SE L’AMORE

SE L’AMOREShattered Head front view

 

di Cornelio Galas

 

 

Cos’è? Un insieme di appunti esistenziali. Il titolo di un contenitore” che potrebbe diventare anche una pubblicazione. Lo propongo, a puntate (anche nel sito televignole) agli amici di Fb e Twitter. Perchè? Per testare il prodotto direbbero gli imprenditori. Per sapere se vale la pena arrivare all’ultima pagina, dico io. Il bello del Web è anche questo: poter esprimere delle idee ed avere in tempo reale i commenti. Soprattutto – aggiungo – le critiche.

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Troppe tracce, troppi indizi, troppi sospetti per non precipitare nel burrone della gelosia. Che è un virus inattaccabile. Non esistono – da secoli – vaccini, nonostante le ricerche, soprattutto in ambito psichiatrico. Anche perché – diciamolo – senza la gelosia non ci sarebbero tanti romanzi, tante canzoni, tante operette, tanti film, tante citazioni, tante … agenzie investigative.

Giallo è il colore della gelosia. Giallo proprio come i “gialli” letterari. Come quelle rose la evocano e nessuno vorrebbe mai ricevere. La gelosia legittima – non stiamo parlando dell’era glaciale – il delitto passionale. Ma certo che puoi ammazzare lei e lui se li trovi a letto insieme. Ne va del tuo onore …

“Ho visto Sara ieri sera. Come mai era da sola?” –Non saprei … “Beh, ci si è divertiti. Molto. Peccato non ci fossi tu …”.

Non sapere equivale a sapere che forse … E allora cerchi la negazione. Anche dell’evidenza. Anche della “pista” da seguire per scoprire la verità. Ma qual è la verità? E quale era allora la verità … prima? Durante? Quando non c’era questo tarlo nella testa? Andrai avanti e indietro, riprendendo a fumare se hai smesso, fumando di più se non sei riuscito a smettere. Cercherai dentro di te un buon motivo per cancellare quei video vecchi, quelle foto vecchie, quelle lettere, quelle notti. Ed invece li rivedrai, tutti, fino al mattino. Nel letto. Solo. Nonostante l’ubriachezza che ha molestato solo te. Fino ad inevitabili vomiti di ricordi.

“Ciao, come mai non hai risposto ai miei sms?” – Quali? “Quelli che ti ho mandato ieri sera” – Quali? “Quelli che … vabbeh, ho capito” – Cosa? “Non ti preoccupare, ho capito e basta”.

“Ennesimo femmicidio ieri in una borgata di Roma. Non riusciva a rassegnarsi alla fine della loro relazione e allora … è stato lo stesso a telefonare ai carabinieri. L’ha strangolata con una corda e poi accoltellata … ed ora passiamo alla pagina sportiva … ottima prova oggi della nazionale di rugby ….”.

“Era un’altalena la mia vita. Tra stupori e dubbi, tra il cielo superato di tre metri e il baratro, tra la voglia di seguirla, di sapere tutto quello che faceva e il rispetto, concordato come no?, dei nostri spazi. Il mio calcetto la sua pizza con le amiche. I miei ritardi dal lavoro, soprattutto di sera, e quelle sue strane telefonate. Tra il mio io e il suo essere donna … troppo … troppo libera”.

Cambiò solo una carta, quella volta. Non gli entrò nulla di buono. Perse tutto. Non solo quel poco che finora aveva vinto. Perse soprattutto il sorriso, il primo sorriso della donna che amava. Uscì dal casinò della vita per cercare altri soldi, con altri sistemi, con altri metodi. Per una sorta di rivincita. Ma quella carta vincente non finì mai più tra le sue mani sudate, tremanti, con le unghie sporche, nere e le dita ingiallite dalla nicotina. No, non la rivide più. Più. Né lei, né la sua vita, quella vita che gli sembrava il massimo.

“Separato?” –No “Però non ti vedo più insieme a lei, qualcosa che non gira, la pausa di riflessione?” –No “E dai che lo sanno tutti che adesso sta con …” –Con chi? Dimmelo. Con chi? Dimmelo … dimmelo, tu lo sai, lo so, tu lo sai.

Quando capita capita. E capita, capita. Quando meno te l’aspetti, quando non diresti che. Quando non ti aspetteresti che. Quando non dovrebbe proprio accadere perché non è giusto. Non è bello. E perché no. E adesso ascoltati pure quella canzone che parla di queste cose. Starai ancora più male. E’ quello che vuoi, in questo momento, star male. Per dare, comunque, la colpa a lei.

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L’amore che nasce. Piano, piano. O di colpo: come un fulmine. La differenza tra l’aurora, l’alba e il solleone. Un terremoto. Una bufera. O un brasato, a cottura lenta. La casualità o l’incontro indotto, preparato. La coincidenza o quello che una volta non si chiamava stalking ma pedante corteggiamento. L’innamoramento o … l’innamoramento. Che ti fa diventare stupido, sciocco, autolesionista, disponibile, pronto a tutto, contro il mondo, persino contro i tuoi. Che ti fa stare di più davanti allo specchio. Che ti senti per aria. Che conti i secondi che mancano all’appuntamento. Che …

E’ una specie di trampolino dal quale ti lanci vestito. Massì, poi i vestiti si asciugheranno. E’ un profumo che senti a chilometri di distanza: si attraggono così anche gli animali? E’ l’attimo che dura. Il tempo che passa senza guardare l’orologio. La canottiera che, poi, metti senza tener conto dell’etichetta (che va dietro). Una cena dove non conta il menù.

Fai delle smorfie, strane, per conto tuo. Vorresti gridare la tua gioia. Ma non si può, non si può: è troppo presto, è prematuro dai, e poi hai già avuto, magari delle delusioni. E quel primo bacio, quei primi preliminari, sulle scale, sempre più vicino al letto di lei in quella casa dove lei vive da sola, dove lei mangia, dorme, dove … dove tutto parla solo di lei. Dove tu vorresti essere anche un banale soprammobile. E quella paura del contatto col suo corpo, ora nudo, davanti a te. Quel caldo d’inverno, con la stufa spenta, con il sudore che non c’entra ma esce. Quello stringersi, quella dolce violenza, quelle pretese di eternità: “Non ci lasceremo mai, mai, mai … sei il mio paradiso, il mio sogno, sei tutti i miei sogni”.

Mentre fumi, nel letto – dove non si dovrebbe – lei è in bagno. “E se andassimo in trattoria?” –Cosa?

“Se andassimo a mangiar qualcosa?” – Cosa? Non ti sento, scusa …

Si uscirà da quel microcosmo di sessamore. Le forchette s’incrocieranno sul dolce (uno per due) e poi ci sarà una passeggiata, stretti, stretti, dove il panorama sarà un di più, ignorabile.

Sms: “Sono stata bene ieri”. Sms: “Anch’io”. Sms: “Che fai domani?” Sms: “Non so, e tu?”

Verrebbe voglia, ora per allora, di insistere. Di non concedere nulla al menefreghismo delle scadenze, del lavoro, di quello che cambia, può cambiare, col tempo. Verrebbe voglia, tornando indietro col video, di cancellare quello che no va, non è andato avanti. Verrebbe voglia di innamorarsi e di restare innamorati per tutta la vita.

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Lo vedi, eccome se lo vedi, quando un amore è finito. Anche, soprattutto, quando non c’è nulla, nessuno, davanti agli occhi. Lo senti, eccome se lo senti, quando c’è di colpo questo vuoto: anche se nessuno parla. I sensi rafforzano la loro capacità d’indagine. Tutti, indistintamente. Non – come dicono – solo il tatto, l’olfatto, quando si perde la vista. O quella percezione – fasulla, chiaro – di una gamba amputata, ormai diventata la tua prima esploratrice, in avascomperta, della morte.

Non c’è più alcun dubbio, quando l’amore finisce, sul passato, sul presente. Quanto al futuro, sembra un equilibrista che si esibisce, da dilettante, tra infiniti attimi che lo aspettano, davanti. Pronti a diventare, passo dopo passo, un passato prossimo da archiviare in fretta. Per paura proprio di quei minuscoli pezzi tra il passato e il dopo che non sono ancora finiti alle spalle.

Si cerca, di solito, in questo interregno di tempo e spazio, di affidare ad altro il timone dei pensieri. E’ in realtà un trucco frutto di esperienza: la rotta, si sa, è stabilita. Impossibile anche tornare a riva. Ma se in questa preordinata – da chi? – rotta ti sembrasse superfluo guardare (per scrupolo? per istinto di conservazione?) avanti, allora sì, avrebbe ragione chi, dopo la parola “destino”. mette un punto, non punto e virgola, non punto di domanda. Forse un punto d’esclamativo, se riuscisse a precedere anche con un battito di ciglia l’ultimo attimo.

L’amore può finire come la cera di una candela, lasciata accesaanche di giorno, per sbaglio, per colpa propria, per dimenticanza, per essersi allontanati troppo o aver osato, sempre più vicino, sempre più vicino, il metodo del dito bagnato di saliva in un’operazione improvvisa, sciocca o tremendamente seria. Ah sì, è vero, la candela può essere riaccesa. Basta un cerino per tornare a far sciogliere la cera. Una piccola fiamma per provocare un incendio. Tutto però dipende da come e perché la candela si è spenta: già, se non si risponde, di getto, con verità vera, a queste domande, potrebbe essere impossibile ravvivare quell’amore.

Non dovremmo mai, uomini o donne, mescolare in questi momenti, nostalgia e paura dell’assenza, carne e anima, abitudini e sogni, sfumature e colori densi. E nemmeno acqua e aria, alcol e pillole, evasioni e prigionie. Lento arriverebbe, spolverando il pavimento con la sua lunga toga, quel giudice parziale, che da tempo abbiamo comprato. A lui è bastato, in cambio, vitto e alloggio nel nostro corpo: da allora è sul nostro libro paga. E ci darà sempre ragione. Anche in un’ipotetica autodistruzione.

L’amore finito litiga con i proclami, il dogma degli innamorati (“per sempre”), le clausole – civili e anche religiose – dei coniugi. Poi sbatte la porta, anche se non è quello che vorrebbe fare. Poi non si volta, anche se vorrebbe voltarsi. Poi ferisce. Anche se non lo ha mai fatto. Salta di corsa su un treno, senza biglietto, senza bagagli. Si sistema in seconda classe, vicino al finestrino. Fa finta di leggere una rivista (l’hanno notato tutti gli altri passeggeri che è capovolta) perché nessuno gli rivolga la parola. Solo dopo ore e ore di viaggio deciderà di scendere. Non avrà i soldi per andare in albergo, trascorrerà la notte al freddo, tra le proteste di barboni che – dicono – hanno un posto loro riservato nell’atrio dei bagni.

Sarà un dormiveglia agitato, un trasloco continuo. Ma l’amore finito non torna mai indietro. Piuttosto subirà anche il proprio silenzio, lazzi e olezzi, folle indifferenti. Perderà piccoli rimoris sui marciapiedi, dai buchi che i pugni hanno allargato nelle tasche. Immaginerà una vita sbandata, dimenticata, da dimenticare. E cancellerà la parola amore dal dizionario che sempre tiene con sé fin da quando ha cominciato ad amare i viaggi all’estero, all’esterno, via da …

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La compassione, la consolazione. Non è di questo che ha bisogno un cuore ferito. Quando il sangue di un amore finito è ancora caldo. Quando nulla può essere di sollievo. Né funziona l’effetto placebo di qualcuno che ti abbracci invitandoti a guardare avanti. “Ma lo sai quante altre donne sicuramente incontrerai nella tua vita? Vedrai che presto tutto questo sarà solo un lontano, sbiadito ricordo…”.

Tornai, lucidamente, a fare tutto quello che più – e lo sapevo, eccome se lo sapevo – mi faceva male. A riguardare foto ormai pregne di lacrime e sudore. Macchiate dal vino di bottiglie rovesciate sul tavolo. Sporche di cenere. Eppure tutt’altro che sbiadite, anzi, lucide, vive nei colori della disperazione, dei punti interrogativi senza risposta, dell’improvvisa assenza. Anche se erano in realtà immagini in bianco e nero.

“Non c’è futuro per noi. Non possiamo più…”. Ecco, restavano allora solo il passato ed il presente a tormentarmi. Un fastidioso torcicollo, la nausea. E gli occhi chiusi per quel fumo rimasto nella stanza dei tanti piccoli grandi Paradisi visitati con lei. Sì, troppo fumo, dopo il rogo di tutti quei progetti scala uno per due.

Proprio quella sera, trascinandomi come una pesante valigia piena di incertezze, ero finito tra l’incudine della falsa libertà e il martello della mancanza. Tra proclami retorici, orfani di pratiche decisioni. E quel baratro dove di solito finisce chi ama ancora, nonostante tutto, nonostante l’eco non risponda più, come una volta: “Anch’io, anch’iooooo”. Ah, sarebbe stato facile lasciarsi andare a quel punto. Affidare corpo ed anima all’ignoto. Che tutto sa, che tutto avvolge, che a tutto provvede – dicono – soprattutto dopo.

Ma c’è quel benedetto-maledetto spirito di sopravvivenza. Una scatola nera che, nell’emergenza, si assume comandi e responsabilità per l’atterraggio di fortuna. Magari su isole infide, lontane dalle latitudini dell’abitudine e dalla realtà che potrebbe esplodere, da un momento all’altro. Là, non resterà che aspettare il prossimo volo. Senza mugugnare per eventuali ritardi. Sarà per assurdo piacevole scoprire che in quell’aeroporto spariscono sempre le valigie. Ed anche i bagagli a mano.

E così, nell’interminabile attesa, sto giocando a carte- da ore? Da giorni? Da anni? –  con la mia vita. Ogni tanto qualche passeggero con il quale ho fatto nel frattempo amicizia parte, senza salutare. Come chi sa che non ci si vedrà più. E odia la formalità degli addii, l’ultimo caffè, quelle parole, quei gesti che interrompono, si sa, il contatto. Farò probabilmente così anch’io quando arriverà il momento. Il viagio è pagato. Posso anche perdere questa partita sulla quale ho puntato gli ultimi spiccioli rimasti in tasca.

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Un infinito non si può misurare. Né immaginare. Anche la fantasia si arrende di fronte all’immensità, a qualcosa che non puoi circoscrivere, catalogare. Nemmeno all’incirca. E l’amore infinito? L’amore per sempre? Quello che non finirà mai, non ci lasceremo mai? Quante proiezioni fa la passione, il desiderio che un attimo si prolunghi … all’infinito.

Sarà poi sempre la ricerca di quel momento la preoccupazione della vita. Pur consci della nostra mortalità, dell’effimero, della fragilità dei nostri programmi anche a breve termine, rincorreremo gli aquiloni colorati fino al prevedibile addio, a quello spago che si spezza, a quel pezzo svolazzante di felicità che sparirà tra le nuvole. A volte senza nemmeno darci il tempo dell’addio.

Com’era difficile ma intrigante trovarsi di nascosto. Dar via libera senza parlare alle voglie e addormentarsi nudi in improbabili giacigli. Stringersi forte, per restare prigionieri consenzienti dei nostri corpi intrecciati, sudati, ma indomabili. “Devo andare, devo andare…è tardissimo”. – Ancora cinque minuti… “Riusciremo mai a liberarci dalle catene di questo mondo?” – Ssssst… E le nostre bocche lasciarono alle lingue far di tutto, tranne che parlare.

L’amore, se è l’amore, non finisce. Si trasforma. Ogni giorno, ogni minuto, ingaggia una battaglia col tempo, le abitudini. Cerca di rimuovere la polvere dei gesti scontati, la sabbia che blocca il motore dei sentimenti. E protegge il cuore dalle intemperie. Una guerra impari. Che durerà all’infinito. Contro il participio passato del verbo finire.

Gli armistizi, i protocolli d’intesa, dichiarazioni di pace che bruciano nelle tasche come la sigaretta da nascondere all’improvviso. “E’ finita  tra noi, finita”. Ecco la ritirata. Tutti rompono le fila. Regna il caos, il disordine. Nessuno dà più retta, nessuno obbedisce. Meglio la diserzione. Fuggire. Lasciare il campo all’odio, al rancore, al risentimento, alla delusione. Arriveranno più tardi i rinforzi: rimorsi, nostalgia, solitudine, consapevolezza. Ma ormai sarà tardi per riunire forze che ci hanno lasciato. Ormai tanto sangue è stato sparso su quel prato dove un tempo si faceva l’amore. Dove altri, quando la pioggia avrà ripulito tutto, torneranno con la stessa promessa di eterna alleanza.

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“Ogni lasciata è persa”. E cioè? Spiegami, spiegami, spiegami. Parli forse di occasioni, buone, irripetibili occasioni per fare un boccone di carne fresca? E magari lasciare poi qualche avanzo, sempre più  putrido, nel piatto? O ti riferisci all’amore vero, all’unico grande amore, quello che – dicono – solo una volta incrocia il nostro comunque breve viaggio su questa terra?

Non rispose quella volta. Né si ricordò, anni dopo, quando c’incontrammo al bar, che quella era stata la sua ultima avventura extraconiugale prima del divorzio. “Non sai quanti soldi mi chiede di alimenti. Non parliamo del bambino. E tutto per una scappatella. No, dico, chi non ha avuto una sbandata eh, dimmelo, tu non hai mai avuto una sbandata? E quella storia sull’amore libero – ricordi? Ricordi? – quelle canzoni…il triangolo no…tutte stronzate. Eccoci qui, prigionieri, spolpati dalle donne. Ridotti a poveracci. Altro che spensieratezza, altro che innamorarsi tre volte al giorno…altro che libertà”.

Non risposi quella volta. Né mai. Non ero senza peccato. Non potevo nemmeno raccattare piccole pietre in nome di un moralismo, di un’etica, di un’esistenza al di sopra di ogni sospetto. Irreprensibile. E allora pensai ancora di più alla mia ipocrisia. Alla voglia di una doccia che potesse lavare insieme leggi e peccati, ricordi e opportune omissioni. Mezze verità e menzogne sedicenti a fin di bene. Tutto era un miscuglio, un liquido nauseabondo. Una specie di bile.

Ma dove sono finiti i brividi dell’amore. Dove ha perso la verginità quell mio fidato suggeritore interno? Perché non può essere eterno l’innamoramento? E rinascere dalle proprie ceneri. E ricucire con cura gli strappi delle vele. Perché tutto sembra dipendere inesorabilmente dalla conquista di un corpo, solo da quella penetrazione, suggellata, dopo, con soddisfazione magari da una sigaretta che fa sparire anche le ultime tracce di quel profumo?

Nello spogliatoio, dopo la partita di calcio scapoli-ammogliati, grasse risate. Superavano lo scrosciare delle docce. Tra i vapori non sfuggivano ai lazzi quelli che ce l’avevano piccolo. E usato – non lo capisci facilmente però se è circonciso – solo per il fai-da-te.

In amore, per l’amore, sarebbero arrivate altre sofferenze. Quando tutto s’innamora, quando tutto va dove l’amore lo conduce anche a forza, basta poco per scambiare un “ciao” con sorriso per un “anch’io”. Non c’è tempo, non c’è voglia, non c’è nulla che possa trasformare in cautela l’imbambolamento. E allo stesso tempo sarà sempre più difficile dire anche solo “ti voglio bene”. Dirlo, a costo di ricevere un “scusa, ma io amo un altro, restiamo amici”. Resterà così per mesi, anni, per sempre forse, bloccato in gola un urlo di gioia. E con esso sì, questo sì, il dubbio di aver “lasciato perdere” l’amore vero, l’unico vero grande amore.

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Staccava foglie. Una per volta. Le sfiorava con il palmo della mano. Finche pollice ed indice si univano in una presa che diventava, in un istante, rapido strappo dal ramo. 

Si, strappava le foglie. E le buttava per terra. Ilio non era pazzo. Riusciva a cogliere, negli altri, quello che di lui si stava pensando.
Perché strappava quelle foglie? Per il sadico gusto di sentire un’inerme, sottile piuma verde tra le dita? Per privilegiare il tatto rispetto agli altri sensi?
In realtà Ilio aspettava il momento giusto, per recidere il gambo della foglia. Non a caso preferiva quelle lunghe e strette: richiedevano misurate, lente, tappe d’avvicinamento.
Prestava cura anche alla direzione del vento. Era importante. Anche una brezza calcolata male avrebbe potuto rendere imprecisa quella strana ghigliottina di unghie. Già, le unghie. Né lunghe, né corte. Dovevano essere complementari. Garantire un taglio netto. Un colpo solo. Preciso. La foglia, privata d’improvviso del suo cordone ombelicale, il più delle volte restava per qualche secondo immobile, attonita. Impietrita. Poi finiva vittima delle probabilità di caduta. Ma ad Ilio il dopo interessava poco.
Passava subito ad un’altra potenziale vittima. -Perché fai quelle cose con le foglie?
Era la voce di un bambino che da alcuni minuti lo stava osservando.
“E perché tu te ne stai lì, a guardarle, mentre cadono?”
-A cosa ti servono?
“Raccoglile pure se vuoi, puoi portarle a casa. ..”. -Sono troppe. Dove le metto tutte per portarle via?
“Non occorre che tu le porti via tutte insieme. Perché non ne porti una alla volta?”
-E perché? Poi mi stanco. Ma perché le stacchi dall’albero se non ti servono?
“Non è una mia decisione.. Dipendesse da me… ”
-Non ci capisco niente.
“Neanch ‘io ci capisco un bel niente”.
-E allora? Lavori per qualcuno? Devi staccare quelle foglie per il padrone di questo albero? “Non è un ordine. E’ l’ordine”. -Cos’ hai detto ?
Ilio parlava con il ragazzo appoggiato con un braccio ad un ramo completamente privo di foglie. Si era spostato bruscamente. Ferendosi leggermente con la punta lasciata lì, sul ramo, da chi l’ aveva potato. Uscì anche una goccia di sangue.
-Guarda, ti sei fatto male.
“Noi non potremo mai farci del male. Fa parte tutto dell’ordine prestabilito…”. -Ma senti male ?
“Non è niente. Prendi questa foglia e portala con te. Ricordati che ce ne sono altre qui. Tutte tue”. -Grazie, ma perché le stacchi dall ‘albero?
“Me ne mancano ancora nove. Avrò tanto tempo dopo. Per pensare, guardare il vento. Ancora nove foglie: poi potrò fare quello che voglio. Decidere dove andare, cosa dire. Come muovere il mio corpo”.
-Non ci capisco niente.
“Mi mancano ancora nove foglie…otto, dopo che avrò staccato questa. E tu torna a casa. E’ tardi. I tuoi genitori sanno che sei qui ?”
-E tu non vai a casa?
“Vai, vai che è tardi…”.
-Perché non mi vuoi dire a cosa ti servono queste foglie ?
Il ragazzo, con un gesto di stizza, strappò anche parte di una zolla di terra raccogliendo una foglia. Con il pugno chiuso, dal quale spuntavano ciuffi verdi ed esili pezzi di radici, cominciò a correre verso casa. I lunghi capelli biondi lo rendevano buffo nella corsa. Sembrava una scopa dal manico corto. Come quelle gambe, che ancora non erano sicure sulla collina.
Ilio morì poco più di una settimana dopo. Non aveva ancora ricevuto la sua prima pensione.

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La pioggia, in primavera, è diversa. Anche perché la vedi meglio. Te la puoi gustare. Non cade e basta. Saltella. E non placa la polvere, non crea assuefazione. Fa quasi sorridere tanto è strana. 

Ero tutto avvolto da questi pensieri. Completamente a mio agio. Come se i pensieri fossero di seta. Avevo allungato un piede. Quel tanto che poteva bastare per uscire dallo schermo protettivo del balcone. Ed osservavo le gocce che, piano piano, punteggiavano le scarpe. Ma non mi bastava. Sfilai le scarpe, i calzini. Un idromassaggio incredibile. E poi una doccia completa. Senza litigare con il miscelatore. Temperatura unica, getto unico. Lavaggio uniforme.
E così, bagnato, fradicio, decisi di scendere nella campagna. Di cercare altri punti di contatto. L’erba assomigliava ad un tappeto magico (Ahi! Ma chi butta certe cose in mezzo ai prati?) .Mi divertivo ad individuare figure, strane composizioni, in quegli accostamenti di colore: il verde-appena-spuntato, la terra- rimossa, il riflesso-pozzanghera.
Non c’era nessuno sotto i filari. Tutti presi da altre rappresentazioni, presentazioni, da altri teatri, da altre colonne sonore.
Vedevo, in lontananza, ombre veloci. Scappavano dalla pioggia come se il cielo avesse voglia di spargere gocce di veleno. E finalmente trovai l’essenza di quella magìa. Il ricordo di un ombrello per due. Che ad un certo punto cade. E la pioggia che si mescola alle lacrime, alla saliva, al sapore di rossetto. E le mani nei capelli, sempre più bagnati, sempre più lisci. E la voglia di restar li, per l’eternità, in un posto del mondo estraneo al mondo.
“Ecco -pensai -ecco cosa penso dell’amore. Ecco che cos’è l’amore. Tutto il resto fa parte del dopo. Di un voler tornare a quell’angolo di cielo libero”.
Tornai, a testa bassa, verso casa, verso l’asciugacapelli, il tetto-che-protegge, il caldo- casa-chiusa-dietro-la-tua schiena. Dalla finestra guardavo ancora la pioggia. Ma era come se qualcuno avesse staccato l’audio.
Lo schermo era a puntini striscianti. Disturbato. Con rabbia decisi di cambiare canale…

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74

Era nudo. Completamente nudo. Dall’alto vedeva la sua pancia. Sporgente. Andò a prendere una birra per accentuare il senso del peccato. Per esasperarlo. E mentre beveva, mentre fumava, mentre pensava al fatto che stava bevendo e fumando, così, senza che nulla lo riparasse dai colpi d’aria, fissò un punto nella stanza da dove ripartire con i ragionamenti. Era difficile trovarlo. Intanto il sudore tracciava degli irregolari ruscelli sul suo viso.

 Non scivolava a caso. Seguiva le vie di vecchie abitudini dei muscoli facciali. Anche i buchi di brufoli schiacciati davanti allo specchio diventavano, in quel momento, determinanti spartiacque. Così come i peli risparmiati dal rasoio. E la goccia scendeva. Fino al mento. Fino al palmo della mano che l’avrebbe raccolta. E spianata, come un impasto investito dal mattarello. Cercava quel maledetto punto di partenza. E lampi di genialità. Come quando l’aria che entra dalla finestra fa venir voglia di portar via i lingotti d’oro custoditi in un millesimo di secondo. Ma la ricerca non dava i frutti sperati.

“Vorrei vivere di più – pensava Peter – fino a morirne, ma solo se fosse veramente necessario”.

Voleva ammazzare chi teneva in ostaggio i suoi desideri, tutti i suoi desideri. Aveva tanti pensieri in testa. Doveva sfamarli, dar loro un giaciglio. Ma non era più in grado di far fronte alle spese di vitto e alloggio di quei numerosi ospiti. Gli finì tra le mani un vecchio calzino. Aveva un buco. Piccolo, ma si vedeva. Era lì da settimane. Aspettava che mani pazienti sigillassero con ago e filo la fessura. Ed invece Peter infilò in quel buco la punta dell’indice. Fino ad allargare il foro. Sempre di più. Ancora di più. Di più. Un urlo. Nel calzino era rimasto l’ago di un precedente tentativo di rattoppo. Era buffa ora l’unghia di quel dito. Sembrava quella di una donna.

Con lo smalto rosso fuoco.

Peter andò in bagno. Annullò con un cerotto gli effetti dell’incidente. Riprese in mano il calzino e cominciò a cercare le labbra di una ferita, quella del tessuto, larga e profonda. Finì molte ore dopo. Con gli occhi stanchi, esausto, s’infilò quel calzino rabberciato

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73

E’ stata lei a posarsi sulla mia mano. All’improvviso. Ero sul divano. Guardavo il niente e pensavo tutto. E’ incredibile, ripensandoci, come sia riuscita ad entrare da quella feritoia. E ad atterrare sul dorso della mano che intrecciava l’altra sopra i miei capelli. Un soffio sulla testa. Come se avessi acceso per un attimo l’asciugacapelli. Non avevo riservato al fatto più attenzione di altri micro eventi: la centrifuga della lavatrice, il segmento visibile, da quella posizione, delle scarpe, le note di una festa in piazza destinate a schiantarsi contro il vetro della finestra. E una rivista vittima della legge di gravità. Aveva tentato l’atterraggio un paio di volte.

Solo al terzo soffio riuscì a farmi staccare le mani dalla loro insolita posizione. Mani pronte a cacciare quella che un antiquato radar mi segnalava come oggetto volante non identificato. Una mosca, probabilmente. E fu allora, solo allora, che vidi quella farfalla. Bellissima. Non solo variopinta, come mi veniva da dire. Come di solito viene da dire. Aveva lasciato, dopo altre complicate evoluzioni, la mia instabile portafarfalle per lidi più sicuri: lo spigolo del mobile che sostiene la televisione. E lì, in un equilibrio che rapportato alle mie proporzioni avrei definito più che precario, lì, su quello spigolo, stava ferma, immobile.

Le ali racchiuse con la grazia di due ventagli preziosi. Una miniatura pronta a fuggire al mio più piccolo spostamento.

Provai, dal mio punto di osservazione, ad avvicinarmi solo con gli occhi. Stavo cercando di mettere bene a fuoco i colori, i contorni, le forme. Un ingrandimento dell’ingrandimento appena fatto. Che ingrandivo ancora. Non riuscivo a pensare ad altro. Come se quei colori mi avessero stregato. E la farfalla era sempre lì, a poco più di un metro dal divano. In linea d’aria. Già, l’aria.

Lei non aveva limiti all’interno della stanza. Avrebbe potuto guardarmi anche dalla finestra. In perfetta sospensione, come un imbianchino senza impalcatura. E così stava facendo. Svolazzando, annoiata, per la stanza. Con i miei occhi che le giravano attorno. Su e giù. Danzavamo insieme. Con la stessa musica nella testa. Qualche giorno dopo Gino mi ha fatto vedere le sue macro. Tante farfalle gigantesche. Ferme. Diapositive in dissolvenza. In sottofondo la musica scelta anche per lo spot della Coca Cola. Gino commentava ogni immagine. Ero a disagio.

Sembrava un film porno. L’esibizione meccanica di parti intime. E la mia fidanzata in pose oscene. Sotto gli occhi di tutti.

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72 

Gianni sì che sa vivere. Ha studiato. Per anni. Ha immagazzinato tanti dati. Mai una parola fuori posto. La sicurezza delle nozioni. Il bilancino del farmacista per pesare anche emozioni impercettibili. Mi ha prestato la sua auto. Le chiavi me le ha buttate con un gesto che sembrava spontaneo. L’aveva acquistata da pochi mesi quella macchina. Bellissima.

“Sono sicuro che me la riporterai a casa sana e salva” diceva la sua faccia. Avevo paura a guidarla. Non sono riuscito a portarla al massimo dei giri. Qualcosa mi diceva che avrei fatto dei danni. Gianni non me l’avrebbe mai perdonato.
Gli riportai l’auto pochi minuti dopo. Con l’ansia di chi vuol levarsi subito un pensiero. Lui sorrise: “Tanto è assicurata su tutto, anche su quello che avresti potuto combinare”.
Ecco, è questa maledetta, ipocrita sicurezza che non sopporto di lui.
(“Sei di plastica, Gianni, di plastica. Diventi diossina se prendi fuoco”).
Scesi dall’auto impugnando le chiavi come un temperino. Con le mani nascoste dietro la schiena rigai la portiera. Una doppia, irregolare, riga bianca in campo rosso. Era una riga selvatica. Come una scritta spray. Con un suo rumore soffocato dai miei finti colpi di tosse. Un rumore di metallo che violenta un altro metallo impotente. Il tutto tra le mie dita e il mare di vernice rossa. Gianni non poteva vedere: si stava facendo buio.
Se ne sarebbe accorto la mattina dopo. Avrebbe dato la colpa ai ragazzini. E si sarebbe certamente infuriato per quello sgarbo commesso da ignoti. Di notte.
Gli consegnai le chiavi rimanendo ancora appoggiato alla portiera. Lui sorrise: “Sentito che ripresa?”
Qualche giorno dopo mi fermò in centro, Era agitato. Non lo avevo mai visto così.
-Che ti succede?
“Non ho ancora le prove. Ma credo che Silvia abbia un altro uomo”.
-Cosa te lo fa pensare?
“La macchina…la macchina. Ti ricordi quella sera che sei venuto a casa, che l’hai provata? Beh, quella stessa sera Silvia mi chiede le chiavi per andare a trovare un’amica che sta lì vicino. La mattina ho trovato la portiera rigata. Sai quelle righe che si fanno quando vai con l’auto in mezzo ai boschi? Non le ho detto niente. Aspetto un suo passo falso. Tu che mi consigli di fare?”

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71

Uno scherzo. Si comincia sempre così. Avevano attaccato sullo schermo del televisore un post-it di quelli grandi. Una sorta di semaforo lampeggiante con scritta in pennarello nero. A caratteri cubitali: GUASTO.

Non era vero. Il televisore funzionava perfettamente. Però tutti quelli che venivano a trovarci erano solidali. “Ma è una cosa grave? Guarda che se hai problemi conosco un amico elettrotecnico che fa miracoli e chiede il giusto. Se vuoi lo chiamo subito. Devo avere il numero del cellulare registrato nella memoria del telefonino…”
Eravamo riusciti, nonostante mille attentati, a tenere in piedi il bluff. Nei primi giorni di questo volontario black-out c’erano strani rumori in casa. Marta che si metteva le pantofole. Marta che apriva il rubinetto in cucina. Io che sfogliavo il giornale. O tiravo giù le tapparelle del soggiorno. Si avvertiva, distintamente, anche quello che succedeva all’esterno. Soprattutto all’imbrunire. Quelli che riportavano i cavalli al maneggio (“Scusa, ma c’era tutto questo via vai di equini anche prima?”) oppure il borbottìo in lontananza di un torrente preso in ostaggio dalle stagioni.
Si sentivano anche i monologhi degli ubrachi, si sentiva la strada, la piazza, il vicolo. Persino gli scherzi col vento di una recinzione da sistemare.
Una sera io e Marta abbiamo cominciato a parlare. Di colpo ci siamo trovati senza vestiti sul divano. Abbiamo fatto l’amore. Poi abbiamo parlato. Ancora e ancora e ancora. Una sigaretta. Il divano. Le sue cosce così…E abbiamo fatto ancora l’amore. Poi ancora.
“Sai cosa ci siamo persi…”.
Finchè una sera lei esce con quella frase: “E dai, non crolla il mondo se ci guardiamo una videocassetta. Fra l’altro è un film che non ti rincoglionisce…”.
Qualche giorno dopo eravamo davanti ad una fiction. A puntate. Con pubblicità incorporata. Quattro serate da non perdere se vuoi sapere come va a finire.
Ed è finita. Si è ricomposto il triangolo. Tra me e Marta, sul divano, ora c’è lui: il telecomando.

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 70

Il punto zero del male. Ed il bene stava trionfando in tutto il mondo. A tutti era passata, all’improvviso, la voglia di parlar male di qualcuno, di qualcosa. Le malattie incurabili erano ormai un ricordo. Se ne andava tutto con quelle che chiamavano scariche bioenergetiche. Ci si poteva accoppiare liberamente. Tante palline nello stesso flipper. Nessuna finiva mai in buca. In questo mondo senza k.o. tutto era o.k Finché si restava nella cabina virtuale. Poi la noia primordiale portava ancora la gente ad interrogarsi stupidamente sui suoi perché. A guardare i soliti tramonti. Ad immaginare di essere innamorati. Ad aspettare il tram tram.
Non erano ancora pronti per la leggerezza dell’essere. Avevano da tempo svuotato tutti gli zaini, ma c’era ancora qualcosa che pesava, Eppure le ossa delle nuove generazioni erano più leggere. Grazie all’intervento sul feto, per diminuire anzitempo il peso specifico. Avrebbero potuto volare senza la fantasia. Ma c’era sempre qualcosa che li tratteneva sulle tombe dei nonni. Su foto ingiallite. Era come se aspettassero un errore di quel sistema perfetto per sfogarsi. Una pioggia acida per aprire gli ombrelli. Un’istigazione al movimento incondizionato. Da una collina, la barba bianca di un dio qualunque, si agitava nel vento. Era l’unico movimento di quel vecchio saggio che dicevano immortale. Un corpo mummificato, in realtà. Seduto su un vecchio televisore. Chi l’avrebbe mai detto che un giorno ci saremmo trovati tutti qui, attorno a questo macabro totem, senza perplessità in testa? E chi avrebbe immaginato la nostra muta sicurezza? Non successe niente quella sera. Andava avanti così da mesi ormai. Ma di che cosa ci dovevamo preoccupare? Non servivano cenni per dire di no. Eravamo tutti motivati nel non aver motivi di spiegare il motivo del nostro motto: siamo in moto. Sempre. Qualsiasi cosa succeda. Siamo in moto nello spazio. E c’è spazio per tutti.
Fino al giorno in cui si cambiò setta chiedendo indietro i soldi.

 

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69

Anna era uscita di casa senza darmi il tempo di dirle ciao. Ero in bagno quando lei aveva probabilmente detto “vado”. Non l’avevo sentita. O forse se n’era andata senza salutare. Ma perché avrebbe dovuto fare questo? Solo per il fatto che ero andato in bagno proprio quando stava andando via? Sputai nel lavandino gli ultimi sapori del dentifricio sopravvissuti al risciacquo. E via con l’operazione barba. Mi piace la crema da barba. E’ come ricevere tante carezze profumate. Appena svegli. Quando passo al rasoio affondo dolcemente nell’oceano degli stereotipi, dei modi di fare che richiamavano modi di essere già visti da qualche parte. Ad esempio in quei bei film dove alla finestra che dà sul mare si respira aria che sa di salmastro. E il pescatore ti saluta. Perché un uomo con la crema da barba sulla faccia dà l’impressione di avere tempo per guardare e guardarsi. In tutta tranquillità. Stavo cercando il dopobarba. Come sempre avevo aperto il cassetto sbagliato, quello di Anna. Era stata lei, un giorno, a propormi lo scambio. Anna è mancina. Si trovava meglio, per il trucco, ad operare dall’altra parte del lavandino. La forza dell’abitudine, i riflessi incondizionati, mi portavano però sempre ad aprire il mio vecchio cassetto. Un momento: perché è vuoto? Una sensazione strana: quella che di solito si avverte prima di precipitare in un burrone. Pochi secondi di tale assenza. Un lampo che proietta su schermo gigante particelle di pensieri. Perché è vuoto?

La crema da barba era diventata di colpo grigia, schifosa., Era come se avessi mangiato avidamente un krapfen alla crema. Crema rancida.

Girando di colpo la testa sparai uno sguardo all’angolo delle vestaglie: quella blu col bordo blu scuro di Anna non c’era più. Sparita anche la spazzola. Nessuna traccia del cestino con i fermagli per i capelli.

Ero nel vuoto. Stavo precipitando verso la sala sparpagliando tutto quello che avevo con me: l’asciugamano, il rasoio, un pezzo di carta igienica usato per tamponare un taglietto sul viso. Per terra, vicino alla porta, c’era un foglio di carta.

L’avevo visto da lontano. Avevo sperato che ci fosse. Proprio per farla finita subito. Per capire subito. “Ciao ghiro. Scommetto che ti sei dimenticato che oggi e domani sono da mamma. E scommetto anche che non ti ricordi che oggi mamma torna a casa dall’ospedale. Il frigo è pieno. Ci sentiamo per telefono. Bacioni”.

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68

“Cara Clara…”.

No, non potevo iniziare la lettera così. Suonava male.

“Clara, ti scrivo per dirti che…”.

Ma che senso avrebbe avuto dire che stavo scrivendo? Chiaro, Clara no?

Il computer aveva eliminato diligentemente, senza lasciare alcuna traccia cartacea, almeno una dozzina di attacchi di una lettera che, altrimenti, avrebbe avuto tante compagne di sventura nel cestino. Immaginai allora di avere Clara davanti a me. Di poterle parlare. Feci di più. Accesi una sigaretta anche per lei. E la misi nel portacenere. Era come se Clara, invisibile, ogni tanto mi gettasse contro il fumo. Per gioco. Come una volta.

“Ricordi? Si fumava per ore e ore insieme. Le sigarette – questa è l’ultima, dicevi, mentendo, ad un certo punto – erano i terminali incandescenti delle nostre tensioni. Qualcosa di più di un rito, di un tic nervoso, di un vizio, di un modo per tenere occupate le mani e la bocca. Ce la passavamo con una complicità che poteva essere scambiata per rassegnata dipendenza. In realtà anche quei gesti banali, ipocriti (“Finiamo queste, tanto ne ho un altro pacchetto in borsa”) servivano a tenerci vicini. Tabagismi. Le dita giallo nicotina. La tosse cronica. Ma vicini. Anche quando i nostri discorsi ci allontanavano. Anche e soprattutto quando ti alzavi dal divano. E facevi tutto quel rumore con le tue chiavi. Anche quando andavi in bagno. Anche quando sono rimasto da solo in questa stanza, piena del mio fumo. Solo del mio.

Adesso vorrei smettere di fumare. Non ha più senso. O lo ha per abitudine, per assuefazione, solo dopo i pasti, quando ho bisogno di concentrazione, quando uno scatto d’ira mi porta via l’adrelanina.

Clara, se tu mi vedessi in questo momento…Se tu fossi qui, di fronte a me. Ti proporrei (non metterti a ridere, parlo sul serio) di andare a fare una passeggiata. Di osservare la campagna mentre s’infila il pigiama per ripararsi dalla brina. E userei le mani, certo, per metterti in disordine i capelli. E la bocca. Senza il sapore del tabacco. E vorrei lasciarmi andare così. Tutto di me nel tutto di te.

Poi potremmo anche fumare. Per raccontarci tutti questi mesi di assenza.

Guarda che si è spenta…

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67

Vattene, vattene, vattene. Via dai miei pensieri, dal mio di dentro. E anche dal cervello, da tutti i sensi del mio corpo. Via, via, via. Non c’è niente di te che possa godere della mia ospitalità. Soprattutto ciò che potrebbe trasformarsi in ricordo, rimorso, rimpianto, voglia di vendetta o autolesionismo. Non potrei resistere ai tuoi ennesimi incantesimi. E nemmeno alle tracce del tuo profumo nell’aria. Non potrei far fronte alla tentazione di azzerare la mia ragione per buttarmi a capofitto nella passione. So già quale sarebbe il risultato: mi ritroverei qui a dirti ancora una volta di andartene.

 Ed è questo, in fondo, l’amore. Un salto nel blu tra sirene e musiche incantevoli. Per poi ritrovarsi smarriti in fondo al burrone del quotidiano. E’ meglio allora sognare e disfare da soli al mattino quella finta morte che ci abbraccia durante il sonno. E’ meglio far finta di aver conquistato vette incredibili tra bufere di neve, nascondendo la testa tra calde coperte. Perchè se si ama alla follia, alla follia siamo destinati. Fino a quando torniamo con un tonfo dal sole al tramonto, dalla luna che parla.

  E soli, soli, soli perdio, ci mescoliamo alla normalità della folla, del tutti-i-giorni-così-va-bene. Perché è lì, tra i tanti, che non sentiamo l’anormalità delle nostre aspirazioni al di più. Lì ci abbandoniamo al comun sentire, al comun parlare. Lì ti avevo incontrata quel giorno maledetto. Avevo lasciato distrattamente semiaperta la porta dell’anima. Mi stavo cucinando qualcosa col cervello. E tu sei entrata, senza bussare. Con le parole che tutti gli uomini vorrebbero sentirsi dire da una donna mai vista, mai conosciuta.

 Vattene, adesso. Vattene, ti prego. Starò meglio quando la tua sagoma si sarà confusa col grigio di questa strada. O forse vomiterò addosso a qualcuno la mia tristezza. Vattene. Quando vedrai il mio numero sul tuo cellulare, ti prego, respingi la chiamata. Tanto, se annegherò nelle tenebre il nostro amore prima o poi verrai a saperlo. Ma non cercarmi. Conosco la differenza tra amore e pietà.

 Quotidiane schermaglie. Tra l’amore che più amore non si può e quello del quale ad un certo punto bisogna accontentarsi. Tra fede, speranza, orizzonti e depressione, confini, limiti invalicabili. Magari solo per quieto vivere. Tra il certo e l’incerto. Il definito e l’indefinibile. Tra un gol normale e uno da cineteca del calcio. Tra…e tutto il resto.

Quel nervosismo che ti blocca quando individui la fonte della felicità. E fai di tutto per cercarne un’altra. Altrove. Per finire sistematicamente spossato, disidratato, in fin di vita. Come chi ha attraversato un deserto e non riesce a far delle mani coppa per attingere acqua da un’oasi. Ma forse tutta la vita è proprio un incredibile miraggio…

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66

 

Avevo messo in una bottiglia di grappa, svuotata con tristezza sulla spiaggia, un pezzo di carta, con un messaggio per il mio più grande amore in questa vita. Dentro, anche un preservativo. Per un coito protetto con quell’anima. Lontana. Evanescente. Affidai all’imprevedibile quel messaggio. Sicuro – più che sicuro – che mai sarebbe arrivato a destinazione. E così fu. Così è. Così, credo, sarà fin che sarò vivo. Un po’ come quello che Leopardi immaginava, con pessimismo, oltre la siepe. Ma sempre, sempre, sempre, succede questo quando, da innamorati, si scrivono poesie. Senza rima. Senza speranza.

Lo so, lo so. Ci ritroveremo magari all’ospizio. Tu con quelle rughe dappertutto. Io con il tremore alle mani. Finchè la demenza senile ci lascerà almeno un’ora di aria al giorno ci guarderemo. Da una carrozzina all’altra. Tu giammai vedova. Io vizioso impenintente: se mi lasciassero fumare anche qui…cos’ho fatto per finire ancora addosso ai divieti?

E in mensa saremo vicini. Corpi che vanno verso la morte. E perdono pezzi, giorno dopo giorno. Un amore che poteva esplodere. Ed invece no. Ci guarderemo. Ci sarà ancora un accenno di desiderio. Di baci, abbracci. Null’altro di più. Non riusciremo più a parlarci. Poi nemmeno a comunicare con gesti. Poi uno dei due sparirà. Per sempre. Il suo posto sarà preso da altri in quell’assemblea diurna di uomini e donne che avrebbero voluto amarsi di più. Fino all’ultimo.

Cercavo, tra la gramigna del selciato, un buon termine di paragone. Tra chi è e dà fastidio. Tra chi è e fastidio non dà. La differenza tra parassiti ed eroi? Troppo forte, dura, incomprensibile, inaccettabile. La differenza tra l’ego e il resto? Ci pensi la psichiatria. Tra fatti recenti e datati? Aspettiamo lo storico che scriverà tra almeno mezzo secolo.

Se tu non pensi, sempre, a quello che pensi, sei comunque. Il pensiero – a prescindere da quello che partorisce – non è essenziale. L’emozione non è cerebrale. Coinvolge tanti sensi. E’ pratica anche se astratta. Se non pensi a te che pensi che pensi di star bene è meglio. Molto meglio.

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 65

 

Venne l’alba. Perché prima o poi arriva, sempre, ogni giorno. Prima che il vero giorno cominci. E quell’alba tanto desiderata la sera ci trovò impreparati, in quel dormiveglia dopo una notte d’amore che retrocede tutto il resto, tutte le altre possibili emozioni. E non ci accorgemmo – come potevamo? – che proprio in quel momento il giorno, appena nato, si avvicinava, ora dopo ora, al tramonto. E non ci accorgemmo – non volevamo prenderne coscienza ? –  che anche noi ci stavamo spegnendo, dopo quel calore esasperato dalla passione. Restammo abbracciati, baciandoci dove capitava, fino a quando guardai l’orologio. Cercando di nascondere quella improvvisa curiosità che avrebbe segnato le tappe per il resto della giornata. Allontanandomi dal bellissimo sogno a due piazze.

C’era nell’aria un profumo strano. Lavanda? No, maledizione, il nuovo dopo barba: troppo, ne avevo messo troppo, per la fretta di arrivare all’appuntamento. A quel primo appuntamento. I fiori. I fiori avevo dimenticato. E l’accendino. E anche il nome del bar. Vagai nel centro di Trento, maledicendo la mia sciatteria. Non c’erano ancora i telefonini. C’erano invece le segreterie telefoniche. Tornato a casa, cercai invano un suo messaggio.

E tutte quelle fantasie. Prima romantiche, poi sessuali. O nello stesso calderone? Voglia di aver freddo, insieme. Di sentire il vento, insieme. Di star lì a guardarsi, per minuti, senza dir niente. E lasciare solo alle impellenze fisiologiche l’obbligo di andar via da quello spicchio di eternità.

“Oggi non posso”. – Facciamo domani… “No, anche domani non posso”. – Domenica? “Arrivano i miei…”. Quando non c’è più quel bagliore negli occhi diventa difficile trovare delle scuse credibili per non mostrare all’altro, all’altra, che la luce è andata via. Un black out. Forse da tempo la centralina era guasta. Forse il danno è stato provocato, all’improvviso, da un gesto maldestro. La corrente non tornerà più. Non sarà più continua, magari alternata. Al posto del sole ci sarà una piccola abat jour.

Giravo allora, come un leone affamato, costretto ad aspettare, in gabbia, l’appuntamento con pasti sempre più miseri, crudi, rancidi. Annotavo sul diario queste giornate sempre uguali, monotone, tristi, incolori e insapori. Non avevo più la forza di ruggire come un tempo. Né di mostrare con orgoglio la mia criniera. Una bestia, ecco quello che ero tornato ad essere. Una bestia come tante altre bestie. Con gli istinti delle bestie. Tutti gli istinti, tranne, incredibile, quello di conservazione.

E se avessi amato di più l’amor proprio? Sarei diventato ancora più egoista? Mi sarei precluso per sempre percorsi diversi, ad esempio quello verso l’amore vero tra due esseri umani? Nel dubbio, che da allora continua a perseguitarmi, avevo addobbato nel migliore dei modi possibili, l’esterno della mia mortalità. Intesa come sostanza deperibile in viaggio verso l’ignoto. Dentro, restava la confusione tipica di chi vive da solo e solo si sente.

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64

 

Che ne diresti? Lo so, lo so. Tu diresti semplicemente “si potrebbe fare”. Senza prestare attenzione ai dettagli della mia proposta. Ed è quello che mi fa sentire ancora più solo ed incerto. Basterebbe, in quegli attimi di false contrattazioni, non dire nulla. Capirsi da un gesto degli occhi, le nostre telecamere in perenne auto-mutuo sorveglianza.

Si partì, comunque. Alla ricerca di soluzioni alle nostre giornate enigmistiche. Venti di guerra alle spalle gonfiavano zaini pacifici ed imbelli. Finchè, all’orizzonte, quel miraggio: il veliero, che nel piccolo lago dell’oasi, ostentava, pur senza energia eolica, la bandiera dell’armonia, dell’amore, della vita che non vuol avere addosso l’odore della morte.

Un viaggio è bello durante. Né prima, né dopo. Durante. I chilometri che mancano alla mèta. Le pause. Le ansie e le paure. Gli imprevisti. Tutto il resto è un segmento (non, come vorremmo, una retta infinita) che ci porta dalle comodità di casa a quelle contrattate prima per mail. La vacanza è assenza in fondo: un posto lasciato vuoto da chi comandava prima. Anche noi, in fondo, abbiamo lasciato un appartamento, il nostro appartamento, per altri alloggi. Alla ricerca di comodità, di schiavi (pagati il giusto?) al nostro servizio.

Il mondo è grande. Prima di morire vorrei vedere la Cina. Un last minute. Vole e hotel compreso. All incluse. Non ho più l’età per rischiare. Non sono Marco Polo. Vedrò la Cina delle guide turistiche. Dei tour operators. Vedrò la Cina come Salgari s’immaginò le tigri di Mompracen.

Eppoi è per amore che cerchi luoghi strani, romantici. Il fascino dell’Oriente. Non solo involtini di primaverà e sakè. Non solo shushi e gelato fritto. Vuoi la diversità dei luoghi, dei cibi per sentirti diverso restando uguale. Così non funziona. Così non vale.

Se c’è l’amore, quello vero, basta guardarla appena sveglio. Pensare che mai avresti pensato di avere accanto a te una donna così bella pur senza trucco. E baciarla, abbracciarla, fare l’amore. E gridare: “Siamo vivi, siamo vivi”. Nessuno potrà dire il contrario. Nessuno, in questo momento, può dividerci, tranne la morte. E non c’entra il contratto…

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63

 

L’amore, solo quello che si può definire AMORE, arriva sull’Everest senza bombole d’ossigeno. Perché è abituato all’apnea. A trattenere il respiro per ore, per giorni, per intere notti. Non ha campi base, né sherpa. Parte con quello che ha. Non ha bisogno d’altro. Sulla vetta si baceranno, si stringeranno forte. Non guarderanno panorami che già conoscono. Ne immagineranno altri ancora. Da conquistare insieme.

Piedi freddi che – con altri piedi freddi – cercano di aumentare la temperatura. Coperte che s’avvinghiano, nel tango con le lenzuola. Fino alla prima voglia di caffè. Che l’altro, l’altra, prima o poi dovrà pur portare. Le prime timide invasoni di luce, nel pertugio delle tende tirate solo a tre quarti. La serenità che solo i primi sorrisi del mattino possono creare. Prima che il giorno ponga il problema del dopo.

Arrivammo tardi su quei colli toscani. Impossibile trovare un alloggio perfetto. Com’era nei nostri pensieri. Nelle nostre voglie compresse dall’auto ormai in riserva. Ci si adattò per una notte e colazione. Stanchi, come desideri giammai esauditi. Il giorno tornò, con i dubbi del domani. Del rientro, rassegnato, ai nostri ruoli quotidiani.

Eccolo, lo vedi? Laggiù. Una figura minuscola, assomiglia ad un punto nero. Ad un neo sull’orizzonte. Eccola, non la vedi? E’ l’ombra che i nostri soli, sintetizzano nel futuro. Insieme. Senza distinzioni. Sopra c’è qualcosa, ricurvo. Tipo chiave di sol. No: con il nostro punto forma un interrogativo.

E poi arrivarono le tempeste. Le nebbie provocate dall’umidità salita dal lago e dai nostri umori dispersi sulla spiaggia. E poi noi contro noi. Amore contro chi vuole più amore. E poi la reazione, esatta, contraria. La decisione di andar via da quel sole che scotta troppo e vorrebbe bruciare tutto, da solo. Non è odio, non è rifiuto del piacere provato. Forse paura dell’ignoto, dell’indefinibile. Del troppo amore. Che non può essere contenuto da un’anima, anche se nel corpo ci sta.

Basta guardarsi, a distanza di mezzo cuscino, per capire se è stata tutta colpa della sbronza, di fragili argini di una diga serale, di settimane di astinenza. Basta guardarsi, in quel momento, per avere subito l’idea di cosa succederà nelle ore successive. Verrebbe, a volte, voglia di nascondere nel dormiveglia queste prime, vere, sensazioni. Di posticipare ciao sinonimi di addio. O di chiedere subito: non finisce qui vero?

Parlai con lei per ore. Fino al mattino. La supplicai: non andartene dalla mia vita. Aspetta, aspettami. Lo so, ora non siamo pronti. Dammi tempo, ti prego. Vedrai, ti stupirò. Con la ò finale che restò come eco nel giroscale. Fino a quando lei chiuse, per sempre, la porta, al pianoterra.

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62

 

 

Come quando si cerca di smettere di fumare. Come quando si vuol dimagrire. Come quando si vorrebbe cambiar carattere. Quando? Domani. Come? Ci sto pensando. Come quando fuori piove: cuori, quadri, fiori, picche se giochi a carte. Come quando anch’io… nella risposta ad un racconto appena ascoltato. Come quando non lo so, una nenia di paese… che sarà, che sarà, che sarààà. L’amore ha un quando definito. Una data, un’ora, anche un secondo, un attimo. Cambia il come. Che a nullo amato amar perdona. Può essere sinonimo di quanto (eiaculazione precoce, finto orgasmo) che non vuol dire propriamente qualità dell’atto sessuale ma magari la conseguenza di problemi d’ansia. Da prestazione. Da presenze di coniugi ignari e cornuti nelle vicinanze o in anticipo nel rientro a casa. Da tariffe prestabilite. Si sfoga in questi ed in altri casi, l’amore bestiale. Non necessariamente passionale. Furtivo, nascosto, malcomodo e fuggente. Potrà trovare qualcosa in più, ma anche in meno, al secondo approccio. Durerà fino all’incontro con attrazioni  a più alto tasso di rischio. Sempre per una pausa di riflessione: come quando schiacci la frizione per cambiar marcia.

Il triangolo no. Meglio cento ragazze per me che lui tra noi. Scambi di coppia. Per poi fuggire con l’altra lei. Io geloso? Ma ti sembro il tipo? Non desiderare la donna d’altri: oh, è uno dei comandamenti. Come non uccidere, non rubare, per intenderci. Come non fornicare: non commettere atti impuri. Pena, si sa, la cecità prematura. Eppure quando è arrivato l’amore, c’è sempre stato un come diverso. Dalla voglia di mollare tutto e tutti per lei all’egoismo di giorni e notti senza uscire dal letto. Dalle incertezze del primo incontro, alla solidità del matrimonio. In mezzo sogni, incubi, separazioni, divorzi, corse a fari spenti nella notte per vedere se è così difficile morire, lettere strappate. Canzoni devastanti e capelli un tempo accarezzati per ore che svolazzano. Lasciandoti solo. Con profumi che non vorrai più nel naso. Finchè vita ci separa.

L’avevo aspettata. Tutta la notte. Un caffè dopo l’altro. Misto whisky & sigarette. All’alba, in quel tugurio maleodorante, accesi la Tv: stavano trasmettendo le immagini dell’incidente di Diana, a Parigi. Anche il mio sogno era finito così al Pont de l’Almà. Che non vuol dire ponte dell’anima, come credevo, ma il luogo di una battaglia. In Crimea. Il tempo di riacquistare sembianze umanoidi e di trasportarmi verso la spiaggia di Riva del Garda. Ecco la scoperta sconvolgente: se c’è l’amore vivo. Non posso farne a meno.

“Sei troppo, sei troppo….” – Come? Quando? Quanto? “Sei troppo e basta. Non capisci niente delle donne. Guarda me: mai sposato, mai un fidanzamento più lungo di un week end. Ta tan: sto meglio, molto meglio, mi pare, di te. E lascia perdere poesie e stronzate varie. Leopardi guardava la siepe. E intanto fornicava…

Si sono lasciati, questo amico e la sua compagna, dopo anni di convivenza. Hanno anche dovuto discutere sui mobili comprati insieme all’Ikea. E sulle spese comuni e condominiali. Non si possono più vedere. Evitano gli amici di una volta. Dicono, gli amici: “Meno male che non ci sono bambini di mezzo”. Lui si è fatto la coda ai capelli. Lei è sempre in Facebook. Ammicca. Ma solo fino ad un certo punto. Ha nascosto età, mail e numero di cellulare.  Però ha quasi duemila amici.

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61

 

Quando si è bambini non ci si pensa. Non s’immagina nemmeno quanto il tempo sia veloce. Quando per la Prima Comunione, mi regalorono il primo orologio, colpì la mia attenzione più l’indicatore della data che la lancetta dei secondi. E controllai, sotto le coperte, a mezzanotte, se era vero che cambiava col nuovo giorno. Minuti e secondi servivano per le prime gare. Per stabilire – con quei grossolani cronometri – chi arrivava prima in fondo al vigneto. Bisognava fidarsi del ragazzino lentigginoso. Con una malformazione al piede che lo costringeva a quel ruolo. Ma era felice – o così tornava utile a noi crederlo? – del ruolo di giudice, insindacabile, a lui assegnato. “Chi arriva ultimo cede la sua merendina…a chi arriva primo.”. Pronti? Viaaaa. C’era anche un vero “filo di lana” alla fine della pista campagnola. L’avevamo ottenuto da una vecchia matassa trovata in soffitta. Ed era veramente bello buttare il petto avanti per sentire,   canottiera sudata, quella carezza della vittoria.

Siamo partiti in tanti. Ne abbiamo persi per strada molti, troppi, di quella combriccola di periferia. C’è chi si è fatto frate e poi è tornato a casa, a spremere olive, come suo padre. Chi in qualche modo è riuscito a venir fuori dal mondo della droga. Ma non è più allegro come allora. C’è chi ha fatto fortuna. Chi la fortuna l’ha persa. Chi dopo tante battaglie proletarie non dimentica mai la cravatta prima di entrare in banca. C’è chi come voleva, fortissimamente voleva, diventare giornalista. Nonostante i limiti. Nonostante la timidezza. E quel fatto, forse più grave: svenivo sempre, ovunque, comunque, quando vedevo il sangue. Emofobia. Quanti morti ho visto? Quanto sangue sulle strade, dopo un omicidio, un infortunio sul lavoro, una rissa ho visto? Di quanti morti ho scritto? Ho imparato, col tempo, a vomitare dopo aver trasmesso il pezzo al giornale. A piangere, a disperarmi per il lutto di un amico lontano dalla chiesa, dai cimiteri, dai bar, dalla redazione. Ho detto basta quando non riuscivo più a nascondere le mie reazioni psico-fisiche. Perché la notizia non deve essere inficiata, troppo, da quello che senti dentro. Diventa faziosa. Rischi di prendere le difese di un delinquente. Magari solo perché lo conosci bene fin da ragazzo. Rischi – questa è la cosa peggiore che può capitarti – di fare un commento più che dare informazioni asettiche. Anche se tu sai perfettamente come sono andate le cose. Anche se hai sentito tutte le campane. Anche se non hai pregiudizi. Un conto è il romanzo, la narrativa. Un altro il giornalismo. Al lettore non interessano – dicono – le tue impressioni. Semmai fai due righe a parte. Un corsivetto. Il resto deve essere freddo, cinico, abcd, chi, cosa, dove, come, quando, perché.

Sapevo dal giorno prima. Lo sapevo, non ricordo perché. Sapevo che l’avrebbero arrestato quella notte. Gli telefonai. Da casa. Non c’erano i cellulari, né m’era venuto in mente di andare con due gettoni Sip nei giardini. Gli telefonai: “Meglio che tu te ne vada via per un po’…mi sa che…”. Fu proprio quella telefonata ad accelerare il blitz. Non me lo perdonerò mai. Anche perché passai seri guai, dopo. Per quell’allarme prematuro e confidenziale. Ma si sa – diceva un collega – i giornalisti di cronaca nera devono fare il doppio gioco. Resto dell’idea – da allora – che in carcere non possono finire quelli che già vivono nell’inferno.

E la deontologia? Non dovrebbe insegnare le stesse cose? La tutela del cittadino fino a sentenza definitiva? I vecchi avvisi di garanzia? Garanzia di cosa, di non finire sui giornali? Il Tal dei Tali è stato arrestato oggi per violenza sessuale. Si attende la convalida dell’arresto. E se l’arresto non è convalidato? Se tutto finisce in una bolla di sapone o in una bufala?

No, basta. Volevo diventare giornalista. Lo sono diventato. Ora penso prima di scrivere. E nessuno mi può metter fretta… ahahahahahahahaha

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Foglie secche da raccogliere. Operazione normale, stagionale, agli ordini delle tradizionali pulizie prima di Pasqua. (Da Wikipedia: Il costume, diffusissimo, di compiere in questo periodo di feste le famose “pulizie di Pasqua”, una pulizia generale e più accurata della casa e dei suoi arredi, si ricollega alla cerimonia della benedizione delle case. Fin dall’antichità l’acqua e il fuoco sono stati utilizzati per purificare e decontaminare, non stupisce quindi che siano entrati nella liturgia ufficiale della Chiesa proprio a questo scopo. Acqua e fuoco nella tradizione cristiana ridonano purezza e candore allo spirito rendendo i fedeli degni di ricevere grazia e benedizione).  Il rastrello, con i suoi artigli tutti uguali, regolari, fa incetta di questi vegetali da tempo morti e in avanzato stato di decomposizione. Ti sembra quasi di essere uno dei misericordiosi dei “Promessi Sposi”, quelli che buttavano sul carretto i morti dopo la peste. Erano verdi quelle foglie non molto tempo fa. Anzi, ricevevano dalla pioggia i primi baci della primavera. Hanno resistito alla siccità, a violenti temporali. Persino alla grandine, ai primi accenni dell’inverno. Poi hanno dovuto cedere al destino. Anche per loro ineluttabile. Deciso da chissà chi, chissà quando, chissà perché.

Tutte le volte, in questo periodo, cerco di far mia la voglia di rinascita della natura. Anno dopo anno, è sempre più faticoso uscire da comodi letarghi. E correre come la brezza del Garda t’invita a fare. L’affanno, il miraggio di una panchina, il disagio di chi vede altri andare avanti. Più veloci, più curiosi, più giovani. Non credo che possa interessare il mio “già visto” a chi non vede l’ora di scoprire cosa c’è più avanti. E allora mi fermo, riprendo fiato e m’impongo di amare definitivamente l’indefinibile attorno. Come farebbe, credo, un pirata, scoprendo un tesoro immenso e nel contempo l’impossibilità di portarlo via da quell’isola dove è naufragato.

L’amore. Incoscienza dell’intelligenza, anche se intelligere vorrebbe dire leggere (leggersi?) dentro. Dicono sia falsa l’etimologia con l’alfa privativo (a-mors, cioè senza morte). Che c’entri più il sanscrito “kama”, passione, attrazione (donde kamasutra?). O che si debba arrivare partire dal verbo greco  “mao”, desidero. Che differenza fa? Se c’è l’amore ci sono tutti questi significati dentro. O solo alcuni? O con l’evoluzione qualcosa di bestiale, di animalesco, di troppo naturale e subordinato alla riproduzione s’è perso? Quando sul display compare l’sms “mi manchi”, cosa manca di noi all’altro, all’altra, oltre alla presenza?

E arriva il tempo con troppe sfide alla mortalità. Dove la paura, meglio, la mancanza di coraggio ti fa giocare a nascondino con giuramenti ed impegni accettati, forse, con presupponenza. Pensi: e se lasciassi nel computer tante incompiute? Quanti frammenti indecifrabili, quindi di nessun valore, per l’archeologia degli anni Tremila. Estensioni di file custodite in qualche vecchia biblioteca digitale. Forse.

“Ti prego non lasciarmi proprio adesso. Lascia che succeda comunque, prima o poi. Ma non adesso. Ho bisogno del tuo amore per credere nell’amore. Dei tuoi occhi per capire se ci vedo ancora. Di far l’amore per sapere se c’è ancora linfa vitale in questo corpo sempre più secco. Quando verranno a rastrellarmi non potrò più raccontarti altre bugie su di me, sul mondo, su di noi”.

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Immortalità. Vuol dire – dicono, scrivono, predicano – che se si muore poi torni a vivere. La resurrezione dietro l’angolo. Non devi piangere: quello che è finito sotto terra è solo il corpo di un’anima che ora vive, rivive, meglio, da un’altra parte. Ma Lazzaro, resuscitato da Gesù, è poi morto ancora? Quanto tempo dopo? E come ha vissuto tra la resurrezione e la seconda morte? Soprattutto: come l’ha presa? Vivere, morire, tornare a vivere, morire di nuovo? Quelli che arrivano da Lourdes, da Fatima. Guariti. Anche da mali che non perdonano, di solito. Come stanno in questo nuovo interregno? Tra la vita riavuta e la morte che comunque incombe, di nuovo?

Sono un mortale. Lo sento sempre di più, dopo ogni compleanno. O quando guardo l’età dei protagonisti, loro malgrado, delle necrologie. Avvisi pubblici: me ne sono andato. Se avete tempo, domani mi portano, chiuso in una bara, in chiesa. Lasciate stare i fiori (e già questo, credo, induce all’odio i fiorai), fate un’offerta alla tal associazione. Passati i primi giorni di lutto, toccherà al notaio far fronte all’ipocrisia del dolore. E stabilire – fatto salvo ricorsi – le quote dell’eredità.

Non è cinismo il mio. Semmai esperienza. Chiedere alle Pompe Funebri i dettagli. Siamo morituri che salutano questo mondo. Ogni giorno. Sperando – senza l’armatura e le armi dei gladiatori – di poter uscire, indenni, da questo spettacolo pubblico. C’è chi tifa per noi, sugli spalti. Chi versa lacrime, prima della sfida all’ultimo sangue. Denaro, donne, la cosiddetta felicità? La lotta è lotta. Meglio vedere una ferita profonda sul tuo avambraccio. Il tuo sangue che sgorga. Meglio la tua richiesta di grazia quando io, solo io, ho il gladio in aria sopra la tua giugulare. Mi guarderai, m’implorerai. E io, egoista, come tutti in questa arena, mi chiederò: “Tu cosa faresti, adesso, al posto mio?”

La vinsi, perdio se la vinsi, quella gara di fondo ai Giochi della Gioventù invernali. Sudore, tecnica, senza quel pattinaggio venuto dopo. Ma basta, non faticherò più così. Proprio io, si proprio io che andavo meglio nella discesa libera. Buttarsi a capofitto. Lasciarsi andare. Gli spigoli degli sci che ti chiedevano: “Posso?”. E dir loro di sì: “Vai, puoi, osa”. I pini a bordo pista sempre più piccoli. Il vuoto, sotto, nei salti: ma prima o poi arriverà di nuovo la neve. Sarà un atterraggio giusto, prima di quella bandiera azzurra che darà il via agli ultimi cento metri, prima del traguardo. Sì, andrà bene, deve andar bene questa volta. Altrimenti smetterò di fare queste gare contro il tempo”.

E quella ragazzina alla quale avevo messo a posto il numero di partenza? Quel guanto ancora pieno di neve che svuotò il freddo proprio dove la giacca a vento non proteggeva? Un sorriso. “Grazie, grazie davvero… Avrei bruciato il record della nera allo Spinale, sopra Madonna di Campiglio. Solo per dirle. Solo per dirle…e chi si ricorda quello che le avrei detto. Gli amori a prima vista sono più veri dei matrimoni. Perché si guardano, si osservano, si scrutano. E fanno all’amore subito.

“Cara ex, ogni tanto ti penso. Quello che abbiamo fatto insieme. Tutto. Tornassi indietro? Ah sarei diverso col famoso senno di poi. Ma tu saresti diversa? Le minestre riscaldate? La vecchiaia che fa ridiventar bambini? Mavalà. Ognuno per la propria strada. No, no e poi ancora no, ai restauri degli amori. Non è possibile – a distanza di anni – riaffrescare gli affreschi. Semmai cercare di non rovinarli.

« ‘Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina potestate,
la somma sapienza e ‘l primo amore;
dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’ intrate. »

Già, lasciate ogni speranza voi ch’entrate.

 

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Com’è purtroppo frequente non accorgersi di chi ci ama davvero. Pochi notano certi dettagli, certi sensori dell’amore. Si presta maggiore attenzione a segnali del corpo, ai cosiddetti colpi di fulmine (che spesso inceneriscono il resto), all’occhiolino, a fenomeni ormonali. Poi, a teatro, tifiamo magari per Cyrano. E i suoi messaggi d’amore conto terzi. O per la Bestia, timido innamorato della Bella. O per quello nascosto in Notre Dame. In realtà – anche dopo una lunga corrispondenza – non accettiamo, di solito, l’appuntamento con un sorriso che non ci convince. “Mandami una foto, dai…”.

Come se con le chat-line erotiche c’entrasse l’amore, l’innamoramento. Se l’amore, vero, c’è? Certo che c’è. L’importante è non stufarsene. Non darlo per scontato: come l’acqua calda della doccia, la dispensa piena, la benzina nella macchina.C’è l’amore vero. Tutti i giorni. Tutte le ore. Tutti i minuti, i secondi, i decimi, centesimi, millesimi di secondo. Sempre. Nell’assenza, nella presenza. Non soffre di claustrofobia. Si litiga, anche, con l’amore vero se l’amore è vero. Perché il sentimento forte non ammette cali di tensione, raggiri, tradimenti, fumo negli occhi ed effetti speciali comprati di solito all’ultimo minuto solo per certe occasioni, per certi anniversari.

E’ disposto a soffrire, per sua natura, per ampia letteratura e cinematografia, l’amore vero. Anche perdonare, a cercar di capire, a mettere in dubbio certezze certe, anche a morire. Come dimostrano i tragici “ultimi incontri chiarificatori” in recenti cronache di femminicidio. Gli uomini non sono degni – e anch’io sono un uomo – del ruolo loro assegnato dalla natura. Forse Dio,o chi per lui, avrebbe dovuto studiare meglio il meccanismo della riproduzione. A meno che tutto non dipenda proprio da forze contrarie generate da un’esplosione. Segni più e segni meno. Come quelli sulle pile. L’energia che crea massa e vita. E differenze. Inevitabili. Laddove la penetrazione ha bisogno di un corpo penetrabile. E l’organo di riproduzione maschile che fin da piccoli si chiama pistolino. Piccola pistola. Piccola arma. Di difesa o d’offesa?

Da tempo, da troppo tempo, non notavo, nei visi delle donne, di tutte le donne, le linee – diverse dai maschi – tracciate dalle mandibole. Curve affascinanti. No, non è antropologia. Una sorpresa bellissima: sta in quell’incontro il mistero del bacio. La voglia di accarezzare e sfiorarsi con la pelle. E affidare ad anatomie diverse la propria. La lingua, la saliva al sapore di rossetto, i capelli e nasi che si toccano e scambiano odori e profumi faranno il resto.

Dimmi perche’ piangi

di felicita’

e perche’ non mangi

ora non mi va

dimmi perche’ stringi

forte le mie mani

e coi tuoi pensieri

ti allontani….

io ti voglio bene

questo non lo so

stupido testone

dubbi non ne ho

anche se il futuro ha dei muri enormi

io non ho paura e voglio innamorarmi.

Non amarmi per il gusto di qualcosa di diverso

ma tu credi che sia giusto stare insieme a tempo perso

non amarmi e mi accorgo quant’e’ vera una bugia

se il tuo amore non valgo non amarmi ma non mandarmi via.

Non amarmi perche’ vivo all’ombra

non amarmi per cambiare il mondo

tanto il mondo non si cambia

e siamo tutti specchi

fatti per guardarsi

e diventare soli e vecchi

non amarmi per morire dentro

in una guerra di rimpianti e di ripensamenti

non amarmi per restare a terra

invece di volare come questo nostro amore deve fare.

Piovono parole su questa citta’

se la gente vuole ma quanto male fa

noi ci alziamo in volo e loro sono fermi

sola in mezzo a questo cielo non lasciarmi…

non lasciarmi, non lasciarmi

ho sbagliato voglio dire non amarmi

non spezzare le mie armi

e il mio cuore con questi non amarmi

non amarmi per il rosso della rabbia che c’e’ in noi

tu lo sai che non posso non amarti nemmeno se non vuoi.

Non amarmi ti faro’ soffrire

negli inverni che ci sono a volte nel mio cuore

non amarmi per dimenticare ne’ per vendicarti

ma soltanto per amore non amarmi

non amarmi e ci voliamo incontro

e ci caschiamo l’uno dentro l’altro sorridendo.

Questo amore e’ bello come il sole

dopo un acquazzone come due aquiloni

stretti per la mano

(Non amarmi – Aleandro Baldi)

Piangere, ridere, far la lotta con i cuscini e poi correre insieme fuori, sotto la pioggia. Bagnarsi, avere tanto freddo. E decidere senza dirlo di tornare a fare l’amore prima che arrivi il figlio. Prima che si svegli il cane.

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57

 

Se c’è l’amore non c’è traccia di odio o d’altri sentimenti che, treni sullo stesso binario, vanno nel senso contrario? Può darsi. In effetti quando finisce l’amore l’odio, il rancore, la voglia di farla pagare scoppiano. Come fossero stati gas compressi in un quella locomotiva di colpo deragliata. L’innamoramento ha trattenuto in una campana di vetro sempre più appannata, il calore di atti sessuali incoscienti. Ha fatto perdere l’orientamento in quella scalata che portà ben più alti di tre metri sopra il cielo. Fino a quando comincia a mancare l’aria. E’ allora che ci si ricorda delle bombole d’ossigeno dimenticate a valle, al campo base famigliare.

La senti, eccome se la senti, la mancanza di quella aritmia cardiaca. Quella che ti fa restare mezz’ora di troppo davanti allo specchio a provare l’atteggiamento giusto. Prima del primo appuntamento. Quella che ti fa dimenticare di colpo il codice del bancomat, l’impegno preso da un mese con il dentista e anche il mal di denti, la macchina in riserva da ieri mattina…tutto quello che bisognerebbe avere presente per evitare di andare in tilt. Perché sei già in tilt. Che differenza c’è – mi sono chiesto molto tempo dopo – tra l’attrazione fisica, sessuale e il cosiddetto amore platonico? Meglio: l’amore al primo stadio è solo un fatto natural-animale-fisiologico? Il corteggiamento del pavone, con tutta la sua vistosa coreografia, è uguale a quello che rende così stupido e sbadato l’uomo al primo incontro?

Lei mi parlava di slitte trainate da cani. Di una passione sfrenata per quel tipo di sport. Io, alle prese con un bicchiere di vino bianco che faceva schifo, annuivo, in quel bar chiassoso. Guardavo i suoi occhi meravigliosi, impossibile non indugiare sull’accenno dei suoi seni castigato dalla camicetta. E quel modo strano, ritmico eppure imprevedibile, di scuotere i capelli fino a far tremare appena appena la frangetta. Avevo tanta voglia di abbracciarla, di baciarla, di trovarmi con lei, subito, non domani, in un letto. E di ordinare ostriche, champagne, fare il grande nonostante il conto in rosso. Lei continuava a parlare di cani e slitte. Pagai anche il suo tè. E non ci scambiammo i numeri di telefono.

Stavo uscendo dalla discoteca. Troppo gin in quell’ultima acqua tonica. O in quelle bevute prima? Lei era accovacciata dietro una siepe. “Scusa, hai problemi?” – Sì, tanti. “Vuoi una mano?” – No, no, voglio solo vomitare se mi riesce. Ce l’avresti un fazzoletto di carta? “Sì, dove te lo lascio?” – Butta il pacchetto…grazie.

Con lei era diverso. Solo sesso. Sempre e comunque, prima o poi, sesso. Anche dopo aver litigato. Sesso. Dappertutto. Dove capitava: sesso. “Lo facciamo nella toilette delle donne?” – Esci prima tu però… “Ma sei per caso ninfomane?” – Perché, non è forse il massimo per voi maschietti? Fuma e bevi meno: renderai di più. Dentro e fuori. E così. E così. E ancora, ancora. Non solo bacco e tabacco: anche venere c’entra nell’uomo che finisce in cenere. Ma era più forte di me. Un’attrazione solo fisica appunto. Laddove che c’entra dirsi ti amo? O pensare al matrimonio? Ma non ha senso, non ha senso. Non è questo quello che cerchi. Sì, è anche questo quello che cerchi. Che vorresti. Ma vorresti di più. Di più. Di più.

Ed eccoti, uomo del ventesimo secolo, figlio di una tecnologia e di un padre saggio che non vuole riconoscerti con una firma sulla mail certificata. Guardati un po’: sei patetico con le tue poesie, i tuoi pensieri confusi, le tue riflessioni dozzinali in Rete per risparmiare sulle spese di tipografia. Fai pena: a questo ti ha portato oltre mezzo secolo d’esperienza? Di lingua in bocca con le parole? Lascia perdere. Altri resteranno nella memoria collettiva. I tuoi scritti, i tuoi “sos” non saranno raccolti da alcuno in questo mondo dove le dita, sì, il digitale, comandano.

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56

 

Scrivimi, scrivimi presto. Anche una mail se non hai tempo, se non riesci a far fronte a tutte le richieste che ti assillano. Scrivimi, destino, sorte, fato. MI basterebbe solo un emoticon: capirei al volo cosa mi aspetta. Visto che tu non fai mai previsioni a breve. Avrò modo, spero, di ringraziarti, quando c’incontreremo. Tu lo sai quando e dove. Potrebbe essere fra poche ore, fra pochi minuti. O tra un mese, un anno, dieci anni. Tu lo sai, ma non è questo che voglio sapere da te. Dammi almeno dritta, non prendermi in giro però come gli oroscopi dei giornali che pure leggo, e non so perché, ogni mattina. So benissimo che tutto non può essere contenuto in una sfera di cristallo. Lì dentro manca l’aria. Lì dentro mancano i batteri, i virus. Lì dentro non ci sono strade pericolose. Al massimo, se la capovolgi, nevicherà in piena estate anche sul souvenir del Kenia. Fammi solo capire – questo ti chiedo – se vale la pena aspettare. E a cosa servono gli anniversari della scomparsa. Se non a far del male a chi è rimasto: già, lo sanno in quei momenti, in quei riti, che prima o poi toccherà a loro. Sei tu che lo ricordi. Con la tua assenza. Che tutti, sempre, ineluttabilmente, notano.

Capita, almeno a me capita spesso, di immaginare, mentre guido la macchina, cosa potrebbe succedere se, da quella curva, sbucasse, all’improvviso un camion. Sento, come se sentissi davvero, un tremendo botto, sulla fiancata, pezzi di cristallo che provocano mille piccoli tagli sul viso, sulle mani. Il sangue che scivola sul viso e i miei occhi sbarrati, nello specchietto retrovisore che si sta disintegrando, come tutto il resto di questa scatola di ferro che mi doveva proteggere. Come gli airbag che mi stanno soffocando e le cinture di sicurezza che mi sono penetrate nelle corde. Proprio come quel filo che la nonna usava per tagliare la polenta. Ecco, adesso c’è il buio. Non sono più. O dormo. O sono in coma? Non riesco a pensarmi. Ma da qualche parte devo pur essere finito…

E allora bisogna stare attenti – mi ripeto – attenti, molto attenti. Non solo quando sei sulla strada. Anche quando scendi le scale. Anche quando poti un albero o stai cercando di mettere la punta a stella in cima all’albero di Natale. In giro sono tanti gli attentati alla vita. E la scorta non serve a niente: tutti pensano prima alla loro sopravvivenza. Basta vedere quello che succede nelle simulazioni di naufragio sulle navi da crociera…che ressa per farsi fare la foto ufficiale col salvagente.

Il destino rigetta sempre – un giorno o l’altro sporgerà querela per diffamazione – l’accusa: non è mai ingrato. Non ha mai cambiato idea. Non è crudele. Dicono abbia detto, o fatto capire da altri, che dipende essenzialmente da noi, dalle nostre azioni, dal nostro libero arbitrio. “Si vis pacem para bellum”. SE vuoi la pace prepara la guerra. Cosa vuol dire? Ammazza, distruggi, radi al suolo città, violenta, fai razzie e tutto questo poi non capiterà a te? La guerra fredda, la fusione nucleare fredda, la freddezza del killer, la vendetta è un piatto che si serve freddo. E’ sceso il gelo tra noi. Ma la scoperta del fuoco oltre al calore,all’amore ha portato anche dolore. Non puoi tagliare a metà la storia. Tra buoni e cattivi. Tra predestinati e malintenzionati. Tra santi e peccatori. Nessuno avrà avvocati – dicono – nemmeno d’ufficio, quando ci sarà il giudizio universale. Non ci saranno tre gradi di giudizio, possibilità di ricorso in Cassazione. Solo allora si saprà chi non ha diritto al perdono eterno? E gli assolti non potranno più ricadere nella tentazione del peccato in quell’utopica pace universale?

Prendi questa mano,

zingara,

dimmi pure che destino avrò

parla del mio amore,

io non ho paura

perché

lo so

che ormai

non m’appartiene.

Guarda nei miei occhi,

zingara

vedi l’oro dei capelli suoi.

Dimmi se ricambia

parte del mio amore,

devi dirlo

questo

tocca a te.

Ma se e’ scritto che

lo perderò,

come neve al sole

si scioglierà

un amore.

Prendi questa mano,

zingara

Ma se e’ scritto che

lo perderò,

come neve al sole

si scioglierà

un amore.

Prendi questa mano,

zingara,

leggi pure che destino avrò

Dimmi che mi ama,

dammi la speranza,

solo questo

conta

ormai per me.

(Zingara – Iva Zanicchi)

 Il destino ci ha uniti su questa terra. Il destino ci separerà.

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55

Hanno eliminato le panchine in cemento grezzo dove ci si trovava alla sera, vicino alla vecchia fontana. Lì si arrivava con la chitarra per imparare dai più grandi i primi accordi. Lì i primi abbracci appassionati, i primi baci, le prime erezioni da nascondere. E le prime delusioni quando da lontano scoprivi un altro al posto, nello stesso posto, con la stessa ragazza. Forse ci faranno un’aiuola. Altrimenti non avrebbe senso tutta quella terra da vivaio scaricata tra le lastre di porfido della nuova pavimentazione. Quante volte la carente illuminazione – problema risolto ora dal Comune – con l’aiuto di benedetti tramonti ha favorito proibiti incontri dell’adolescenza. E quante volte le prime sigarette sono state scambiate per lucciole fuori stagione.

Seni che sbocciavano. Come le prime gemme. Bocche che non avrebbero mai voluto finisse quel momento di eccitante paura. E capelli bagnati da temporali improvvisi. O forse annunciati. Ma a corpi diventati sordi a tutto il resto attorno. “Ti presto la mia maglietta. Dai che rischi di prenderti qualcosa…” – Ma se sei fradicio. Più di me … “Dicono che più corri e meno pioggia prendi” – Sarà …

Un colpo tremendo. Uno schianto. Là, viene di là…oltre il curvone. Proprio vicino al cimitero. Da quella sera non riuscimmo più a passare di lì col motorino. Un lungo giro, attorno ai caseggiati. Finchè dall’asfalto sparì la sua sagoma bianca. E gli operai aggiustarono il guard-rail.

“Un ritratto. Ecco, potrei farti un ritratto, mentre rilasci i capelli dal fermaglio rosso. Dove con i denti di una forchetta rubata in pizzeria abbiamo – ricordi? – inciso le nostre iniziali. Ma non so dipingere. Lasciami provare con le parole. Magari cerco anche qualche accordo diverso dai soliti giri. Dammi qualche giorno di tempo. Non ci lasceremo mai, vero? Giuramelo. Giuramelo…”

Io lavoro e penso a te

torno a casa e penso a te

le telefono e intanto penso a te.

Come stai? E penso a te

Dove andiamo? E penso a te. 

Le sorrido abbasso gli occhi e penso a te.

 Non so con chi adesso sei

non so che cosa fai

ma so di certo a cosa stai pensando

è troppo grande la città

per due che come noi

non sperano però si stan cercando cercando.

 Scusa è tardi e penso a te

ti accompagno e penso a te

non son stato divertente e penso a te

sono al buio e penso a te

chiudo gli occhi e penso a te

io non dormo e penso a te.

( “E Penso A Te”  di Lucio Battisti)

Ma a che serve poi, frugare nello scantinato dei ricordi, se ormai da tempo vivi solo nel solaio?

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54

Non sopporto più i rumori. Tutti i rumori. Anche i miei, quando mi do fastidio, sapendo di darmi fastidio. Il gesso che si rompe sulla lavagna delle scuole elementari. E la maestra continua – zzzzzzzziiiiiiii – con le unghie senza smalto. Lo scuotimento di tazzine e cucchiaini al bar: pronti per la lavastoviglie. E pensi: “Un attimo dai, che ti do anche i miei vuoti. Un attimo: dammi quattro secondi di pace che non sono ancora sveglio”. I capricci di un bambino al ristorante, quando stai per degustare il bicchiere di vino da meditazione. Quello che ha sbagliato numero nel cuore della notte. E quello che invece il numero l’ha fatto giusto e sai anche tu, da mezz’ora ormai, che Giulia non lo può lasciare proprio adesso. Non sopporto più chi arriva in funivia ad alta quota e prova le casse acustiche. Concerti da non perdere, diceva il pacchetto dell’hotel.

La monotonia – solita scala musicale, qualche ottava in più o in meno, a seconda delle precipitazioni stagionali – di questo torrente sotto casa. Dove i sassi, i rami secchi, perfino i rifiuti, funzionano come nel cristallarmonio di Gianfranco Grisi (vedi su google).  Sfregamenti e note. Musica che passa dalla classica al rock. Al jazz, se intanto piove o nevica. Al blues, quando video e audio soprattutto finiscono fuori scala. Di più al tramonto.

Pensa a chi si pensa pensando che i propri pensieri possano essere impensabili. Non è un enigma. Basterebbe che tu lasciassi stare pensieri d’altri su di te. Basterebbe scacciare, come la mosca che dà fastidio d’estate, qualsiasi interferenza cerebrale. Sul radar l’area risulterà – fino a quando ? – libera. Completamente libera. Nessun oggetto identificato, non identificato, inidentificabile sul monitor di bordo. Puoi lasciare la plancia. Dormire, se vuoi. O salire in coperta senza coprirti le orecchie.

Avrei voluto dirle qualcosa. Tipo: “Beviamo qualcosa?” Ma sono sempre stato molto timido con le donne. Approcci da play boy scartato al primo casting. Retaggi etici, religiosi, forse anche borghesi. Tragressioni solo mentali. Con tanti testimoni fortunatamente inanimati e muti. Quasi complici di quei riti onanistici. Poi arrivano altre stagioni se hai la fortuna di non morire prima. Verso fiori d’arancio, studi di avvocati, ansie da single, nuove scommesse e irresponsabilità forse ereditarie.

Sarebbe bello – ci arriveranno? – avere via mail la scansione del proprio Dna. Poterlo analizzare. Magari confrontare con altri. Individuare i punti di quella strana ellisse che meno ci fanno comodo. E schiacciare il tasto “cancella”. Non senza aver fatto una copia dell’originale su dischetto.

Tu dici che comunque siamo soli su questa terra? Che quando moriremo saremo un impercettibile “game over” lanciato nello spazio? Che ci stanno fregando da secoli con questa storia dell’aldilà? E chi sono io per confutare le tue tesi? Ho letto, sto leggendo, di tutto. Formazione umanistica, anni di giornalismo, di registrazioni: dove ieri, sulla carta, il giorno dopo, sta ancora per ieri solo se non è un appuntamento del giorno dopo. Dove domani, insomma, è già oggi.

C’era un tipo che viveva in un abbaino

per avere il cielo sempre vicino

voleva passare sulla vita come un aeroplano

perché a lui non importava niente

di quello che faceva la gente

solo una cosa per lui era importante

e si esercitava continuamente

per sviluppare quel talento latente

che è nascosto tra le pieghe della mente

e la notte sdraiato sul letto, guardando le stelle

dalla finestra nel tetto con un messaggio

voleva prendere contatto, diceva:

 “Extraterrestre portami via

voglio una stella che sia tutta mia

extraterrestre vienimi a cercare

voglio un pianeta su cui ricominciare

 Una notte il suo messaggio fu ricevuto

ed in un istante é stato trasportato

senza dolore su un pianeta sconosciuto

il cielo un po’ più viola del normale

un po’ più caldo il sole, ma nell’aria un buon sapore

terra da esplorare, e dopo la terra il mare

un pianeta intero con cui giocare

e lentamente la consapevolezza

mista ad una dolce sicurezza

“l’universo é la mia fortezza!”

“Extraterrestre portami via

voglio una stella che sia tutta mia

extraterrestre vienimi a pigliare

voglio un pianeta su cui ricominciare!”

 Ma dopo un po’ di tempo la sua sicurezza

comincia a dare segni di incertezza

si sente crescere dentro l’amarezza

perché adesso che il suo scopo é stato realizzato

si sente ancora vuoto

si accorge che in lui niente é cambiato

che le sue paure non se ne sono andate

anzi che semmai sono aumentate

dalla solitudine amplificate

e adesso passa la vita a cercare

ancora di comunicare

con qualcuno che lo possa far tornare, dice:

 “Extraterrestre portami via

voglio tornare indietro a casa mia

extraterrestre vienimi a cercare

voglio tornare per ricominciare!

Extraterrestre portami via

voglio tornare indietro a casa mia

extraterrestre non mi abbandonare

voglio tornare per ricominciare!”

(“Extraterrestre” di Eugenio Finardi)

E che si vada dove si deve andare. Se così ha deciso chi dice di averci creato. Chi dice di amarci.

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53

Tutti, proprio tutti d’accordo, quella sera. Via libera all’adrenalina. “Quanto hai?” – Un deca e rotti. “Cazzo, sono anche in riserva…” – Allora andiamo a piedi da Max. I suoi sono via per dieci giorni al mare. “Va beh, ma cosa gli diciamo…”. – Che siamo al verde, che al massimo gli possiamo portare qualche lattina di birra.

Figo Max. Troppo figo. Capisce al volo che siamo messi male. A soldi, a donne, a bere, a sigarette. Figo Max: “Ma lasciatemi in pace. C’ho la Gloria in doccia adesso. Non so se mi spiego. Oh, vi ho mai fatto i coglioni a voi?”

La notte ha poche alternative in periferia. “Ma l’hai vista quella? Oh, è da mezz’ora che continua a bere whisky. E fuma anche. Una dietro l’altra. Per me tra un po’ ci sta con tutti…”

Il giro di do, il giro di sol. E dov’è finita la pennetta? Cazzo, è già la terza che perdo questa settimana. No, basta vodka. Ma la vedi? Balla il lento con quel ciccione pieno di soldi. Ma se tra i due balla quasi mezzo secolo… Ma la vedi, adesso si lascia andare. Lo bacia sulla bocca. E’ da mesi che le faccio il filo: mai cagato.

Nous volevams jouer a cette casinò…comprì? Oui, oui nous souns majorenne…regarde le cartes…dai andiamo via valà. Garage nei pressi di Ginevra. Quanti decibel. Posso? Che bella ‘sta chitarra. Ou l’avè comprè? Senti che roba. Che robaaaa. No, no. Massì. Passami ‘sta canna. Vieni da l’Algeria? Ma sei francese….tou s’è francais…o no? Je n’ai comprìs pas. Ouì. Ouì, mais je n’ai comprìs pas…au revoir. Mercì bocù…

Te l’avevo detto che in Francia tutto costa il doppio. Che sarebbero finiti presto i soldi. E adesso? Guarda là. Ristorante italiano. Dai tira fuori la chitarra che io ti vengo dietro con l’armonica. “Escuse muà, con dieci franchi quanto mangier?” – Se mi lavate i piatti va bene accossì….

Dormi sepolto in un campo di grano

non è la rosa non è il tulipano

che ti fan veglia dall’ombra dei fossi

ma son mille papaveri rossi

 lungo le sponde del mio torrente

voglio che scendano i lucci argentati

non più i cadaveri dei soldati

portati in braccio dalla corrente

 così dicevi ed era inverno

e come gli altri verso l’inferno

te ne vai triste come chi deve

il vento ti sputa in faccia la neve

 fermati Piero , fermati adesso

lascia che il vento ti passi un po’ addosso

dei morti in battaglia ti porti la voce

chi diede la vita ebbe in cambio una croce

 ma tu no lo udisti e il tempo passava

con le stagioni a passo di giava

ed arrivasti a varcar la frontiera

in un bel giorno di primavera

 e mentre marciavi con l’anima in spalle

vedesti un uomo in fondo alla valle

che aveva il tuo stesso identico umore

ma la divisa di un altro colore

 sparagli Piero , sparagli ora

e dopo un colpo sparagli ancora

fino a che tu non lo vedrai esangue

cadere in terra a coprire il suo sangue

 e se gli sparo in fronte o nel cuore

soltanto il tempo avrà per morire

ma il tempo a me resterà per vedere

vedere gli occhi di un uomo che muore

 e mentre gli usi questa premura

quello si volta , ti vede e ha paura

ed imbraccia l’artiglieria

non ti ricambia la cortesia

 cadesti in terra senza un lamento

e ti accorgesti in un solo momento

che il tempo non ti sarebbe bastato

a chiedere perdono per ogni peccato

 cadesti interra senza un lamento

e ti accorgesti in un solo momento

che la tua vita finiva quel giorno

e non ci sarebbe stato un ritorno

 Ninetta mia crepare di maggio

ci vuole tanto troppo coraggio

Ninetta bella dritto all’inferno

avrei preferito andarci in inverno

 e mentre il grano ti stava a sentire

dentro alle mani stringevi un fucile

dentro alla bocca stringevi parole

troppo gelate per sciogliersi al sole

 dormi sepolto in un campo di grano

non è la rosa non è il tulipano

che ti fan veglia dall’ombra dei fossi

ma sono mille papaveri rossi.

(La guerra di Piero – Fabrizio De Andrè)

Dormiamo sepolti prima che ci seppelliscano. Dormiamo proprio quando, dovremmo essere svegli.

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52

Ti ho intravisto, stamattina. Mentre, vestita del tuo blu preferito, andavi di fretta. No, non è stalking. Mi trovavo, per caso, a bere un caffè. Proprio lì. Com’è strano non incontrarsi, eppure incontrarsi, senza che nessuno dei due abbia dato un appuntamento. Com’è difficile, per il mio cervello, prima ancora che per la variabile dei sentimenti, accettare un’estensione di file così complessa da scaricare, salvare, copiare, incollare.

Il torrente ha più forza in questi giorni. Grazie alla pioggia. Fa la voce grossa. Forte coi deboli detriti. Timido con gli argini appena rinforzati. Arrogante con le prime viole di primavera, appena sbocciate tra sassi umidi. Galleggia la carcassa di un grosso topo. S’incastra tra arbusti secchi che arrivano dalla montagna. E speravano di vedere, prima o poi, il mare.

La differenza tra segmento e linea retta è data – dicono – dalla libertà di estensione. Come per gli angoli: più o meno aperti. Più o meno costretti a vivere nei gradi loro concessi dal goniometro. Fermati: due punti. Ho un’erezione ! punto esclamativo. Parliamone; punto e virgola. Aspetta, virgola. Cioè- trattino – volevo dirti che * (te lo spiego a piè pagina).

L’avresti mai detto che io e te saremmo arrivati così avanti negli anni da ricordare le nostre fantasie sessuali? E che, di colpo, le nostre canzoni preferite, sarebbero state proposte in seconda serata come amarcord? L’avresti mai detto che avrei deciso di scrivere per conto mio senza prender soldi? E senza il cappello, appoggiato sull’asfalto, per le offerte? Ma ti ricordi quando mendicavo le nazionali senza filtro dal piantone dei pompieri?

Dice l’amico, di colpo, prima al telefono, poi davanti a me: “Ho un tumore ai polmoni, grande cinque centimetri e mezzo. Devono operarmi”. Colpa del fumo? “Beh, è probabile, anche se ho smesso da anni”. Probabilità? “Come giocare sul rosso alla roulette”. Spengo la sigaretta, Poi quando esce dal cortile, ne accendo un’altra. Massì, massì decida il destino. Dio, se ci sei, non farmi andare presto al suo funerale.

Che strano: un incidente stradale con feriti proprio sotto casa mia. Guardo dal balcone. L’arrivo dell’ambulanza. I primi soccorsi. La polizia per i rilievi. I vigili del fuoco per la pulizia stradale. I fotografi, i giornalisti per raccogliere notizie. Come facevo io fino ad un anno fa. Leggerò, domani mattina, al bar: tiro giù la tapparella.

Certo che puoi innamorarti anche se sei sposato, sposata. Capita. Non c’è un vaccino per la fedeltà. Puoi, semmai, imprigionarti nel “così è, così deve essere”. Finchè morte non vi separi. La poligamia? E chi l’ha detto che non possa avere anche sesso femminile? La famiglia è il primo grado di giudizio della società. Si può arrivare alla separazione-cassazione.

E chi l’avrebbe detto – dopo quella prima volta – che non avremmo visto l’alba del Duemila insieme? E chi l’avrebbe detto che tutto sarebbe andato storto per colpa di amici e amiche ai quali davamo da bere e mangiare fino a mezzanotte?

Funky gallo come sono bello stamattina
Non c’è più la mia morosa
E sono più leggero di una piuma
Intanto zio rufus sta
Coi suoi pensieri in testa
Portando in giro la vita
A fare la pipì
Per colpa di chi chi chi chi
Chichichirichi
Stanotte voglio stare acceso e
Dire sempre di si
Per colpa di chi chi chi chi
Chichichirichi
I’m a hootchiee cootchiee man
Hootchiee cootchiee man yeah
Funky gallo
Come sono in ballo questa sera
Ho voglia di sudare e
Sono più goloso di una mela
Oh avanti o popolo
Con la chitarra rossa
Che intanto il tempo passa
E lei non torna più
Per colpa di chi chi chi chi
Chichichirichi
Stanotte voglio stare acceso e
Dire sempre di si
Per colpa di chi chi chi chi
Chichichirichi
I’m a hootchiee cootchiee man
Hootchiee cootchiee man yeah
Tieni il tempo
Non ho tempo
I wanna dance all night
Il sentimento
È troppo denso
I wanna dance all night
Funky gallo
Coi pensieri sconci nelle dita
Forse sono in fallo
Ma mi piace molto madre rita
Oh avanti o popolo
Con la lambretta rossa
Che intanto il tempo passa
E lei non torna più
Per colpa di chi chi chi chi
Chichichirichi
Stanotte voglio stare acceso e
Dire sempre di si
Per colpa di chi chi chi chi
Chichichirichi
I’m a hootchiee cootchiee man
Hootchiee cootchiee man yeah
Tieni il tempo
Non ho tempo
I wanna dance all night
Il sentimento
È troppo denso
I wanna dance all night
Tieni il tempo che non ho tempo
I wanna dance all night
Sono in fiamme
Le mie donne
I wanna dance all night
Fun time

(Per colpa di chi? – Zucchero Fornaciari)

Lasciami andare, ti prego, lasciami andare per la mia strada.

Mi scappa forte la pipì.

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51

Come per i frutti. Solo quando sono maturi assomigliano a quelli che, diventati semi, hanno fatto crescere la pianta. Pronti per la raccolta. Così le rughe, il modo di ridere, di tener le mani dietro la schiena. Anche quello di reprimere reazioni rabbiose. C’è mio padre in me. E c’è anche mio nonno, quando appoggio il braccio al banco del bar, quando fumo, quando provo piacere per il solletico della schiuma della birra sui baffi incolti. Siamo – anche – quello che prima di noi è stato. Prima di tornare mistero. Come quando non sapevamo ancora che saremmo nati.

Non è vero che il cerchio si chiude. Partendo da un punto “x” prima o poi arriverai, percorrendo la circonferenza, allo stesso punto. Ma non sarai obbligato a fermar ti. Potrai fare milioni, miliardi di giri. E saranno tutti uguali per lo spazio, tutti diversi per il tempo. Tu non hai idea di quanto le abitudini possano essere sorprendenti quando le perdi. Ti piaceva passeggiare col cane sulla riva del lago. Tutte le mattine, alla stessa ora, stesso caffè, stesso bar (quando non era chiuso per turno settimanale). Ora che senza l’aiuto di altri non riesci nemmeno ad alzarti dal letto rimpiangi quell’autonoma monotonia. Ti piaceva guardare la televisione, andare al cinema, far foto. E anche solo star lì, su una panchina, a leggere il giornale, lasciando al passaggio di nuvole l’unica novità meteo-emotiva. Da quando una malattia di ha reso cieco rifiuti il Braille, gli occhiali neri (“tanto il sole non mi dà fastidio…”) e stringi nervosamente tra le mani la lettera, mai letta e fatta leggere, di chi diceva di amarti. Ti piaceva bere, fumare, far le ore piccole. Ti piacevano le donne. Bacco, tabacco e venere riducono l’uomo in cenere: come odi chi te lo ricorda magari buttando il fumo del toscano contro la tua bombola d’ossigeno.

 Quella volta, sotto la pioggia, dovevo decidere – così credevo – in pochi istanti, cosa fare della mia vita. Da una parte il matrimonio perfetto seppur perfettibile. Dall’altra l’innamoramento. Che, si sa, non dura in eterno. Da una parte l’abitudine all’amore. Dall’altra l’amore che prima o poi porterà all’abitudine. Ma intanto fa saltare in aria tutti i ponti: ti troverai, alla fine, senza alcuna possibilità di ritorno a casa. Al tuo divano, al tuo frigo, al tuo stereo, alla tua scrivania, al tuo water. Dove finiscono le minestre riscaldate.

Ma tu pensa: miliardi di uomini, donne. Alle prese da anni sempre con gli stessi dubbi, gli stessi sentimenti. Guarda le canzoni d’amore: cambia la musica. Non cambiano, nell’essenza, i testi. Guarda i film, gli spettacoli teatrali, perfino i comici cercano ancora di far ridere vestendosi da donna… Miliardi di corpi, tette-culo-figa-cazzo-peli. Miliardi e ancora miliardi di bipedi (una volta andavano- dicono – a quattro zampe?) che dicono di amarsi, che intrecciano i loro destini, che si lasciano, si odiano, si uccidono. Una massa che nemmeno la Questura può calcolare con precisione. In movimento. Scambi di soldi, di favori, di seme. Vagiti di chi non sa ancora che siamo così tanti in spazi ristretti. Punti interrogativi sulla fronte di chi pensava che avrebbe trovato un buon lavoro dopo tanti anni a scuola. E ancora, il magma infuocato e altamente infiammabile, che scende dalle colline verdi. Bruciando e innescando altri incendi. Resta la cenere. C’è più nero adesso sulle foto panoramiche fatte col telefonino. Proprio là dove ho dato il mio primo bacio. Nascondendomi dietro un pesco appena fiorito.

Fiori rosa fiori di pesco

c’eri tu

fiori nuovi ‘stasera esco

ho un anno di piu’

stessa strada, stessa porta.

Scusa

se son venuto qui questa sera

da solo non riuscivo a dormire perche’

di notte ho ancor bisogno di te

fammi entrare per favore

solo

credevo di volare e non volo

credevo che l’azzurro di due occhi per me

fosse sempre cielo, non e’

fosse sempre cielo, non e’

posso stringerti le mani

come sono fredde tu tremi

no, non sto sbagliando mi ami

dimmi che e’ vero

dimmi che e’ vero

dimmi che e’ vero

dimmi che e’ vero

dimmi che noi non siamo stati mai lontani

dimmi che e’ vero

ieri era oggi, oggi e’ gia’ domani

dimmi che e’ vero

dimmi che e’ ve…

Scusa credevo proprio tu fossi sola

credevo non ci fosse nessuno con te

oh scusami tanto se puoi

signore chiedo scusa anche a lei

ma io ero proprio fuori di me

io ero proprio fuori di me quando dicevo:

posso stringerti le mani

come sono fredde tu tremi

non, non sto sbagliando mi ami

dimmi che e’ vero

dimmi che e’ vero

dimmi che e’ vero…

(Fiori rosa, fiori di pesco – Lucio Battisti)

Chiedo perdono all’umanità per non essere sempre stato un uomo.

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50

Dammi un bacio. Ti prego, dammi un bacio. Scompigliami i capelli. Stringimi forte. Non so quanti innamoramenti avrò ancora in questa vita. Fai finta che questo sia l’ultimo. Sfiora con le tue mani le mie rughe. Accarezzami i peli bianchi sotto il mento. Pensa a quanti amori più dei miei avrai. Cosa posso darti in cambio? Mi vien da ridere solo se ci penso. E che posso darti, se non la fragilità fisica di un amore che però potrà restare per sempre nei tuoi ricordi? E che posso darti se non i giunchi ricurvi, sotto il vento dell’età?

Se l’amore ti strega quando sei vecchio non te ne accorgi subito, ma tutto si mescola: passato, presente e futuro. Il risultato è una zuppa acida, dal retrogusto di melassa. Ma il cucchiaio non si fermerà mai: nemmeno dopo il vomito.

Ma come fanno gli gigolò ad illudere le donne mature? Uomini giocattoli? Vibratori naturali? Conta solo il sesso o l’illusione che qualcuno ti trovi ancora interessante? Come chi se ne frega dell’obesità e si lancia nei latino-americani. Con salsa anche prima, per gli spaghetti.

Il tempo non dovrebbe essere regolato da orologi o calendari. Ma dal grado di vitalità. I parametri: zero, per chi non crede più in nulla e nessuno. Uno: per gli ipocondriaci. Due: per chi si guarda ogni mattina nello specchio. Tre: per chi prima di uscire guarda le previsioni meteo. Quattro: per chi tiene sempre d’occhio l’estratto conto. Cinque: per chi ha tanti amici sconosciuti in Facebook. Sei: per chi esce, almeno una volta al mese, per la pizza. Sette: per chi sogna. Otto: per chi vuole realizzare i sogni. Nove: per chi realizza i sogni. Dieci: per chi non si accontenta dei sogni.

Ho visto, l’altro giorno, il necrologio di un amico. Uno dei tanti che, in pochi mesi, hanno lasciato questa terra per andare chissà dove. Mi parlava quella foto a colori: “Succede, caro mio. Succederà anche a te prima o poi. Molli qui tutto. Soldi, affetti, case se ce l’hai. Passa tutto agli eredi. Che a loro volta lasceranno tutto ad altri eredi. Che a loro volta lasceranno tutto ad altri eredi ancora. Un testimone che passa di mano in mano. E resta sempre su questa pista. Non riuscirai mai a capire, finchè vivi, chi ha vinto questa strana staffetta.

Canto solamente insieme a pochi amici

quando ci troviamo a casa e abbiam bevuto

non pensare che ti abbiam dimenticato

proprio ieri sera parlavamo di te

Camminando versa casa mi sei tornata in mente

a letto mi son girato e non ho detto niente

e ho ripensato alla tua voce così fresca e strana

che dava al nostro gruppo qualcosa di più

Enrico che suona, sua moglie fa il coro

Giovanni come sempre ascolta

stonato com’è

canzoni stonate

che fanno ancora bene al cuore

noi stanchi ma contenti

se chiudi gli occhi forse tu si senti

anche da lì

L’altra domenica siamo andati al lago

ho anche preso un luccio che sembrava un drago

poi la sera in treno abbiam cantato piano

(Canzoni stonate – Gianni Morandi)

Massì, finiamola qui questa canzone triste. Balliamo. Un’altra vodka, cameriere. Sì, è l’ultima, lo giuro…

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49

La primavera, quella vera, arriva quando torna, dentro, la voglia di svegliarsi di buon’ora. Di aprire le finestre. Di far entrare la luce nella casa, l’aria nei polmoni e quello strano desiderio di uscire, di incontrare altri, nell’anima. Il sole, anche se non è quello dell’estate, anche se non servono gli occhiali scuri per guardarlo, ti fa l’occhiolino. Complice, da quando esiste, della riproduzione. Vegetale, animale, umana. E’ un po’ come quei “lenti” che ti fanno innamorare della donna, dell’uomo mentre balli. E baci collo, orecchie, capelli. E con la mano accarezzi la schiena. Fino a dove si può in pubblico.

Non era – allora – obbligatorio il casco. E sui motorini si poteva andare in due senza problemi. Che bello sentirsi stringere dalla ragazza bionda dietro. Con quei seni appena sbocciati ai quali facevi finta di non far caso. Sul tuo giubbotto nuovo. E le sue mani, davanti. Che stringevano forte. Non come su tu fossi un pezzo di metallo del tram. Erezioni inconfessate e inconfessabili. Capelli lunghi che s’intrecciavano ai suoi. L’aria fresca. In tasca cinquemila lire: (“Basteranno per offrirle una coca?”).

Quella sera, al mercatino sul lago, spesi i soldi delle sigarette per un anello. Bigiotteria. Ma sembrava vero. Bello. Grandissimo. Prezioso. “Ciao, ecco, io, veramente…toh”. Il suo sorriso – andrà a finire così, vero? – lo rivedrò certamente nel flash back che, dicono, riassumerà in pochi secondi la tua vita mentre muori. Ci giurammo amore eterno succhiando due ghiaccioli, presi con gli spiccioli rimasti. Credo ancora in quel giuramento. E in tutti gli altri fatti dopo.

Il mondo dei grandi, quando si è giovani, non va mai bene. Che barba, che noia. Attento a… Mi raccomando… Questa casa non è un albergo… Ma ce l’hai un lavoro? Perché lasciare l’università proprio adesso… Noi vogliamo spazi. Per la nostra creatività. Per essere liberi. Non ingessati come voi. Stronzi come voi. Pieni di polvere come voi. Noi cambieremo questo mondo fatto di regole antiche. A vostra somiglianza. Eccome se lo cambieremo. Assomigliate tutti ad Andreotti. La gobba, le mani intrecciate nei vostri complotti familiari, sociali. Ecchemenefrega se il mio amico si droga: suona la chitarra da Dio. Stasera non torno a casa, dormo fuori. Sono maggiorenne, non puoi comandarmi più.

Bambini tutti pronti, prendete posizione,

si parte per andare a fare la rivoluzione!

E state tranquilli, nessuno si farà male

perchè questa rivoluzione

sarà un pò particolare.

Uniamo tutte quante le bandiere

di ogni colore cucendole insieme

per farle diventare

una bandiera soltanto,

più grande e che abbia

il mondo intero dentro.

E sarà l’occasione

per insegnare ai grandi

Che si può far rivoluzione senza le armi

perchè non esiste nessun cambiamento vero

se la rivoluzione non avviene prima nel pensiero.

E allora le mine delle frontiere

prendiamole tutte e leghiamole insieme

per farle diventare un grande cerchio soltanto

e intorno ci faremo un girotondo su una musica che fa…

(La rivoluzione – Ratti della Sabina)

Vietnam, Afghanistan, Iraq, Indocina, Corea, ex Jugoslavia, Sudan, Africa, anche tra me e te, in fondo, ci può essere una guerra. Basta. Basta. Basta. Altrimenti anche la primavera non avrà più senso.

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48

L’avresti mai solo immaginato? Ancora vivo. Più vecchio, ma vivo. E di colpo senza tanti amici, anche della mia età. Avanti. Avanti. Adelante. In questa sconfinata prateria della vita. Dove basta il morso di un serpente per morire: non sempre capiscono in tempo quale antidoto iniettarti. Avanti. Con i tuoi acciacchi, il mal di schiena, il fegato che non sopporta più l’alcol di una volta, i polmoni che espettorano le sigarette in più, il cervello che avrebbe bisogno di una formattazione. Avanti. Oltre la casa, la moglie, i figli, i nipoti. Avanti. Verso la fine.

Ho visto e registrato, con i miei occhi, gli ultimi istanti di vita di mio padre, di mia nonna, di tanti carissimi amici. Ti guardano senza guardarti. Fingono di darti l’ultimo saluto. Perché credono ancora di vivere. Ti osservano attentamente. Sei tu, in quei momenti, il loro termometro. Dipende dal tuo modo di ridere, di corrugare la fronte, di girare la testa verso la flebo, la loro elaborazione dei pensieri. E la risposta a domande retoriche.

Ah, certo, sarebbe bellissimo morire come nei film. Con la battuta giusta all’uomo, alla donna che ti ha sempre amato. Ah, certo, sarebbe bellissimo morire senza morire del tutto. Metti di rivivere, come i grandi attori, i grandi artisti, in pellicole che saranno proiettate anche da qui a cent’anni. Ai più toccherà una foto sempre più sbiadita, su una lapide sempre più sporca, in una tomba che gli eredi magari non pagheranno più: “portate pure quelle ossa nella fossa comune, o sotto una croce con un numero”.

Ci penso, spesso, a questo finale. Gli anni passano. Non te ne accorgi, ma passano. Come le settimane: ed è già giovedì. “Zobia vegnua, setimana perdua”. Come le ore: “Ma come, hanno già chiuso il tabacchino?”. Come i minuti, i secondi, i decimi, i centesimi, i millesimi: è tutto passato prossimo anche quando tieni in mano il cronometro.

Fammi vedere, fammi capire quanto mi ami. Per quanto tempo mi amerai. Fino a quando i nostri corpi si desideranno. Fino a quando l’orologio comanderà il nostro andare avanti insieme. Fammi capire se, come dice il prete, è finchè morte non ci separi. Se i nostri inconfessati egoismi saranno fino allora sopiti. Se siamo quello che diciamo, tra noi, di essere.

Non desiderare la donna d’altri. E’ un comandamento, un precetto. Tu non puoi guardare la mia donna con lascivia, con la bava sulla bocca. Non puoi chiederle di ballare con te. Non puoi nemmeno immaginare di portarla a letto. E nemmeno godere in privato del ricordo delle sue tette. Giù le mani. E’ la mia donna. E se ti ammazzassi per questo? Se ti punissi – in virtù dei Comandamenti – per l’affronto? Non c’è più lo sconto di pena per il delitto passionale. Eppure quanti femminicidi…

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47

E dai, fermati su questa riva del fiume Sarca. Siediti qui, vicino a me. Cosa devi fare questa mattina di tanto importante? La spesa? Pagare una bolletta alla Posta? Comprare giornali e sigarette? Il caffè? E fermati, dai, solo qualche minuto. Guarda quella specie di delta in mezzo all’acqua. Lo hanno creato apposta per aiutare i pesci a riprodursi. Una volta tanto l’uomo che dà una mano alla natura, senza violentarla. E quei nidi, tra le fronde, tra i cespugli. Toh, l’hai visto? Ma se guardi il telefonino non potrai mai vedere quel tronco che resiste alla corrente….Solo una piena lo porterà verso il lago di Garda. E darà pure fastidio, poi, laggiù. Mentre lui sarebbe rimasto volentieri dove è nato e cresciuto.

Prova a pensare: quel giorno di tanti anni fa. I francesi che con i cannoni distruggono il castello, lassù, sulla rupe. Perché? Non era meglio occuparlo e goderne gli affreschi? Perché? Non era meglio forse da vincitori salvare le cose vinte? Perché la guerra rende tutti stupidi? Perché quando si profana un tempio si grida per non far vedere il proprio disagio?

Storie di violenze passate, a stento leggibili su sbiadite pagine conservate in biblioteca. Anniversari, commemorazioni a cifra tonda. Non sia mai che gli orrori delle Grandi Guerre (o la seconda fu piccola?) si possano ricordare nel 43° anniversario con la stessa pompa magna del mezzo secolo. Nozze d’oro tra disastri e date. Le macerie sono sotto terra da tempo. Come quei morti. Sopra, i monumenti che tutti gli anni sono abbracciati dalle corone d’alloro. Solo da poco oggetto di raccolta differenziata.

Verrà il tempo, caro amico mio, in cui non mi leggerai più. Non mi incontrerai più per strada. Non ci saranno le solite battute sul niente, sul meteo, sulla benzina che costa due centesimi in più. Verrà il tempo in cui il mio tempo sarà finito. Come è giusto – dicono – che sia. Si nasce, si vive, si muore. Nessuno – tranne gli assassini, l’infarto, un disastro naturale, magari anche la tua mano se così vuoi – può dire quando finisce la tua puntata in questa fiction dai bassi ascolti. Nessuno può raccontare meglio di te, la tua vita. E darti la forza per resistere a quella che chiamano depressione, ansia, paura. Anche di quello che tu potresti pensare di te stesso.

Po, po, po… Le scarpe da tennis bianche e blu, seni pesanti e labbra rosse e la giacca a vento. Oh! Marta io ti ricordo così il tuo sorriso e i tuoi capelli, fermi come il lago. “Lugano addio” cantavi, mentre la mano mi tenevi “Canta con me” tu mi dicevi ed io cantavo di un posto che non avevo visto mai. Tu, tu mi parlavi di frontiere di finanzieri e contrabbando mi scaldavo ai tuoi racconti “E mio padre sì” tu mi dicevi “quassù in montagna ha combattuto” Poi del mio mi domandavi. Ed io pensavo a casa mio padre fermo sulla spiaggia, le reti al sole i pescherecci in alto mare, conchiglie e stelle le bestemmie e il suo dolore. Oh, Marta io ti ricordo così il tuo sorriso e tuoi capelli, fermi come il lago. Po, po, po… “Lugano addio cantavi” mentre la mano mi tenevi “addio” cantavi e non per falsa ingenuità tu ci credevi e adesso anch’io che sono qua. Oh, Marta mia addio, ti ricordo così il tuo sorriso e tuoi capelli, fermi come il lago. Po, po, po…

Puoi anche mandarmi a quel paese. Non ne avrò a male. Sono coerentemente incoerente da anni. Fin da piccolo. Da allora mi è sempre piaciuto amare anche senza essere riamato. Sperare anche senza concrete speranze. Non è nella poesia, nella prosa, nella musica, nell’arte che troverai la grande bellezza da Oscar. Ma, lo so che sbaglio volendo sbagliare apposta, in quella piuma che vola di Forrest Gump. A seconda del vento, della tua fragilità.

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46

Di quando, durante la ricreazione, ti portavo le margherite strappate dal prato davanti alla palestra delle scuole elementari di Bolognano, ti è rimasto quel modo di scuotere i capelli. Corti, come allora. Chissà perché. Le rughe che cerchiamo in qualche modo di nascondere funzionano come gli specchi retrovisori. Dietro, altri piccoli fidanzatini, come noi, allora.

Ma non è di questo che il mio interiore sente l’esigenza di parlare, gridando, oggi. Pensa un po’, cara amica, ai documentari, alle pubblicazioni, ai convegni che stanno facendo sulla prima guerra mondiale nel nostro Trentino. Parleranno di batterie, fronti, movimenti di truppe. Forti, trincee. “Ecco, da quella cima gli austriaci controllavano l’intera valle…”. Le divise, gli elmi, pezzi di bomba, ossari pieni di ossa e tombe senza nomi. Case distrutte, profughi, sfollati, e ancora morti: di tutte le età.

E prima?

La guerra di Crimea fu un conflitto combattuto dal 4 ottobre 1853 al 1º febbraio 1856 fra l’Impero russo da un lato e un’alleanza composta da Impero ottomanoFranciaGran Bretagna Regno di Sardegna dall’altro.

Il conflitto ebbe origine da una disputa fra Russia e Francia sul controllo dei luoghi santi della cristianità, in territorio ottomano. Quando laTurchia accettò le proposte francesi, la Russia nel luglio 1853 la attaccò.

La Gran Bretagna, temendo l’espansione russa verso il Mediterraneo, si unì alla Francia ed entrambe si mossero per difendere la Turchia dichiarando guerra alla Russia nel marzo del 1854.

L’Austria appoggiò politicamente le potenze occidentali e il Regno di Sardegna, nel timore che la Francia si legasse troppo all’Austria, nel gennaio 1855 inviò un contingente militare al fianco dell’esercito anglo-francese dichiarando a sua volta guerra alla Russia.

Il conflitto si svolse soprattutto nella penisola russa di Crimea dove le truppe alleate misero sotto assedio la città di Sebastopoli, principale base navale russa del Mar Nero. Dopo vani tentativi dei russi di rompere il blocco (battaglie di Balaklava, di Inkerman, della Cernaia) e l’attacco finale degli alleati, Sebastopoli fu abbandonata dai difensori il 9 settembre 1855, portando alla sconfitta della Russia.

Il Congresso di Parigi del 1856 stabilì le condizioni di pace avvicinando politicamente il Regno di Sardegna alla Francia e favorendo quel processo di intese che porterà nel 1859 alla seconda guerra di indipendenza.

E dopo?

Quante pagine di quel libro di storia sottolineate da una matita ormai consumata. Venne in aiuto il solito Bignami per l’esame al liceo. Il programma non comprendeva la guerra fredda e nemmeno la crisi dei missili di Cuba. Un commissario di maturità chiese al maturando: “Mi sa dire chi è Mandela?” Ora, solo ora, potrebbe esserci una risposta. Forse.

La guerra ha bisogno di una scintilla. L’importante è che il mondo, anche solo un locale del condominio mondo, sia saturo di gas. O ne abbia bisogno per la propria economia. Dicono che lo spread non sia altro che un termometro moderno della febbre europea. Come andrebbe a finire, adesso, la disputa tra Lutero e Papa Francesco? Tra le antiche banche dei Medici fiorentini e i narcotrafficanti? Tra l’eurocomunismo e la democrazia on line?

Le case le pietre ed il carbone dipingeva di nero il mondo

Il sole nasceva ma io non lo vedevo mai laggiù era buio

Nessuno parlava solo il rumore di una pala che scava che scava

Le mani la fronte hanno il sudore di chi muore

Negli occhi nel cuore c’è un vuoto grande più del mare

Ritorna alla mente il viso caro di chi spera

Questa sera come tante in un ritorno.

 Tu quando tornavo eri felice

Di rivedere le mie mani

Nere di fumo bianche d’amore.

 Ma un’alba più nera mentre il paese si risveglia

Un sordo fragore ferma il respiro di chi è fuori

Paura terrore sul viso caro di chi spera

Questa sera come tante in un ritorno.

 Io non ritornavo e tu piangevi

E non poteva il mio sorriso

Togliere il pianto dal tuo bel viso.

Tu quando tornavo eri felice

Di rivedere le mie mani

Nere di fumo bianche d’amore.

(La Miniera – New Trolls)

Carissima amica. Non avrebbe avuto futuro, forse, il nostro amore. Le mie anomalie, i miei vizi, le mie infedeltà più mentali che sessuali, avrebbero portato anche noi – chissà – alla dichiarazione di guerra. Ma mi piace pensare, invece, al contrario. Al filo che serve per tagliare la polenta, ancora fumante, mentre faccio finta di aver perso nel paiolo i chiodi di garofano dello strudel di mele. Come sarebbe bello se l’umanità, tutta, facesse veramente i conti, giorno dopo giorno, ora dopo ora, con la propria mortalità. Come sarebbe diverso se – succedeva nelle gite scolastiche – un panino fosse diviso in quattro. E tutti avessimo poi ancora fame. La stessa fame di generosità.

Lo so, dopo aver letto queste righe, dirai che sto invecchiando. Anzi, dirai che sono più vecchio di quello che sembro. Non importa. Sarò stucchevole, noioso, fuori tempo, ma sogno un mondo in pace. E che come una grande famiglia, aspetta in ansia, i figli usciti per divertirsi alla sera. E che quando capita qualche imprevisto ci si guarda bene negli occhi. Per dire: “Massì, in fondo si può rimediare…forza, rimettiamo a posto tutto quanto”.

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45

Sai cosa mi sorprende ancora del mondo? L’incertezza. Che – come una stampella – dà una mano alla certezza. Alla presunta certezza. E cioè, quel modo di camminare, incerto su presunte certe vie. Direzioni dirigibili. Perfezioni perfettibili. Imperfezioni abilmente mascherate. Come quegli alpinisti ripresi dall’alto. Sulle vette. Lo vedi, c’è solo lo spazio per uno scarpone alla volta tra quei due paurosi baratri. A destra e a sinistra. Lo immagini: difficile tornare indietro senza il rischio di pericolosi incroci dei piedi su quelle  , vecchie, contornate dai cristalli della neve appena caduta. Su quella schiacciata, ghiacciata, sporcata da altri, prima. E allora vai avanti. E’ una decisione obbligata dal destino, dal fato, dalla sorte. Finchè il sangue sarà caldo e muoverà i muscoli. Finchè arriverà al cervello che non sempre comanda o vuole comandare tutto il resto.

Ecco, siamo arrivati. Una camera d’albergo. Tu che fai la doccia mentre io mangio i cioccolatini omaggio lasciati sul letto. E scrivo “ti amo” con la biro sulla brochure. So che dormiremo poco. Che per la cena dovremo uscire da questo nostro scrigno segreto. So che da domani torneremo ad essere incerti amanti che guarderanno con gli occhiali scuri verso quel sole: la neve ad alta quota, si sa, trasforma in laser quei raggi. Non si diventa ciechi solo con le masturbazioni adolescenziali.

La discesa, se improvvisa, crea problemi all’udito. Tutta colpa del calo di pressione. “Dai, prova a far finta di sbadigliare. Vedrai che andrà meglio…”. Funziona sempre. Di colpo ti ritrovi a pochi metri sopra il livello del quotidiano. “Guarda…eravamo arrivati lassù. Ci pensi?” Non bisogna mai dare colpa ad altri, ad altro, dopo. Il ritorno alla base dei nostri pensieri, della nostra esistenza, del nostro normale e sicuro modo di essere, dipende dalla nostra stessa dipendenza. Dalla pendenza. Dal dislivello che i nostri occhi, le nostre orecchie, adesso, stanno ancora cercando di compensare.

E ora, ognuno nel suo comodo rifugio di pianura, guarda quelle cime sempre sferzate dal vento di tramontana, sempre affascinanti quando il sole sceglie un prisma a caso per i propri riflessi su quelle rocce. Sempre inaffidabili complici nei ricordi. Soprattutto quando fanno bagordi con la nostalgia.

Mi sono innamorato di te

perché

non avevo niente da fare

il giorno

volevo qualcuno da incontrare

la notte

volevo qualcuno da sognare

Mi sono innamorato di te

perché

non potevo più stare sola

il giorno

volevo parlare dei miei sogni

la notte

parlare d’amore

Ed ora

che avrei mille cose da fare

io sento i miei sogni svanire

ma non so più pensare

a nient’altro che a te

Mi sono innamorato di te

e adesso

non so neppure io cosa fare

il giorno

mi pento d’averti incontrato

la notte

ti vengo a cercare.

(Mi sono innamorato di te – Luigi Tenco)

Non avrai altro innamorato all’infuori di me. Non potrai mai trovare uno più innamorato di te. Non potrai mai dimenticare quanto ci siamo amati. Anche se il nostro amore non ha potuto durare.

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44

Dai che cambiamo l’Italia, l’Europa, il Mondo, l’Universo. Anche quello che c’è e non vediamo. Dai che cambiamo tutto. Di colpo. Cominciamo col denaro. Quelle banconote, quelle monete, quegli spiccioli che maneggiamo tutti i giorni quando li dobbiamo dare in cambio di qualcosa che ci serve. Per mangiare, per bere, per curarci, per avere un minuto e trenta secondi (troppi?) d’amore se non vuoi masturbarti,  per comprarti una musica, un film che non riesci a scaricare gratis. Per la mancia, se ti avanzano spiccioli. Per investirli in banca o per tenerli sotto il materasso. Per, fratto, alla potenza, meno, più. Percentuale, tasso, rendita semestrale. Estratto conto. Estratto del lotto.

Pietro Micca si fece saltare per aria. Toti, una “t” sola non dribblò la sua disabilità gettando la stampella.  C’è chi disse “tirem ‘innanz”, ma non voleva dire – andava verso la morte – tiriamo a campà. Le mie prigioni di Silvio Pellico non accusano alcun magistrato di complotto. Né chiedono una radicale riforma della giustizia. Andreas Hofer e Cesare Battisti? Forse sarebbero stati convinti a fare altre cose da Alex Langer.

E’ imbarazzante – eufemismo – vivere in questo territorio circondato dalle montagne, dall’autonomia speciale, dagli accordi Degasperi-Gruber , dalla Tangentopoli degli anni Novanta, dalla linea “Immaginot” tra i privilegi del passato e le concessioni del futuro. Kessler, Magnago, Durnwaller. Odorizzi, Grigolli, Mengoni, Dellai. Passando per Andreotti – Carlo- Romano, i vescovi prima di Bressan. E Stava, il Cermis, che l’alluvione del ’66 chi se la ricorda più.

Vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica,

vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India,

vorrei incontrarti ma non so cosa farei:

forse di gioia io di colpo piangerei.

Vorrei trovarti mentre tu dormi in un mare d’erba

e poi portarti nella mia casa sulla scogliera,

mostrarti i ricordi di quello che io sono stato,

mostrarti la statua di quello che io sono adesso.

 Vorrei conoscerti ma non so come chiamarti,

vorrei seguirti ma la gente ti sommerge:

io ti aspettavo quando di fuori pioveva,

e la mia stanza era piena di silenzio per te.

Vorrei incontrarti proprio sul punto di cadere,

tra mille volti il tuo riconoscerei,

canta la tua canzone, cantala per me:

forse un giorno io canterò per te.

Vorrei conoscerti ma non so come chiamarti,

vorrei seguirti ma la gente ti sommerge:

io ti aspettavo quando di fuori pioveva,

e la mia stanza era piena di silenzio per te.

 Vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica,

vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India,

vorrei incontrarti ma non so cosa farei:

forse di gioia io di colpo piangerei.

(Vorrei incontrarti – Alan Sorrenti)

E non venirmi a fare le menate le dialetto, delle tradizioni. Di quello che eravamo, di quello che potremmo essere. Siamo quello che siamo. Per colpa nostra e basta.

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43

Ah come vorrei amare, amare, amare. Diffondere spore d’amore. Come fa, a spaglio, il vento in primavera. Come fanno le api durante l’impollinazione. Come fanno i santi, anche se sono morti. E le biografie dei grandi uomini a chi le legge prima di addormentarsi perché in Tv non c’è niente di più interessante. Ah, come vorrei amare senza sesso. Senza l’intoppo della passione. Poter dire e fare senza un desiderio bestiale che comanda ai sensi. Solo con quello che – dicono- è l’anima. Il dolce stil novo. Il triangolo dantesco tra donna, uomo e Dio. Lenzuola strappate dalla voglia. Che poi diventa un sonetto. Un piccione che forse non riuscirà mai a portare il messaggio all’amata, all’amato.

Non sapevo che il bacio tra un uomo e una donna, quella sulla bocca, era di fatto un atto invasivo. Reciproco. E così, la lingua della ragazza alla quale da mesi mandavo tre lettere alla settimana, mi trovò impreparato. Imbranato. Lei notò subito la mia verginità orale. Io, in quel momento mi resi conto della mia acerba pubertà. Mi restò, di lei, una carezza sui capelli – da lavare – vicino al Colosseo di Roma. Guardo sempre, da allora, quel posto nelle panoramiche. Non sorrido. Provo lo stesso disagio.

L’avessero detto. L’avessimo saputo. Non ci saremmo sposati così giovani. Non avremmo fatto un figlio. O forse avremmo fatto di tutto e di più, chi lo sa. Quale obnubilazione? Per colpa di chi, chi, chi…

Ti chiedo perdono, perdono, perdono. Ho fatto tutto per amore. Non sempre nostro, spesso anche solo per il mio amore. Per te.

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42

 

La gelosia è come il sale, lo zucchero, la cannella, il peperoncino, la cottura? Insomma va bene, come nelle ricette, solo ed esclusivamente se ci si attiene alla famosa – generica – regola nelle ricette gastromiche, del “qt”? Del quanto basta? E come fai a sapere quanto è sufficiente (e quindi giusta, commestibile diciamo) la gelosia. La “tua” gelosia? E quanto pensi tu, alla “gelosia” di altri, quando fai il filo alla donna, all’uomo d’altri? Non credi che un giorno possa capitare anche a te la stessa imbarazzante situazione?

-Facciamo una festa questa sera. Dai vieni anche tu. Porta la “tua” ragazza … “Non so se il “mio” fidanzato è contento di questa nostra vacanza da sole su un’isola greca…l’ho visto triste”…-Ho visto tuo marito l’altra sera: ma è ringiovanito. Che cosa gli hai fatto? Dai che una sera o l’altra andiamo a mangiare una pizza insieme…portalo, mi raccomando…

L’avere. Un appartamento cointestato. Una macchina cointestata. Un figlio riconosciuto come nostro. L’avere. I mobili appena acquistati col prestito della banca, scadenza decennale. Suoceri, consuoceri, con-amici, con-amiche. Vegani e animalisti. Amanti delle grigliate e dei circhi equestri. Di destra, centro, sinistra. Più in là. Più in qua. Senza idee. Religiosi, cattolici, buddisti. Atei. “Siamo una coppia aperta”. Ma quando lui scopre il tradimento. Quando lei scopre il tradimento. Quando ci chiediamo cosa vuol dire tradimento..tutto cambia. Miei e tuoi diventano gli oggetti da spartire. Figli compresi. Mio e tuo diventa l’incipit di un elenco di imputazioni reciproche. Mio e tuo sono sepolti da prima e dopo. Il durante finisce nel cesso. E solo col tempo, per non sentirne la puzza, qualcuno tirerà l’acqua.

Avresti mai detto, quella volta ad Amsterdam, che ci saremmo ritrovati un giorno in un’aula di tribunale. Con questo signore, stufo di sentire i piagnistei di ex coniugi, a rovistare in documenti che non dicono niente del nostro passato e nemmeno del nostro presente?

Non ho nessuno a parte te

che mi ha tradito come sai

io mi sento un’auto che non ha, non ha più il motore

e mi sento un uomo che vivrà

nel suo dolore, nel dolore

solo nel suo dolore ormai

Eppur mi sento forte sai

sarà perché non odio mai

di certo non dovrei soffrir così, così inutilmente

solamente perché hai detto un sì

stupidamente, stupidamente

con il cervello assente

 Amica mia, quanto costa una bugia

un dolore che dividiamo in due tra noi

La gelosia, quando arriva non va più via

col silenzio tu mi rispondi che

col tuo pianto tu mi rispondi che

coi tuoi occhi tu mi rispondi che lo sai

 La gelosia… più la scacci e più l’avrai

tu eri mia… di chi sei più non lo sai

complicità… ma che gran valore ha

sincerità… che fortuna chi c’è l’ha

 E’ qui il serpente è arrivato

è qui seduto in mezzo a noi

lui ti mangia il cuore come fosse… un pomodoro

così diventi pazzo tu

e come un toro, e come un toro

purtroppo non ragioni più

(La gelosia – Adriano Celentano)

Meglio tradire o essere traditi? Si sta meglio nella parte della vittima o in quella del carnefice? Avrei tanta voglia di vedermi in quello spazio libero,puro che chiamano amore eterno. Dopo, dopo questa vita, se ci sarà. Sai che confusione. Tra amori non corrisposti, nostalgie di “quella maglietta fina”, donne amate da lontano. O a distanza troppo ravvicinata. Tra quella voglia di dire “sei solo mia”. Ed il raziocino che porta al “sei come me”. Tra la passione che detta l’inizio e la fine di un amore. Anche in maniera violenta. E il libero arbitrio che solo salva l’uomo dall’’animalità.

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41

Le parole, le parole, le parole. Dipende a volte dalla erre moscia. Da anomalie gutturali. La “esse” che assomiglia alla zeta di Zorro. O alla “carne salada” del Basso Trentino. La “o” che tradisce origini meridionali. La zeta per esse dei napoletani. L’ahò dei romani. L’aiò dei sardi. L’ovvia dei toscani. Il belin dei liguri. La minchia dei siciliani. Le parole che cambiano, sotto lo stesso sole. Per dire la stessa cosa. Quando il sole scompare e ti viene un dubbio: anch’io, un giorno, andrò via.

Hai mai desiderato di fare l’amore con la donna d’altri? Hai mai fornicato? Hai sempre onorato padre e madre? Santificato le feste? Certo, forse hai rubato, ammazzato. Ed hai anche deciso, per conto tuo, che avrai altri Dei, all’infuori di lui. Eppure dici di credere. Vai alla Santa Messa. Non solo a Natale e a Pasqua. Eppure hai un sorriso, in pubblico, che dà serenità. L’idea della serenità. Si diceva, l’altro giorno, tra noi atei, al bar: “Beato lui…”. Non averne a male. Siamo invidiosi. Della tua sicurezza sicura. Soprattutto quando in chiesa prendi il libretto e non hai bisogno di sfogliarlo: un gesto meccanico. Sai alla memoria la sequenza dei riti. Dei canti. Del seduti e in piedi.

Dio misericordioso, che togli tutti i peccati del mondo. Liberami dal male. Dalla diffidenza di chi, mortale, non crede nell’immortalità. Dammi un segnale: toglimi anche subito, se vuoi, la vita che mi hai donato, in cambio di qualcosa di migliore. Che senso ha l’etica, la virtù, se la dissoluzione, il vizio l’ignavia vincono inseieme al banco di questo casinò terreno? Che senso ha la stessa vita se dipende dall’aria che respiriamo. E l’aria è sempre più inquinata da noi? Che senso ha pensare se poi le mie idee finiranno in una bara o resteranno su libri ingialliti?

Ci eravamo stretti. Nudi. In una piazza e mezza. Fino all’alba. E poi dai, chissenefrega: fino a mezzogiorno. L’amore non ha bisogno del caffè, dei succhi d’arancia. Deve fare i conti solo sull’orario in cui la camera deve essere lasciata libera. Prima delle pulizie.

“Sì, saresti stata sicuramente tu la donna della mia vita. Sì, quando morirò i tuoi capelli mi accarezzeranno per l’ultima volta in quel vortice di luce che precede il buio. Sì, i nostri corpi si amavano più delle nostre anime. Sono un uomo, un bastardo. Come tutti gli uomini. Non ti chiedo scusa. E’ tardi ormai per avere quel bacio che una donna dà solo alla bocca della quale si fida.

Quei giorni perduti a rincorrere il vento

a chiederci un bacio e volerne altri cento

 un giorno qualunque li ricorderai

amore che fuggi da me tornerai

un giorno qualunque ti ricorderai

amore che fuggi da me tornerai

 e tu che con gli occhi di un altro colore

mi dici le stesse parole d’amore

 fra un mese fra un anno scordate le avrai

amore che vieni da me fuggirai

fra un mese fra un anno scordate le avrai

amore che vieni da me fuggirai

 venuto dal sole o da spiagge gelate

venuto in novembre o col vento d’estate

 io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai

amore che vieni, amore che vai

io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai

amore che vieni, amore che vai

 (La canzone dell’amore perduto – Fabrizio De Andrè)

Ecco, lo vedi? Penso sempre a me e te insieme? Sono un egoista. Come ero egoista. Con te.

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40

E tu, proprio tu, solo tu, avresti – così dicono – le cose più vere di me nelle tue tasche? E tu, solo tu, saresti nelle condizioni di condizionare le mie condizioni? Sei ripetitivo. Non trovi facilmente sinonimi ai tuoi lemmi. Lemme lemme ti adatti agli atti. Sbadati. Sbadigliati. Sbagliati. Anzi, sbagliatti. Perché? Perché sì. Zitto. Taci. Taxi, taxi…mi porti da me. Subito. Subito. Subisco il tachimetro.

Vorrei amarti. Oltre i peli del pube. Oltre il tuo culo. Ed il delta di venere. Vorrei amarti fino a morirne. Per giustificare col mio sacrificio la piromania del mio innamoramento. Un fuoco fatuo, come tutte le infatuazioni. Una sigaretta non ancora spenta buttata per sbaglio o noia laddove potrebbe essere stata versata casualmente della benzina. Uno sguardo complice. Che sfrutta la tua serata no. La tua vita no, in quel momento in attesa di un sì.

E poi, eppoi. Ma lo sai che si può dar fuoco alle polveri? Non sono inutili come si crede. Dipende da chi le ha messe in commercio. Magari senza chiedere il porto d’armi al cliente. “Ah dottò, stassera se divertimo co ‘ste cose…essì, stamo attenti.” La bomba carta scoppiata durante una manifestazione no global vicino alla redazione non mi aveva fatto sentire, di colpo, che ero vecchio. Poi il ronzio nelle orecchie. Altri che parlano, scrivono, la voglia di andare via da un mondo diviso in due. Ed io ero forse nella terza frazione mancante.

Le assemblee piene di fumo. Come i cinema di una volta. Più spazi per i giovani. Per la creatività. “Voi-siete-solo-vecchi-che-camminano-verso-la-morte-prenotatevi-la-lapide-e-un-posto-al cimitero”. Via, via le mummie che frenano i nostri entusiasmi. Via la Dc, via il Pci. Lotta-che-continua. Gli spari-sopra-sotto-dappertutto. Mirate alle gambe del borghese venduto. E basta con i sindacati schiavi di Agnelli.

I miei stanno facendo salti mortali per mantenermi al liceo. Vedessi quanti figli di papà, che non hanno i nostri problemi. Non posso odiare greco e latino anche se li odio. Non posso dire alla morosa bellissima che sono senza soldi quando bisogna pagare la pizza per due. Quante cose del passato tornano d’attualità quando qualcuno – ma chi? – fa scomparire il portafogli.

C’è chi dice che l’amore

Oggi non ha più valore

Perché solo ai soldi pensa

E alla fine mangia in mensa

Burattini incravatattati

Da 1.500.000 al mese

Su e giù per la città

Sulla jeep a fare spese

Attento che cadi, attento che cadi

Attento che cadi, attento che cadi

C’è chi dice che l’amore

Oggi è in trasformazione tipica mentalità

Manager di società

C’è chi insegue la carriera

Poi a casa è cameriera

C’è chi muore dall’invidia

Per chi lavora nei mass media

Ma che vita vuoi, in che mondo sei

Siamo donne oltre le gambe c’è di più

Donne donne un universo immenso e più

C’è chi al mondo è un egoista

E chi invece è pacifista

C’è chi no non cresce mai

E si trova in mezzo ai guai

Chi ha la testa sulla luna

E poi sfida la fortuna

C’è chi guarda nel passato

E chi invece è già cambiato

Attento che cadi, attento che cadi

Attento che cadi, attento che cadi

Ma che vita vuoi, in che mondo sei

Siamo donne, oltre le gambe c’è di più

Donne donne un universo immenso e più

Senza donne ma sai che noia qui in città

Donne donne la vita gira un po’ di più

Siamo donne, oltre le gambe c’è di più

Donne donne un universo immenso e più

Senza donne ma sai che noia qui in città

Donne donne la vita gira un po’ di più

Attento che cadi

(Siamo donne – Jo Squillo Sabrina Salerno)

E secondo te non è amore all’ennesima potenza quello di un uomo che ti affida i propri umori? Non cerco una mamma di seconda mano, né una badante, né una donna quando come e dove potrei, vorrei, saprei. Voi siete l’ispirazione dei poeti, degli scrittori, anche dozzinali e noir. Voi siete la concretezza della delicatezza. La via dantesca che porta a Dio, prima che all’amata Francesca. Insieme le donne sono come Thelma e Louise. Non le puoi fermare. Non sono – adesso, ma forse da sempre – disposte, disponibili, soggette a disposizioni restrittive. Non saranno mai ai “tuoi” domiciliari. Sono libere, libere, libere. Anche quando tu pensi di averle “comprate” come schiave al mercato del sesso libero. Sono diverse da te, lo vuoi capire? Diverse, diverse, diverse. Anche se fanno i versi nella pubblicità. Anche dove puoi ripudiarle per legge, avrai comunque il loro alito sul collo. Perché sono loro, solo loro, che danno la vita. Tu sei solo un fuco nell’alveare immenso di questo mondo dove le canzoni d’amore fanno sempre rima con dolore. Prima o poi. Dove tu maschio credi di possedere per sempre la fonte del tuo piacere. Ma sei venuto al mondo con il dolore di lei. Dopo il piacere di entrambi. E lei, la mamma, invocherai, prima di morire. Non tuo padre.

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39

Cambiare, cambiare, cambiare. Bisogna cambiare. Tu vai in soffitta e butta giù tutto quello che trovi. Butta. Forse riusciremo a rimediare qualche euro al mercato dell’usato. Spenderemo tutto in libagioni, questa sera, al bar. Per festeggiare il cambiamento. Torneremo a casa a notte fonda. Sconfitti dal presente, ma sicuri di avere un Oscar quali migliori attori non protagonisti per i film del passato. Avremmo potuto anche noi dire basta e cambiare passo. Essere veloci, cinici con chi occupava spazi destinati per forza a noi nel futuro. Non ci siamo riusciti. Andiamocene. Ritiriamoci in buon ordine finchè siamo in tempo. Lascia stare l’eskimo stropicciato nella sede del partito. Tanto è fuori moda. Come te. E non rompere più le scatole al nuovo che avanza. Lascia che anche loro si sporchino le mani su questa ribalta della politica della quale purtroppo non siamo in grado di pagare l’affitto.

Le assemblee. I comitati. Le commissioni elettorali, nonne, zie bisbetiche e zitelle delle primarie. “Ma lo vuoi capire o no che adesso basta un clic per farti fuori?” –Non sei stato nominato. Torna dov’eri. Nelle retrovie, nei gazebi, a lavorare nell’oscurità per noi. Tienici aggiornato, mi raccomando, sugli umori della base e della gggente.

Arrivò l’alba. Quella seduta consiliare interminabile sul futuro delle Cartiere del Garda aveva messo tutti alle corde. Fino alle dichiarazioni di voto. Fino al voto: chi è contro l’occupazione? Chi è favorevole all’ampliamento di una fabbrica a ridosso del lungolago rivano? Chi vorrebbe poter dire “ni”? Brioches, cappuccini, alla “Fenice”. Trentina, al Rione Degasperi. Di certo non in grado di rescuscitare un dibattito importante dalle proprie ceneri.

Le mani sulla città? E basta. Il cemento? Basta. Com’era verde la nostra valle: diapositive domani sera, alle 20.30. Seguirà rinfresco. La corsa sulle scale dell’ufficio comprensoriale di viale Vannetti, in centro a Riva del Garda. Quanti imprenditori alla ricerca di volumetrie per recenti investimenti in terreni. “Stia tranquillo, vedremo…non si preoccupi…”. Pubblico incanto di aree pre-fabbricabili. Ma si sa, in Trentino la mafia, semmai, è arrivata dopo.

E in mezzo a queste inchieste giornalistiche tu mi chiedevi quando avremmo potuto andare in ferie. E dove. Tornavo a casa tardi. Con mille dubbi in testa. Uno, gigantesco: “Se lo scrivo quanto mi potranno chiedere di risarcimento nel contenzioso civile? Basterebbe un mutuo?”. Gli anni della verità sub judice. Laddove si fa prima a chiedere il danno per diffamazione che a istruire un processo vero per stabilire la realtà degli scripta. Che manent.

 

E adesso che farò, non so che dire

e ho freddo come quando stavo solo

ho sempre scritto i versi con la penna

non ordini precisi di lavoro.

Ho sempre odiato i porci ed i ruffiani

e quelli che rubavano un salario

i falsi che si fanno una carriera

con certe prestazioni fuori orario

Canterò le mie canzoni per la strada

ed affronterò la vita a muso duro

un guerriero senza patria e senza spada

con un piede nel passato

e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.

Ho speso quattro secoli di vita

e ho fatto mille viaggi nei deserti

perchè volevo dire ciò che penso

volevo andare avanti ad occhi aperti

adesso dovrei fare le canzoni

con i dosaggi esatti degli esperti

magari poi vestirmi come un fesso

per fare il deficiente nei concerti.

Canterò le mie canzoni per la strada

ed affronterò la vita a muso duro

un guerriero senza patria e senza spada

con un piede nel passato

e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.

Non so se sono stato mai poeta

e non mi importa niente di saperlo

riempirò i bicchieri del mio vino

non so com’è però vi invito a berlo

e le masturbazioni celebrali

le lascio a chi è maturo al punto giusto

le mie canzoni voglio raccontarle

a chi sa masturbarsi per il gusto.

Canterò le mie canzoni per la strada

ed affronterò la vita a muso duro

un guerriero senza patria e senza spada

con un piede nel passato

e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.

E non so se avrò gli amici a farmi il coro

o se avrò soltanto volti sconosciuti

canterò le mie canzoni a tutti loro

e alla fine della strada

potrò dire che i miei giorni li ho vissuti.

 (A muso duro – Pierangelo Bertoli)

E poi lascia perdere quello che ti ho appena detto. Fai quello che vuoi. Sempre e comunque quello che vuoi. Non dar retta a chi è vissuto in tempi diversi dai tuoi. E che questi tempi diversi fa fatica a capire.

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38

Sono nato incendiario. Provo a fare il pompiere. Ma non so guidare bene l’autobotte. Non me ne intendo di estintori, termocamere, manichette. Un conto è buttar benzina sulla polemica. Scovare contraddizioni, indizi penalmente rilevanti. Lo scandalo da “strillo”. Un altro cercare di ammansire felini affamati, feriti. O drogarli prima del numero al circo in televisione. Cosa dicevano a proposito dei gatti? Che è una sorta di concessione degli Dei: poter accarezzare senza timore la miniatura di una tigre. Ti fanno anche le fusa, quei concetti moderati. Ben sapendo che sono e resteranno liberi di uscire di casa. Anche e soprattutto di notte, nella stagione degli amori.

Capita di non condividere più, di colpo, le proprie vecchie idee. Di sentire – da quel tuo strano io muto che parla nella testa – ragionamenti per schemi. Ipotesi. Antitesi. Tesi. Doppia negazione uguale affermazione. Non ci va l’apostrofo dopo qual è. Meglio dire però “quale era”. Nozioni che ronzano attorno alla sostanza. Sempre più terrorizzata dalla capacità di memoria non solo del Pc. Da scontri generazionali che ti scoprono impreparato. A volte anche presupponente: non basta l’esperienza. Non è sufficiente aver già visto, sentito, scritto. Rischi di fare la stessa ignobile brutta figura del campione ritornato all’agonismo senza sapere perché.

Bisognerebbe ritirarsi in un eremo. Azzerare entrate e uscite fisiologiche. Attendere con serenità, tranquillità, la visita di giovani eredi. Lasciando nei loro occhi un ricordo con tutti i colori della pace. Tranne il nero. Ci vorrebbe un vecchio tronco dove segnare, ogni giorno, con le unghie sempre più lunghe, i giorni vissuti tra l’alba e il tramonto. Non è purtroppo solo una questione di dieta. Siamo tutti, chi più chi meno, gravi. Attratti inevitabilmente da una legge fisica. Che ci trascina verso il basso, anche quando vorremmo volare liberi come gli uccelli.

Io come un gentiluomo, e tu come una sposa Mentre fuori dalla finestra si alza in volo soltanto la polvere .C’è aria di tempesta! 

Sarà che noi due siamo di un altro lontanissimo pianeta. Ma il mondo da qui sembra soltanto una botola segreta. Tutti vogliono tutto per poi accorgersi che è niente. Noi non faremo come l’altra gente,questi sono e resteranno per sempre… 

I migliori anni della nostra vita I migliori anni della nostra vita Stringimi forte che nessuna notte è infinita I migliori anni della nostra vita 

Stringimi forte che nessuna notte è infinita I migliori anni della nostra vita 

(I migliori anni della nostra vita – Renato Zero)

E dopo sì, dopo sì starò meglio. Succede sempre così quando, prima di addormentarmi, mi stringo forte e mi grido: “Sono ancora vivo. Sì, nonostante tutto, sono ancora vivo”.

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37

 

Questa mania degli anni Sessanta? E tu pensa che io odiavo, allora, la mania degli anni Trenta, Quaranta, Cinquanta. Gli urlatori. Quelli che – lo vedevi – erano cugini di primo grado del cinema muto. Quelli che non uscivano mai dalla rima: amore, dolore. La melodia, figlia del melodramma, parente alla lontana della lirica. Va’ pensiero sull’ali dorate… Poi è arrivato Domenico Modugno. Volare oh ohoooo. Poi i cantautori. Poi Battisti. Poi Conte. E poi tutti quanti perché Sanremo è Sanremo.

Quante canzoni con testi italiani su musiche importate. Yeh yeh yeheee. Quanta voglia di ballare da soli. In attesa dei lenti. Cribbio, non ho cambiato le mutande questa mattina. Non mi sono lavato i denti. La pizza: che invenzione. “Ci metta anche l’aglio…”. Fumare nei cinema, come nei peggiori bar di Caracas. Sbagliare il momento giusto. E non riuscire a sganciare il reggiseno. “La notte, la notte….siamo figli delle stelle”. Il “Ciao” ci riporterà a casa. Anche in tre. Senza casco.

Quando schiacci il tasto Rewind … dipende. Se è una vecchia musicassetta potrebbe incepparsi. Girare a vuoto. E poi, scusa, ma riesci ancora ad ascoltare quelle vecchie musicassette? Non avrei mai pensato che lei, sposata, con tre figli, si sarebbe separata a 55 anni. Per convivere con quel ragazzino… Non avrei mai pensato di arrivare a 58 anni con la nostalgia degli anni Sessanta.

Poi c’è quello che dà per scontato tutto. Il fatto di esistere, di essere ancora vivi. “Ma ti ricordi quando?” Sì che me lo ricordo. Non andavano proprio tutto per il giusto verso però. Avevo dei sogni. I pugni chiusi nelle tasche. E solo un canale televisivo da guardare alla sera. In bianco nero. “Ma ti ricordi? Ti ricordi? Ti ricordi?” E vaffanculo con i tuoi ricordi, con i nostri ricordi. Basta. Basta. Bastaaaaa. Cerca di ricordarti, piuttosto, dove eravamo rimasti con i nostri ragionamenti, con le nostre speranze, con quello che avevamo in testa.

 Un’altra birra, un’altra ancora. E lascia perdere i New Trolls. Il Banco. I Camaleonti. Spegni, per favore, non sono predisposto stasera. C’è questa polvere del passato che provoca allergia. Più vai indietro con i pensieri, le emozioni, i sentimenti ora per allora e più vieni inghiottito dalle fauci di un mondo che non c’è più, che non potrà più essere quello. Lo vuoi capire o no?

Alla fine della serata revival karaoke furono anche premiati i migliori interpreti. Tra questi una giovane Giorgia. Per i vocalizzi su “Sì viaggiare”, dei soliti  Battisti-Mogol.

Quel gran genio del mio amico

lui saprebbe cosa fare,

lui saprebbe come aggiustare

con un cacciavite in mano fa miracoli.

Ti regolerebbe il minimo

alzandolo un po’

e non picchieresti in testa

così forte no

e potresti ripartire

certamente non volare

ma viaggiare.

Sì viaggiare

evitando le buche più dure,

senza per questo cadere nelle tue paure

gentilmente senza fumo con amore

dolcemente viaggiare

rallentare per poi accelerare

con un ritmo fluente di vita nel cuore

gentilmente senza strappi al motore.

E tornare a viaggiare

e di notte con i fari illuminare

chiaramente la strada per saper dove andare .

Con coraggio gentilmente, gentilmente

dolcemente viaggiare.

Quel gran genio del mio amico,

con le mani sporche d’olio

capirebbe molto meglio;

meglio certo di buttare, riparare

Pulirebbe forse il filtro

soffiandoci un po’

scinderesti poi la gente

quella chiara dalla no

e potresti ripartire

certamente non volare ma viaggiare.

Si viaggiare…

E quella volta che, senza benzina, mi fermai a pochi chilometri dall’uscita autostradale per S. Michele? Pagai cara la mia presupponenza. Purtroppo anche sulla Renault 4 la “riserva” non è infinita.

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36

Sono qui. Nudo. Di fronte a te, che stai cercando qualcosa che sai di non trovare nella borsa per superare l’imbarazzo. Sono qui come sono, com’ero, come vorrei essere. Senza difese. Senza veli tra il mio pene flaccido e il tuo rossetto che invoglierebbe. Senza attendibili giustificazioni alla mia voglia di maschio. Senza. Potrei dire che è colpa dello stress. Del freddo fuori. Del troppo caldo in questo locale. Eppure non m’importa. Sono qui, uomo, per colpa di una ics o di una ipsilon in più o in meno – verifica su wuikipedia – dei miei cromosomi. E mi perdo nella tua femminilità, ne sono attratto. Fossi gay conoscerei meglio almeno il mio mezzo mondo. Pensaci: quando il sangue non avrà più la pressione giusta per le erezioni e gli orgasmi. Quando saremo corpi freddi con processi di putrefazione in atto. Le nostre titubanze, i nostri dubbi. Ci stai?

Ehi ci stai 
a far la doccia insieme 
impegno o disimpegno 
un po’ di fresco ci sta bene 
ci stai a rotolare 
nel fango della strada 
a stare in equilibrio 
sulla lama di una spada 
Ci stai a scatenarti, 
a farti un giro in pista 
con i Blue Jans a pelle 
ed il seno bene in vista 
ma ci stai o no 
ci stai a questo gioco 
che sembra cosi’ poco 
ma che invece non lo e’ 

 (Hei ci stai – Goran Kuzminac)

Non sta bene. Non è bello da sposati, da fidanzati. Non mi vanno gli scambi di coppia né i privè al night. E che mi vieni a dire, proprio a San Valentino, la festa degli innamorati?

Caro pirla ti scrivo, così mi distraggo un po’. E siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò. Da quando sei partito c’è una grossa novità: nulla è cambiato e qualcosa ancora non va…

Le rose comperate la mattina prima del lavoro. Ormai appassite. Come se fossero state tenute nel nailom da mesi. Proprio il giorno di S. Valentino, quando, da dietro l’angolo, vidi altri sorrisi complici con quello che avrebbe potuto essere il mio grande amore.

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35

 

Il qui ed ora non esiste. E’ solo un modo di dire. Un tentativo d’essere. Un comandamento impossibile da rispettare. La presunzione di cogliere l’attimo, proprio quando è passato. Perché proprio mentre sto spiegando il perché la causa è già diventata effetto. E con essa, in un impercettibile frazione della più piccola unità di misura del tempo, tutto ha di colpo il sapore del già visto, del già sentito. Del passato, sia pure prossimo al presente.

Cosa farai da grande? Cosa ti piacerebbe fare da grande, eh? Ed ecco che la spensieratezza dell’infanzia, quella sorta di Eden dove inconsapevolmente trascorri i tuoi primi anni di vita, deve fare i conti con i primi, inevitabili programmi. La formazione. L’educazione. L’orientamento scolastico. L’apprendistato. Scelte importanti affidate, in tua vece, ai responsabili in quella contingenza esistenziale, di quello che, per forza, per propria natura ama saltare alla quaglia, sopra il carpe diem. E se fossero irresponsabili, o costretti a questo dal “così è sempre successo” da che mondo è mondo ? Se l’affetto, lo stato di consanguinei, rendesse parziali i loro giudizi? Se magari l’avarizia vincesse su generosità obbligatorie secondo il codice civile e il diritto di famiglia?

Siamo affidati al calcolo delle probabilità di vincita di una grande slot machine dove miliardi di spermatozoi possono incontrare solo un ovulo alla volta. Possiamo vedere la luce dopo nove mesi, anche prima, anche finire al caldo, alla luce artificiale e covati, come pulcini. Lasciati nel buio perché anzitempo indesiderati. O morire perché nati nel modo sbagliato, nel posto sbagliato, il giorno sbagliato. Non saremo mai, fin da allora, padroni del nostro destino. Avremo bisogno di cure, cibo, acqua, assistenza. Altri ci puliranno, altri ci diranno, a modo loro, “benvenuto su questa terra”. E poi dovremo decidere con chi stare, cosa fare, fino a quando, ancora da soli, ineluttabilmente da soli, chiuderemo gli occhi per sempre mentre qualcuno ci dirà sottovoce addio.

Mi sono chiesto tante volte perché si resta in silenzio durante gli spettacoli pirotecnici. Non è, credo, tutta colpa dei botti. Che lasciano solo alla ricaduta di quelle stelle artificiali il premio di consolazione degli “oooohhhh”. Che rendono il cielo di colpo più interessante dei tramonti o dei falò sulla spiaggia. Forse è la percezione di qualcosa che prima o poi si spegnerà, passando dalla fantasmagoria all’acre odore delle cartucce vuote atterrate con quei ridicoli, piccoli, paracadute vicino alle patatine fritte finite per terra. E pestate a sangue ketch-up.

Lo so perche sei qui 
tu guardi verso me 
perche io sono il sole per te 
il sole e tutto per te 
ma come faccio a dirti 
qual e la verita 
ma come faccio a dirti che ormai 
si spegne insieme a noi 
ti ho detto tante cose 
e tu credevi a me 
le cose che volevo per te 
che dirti non potro 
ma come faccio a dirti 
qual e la verita 
ma come faccio a dirti che ormai 
non c’e piu niente per noi 
il sole che aspettavi 
non arrivera 
e l’ultima speranza ormai 
si spegne insieme a noi

(La casa del sole – Dil Dik)

Fermai la vecchia Seicento dei miei vicino al lago di Garda, nel piazzale del Circolo Vela Torbole. Ero troppo preso dalle mie prime giornate al giornale. Sì, volevo diventare giornalista, a tutti i costi. Gracchiava la radio Cb: tanti saluti simpatici tra sconosciuti. Lei mi diede un bacio. Il primo: L’ultimo. Un qui e ora che avrebbe potuto durare tutta la notte se non fossi stato così stupido pensando al mio domani.

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34

 

Un vizio, un maledetto vizio. Chissà perché non mi è mai passato. Chissà perché e da quando ce l’ho. Appena incrocio una donna, appena so che dovrà passare, prima o poi, alla mia destra o alla mia sinistra, trattengo il respiro. Per respirarne, a pieni polmoni, nel momento del casuale quanto insignificante incontro, il profumo che lascia nell’aria. Non sono un feticista. Né un potenziale molestatore sessuale. Ma non posso farne a meno. Lo dico a mio rischio e pericolo. Confidenze intime. Quasi un tic nervoso, come quello di chi sta per provare a superare un’asticella. E fa gesti strani, muove i muscoli facciali come solo lui pensa sia giusto in quel preambolo importante. Io cerco invece di cogliere l’attimo di un passaggio: la freschezza di un’essenza,  certo. Ma anche il nulla, in quella scia esposta all’olfatto, di chi ha fretta. E non ha fatto in tempo a… Ma è sempre un intervallo di tempo magico. Inebriante. Più di un ciao e un sorriso arrivati all’improvviso. Da sconosciute. Per sconosciuti motivi.

Dicono che un dopobarba azzeccato dia una mano. Che il modo di vestire sia già un mezzo modo di essere prima che di apparire. E che se vuoi far colpo sull’altro sesso devi avere un tuo stile. Unico. Quante dimenticanze prima di uscire la sera. Quanti anni passati senza shampoo per i capelli semplicemente perché non c’era negli armadietti del bagno dei miei. E che invenzione la polvere per lavarli a secco. Un disastro, sì, un disastro. Quando il risultato è confuso con gli effetti della forfora.

Non si è veramente innamorati se ci si ricorda il dialogo preparato a memoria prima dell’appuntamento. La ragazza che ti stringe forte, da dietro, sul motorino. Tu che non riesci mai a infilare coi piedi la marcia giusta. Sobbalzi involontari: tutt’altro che decelerazioni improvvise per sentire i suoi seni appena sbocciati contro la schiena. E le stelle filanti dei suoi capelli: carezze che vorresti non finissero mai, mai, mai.

E immaginarla poi, la notte. Accanto: un cuscino da dividere in due. Fuori la pioggia quasi a tempo di reggae. La richiesta assurda a chi può: non dobbiamo cambiare, che tutto resti come ora. Per l’eternità. I primi sdolcinati bigliettini su fogli di quaderno spiegazzati. Leopardi, triste ispiratore di strampalate poesie sempre dedicate a lei. Oltre la siepe da potare del giardino di casa. Oltre le prime masturbazioni. Oltre il peccato che con lei non farai mai. Lo giuri.

Lisa dagli occhi blu

senza le trecce la stessa non sei più.

Piove silenzio tra noi

vorrei parlarti ma te ne vai.

 Eppure quasi fino a ieri

mi chiamavi amore tu,

ma nei tuoi pensieri oggi non ci sono più.

Classe seconda B

il nostro amore è cominciato lì,

Lisa dagli occhi blu

senza le trecce non sei più tu.

 La primavera è finita ma forse la vita

comincia così.

Amore fatto di vento il primo rimpianto

sei stata tu.

(Lisa dagli occhi blu – Mario Tessuto)

Avevo dimenticato che la luce era saltata in quel lungo, tortuoso, sentiero, pieno di vecchi ostacoli. In soffitta. Dovevo raggiungere il mio piccolo rifugio, la mia chitarra, i miei libri, i mei 45 giri, il mio letto pieno di pulci. In fondo, a sinistra. Qualcuno aveva rimosso il segnale di pericolo: un pannello di legno, appoggiato al muro ancora da sistemare. Un volo nel vuoto. Cinque, sei metri? Non riuscivo più a parlare. Né a capire se ero ancora vivo. Mi trascinai, strisciai come un rettile sul pavimento che sapeva sempre di più del mio sangue. Il rumore dei miei gomiti, la muta richiesta d’aiuto di un corpo comunque in movimento, svegliò mio padre. Che col fucile da caccia, temendo un furto notturno, mi aveva già nel mirino. Da allora, quando cambia il tempo, ho sempre un maledetto mal di schiena. E la paura di morire.

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33

 

Mai e poi mai. Le mie vele prenderanno il vento, nonostante la tua voglia di bonaccia. Piuttosto farò finta di addormentarmi a prua. No, non lo dico, ma lo penso: pensando ai tuoi seni dalla parte opposta. Dove vorrei tornare, come tutti, a succhiare il primo alimento della vita. E sentirmi protetto, da chi la vita me l’ha data, da chi soffia come una gatta quando ci sono pericoli, all’orizzonte, per i suoi piccoli. Sempre e poi sempre. Ancora di più. Come la fiamma di un fiammifero appena sfregato vicino ad una perdita di benzina. Tira via presto, presto, la mano se non vuoi ustionarti con i miei modi di dire e di fare. La senti, in lontananza, la sirena dei pompieri? Arriveranno in tempo. L’acqua soffocherà il principio d’incendio del nostro amore. Li hai chiamati tu?

Bastò, quella volta, un modo forse fuori moda di sorridere. Come se in discoteca tu fossi la mamma in apprensione per il figlio che non rincasava. Capelli lunghi insieme in tenere carezze. Quei baci sulla bocca che sanno di buonanotte più che di sesso fino alle ore piccole. Occhi che scrutano: per vedere se gli altri si stanno chiudendo. Prima che i rumori di sedie accatastate sopra i tavoli sanciscano l’orario di chiusura.

Avrei voluto lasciarmi piuttosto che lasciarti. Ma la vita – dicono, non si conoscono mai i nomi di questi influenti moralisti – ha delle regole. Soprattutto quando si è giovani. Troppo giovani per l’amore vero. E allora le nostre mani, le mie e le tue zone erogene, i nostri indumenti intimi confusi sul linoleum, il vapore sui vetri di quella cameretta fredda. E allora? Un giorno, chissà, magari ci ritroveremo. Se l’amore è eterno prima o poi ritornerà.

Sì, sì, sì. Sìììììììììì. Ti amo, ti amo, ti amooooo. Voglia di eco. Con acustica perfetta. Per sentire, sentire, risentire e ancora risentire quel sì, quel ti amo. Non è nulla il Paradiso a confronto con quel sì, con quel ti amo. Nulla è peggiore dell’inferno di un silenzio. Dopo. Non subito, ma dopo. Ti diranno – gli amici – che non è quella l’unica donna al mondo. Che ce ne saranno sicuramente delle altre nella tua vita. Che ti sposerai, avrai dei figli, dei nipoti. Che dimenticherai quei momenti. Non è vero. Te lo dico adesso come se fossi ancora lì: non è vero.

Wishing you to be so near to me
Finding only my lonelines
Waiting for the sun to shine again
Finding that it’s gone to far away
To die
To sleep
My be to dream
To die
To sleep
My be to dream 
My be to dream 
To dream

(Concerto Grosso – New Trolls)

Guarda, guarda come è facile morire. Non solo d’amore. Guarda, e guardati attorno, com’è facile morire vivendo. Com’è facile vivere morendo. Com’è difficile pensare a quello che hai fatto e fai. E desiderare di sapere come sarai, cosa farai, cosa penserai.

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32

Arriva, arriva, eccome se arriva, il tempo in cui il tempo, ha un vantaggio sul tuo futuro. Gli basterebbe un colpo di reni per superarti. Anche senza ricorrere al foto-finish. Sul tuo cronometro, giammai fuori moda, tu vedrai gli anni passati, lui anche i millesimi che ti restano da vivere. Una lotta impari. Ti affannerai a cercare in vecchi, polverosi, scrigni dimenticati in soffitta, le prove del tuo passato remoto. Lui, indicativo presente, futuro semplice, sorriderà. Come quella professoressa di italiano, quando non ti veniva la giusta declinazione dei verbi. E confondevi la consecutio temporum con gli effetti delle cause in fisica.

Il lato b del nostro essere. Che costringe all’umiliazione degli specchi per rivederci. O all’aiuto di foto ingiallite per colpa del sommario fissaggio in camere oscure: dove solo adesso cerchi di far luce con gli occhiali. Che non pensavi di dover mai mettere davanti agli occhi per trovare un numero sull’agenda telefonica.

Saremo in tanti (ci credo davvero?) a festeggiare, insieme, la nostra ritrovata immortalità. Liberi dalle pesantezze di stomaco, dai dolori della fase terminale, dalla bestialità che l’evoluzione della specie si è dimenticata in noi. Come la pinza di un chirurgo distratto. Guarderemo (no, forse osserveremo e basta) l’infinito ancora ammanettati dalle nostre cognizioni limitate della realtà a tempo determinato? Chiederemo in prestito ai santi vesti candide per non far brutta figura con le mostre macchie d’unto? Accetteremo il giudizio di ennesimo grado senza possibilità di contraddittorio? O saremo perennemente sospesi? Divisi da ancestrali spartiacque: chi ha creduto. E chi no.

L’amore, l’atto d’amore, far l’amore. Come “fare” qualcosa, senza sapere cosa uscirà dal forno. L’incontro-scontro, di due corpi. Concavi e convessi, per favorire la riproduzione. Non necessariamente la riproduzione? Un’esplosione. Un big bang. E’ nata così la terra. Sono nati così i nostri figli? Se l’amore c’è, perché, quasi sempre, è così crudele, violento? Perché lascia, alla fine di, quel senso di vuoto?

Avrei voluto dirtelo: “Non ti dimenticherò mai”. Ho dimenticato di dirtelo. E mi sento, ora, dimenticato. Da me stesso. Dal mio io più vero. Gli avvenimenti avvengono. Gli accadimenti accadono. Gli accanimenti si accaniscono. Contro i nostri desideri. “Non dirmi quello che vorresti succedesse, quello che ti è passato per la testa adesso, mentre sono ancora vivo. Non dirmelo, per favore…”

Alla fine di tutto. Quando il sangue non permetterà più alle derive dei mie muscoli, dei miei nervi, dei miei tendini di continuare a scrivere, resterò lontano, lontano, lontano.

Lontano lontano nel tempo
qualche cosa
negli occhi di un altro
ti farà ripensare ai miei occhi
i miei occhi che t’amavano tanto
E lontano lontano nel mondo
in un sorriso
sulle labbra di un altro
troverai quella mia timidezza
per cui tu
mi prendevi un po’ in giro
E lontano lontano nel tempo
l’espressione
di un volto per caso
ti farà ricordare il mio volto
l’aria triste che tu amavi tanto

(Lontano lontano – Luigi Tenco)

Chiudi la porta, ti prego, ho tanto freddo. Abbracciami, baciami. No, non ce la faccio a fare all’amore. Vorrei solo avere nei tuoi occhi, per la prima e ultima volta, l’amore. Mi basta solo quello.

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31

 

Cadevano (Dove? Dove? L’hai vista?) le stelle di San Lorenzo. D’estate. Tu stavi partendo per la Calabria.  Stavano precipitando anche i miei desideri infuocati d’amore. Li vedevo: formavano crateri in tutti i posti dell’Alto Garda dove avremmo voluto fare all’amore. Nello specchietto retrovisore offuscato da un insolito vapore, fantasticavo. Una vita insieme? Forse – pensavo – questo amore che mi fa delirare finirebbe tra i carrelli della spesa, le camicie da stirare, i rifiuti da portar via, insieme a monotonie da telecomando. Forse – pensavo – è giusto essere promessi fidanzati. Con figli e matrimoni in essere. E sentimenti in fieri. Forse – pensavo – è così l’innamoramento: puoi al massimo festeggiarne il primo appuntamento. Gli amanti sono molto diversi da chi sta insieme tutti i giorni. Vivono di attese, di dubbi, di grandi discese e risalite…

Le discese ardite 
e le risalite 
su nel cielo aperto 
e poi giù il deserto 
e poi ancora in alto 
con un grande salto 
Dove vai quando poi resti sola 
senza ali tu lo sai non si vola 
Io quel dì mi trovai per esempio 
quasi sperso in quel letto così ampio 
Stalattiti sul soffitto i miei giorni con lei 
io la morte abbracciai 
ho paura a dirti che per te 
mi svegliai 
Oramai fra di noi solo un passo 
Io vorrei non vorrei ma se vuoi

(Io vorrei non vorrei ma se vuoi – Lucio Battisti)

E dai e dai e dai. Niente da fare. Il coraggio ci vuole, in certi momenti della vita, il coraggio. Per dire: questo è l’AMORE. Non le conseguenze. Potresti anche perderti nelle nebbie della vita del separando. Puoi sicuramente aver nostalgia della vita da single se ti sposi per la seconda volta. Puoi essere libero comunque di credere nell’innamoramento. Anche per una sera. Una sera soltanto…

Che poi – ti dice l’amico al bar – il sesso non è davvero tutto. E’ come lei ti sorride. Come lei ti abbraccia. Come lei pronuncia il tuo nome. Anche banalmente: “Cornelio, scusa, hanno suonato…”. Il tuo nome prima del predicato verbale. Prima di quello che vuol dire. Prima dell’oggetto della frase. “Cornelio…”. Ed è già un “ti amo, so come ti chiami, sei mio, mioooo”. Se poi si mette la tua felpa. Se poi tu sarai una sorta di pietra di paragone….”Ah ma a lui piacciono solo….”. Sei tu in lei. E lei è in te. Sempre di più. Come la prima notte insieme. Come quel pudore di fronte a mutande sporche da buttare nel trolly. Come quelle mutande sporche che lei troverà nella cesta da sposati…

Vorrei incontrarti di nuovo primo amore della mia vita. E dirti che Prevert non è nulla che una poesia. E portarti nel miglior ristorante vicino a casa mia. Far finta che tutto sia casuale. Per dirti sul più bello: “Ti amo in questo momento. Offro a te la giugulare. Puoi reciderla col coltello affilato per il filetto. O darmi un bacio, l’ultimo. Ma vero.

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30

 

La nostra casa era un porto di lago. Garda e dintorni. A tutte le ore un viavai di amici, conoscenti, parenti. Di primo, secondo e anche terzo grado. Birra, vino, alcolici e stuzzichini sempre finiti, sempre da rimettere nei sacchetti della spesa. In uscita poi, per i rifiuti. Partite a poker fino all’alba. Discussioni interminabili sulle tendenze musicali. Progetti di “spazi per i giovani”. E rivoluzioni senza armi. “Sì, una risata vi seppellirà”. Si diceva: “Non faremo la fine dei nostri, quelli di prima”. Un giorno, proprio uno di noi, evitò il nostro sguardo in piazza. Aveva la cravatta e finalmente un posto alla Cassa Rurale, procuratogli dai suoi. Ad una ad una si spensero le candeline di quella torta comprata per poche lire perché scaduta ormai da alcuni giorni, mesi, anni. Cominciammo, pacifisti convinti dal Vietnam in poi, a giocare a risiko, a monopoli. Contenti di aver vinto grazie all’investimento in alberghi di carta. Senza mai passare dalla prigione e con la complicità dei biglietti “imprevisti”.

E tu che impazzivi per Jimi Hendrix? Che rubasti, per me, solo per sentire come suonava, un “bengio”. Sapevi che così non sarebbe andata avanti per tanto la tua vita. Che quella volta, nel bosco, mentre tagliavamo legna, avevi il respiro corto e l’anima più lunga della mia. Guardavi quegli alberi. Ricordavi quando insieme, da piccoli, alla festa li avevamo messi nella terra sotto lo sguardo attento dei forestali e con l’occhio all’aranciata pronta sulla panchina. Con i panini.

Il vento cambia direzione. Quando e come vuole. Non gli interessa nulla della fragilità altrui. C’è chi ne approfitta per far finta di giocare con gli aquiloni. E chi sugli aquiloni ci mette il suo spot.

Vorrei incontrarti fra cent’ anni 
tu pensa al mondo fra cent’ anni 
ritrovero’ i tuoi occhi neri 
tra milioni di occhi neri 
saran belli piu’ di ieri 
vorrei incontrarti fra cent’ anni 
rosa rossa tra le mie mani 
dolce profumo nelle notti 
abbracciata al mio cuscino 
staro’ sveglio per guardarti 
nella luce del mattino 
uoh questo amore 
piu’ ci consuma 
piu’ ci avvicina 
uoh questo amore 
e’ un faro che brilla 
eh eh eh 

(Vorrei incontrarti tra cent’anni – Ron)

Già che cosa sarà anche dei nostri ricordi di adesso da qui alla fine? Ci saranno quei flash in sequenza che – dicono – i nostri occhi registreranno per l’ultima volta? O tutto si dissolverà in una luce mai vista, prima del buio che nulla fa vedere?

Amor che a nulla amato amar perdona. Magari. Non ci sarebbero stati tanti matrimoni d’interesse. E le canzonette sull’amore non ricambiato. E le elegie con sospiri con un calamaio in mano e la biblioteca alle spalle. “La tua – mi ha detto un giorno una donna – è solo un’infatuazione. Passerà”

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29

 

“Barra a drittaaa”. Che tempesta nella testa, vento che strappa le vele. Il timone sotto sforzo. “Forza, tutti a prua…..no, a poppaaa adesso.” Eravamo nell’occhio del ciclone. Non si riusciva a vedere che quel grande occhio da ciclope in mezzo alla burrasca. Gli occhi con grosse lacrime salate. La bocca chiusa per non bere salsedine. Le braccia impegnate a salvare le vele. “A destraaaa…..ora a sinistraaa…..in centrooo”. Tornò, solo dopo mesi, lunghi come anni, la calma piatta. In tutti il forte desiderio di riposo, di rimettere a posto le sartie, di riparare i danni alla nave. Il porto era ancora lontano: solo pane secco e bottiglie di rhum nella stiva al posto dell’acqua. Mezzi ubriachi guardavamo all’orizzonte nella speranza di intravedere la salvezza. Qualcuno, ormai pazzo, aveva scambiato una botte vuota per una scialuppa. Il suo corpo, braccia e piedi larghi come una croce galleggiante, scomparve ben presto nella notte. Ed eravamo a pochi chilometri da Cuba, dall’isola del Che, da punta Mandela.

Non puoi capire, ragazzo, noi abbiamo detto no alla guerra in Vietnam. Non ti ho visto scendere in piazza per l’Irak, per l’Afghanistan, per la Siria. Per le stragi in Africa, in Palestina. Come mai? E smettila di sparare in quei videogiochi scemi…

C’era un ragazzo 
che come me 
amava i Beatles e i Rolling Stones 
girava il mondo 
veniva da gli Stati Uniti d’America 
Non era bello 
ma accanto a sé 
aveva mille donne se 
cantava Help, Ticket to Ride, 
o Lady Jane, o Yesterday, 
cantava viva la Libertà 
ma ricevette una lettera 
La sua chitarra mi regalò 
fu richiamato in America 
Stop ! Coi Rolling Stones ! 
Stop ! Coi Beatles stop ! 
M’han detto “va nel Viet-nam 
E spara ai Viet-cong” 
tatatatatatatatata

(C’era un ragazzo – Gianni Morandi)

Insieme, mano nella mano, tra tanti altri coetanei. Freddo, tanto freddo. I nostri occhi che si incontrano, si conoscono, si desiderano. Saremo da soli tra un po’. Sì, un giorno avremo una casa, un letto per le nostre voglie, una cucina per mangiare in pace e seduti i panini che adesso siamo costretti a portare alla bocca in mezzo a questa folla. Sì, un giorno saremo insieme finalmente. Non come marito e moglie borghesi. Come compagni. Non sarò geloso dei tuoi amici. Non sarai gelosa delle mie amiche. Ciao amore, ciao amore, ciao amore ciao.

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28

 

Quante volte sei andato a tirar fuori dal tuo archivio un file di qualche anno fa? Per quanto tempo hai guardato quell’immagine in formato jpg? E quel video mosso fatto col telefonino? Operazioni semplicissime. Anche se devi comunque spendere del tempo col comando “research”. E pensa che invece – se non hai ancora gravi problemi di memoria, ovvio – col cervello puoi scaricare miliardi di immagini del passato. Ti sembrerà persino di risentire il profumo di “Patchouli” allora tanto in voga prima di andare alle feste. Ti sembrerà di toccare quei jeans a zampa di elefante, così pratici nelle convulse passioni in macchina. Ti sembrerà di sentire quel sapore di golia messo in bocca per non far brutte figure in caso di bacio. E il vento sempre impegnato nell’assalto al motorino spettinerà capelli pettinati con cura maniacale prima di uscire. Non occorre tener acceso il Pc: quel vissuto resterà sul tuo monitor anche di notte se lo vorrai. Le pile dureranno all’infinito.

Smontammo la marmitta ai nostri Dingo Guzzi cinquanta. Uguali. Perché facesse un rumore aggressivo. Perché si sapesse in giro che  avevamo messo il carburatore del dodici. Perché era figo così. All’esterno della discoteca non c’erano i buttafuori ma i buttadentro. Mascherati da play boy, imponevano rispetto più che incutere timore. Le grandi camicie col becco grande con i grandi fiori. Barba e baffi alla Ringo Starr e scarpe a punta appena lucidate. Erano loro i “condor”. Sempre in attesa delle turiste tedesche, olandesi in libera uscita senza i genitori. Erano loro “quelli che” per primi. Il resto era fatto di consumazione compresa nell’entrata. Finita quella finivano anche i soldi in tasca. A volte anche le sigarette.

Quando i miei ricordavano la loro gioventù mi annoiavo. Credo che lo stesso sia succedendo a te che mi leggi a questo punto. E allora non andare avanti, rivolgi altrove i tuoi occhi. Capiterà anche a te, vedrai, di cercare acqua fresca sotto una cascata in mezzo al bosco che non c’è più. E di perderti in quei sentieri contrassegnati da una scritta sbiadita: “C’era una volta”. Impossibile rimettere a posto con il correttore ortografico quelle pagine scritte quando non c’erano ancora i computer. Dovresti scannerizzarle. Provare con un programma per immagini. Ma sarà come falsificare un diploma che non hai mai conseguito. Sarà come vietare al fiume di scendere al mare. Tutto passa, tutto va. Panta rei. Si disperderanno nell’oceano tutti i rivoli. Anche l’acqua che scende picchiettando dalla grondaia da riparare. Insieme a te, uno dei prossimi giorni.

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 27

Sono nato proprio qui, dove adesso sto scrivendo. In questa stanza. Attorno, ora come allora, questi monti che mi proteggono, mi cullano, mi cantano la ninna nanna. A sud, per i sogni, dalla finestra si vede un pezzo blu del lago di Garda. Impossibile fissare dei limiti ai pensieri: sono invisibili, indefiniti, indefinibili i confini della fantasia. Come una mongolfiera in balia del vento, senza zavorra e gas a bordo. Queste campagne, sempre uguali, sempre diverse, ora circondate da opere pagate con gli oneri di urbanizzazione. Laggiù le fabbriche che hanno rubato i contadini alla terra, per poi metterli in cassa integrazione o mobilità. Lavapiatti diventati direttori d’albergo: i peggiori schiavisti. Come quelli che sono riusciti finalmente a mettere una divisa alla loro arroganza. Quante ginocchia sbucciate su quel prato pieno di moncherini d’arbusti. Quanti  palloni portati via dal torrente e mai restituiti. Chi l’avrebbe mai detto che un giorno sarei stato qui, proprio qui, a ricordare?

Direi una bugia se ti dicessi “Ti amo”. Te lo dico: “Ti amo”. Ora forse basterebbe un clic su “mi piace”. Se solo avessi potuto telefonarti, mandarti un “sms”, non ci saremmo mai persi in questo mondo crudele, una volta, con le sue distanze, lontananze, i suoi prolungati silenzi. Fino al week end.

Quando un amico ti lascia per strada, con la tua maledetta gomma bucata del motorino. Con poche lire in tasca. Di domenica, lontano dai rari caseggiati su quella montagna. Ti arrangi. La rabbia dovrà fare i conti con l’istinto di sopravvivenza ed il fiatone. E con un benzinaio di uno sperduto distributore al quale hai fatto pena. Il giorno dopo, in classe, gli passerai ancora la traduzione di greco. Per compassione.

Bastava un niente un campo verde

una corsa e poi a pescar sul fiume

bastava un niente per sorridere

una bugia per esser grande.

 Crescerai, imparerai

Crescerai, arriverai

crescerai, tu amerai

il rimpianto rimarrà

di quell’età, di quell’età.

 (Crescerai – Nomadi)

E avanti allora. Verso il punto omega. Può essere dietro l’angolo. O nascosto tra le pagine del calendario appena appeso alla parete. Proprio in questa stanza che ha visto il mio punto alfa.

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26

 

Un altro amico che se ne va. Non si sa dove: di certo non lo vedrò più. Non metterà più “mi piace” su Facebook. E non so nemmeno se, adesso, gli piace dov’è. Com’è corta, troppo corta, la vita di quasi tutti gli uomini rispetto a quello che si avrebbe voglia di fare. Una roulette russa, anche se non te la vai a cercare. Un pugno di polvere: ecco cosa resta di noi se abbiamo detto prima di sì alla cremazione. Altrimenti nella terra saremo cibo putrefatto per vermi che a loro volta si trasformeranno in materiale inerte. E la terra gira, gira, gira. Copernico aveva ragione, ma il sole e la luna sono lontani da questo contenitore di esseri per ora viventi e tanti cimiteri con cadaveri più o meno mineralizzati.

“Allora, per gli spari oltre una certa distanza, dovete girare quella rotellina, sopra il Garand (a quelli che hanno il Fal spiegherò tutto dopo, ci sono delle differenze). La bomba a mano si prende così: questa è la linguetta da tirare. Occhio a non farvela cadere dietro…ecco, così. Bum. Gli obici vanno smontati e rimontati secondo quest’ordine. Segnalate la vostra posizione solo quando avrete ricevuto il codice verde via radio. Ora potete fumarmi una sigaretta…ah, quella molla della Beretta….ti avanza? E poi come pensi di sparare. Mi raccomando al turno di guardia. Alto là chi va là. Tre volte. Poi in aria. Quindi al bersaglio”. Che strano ritrovarsi, dopo la serata libera a bere birra a fiumi, con questi strumenti di morte. “Secondo te sono proiettili veri questi?” – E perché no? Guarda bene la punta…

Ero uscito di corsa dalla caserma. Ancora in divisa: “Non ce la farò mai a prendere quel treno, mai…”. Con un permesso di 48 ore non si scherza se ci sono tutti quei chilometri in mezzo. “Ecco, ecco…sì tagliando militare”. Pfiuff. “Chissenefrega della doccia…troverò qualcosa di diverso da queste tinte grigioverdi prima di questa sera”. Lei non c’era alla stazione. “Ma non poteva sapere l’ora dell’arrivo, ma sì, le avevo scritto che … me lo ricordo bene, non mi sbaglio…

Ti stai sbagliando chi hai visto non e’,
non e’ Francesca.
Lei e’ sempre a casa che aspetta me
non e’ Francesca.
Se c’era un uomo poi,
no, non puo’ essere lei.
Francesca non ha mai chiesto di piu’,
chi sta sbagliando son certo sei tu.
Francesca non ha mai chiesto di piu’
perche’
lei vive per me.

(Non è Francesca – Lucio Battisti)

E quella discoteca così piccola. Con birre così piccole rispetto agli “stivali” altoatesini che ci passavamo a turno tra una sigaretta e uno scherzo. E quei lenti a luci basse. Senza lei. Meglio i sogni romantici dell’autoerotismo, quando ti proietti un film porno dietro l’altro solo per farla finita con le tue voglie.

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25

 

Ho aspettato invano le tue scuse. Speravo l’avessi capito: non c’è nulla di diverso tra noi due. Tranne retaggi dell’evoluzione. Che anch’io sto cercando di reprimere. Ho aspettato, aspetto ancora, l’incontro tra la mia e la tua mano. Tra il mio perdono e i tuoi rimorsi. Tra i nostri diversi modi di vivere, pensare di vivere, non pensare per ora alla morte. Non solo ti ho offerto l’altra guancia. Ho messo bene in vista la mia gola sotto la tua mannaia. Come il cane che si fida del padrone. E scodinzola ignaro prima dell’iniezione letale che porrà fine ai suoi dolori. Anche tu hai avuto una madre, un padre. Che ti hanno fatto crescere. Ti hanno dato amore. In te non è rimasto nulla di quelle prime ingenue risate per il solletico ai piedi? Non ricordi le tue prime buffe parole? Non credi più a nessuno, a nulla. Nemmeno in te. Per questo, forse, vuoi cancellare tutto quello che, intorno, ti ama.

La fisognomica. Scienza che studia la connessione tra i muscoli (facciali soprattutto) e il comportamento umano. Capita che un tipo ti risulti antipatico. A prima vista. Per via di un sorriso sfottente. Una ruga da “cattivo”. O semplicemente perché ha una fastidiosa “esse” quando parla. Ma non si può far di tutte le erbe un fascio:

Con quella faccia un po’ così

quell’espressione un po’ così

che abbiamo noi prima di andare a Genova

che ben sicuri mai non siamo

che quel posto dove andiamo

non c’inghiotte e non torniamo più.

(Genova per noi – Paolo Conte)

“Non l’avrei mai detto che…”. “  Ti pensavo diverso”. “Mi stupisci”. E fu così che la scoperta mi lasciò senza parole. Quell’imbianchino venuto dal sud sapeva tutto di Pirandello. E citava a memoria il libretto della “Cavalleria Rusticana”. E fu così che quella ragazza che se la tirava in realtà chiedeva solo un abbraccio forte, una carezza e un “conta su di me” al posto di “ti va?” E fu così che il professore di matematica dalla bocca storta e un occhio di vetro risultò più simpatico, alitosi a parte, della collega di latino. Bionda, alta, tutta casa, chiesa, scuola e penna rossa.

Cercavo un posto per dormire. Una notte con colazione. A pochi passi da Dachau, non a caso sul percorso di rientro dalla Germania. I lampioni erano come piccole candele tenute in alto da chissà chi: non si capiva, c’era troppa nebbia. Il proprietario della pensione volle subito i  marchi in contanti: giudicò dal nostro aspetto. Fu un’impresa trovare un bancomat in mezzo a quella pianura nera tutta uguale. Come la vicina famosa foresta. Come avrebbero barattato gli uomini, le donne, i bambini rinchiusi là dentro, quei fili spinati senza soluzione di continuità con la nostra monotonia turistica del vivere interrotta da un improvviso disagio.

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24

 

Non sapremo mai volare come gli uccelli. Anche se riusciamo da tempo a buttare in alto tonnellate di ferro. Non sapremo mai nuotare come i delfini. Anche se riusciamo da tempo a far restare a galla tonnellate di ferro. Non riuscirò mai a far volare più in alto la mia mente, anche se da tempo riesco a sollevare tonnellate di vita quotidiana.

Sali con me sul tetto di questa vecchia, diroccata, cascina di campagna. Ecco, guarda: non vedi quanto grano c’è? Potrebbe bastare per sfamare tutti, per anni, nel giro di centinaia di chilometri. E tu pensa, invece, che magari, tra i contadini che lo coltivano, ci potrebbe essere anche chi arriva a stento alla fine del mese. E chi ha fame, oltre i confini visibili di questi campi. Il mondo non è diviso solo dalle lingue, dai mari e dai monti. Ma soprattutto dalle geopolitiche, dalle monete, dalla distribuzione della ricchezza, dalle opportunità. Chiamiamo questa differenza destino. La casualità del parto. Per luogo, madre, situazione famigliare, sociale. “Taci, il comunismo è crollato: ora è sotto le macerie del muro di Berlino”. E’ vero: erano più simpatici i russi di prima. Ora fanno gli arroganti. E si fanno portare champagne sulle piste di sci.

Al Chekpoint Charlie, nella vecchia Berlino Ovest, gli americani, dimenticando le parole di J. F. Kennedy, avevano allestito la mostra degli orrori dei topos, le guardie dell’Est, pronte a sparare su chi voleva scappare dall’Est. Vicino ad Alexander Platz, ben oltre le porte di Brandeburgo, un’isola commerciale sfidava con le offerte del capitalismo i seguaci coatti di Marx. Luccicavano gli occhi di chi era fermo al “komplet” del grigio negozio del regime. E anche nei grill, sul “Transit”, autostrada in cemento, si era divisi. Tra residenti e forestieri. Tra quelli della Ddr e il resto del mondo. Il muro, invisibile, è rimasto. Fa male se ci finisci contro. Quando ti hanno appena rifiutato un mutuo in banca.

Ah, Battiato, Battiato…

Volano gli uccelli volano

nello spazio tra le nuvole

con le regole assegnate          

a questa parte di universo

al nostro sistema solare.

Aprono le ali

scendono in picchiata atterrano meglio di aeroplani

cambiano le prospettive al mondo

voli imprevedibili ed ascese velocissime

traiettorie impercettibili

codici di geometria esistenziale.

 (Gli uccelli – Franco Battiato)

L’amore non può avere orologi al polso. Né essere perseguibile in base al codice dei sentimenti. Deve poter esplodere all’improvviso. Anche senza miccia. Deve poter spegnersi, all’improvviso, come una candela esposta alla voluttà del vento. L’amore non ha senso in una gabbia. Andrebbe avanti e indietro come una pantera, sedata, allo zoo. L’amore, se è quell’amore, è più potente di una bomba atomica. Rade al suolo, col calore sprigionato, tutte le abitudini e le convenienze. Potrai notarlo anche da molto lontano quello strano fungo di fumo rosso sopra l’abbraccio degli innamorati.

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23

L’innamoramento? Una follia ad orologeria. La miccia di una bomba: basta una scintilla. Anche quella di un accendino scarico, inutilmente sfregato. L’hai letto il libro di Alberoni? No, che dice? Le mani infilate nell’eskimo grigio. In tasca solo cento lire. Oddio, ho dimenticato il fodero della chitarra in chiesa…e anche il libretto degli accordi…

Resta con noi, Signore, la sera,

resta con noi e avremo la pace.

Rit. Resta con noi, non ci lasciar,

la notte mai più scenderà

.

Mano nella mano per strada. Una cornice perfetta per la mia testa, le sue braccia, mentre si ballavano i lenti nei festini con artigianali luci psichedeliche. “No, non mi piace la birra: avete mica coca cola? Ma queste patatine sono vecchie…dai, non dirmi che sono quelle avanzate l’altra volta, ah ah ah, bastardo.

Non riusciva a tirar giù la cerniera dei miei pantaloni. E io avevo gli stessi problemi con il “ferretto” del suo reggiseno. “Ma perché non lo annodate come le scarpe? Bocche incollate. L’affanno, il sudore, la paura di commettere da piccoli i peccati dei grandi. “Ho freddo”. E la cantina buia dove noi…respiravamo piano….Cosa vuol dir sono una donna ormai, ma quante braccia ti hanno…per diventar quel che sei…oh mare nero mare nero…

La nostalgia è quella cosa che ti viene addosso soprattutto al tramonto. Del sole, della vita. Una parabola che continua, dietro i monti, nell’indefinito. Non puoi correre per recuperare, in terra, il fuso orario perduto. E anche con l’aeroplano prima o poi il jet lag ti punirà.

Lasciai questi pensieri sul vecchio comodino di mia madre. Assieme a tanti altri ricordi in netto disaccordo con la realtà presente. Il passato a volte fa l’amore col futuro. Non si cura dei figli, dei nipoti, di quello che restà a metà, sospeso tra domicili fittizi e residenze da aggiornare. Ho imparato a non aver paura del sangue che esce dal mio corpo. Ho superato l’emofobia che mi faceva svenire anche per lievi sbucciature. Ho visto troppo sangue sulle strade. E macchie rosse emergere da lenzuola bianche su asfalti neri.Fatti coraggio, scatta quella foto e scappa. Guarda solo pochi secondi. Attraverso l’obbiettivo. Stop.

“Vieni anche tu alla festa di classe?” – Non so, boh, ti so dire. “E dai, sarà una divertente rimpatriata”. – Non so, certe feste mi intristiscono. Mi buttano giù. Mi fanno perdere il sentiero che ho appena ritrovato. Sì, sarebbe bello, ma… Non so.

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22

 

Non voglio conoscere la mia data di scadenza. Non affiderei allo specchio del bagno il delicato incarico di svelarmi questo segreto se fosse tatuato sulla schiena. Coprirei con un cerotto quei numeri destinati a seguire, dopo un trattino, quelli della nascita. Né lascerei alla donna che amo, all’intimità, all’amico più vero, lo sforzo dell’attore costretto a nascondere nella recita i propri convincimenti rispetto al copione. Meglio il dormiveglia che l’insonnia. Meglio un sacchetto di patatine che il buco nello stomaco.

Osservavo con ossessione i cubetti di porfido della piazza dove finivano le ceneri del mio maledetto vizio sempre giustificato dalla voglia di prender tempo, pensare, tener indice e anulare insieme più che dalla dipendenza da nicotina. Pezzi squadrati di pietra, venuti dai monti trentini. Tagliati da operai venuti da terre lontane. Posati con colpi  di martello sicuri, decisi, da mani callose con piccole ferite (“Non è niente…siamo abituati”) dalle cicatrici in preciso ordine cronologico rispetto agli incidenti. Il busto curvo, verso il basso. Sotto, quasi la capocchia di un chiodo, conficcato nel terreno spianato, a sostenere, nascondendolo, il sedere. E intorno, ai miei piedi, adesso, a lavoro finito, questo perfetto mosaico. Curve che si allargano all’infinito. Per contenere definiti quadrati di roccia cotta dal gran calore che vede aver preceduto la glaciazione.

Un tassello dopo l’altro. Dall’alfa all’omega. Contro il muretto, laggiù. O il marciapiede, qui. In parte le scanalature per l’acqua piovana. Questi i confini del gioco nella pavimentazione (“Dagli più aria…non vedi che è troppo stretto in mezzo? Non rispetta il livello”). Anche la vita ha confini. Invisibili fino alla dogana.

Anche lui, lunghi capelli biondi scippati dalla chemio, non voleva sapere nulla dal medico che come una zingara avrebbe potuto parlargli del futuro leggendogli la radiografia. Anche lui affidava giorno dopo giorno i suoi pensieri ad altro, ad altri. Senza arrivederci, senza addio. Senza. Il tempo – ci divertiva far finta di essere grandi, incompresi, filosofi – lo spazio, la matematica, la fisica, la geometria si reggono su maledette nozioni-convenzioni. Su accordi globali, moderni. Anche se i numeri sono in fondo “strani segni” tracciati dagli arabi. E le piramidi sono state fatte a colpi di frusta. “C’è questo toc toc dentro che se si ferma…” Già, gli rispondevo, se si ferma. Se si ferma. Ma adesso lo senti no? Dimmi che lo senti. Dimmi che senti anche il mio.

“Resti nel nostro cuore” avevano scritto nel necrologio gli amici. “Non è possibile – avrebbe sicuramente risposto – la morte non può restare in cuori che fanno toc toc, che vivono. La morte sta solo in un corpo che si dissolve nella terra o nell’inceneritore. Voi avete ora di me il ricordo di un sorriso vivo. Quello di una fotografia che prima o poi diventerà gialla. Sempre più sfocata. Per marcire tra vecchie suppellettili portate al robivecchi dagli ultimi eredi degli eredi.

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21

 

E’ verissimo: nel viaggio non conta la meta, ma quello che succede prima, durante e dopo. I fattori tempo e spazio che si mescolano. E stravolgono inevitabilmente (adesso) i suggerimenti del navigatore satellitare. Come facevano saltare (una volta) le tabelle di marcia. Troppo breve il percorso se si è innamorati. Interminabile dopo una lite che costringe in pochi metri quadrati a silenzi urlanti.

Fu un arrivederci ipocrita. I nostri occhi si erano già detti addio. Proprio al ritorno da quelle lunghe, noiose, autostrade tedesche. Da quel ristorante dove per sbaglio (“Massì che ho studiato il tedesco a scuola, fidati”) avevamo scelto menù proprio quello che non ci piaceva. Da quelle fotografie che poi non abbiamo mai voluto sviluppare. Né dal cavallo di Troia erano usciti di notte gli Achei, irridendo la nostra Odissea. Paesaggi inutili attorno alla nostra scatola  su ruote. La consapevolezza di ingannare ed essere ingannati. Ma il momento della verità era sempre allontanato dalle nostre bocche. Come si fa con il vino, di prima mattina, dopo il vomito per i bagordi notturni.

Il “noi” si era sdoppiato in due “io”. Ed era diventato subito nonno. Con tanti nipoti tristi e poveri ormai rassegnati a non ottenere nulla con l’eredità. Le strade hanno sempre, prima o poi, quantomeno un bivio. Non sempre c’è l’innamoramento a gettare in aria la monetina per affidare al caso la via migliore da imboccare. Quella volta ci fermammo. Solo dopo un’attenta consultazione della cartina riprendemmo il viaggio. Con la certezza che avrebbe allontanato i nostri piccoli paesi di residenza.

La consolazione assomiglia al soccorso stradale. Arriva il camion con gli amici. Mette il triangolo rosso all’esterno del bar. Toccherà a te pagare le consumazioni. E spiegare tutto, nei minimi particolari, il danno subito. Non quello provocato. Poi piangerai, secondo copione, sulla spalla di qualcuno. O farai l’amore (ascoltando Rimmel di De Gregori) con l’amica, l’amico dell’altra, dell’altro.

Il ritorno alla normalità, l’assenza della sostanza. Forme e formalità da ritirar fuori dalla formaldeide. Quanto è disgustosa la monotonia dei gesti quando si scende dall’incoscienza della giostra. Il Luna Park è ormai quasi smontato. Ripartirà per altre città. E’ sempre in viaggio.

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20

 

L’amore per il sapere, per gli animali, per la casa, per gli scacchi, per qualsiasi cosa ti venga in mente? No – risponde il mio processore cerebrale – quelli non sono amori ma passioni. – E che cos’è l’amore, se non passione?” (Pathos [πάθος, pathos] (dal greco πάσχειν “paschein”, letteralmente “soffrire” o “emozionarsi”). – Non è la stessa cosa, anche se sembra analoga. Puoi accarezzare una donna sognando un bacio. Accarezzare un libro che ti ha aiutato a capire. Accarezzare un cane che ti è fedele più di tanti umani. E anche un Alfiere con il quale hai completato lo scacco matto. Ma è diverso, diverso. Come differente è il collezionismo dalla semina a spaglio. Il pigiama dall’intimo femminile. La marijuana dalla gramigna. Il gatto dalla tigre.

Il vecchio professore sapeva sempre come stimolare l’attenzione. Anche appoggiato al banco bar incuteva un sacro timore reverenziale. Come quella fosse una cattedra universitaria e il bicchiere di vino bianco già al replay un inesauribile gessetto per rendere semplici e rammentabili complicate formule regalate da antiche civiltà a quel mondo. Sommerso dai rumori delle tazzine di caffè da lavare. Non c’erano riferimenti bibliografici in quell’improvvisato ateneo. Solo, di tanto in tanto, la richiesta di fuoco per le sigarette. E quei piccoli lampi rischiaravano il buio dove nel frattempo s’era cacciata la mente, ipnotizzata dalle voci delle parole, così suadenti, più che dal loro dizionaristico significato. Era tardi, troppo tardi per me. Avrei dovuto essere a casa da un’ora. Era semplicemente un dialogo umano, non tra pari in fatto di conoscenze, per il professore. Prevalse l’obbligo domestico. Non ci fu, purtroppo, il tempo, il mio tempo, per altre lezioni.

Amo la pioggia. Non solo quella sul pineto macchiata d’olio in uno spot televisivo. Mi piace essere accarezzato dall’acqua senza capire dov’è il rubinetto dal quale esce. Quando piove puoi piangere di gioia o per insopprimibile malinconia. Puoi anche ridere: le lacrime comiche, come quelle drammatiche finiranno nello stesso rivolo che ha sorgenti lontane. Sopra la tua testa. Non sopporto invece il sudore. Troppo umano. Viene da dentro. E’ attaccaticcio come quel che resta del sapone dozzinale.

E via, rallentando i passi, senza gli ombrelli dimenticati in albergo. Centrando apposta, come bambini dispettosi, le pozzanghere. Durano di più i baci sotto la pioggia. Non c’entrano i musical e i film sul tema. E’ come se attorno a due innamorati che si baciano, si stringono, in quel momento ci fosse una bufera. Solo proteggendosi potranno continuare a vivere insieme quell’attimo. Anche quando saranno fradici non sentiranno freddo. I loro occhi incroceranno solo la nostalgia sorridente di un anziano vedovo che rallenterà il passo inciampando per un attimo nel passato.

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19

“E dimmelo. Dimmelo che resterà nell’aria, per sempre, assieme ai profumi della primavera, anche l’odore dei nostri corpi non ancora finiti sotto la doccia dopo l’amore. Dimmi che mi ami. Ridimmelo. Ancora. Ci asciugeremo sotto le lenzuola. Scaldandoci. Butteremo dalla finestra i telefonini: non avremo più bisogno di parlarci ma di sentirci vicini. Come adesso. E come adesso. E anche come adesso. Ecco, proprio come sta succedendo adesso. Adesso, adesso, adesso. Lascia stare le sigarette: fumeremo le nostre bocche fino a scottarci le labbra. Nessuno ci potrà staccare da questo sogno reale. Da questa fantasia di colori, umori, sensazioni di caldo, freddo, coraggio e paura. Che buffi eroi siamo in un letto che doveva ospitare una storia normale. Solo umana”.

Di colpo i tuoi capelli si allungarono sul collo. A destra. Dove avevi piegato il viso quasi a formare la gobba di un punto interrogativo. Non avevo la soluzione. Del resto non interessava a nessuno dei due. Con un improvviso, quasi sincronizzato, movimento formammo senza volerlo un numero ben noto nei manuali del sesso. Dall’alto assomigliava anche ad un punto esclamativo.

Era affollata la sala della prima colazione. Guardandoti negli occhi, prima, in ascensore avevo capito che i giuramenti fatti dagli innamorati al tramonto si sciolgono quando il solito sole torna puntuale a far luce, troppa luce, sulla realtà quotidiana, mescolando in senso antiorario, meccanicamente, il caffè con un cucchiaino.

Si partì, senza parlare. Alla ricerca, vana, di un arcobaleno, in quella strana giornata uggiosa, capricciosa, odiosa. Già: come quando fuori piove. Ma è sereno. Si sa, è un modo di dire per ricordare i semi delle carte da gioco. Mentre ti passavo la piccola valigia dal bagagliaio mi venne voglia di lasciarmi cadere in quel vano. Per ubriacarmi del profumo della tua maglietta. Mi limitai a dire che  ci saremmo sentiti ancora. Tu con gli occhi stavi già dicendo “chissà”.

Se l’amore c’è, quanto dura? Se l’amore c’è quando può finire? Perché non può durare in eterno? Se l’amore non è come l’amicizia, si può restare amici?

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18

 

Cercavo lavoro. Volevo fare il giornalista. Non c’era allora – anni Settanta – la crisi. Anzi, c’erano i primi segnali del miracolo italiano. Del boom. Quanti figli in quel periodo. Tra il sessantotto e gli yuppies. Tra piazza Fontana e i mondali di calcio in Spagna. Tra le Brigate Rosse e la voglia di una canna. Cercavo lavoro e – dicevano tutti – per lavorare bisognava fare, non solo nel giornalismo, la gavetta. Traduzione:  spera che ti diano qualcosa alla fine del trimestre.

E allora giù, a muso duro. E macchina fotografica regalata da papà a tracolla. A disposizione: 24 ore su 24. Sviluppo rollini e stampa compresi. Il primo impatto non fu tra i più felici. Terremoto e omicidio: tutto nel giro di poche ore a Riva del Garda. Dicembre 1976. Notte di Santa Lucia indimenticabile. E macchina fotografica con flash incorporato distrutta dalla furia di un barista ancora scosso per il tragico evento nel suo locale. Troppa luce: nessuna foto utile dal rollino estratto dalle macerie.

Intanto decido: stop a giurisprudenza. Non ce la faccio a studiare e lavorare a quei ritmi. E la concorrenza mette il fiato sul collo ai precari come me. Come quelli che seguiranno. Come quelli che ancora aspettano adesso l’assunzione o comunque un part time nei giornali, nelle Tv, nelle radio, negli uffici stampa.

Già, stop all’università. Uguale: cartolina militare. Non ho più alibi. Bisogna partire per la naja. Destinazione? Dobbiaco, “Tasi e tira”, artigliere, con i muli. Poi, grazie, si fa per dire, ad una polmonite, verrò dirottato alla Brigata Alpina Tridentina, a Bressanone. Per il notiziario militare. Il che non mi evita guardie e servizi piantone. Due ore di “alto là chi va là”, il colpo in canna. Due ore di sonno (?). Poi il Meteomont, le relazioni dei generali, le simulazioni di guerre in Europa, ai confini con l’Alto Adige, pedine e carrarmatini da spostare come per il Risiko.

Torno da una licenza 48 ore e mi ritrovo solo. C’è un altro al mio posto al giornale. C’è un altro che fa il filo alla mia ragazza. C’è un mondo che si sta dimenticando di me. Ma io voglio, devo, diventare un giornalista. Altrimenti avrei potuto fare l’avvocato come era scritto nel destino sponsorizzato dai miei. E allora mi sposerò, avrò un figlio, una casa in affitto, una macchina da pagare a rate. Finchè un giorno esploderò: “Ma andate tutti a ‘fanculo. Facccio un concorso per bibliotecario. E prima un corso a Cognola: non cercatemi più”. Un redattore verrà a cercarmi, con la Vespa, in quel monolocale: “Dai, che forse ti prendono…”.

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tra 16 e 18

 

Era rimasto con noi, alle elementari, quasi fino alla quarta se no ricordo male. Veniva a scuola a piedi. Trascinando le gambe. Appoggiandosi a quel muretto che collegava casa sua all’ufficio postale. Poco più di cento metri, ma doveva svegliarsi prima di tutti per poter arrivare in tempo alla campanella della prima ora. Tenace. Non voleva essere aiutato nemmeno ad attraversare la strada lassù, in cima a viale Stazione. Durante la ricreazione usciva di rado dall’aula. Sarebbe stato troppo lungo e difficile rifare le scale in fila per due con noi.

Poi cominciarono le assenze. “Ha la febbre”, dicevano. Un’influenza che lo costringeva all’immobilità su un seggiolone per neonati. Per evitargli cadute. Eravamo anche lontani parenti. In quella casa ero stato “adottato” quando mio nonno – nella camera dove ho dormito fino alla maggiore età – visse gli ultimi suoi giorni con la morfina, per non urlare dal dolore.  E fu allora che nacque quel rudimentale subbuteo: sì, quello che si giocava unendo pollice e indice per “animare” interminabili partite di calcio in uno stadio di compensato.

E sempre sul compensato erano state incollate (con colla da falegname, non quella vinilica) le figurine Panini dei calciatori. Tutte. Poi ritagliate con cura col traforo e assemblate a gommini ricavati da pneumatici trovati in discarica. Lui aveva una tecnica impareggiabile. Ho il sospetto che qualche volta facesse finta di perdere per paura di non avermi più come avversario, come amico, come compagno di giochi in quel salotto dove ormai era costretto a vivere.

Poi un giorno cominciò ad avere problemi a muovere il busto verso quel nostro ormai consumato teatrino. Le dita non riuscivano più a schioccare con l’energia e la precisione di una volta. Finchè mi trovai al suo cappezzale. E a portare una corona dietro la sua bara. Non dimenticherò mai quella sua tonalità di voce: un grido mozzato in gola, quando il suo prezioso pizzaballa riusciva a pararmi i rigori dopo i supllementari. Già, proprio quel tempo in più che chissà perché Dio non gli ha concesso in questa partita sulla terra dove l’arbitraggio non mi sembra così imparziale.

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16

 

Una truffa gigantesca. Ma non a fin di bene. Come quella volta che a Willy Brandt, cancelliere tedesco, ospite di Riva del Garda, i sub attaccarono all’amo, in sequenza, una trota, un luccio, una carpa. E per fortuna che allora non c’erano ancora i “siluri”. No, una presa in giro colossale. Alla quale hanno abboccato, alla fine degli anni Settanta, anche grandi imprenditori dell’Alto Garda.

Allora: questo sedicente ufficiale della Nato, con ampie deleghe per l’Europa del Sud, arriva ad Arco. E prende di mira l’ex Colonia Miramonti, sul Monte Velo. Proprio lì, non si sa come, stabilirà in poco tempo il suo quartier generale. E, a quanto pare, da solo, ordirà tutte le sue incredibili (ma col senno di poi credibilissime) trame. In me n che non si dica, il Nostro riuscirà ad attirare, convincere, fidelizzare tanta gente. Tutti uniti per una nobile  causa: la ristrutturazione della ex Colonia. La sua trasformazione in un centro soggiorno estivo per ufficiali della Nato.

Impresari edili subito al lavoro, sulla fiducia (lui esibisce tante mielose lettere di presentazione da parte di altrettanti magnati…persino sacerdoti).  Scavi per nuove condutture fognarie. Sacchi di cemento pronti per opere murarie interne ed esterne. Operai e tecnici sul posto. E autorizzazioni del Comune: vedasi cartello. Intanto, oltre al contenitore si pensa ovviamente anche al contenuto. Alcuni rappresentanti di spumanti di ottima qualità sono ospiti al Miramonti.  Lasciano il biglietto da visita. Ma anche alcune bottiglie da provare. Serviranno – le bottiglie – per fare un figurone quando arriveranno mobilieri, venditori di tendaggi, pavimenti in legno e cotto, generi alimentari di prima scelta, stoviglie, tappeti, arazzi, impianti d’ogni tipo. Compreso un sofisticato (per quei tempi) sistema antifurto.

E poi le fotografie. Tutto deve essere documentato. Compresi i bizzarri cappellini del Nostro. Con lo stemma della Nato fronte-retro. Il problema dei trasporti su quella strada non ancora asfaltata e con percorsi da collegamenti ante guerra (l’avevano fatta gli austriaci) non scompone l’integerrimo organizzatore. Lassù arriveranno anche gli automezzi. Con valigie capienti. Pronte per…portare altrove tutto quel ben di Dio arrivato senza spesa in quota.

Dubbi? Sì, ce ne sono. Subito dissipati quando il coiffeur (una persona del Basso Sarca, pace all’anima sua, che mette al servizio del Nostro il suo Mercedes e la sua guida) all’aeroporto Catullo di Villafranca vede con i propri occhi un cartello: “Sono aperte le iscrizioni al centro soggiorno estivo per ufficiali Nato sul Monte Velo (Trento). Telefonare (ore pasti) al….”

La storia finisce male ovviamente come prima o poi finiscono male tutte le grandi truffe. Non so quanto e soprattutto se le vittime abbiano ricevuto risarcimento. So che da allora anche il famoso Padre Eligio, anche Messegue, il mago delle erbe, anche tanti altri famosi personaggi che avrebbero voluto fare investimenti nel Basso Sarca…sono stati guardati con diffidenza.

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15

Non riuscivo a fare meno di frugare nelle tasche. Alla ricerca del coraggio: dove l’avevo dimenticato? Eppure non avevo detto di no all’agente della polizia stradale: “Sì, so dove abita la famiglia, ma non avete davvero trovato il parroco?” – Guardi, qui avremo parecchio da fare, se lei ci fa questo favore…”. Ed eccomi con le mani gelate al volante, la voglia di nascondermi sotto un cuscino (“Tanto a quest’ora il giornale non riesce ad andare in stampa con questa notizia: siamo fuori tempo massimo”), di fuggire da quel gelo che non conserva la vita.

“No, no, noooooo, noooooo”. Mani che mi picchiano, piedi che mi scacciano come fossi un demone. Sì, sono io che annuncio un presente di morte. Che distrugge di colpo il futuro. Che lascerà vivi solo i ricordi. E’ la mia faccia che resterà per sempre negli occhi di quella madre. Perché? Perché? Perché il parroco è fuori sede questa notte?

Quel mazzo di fiori vicino all’asfalto dove la sagoma di gesso ha resistito alla pioggia. Quei frammenti di vetro trascurati dalla scopa dei vigili del fuoco. E quell’albero con la fresca ferita del fusto. Foto del giorno dopo. Racconti senza parole. Ovvietà di una scomparsa tragica, tutt’altro che ovvia. E occhi che guardano dappertutto alla ricerca di echi di uno schianto. Di uno spirito che da qualche parte deve pur essere andato. Di un segnale che confermi teorie inapplicabili: la mortalità altrui, la nostra, provvisoria, immortalità.

Non riuscivo a guardarli durante i funerali. Me ne andai subito dopo l’omelia. E quei canti che fanno stare più male. Se è possibile star peggio:

“ Io credo: risorgerò, questo mio
corpo vedrà il Salvatore!
Prima che io nascessi, mio Dio,
Tu mi conosci: ricordati, Signore,
che l’uomo è come l’erba,
come il fiore del campo.
Ora è nelle tue mani
quest’anima che mi hai data:
accoglila, Signore…

Voglio andar via per un po’ con i miei pensieri. Verso la vita, la speranza, l’amore. Se l’amore c’è fa sempre miracoli.

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14

 

Non ci siamo più visti da quel Capodanno. Ti avevo aspettato tutta la notte. Ero salito – grazie ad un amico – sulla Torre Apponale di Riva. Prima del restauro. Un privilegiato, esclusivo panorama nella notte di S. Silvestro.  Con bengala che ci sfioravano, vicino a balaustre instabili (“Meglio non appoggiarsi…”). Avevamo risposto ai botti con i tappi dei nostri spumanti. Impari battaglia aerea, mentre in una vicina camera del Grand Hotel c’era uno spettacolo a luci rosse vietato a chi non era a quell’altezza. Poi tutti a casa mia. La moka da sei che sbuffava. L’attesa di una tua telefonata (allora non c’erano gli sms). E mi ritrovai sul divano, ancora con i miei vestiti dal sapore lacustre. E una tazzina di caffè che aveva perso contro la legge di gravità, lasciando la custodia di due dita ancora inutilmente tese nell’aria delle troppe sigarette.

Eri arrivata, quando l’orologio della torre invitava a mangiare qualcosa per una tarda colazione. Avevo vebuto e fumato troppo. “Lascia stare, ti amo lo stesso”. Il primo dell’anno ti senti di solito dentro qualcosa, comunque, di nuovo. Come se la commedia della vita prevedesse un repentino cambio di scenografia. O scemografia? Ti sembra di poter finalmente guardare avanti con la certezza che tutto cambierà, In meglio.

Io volevo solo guardarti per ore. Stringerti. Spettinarti. Far arrivare tutto il sangue dell’amore al mio pene per non smettere mai. Per uscire da quella stanza in disordine solo a notte fonda. Stanchi, con le gambe larghe come chi ha cavalcato per ore. Ubriachi di sesso e bagnati dagli umori dei nostri orgasmi.

E invece ci lasciammo, anche quella volta con i rimpianti del passato, un presente incompiuto e un futuro con promesse passionali. Seguirono giorni, settimane, mesi passati a rincorrere l’idea migliore. Che come un armadillo sapeva mimetizzarsi al meglio sfuggendo alle mie voglie, al mio egoismo e al tuo enigmatico innamoramento. Poi il tempo diede un calcio alle nostre promesse. Con la stessa malcelata rabbia del tabagista quando butta un pacchetto di sigarette appena acquistato prima di entrare al centro anti-fumo.

Ora fai parte di un sogno. Che ha la bellezza di una gigantesca bolla di sapone: basta un niente perché si dissolva. Basta un niente per rifarlo: porto sempre con me il secchio e l’attrezzatura. Dà fastidio, dopo, quell’acqua attaccaticcia sulle mani. Ma il profumo è buono. Come il tuo.

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13

 

Correre. Come può correre un galeotto con una palla di ferro ai piedi. Strapparsi i vestiti mentre le bocche non si staccano mai da quel paradiso in terra. Lottare con le scarpe, ultimo baluardo alla perfetta nudità dei corpi. E non capire che quel magnifico dolore sulla schiena è provocato dal gancetto di un reggiseno. E perdere la cognizione del tempo, dello spazio, della ragione. Finalmente. Sì, finalmente. E’ questo il  sesso con amore? “Non dire niente. Non dire niente…”. Noi: al posto di due io. Noi: come neonati con la voglia di succhiare tutto. Noi: senza orologi e telefonini. E ancora, ancora. Con la voglia di chi non fuma da ore la sigaretta tanto desiderata della mattina.

La fusione al calor bianco di due caratteri diversi lasciava, in tarda mattinata, sul comodino del motel, il segno di strane alchimie d’umori. “Che fai adesso? Lo dirai a tuo marito? Quando? Scommetto che mi lascerai solo anche per questo Capodanno”. Gli amanti devono vivere di espedienti. Approfittare dei tempi morti per uscire dagli armadi. Dove torneranno, al buio, per uscire il prossimo fine settimana libero da impegni coniugali.

Avevo appena terminato il suo ritratto. Una cascata di capelli biondi. Seni che potevano, secondo precisi parametri della perfezione, essere contenuti in coppe di champagne. Un sorriso ancora più enigmatico della Gioconda. E le mani a coprire con falso pudore i peli tante volte poi rimasti sul mio spazzolino da denti.

“Non posso non essere per colpa tua” – Tu vuoi solo avere e basta. “Non è vero: averti per me è essere” – Tu sei solo egoista. “Ma se tu hai tutto di me”

I dubbi, illogiche gelosie. I sospetti. Tarli al posto di farfalle colorate. Un telefono grigio disconnesso dall’arcobaleno dei nostri primi incontri. Tutto stava cambiando tra le solite quattro pareti: quattro guardoni di film porno. Ormai abituati a masturbarsi mentre noi li eccitavamo. Sarebbe stato meglio, per tutti, un viaggio romantico a Parigi. Per ritrovare i fili di un discorso che finisse in maniera diversa dalla pausa di riflessione.

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12

 

Troppa, troppa birra. Ci ritrovammo, io e lui, rappresentante di intimo femminile, di origini siciliane, sempre elegante e dai modi educati, beh sì ci ritrovammo davanti ad un macigno appena caduto dal Monte Brione. Un sasso enorme, proprio in mezzo alla strada che collega Arco al Garda, in località Linfano. Faceva freddo. La pipì evaporò subito su quella pietra un tempo sommersa dal mare, prima della glaciazione. L’odore di ammoniaca non ci riportò alla ragione. A casa, il giorno dopo, trovai sul pianerottolo un cartello stradale: avviso di pericolo. Il furto non fu mai scoperto.

Se non sei in te dove sei? Dove va il self control? Perché col self service puoi prendere quello che vuoi anche se non sai bene cosa prendere? Per strada trovai una mattina una giramondo olandese in bicicletta. La portai a casa. Le offrimmo un pasto caldo, la doccia. Riprese il viaggio la mattina dopo, dopo aver dormito nella stanza che aspettava nostro figlio. Non ho più saputo nulla di lei. Potrebbe aver trovato il posto dove fermarsi. Aver messo su una famiglia. La bici magari sarà impolverata in un garage assieme ai ricordi della gioventù perduta.

E quello strano tipo che sapeva a memoria tutta la storia dei papi? Leggeva in realtà – fu smascherato durante un lungo viaggio verso la Toscana – “strano ma vero” sulla settimana enigmistica. E spacciava nei dialoghi frammenti di sapere come punta dell’iceberg. Di ben altra sostanza era la conoscenza del vecchio professore d’italiano. Finito a mendicare un bicchiere di vino in cambio di raggi di sole. Perché sapeva illuminare – non solo con le citazioni – anche la giornata più uggiosa. Latino, greco, tedesco, francese e spagnolo gli ingredienti base di storie affascinanti. E andavo via, da quei banchi bar, con l’impressione di essere stato al Castelo d’If. Io, Edmond Dantes. Lui, l’abate Faria.

Ci stringemmo forte quella sera. Più del solito. Lo sapevamo: non ci saremmo più visti. L’amore ad ostacoli non è una gara contro il tempo. Può finire subito se ti lasci intimidire dalla prima barriera che incontri. Le bocche non si toccarono. Gli occhi guardarono, quasi come viziati da strabismo, mani tremanti e piedi pronti a muoversi. Nessuno poi si voltò. Per paura di far vedere le proprie lacrime. La propria debolezza. Il bisogno, non solo fisico, di morire. Piuttosto che…

Quante lettere hanno cercato di capirmi e farmi capire. Quante volte ho atteso il postino sotto casa. E quante volte ho creduto che “ti amo” fosse sinonimo di “sono solo tuo”. Le tempeste della vita non sempre lasciano il tempo per la ricostruzione. Nessuno oserebbe dichiarare pubblicamente il proprio stato di calamità. Solo quando si diventa vecchi la solitudine proietta i filmati di quelle catastrofi. Nessuno risarcirà mai i danni subiti. Nemmeno l’amore compenserà le perdite. Potrà semmai andare nel ripostiglio, assieme alle altre maschere.

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11

Ricordatelo: rinnegherai prima o poi il tuo partito, il tuo movimento, le tue idee. Succederà quando non avrai più interessi personali da difendere, travestito tra i più, come militante. Perseguirai, a parole, quel programma. Ti darai da fare per drenare consensi. Cercherai, in tutti i modi, di avere un posto al sole. Per te, non per quelli con i quali hai cenato e imbonito gli elettori ammessi al desco. Alla fine, se non avrai ottenuto quello che volevi, taglierai le cime di quella barca. Ne prenderai di mira un’altra, giù al porto. Quella che tanti da tempo stanno preparando per andare via, verso un mondo diverso, più vero e giusto. Farai finta di accontentarti. Farai il mozzo. Quando sarete lontani, ormai, dalla riva. Quando attorno a voi non ci sarà che acqua. Sarà allora che i tuoi compagni di viaggio capiranno chi sei veramente. Ma sarà tardi per abbandonarti. Dovranno comunque darti cibo e acqua. Coperte e lenzuola. Un cuscino. Dovranno sopportare i tuoi vomiti per il mal di mare. Le tue patetiche richieste di aiuto. Anche le tue meschine scuse. Solo la loro innaturale educazione ti salverà. Tu lo sai. Ne approfitterai.

 

E che dire di quella donna di facile costumi? Uno scandalo, direi. E non lo fa nemmeno per denaro. Per piacere. Puro piacere. Non è una ninfomane. Gioca con gli uomini. L’arte della seduzione diventa una sfida. Contro il tempo che separa il crollo delle cerniere. I sorrisi di circostanza. L’afonia e i grugniti delle voglie. Non si paga in contanti, né con assegni o carte di credito. Ma con un debito registrato nell’elenco delle dignità perdute. Perché è diverso far l’amore quando si è innamorati davvero. Quando le leggi della fisica si schiantano contro gli scogli dell’incomprensibile. E il pudore diventa attrazione. E non si riesce a slacciare un reggiseno. E i pantaloni ostacolati da scarpe dimenticate. Tutto è diverso quando un corpo cerca il di dentro dell’altro. E viceversa. Quando nessuna posizione è scomoda. Non c’è freddo. Non c’è caldo. Non c’è termometro del resto. Sali e scendi. Scendi e sali. Di qua, di là. I capelli diventano carezze. Le sedie, le poltrone non servono: tutto è orizzontale. Non è l’amore in quel momento. Se l’amore è amore non è quello l’amore. O forse lo è. Ma per poco. Fino a quando qualcuno dirà che la sera si annoia a stare con te.

Ci si fermò all’autogrill. Perché in autostrada prima o poi devi farlo. Che fai, mi guardi mentre sbatto il pene dopo aver orinato in questi squallidi pisciatoi? Ah no, scusa, non mi ero accorto che parlavi con il tuo aiutante camionista. “Un rustico, grazie….me lo scalda?” E per altri cinquanta chilometri si soffrì la sete di un dialogo vero.

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10

 

Eravamo in tre a farle la corte. Senza saperlo. La sposò, qualche anno dopo, il quarto del quale nemmeno lei allora sapeva nulla. Era il tempo dei festini nelle “taverne” degli amici che potevano disporre di questi spazi. E di luci ad effetto. Oltre al giradischi stereo. Ci si scaldava col rock. Poi era il turno dei cantautori, mentre si beveva e fumava su vecchi divani dismessi dai piani superiori. E finalmente i “lenti”. Con i quali si provavano i disagi delle prime erezioni. Con carezze sotto i reggiseni.  “Ma che fai? Senza lingua è come se fossi tua sorella…non si bacia così”. Chi suonava la chitarra rischiava di fare il guardone arrapato se sapeva comporre gli accordi senza seguire le dita. Una sassaiola, di notte, mentre passavo col motorino su una strada sterrata tra gli olivi mi avvertì: avevo un rivale.

Meglio la terza che la prima volta. Troppa la paura. “Stai attento, che se la metti incinta ti rovini la vita. Sei ancora giovane. Devi studiare, farti una posizione in questa società”. Il vento del Garda ci aveva fatto innamorare di più quel pomeriggio sulla scalinata che porta alla chiesa di Torbole. Ci abbracciammo forte, guardando verso il lago. “Non ci lasceremo mai”.

L’amore, l’amore, l’amore, l’amore, l’amore. Puoi dire “ti amo”. Ma solo se lo gridi vuol dire che c’è davvero. Solo se non hai problemi a partire all’alba, con un “cinquantino” e una scusa scout per i genitori per arrivare in cima all’Alto Adige, è amore incontenibile. Non bastano le masturbazioni per farlo sparire dal basso ventre. Né rileggere le lettere dove lei comincia con “Caro Cornelio…”. E finisce col cuore che circonda “ti voglio”. Il freddo solo attutito dalla “Gazzetta dello sport” sotto la giacca a vento. Le mani senza i guanti dimenticati dalla fretta sul comodino. E quei soldi contati per la miscela, il panino, una gazzosa (poi posso offrirne solo una a lei). E via, accelerando. Col battito del cuore che segue incredibilmente i cambi di marcia. I cali di potenza sui tornanti. La faticosa ripresa del carburatore (da pulire).

“Ciao Cornelio, questo è il mio amico Claudio…”. E il ritorno fu ancora più gelido e lungo. La voglia di lasciarsi andare sull’asfalto. “E viaggiare a fari spenti per vedere se è poi così difficile morire” (Battisti). Poi la rabbia resa ancora più vera e viva da improvvise liberazioni del gas… “No, così rischio di andare subito in riserva. Devo tornare a casa. Devo tornare a casa. Dai miei”.

E restare per ore a guardare la sua foto. Vederla sempre più gialla, come quelle d’epoca. Gettarla da un ponte dove tanti si buttano proprio per questo. Addio. Il mio era amore vero. Non come le tue parole sulle lettere per posta aerea. Con quei bordini da arlecchino, da Carnevale.

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9

 

Beviamo qualcosa? Facciamo qualcosa? Prendiamo qualcosa? Andiamo da qualche parte stasera? Hai qualcosa? L’indefinito. Che diventa definito nella proiezione mentale. Non subito. Prima bisogna trovarsi seduti al bar. Cosa prendi? “Niente grazie, il caffè l’ho appena bevuto”. – Allora qualcos’altro, dai, pago io non preoccuparti. “Massì, una…minerale col limone. No, forse meglio una tonica. No, quello che bevete voi va bene, scusa.

L’asfalto è una pavimentazione stradale che avrebbe fatto comodo agli antichi romani. Già. L’elicottero l’ha inventato Leonardo da Vinci ma allora non c’era la tecnologia adatta. Già. Se non ci fosse stata la sentenza Bosman (belga, Jean Marc, 1995 Comunità Europea) forse qualche giovane calciatore italiano avrebbe trovato maggiore spazio in prima squadra. Già, ma sarebbe mancato lo spettacolo. E i diritti televisivi delle partite di calcio avrebbero reso meno?

Quella volta che – ricordi Augusto? – non avevamo beccato nemmeno un pesce nel ruscello sopra Bolognano. E s’andò alla pescheria di Linfano. Purtroppo, le trote spacciate come prede della giornata, erano troppo uniformi. E avevano il bollino di qualità in bocca.

Quando evochi la felicità perduta è come se ti gettassi in un pozzo dove l’unica luce è quella riflessa dalla luna. Ma solo di notte. E’ come credere a echi della tua voce in un anfratto della montagna che hai appena scalato. E’ come se tu volessi annusare un profumo ormai vaporizzato, dissolto, annullato dal fetore dell’infelicità del presente.

Accettava solo banconote di grosso taglio. Non cambiava monetine a quelli che chiedevano un attimo di attenzione per i loro problemi. Una sera si trovò da solo, in autostrada, lontano dai punti d’emergenza. E assediato da una bufera. Telefonò all’ultimo amico che gli era rimasto. Che però aveva appena venduto la macchina per pagare l’affitto.

Verrò a trovarti ancora, vento del Nord. Per ricambiare le tue sempre più frequenti visite. E chiederti il risarcimento dei danni. Non siamo più amici come una volta, quando scompigliavi i capelli di ragazze alle quali si dichiarava amore eterno. Fino al giorno della partenza. Non ti riconosco più: sei rabbioso, violento: e anche permaloso, se bastano pochi secondi di apparente calma riempita dalle mie bestemmie per la tua reazione.

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8

 

Siamo qui. Già siamo qui. Ora, qui. In attesa della prossima partenza del “bus”. Solo andata, destinazione ignota. Siamo qui. Sotto la pensilina del mondo. C’è chi legge il giornale, chi fuma, chi telefona, chi manda messaggi alla fidanzata, alla moglie, all’amante, al datore di lavoro, al collega, all’amico, per conoscere il saldo del cellulare.

“Li vuole i bollini?” – No, grazie. Li regali pure a chi viene dopo alla cassa.

E pensare che non mi penso di frequente. Non tutti i giorni. Nemmeno davanti allo specchio, quando tento di rendermi irriconoscibile, tagliando peli e accentuando occhiaie. O semplicemente lasciando che i segni della vecchiaia finiscano il ritratto cominciato qualche anno fa.

Ah sì. Era bello quando non c’erano gli orologi. Quando Gregorio non aveva ancora inventato il suo calendario. Quando qualcuno decise che sarebbero state 24, non una in più, non una in meno, le ore di un giorno. Che per convenzione chiamò “dies”. Curioso no che solo nell’inglese sia rimasta la prima lettera “d” in day. In tedesco comincia per “t” Tag. In francese per “j”, Jour. Ma il servizio assistenza anziani è diurno. Ecco dove torna la “d”. Mi perdevo in queste dilettantesche analisi etimologiche. Come si fa con certi quesiti della settimana enigmistica. E intanto sul quadrante c’erano i numeri: 14.38. Già otto i minuti passati dal digestivo.

Un giorno vorrei provare a partire, di buon’ora, da casa. Senza soldi in tasca. Nemmeno un euro per il caffè. Mi piacerebbe provare non solo l’astinenza da nicotina. Ma anche  e soprattutto quella da consolidate, ufficiali, garanzie negli scambi commerciali. Credo che nessuno baratterebbe con me un portafoglio vuoto ed usato per una bottiglia di acqua minerale quando avessi estremo bisogno di bere.

Le grandi manovre della quotidianità lasciano ben poco spazio alla fantasia, alla creatività. Se ci fai caso anche le risate sono monotone, come il pianto. Dipendono da muscoli facciali, espressioni gutturali, ghiandole lacrimali. Non cambiano, di molto, dalle impostazioni psico-fisiche dell’infanzia. O della adolescenza.

Gli incontri ci sono tutti i giorni. Come gli accoppiamenti. Le solitudini sono pause. Silenzi che gracchiano, gridano, fanno male: come mandar giù un boccone troppo grosso. Rischio di soffocamento. Gli incontri ci sono anche se non li vogliamo. A differenza dei matrimoni non sono atti di fiducia nel futuro. Passano senza conseguenza rilevante. Sempre che non abbiano, nella coda, il pungiglione dell’innamoramento. Gli incontri possono evocare nostalgia se si ripetono a distanza di anni dalla prima volta. “Tu non sai, non puoi sapere cos’ho passato. Per questo non te lo dirò mai”. Gli incontri possono anche scontrarsi con realtà cambiate nel frattempo. Come un vestito tirato fuori dall’armadio impolverato della soffitta: inadatto non perché sporco. Perché non va più d’accordo col nuovo giro vita.

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7

 

Incredibile. Ci si spintonava, neanche tanto per scherzo : c’è sempre qualche etto di violenza bestiale repressa. La chiamiamo spirito di sopravvivenza. Qualcuno l’aveva scambiato per un ballo che andava di moda anni fa nelle discoteche punk di Berlino. In realtà non seguiva alcun ritmo questa gazzarra al limite della rissa. Contatti che su un campo da calcio sarebbero stati puniti con il cartellino rosso. Ed invece era tutto regolare per l’arbitro. Peraltro quasi sempre assente. O preso da una ragazza al banco del bar.

Non c’era rispetto per nessuno in quella bolgia. C’era anche chi protestava, civilmente: “Scusate, ma se parliamo tutti insieme…solo dieci secondi. Posso dire anche la mia?” Nessuno gli dava retta. Nessuno abbassava la voce. Tutti, quasi tutti, impegnati, mentre gridavano, a completare l’incidentale appena aperta. La pubblicità mise fine al dibattito. Il tema? Consumismo e spese indotte dalla reclame.

Era da tempo che non mi sentivo più adeguato al ritmo dei quotidiani. Scrivevo, scrivevo, scrivevo. E il computer ti diceva quante righe. La larghezza e l’altezza della foto. Dida e sommari. Il titolo è sempre prigioniero delle battute. Lo puoi anche compensare, ma fino ad un certo punto. E se metti in apertura solo quello che piace a te ma non ai lettori? E se pensi di aver centrato il problema ed invece hai dimenticato otto decimi delle incognite? E se cambiassi mestiere?

Di colpo mi trovai libero. Giornate non più scandite da sirene, conferenze stampa, rincorse sul desk. Alla notizia, a quello che dice che. A quello che vorrebbe rispondere a. A quelli che domani andranno con nome e cognome sul giornale. Per reati che vanno dall’ago alla corrazzata. Per i cinquant’anni di matrimonio. Per la polemica sui rifiuti. La buca nella strada. E il Comune che non fa niente.

La libertà di scrivere? Prima devi essere libero di pensare. E’ la stampa, bellezza. E’ così che va il mondo dell’informazione. Ti proporranno collaborazioni. Te le pagheranno una miseria. Ma avrai la tua firma sul giornale: ti riconosceranno per strada se vai in video.

La sera deviava verso letture di biografie importanti. Vite vissute. Riportate nei dettagli storici. Nero su bianco con copertina consistente. Mussolini da bambino cosa pensava di fare da grande? E Lenin? E Stalin? E Cesare? E Mario Monti? E Berlusconi, D’Alema, Renzi, Bruno Vespa? Mario Balotelli?

 Siamo coriandoli. Veniamo dalla carta. Andiamo verso il virtuale. Che però ha bisogno comunque di una stampante e di uno skanner. Per ora. Solo un chip nel cervello, gli occhiali che tutto vedono e registrano, ci salveranno dal voltare col pollice la pagina di un libro in spiaggia mentre il vento vorrebbe farci tornare indietro?

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6

 

Come affronterò la morte, l’ultimo respiro? Cosa farà la morte su di me? Annullerà i pensieri prima della circolazione del sangue? Bloccherà – magari con una sorta di tortura – le mie sensazioni? Mi lascerà un istante, un solo istante di lucidità prima di passare la nera frontiera tra il vivere e il non vivere?

Una vita passata a sondare i sentimenti per poi delegare ad entità sconosciute il punto omega. Esistenze senza coda, ammesso che ci sia, coscientemente, il capo.  Un sudario che raccoglie i tuoi ultimi umori. Oltre ai liquidi che rilasci prima dell’inumazione. O dell’inceneritore. Ed è incredibile, negli ultimi atti di chi vedi andar via, una sorta di preveggenza. Come se vedessero che stanno prendendo un treno. Puntuale. E ci dovessero salutare per tempo. Prima del fischio.

Il sangue, liquido rosso che funziona come aria compressa più che come combustibile. Un sistema idraulico siamo. Travasi di energia. Arriviamo alla fine come macchine che bisognava rottamare forse prima. Per viaggi migliori, senza pensieri. E invece abbiamo fatto migliaia di chilometri senza dar retta alle spie lampeggianti. Ed invece siamo inconsapevoli mortali.

Di colpo sparisce l’amico: lo vedi nel manifesto sui muri. Eppure….già, eppure faceva parte di questo mondo, come te. Sopravvissuto,tu,  per ora. Eppure non mi sembrava dovesse andarsene così presto. Eppure se n’è andato. Non perché ha comprato – Da chi? Quando?  – un biglietto d’aereo per rifarsi una vita altrove. Stava bene qui dov’era, con noi. Stiamo male qui dov’eravamo insieme. Lui come starà adesso?

Bisognerebbe, di fronte a questi dubbi, non aver letto libri di filosofia. Anche moderna. Aver la mente libera, tabula rasa, impianti cerebrali elettrici con neuroni  appena formattati dall’ingegnere della multinazionale. Bisognerebbe non aver bisogno di questi trucchi per guardare la fine della vita finchè siamo in grado di vedere l’ultimo chilometro, gli ultimi metri di questa tappa di montagna, dove bisogna saper dosare il fiato sui tornanti. Anche se prima o dopo c’è sempre la discesa che ti raffredda i muscoli e dà aria troppo in fretta alla bocca. Come chi volesse usarla – per tortura – per fingere di annegarti, buttandoti acqua con un imbuto.

Siamo qui come birilli messi in ordine dalla macchina alla fine della pista da bowling. Su e giù. Fino a quando si spegneranno le luci e tutti andranno a cambiarsi quelle scarpe strane. Fatte apposta per avere più aderenza, tener bene la sfera con due dita in quei due buchi e lanciare: mors tua, vita mea.

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5

 

Era diventata un’ossessione questa ricerca, spasmodica, del nuovo, del cambiamento a tutti i costi, della raccolta differenziata: qui l’antico, qui il vecchissimo, qui il vecchio, qui quello che è avanzato ieri sera dopo la solita discussione con i vecchi amici. Come un cane da tartufo cercavo il nuovo anche sotto le copertine incellofanate di testi scolastici suggeriti dai docenti. Ed evidentemente mai aperti. Tutta colpa – dicevo cercando una giustificazione postuma – delle priorità. Quando sei giovane non pensi alle fondamenta, ma al tetto. E soprattutto a dove mettere la parabolica.

“La verità? La trovi dentro, nel profondo. Rilassati. Pensati ma senza pensare che ti stai pensando. Lasciati andare, lasciati cullare dall’energia che c’è in te. Torna al grembo materno, al liquido amniotico. E ancora prima, al momento in cui il caso ha voluto che uno spermatozoo fecondasse una donna, tua madre. E prima ancora, al nulla. Dove tornerai”.

Queste sedute serali di meditazione cozzavano sempre contro il mio insuperabile dualismo: mente malata in corpo sano. Ma pieno di vizi. Il fumo, l’alcol, la pigrizia, l’ansia di venire a capo dei dilemmi esistenziali prima di morire. Già, perché non ha senso – mi dicevo – morire se non sai perché vivi. E se non vivi come pensi – dicevano i primi anarchici – pensi a come vivi. Ma come si può vivere, sereni, in un mondo che spara a sei colonne in prima pagina la fine di cent’anni di vita del personaggio noto e non si accorge di … proprio di …

“Tu compri rosa?” Il pachistano al ristorante invita al romanticismo. Ma prima ancora a dargli una mano a finire la serata col minimo che gli ha chiesto il fornitore, cioè il “fiornitore”. Tiene quelle rose ben strette sotto plastica (le annaffierà ogni tanto?) e gira tra i tavoli come seguendo il ritmo di un valzer . “No è una polka”, precisò un’attempata turista dell’est mentre aspettava che il cameriere spinasse il lavarello.

E si tornò a casa, davanti al totem luminoso. L’effetto anestetico della pubblicità spostò al dentifricio il consuntivo della giornata. E attenuò il dolore: restò solo il solito fastidio, tra prurito e corpi estranei da levare. Ma si sa, i punti di sutura bisogna levarli. Altrimenti le ferite s’infettano. L’avrebbero senz’altro capito il giorno dopo nell’ambulatorio medico subito dietro il bar della colazione: “Lei non si è dsinfettato, eppure gli era stato detto”.

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4

 

Inventai un’altra storia, più credibile, per gli abitanti di quello strano villaggio, non registrato sul navigatore satellitare, che assomigliava all’aurora, all’orizzonte. “Devo fare dei gesti, come un sordomuto, per evitare di far brutte figure, anche nella mia lingua, quando dovrò imbroccare la prima incidentale”. Bastò battersi il petto, come un buffo gorilla obeso, per trasformare la diffidenza in ilarità, l’accattonaggio in umile richiesta d’aiuto. E loro, così lontani dalla civiltà, dalle costituzioni, ma anche da chiese, moschee, sinagoghe, non fecero che prendermi in giro, scimmiottando il mio modo di camminare, chiudere e aprire cerniere, muovere le dita sulla tastiera di un telefonino. Ed io, involontario protagonista di quel divertente spettacolo da mimo, esasperai allora i movimenti. Compreso quello di un esagerato prurito in mezzo ai capelli.

Alla fine, con un impercettibile, lento, codice segreto dei muscoli facciali, il più grande di quell’ indefinibile gruppo aprì un varco naturale tra i suoi simili. Ed entrai, non so come, in una casa senza alcun arredo ed oggetto. Un’ampia sala, completamente spoglia. Lì – avrei capito molto più tardi, quando il ricordo del viaggio sarebbe diventato pulviscolo cerebrale a bassa elettricità – proprio lì stava lo spazio imbarazzante della creatività umana, mortale. Lì tutto era stato depurato dal già visto, dal già letto, dal già toccato. Non c’erano più trame strappalacrime, film dell’orrore, pubblicità ingannevoli, libri già venduti prima di essere scritti. Non c’erano più i convegni su come organizzare bene i convegni. E le risse televisive. Si ripartiva da zero. Sostanza grezza in cerca di forma. Incudine in attesa di martello. Forno spento cerca legna per pizza. Intorno il magma.  Defribillatori privi del marchio Ce. Rianimatori senza elisoccorso. Tende senza cerniera.

Non avrei mai pensato – uscito da quei locali immensi – di poter guardare per minuti il sole senza occhiali con lenti adeguate. Sfidavo la cecità, gli eritemi, le disidratazioni. Con la falsa fierezza nello sguardo di statue di pietra antica: condottieri e cavalli bloccati per sempre dai loro scultori. Alla prima osteria ai lati di quella strada senza segnali avrei chiesto notizie utili sul luogo dove ero finito. Non avevo purtroppo spiccioli per la mancia. Lasciai una banconota, l’unica che avevo in tasca, ad un ubriaco. Che subito andò ad investire l’inaspettato capitale. Ma era stato lui, solo lui, a rispondere, allargando le braccia, alla mia domanda: dov’è il nuovo mondo?

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3

 

Lettore incauto di scritti anomali. Che si fida di titoli pieni di promesse. Che t’aspettavi, sesso o storia strappalacrime? Maledici pure il giorno in cui m’hai incontrato. E vattene, finchè sei in tempo. Se mi segui andrai per sentieri stretti ed erti. Al cui confronto i calli veneziani sono autostrade. Non potrai più tornare indietro senza far finta di non essere mortale. E’ questo il momento giusto per saltare dal treno in corsa: stiamo iniziando la salita, la motrice rallenta. Buttati ora, ora, oraaa. Più avanti c’è l’orrido sotto il ponte della normalità. E sulla cima di questa montagna non ci saranno più alberi ai quali aggrapparsi. La vegetazione sparirà del tutto tra rocce dove i sudori estivi cominciano a gelare. Tra baracche annerite dai bivacchi di antichi contrabbandieri. E cartucce di bracconieri emerse dalle ultime nevi.

 Poi questo sferragliare darà le consegne a chi di solito bada ai freni nella discesa. Tensione, paura, terrore si alterneranno a incoscienza, dissociazione, euforia.  Ti sembrerà di precipitare nel vuoto, poi di volare, poi di morire. Con e per chi è vicino a te. Non nei sedili dietro o davanti al tuo. Saranno, in quegli istanti, solo altri due gli occhi che guarderai, come mai hai guardato. Una luce intensa aumenterà il contrasto col nero buio. Eliminerà le zone d’ombra. E anche il grigio, in tutte le sue noiose gradazioni.

Grideremo il nome che la memoria ci metterà sulla lingua dalla buca del suggeritore, proprio sotto le luci della ribalta. Sbaglieremo l’accento,  il tempo della battuta. Ma succede sempre così quando si vuole improvvisare e si è presi all’improvviso dal mutare vertiginoso delle situazioni.

Sarà sotto quel tendone pieno di luce che faremo i saltimbanchi mai stanchi, i pierrot  con le lacrime esagerate dipinte sotto gli occhi e addirittura i domatori degli istinti bestiali del sesso. Il pubblico sarà come sempre scarso. Solo fidati amici in prima fila. Se ne andranno anche loro al primo intervallo. Quando tutti usciranno per andare a vedere cosa mangiano gli animali feroci dello zoo.

E la corsa ripartirà sulla corriera. Vietato parlare al conducente: e chi l’ha mai visto, conosciuto? Non è sua abitudine svelarsi a chi entra ed esce. A chi sale e scende. A chi, troppo sconvolto dai disagi del viaggio, si è buttato dal finestrino. Lui, il conducente, conduce. Quello il suo unico scopo. Non è mai arrivato in tardo. Rispetta con la massima precisione le tabelle di marcia. Il resto non è affar suo. E se gli chiedi come se chiama, da dove viene, la risposta sarà inellutabilmente la stessa: un silenzio perfetto. Difficilmente riproducibile anche in una professionale sala d’incisione.

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2

 

Mi hai sentito fischiettare? Può darsi. Mi hai visto far capriole in mezzo ad un prato pieno di papaveri rossi? Può darsi. Mi hai osservato mentre facevo queste cose? Ne dubito. L’anima è una proiezione dell’ossigeno. Una formula chimica che unisce – con quei complicati schemi imparati malavoglia al liceo – l’aria all’acqua, il sonno al dormiveglia, l’elettricità del cervello alla liquidità del sangue. Se stai meglio di ieri è perché non hai problemi a respirare, il naso non è più chiuso dal raffreddore. E l’acqua – insieme al caffè – ha diluito le tossine.  “Non ho molto appetito. Se però potessi spingermi almeno fino alla finestra. Guardare il lago…”. E a cosa ti serve veder cose già viste? Per aumentare la nostalgia del passato? Per essere più triste di quello che già sei? Buttati da quella finestra se credi veramente in un’altra vita. Altrimenti continua a sfogliare i tuoi vecchi album.

Ah, l’aria che sa di chiuso. Che ha vinto – solo ai punti – il match del “così non sta bene” contro finestre e porte da aprire. E’ aria mia, solo mia. Dei miei umori. Dei miei sudori. Dei miei incolori stati d’animo. Ti darò ragione senza capire perché, fino all’ultima fermata del tran tran quotidiano. Fine corsa: lei non scende?

Ecco. C’ero ricascato. Come Odysseus (da odiare, essere irritato?) inviso a tante divinità dell’epoca moderna, cercavo alla fine solo comodi approdi. Ed invece dovevo perder tempo in inutili, dannose,  rincorse. Il tempo raffredda gli istinti di vendetta. Non la voglia di risarcimento di danni subiti. Puoi ridurre a piccoli frammenti la roccia che incombe sul tuo destino. Ma resteranno milioni di pesanti, fastidiosi, moscerini attorno alla tua falsa sicurezza. La massa sarà ovunque. Con tanti centri di gravità: l’occhio non potrà mai avere il sollievo della palpebra nella ricerca dei punti d’allarme. E tu sarai al tempo stesso pianeta e satellite di insondabili inquietudini.

C’è un luogo dove i pensieri fanno giro giro tondo, tenendosi per mano. Non riguarda la parte del cervello che tiene, in disordine peraltro, i ricordi dell’infanzia. E’ il primo segnale dell’innamoramento. Sensi, intelleggibile e intelletto si mescolano approfittando soprattutto dei tramonti, di luci fioche, di penombre. Naturali maschere per non riconoscere ed essere a sua volta identificati. La normalità cambia codici d’accesso. Ed assume al proprio servizio maggiordomi folli. Rende elastici righelli rigidi: quelli che misurano la realtà. E apre i fori del setaccio che filtra da secoli magie e dogmi. Il ballo non avrà limiti di tempo, spazio, ritmo. Le bocche non saranno mai sazie. I canti seguiranno nuovi righi musicali. La terra non sarà più tonda, ma un’area sterminata, senza perimetri e rogiti notarili.

Il mondo, una galassia, l’universo in una stanza. Senza pareti e quanto potrebbe essere d’ingombro. Con la certezza che la morte non può arrivare qui ed ora.  Semmai fondersi con la vita per dare origine, insieme col suo esatto contrario, alla vera felicità.

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1

 

Cos’è? Un insieme di appunti esistenziali. Il titolo di un “contenitore” che potrebbe diventare anche una pubblicazione. Lo propongo, a puntate (anche nel sito televignole) agli amici di Fb e Twitter. Perchè? Per testare il prodotto direbbero gli imprenditori. Per sapere se vale la pena arrivare all’ultima pagina, dico io. Il bello del Web è anche questo: poter esprimere delle idee ed avere in tempo reale i commenti. Soprattutto – aggiungo – le critiche.

 

Quanti anni, ormai, alle spalle. Le cicatrici sull’anima, segni di ferite mai del tutto rimarginate. Luoghi comuni, frasi fatte, citazioni: ruberie nella biblioteca del mondo. Tra volumi impolverati e pubblicazioni fresche di stampa. Amo ancora, di più, questa vita. Proprio perché so, ora, cos’è vivere. Un solo nemico: l’orologio. Registratore imparziale di secondi, minuti, ore, giorni. Il resto dell’opera lo appalta al calendario, all’agenda,  persino al telefonino o al computer.

Cercavo un’ ideale sospensione, un tasto “pausa”. Un dito puntato, da sotto, contro una mano aperta: quando fanno così, gli allenatori, si prende tempo nelle partite. Si cerca, insieme, una nuova strategia. Per vincere. Per ribaltare il risultato. Non per pareggiare i conti.

“La toilette? In fondo a sinistra”. Come sempre – dicevo tra me – come sempre, in qualsiasi locale. Non è mai “proprio qui dietro”. Impellenze fisiologiche: sarebbe più facile dire: “Mi scappa, non ce la faccio più”. Fa parte di mediazioni linguistiche. “Sta male dir così…dì grazie al signore…scusi se la disturbo, potrebbe dirmi…”. Che poi questi stili didattici vanno a sbattere contro le vetrate delle “cattive compagnie”.

“No, mio figlio non può aver fatto quella cosa, non ci posso credere”.  “Una volta c’era più educazione”. “Adesso ti restano in casa fino a quarant’anni, vagabondi con strane cose bianche nelle orecchie, pasti da frigo e via, non so nemmeno se abbia una ragazza”.

Ero sempre più attratto dalle giornate nebbiose. Sono quelle ideali per trasformarti in fantasma.  Scenografie da bianco e nero. Dove puoi accelerare il passo rispetto alla metrica normale. Un film drammatico o da Ridolini. Con le espressioni esagerate del cinema muto. O le dissacrazioni dei primi, antichi, teatranti. E sarebbe stato bello – volevo convincermi di questo – credere in quelle   trame improvvisate per strada. Con risate gutturali imposte a corde vocali impreparate. Con lacrime finte,  prive di sale e ricche, invece, di cloro potabile. Con gestualità irriverenti: normali, nella pazzia collettiva. Con tanti “non ha senso”  denunciati a più riprese dalla stessa esistenza.

Avevo indovinato il risultato di una cena con amici: un lungo peregrinare, tra pizze e birre, voglia di uscire per fumare, vecchie foto esibite come la patente al posto di controllo dei dati, effimere libertà notturne dal recinto familiare. Mai più, mai più … Incisi la promessa con le unghie, sulla plastica dell’accendino.

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