TRENTINO, DAL 1945 ALLA NUOVA AUTONOMIA – 5

a cura di Cornelio Galas

Siamo arrivati al 1948. “L’approvazione dello statuto di autonomia per la Regione Trentino-Alto Adige – scrive Armando Vadagnini (Trentino Cultura) su quell’immediato dopoguerra – venne accolta in Trentino senza trionfalismi. Tutti i partiti locali e l’opinione pubblica, con toni piĂą o meno accentuati, sottolinearono l’importanza dell’avvenimento, pur nella consapevolezza che da quel momento sarebbe iniziato un periodo di notevole impegno e di forte responsabilitĂ  per tradurre sul piano concreto l’autonomia appena conquistata”.

Trascorsi alcuni mesi in cui prevalse l’attenzione per i fatti nazionali, il 28 novembre si tennero le prime elezioni regionali, che videro in Trentino il successo della Democrazia Cristiana (57,64%) seguita dal Partito Popolare Trentino Tirolese (16,83%), una formazione politica nuova, nata nel luglio precedente dalla spaccatura interna del movimento asarino.

Luigi Menapace, presidente del Consiglio Regionale (arch. Rensi)

Luigi Menapace, presidente del Consiglio Regionale (arch. Rensi)

Il 13 dicembre si svolse la prima seduta del Consiglio regionale. Luigi Menapace (DC) venne eletto presidente dell’assemblea, mentre Silvius Magnago, uomo nuovo della Volkspartei, ricoprì l’incarico della vicepresidenza. I discorsi quel giorno furono brevi, ma carichi di tensione ideale e di buoni propositi.

Menapace ribadì più volte che il successo dell’esperienza autonomistica si sarebbe giocato sul rispetto reciproco e la collaborazione tra i gruppi linguistici presenti nella regione, richiamando una frase di Degasperi che aveva citato la Svizzera come modello da imitare.

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Silvius Magnago

Gli fece eco Magnago, che molto schiettamente si dichiarò disponibile alla collaborazione, purchè si facesse poca o nessuna politica, ma solo molta e buona amministrazione. “Wenig oder gar kein Politik, also viel, sehr viel Verwaltung und gute Verwaltung”, disse parlando in tedesco.

Il periodo successivo al secondo conflitto mondiale rappresenta per l’Italia un momento storico di grande importanza e vitalità. Da paese sconfitto, da nazione lacerata al proprio interno e con scarso prestigio sul piano internazionale, l’Italia riuscì in poco tempo a impostare validi piani di ricostruzione e a rientrare nel gioco diplomatico dell’Occidente, mentre sul terreno economico le riforme ispirate al criterio neoliberista della coppia di governo Degasperi-Einaudi (il primo presidente del Consiglio per quasi otto anni, il secondo ministro del Bilancio per tre anni) favorirono la ripresa.

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Alcide De Gasperi

Così già nel 1951, come ricorda l’esperto di storia economica, Giancarlo Galli, l’Italia riuscirà a recuperare il livello di reddito pro capite e un certo benessere diffuso che esistevano nel periodo prebellico, non solo prima dei paesi sconfitti come la Germania e il Giappone, ma perfino di altri paesi avanzati quali la Francia e la Gran Bretagna.

Anche nel Trentino, dopo l’approvazione del primo statuto dell’autonomia regionale, la ripresa economica venne appoggiata dall’ente pubblico. La prima Giunta regionale, nata nel gennaio del 1949, era composta da rappresentanti della Democrazia Cristiana trentina e della Volkspartei di Bolzano.

Tullio Odorizzi

Tullio Odorizzi

Il presidente, Tullio Odorizzi, si mise subito al lavoro per favorire lo sviluppo economico e sociale di una regione ancora per molti aspetti arretrata. Senza partire da studi teorici di programmazione, si puntò essenzialmente ad impiegare le risorse offerte dall’autonomia per accelerare i lavori della ricostruzione, appoggiando le piccole iniziative dei paesi, soprattutto nel settore agricolo, dove vennero creati o rimessi in funzione caseifici sociali, magazzini di frutta, cantine cooperative e altre forme di attività economica, per dare alla popolazione quel sostegno immediato di cui aveva bisogno.

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In seguito vennero realizzate anche opere di maggiore rilievo, tra le quali merita un accenno particolare l’Accordo preferenziale (“Accordino”) con il Tirolo e il Vorarlberg, che facilitava gli scambi di determinati quantitativi di prodotti e di merci.

Questo avvenne nel 1949 e giĂ  allora si parlò di avvenimento “sensazionale”, in quanto non solo recava benefici notevoli all’economia dei due paesi, ma rafforzava anche i rapporti di buon vicinato tra due popolazioni, secondo lo spirito dell’Accordo di Parigi.

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Sempre in campo economico, la Giunta regionale si impegnò a sfruttare adeguatamente le risorse idroelettriche, anche a costo di entrare in conflitto con le grandi società private nazionali, Montecatini ed Edison in testa. Fu così che la prima legge approvata dal Consiglio regionale il 4 febbraio 1949 fissò un’imposta di dieci centesimi per chilowatt sulla produzione di energia elettrica nella regione.

Qualche mese dopo, inoltre, la Regione approvò il progetto della SIT (in gran parte controllata dal Comune di Trento e dalla Magnifica Comunità di Fiemme) per la costruzione di una diga sul torrente Avisio, respingendo quelli di altre importanti società nazionali.

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Una vasta serie di lavori pubblici, avviati dalla Giunta, rappresentò uno strumento idoneo per affrontare la grave piaga della disoccupazione. Furono aperti nuovi cantieri di lavoro per ricostruire i ponti sul fiume Adige, abbattuti durante la guerra, ed altre infrastrutture colpite dai numerosi bombardamenti. All’opera di ricostruzione portò il proprio prezioso contributo anche il “Consorzio della provincia e dei comuni” (risorto a Trento fin dal giugno 1946, dopo la soppressione voluta dal fascismo), che provvide ad accelerare le pratiche dei vari comuni per ottenere dallo Stato sovvenzioni e finanziamenti nell’attivitĂ  edilizia.

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Come eredità degli anni della guerra rimanevano ancora il mercato nero e l’aumento dei prezzi: due fenomeni negativi che colpivano la popolazione trentina e che la Giunta regionale si impegnò a combattere con ogni mezzo attraverso una politica di controllo sulla produzione di merci e di sostegno all’iniziativa privata.

Sotto il profilo politico, si può ben dire che le prime due legislature della Regione trascorsero in un clima di grande operositĂ , senza gravi conflitti. “Numerose volte – scrive lo storico Alfredo Canavero – le deliberazioni furono prese all’unanimitĂ  o con la sola opposizione dei rappresentanti missini. Le polemiche erano nel complesso contenute, anche se non mancarono momenti di attrito”.

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Queste polemiche si rivolsero in prevalenza contro i rappresentanti del governo centrale e la burocrazia, che frenavano la crescita dell’autonomia nella regione. Su questo fronte si trovarono uniti sia trentini che sudtirolesi, come pure i rappresentanti delle opposizioni: tutti insieme esprimevano anche gli orientamenti dell’opinione pubblica locale, in un momento storico in cui i partiti politici erano ancora capaci di svolgere un’azione mediatrice e di creare attorno ai loro programmi largo consenso, a volte sostenuto anche da una forte componente ideologica.

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Per questo motivo la vita delle istituzioni politiche locali era seguita con vivo interesse da parte della gente, che partecipò a varie manifestazioni pubbliche e ad altre iniziative promosse dai partiti e dalle amministrazioni autonomistiche.

Anche la stampa locale, pur in una veste editoriale dimessa, riusciva ad avere molti lettori tra la popolazione trentina, in quanto dava voce alle proteste dell’opinione pubblica e dell’ente regionale contro le lentezze del potere centrale e contro la burocrazia, che interveniva troppo spesso per rallentare un effettivo esercizio democratico dell’autonomia.

Articoli molto aspri, ad esempio, apparvero sulla stampa locale contro la commissione romana incaricata di definire le norme di attuazione dello statuto di autonomia, che soltanto nel luglio 1951 riuscì a varare una prima serie di norme, malgrado le molte insistenze e sollecitazioni anche da parte del Capo del governo Degasperi.

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Altro esempio del prevalere del centralismo romano era costituito dal comportamento del Commissario del governo, il quale negli ultimi mesi del 1949 rinviò ben sette delle nove leggi approvate dal Consiglio regionale, suscitando, come era naturale, vibrate proteste e indignazione in vari ambienti della società trentina.

Se dunque in quei primi anni della gestione autonomistica la lotta contro il centralismo statale riuscì a creare una notevole solidarietà sia all’interno del Consiglio regionale, sia tra la popolazione civile e le istituzioni pubbliche locali, altri problemi, al contrario, misero in evidenza le diversità ideologiche tra i partiti politici, anche se poi esse andavano ad incidere in maniera non molto pesante sull’opinione pubblica trentina, che rivelava una certa compattezza ed omogeneità.

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BenchĂ© i primi 25 anni del secondo dopoguerra, secondo la definizione dello storico inglese Eric J. Hobsbawm, abbiano rappresentato per il mondo occidentale “l’etĂ  dell’oro”, per la straordinaria crescita dell’economia e per un diffuso benessere sociale, tuttavia proprio in quel periodo il mondo precipitò in quella che può essere considerata a ragione come una terza guerra mondiale, sia pure di carattere particolare, ossia la cosiddetta “guerra fredda”, provocata da una precedente definizione delle sfere di influenza tra i paesi liberal-democratici dell’Occidente e quelli a sistema politico comunista dell’Est.

Si tratta di una situazione storica paradossale, in cui a un progresso economico e sociale corrispose la grande paura di uno scontro sempre possibile, anzi imminente, che avrebbe portato alla distruzione di tutta l’umanitĂ . Questo scenario veniva spesso delineato con toni apocalittici e ingigantito da motivazioni ideologiche, che dividevano il mondo sulla base di un perfetto “bipolarismo”, assegnando i ruoli dei buoni e dei cattivi a seconda dell’angolo visuale da cui veniva vista la societĂ .

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Su questa mentalità ebbe grande influenza anche il motivo religioso. Soprattutto in Italia e nel Trentino, le notizie che arrivavano dall’Est europeo e che riferivano della massiccia opera di scristianizzazione attuata dal regime stalinista non potevano lasciare indifferente la grande massa dei cattolici e la Chiesa.

Perciò venne avviata tutta una serie di iniziative per creare una barriera insormontabile contro il comunismo, sia nella sua versione sovietica che in quella nazionale-togliattiana, che però in definitiva, almeno in quegli anni, non era per nulla diversa dalla prima.

Palmiro Togliatti

Palmiro Togliatti

Nel clima della guerra fredda, anche in Trentino non mancarono momenti di tensione. Già la campagna elettorale del 18 aprile 1948 per le elezioni politiche aveva visto la netta contrapposizione tra i due blocchi dei socialcomunisti da una parte e dei democratici cristiani dall’altra, anche se poi i risultati si rivelarono ampiamente favorevoli a questi ultimi (71,91%).

“Era tempo di nemici, non di avversari”, scrisse con amara ironia lo storico comunista Paolo Spriano, proprio per sottolineare l’asprezza di quel confronto. Come conseguenza di quell’appuntamento elettorale, chiaramente segnato da motivazioni ideologiche, si può ricordare la grave tensione provocata in Italia dall’attentato a Palmiro Togliatti il 14 luglio 1948, che portò il Paese sull’orlo di una guerra civile.

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In Trentino, invece, la popolazione conservò la calma e anche la partecipazione allo sciopero generale indetto per quella occasione non fu massiccia, ma piuttosto scarsa o del tutto assente come avvenne nelle valli. La stampa locale valutò positivamente il comportamento dei trentini, attribuendolo al fatto che essi avevano preso coscienza di essere in parte diversi dal resto degli italiani poiché si sentivano partecipi di un sistema autonomistico.

La conseguenza più grave, invece, di quell’episodio fu la rottura dell’unità sindacale, che in Trentino si verificò il 6 agosto 1948, quando i rappresentanti della corrente cristiana furono espulsi dalla Camera confederale del Lavoro (il sindacato unico, CGIL, sorto subito dopo la guerra), perché non avevano partecipato allo sciopero generale indetto per protestare contro l’attentato a Togliatti.

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Da allora, anche con il contributo attivo delle ACLI (nate in Trentino nel 1946), i sindacalisti cristiani si impegnarono nella costruzione di un sindacato libero che ufficialmente nacque il 1° maggio 1950 e si chiamò “Confederazione italiana sindacati dei lavoratori”- CISL.

Il “Piano Marshall”, che prevedeva una serie di aiuti degli USA ad alcuni stati europei per facilitarne la ricostruzione postbellica, e l’adesione dell’Italia al “Patto Atlantico” nel 1949 rappresentarono due eventi di cui anche in Trentino si sentì l’importanza vitale.

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Per questo motivo una mostra, che a Trento illustrava i progetti e le realizzazioni del Piano, in pochi giorni ebbe un numero considerevole di visitatori, mentre il dibattito sulla scelta di campo politico non mancò a volte di toccare momenti di polemica, con vivaci contraddittori pubblici tra i rappresentanti politici dei due schieramenti, anche se la sinistra in Trentino si trovava in netta minoranza.

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Tutto sommato però in quel primo periodo di vita autonomistica la società trentina si presentava piuttosto omogenea, sia per orientamento politico che per stili di vita. Il Trentino, come osservò Guido Piovene nel suo fortunato libro Viaggio in Italia, stava crescendo tra le sue piccole speranze realizzate.
A questa coesione contribuì anche la Chiesa locale, che attirò attorno alle proprie iniziative larghe schiere di giovani e di cattolici.

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Le processioni pubbliche, le inaugurazioni di nuove chiese, la cura dei chierici che in numero sempre molto alto venivano ordinati ogni anno sacerdoti, la crociata per il “Grande Ritorno”, ossia “per la conversione dei comunisti mediante la caritĂ  e la dolcezza”, la vita che pulsava attorno agli oratori anche nei paesi piĂą sperduti della provincia e molte altre iniziative davano l’immagine di una Chiesa forte e compatta, punto di riferimento anche per le autoritĂ  politiche e non ancora percorsa dai fermenti di rinnovamento degli anni successivi.

Accanto ai meriti indiscutibili delle prime Giunte regionali guidate da Odorizzi (la legislatura allora durava quattro anni), non va dimenticato anche qualche fallimento, fra cui è necessario ricordare quello dell’emigrazione cilena, programmata e appoggiata dalla Regione nel febbraio 1951, che per vari motivi si trasformò in un’esperienza negativa per gli emigrati trentini, molti dei quali già agli inizi del 1954 iniziarono a fare ritorno in patria, dopo anni di disagi e di sofferenze.

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