WERK VALMORBIA. UN FORTE, DUE BANDIERE

DA UNA FOTO, UNA STORIA

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di Maurizio Panizza

 

Ci sono immagini che nascondono segreti. Saperle osservare¬†senza pregiudizio, collegare pi√Ļ elementi, interpretare il contesto,¬†consultare altre fonti, pu√≤ diventare un‚Äôoperazione molto¬†interessante.¬† Un‚Äôoperazione che a volte pu√≤ rivelare sorprese¬†inaspettate.

 

WERK VALMORBIA. UN FORTE, DUE BANDIERE

Werk Valmorbia. Un forte, due bandiereA 100 anni dalla Grande Guerra, la cronaca di un tragico errore.¬†Fu nell‚Äô aprile del 1917 che un giovanissimo sottotenente del¬†158¬į Fanteria Brigata Liguria giunse spaesato ai comandi di¬†un piccolo avamposto italiano in Vallarsa, ai confini¬†meridionali del Tirolo (l‚Äôattuale Trentino), in quella che¬†all‚Äôepoca era una provincia dell‚ÄôImpero Austro-Ungarico.¬† La¬†Prima Guerra Mondiale era terribilmente nel vivo e qui, in¬†questa valle aspra e verdissima, a precipizio sul torrente Leno,¬†si fronteggiavano l‚Äôesercito italiano e quello austriaco: il¬†primo, per tentare di avanzare verso Rovereto e la Valle¬†dell‚ÄôAdige, il secondo per mantenere la posizione e¬†contrastare l‚Äôoffensiva del nemico.

Quel giovane ufficiale, del tutto inesperto di¬†combattimenti, veniva da Genova e il suo nome era Eugenio Montale. Il reparto a cui venne¬†assegnato si trovava fra il monte Corno e il piccolo paese di Valmorbia. ¬ęIn basso c‚Äôera un¬†fiume – ricorder√† Montale in una lettera, dopo la guerra – noi per√≤ si stava a mezza costa, fra¬†le rocce, perch√© il fondo a precipizio era inabitabile, vi si rovesciava un po‚Äô di tutto, rocce,¬†sassi, fango, schegge, bombe, e pure cadaveri, che molte volte non potevano essere¬†recuperati¬Ľ.

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Quell’anno la guerra aveva dato un po’ di tregua ai due eserciti portandoli a consolidare le rispettive posizioni in una specie di lungo, reciproco assedio.

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La prima linea austro-ungarica nel basso Trentino, iniziava da Riva del Garda, sormontava in trincea le montagne fin verso Rovereto, poi proseguiva con i forti di Matassone e di Pozzacchio che  sbarravano la Vallarsa, per salire, infine, sul gruppo del Pasubio verso gli altopiani di Folgaria e Lavarone.

I soldati italiani e quegli austriaci si osservavano a distanza, talvolta però partiva da parte italiana un attacco, mentre, dall’altra, l’artiglieria austriaca rispondeva immediatamente. Tuttavia, alla fine, i capisaldi rimanevano pressoché gli stessi, avanzando o retrocedendo in misura limitata, appoggiandosi molto a formazioni naturali o in trincea.

Insomma, cambiava poco a parte il fatto che sul terreno rimanevano sempre morti e feriti.
Eugenio ben sapeva che l‚Äôanno precedente era stato molto peggio. Il 1916, infatti, era stato¬†l‚Äôanno dove in quel teatro di guerra gli italiani avevano perso pi√Ļ di 3500 soldati nel¬†tentativo inutile di riconquistare terreno. Tutti ragazzi, tutti giovani alla pari del sottotenente¬†Montale che all‚Äôepoca non aveva ancora compiuto i vent‚Äôanni.

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Giovani come anche i protagonisti della storia che stiamo per raccontare, ma pure come i 12 milioni di soldati che vennero sacrificati sull’altare di quella carneficina durata quattro anni che passò sotto il nome di Grande Guerra.

Il primo protagonista di¬†cui vogliamo parlare √® un commilitone di¬†Montale, di nome Giovanni Givone,¬†piemontese, soldato semplice del 72¬į¬†fanteria della Brigata Puglie. Il secondo,¬†invece, √® un soldato austriaco del K.u.K.¬†1¬į Landessch√ľtzen Reggimento Trento¬†che si chiama Valerio Micheletti.
Entrambi hanno nomi italiani, entrambi parlano italiano, ma sono nemici. Il 24 maggio del 1915, infatti, l’Italia aveva dichiarato guerra all’ex alleata Austria (e quindi anche al Trentino), assumendo così il ruolo dell’aggressore nel momento in cui ad essa sembrava opportuna una partecipazione al conflitto in vista di una
facile vittoria.

Alla fine, come sappiamo,¬†la vittoria arriver√†, ma la guerra non sar√† stata affatto semplice, n√© tanto meno rapida. A¬†migliaia avr√† portato via a povere famiglie, sia italiane che austriache, i propri figli e mariti¬†in quella che nel 1917 papa Benedetto XV chiamer√† ‚Äúinutile strage‚ÄĚ. E ad accomunare tutti,¬†un unico comune denominatore: l‚Äôobbedienza ai propri governi e l‚Äôincapacit√† di capire sino¬†in fondo le ragioni di quell‚Äôassurda guerra.¬†Tornando a noi, dobbiamo¬†dire che c‚Äô√® anche un terzo¬†protagonista in questa storia,¬†che per√≤ non √® un soldato,¬†ma un ‚Äúsoggetto‚ÄĚ che unir√† il¬†destino di tutti quanti.

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Questo protagonista è una fortezza contesa dai due eserciti in campo, persino nel nome: viene, infatti, chiamata Forte Pozzacchio dagli italiani, Valmorbia Werk, dai soldati dell’Impero Austro Ungarico. E’ curiosa, oltre che drammatica, la storia di questo gigantesco caposaldo scavato nella
roccia: dopo aver iniziato a costruirlo nel 1911, gli austriaci lo abbandonarono all‚Äôinizio¬†delle ostilit√† per attestarsi su posizioni pi√Ļ arretrate, nei pressi di Rovereto.

Nel giugno del¬†1915 fu preso dagli italiani che vi innalzarono la bandiera tricolore, mentre poco pi√Ļ di un¬†anno dopo, il 22 maggio del 1916, nel corso della cosiddetta ‚ÄúStrafexpedition‚ÄĚ gli austriaci¬†respinsero gli italiani e conquistarono di nuovo il forte.¬†Dicevamo delle due testimonianze, pressoch√© sconosciute – quella del soldato Giovanni¬†Givone, italiano, e quella di Valerio Micheletti, austriaco, di Aldeno – attraverso le quali¬†intendiamo ripercorrere ci√≤ che avvenne in una tragica notte del 1916. Vediamole insieme.¬†Era il 28 giugno, quando gli italiani decisero di passare al contrattacco con il proposito di¬†giungere a Trento il prima possibile.

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La via pi√Ļ breve per arrivarci era avanzare verso¬†Valmorbia ed espugnare Forte¬†Pozzacchio. Venne cos√¨ mandato¬†avanti il 72¬į Fanteria Brigata¬†Puglie nel tentativo di¬†riconquistare il forte presidiato da¬†alcune centinaia di soldati. Dopo¬†aspri combattimenti, durati tutto il¬†giorno, gli austriaci si stavano¬†ritirando dalle loro posizioni in¬†Vallarsa per confluire verso il¬†forte, tuttavia, con l‚Äôarrivo della¬†notte, gli spari e gli scoppi delle¬†granate cessarono.

A quel punto, verso le 03.30, venne ordinato ad una decina di fanti¬†italiani che sapevano parlare il tedesco, di intrufolarsi fra le truppe in ritirata, pare travestiti¬†con uniformi austriache, e di risalire la piccola stradina che portava a Pozzacchio. L‚Äôordine¬†del Comando italiano era tassativo: sfondare le linee nemiche e prendere il forte. La¬†consistenza delle truppe italiane coinvolte era di circa 600 soldati, un numero pi√Ļ che¬†sufficiente visto che si riteneva che all’interno del forte ci fossero pochi soldati.

In realt√† il¬†ripiegamento deciso dall’Alto Comando Austro-Ungarico, aveva portato numerose unit√† –¬†pare ben pi√Ļ di un migliaio – a rifugiarsi nella fortezza di roccia viva, in attesa di nuovi¬†ordini.
Potrà sembrare strano, ma il piano degli italiani andò alla perfezione: con il favore del buio e per il fatto che all’interno delle truppe austriache vi erano molti trentini di lingua italiana, nessuno si accorse degli intrusi. In tal modo l’avanguardia della Brigata Puglie avanzava indisturbata verso il forte. In prossimità del primo posto di blocco, quando due sentinelle intimarono l’alt, gli italiani risposero in perfetto tedesco, ma subito dopo, spianando i fucili, colsero di sorpresa gli austriaci che vennero fatti prigionieri. Poi, con l’arrivo dei rinforzi, la stessa sorte capitò anche alle altre guardie.

Racconterà Givone nelle sue memorie:

‚ÄúOrmai¬†siamo sul forte, dal nostro primo giungere subito tutti vediamo che tutto ci ha facilitato¬†quest’impresa e ce ne rallegriamo di cuore pensando che questa forse sar√† la giornata pi√Ļ¬†bella e indimenticabile per il nostro reggimento, per la nostra vita.¬†Tutta la guarnigione¬†dorme, cosicch√© l’avanguardia √® con facile compito che penetrata nei rifugi scavati nella¬†roccia e riesce a fare un centinaio di prigionieri.‚ÄĚ

Il Forte Pozzacchio,¬†concepito per resistere al¬†tiro degli obici da 305 mm.,¬†le artiglierie pi√Ļ distruttive¬†disponibili alla vigilia della¬†guerra, sembrava ormai in¬†mano al nemico grazie ad¬†un ingegnoso stratagemma.

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E di Valerio Micheletti, il protagonista austriaco di questa storia, cosa sappiamo? Il Micheletti Рin quel momento anche lui a guardia del forte Рin un racconto fatto dopo la guerra al parroco di Valmorbia, rivelerà un avvenimento sconcertante che verosimilmente contribuì a determinare l’esito di quella ardita offensiva.

Un resoconto dettagliato narrato in prima persona, del tutto sconosciuto¬†alla storiografia ufficiale.¬†‚ÄúIo ero uno di quelli – rifer√¨ Micheletti – che per primi ebbero la sorpresa di vedersi puntare¬†un fucile con l‚Äôordine di arrendersi. All‚Äôalt d‚Äôarresto del finto austriaco, risposi: ¬ęSior si¬Ľ¬†alzando le mani. ¬ęSei italiano?¬Ľ – mi chiese quello – ¬ęSior si, dal Trentim¬Ľ risposi. ¬ęBene,¬†allora devi sapere il tedesco – fece ancora lui – tu resta qui che mi farai da interprete¬Ľ.

E cosi Micheletti vide tutti i suoi commilitoni, uno ad uno, arrendersi ed essere avviati in silenzio sotto la minaccia delle armi, assieme a tutti gli altri, sul piccolo pianoro davanti al forte. Fin qui, è da dire, tutto corrisponde con quanto scritto da Giovanni Givone nelle sue memorie.
‚ÄúPrima di tutto gli italiani tagliarono i fili che uscivano dalla sala del Comando – racconta¬†ancora il Micheletti non sapendo che l‚Äôautore di quel gesto era stato proprio Giovanni¬†Givone – poi sistemarono davanti alla porta ferrata una mitragliatrice e quindi il Capitano¬†intim√≤ a voce alta di arrendersi. Dagli austriaci non venne alcuna risposta. Il Capitano¬†ripet√© l‚Äôintimazione. Ancora nessuna risposta. Allora diede ordine di aprire il fuoco con¬†una raffica rabbiosa che poco dopo convinse chi era all‚Äôinterno ad arrendersi e ad uscire a¬†mani alzate. Tutti vennero disarmati e aggregati al gruppo di noi prigionieri. Fummo¬†contati ad alta voce – dice il Micheletti – eravamo in 273, un numero che non dimenticher√≤¬†mai”.
Come detto, anche Giovanni Givone era l√¨ presente in quel momento e le sue parole¬†annunciano tuttavia che qualcosa per gli italiani non and√≤ per il verso giusto. Riferir√†,¬†infatti, nelle sue memorie: ‚ÄúMa ahim√®! Fu cos√¨ che la poca abilit√† dei nostri superiori nel¬†farci occupare la posizione e la cretinaggine di alcuni ci cambiano la vittoria in una grave¬†sconfitta. Incomincia il capitano col mandarci all’assalto quando un nemico da assalire non¬†c’√® ancora. Al rumore della mitragliatrice la guarnigione si desta e i rincalzi accorrono in¬†tutta fretta all’aiuto di questi”.¬†In effetti, pare che se gli italiani avessero circondato il forte¬†prima di intimare la resa, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente.
Nel frattempo il Micheletti, racconta: “Poco dopo, saranno state ormai le 5 del mattino e iniziava ad albeggiare, noi austriaci presi prigionieri venimmo avviati in colonna verso l’abitato di Valmorbia sotto la vigilanza armata di due soldati italiani davanti e due in coda. E ora scoppia la tragedia.

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Quando in¬†fila fummo all‚Äôaltezza delle bocche del Forte,¬†seppi in seguito che due miei commilitoni, un¬†tenente austriaco e un caporale sud- tirolese¬†– un certo Manica, da Pedersano – si¬†affacciarono alla bocca prospiciente il¬†sentiero con una mitraglia. Si resero conto¬†dalla situazione e subito il caporale apr√¨ la¬†mitragliatrice contro la colonna dei¬†prigionieri. ¬ęFermati, – disse il tenente – sono¬†dei nostri!¬Ľ. ¬ęNe sei sicuro? Comunque sia –¬†ribatt√© il Manica – c‚Äô√® l‚Äôordine di sparare sia sui prigionieri come sui disertori¬Ľ.

Il fattore sorpresa ormai era svanito e la confusione si impossess√≤ di chi poco prima¬†sembrava il vincitore. Prosegue l‚Äôitaliano Givone: ‚ÄúUna parte della guarnigione del forte¬†non coinvolta nell‚Äôazione perch√© occupava il settore nord, riusc√¨ a rompere l‚Äôassedio a¬†prezzo di fortissime perdite, sia fra gli assedianti che fra i prigionieri austriaci, ristabilendo¬†cos√¨ il controllo del forte. E qui constatai i terribili effetti della paura: i pochi soldati che¬†con me avevano occupata l’altura, si diedero quasi tutti alla fuga‚ÄĚ.
E il Micheletti continua: ‚ÄúSotto il fuoco amico, tutti si buttarono a terra mentre la mitraglia¬†non cessava di sparare e non servirono le nostre urla disperate per farci riconoscere”.
L’angosciante descrizione del soldato austriaco, appiattito in un fosso, prosegue raccontando che sentiva le pallottole che battendo sulla roccia soprastante gli facevano piovere addosso sassi e ghiaia.

E000PAPoi prosegue: ‚ÄúLa scena non la¬†potevo vedere, ma le urla e i pianti si¬†sentivano da straziare il cuore. Poi,¬†poco a poco, non si sent√¨ pi√Ļ nulla,¬†solo qualche gemito sempre pi√Ļ¬†flebile. Uno dei pochi ancora vivo alz√≤¬†la testa per far cessare la carneficina,¬†ma fu rapidamente colpito dalla¬†raffica crudele”.¬†Ebbe cos√¨ inizio un caos incredibile in cui gli austriaci, da tutte le bocche¬†del forte, sparavano sugli italiani, gli italiani sugli austriaci ed entrambi pure sui propri¬†commilitoni. Una situazione infernale dove ognuno cercava una via di fuga per salvare la¬†pelle, chi scappando a precipizio lontano dal forte, chi cercando, all‚Äôopposto, di rientrarci.
Dei nostri protagonisti, Giovanni Givone verr√† ferito e poi fatto prigioniero. Valerio¬†Micheletti, rimasto indenne si riunir√† al suo reparto. Nei dintorni e sulla strada per il forte,¬†invece, restarono alcune centinaia di soldati di entrambi gli eserciti. Una carneficina di corpi¬†abbandonati in una ‚Äúterra di nessuno‚ÄĚ.

Quel giorno e i successivi, infatti, nessuno pot√©¬†avvicinarsi al campo di battaglia. Un testimone, infatti, rifer√¨ che “Il cannone italiano del¬†Monte Zugna continu√≤ a sparare senza piet√† sui morti e sugli agonizzanti, cosicch√© il¬†raccoglierli ed il seppellirli era semplicemente impossibile.

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E coloro che potevano essere ancora vivi, dovettero soccombere¬†nella bruciante calura estiva, fossero¬†austriaci od italiani”.¬†A tal¬†proposito, dir√† in seguito Micheletti:¬†‚ÄúFu possibile solo ai primi di luglio¬†far arrivare dei carri con buoi e¬†cavalli per caricare i cadaveri. Con¬†la maschera al naso per il fetore che¬†essi per il gran caldo emanavano. E¬†vennero trasportati nel cimitero di¬†Volano e sepolti in due fosse comuni.
In seguito, dopo la fine della guerra,¬†saranno traslati nel Ossario di¬†Castel Dante, a Rovereto”.

¬†Nei documenti ufficiali italiani l‚Äôepisodio del tragico assalto verr√† semplicemente liquidato¬†in poche righe: ‚ÄúIl 29 giugno il 72¬į Fanteria tent√≤ senza successo la conquista del Forte¬†Pozzacchio‚ÄĚ. Da parte austriaca, invece, una rapida inchiesta della Procura militare decret√≤¬†il non luogo a procedere nei confronti dei militari del 1¬į Reggimento Landessch√ľtzen, i¬†quali avevano comunque riscattato con il loro comportamento gli errori compiuti durante¬†l‚Äôoccupazione del forte da parte italiana.
Dicevamo, all’inizio di questa storia, di Eugenio Montale, quello che in seguito diventerà un importante scrittore a cui molti anni dopo verrà conferito il premio Nobel per la letteratura. Il giovane ufficiale italiano rimase in Vallarsa a combattere la sua guerra di posizione sino al novembre del 1918, sino a quando, cioè, per l’esercito Austro-Ungarico iniziò la disfatta.

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¬ęIl 3 novembre del 1918 –¬†scriver√† Montale – fui uno¬†dei primi soldati italiani a¬†entrare a Rovereto. Non¬†credo di aver mai visto un
caos come quello: porte e¬†finestre sfondate, macerie¬†dappertutto, bombe che¬†scoppiavano, incendi e, ora¬†qua, ora l√†, i colpi dei¬†cecchini che gli austriaci¬†avevano lasciato indietro¬†per ostacolare la nostra¬†avanzata. Andammo avanti,¬†sulla strada per Trento. In un paese, non saprei pi√Ļ dirne il nome, assistetti alla fucilazione¬†di un nostro soldato, colpevole di saccheggio, credo che avesse rubato un orologio. Il¬†ragazzo gridava disperato al plotone d‚Äôesecuzione: ¬ęNon fucilatemi! Sono figlio di un¬†professore di geografia¬Ľ. No, non mi fece un grande effetto. Ma che cosa poteva fare effetto¬†in tali circostanze? Era come un sogno, un grande sogno in cui tutto poteva accadere”.
Montale in seguito non ritorn√≤ mai pi√Ļ volentieri sulle atrocit√† della guerra a cui aveva¬†assistito. Tuttavia quando talvolta dava voce a quei ricordi, cerc√≤ sempre di evitare i¬†momenti drammatici lasciando, invece, spazio a scene che potevano essere vicine a quelle di¬†una normale vita quotidiana: alla natura incontaminata della Vallarsa, al profumo della¬†terra, ai colori dei boschi, ai cieli stellati, al silenzio della notte …

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‚ÄúOra forse dovrei parlare della battaglia finale e della vittoria – lasci√≤ scritto nelle sue¬†memorie – ma per me i ricordi pi√Ļ indimenticabili sono quelli di certe notti a Valmorbia,¬†nella buona stagione, che passavo sdraiato sull‚Äôingresso della mia grotta. Con la luna¬†sembrava che la valle salpasse. In basso sentivo il torrente Leno che mormorava, roco.¬†Udivo un trepestio¬†insolito, un odore¬†acre mi pizzicava il¬†naso: erano delle¬†volpi venute a farci¬†visita; cos√¨, senza¬†accorgersene, si¬†arrivava all‚Äôalba”.
Dopo sette anni da quegli eventi, ad una lirica che oggi è diventata un emblema della poesia italiana, Eugenio Montale affiderà l’unico ricordo di quel periodo da lui trascorso in Trentino durante la Grande Guerra.

Valmorbia

Valmorbia, discorrevano il tuo fondo
fioriti nuvoli di piante agli àsoli.
Nasceva in noi, volti dal cieco caso,
oblio del mondo.
Tacevano gli spari, nel grembo solitario
non dava suono che il Leno roco.
Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco
lacrimava nell’aria.
Le notti chiare erano tutte un’alba
e portavano volpi alla mia grotta.
Valmorbia, un nome e ora nella scialba
memoria, terra dove non annotta.

Maurizio Panizzapanizza
© Il cronista della Storia
maurizio@panizza.tn.

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