I “SEGRETI DEL FASCISMO” – 2

a cura di Cornelio Galas

10 giugno 1940
Il testo della dichiarazione di guerra

– appunti di Enzo Cicchino

 

Mussolini aveva bisogno di duemila morti da buttare sul tavolo della pace. Per lui, contrariamente a quanto uno statista illuminato avrebbe dovuto intravedere, la guerra era già finita, vinta dalla Germania. Non gli sorse minimamente il dubbio che le truppe anglo francesi potessero trovare un improvviso scampo a Dunquerque. E neppure che l’aviazione inglese potesse mettere in decisiva difficoltà quella tedesca portandola alla categorica sconfitta della Battaglia d’Inghilterra.

Ai primi di giugno del 1940 il Duce era fermamente convinto che il destino dell’Europa era segnato a favore della Germania e lui non si sarebbe potuto permettere comunque di rimanere assente.

Il Ministro della Cultura Popolare Alessandro Pavolini, che certo non brillò neppure lui in lungimiranza, scrisse il 5 giugno un articolo pubblicato su tutti i giornali e dal titolo Guerra Mussoliniana in cui si infervorava nel definirla un esplodere di rapidità guerriera tutta nuova per l’Italia e che avrebbe segnato con gloria il corso del conflitto.

PAVOLINI

Della dichiarazione, Benito, da qualche giorno, aveva preso a scarabocchiarne il testo su un foglio giallognolo vergato di amara inquietudine, lunghe notti insonni. Pur se dalle curve parole non venne fuori gran seme di saggezza, le cotidie cure, cui Claretta lo poneva riuscirono a dargli sì forza … che il disgraziato testo divenne uno dei più infausti cimeli della storia letteraria del Novecento.

Della sua unicità semantica possiamo ancor trarne conforto all’ascolto dell’unico documento sonoro che di esso ci rimane e che lo rappresenta: il cinegiornale Luce.

Colpisce ancora la bellezza di alcuni incisi, di alcune parole profferte con quasi sacrale dottrina. Cesellate dal nerbo di un volitivo che tenta di portare ancora una volta a termine un’altra delle sue disgraziate avventure. Un suono in particolare ha il fascino di una malia che disarma ed inquieta, che per la sua bellezza intrinseca produce quasi rabbia: è quello della parola “ascoltate” che conclude la prima frase della “invocatio”.

Chissà quante volte si è messo dinanzi allo specchio per esprimerla, curarne il gesto, la magia. E’ troppo raffinata. Troppo pensata e posata. Mussolini quell’ascoltate lo pronuncia con la penetrante bellezza di una infida sirena che guida la nave fra le secche di uno scoglio, nascondendo il disastro. La liturgia è necessaria. Non la si può non adempiere. E quel vascello di suoni è profferto all’ascolto sacrificale in un facile vassoio di promesse, ed in quanto vaghe, tanto più prezioso.

Guru non ancora tradito dalla voltagabbana sorte, Mussolini si avvia, con le parole, miserevolmente all’altare della sconfitta. A nulla valgono i concitati sussulti emersi dalla folla, troppo cupa per sembrare celestiale in quel kirie di morte. E tuttavia ancora oggi, nell’udirlo, si vien toccati da quella sua “orazione funebre”, dall’ardire della sua levità solida. Dal dolore per una smorfia irosa velata di nebbie… sulle crepe che fanno da sipario al “‘nulla” tragedia.

Nel documento Luce, gli effetti sonori della folla poi, sono in parte posticci. In mezzo a quelle urla… tanta gente ha pianto.

Galeazzo Ciano

Il 10 giugno 1940 il Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano convocò i due ambasciatori inglese e francese a Palazzo Chigi per le ore quattro e trenta del pomeriggio. Li accolse in divisa di ufficiale dell’aeronautica, la stessa che aveva indossato durante la guerra d’Etiopia.

Francois Poncet venne ricevuto per primo, era emozionato, anche se cercava di non darlo a vedere. Affermava di aver previsto quell’epilogo dal giorno della firma del Patto di Acciaio. Dopo aver ascoltato la dichiarazione di guerra, con un triste sorriso replicò: “E’ un colpo di pugnale alla schiena ad un uomo in terra, al vostro posto non ne sarei fiero. Vi ringrazio comunque di usare un guanto di velluto”.

Francois Poncet

Ciano arrossì. “Vuole sapere le ragioni della guerra? … mantenere gli impegni contratti con la Germania”.

“Dopo il conflitto la vita europea riprenderà. Ma assai colpevoli saranno coloro che lasceranno scavarsi tra l’Italia e la Francia un fossato pieno di sangue”, rispose l’ambasciatore francese. Il quale aggiunse ancora che gli risultava difficile considerare Ciano un suo nemico. Lo guardò. “Non vi fate ammazzare!” alla fine concluse, osservando la sua tenuta da aviatore. Gli strinse la mano.

Ma ad uccidere Galeazzo non saranno i francesi come Poncet aveva avuto timore, ma gli italiani, i suoi fascisti, la vendetta bruta dell’alleato tedesco i cui patti il Ministro degli Esteri si stava apprestando ad onorare.

Più freddo e formale l’incontro di Ciano con il laconico ambasciatore inglese Percy Laraine, che accolse la comunicazione, impassibile. Poi, un chiarimento, se il messaggio era da intendersi solo un preavviso oppure una decisione definitiva a tutti gli effetti. Avuta conferma della sua irrevocabilità si congedò… Anche lui con una lunga e cordiale stretta di mano.

Percy Laraine

Alle sei del pomeriggio di quel tiepido 10 giugno 1940, 16 anni esatti dopo il delitto Matteotti e tre anni circa dopo quello dei fratelli Rosselli (avvenuto il 9 giugno 1937), Mussolini rende partecipe il suo popolo, raccolto in tutte le piazze d’Italia, della esecuzione di nuovi delitti i cui protagonisti saranno questa volta gli stati: la Guerra contro Francia ed Inghilterra, accanto alla Germania.

Il Presidente del Consiglio francese Reynaud commenta: “La Francia, lei, non ha niente da dire. Il mondo, che ci guarda, giudicherà ”

Paul Reynaud

Nel testo della dichiarazione di guerra colpisce ancora quel riferirsi ambiguo di Mussolini ad altri popoli: svizzeri, greci, jugoslavi, turchi, egiziani, cui promette una non aggressione quanto mai poco chiara. Foriera di tristi presagi. Ci si chiede come sia nata questa frase oscena, se in quello stesso anno viene attaccato l’Egitto, in quello successivo la Grecia e poi la Jugoslavia: cui rubano tra l’altro tutte le riserve auree. 60 tonnellate!


Testo Dichiarazione di Guerra

Roma, Palazzo Venezia, 10 Giugno 1940, ore 18.00

Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Camicie nere della rivoluzione e delle legioni! Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del regno d’Albania! Ascoltate!
Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria.
L’ora delle decisioni irrevocabili.
La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.
Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano.
Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue stati.
La nostra coscienza è assolutamente tranquilla.


Con voi il mondo intero è testimone che l’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa; ma tutto fu vano.
Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l’eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che la hanno accettate; bastava non respingere la proposta che il Fuhrer fece il 6 ottobre dell’anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia.


Oramai tutto ciò appartiene al passato.
Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l’onore, gli interessi, l’avvenire fermamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia.
Noi impugniamo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano.

Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione; è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra; è la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto, è la lotta tra due secoli e due idee.
Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l’Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate.
Italiani!
In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un amico si marcia con lui sino in fondo. Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose Forze armate.
In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla Maestà del re imperatore, che, come sempre, ha interpretato l’anima della patria. E salutiamo alla voce il Fuhrer, il capo della grande Germania alleata.


L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere!
E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.
Popolo italiano!
Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!

Subito dopo aver pronunciato il discorso della dichiarazione di Guerra, Hitler, partecipa la sua gioia a Mussolini con un lungo telegramma:

“Duce, la decisione storica che Voi avete oggi proclamato mi ha commosso profondamente. Tutto il popolo tedesco pensa in questo momento a Voi e al vostro Paese. Le forze armate germaniche gioiscono di poter essere in lotta al lato dei camerati italiani. Nel settembre dell’anno scorso i dirigenti britannici dichiararono al Reich la guerra senza un motivo.

Essi respinsero ogni offerta di un regolamento pacifico. Anche la Vostra proposta di mediazione si ebbe una risposta negativa. Il crescente sprezzo dei diritti nazionali dell’ITALIA da parte dei dirigenti di Londra e di Parigi ha condotto noi, che siamo stati sempre legati nel modo più stretto attraverso le nostre Rivoluzioni e politicamente per mezzo dei trattati, a questa grande lotta per la libertà e per l’avvenire dei nostri popoli”.

Hitler e Mussolini

Colpisce nelle parole del Fuhrer quella sua mefistofelica innocenza! quel suo falso riferirsi ai trattati non mantenuti dagli anglo francesi ed alla loro scarsa sensibilita’ nei confronti delle esigenze territoriali germaniche. Sono frasi che esprimono una ipocrisia totale. E mettono in luce tutta la congenita diabolicità del carattere di Hitler e del suo atteggiamento funesto nei confronti dell’Europa.

Contemporaneamente, lo stesso giorno, si rinvolge con un altro messaggio anche al Re, ma è più freddo e formale:

“Io sono della ferma convinzione che la potente forza dell’ITALIA e della GERMANIA otterrà la vittoria sui nostri nemici. I diritti di vita dei nostri due popoli saranno quindi assicurati per tutti i tempi.”

E fa precedere questa frase con un riferimento alla Provvidenza come fattore di volonta divina atto a sancire questa alleanza nella guerra. Quando si pone Dio a testimone delle azioni umane quasi sempre sono quelle di cui negli anni successivi ci si dovrà sempre più vergognare e provare orrore!

“… io dichiaro solennemente che l’Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate”.

Queste sono parole che suonano molto ambigue se non addirittura inspiegabili, incomprensibili se non facciamo un passo indietro.

La mattina del 29 maggio 1940, dopo aver informato la sera precedente Pietro Badoglio della sua decisione che l’Italia sarebbe entrata in guerra, Mussolini riunì tutti i quattro responsabili delle Forze Armate ed i tre capi di Stato Maggiore per mettere in chiaro che dal 5 giugno in poi tutti i giorni sarebbero stati buoni per iniziare la belligeranza.

Prevedeva soprattutto una attivita’ offensiva sul fronte aereo navale contro l’Inghilterra, su quello terrestre grosso modo sulla difensiva, semmai si sarebbe potuto intraprendere un attacco alla Jugoslavia.

Quanto all’atteggiamento del popolo italiano: se fino ai primi di maggio era piuttosto riluttante per un intervento accanto all’alleato germanico, ora che la vittoria sembrava più facile, si sentiva piu’ spinto alla emulazione, soprattutto per il timore di arrivare troppo tardi e la sua alleanza diventasse squalificante.

Aggiunge inoltre che, seppure il Re non glielo abbia ancora affidato formalmente, da quel giorno sarebbe nato l’Alto Comando della Forze Armate, formato esclusivamente da uomini con compiti operativi, la cui responsabilità sarebbe stato affidata a lui.

Non ci sono commenti.
A rigore dei termini si deve però precisare che tre giorni dopo, il primo giugno, per lettera, Badoglio suggeriva di dichiarare le ostilità per fine giugno in modo da migliorare la preparazione e l’organizzazione militare. La stessa opinione era condivisa peraltro anche da Italo Balbo.

Badoglio e Mussolini

Il Capo di Stato Maggiore, Maresciallo Pietro Badoglio, si incontra con Mussolini tutti i giorni fra il 30 maggio ed il 10 giugno. Non è documentato cosa si dicono.

Il 30 maggio Benito Mussolini decide finalmente di comunicare ad Hitler la sua categorica decisione di prender parte al conflitto.
Ecco il testo cifrato che inviò a Dino Alfieri a Berlino affinché ne recapitasse sotto forma di lettera, personalmente al Fuhrer:

“Führer,
Ancora una volta Vi ringrazio cordialmente per il messaggio che mi avete mandato e nel quale ho trovato assai interessanti le notizie concernenti il valore dei soldati dei diversi eserciti.
Nel frattempo mi è giunta notizia della capitolazione del Belgio e Vi mando le mie felicitazioni.
Ho tardato qualche giorno a risponderVi perché volevo darVi l’annunzio della mia decisione di entrare in guerra dal prossimo 5 giugno.
Se Voi riterrete che per una migliore sincronia coi Vostri piani io debba ritardare ancora qualche giorno, me lo direte; ma oramai il popolo italiano è impaziente di schierarsi al fianco del popolo germanico nella lotta contro i nemici comuni.


Durante questi nove mesi lo sforzo compiuto nella preparazione militare è stato veramente considerevole.
Oggi sono in stato di buona efficienza circa 70 divisioni, delle quali 12 stazionanti oltre mare (Libia, 220 mila uomini; Albania 100 mila).
L’Africa Orientale Italiana dispone di 350 mila uomini fra italiani ed indigeni che non entrano in questo conto.
Come già Vi ho detto Marina ed Aviazione sono già sul piede di guerra.
Il Comando di tutte le forze armate sarà assunto da me.
Avendone i mezzi potrei formare altre 70 divisioni, perche’ non sono gli uomini che mancano in Italia.
Dal punto di vista politico ritengo necessario non estendere il conflitto al bacino danubiano e balcanico, dal quale anche l’Italia deve trarre quei rifornimenti che non le verranno più da oltre Gibilterra.
Considero che una dichiarazione in tal senso, che farò al momento opportuno, avrebbe un effetto calmante presso quei popoli e li renderebbe del tutto refrattari ad eventuali tentativi degli alleati.
Ciò stabilito i nostri Stati Maggiori prenderanno le misure necessarie per quanto riguarda lo sviluppo delle operazioni.
Nell’attesa di una Vostra risposta, accogliete, Fuhrer, le espressioni della mia cameratesca amicizia”.

Hitler reagisce con sollievo al messaggio, soprattutto perché aveva avuto il timore che l’Italia invece che scendere in campo contro La Francia ed Inghilterra, invece avesse intrapreso una campagna autonoma contro la Jugoslavia, nei confronti della quale covavano antiche ruggini, comportando però con questo squilibrio il sicuro intervento dell’Unione Sovietica.

Inoltre risponde a Mussolini, dissuadendolo dall’entrare in guerra per la data suggerita ritenendo che i francesi avrebbero potuto spostare la propria aviazione su altri campi, sottraendoli dai piani d’azione degli aerei tedeschi. Suggerisce quindi di rimandare tutto di una settimana. Comunque si raccomanda che, in ogni modo, la guerra non la dichiari il 7 giugno -perché un venerdì- ed il popolo tedesco, superstizioso, non lo riterrebbe di buon auspicio.

Mussolini

Mussolini gli risponde, rassicurando l’amico e addirittura promettendo che il disinteresse italiano per la Jugoslavia e gli altri paesi lo specifichera’ nel testo della dichiarazione di guerra:

“Führer,
Vi ringrazio cordialmente del messaggio che mi avete mandato in risposta al mio consegnatoVi dall’Ambasciatore Alfieri. La vittoriosa conclusione della gigantesca battaglia delle Fiandre ha sollevato, insieme al mio, l’entusiasmo di tutto il popolo italiano. Circa la data intervento Italia mi rendo perfettamente conto sulla opportunità di procrastinarla onde permettere alla Vostra aviazione di identificare e distruggere le forze aeree francesi.

Questo breve ritardo permette anche a me di perfezionare la mia preparazione in tutti i settori metropolitani e di oltre mare. Mio programma è il seguente: lunedì 10 giugno dichiarazione di guerra e discorso al popolo italiano e al giorno 11 mattino inizio ostilità. Quanto al nostro incontro Vi ringrazio di averlo prospettato ma ritengo più opportuno che avvenga dopo l’entrata in guerra dell’Italia.

Nel discorso che pronuncerò poche ore dopo la dichiarazione di guerra, dirò che l’Italia conformemente alla sua politica non intende allargare l’area della guerra e citerò i paesi danubiano-balcanici compresa la Grecia e la Turchia. Ora Vi esprimo il mio desiderio di vedere almeno una rappresentanza dell’esercito italiano combattere insieme coi Vostri soldati per suggellare sul campo la fraternità delle armi e il cameratismo delle nostre Rivoluzioni.

Se Voi accettate questa mia offerta Vi manderò subito alcuni reggimenti di bersaglieri che sono soldati valorosi e resistenti. Vi mando il mio più cordiale saluto insieme con l’augurio più fervido per i futuri successi delle Vostre forze armate”.

Ma tutto quello che sta avvenendo, in un certo senso non è affatto tenuto segreto a Francia ed Inghilterra, ai cui ambasciatori, attraverso Phillips vien fatto sapere che l’Italia sarebbe scesa in guerra contro i loro rispettivi paesi.

E’ strano riflettere su quali siano le ambigue ragioni che spingono il Duce a questo comportamento assurdo. Forse, nel groviglio dei suoi pensieri, affiora la remota possibilità che sia l’Inghilterra, che soprattutto la Francia, si precipitino a proporre all’Italia un negoziato di pace ante fatto che al tempo stesso impedisca la guerra sul nascere. Ma ciò non accade.

Hitler e Ciano

Il primo giugno Ciano sottopone al re la formula della dichiarazione di guerra e Vittorio Emanuele III l’approva. Mussolini non portò la sua decisione né di fronte al Gran Consiglio né al Consiglio dei Ministri, dinanzi al quale -il 4 giugno- ebbe a dire, mettendo nella frase un certo gusto, “Questa è la nostra ultima riunione di pace”.

Enzo Antonio Cicchino

nato a Isernia nel 1956. Vive a Roma.

matricola Rai 230160.

enzoantoniocicchino@tiscali.it

Autore e regista documentari RAI.

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