TRENTINI FAMOSI, MA NON TROPPO – 37

Padre FRUMENZIO (ALBERTO ANTONIO) GHETTA

Tamion, frazione di Vigo di Fassa, 11 febbraio 1920 – Trento, 22 aprile 2014

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a cura di Cornelio Galas

Figlio di Marino ed Elisabetta Weiss, Alberto Antonio Ghetta (de Martin) lasciò la valle natia a 11 anni per frequentare le scuole medie e il biennio ginnasiale presso i collegi francescani di Villazzano e di Campo Lomaso (1931-1938).

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Il 31 luglio 1938 vestì il saio francescano assumendo il nome di Frumenzio e trascorse l’anno di noviziato nel convento della Madonna delle Grazie ad Arco. Nel 1939 fece la professione temporanea e nel 1942 quella solenne. Tra il 1942 e il 1943 prese gli ordini minori, nel biennio successivo il suddiaconato, il diaconato ed il sacerdozio. La sua formazione, umanistica e poi teologica, si compì interamente all’interno dell’Ordine.

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Dopo un ventennio in cui padre Frumenzio rivestì diversi incarichi presso conventi della provincia francescana, in Trentino e temporaneamente anche a Gorizia, nel 1966 fu assegnato al convento di San Bernardino a Trento: in quell’anno ebbe il suo primo contatto con i documenti trentini, adoperandosi fattivamente, assieme ai confratelli studenti di teologia, nel recupero dei fondi storici degli archivi cittadini sommersi dal fango e dai detriti nell’alluvione dell’Adige.

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Padre Frumenzio divenne da allora presenza costante negli archivi locali, curando la descrizione di alcuni fondi diplomatici (Pergamene della Biblioteca comunale di Trento, Comuni di Mortaso, Borzago, Bolentina, Cinte Tesino ecc.), riordini (Fondo Giuseppe Dal Bosco in Biblioteca Comunale a Trento) e trascrizione di documenti, solo in minima parte pubblicati (tra cui l’Inventario dei documenti della cancelleria del principato di Trento e l’Inventario dei beni della Torre franca di Mattarello).

In questo modo continuò e alimentò con indefesso fervore di studi la tradizione francescana trentina, che, a partire dal Settecento (Giangrisostomo Tovazzi, Giuseppe Ippoliti, Angelo Maria Zatelli), ha fornito determinanti contributi alla conoscenza storica locale; tradizione che volle onorare curando, assieme al confratello p. Remo Stenico, l’edizione dell’Urbario della Pieve di Calavino e la verifica e la trascrizione dei regesti dei documenti della sezione latina dell’Archivio Principesco Vescovile di Trento, compilati fra il 1759 e il 1762 dai padri Ippoliti e Zatelli, integrata con i regesti della miscellanea della stessa sezione.

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Personalità ricca nella sua dimensione spirituale e umana, seppe coniugare l’adesione convinta alla vita conventuale, l’impegno pastorale, dedicato soprattutto agli infermi e agli anziani, con lo studio appassionato della storia locale, che coglieva nei suoi risvolti più minuti, episodici, nelle voci più sommesse.

Un posto d’eccezione, nei suoi interessi di studio, fu sempre riservato alla storia del popolo ladino e della sua valle natia, la valle di Fassa, che scandagliò, nelle fonti d’archivio ma anche nel colore delle tradizioni popolari e dell’idioma locale, dalla preistoria all’età moderna.

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Rivolse il suo impegno di studioso alla dimostrazione dell’antichità della comunità ladina; le sue ricostruzioni (La Valle di Fassa), le sue trascrizioni di fonti (don Luigi Baroldi, Memorie storiche della Val di Fassa; Documenti per la storia della Comunità di Fassa, Le pergamene dell’archivio parrocchiale di Alba) e i numerosi approfondimenti su aspetti linguistici e toponomastici ladini, la sua presenza attenta e attiva nel dibattito per il riconoscimento della dignità comunitaria del popolo di Fassa, fornirono a esso elementi di legittimazione storica e un legante duraturo.

Sostenne e partecipò, dal 1975, alla nascita in valle di un’istituzione culturale deputata allo studio e al consolidamento della tradizione culturale ladina, l’Istitut Cultural Ladin “Majon di Fascegn” di Vigo di Fassa, e rimase attivo come consulente e membro del comitato di redazione della rivista “Mondo Ladino” sinché le forze glielo permisero.

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Lontano dal mondo e dal metodo accademico, e anzi non sottraendosi dall’entrare con esso talvolta in vivace contrasto, profuse il suo impegno nel dare alle comunità del territorio trentino, da lui profondamente amato, l’accesso immediato a strumenti conoscitivi di interpretazione e di nobilitazione del proprio passato, contribuendo a far nascere o a consolidare una tradizione locale di studio e di ricerca storica.

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Prodigo di consigli, di esortazioni, ha sempre condiviso le proprie conoscenze con generazioni di studenti e con quanti seguivano paralleli percorsi di ricerca. Coerente con la sua intima convinzione di nulla voler trattenere a proprio beneficio esclusivo, Frumenzio Ghetta ha lasciato una mole considerevole di materiali di studio (moltissimi quaderni fitti di appunti e trascrizioni, regesti di documenti, fotocopie, fotografie, microfilm), depositati per suo volere parte presso la Biblioteca San Bernardino di Trento (circa 630 unità archivistiche, fondo riordinato), parte presso la Biblioteca dell’Istitut Cultural Ladin di Vigo, oggi a lui dedicata (circa 200 unità archivistiche, in corso di riordino).

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Presso la stessa biblioteca si conserva anche l’archivio della famiglia Rizzi, da lui recuperato e riordinato, e costituito da 20 faldoni e circa 25 “libri di bottega”. Una parte circoscritta degli esiti delle sue ricerche relative alla Comunità generale di Fassa è stata consegnata al Comun General de Fasha, a consolidamento della continuità delle istituzioni comunitarie della valle.

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La sua bibliografia completa conta 155 titoli (1966-2012); solo una parte minima dei suoi studi e ricognizioni d’archivio, documentate nel suo lascito, raggiunse dignità di stampa. Dai suoi scritti emerge la sua curiosità, talvolta aneddotica, per le micro-storie della gente di paese, “il suo modo di leggere e vivere la storia, fatta di persone più che di fatti, fatta di gente, della sua gente” (Bernard).

Riservò a “La Veis”, a “Mondo Ladino” o a “Strenna trentina” le spigolature d’archivio, i suoi scritti di interesse più locale, a “Studi Trentini” o a indipendenti monografie quelli di interesse più trasversale per la storia trentina. Tra le sue ultime opere la trascrizione del Libro conti della Fabrica del Duomo di Trento, con introduzione storica e prestigiosa riproduzione in facsimile.

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Fu convinto assertore della nobiltà dell’espressione nella sua lingua madre, come veicolo di coscienza identitaria: nella sua copiosa produzione scritta – sotto gli pseudonimi di Chimpl da Tamion, Tonin del Lis de Tòne, Tonin da Tamion o Paster dale Feide –compaiono anche numerose composizioni liriche e prose in una lingua ladina dalle cadenze musicali e ritmiche, che attraverso di lui ha raggiunto dignità letteraria.

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Tra le ricerche più note, quella sull’Aquila di San Venceslao (che lo stesso religioso aveva per altro ricevuto quale onorificenza, dalle mani del sindaco Alberto Pacher, nel febbraio del 2000) e quella sui confini della Marmolada. Quest’ultima ha contribuito a mettere la parola fine a una disputa decennale con la provincia di Belluno.

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L’umiltà e la semplicità costituiscono la cifra interpretativa di questo frate, forse l’unico in grado di riconoscere e a leggere la scrittura di Bernardo Clesio e del cardinal Madruzzo. Con la sua vastissima produzione di studi e ricerche storiche sulla valle di Fassa ha saputo dar voce all’identità e alla cultura del popolo ladino, prima che queste avessero pubblico riconoscimento.

Difficilmente uno storico lascia un segno così evidente del suo lavoro, un segno che è sotto gli occhi di tutti in ogni momento. E’ il simbolo dell’Aquila di San Venceslao, stemma della Provincia autonoma che, inquartato con l’aquila del Tirolo, è pure presente nello stemma della Regione.

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Tutto ciò sembra poco, ma in un’epoca in cui l’immediata riconoscibilità dei simboli è considerata un tesoro, avere uno stemma riconosciuto e riconoscibile è un patrimonio anche per un ente pubblico con il suo territorio ed i suoi cittadini. Non ce ne accorgiamo, ma lo abbiamo tutti nel portafoglio: è infatti pure sulla tessera sanitaria, ora documento indispensabile per ritirare in farmacia le medicine ordinateci via web dal medico curante.

Come fu che padre Frumenzio Ghetta fece quel regalo? L’Aquila fiammeggiante di San Venceslao, santo fondatore della nazione boema, fu concessa il 9 agosto 1339 da Giovanni di Lussemburgo, re di Boemia, quale segno araldico al Principe vescovo di Trento Nicolò da Bruna. Prima di salire sulla cattedra vescovile, il presule era stato cancelliere di Carlo, figlio di re Giovanni e futuro imperatore Carlo IV.

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Fu quindi un segno distintivo dato al principe (e vescovo) del territorio e di conseguenza divenne l’aquila del Principato. Successe che nel corso dei secoli il diploma originale di concessione dell’Aquila di San Venceslao non fosse più ritrovato, tanto che si ritenne che fosse stato smarrito. Per questo l’aquila usata dal Principato, poi dal Comune di Trento e poi da altre istituzioni cambiasse, non potendo metterla a paragone con quella originale.

E qui, dopo alcuni secoli, intervenne padre Frumenzio Ghetta. Si disse che fu fortunato, ma la fortuna aiuta gli audaci. Successe che durante una sua ricerca all’Archivio di Stato riguardante Filippo Bonaccolsi, principe vescovo dal 1289 al 1303, trovò nella primavera del 1971 ciò che in tanti avevano inutilmente cercato. Il diploma di re Giovanni in sostanza era in una busta sbagliata e riferita ad un vescovo morto trent’anni prima della concessione dell’aquila.

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La notizia del rinvenimento circolò rapidamente tra gli studiosi, ma divenne di pubblico dominio quando nel marzo 1973 padre Frumenzio Ghetta pubblicò il libro che descrive e commenta il diploma e l’immagine dell’aquila.

Chiarisce anche che con quella concessione re Giovanni di Lussemburgo non solo assicurò la sua protezione al Principato, ma consegnò uno stemma che stava alla pari, se non addirittura sovrastava dal punto di vista della dignità, con l’aquila rossa dei conti del Tirolo in quegli anni in contrasto con Trento. Fin qui lo storico Ghetta con la sua scoperta nel 1971, ed è già moltissimo.

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Seguì nel 1972 l’entrata in vigore del secondo Statuto di autonomia in cui all’articolo 3 si sancisce che le due Province e la Regione hanno propri stemmi.

Quello allora in vigore nel Trentino era non solo brutto, ma anche politicamente inadatto. Va ricordato che il territorio trentino ha avuto il suo primo stemma nel 1925 quando re Vittorio Emanuele III concesse a quella che si chiamava Venezia Tridentina uno stemma con l’aquila sotto la quale vi erano quattro colli. Era un modo per individuare i confini alpini con i passi di accesso alla Penisola, ossia il Resia, il Brennero e la valle di Dobbiaco.

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Sopra tutto campeggiava la croce dei Savoia. Arrivata la Repubblica e tolta nel 1948 la croce sabauda, restò in vigore tutto il resto. Nel 1972 un Trentino da seconda Autonomia non poteva però avere nel proprio simbolo i confini verso l’Austria, quasi come una sorta di cortina difensiva.

Ecco quindi il regalo di padre Frumenzio: la sua scoperta del diploma del 1339 con l’Aquila di San Venceslao originale mise in modo le procedure araldiche e fu così che la Gazzetta ufficiale del 18 ottobre 1988 pubblicò un decreto del Presidente della Repubblica del gennaio precedente con cui si riconosceva alla Provincia il nuovo stemma.

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Da quel giorno quindi l’Aquila di San Venceslao donata dal re di Boemia, e trovata da padre Ghetta, divenne il simbolo del Trentino e ciascuno di noi se la porta in tasca.

Scrisse Mario Felicetti il giorno della scomparsa di padre Frumenzio: “La notizia della morte di Padre Frumenzio Ghetta è calata come un macigno sulla comunità ladina di Fassa, che a questo frate francescano deve una straordinaria serie di studi sulla sua storia e sugli aspetti più diversi che ne hanno accompagnato l’evoluzione e la crescita nel corso dei secoli, fino ai nostri giorni.

Ma Padre Frumenzio, stabilitosi nel convento dei francescani a Trento, era anche un patrimonio della cultura e della storiografia di tutto il Trentino. il nome di Frumenzio, imposto dal suo superiore, come era allora la regola. Dal 1942 al 1945 ha studiato teologia presso il Seminario Maggiore di Trento. 

Nel 1945 è stato consacrato sacerdote e dal 1946 in avanti ha frequentato diversi conventi del Trentino, a Pergine, Villazzano, Campo Lomaso, ancora Pergine ed Arco, oltre che a Gorizia e quindi a Rovereto, presso la Famiglia Materna e le carceri.

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Dal 1966 si è trasferito al convento di San Bernardino a Trento. Dai suoi studi sono arrivate in particolare due indicazioni preziosissime. Una riguarda l’aquila di San Venceslao, il simbolo della Provincia.

Nella primavera del 1971 scoprì infatti il documento, firmato da re Giovanni di Boemia e conte di Lussemburgo il 9 agosto 1339 con il quale si concedeva al vescovo trentino di origini morave Nicolò di Brno ed «ai venerabili suoi successori, i Vescovi di Trento, come pure alla Chiesa Tridentina, il predetto invittissimo stemma dello stesso S. Venceslao».

Nel 2000, forse proprio per questo, ricevette anche la più alta onorificenza concessa dal Comune di Trento, proprio l’Aquila di San Venceslao. Sempre grazie alle sue ricerche storiche inoltre, è stato possibile riscoprire quelli che erano gli storici confini della Marmolada, un tempo linea di demarcazione tra Impero e Italia, poi tra Trentino e Veneto.

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Per oltre 50 anni ha seguito con straordinaria dedizione e costanza tutte le vicende del movimento ladino di Fassa, impegnando sia fondo ,come studioso, storico e pensatore, al servizio della sua gente e della sua terra.

Nel suo curriculum, scritti e ricerche di straordinario valore storico, la sensazionale scoperta del castelliere retico al «Col dei Pigui» a Mazzin, da cui hanno preso il via le ricerche archeologiche sulla preistoria della valle, in collaborazione con l’Union di Ladins. Padre Frumenzio è stato anche poeta.

Di lui si ricordano in particolare le «Rime fassane» pubblicate con lo pseudonimo di «Chimpl Ta Tamion», e le notissime «Mizacole de steile». Indimenticabili anche le sue trasmissioni radiofoniche in Rai.

Nel 1975, ha partecipato alla fondazione ufficiale dell’Istituto Culturale Ladino, del quale è stato, pro tempore, anche segretario, collaborando fattivamente, in qualità di membro del comitato di redazione, con «Mondo Ladino» e per altre pubblicazioni monografiche.

In occasione dei suoi 90 anni, nel 1990, è stato festeggiato calorosamente a Trento dagli «Amici della Biblioteca Bernardiana», alla presenza anche di una delegazione dell’Istituto Ladino, che gli ha donato la prima copia delle pergamene d’archivio parrocchiale di Alba di Canazei, frutto del suo straordinario lavoro di ricerca, con l’elaborazione del professor Cesare Bernard e del professor Guntram Plangg.

La stessa pubblicazione è stata poi presentata due giorni dopo alla popolazione della valle presso il Museo Ladino. Tra le sue preferenze, Mozart per la musica, Alessandro Manzoni per la letteratura, il Vangelo di Giovanni, Antonio Rosmini per la filosofia. Ma la cultura non era il solo ingrediente della sua vita.

Ad esempio gradiva correre e seguire il calcio o pattinare. Certo, la sua ricchezza era dentro, illuminata da una Fede vivace. Quando gli è stato chiesto se avesse paura della morte ha risposto serafico: «No, per me è una liberazione, un’aspettativa. È ora!». È arrivata ieri, subito dopo Pasqua, la festività che rientrava tra quelle più amate.

Nella primavera del 1971 trovò un documento firmato da re Giovanni di Boemia del 9 agosto 1339 con il quale si concedeva al vescovo trentino Nicolò di Brno e ai successori lo stemma di San Venceslao. Ci mancherà”.

Padre Frumenzio è stato ricordato da molti in Val di Fassa. «Se n’è andato sulle orme del Signore e ha aspettato che finisse la Pasqua», ha detto il presidente del Comun general de Fascia Cesare Bernard che ha avuto l’onore di poter lavorare con lui soprattutto negli ultimi anni.

Il professor Bernard ricorda Padre Frumenzio come «un uomo di fede e di storia. Ha lavorato molto tempo per la storia della Val di Fassa e dell’intera regione. Ha dedicato tempo, costanza e pazienza alla ricerca storica e ha compiuto una grande opera di trascrizione di antichi documenti che sapeva leggere come il ladino o l’italiano.

Molti di questi documenti – dice ancora Bernard – li spediva ai diretti interessati affinché venissero letti e presi in considerazione. Ci teneva che la gente sapesse e non dimenticasse la propria storia, quella storia che attraverso la sua ricerca è ritornata a vivere.

E’ uno dei padri della nostra terra e patria ladina, ha saputo guidare i fassani a scoprire la propria storia».

Il presidente dell’Union di Ladins, Fernando Brunel ha detto: «Oltre ad essere un fedele servitore dell’ordine dei Francescani, è stato un grande studioso.

Ha sfatato precedenti studi storici sulla storia e la cultura del nostro antico popolo delle Alpi. È stata uno dei nostri grandi poeti e i suoi insegnamenti e i suoi scritti saranno fonte da attingere e punto di riferimento per tutte le generazioni future».

Lo conoscevano tutti nell’intero Trentino e nelle valli ladine delle province limitrofe dove il nome di padre Frumenzio Ghetta suscitava affetto, riconoscenza, serenità, “letizia”, perché era un testimone del carisma di Francesco d’Assisi al cui seguito si era incamminato con l’entusiasmo degli anni giovanili in una scelta di vita religiosa, rinnovata con fedeltà ogni giorno fino ai 94 anni.

Dal 2007 risiedeva stabilmente presso l’infermeria provinciale perché la salute impediva le uscite, ma ha continuato ugualmente il suo apostolato con gli ospiti, tra gli immancabili libri.

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“Nella sua vita di frate minore ha saputo coniugare la partecipazione convinta alla vita fraterna con la disponibilità pastorale, specie verso gli anziani e gli ammalati, e l’amore per lo studio e la ricerca – ha detto padre Francesco Patton, ministro provinciale, alle esequie – si è sentito fassano per nascita, portando sempre nel cuore un grande amore per la propria famiglia e per la sua valle, ha amato la città di Trento e il Trentino dedicandovi energie fisiche, culturali e spirituali, è stato francescano per chiamata e per scelta e per stile di vita, amante della propria vocazione, fedele servitore del popolo di Dio che è la Chiesa, instancabile ricercatore della verità».

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Non è facile, per quanti sono stati tra le Dolomiti solo per un momento di ferie, comprendere appieno il profondo senso di appartenenza ad una terra che cementa una così forte comunione fra le persone. È sembrato quindi normale che padre Frumenzio abbia chiesto esplicitamente di venire sepolto lassù, tra la sua gente, invece che nel tradizionale cimitero dei frati, nella Pieif de Sèn Jan.

Nel suo testamento spirituale, in lingua ladina purissima, aveva scritto: «Per aiutarmi a compiere gli ultimi passi dell’estremo viaggio, mi verranno incontro i nostri santi, i santi che io ho sempre pregato e annunciato: san Michele, che mi difenderà dall’ultima tentazione; mi verrà incontro san Giovanni Battista, che mi dirà: “Qui, nell’acqua di questo battistero, tu hai ricevuto la nuova vita, qui ti hanno vestito a festa e ti è stato acceso e consegnato il lume della fede”; mi verrà incontro san Giovanni Evangelista, col calice e il messale in mano, e mi ricorderà la prima comunione, tutte le messe che ho servito su quell’altare, e mi ricorderà la messa novella, celebrata su quell’altare.

E, dopo aver tanto pregato e supplicato la misericordia del buon Dio per la mia povera anima, portate questo fassano a seppellire». Ma non c’era solo la sua gente, dal Forno alla Marmolada, a dargli l’ultimo saluto, perché padre Frumenzio è stato un frate per tutto il Trentino, al quale ha voluto bene e nel quale ha compiuto tanto bene in 72 anni di vita religiosa e 69 anni di sacerdozio. «Non basterebbero le parole e i giorni per raccontare cosa hai fatto e dire grazie», ha sottolineato Tone Pollam, medico locale.

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Così si può dire che tutti abbiano nei suoi confronti un qualche debito di riconoscenza, come ricordava padre Patton: «Dagli abitanti della valle alla Provincia autonoma di Trento, alla città di Trento, dalla Chiesa locale a noi frati minori, dagli studiosi agli studenti tutti abbiamo beneficiato dei suoi studi, del suo impegno pastorale, della sua disponibilità francescana».

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«Con la sua scomparsa – ha detto Ugo Rossi, presidente della Provincia di Trento – il nostro territorio perde una delle figure più autentiche e appassionate della ricerca storica». La comunità civile trentina, la Provincia autonoma di Trento gli devono molto. Fu lui, infatti, a scoprire più di 40 anni fa (nella primavera 1971) in un’antica pergamena la donazione dell’Aquila di san Venceslao (che è diventata lo stemma ufficiale della Provincia): l’emblema raffigurante un’aquila “fiammeggiante” concesso il 9 agosto 1339 da Johannes, conte di Lussemburgo e re di Boemia, al principe vescovo di Trento, il boemo Nikolaus da Brnö perché ne facesse lo stemma del suo principato (alla pari di quello dei conti del Tirolo).

«Tutto ciò può sembrare cosa da poco, ma in un’epoca in cui l’immediata riconoscibilità dei simboli è considerata un tesoro, avere uno stemma riconosciuto e riconoscibile è un patrimonio anche per un ente pubblico con il suo territorio e i suoi cittadini», ha scritto con riconoscenza il giornalista Mauro Lando. E l’Aquila, che è diventata in questi anni anche la più alta onorificenza locale, gli veniva giustamente attribuita nell’anno 2000 per le mani dell’allora sindaco Alberto Pacher.

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Ed è stata ancora la paziente ricerca di padre Frumenzio a rintracciare nelle antiche carte (e sul ghiacciaio gli antichi cippi) che testimoniano l’appartenenza alla gente ladina di Fassa della cima Marmolada, per decenni contesa dagli abitanti di Rocca Pietore nel bellunese. Per lui era il desiderio di andare alla ricerca della verità storica dei fatti, era la passione per la storia perché, diceva: «Solo un popolo che conosce la sua storia, potrà avere un futuro».

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E nella storia vedeva anche – ben prima di tanti amministratori – un recupero delle tradizioni culturali, in primo luogo la lingua, perché l’essere ladini, l’appartenenza ad un’antica popolazione non diventasse solo una richiesta di concessioni ad una minoranza etnica, ma essenzialmente un fatto di cultura e di trasmissione della fede. Un testimone del vangelo. Ma il “grazie” a padre Frumenzio – unito al fassano devalpai –, ben prima che allo storico, va al frate, al testimone della radicalità evangelica, profezia del Regno che i trentini hanno incontrato sulla loro strada da intere generazioni.

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Un frate che incantava i bambini coi racconti, non di fiabe o favole, ma di storie vere; un frate che sapeva ascoltare senza guardare l’orologio, che aveva per tutti una parola di speranza e di consolazione, specialmente nei momenti di difficoltà o di malattia; un frate che non ha mai mancato di vivere in povertà e letizia francescana: passo svelto da montanaro, con i sandali anche in pieno inverno, avvolto nel suo ampio mantello, sempre pronto però a fermarsi per un saluto.

Racconta una suora di Maria Bambina come padre Frumenzio fosse sempre disponibile a dare il cambio al capezzale di un malato, anche fuori orario, incurante della fatica, a chiunque ne avesse bisogno: “resto io” era il suo servire. E che, ben prima che fine uomo di cultura, padre Ghetta sia stato un frate che ha annunciato con la propria vita la gioia del Vangelo, è testimoniato ancora una volta dal suo testamento, quasi un’ultima catechesi a quanti ha voluto bene. Innanzitutto la serena accettazione della morte, sorella morte, e la certezza della vita eterna: «La terra fassana mi terrà al caldo come una mamma in attesa della sua nuova creatura.

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La terra mi farà da coperta e, di lì a poco, dietro il Sas da le Doudesh spunterà una nuova alba, il grande giorno luminoso che non avrà mai fine». E poi a tutte le famiglie quella raccomandazione alla preghiera: «A sera, nelle vostre case, dopo la cena, verrò di nascosto, a pregare con voi, perché il Buondio mi faccia posto nel coro degli angeli e per cantare e benedire insieme per tutto quanto di bene lui ha compiuto».

A cominciare dalle piccole cose, insignificanti ai più, di tutto egli insegnava a rendere grazie al Padre per il suo amore. Staré per semper te ciasa del Signoredie (starai per sempre nella casa del Signore) è stata la preghiera che l’ha accompagnato nell’ultimo passo.

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