CEFALONIA 1943, TANTE “VERITÀ” – 19

a cura di Cornelio Galas

Altri combattimenti, fucilazioni, corpi dei soldati italiani buttati in mare. E l’aviazione italiana che non interviene …

19 settembre. Gli Alleati e la situazione nelle Isole Ionie

di Carlo Palumbo

Solo il 19 settembre, a quattro giorni dall’inizio della battaglia,  gli inglesi tornano a interessarsi alle vicende di Corfù e  Cefalonia, con il vicemaresciallo dell’Aria Robert M. Forster e su richiesta del generale Eisenhower. Nel rapporto dell’Ufficio del comandante in capo delle Forze alleate del Mediterraneo si dice:
«1) Ho considerato la possibilità di mandare una piccola forza a sostegno della resistenza italiana, per assicurarci teste di ponte nei porti e sulle isole lungo le coste orientali dell’Adriatico e dello Jonio;

2) Le scarse notizie disponibili indicano che gli italiani tengono solo il porto di Spalato. Tutti gli altri porti sulla costa jugoslava, albanese e greca si pensa si trovino in mano nemica. Gli italiani, stimati in 4.000 uomini, continuano ad avere il controllo dell’isola di Corfù sulla quale non ci sono tedeschi. Circa 4.000 italiani combattono contro i tedeschi a Cefalonia ma si ritiene che la resistenza al nemico si stia affievolendo.

3) Consideri che Spalato è troppo lontana dalle aree sotto il controllo alleato per farne oggetto di una spedizione. Perciò concluda che solo Corfù e forse Cefalonia siano i possibili obiettivi. Corfù è importante per la Marina per chiudere l’Adriatico, si trova vicino alla terraferma in buona posizione per portar aiuti ai partigiani.

4) Un corpo di spedizione di 1.000 uomini potrebbe tenere Corfù con l’aiuto degli italiani. Raccomando che questo sia fatto. Le truppe potrebbero essere trovate tra due commandos dell’VIII Armata, i Marines di stanza ad Augusta, o se fosse necessaria una brigata leggera tratta dalla 4a divisione che si trova ora a Bougie e un battaglione della forza di 400 uomini, per lo più formato da specialisti.

5) Consideri che ci vorrebbe una brigata per prendere e tenere Cefalonia in quanto la forza del nemico è valutata in due battaglioni che sono stati rinforzati. In caso di incertezza, suggerisca che dovremmo assicurare Corfù. Non pensi che ci siano risorse adeguate per risolvere contemporaneamente il caso di Cefalonia e Corfù.

6) Tre mezzi da sbarco (classe L) ora ad Algeri potrebbero essere disponibili. In aggiunta a questi potrebbero essere disponibili mezzi da sbarco (classe M e illegibile).

7) Richieda urgentemente un parere al Quartier Generale del Cairo».

Contemporaneamente il generale Eisenhower, in un ordine al Quartier generale del Cairo, manifesta il suo interesse per la nuova situazione:
«Considerate la prolungata difesa di Corfù e Cefalonia da parte delle truppe italiane come estremamente importante e qualsiasi sostegno che le forze navali italiane possono dare in questo senso sarà di grande valore».

Il giorno successivo viene avviata la missione Acheron, con il lancio dell’agente segreto capitano William O. Churchill a Corfù. Sono però passati sette giorni da quando Gandin aveva rifiutato l’aiuto della missione alleata e nel frattempo, come aveva già deciso, la Commissione militare alleata di Brindisi, che non si fidava più della volontà degli italiani di resistere, si era disinteressata delle due isole. Ma ormai è tardi per ribaltare una situazione compromessa.

21-22 settembre. La battaglia di Dilinata

L’attacco finale tedesco, quello che fa crollare la capacità di resistenza italiana, è preparato nella notte tra il 20 e il 21 settembre, mentre gli italiani sono fermi. I tedeschi precedono di un’ora la prevista offensiva italiana delle ore 6,00, cogliendo totalmente di sorpresa i nostri reparti, che sono sistematicamente sottoposti al massacro che seguirà.

Nel corso della loro avanzata i tedeschi accerchiano il 1° battaglione del 17° reggimento, il 2° e il 3° del 317°. Le operazioni si svolgono nella zona centro-occidentale dell’isola e iniziano alle ore 00,30 del 21 settembre, quando i tedeschi muovono con due colonne lungo la rotabile Drakata- Phalari-Dilinata con l’obiettivo di conquistare Argostoli.

Secondo le informazioni tedesche gli italiani hanno la forza di due reggimenti di fanteria, disposti in profondità a sud di Kardakata. Si decide di procedere a una manovra avvolgente nei confronti dell’intera divisione. In totale le truppe tedesche dovrebbero contare su 3.500-4.000 unità. La prima colonna è costituita da due battaglioni di fanteria,
il 910° del vecchio contingente, che già occupa le posizioni di Kuruklata, e il 1°/724 del maggiore Hartmann, arrivato con le truppe di rinforzo, che si dirige sui monti, dove cattura le salmerie del terzo battaglione del 317° reggimento fanteria, oltre alle cucine.

L’altra colonna, il gruppo tattico Klebe, è costituita da due battaglioni da montagna, il 3°/98 del maggiore Klebe e il 54° del capitano Spindler, sbarcati nei giorni precedenti a Cefalonia, e avanza lungo le propaggini settentrionali del monte Vrochonas verso il Kutsuli, col compito di aggirare le posizioni italiane.

In preparazione dell’offensiva, il generale Lanz fa lanciare nuovamente volantini che invitano alla resa, minacciando chi si fosse opposto con le armi. Non vi sono diserzioni tra gli italiani, ma le reazioni sono differenti da reparto a reparto, se in qualche caso aumenta lo spirito combattivo, in molti comincia a crescere «una notevole demoralizzazione», come affermano fonti italiane.

In questo contesto fa breccia la propaganda delle ex Camicie nere e degli ufficiali fascisti che diffondono un pericoloso clima disfattista, scaricando sugli elementi antifascisti e antitedeschi la responsabilità della situazione. I reparti della Acqui si stanno nel frattempo preparando a un secondo attacco in direzione di Kardakata, previsto per le ore 5,30.

L’azione tedesca li sorprende in piena notte e segna la fine della resistenza italiana. Sono pronti per l’attacco italiano: il 2° battaglione del 317° fanteria del maggiore Fanucchi, disposto sulle alture del Kutsuli-Vrochonas; il 3° battaglione del 317° del tenente colonnello Siervo, più la 5a compagnia del 17° fanteria del capitano Ciaiolo, che devono attaccare da est verso Kardakata-Petrikata; il 1° battaglione del 17° fanteria del tenente colonnello Dara, disposto in direzione Pharsa-Kuruklata-Kontogurata, che ha l’appoggio di quattro batterie da 105/28.

Il 1°/724 tedesco giunge sulla vetta del Daphni, abbandonato da poco dai reparti italiani, che si sono spostati due chilometri a ovest, quindi raggiunge alle spalle il 3° battaglione del 317° reggimento, che non si accorge del pericolo, ha tutto il tempo per disporre mortai e mitragliatrici e, intorno alle 2,00, inizia la strage che dura non più di mezz’ora. I sopravvissuti si sbandano completamente. Nel frattempo la 5a compagnia del capitano Ciaiolo decide di procedere attaccando i suoi obiettivi: raggiunge Petrikata, quindi entra combattendo in Kardakata.

Alla fine dello scontro, i 114 soldati sopravvissuti all’attacco sono costretti alla resa; sono fucilati dai tedeschi lungo il muro di sostegno della rotabile Lixuri-Kardakata-Argostoli, che viene quindi fatto saltare, seppellendo i corpi dei caduti. Il 1°/724, intanto, riprende ad avanzare lungo la dorsale settentrionale del Kutsuli, alle 4,00 ristabilisce i contatti col gruppo Klebe; insieme si preparano a riprendere l’azione principale convergendo sulle truppe italiane disposte sulle alture del Kutsuli, attaccando i primi frontalmente, i secondi
dall’alto.

Intervengono anche le batterie del 33° artiglieria, su richiesta dell’osservatorio avanzato divisionale posto sul monte Vrusca, dove si trovano il generale Gandin, il colonnello Romagnoli, il tenente colonnello Fioretti. Alle prime luci dell’alba l’azione tedesca è sostenuta dai cacciabombardieri che concentrano il fuoco sulle artiglierie e sui reparti di fanteria. Verso le 8,00 le truppe italiane sono completamente accerchiate, molti ufficiali sono morti, sul terreno vi sono circa 300 caduti tra soldati e sottufficiali.

Il tenente Ferrari, della 6a compagnia, tenta con gli uomini ancora disponibili un ultimo assalto per rompere l’accerchiamento. Distrutta la resistenza dei reparti di fanteria, i tedeschi procedono verso le batterie del 33° artiglieria schierate più in profondità; la 5a, la 3a e la 1a batteria vengono così una dopo l’altra assaltate e distrutte; gli uomini rimangono ai pezzi fino all’ultimo: 180 sono gli artiglieri caduti a Dilinata.

Il capitano Apollonio si salva per caso, perché coperto dai corpi dei suoi soldati, Pampaloni è ferito al collo e viene dato per morto. Nella sentenza del 1957 si legge:
«A Dilinata la batteria al comando dell’Apollonio scrisse una delle più fulgide pagine della battaglia; detto ufficiale, dopo aver fatto ripiegare su Faraclata gli ultimi superstiti della sua batteria, continuò a sparare da solo con un pezzo per evitare che i suoi uomini cadessero in mano tedesca, e, infine, catturato dai tedeschi, l’Apollonio veniva, dopo circa un’ora, sottoposto a una esecuzione sommaria, unitamente ad altri militari italiani, dalla quale uscì miracolosamente illeso […]».

Il gruppo tattico Klebe prosegue la sua avanzata e alle ore 14,00 raggiunge lo schieramento dei servizi divisionali della Acqui disposti nella zona Frankata-Valsamata-San Gerasimo; intanto i due battaglioni di fanteria tedeschi, dopo aver travolto la resistenza del 1° battaglione del 17° fanteria schierato tra Kuruklata e Pharsa, dove cadono in combattimento 350 soldati italiani, si avvicinano a meno di quattro chilometri dal Comando tattico divisionale di Procopata.

La sera del 21 i tedeschi sembrano aver raggiunto tutti i loro obiettivi; le truppe italiane sono in rotta verso Argostoli. I tedeschi intercettano i messaggi del generale Gandin che chiede con urgenza l’intervento di truppe aerotrasportate e l’appoggio dell’aviazione. I bombardamenti massicci su Argostoli e sugli altri villaggi dell’isola provocano anche molte vittime tra i civili, circa 150 secondo le fonti greche, mentre almeno 50 membri della resistenza, tra cui alcuni dirigenti locali, sarebbero uccisi in varie azioni di guerra.

Siamo ormai alle ultime prove di resistenza italiane. Alle 12,00 del 22 settembre i resti del 1° e del 3° battaglione del 17° reggimento fanteria, attestati tra Razata e Procopata, sono costretti al silenzio. A Procopata i soldati italiani, che si sono rifugiati in una galleria, sono bruciati vivi con i lanciafiamme. I due battaglioni di fanteria tedeschi si fermano alle porte di Argostoli, mentre il gruppo tattico Klebe entra nella cittadina a partire dalle alture circostanti. Un’ultima resistenza, rapidamente soppressa, si ha nel primo pomeriggio nella sede dei Carabinieri di Argostoli, dove si rifugiano alcuni militari italiani. Dopo un breve scontro a fuoco i superstiti che si arrendono sono immediatamente fucilati.

Secondo fonti italiane, già alle ore 11,00 del 22 settembre il generale Gandin aveva fatto alzare la bandiera bianca sul quartier generale che aveva spostato a Keramies, presso Metaxata, e verso le 12,00 aveva inviato ad Hirschfeld una delegazione per offrire la resa:
«La divisione Acqui è stata dispersa dall’azione degli Stukas. La resistenza è divenuta impossibile. Di conseguenza, al fine di evitare un ulteriore inutile spargimento di sangue, offre la resa».

La decisione era stata presa in un ultimo Consiglio di guerra convocato nella villa di Valianos, dove si erano riuniti il tenente colonnello Fioretti dello Stato maggiore, il colonnello Romagnoli per l’Artiglieria, il colonnello Ricci del 317° fanteria, oltre ad altri ufficiali. Nel rapporto di Hirschfeld, invece, si parla di una richiesta giunta solo alle 21,00 dello stesso giorno. Secondo il diario di guerra del Comando del 22° corpo d’armata la richiesta di Gandin sarebbe giunta alle 16,00 e lo stesso generale italiano si sarebbe consegnato alle 19,30 ad Argostoli.

A sera, alle 22,25, il generale Lanz comunica al Gruppo armate E che la divisione Acqui è stata annientata. Egli chiede di conoscere come comportarsi verso il generale Gandin, il suo Stato maggiore «e i pochi prigionieri». Evidentemente sa che l’ordine di Hitler è stato applicato alla lettera. Solo il 23 egli comunica l’esistenza di circa 5.030 prigionieri tenuti sotto custodia sull’isola. Lanz giunge a Cefalonia la mattina del 23 per rendersi direttamente conto della situazione. Decide di richiedere nuovamente al Comando Gruppo armate E cosa fare con questi prigionieri.

La richiesta di chiarimento raggiunge nuovamente il Comando Supremo, dov’è il feldmaresciallo Keitel, che chiede direttamente a Hitler: la risposta è che i soldati italiani che avessero disertato a tempo debito sarebbero stati trattati come prigionieri di guerra, questo non valeva per gli ufficiali.

Alcuni reparti hanno combattuto fino allo stremo, mantenendo intatta la volontà di resistenza; sono quelli dove la discussione e l’attività di propaganda antifascista hanno radicato di più le ragioni della lotta, in genere grazie alla presenza di ufficiali e soldati che avevano già fatto i conti col passato ventennio e con il disastro della «guerra parallela» di Vittorio Emanuele III e di Mussolini: il battaglione di fanteria del maggiore Altavilla, le compagnie di Pietro Bianchi e di Giorgio Balbi, tutte del 17° reggimento, le tre batterie di Pampaloni, Ambrosini e Apollonio, del 33° reggimento.

Gli studi italiani sulla battaglia di Cefalonia hanno sovrastimato abbondantemente il numero delle perdite tedesche, secondo Apollonio 507 uomini e 7 cacciabombardieri solo nella battaglia di Divinata. Per la maggior parte delle fonti italiane il totale dei caduti tedeschi nella battaglia di Cefalonia sarebbe di circa 700 uomini.

Nel 1992 e nel 1993 lo storico tedesco Gerhard Schreiber fornisce le cifre che emergono dalla documentazione tedesca:
«fra i tedeschi le perdite umane subìte dopo il 16 settembre ammontavano a 54 morti, 23 dispersi e 156 feriti» a cui vanno aggiunti quelli del 909° battaglione da fortezza e gli 8 annegati della motozzattera colpita dall’artiglieria italiana. Secondo Meyer il totale complessivo sarebbe invece di appena 60 caduti, 104 feriti e 7 dispersi.

Si tratta di dati abbastanza vicini a quanto già aveva comunicato il tenente colonnello Picozzi al ritorno dalla missione a Cefalonia del 1948, secondo cui tutti i morti tedeschi erano stati tumulati nel cimitero di Drepanon, quelli risalenti al periodo 8-22 settembre sarebbero stati poco più di 80, a cui dovevano aggiungersi quelli caduti in mare. Ai protagonisti della strage di Cefalonia saranno concessi da Hitler 177 Croci di Ferro di seconda classe e 7 di prima classe.

Il comportamento dei militari italiani

È evidente la sproporzione tra le perdite tedesche, assai limitate, e quelle italiane, che pur avendo combattutto con ac canimento, non hanno utilizzato come sarebbe stato necessario tutto il potenziale offensivo a disposizione, in particolare per quanto riguarda l’artiglieria. Le ragioni non stanno tanto nello spirito dei combattenti, ma nelle disposizioni generali date dal Comando della divisione, che hanno impedito di dare efficacia all’azione dei reparti italiani e che abbiamo analizzato nelle pagine precedenti.

C’è da ricordare che la maggioranza degli ufficiali superiori italiani era favorevoli alla resa. Anche nel corso della battaglia si verificano divergenze di opinioni che danneggiano l’operatività dei reparti. Il sottotenente Pietro Boni, nella sua testimonianza riportata da Paoletti scrive:
«Dopo l’inizio della battaglia vi furono ufficiali superiori che apertamente disapprovavano l’operato del generale oppure eseguivano gli ordini da lui emanati con atteggiamento talmente passivo da compromettere irrimediabilmente l’esito delle operazioni».

In una relazione riservata del 1948 il tenente colonnello Picozzi invitava a «non modificare “la storia”, altrimenti emergerebbero – poiché la realtà non si può negare – le errate iniziative, la propaganda sediziosa, le disparità di vedute, gli atti di indisciplina, certe debolezze del Comando, talune caratteristiche negative delle operazioni, i cedimenti morali, le tergiversazioni, gli episodi di collaborazionismo».

Al di là di questi elementi obiettivamente negativi, a proposito della battaglia, il generale Apollonio ricorda che «tutti gli ufficiali superiori si comportarono valorosamente. Ne fa fede che dei cinque comandanti di corpo (Ricci, Filippini, Romagnoli, Cessari, Mastrangelo), cinque di battaglione (Maltese, Dara, Altavilla, Fanucchi, Siervo), e cinque di gruppo (Deodato, Pica, Fiandini, Bagnato, Severino), sulla linea del fuoco, sopravvisse soltanto un comandante di reggimento, il colonnello Ricci».

Più precisamente in battaglia muoiono Dara, Fanucchi e Dedoato. 6 saranno fucilati il 22 settembre dopo la resa: Altavilla, Cessari, Fiandini, Maltese, Pica, Siervo. 2 dopo la cattura al Comando divisionale: Dara e Severino. 3 alla casetta rossa il 24 settembre: Bagnato, Mastrangelo e Romagnoli. Filippini sarà fucilato il giorno successivo, dopo essere stato prelevato dall’ospedale dove si era rifugiato. Tra questi caduti ci sono le medaglie d’Oro al Valor militare di Mastrangelo, di Pica e di Romagnoli, quelle d’Argento di Fanucchi e di Altavilla.

Tra gli ufficiali del Comando di divisione si salva solo il capitano Bronzini. In totale gli ufficiali morti in combattimento variano secondo i diversi resoconti tra 58 e 65, i fucilati dopo la resa tra 151 e 189.

LA RAPPRESAGLIA TEDESCA
23 settembre. Dopo la resa

In applicazione delle disposizioni del 18 settembre provenienti dal Comandante in capo del Fronte sud-est, man mano che i reparti italiani sopravvissuti ai combattimenti si arrendono ai tedeschi, con varie modalità vengono sottoposti a esecuzione sommaria ufficiali, sottufficiali e soldati, indiscriminatamente.

In molti casi i cadaveri dei soldati italiani sono bruciati; spesso sono abbandonati sul terreno, insepolti, oppure gettati in cisterne naturali. Ai sopravvissuti e ai greci è fatto divieto di dare sepoltura ai corpi. A Cefalonia vengono uccisi anche 5 medici e 66 infermieri della 44a sezione Sanità con la fascia della Croce rossa al braccio. Anche gli ufficiali della Finanza e una decina di ufficiali addetti ai servizi amministrativi e alla sussistenza.

Si salvano gli autisti dei camion, che i tedeschi non sapevano guidare, e i conduttori dei muli, che rispondono solo a loro, alcuni medici o chi parla tedesco per fare da interprete, alcuni panettieri e barbieri. Il massacro di massa si interrompe alla sera del 22 settembre. Il giorno 23 vi sono ancora due decimazioni nella zona del porto ma si diffonde la convinzione che la strage sia arrivata alla sua conclusione. In realtà i tedeschi sono in attesa di ordini.

Alle ore 9,00 Lanz è di nuovo a Cefalonia, è accompagnato dal consigliere del Tribunale di guerra George Purkhold, mentre Barge lascia l’isola. La presenza di un giudice militare è giustificata dalla volontà di Lanz di processare il tenente Jakob Fauth, che si era arreso agli italiani durante i combattimenti del giorno 15, e soprattutto il generale Gandin.

Dopo le 10,00 si mette in contatto con il Comando del Gruppo armate Est e comunica che «Il generale Gandin e il suo Comando è stato fatto prigioniero», chiede di conoscere quale trattamento riservare al generale, agli altri ufficiali e ai restanti prigionieri. Questa la risposta giunta da Salonicco:
«Il generale Gandin e i comandanti responsabili devono essere trattati immediatamente secondo l’ordine del Führer. Con gli altri prigionieri può essere usato atteggiamento più mite».

Al Processo di Norimberga al generale Lanz, Kurt Hepp, ufficiale d’ordinanza del maggiore von Hirschfeld, dichiara:
«Durante i combattimenti sull’isola Hirschfeld ricevette direttamente dall’Okw l’ordine di fucilare tutti i soldati italiani presenti a Cefalonia per ammutinamento. Ero presente quando Hirschfeld comunicò via radio all’Okw: “La battaglia su Cefalonia terminata, si richiede ordine trasferimento prigionieri italiani” e immediatamente ricevette la risposta “Per ordine del Führer tutti i prigionieri italiani devono essere fucilati in quanto franchi tiratori e banditi”».

Nella stessa occasione Lanz precisa il suo comportamento rispetto al 23 settembre, per quanto riguarda l’interpretazione dell’ordine di Hitler:
«Mi sono opposto all’ordine […] poi […] è giunta la modifica: cioè che l’ordine non valeva per la truppa […] che solo gli ufficiali sarebbero stati da fucilare per ammutinamento […] Dissi a Hirschfeld di aprire un’inchiesta per identificare i responsabili dell’ammutinamento: questi poi avrebbero dovuto essere condotti davanti a una corte marziale per essere giustiziati».  In realtà ciò fu fatto solo per il generale Gandin.

Le testimonianze della strage. Troianata

Questi i luoghi delle principali stragi avvenute a Cefalonia durante la battaglia e subito dopo i combattimenti: Kokolata, Divinata, Troianata, Francata, Viakata, Scala, Pharsa, cimitero di Argostoli, vallone di Santa Barbara tra Argostoli e Prokopata, Lakitra, vicino al villaggio di Castro, vicino all’acquedotto, vicino all’ospedale civile di Argostoli, a San Gerasimo, sulla strada di Lardigò.

Sull’episodio di Troianata riportiamo alcuni brani dall’opera di Romualdo Formato, cappellano del 33° reggimento artiglieria, L’eccidio di Cefalonia, settembre 1943: lo sterminio della Divisione Acqui.
« […] il 1° battaglione del 17° fanteria verso Troianata trovò che i tedeschi gli avevano già sbarrato la strada e che, ormai, era completamente e irrimediabilmente circondato. Una valanga di fuoco concentrico lo investì da ogni parte, senza possibilità di scampo […]. Gli uomini dell’intero battaglione, con le armi ai piedi, levarono le mani verso l’alto, in segno di resa. I tedeschi si avventarono su di loro famelici […] le armi furono raccolte e ammonticchiate in disparte. Tutti furono derubati dei portafogli, degli orologetti da polso, degli anelli, dei vari oggetti personali e dello steso zaino. Poi furono incolonnati e avviati verso la strada maestra. Prigionieri […] Ma camminarono poco.

L’improvvisa sosta in una specie di vallone longitudinale, ai margini del cosiddetto “campo dei pozzi”, fece pensare a tutti che quella località dovesse essere il loro provvisorio campo di concentramento. Molti si erano sdraiati a terra sfiniti […] all’improvviso, da tutti i lati, dai muriccioli e dalle siepi circostanti, si accese contro di loro un infernale fuoco di mitragliatrici. Non essendoci alcuna via di scampo, tutti correvano, per istinto di conservazione, verso il centro del vallone. Gli uni si addossavano agli altri, sorpassandosi, scavalcandosi, calpestandosi e ammucchiandosi in un immenso palpitante carname, da cui si sprigionavano rivoli di sangue che scorrevano verso la china e si riunivano a formare un unico sinistro fiume scarlatto […].

Neppure con questo sistema morirono tutti […]. Rantoli e gemiti si udivano ancora! I tedeschi ricorsero ad un espediente crudele e gridarono: “Ci sono qui i portaferiti! Chi è ancora vivo venga fuori. Avrà salva la vita e potrà essere ricoverato in ospedale!”. Dopo qualche tempo […] alcuni ingenui riuscirono a tirarsi fuori, spauriti, inebetiti, contusi, insanguinati […]. Una ventina. I carnefici si sganasciarono di nuovo dalle risa e, con un’ultima raffica di mitraglia, li finirono tutti […]. Senonché qualcuno era rimasto ancora in vita […]. Qualcuno è persino rientrato in Italia e può raccontare come è tornato alla vita dal regno dei morti!».

Su questa strage c’è la memoria dello storico greco Loukàtos, testimone e protagonista degli eventi di Cefalonia:
«Al villaggio di Troianata, venuta meno la resistenza di Oscar Altavilla, gli italiani si arresero a decine, come ipnotizzati, a gruppi di 10 o 15 tedeschi che diversamente, se non fossero stati annullati il loro morale e la loro volontà, avrebbero potuto essere facilmente neutralizzati. Inoltre, quando venivano incolonnati verso il campo dove di loro sarebbe stata fatta strage, non mostravano alcun segno di reazione: la loro paralisi era giunta a tal punto che si avviavano a gruppi verso il luogo della loro esecuzione, passivamente e con fatalismo».

24 settembre. La strage di San Teodoro, nei pressi della casetta rossa

Il 24 settembre, due giorni dopo la fine dei combattimenti, i tedeschi decidono di completare l’opera di eliminazione degli ufficiali sopravvissuti, raccolti provvisoriamente ad Argostoli, nei locali dell’ex caserma Mussolini e dell’ex Comando di Marina. Il generale Gandin, gli ufficiali della divisione e degli altri reparti collegati ancora in vita, sono prelevati da soldati del 910° e accompagnati in autocarretta alla punta San Teodoro, nei pressi di un edificio denominato casetta rossa.

Gandin è processato da un Tribunale militare speciale di guerra formalmente regolare e condannato a morte. A presiedere il tribunale è il comandante della 1a divisione alpina, generale von Stettner, i giudici a latere sono il maggiore Reinhold Klebe e il tenente Roser. Il primo ad essere processato è il tenente Fauth, che viene condannato per «codardia» per essersi arreso il 15 settembre con tutti i suoi uomini. Gandin è invece accusato di «alto tradimento »: aveva combattuto i tedeschi dopo avere ancora una volta, il 13 settembre, espresso la sua fedeltà al duce, almeno questa è la conclusione di Paolo Paoletti.

Vi sono ricostruzioni diverse circa la linea di difesa del generale, se cioè abbia ribadito la sua fedeltà al re d’Italia oppure se abbia giustificato il suo comportamento con l’essere rimasto «prigioniero dei suoi ufficiali». Diverse sono anche le testimonianze circa la sua reazione all’annuncio della condanna a morte e sulle modalità di trasferimento al luogo dell’esecuzione.

Dopo il processo egli chiede di poter parlare con il feldmaresciallo Keitel o con il generale Jodl, ma ottiene un netto rifiuto; dirà Lanz al processo di Norimberga:

«Ricordo che quando venne annunziata la sentenza della Corte Marziale, il generale Gandin, per quanto ricordo, chiese che gli si permettesse di parlare o al feldmaresciallo Keitel o al generale Jodl. Egli si riferì di nuovo alle sue relazioni con i due […]. Alla richiesta non venne dato corso, in quanto il generale Gandin, per tutto il suo comportamento, non aveva diritto a questo: aveva avuto sufficiente
tempo».

Non vi sono testimoni italiani nel caso di Gandin, che viene portato in auto, quella del maggiore Klebe – secondo Muhlhauser e Dehm – o con un camion, sul luogo dell’esecuzione, sono circa le 7,00 del 24 settembre. Il generale viene fucilato alla presenza del maggiore Klebe che legge la condanna a morte, dell’ufficiale comandante sottotenente Mühlhauser e del tenente medico Helmotz, il plotone d’esecuzione è composto da 8 militari appartenenti al plotone genieri.

Secondo la convinzione dei reduci italiani la sentenza sarebbe stata eseguita nei pressi della fossa denominata «le grotte», nei dintorni della casetta rossa, a capo San Teodoro, ma i testimoni tedeschi Klebe, Mühlhauser e Dehm non ricordano né la casetta rossa né il faro di punta San Teodoro e affermano di essersi allontanati da Argostoli diretti verso sud-est, cioè in direzione opposta, di avere viaggiato per circa quindici minuti per fermarsi nei pressi di una spiaggia sabbiosa.

Sono ovviamente immaginarie tutte le «testimonianze» successive di parte italiana che raccontano gli ultimi momenti del generale. Il comandante del plotone d’esecuzione, Otmar Mühlhauser, aveva dichiarato a Dortmund nel 1968 che il generale Gandin, al momento della fucilazione, avrebbe gridato: «Viva l’Italia, viva il re!». Ma vi sono altre testimonianze, sempre da fonti tedesche, che raccontano di un comportamento meno lusinghiero per il generale di fronte al plotone d’esecuzione.

Nello stesso luogo e dallo stesso plotone d’esecuzione sono fucilati anche una ventina di ufficiali, prelevati direttamente dai luoghi di detenzione senza passare dalla casetta rossa. Di questi non si hanno notizie, solo che vengono fucilati con le stesse modalità di Gandin ma senza lettura della sentenza di morte, e che sono arrivati sul luogo dell’esecuzione a bordo di un camion, mentre i primi ufficiali provenienti dalla casetta rossa arrivavano a piedi.

È stato lo stesso sottotenente Mühlhauser a parlare della loro uccisione con i giudici tedeschi. Secondo il sottotenente il suo plotone è stato impegnato per circa un’ora, cioè fino alle 8,00. Gli altri ufficiali vengono giustiziati senza la presenza di testimoni. La mattina del 24, a partire dalle ore 8,00, sono almeno due i plotoni che si alternano nel compito di eseguire le condanne a morte; secondo la relazione di don Formato al Papa del 5 dicembre 1943 sarebbero tre, per Paoletti almeno cinque. Ogni turno prevederebbe la fucilazione di 20-25 uomini.

Oltre all’ufficiale e a un sottufficiale vicecomandante, che dopo i primi turni rimane a comandare gli uomini, vi sono 8 addetti a sparare con carabine e altri 2 a rimuovere i corpi. Le indagini della procura di Dortmund hanno permesso di accertare che i comandanti dei plotoni d’esecuzione sono stati una decina, mentre i soldati tedeschi coinvolti sarebbero una settantina. Finora solo un ufficiale, ovvero Mühlhauser, e un graduato hanno confessato la loro partecipazione.

Almeno all’inizio, gli ufficiali italiani sono riuniti a gruppi di quattro e avviati alla fucilazione sommaria, senza che vi sia alcuna parvenza di processo, se non l’annuncio fatto ogni volta da un sottufficiale che sono condannati per tradimento. È probabile che a metà mattinata, per affrettare le operazioni, si passi a fucilarne 6-8 per volta. Secondo la testimonianza del capitano Tomasi, scampato alla morte del tutto casualmente, gli ufficiali italiani sono costretti a firmare un documento già compilato in cui dichiarano che «sono colpevoli perché hanno preso le armi e tradito gli alleati tedeschi» e per questo «vengono condannati a morte mediante fucilazione»  (la citazione è riportata da Spyros Loukàtos).

Sul totale degli ufficiali uccisi quel giorno a capo San Teodoro i dati sono assai discordanti: secondo padre Formato sarebbero 400, Ermanno Bronzini parla di un numero compreso tra 170 e circa 300 per gli ufficiali prelevati dai locali dell’ex Comando Marina e circa 200 quelli arrivati dopo alla casetta rossa e provenienti dalla ex caserma Mussolini. Quindi, il totale oscillerebbe tra 370 e 500, quest’ultimo un numero sicuramente troppo alto… ma i due sono testimoni diretti dei fatti di cui parlano.

L’autista dell’autocarretta che avrebbe trasferito gli ufficiali a capo San Teodoro, Angelo Stanghellini, ha parlato di 332 persone. Nella relazione della Missione militare italiana del 1948 si scrive che «Il numero degli ufficiali portati alla Casa Rossa, secondo varie testimonianze e relazioni, viene fatto oscillare tra 250 e 380».

Sarebbero 186 secondo il Tribunale militare di Roma, 129 secondo don Ghilardini e Apollonio. Quest’ultima è la cifra ricordata nelle cerimonie e a cui fanno riferimento molti studiosi, ma appare sottostimata rispetto alla realtà. Paoletti, nel suo lavoro dedicato a Cefalonia – Sangue intorno alla Casetta Rossa, partendo dalla cifra ipotetica di 525 ufficiali presenti a Cefalonia, dato comunque non confermabile, indica un numero variabile tra un minimo di 133 e un massimo di 178 per gli ufficiali fucilati tra il 24 e il 25 settembre 1943.

Per i tedeschi, invece, il numero degli ufficiali italiani presenti a Cefalonia sarebbe limitato a 300-400 unità, per cui anche i dati della strage andrebbero ridimensionati in proporzione, rispetto alle cifre massime indicate. I corpi sono ammucchiati in tre fosse comuni, una sola conosciuta, quella a circa settecento metri dalla casetta rossa, oggi trasformata in monumento agli ufficiali caduti. Vi è una testimonianza sul recupero dei corpi in una delle tre fosse, quella dell’autista Stanghellini, ma mancano dati su quanti siano stati i corpi gettati nelle altre due.

Sarà quasi sicuramente impossibile arrivare a conoscere il numero delle vittime del 24 settembre, dovendo basare ogni indagine sulle testimonianze discordanti dei sopravvissuti e, inoltre, è scomparsa la documentazione tedesca che avrebbe potuto fornire qualche conferma. Non esistono elenchi ufficiali provenienti dal governo italiano.

Don Formato e don Ghilardini hanno tentano di approntare una lista degli ufficiali scomparsi, comunque assai incompleta. Il lavoro di don Formato risale al 1944 e indica 108 nomi di ufficiali fucilati nei pressi della casetta rossa; la ricerca è stata continuata dal fratello Edoardo, ma si è interrotta nel 1974, quando i nomi sono saliti a 132. Nel 1975 alcuni uffici dipendenti dal ministero della Difesa forniscono un tabulato dei caduti della divisione Acqui da cui è possibile stralciare 133 nominativi degli ufficiali caduti il 24 settembre.

Un’altra lista è compilata nel 1988 a cura della Sezione regionale Lazio dell’Associazione Nazionale Divisione Acqui e comprende 111 nomi. Nel 1993 Olindo Perosa produce un altro elenco che comprende anche i fucilati del 25 settembre, basato in parte su quello di don Formato, con 137 nomi. In tutti i casi si tratta di liste incomplete e contenenti numerosi errori. Sulla questione dei nominativi si veda il libro di Paoletti del 2009.

Lo stesso problema si presenta per l’individuazione del numero degli ufficiali superstiti. All’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito esiste un elenco di 102 nomi. Paoletti ne presenta un altro di 138, ma anch’esso incompleto. Verso le 13,00, dopo oltre quattro ore di esecuzioni continue, rimangono ancora 36 ufficiali in vita, oltre al cappellano militare don Formato.

Altri ufficiali, forse 6, si erano salvati in vario modo, portando così il totale a 42 superstiti; tra questi i sottotenenti Elio Esposito e Mario Piscopo, grazie all’iniziativa personale di due ufficiali tedeschi prima della sospensione delle esecuzioni. È lo stesso Lanz – modificando in parte l’attuazione dell’ordine di Hitler –a scegliere tre categorie di ufficiali che avrebbero dovuto essere risparmiate: i fascisti, gli allogeni delle province di Trento e Trieste ora annesse al Reich e i cappellani.

A individuare coloro che provenivano dalle province italiane ora amministrate dalla Germania provvede il sergente maggiore Dehm che salva 12 ufficiali; altri 11 sono coloro che attraverso tessere o altri documenti possono dimostrare di essere fascisti (grazie alla mediazione di don Formato e del tenente colonnello Uggè, già comandante delle milizie divisionali, attorno a cui si riunisce il gruppo dei fascisti, tra i quali il colonnello Ricci).

Altri 13 ufficiali vengono salvati per ordine del comandante tedesco sull’isola. Ma padre Formato, che era convinto di essere in attesa della fucilazione, ha dichiarato che sarebbe stata sua la richiesta all’ufficiale tedesco di sospendere la strage. Dal Comando tedesco, poco dopo, sarebbe giunta la concessione de «la vita a quelli che sono qui presenti».

Il tenente Federico Filippucci dell’Ufficio I del Comando divisione, già addetto alle informazioni riservate, sopravvissuto alla casetta rossa, racconta un particolare episodio che non può che apparire imbarazzante se letto nel contesto tragico in cui è avvenuto:
«Il tenente colonnello Uggè, già comandante del XIX Btg. Camicie Nere Divisionale […] subito dopo concessa la grazia a noi superstiti della Casetta Rossa, dimentico dei corpi insepolti e ancora caldi dei 186 ufficiali che giacevano a pochi passi di distanza, lanciò in preda a vivissima esaltazione e fanatismo il grido “Viva il duce, Heil Hitler”. A lui fecero eco in coro il capitano Toffanin, il capitano Gennaro Tomasi, il colonnello Ezio Ricci, il tenente Lorenzo Caccavale».

Tutti i sopravvissuti sono costretti a sottoscrivere una dichiarazione di fedeltà alla Germania nazista, che viene riportata da Paoletti nel suo volume Il capitano Renzo Apollonio, l’eroe di Cefalonia in questa forma:
«Noi sottoscritti ci impegniamo, con qualunque grado e in qualunque condizione, a collaborare con le forze armate tedesche e a combattere contro chiunque per la vittoria della Germania e per la risurrezione della nostra Patria».

Il giorno successivo, 25 settembre, come rappresaglia per la fuga di 2 prigionieri, altri 7 ufficiali sono tratti dal 37° Ospedale da campo e sottoposti anch’essi a fucilazione, altri 2 in condizioni più gravi si salvano grazie all’intervento del console Seganti. Questi era intervenuto anche il giorno precedente sul maggiore Hirschfeld perché cessassero le esecuzioni.

I corpi, ammucchiati provvisoriamente in tre fosse naturali a distanze diverse dalla casetta rossa, nei pressi dei luoghi in cui sono avvenute le esecuzioni, vengono recuperati da una squadra di marinai italiani prigionieri, caricati nel corso delle due notti successive su due autocarri, quindi portati al porto, imbarcati su un pontone tedesco e dispersi in diversi punti nei pressi dell’isola di Verdiani, dopo essere stati appesantiti con filo spinato e pietre, probabilmente chiusi in sacchi.

I corpi di 17 marinai italiani appartenenti alla batteria di Marina di Faraò saranno ritrovati il 26 ottobre 1944 da don Luigi Ghilardini in una delle fosse dove avevano prelevato gli ufficiali fucilati. I tedeschi avevano così eliminato i testimoni della macabra operazione che serviva a far scomparire quanto rimaneva delle vittime del massacro e a impedire che ci fosse un luogo dove onorare gli ufficiali caduti sotto le scariche del plotone d’esecuzione.

Ecco il racconto di padre Formato, testimone della strage della casetta rossa:
«La mattina del 24, verso le ore 6, ci svegliammo di soprassalto. Un caporale tedesco urla incompostamente […]. Si tratta invece di ordini per noi […] verso le 7, vediamo il generale Gandin partire, bruscamente prelevato da un sottotenente tedesco […].

Né io, né gli ufficiali che erano con me, né – per quanto mi risulta – alcun altro militare italiano, abbiamo mai più visto, né vivo né morto, il generale Antonio Gandin. Viene comunicato anche a noi di tenerci tutti pronti per le ore 7.30. Portare con noi una borsa da viaggio o uno zaino. Al Comando tedesco dovremo subire un piccolo interrogatorio. Una formalità […] sono le 7.45. Ci fanno discendere. Sulla strada c’è una lunga fila di autocarrette, sulle quali ci invitano a salire. Tutto sembra normale […].

Le autocarrette oltrepassano l’ospedale civile, la polveriera, le ultime abitazioni […] e filano di carriera dietro la penisola di San Teodoro, dove sappiamo che altro non v’è se non il deserto roccioso! Ormai non c’è più dubbio! A una rustica villetta solitaria – da noi successivamente chiamata casetta rossa – il tragico convoglio si arresta.

Scendiamo e ci addossiamo tutti a un muro di cinta, mentre vediamo che una decina di soldati tedeschi, rivolti verso di noi, indossano l’elmetto da combattimento e imbracciano le pistole mitragliatrici. Ci si rende conto della situazione. È l’ennesimo inganno: non l’interrogatorio, ma il massacro di tutti!».

Questo il comunicato del Comando Supremo della Wehrmacht:
«La divisione italiana Acqui che presidiava l’isola di Cefalonia, dopo il tradimento del governo Badoglio, aveva rifiutato di deporre le armi e aveva aperto le ostilità. Dopo azioni di preparazione svolte dall’arma aerea, le truppe tedesche sono passate all’attacco ed hanno conquistato la città portuale di Argostoli. Oltre ai 4.000 uomini che hanno deposto le armi al momento opportuno, il grosso della divisione, compreso lo Stato maggiore, è stato annientato in combattimento».

Le ragioni della strage

Si è pensato di giustificare quanto avvenuto a Cefalonia con la mancata dichiarazione di guerra da parte del governo del re, oppure come esemplare risposta tedesca al «tradimento» italiano, oppure per il mancato rispetto degli ordini di Vecchiarelli, oppure per la strenua resistenza opposta dalla Acqui ai tedeschi, tuttavia queste ragioni non spiegano perché l’eliminazione dei soldati prigionieri sia avvenuto solo a Cefalonia.

Cefalonia avrebbe costituito per i reparti italiani che continuavano la resistenza un chiaro messaggio terroristico. Tra queste interpretazioni vi è quella di Schreiber:
«I vertici della Wehrmacht cercarono con ogni mezzo di impedire che […] la ribellione contro le operazioni di disarmo avesse successo, divenendo un modello da imitare. Nel considerare come i tedeschi reagirono all’evolversi della situazione a Cefalonia e Corfù bisogna anche tener presente che nei Balcani, e in particolare sulle isole del Mediterraneo orientale, il disarmo si trovava allora in una fase ancora iniziale.

E circa un eventuale intervento delle forze alleate, non vi era quasi nulla di sicuro. Tale circostanza dovette contribuire in maniera decisiva a far sì che i tedeschi scegliessero le isole Ioniche per un’azione intimidatoria terroristica, la quale […] avrebbe scoraggiato a un livello più generale le forze militari italiane a opporre ulteriore resistenza».

L’ordine del 15 settembre viene applicato in tutti i Balcani, ma non a Cefalonia:
«I militari italiani che oppongono resistenza o che si intendono con il nemico o con bande partigiane: gli ufficiali debbono essere fucilati; i sottufficiali e la truppa vanno inviati al fronte orientale per l’impiego nel lavoro».

Infatti, sempre il giorno 15, il generale Foertsch, comandante del Gruppo d’armate F, scrive:
«Se a Cefalonia gli italiani non depongono subito le armi, devono essere fucilati».

Iniziati i combattimenti, fin dal 16 settembre, i tedeschi effettivamente fucilano i prigionieri italiani a mano a mano che si arrendono. La strage diventa di massa nei giorni 21 e 22 settembre quando ad arrendersi sono interi reparti. Secondo il maggiore Klebe, egli avrebbe ricevuto verbalmente dal maggiore von Hirschfeld, il 16 all’alba, al momento di imbarcarsi da Preveza per Cefalonia, l’ordine di non fare prigionieri.

Anche nei combattimenti a capo Munta, i tedeschi agli ordini del tenente Rademaker uccidono i feriti italiani e non fanno prigionieri. Questo accade prima dell’arrivo del Sonderbefehl (ordine speciale) di Hitler, che risale al 18 settembre, quando ormai le forze italiane sono state dissolte quasi dappertutto. In realtà già la sera del 10 settembre i tedeschi potevano affermare che: «l’esercito italiano non esisteva più».

In Italia, nonostante alcune azioni di resistenza, i tedeschi avevano assunto il controllo di gran parte del territorio non occupato dagli anglo-americani, con l’eccezione della Sardegna. Al 13 settembre i comandi italiani nei Balcani e in Grecia non esistono più e le divisioni stanno cedendo via via le armi, con le poche eccezioni che abbiamo ricordato più sopra, tra le quali quella della Acqui.

Da quanto abbiamo detto finora, appare evidente che i tedeschi considerarono «ammutinati» gli uomini della Acqui a Cefalonia e che l’ordine di non fare prigionieri sarebbe condiviso dall’insieme dei soldati. Anche il generale Lanz, al Processo di Norimberga, userà per i soldati della Acqui di Cefalonia il termine «ammutinamento» ed è questa la convinzione che si era fatto dopo le notizie del 13 e del 14 settembre trasmessegli da Barge e da Gandin attraverso la «notifica».

Gandin avrebbe trattato la resa della divisione e l’eventuale passaggio di una parte di essa nel campo tedesco, ma dopo che i reparti hanno deciso di combattere contro di loro, Gandin è rimasto a capo della sua divisione, dimenticando gli accordi precedenti raggiunti nel corso delle trattative con Barge.

A Cefalonia i soldati tedeschi si accaniscono anche sui corpi degli ufficiali italiani uccisi: per quattro giorni vengono lasciati senza sepoltura, poi sono fatti gettare in mare da marinai, anch’essi uccisi al termine del macabro lavoro, non solo per non lasciare testimoni, ma per impedire che si conosca il luogo della sepoltura e che si possa rendere loro omaggio. La stessa sorte tocca ai soldati caduti lungo le strade costiere, gettati sugli scogli o in mare; a Troianata i corpi vengono nascosti in una ventina di cisterne.

A don Ghilardini viene impedito di dare sepoltura alle salme. Sulle colline attorno ad Argostoli i corpi sono bruciati. Soldati tedeschi oltraggiano e dissacrano i cadaveri in ogni modo. Particolarmente efferato è il trattamento riservato al teschio del generale Gandin, dileggiato alla mensa tedesca alla presenza dei soldati italiani e attorniato «di caricature oscene e offensive contro i suoi soldati e la sua Divisione».

Don Ghilardini può dare sepoltura solo a 58 caduti, italiani e tedeschi, tra il 23 e il 25 settembre, nell’orto dell’ex consorzio agrario. Altri 11 corpi sono sepolti tra il 9 ottobre e il 30 novembre. Nella relazione del capitano Apollonio del 1944, si riferisce l’atteggiamento tedesco ad alcuni mesi di distanza dalla strage:
«Nel dicembre 1943 il capitano Apollonio e don Ghilardini chiesero il nulla osta alle autorità tedesche per il seppellimento dei resti degli ufficiali e dei soldati ma il Comando della 104a Jägerdivision rispose con un netto rifiuto. Il Comandante commentava così: “I ribelli non hanno diritto di sepoltura”».

LA LOTTA A CORFÙ
La situazione sull’isola all’8 settembre

L’isola di Corfù si trova a poca distanza dal continente, grosso modo all’altezza del confine tra Albania e Grecia. Sulla terraferma arrivano tre strade, da nord quella che proviene dall’Albania, da est quella dalla Tessaglia, da sud la strada costiera che corre lungo il Mar Ionio venendo dall’Epiro e dall’Etolia.

Queste strade costituiscono delle vie di fuga per i reparti italiani che cercano di raggiungere i punti di imbarco per l’Italia dopo l’8 settembre 1943. In direzione dell’Italia Corfù rappresenta il punto più vicino alla penisola salentina e il primo approdo per le navi provenienti da Brindisi. Inoltre, chiude l’accesso al Mar Adriatico.

La vicinanza all’Italia la rende quindi una base ideale per il controllo dei collegamenti attraverso lo Ionio. Gli italiani utilizzano Corfù per le comunicazioni radio con la Grecia ed hanno a disposizione un aeroporto. I tedeschi considerano l’importanza dell’isola dove avevano installato un ponte radio per le comunicazioni tra Atene e Berlino e la pongono in testa alle loro priorità, nonostante l’enorme svantaggio di partenza nei rapporti di forza.

Al contrario dei tedeschi, gli inglesi non colgono subito l’importanza delle Isole Ionie, preferendo impegnarsi in un primo momento soprattutto nell’Egeo. Solo in un secondo tempo, quando gli italiani confermano di voler resistere ai tedeschi, cominciano a interessarsi alla situazione e decidono di mandare una missione.

A Corfù vi sono circa 4.500 soldati italiani. Il grosso è costituito dal 18° reggimento fanteria, appartenente alla divisione Acqui; vi sono, inoltre, una compagnia mitraglieri, un battaglione mortai, una compagnia cannoni, reparti di contraerea, Carabinieri, Guardia di Finanza, Genio, Trasmissioni, Sanità, sussistenza. La Marina è rappresentata da una flottiglia di dragamine. Vi è un distaccamento dell’Aeronautica in servizio all’aeroporto di Garitsa. Il Comando italiano del colonnello Luigi Lusignani riesce a mantenere i collegamenti con l’Italia per tutto il periodo considerato.

Invece le comunicazioni tra Corfù e i comandi tedeschi di Ioannina e di Salonicco sono interrotti già dal giorno 8 settembre. Al momento dell’armistizio vi sono pochi soldati tedeschi, non più di 450 secondo fonti italiane, ma secondo lo storico tedesco Schreiber sono solo circa 100 specialisti dell’Aviazione militare, 35 uomini del Comando aeronautico di presidio e 20 militari del 313° battaglione di pionieri di marina.

Il grosso è raggruppato nella base di Cassiopì, ma senza mezzi corazzati o blindati. La presenza di tedeschi a Corfù è giustificata dall’interesse per il controllo dello spazio aereo compreso tra Otranto e il confine greco-albanese. Oltre al controllo dei passaggi marittimi, i tedeschi sono interessati alle rotte utilizzate dagli inglesi per i loro aerei, che effettuano incursioni sulla Serbia passando proprio sul cielo di Corfù. Per questo, a partire dal maggio 1943, avevano installato due radiolocalizzatori Freya, una stazione meteorologica e due radiofari.

L’aeroporto di Corfù era assai frequentato da aerei tedeschi e fino all’8 settembre era prassi che trasportassero i soldati italiani in licenza, con un mezzo che era molto più sicuro della nave. Anche per questo motivo i rapporti italo-tedeschi erano molto cordiali.

Nel tardo pomeriggio dell’8 settembre giunge a Corfù la notizia dell’armistizio. Scrive il tenente colonnello d’artiglieria Alfredo D’Agata, vice di Lusignani e principale punto di riferimento tra gli ufficiali antitedeschi:
«La comunicazione radio dell’avvenuto armistizio e il comunicato di Badoglio suscitano nella popolazione civile manifestazioni di giubilo e di fratellanza con i militari italiani. In tutti è la convinzione che la guerra sia finita e che non debbano più sussisitere cause di divergenze e di risentimento fra italiani e greci. In tutta l’isola, e in specie nella città di Corfù, sventolano bandiere italiane e greche, fra luminarie e canti di gioia che si protraggono per tutta la notte».

Alle ore 21,30 arriva il comunicato dell’11a Armata firmato da Vecchiarelli che conferma i compiti già assegnati e impone di reagire ad ogni violenza armata. Subito dopo sono autorizzate a partire per Brindisi tutte le unità navali che non sono ritenute indispensabili per la difesa dell’isola, secondo quanto previsto dall’armistizio sottoscritto con gli alleati.

Nella notte, alle 2,30 secondo D’Agata, al mattino alle 9,50 secondo l’ora indicata sul messaggio, arriva il secondo marconigramma da Atene:
«Fino ore 10 nove corrente manterrete posizioni e vi difenderete da attacchi di qualsiasi provenienza alt ore 10 consegnerete comando tedesco postazioni fisse, antinavi et antiaeree, conservando artiglierie mobili et armamento individuale alt Saranno impartiti ordini circa rimpatrio alt».

Lusignani considera la richiesta contraria all’onore militare e imposta con la forza dai tedeschi, pertanto non viene presa in considerazione. Vengono chieste istruzioni per via gerarchica circa il comportamento da tenere nei confronti dei prigionieri politici. Non giunge alcuna risposta.

Nei giorni 9 e 10 non arrivano comunicazioni da Brindisi e dai comandi italiani in Puglia. Nel frattempo il governatore Parini si prepara ad abbandonare Corfù; invece rimane sull’isola il Commissario civile Ludovico Barattieri, di orientamento antifascista. Nella notte tra il 9 e il 10 parte da Corfù il maggiore Capra, con l’incarico di arrivare a Brindisi e mettersi in contatto col Comando Supremo.

Nel frattempo, alle ore 0,10, Lusignani chiede se è possibile il rientro in Italia:
«Da Comando Militare Isola Corfù at Comando 7a Armata 3836/OP. Privi ordini specifici prego indicarmi atteggiamento assumere eventualità sbarco tedesco alt Guarnigione al comando al completo rientrerebbe qualora venissero inviati mezzi trasporto alt Col. Lusignani».

Di fronte a questa richiesta il capo di Stato maggiore generale Ambrosio risponderà duramente con un messaggio del 12 settembre:
«Telecifra a mano. A Marina Corfù. N. 1052/CS Comunicate Comando Militare isola che ricevuto suo 3843 alt Non est ammissibile che 5000 uomini siano sopraffatti da 500 anche se meglio armati alt Difesa costiera deve essere in grado di impedire accorrere rinforzi da Grecia alt Assicurare alt Generale Ambrosio».

Al mattino del 10 settembre giunge sull’isola il tenente colonnello Klotz, accompagnato dal console tedesco Spengelin, per intavolare trattative col comandante del presidio. I tedeschi chiedono di eseguire l’ordine dell’11a armata che impone di cedere «le armi collettive e tutte le artiglierie con relativo munizionamento».

Ma Lusignani rifiuta. A tarda sera, alle ore 22,15, viene inviato da Brindisi il radiogramma N. 1023:
«N. 1023/CS alt Riferimento quanto comunicato circa situazione isola maggiore Capra dovete considerare le truppe tedesche come nemiche et regolarvi di conseguenza punto Rossi».

È la conferma che il maggiore Capra è arrivato a Brindisi e ha potuto riferire sulla situazione a Corfù. Lusignani si orienta di conseguenza e comunica il suo orientamento ai tedeschi. Infatti, il giorno dopo, cioè l’11 settembre, dalla 1a divisione da montagna viene inviato un messaggio al 22° corpo d’armata:
«Il comandante di Corfù ha dichiarato che seguirà gli ordini impartiti dal maresciallo Badoglio e che non opporrà alcuna resistenza a un eventuale sbarco anglo-americano sull’isola».

La posizione del comandante, che nei primi giorni aveva manifestato qualche indecisione, rappresenta ora anche la volontà dei reparti. Il sottotenente Giovanni Pampaloni scrive nel 1945 a proposito di queste giornate di attesa:
«Tra gli ufficiali superiori vi era disparità di vedute. Mentre il colonnello D’Agata, e lo stesso conte Barattieri, insistevano per attaccare decisamente i tedeschi, il colonnello Lusignani tergiversava».

L’attesa di Lusignani, però, non è collegata all’apertura di una trattativa con i tedeschi, come a Cefalonia, dove sarebbe continuata fino al 15 settembre, cioè fino all’attacco tedesco; a Corfù c’è da subito il netto rifiuto alla cessione delle armi. La vicinanza alla costa italiana dà la convinzione che sarebbero arrivati gli aiuti necessari, le navi e gli aerei per contrastare la minaccia tedesca di invasione. I rapporti di forza sono per il momento nettamente a vantaggio degli italiani, inoltre si spera nel sostegno della popolazione e dei partigiani.

Negli anni di occupazione la presenza italiana non aveva provocato reazioni di particolare contrasto e il movimento partigiano, su posizioni moderate, fino a questo momento non è stato protagonista di attacchi armati. Già il 9 settembre il capo dei patrioti greci, Papas Spiro, chiede un incontro col vicecomandante dell’isola, il tenente colonnello D’Agata; a tarda sera, a dieci chilometri dal capoluogo, c’è il primo contatto in cui si raggiunge l’accordo per la liberazione dei detenuti politici e per una successiva distribuzione di armi e munizioni.

Nelle settimane seguenti i partigiani collaborano al mantenimento dell’ordine pubblico, mentre il comandante dei Carabinieri, il capitano Caggiano, può mettere insieme quasi 600 civili disposti a combattere a fianco degli italiani. La popolazione mantiene il suo sostegno ai soldati italiani sia nel corso dei combattimenti, soprattutto curando i feriti, sia nel periodo della prigionia al campo di aviazione, quando cercheranno di portare aiuto, cibo in particolare, nonostante l’atteggiamento minaccioso delle sentinelle che non esitano a fare fuoco contro i militari italiani all’interno del recinto ma anche contro i civili, soprattutto donne e ragazzi che si avvicinano per lanciare all’interno le poche cose che riusciranno a recuperare.

Durante la notte cominciano a sbarcare a Corfù gruppi di militari in fuga da Porto Edda (Santi Quaranta), sulla costa albanese. Gli arrivi continueranno anche nei giorni successivi. Tra questi reparti vi sono anche due formazioni fasciste, l’8° battaglione Legionari e il 109° battaglione Camicie nere, arrivati da Santi Quaranta, secondo il tenente colonnello D’Agata «privi di alcun senso del dovere militare».

Molti di loro combatteranno con i tedeschi e dopo la resa collaboreranno per la cattura dei soldati italiani fuggiti sulle montagne. Il giorno 11 giungono due telegrammi dal Comando tattico della 7a armata nelle Puglie a Francavilla Fontana. Il primo, delle 9,30, risponde a quello inviato da Lusignani nella notte tra il 9 e il 10 settembre:
«Risposta vostro 3836 data 10 corrente alt opponetevi con forza at qualsiasi tentativo sbarco reparti germanici alt. Generale Arisio 09301109».
Il secondo:
«Provvedete immediata cattura elementi tedeschi considerandoli prigionieri di guerra».

Quando alle 13 il capitano Wilhelm Spindler, comandante del 54° battaglione cacciatori da montagna, torna a chiedere la consegna dell’isola ottiene un nuovo fermo rifiuto da Lusignani, che risponde che intende mantenere la situazione esistente. Ugualmente infruttuosa si rivela la missione del maggiore Hirschfeld del giorno 12 settembre. Secondo il console Barattieri, che riporta la risposta del comandante italiano, «I reparti tedeschi dell’isola non avrebbero potuto essere aumentati né spostati, che nessun natante tedesco poteva approdare né alcun aereo atterrare».

A sera Hirschfeld comunica:
«Il comandante, dallo stile asciutto e conciso, non assolutamente disposto a trattare. Lo Stato maggiore orientato in modo totalmente ostile verso i tedeschi».

La sera del 12, su richiesta dei rappresentanti dell’Eam, sono liberati i circa 500 detenuti politici rinchiusi nel campo di concentramento del Lazzaretto, molti sono vecchi dirigenti dei partiti antifascisti trasferiti dal continente. Si decide anche di consegnare armi e munizioni ai partigiani greci. 13-22 settembre.

La prima fase dello scontro

Il mattino del 13 settembre, Hirschfeld sta arrivando di nuovo a Corfù, ma intorno alle 8,00 alcuni aerei tedeschi iniziano a sorvolare a bassa quota la città, la fortezza e l’aeroporto lanciando volantini che invitano gli italiani ad arrendersi. Pochi minuti dopo inizia il fuoco incrociato, ma non è chiaro se a cominciare sono le batterie antiaeree o gli aerei tedeschi. L’ordine per gli italiani era di non aprire il fuoco se non per impedire eventuali atterraggi. Tre aerei vengono abbattuti.

Questo il racconto del tenente colonnello Giuseppe Randazzo, comandante del 3° battaglione del 18° Fanteria, posizionato nei pressi dell’aeroporto:
«Il mattino del 13 alle prime luci, aerei germanici volteggiavano a bassa quota sulla città e capisaldi accennando a voler atterrare nel campo d’aviazione […] presidiato dai tedeschi […]. Altri apparecchi si aggiungono nel cielo di Corfù, un apparecchio da trasporto atterra indisturbato. La batteria da 20 mm, le mitragliatrici del III/18° di Villa Cogevina […] aprono il fuoco, 4 apparecchi […] caddero in fiamme».

Mentre l’azione è in pieno svolgimento il parlamentare tedesco arriva alla fortezza, è riuscito a raggiungere via mare Corfù, dopo essere stato costretto a tornare indietro col suo
aereo per il fuoco della contraerea italiana. Questa volta è accompagnato dal colonnello Rossi, capo di Stato maggiore del 26° corpo d’armata. Consegna un ultimatum per le ore 11,30. Dichiara che l’attacco in corso è avvenuto tre ore prima del previsto e che si considera prigioniero degli italiani, ma Lusignani lo rassicura che avrebbe rispettato la sua condizione di parlamentare.

A questo punto il colonnello Rossi consegna a mano un fonogramma del generale Guido Della Bona, il superiore di settore di Lusignani, con un invito a cedere le armi:
«Da Comando XXVI Corpamiles at Comando Settore Corfù N. 16530/ Op. alt. Alle ore 18,00 del giorno 9 corrente ho in Giannina deposto le armi per evitare inutile spargimento di sangue. Il Corpo d’Armata è avviato in Albania per essere inviato in Italia. A evitare spargimento di sangue in Corfù potete se del caso regolarvi di conseguenza. Il generale comandante 03301209 F.to G. Della Bona».

Nel frattempo, un reparto da sbarco con uomini della 1a divisione da montagna su tredici motovelieri si prepara a prendere terra, fidando sulla sorpresa, a Benizza, a sud del capoluogo. Alle 12,05 giunge la comunicazione del maggiore sul rifiuto di Lusignani di arrendersi; lo sbarco viene ugualmente tentato, con l’appoggio di nove bombardieri Ju 87.

La risposta della difesa costiera italiana è però efficace. Un aereo viene abbattuto e un mezzo da sbarco affondato. Altri sono danneggiati. Alle 18,45 il reparto rientra a Igoumenitza, ma è chiaro che le forze a disposizione non sono in grado di penetrare le difese italiane. In precedenza, alle 12,30, due compagnie del 18° reggimento fanteria appoggiate da una batteria del 3° gruppo del 33° reggimento artiglieria avevano accerchiato il campo di aviazione costringendo il presidio tedesco ad arrendersi.

Altri 250 soldati tedeschi del caposaldo di capo Bianco, a sud dell’isola, si arrendono dopo combattimenti durati tutto il giorno. Nel pomeriggio anche quelli di Avliotes e di Episkepsis seguono la stessa sorte. L’entusiasmo si diffonde tra i reparti italiani. L’ultimo presidio tedesco, quello di Cassiopì, è costretto ad arrendersi alle 7,00 del giorno 14. Questi soldati, fatti prigionieri dagli italiani dopo l’armistizio, saranno prelevati da navi britanniche il 23 settembre e, come prigionieri di guerra, internati, sembra, in Africa settentrionale, a Bengasi.

L’operazione tedesca si rivela così un completo fallimento: l’area dello sbarco era prevedibile e ben difesa dalle batterie costiere italiane, l’intervento aereo non era coordinato con quello delle imbarcazioni. Le perdite tedesche ammonterebbero a circa 50 uomini. Nel corso del giorno 13 iniziano a sbarcare a Corfù, in vari gruppi, i soldati del 3° battaglione del 49° reggimento fanteria della divisione Parma, al comando del colonnello Elio Bettini, provenienti da Porto Edda, in totale circa 1.000 uomini.

Il colonnello comunica al Comando della 7a armata:
«Isolato Comandi Superiori preferendo combattere ancora per la Patria alla umiliazione di cedere le armi chiede che sia con la quasi totalità presidio Porto Edda inutilizzando quanto non trasportabile sono sbarcati Corfù cooperando difesa isola dal giorno 13 corrente alt Dati forza mezzi et materiali vi perverranno tramite difesa Corfù alt Pregasi informare potendo 9a Armata».

Segue il trasferimento del 517° battaglione, che continuerà ancora per tutto il giorno 14. La sera precedente erano intanto arrivate da Brindisi le due torpediniere Sirtori e Stocco per sostenere la resistenza di Corfù. La mattina del 14 la Sirtori viene colpita da aerei tedeschi e finisce per arenarsi nei pressi di una spiaggia. Il personale sbarca e si unisce alla difesa di terra, mentre l’altra nave viene impegnata nella scorta delle navi che riportano in Puglia i soldati imbarcati a Santi Quaranta.

Quasi ogni giorno vi sono bombardamenti a opera del 10° corpo aereo tedesco. La maggior parte del capoluogo è distrutta, solo i sotterranei della fortezza resistono alle bombe. La popolazione è terrorizzata. Particolarmente colpiti sono tutti gli obiettivi militari, compresi gli accampamenti della truppa. Dall’Italia giunge un idrosoccorso della Croce rossa per raccogliere i feriti più gravi. Il 15 dal Reparto operazioni giunge il plauso per il comportamento del colonnello Lusignani, che a sera riceve la medaglia d’Argento sul campo, e si chiede di predisporre la partenza dei prigionieri tedeschi che andranno consegnati agli inglesi a Taranto.

Il 16 continuano gli abbattimenti di aerei tedeschi, il totale è ormai di undici; i partigiani svolgono compiti di ordine pubblico; il cacciatorpediniere Stocco, che avrebbe potuto recuperare i presidî delle due piccole isole di Paxos e Antipaxos deve rientrare a Brindisi, gli italiani saranno fatti prigionieri solo a ottobre.

Il generale Lanz, nonostante il colpo subìto, decide di riprovare con forze maggiori e dopo un massiccio intervento aereo sulle postazioni italiane avviato già nel corso della notte. L’attacco finale però è spostato di qualche giorno, la preparazione richiede più tempo, si pensa di fissare l’inizio dell’operazione per la notte tra il 16 e il 17, ma poi la data continua a scivolare in avanti, mentre da Cefalonia, dopo le prime confortanti comunicazioni di Barge, che ancora il 12 prevedeva una rapida soluzione della crisi, giungono notizie sempre più preoccupanti, in particolare con l’incidente del 13, quando due motozattere tedesche, nel tentativo di sbarcare nei pressi di Argostoli, erano state fatte segno dai colpi delle artiglierie italiane.

Una di queste viene affondata, l’altra danneggiata. Ma si tratta proprio di una parte dei mezzi che avrebbero dovuto essere utilizzati per lo sbarco a Corfù. Quando il 15 settembre le trattative con il generale Gandin giungono alla rottura, appare chiaro al Comando tedesco che la priorità dell’azione si sposta su Cefalonia. Corfù può attendere: il battaglione della 1a divisione alpini raccolto a Prevesa in vista dell’attacco a Corfù viene invece impiegato a Cefalonia, dove servono rinforzi immediati, dopo il crollo della notte tra il 15 e il 16.

Il giorno 17 le due torpediniere che avrebbero dovuto raggiungere Corfù per portare rifornimenti di viveri, munizioni e acqua (l’acquedotto dell’isola era stato distrutto dai bombardamenti inglesi già prima dell’8 settembre) sono dirottate, per decisione dell’ammiraglio inglese Peters, ad altra missione. Mentre continuano i bombardamenti su Corfù, il 18 settembre Lusignani trasmette a Supermarina per il Comando Supremo questo messaggio, che rende tutto il dramma di quelle giornate che vedono il tracollo dell’esercito italiano:
«Da messaggio inviato da Ufficiale Porto Edda risulta che in detta località siano raccolti 2.200 militari attesa essere sgombrati e in difficili condizioni alimentazione alt Stesso messaggio segnala prossimo afflusso altri 1.500 militari provenienti interno alt Viene infine segnalato che Divisione Perugia ripiega combattendo su Porto Edda alt Data mia difficile situazione conseguente sovraccarico personale sprovvisto mezzi et mancanza natanti proporrei che elementi cui trattasi siano sgomberati direttamente madrepatria aut riorganizzati difesa Porto Edda nel caso Divisione Perugia ricevesse ordine di resistervi a oltranza come sarebbe desiderabile alt Col. Lusignani».

Walter con Stettner

Ambrosio risponde che avrebbe mandato una motosilurante al presidio di Corfù con gli ordini per i reparti affluiti a Porto Edda. Quelli efficienti e inquadrati avrebbero dovuto essere impiegati per la difesa a oltranza, gli altri si sarebbero preparati per lo sgombero. I messaggi tra Marina Corfù e Supermarina continuano anche il 19 settembre. Oggetto delle comunicazioni sono, oltre alle notizie sui bombardamenti su Corfù che continuano, gli aggiornamenti sui dati dei militari che stanno ammassandosi a porto Edda e che chiedono di essere riportati in patria.

Da Manduria, in provincia di Taranto, partono sei aerei Re 2002 per colpire i mezzi da sbarco tedeschi raccolti nella baia di Sagiada. Da Brindisi invece arriva un’imbarcazione carica di medicinali, mentre altre si dirigono a porto Edda per imbarcarvi 1.750 soldati.

Hubert Lanz

In data 20 settembre sul diario di guerra del 22° corpo d’armata tedesco si riporta il risultato dell’incontro dei comandanti convocati dal generale Lanz che decide l’attacco a Corfù:
«Ore 17,00. Colloqui del comandante. Partecipano il comandante della 1a Divisione Alpini e il capo di Stato maggiore. Viene deciso di non prendere le isole di Paxos e Antipaxos, come previsto in precedenza, bensì di attaccare subito Corfù […]. L’operazione prende il nome di copertura Tradimento».

Le operazioni di sbarco procedono ordinatamente, sotto la vigilanza di alcune navi da
guerra ferme più al largo. Bundesarchiv Koblenz.

Lo stesso giorno Marina Corfù comunica a Supermarina che le due ultime imbarcazioni disponibili, due motovelieri, saranno utilizzati per trasferire i prigionieri tedeschi in Puglia. Il presidio di Corfù ha paura che in caso di attacco tedesco i prigionieri possano dare man forte alle truppe attaccanti. Si precisa, inoltre, che le truppe affluite dall’Albania sull’isola hanno raggiunto il numero di circa 3.000 e che i nuovi arrivati pesano sulle riserve, soprattutto alimentari, della guarnigione locale. Si chiede nuovamente di provvedere allo sgombero degli oltre 7.000 soldati che si sono concentrati a porto Edda,
senza farli passare da Corfù, ormai sovraccarica.

Corfù, settembre 1943. Spostamento di un mezzo di artiglieria pesante. Si tratta
dell’ultima foto della serie di tre rullini conservati nel Bundesarchiv Koblenz.

Dal Comando Supremo non arrivano aiuti ma l’autorizzazione a premiare per merito di guerra sul campo i militari protagonisti di atti di particolare valore. Si muove invece il Comando alleato. Nei due giorni precedenti, su iniziativa di Eisenhower, il generale Forster si era informato sulla situazione a Corfù e a Cefalonia. Il giorno 21 viene paracadutata su Corfù la missione militare Acheron, col compito di preparare uno sbarco.

La comanda il capitano William Oliver Churchill. Nella sua relazione si legge:
«20.9.1943 alle 11,00 il Brigadiere Generale Klebe mi ha riferito quanto segue: il generale Eisenhower considera Corfù importante per gli alleati nella campagna dei Balcani. Aveva deciso di inviarci immediatamente una piccola forza per rinforzare le truppe italiane contro l’invasione tedesca. Il mio ruolo era quello di rappresentare il Comando in capo del Medio Oriente.

I comandanti della spedizione contro Corfù. L’imbarcazione ha appena lasciato il molo
di Prevesa. Bundesarchiv Koblenz.

La missione era quella di contattare il comandante italiano di Corfù, esporgli le intenzioni degli Alleati, congratularsi con lui per la resistenza che opponeva ai tedeschi e fare tutto quello che potevo per rassicurare la sua volontà di resistere in attesa delle truppe alleate. Io dovevo mandare informazioni di carattere militare al Quartier Generale del Medio Oriente per mezzo della mia trasmittente, così che M04 mi avrebbe fornito dettagli sullo sbarco che dovevamo proporre agli italiani».

Lusignani mostra perplessità e riserva all’arrivo della missione

È difficile credere a uno sbarco alleato imminente. Inoltre la radio non riesce a mettersi in contatto con il Cairo. Si perdono altri due giorni. Ormai è troppo tardi per organizzare un intervento a Corfù. Solo il 24 settembre il generale Forster, dopo le insistenti richieste del Comando Supremo italiano, riesce a ottenere l’assenso dei suoi comandanti per un intervento aereo. Ma ormai non c’è più il tempo per organizzare un’operazione che in ogni caso non era stata programmata. Prima degli alleati arriveranno i tedeschi.

Il 22 settembre la divisione Acqui a Cefalonia si arrende e cessa ogni resistenza. A Porto Edda, invece, arriva il generale Chiminiello, ha con lui quattro battaglioni di fanteria, due batterie di obici, un battaglione misto del genio. Lo seguono moltissimi militari e civili sbandati. Pur avendo a disposizione un impianto radio, non ha un cifrario e per questo non può comunicare con Corfù. Con il disimpegno dall’isola maggiore i tedeschi si preparano a sferrare l’attacco a Corfù e a Porto Edda lasciati soli dal Comando Supremo e dagli inglesi. Da Marina Corfù si comunica l’avvenuto imbarco dei 426 prigionieri tedeschi.

La spedizione a Corfù: il Comando in partenza. Bundesarchiv Koblenz.

23-26 settembre 1943. I combattimenti sull’isola di Corfù

Nella notte tra il 22 e il 23 settembre Lusignani comunica ancora con il Comando Supremo. Ricorda la situazione sull’isola, immutata ormai da giorni, i continui attacchi aerei, che rimangono senza contrasto in mancanza di una difesa contraerea efficace, infatti chiede di nuovo l’invio di qualche aereo da caccia, ma anche di automezzi dato l’intenso sfruttamento a cui sono stati sottoporti nelle due settimane precedenti.

La costa epirota e albanese è in mano ai tedeschi, con la sola eccezione di Porto Edda, dove si troverebbero circa 4.000 uomini in gran parte disarmati provenienti dai campi di concentramento di Valona, altri 6.000 della divisione Perugia sarebbero intenzionati a portarsi nell’unica località della costa rimasta in mano italiana per imbarcarsi.

Prevesa, 23 settembre 1943. Reparti in attesa dell’imbarco per Corfù. Bundesarchiv
Koblenz.

A metà mattinata Lusignani è di nuovo in collegamento col Comando Supremo: questa volta prevede che i tedeschi faranno un altro tentativo di sbarco nelle ore successive e chiede di nuovo l’intervento navale e aereo contro lo sbarco. Poi comunica che vi sono tentativi di sbarchi a sud dell’isola, a Levkimme e nella baia san Giorgio. Il Comando Supremo si informa sull’imbarco di truppe italiane a Porto Edda, promette limitati aiuti, ma nulla di più.

Colpisce l’assenza dell’aviazione italiana. In effetti, già il 10 settembre, a Brindisi, si era ricostituito il Comando aereo italiano, Superaereo, alle dipendenze del ministro e capo di Stato maggiore generale Renato Sandalli. Gli aeroporti disponibii sono quelli di Bari, Brindisi, Galatina (Lecce), oltre a Leverano e Manduria.

Prima dell’8 settembre a Bari vi era il Comando della 4a Squadra aerea, a Lecce un Comando Caccia e Intercettori. I due aeroporti non erano caduti in mano tedesca. Nel complesso sono efficienti un centinaio di velivoli su trecento disponibili sulla carta. Il generale Sandalli nella sua relazione del 15 settembre parla di centodiciassette velivoli utilizzabili. Si tratta soprattutto di Mc. 202, Mc. 205 e Re. 2002. Fino al 19 settembre questi aerei si limitano a sorvolare il sud e il nord della Puglia alla ricerca di reparti tedeschi di retroguardia.

Avrebbero anche il compito di proteggere la sede del governo a Brindisi, ma ovviamente vi sono già le forze alleate a coprire tutta l’area pugliese. Negli stessi giorni vengono lanciati volantini su Sardegna, Piemonte e Lombardia. Bombardieri e caccia non vengono invece utilizzati su Corfù, l’isola più vicina e facilmente raggiungibile dagli aeroporti pugliesi. Gli attacchi aerei tedeschi erano iniziati già il 13 su Corfù, il 15 su Cefalonia, senza alcun contrasto da parte di Superaereo.

Il giorno 15, quando vi era stato il primo incontro tra il ministro Sandalli e il capo della sezione aeronautica della Commissione alleata di controllo, questi invita gli italiani a limitarsi a operare nella zona di Brindisi, quindi non vi sono impieghi possibili sul territorio nazionale, un intervento massiccio sarebbe invece necessario per proteggere il rientro delle truppe dai Balcani e le isole di Corfù e Cefalonia. Le missioni iniziano con ritardo, ma gli obiettivi sono soprattutto in Albania, mentre non vi sono missioni contro gli aeroporti greci da cui partono gli aerei che bombardano le due isole.

Mentre la 1a divisione da montagna tedesca è impegnata a Cefalonia, il Comando di corpo d’armata continua a predisporre i piani di attacco a Corfù. Dal generale Lanz giunge la conferma che «Il trattamento del presidio italiano di Corfù [va eseguito] secondo gli stessi punti di vista applicati nei confronti del presidio di Cefalonia».

Nelle disposizioni ai soldati si preme soprattutto sul tradimento italiano, giocando così sull’emotività dei reparti. Del resto l’operazione sarà proprio denominata «Tradimento». Lanz approva il piano di attacco il giorno 22, richiedendo in particolare l’intervento del 10° corpo aereo. Alle ore 13,00 del 23 settembre iniziano a Prevesa le operazioni di imbarco di un battaglione del 98° reggimento da montagna, di una sezione del 79° reggimento artiglieria da montagna, di una compagnia del 54° battaglione pionieri da montagna, al comando del capitano Dittmann.

È anche previsto l’impiego di una compagnia di sud-tirolesi con uniformi e armi italiane da infiltrare tra le linee dei difensori, in realtà il reparto non sarà utilizzato nel corso delle operazioni. Il gruppo principale, dopo avere effettuato delle manovre diversive per confondere la difesa italiana, raggiunge il suo obiettivo, la laguna di Corissia, sulla costa occidentale di Corfù, verso le ore 0,30 del 24. Poco dopo la testa di ponte è individuata dalla difesa italiana e fatta segno di tiri di artiglieria.

Lusignani, a partire dall’1,50 della notte, comincia ad aggiornare sui tentativi di sbarco a sud dell’isola, a capo Lefkimo e nella baia san Giorgio. Le truppe tedesche sono appoggiate
da navi da guerra. Le richieste di aiuto diventano sempre più pressanti nel corso della mattinata. Ma il Comando Supremo si limita a registrare i messaggi da Corfù. Iniziano gli scontri a fuoco con reparti di fanteria italiana, mentre procedono gli sbarchi, nonostante il tiro dell’artiglieria italiana. Le batterie costiere vengono man mano eliminate.

Entro le 4,00 i tedeschi hanno occupato le alture di Maltauna, che dominano l’intera zona, i reparti italiani si ritirano verso nord, negli scontri non si fanno prigionieri. Dopo le 5,00 inizia il rastrellamento del settore meridionale dell’isola; alcuni reparti italiani non dànno segno di voler resistere, ma ad Argirades un gruppo ben organizzato prende di mira le due compagnie tedesche che stanno scendendo lungo la strada principale.

L’intervento dell’aviazione mette a tacere ogni resistenza italiana: sul terreno rimangono 70 morti. Più a sud i soldati italiani sono sorpresi nei rifugi, dove cercano di proteggersi dagli attacchi aerei. Dopo ogni scontro non ci sono sopravvissuti. Qualche italiano diserta, del resto i tedeschi non lasciano alternative, chi si trova con le armi in mano viene eliminato.

Verso sera il secondo battaglione del 98° reggimento cacciatori da montagna ha raggiunto completamente i suoi obiettivi: il controllo di tutta la sezione meridionale di Corfù, tre battaglioni italiani sono stati dissolti, con 500 soldati rimasti sul terreno; i prigionieri sono 1.500, considerati «disertori» dai tedeschi, e perciò non eliminati immediatamente.

Così a sera Lusignani riassume la situazione nell’ultimo radiogramma:
«Nemico nella giornata odierna con dominio aereo incontrastato ha bombardato quasi totalità caposaldi et ha sbarcato ingenti rifornimenti uomini et materiali alt Possibilità difesa è limitata al solo caso che velivoli da bombardamento abbiano predominio su quello nemico alt Che mezzi navali vigilino contro ulteriori azioni di sbarco che mezzi corazzati et artiglieria contraerea et campali siano sbarcati sull’isola entro 48 ore alt».

In realtà l’unica nave messa a disposizione per la difesa di Corfù è il torpediniere Stocco, tolto dalla scorta alle navi dirette a Porto Edda per imbarcare i soldati italiani. Sottoposto a diversi attacchi aerei, lo Stocco viene affondato poco dopo le 17,00. Anche adesso il generale Sandalli rimane del tutto inattivo. Il successo della prima fase delle operazioni permette ai tedeschi di completare rapidamente lo sbarco di un secondo gruppo, al comando del capitano Feser, comprendente i reparti rimasti a Igoumenitsa del 99° cacciatori da montagna, oltre a una sezione del 79° reggimento artiglieria da montagna. Le
operazioni di sbarco si concludono però solo all’alba del 25 settembre.

Giungono sull’isola anche lo Stato maggiore del gruppo di combattimento, al comando del tenente colonnello Remold, e il generale Walter Stettner, comandante della 1a divisione da montagna. Al mattino del 25 due colonne tedesche, al comando dei capitani Dittmann e Feser, iniziano le operazioni per spezzare la resistenza italiana, che può contare, oltre che sul fuoco dell’artiglieria, che rallenta l’avanzata tedesca, anche su alcuni aerei da attacco al suolo che creano qualche problema ai gruppi d’assalto tedeschi. Sul passo di Stawros e sulle alture circostanti la difesa italiana ha approntato un’ultima linea di resistenza prima del capoluogo.

La riproduzione di una foto d’epoca mostra l’imputato Alfred Stork (al centro). Un ex autiere della Divisione Acqui, Bruno Bertoldi ha deposto il 31 gennaio 2013 al processo a carico di Alfred Stork accusato dell’uccisione di “almeno 117 ufficiali italiani” sull’isola di Cefalonia, nel settembre ’43.ANSA/ VINCENZO SINAPI

Le postazioni italiane sono annientate una dopo l’altra dalle truppe d’assalto tedesche, che prendono così possesso delle alture e delle postazioni fisse. Dopo i combattimenti non ci sono sopravvissuti tra gli italiani, alcuni reparti cominciano a dar segno di cedimento: i tedeschi vedono aumentare i soldati che si arrendono dopo aver consegnato «spontaneamente» le armi, mentre gli ufficiali di più alto grado ripiegano verso il capoluogo.

La cittadina di Corfù, tuttavia, è ancora difesa da una linea di fortificazioni italiane, disposta a sud-est del centro abitato, con l’appoggio di un’efficace difesa antiaerea. Mentre il capitano Feser ha il compito di aggirare le difese nemiche verso nord, per impedire lo sganciamento dei reparti italiani, sono messi in azione le unità di artiglieria pesante che concentrano il fuoco sulla cittadella della capitale.

Il gruppo Dittmann, a questo punto, attacca la linea difensiva italiana, che viene sopraffatta dopo un violento scontro a fuoco. Poco dopo «sulla cittadella di Corfù [fu] issata la bandiera bianca». L’ultima comunicazione italiana da Corfù è delle 16,20 «Abbiamo distrutto tutte pubblicazioni segrete. Ci apprestiamo a distruggere radio». Alle ore 17,00 del 25 settembre i tedeschi entrano in città. Oltre 5.000 soldati italiani depongono le armi, ovvero i reparti della divisione Acqui e quelli provenienti dalla terraferma. Tra gli italiani vi sono oltre 600 caduti e circa 1.200 feriti.

Soldati italiani disarmati si avviano alla prigionia. Il fotocronista li riprende da una
camionetta militare. Bundesarchiv Koblenz.

Verso nord continuano, nel frattempo, le operazioni di rastrellamento degli ultimi reparti rimasti in azione. Verso le 23,00, a Skriperon, i tedeschi catturano il comandante dell’isola, il colonnello Lusignani, e l’intero Stato maggiore. Dopo trattative, il 26 settembre, Lusignani dà l’ordine a tutte le truppe italiane di deporre le armi. Ha così termine la battaglia di Corfù.

Questo quanto registra alla data del 26 l’Ufficio operazioni del Comando Supremo:
«I tedeschi, valendosi della supremazia aerea locale e della larga disponibilità di natanti sulle vicine coste greche, sono riusciti a sbarcare consistenti rinforzi di fanteria e artiglieria ed hanno attaccato a fondo il presidio dell’isola. La difesa non ha potuto reggere all’urto avversario anche per deficienza di munizioni ed è stata travolta nel pomeriggio del 25».

Sistemate le casse di munizioni, i cacciatori si preparano. Bundesarchiv Koblenz.

Nel resoconto del generale Stettner si dà conto del bottino ingente, sufficiente a equipaggiare otto battaglioni di fanteria, si parla di «700 nemici morti», tra cui tre ufficiali, senza distinguere tra caduti in combattimento e fucilati, non si parla di prigionieri, ma di circa 10.000 «disertori», cifra che risulta esagerata rispetto alla realtà. I militari italiani, concentrati nell’aeroporto di Corfù, saranno trasferiti sul continente, a Florina, passando per Igoumenizza, dopo un paio di settimane, e da qui avviati nei campi di internamento.

Il 28 settembre il generale Lanz richiede al Comando Supremo del Gruppo armate E quali misure di ritorsione avrebbe dovuto adottare contro i militari italiani; da Löhr, questa volta, giunge l’indicazione di soprassedere, considerando che gli ufficiali direttamente responsabili dello smacco subìto dopo l’armistizio, con la cattura dei militari tedeschi poi trasferiti in mano inglese, erano già stati fucilati.

Prevesa, 23 settembre 1943. Imbarco dei reparti della divisione Edelweiss. Bundesarchiv
Koblenz.

Effettivamente Lanz aveva già provveduto ad applicare le disposizioni sulla fucilazione degli ufficiali italiani a Corfù. Il 27 settembre, il colonnello Lusignani, il colonnello Bettini,
della divisione Parma e altri 25 ufficiali sono trattati secondo l’ordine del Führer e fucilati, alcuni alla Fortezza Vecchia. 12 ufficiali appartengono al 18° reggimento, 10 all’Artiglieria,
2 al 49° reggimento, 2 all’Aeronautica e 1 alla Marina. Anche a Corfù i corpi degli ufficiali fucilati vengono imbarcati e gettati in mare dopo essere stati zavorrati. Solo pochi ottengono una regolare sepoltura. Nel cimitero di Corfù saranno ritrovate 89 salme, di cui 54 saranno identificate, 110 nel cimitero militare di punta Cannone, prevalentemente di naufraghi, solo in parte della Acqui.

L’intervento del generale Löhr interrompe al 28 settembre la rappresaglia. Già due giorni prima Lanz aveva trasmesso al comandante della 1a divisione alpina, generale Stettner, un’interpretazione univoca dei criteri per la rappresaglia contro gli italiani di Corfù, che riprendeva l’ordine giunto a Cefalonia il 24 settembre e che aveva salvato 36 ufficiali:
«Gli ufficiali che hanno combattuto contro le unità tedesche sono da fucilare secondo il diritto statuario […] Eccezione: fascisti; b) ufficiali di origine germanica; c) ufficiali medici; d) Cappellani».

L’imbarco a Preveza: carico di pezzi di artiglieria. Bundesarchiv Koblenz.

Dopo la resa i tedeschi utilizzano elenchi di ufficiali italiani in loro possesso per individuare chi fucilare, perché la rappresaglia è molto più selettiva e colpisce solo militari con incarichi di comando dello Stato maggiore e dei vari corpi, ovvero Artiglieria, Marina, Aeronautica, Carabinieri, Guardia di Finanza e Guardia di Frontiera, e coloro che si sono opposti con le armi durante i combattimenti e che erano stati subito uccisi al momento della resa.

Per questo i 280 ufficiali catturati dai tedeschi e portati alla fortezza di Corfù non sono passati per le armi come a Cefalonia. Vi saranno alcune esecuzioni sommarie, ma non stragi di massa. Spetta al generale Stettner la decisione di considerare gli italiani di Corfù dei «disertori» e non degli «ammutinati», come a Cefalonia. I tedeschi hanno perduto,secondo Meyer, appena 7 uomini, ma si parla anche di 18 cacciabombardieri e 5 mezzi navali, oltre al primo gruppo di prigionieri consegnati agli inglesi.

L’arrivo a Corfù. Testa di ponte tedesco presso Ankona, sbarco di cacciatori di montagna
dalle zattere. Bundesarchiv Koblenz.

Con la caduta di Corfù risulta ormai impossibile imbarcare le truppe italiane concentrate a Porto Edda. Un messaggio del Comando Supremo al comandante della divisione Perugia ordina il trasferimento a Porto Palermo. Il 26 settembre, il generale inglese Forster comunica ai rappresentanti italiani che «Nel pomeriggio del 24 settembre aveva ricevuto l’autorizzazione dal suo Comando Supremo ad adoperare i P.40 per bombardare Corfù e la costa greca, ma che essendo ormai capitolata Corfù, non se ne sarebbe fatto niente».

In realtà, come sappiamo, Corfù quel giorno resisteva ancora. Il 29 la Raf richiede informazioni sugli attacchi tedeschi a Corfù e contro le imbarcazioni italiane in vista di un intervento sull’isola. Evidentemente non funzionavano i collegamenti tra italiani e inglesi per il passaggio di informazioni, nonostante la presenza della Commissione Fatima a Brindisi.

Soldati italiani prigionieri in attesa: gli ufficiali sulle sedie, i fanti per terra o in piedi.
Bundesarchiv Koblenz.

Per quanto riguarda il comportamento del Comando Supremo, è difficile affermare che abbia fatto tutto quello che si poteva fare. Da Corfù partivano richieste di interventi aerei per fermare i caccia tedeschi che martellavano le posizioni italiane per undici giorni. Le basi dell’aviazione tedesca, in particolare quelli di Ioannina e di Paramitia, non furono mai
colpite, nonostante arrivassero diverse richieste in tal senso.

Lusignani chiedeva di usare l’aeroporto di Corfù per le operazioni degli aerei italiani, per lo meno per il rifornimento e la sosta, mentre questi partivano dagli aeroporti pugliesi e avevano poca autonomia, dovendo percorrere circa duecentocinquanta chilometri, a differenza degli aerei nemici che potevano arrivare in pochi minuti di volo.

È quanto succede il 24 settembre, quando i tedeschi attaccano la torpediniera Stocco, in navigazione nelle acque di Corfù per impedire ulteriori sbarchi nemici. I caccia decollati dalla Puglia arrivano quando ormai tutto è finito e l’imbarcazione sta affondando. Gli aerei italiani che a coppie pattugliano a ore fisse ma solo la mattina il cielo di Corfù in questa situazione servono a poco, mentre sarebbe servito colpire i porti di imbarco dei reparti tedeschi, come quello di Preveza.

Quando il generale Forster, il 19 settembre, chiede quali siano le condizioni del campo di aviazione di Corfù, il ministro dell’Aviazione Sandalli risponde che non è utilizzabile per la
presenza di ostruzioni, ma si tratta di fusti di benzina facilmente rimovibili, è lo stesso Comando Supremo che il 23 settembre assicura che il campo potrebbe tornare efficiente con un preavviso di cinque ore.

A disposizione del governo del re vi sono anche cinque navi: l’incrociatore Scipione l’Africano, le torpediniere Sirio e Clio, due corvette. Si tratta di una piccola flotta che con copertura aerea avrebbe potuto garantire il recupero delle truppe sulle isole e sulla costa albanese ed epirota. Ma è proprio l’incrociatore a non essere impiegato. Nel complesso la marina italiana riesce a imbarcare e a riportare in Italia circa 32.000 soldati sbandati, di cui 4.000 circa da Corfù e 20.000 dalle coste dalmate e albanesi.

Tuttavia, alla data del 28 settembre altri 24.000 soldati sono ancora in attesa tra l’Albania e Spalato. Nei giorni precedenti non erano solo arrivate le richieste di Lusignani, ma anche indicazioni precise sulla situazione nell’isola e sulle manovre tedesche.

Il 23 settembre, alla vigilia dell’attacco finale, il colonnello comunica al Comando Supremo:
«Il nemico nei confronti dell’isola di Corfù svolge un’attività che fa presumere imminente un attacco in forze. Infatti risulta che a Igoumenizza sono già concentrati circa 40-50 mezzi da sbarco con una o due torpediniere. Sembrerebbe anche che il nemico stia facendo raccolta di altri mezzi o piroscafi nei porti di Parga e Prevesa.

Sarebbe molto opportuno, come già segnalato precedentemente, eseguire azioni di bombardamento sui natanti dislocati in detta località – specialmente Igoumenizza – come poi risulterebbe indispensabile il bombardamento dei campi d’aviazione di Giannina, Paramithia e Prevesa. Il bombardamento aereo tedesco sempre più intenso e le notizie d’intelligence che continuano ad arrivare sull’isola fanno prevedere l’imminenza di uno sbarco».

La colonna di italiani in marcia vista da dietro. Ai lati i soldati tedeschi. A sinistra un
giovane greco utilizzato per portare un’arma più pesante. Bundesarchiv Koblenz.

Di fronte a queste informazioni e a queste richieste puntuali, il Comando Supremo rimane inattivo, non prende iniziative dirette ma rimanda la decisione allo Stato maggiore dell’Aviazione, che invia gli aerei sull’Albania e non a Corfù. La sera successiva Lusignani, rivolgendosi al colonnello D’Agata, fornisce il giudizio più duro sulle ragioni della sconfitta
ormai vicina: «Tutto è finito. Se ci avessero aiutato, avremmo potuto resistere».

Tra il 13 e il 24 settembre Corfù ha subìto circa 200 bombardamenti aerei, al ritmo di quindici-venti al giorno, dall’alba al tramonto. Contemporaneamente dalla costa arrivavano tutte le mattine un centinanio di proiettili da 155. Nello stesso periodo i venti bombardieri italiani Cant. Z 1007 bis, che pure risulterebbero efficienti, stando alla Relazione Sandalli del 15 settembre, sono rimasti inattivi. Come fa notare Paoletti, da Cefalonia e da Corfù si indicano gli aeroporti da cui provengono gli aerei tedeschi: Araxos (Patrasso), Agrinion e Prevesa contro Cefalonia, Prevesa, Paramithia, Drenava, Argirocastro e Valona contro Corfù.

Solo quello di Paramithia viene colpito dall’aviazione italiana. Per quanto riguarda i porti da cui partono i mezzi da sbarco con le truppe dirette alle due isole, vi saranno solo due incursioni su quello di Igoumenitza, il 20 e il 21 settembre, ma con risultati assai scarsi.

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