanti si disse favorevole per motivi logistici più che di leadership. Ma “la massa degli ufficiali” si dimostrò palesemente poco entusiasta.

Un comandante di corpo d’armata sostenne che gli ufficiali fossero semplicemente incapaci di svolgere le loro funzioni nutrendosi con Il rancio del soldato italiano il rancio normale dei soldati: “La mensa ristora e mette l’ufficiale nelle condizioni fisiche e di spirito per ben assolvere il suo non facile compito. Una differenziazione, ai fini del morale degli ufficiali, ci deve assolutamente essere”.

La soppressione delle mense da campo per ufficiali avrebbe inoltre potuto produrre una “eccessiva dimestichezza e conseguente diminuzione di prestigio”, nonché una perdita di “affiatamento e cameratismo” tra gli ufficiali dei reparti. Infine il nuovo sistema, se esteso alla vita di guarnigione, avrebbe potuto condurre a “diminuzioni della già tenue autorevolezza dei giovani subalterni, conseguente dalla soppressione di distinzioni formali”.

La tenacia con cui il corpo ufficiali difese tali “distinzioni formali” lascia ben intendere la misura dei propri dubbi sulla sua stessa capacità di comando». Una pagina triste, un esercito vecchio che non riusciva ad assicurare un rancio sufficiente alle truppe e cercava di garantire il prestigio degli ufficiali con privilegi di casta ottocenteschi anziché selezione e addestramento.

Fonte: GIORGIO ROCHAT, Le guerre italiane 1935-1943, Einaudi, Torino 2005, pp. 280-285

di Giuliano Gandolfi (Museo Iola di Montese)

La Seconda Guerra Mondiale differiva dalla precedente nel più ampio movimento degli eserciti: in questo contesto l’efficienza delle retrovie e dei rifornimenti era ben presente ai Comandi. Se si analizza il numero di combattenti degli eserciti, si può verificare spesso un numero di addetti pari ai combattenti di prima linea: questo fenomeno divenne ancora più evidente quando le innovative tattiche di guerra e l’estensione del conflitto costrinsero le retrovie ad approvvigionare una prima linea ogni giorno più lontana di decine di chilometri.

Ovviamente i progressi tecnologici nei trasporti, nella medicina e nella conservazione degli alimenti portarono grossi benefici, in una guerra comunque dagli effetti tragici e caratterizzata da perdite enormi. In questo contesto fece una grande differenza la possibilità dell’esercito americano di mettere in campo un potenziale industriale rapidamente convertito allo sforzo bellico e una generazione di soldati non tanto provata dal tardivo intervento nel precedente conflitto.

Durante la Seconda Guerra Mondiale è notoria l’abbondanza di rifornimenti e la fenomenale organizzazione logistica che seguiva l’avanzata dei soldati sempre preceduta da terribili bombardamenti sul nemico. La superiorità aerea svolse inoltre un gioco determinante, tanto che per gli avversari muoversi di giorno era impossibile e solo a scapito di perdite di mezzi e uomini che, con il protrarsi del conflitto, diventavano impossibili da colmare.

Inoltre i rifornimenti degli opposti eserciti dell’Asse rimasero improntati molto sullo scatolame e sulla preparazione locale del rancio a danno sempre delle popolazioni occupate: all’inizio con atteggiamenti concilianti e risarcitori poi, con il deterioramento del conflitto, con comportamenti normalmente dediti alla razzia ed alla devastazione, di normale amministrazione giornaliera, culminati in episodi tristemente noti per la violenza e la inumana ferocia.

In questo ambito è fondamentale capire lo studio approfondito che fu svolto dalle industrie alimentari americane, per poter ben supportare il fante al fronte, lontano da casa migliaia di chilometri, e dargli il necessario apporto di calorie, in una giornata tipo, non certo da normale lavoratore di fabbrica o turista.

Sono famose, in assoluto, le varie dotazioni dell’esercito americano di ogni tipo di confezione, cioccolata, caramelle, sigarette ed ogni genere di conforto possibile, che furono di fondamentale supporto non solo per i combattenti ma anche per le popolazioni liberate nel corso del conflitto e nell’immediato dopo guerra.

La logistica americana prevedeva il celere rifornimento della prima linea ma l’efficienza dei trasporti navali dall’America, quelli su strada dietro il fronte ed il relativo approvvigionamento di benzina non prendevano in considerazione lo spostamento delle migliaia di tonnellate di viveri localmente scaricati, che venivano regolarmente abbandonati sul posto, in seguito all’avanzamento delle Divisioni sul campo di battaglia.

Questo fu di grande giovamento per alleviare, in parte, gli enormi patimenti delle popolazioni liberate e dar loro conforto, oltre a fornire una grande quantità di legname da bruciare per scaldarsi utilizzando le casse che originariamente contenevano i rifornimenti. Questa efficienza, inoltre, si esplicava nella possibilità del soldato al fronte di ricevere velocemente posta, giornali e generi di conforto dalle famiglie in America, spediti solo pochi giorni prima da casa con notevoli benefici sul morale.

A supporto di quanto detto, è giusto analizzare la base del rancio giornaliero del soldato americano, basato principalmente su confezioni di metallo, di vario genere e buona qualità, di dimensioni adatte al numero di uomini da nutrire. E’ normale trovare, nelle postazioni occupate da fanti americani, una vasta tipologia di resti di scatolame di carne, formaggi, marmellate sino al pesce e noccioline. Inoltre a supporto buste di caffè, vitamine e bevande solubili in acqua atte a dare al combattente rinnovate energie e conforto psicologico.

Tuttavia la vera base dell’alimentazione del soldato americano, soprattutto durante l’azione e lontano da altre vie di approvvigionamento, sono state le razioni K, costituite da scatole di cartone sigillate ed impermeabili, contenenti adeguati alimenti ad apporto calorico e generi di conforto necessari rispettivamente alla colazione, al pranzo ed alla cena.

Nella confezione marrone per la colazione erano contenuti: una scatoletta di prosciutto/uova/carne di vitello, una barretta di frutta, una confezione di caffè liofilizzato, biscotti, tre zollette di zucchero, gomme da masticare ed una piccola confezione di sigarette.

Ancel Keys

Nella confezione verde per il pranzo si trovavano: una scatoletta di formaggio/prosciutto, biscotti, latte in polvere, succo di frutta in polvere, tre zollette di zucchero. In quella blu per la cena venivano forniti: una scatoletta di carne di pollo o maiale con contorno di carote, patate o altri vegetali, biscotti, due barrette di cioccolata, zuppa in polvere o in cubetti, tre zollette di zucchero e fiammiferi. I fabbricanti erano vari ma quello più conosciuto ancora oggi è la Kellogg Company di Battle Creek in Michigan.

La razione K fu messa a punto nel 1941, su richiesta del Ministero della Guerra, dal nutrizionista Ancel Keys (K come Keys), docente della facoltà di medicina dell’università del Minnesota, studioso del legame tra grassi saturi e malattie cardiovascolari e sostenitore della dieta mediterranea. Le indicazioni erano chiare: progettare una razione giornaliera di tre pasti economica, tascabile, leggera (in termini di peso) e dall’alto valore calorico. Il suo scopo sarebbe stato nutrire i soldati lontani dal campo, in missione o in situazioni d’emergenza.

Il contenuto era composto da carne in scatola, biscotti, crackers, barrette di cioccolata o cereali, caffè in polvere, formaggio, frutta secca. Successivamente il National Reserach Council modificò leggermente gli alimenti suggeriti da Keys e fece alcune aggiunte fondamentali come: fiammiferi, sigarette, apriscatole, preservativi, carta igienica e pasticche per depurare l’ acqua. Il nuovo tipo di razione individuale doveva non essere deperibile e pronto per il consumo; doveva facilmente essere trasportato nelle tasche dei soldati nel corso di operazioni di combattimento di breve durata oltre a fornire le sufficienti calorie giornaliere (circa 2.830), per un periodo comunque non superiore ai 15 giorni.

Ancel Benjamin Keys nacque a Colorado Springs il 24 gennaio 1904 e morì a Minneapolis il 20 novembre 2004 due mesi prima di compiere 101 anni. In conclusione, appare assai chiaro che gli eventi terribili dei due conflitti mondiali, soprattutto il secondo, furono un insieme di eventi assai difficilmente ripetibili ai giorni nostri, nella forma in cui si svilupparono. La guerra è un periodo tremendo per gli uomini nel quale la tecnologia si evolve in maniera esponenziale con una velocità ineguagliabile in tempo di pace: qualcuno disse che ad ogni guerra si scoprono innumerevoli modi nuovi per uccidere il tuo avversario e questo è certamente un dato di fatto.

La tecnologia militare, come sempre, è trampolino di lancio per l’evoluzione dell’uomo in campi industriali civili e questo è ancora oggi valido in assoluto. Nei nostri tempi la vera guerra è combattuta su terreni economici e finanziari ma i focolai di ostilità tradizionali nel mondo sono ancora vari e inestinguibili. Spesso ancora oggi un soldato, durante una breve pausa del combattimento, estrae una busta di ultima generazione, contenente alimenti ad alto contenuto calorico, provando una breve ma intensa sensazione di conforto e pensando a come sarebbe bello mangiare cibo tradizionale nella sua terra, insieme ai suoi cari.

Ancel Benjamin Keys, ideatore della razione K, ne sarebbe giustamente orgoglioso … il sibilo di una pallottola proveniente dalla parte nemica cancella immediatamente questo intimo pensiero.

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CIAO GINETO…

di Cornelio Galas

Gino Morandi

E’ nà via anca ‘l Ginèto. Sì, ciamévem tuti così ‘l Gino Morandi, de Vignole. L’è mort lùni, sédese de april. Poch prima del so compleano: giust el trenta de april ‘l n’avrìa fat otantadó. E pensàr che l’avevo vist poch temp fa, en vial Stazióm vers Bolignàm. Do ciàcere, el so modo de rider restà semper gualìf, come la cìca ‘n bóca e do sachéti tegnùi da màm piene de càli.

Ah Ginéto, con ti và via n’altro tòch gròs de la me zoventù. E dela falegnameria de me pòr papà. Soratut l’è come se se sfantésa ‘n modo de laoràr sì, ma anca de star ensèma, de parlarse, de fidarse. Ti t’eri pù che alter quel che néva drìo al diaolét.

E mi bociéta dovevo tegnirte su i tòchi de legn che doveva esser laorài da quele làme. Arivéva bosìe dapertut. La sera te le trovévi anca nele mudande… Co n’ocio te vardévi ‘l diaolét, co l’alter te me vardévi mi. Come dir: “Sta ‘tento bocia che se no te me vegni drio mam va tut a petào…”.

E l’era difizile starte drìo. Perché t’eri svelto pu de tuti, gnanca te néssi a cotimo, osc’ia. Pù de na volta te m’hai fat capir, senza dirlo, che quel del marangón no l’era el me mistér. Che no gavévo gnent da spartir, lì, en falegnameria con me papà, con me nono, con quei come ‘l Mario Zanoni da Masóm, el Giovani Benoni da Mori, el Pierino Gelmi da Mogno. I era pu bravi, anca se arivài per ultimi el Carléto Giuliani, el Diego Miorelli, el Franco Zanoni.

Ma bastéva poch, na peàda al balóm nela córt prima de scominziar a laoràr, vers l’una e meza de dopodisnàr, bastevéva quel per vederte rider de gusto. E desmentegar de averghe lì arent el fiòl del paróm sì, ma quel pu embranà.

Po’ mi som deventà grant, ho fat dalbòm n’alter mistér… che l’era meio de zert che star lì al diaolét. Ne sém visti ancora, de tant en tant. Anca quela volta che la vecia falegnameria, zamài vendùa per far apartamenti, ‘n dì l’ha ciapà fòch.

Ho vist i to òci, quel dì, Ginéto… t’eri pozà a que l’olìf grant denór al zimiteri. E som sicur de aver vist anca dele lagrime che voleva vegnir fòra ma…stéva mal lasarghe far quela disésa. Ne sém encrosài en quel moment e l’è come se en d’en lamp ne fussém racontài zent’ani de vita.

L’è stà la Marisa, de l’albergo Catoi, l’altro dì, entant che vegnivo de volta dala me pasegiata da pensionà, che l’ha m’ha dit che te sei mort. Som restà enciodà sul marzapé, sperando che la disés de n’altro Gino che no conosévo. Ma quando ho vist el to aviso su ala fontana de Vignole… me som dat del mona per no averte dit prima che te volevo propri tant bém.

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