UN GALANTUOMO COMUNISTA

ROMANO TOVAZZI

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“Prima Guerra Mondiale – 1917 – Armenia.. Romano Tovazzi (a destra) in divisa da Kaiserjäger”

di Maurizio Panizza

Un galantuomo comunista messo al bando per le sue idee politiche. Arrestato nel 1928 e recluso a Regina Coeli su ordine del Tribunale speciale del Fascismo, rimarrĂ  in carcere per sei terribili mesi.

Un idealista, un perseguitato per ragioni politiche, un uomo onesto alla fine rinchiuso in prigione e processato. Era la fine luglio del 1928, anno VI dell’Era fascista. Il protagonista: Romano Tovazzi, «Chechi» secondo il soprannome di famiglia.

Era nato il 13 agosto 1899 a Volano, quindi in Tirolo, nell’Impero Austro-Ungarico, e aveva combattuto come Kaiserjäger in Armenia, durante la Prima Guerra Mondiale, con molti di quelli che poi passeranno alla storia come i «Ragazzi del ’99», i più giovani soldati chiamati alle armi.

Memore delle tragedie belliche e della necessità di dare voce e forza alle masse operaie e contadine, ben presto – in particolare dopo il 1922 con l’ascesa al potere di Mussolini e nel ’24 con il delitto Matteotti – aveva maturato la convinzione che i principi di uguaglianza, giustizia e libertà dovevano essere garantiti con un impegno personale diretto e riscattati da un regime autoritario e repressivo che dimostrava giorno dopo giorno di voler portare l’Italia e gli italiani verso il baratro della dittatura e della guerra.

Romano, attraverso compagni di ideali e di lotta venne così introdotto negli ambienti trentini del Partito Comunista Italiano, fondato a Livorno nel 1921, e da qui iniziò una militanza convinta, seppur – ovviamente – in clandestinità, che lo portò a diventare un punto di riferimento e di propaganda nel suo paese di Volano.

L’Organizzazione Comunista, con «Leggi eccezionali» era stata sciolta e dichiarata fuori legge già da qualche anno, quando Romano Tovazzi fu improvvisamente arrestato. Infatti, bastava poco al regime fascista per portare in carcere chi era sospettato di attività sovversiva.

Bastava, (come si legge in molti rinvii a giudizio dell’epoca), criticare la politica di Mussolini, oppure definire «pagliacciate le sfilate fasciste» o dichiarare che «così non si poteva più andare avanti» oppure, semplicemente, tenere in casa, ad esempio, l’inno «Bandiera rossa» per essere sottoposti ad indagini giudiziarie.

Romano, che aveva sempre detestato ogni totalitarismo e rifiutato qualsiasi tessera di regime o compromesso, già era conosciuto in paese come uno che con coraggio parlava chiaro ma, al tempo stesso, come uno che proprio per questo motivo poteva creare guai a sé e a coloro che gli erano vicini.

Per questo motivo era stato, in un certo qual modo, bandito da qualsivoglia attività pubblica, da benefici sociali per la famiglia, e quello che era più grave, condizionato nella ricerca di un qualsiasi lavoro, in quanto difficilmente a quell’epoca si dava un’occupazione ad un «comunista» dichiarato o anche solo sospettato di esserlo.

Romano, che non aveva alle spalle una famiglia su cui contare economicamente, si era visto così costretto ad inventarsi, da lì in avanti e fino alla fine della guerra, i piĂą disparati lavori saltuari i quali messi assieme non davano mai, tuttavia, la certezza di un salario a fine mese. Fu operaio, manovale e contadino, ma anche per necessitĂ  e per sfamare i figli, pescatore, cacciatore, raccoglitore di funghi…

Fu arrestato all’alba con altri 27 trentini – molti dei quali di Riva del Garda e di Arco, alcuni di Trento, uno di Villa Lagarina e due di Nomi – tradotto a Roma, a Regina Coeli e giudicato colpevole dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, il 24 luglio del 1928.

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Romano Tovazzi

Quest’ultimo era stato costituito per legge due anni prima e con esso in sostanza il regime si forniva di un formidabile strumento per farsi giustizia da sé contro l’opposizione politica e dopo la soppressione dei partiti che si erano schierati contro il fascismo.

Con tale strumento «giudiziario », votato quasi a unanimità dal Parlamento, il fascismo amministrava in proprio la giustizia contro i suoi oppositori, mentre con la stessa legge fu reintrodotta la pena di morte per alcuni reati a carattere politico. Il Tribunale Speciale operava secondo le norme del Codice Penale per l’Esercito sulla procedura penale in tempo di guerra. Contro le sue sentenze non era possibile alcun ricorso o altra impugnazione.

Nel corso dei processi era consentita la difesa di fiducia dell’imputato, ma erano pochi i legali che si prestavano a ciò, e quei pochi domandavano compensi praticamente impossibili da sostenere per la stragrande maggioranza dei prigionieri. Ovviamente Romano non era nelle condizioni economiche di poter sostenere una difesa di fiducia. Gli fu così assegnato – alla pari di molti altri imputati – un difensore d’ufficio che non fece altro che appellarsi alla «clemenza della corte».

Com’era prassi consolidata dei Regime di polizia, di solito le imputazioni non si limitavano a un solo motivo per giustificare l’arresto di un antifascista. In genere, tutti i denunciati erano dipinti dalla polizia locale come elementi socialmente pericolosi, disturbatori della quiete pubblica, antisociali, quando non si aggiungevano qualifiche disonoranti inventate di sana pianta. Il tutto per far apparire l’antifascista come elemento poco gradito alla società.

Leggiamo, infatti, dal verbale della sentenza del Tribunale Speciale, che gli imputati, fra cui Romano Tovazzi, si erano macchiati di molti delitti previsti dal Codice Penale «per aver concertato e stabilito di commettere – con mezzi e propaganda violentissima contro l’organizzazione statale da esplicarsi specialmente colla diffusione di giornali, manifesti, opuscoli e proclami stampati e diffusi clandestinamente, organizzazione segreta a carattere militare, sovvenzionata anche dall’estero, spionaggio militare politico, propaganda antimilitarista, ecc. – fatti diretti a mutare violentemente la Costituzione dello Stato e la forma di Governo ed a far sorgere in armi gli abitanti del Regno contro i Poteri dello Stato».

Più in particolare, per quanto riguarda il nostro protagonista, il verbale riporta: «Nei riguardi di Tovazzi Romano dal rapporto della Questura di Trento risulta che costui fece parte del Partito Comunista e svolse a Volano e paesi limitrofi occulta propaganda. Il teste Huez Quirino afferma che il Tovazzi fu uno dei più attivi propagandisti in Volano; ed il teste Battisti ha dichiarato che Tovazzi si interessava della distribuzione di tessere del Partito e che partecipava alle riunioni segrete.

Il suo nome nei documenti trovati nella valigia del Bartolozzi (il presunto capo del Partito Comunista per il Basso Trentino, N.d.A.) figura fra i fiduciari del Partito. La prova quindi della sua partecipazione all’attività della organizzazione comunista è raggiunta».

Conclude la Commissione Istruttoria presso il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato in Roma: «Per questi motivi, […] si pronuncia l’accusa contro Bartolozzi Augusto, Sandri Ferruccio, Dusatti Giacomo, Venturini Ezechiele, Marzenta Adolfo, Fambri Narciso, Fambri Ottavio, Miori Italo, Tovazzi Romano e Perghem Giuseppe in ordine ai delitti ascritti.

Il Tribunale, altresì, dopo attenta valutazione, ritiene colpevoli i suddetti imputati e li condanna ciascuno a 6 mesi di detenzione, a lire 100 di multa ed al pagamento in solido delle spese processuali.

Per Romano e per quasi tutti gli altri è la fine di un incubo che faceva temere ben di peggio. Infatti, il tribunale ordina che gli imputati siano posti in libertà se non detenuti per altra causa.

Romano che era in prigione da poco piĂą di due mesi, accoglie con estrema dignitĂ  il verdetto di colpevolezza che lo condanna a scontare ulteriori quattro mesi di carcere.

Racconterà molti anni dopo alla figlia Gianna, di quel tremendo periodo passato in cella d’isolamento, dove da una piccola finestra che si affacciava su di un cortile interno, sentiva e vedeva ogni giorno torture e fucilazioni di prigionieri politici. Non volle mai raccontare, invece – per pudore o per dimenticare – quanto venne fatto a egli stesso nel corso degli interrogatori e durante la prigionia.

Le porte del carcere di Regina Coeli si apriranno finalmente per lui il 20 novembre 1928, ma la convinzione di essere dalla parte del giusto non sarà scalfita neppure da quella dura esperienza. Romano Tovazzi rimarrà sempre comunista e la riprova ne è che fino al 1945, ogni qualvolta che in paese avveniva una manifestazione fascista, lui immancabilmente veniva prelevato a casa dalla polizia e portato a Trento, in Questura.

Il sorvegliato speciale Tovazzi, evidentemente, poteva dare fastidio anche solo con la sua presenza e questo il regime non poteva tollerarlo. Romano si sposerà nel 1930 con Giuditta Castelli e avrà quattro figli, due dei quali moriranno in tenera età.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, sarà consigliere comunale a Volano per il Partito Comunista, così come lo sarà molti anni dopo anche il figlio Beppino, pure lui consigliere e assessore nelle file del Pci.

Uomo integerrimo, orgoglioso e modesto al medesimo tempo, rimase sempre rigoroso con se stesso e coerente con le sue idee politiche. Fu anche un padre allegro, affettuoso e dolcissimo. Soprattutto fu un uomo generoso e libero come pochi, lo fu nelle idee, negli atteggiamenti, pure nel linguaggio.

Ma pagò duramente questo suo essere fuori dagli schemi in un’epoca in cui non era ancora permesso aspirare, neppure sognare, un mondo nuovo, di uguaglianza e di giustizia, nel quale insieme» andare a conquistar la rossa primavera, dove sorge il sol dell’avvenir».

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