I “SEGRETI” DI GALEAZZO CIANO – 9

a cura di Cornelio Galas

  • documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

A settanta anni dalla loro redazione ecco per la
prima volta in rete i documenti che Galeazzo Ciano
allegava al suo DIARIO

COLLOQUIO CON L’AMBASCIATORE DI GRAN BRETAGNA

Roma, 18 maggio 1938 – XVI

Ho ricevuto l’Ambasciatore d’Inghilterra, il quale mi ha detto che aveva avuto istruzioni dal suo Governo di parlare in seguito al discorso pronunciato dal Duce a Genova. Doveva premettere che la stessa comunicazione era da considerarsi come una prova della singolare importanza che il Governo britannico attribuisce all’accordo raggiunto con l’Italia; è appunto in base a questa importanza che il Governo di Londra si preoccupa delle ripercussioni che il discorso ha avuto non soltanto in Inghilterra .e in Francia, ma in tutta l’Europa.

Per la prima volta Mussolini parlava dopo la firma degli Accordi italo-britannici. In Inghilterra gli Accordi erano stati illustrati ed esaltati da Chamberlain mentre Halifax aveva fatto del pari a Ginevra. Immediatamente era stata presa da parte britannica l’iniziativa per rimuovere gli ostacoli che si opponevano al riconoscimento dell’Impero con pieno appoggio della Delegazione francese.

Neville Chamberlain e Adolf Hitler

Il Governo britannico si sentiva adesso in dovere di far conoscere che le espressioni usate dal Duce non erano quelle che a Londra si attendevano. A titolo personale Lord Perth aggiungeva che si sarebbe augurato che il Duce si fosse espresso pubblicamente come si era espresso con lui; che l’Accordo aveva una grande importanza nelle relazioni fra i due Paesi e costituiva un elemento fondamentale della pacificazione europea.

Non bisogna dimenticare che Chamberlain ha incontrato delle gravissime difficoltà parlamentari per raggiungere l’Accordo con l’Italia e che anche oggi le opposizioni non hanno smobilitato. L’argomento principale di cui Chamberlain si è valso per sostenere la sua politica è stato quello che l’Accordo doveva effettivamente contribuire a rendere migliore la situazione europea.

Un’altra speranza che ha animato il Governo britannico è stata quella che l’Accordo fra l’Italia e l’Inghilterra accentuasse la détente fra Roma e Parigi. Il discorso di Genova ha prodotto una impressione profonda sul Governo francese e Chamberlain non si nasconde che questa auspicata détente diviene, adesso, più difficile. In questo modo egli teme che il Governo che riporterà il maggior successo sarà quello sovietico dato che Mosca si è adoperata sia a Ginevra che altrove per far sorgere ogni ostacolo che potesse impedire il riavvicinamento fra l’Italia e la Francia.

Sia Chamberlain sia Halifax hanno invitato l’Ambasciatore Perth a farci conoscere che loro sono vivamente desiderosi di vedere superate le difficoltà sorte nei negoziati italo-francesi e che la loro attività è e sarà sempre diretta ad impedire in Europa la formazione di blocchi avversi su base ideologica.

Lord Halifax

Ho risposto a Lord Perth che per quanto concerneva la Gran Bretagna ero sorpreso delle comunicazioni che egli mi faceva. Le dichiarazioni del Capo del Governo erano state cordiali nei riguardi del suo Paese e contenevano un alto apprezzamento dell’Accordo italo-britannico. Non vedevo alcuna divergenza fra le frasi pronunciate a Genova dal Duce pubblicamente e quelle dette a Lord Perth in occasione del colloquio del 14 aprile. Ho spiegato inoltre la questione degli applausi intempestivi delle bambine ed il malinteso cui aveva potuto prestarsi l’ilarità di una parte del pubblico.

Per quanto concerne la Francia, ho invece comunicato a Perth che il Duce era fermissimo sulla posizione assunta e che è la seguente: primo: la parola Spagna non dovrà, per nessuna ragione e in alcun modo, entrare in un eventuale accordo fra l’Italia e la Francia; secondo: non intende trasformare in accordo a tre quello che è stato l’accordo bilaterale per il Mar Rosso e l’Arabia. Soffermandomi particolarmente sul primo punto ho ribadito a Perth tutte le ragioni che hanno indotto il Duce ad assumere un tale atteggiamento, che deve essere considerato definitivo.

Il Governo britannico se vorrà realmente dare un contributo al progresso dei negoziati italo-francesi, dovrà far intendere a Parigi che sulla questione Spagna il Duce non intende per niente modificare la posizione assunta fin dall’inizio delle conversazioni. Perth, che personalmente ha mostrato una chiara comprensione del punto di vista italiano, si è riservato di riferire al suo Governo.

LA CRISI CECOSLOVACCA

Roma, 21 maggio 1938 – XVI

Lord Perth mi ha lasciato un appunto nel quale è riassunta l’attività svolta dal Governo britannico in relazione alla crisi cecoslovacca. Lord Perth parlando a titolo personale mi ha detto che considera la situazione estremamente grave, anzi come la più grave che si sia presentata dalla fine della guerra europea in poi. Egli ritiene che la Francia, qualora la Germania dovesse continuare ad inviare truppe alla frontiera ceca, mobiliterebbe o comunque inizierebbe concentramenti di truppe sulla frontiera tedesca.

A sua richiesta, gli ho detto che notizie pervenuteci dagli Uffici consolari e diplomatici confermavano quanto è pubblicato sui giornali circa gli incidenti occorsi e le misure prese, ma che non avevamo alcun elemento per ora che ci inducesse a drammatizzare la situazione. Gli ho anche ripetuto che l’Italia mantiene nello sviluppo odierno della situazione il suo noto atteggiamento di neutralità.

Aggiungo infine che Lord Perth non ha detto una sola parola che si possa riferire ai rapporti ed ai negoziati tra l’Italia e la Francia. Naturalmente, ho fatto del pari.

ANCORA A COLLOQUIO CON LORD PERTH

Roma, 22 maggio 1938-XVI

Lord Perth ha chiesto di vedermi di urgenza e l’ho ricevuto alle ore 19.

Mi ha dato lettura della comunicazione che il Governo inglese ha fatto a Ribbentrop per il tramite dell’Ambasciatore a Berlino. Non mi ha lasciato copia del documento che posso così riassumere: in considerazione della situazione tesa di questi ultimi giorni, il Governo britannico ritiene che sarebbe opportuno far dare una notizia dal Partito di Henlein nel senso che al più presto verranno iniziate conversazioni tra lui e il Governo di Praga per la soluzione del problema dei Sudeti.

Lord Halifax apprezza vivamente le assicurazioni date dal Governo tedesco che non sono in corso movimenti di truppe verso la frontiera ceca, ma deve far rilevare che voci in tal senso continuano a circolare con insistenza preoccupante. D’altro canto il Governo tedesco non ha nascosto il suo intendimento d’intervenire con le armi qualora nei Sudeti dovessero verificarsi incidenti con ulteriore spargimento di sangue. Il Governo di Londra si sente in dovere di richiamare ad un preciso senso di responsabilità il Governo germanico.

Halifax ha fatto svolgere presso il Governo di Praga un’attiva azione diretta a normalizzare la situazione ed è stato lieto di riscontrare che il Governo ceco ha dato prova di buona volontà e si dispone a fare del suo meglio nel senso desiderato. Si formula l’augurio che di altrettanta buona volontà venga data prova a Berlino. Qualora, nonostante tutto ciò, un conflitto dovesse scoppiare, è ormai sicuro che la Francia interverrà sulla base dei suoi accordi con la Cecoslovacchia.

Conferma di ciò è stata data anche recentemente dai Ministri francesi in occasione della loro visita a Londra. Qualora una simile eventualità dovesse verificarsi, “il Governo inglese non può garantire che anche l’Inghilterra non sia dalle circostanze coinvolta nel conflitto”.

Nevile Meyrick Henderson

Load Perth ha aggiunto che il colloquio che ieri ha avuto luogo a Berlino tra von Ribbentrop e l’Ambasciatore Henderson non è stato tale da dissipare le gravi preoccupazioni nutrite dai dirigenti britannici. Al contrario, l’Ambasciatore inglese è rimasto impressionato dallo stato di sovraeccitazione in cui ha trovato il Ministro germanico.

Ho ringraziato Lord Perth della comunicazione fattaci e gli ho detto che per parte nostra continuavamo ad osservare la situazione con la più grande calma e che fino ad ora nessuna nuova notizia ci era pervenuta in senso allarmante.

GIUGNO 1938

PATTI ITALO-BRITANNICI

Roma, 3 giugno 1938 – XVI

Ho ricevuto Lord Perth il quale mi ha ringraziato per le parole pronunciate a Milano nei confronti del Governo britannico e del suo Paese. Ho risposto che le dichiarazioni erano state fatte da me per ordine del Duce, il quale intendeva ancora una volta sottolineare l’importanza che attribuisce agli Accordi del 16 aprile.

Lord Perth mi ha parlato quindi dei bombardamenti eseguiti dagli aerei di Franco sulle città e sui villaggi e, ricordando quanto fu fatto da noi per interrompere i bombardamenti su Barcellona, ha pregato di usare la nostra influenza per indurre Franco a sospendere tale genere di attività bellica, che gli suscita ostilità in Gran Bretagna.

Hitler e Franco

Ho risposto a Lord Perth che noi non avevamo notizie dirette di tali bombardamenti, ma comunque mi pareva difficile poter muovere un appunto a Franco il quale si trova a dover fronteggiare la situazione creata dalla Francia con l’invio di continui rinforzi in uomini e materiale ai rossi. Ancora una volta la responsabilità di qualsiasi eccesso da parte dei nazionali ricade sul Governo francese che determina un giusto risentimento nel Governo nazionalista, Ho assicurato Lord Perth che comunque avrei preso informazioni ed avrei riferito al Duce quanto egli aveva detto.

Poiché Lord Perth non aveva altre comunicazioni da farmi ho preso a parlare della questione relativa all’entrata in vigore degli Accordi italo-britannici. Ho premesso che parlavo per incarico ufficiale del Duce e lo pregavo di voler richiamare la particolare attenzione del suo Governo su quanto stavo per comunicargli.

A giudizio del Duce, è ormai giunto il momento di mettere in vigore gli Accordi del 16 aprile. L’Italia per parte sua ha già dato leale e completa esecuzione agli impegni presi. Ha ritirato numerosissime forze dalla Libia, come risultava da uno specchietto che ho mostrato all’Ambasciatore britannico. Ha sospeso ogni attività di propaganda antibritannica. Ha dato la sua ferma adesione al Piano britannico per il ritiro dei volontari dalla Spagna: ormai è questione di tempo per arrivare alla definitiva evacuazione, tempo però che non può venire da noi abbreviato. Quanto era in nostro potere è stato fatto.

Franco e Mussolini

L’altra condizione che determinava un rinvio della messa in vigore dei Patti era quella dello svincolamento da Ginevra. Ormai ciò è avvenuto da parecchie settimane. L’Inghilterra è libera di agire. Ogni giorno riceviamo copiosi riconoscimenti dell’Impero. È evidente che ogni ritardo da parte britannica viene a togliere valore alla cosa. Da parte di qualcuno si comincia ad avanzare l’ipotesi che una condizione non dichiarata, ma esistente, per l’entrata in vigore dei Patti sarebbe quella del raggiungimento di un accordo similare con la Francia.

Personalmente non credevo ad una tale possibilità, anche perché ricordavo che precisamente Lord Perth, durante i lunghi negoziati, ha sempre tenuto a mantenere dissociate le due questioni e che anche recentemente egli mi aveva dato conferma di un tale punto di vista. Ma una tale ipotesi non poteva comunque mancare di produrre una profonda impressione nell’opinione pubblica.

Tenevo a dichiarare comunque che le conversazioni con la Francia dovevano essere considerate interrotte per un lungo periodo di tempo. In primo luogo per le ragioni già esposte a Lord Perth nei precedenti colloqui, relative alle richieste francesi in merito al Mar Rosso e alla Spagna, e poi per la costante malafede della stampa francese, e non soltanto della stampa, tendente a far credere che qualsiasi accordo tra Roma e Parigi aveva un significato anti-germanico e che l’Asse ne sarebbe stato minato. Il Duce non intende riprendere le conversazioni con i francesi fino a quando siano adottati tali scorretti modi di agire.

Lord Perth, che ha seguito con vivo interesse le dichiarazioni da me fatte, ha risposto che non era in grado di farmi conoscere le intenzioni del suo Governo circa il momento della messa in vigore degli Accordi del 16 aprile, ma che teneva a darmi atto che l’Italia aveva completamente assolto le condizioni e mantenuto gli impegni risultanti dagli Accordi stessi.

A titolo personale ha aggiunto anche che concordava nel giudicare falsa la linea di condotta adottata dai francesi sia nel modo di condurre i negoziati sia da parte della stampa. Sempre a titolo personale ha detto che anche Chamberlain è desideroso di mettere in vigore gli Accordi, ma che naturalmente, per quanto concerne la Spagna, deve trovare un punto fermo per dichiarare il problema avviato a soluzione definitiva.

Forse questo punto fermo potrebbe essere rappresentato dalla partenza per la Spagna della Commissione nominata dal Comitato di Non Intervento. Comunque Lord Perth rappresenterà e sosterrà presso il suo Governo il punto di vista del Duce e si riserva di farci conoscere al più presto le intenzioni del signor Chamberlain.

COLLOQUIO COL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO JUGOSLAVO

Venezia, 18 giugno 1938 – XVI

Il Presidente Stoiadinovic ha detto che lo scopo principale del suo viaggio in Italia era quello di poter, attraverso un giro di orizzonte, conoscere la nostra politica, informarci delle sue intenzioni e “sincronizzare” in modo assoluto la sua attività internazionale con la nostra.

La questione che per il momento gli appariva più urgente era quella della Cecoslovacchia. Gli ho esposto il nostro punto di vista in merito e le nostre intenzioni. Stojadinovic  ha concordato ed assicurato che qualora una crisi dovesse determinarsi e l’Italia rimanesse con le braccia conserte, la Jugoslavia farebbe del pari. Egli non intende minimamente trascinare il suo Paese in un conflitto con la Germania per tentare di salvare l’artificiosa e non amica Cecoslovacchia né tanto meno far piacere alla Francia che gli è apertamente ostile.

Ciano e Stojadinovic passano in rassegna alcuni soldati schierati nella stazione di Belje

A noi chiede soltanto di usare la nostra influenza perché l’Ungheria non prenda l’iniziativa dell’attacco. In un tal caso la Jugoslavía sarebbe obbligata, molto a malincuore, a tener fede agli impegni presi: non sarà certo l’Italia fascista che ha provato di rispettare a qualsiasi costo la parola data a rimproverargli un tale intendimento. Ma qualora, come sarà nella realtà, l’Ungheria non prenda l’iniziativa dell’attacco e approfitti invece di una crisi determinata dalla Germania, la Jugoslavia rimarrà assolutamente indifferente al destino della Cecoslovacchia.

Ho assicurato Stoiadinovic che per parte nostra avevamo sempre consigliato l’Ungheria in questo senso e che ero in grado di confermargli che gli ungheresi non avevano alcuna intenzione di provocare il conflitto con Praga. Stoiadinovic si è mostrato però lieto quando gli ho detto che noi, anche sulla base di quanto ci è stato comunicato in varie occasioni dal Governo del Reich, non ritenevamo immediata la crisi cecoslovacca, e che anzi pensavamo che, se Praga si fosse mostrata ragionevole di fronte alle richieste di Henlein, la situazione avrebbe potuto essere più o meno mantenuta per un notevole periodo di tempo.

Konrad Ernst Eduard Henlein

Egli si è mostrato tanto più lieto in quanto non nasconde che 1’Anschluss ha portato una fortissima reazione nell’opinione pubblica jugoslava, allarmata non tanto dall’avvenimento in se stesso, che era previsto e in parte scontato, quanto dalla forma usata dai germanici e dalle agitazioni che si erano determinate nelle rilevanti minoranze tedesche. Adesso la situazione si è placata ed il risultato più apparente dei recenti avvenimenti è stato quello di popolarizzare al massimo l’amicizia con Roma.

Quelli che l’anno scorso attaccavano il Governo per avere firmato il Patto di Belgrado, adesso lo attaccano per non essere Stoiadinovic andato ancora più in là nei suoi impegni con noi. In tale stato di cose Stoiadinovic pensa che un nuovo rafforzamento della Germania determinato dalla incorporazione di tre milioni di Sudeti, non sarebbe da desiderare, neppure se i rapporti che ci legano a Berlino sono i più cordiali. A suo avviso i problemi nella mente dei tedeschi sono i seguenti: Austria, già risolto; Sudeti, in via di soluzione; Colonie, per il momento rinviato; Corridoio polacco, rinviato sine die ed infine, per quanto ciò sia escluso da tutti gli elementi responsabili in modo tale da far ritenere tale intendimento sincero, sbocco all’Adriatico.

Benché, come ho detto, tale intenzione non possa per ora in nessuna forma venire provata dall’atteggiamento tedesco, Stoiadinovic ritiene che non dobbiamo del tutto dimenticarlo e che conviene all’Italia e alla Jugoslavia vigilare in ogni momento, strettamente unite, la politica germanica. Tutto ciò, naturalmente, conservando i più stretti rapporti di amicizia con Berlino, dato che i due Paesi intendono mantenere alla base della loro attività internazionale la collaborazione e l’amicizia con la Germania.

Ciano e Stojadinovic colti di notte con alcune persone in tenuta di caccia

Per quanto concerne l’Inghilterra, Stoiadinovic dopo essere stato informato dello stato dei nostri rapporti, mi ha detto che le sue relazioni con Londra sono cordiali, benché si siano molto raffreddate dal momento della firma del nostro Patto. A titolo d’informazione ha aggiunto che se fino a qualche mese la il linguaggio del Governo e dei Rappresentanti britannici era nettamente ostile all’Italia, adesso si può notare un profondo mutamento. Ciò nonostante egli si permette di consigliare la massima oculatezza.

Gli Accordi di Roma hanno rappresentato di fronte all’opinione pubblica internazionale la sconfitta britannica. Molti elementi inglesi non lo hanno dimenticato e forse non ritengono saldata la partita. Personalmente ha la massima fiducia in Chamberlain e ritiene che egli sia in buona fede nel volere un accordo stabile e duraturo con l’Italia. Ma la posizione di Chamberlain non è che una posizione parlamentare, che potrebbe cedere da un momento all’altro, per una qualsiasi ragione. Molti segni lasciano pensare che l’Inghilterra intenda rafforzare le sue posizioni nel Mediterraneo.

Il prestito fatto alla Turchia è stato interpretato in Jugoslavia come un gesto diretto in tale senso e non ha prodotto buona impressione nel Paese dato che, nonostante le apparenze e i legami dell’Intesa balcanica, i rapporti tra Belgrado e Ankara si sono molto raffreddati. Del pari si può dire nei confronti della Grecia. Il recente Patto greco-turco è apparso come uno strumento diretto particolarmente contro la Jugoslavia a causa delle sue strette relazioni con l’Italia e della politica di collaborazione con la Bulgaria.

Ciano e Stojadinovic colti su una carrozza con i fucili, in partenza per una battuta di caccia

Del resto anche a Belgrado le simpatie per la Grecia e la Turchia non sono affatto aumentate in questi ultimi tempi e la questione dello sbocco all’Egeo, per quanto considerata non attuale, è sempre presente al popolo jugoslavo.

La Francia è apertamente in pessime relazioni con Belgrado. A ciò contribuisce molto l’avversione personale per Stoiadinovic, il che induce i francesi a spendere notevoli somme per cercare di indebolirne la posizione nel Paese. Ciò lo lascia assolutamente indifferente e lo determina anzi a continuare con maggiore decisione la sua politica di indipendenza nei confronti di Parigi. D’altra parte anche la pubblica opinione jugoslava si allontana sempre più dalla Francia rendendosi conto dello stato di profondo decadimento nel quale si trova quel Paese e sentendo la fierezza di poter fare una politica indipendente.

L’Accordo con la Francia ha pesato estremamente sulla vita jugoslava. I Francesi hanno avuto con Belgrado una mano molto pesante e hanno lasciato comprendere che la Jugoslavia era tenuta in considerazione dalla Francia unicamente fino a quando si prestava ad essere una pedina nel suo gioco. È finito per sempre il tempo in cui con un colpo di telefono da Parigi si fissava la politica jugoslava.

Ed anzi Stoiadinovic ha trovato il modo di aggiungere, a questo punto, che egli ha grandemente apprezzato la delicatezza del Duce nel trattare con lui: egli sente benissimo quali sono le proporzioni delle forze dei due Paesi ed appunto per questo trova significativo che l’Italia non abbia mai voluto rendere pesante la sua amicizia. Questo sentimento è condiviso da tutto il popolo jugoslavo.

Per l’Albania mi ha detto che non ha nessuna osservazione da fare e che approva le attività da noi svolte in quel Paese. Da Tirana gli è stato offerto in questi ultimi giorni di stringere un Patto di amicizia con la Jugoslavia: la cosa gli è indifferente e si rimette al nostro giudizio. Quando gli ho detto che gli albanesi ci avevano informato della cosa attribuendo però l’iniziativa al Governo di Belgrado, ha reagito con assoluta chiarezza ed ha aggiunto che per provare quanto essi siano nel falso, non stringerà il Patto.

Ciano e Stojadinovic applaudono sotto lo sguardo di alcuni uomini in divisa

D’altra parte, ha aggiunto, il problema albanese rappresentava una grossa questione allorché le relazioni con l’Italia erano tese. Oggi, nella fortunata situazione attuale, non attribuisce alcun particolare rilievo alla questione albanese, ma riconosce all’Italia una posizione assolutamente eccezionale nei confronti di quello Stato.

Dopo aver compiuto un giro di orizzonte ed avere esaminato questioni che meno direttamente interessano i rapporti fra i nostri due Paesi, il Presidente Stoiadinovic ha confermato il suo intendimento di armonizzare completamente in qualsiasi circostanza e momento la sua politica con la politica del Duce e mi ha detto di comunicare al Duce medesimo che lo prega di voler considerare la Jugoslavia come Stato legato all’Italia da vincoli ancora più forti di quelli che potrebbero risultare da un patto scritto di alleanza, che d’altra parte, qualora le condizioni lo richiedessero, potrebbe nel volgere di poche ore venire raggiunto.

Mussolini con Stojadinovic,

Per quanto concerne poi le relazioni degli scambi commerciali tra i due Paesi, intende intensificarli al massimo e ciò anche come misura di difesa nei confronti della pesante pressione germanica. A tal fine tornando in Jugoslavia esaminerà personalmente la questione delle ordinazioni militari, e farà in modo che la massima parte delle forniture sia comandata in Italia.

Dopo aver ringraziato per le accoglienze cordiali ricevute, il Presidente Stoiadinovic ha espresso il desiderio di mantenere frequenti i contatti personali e mi ha invitato per un’epoca da precisarsi, verso la fine dell’anno, a visitarlo in forma del tutto privata ed a passare alcuni giorni ospite nella sua casa di caccia nelle vicinanze di Belgrado. In linea di massima ho concordato con lui ed ho accettato il suo invito con riserva dell’approvazione del Duce.

PRESSIONI SU FRANCO PER UN ARMISTIZIO IN SPAGNA

Roma, 20 giugno 1938 – XVI

Ho ricevuto Lord Perth, il quale, dopo aver detto di essere incaricato dal suo Governo di dare una risposta a quanto gli avevo comunicato nel nostro ultimo colloquio in relazione all’eventuale entrata in vigore degli Accordi italo-britannici, mi ha rimesso, a titolo di appunto personale ed ai fini di una maggiore precisione, una Nota.

Dopo averne preso visione, premettendo che parlavo a titolo puramente personale, dato che mi riservavo la comunicazione ufficiale dopo aver preso gli ordini dal Duce, ho detto a Lord Perth che ero molto scettico sulla possibilità di accettazione di una delle due proposte britanniche. Lasciando da parte, come del resto gli stessi inglesi facevano, la possibilità di una evacuazione unilaterale delle forze italiane, ritenevo che sarebbe stato molto difficile che il Duce avesse aderito alla proposta di fare pressioni su Franco ai fini della stipulazione di un armistizio.

È noto che Franco è nettamente contrario ad una tale eventualità. Lo ha fatto conoscere pubblicamente e lo ha fatto conoscere direttamente a noi alcune settimane or sono. Le recenti vicende della guerra non erano state certo tali da indurre Franco a modificare la sua intransigenza. Dovevo rilevare inoltre che, nello stipulare gli Accordi italo-britannici, non si era mai avanzata l’ipotesi di un regolamento della questione spagnola attraverso un armistizio, che nella pratica appare oltre tutto di quasi impossibile realizzazione.

Il Duce deciderà circa la risposta da dare: ma fin d’ora credo che Egli non sia disposto a far pressioni su Franco nel senso proposto dal Governo britannico, a meno che l’armistizio non sia preceduto dalla completa resa dei rossi. In tal caso il Duce potrà esercitare la Sua alta influenza su Franco affinché il trattamento verso i suoi avversari sia misurato, influenza che potrà invece venire più difficilmente esercitata quando la fine della guerra avrà luogo per l’inevitabile sconfitta dei rossi.

Lord Perth è rimasto impressionato da queste mie dichiarazioni e mi ha detto che la guerra minaccia di durare ancora un anno o forse più. Mi domandava se di fronte a questa prospettiva non avevamo anche noi l’interesse di arrivare ad un compromesso qualsiasi che pur non assicurando il potere a Franco, avrebbe avuto come punto fermo la eliminazione della possibilità di un Governo comunista in Spagna.

Ho risposto, sempre a titolo personale, che il mondo avrebbe ormai dovuto avere molte prove della lealtà e della fermezza della politica mussoliniana per non coltivare simili assurde idee. Lord Perth mi ha quindi rimesso il secondo appunto, illustrandolo verbalmente ed ha insistito sulle solidità delle relazioni tra Francia e Inghilterra ed ha nuovamente raccomandato una pronta ripresa dei negoziati.

Regimi totalitari Germania Italia Spagna Giappone

Anche su questo argomento sono stato molto esplicito nella mia risposta, e, pur riservando ogni ulteriore o nuova decisione al Duce, ho detto a Lord Perth che l’atteggiamento tenuto dalla Francia durante l’inizio dei negoziati Ciano-Blondel, atteggiamento che ha svelato il vero movente della sua politica, nonché l’attività svolta in Spagna e le pretese affacciate in ogni settore mi inducevano a considerare le trattative con la Francia non soltanto sospese, ma piuttosto rotte.

Lord Perth ha replicato che il Governo francese, che si dichiara estremamente offeso ed irritato nei confronti dell’Italia per il modo con cui ha agito, potrebbe prendere delle decisioni drastiche nei confronti della questione spagnola ed arrivare ad aiutare più apertamente e su più vasta scala i rossi.

Ho risposto a Lord Perth che una tale decisione francese comporterebbe un immediato riesame della nostra politica in Spagna e che sarebbe la Francia il Paese sul quale dovrebbero gravare tutte le responsabilità di un’acuta crisi.

Dopo aver brevemente parlato, in seguito a richiesta di Perth, dei recenti colloqui di Venezia, sono rimasto d’accordo con l’Ambasciatore britannico che gli comunicherò una risposta ufficiale nei prossimi giorni, quando avrò avuto gli ordini dal Duce.

COLLOQUIO CON L’AMBASCIATORE TURCO

Roma, 23 giugno 1938 – XVI

Ho ricevuto l’Ambasciatore di Turchia, di ritorno da un viaggio ad Ankara. Dopo avermi ripetuto le consuete espressioni di amicizia da parte di Rustu Aras, mi ha detto che questi, al fine di rendere più intense le relazioni politiche tra l’Italia e il suo Paese, aveva pensato di proporre la stipulazione di un Patto per il Mediterraneo Orientale, patto per cui, oltre l’Italia e la Turchia, avrebbero dovuto dare l’adesione anche le altre Potenze interessate.

Ho risposto all’Ambasciatore che avrei riferito al Duce tale suggerimento, ma che in via personale e preliminare dovevo fargli rilevare che un tale Patto mi sembrava superfluo per il suo contenuto, dati gli impegni internazionali già esistenti in merito e contrario al nostro stile diplomatico per il suo carattere di Patto collettivo. Indipendentemente da ciò non vedevo per quale ragione avremmo dovuto cercare in nuovi strumenti diplomatici il motivo di più intense relazioni con la Turchia, dato che i rapporti fra i due Stati sono attualmente corretti e che nessun ostacolo esiste a renderli sempre migliori.

L’Ambasciatore mi ha infine parlato della situazione del Sangiaccato e mi ha detto che ad Ankara si considera la settimana prossima come cruciale per tale questione. In realtà, se il Governo francese non lascerà entrare le truppe turche, esse entreranno ugualmente per forza. Ciò è ormai deciso e sono previste e preventivate tutte le possibili conseguenze. In Turchia si ritiene che la Francia non reagirà. Però anche se dovesse reagire si entrerebbe nel Sangiaccato ugualmente.

Per parte mia non ho mancato di confermare l’Ambasciatore nella sua opinione che la Francia non agirà anche se vivamente provocata e ho discretamente incitato i turchi all’azione. Qualunque situazione ne debba sorgere si risolverà in una grave crisi per la Francia e comunque in una perdita di prestigio in tutto l’Oriente. Cosí almeno si giudica ad Ankara.

I PIROSCAFI INGLESI BOMBARDATI IN SPAGNA

Roma, 28 giugno 1938-XVI

Lord Perth, premettendo che non parlava in forma ufficiale, ha richiamato la mia attenzione sugli effetti che i bombardamenti eseguiti dagli aeroplani nazionali contro i piroscafi britannici producono sulla opinione pubblica inglese. Poiché è noto che quasi tutti gli aeroplani che agiscono in Spagna sono italiani, così come italiani ne sono i membri dell’equipaggio, nel pubblico e nel Parlamento inglese si sta creando una viva sensazione di disagio nei confronti del nostro Paese.

Anche la stampa italiana, che in più di una occasione ha esaltato le recenti azioni di guerra degli aviatori italiani, ha contribuito a determinare e a tener vivo questo stato di eccitazione a Londra.

L’Inghilterra continua a dare prova di una grande pazienza e, nonostante quanto è accaduto anche in questi ultimi giorni, intende di mantenersi strettamente fedele alla politica del non intervento. Ma l’opinione pubblica reclama dal Governo un’azione più energica. Si fa ormai apertamente l’accusa a Chamberlain di non saper proteggere gli interessi del proprio Paese e il più grave è che tale accusa non è fatta soltanto dalle opposizioni, ma anche da una parte del partito conservatore.

La posizione personale di Chamberlain ne risulta scossa. Se la sua politica dovesse venir condannata, ne risulterebbero certo delle conseguenze pericolose per il buon andamento dei rapporti italo-britannici.

Lord Perth ha concluso la sua esposizione dicendo che rinnovava la preghiera al Governo italiano perché volesse usare tutta la sua influenza su Franco al fine di far cessare tali bombardamenti. Ho risposto a Lord Perth che una tale influenza è sempre stata spiegata nei limiti del possibile, ma che si deve tener presente che l’impiego dei mezzi bellici e la condotta della guerra è lasciata, per evidenti ragioni, al Comando spagnolo (a questo punto Lord Perth mi ha interrotto dicendo: “Se l’aveste invece diretta voi sarebbe già finita da un pezzo”).

Il Governo britannico si deve rendere conto delle dure necessità di guerra che impongono a Franco azioni drastiche contro coloro che, rifornendo di armi e munizioni i Governi di Barcellona e di Valenza, determinano il prolungarsi del conflitto. I piroscafi che sono nei porti non possono essere considerati alla stregua dei veri battelli britannici. Non sono che dei contrabbandieri.

Piroscafo inglese colpito durante la battaglia aereo navale di Pantelleria del 15 giugno 1942

Comunque mi risulta che Franco, al fine di facilitare una soluzione della crisi attuale, aveva preso le seguenti disposizioni:

1. proibito di attaccare qualsiasi vapore britannico in navigazione;

2. cercare di discriminare, per quanto possibile, nei porti la nazionalità delle navi in favore della bandiera inglese;

3. stabilire un porto franco nel quale la navigazione internazionale avrebbe potuto fare scalo per rifornire di merci permesse i Governi rossi della Spagna. È evidente che tali concessioni rappresentavano già una larga falla in quello che avrebbe dovuto essere il rigido sistema di blocco. Comunque Franco era disposto a fare questo sacrificio per facilitare le buone relazioni con Londra. Al di là di quanto esposto, non mi pareva possibile richiedere a Franco altre limitazioni alla sua libertà di azione.

Lord Perth mi ha ringraziato di quanto avevo detto ed ha insistito affinché io richiamassi l’attenzione del Duce sulla gravità della situazione che si sta producendo. Avviandosi all’uscita, mi ha chiesto quando sarei stato in grado di dargli risposta ai due quesiti posti nel nostro ultimo colloquio. Ho risposto che attendevo ancora ordini dal Duce e che credeva di poterlo rivedere tra qualche giorno.

Georges Bonnet

Egli ha aggiunto risultargli che Bonnet è in molto favorevole stato d’animo nei confronti dell’Italia e personalmente suggeriva di cogliere una tale occasione propizia, tanto più che il Parlamento è chiuso, per riannodare le conversazioni con la Francia. Ho lasciato assolutamente cadere questa sua apertura.

LUGLIO 1938

APPUNTO DEL GOVERNO ITALIANO IN RISPOSTA ALLA NOTA DEL GOVERNO BRITANNICO DEL 20 GIUGNO 1938

Roma, 1 luglio 1938 – XVI

1. Il Governo Fascista prende atto del riconoscimento da parte del Foreign Office che il Governo Fascista ha già applicato – dimostrando in maniera cristallina la sua buona fede – le clausole degli Accordi che maggiormente interessavano la Gran Bretagna: quali il ritiro delle truppe dalla Libia, il disinteressamento nelle questioni della Palestina, la sospensione di ogni propaganda spiacevole per radio o sulla stampa.

2. Il Governo Fascista deve viceversa constatare che nessuna contropartita è venuta da parte della Gran Bretagna, neanche dopo le decisioni di Ginevra, circa la questione etiopica e neanche dopo l’accettazione da parte dell’Italia del piano inglese per quanto concerne il ritiro dei volontari dalla Spagna; piano finora inapplicato non per causa dell’Italia, ma per l’atteggiamento di altri Stati sui quali e non sull’Italia deve ricadere la relativa responsabilità.

3. Sulle tre ipotesi formulate dal Foreign Office, l’Italia dichiara:

a) che l’idea di proporre a Franco un armistizio è inammissibile a meno che i rossi non si arrendano a discrezione, nel qual caso l’Italia potrebbe rappresentare, come già fece dopo la caduta di Bilbao, un elemento di moderazione;

b) che non meno inaccettabile è, nel momento attuale, l’idea di un ritiro unilaterale dei volontari italiani;

c) che non rimane quindi che attendere lo sviluppo degli eventi spagnoli, sia attraverso il Comitato di Non Intervento sia attraverso lo sviluppo della guerra, per l’applicazione degli Accordi del 16 aprile. Il Governo Fascista ha – non senza rammarico – l’obbligo di dire che questo ritardo – non dovuto all’Italia – rischia di compromettere gli effetti morali degli Accordi stessi.

4. Per quanto concerne la Francia, il Governo Fascista riconferma che non v’è né può esservi connessione alcuna fra tali eventuali Accordi italo-francesi o anche la semplice ripresa delle conversazioni italo-francesi, con l’applicazione degli Accordi italo-britannici,

Lo stabilire oggi una connessione del genere, connessione che non fu mai affacciata né all’inizio delle trattative italo-britanniche né durante il loro svolgimento ed anzi fu sempre formalmente esclusa, significherebbe correre il rischio di far decadere anche gli Accordi italo-britannici. La ripresa delle conversazioni italo-francesi potrà eventualmente verificarsi dopo l’applicazione degli Accordi del 16 aprile, non mai prima e ciò per ragioni così intuitive che si stima inutile rappresentare.

Il Governo Fascista ̬ quindi deciso ad attendere, nella speranza che una troppo lunga ed ingiustificata attesa non diminuisca o annulli il valore di un atto che Рcome quello del 16 aprile Рfu non solo in Italia e in Inghilterra, ma in tutto il mondo salutato come un avvenimento essenziale per la pace.

COLLOQUIO CON L’AMBASCIATORE DI GRAN BRETAGNA

Roma, 2 luglio 1938 – XVI

Ho rimesso a Lord Perth il documento redatto dal Duce, non senza mettere in rilievo questo fondamentale elemento. Lord Perth lo ha letto con profonda attenzione e durante la lettura il suo volto ha lasciato spesso trasparire segni di incertezza e di preoccupazione. Alla fine della lettura gli ho detto che verbalmente volevo aggiungere alcuni punti che non erano stati fissati per iscritto dal Duce, ma che egualmente rappresentavano la Sua volontà.

1. Egli richiedeva una risposta precisa a quanto contenuto nell’appunto;

2. si riservava di riprendere ogni libertà di azione nei confronti delle condizioni già da noi puntualmente osservate, libertà di azione che avrebbe mantenuto fino a quando anche il Governo inglese non avesse dato effettiva esecuzione all’Accordo;

3. Il Duce, al fine di illuminare, allorché ciò fosse apparso necessario, l’opinione pubblica internazionale sull’andamento di queste ultime trattative, desiderava concordare con Lord Perth la pubblicazione dei documenti che ci eravamo scambiati, ivi compreso l’odierno.

Ho infine aggiunto che il Duce era molto profondamente risentito per quanto si sta verificando in molti settori internazionali, che alcune attività britanniche nel Mediterraneo e nei Balcani non potevano non apparire ambigue ad ogni osservatore imparziale, che infine la pubblica opinione italiana, della quale il Duce non è certamente, come altri, lo “schiavo”, ma della quale pur tuttavia deve tener conto essendone volta a volta l’interprete e il formatore, si raffreddava di ora in ora sempre di più nei confronti dell’effettiva portata degli Accordi del 16 aprile.

Lord Perth ha tentato di polemizzare sulla sospensione del ritiro dei soldati dalla Libia. Gli ho subito risposto che ciò era mille volte nel nostro diritto, in virtù degli Accordi ed anche per il fatto che andando al di là della lettera dell’intesa, avevamo ritirato ben 20.000 uomini dalla Libia. Lord Perth mi ha domandato: “Ciò significa che il Duce rimanderà forze in Libia?”. Ho risposto: “Ogni decisione sarà da Lui presa in corrispondenza agli avvenimenti. Per parte mia devo confermare che Egli si riserva la massima libertà di azione”.

Lord Perth è venuto a parlare dell’accordo con la Francia, ed ha detto che anche nel suo stesso documento si ripeteva che l’Accordo anglo-italiano e l’eventuale Accordo italo-francese non erano connessi. Ho risposto che la insistenza britannica nel parlarci delle trattative con la Francia non poteva passare inosservata, dato quanto da noi era stato con precisione chiarito fin dall’inizio delle conversazioni.

Inoltre non potevamo ignorare tutto quanto si dice e si scrive in merito a Parigi, cercandosi colà di dare a queste affermazioni un carattere ufficioso, nel senso che l’Accordo anglo-italiano non entrerà in vigore se non preceduto da analogo Accordo italo-francese. Come recente ed indiscutibile prova ho citato l’articolo pubblicato tre giorni or sono dall’ultraispirato “Temps”.

Lord Perth ha espresso tutto l’accoramento che provava in questa ora ed ha aggiunto che la grandissima parte del popolo britannico avrebbe provato una tremenda delusione nel vedere pericolare un Accordo sul quale erano state fondate tante speranze. Gli ho fatto rilevare che nel documento del Duce un analogo sentimento era espresso per quanto ci concerne, e che, appunto la pubblicazione del promemoria era richiesta per fissare nell’opinione pubblica internazionale, se ciò sarà del caso, le responsabilità di un simile evento.

Lord Perth ha lasciato la mia stanza molto abbattuto. Anche uscendo ha ripetuto: “Temo che andiamo incontro ad una situazione difficile nei confronti dell’Accordo.” Ha anche lasciato intendere che penserebbe di chiedere udienza al Duce, se le cose dovessero ancora complicarsi.

Hans Georg von Mackensen

Ho consegnato anche copia dell’appunto a von Mackensen e gli ho succintamente narrato il mio colloquio con Lord Perth. Von Mackensen ha espresso i suoi ringraziamenti per la prontezza con la quale il Duce ha voluto mettere al corrente Berlino ed ha ripetuto la sua fiducia nella crescente e quotidiana affermazione della solidità dell’Asse.

INCIDENTE AL CONFINE ITALO-FRANCESE

Roma, 6 luglio 1938 – XVI

Ho ricevuto il signor Blondel il quale mi ha comunicato che nel passare per errore la frontiera presso Colurine, nella regione di Abries, i sudditi francesi Payen, tenente di Artiglieria in borghese e Delaytre, interno degli Ospedali di Parigi, i quali effettuavano una escursione, si trovavano per cinque o sei metri in territorio italiano quando fu tirato un primo colpo di fucile senza ingiunzione.

Essendosi essi tirati indietro, mentre si trovavano a 150 metri in territorio francese, dei nuovi colpi di fucile furono sparati ed uno di questi colpì il signor Dalaytre alla schiena, producendogli una ferita assai grave. È stato constatato che la pallottola ricevuta dal Delaytre è quella di un fucile da guerra italiano e, a 25 metti dalla frontiera, in territorio francese, dei bossoli di cartucce da guerra italiane sono stati trovati.

A conclusione del suo esposto mi ha detto che il Governo francese avanzerebbe la richiesta che adeguate sanzioni vengano prese nei riguardi dei colpevoli e che istruzioni siano date alle milizie di frontiera di usare una maggiore prudenza in occasioni analoghe, specialmente durante la stagione estiva dato che sono numerosi i turisti che varcano in condizioni di assoluta buona fede le linee di confine. Infine si riservava il diritto di chiedere eventuali risarcimenti di danni per il ferito.

Ho risposto al signor Blondel che non ero in grado di dargli nessuna risposta non avendo gli elementi di fatto necessari. Una inchiesta sarebbe stata aperta in merito, dopo di che mi sarei riservato di fargli conoscere il nostro punto di vista.

Il passo francese è stato fatto in tono estremamente dimesso e cortese. Nell’uscire dalla mia stanza il signor Blondel ha anzi specificatamente richiamato la mia attenzione sulla opportunità che l’incidente non venga artificiosamente montato dalla stampa per crearne una controversia senza motivo. Ho risposto che la nostra stampa non avrebbe certamente attribuito una particolare importanza alla questione, a meno che non fossero iniziate polemiche da parte della stampa francese, come del resto qualche giornale aveva già fatto.

RICHIESTE INGLESI SUL PATTO ITALO-BRITANNICO

Roma, 11 luglio 1938 – XVI

Ho ricevuto Lord Perth. Egli mi ha detto che per evitare una lunga esposizione ed in virtù della cordialità e buona fede in cui si erano sempre svolte le trattative tra me e lui, anziché farmi un lungo discorso preferiva farmi leggere le istruzioni venutegli dal suo Governo.

Tali istruzioni, contenute in un lungo messaggio, comprendevano sette punti. Sulla base delle note da me prese durante la lettura esse possono venire così riassunte:

1. Il Governo britannico esprime la sua sorpresa per quanto è detto nel promemoria consegnato a Lord Perth nel precedente colloquio, nonché per le dichiarazioni verbali fatte all’atto della consegna dal Conte Ciano. Comunque i1 Governo britannico non intende polemizzare in merito né rendere più difficile la situazione: concorda col Governo italiano nell’esprimere il proprio dispiacere per il ritardo che si verifica nella messa in vigore dell’Accordo italo-britannico, nonché nel riaffermare la buona volontà di trovare una accettabile via di uscita.

2. È stato chiaramente stabilito nei documenti scambiati il 16 aprile, che il Governo britannico considera la sistemazione della questione spagnola come la condizione sine qua non per l’entrata in vigore del Patto italo-britannico. Il Patto è stato salutato in Inghilterra con calma simpatia e con ancora più calda simpatia sarà salutata la sua messa in opera.

Ma il Governo italiano deve ricordarsi quali sono gli impegni presi dal Governo britannico, anche al Parlamento, nei confronti dei volontari per i quali si richiede una effettiva evacuazione. (A questo proposito Lord Perth mi ha riaffermato che la tesi italiana di considerare settlement della questione spagnola la nostra adesione al piano britannico di evacuazione non può venire accolta dal Governo inglese il quale riafferma il punto di vista della evacuazione effettiva dei volontari).

Mussolini e Chamberlain

Il Governo britannico, desideroso di accelerare la messa in vigore dell’Accordo, ha avanzato alcune proposte: è spiacente di rilevare che queste proposte sono state respinte dal Signor Mussolini.

3. Il Governo britannico non può condividere il punto di vista espresso dal Governo italiano nel senso che niente è stato dato da Londra quale contropartita delle effettive concessioni già fatte dall’Italia. L’azione svolta a Ginevra dall’Inghilterra deve venire considerata una importante contropartita. D’altra parte il Governo inglese ritiene che gli impegni per la riduzione delle forze italiane in Libia, per il regolamento della questione spagnola, per l’iniziativa da prendersi a Ginevra ai fini di rimuovere gli ostacoli che si opponevano al riconoscimento dell’Impero e l’adesione del Trattato navale entravano in vigore fino dalla data della firma.

(Ho sollevato le più formali riserve su una tale affermazione, poiché il ritiro delle forze dalla Libia è una concessione unilaterale fatta dal Duce in virtù delle buone relazioni ristabilite dall’Accordo e, naturalmente, condizionata a questo, concessione che il Duce può sospendere o ritirare in qualsiasi momento. Per quanto concerne il Trattato navale risulta chiaramente dal testo stesso che l’interpretazione britannica è errata).

4. Il Governo britannico crede che non sia stata bene interpretata la sua dichiarazione per quanto concerne la Francia e riafferma che l’entrata in vigore dell’Accordo italo-britannico non è connessa con l’eventuale stipulazione di un Accordo franco-italiano. Però deve ancora una volta far rilevare che la decisione del Duce di rinviare le conversazioni tra Italia e Francia a dopo la messa in vigore del Patto italo-britannico, è motivo di serie preoccupazioni per il Governo di Londra.

Quest’ultimo fa rilevare che se il Patto dovesse entrare in vigore mentre perdura uno stato di tensione fra Roma e Parigi, l’Accordo perderebbe molto del suo effetto né potrebbe rappresentare, come si è sperato, un così rilevante contributo alla pace del mondo. Se d’altra parte la decisione del Signor Mussolini diventasse di pubblica ragione, non si potrebbe impedire a molti settori della opinione pubblica di vedere in essa il tentativo di disgiungere Parigi da Londra. Poiché certamente ciò non è nelle intenzioni del Signor Mussolini e “dato che niente del genere è possibile”, è inutile e dannoso compiere qualsiasi gesto che possa avvalorare una tale supposizione.

5. Poiché dunque non rimangono altre alternative possibili, il Governo britannico arriva alla conclusione che niente potrà venir fatto se non attendere che il piano di evacuazione venga tradotto in atto. Il Governo britannico riafferma in pari tempo la buona volontà di stringere per quanto possibile i tempi ed a questo proposito fa rilevare l’opportunità di non compiere gesti che comunque possano determinare nuovi ritardi. Il discorso di Aprilia, nonché il tono della stampa italiana e particolarmente di alcuni articoli di Gayda, non sono destinati a migliorare l’atmosfera e a facilitare una soluzione del problema.

6. Il Governo britannico non crede che il ritardo nel mettere in esecuzione il Patto italo-britannico possa diminuire o annullarne il valore. Si preoccupava invece dell’idea avanzata dal Governo italiano di pubblicare i documenti confidenziali scambiati nel corso degli ultimi colloqui Ciano-Perth. Questi documenti hanno avuto il carattere di promemoria diplomatici destinati ad uso interno di Cancelleria, così come i colloqui ed i contatti sono sempre stati ispirati ad una assoluta franchezza che diventerebbe impossibile se si sapesse a priori che tutto ciò è destinato alla pubblicità. Una particolare difficoltà sarebbe rappresentata dai rapporti con i terzi e particolarmente con la Francia, della quale è stata così spesso questione nel corso delle ultime trattative.

7. Il Governo inglese desidera far sapere al Governo italiano che qualora quest’ultimo avesse nuovi suggerimenti da avanzare, sarebbe ben lieto di esaminarli e possibilmente accoglierli. Il problema è così importante che il Governo britannico non intende perdersi in questioni minori e riafferma l’intera decisione di risolverlo non appena ne abbia la materiale possibilità.

Mi sono limitato, durante la lettura del telegramma, a fare a Perth le osservazioni e le riserve già annotate nell’appunto. Alla fine ho detto che avrei informato il Duce di quanto precede e, a titolo personale, ho aggiunto che ritenevo non potesse esserne in alcun modo soddisfatto.

COLLOQUIO DEL DUCE COL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO E IL MINISTRO DEGLI ESTERI D’UNGHERIA

Roma, 18 luglio 1938 – XVI

Imrédy, dopo aver ringraziato il Duce delle accoglienze ricevute in Italia, parla di alcune questioni di carattere commerciale e fa dichiarazioni sulla situazione interna ungherese, situazione che egli definisce sostanzialmente calma nonostante le agitazioni di alcuni partiti dell’estrema destra.

Il Presidente del Consiglio ungherese conferma comunque la sua intenzione di mantenere l’ordine ad ogni costo e di procedere sulla via politica iniziata. Il Duce dà assicurazioni di esaminare con la massima benevolenza le richieste di indole commerciale. Per quanto concerne la politica interna, consiglia a Imrédy di battere gli avversari politici annunziando e applicando programmi di riforme sociali ancora più concreti di quelli esposti dagli avversari. Dà ragguagli circa lo sviluppo delle organizzazioni corporative, dopolavoristiche e assistenziali italiane.

Kànya prende la parola in materia di politica estera. Dice che nel momento attuale la questione che polarizza l’attenzione ungherese è quella ceca. Per quanto non si possa prevedere il momento preciso della crisi, pure è evidente che si dovrà giungere ad una soluzione. La Germania rappresenta nel problema cecoslovacco il fattore principale.

L’Ungheria non inizierà mai l’azione contro la Cecoslovacchia. Interverrà però a breve scadenza dopo che il conflitto sarà stato iniziato da parte tedesca. Il Governo di Budapest intende conoscere le intenzioni della Jugoslavia. Kànya non ha fiducia nelle dichiarazioni fatte da Stoiadinovic. Finora i tentativi ungheresi per arrivare ad un accordo isolato con la Jugoslavia sono sempre naufragati a causa della cortese ma immutabile opposizione del Presidente jugoslavo. L’Ungheria necessita di una garanzia militare contro un eventuale attacco degli jugoslavi. Senza questa garanzia nessun Governo responsabile potrebbe prendere iniziative belliche contro la Cecoslovacchia.

Il Duce ricorda quanto fu detto da Stoiadinovic nei confronti della Cecoslovacchia, definita dallo stesso Presidente jugoslavo “état saucisson”. Espone lo stato delle relazioni politiche tra noi e Belgrado. L’applicazione del Patto, che per ora non ha che poco più di un anno di vita, è stata soddisfacente. Le questioni che esistevano tra i due Paesi sono state liquidate in modo utile per entrambi. La tranquillità dell’Adriatico è raggiunta.

In base alle dichiarazioni di Stoiadinovic il Duce ritiene che l’Ungheria, intervenendo nel conflitto dopo la Germania, non correrà rischio di attacchi da parte della Piccola Intesa. D’altro canto la soluzione più sicura del problema cecoslovacco è affidata alla rapidità di azione.

Ciano espone i risultati dei colloqui di Venezia e conferma la decisione del Presidente Stoiadinovic di concertare la sua politica con la politica italiana. L’unico caso in cui la Jugoslavia sarebbe obbligata ad intervenire in virtù dei Patti firmati sarebbe quello di un attacco unilaterale ungherese contro Praga.

Ciano conversa con de Kanya in via dell’Impero in occasione della parata in onore del Reggente d’Ungheria

Il Duce dichiara di essere convinto che, anche se la Germania attaccherà la Cecoslovacchia, nessuna crisi europea si verificherà. Non interverranno né i francesi né gli inglesi. D’altra parte la Francia dovrà fare i conti col nostro atteggiamento. La nostra posizione sarà di schieramento netto e positivo a fianco della Germania. Ha detto a Hitler che l’Italia appoggerà completamente la politica tedesca.

Se una mobilitazione sarà sufficiente ad immobilizzare la Francia, l’Italia mobiliterà e se sarà necessario entrare in guerra, l’Italia attaccherà la Francia. Tra l’Italia e la Germania non esistono Patti militari scritti ma questi potranno venire in un tempo prossimo quando l’intesa tra i due popoli, che già sta diffondendosi rapidamente, sarà ancora più completa. D’altra parte le relazioni con la Germania non richiedono documenti scritti: esiste una totale solidarietà di regime. Il Duce consiglia all’Ungheria di adottare, nei confronti di una eventuale crisi, un atteggiamento di attesa nei primi tempi e di approfittare, dopo il dislocamento della Cecoslovacchia, dell’occasione favorevole.

Kànya insiste lungamente sui pericoli che rappresenta l’incognita dell’atteggiamento jugoslavo e chiede ancora che garanzie si possano avere in questo senso. Il Duce ritiene che si possa porre nuovamente il quesito a Stoiadinovic. L’Italia potrà anche far conoscere a Stoiadinovic il suo desiderio che i rapporti tra l’Ungheria e la Jugoslavia vengano normalizzati ad un punto tale da poter ad un certo momento avere l’adesione della stessa Jugoslavia ai Protocolli di Roma. Si potrà anche far conoscere a Stoiadinovic che l’Italia è favorevole ad un aumento di potenza ungherese.

Foto di gruppo dei partecipanti al Convegno dei Ministri degli Stati firmatari dei protocolli di Roma a Budapest: da sinistra a destra sono inquadrati: Guido Schmidt, Kalman Daranyi, Kurt von Schuschnigg, Galeazzo Ciano, Kalman de Kanya

A richiesta di Kànya il Duce aderisce a che nel comunicato relativo ai colloqui italo-ungheresi, venga affermato che i Protocolli di Roma mantengano il loro valore economico e politico per quanto concerne le relazioni tra l’Italia e l’Ungheria. Dopo un giro di orizzonte compiuto dal Duce, durante il quale fa il punto circa la situazione in Spagna, le relazioni italo-britanniche e le relazioni italo-francesi, il colloquio ha termine.

COLLOQUIO CON LORD PERTH, AMBASCIATORE DI GRAN BRETAGNA

Roma, 26 luglio 1938 – XVI

Lord Perth mi ha comunicato che intende partire nei prossimi giorni in licenza per l’Inghilterra, ove si tratterrà alcune settimane. Dopo avermi espresso il compiacimento del Governo britannico per la liquidazione soddisfacente dell’affare Mohammed Alí nell’impero e avermi ringraziato particolarmente per l’azione svolta da S. E. Cerulli, Lord Perth ha brevemente parlato della situazione in Spagna.

Ha detto che, in linea di massima, avendo ormai Barcellona accettato, sarebbe conveniente che anche Franco significasse al più presto la sua adesione al piano per il ritiro dei volontari. Teneva inoltre a farmi sapere che Franco aveva comunicato al Governo britannico la soddisfazione per la chiusura della frontiera dei Pirenei, chiusura che si è manifestata realmente ermetica. Il Governo inglese, nel darci notizia di quanto precede, esprime il voto che anche il Governo italiano voglia mantenere rigido l’embargo sugli uomini e sulle armi. Se così non fosse, il Governo Daladier verrebbe posto in una difficile posizione.

Édouard Daladier

Parlandomi dell’Accordo italo-britannico, egli mi ha detto, a titolo puramente personale, che gli sembrava conveniente di mettere subito in pratica applicazione il paragrafo riguardante lo scambio di informazioni militari. Qualora noi avessimo concordato con lui, avrebbe avanzato la proposta al suo Governo. Ho risposto che informerò debitamente il Duce di questa sua idea, ma che avanzavo le preliminari riserve sulla possibilità di accettare. È evidente che il Patto è un tutto unico e che non si può metterne in vigore dei frammenti, lasciando in sospeso il resto.

Infine Lord Perth mi ha chiesto se avevo qualche comunicazione da fare a Chamberlain. Gli ho risposto che potevo confermargli quanto ebbi a dirgli nell’ultimo colloquio: il Duce ha accettato la soluzione proposta dagli inglesi di attendere un tempo ancora indeterminato per la messa in vigore del Patto. Attenderà. Ma non si nasconde che ogni giorno che passa fa svanire l’importanza e il gusto politico del Patto medesimo. Lord Perth mi ha accennato alla eventualità di chiedermi ancora una udienza prima della sua partenza in congedo.

AGOSTO 1938

COLLOQUIO CON L’INCARICATO D’AFFARI BRITANNICO

Roma, 20 agosto 1938 – XVI

Presi gli ordini dal Duce, ho convocato quest’oggi Sir Noel Charles, Incaricato d’Affari di Gran Bretagna, al quale ho dato la seguente risposta in relazione alle ultime due note da lui consegnatemi circa forniture di armi italiane al Generalissimo Franco.

a) Il fatto che l’aviazione italiana svolga una larga attività in Spagna non prova che vi sia stato un aumento nel numero delle nostre unità aeree. D’altro lato il Governo italiano non ha mai nascosto l’esistenza in Spagna di un’aviazione legionaria e sono frequenti i bollettini ufficiali che vengono da noi pubblicati per documentare l’attività dell’aviazione italiana in Spagna.

b) Per quanto concerne l’invio di armi e munizioni, il Governo britannico deve tener presente che noi abbiamo in Spagna un contingente di volontari e che questo contingente siamo disposti a ritirarlo quando il Piano del Comitato di Non Intervento diventerà definitivo.

Fino a quel momento però i nostri volontari combatteranno e insieme all’usura quotidiana degli uomini, vi è, in forma maggiore, quella dei materiali. È chiaro che il Corpo Volontario italiano non può combattere armato di ramoscelli d’olivo. Quindi da noi sono e saranno fornite quelle armi indispensabili ai volontari per non venire massacrati dagli enormi rifornimenti bellici che quotidianamente, come il Governo inglese sa, vengono forniti dalla Francia alla Spagna rossa.

Sir Noel Charles ha preso atto della risposta e, a titolo personale, mi ha lasciato intendere che la trovava logica e sensata. Mi ha chiesto se è vero che noi mandiamo ancora contingenti di volontari, secondo quanto sarebbe stato riferito da varie fonti. Ho detto che ciò non era esatto.

Sir Noel Charles

Sir Noel Charles mi ha fatto rilevare che in questi ultimi tempi la stampa italiana ha di nuovo assunto un atteggiamento genericamente ostile alla Gran Bretagna e mi ha chiesto se ciò era intenzionale. Ho risposto di no, pur facendo presente che la stampa rispecchiava gli aspetti obiettivi della situazione. A mia volta ho chiesto di precisarmi quali giornali avessero pubblicato cosa sgradita al Governo inglese. Sir Noel Charles mi ha detto che non poteva elencare casi specifici ma che si trattava di una intonazione generale.

Dopo avermi brevemente fatto cenno alla situazione cecoslovacca ed all’Estremo Oriente, l’Incaricato d’Affari ha preso congedo.

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