“ZUM TODE” – ECCIDI NAZISTI IN TRENTINO

Quando, due anni fa, ho pubblicato in rete un video sugli eccidi nazisti in Trentino e in particolare quelli del 28 giugno 1944 a Riva del Garda, in alcuni commenti avevo riscontrato notevoli perplessità. Intendiamoci, non si tratta di negazionismo. Difficile rimuovere quei tragici eventi. Però qualcuno – dicendo di averne le prove – aveva buttato lì, nel dibattito su Facebook, l’ipotesi di una (Giustificata? Mah …) “rappresaglia delle “SS” nei confronti di quelle giovani vite spezzate da una raffica di mitra, quale “conseguenza” di un atto di grave sabotaggio (accennava anche ad alcune vittime tedesche) compiuto dai partigiani dalle nostre parti.

Ho deciso quindi di cercare documenti. Scripta manent insomma contro le verba, i sentito dire. E se ci sono prove contrarie, documenti che sconfessano i miei, vengamo fuori a questo punto.

In questo servizio faccio riferimento a “Zum Tode” del compianto Giorgio Tosi. “Zum Tode”, cioè a morte. La tragica fine di tanti giovani di quegli anni per mano nazista. Sogni di libertà costati la vita. Già, mentre la Grecia recentemente ci ha riprovato a chidere i “danni di guerra” alla Germania. Mentre l’Italia a sua volta deve fare i conti con “danni” (non solo materiali) provocati durante il secondo conflitto mondiale nell’abbraccio mortale con Hitler, mi chiedo e domando: “Quali idee avrebbero potuto portare avanti quei giovani rivani, roveretani, arcensi, trentini trucidati?” E qual è il danno reale – non risarcibile, evidentemente – che quelle uccisioni hano portato a quella che è poi stata la nostra prima classe politica, sociale del Dopoguerra?

Il libro, dal quale è stato tratti anche un film con lo stesso titolo, fa parte della Collana di Pubblicazioni del Museo Storico di Trento ed è stato pubblicato nel 1997. Credo si possa ancora trovare nelle biblioteche provinciali.  Stampa tipolitografia Temi di Trento. Edito con il contributo delle amministrazioni comunali di Arco, Nago-Torbole, Riva del Garda e Rovereto in occasione del 53° anniversario della strage del 28 giugno 1944.

Hanno contribuito alla sua stesura – oltre a Giorgio Tosi – con suggerimenti e correzioni del testo: Renato Ballardini, Cosmo Barbato, Luciano Baroni, Vincenzo Calì, Giuseppe Ferrandi, Guido Petter, Giulio Poli, Franca Tosi, Gabriella Tosi, Valerio Tosi. I figli di Giorgio Tosi, Paolo e Franco e la moglie Giuliana Fassetta.

Prima di dar spazio al mio video, alle foto ricavate dal libro e ad alcuni documenti (importanti per capire cosa è veramente successo in quei terribili giorni e sulla base di quali accuse) cercherò di riassumere il prima, il durante e il dopo di quel bagno di sangue, di quelle esecuzioni sommarie dopo sbrigativi processi.

  GIORGIO TOSI

È scomparso nella notte tra sabato 13 e domenica 14 dicembre del 2014, a Padova, l’avvocato Giorgio Tosi, uno dei protagonisti della Resistenza e testimone diretto dei tragici fatti del 28 giugno 1944, giorno in cui fu catturato e incarcerato. Partigiano, politico, sportivo e scrittore, oltre che importante avvocato, fu una personalità poliedrica e attiva, e rimase sempre legato a Riva del Garda e alla memoria di quegli avvenimenti dolorosi, che affrontò giovanissimo, non ancora ventenne.

ZUM TODE - 2

Per la scomparsa di Giorgio Tosi, il cordoglio e il ricordo del sindaco Adalberto Mosaner, ed  il commosso saluto dell’avvocato Renato Ballardini, anche lui uno dei protagonisti della Resistenza rivana e del 28 giugno 1944.

«Esprimo la mia più profonda commozione, dando insieme testimonianza di quella di tutta la città, per la scomparsa di Giorgio Tosi – dice il sindaco nel telegramma spedito ai familiari – una delle persone le cui gesta sono nei libri di storia d’Italia e dell’Alto Garda, e il cui esempio, limpido e alto, è un segno di speranza che ci guida e ci dà forza in questi tempi difficili.

Un uomo vicino alla nostra comunità, uno di noi, sempre presente alle commemorazioni, sempre disponibile, sempre attivo, il cui ricordo rimarrà nei nostri sguardi e nel nostro cuore.

Ai familiari esprimo il mio cordoglio e la mia vicinanza, assieme a quelli dell’amministrazione comunale di Riva del Garda, uniti ad un forte abbraccio». Originario di Rimini, ha studiato e si è laureato in Giurisprudenza a Padova. Ha partecipato alla Resistenza in Trentino, a Riva del Garda, dove – diversamente da tanti altri giovani, assassinati sul posto o giustiziati di lì a poco – è stato arrestato dalle SS, condannato a tre anni di reclusione dal Tribunale speciale tedesco di Bolzano, imprigionato il 2 agosto 1944 e liberato il 3 maggio 1945, quando i primi carri armati americani stavano entrando in Bolzano.

Come partigiano combattente ha ricevuto due Croci al Merito di Guerra. Tornato a Padova, ha esercitato lungamente l’attività di avvocato. Ha anche insegnato all’Università con un corso di «Note di diritto di informazione giornalistica». Ha collaborato per molti anni con il quotidiano Mattino di Padova e conn il quindicinale La-scomparsa-di-Giorgio-Tosi-il-cordoglio-e-il-ricordo-del-sindaco_mediumQuesto Trentino. Dopo aver cessato la professione, ha iniziato una nuova attività di scrittore e pubblicista. Nel 1997 il Museo Storico di Trento ha pubblicato il suo libro «Zum Tode» (A morte) che racconta l’esperienza della guerra di liberazione in Trentino. Nel 2004, in occasione del 60° anniversario della Resistenza e della Liberazione, è stata pubblicata dalla Ibiskos Editrice Risolo la seconda edizione di «Zum Tode», con prefazione di Umberto Curi.Ha pubblicato inoltre «Nonno, cosa c’é dopo il mondo?» (1998), «Uabàia freccia» (2000), «La bilancia e il labirinto» (2000), «Billy Budd e altre letture» (2002), «Ballò una sola estate» (2005), «Note sul diritto di informazione giornalistica e multimediale» (2005), «Vita coi nipoti» (2006), «Dialoghi vagabondi» (2008), «Eros in viaggio» (2009), «Vajont» (2009), «Le Alpi non bastano più» (2010), «Brindisi a Katia e altre letture» (2011) e «Pulvis es…» (2011). «Pur abitando a Padova Giorgio Tosi ha sempre mantenuto un contatto strettissimo e intenso con la nostra città e con le persone che con lui condivisero la lotta per la libertà – dice il sindaco Adalberto Mosaner – ed è stato sempre uno dei più presenti alle celebrazioni dei Martiri del 28 Giugno. Attivo, vivace, intelligente, per tutti noi è stato un punto di riferimento; anche a lui si deve, ad esempio, l’iniziativa della targa posta in largo Montanara, a ricordo della violenta battaglia del 1945.

Per l’anagrafe non lo possiamo ritenere un cittadino rivano, ma per il cuore di tutti noi Giorgio Tosi è rivano al cento per cento, presente e vivace, forte e trascinante. Con lui se ne va uno dei testimoni diretti di una delle pagine più tragiche della nostra storia recente, e una personalità di straordinaria forza, capace di suscitare quello che è proprio dei grandi uomini. La volontà di seguirne l’altissimo esempio».

tosi8

I rivani di oggi non lo hanno conosciuto – dice l’avvocato Renato Ballardini, anche lui uno dei protagonisti della Resistenza rivana e del 28 giugno 1944 – era nato a Rimini nel 1925 e giunse a Riva con la famiglia perché suo padre vi era stato trasferito come comandante del locale presidio del Corpo Forestale dello Stato.

Sentite cosa dice del suo arrivo da noi nel suo libro “Zum Tode” (condanna a morte), scritto dopo la sua detenzione nel carcere nazista di Bolzano: “Verso il 1939 poco prima della seconda guerra mondiale Riva era un sonnolente paese sulla sponda settentrionale del Garda. A chi veniva da fuori, a me che ero ancora un bambino, sembrava un paese di fiaba. Radi tetti rossi tra palme e olivi, alti cipressi, la distesa azzurra del lago, la Rocchetta incombente.

La prima neve sospesa nel cielo sulla cupola dello Stivo. La piccola comunità viveva al rallentatore. Non c’erano eventi se non quelli di ogni giorno, sempre uguali. Un paese immobile. Nessuno avrebbe potuto immaginare i fatti che nell’immediato futuro avrebbero segnato la vita di molti e in appena qualche anno avrebbe sconvolto il paese.” Infatti negli anni che seguirono accaddero fatti che misero a dura prova Giorgio ed i suoi coetanei. Cresciuti sotto il regime fascista ne avevano subito l’impronta.

Esaltati dalla intensa pratica degli sport più vari subivano passivamente la predicazione ideologica del fascismo. Libertà, eguaglianza, democrazia erano parole sconosciute. Libro e moschetto era lo slogan dominante, ma in realtà era molto più moschetto che libro. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale la vita girò più in fretta e nei cervelli di questi giovani cominciò ad accendersi la scintilla del dubbio.

Entrati balilla al ginnasio si trovarono presto al liceo, adolescenti ed avanguardisti ma con la divisa che urticava, la mente arrovellata, l’animo turbato. Alcuni professori, Guido Gori e Adolfo Leonardi, influirono da parte loro a determinare questo risveglio culturale che portò prima ad una fase di atteggiamento critico interno al regime, per poi maturare una compiuta scelta antifascista e la creazione di un progetto di resistenza armata.

Nella foto sopra il momento del suono della Renga, la campana della torre civica Apponale, che alle 8 del mattino dello scorso 28 giugno come ogni anno ha aperto la giornata delle commemorazioni; il primo a sinistra è il sindaco Mosaner, il primo a destra Giorgio Tosi.

Nella foto sopra il momento del suono della Renga, la campana della torre civica Apponale, che alle 8 del mattino dello scorso 28 giugno come ogni anno ha aperto la giornata delle commemorazioni; il primo a sinistra è il sindaco Mosaner, il primo a destra Giorgio Tosi.

L’infiltrazione di una spia, Fiore Lutterotti, vecchio amico di Gastone Franchetti che era il comandante del gruppo, portò alla strage del 28 giugno 1944.

 

 

 

 

Giorgio Tosi fu catturato e detenuto nel carcere prima di Trento e poi di Bolzano. Resiste agli interrogatori ed ai maltrattamenti, vere  e proprie torture orrende.

Non parla, non rivela ciò che gli aguzzini vogliono sapere. Vede in carcere Gastone Franchetti, Porpora, l’avv. Ferrandi ed anche mio padre che era stato catturato non avendo trovato me. Subisce con Porpora e Franchetti il processo. Due condanne a morte e tre anni di carcere per lui, scontati a Silandro fino al maggio 1945, alla fine della guerra. Era un ragazzo, aveva 19 anni.

Intelligente, onesto, forte. Un esperienza vissuta con grande dignità. Così ha continuato anche dopo. Ha fatto l’avvocato a Padova per decenni di vita intensa. Ha difeso in processi importanti, sempre a tutela dei diritti, dei più deboli, dei più poveri. Davvero un’esistenza esemplare. Credo che se ne sia andato un po’ deluso. Non è questa l’Italia che sognavamo. Far conoscere ai giovani di oggi il suo esempio può forse aiutare a migliorarla. Ciao Giorgio!».

“ZUM TODE”, UN FILM

DAL LIBRO 

“ZUM TODE”

SCHEDA TECNICA:

PRODUZIONE: Provincia Autonoma di Trento – Krmovie

Con la supervisione scientifica di Giuseppe Ferrandi- Museo Storico in Trento

Con la straordinaria partecipazione di Arnoldo Foà

Tratto dal libro autobiografico “Zum Tode” di Giorgio Tosi

Da un’idea di Katia Bernardi

REGIA, Katia Bernardi

RIPRESE, Rudy Concer, Valerio Oss, Massimo Sarzi

Consulente, Antonio Eccher, sociologo delle comunicazioni

MONTAGGIO, Rudy Concer

CONSULENTE MUSICALE, Massimo Kurincic

MUSICHE ESEGUITE AL PIANO, Jacopo Mazzonelli

SIGLA GRAFICA, Valerio Oss – Pixel cartoon

DURATA, 50 minuti

Le persone intervistate: Giorgio Tosi, Luciano Baroni, Renato Ballardini, Attilio Tanas, Claudio Odorizzi, Giulio Poli, Milena Chincarini, Aldo Zanella, Bertoldi Tullio, Romana Impera – Suor Cecilia, Viola Manci, Ferdinando Tonon, Sandro Canestrini

Hanno contribuito alla realizzazione: Claudio Martinelli, Giuseppe Ferrandi, Vincenzò Calì, Graziano Riccadonna, Sergio Bernardi, Anna Procaccino, Fabio Oss, Famiglia Manci, Famiglia Enrico Meroni, Adriana Impera, Fabrizio Rasera, Teatro Comunale di Adria, Comune di Adria, Museo Civico di Riva del Garda, Museo Storico Trento, Provincia autonoma di Trento, Istituto Parri Bologna, Biblioteca Comunale di Rovereto

Enti Organizzatori:          Provincia autonoma di Trento – Museo Storico in Trento

Altre Informazioni: Il 28 giugno 1944 alcune decine di SS agli ordini del maggiore Rudolf Tyrolf, comandante della polizia tedesca di Bolzano, organizzarono una spietata azione repressiva nella quale vennero violate le leggi ordinarie e quelle di guerra, le convenzioni internazionali e lo stesso diritto naturale contro i responsabili del movimento clandestino del Basso Sarca. Si trattò di un vero e proprio eccidio: furono assassinate undici persone e arrestate diverse decine.

L’azione si svolse tra Riva del Garda, Arco, Nago-Torbole, Rovereto e Trento (tra le vittime l’avvocato Bettini di Rovereto ed alcuni giovanissimi partigiani del Basso Sarca.) Furono arrestati il Conte Manci di Trento (che successivamente, dopo numerose torture, si suicidò a Bolzano per non confessare i nomi delle altre persone coinvolte) l’avv. Ferrandi, Giuseppe Lubich, Giorgio Tosi e Giuseppe Porpora.

La copertina del libro

La copertina del libro

Il filmato ricostruisce gli avvenimenti che portarono a questa tragica pagina della storia trentina, collocandoli in un contesto più ampio e definendone le coordinate storiche, sociali e politiche. E’ la storia di un gruppo di giovani che per motivazioni, estrazione sociale, educazione e valori diversi, attraversano gli anni difficili e contraddittori che vanno dalla vigilia della seconda guerra mondiale alla Liberazione.

In questo documentario si è voluto dare voce a molte “storie”, che nella loro individualità si sono incrociate con la “Storia”: frammenti di memorie che dal passato rivivono come testimonianze di impegno civile. Per questo il documentario cerca di aprirsi ad una lettura complessa ed articolata di quei momenti, raccogliendo diverse testimonianze di protagonisti dell’epoca tra cui l’avvocato Giorgio Tosi di Padova, l’ avvocato Renato Ballardini di Riva del Garda, l’avvocato Sandro Canestrini di Rovereto, la sorella del conte Manci, Viola Manci.

Il filo conduttore della storia, è affidato all’attore Arnoldo Foà, che con grande spessore comunicativo, dà voce ad alcune delle pagine più significative del libro “Zum Tode” di Giorgio Tosi, ai rapporti delle SS di Bolzano, al rapporto della spia, agli atti processuali. Il filmato si chiude “aprendo” una serie di interrogativi sul senso della parola resistenza oggi, raccogliendo le considerazioni dei vari testimoni consapevoli che riannodare i fili della memoria significa anche fare luce sul presente.

Le interviste sono state raccolte nei luoghi dove i testimoni hanno vissuto le vicende raccontate nel filmato, arricchito inoltre dal materiale fotografico e visivo dell’epoca. Le riprese sono state realizzate a Riva del Garda, Arco, Nago, Rovereto, Trento, Bolzano, Bologna e Adria.

LE FOTO

DOCUMENTI: IL RAPPORTO DELLA SPIA

DOCUMENTI: IL RAPPORTO

DEL SERVIZIO DI SICUREZZA

DELLE “SS”

LA DOMANDA DI GRAZIA

PER GASTONE FRANCHETTI

La domanda di grazia firmata dal padre di Gastone Franchetti. La carta intestata è quella del carcere di Trento dove i genitori di Gastone si trovano agli arresti dal 28 giugno (Museo Storico di Trento)

La domanda di grazia firmata dal padre di Gastone Franchetti. La carta intestata è quella del carcere di Trento dove i genitori di Gastone si trovano agli arresti dal 28 giugno (Museo Storico di Trento)

DOCUMENTI: l’ATTO DI ACCUSA

DOCUMENTI: LA SENTENZA

ZUM TODE - 41

ZUM TODE - 42

DOCUMENTI: LA RELAZIONE

DI SALVATORE DE SIMONE

COMMISSARIO DI P. S.

 TRENTO, 20 NOVEMBRE 1945

 

MARIO PASI

“Cari compagni

mandatemi del veleno
non resisto più”
Montagna

Mario Pasi nasce a Ravenna il 21 luglio 1913. Figlio di un elettricista e di una bracciante che lo sostengono nelle scelta di vita e gli permettono, mantenendolo agli studi, di frequentare la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna, dove si laurea nel 1936.

L’anno seguente svolse il servizio militare a Firenze frequentando la Scuola di applicazione della Sanità militare. Congedato nel luglio 1938, inizia ad esercitare la professione presso l’Ospedale Santa Chiara di Trento dove si specializza in ostetricia. imagethumb-php (1)Dal 1941, dopo essere stato richiamato alle armi e poi congedato per problemi di salute, Pasi inizia a partecipare all’attività dell’organizzazione comunista clandestina di Ravenna. Pasi, infatti, già nel corso degli studi universitari, aveva maturato posizioni comuniste. A Trento, dopo il suo rientro, conosce anche Ines Pisoni (che verrà poi ribattezzata con il nome di battaglia “Serena”), sua coetanea, alla quale si legò sentimentalmente e idealmente. Ines, introdotta dalla famiglia di Pasi nell’organizzazione clandestina ravennate, funse inizialmente da collegamento tra questa organizzazione e quella trentina. Dopo l’8 settembre 1943, infatti, Pasi era entrato nel primo CLN trentino, con il nome di battaglia di “Montagna”.

I due giovani si separarano nel febbraio 1944 quando Pasi, per sfuggire all’arresto, è costretto ad unirsi a una formazione partigiana attiva nella zona del Piave. Divenuto esponente di spicco nella Divisione garibaldina “Nino Nannetti”, il 22 novembre viene nominato commissario del Comando unico di zona del CLN bellunese. Catturato dalle SS nella notte del 10 novembre, dopo una riunione di capi partigiani, viene sottoposto a sevizie e torture per quattro mesi.

I tedeschi rifiutano ogni proposta di scambio. A causa della crudeltà delle torture e volendo mantenere il silenzio, Pasi tenta vanamente il suicidio tagliandosi le vene. Quando il 10 marzo 1945 il Comando tedesco di Belluno ordina la rappresaglia per l’uccisione di tre soldati, vengono selezionati 10 prigionieri tra i quali anche Pasi. Condotti in località Bosco delle Castagne, fuori dalla città, Pasi viene impiccato per ultimo. Alcune fonti sostengono che il Pasi fosse già morto prima della stessa impiccagione.

RENATO BALLARDINI

Nacque a Riva del Garda nel 1927 è avvocato e vive a Riva del Garda. Entrato giovanissimo nella Resistenza, sfuggì per caso alla strage nazista del 28 giugno 1944 nella quale morirono molti suoi compagni. Militante del Psi e poi del Pci e del Pds, è stato consigliere regionale del Trentino Alto-Adige, deputato e presidente della Commissione affari costituzionali della Camera, parlamentare europeo. Scrive per quotidiani e periodici e si dedica alla famiglia, alla musica e alla montagna. Fece parte dei  “Figli della Montagna” gruppo in cui entrò fin dal primo anno di liceo ginnasio. Ne facevano parte Eugenio Impera, Enrico Meroni, Giorgio Tosi, Renato Ballardini. Il gruppo nacque in base ai valori trasmessi da tre insegnanti: Guido Gori e Adolfo Leonardi.

Divenne staffetta partigina e riuscì a scampare alla strage del 28 giugno 1944. In quell’occasione perse i suoi più intimi e cari amici, con cui fino ad allora aveva condiviso tutto.ballardini

Quel giorno per sua fortuna si trovava infatti a Fisto, frazione di Spiazzo Rendena. Il giorno seguente aveva appuntamento con Gastone Franchetti, comandante della Brigata Fiamme Verdi che operava tra Brescia e il Trentino, e della nascente Brigata Cesare Battisti a Riva. Ballardini doveva andare con la guida alpina Adamello Collini ai laghi di San Giuliano per allestire una base di lancio ossia un campo da segnalare agli alleati, dove portare cibo e armi per le formazioni partigiane della zona. Non trovandolo in casa, le SS arrestarono il padre che morì dopo diversi mesi di prigionia per le continue sevizie subite. Renato, sedicenne, rimase 306 giorni sulle montagne delle Giudicarie.

Alla fine della guerra riuscirà a riabbracciare Baroni e Tosi che sopravvissero anch’essi alla strage.

Scrisse la sua autobiografia intitolandola ” I guizzi di un pesciolino rosso“, il motivo di questo bizzarro titolo lo spiegò con la seguente frase: “Spero di essere riuscito, nel riferire i guizzi di un pesciolino rosso, a darvi anche la rappresentazione del Mare Magnum che lo circondava.” Gli scritti di Ballardini scorrono veloci, in quanto appunto riflettono l’ironia di chi guarda se stesso come ad un pesciolino rosso nel grande mare della storia.

Riguardo alla sua sincera adesione alla lotta armata nella Resistenza egli scrisse: “Il sentimento di doverci impegnare in prima persona per anticipare la pace e conquistare la libertà era più forte di ogni calcolo di convenienza personale.”

LUCIANO BARONI

Baroni Luciano nacque a Riva del Garda il 30 maggio 1925. Laurato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano nel 1949 si dedicò all’insegnamento nella città natale dal 1951 al 1960. Successivamente si trasferì a Torino dove, oltre all’insegnamento, ha esercitato l’attività di pubblicista e critico cinematografico per le pagine piemontesi de “l’Unità”.baroni

Fece parte del gruppo “Figli della Montagna”, nato all’interno del liceo A. Maffei di Riva del Garda. Ne facevano parte Eugenio Impera, Enrico Meroni, Giorgio Tosi, Renato Ballardini. Il gruppo nacque in base ai valori trasmessi da tre insegnanti: Guido Gori e Adolfo Leonardi.

Scampò alla strage del 28 giugno 1944. In quell’occasione perse i suoi più intimi e cari amici, con cui fino ad allora aveva condiviso tutto.

Alla fine della guerra riuscirà a riabbracciare Ballardini e Tosi che sopravvissero anch’essi alla strage, il primo nascondendosi in montagna per 306 giorni ed il secondo perchè considerato troppo giovane per poter aver voce all’interno della Resistenza.

Decise di iniziare a scrivere per raccontare quanto accaduto. Il romanzo centrale della sua vita, dopo “Paspartù“, “Le stagioni interrotte” descrive  le modalità della formazione dei giovani studenti rivani, alle prese con il fascismo e l’antifascismo, l’ansia di libertà e la terribile vendetta del 28 giugno, con la strage studiata a tavolino dalle SS per colpire il desiderio di libertà. Un classico romanzo di formazione, con al centro la tragica vicenda degli studenti del Liceo e i loro insegnanti, come Franchetti, Leonardi e Gori, che per la sua esemplarità era stato scelto dal Comitato provinciale per la pubblicazione per i giovani studenti di oggi. Significativo l’unico cambiamento rispetto alla prima edizione, l’aggiunta delle due poesie all’inizio e alla fine del volume intese a invitare il giovane d’oggi a cogliere l’insegnamento della generazione che spese la vita per la libertà:

“Impara ora tu,
ragazzo senza storia,
a vivere una vita uguale a quella
libera e fiera
che prima di morire
così anzitempo
tanti altri per te
allora avevano sognata.”

Luciano Baroni scrisse inoltre “Se sarà un altro vivere” una raccolta di poesie per non dimenticare. Tra questi poemi riportiamo qui di seguito la poesia “Eugenio” che l’autore dedicò alla memoria del compagno di classe Eugenio Impera, staffetta parigiana, assassinato a soli 19 anni nel suo letto la mattina di quel sanguinoso 28 giugno 1944 e a cui fu dedicato anche il nome di un battaglione partigiano.

“Eugenio

il bel nato

da una donna minuscola

del paese degli arrotini

e da un guardiano di sale e tabacchi

stava seduto al tuo posto

in un banco di legno vero

e Anna Karenina sulle ginocchia

copriva spesso il testo

di grammatica greca.

Non voglio assillarti

ma soltanto farti sapere

che i nazi lo uccisero

a diciannove anni

prima ancora che potesse imbracciare un fucile.”

Una delle sue poesie più famose che non a caso da il titolo all’intera raccolta è “Il lascito” che riportiamo qui sotto:

“Di noi

del nostro tempo

cosa direte

ai vostri figli

ed ai figli dei figli?

Se sarà un altro vivere

più equo per tutti

più sereno,

ditegli almeno che quel gusto

nuovo di vita

discende anche dagli anni

e dal sangue

della Reasistenza!“

 

Ancilla Marighetto “Ora”

 

Ancilla Marighetto nacque il 27 gennaio 1927. Aveva la licenza elementare e faceva la contadina. Con l’inizio della Resistenza divenne staffetta partigiana nel battaglione Gherlenda che operava nella zona della Valsugana e del Tesino. Con il fratello Celestino “Renata” furono una delle sei coppie di fratelli che combatterono in questa importante divisione partigiana. Il fratello fu l’ultimo comandante del Gherlenda.

Il 19 febbraio 1945, “Ora” che da tempo condivideva la dura vita partigiana col fratello ed i compagni, si trovava con essi nel rifugio che li ospitava durante il rigido inverno. Una spia denunciò alla SS tedesca quel gruppo di uomini ed il rifugio. Quella mattina sciatori tedeschi arrivarono di sorpresa a “far visita” al rifugio. Il numero dei nemici era di gran lunga superiore cosicchè i partigiani dovettero retrocedere.

ancilla

“Renata” fu ferito ad un piede, alcuni tedeschi, tutti con gli sci, si diressero nella direzione  dei partigiani “Tom” e “Tormenta”, mentre Hegenbart e gli altri, complessivamente tredici uomini del CST e due soli tedeschi, inseguirono Ora con il comandante “Raul”.  Questi ultimi avendo gli sci spezzati e non potendo proseguire a causa della neve alta, cercarono la salvezza arrampicandosi ognuno su due abeti diversi. L’ultimo che transitò sotto a questi alberi fu il maresciallo CST Rocca, tuttora vivente a Trento, che alzando gli occhi e vedendo Ora rannicchiata le intimò di scendere. Ora, sapendo quanto era stato riservato a Veglia, si puntò la rivoltella. Non si sa bene se si sia inceppata o abbia preferito scendere disarmata: gettò l’arma. Scesa fu subito sottoposta ad un sommario interrogatorio e  a lungo maltrattata da tutto il gruppo con forza bruta, le armi ed i ramponi degli scarponi. Prima di morire  essa raccolse tutte le sue forze e sputò in faccia ai suoi assassini. Dall’altro abete “Raul” seguì impotente il dramma: se avesse sparato, sarebbe stata anche la sua fine. Nella Resistenza come in tutti gli eserciti, davanti all’impossibile, chi può deve cercare di salvarsi, per non fare atti inutili.

E’ la più giovane Medaglia d’oro al valor militare della Resistenza Italiana e insieme all’amica Clorinda Menguzzato “Veglia” fu una delle poche donne in Italia a ricevere tale onorificenza.

Riposa accanto alla compagna “Veglia”, martiri ed eroine di quel movimento partigiano il cui ricordo nelle zone dove si combatterono le battaglie  non riserva tuttora l’adeguata elaborazione che gli spetterebbe.

Clorinda Menguzzato “Veglia”

Clorinda Menguzzato nacque il 15 ottobre 1924. Aveva la licenza elementare e faceva la contadina. Con l’inizio della Resistenza divenne staffetta partigiana nel battaglione Gherlenda che operava nella zona della Valsugana e del Tesino.www-veglia-it

Con il fratello Rodolfo “Menefrego” furono una delle sei coppie di fratelli che combatterono in questa importante divisione partigiana. L’8 ottobre 1944, nel corso di un rastrellamento, venne arrestata, interrogata, torturata e seviziata per due giorni finché ridotta allo stremo si rivolse ai suoi aguzzini dicendo:” Quando non potrò più sopportare le vostre torture, mi mozzerò la lingua pur di non parlare”. Per il suo coraggio e la sua fermezza di fronte ai suoi carnefici venne chiamata dai tedeschi “la leonessa dei partigiani”.

Insieme all’amica Ancilla Marighetto “Ora” fu una delle poche donne in Italia a ricevere la Medaglia d’oro alla Memoria.

Don Narciso Sordo

Don Narciso Sordo nacque il 15 gennaio 1899 a Castel Tesino.

Fu da sempre fu antifascista. Laureato in scienze sociali all’Istituto cattolico di studi sociali di Bergamo, è nominato cappellano dell’Istituto agrario di San Michele all’Adige (Trento), dove dirige il convitto ed insegna religione e materie letterarie. Suo fratello trova alcuni scritti in cui don Sordo dichiara il suo antifascismo. Perché giudicato “pericoloso” viene ritrasferito a Castel Tesino (così da impedirgli di essere a contatto con i giovani della scuola). A Castel Tesino entra in contatto con i giovani partigiani del Battaglione Gherlenda. Viene catturato proprio in casa di uno dei partigiani del Gherlenda quando corre per avvisarlo che alcuni tedeschi lo stavano cercando. Quando arrivano, i nazisti trovano e arrestano il fratello e la sorella del partigiano e don Sordo.il_prete_partigiano_don_narciso_sordo_imagelarge

Viene portato (con gli altri due prigionieri) a Roncegno, dove venne lungamente interrogato dalle SS

 Da Roncegno, dove subì ogni genere di tortura ma non parlò mai, venne portato al campo di via Resia a Bolzano il 9 dicembre 1944, dove interrogatori e torture continuarono. Circa un mese dopo (8 gennaio 1945) è trasferito a Mauthausen e smistato al sottocampo di Gusen II.  Muore proprio a Gusen il 13 marzo 1945.

“Non odio i fascisti. Ma i loro pensieri” – don narciso sordo –

Riportiamo qui sotto l’ultima lettera scritta da Don Narciso Sordo ai nipoti.

Bolzano,29- dicembre-1944

“Carissimi,

vi sono dei momenti nella vita in cui lo spirito è messo nella condizione di vivere intensamente e a progredire ed ingigantire o essere soffocati ed immiserire. Per noi tutti questo è un tale tempo.

Ed io ho tutta la convinzione che per noi questo tempo vi faccia e ci faccia profondamente ed estesamente crescere nello spirito.

Avete nell’educazione avuta le premesse perché sia così, nell’esempio di vostro padre, avere il più dolce e delicato esempio di come deve essere. Egli sa vivere questo tempo con profonda fede ed incrollabile fiducia. La mia preghiera, che in questo tempo, cerco sia maggiore, ha sopra tutto questo intento nelle mie intenzioni: che il Signore ci conceda la grazia che noi tutti sappiamo superare il momento da cristiani consci della loro condizione e così che l’anima nostra, purificandosi sempre più si elevi e si avvicini al divino Esemplare Gesù Cristo Salvatore. Fa pena vedere e pensare quanto voi tutti soffrite e ciascuno di noi sarebbe disposto a soffrire di più per alleviare le sofferenze degli altri eppure se si pensa quanto questo periodo contribuisca a far conoscere a giovani come voi la realtà della vita, a formare i caratteri e a

far apprezzare la preziosità di una famiglia dove regna l’amore vicendevole ispirato e mantenuto e alimentato dall’esempio di genitori buoni e generosi.

Ci sono delle cose che non si possono imparare che così o almeno ci sono delle altezze e delle profondità che non si possono raggiungere che così. Ma perché sia così ciascuno deve metterci la sua parte. Mettersi davanti a Dio e chiedere a Dio di ricavare il massimo frutto dalla sofferenza insieme alla perfetta rassegnazione e sottomissione alla sua santa volontà”.

Giannantonio Manci

Nasce a Trento il 14 dicembre del 19. Muore suicida il 6 luglio 1944 nel carcere di Bolzano.giannantonio

Per non parlare, per non cedere alle torture dei suoi aguzzini si getta da una finestra. Nome di battaglia: Giulio Conti. Ruolo: riconosciuto capo della Resistenza in Trentino, di cui fu uno dei più tenaci animatori ed organizzatori. Arresto: il 28 giugno 1944 viene arrestato dai tedeschi che lo portano in carcere a Bolzano, dove, qualche giorno dopo, morirà.

Alcune date 1918: a 17 anni è volontario nella Prima Guerra Mondiale (ufficiale nel Battaglione Brenta del sesto Reggimento Alpini). 1919-1920: a Fiume con D’Annunzio difende l’italianità della città. 1924: fonda con altri il Movimento Italia Libera. 1926-1927: organizza con Gigino (figlio di Cesare Battisti), l’espatrio clandestino di numerosi perseguitati politici.1929: è tra i primi adepti di Giustizia e Libertà. 1942: aderisce al Partito d’Azione. 1943: fondatore del Movimento Socialista Trentino.

Alcune particolarità: è oppositore del Fascismo dagli inizi della dittatura. Costituisce il primo nucleo del Partito Repubblicano Trentino e si adopera per sottrarre l’Associazione Combattenti di Trento all’influenza del Fascismo. Lascia pochissimo materiale scritto della sua attività.

 

 LA RESISTENZA

IN TRENTINO

cartina_trentino

Anche in Trentino la nostra repubblica antifascista ha tratto alimento e radici dalla resistenza. Ma anche in Trentino il passaggio difficile e sanguinoso dal fascismo alla democrazia è stato sepolto da decenni di silenzio, che hanno oscurato non solo la memoria di eventi ormai lontani ma l’identità stessa dei trentini e il loro stare nella comunità nazionale. Per esempio pochi sanno, anche in Trentino, che la battaglia per la liberazione di Riva del garda (al confine con la repubblica di Salò) fu una delle più notevoli combattute dopo l’insurrezione nazionale del 25 aprile 45. Durò tre giorni, e vide impegnate notevoli forze militari con alterne vicende. Alla fine la brigata Garibaldi “Eugenio Impera”, guidata dal comandante comunista Dante Dassatti, ed i battaglioni degli operai Fiat (interi reparti erano stati trasferiti dopo l’8 settembre da Torino nelle gallerie della Gardesana occidentale) ebbero ragione della guarnigione tedesca e dei fascisti in fuga dalle vicine province di Verona e di Brescia, salvando la città dal bombardamento americano. Pochi sanno, anche in Trentino, che la vittoriosa battaglia di Riva aveva radici lontane, tra cui la costituzione nella zona del Basso Sarca di un gruppo antifascista studentesco attorno a un insegnante del locale liceo, il prof. Guido Gori; gruppo poi allargatosi e trasformatosi in formazione partigiana guidata dal tenente degli alpini Gastone Franchetti. Questo gruppo partigiano che ebbe una struttura organizzativa, basi e armi già prima dell’8 settembre 43, venne successivamente distrutto dalla brutale repressione nazista. All’alba del 28 giugno 44 reparti SS operarono decine di arresti e assassinarono nel triangolo Riva, Arco, Torbole-Nago 16 persone tra cui i giovani studenti Eugenio Impera e Enrico Meroni: “Ragazzi in guerra”, come li definisce un bellissimo filmato per le scuole che ha visto la luce in questi giorni a cura del Museo del Risorgimento e della Libertà di Trento e dell’Istituto Parri di Bologna. Giovani martiri la cui epopea è raccontata nel libro “Stagioni interrotte” di Luciano Baroni, uno dei protagonisti di quella storia insieme a Renato Ballardini, a Giulio Poli e a tanti altri. Tra i sopravvissuti alla strage cinque partigiani vennero processati il 2 agosto 1944 dal tribunale militare tedesco di Bolzano: Gastone Franchetti, comandante della formazione, Giuseppe Porpora. Giuseppe Ferrandi, Gino Lubich e il sottoscritto. Il procuratore militare Werner von Fischer chiese la pena di morte per tutti. Il Tribunale presieduto dal generale Sprung condannò a morte Franchetti e Porpora, che vennero fucilati, e al ccarcere duro gli altri che vennero liberati alla fine della guerra (gli atti del processo sono stati recentemente ritrovati e acquistati dal Museo del Risorgimento e della Libertà di Trento). La violenza del pluridecennale silenzio fa emergere in folla le memorie di quell’epoca che cambiò la mia vita. Voglio ricordare soltanto che nel carcere di Bolzano ebbi la ventura di incontrare Tita Piaz, il leggendario arrampicatore delle Dolomiti e Francesco Jori, altro grande dell’alpinismo, e di rimanere nella loro cella oltre un mese. Entrambi trentini, entrambi arrestati perché considerati nemici del Reich nazista.

Pochi sanno queste cose (e numerose altre che potrei raccontare) a causa dell’oblio in cui è stata sepolta la Resistenza anche in Trentino. Le ragioni della rimozione sono molteplici e comuni al resto d’Italia: non ultima la contraddizione insita nella Resistenza stessa, che è stata nello stesso tempo autentica opposizione e guerra di popolo, ma anche zattera di salvataggio sulla quale la classe dominante riuscì a traghettare la continuità dello stato, facendo abortire sul nascere quella rivoluzione (nel senso gobettiano e gramsciano del termine) di cui l’Italia aveva bisogno. Ma nel biennio 43-44 il Trentino ha avuto inoltre una sua storia particolare, che molto ha pesato e sulla quale solo da qualche tempo gli studiosi cominciano a riflettere. Essa può essere sintetizzata col titolo di un libro apparso nel 1975 e presto ignorato: “Trentino provincia del Reich” – (P. Agostini, ed. Temi, Trento, 1975).

Dopo l’8 settembre 1943 la provincia di Trento, insieme a quelle di Bolzano e di Belluno, fece parte della “zona di operazione delle Prealpi” (Alpenvorland) e venne posta da Hitler direttamente sotto il dominio del Gauleiter di Innsbruck, Franz Hofer.

A differenza che nel bellunese, che ebbe una storia del tutto diversa, i nazisti attuarono una politica intelligente basata sinteticamente su questi punti: proibizione in Trentino (e in Alto Adige) delle organizzazioni fasciste, chiusura delle sedi, divieto alle milizie repubblichine di oltrepassare i confini della regione (sottratta di fatto alla sovranità di Salò); leva dei giovani trentini in un corpo di sicurezza (che non fu inviato al fronte); mantenimento dei fondamentali rifornimenti alimentari; nomina a capo della amministrazione civile di un avvocato liberale trentino (de Bertolini) esponente di un moderato antifascismo. Con questa operazione politica i tedeschi fecero venir meno fin dall’origine [per il Trentino] una delle tripartizioni suggerite da Claudio Pavone per la Resistenza: “Guerra civile”.

I partigiani, infatti, non ebbero occasione durante i 18 mesi di occupazione (salvo che negli ultimi giorni di guerra) di scontrarsi militarmente con i repubblichini che le forze armate tedesche tenevano rigorosamente fuori dei confini. Nessun’altra provincia italiana conobbe questa strana sorte, recentemente sottolineata dallo storico prof. Vincenzo Calì (direttore del museo del Risorgimento e della resistenza di Trento) nella conferenza tenuta a Riva del Garda il 9 maggio 1994, sul tema: “La Resistenza in una provincia di confine”. Non vi è dubbio che sotto questo profilo la resistenza trentina fu essenzialmente guerra di liberazione dal tedesco invasore, e solo indirettamente (come parte di un tutto) dal fascismo. Ma l’operazione politica sopra accennata produsse altri più rilevanti effetti. Un giovane storico ha recentemente evidenziato che gli obiettivi sottesi all’operazione non erano riconducibili alla sola dimensione militare, e cioè all’esigenza di garantire la sicurezza del Brennero (come via di rifornimento al fronte). In realtà i nazisti miravano, illusoriamente, più lontano: porre i fondamenti politici e amministrativi di una futura annessione del Trentino al grande Reich. L’incontro del Gauleiter Hofer subito dopo l’8 settembre 43 con un centinaio di notabili trentini , accompagnata dalla nomina a Prefetto dell’avvocato de Bartolini, voleva apparire la pedana di lancio di una “autonomia trentina” all’interno della galassia ariana ideata dai nazisti. L’evento fu accolto favorevolmente dall’opinione pubblica trentina – (Giuseppe Ferrandi, “Resistenza armata e resistenza civile, riflessioni sul caso trentino” in “Archivio trentino di storia contemporanea” 1. – 1995).

Del resto i trentini avevano conosciuto l’Italia dopo la prima guerra mondiale attraverso la funesta esperienza fascista, e non c’è da meravigliarsi che il gesto di Hofer apparisse loro come una chance verso la sospirata autonomia. A parte ogni altra considerazione non vi è dubbio che le autorità naziste riuscirono, con quella operazione politica, a neutralizzare la maggioranza della popolazione che almeno fino al 28 giugno 1944 rimase sostanzialmente indifferente (talvolta ostile) ai nuclei resistenziali. Questi restarono di conseguenza un fenomeno elitario e minoritario, almeno sul piano militare, anche se di inestimabile valore su quello eticopolitico, segnato da un grande sacrificio di sangue (arresti, internamenti, fucilazioni, torture, veri e propri massacri).

L'”anomalia” trentina durante la Resistenza sembra dunque nascere da un errato sogno di autonomia nel quadro del grande Reich. Non è da escludere che la successiva rimazione della Resistenza possa trovare una delle sue cause remote in quella “falsa autonomia”, e una causa prossima nel torpore indotto dalla “pingue autonomia” dei decenni che seguirono al 1945: torpore che ha rischiato di corrompere la autentica “koinè” trentina. ora che nuovi barbari premono alle porte, ora che la “democrazia di Barabba” (secondo la felice espressione di Gustavo Zagrebelsky) sembra prevalere sulla democrazia nata dalla Resistenza, anche in Trentino nascono iniziative per riscoprire le radici della nostra storia e per controllare la fondatezza di rinate speranze. Nonostante l'”anomalia”, o forse proprio per causa delle particolari difficoltà da esse create, i trentini possono essere fieri della loro Resistenza che ha visto intrecciate le tradizioni forti della nostra storia, impersonate da straordinarie figure: Gigino Battisti (figlio di Cesare Battisti), Giannantonio Manci di giustizia e Libertà, i partigiani della Val Cadino e del battaglione “Gherlenda” tra cui le due donne medaglie d’oro Ancilla Marighetto (di Ora) e Clorinda Menguzzato (di Veglia), i martiri del 28 giugno 1944, e tanti altri che bisognerebbe ricordare ad uno ad uno. E’ stato certamente un contributo di alto valore quello che i resistenti trentini hanno dato alla guerra di liberazione nazionale, base dell’accordo costituzionale che ancora regge la nostra repubblica. E’ necessario che i trentini, e quanti con loro combatterono allora (provenendo da altre regioni) lo ricordino oggi, a cinquant’anni dalla riconquistata libertà contro il fascismo, nemico di tutte le libertà.

Dopo l’8 settembre

Nel 1943 l’Italia dichiara guerra alla Germania e il 1º dicembre nasce la Repubblica Sociale Italiana (RSI) che si stabilì a Gargnano sul lago di Garda, presso Salò. Dopo la disfatta subita dalle armate di Hitler a El Alamein nel 1942, sul Don e a Stalingrado nel 1943, gli Alleati sbarcano in Normandia e in Italia, dopo la battaglia di Anzio, occupano Roma il 4 giugno 1944, costringendo i Nazisti ad arretrare sull’Appennino tosco-emiliano (la cosiddetta Linea Gotica).

I Tedeschi si preparano all’estrema difesa sulle Alpi (Alpenfestung), dalla Svizzera all’Istria, compiendo terribili rappresaglie e gli eccidi più mostruosi: in Trentino, nel Bellunese e nella provincia di Bolzano si costituisce l’Alpenvorland che annetteva quei territori al Terzo Reich e il 6 novembre 1943, il commissario Hofer istituì il Sondergericht für die Operationszone Alpenvorland, ovvero un speciale tribunale che aveva competenza nel caso in cui il reo o la parte lesa fosse un cittadino appartenente al Reich. Con la costituzione dell’Alpenvorland iniziò anche la deportazione degli ebrei che per la maggior parte transitavano per il Campo di transito di Bolzano.

Brigata Fiamme Verdi

Le Fiamme Verdi nacquero nel novembre 1943 e raggiunsero la forza di 2800 uomini divisi in tre battaglioni da Gastone Franchetti, che dopo l’armistizio aveva pensato “di unire tutti gli antifascisti della valli alpine italiane in un’ unica organizzazione a carattere prevalentemente militare.

Questo allo scopo di combattere il fascismo e di scacciare l’invasore nazista, ma anche di riscattare le genti della montagna dall’oppressione sociale in cui sempre erano state lasciate”.

Da Riva del Garda calando verso Brescia, tra ottobre e novembre 1943, furono organizzate riunioni di gruppi clandestini da Trento, Milano, Sondrio, Lecco, Como, Belluno, Padova … Per Brescia si determinò di radunare sotto le Fiamme Verdi varie formazioni già esistenti in città e nelle valli, praticamente tutte di origine cattolica. Franchetti vedeva nelle Fiamme Verdi” il blocco di tutte le genti della montagna che avrebbero espresso nella nuova Italia anche la loro nota, sia pure rude, ma di forza”. La sua iniziativa dilagò a macchia d’olio dall’Ossola al Lario, da Cremona all’Alto Adige, da Monza al Friuli, in Lomellina, a Bergamo, riuscendo persino ad insinuarsi nella roccaforte rossa di Reggio Emilia (dove proprio le Fiamme Verdi comandate da don Carlo Orlandini furono le prime a entrare in città il 24 aprile 1945).

 

 

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento