TRENTINO-VENETO, NAZISTI IN FUGA

a cura di Cornelio Galas

Chiedo subito scusa agli amici di Televignole per l’eccessiva lunghezza di questa sorta di “numero unico”. Ma c’√® chi si √® lamentato per la “dispersione” – per altri servizi – in troppe puntate. Che non sempre poi si trovano nel Web. Prometto in ogni caso che quanto prima – tempo per le ricerche permettendo – metter√≤ mano al design de www.televignole.it. Per renderlo pi√Ļ moderno e razionale.

Detto questo oggi vi propongo la ritirata dei tedeschi (e l’inseguimento da parte degli alleati) nella tarda primavera 1945. Con particolare attenzione a quanto successe in Trentino e Veneto. Ma con riferimenti anche alle vicende belliche oltre la linea Gotica.

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Aprile 1945: la Linea Gotica viene sfondata dal 15¬į Gruppo d’Armate e le truppe alleate dilagano nella pianura Padana. 22 aprile: a Recoaro Terme, nel Vicentino, i maggiori esponenti politici e militari tedeschi operanti in Italia decidono, all’insaputa di Hitler, la resa del Gruppo d’Armate C e l’invio di plenipotenziari a Caserta per la firma della capitolazione. 2 maggio: la 10¬™ e la 14¬™ Armata tedesche depongono le armi di fronte alla 5¬™ Armata americana e all’8¬™ Armata britannica.

Nel mezzo, dieci giorni di combattimenti accaniti vedono agitarsi sul suolo del Veneto, tra ritirate disperate e avanzate rabbiose, tra imboscate dei partigiani e feroci rappresaglie sulla popolazione civile, un groviglio di centinaia di migliaia di uomini, mezzi, armi, animali, feriti, cadaveri.

Enzo Cicchino

Enzo Cicchino

“Dieci giorni di guerra”, di Luca Valente (2006, 552 p. Cierre Edizioni – Collana Nord est) √® soprattutto ¬†– scrive¬†Enzo Antonio Cicchino¬†fondatore e direttore dell’Associazione Italiana Autori Scrittori Artisti “L’ARCHIVIO” –¬†una storia vista dal basso: attraverso gli occhi dei carristi che liberano Verona e Vicenza¬†o delle truppe da montagna americane che combattono sul lago di Garda, nei racconti dei fanti neozelandesi che irrompono nel Padovano e Veneziano.

O ancora, in quelli dei mar√≤ italiani che difendono accanitamente ogni guado, nelle cronache dei granatieri tedeschi che si aprono la strada combattendo nel Trevigiano e Bellunese o dei paracadutisti che passano a nuoto il Po e l’Adige e tentano di raccogliersi a Schio, ultima meta prima del miraggio salvifico delle Alpi innevate, si delinea un affresco gigantesco e drammatico, carico di orrori ed eroismi, di regole spietate e sprazzi di umanit√†”.

Luca Valente

Luca Valente

“Gli ultimi giorni della seconda guerra Mondiale in Italia – conclude la sua recensione¬†Enzo Antonio Cicchino – come non erano mai stati raccontati. Ne proponiamo alcuni stralci”.

Sul fronte appenninico

Nell’aprile del 1945 la guerra in Italia ed in Europa stava volgendo verso il suo epilogo. La Wehrmacht, costretta da tempo sulla difensiva, era prossima al collasso su tutti i fronti. Nei mesi precedenti, mentre ad est l’avanzata sovietica era penetrata fino ai confini della Germania, lo sforzo militare alleato, dopo gli sbarchi in Normandia ed in Provenza, si era concentrato sul fronte occidentale.

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La campagna italiana, iniziata quasi due anni prima in Sicilia, aveva conosciuto una lunga stasi invernale, con i tedeschi saldamente ancorati alla Linea Gotica, a cavallo degli Appennini, e gli Alleati in attesa della stagione primaverile e pronti a sferrare l’offensiva risolutiva.

Il generale Mark Clark

Il generale Mark Clark

Il fronte del 15¬į Gruppo d’Armate, al comando del generale americano Mark Clark, correva da Massa Carrara sul Tirreno fino alle Valli di Comacchio sull’Adriatico. Sull’ala sinistra la 5¬™ Armata americana del generale Lucian Truscott schierava il 4¬į ed il 2¬į Corpo d’Armata. Sull’ala destra l’8¬™ Armata britannica del generale Richard McCreery metteva in linea il 5¬į, il 10¬į e 13¬į Corpo d’Armata ed il 2¬į Corpo d’Armata polacco.

generale Lucian Truscott

generale Lucian Truscott

l’equivalente di 24 divisioni, di cui 5 corazzate, di diversa nazionalit√† (americana, inglese, neozelandese, indiana, sudafricana, polacca, italiana, ebraica), erano totalmente motorizzate ed al completo dei loro effettivi (un milione e mezzo di uomini) ed equipaggiamenti, e godevano di un efficace appoggio aereo tattico e strategico. Il dominio dei cieli da parte degli Alleati era pressoch√© assoluto.

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generale Richard McCreery

Dall’altra parte il Gruppo d’Armate C, al comando del generale Heinrich von Vietinghoff-Scheel, si difendeva con un numero di divisioni e gruppi di combattimento di poco inferiore (l’equivalente di una ventina di divisioni).

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generale Heinrich von Vietinghoff-Scheel

La maggior parte delle grandi unit√† era tedesca; c’erano comunque una divisione turkmena e alcune formazioni italiane, schierate per√≤ in maggioranza in retrovia o alla frontiera francese: gli unici italiani in linea appartenevano al 1¬į Gruppo di combattimento della Decima Mas, dislocato sul fiume Senio, e ad alcuni reparti della Divisione “Monterosa”, in Garfagnana.

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Rodolfo Graziani

L’Armata “Liguria” del maresciallo Rodolfo Graziani difendeva il settore occidentale dell’Alta Italia con il 75¬į Corpo d’Armata ed il Corpo “Lombardia”. La 14¬™ Armata del generale Joachim Lemelsen occupava il settore tirrenico dello schieramento con il 51¬į Corpo da montagna ed il 14¬į Corpo corazzato.

generale Joachim Lemelsen

generale Joachim Lemelsen

Sul fronte adriatico la 10¬™ Armata del generale Traugott Herr metteva in linea il 1¬į Corpo paracadutisti, il 76¬į Corpo corazzato ed il 73¬į Corpo. Gli effettivi delle unit√† tedesche, comunque, erano estremamente ridotti: il battaglione di fanteria medio poteva contare all’epoca su appena 200 uomini. In totale le truppe italo-tedesche ammontavano a 600 mila uomini. Gli equipaggiamenti erano logori, i rifornimenti scarsi, i veicoli rimpiazzati per lo pi√Ļ dal trasporto animale, il supporto aereo inesistente.

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generale Traugott Herr

Le migliori unit√† tedesche schierate a difesa della Gotica erano di gran lunga la 1¬™ e la 4¬™ Divisione paracadutisti (Fallschirmj√§ger Divisionen), inserite nel 1¬į Corpo paracadutisti al comando del generale Richard Heidrich e schierate nel nevralgico settore centrale dello schieramento germanico. Anch’esse, per√≤, erano indebolite dalle lunghe battaglie.

generale Richard Heidrich

generale Richard Heidrich

In marzo, inoltre, ognuno dei loro Reggimenti aveva dovuto cedere un Battaglione completo a favore della 10¬™ Divisione paracadutisti, che si andava costituendo a Graz, in Austria. Il 1¬į e il 4¬į Reggimento (della 1¬™) ed il 12¬į Reggimento (della 4¬™) misero a disposizione il loro 3¬į Battaglione, il 3¬į Reggimento (della 1¬™) e il 10¬į e 11¬į Reggimento (della 4¬™) misero a disposizione il loro 2¬į Battaglione. I sei reggimenti delle due divisioni erano divenuti, perci√≤, di tipo binario, in altre parole potevano contare solamente su due battaglioni.

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La sera del 9 aprile 1945, preceduta da massicci bombardamenti aerei e d’artiglieria, iniziava l’operazione “Grapeshot”, l’offensiva finale alleata in Italia. La 5¬™ e l’8¬™ Armata mettevano in campo un’enorme superiorit√† di uomini e materiali, ma i tedeschi, al solito, si difendevano tenacemente.

Gli Alleati sapevano bene che la vittoria sarebbe arrivata solo dopo durissime battaglie ed alte perdite. Scrive un ufficiale neozelandese, Geoffrey Cox, responsabile del Servizio informazioni del generale Bernard Freyberg:

generale Bernard Freyberg

generale Bernard Freyberg

“Noi sapevamo bene che il soldato tedesco in prima linea avrebbe continuato a combattere finch√© non gli fosse stato detto di smettere. Sapevamo che il soldato tedesco era un buon soldato anche nella ritirata, e le forze della Wehrmacht in Italia erano state trasformate da Kesselring in un’imponente macchina difensiva.

Per quanto turpe potesse essere la causa per cui dovevano combattere Рe non mancavano testimonianze di civili massacrati e case incendiate al loro passaggio Рi tedeschi della Decima e Quindicesima Armata conoscevano il loro mestiere di soldati. Le loro battaglie difensive in Italia saranno lezioni da manuale per i comandanti del futuro. […]

KESSERLING

KESSERLING

Sapevamo che gli ufficiali avrebbero tenuto i loro battaglioni schierati all’avanguardia a combattere; sapevamo anche che gli ufficiali superiori avevano ricevuto l’ordine espresso di Hitler di non ritirarsi finch√© non fossero stati spinti indietro con la forza.

Questa era la decisione del F√ľhrer. Avevamo catturato delle copie di tale disposizione a Faenza durante l’inverno: la pena prevista per la ritirata, a meno che non si fosse trattato di una ritirata imposta sotto una pressione schiacciante, era la morte”.

Sir Geoffrey Cox (al centro)

Sir Geoffrey Cox (al centro)

Sir Geoffrey Cox fu uno dei pi√Ļ importanti corrispondenti neozelandesi in Europa negli anni Trenta, svolgendo servizi sulla Guerra Civile in Spagna, sull’Anschluss, sulla crisi di Monaco, sulla guerra russo-finlandese del 1939-40 e sull’invasione tedesca del Belgio e della Francia, trasformati negli anni Settanta in altrettanti libri di successo.

Nel 1940 entr√≤ nell’esercito neozelandese e con esso oper√≤ in Grecia, a Creta, in Africa Settentrionale e in Italia, dove fu capo dell’Intelligence Office del generale Freyberg, con il quale entr√≤ a Trieste. Finita la guerra, ritorn√≤ al giornalismo e divenne vice-direttore del “News Chronicle”, quotidiano di tendenza liberale.

Sir Geoffrey Cox

Sir Geoffrey Cox

Nel 1956 pass√≤ alla televisione per curare i notiziari della Itn (Indipendent Television News), la nuova rete televisiva commerciale diffusasi in Gran Bretagna. Fu sotto la sua direzione che la Itn introdusse il moderno concetto di telegiornale, non solo nel Regno Unito, ma in tutta l’Europa. Nel 1966 gli venne conferito il titolo di “Sir” per i servizi resi al giornalismo.

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Sulle capacit√† militari del front-soldat, il soldato di prima linea, scrive Gerhard Muhm, comandante della 1¬™ Compagnia, 1¬į Battaglione, 15¬į Reggimento della 29¬™ Divisione granatieri corazzati:

“Dal mio primo giorno di allievo ufficiale m’√® rimasto come un tuono nell’orecchio l’espressione “Auftrag wiederholen!” (“Ripetere il compito”, “Ripetere l’incarico”) con cui i nostri superiori volevano che noi ripetessimo l’incarico che ci era stato assegnato per essere ben sicuri che noi avessimo capito. E dicevamo sempre Auftrag (incarico) e non Befehl (ordine). E cos√¨ √® sempre stato per tutta la campagna d’Italia.

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Io ho ricevuto sempre degli “Auftrag”, mai dei “Befehl”. Lo stesso ho fatto con i miei subordinati a cui ho impartito sempre degli “Auftrag” nel solco della “Auftragstaktik” tradizionale dell’esercito tedesco. La concezione tattica seguita dall’esercito tedesco era la “Tattica dell’incarico o compito” (Auftragstaktik) in antitesi alla “Tattica dell’ordine” (Befehlstaktik) in uso presso altri eserciti.

La differenza di concezione e di esecuzione fra queste due tattiche √® fondamentale: la prima esalta l’intelligenza e le capacit√† del soldato, la seconda tende a mortificarlo, rendendolo un passivo esecutore di ordini altrui.

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Con la Auftragstaktik si ordina una missione e si lascia all’esecutore libert√† di esecuzione del compito affidatogli, per cui egli si sente responsabile delle azioni che gli dettano la sua intelligenza, la sua intraprendenza e le sue capacit√†.

Con la Befehlstaktik, invece l’esecutore deve adempiere a un ordine impartitogli da altri, nel modo ordinatogli da altri, senza che egli possa ricorrere al suo senso di iniziativa e alla sua destrezza, sia nell’adeguarsi sia nello sfruttare le varie situazioni.

Quest’ultima concezione √® naturalmente pi√Ļ facile da seguirsi, basandosi sulla pura disciplina mentre per adottare la Auftragstaktik occorre che gli ufficiali, i sottufficiali e i soldati vengano addestrati nelle scuole militari con continue esercitazioni”.

Kampfraum Nettuno Unbeirrt durch anglo-amerikanische Artillerie und Tiefflieger geht der Vormarsch der deutschen Grenadiere im Landekopf von Nettuno weiter. 20.3.44 [Herausgabedatum] Foto: PK-Koch/Transocean-Europapress/PK

I piani tedeschi prevedevano una resistenza scaglionata su quattro linee difensive e di logoramento: la linea Irmgard sul fiume Senio, la linea Laura sul fiume Santerno, la linea Paula sul fiume Sillaro e la linea Gengis Khan, a protezione di Bologna, sul fiume Idice.

Nella fase iniziale dell’offensiva i combattimenti pi√Ļ feroci si svolsero proprio sul Senio, in Romagna, obiettivo del 5¬į Corpo britannico e del 2¬į Corpo polacco: quest’ultimo l’11 aprile riusc√¨ a raggiungere il successivo corso d’acqua, il Santerno.

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Nel frattempo alcuni commando della 56ª Divisione fanteria britannica avevano attraversato le Valli di Comacchio con mezzi corazzati anfibi e attraccato oltre le linee tedesche, cosicché la prima linea difensiva dovette essere precipitosamente arretrata.

La presenza di canali, fiumiciattoli e inondazioni rese per√≤ nel complesso pi√Ļ difficili successive irruzioni o sfondamenti veloci da parte degli Alleati. Sull’ala opposta la 91¬™ Divisione fanteria americana occup√≤ Massa il 10 aprile e Carrara il giorno seguente, ma toccava ai britannici esercitare lo sforzo maggiore, anche perch√© la 5¬™ Armata era ostacolata dalle avverse condizioni atmosferiche e pot√© intervenire efficacemente solo dal 14 aprile in avanti.

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La situazione divenne allora decisamente critica per i tedeschi: il 17 aprile gli americani lanciarono un grande attacco a sud-ovest di Bologna con la 10¬™ Divisione da montagna, la 1¬™ Divisione corazzata e l’85¬™ Divisione fanteria, appena entrata in linea, che travolsero la 94¬™ Divisione fanteria tedesca e parte della 90¬™ Divisione granatieri corazzati avanzando verso nord-ovest.

In quelle ore von Vietinghoff, che aveva gi√† impiegato gran parte delle sue riserve nel tentativo disperato di tenere le posizioni, chiese ad Hitler l’autorizzazione al ritiro sul Po, ma gli fu brutalmente negata.

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Il 17 aprile a Recoaro, nel Vicentino, sede del Comando supremo della Wehrmacht in Italia, si era svolta una riunione per discutere del difficilissimo momento:

“Lo stato maggiore tedesco fece il punto della situazione. L’Oberquartiermeister, colonnello F√§hndrich, relazion√≤ sullo stato degli approvvigionamenti. Egli comunic√≤ che le scorte dei materiali erano esaurite e che carri armati e veicoli avevano carburante per non pi√Ļ di 50 Km, “poi li dobbiamo lasciare fermi”.

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Aggiunse che le scorte delle munizioni si sarebbero esaurite nei successivi tre/quattro giorni e che molti pezzi dell’artiglieria pesante e molti cannoni antiaerei non potevano essere alimentati perch√© non c’erano pi√Ļ proiettili. I magazzini di cui la Wehrmacht disponeva intorno a Bologna o erano gi√† caduti in mano al nemico o risultavano inutilizzabili per la mancanza di mezzi di trasporto. Infine era una settimana che non arrivava alcun rifornimento dal Reich e “non √® sicuro se possiamo attendere qualcosa nei prossimi giorni”.

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Fu poi la volta del generale Schneetz che descrisse la situazione dei trasporti: premesso che le stazioni di Innsbruck e di Salisburgo erano bloccate a causa di un gigantesco ingorgo ferroviario provocato dal materiale che tornava indietro da tutte le parti, ma in particolare dalla zona di Vienna, Schneetz sottoline√≤ il fatto che “in Italia le linee ferroviarie sono diventate praticamente inutilizzabili per gli incessanti bombardamenti degli ultimi giorni”.

A ci√≤ andava aggiunto che “gli italiani che finora avevo impiegato in gran numero, specialmente sulla linea del Brennero per lavori di riparazione, da alcuni giorni semplicemente mi scappano via e non rientrano pi√Ļ al lavoro. Il materiale per locomotive √® diminuito, a causa dell’abbattimento giornaliero di mediamente 20 locomotive, in modo tale che non ho praticamente quasi pi√Ļ mezzi ferroviari nella zona dell’Italia settentrionale.

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La rete elettrica delle linee aeree sul tratto del Brennero √® a pezzi: di conseguenza su un lungo tratto non si pu√≤ pi√Ļ viaggiare con locomotori elettrici. Il carbone per il funzionamento della ferrovia basta ancora per sole poche macchine e per pochi giorni. In questa situazione non credo che potremo far passare nessun convoglio di rifornimenti proveniente dalla Germania””.

Riunione dello Stato Maggiore: Albert Kesselring in uniforme bianca

Riunione dello Stato Maggiore: Albert Kesselring in uniforme bianca

La realt√† era dunque talmente disastrosa che il capo di stato maggiore R√∂ttiger, su ordine di Vietinghoff, contatt√≤ subito l’Okw a Berlino per chiedere il permesso di ritirata prima dell’imminente annientamento. Il generale Jodl, per√≤, conferm√≤ gli ordini di resistenza ad oltranza secondo le direttive di Hitler: la risposta fu messa per iscritto e inviata come messaggio segretissimo a Recoaro il 18 aprile.

generale Alfred Jodl

generale Alfred Jodl

Alcune unità erano ridotte ai minimi termini: la 42ª Divisione Jäger (fucilieri) contava tre gruppi di combattimento di appena 200 uomini ciascuno; la 98ª Divisione fanteria era stata ritirata il 15 aprile, praticamente decimata, assieme alla 26ª Divisione corazzata.

La 278¬™ Divisione fanteria, che aveva sostituito la 98¬™ sulla linea difensiva, dovette subire l’urto congiunto del 13¬į Corpo e del 2¬į Corpo polacco, che gi√† aveva occupato Imola, e cominci√≤ a cedere. La falla fu chiusa per la resistenza tenace dei paracadutisti del 1¬į Corpo che tuttavia, nonostante uno sforzo disperato, il 17 aprile dovettero cedere Medicina e Castel San Pietro sulla Via Emilia.

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La situazione era analoga ovunque lungo la linea difensiva tedesca: il fronte cominciava a sgretolarsi. Il 20 aprile la 5¬™ Armata super√≤ gli Appennini e il 4¬į Corpo americano occup√≤ Casalecchio, spingendo in avanti la 92¬™ Divisione fanteria e la 1¬™ Divisione brasiliana, che raggiunse Zocca, per tagliare la strada al 51¬į Corpo da montagna tedesco: la pianura Padana era aperta.

Il 21, mentre il 10¬į Corpo raggiungeva l’Idice, i polacchi del generale Anders entrarono a Bologna assieme alla 34¬™ Divisione fanteria americana e ai Gruppi di combattimento “Legnano” e “Friuli”, nonostante la strenua resistenza del 1¬į Corpo paracadutisti che dovette arretrare per evitare l’accerchiamento.

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Da 24 ore von Vietinghoff, ignorando gli ordini di Hitler di resistenza ad oltranza, aveva ordinato l’arretramento oltre il Po. Oramai, per√≤, era troppo tardi per un ripiegamento ordinato. Le armate tedesche, che avevano perso gi√† 70.000 uomini, nell’immensa arena della pianura Padana si trovarono alle calcagna 3.000 corazzati, e 2.000 aerei sopra la testa, che avevano un unico obiettivo: distruggerle.

I paracadutisti di Heidrich

I paracadutisti tedeschi, nonostante le sorti della battaglia e della guerra fossero ampiamente segnate, stavano dando parecchio filo da torcere agli Alleati. Non si trattava di una novit√†: era stato cos√¨ fin dall’inizio della campagna italiana.

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I Fallschirmj√§ger erano stati impiegati in operazioni aviotrasportate su vasta scala solamente nella prima met√† della guerra, specialmente in Norvegia, Belgio e a Creta: azioni che ne misero in luce l’audacia ed il superbo addestramento, ma che causarono un cos√¨ elevato numero di perdite che Hitler medit√≤ di sciogliere le unit√†, ordinando comunque lo stop alle grandi operazioni.

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Negli ultimi due anni di guerra, salvo azioni minori, i Fallschirmj√§ger operarono come truppe di terra, dotate per√≤, rispetto alla fanteria ordinaria, di una superiore flessibilit√† tattica, di una maggiore dotazione di armi automatiche e di un’eccezionale capacit√† difensiva. Tali qualit√† erano sorrette da un fortissimo spirito di corpo, tipico di ogni unit√† d’√©lite: fino al 1944 i membri dei Fallschirmj√§ger erano tutti volontari.

La 1¬™ Divisione paracadutisti era stata inviata in Italia, con una rapida e ben orchestrata operazione aerotrasportata, il 12 luglio del 1943. Al ponte di Primosole, in Sicilia, gli Alleati fecero un’immediata e spiacevole conoscenza con i suoi uomini. Li avrebbero avuti come durissimi avversari fino alla fine della guerra, assieme a quelli della 4¬™ Divisione, costituita nell’area di Venezia nel novembre del 1943.

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Sulle pendici di Monte Cassino, dall’inizio del 1944, i Fallschirmj√§ger della 1¬™ Divisione tennero in scacco per mesi i reggimenti britannici, neozelandesi, indiani, polacchi, che ad ondate continue s’immolarono inutilmente sotto l’antica abbazia ridotta ad un cumulo di macerie.

Sommersi da forze dieci volte superiori, sepolti sotto migliaia di tonnellate di bombe e granate, attaccati con le mitragliatrici, i carri armati, i lanciafiamme, gli uomini del generale Heidrich, racchiusi in poche centinaia di metri quadrati di rovine annerite, non cedettero un palmo.

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Tra le macerie di Cassino, nelle buche e nei crateri scavati dalle bombe, la migliore giovent√Ļ del mondo occidentale si consum√≤ in una carneficina spaventosa: solo i combattimenti nell’inferno di Stalingrado furono paragonabili alle battaglie sotto l’abbazia.

Gli uomini della 1ª Divisione paracadutisti non abbandonarono le loro posizioni fino a quando, nella seconda metà di maggio, il fronte non cedette in altre parti: in tre mesi di furiose battaglie avevano resistito a forze preponderanti.

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Scrive il generale Frido von Senger und Etterlin, responsabile del settore:

“A Cassino il bombardamento invest√¨ i combattenti pi√Ļ “duri” delle forze armate tedesche. Un battaglione alla volta, la 1¬™ Divisione paracadutisti aveva dato lentamente il cambio alla 90¬™ Divisione granatieri corazzati per consentire alle nuove truppe di ambientarsi nel terreno.

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Il comandante della Divisione paracadutisti, generale Heidrich, assunse il 26 febbraio il comando di quel settore. [‚Ķ] Ci√≤ che super√≤ tutte le aspettative fu lo spirito combattivo dei paracadutisti. Questi emersero dopo il bombardamento dai sotterranei e dai ricoveri colmi di terriccio nei quali avevano perso la vita molti dei loro compagni, e opposero un’accanita resistenza all’avversario. Non esistono parole per rendere giustizia al loro eroismo”.

Montecassino

Montecassino

I generali alleati si trovarono in imbarazzo di fronte ai politici, anche perch√® l’opinione pubblica angloamericana non si capacitava della resistenza tedesca. ¬†Il 20 marzo il generale inglese Alexander scrisse a Winston Churchill:

“La resistenza dei paracadutisti √® stata davvero eccezionale, se si considera che sono stati sottoposti al pi√Ļ grande concentramento di fuoco mai attuato prima. [‚Ķ] Dubito che vi siano altre truppe al mondo che avrebbero potuto resistere ad un tale inferno e poi passare all’attacco con altrettanta tenacia come queste”.

Il generale britannico Harold Alexander.

Il generale britannico Harold Alexander.

Lo stesso primo ministro inglese annotava nelle sue memorie:

“La 1¬™ Divisione tedesca di paracadutisti, probabilmente la migliore unit√† di tutto l’esercito germanico, combatt√© disperatamente tra mucchi di macerie contro neozelandesi e indiani”.

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Churchill

Il generale americano Marshall constatò:

“I decisi tentativi di conquistare la citt√† fallirono di fronte alla fantastica resistenza di reparti tedeschi di prim’ordine, soprattutto della 1¬™ Divisione paracadutisti, che il generale Alexander considera la migliore divisione di tutti i fronti”.

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generale George Marshall

Mentre i soldati alleati cominciavano a conoscere i loro avversari con il nome di “Gr√ľnen Teufel”, “Diavoli Verdi”, la stampa tedesca glorificava i suoi eroi. Anche quella alleata, per√≤, ne riconosceva la straordinaria resistenza. Scriveva il “Times” il 19 marzo: “√ą difficile prendere prigionieri gli uomini della 1¬™ Divisione paracadutisti: essi appartengono a quel genere di soldato che preferisce combattere fino all’estremo e poi morire piuttosto che arrendersi”.

Ed ancora il 23 marzo: “Gli uomini che sbucano dai mucchi di macerie hanno una disperata volont√† di resistere e sono decisi a difendere Cassino il pi√Ļ possibile. Alcuni emergevano dalle profonde cantine che hanno resistito alle bombe e alle granate, altri si aprivano una via d’uscita attraverso le macerie e la cenere, e quando venivano invitati ad arrendersi si rifiutavano”.

Montecassino

Montecassino

Da cosa derivava tanta tenacia? Secondo Rudolf B√∂hmler, all’epoca di Cassino comandante del 1¬į Battaglione del 3¬į Reggimento della 1¬™ Divisione, tre parole riassumevano il significato della forza dei paracadutisti: cameratismo, spirito militare e capacit√†.

Gli ufficiali condividevano ogni cosa con i soldati: si lanciavano insieme dallo stesso apparecchio, rischiavano allo stesso modo di rompersi le ossa o essere uccisi dalla reazione nemica, avevano le stesse razioni e dotazioni. Nelle operazioni di lancio non esistevano retrovie: gli uomini di stato maggiore, della sussistenza, della sanità combattevano come qualsiasi altro soldato, armi in pugno, non appena atterrati.

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Si era quindi creato, anche quando si era passati a combattere esclusivamente a terra, un legame indissolubile tra ufficiali e truppa, rafforzato da uno spirito di corpo incrollabile. Ad ogni paracadutista veniva insegnato a sentirsi un eletto dell’esercito germanico, a realizzarsi nella battaglia, ad amare la propria arma, ad essere forte, coraggioso, “veloce come un levriero, resistente come il cuoio, duro come l’acciaio”.

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Coloro che diventavano paracadutisti imparavano a conoscere i comandamenti del corpo:

  • 1. Tu sei un eletto dell’Esercito tedesco!
  • 2. Cercherai la battaglia e ti eserciterai a sopportare qualsiasi tipo di prova.
  • 3. Per te la battaglia deve rappresentare la massima realizzazione.
  • 4. Cura un sincero cameratismo, perch√© sar√† grazie all’aiuto dei tuoi compagni che vincerai o morirai!
  • 5. Guardati dal parlare! Non essere corruttibile! Gli uomini agiscono, mentre le donne chiacchierano. La chiacchiera pu√≤ condurti alla tomba!
  • 6. Sii quieto e prudente, forte e deciso! Il valore e l’entusiasmo di uno spirito aggressivo ti faranno mantenere la superiorit√† nell’assalto.
  • 7. Di fronte al nemico ci√≤ che pi√Ļ vale sono le munizioni. Chi spara inutilmente, solo per tranquillizzarsi, non merita di essere chiamato “Paracadutista”.
  • 8. Potrai mietere vittorie solo se le tue armi sono efficienti. Bada di osservare la regola “Prima viene la mia arma e poi vengo io!”
  • 9. Devi comprendere pienamente il senso di ogni impresa, affinch√© tu sia in grado di agire autonomamente anche se il tuo comandante dovesse cadere. Di fronte ad un nemico che si dichiara tale combatti con cavalleria, verso un partigiano non avere piet√†! 10.
  • Tieni gli occhi aperti! Sii veloce come un levriero, resistente come il cuoio, duro come l’acciaio; solo cos√¨ sarai l’incarnazione del guerriero tedesco!”

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La preparazione militare dei paracadutisti era unica. Sotto la ferrea guida del generale Heidrich, maestro nell’istruzione della fanteria, si formavano soldati scaltri, dotati di spirito d’iniziativa ma perfettamente sincronizzati con i commilitoni; capaci di usare ogni arma, di essere cio√® fanti, mitraglieri, mortaisti, genieri, cacciatori di carri, e in grado di guidare ogni mezzo, di cavalcare e sciare, oltre che lanciarsi col paracadute. Nell’addestramento si usavano spesso proiettili veri.

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Ma Heidrich non era solo severo, era considerato nell’ambiente il “pap√†” dei Fallschirmj√§ger. Aveva creato il “Soccorso per le famiglie”, un’assicurazione per i figli dei paracadutisti, percepita se il padre perdeva la vita, e la “Culla reggimentale”, un dono a favore dei primi nati dei suoi soldati. Aveva istituito due appositi convalescenziari, uno sulle Dolomiti ed uno vicino al fronte, per concedere speciali periodi di riposo quando i suoi soldati non avevano ancora maturato la licenza di diritto.

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Richard Heidrich era nato il 28 luglio 1896 a Lewalde, in Sassonia. Combattente della 1¬™ Guerra Mondiale, a partire dal 1937 aveva scalato le gerarchie militari fino a raggiungere il comando del 1¬į Corpo paracadutisti nel novembre del 1944. Mor√¨ nel 1947 in prigionia.

Nell’Italia settentrionale aveva costituito un negozio chiamato “Diavoli Verdi”, dove ogni paracadutista poteva comprare a prezzi di favore viveri costosi, tessuti e altri articoli altrove introvabili. E donava alla moglie di ogni suo soldato la “Collana della fedelt√†”, una catenella in argento con il simbolo divisionale sul ciondolo.

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Considerato tutto questo non c’√® da stupirsi che i paracadutisti della 1¬™ e della 4¬™ Divisione combattessero come nessun altro soldato in Italia: difendevano il loro mondo, prima ancora che la Germania.

I soldati alleati cominciarono a temere questi perfetti militari, ma anche ad odiarli: ai loro occhi erano combattenti che rappresentavano il meglio della tecnica militare tedesca e nello stesso tempo incarnavano la peggiore delle ideologie, il nazismo. Radio Napoli, il 21 marzo 1944, trasmetteva: “Il paracadutista tedesco ha un solo scopo: morire per Adolf Hitler! √ą un fanatico, oltrepassa raramente i vent’anni. Il paracadutista tedesco, a Cassino, sacrifica la sua vita per l’ideale del F√ľhrer”.

"Diavoli verdi" a Cassino

“Diavoli verdi” a Cassino

Durante il proseguimento della guerra quelli che avevano combattuto a Cassino, specialmente i neozelandesi e i polacchi, cercarono pi√Ļ volte di saldare i conti con i paracadutisti, di estinguere l’odio che provavano nei loro confronti, di eliminarne il pi√Ļ possibile.

Anche le popolazioni impararono a conoscerli e a temerli: non furono rari i casi in cui unit√† di Fallschirmj√§ger si distinsero in azioni di rastrellamento e rappresaglia, specie nell’estate del 1944 in Toscana; √® provato, anzi, che le unit√† d’√©lite della Wehrmacht ebbero un ruolo rilevante nella politica di ritorsione tedesca in Italia. Reparti della 1¬™ Divisione, ad esempio, parteciparono ai terribili massacri di Cornia, San Pancrazio e Civitella in Val di Chiana.

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L’ultima difesa dei Fallschirmj√§ger

La linea del fronte tenuta dal 1¬į Corpo paracadutisti fu pesantemente investita il 9 aprile, all’avvio di “Grapeshot”.

Scrive Hans-Martin Stimpel:

“Il mattino seguente fanteria e mezzi corazzati – tra i quali per la prima volta in scontri ravvicinati carri lanciafiamme praticamente inattaccabili – sferrarono un attacco contro le postazioni nel punto di congiunzione tra il 76¬į Corpo corazzato e il 1¬į Corpo paracadutisti.

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La 4¬™ Divisione paracadutisti riusc√¨ inizialmente a mantenere gran parte del proprio settore nella zona di Castel Bolognese e della Via Emilia, subendo tuttavia ingenti perdite. Nei giorni successivi i settori del fronte di entrambe le divisioni paracadutisti furono ulteriormente allargati per il fatto che la 278¬™ Divisione fanteria fu ritirata dalla linea di combattimento e riposizionata altrove”.

Scrive ancora Stimpel:

“La 1¬™ Divisione paracadutisti combatt√© a partire dal 18 aprile anche contro la 4¬™ Brigata corazzata neozelandese. Un rapporto fatto da questa unit√† alleata descriveva tra l’altro come costrinsero alla resa, soprattutto grazie all’impiego di mezzi corazzati lanciafiamme, una unit√† di paracadutisti tedeschi sotto il comando di un capitano, dal momento che questi ultimi non potevano opporre nulla a tale arma”.

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Geoffrey Cox, responsabile dell’Intelligence Service della 2¬™ Divisione neozelandese, a proposito dell’utilizzo dei carri lanciafiamme (Crocodile) afferma: “I lanciafiamme non avevano causato n√© troppi morti, n√© molti feriti, ma avevano terrorizzato moltissimo i soldati. E, soprattutto, avevano offerto ai comandanti di unit√† minori una scusa militarmente accettabile per arrendersi. Chi poteva resistere di fronte ad attacchi del genere?”

Con i ranghi sempre pi√Ļ assottigliati le due formazioni ricevettero pochi ed improvvisati rinforzi, ovvero due unit√† di disciplina, il 4¬į e il 7¬į Battaglione della Luftwaffe per impieghi speciali, costituiti da soldati dell’aviazione con pi√Ļ di otto mesi di pena detentiva che avevano dimostrato un miglioramento durante la detenzione.

Veniva loro concessa, in pratica, l’opportunit√† di riabilitarsi in battaglia, ma si stava raschiando il barile. I “Diavoli Verdi” furono in grado di mantenere le loro posizioni fino a met√† mese. Poi dovettero ritirarsi verso nord in parte in direzione di Ferrara e in parte passando per Cento.

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Alcune delle formazioni meno mobili – le batterie di artiglieria erano trainate perlopi√Ļ da carri tirati da buoi – furono superate e fatte quindi prigioniere da unit√† corazzate alleate.

Anche gli uomini della “Komet” – la 4¬™ Divisione aveva per simbolo una cometa – impegnati nei combattimenti presso Faenza e il fiume Senio, riuscirono a conservare le proprie postazioni fino a met√† aprile, ritirandosi in seguito mentre tenevano impegnato il nemico con alcune battaglie di temporeggiamento.

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Scrive Stimpel:

“Gi√† in precedenza i paracadutisti avevano constatato che da settimane le formazioni americane si sentivano cos√¨ sicure che di notte illuminavano l’entroterra delle loro postazioni (“come fossero a Broadway”, osserv√≤ un ufficiale dei paracadutisti).

Inoltre tra i prigionieri che poterono esser catturati nelle truppe in ricognizione e nelle truppe d’assalto si trovavano, al fianco di soldati britannici, americani e polacchi, anche militari provenienti dall’Asia e dall’Africa (tra gli altri dall’India, dalle Filippine, dalla Nuova Zelanda e dal Marocco)”.

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Scrisse a proposito il tenente Dietrich Brehde, comandante negli ultimi giorni di guerra della 13¬™ Compagnia dell’11¬į Reggimento, 4¬™ Divisione paracadutisti:

“Il soldato tedesco combatte ora contro mezzo mondo, contro truppe che provengono dai cinque continenti”. I paracadutisti conobbero anche la derisione da parte degli americani, che erano in condizioni di netta superiorit√†; questi annunciavano la loro offensiva con volantini tramite i quali illustravano con caricature le carenze di equipaggiamento dei loro avversari: “Paracadutisti, oliate i vostri carri a buoi, si parte!””.

La potenza militare degli Alleati era soverchiante. Il 2¬į Corpo polacco tagli√≤ fuori gi√† il 16 aprile un troncone della 1¬™ Divisione paracadutisti in direzione di Medicina. Il maresciallo Ernst Simon descrisse la “ritirata da canale a canale”, durante la quale parti della sua unit√† finirono per esser fatte prigioniere e, “inclusi i feriti”, uccise a fucilate dai soldati polacchi.

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Quando i polacchi, tre giorni dopo, conquistarono Bologna, si impadronirono anche di quello che era stato il Quartier generale della 1ª Divisione paracadutisti: passarono e ripassarono con i carri armati sulle tende e sulle baracche finché non rimase nulla.

Il generale Anders si port√≤ a casa lo stendardo divisionale, fiero ma soprattutto sollevato che fosse finito l’incubo. Poco pi√Ļ ad est i Fallschirmj√§ger della 4¬™ Divisione non se la passavano meglio. Il 16 aprile un attacco congiunto dei neozelandesi e dei polacchi travolse il 992¬į Reggimento granatieri della 278¬™ Divisione fanteria, e un Kampfgruppe (gruppo di combattimento) della 4a Divisione fu fatto immediatamente accorrere per tappare la falla.

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Alle porte di Imola l’avanguardia del gruppo avvist√≤ una colonna di autocarri della 2¬™ Divisione neozelandese, stipati di truppe, in avvicinamento. Qualche mina sotterrata in fretta e furia lungo la strada ne distrusse un paio: i neozelandesi saltarono gi√Ļ dagli automezzi per difendersi dall’attacco, ma furono abbattuti dal fuoco incrociato delle mitragliatrici e da una grandinata di bombe di mortaio.

La posizione non poteva comunque essere tenuta a tempo indeterminato: la missione dei paracadutisti consisteva semplicemente nel ritardare l’avanzata del nemico.

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Il sergente Heinrich Katzenbach, 26 anni, che prestava servizio nella 4¬™ Batteria, 1¬į Battaglione del 4¬į Reggimento artiglieria paracadutisti (4¬™ Divisione), fu aggregato alle salmerie e si trov√≤ coinvolto nella ritirata:

“Il fronte veniva illuminato nella notte da molti riflettori dell’esercito inglese e noi ci trovavamo esattamente in una specie di ferro di cavallo. Le nostre 1¬™ e 2¬™ Batteria non ricevettero alcun cannone, ma al contrario andarono in postazione come gruppo d’assalto mentre il Comando di batteria rimase presso l’Idice.

Poi le salmerie tornarono indietro; i veicoli furono trasportati su carri trainati da buoi e mi capitò la dubbia fortuna di condurre uno di questi carri. La meta del nostro viaggio era Minerbio: alle 3 del mattino del 16 aprile partimmo da Mezzolara.

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Dopo il sorgere del sole dovemmo interrompere il viaggio, dal momento che i cacciabombardieri si dimostravano assai zelanti. Verso mezzogiorno potemmo proseguire e dopo due ore eravamo a destinazione, dove venimmo a sapere che la sera avremmo dovuto riprendere la marcia in direzione Ferrara.

Allo scendere dell’oscurit√† ci mettemmo in cammino. Dopo 15 km, tuttavia, fummo costretti a fermarci nuovamente: era arrivato il momento in cui l’aviazione notturna alleata entrava in azione. Il 17 aprile gli uomini della batteria furono impiegati in combattimento con la fanteria, ma io rimasi indietro con le salmerie poich√© avevo il carro da condurre.

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Passammo per Minerbio. Nelle ore attorno a mezzogiorno procedemmo con brevi interruzioni, perch√© dovevamo ripararci dai soliti cacciabombardieri. Verso sera arrivammo al fiume Reno. Appena iniziammo a passare il ponte i primi velivoli cominciarono a lanciare una bomba illuminante dopo l’altra. Ciononostante riuscimmo a passare abbastanza agevolmente dall’altra parte.

Oltre Poggio Renatico ci concedemmo nuovamente una pausa fino a mezzogiorno del giorno successivo. Alle 16 del 19 aprile arrivammo al Comando del reparto d’istruzione, dal quale partimmo la sera verso la batteria che si trovava a un chilometro e mezzo da l√¨. Nel frattempo subimmo ancora un attacco che provoc√≤ alcune vittime fra i membri del Comando.

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Alla sera arrivammo sani e salvi alle salmerie della batteria, dove comunque non potemmo fermarci a lungo. Gli incroci erano battuti dal fuoco dell’artiglieria e 40 mezzi corazzati nemici avevano sfondato e si trovavano a circa 5-6 km dal villaggio: ci fu un cambio di postazione e le salmerie si trasferirono ad Isola della Scala. Io per√≤ dovetti rimanere al posto di comando locale e aspettare un veicolo dei nostri.

Dapprima me ne volevo rimanere da quelle parti, ma poi mi dissi che dovevo assolutamente oltrepassare il Po e sfuggire cos√¨, forse, alla prigionia. Che la guerra fosse ormai persa mi era gi√† ben chiaro. Cos√¨ percorsi la strada sulla quale sarebbe dovuto arrivare il carro trainato con il camerata e attesi ancora per lungo tempo ad un incrocio. Ma inutilmente. Verso mezzanotte mi misi in marcia in direzione del Po”.

Heinrich Katzenbach

Heinrich Katzenbach

Heinrich Katzenbach, (11.7.1918 – 8.10.1996), arruolato nella Flak (contraerea) allo scoppio della guerra, aveva partecipato alla campagna di Belgio e Francia nel 1940 con il 1¬į Battaglione del 13¬į Flakregiment. Successivamente aveva prestato servizio in Germania nel Luftgau VI (Essen/Ruhr) nello Schwere Flakabteilung 233/4¬™ Batteria e poi nel Flakgruppe Halle-Leuna (o Halle-Merseburg) nello Schwere Flakabteilung 406/7¬™ Batteria.

Nel febbraio del 1945 venne temporaneamente trasferito nella 1¬™ Batteria, 1¬į Battaglione dell’11¬į Reggimento artiglieria paracadutisti e quindi il mese successivo inviato in Italia.

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Nel diario trascritto dal figlio racconta il trasferimento del suo reparto, un’unit√† ancora in formazione incaricata di raggiungere il 1¬į Corpo paracadutisti nelle immediate retrovie del fronte nei pressi di Budrio:

Il 10 marzo 1945 a B√ľsum (Schleswig-Holstein) fui distaccato dall’11¬į Reggimento artiglieria paracadutisti al quale, a quel tempo, appartenevo. Dovevamo andare in Italia. Durante il viaggio passammo per Neum√ľnster, Stendal, Magdeburg, Halle, Wei√üenfels, in direzione Bayreuth.

Ci avevano condotto in una direzione sbagliata e pertanto dovemmo ritornare indietro per un tratto. Procedemmo passando per Bamberg, verso F√ľrth, passando ai margini di Monaco e Rosenheim fino a Kufstein. L√† ci fermammo per circa un giorno e mezzo.

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Potemmo proseguire per circa 30 km e fummo trasbordati per la prima volta, dal momento che un ponte ferroviario era stato distrutto dai cacciabombardieri. Quindi proseguimmo fino al Brennero, dove c’era moltissima neve. Poi continuammo fino a Vipiteno dove ricevemmo l’ordine di cambiare treno. Qui era gi√† primavera.

Rimanemmo due giorni in un accampamento di baracche e quindi proseguimmo per Bolzano. Qui qualcuno riusc√¨ a liberarsi delle sue Lire. Mele, vino e ogni ben di Dio per qualche soldo. Dopo due giorni ce ne andammo in auto fino a Trento: il servizio consisteva nel mettersi in marcia presto per uscire dalla citt√† e godersi il sole. In ogni momento c’erano allarmi aerei. Anche da qui si procedette dopo due giorni.

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Andammo in treno quasi fino a Verona. Si procedette immediatamente allo scarico dell’equipaggiamento e ci separammo iniziando la marcia per la nostra destinazione, mentre gi√† iniziava a far giorno. Dopo pochissimo tempo i primi cacciabombardieri erano gi√† sul posto. A circa 500 metri di distanza fu attaccato un deposito di munizioni e per tutto il giorno continu√≤ allo stesso modo.

Alla sera arrivammo marciando fino a Villafranca. Il pomeriggio seguente, sempre a piedi, marciammo fino alla meta, solo temporanea, di Massimbona, circa 30 km a sud del lago di Garda. Qui doveva trovarsi l’appostamento definitivo. Il giorno del Sabato Santo, tuttavia, riprendemmo la marcia verso sud. Io rimasi indietro con l’equipaggiamento della fureria presso il Comando e con quattro camerati costituimmo la retroguardia mentre il reparto d’istruzione marciava.

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Credevamo di poter festeggiare un giorno di Pasqua tranquillo, ma la sera arrivò il camion che ci doveva portare a destinazione. Caricammo il mezzo in tutta velocità e proseguimmo quindi in direzione sud. Passando per Mantova arrivammo ad Ostiglia dove attraversammo il Po.

Ci√≤ comport√≤ non poche difficolt√†, poich√© i bombardieri notturni erano piuttosto attivi e dovevamo correre spesso da una parte all’altra degli argini. Dopo circa tre ore arrivammo finalmente all’altra sponda, e pensammo di essere sani e salvi con tutte le ossa intere. Alle prime luci dell’alba purtroppo fummo costretti a fare tappa poco prima di Cento. Ci procurammo del latte e preparammo un buon budino.

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Quello fu il nostro pranzo pasquale. Alla sera partimmo per la nostra dislocazione definitiva a Mezzolara passando per Cento, Bologna e Budrio. Arrivammo sul posto il mattino del secondo giorno dopo la Pasqua verso le 3 e potemmo trascorrere un po’ di tempo impigrendoci fino a quando non arriv√≤ il capitano Lammersdorf.

Dopodich√® l’ordine fu quello di allestire gli alloggiamenti e preparare tutto per l’arrivo del reparto d’istruzione. L’attivit√† degli aerei nemici continuava giorno e notte. Alcuni giorni pi√Ļ tardi arriv√≤ il reparto d’istruzione. Fummo aggregati al 1¬į Battaglione del 4¬į Reggimento artiglieria paracadutisti e dovevamo costituire un’unit√† pronta al combattimento.

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C’erano a disposizione alcuni veicoli, ma privi di carburante, e anche delle armi. Il fronte in quel momento era ancora a circa 20 km, ma iniziavano gi√† le ritirate”.

Lo sfondamento nel settore della 4¬™ Divisione era stato inevitabile: la sera del 18 aprile l’artiglieria alleata aveva scatenato un fuoco di annientamento durato quasi sette ore, che aveva trasformato la linea delle postazioni tedesche “in una specie di fine del mondo”: si era creata una falla tra il 1¬į Battaglione dell’11¬į Reggimento e il 2¬į Battaglione del 12¬į Reggimento, che pot√© essere temporaneamente arginata il mattino del 19 aprile e solamente a costo di gravissime perdite.

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L’ufficiale Geoffrey Cox us√≤ queste parole per descrivere quel migliaio di paracadutisti del 12¬į Reggimento, saldamente attestato sulla sponda del canale Gaiana, in cui la 2¬™ Divisione neozelandese si era imbattuta il 18 aprile:

“Erano uomini forti, brutali, con una prontezza quasi masochistica a morire”. Cox si rec√≤ dal suo generale, che gli diede carta bianca per l’azione commentando poi durante il fuoco di sbarramento: “Odio quei paracadutisti! Rappresentano il peggio del sistema nazista!”.

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Il primo “incontro” coi paracadutisti sulla linea del fronte era avvenuto qualche giorno prima:

“Trovammo nella nostra rete un pesce ben pi√Ļ grosso della 278¬™ Divisione. Di fronte all’ala sinistra catturammo 60 prigionieri con i piatti elmetti d’acciaio e le inconfondibili tute dei paracadutisti. Appartenevano al 111¬į Battaglione Paracadutisti di Ricognizione, ed avevano combattuto come belve prima di lasciarsi prendere.

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La loro storia ci fece capire che gli spostamenti incalzanti della battaglia stavano riversando sul nostro fronte i paracadutisti che prima avevano affrontato i polacchi. Dunque ci trovavamo di nuovo davanti ai nostri nemici di Cassino e Firenze.

Le nostre speranze di sfondamento sul Sillaro, la nostra illusione di preparare l’ultimo attacco organizzato erano ormai infrante. Sapevamo, infatti, che quei paracadutisti avrebbero resistito e combattuto; come in effetti fecero. Dopo due giorni di avanzata relativamente facile, ci trovammo il 17 aprile davanti ad una massiccia fila di paracadutisti schierati sul fiume Gaiana, ad Ovest di Medicina.

Il loro fuoco da terra, regolare e ben mirato, la loro artiglieria pesante ed i loro micidiali Nebelwerfer ci fecero capire all’istante che dovevamo prepararci a combattere ancora”.

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Commenta ancora l’ufficiale neozelandese riguardo a quell’azione:

“Lungo gli argini, nel fiume, nelle trincee, nelle case, in ogni fosso si ammucchiavano i morti. Pochi campi di battaglia videro, in questa guerra, lo spettacolo di una simile carneficina.

Quel giorno il Gaiana ci mostrò i nostri nemici massacrati dal fuoco di sbarramento, o sorpresi dai lancia-fiamme, o mentre si rannicchiavano nei loro buchi o trucidati in mille altri modi. Raramente sul fronte occidentale in questa guerra si vide una simile concentrazione di caduti.

Furono uccisi uomini a migliaia, a decine di migliaia, ma caddero su campi sterminati, di cui il singolo spettatore poteva cogliere solo una visione limitata e parziale, risparmiandosi cos√¨ l’impressione terrificante della strage. Sul Gaiana, invece, non fu cos√¨.

Se mai un giorno si vorrà organizzare una mostra contro la guerra, io raccomando le fotografie del massacro sul Gaiana. […] E noi, che avevamo organizzato la morte di tutti quegli uomini? Quali erano i nostri sentimenti, lì, al sole? Penso che la mia reazione fosse analoga a quella di molti altri.

Fu un senso di paura misto a rispettoso timore di fronte a questa manifestazione della morte che avrebbe potuto abbattersi su chiunque. Erano stati colpiti loro, ma se il fato l’avesse voluto saremmo stati colpiti noi. E quei ragazzi, pur essendo individualmente morti, non riuscivamo a concepirli come individui.

I loro corpi altro non erano che una parte di un ente generalizzato, il “nemico”, che si deve colpire prima che abbia tempo di colpirci. Erano oggetti da rimuovere dal nostro passaggio, non esseri umani che avevano conosciuto speranze e timori, che erano vissuti ed avevano desiderato vivere ancora.

Con tutta onest√†, devo riconoscere che in quel momento mi accorsi di provare ben poca compassione; piuttosto disgusto di fronte a quella devastazione”.

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I “Kiwis” scaricarono su di loro 100.000 granate, li investirono con i lanciafiamme, quindi li attaccarono con la fanteria d’assalto. La mattina seguente gli argini, il corso d’acqua, le trincee ed i fossi rigurgitavano di cadaveri orrendamente massacrati:

“I caduti, il fiore della giovent√Ļ, l’orgoglio del nazismo, giacevano su quel campo in tutto il loro orrore spettrale, erano la materializzazione della morte improvvisa e brutale. [‚Ķ]

Nelle acque fetide di quello squallido canale vedevo fluttuare i capelli biondi e lisci di quei ragazzi: mi apparivano come il simbolo di una generazione che in un paese, ed in tutta Europa, stava distruggendo la propria esistenza. […]

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Erano la devastazione assoluta: marci e pericolosi quando erano vivi, marci pi√Ļ che mai ora, dopo morti, suprema ricompensa per Hitler e le forze che lo avevano partorito”.

Erano questi uomini, i peggiori avversari che gli Alleati si trovarono ad affrontare in Italia, i soldati che avrebbero tentato di passare il Po con pi√Ļ determinazione e che ben presto si sarebbero riversati per le strade del Veneto, diretti verso le Alpi.

La 10¬™ e l’85¬™ entrano a Verona

Nonostante il disastro provocato dagli ordini di Hitler a von Vietinghoff di resistere ad oltranza, dai vertici della Wehrmacht continuano ad arrivare disposizioni insensate. Questo il commento del generale Warlimont, membro del Comando Supremo della Wehrmacht, sulla situazione creatasi nel corso della ritirata verso nord:

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“L’intero Gruppo di Armate, che ormai non aveva pi√Ļ carburante ed era praticamente immobilizzato, si disintegr√≤. L’OKW eman√≤ ordini per una ritirata verso le pendici meridionali delle Alpi, ma ormai era troppo tardi.

Il Comando supremo si era diviso, e il 26 aprile diramava appelli invocanti “una fanatica determinazione al combattimento” e “una resistenza fanatica”, ma ormai non c’era pi√Ļ nessuno ad ascoltarli. Anche le esortazioni a concentrarsi sul bastione della “Ridotta alpina” non avevano ormai pi√Ļ legame alcuno con la realt√†”.

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I sentimenti del soldato tedesco a riguardo sono ben rappresentati dalle parole del berlinese Kurt Baden, caporale nel 2¬į Battaglione granatieri, 9¬į Reggimento, della 26¬™ Divisione corazzata:

“Sebbene ad un’analisi obiettiva della situazione militare generale e delle condizioni sul fronte italiano non sia possibile trarre alcun vantaggio n√© da un’ulteriore difesa contro agli angloamericani n√© da una ritirata, tutti i comandanti continuano a dirigere verso nord i resti dei loro reparti, nonostante la resa incondizionata sia ormai cosa fatta.

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Nessuno riesce a decidersi, nessuno riesce a compiere quel gesto drastico che permetterebbe di porre fine al continuo logoramento delle masse che fluiscono continuamente verso il Brennero. Solo Dio sa se ciò dipenda dalla scarsa informazione dei responsabili, o dalla loro incapacità di agire autonomamente dopo che la loro libertà di scelta è stata così a lungo soffocata dal comando superiore, o se invece continuano a credere nella possibilità di proseguire la guerra in Italia; ad ogni modo qui non si muove niente.

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E intanto i fanti vengono continuamente soppressi da bande partigiane”. Dalle parole del giovane caporale emerge chiaramente quanto i combattimenti dei giorni precedenti e la ritirata abbiano logorato la truppa. “Secondo il nostro comandante una capitolazione del 9¬į Reggimento granatieri corazzati √® fuori da ogni questione.

A tal proposito tuttavia si deve considerare che per un soldato scelto che si trovi in un reparto di una compagnia leggera che ha subito continuamente pesanti perdite, carico di MG e relative munizioni, che ha marciato combattendo dal Senio fin oltre il Po, spesso senza dormire, spesso senza sufficienti rifornimenti, stremato fisicamente e psicologicamente, non basta una vecchia e gloriosa tradizione militare a far s√¨ che alla fine non collassi”.

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Mentre i tedeschi si ritirano disperatamente, gli Alleati hanno ormai raggiunto l’Adige: il 13¬į Corpo dell’8¬™ Armata britannica supera il fiume ad ovest di Badia Polesine, il 4¬į e il 2¬į Corpo della 5¬™ Armata americana lo oltrepassano nella zona di Legnago e Verona.

Le avanguardie corazzate del 351¬į Reggimento dell’88¬™ Divisione fanteria sono gi√† penetrate nella citt√† scaligera la sera precedente: a quel punto il 350¬į Reggimento svolta verso est sull’asse Verona-Vicenza.

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A muoversi per primo √® il 1¬į Battaglione che, dopo aver sostato a Raldon, varca il fiume Adige in direzione di S. Martino Buon Albergo utilizzando come trasporto un vecchio barcone. Lo seguono il 2¬į Battaglione, che da Nogara procede fino alla zona di Musella, ed il 3¬į, che ingaggia uno scontro a fuoco coi tedeschi oltre S. Martino.

L’avanzata della fanteria √® agevolata dal contributo delle formazioni partigiane, gradito agli americani che non dispongono ancora di gran parte delle loro forze corazzate, rimaste dietro l’Adige.

Per muoversi il 2¬į Battaglione, fatto insolito nella condotta di guerra americana basata fortemente sul trasporto meccanizzato, cerca di arrangiarsi utilizzando un gran numero di biciclette requisite, poi abbandonate nei pressi di S. Martino per ordine superiore.

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Quando il colonnello Fry, assistente del comandante dell’88¬™ Divisione, raggiunge la fanteria in movimento, lancia un messaggio d’incitamento al maggiore Woodbury, comandante del 752¬į Battaglione carri: “Fai attraversare i carri, se puoi, e dopo spingiti verso est lungo la Strada nazionale 11 finch√© non ci prendi”.

Verona viene raggiunta nel primo mattino anche dall’85¬™ Divisione fanteria e dalla 10¬™ Divisione da montagna. L’85¬™, che nelle ore precedenti √® transitata per diversi paesi del Mantovano e Veronese (Nosedele, Gazzo, Castel D’Ario, Castelbelforte, Erb√®, Trevenzuolo, Fagnano, Vigasio), punta infine sul capoluogo scaligero con il compito di attraversarlo e rendere sicura la zona a nord dell’abitato.

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Il 1¬į Battaglione del 339¬į Reggimento fanteria penetra nei sobborghi della citt√† alle 8.15 dopo aver tagliato due strade importanti, la n¬į 62 e la n¬į 11, che portano a Verona da sudest e da ovest. I “Custermen” riescono a passare sopra il ponte ferroviario sull’Adige, pesantemente danneggiato dall’aviazione alleata, attraversandolo a piedi sulle traversine incurvate ma non ancora crollate.

La ricerca di qualche altro ponte sull’Adige d√† un parziale risultato a Settimo, nelle vicinanze di Pescantina, dove viene rinvenuto un piccolo traghetto, grande abbastanza per sostenere una Jeep, che viene portato lungo il fiume dalla forza della corrente con il controllo di un cavo: assieme a qualche barca italiana e ai pochi mezzi d’assalto disponibili consente al Reggimento di passare l’Adige senza troppo ritardo sulla tabella di marcia.

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Nel pomeriggio anche elementi del 338¬į e 337¬į Reggimento (2¬į Battaglione) fanno il loro ingresso in citt√†, posizionandosi con il 339¬į lungo un arco di difesa che va dalla periferia ovest a quella di nordest. Anche alcuni elementi della 1¬™ Divisione corazzata e della 91¬™ Divisione fanteria transitano per la citt√† in quelle ore.

Nel corso della notte le truppe si spostarono verso le colline e le fortificazioni della Linea Veneta abbandonate dai tedeschi a nord dell’Adige. Nei giorni seguenti pattuglie e piccole Task Force furono inviate a perlustrare l’area, trovandosi ben presto a camminare su montagne innevate.

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Gli uomini dell’85¬™ incontrarono raramente forze nemiche durante queste puntate: in compenso si imbattevano di frequente nei partigiani, definiti dei “duri”, che continuavano a portare loro gruppi di tedeschi prigionieri e che consegnarono agli americani un’intera stazione radio catturata sul monte Castelberto.

Nelle mani dei “Custermen” caddero inoltre centinaia di lavoratori militarizzati: cechi, jugoslavi, turchi, polacchi, russi, austriaci e italiani che nei mesi precedenti erano stati impegnati nel fortificare le montagne a nord della citt√†.

Praticamente nello stesso momento dell’azione dell’85¬™, alle 8.20 del mattino, entra a Verona il 2¬į Battaglione dell’86¬į Reggimento da montagna, rastrellando con decisione alcuni quartieri cittadini.

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Anche i “Mountaineers” si trovano di fronte ad una citt√† dove ampie zone mostrano i segni dei bombardamenti: colpiscono gli americani le scritte che si vedono sui muri di alcuni edifici distrutti, “Opera dei liberatori”.

Rapidamente i genieri individuano il ponte meno danneggiato fra quelli sull’Adige e si mettono al lavoro per ripristinarlo, mentre alle finestre vengono issate decine di bandiere italiane e i partigiani prendono prigionieri fascisti e tedeschi sbandati, che portano agli americani:

“Un gruppo condusse alla Compagnia K un uomo vestito con abiti italiani sospettato di essere tedesco. Il sergente Edward Melvin disse “Alzati!” in tedesco. L’uomo obbed√¨, e fu portato immediatamente all’accantonamento per i prigionieri di guerra”.

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Nelle stesse ore al 1¬į Battaglione dell’86¬į Reggimento viene affidata la missione di passare l’Adige con i carri, i cacciacarri e l’artiglieria, installare una testa di ponte sulla sponda opposta e prendere Bussolengo.

Il passaggio del fiume inizia alle 11, sotto il comando del maggiore Green: una volta ricomposta la colonna corazzata si lancia verso l’obiettivo, dove vengono catturati diversi prigionieri. Quando il Battaglione si accampa, per la prima volta dopo settimane non vengono scavate delle buche difensive.

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Il 3¬į Battaglione dell’86¬į Reggimento √® stato ancora pi√Ļ rapido dei colleghi del 1¬į e 2¬į: lanciato sulla direttrice di Verona in una rapida corsa durata tutta la notte, ne ha raggiunto la periferia alle 6 del mattino. Racconta David Brower:

A quell’ora diversi ponti di Verona furono fatti saltare dai tedeschi in fuga, in un’esplosione cos√¨ tremenda che si potevano vedere le onde d’urto che si allargavano in cerchi concentrici e si espandevano velocemente sulle nuvole, dopodich√® una colonna di polvere e fumo a forma di fungo comparve nel cielo. Quando raggiungemmo lo scalo di smistamento della ferrovia ci si present√≤ una visione macabra.

All’incrocio principale un certo numero di autocarri nemici erano sparsi in disordine. Un autocarro, carico di munizioni ed esplosivi, stava bruciando incontrollatamente con una bellissima “esibizione” di razzi segnaletici e fumi colorati. Sulla strada vicino agli autocarri c’erano dei corpi; alcuni erano smembrati malamente, altri erano carbonizzati e immobili, e pochi si stavano ancora lamentando e contorcendo.

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Un ufficiale tedesco, accecato dal sangue, era disteso sulle macerie con le mani su una ferita pulsante sul suo torace. Dei tetri tedeschi del soccorso – perlomeno indossavano la croce rossa – non l’avrebbero toccato se non gli fosse stato ordinato dal capitano Meincke, il medico del Battaglione, che quando arriv√≤ sulla scena proruppe in un’efficace invettiva in tedesco.

Evidentemente gli sfortunati crucchi erano rimasti intrappolati in citt√† quando i loro genieri avevano demolito i ponti sul fiume Adige, ed ebbero quindi la sventura di essere sorpresi da alcuni cacciacarri dell’88¬™ Divisione, che si era fermata alla periferia della citt√†. Sulla parte opposta della strada i nostri veicoli furono fermati ad un sottopassaggio bloccato e fummo obbligati a deviare attraverso i campi, che le bombe avevano trasformato in una distesa di veicoli accartocciati e binari attorcigliati.

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Frattanto gli elementi appiedati della Compagnia L erano entrati nella citt√† e avevano fatto un inventario dei ponti (un ponte traballante fu escluso). Presto l’intero Battaglione era all’interno delle mura cittadine, dove stava cacciando i pochi crucchi rimasti. Alcuni erano camuffati da civili, ma i partigiani armati vigilavano”.

Brower e compagni fanno diretta conoscenza dell’entusiasmo della popolazione:

“Gli italiani, nelle vie e nelle piazze millenarie, ci accolsero con un entusiasmo quasi imbarazzante. Ad ogni stop momentaneo i veicoli venivano sommersi da civili che ridevano, piangevano e cantavano.

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Le strade erano ricoperte di fiori e sui palazzi erano appese bandiere colorate; le terrazze quasi cedevano sotto il peso delle persone. Una signora anziana, piangendo con gioia, stava cantando “America” rivolta verso una Jeep carica di uomini; non conosceva altro in inglese. Le campane delle chiese suonavano incessantemente.

I muri dei palazzi furono coperti da scritte come “Liberate” , e “Vive Americani” [testuale]. Ovunque si potevano vedere i danni dovuti alle esplosioni. Le finestre erano rotte e gli edifici lungo il fiume erano crollati per gli spostamenti d’aria. Le strade entro mezzo miglio dal fiume erano ricoperte dalla polvere dei ponti distrutti.

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Il momento pi√Ļ emozionante della giornata arriv√≤ quando il sindaco di Verona usc√¨ sul balcone del municipio per proclamare che la guerra era finita. Era cos√¨, pensavamo. Tutti impazzirono, compresi i soldati. Le armi sparavano in aria e la gente ballava per le strade, bevendo vino o qualsiasi cosa fosse disponibile. Il festeggiamento dei GI cess√≤ presto quando si scopr√¨ che il sindaco si stava riferendo solo alla guerra di Verona.

Comunque, non ci sentimmo demoralizzati. Verona era una bella citt√†, piena di vino e di ragazze amichevoli, alcune delle quali erano ben vestite e abbastanza pulite, al contrario delle ragazze contadine del lontano sud. C’erano poche truppe che non si erano organizzate per dormire in case private” .

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I soldati del 3¬į Battaglione da montagna non ebbero per√≤ il tempo di godersi le piacevolezze cittadine:

“Sentimmo che l’88¬™ Divisione, del 2¬į Corpo d’Armata, aveva preso Verona, ma a causa di una confusione nelle linee di confine delle avanzate sulle mappe dei Quartier generali dei Corpi, ci era stato affidato il lavoro. Comunque l’errore era stato trovato e poteva essere corretto.

Loro erano dispiaciuti. Noi fummo fatti sloggiare e l’88¬™ fu fatta entrare. Assieme agli alloggi – e al bottino, diciamo, di guerra – si presero gli onori per la liberazione della citt√†.

Alle 18 caricammo i nostri equipaggiamenti, lasciammo la citt√† sui nostri veicoli e arrivammo in un’area bivacco nei campi appena fuori Bussolengo, a poche miglia da Verona, dove a mezzanotte finalmente ci coricammo sotto il cielo aperto. Pioveva”.

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Nel frattempo da Villafranca, dove ancora non sono cessate le esplosioni dei depositi di munizioni fatti saltare dai tedeschi, si mette in moto il 2¬į Plotone della Compagnia C, 1¬į Battaglione, 85¬į Reggimento da montagna: il reparto, autocarrato, deve andare in missione verso nord per controllare l’ennesimo ponte sull’Adige, a nord-ovest di Verona.

Il sergente Kenyon Cooke, entrato in citt√† al mattino presto per procurarsi del pane dopo la presa dell’aeroporto il giorno prima, assiste alla partenza dei compagni, festeggiati calorosamente dagli abitanti di Villafranca.

“Chiedemmo ad una donna sull’uscio di una casa dove potevamo trovare del pane. Si tuff√≤ dentro e usc√¨ con una mezza dozzina di pezzi di pane per noi. Di l√¨ a poco altre donne lungo la strada ci notarono e arrivarono correndo con altro pane. Volevano tutte che ne prendessimo. Furono molto sorprese quando demmo in cambio sigarette e dolci.

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Il marito della prima signora ci invit√≤ dentro a mangiare qualcosa. Quindi facemmo una colazione deliziosa con vino, salame e pane. Pi√Ļ tardi visitammo la chiesa e controllammo un piccolo deposito di munizioni.

Quando ritornammo ci dissero che la citt√† era off limit. Il resto del giorno lo passammo riposando in giro e parlando. [‚Ķ] Prima del giorno in cui prendemmo Villafranca avevamo potuto dormire solo 12 ore in 4 giorni, per cui il riposo fu molto ben accetto”

Pi√Ļ tardi ha modo di sapere che la sortita non ha avuto successo:

“Nel pomeriggio arrivarono i rapporti del 2¬į Plotone.¬†I crucchi gli avevano fatto saltare in faccia il ponte, ma i ragazzi avevano falciato una colonna in ritirata e presi prigionieri tutti quelli che potevano. Purtroppo un Panzerfaust tedesco aveva ucciso il soldato scelto Francis Kellogg e ferito il sergente Kristen Jacobsen e i soldati scelti John Dann e Robert Wilson. Kellogg era sposato, ma non credo avesse dei figli. Sembr√≤ cos√¨ inutile che morisse quando la fine era cos√¨ vicina”.

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Lo stato d’animo degli americani, a quel punto della campagna, √® ben rappresentato dalle parole conclusive di quella giornata: “Quella notte pioveva. Bruce ci venne a trovare, Eric Willson si ubriac√≤ con il K√ľmmel e tutti ci sentivamo bene, tranne quando guardavamo alle Alpi innevate non cos√¨ distanti verso nord. Ora la domanda ricorrente era: “Perch√® quei bastardi non si arrendono?””.

Le acque del Brenta
Anche una parte del 1¬į Fallschirmkorps, nelle primissime ore del 29 aprile, sta attraversando il nord-ovest della provincia di Padova, divenuto un crocevia di tedeschi, americani e partigiani: si tratta soprattutto di gruppi del 4¬į Reggimento della 1¬™ Divisione.

Il 1¬į Battaglione, comandato dal maggiore Gerhard Pade, oltrepassa la rotabile che unisce Vicenza e Padova e si ferma circa 4 km prima di Villafranca Padovana, in cerca di un passaggio dove attraversare il fiume Brenta.

Gli esploratori rilevano che il ponte di Curtarolo √® fortemente presidiato da partigiani, i quali hanno in appoggio anche armamento pesante, e che tutti i militari tedeschi in transito vengono bloccati e disarmati sull’argine occidentale.

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I paracadutisti si allontanano e cercano un varco pi√Ļ a sud, trovandolo a Limena. Il fiume viene attraversato alle 6 del mattino grazie anche a due “banditen” che sono stati presi in ostaggio e messi in testa alla colonna, quindi la marcia prosegue fino a S. Giorgio in Bosco, dove viene effettuata una sosta.

La strada da Cittadella a Padova √® percorsa da forti contingenti di truppe e mezzi corazzati nemici: verso sera il 1¬į Battaglione, appreso che anche “Cittadella pullula di partigiani”, riprende la marcia in direzione di Resana, nel Trevigiano.

Cos√¨ recita la Cronaca della 3¬™ Compagnia del 4¬į Reggimento sull’attraversamento di una sconosciuta localit√† della zona durante le ore notturne: “Rumore di combattimenti, ingorghi creati dai veicoli e soldati che ritornano indietro lasciano intendere che il paese √® occupato dai partigiani. Il 1¬į Battaglione si prepara all’avanzata”.

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Un cannoncino antiaereo quadrinato mette sotto tiro un campanile distante circa 400 metri nel quale si sono stabiliti i partigiani. Una campana colpita da un proiettile si lamenta spettralmente nella notte. Il “Kamfgruppe Pade” monta sui veicoli e marcia equipaggiato e pronto al combattimento, con le armi pronte a fare fuoco, attraverso il paese.

Ancora una volta si tratta di un modello esemplare di come procedere che si ripet√© innumerevoli volte in quei giorni: un’azione determinata e impavida sotto una guida severa ed un agire comune permettono che possa aver successo la marcia attraverso quei luoghi, cosa che sarebbe invece una fine sicura per il singolo soldato o per i manipoli privi di guida”.

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Nel frattempo i resti del 2¬į Battaglione del 4¬į Reggimento, che hanno aggirato Vicenza passando ad est, raggiungono il Brenta nei pressi di Cittadella; le compagnie sono state fuse assieme sotto il comando del sottotenente Vitali.

Il punto di attraversamento del fiume è occupato da ingenti forze nemiche: veicoli in fiamme o distrutti da colpi di arma da fuoco chiudono la strada della ritirata, mentre una violenta sparatoria proviene dalla sponda orientale.

Constatato che non √® possibile riuscire a passare senza l’appoggio di armi pesanti, il “Kampfgruppe Vitali” ripiega lungo il Brenta verso nord in direzione di Bassano: anch’essa per√≤ √® nelle mani dei partigiani, tanto che si √® formata una colonna di riflusso in uscita dalla citt√†.

Si tenta allora di aggirare il blocco conquistando l’altra sponda: un cannone antiaereo quadrinato su un affusto semovente, caduto in mani nemiche, viene messo a tacere, mentre i partigiani ripiegano coperti dal fuoco delle proprie mitragliatrici.

Some Luftwaffe and RSI auxiliaries being in a track of the 13th allied patrol heading to a prison camp. Brescia, April 1945

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Il colpo di mano fa sì che al Kampfgruppe si unisca un notevole numero di soldati sbandati. Dopo aver guadato il Brenta i Fallschirmjäger devono affrontare nei sobborghi di Bassano scontri casa per casa contro tiratori partigiani appostati alle finestre e sui tetti.

A nord della città il Kampfgruppe può fare una pausa: gli uomini, esausti, riposano dopo aver messo in sicurezza i fianchi. Altri attacchi partigiani vengono respinti .

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Racconta il maresciallo Simon, della 13¬™ Compagnia del 4¬į Reggimento paracadutisti:

“Si procedette verso Legnago e Vicenza. A Cittadella ci fu intimata la resa da parte dei partigiani che avevano occupato la cittadina. Poich√© questi signori erano piuttosto vigliacchi, riuscimmo a cavarci d’impiccio sani e salvi.

Poi presso Bassano attraversammo il Brenta con l’acqua che ci raggiungeva il torace e procedemmo verso Primolano, a bordo soprattutto di piccole carrozze mentre i mezzi corazzati americani sull’altra sponda del fiume tentavano di colpirci”.

Nella stessa zona transitano grossi nuclei della 26¬™ Divisione corazzata, che ha per obiettivo Montebelluna e Feltre. Frazioni disperse del 9¬į Reggimento granatieri corazzati proseguono lungo diverse direttrici a sud-ovest di Cittadella.

Il comandante, il tenente colonnello von Hohenhausen, si trova a condurre i resti del 1¬į Battaglione e della Compagnia di Stato maggiore, ma ha perso ogni collegamento col Comando tattico della Divisione, dal quale giunge in quelle ore l’ordine del generale von Graffen di spostarsi nella zona a nord di Trento per bloccare l’avanzata delle forze corazzate nemiche spintesi nell’area del Comando della 14¬™ Armata.

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Von Graffen non sa che il Comando della 10¬™ Armata ha ordinato l’impiego della 26¬™ Divisione per rendere sicuro il passaggio ai valichi del Bellunese: il fraintendimento complica ulteriormente la caotica marcia verso nord della Divisione, che prosegue dunque su due direttrici principali. Scrive il caporale Kurt Baden del 2¬į Battaglione:

“I pi√Ļ fortunati viaggiano su qualche veicolo, fino a quando la benzina non √® esaurita. E quindi si prosegue a piedi o con una bicicletta sgraffignata a qualcuno. Si marcia a migliaia giorno e notte sulle strade sovraffollate.

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Ognuno cerca di restare unito ad un gruppo consistente, perch√© da soli si √® per lo pi√Ļ spacciati. Quasi tutti hanno fame, dal momento che solo di rado si trova qualcosa di commestibile, anche perch√© il ritmo di marcia √® frenetico e le veloci unit√† nemiche ci stanno continuamente alle calcagna”.

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Baden ha ripreso per l’ennesima volta la ritirata all’una del mattino.

“Heinz H√§rtel viaggia di nuovo in testa. Kurt Gerhard ha riempito velocemente la sua borraccia di vino rosso. Siede alla mia destra sulla panca del barroccio. Trangugiamo entrambi un altro discreto sorso dalla bottiglia e poi gli cedo le briglie e il frustino. Viaggiamo al centro del convoglio.

Alla nostra sinistra vedo Preuß e Alt che sgambettano sulle biciclette che hanno sgraffignato; poi mi addormento. Dal momento che dormo non mi accorgo che questo viaggio notturno si svolge per ore su strade solitarie.

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A parte la nostra colonna, non c’√® nessun altro per strada in questo tratto. Attraversiamo paesi che sembrano disabitati. Non si muovono n√© automobili n√© camion, tutti evitano di passare di notte attraverso zone infestate dai partigiani. In lontananza si vede il contorno delle montagne che si innalzano verso il cielo.

Ogni tanto si vede nelle immediate vicinanze qualche raggio di luce. Tutto è avvolto in una quiete quasi spettrale. Nei fossati lungo le strade giacciono camioncini bruciati e ai bordi delle strade vi sono veicoli abbandonati dai conducenti. Non dobbiamo ormai essere ancora molto lontani dal Brenta quando la colonna si ferma improvvisamente.

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A circa 150 metri da noi un veicolo √® in fiamme. Il comandante del nostro convoglio e i portaordini Weber e M√§nnel vanno avanti per vedere se la strada √® libera”.

Baden si addormenta ben presto sul carro dove ha trovato posto, che finisce dritto in un’imboscata nei pressi di Gazzo:

“Mi sveglio solamente con il fuoco delle mitragliatrici e le urla dei feriti. Kurt Gerhard mi mostra la sua mano che √® stata colpita da un proiettile e poi se la svigna. E io, nato con la camicia, ho avuto una fortuna sfacciata ancora una volta; sebbene gli sedessi davanti, non sono stato colpito. A circa 500 metri da noi si trova un veicolo in fiamme.

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Nel bagliore del fuoco vedo che tutti i nostri uomini se la danno a gambe senza preoccuparsi dei feriti. Riconosco la figura del nostro comandante che mi corre davanti, pistola in pugno; l’elmetto gli √® scivolato sulla nuca. Scendo dal barroccio – il cavallo non √® stato ferito – giro il carro e con la mano aperta batto sul fianco dell’animale che trotta verso la strada.

A 300 metri a sinistra della strada, verso nord, c’√® una muraglia. Da l√† continuano a sparare sulla nostra colonna le due mitragliatrici. I proiettili traccianti mi fischiano nelle orecchie. Alcuni cavalli, che apparentemente sono stati colpiti, giacciono al suolo davanti ai carri abbandonati.

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A destra della strada c’√® un fossato e dietro una siepe ad altezza d’uomo. Vado in copertura nel fosso; l√† vi sono gi√† cinque uomini del nostro convoglio. Sull’altro lato della strada, a circa venti metri da noi, i feriti giacciono urlanti su un campo sotto il fuoco delle mitragliatrici. Li chiamo. Sono Preu√ü e Alt, i nostri due ciclisti.

Chiedo loro dove sono stati colpiti. Preu√ü grida: “Alla gamba!”. Alla mia domanda: “E Alt ?”, mi giunge una risposta, ma nello stesso momento la mitragliatrice crepita lass√Ļ un’altra volta e non riesco a capire esattamente se abbia gridato “anche” o “pancia” [anche = Auch, pancia = Bauch]. Dico che li andr√≤ a prendere.

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Sebbene la mitragliatrice continui a sparare, faccio rialzare un cavallo e metto le briglie in mano ad uno degli uomini che giacciono nel fosso con l’ordine di far star fermo il cavallo. Voglio infatti riportare indietro i feriti con il carro. Non gli pu√≤ accadere nulla, poich√© nel profondo fossato √® al sicuro dal fuoco delle mitragliatrici. E poi corro fuori.

Mi sento troppo allegro ed euforico per aver paura. E inoltre sono fermamente convinto che il buon Dio stenda la sua mano protettrice sopra di me se sto andando a recuperare un ferito. Intanto acchiappo Preu√ü che √® pi√Ļ vicino.

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Dei compagni che erano nel fossato non mi ha seguito nessuno, come in fondo c’era da aspettarsi. Ma che intanto il cavallo se ne sia scappato, perch√© il tipo che avevo lasciato nel fossato ha abbandonato la briglia quando le mitragliatrici avevano ripreso a sparare e io me ne correvo indietro con Preu√ü sulla groppa, questo mi fa uscire dai gangheri.

Appoggio il ferito nel fossato e mollo un cazzotto in faccia a quel cane codardo. Quindi impartisco ad Halusa l’ordine di andare a recuperare Paul Alt assieme ad un altro uomo, mi prendo nuovamente Preu√ü sulle spalle e corro verso il fossato.

Sta soffrendo e ha anche un po’ di paura di beccarsi una delle pallottole che prima l’avevano mancato, visto che ora la mitragliatrice ha ripreso a sparare. Arriviamo comunque sani e salvi fino alla casa pi√Ļ vicina”.

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Continua la testimonianza di Kurt Baden:

“Quelli che erano al riparo nel fossato mi sono corsi dietro. In un fienile mi occupo finalmente di Preu√ü. √ą ancora buio ma per fortuna qualcuno ha una lampada da tasca a dinamo con s√©. Tutto il polpaccio √® strappato, l’arteria √® stata colpita e tutta la gamba del pantalone √® intrisa del sangue traboccante e viscido che si sta coagulando.

Ma Willi, gi√† mentre era steso sul campo, aveva stretto la coscia con la sua cintura. Ho appena finito di fasciarlo quando arriva Horst Halusa dicendo che vuol lasciare Paul Alt l√† sul campo perch√© ormai √® destinato a morire [Paul Alt non ha fatto ritorno a casa]. “Fesserie”, dico, e mi preparo.

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I ragazzetti non sono duri a sufficienza per questo tipo di situazioni. √ą gi√† successo che un ferito abbia urlato mentre lo si recuperava, ma poi √® sopravvissuto”

Il caporale dei granatieri ritorna subito dopo sul luogo dell’agguato assieme ad un compagno: c’√® ancora un ferito da recuperare. L√¨ scopre che l’attacco non √® opera di truppe regolari, ma di partigiani:

“Halusa √® un ragazzo fantastico, mi segue spontaneamente quando vado a prendere Alt. Su mia indicazione prende in prestito il mitra da un paracadutista sbandato che si √® trovato tra di noi. Quindi corriamo, sempre lungo il fossato, fino al punto in cui il nostro convoglio si √® trovato sotto il fuoco nemico.

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√ą ancora piuttosto buio, ma al bagliore del camioncino in fiamme vediamo il nostro carro. Alcune figure si muovono tra i veicoli. Non sono soldati. Ora siamo a circa 25 metri di distanza. Voglio sparare col mitra nel mucchio per poi andare a recuperare il ferito.

Penso che Halusa percepirà quando sarà il momento giusto. Poiché non avevo calcolato di entrare in contatto diretto col nemico, sono corso fuori senza caricare il mio mitra. E ora questo mi costa caro. Proprio nel momento in cui voglio tirare indietro la molla del caricatore, ad un metro da me, dietro la siepe, sento il rumore secco del caricatore di un altro mitra.

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Se ora carico la mia arma, è garantito che il tipo dietro la siepe mi caccia tutto il caricatore in pancia visto che ad una distanza così ravvicinata non è possibile sbagliare. Eccoci caduti due volte nello stesso tranello. Non mi sono mai trovato nei guai fino al collo come questa volta. Se vogliamo uscirne incolumi dobbiamo fare estrema attenzione.

Halusa √®, vicinissimo, dietro di me. Gli faccio un cenno e ce ne torniamo con cautela indietro. Che da dietro la siepe non abbiano iniziato a sparare √® veramente un miracolo. Siamo afflitti per non aver potuto recuperare Paul Alt, ma allo stesso tempo dovremmo essere contenti di essere riusciti a toglierci dai guai”.

Ancora il caporale Baden:

“Quando facciamo ritorno al nostro gruppo si sta ormai facendo giorno. Willi Preu√ü dice che lo dobbiamo lasciare l√¨ e che di sicuro sarebbe arrivato qualcuno che si sarebbe occupato di lui. In nessun modo possiamo portarlo con noi, non reggerebbe, e chiss√† quando avremmo trovato un posto di medicazione.

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Ritroviamo il nostro carro che se n’era andato per conto suo. Poi salta fuori un italiano con una fascia della croce rossa sulla manica della sua giacca da civile. Molto probabilmente √® un sanitario dei partigiani. Ma questo non ha pi√Ļ nessuna importanza, ora.

Gli regalo il carretto in cambio della promessa di portare Willi Preu√ü da un medico [Nel luglio del 1955 ricevetti una lettera da Preu√ü. L’uomo mantenne la sua parola e lo port√≤ in un posto di medicazione degli americani]. Ci fa la proposta di deporre le armi e di consegnarci prigionieri ai partigiani. Rifiutiamo.

Il posto si chiama Gazzo e si trova ad ovest del Brenta, circa 25 km a sud di Bassano del Grappa. Poi arriva una squadra di paracadutisti. Hanno con s√© il mio piccolo ronzino fumante con il barroccino, ma hanno gettato via le mie cose gi√† da un po’ e per questo non mi sforzo neanche tanto per riavere il cavallo e la piccola carrozza. Ci congediamo da Willi Preu√ü. Gli prometto di avvisare i suoi famigliari. Quindi proseguiamo la nostra marcia verso il Brenta”.

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Il giovane caporale riprende il cammino verso il Brenta, raggiunto e attraversato qualche ora dopo in una località non precisata. Durante la marcia Baden si imbatté in alcuni camerati che apparentemente erano sul punto di arrendersi:

“Sono ancora con me Hugo J√ľrs, Horst Halusa, Paul Klement, Erich Rupp, Albert K√∂bler, Martin Stein, Oswin M√§nnel, Josef Karger, Konrad Przybilla, Will Hoffmann e Gustav Siel che si sono uniti a me nel corso della mattina.

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Questi uomini provengono da diversi gruppi di mortaisti e possiedono solo ci√≤ che avevano con s√© al momento dell’attacco. Solo Klement si porta ancora dietro lo zaino con la radio, che comunque fa affondare ben presto in un ruscello.

√ą nostra intenzione raggiungere quanto prima la nostra Compagnia, se possibile indipendentemente da altre unit√†. Quando ripassiamo il luogo dell’attacco notturno, i cavalli e i carri sono spariti dalla strada e anche Paul Alt non giace pi√Ļ sul campo.

Incontriamo un gruppo di genieri che a quanto pare sta facendo l’appello delle armi sotto il controllo di un sottotenente anziano. Fucili, pistole e mitra sono ben allineati su un tavolo all’aria aperta. Sono tutti uomini di una certa et√†. Chiedo al sottotenente se ci pu√≤ dare un MG, qualche fucile e delle munizioni.

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Dapprima risponde di s√¨, ma poi diventa improvvisamente contrario all’idea. Noi proseguiamo. Per strada Klement mi fa notare che la “squadra dei vecchi signori” aveva con s√© una bandiera bianca e che le armi erano state messe in cos√¨ bell’ordine per cederle ai partigiani, affinch√© questi potessero far fuori ancor pi√Ļ facilmente i nostri camerati”

“Proseguendo nella marcia vediamo pi√Ļ volte dei fanti tedeschi, impiccati a degli alberi dai partigiani. Quindi arriva il sottotenente B√∂er con una Croce di Ferro di 1¬™ Classe nuova di zecca sulla sua giacca.

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Per un tratto marciamo assieme agli uomini del 67¬į Reggimento granatieri [sempre della 26¬™ Panzerdivision], dai quali veniamo a sapere che la Divisione si raduna a Belluno. Davanti al Brenta si trova un camion del nostro Battaglione sul quale sono stati caricati tre fusti di burro. Halusa √® un tipo in gamba e riempie le sue stoviglie di burro.

Il ponte sul Brenta √® stato distrutto. La parte centrale della costruzione in metallo √® immersa in acqua. Centinaia di fanti raggiungono l’altra sponda del fiume strisciando come formiche sui travi che pendono di traverso. Tutto questo tuttavia √® faticoso e fa perdere molto tempo.

E poich√© i primi cacciabombardieri gi√† compaiono all’orizzonte, seguiamo l’esempio della maggior parte dei nostri compagni e guadiamo il fiume, che in questo punto √® molto largo e cos√¨ impetuoso che dobbiamo tenerci stretti l’un l’altro per non cadere.

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In mezzo al fiume l’acqua ci arriva fin sopra la pancia. Raggiunta l’altra riva del fiume, strizziamo calzini e pantaloni e proseguiamo la marcia con gli uomini della 4¬™ Divisione paracadutisti” .

Anche un altro gruppo di camerati di Baden, appartenente alla colonna e sbandato dal violento agguato notturno dei partigiani, riusc√¨ a raggiungere l’altra sponda:

“Quando il convoglio fu attaccato di notte e i proiettili traccianti fischiavano sopra e sotto il suo carretto, il caporale Anton Reichhold sente che non sarebbe uscito vivo da quell’incantesimo di fuoco.

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I feriti urlano, tutti gli uomini scappano via dai carri, alcuni verso i campi. I cavalli – alcuni feriti in brutto modo – corrono all’impazzata. Albert K√∂bler, che sedeva a cassetta a fianco a Reichhold, √® sparito. Nonostante il fuoco furioso di mitragliatrice, Toni torna indietro al galoppo e, una volta al riparo, aspetta di vedere cosa accade.

Dopo un po’ tornano anche il sergente Krauter e D√∂nicke con un carretto, e poi, con un barroccino, il caporale Schneider, Leonhard, Bogdanski, Ludewig e l’uomo che abbiamo catturato dai partigiani e al quale erano state restituite le armi per ordine del sottotenente Hoffmann. Infine arrivano con un altro carretto anche Pietsch e Schmandzich.

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Reichhold vorrebbe andare a recuperare i feriti perché teme che il suo amico Köbler sia stato colpito. Mentre i mitra continuano a sparare, non trova nessuno disposto ad andare con lui. Qualcuno propone di andare a prendere i feriti con un mezzo corazzato.

Quindi tornano indietro e incontrano le salmerie del 2¬į Battaglione, dove trovano il sottotenente Hoffmann e il maresciallo capo Schwarz. Non √® possibile tuttavia procurarsi un mezzo corazzato per il recupero dei feriti.

Tutti sono sgomenti. Intanto tra di loro si fa strada l’idea che i feriti e quelli che sono rimasti con loro siano gi√† caduti nelle mani dei partigiani. Proseguono quindi verso il Brenta, dapprima con i loro barrocci e poi con un veicolo.

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Su una trave del ponte di legno distrutto scivolano attraverso il fiume che scorre profondo sotto di loro e che molti fanti, immersi nell’acqua fino al collo, stanno guadando. Carretti impantanati e cavalli morti sono sparsi nel Brenta, mentre in alto volano in circolo i cacciabombardieri.

Reichhold √® contento quando raggiunge l’altra riva. Il gruppo al quale appartengono il sergente Krauter, Reichhold, D√∂nicke, Leonhard, Bogdanski, Harlak, Pietsch, Schmandzich e Schneider si unisce ai paracadutisti nella marcia verso nord, ma verr√† poi frammentato”.

Pi√Ļ tardi Baden aggiunge che il gruppo si trov√≤ circondato dai partigiani e che molti, mentre il tenente Kuhlmann stava trattando la resa, se la svignarono. Alla fine, comunque, diversi furono catturati e alcuni uccisi o feriti.

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Tra i feriti del 9¬į Reggimento granatieri Baden nomina anche il sottotenente Horst-Eckard B√§renwald della 7¬™ Compagnia, colpito da fuoco partigiano il 1¬į maggio 1945 all’uscita da Trento: un segno della grande dispersione della 26¬™ Divisione corazzata.

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