I “SEGRETI” DEL FASCISMO – 9

a cura di Cornelio Galas

“Appunto per il Duce”
sul programma del PNF
redatto da Carlo Scorza
1943

Carlo Sforza

 CHI ERA CARLO SFORZA?

 – documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

Roma, 7 giugno XXI
APPUNTO PER IL DUCE

DUCE,
quanto sto per dirvi può avere apparenza pessimistica; ma nel fondo vi è la rocciosa certezza nella potenza del Regime, nella vitalità della Nazione, in Voi e nella Vittoria. Io so che Voi esigete da me non un’obbedienza passiva, sibbene un’interpretazione fedele e mistica delle Vostre direttive: quindi una subordinata e intelligente collaborazione fondata sul presupposto della dedizione più assoluta.

Carlo Sforza

Per questo ritengo mio dovere scrivervi anziché parlarvi: il parlare sarebbe troppo lungo e forse troppo difficile. Molto – quasi tutto – già conoscete. È interessante però che Voi sappiate che quanto sto per dirvi è pensato, sentito e differentemente valutato non solo da quasi tutti i gerarchi, ma anche dalla grande maggioranza dei fascisti e della popolazione.

È indubbio che la Nazione è ormai convinta che Voi, col nuovo indirizzo dato al Partito, non avete voluto procedere solamente ad una sostituzione di uomini, né a una semplice correzione di direttive; è convinta – a torto o a ragione, non sta a me giudicare – che Voi avete voluto dare proprio un nuovo indirizzo all’intera vita nazionale. Questo è valso a risollevare potentemente gli spiriti adugiati da mille cause, e ad alimentare grandi speranze.

Se il Paese – dopo le delusioni militari nobilmente sopportate – fosse deluso anche in questa aspettativa, e in quest’ora, il danno sarebbe veramente incalcolabile e forse irrimediabile.

Né questo è tempo di ordinaria amministrazione, poiché la situazione spirituale, morale, organizzativa, alimentare, militare è a tal punto che se non intervengono provvedimenti di eccezione, potremo forse anche giungere ad una soluzione onorevole della guerra ma perderemo certamente la pace.

Lo stato d’animo del Paese è il seguente.

Nei ceti ricchi: antifascismo e antimussolinismo contenuto solamente dalla paura che l’eventuale trionfo di questo sentimento non abbia a favorire un corso negativo della guerra e quindi, col trionfo del bolscevismo, la perdita dei loro beni materiali.

Nei ceti medi Рborghesia impiegatizia, professioni libere, ecc. Рnon vi ̬, in generale, n̩ antifascismo n̩ antimussolinismo dichiarato, ma neanche acceso fascismo: vi ̬ solamente una diffusa apatica rassegnazione agli avvenimenti, aggravata dalle ristrettezze economiche che ogni giorno pongono questi ceti di fronte al problema dello stomaco.

Dalla piccola borghesia fino al popolo minuto vi è un pieno onesto sentimento fascista e un’assoluta devozione a Voi. Quest’enorme massa è veramente quella su cui possiamo incidere con viva azione di penetrazione e di conquista.

Dobbiamo però sempre riconoscere che questa massa rappresenta oggi la forza naturale di cui la Nazione può disporre per la resistenza e la Vittoria. Bisogna quindi conquistarla sempre pi nel profondo, e farne un’arma di combattimento. Occorre: Assisterla generosamente ma senza slittamenti; Dominarla con forza ma con giustizia; Soddisfarla nelle sue giuste richieste: perché anche soddisfazioni bisogna concedere a chi tutto offre.

Il Partito. Non mi faccio alcuna illusione, Duce, che nei pochi giorni di mio segretariato si sia potuto raggiungere qualche trasformazione radicale. Occorrono provvedimenti drastici e il tempo necessario per attuarli. Perché il Partito è ammalato di parecchi mali:

a) elefantiasi non solamente numerica ma anche spirituale, in quanto si è diluito lo spirito di combattimento e aggravato lo spirito di conservazione. Generalmente, tutti cercano di conservare qualche cosa: una posizione o gerarchica, o finanziaria, o impiegatizia. Tale conservatorismo ha trasformato la primitiva dinamica “offensiva” in un concetto modestamente e potrei dire anche miseramente “difensivo”. Anche se di eroismo si deve parlare, non è l’eroismo degli arditi che disprezzano la propria trincea per anelare a quella del nemico, ma è eroismo difensivo, da assediati;

b) diffidenza tra i gerarchi – in carica e non in carica – i quali, piuttosto che considerare le cose sotto un punto di vista nazionale e quindi fascista, si occupano dei propri rapporti personali; e, piuttosto che cedere di un pollice delle loro posizioni o delle loro pregiudiziali, manderebbero in rovina chissà che cosa;

c) esagerato arricchimento di alcuni gerarchi. Ed è questo forse che bisogna porte all’origine del conservatorismo fascista, perché coloro i quali sarebbero indicati dai fascisti e dalla popolazione come gli esponenti veri della propulsione rivoluzionaria, temendo di non poter rispondere di se stessi e di dover rinunciare a tutto ciò che non potrebbero dimostrare di possedere legittimamente, si adagiano sulle poltrone raggiunte, tacciono o si limitano ad un rivoluzionalismo verbale e di maniera. Da ciò deriva anche la diffidenza dei fascisti verso i gerarchi i quali hanno perso, naturalmente, il credito sostanziale: anche se ancora riescono a serbare quello formale.

La gioventù crede relativamente nel Fascismo per varie cause ormai notissime. Ma essa rappresenta, nella sua stragrande maggioranza, materiale recuperabilissimo non appena (qualche mese ancora, Duce!) avremo cambiato il clima del Partito.

I vecchi fascisti sono ancora, e sempre, coloro sui quali – nel novanta per cento dei casi – si può fare affidamento in ogni circostanza. Basterà che Voi tocchiate loro il cuore e li convinciate che siete immutabilmente il loro comandante e il dominatore degli eventi.

I vari Ministeri risultano oggi un groviglio di funzioni non sempre definite e più spesso ancora interferentisi le quali complicano il più semplice svolgimento della più semplice pratica. Aggiungo che – frequentemente – tali interferenze vengono eliminate e le pratiche vengono risolte sulla base di una comune e ormai corrente – contrattazione privata; vale a dire: scambio di favori personali e circolazione di denaro.

Mentre la burocrazia dei gradi inferiori è generalmente onesta e fascista, quella dei gradi superiori non è, generalmente, né onesta né fascista: sicché avviene che mentre le sanzioni del Partito giungono a colpire le modeste infrazioni, restano impunite le grosse colpe dei grossi papaveri. E ciò non tanto per il fatto che costoro sanno, meglio dei piccoli, “organizzare” le loro cose, ma quanto perché trovano – ed è forse la cosa più dolorosa a dichiararsi – difesa – anche se si vuole ammettere la buona fede – negli esponenti politici.

Non è raro il caso che camerati i quali scagliavano strali infuocati contro personalità dell’alta burocrazia, per le quali richiedevano almeno la fucilazione, non appena divenuti gerarchi si sono dimostrati i difensori – tanto onesti quanto convinti – di coloro che prima essi stessi avrebbero voluto giustiziare.

L’alta burocrazia non è temibile per il solo fatto che non è fascista, ma lo è soprattutto perché domina – attraverso la propria esperienza e attraverso la sottile e spesso capziosa interpretazione della legge – sugli uomini e quindi sulle cose del Regime.

Settore alimentare. Duce, è una verità che da tre anni l’Italia vive con i propri mezzi. È una verità che finora nessuno è morto di fame. È quindi lapalissiano che l’Italia ha tanto da potersi sfamare. Sicché il problema non è un problema di produzione, sibbene un problema di distribuzione e di organizzazione.

L’egoismo dei produttori e dei commercianti può avere originato inizialmente la borsa nera, ma è chiaro che i maggiori responsabili di questa cancrena sono soprattutto coloro che hanno creato il caos nel settore della distribuzione e coloro che, possedendo molto danaro liquido, acquistano a qualunque prezzo e quindi sollecitano e incoraggiano ogni ingordigia. In questo settore bisogna riformare urgentemente e punire con esempi che non esiterei a dire clamorosi, perché il popolo è particolarmente sensibile a questa forma di sofferenza e a questa forma di ingiustizia.

Indubbiamente, con la Vostra diretta partecipazione alla trattazione del problema, le difficoltà in questi ultimi tempi sono state ridotte: ma non basta, perché gli organismi che debbono mettere in atto le Vostre decisioni molto spesso le complicano, le rendono inefficienti (quando non le smentiscono addirittura) e quasi sempre le affidano ad incompetenze disorganizzate e disorganizzatrici.

Gli “Enti” rappresentano una selva selvaggia dove nessuno più riesce a orientarsi; i Comitati e le Commissioni e le Organizzazioni – simboleggiate da sigle incomprensibili – costituiscono un tale garbuglio dove si smarriscono anche i migliori esperti animati dalla maggiore buona volontà. Occorre – anche qui urgentemente – tagliare, ridurre, semplificare con feroce dittatura, con pienezza di responsabilità personale.

Settore militare. Per ognuno dei tre settori militari, Duce, potrei parlarvi lungamente e presentarvi delle memorie particolari. Qui mi limito solamente a considerazioni generali. Il settore militare ̬ il pi̼ doloroso perch̩ Рpur essendo il settore centrale della vita della Nazione Р̬ il settore pi̼ sinistrato.

Le Forze Armate si battono meravigliosamente e hanno scritto pagine da superare qualsiasi altro precedente; ma anche ciò si deve ad una Vostra personale azione, vale a dire: all’impostazione eroica che Voi avete dato alla vita del popolo italiano. Le Forze Armate, come organismo complesso e funzionante, si sono scollate. Imprevidenza, impreparazione, incompetenza, irresponsabilità: questi sono gli elementi che potrebbero caratterizzare la situazione.

Non per usare piaggeria, Duce, perché Voi sapete che io sono un soldato e non un cortigiano, ma, giunto a questo punto delle mie considerazioni non posso non pensare che sarebbe bastata la semplice obbedienza ai Vostri ordini e alle Vostre direttive perché in Africa Orientale, in Africa Settentrionale, in Grecia, le cose avessero avuto altro sviluppo.

Allorché si farà la storia di questa guerra, sarà chiaramente dimostrato, al lume di documenti inconfutabili – alcuni dei quali io conosco personalmente – come Voi avete intuito e previsto necessità, pericoli, possibilità e – soprattutto – “tempi”. Ma la storia si farà domani; oggi dobbiamo pensare all’oggi. E il pensare genera talvolta dubbi atroci.

Occorre risolvere i dubbi senza esitazione. La guerra sino a ieri aveva altri sviluppi, necessità, settori. Gli organismi che l’anno diretta hanno fallito. Essendo cambiati i compiti, nulla di più naturale che si trasformino gli organismi.

È proprio vero che l’esperienza non insegna un bel nulla. La nostra guerra è stata ed è guidata non da uno ma da cinque organismi. Da un Comando Supremo farraginoso, incerto nella condotta strategica, senza panoramicità di visione, senza connessione e coordinamento di piani; da uno Stato Maggiore dell’Esercito a mano a mano gonfiatosi in attribuzioni ingombranti; da un Ministero della Guerra ridotto nelle sue funzioni o interferenze in funzioni non più di sua competenza; da un Ministero della Marina e da un Ministero dell’Aeronautica agenti, molto spesso, sul terreno tecnico senza collegamenti unitari con le altre Forze Armate e senza tenere conto – nell’apprestamento dei mezzi – dei “tempi”, del terreno, dei progressi nemici, delle possibilità della nostra produzione.

Non esito a pensare Duce che se tutto questo complesso disorganizzativo non è stato preordinato (nego anche questa forma di intelligenza preordinatrice) è stato certamente, in un primo tempo, accettato, e successivamente desiderato e reso più difficile solo perché siete Voi il comandante supremo e su Voi si riversa la massima responsabilità.

Sarebbe bastata la trasformazione dello Stato Maggiore dell’Esercito in Comando Supremo, lasciando ai tre Ministeri della Guerra, della Marina e dell’Aeronautica, le attribuzioni amministrativo-disciplinari, e la creazione di un organismo tecnico-scientifico-industriale da affidarsi a un “cervello” non ad un berretto con la greca.

Non è chi non abbia subito visto che in questa guerra i generali comandano meno degli industriali e dei tecnici, perché è solo il mezzo che rende fecondo il sacrifizio e il valore, decidendo delle battaglie. Quale unità esiste nelle direttive, nelle richieste, negli ordinativi della produzione bellica? E, se esistesse, a quale unità di impiego obbedirebbe? Ecco il punto dello scardinamento della situazione militare.

Se Voi ordinaste un’indagine, Voi trovereste che i rapporti fra necessità della guerra e organizzazione delle industrie sono tali da rendere lecito persino il dubbio sulla esistenza della buona fede.

Il morale negli altri gradi, in generale, non è solamente depresso, ma è rassegnatissimo: si può affermare che i generali e gli ammiragli o non sentono di poter vincere o non credono di poter vincere o – permettetemi Duce la brutale sincerità – vogliono non voler vincere. L’ufficialità risente della suggestione dei gradi superiori. A tale suggestione si reagisce però con crescente rigore mano a mano che ci si avvicina ai gradi inferiori; talché nella truppa, nei sottufficiali, negli ufficiali fino a capitano e a maggiore, troviamo uno spirito veramente indomabile e deciso ad ogni prova.

Se una constatazione negativa dobbiamo fare per gli strati inferiori dell’Esercito, è la constatazione di una specie d’imborghesimento e una notevole deficienza di prestigio personale. Ciò dipende forse dalla mancanza di preparazione e di educazione militare e dalla permanenza per lungo tempo degli stessi reparti nelle stesse località a contatto con le stesse popolazioni.

A tutto Duce si può rimediare, ma ad una condizione: cominciare dall’alto, non solo con la semplice sostituzione degli uomini. I due terzi dei nostri generali sono vecchi, inaciditi e incompetenti. Hanno bisogno di puntelli o gerarchici o protocollari per svolgere la minima azione. Sono generali in portantina, non a cavallo.

Se la legge attuale e l’ordinamento dell’Esercito non consentono una rinnovazione legale, ebbene, Duce, procedete ad una rinnovazione extra legale o promulgate una legge di eccezione che Vi consenta di trarre fuori dalle file dell’Esercito i migliori – e ve ne sono! – cui affidare le supreme responsabilità.  Ma i due settori da esaminare il piú urgentemente possibile, e con criterio del tutto rivoluzionario, sono: il settore aeronautico e quello della produzione bellica.

L’Aeronautica è una forza la quale è militare solamente nell’impiego. Tutta la sua origine, il suo sviluppo, il suo potenziale è scientifico-tecnico-industriale. Nessuno dei generali dell’Aeronautica che io mi conosca ha la possibilità di rispondere a tali esigenze. Abbiamo insuperabili piloti, valorosissimi comandanti di squadriglie e di gruppi, ma – mano a mano che si sale verso i gradi superiori – anche qui la gente si siede e si burocratizza. Il Ministero dell’Aeronautica è diventato il meno semplice e – in alcuni casi – il meno chiaro fra tutti gli organismi di guerra.

Aggiungo che il rappresentante dello Stato – vale a dire il Ministero dell’Aeronautica – non esercita alcun potere decisivo, e nemmeno alcuna importante influenza, sopra i rappresentanti degli interessi particolari, vale a dire: le società industriali produttrici di motori e di apparecchi. Molto spesso avviene il contrario.

Le amarezze prodotte nel Paese dalla guerra, sono prodotte in minor parte dall’Esercito e dalla Marina, e in maggior parte dell’Aviazione. La nostra Aviazione era la prima del mondo. Voi l’avevate portata veramente ad un potenziale altissimo, mentre ora il popolo – che aveva creduto in essa come nel più decisivo fattore della nostra potenza – vede, e più con rancore che con dolore, i nostri cieli dominati dal nemico. E altrettanto dicasi per la produzione bellica.

Quel Ministero è nato subito male perché al tecnicismo organizzativo e alla mentalità dinamicamente industriale che sarebbero stati necessari ad animarlo e a renderlo efficientissimo, è stata sostituita una raccolta di elementi scartati da tutti gli altri organismi militari e industriali. Industriali non riusciti e ufficiali di cui le altre forze armate si son volute liberare hanno costituito l’ossatura del Ministero della Produzione Bellica. Anche qui occorre intervenire energicamente affinché il Paese abbia quanto è indispensabile per resistere e vincere.

Anche nel Ministero della Marina troviamo che tutto è vecchio e le gelosie e le “scuole” si contrastano ancora violentemente. Oggi la guerra per noi non è piú atlantica e nemmeno mediterranea: è – purtroppo! – limitata allo specchio d’acqua tra le coste del continente e le coste delle isole. E allora è possibile che non si veda la necessità di buttarsi a corpo morto nella costruzione di un naviglio che risponda a queste immediate esigenze senza perdersi in discussioni e in esami di possibilità che potranno interessare domani ma che, oggi, rappresentano una perdita di tempo e di materiale?

Non posso non parlare dei rapporti fra noi e l’alleato tedesco. Il popolo italiano anche se non ama i tedeschi, li stima e li teme. E tutto ciò sarebbe ancora il meno male, mentre invece – a simiglianza di quanto avveniva e, in certi settori, ancora avviene per gli inglesi e per i francesi – ne subisce la suggestione. Il che sta forse a significare che i seicento anni di servaggio gravano ancora sulla vita della Nazione.

Consegue da ciò che l’alleato non ci considera altro che come brava gente, e non ci stima affatto: perché il tedesco si ferma sempre, e spesso cede, solo di fronte a due elementi: all’organizzazione e alla forza. Noi non abbiamo saputo dimostrare – in questi tre anni – né di saperci organizzare per quanto occorreva, né di essere forti. Ed è lecito oggi pensare che – senza la Vostra persona, senza il peso della Vostra volontà – l’Italia, coinvolta lo stesso nella guerra alla quale non poteva sfuggire, sarebbe occupata dalle truppe tedesche: convinte e liete le nostre stesse Autorità Militari.

Da questi rapporti assiali deriva una conseguenza che – ai fini della guerra – è la piú grave. La Germania non ha mai sentito veramente – né come potenziale bellico, né come fattore strategico – l’importanza dell’azione italiana e quindi della guerra mediterranea. Questa è verità: anche se i giornali tedeschi pensano di poterci lusingare con articoli elogiativi sul nostro eroismo e sull’efficacia della nostra partecipazione.

Se i tedeschi non fossero stati in questo ordine di idee, certo avrebbero seguito i Vostri suggerimenti e le Vostre richieste che imponevano – prima e al disopra di ogni altro settore di guerra – il risolutivo settore mediterraneo. In questo gli inglesi si sono dimostrati molto pi intelligenti e perspicaci, perché hanno trascurato la possibilità di ogni azione sul fronte occidentale per sgombrare il Mediterraneo, la via dell’impero inglese, da ogni pericolosa minaccia dell’Asse.

Anche per questo, occorre quindi Рe urgentemente Рorganizzarci in tutti i settori con criteri nuovi e dinamica risolutiva: ̬ indispensabile essere forti per imporci anche alla considerazione della Germania, e derivarne una pi̼ logica valutazione de problema militare italiano. E possiamo e dobbiamo farlo anche se non abbiamo molto tempo a nostra disposizione. Comunque, occorre cominciare e dichiarare risolutamente che non abbiamo rinunciato affatto a giocare il nostro ruolo nei confronti di chiunque.

Solo la pronta trasformazione e riorganizzazione in tutti i settori della nostra vita potrà dimostrare all’alleato la nostra decisa volontà, aumenterà il nostro prestigio, ci consentirà di parlar chiaro e chiedere quella immediata e vasta collaborazione – dalle armi, alle scarpe, ai viveri – indispensabile alla Vittoria comune. Perché la fortezza europea non si difende sul Brennero ma a Trapani.

DUCE, giunto a questo punto, bisogna che io tragga le conclusioni necessarie.

1) Moralizzare – con qualunque mezzo – la vita del Paese. Non parlo solo del Partito; è tutto il complesso dell’organizzazione nazionale che si svolge sopra un piano di slittamento corruttivo e corrosivo. E non parlo nemmeno della corruzione intesa nel senso del danaro: una vacuità avvilente sembra inghiottire ogni pensiero. Nobiltà vera – intesa come sentimento di massa – si trova solamente negli strati inferiori: i superiori possono offrire brillanti esempi individuali ma generalmente l’edonismo e l’egoismo più sfacciato ne informano ogni manifestazione.

2) Continuare a spingere risolutamente il Partito sulle vie da Voi tracciate fin dalla Vigilia e riconfermate in questi ultimi tempi, allo scopo di ottenere quella selezione che possa imporlo come legge morale e farlo temere come forza guerriera. Occorre liberarlo – almeno per tutta la durata della guerra – da tutte le attribuzioni ordinarie e spicciole (da demandare ad altri Enti) per renderlo sempre più l’organo centrale dell’interpretazione e dell’esecuzione dei Vostri ordini: propulsione, controllo e sanzione per tutti gli altri organismi del Regime.

3) Imporsi decisamente ai nemici colpendoli con severità, pur senza infierire. Non possiamo essere da meno dei regimi democratici nostrani e stranieri.

4) Scuotere dal profondo i ceti medi, la piccola borghesia, gli operai, i contadini con provvedimenti di natura rivoluzionaria, in modo da creare in essi non solamente uno spirito arroventato, ma un interesse immediato tangibile che li leghi alla causa della guerra e al Regime, qualunque cosa avvenga. Ciò varrà anche: ad abbassare l’orgoglio dei ceti ricchi i quali credono e giurano solo nella potenza del danaro, ad avvincere le masse dei combattenti, a creare il presupposto per la formazione dei quadri di domani.

5) Il Ministero della Produzione è un Ministero essenzialmente industriale. Debbono essere chiamati a dirigerlo i migliori industriali d’Italia con pienezza di responsabilità personale. E non importerà se essi approfitteranno della loro posizione per avvantaggiare le loro industrie: sarà necessario e sufficiente che essi sappiano che saranno veramente fucilati se faranno mancare all’Esercito quanto occorrerà.

6) Il Ministero della Guerra, il Ministero della Marina, il Ministero dell’Aeronautica hanno – e debbono avere per tutta la durata della guerra – funzioni disciplinari, amministrative e territoriali.

Il duce ha la suprema condotta della guerra: Egli non può quindi essere il Condottiero e contemporaneamente il Soleri o il Gasparotto della situazione. Ne consegue, logicamente, che il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica – facenti parte dello Stato Maggiore Generale del Duce – debbono essere separati dalla persona e dalla funzione del Ministro dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica.

Concludendo, vedo l’ordinamento dei poteri centrali in questo modo:

a) Il Duce deve riprendere fuori d’Italia la direzione politica dell’Asse con tutte le iniziative che ne possono derivare. All’interno, Egli deve continuare ad essere l’Unico supremo regolatore della vita morale politica e sociale.

b) Il Duce deve essere il Comandante Supremo, col suo Capo di Stato Maggiore Generale coadiuvato dai tre Capi di Stato Maggiore dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica.

c) Tre Ministri responsabili debbono rispondere del funzionamento amministrativo disciplinare delle tre Forze Armate ed essere i coordinatori dei servizi (a Ministro dell’Aeronautica, preferibilmente, un industriale o un uomo politico con forte prestigio e capacità organizzativa).

d) Un Ministro della Produzione Bellica (preferibilmente un industriale o un uomo politico con forte capacità organizzativa) coadiuvato da elementi sceltissimi dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica e dell’Industria: deve sapere che cosa vuole e che cosa occorre e deve esercitare una funzione dittatoriale su tutta la produzione.

e) Un Ministro dell’Economia che coordini e unifichi i due organismi esistenti dell’Agricoltura per l’alimentazione e degli Scambi e Valute per il commercio.

Alla base di tutto, duce, vi sono due necessità:

a) Decentrare, nel senso della funzionalità, e accentrare nel senso della responsabilità. Debbono essere chiamati i maggiori esponenti del Partito, dell’industria, della finanza alla corresponsabilità della guerra e assegnare loro compiti precisi con la pregiudiziale della pena capitale – a qualunque rango appartengano – se non risponderanno alla Vostra consegna. Nessuno può e deve restare estraneo alla vita della Nazione in questo momento o tentare di sfuggirvi con alibi sciocchi, per quanto arzigogolati e sottili.

b) Richiamare fortemente il Paese alla realtà della situazione, imponendo a tutti uno stile e un metodo di vita consoni al grave destino che incombe sulla Nazione. Del resto abbiamo precedenti storici non confutabili e di indubbio successo nei periodi salienti della storia di tutti i paesi. Quel che potrà pensare o fare la propaganda nemica non può avere importanza: importante e sufficiente sarà che il popolo si tenda in sforzo spirituale e produttivo che solo può garantire la Vittoria.

DUCE, io sono una ruota del Vostro carro: ma questa ruota girerà fino a schiantarsi o fino a che Voi crederete che possa servire. E perdonatemi se ho osato scrivervi tutto questo.

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