ROMMEL SUL LAGO DI GARDA

ROMMEL SUL GARDA NELL’AUTUNNO 1943

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JEAN PIERRE JOUVET

a cura di Cornelio Galas

Nell’autunno del 1943 Erwin Rommel, la “Volpe del deserto” di El Alamein, trascorse un periodo (non di vacanza, come vedremo) di circa tre mesi sul lago di Garda. Precisamente a Villa dei Cedri di Colà di Lazise. Su quel periodo, nel quale peraltro Rommel prese le distanze dal nazismo ed ebbe contatti con gli ideatori del fallito attentato ad Hitler, c’è un’importante testimonianza – raccolta da www.larchivio.com di Enzo Antonio Cicchino – di Jean Pierre Jouvet.

Nome d’arte di Elia Paganella, grande giornalista, grande storico scomparso a Verona nel gennaio 2015. Jouvet ha rappresentato forse l’immagine più compiuta di un certo modo di intendere il mestiere e di vivere il giornale. Un’immagine segnata da nostalgie romantiche e da orgogli intellettuali, da consapevolezze civili e da identità sincere. Giornalista, scrittore, promotore di iniziative culturali, era nato a San Benedetto Po, in provincia di Mantova. All’anagrafe era Elia Paganella ma da tutti è sempre stato chiamato Jouvet. Raccontava: «Incominciai a firmare così i primi articoli, le prime novelle. E non smisi più. Forse questo nome mi ha aiutato a superare qualche ritrosia, qualche timidezza degli inizi». Sul sito www.larchivio.com – lo segnaliamo agli appassionati di storia – è possibile trovare molti altri importanti documenti non solo del periodo della seconda guerra mondiale.

Buona visione, buona lettura.

ROMMEL A VILLA DEI CEDRI

Nel settembre del 1943 Erwin Rommel arrivò  a villa dei Cedri di Colà di Lazise in provincia di Verona, da uomo sconfitto, da ex comandante dell’Africa Korps.  Molto amareggiato per quanto gli era accaduto ad El Alamein. Battuto, sconfitto da Montgomery, sconfitto dagli inglesi nel deserto africano.  Era un uomo molto triste, molto pensieroso, molto accorato. Lo dimostrano le lettere che mandò in quel periodo alla moglie.

 A scegliere Villa dei Cedri quale centro operativo dello stato maggiore di Rommel e sua residenza personale in Italia fu un amico di Rommel, l’Oberführer Alfred Ingemar Berndt, che era stato il comandante dello spionaggio e del controspionaggio dell’Africa Korps in Africa e forse conosceva quei luoghi del Garda già prima della guerra. E, fu lo stesso Berndt  a portare Rommel a Colà.

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Rommel arrivò sul Garda senza più  un incarico operativo, comandante di un gruppo di armate, però sempre il suo pensiero andava al deserto … La Volpe del Deserto pensava a cos’era accaduto in Cirenaica, a cosa era accaduto successivamente in Tunisia. Quest’uomo desolato che da qui, ogni giorno scriveva una lettera alla moglie, piena di questa amarezza che portava dentro, non trovò pace mai.

Bisogna dire anche che era giustificata questa amarezza, questa tristezza; ogni mattina alle sei in punto -una vecchia abitudine-  si alzava, veniva sulle terrazze di Villa dei Cedri e rimaneva solo, con le guardie del corpo. Restava venti, trenta minuti da solo, ad ascoltare gli uccelli dell’alba, moltissimi anche rari, e guardava il panorama, gli alberi, parlava – dicono – con gli alberi, si interessava alla loro salute, se erano coltivati come dovevano, se erano protetti adeguatamente. Insomma, rimaneva a guardare sempre in silenzio, non parlava mai e le guardie rimanevano a circa 500 metri, a turno, fino a quando lui non rientrava dentro il suo Quartier Generale a Villa dei Cedri.

Rimase sul Garda tre mesi, aveva molti ufficiali, molti generali: c’era anche un Capo di Stato Maggiore che lo ammirava, il generale Gause. Però Rommel se ne stava da solo ed ogni mattina alle sei, su quelle terrazze, o passeggiando per il parco, indugiava  per minuti e minuti, guardato in lontananza.  E’ molto difficile dire cosa accadde a Rommel in quei mesi italiani dell’autunno del 1943. Sentiva probabilmente di aver perso la grande battaglia decisiva della sua vita. Era finito. Tutte le truppe tedesche, le truppe italiane erano state fatte prigioniere, o costrette ad evacuare l’Africa occidentale e lui era qui ad arrestare i poveri soldati italiani fuggiti dalle caserme l’8 settembre.

Perfino il suo capo di stato maggiore, il generale Gause, appunto, che come detto gli era grande amico ed era stato ferito gravemente in Africa, osservava questa solitudine, questo bisogno assoluto di pace. Anche lui si fermava, anche lui rispettava questo silenzio di uomo solo. L’’unica cosa che Rommel faceva, era, appena rientrato nella Villa, scrivere alla moglie che allora abitava vicino a Vienna. Disperato, ferito,  in questo posto, in provincia di Verona, a tre chilometri dal lago di Garda, Rommel comincia ad avere i suoi momenti di crisi rispetto al nazismo.

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A Bardolino, un paese del lago di Garda c’è ancora un manifesto bilingue, in lingua tedesca e in lingua italiana affisso nel settembre del 1943 in tutti i centri della riviera veronese del lago di Garda. Quindi pochi giorni dopo l’annuncio dell’armistizio tra l’Italia e gli angloamericani. Questo manifesto ha un grande valore, a parte che è rarissimo, non si trova in nessun istituto di storia della resistenza italiana.  E’ un documento unico, la dimostrazione che già nel settembre del 1943, subito dopo l’annuncio dell’Armistizio, era nata la Resistenza, almeno nel veronese. Qui tagliavano i fili del telefono delle truppe germaniche. I cittadini venivano multati di lire 50.000, allora quando si cantava “… se potessi avere mille lire al mese …”  Ed il comando che pubblica questo manifesto è il comando supremo germanico, quello di Rommel, che aveva il suo Quartier Generale a Colà.

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Fu affisso il 28 settembre e non riguarda il primo atto di sabotaggio compiuto in questa zona: “Sono stati tagliati i fili di nuovo” dice, ce n’era già stato uno,  ecco perché il comando tedesco di Lazise fece stampare e diffondere questo avviso con minacce gravissime. Il manifesto è bilingue, tedesco italiano, perché’ subito dopo l’8 settembre 1943 dieci divisioni tedesche appartenenti al gruppo di armate B del Feldmaresciallo Erwin Rommel occuparono l’Italia settentrionale in modo tempestivo, dalla sera alla mattina. Ci furono combattimenti a Bolzano, a Trento, a Rovereto soprattutto e un po’ anche a Verona. Qui il 10 settembre c’erano già’ le truppe tedesche. Queste truppe appartenevano al Gruppo di Armate di Rommel. Il loro Quartier Generale era proprio a Colà di Lazise. Il manifesto avverte la popolazione e la punisce con una ammenda di 50.000 lire: “Guai a ripetersi di atti di sabotaggio!” Le linee telefoniche  sabotate erano tra Bardolino  e Cisano, sulla gardesana orientale, in provincia di Verona. Atti di questo genere ne furono compiuti parecchi, ci furono dei processi anche con delle condanne a morte.

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Ma chi furono i sabotatori che tagliarono i fili? Quasi certamente erano soldati fuggiaschi, soldati, ufficiali, o sottufficiali italiani fuggiti dalle caserme nella notte fra l’8 e il 9 settembre 1943. Il 9 settembre i tedeschi erano già padroni di Verona, di Mantova. Ed atti di resistenza avvennero subito: a Mantova ci furono i primi sei fucilati per ordine di un tribunale militare tedesco che era di stanza sul Garda.  A compiere il secondo sabotaggio dei fili furono dei partigiani locali. Due di essi, presi in flagrante, furono condannati a morte e graziati all’ultimo momento, in extremis, da Rommel personalmente. I biografi più documentati -David Fraser per esempio- ricordano questo episodio.

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Il lago di Garda già nell’autunno 1943 divenne il luogo preminente di soggiorno e di occupazione delle truppe tedesche. Le ville del lago, le più belle, in particolare quelle della riva bresciana nel giro di due mesi divennero sede di tutti i grandi comandi tedeschi: delle SS, della Gestapo, della Wermacht, della Marina. Vi trovarono sede poi anche alcune ambasciate: quella del Giappone per esempio. Ma il lago divenne anche residenza personale dei familiari di Mussolini: in Villa Feltrinelli a Gargnano. Claretta Petacci, sua amante invece era sulla riva opposta più a Nord.

A Villa dei Cedri a Colà, come detto, c’era il Quartier Generale di Rommel. Poi a Lazise il comando della Luftwaffe in Italia: vi risiedeva il feldmaresciallo Wolfran von Richtofen, cugino del Barone Rosso, Manfred von Richtofen, il più famoso pilota della Prima Guerra Mondiale.

I NAZISTI NELLE VILLE DEL GARDA

Sulla parte opposta, sulla riva bresciana del lago, Sirmione, Desenzano, Salò, Gargnano, Bogliaco, Maderno, in ogni cittadina c’era un comando.  Il luogo che però divenne residenza di Mussolini e della sua famiglia, vi erano i figli più piccoli, Romano e Annamaria, fu villa Feltrinelli a Gargnano. Il generale Harster comandante della polizia di Sicurezza, l’uomo di Himmler in Italia, era a Verona.

C’erano poi  attorno a Lazise e Bardolino tutte le ville requisite, trasformate in Ospedali militari, in convalescenziari, in luoghi di soggiorno e vacanza dei reduci dei fronti di guerra. Dalla parte opposta del lago, delle splendide ville bresciane famose non ce n’era una che non fosse requisita ed occupata, non solo dalle ambasciate dei paesi accreditati presso la Repubblica Sociale Italiana, ma anche dal comando generale delle SS, dal comando della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana), dal comando delle forze armate italiane repubblicane rette dal maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani.

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E poi vi risiedeva il generale Karl Wolf, comandante generale delle SS in Italia. Ce n’erano tanti di alti ufficiali tedeschi, non solo dalla parte bresciana ma anche dalla parte veronese, da Malcesine a Peschiera del Garda. Mussolini non amava la sua villa sul lago, anzi detestava il Garda, diceva che non era né un mare nè un fiume, per questo chiese di avere una nuova residenza, non più a Gargnano nella Villa Feltrinelli, ma a Valeggio sul Mincio, a Villa Sigurtà.

PARTIGIANI, ANCHTUNG BANDITEN

Come venivano definiti i partigiani, dai germanici?  I tedeschi li chiamavano banditi, li chiamavano ribelli, ma erano quasi tutti ex militari, ufficiali, sottufficiali, soldati semplici delle forze armate italiane fuggiti dalle caserme l’8 settembre 1943 e datisi alla macchia.  Questi primi nuclei di patrioti fecero parte in seguito di brigate, di formazioni ufficialmente riconosciute anche da tutti gli Alleati, dagli inglesi, dagli americani, dai francesi. Quando cadevano nelle mani delle SS, della Gestapo, che avevano comandi a Bardolino, a Malcesine, venivano processati e condannati a morte.

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Ma il manifesto di Bardolino è importante anche perché indice di un grande problema italiano, quello della guerra civile, non della Resistenza. Perché dalla multa di 50 mila lire di cui sono gravate le popolazioni di Bardolino per gli atti di sabotaggio, è esclusa quella parte della popolazione che si era schierata con la nuova realtà nazionale della Repubblica Sociale Italiana, la Repubblica di Salò, la Repubblica di Mussolini (ormai liberato dai tedeschi e e tornato dalla prigionia sul Gran Sasso e la Maddalena).

Quindi già ai primi di settembre gli italiani venivano discriminati: c’erano gli italiani buoni per i tedeschi, i fascisti repubblicani, e c’erano gli altri che i fascisti non legittimavano e non riconoscevano e che erano costretti a pagare la multa. Una parte della popolazione non erano tassata, un’altra parte sì e non parliamo poi dei processi. Il manifesto dimostra un’altra cosa, una consuetudine dei tedeschi, in tutta Italia, fino a trenta chilometri dalla linea del fronte (oltre i trenta chilometri il comandante supremo non era più Rommel ma il feldmaresciallo Albert Kesselring) dimostra che gli italiani, erano obbligati a fare la guardia ai fili, a mettersi in una condizione di tutori dell’ordine. I tedeschi attuarono questo sistema sempre, in tutto il paese: la gente, di notte e di giorno era responsabile delle linee telefoniche, degli acquedotti, dei ponti, delle strade. Inoltre gli uomini, erano soggetti al lavoro obbligatorio al servizio dei nazisti.

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Ma torniamo a Ville dei Cedri. In questa bella villa abitavano i conti Barbaro e qui, durante l’autunno del 1943, settembre, ottobre, veniva Rommel, con l’auto del suo gruppo di armate, o in sella al suo cavallo bianco che poi portò con sè quando fu mandato in Normandia, in Francia. Rommel veniva a trovare Elsa Naumann, tedesca, moglie del conte Marino Barbaro, madre di due figli, amica di famiglia da vecchia data. E restava qui a cena, o a prendere il te e a parlare. La contessa era del Wurttemberg, di cui era originaria la famiglia Rommel. Camminavano in questo parco per interi pomeriggi, dicendosi cose che nessuno sa, che Rommel non ha trascritto nel suo diario, o negli appunti; ma erano amici, amici di famiglia; la contessa conosceva molto bene la moglie di Rommel.

Una parte della villa intanto era già’ stata requisita da un comando tedesco dello spionaggio militare: l’Abwher di Canaris, spionaggio e controspionaggio della Wermacht, non era la Gestapo, non erano le SS. Era il servizio informativo dell’esercito, non quello politico. I tedeschi avevano requisito parte della villa per farne sede, uffici ed anche dormitorio. Metà villa era abitata dal comando tedesco, l’altra metà dalla famiglia del conte che appunto riceveva Rommel. Più precisamente la parte destra ai Barbaro, la parte sinistra allo spionaggio tedesco.

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Ma la cosa più strana, incredibile, era che al piano di sopra, in alto, dove si vedono i merli, sulla parte destra, nella soffitta, nel solaio, avevano trovato aiuto, soccorso, condiscendenze, tre o quattro capi partigiani di Garda, del basso veronese, zona del Garda, Bardolino. Ed erano qui ospitati, protetti … Il loro capo era l’avvocato Carlo Caldera, che poi nel dopoguerra divenne senatore, deputato dell’assemblea costituente, molto amico di Nenni, Pertini. Nella villa quindi si nascondeva un capo partigiano. I due figli dei Barbaro, fratelli gemelli, erano suoi uomini, erano dei patrioti, facevano parte della resistenza del basso Garda e stranamente convivevano nella stessa casa, nella stessa sede del comando tedesco. E Rommel veniva qui all’insaputa.

La cosa è certa: l’anziana contessa Barbaro era antinazista e dava asilo a dei patrioti italiani, gli stessi che tagliavano i fili del telefono e compivano atti di sabotaggio contro i tedeschi.

Si dice che qui a Colà di Lazise sia venuto persino Himmler. Secondo Desmond Young, uno dei molti biografi che ha avuto Rommel, nell’autunno del 1943 ci fu un incontro riservato tra Rommel e Himmler, il capo della Gestapo e delle SS, il Reichführer, l’uomo più′ potente della Polizia di Sicurezza, l’uomo del nazismo più tristemente famoso dopo Hitler. Questo incontro Young non dice dove esattamente avvenne, ma dovette avvenire qui appunto, o in ottobre, o nel novembre 1943. Nessuno storico lo ha scritto ma Himmler dovette venire in Italia a Colà per incontrarsi con Rommel. Per parlare dell’allontanamento da Milano del battaglione delle SS inviato da Sepp Dietrich, che seminava terrore. Sepp Dietrich era uno dei più terribili generali delle Waffen SS, le SS combattenti: Rommel chiese che questi uomini fossero spostati altrove ed Himmler lo accontentò.

Ma per quale ragione Rommel era stato inviato in Italia? A Colà di Lazise, circa 15 km da Verona, nell’autunno del 1943 (settembre ottobre, novembre), si consumò uno dei più grandi drammi della storia dell’esercito italiano. In queste stanze un feldmaresciallo celeberrimo, reduce dall’Africa e chiamato la Volpe del Deserto, Rommel appunto, al comando di un gruppo di armate, il gruppo di armate B, si adoprò per la totale eliminazione dell’esercito italiano. Fu in quelle stanze di Colà che Rommel, per ordine di Hitler, fece catturare tutte le forze italiane che potevano ricadere sotto la sua giurisdizione, la quale si estendeva fino a 30 km dal fronte, che allora era nel meridione. Da qui mezzo milione tra ufficiali, sottufficiali e soldati italiani furono intrappolati, caricati sulle tradotte in sosta a Verona, Padova, Piacenza, Milano, Torino ed avviati verso i Lager tedeschi nella prigionia che non avrebbero più abbandonato all’infuori dei pochi che aderirono alla Repubblica di Salò.

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Purtroppo questo compito fu ingrato e molto triste. Anche Rommel non era in fondo d’accordo con l’ordine di distruggere completamente le forze armate italiane. Hitler però era furibondo per quello che chiamava il tradimento del governo Badoglio, l’armistizio dell’8 settembre ’43. Accadde in ogni caso che in due sole settimane, dal quartier generale di villa dei Cedri, Rommel fece catturare, disarmare, e in gran parte deportare in Germania, nei campi di concentramento tedeschi, oltre 400.000 militari italiani, migliaia di ufficiali italiani dell’esercito, dell’aviazione, della marina e 82 generali e lo fece con precisi ordini partiti da Colà. Non furono tutti mandati nei Lager, perché in Germania i soldati italiani imprigionati furono 670 mila, ma di quelli una gran parte fu catturata anche nei Balcani, in Grecia, nelle isole e altrove. Ma 40 mila di quelli arrestati da Rommel non sono più tornati.

Rommel, il grande combattente dell’Africa Korps, l’uomo sempre in prima linea, sempre sotto il fuoco, ferito in quattro o cinque circostanze in combattimento, qui sul Garda divenne il carceriere dell’esercito italiano. Molto triste. E questo gli fu fatto anche notare da qualcuno. Si trovò infatti obbligato ad arrestare tutti in un’Italia sfasciata, in un’Italia da dove erano fuggiti tutti: da Roma era fuggito il Re, era fuggito Badoglio, era fuggito Ambrosio, tutti erano scappati e lui qui, ad arrestare quei poveri soldati allo sbando nelle campagne, nelle colline ed anche proprio vicino a Colà, sul lago di Garda.

TESTA O CROCE ?

“Io – dice Jouvet a questo punto dell’intervista – potevo essere uno dei seicentomila che finirono prigionieri in Germania.  Ero a Padova, in servizio presso la seconda squadra aerea e la sera dell’8 settembre 1943, con i miei compagni ero già fuori dalla sera prima, avevamo degli amici, eravamo liberi anche di dormire qualche volta fuori. La sera dell’8 settembre, come moltissimi altri, ascoltammo il proclama di Badoglio, cioè l’armistizio, l’annuncio dell’armistizio fra l’Italia e gli Angloamericani. Immediatamente, insieme a tutti gli altri che erano con me, tutti aviatori, decidemmo sul da farsi. Dobbiamo tornare dentro, dobbiamo tornare ai nostri comandi. Il mio in particolare era Vilo Tarzare”. Alcuni dissero “No, chissà cosa succede. Una tragedia …  la guerra è finita …”  Anche se Badoglio aveva detto di “rispondere ad attacchi di ogni altra provenienza” non aveva parlato di guerra finita.

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“Io- prosegue Jouvet – buttai … un amico mi chiese di buttare una moneta, la solita monetina per aria, testa o croce: se esce testa resti fuori con noi, se esce croce torni dentro. Uscì testa. Io restai fuori. La mattina dopo, sul lungo viale della stazione ferroviaria di Padova c’erano tutti i miei colleghi, tutti i miei compagni del battaglione dell’aereonautica della seconda squadra aerea, incolonnati con le SS ai fianchi, o soldati della Wermacht, che andavano in prigionia. Quegli uomini di guardia ai nostri soldati obbedivano agli ordini di Rommel, che era a Colà”.

E da Colà,  si irradiavano i suoi ordini, fino a Roma, fino a Firenze, in Abruzzo dappertutto e da qui, per tre mesi continuarono le operazioni di setaccio dell’esercito, tutto l’esercito, non solo l’esercito di terra, ma anche l’aviazione, la marina, tutto. Che relazione dette Rommel di questa strana operazione di polizia? C’è un documento  datato 19 settembre 1943, da Colà di Lazise, di Rommel. E’ indirizzato all’OKW a Berlino e segnala l’avvenuta cattura (fino allora, siamo soltanto al 19 settembre, 11 giorni dopo l’annuncio dell’armistizio) di 82 generali, 13.000 ufficiali, e 402.000 soldati italiani, 183.000 dei quali già tradotti in campi di concentramento tedeschi.

Questo il dramma dell’Italia, il dramma dell’8 settembre al quale hanno dedicato moltissimi libri, tra i primi Zangrandi, perché -nella storia della Seconda Guerra Mondiale- fu l’unico caso di un esercito catturato in blocco, disarmato e messo al sicuro nei campi di prigionia.

UN INTERO ESERCITO AGLI ARRESTI

Da qui fu dunque diramato l’ordine che sciolse pacificamente tutto l’esercito italiano, furono pochissimi gli scontri armati. Però non tutti gli italiani con la divisa militare furono fatti prigionieri, anche se i seicentomila divennero poi,  con quelli catturati all’estero, settecentomila, trasferiti nei campi di prigionia tedeschi. Tuttavia non erano certo i due milioni che erano sotto le armi l’8 settembre del 43. Molti furono i fuggiaschi, molti salirono sui monti, nelle campagne, sulle colline anche nel veronese, sul Baldo, non lontano da Colà di Lzise e nacquero così i primi fuochi, le prime scintille della resistenza italiana.

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Fu dunque da questo piccolo paradiso terrestre che un gruppo di alti ufficiali germanici, compreso il loro capo che era un Feldmaresciallo, decisero come sterminare, perché questa è la verità, non fisicamente, ma togliendo loro le armi, togliendo i gradi, togliendo ogni rispetto seicentomila militari italiani. I generali da 12 che erano al 19 settembre diventarono 128, gli ufficiali 20.000, fino alla fine di ottobre, anche in novembre, continuò la retata, questa spaventosa cattura a livello di massa nazionale. In tutta Italia, fuorché’ l’estremo Sud e la Sicilia dove c’erano già gli Angloamericani.

Il 23 settembre 1943 da Villa dei Cedri di Colà, Rommel mandò ai comandanti delle sue divisioni – che erano sparse in tutta Italia e persino in Istria e Jugoslavia – un ordine operativo nel quale sottolineava che ” … Gli italiani hanno perso ogni diritto ad un trattamento indulgente e devono essere trattati con la durezza che meritano i traditori”. Questo disse Erwin Rommel, la Volpe del Deserto, il comandante dell’Africa Korps, col quale morirono combattendo tanti italiani della Folgore, dell’Ariete, delle divisioni che combatterono dalla Cirenaica fino al territorio egiziano di El Alamein. Ad onor del vero però più tardi, solo pochi mesi dopo, Rommel disse al figlio Manfred (per molti anni borgomastro di Stoccarda, sindaco di Stoccarda), forse pentito dell’ordine: “Certamente gli italiani non sono fatti per la guerra, ma non bisogna giudicare gli uomini solo dal punto di vista delle qualità militari, altrimenti la civiltà non progredirebbe”.

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In Italia, oltre a quello di Himmler, quali furono i suoi incontri più importanti? In quella villa in tre mesi vennero a trovarlo, si intrattennero con lui, una ventina di generali tedeschi; intanto tutti i superstiti della sua Africa Korps, ma anche altri tedeschi, amici, alti ufficiali, qualche ammiraglio. Ossequiato ogni giorno, visitato da personaggi importantissimi di quel momento, italiani, giapponesi, l’ambasciatore del Giappone presso la Repubblica Sociale Hidaka. Venne Mussolini; venne Ricci il Segretario Nazionale della GNR; venne il generale Wolf il comandante delle SS in Italia; venne il Feld Maresciallo Kesselring responsabile del fronte operativo. E poi quelli che Rommel amava di più′: gli uomini non catturati, non arresisi agli inglesi, che furono con lui nell’Africa Korps, fino ad El Alamein, fino al tragico novembre del 1942 quando Montgomery sferrò la vittoriosa offensiva che tutti sanno.

Ma fra gli amici che ricevette ce ne fu uno molto particolare …  Sarebbe stato proprio qui, durante il periodo di tre mesi di permanenza a Colà che Rommel, secondo quanto affermato in sede giudiziaria come il tribunale inter-alleato di Norimberga, avrebbe avuto le prime confidenze certe dei crimini perpetrate dai nazisti sul fronte orientale, quindi in Russia. Un amico medico, antinazista, Karl Stroelin ne parlò e ne scrisse anche nel dopoguerra in alcune interviste. Un altro grande personaggio dell’antinazismo, Gisevius, ne parlò davanti a Norimberga, dicendo che fu a Colà che Rommel ebbe le prove di questi atroci crimini che poi sono stati documentati da tutto il mondo con prove inoppugnabili.

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In quei tre mesi avvenne la sua conversione. Rommel – che era stato un estimatore di Hitler- passò con gli oppositori, passò dalla parte del fronte antinazista che stava preparando il grande attentato del 20 luglio 44, a Rastemburg nella Prussia Orientale. La persona che più incise su questo mutamento fu il dottor Stroelin, appunto. Karl Stroelin,  amico di Hitler fin dalla prima guerra mondiale. Sindaco di Stoccarda dal 1933, e lo rimase fino alla fine della guerra, uno dei più importanti congiurati dell’attentato del 20 luglio. Durante la cena del giorno di Natale del 1943, Rommel confidò alla famiglia di essere venuto a conoscenza dei crimini nazisti.

Rommel durante la permanenza a Villa dei Cedri si recò spesso ai Comandi sia tedeschi che italiani sulla sponda opposta del Garda. Riuscì ad andare anche due volte al Quartier Generale di Kesselring a Frascati. Una sola volta andò a trovare la moglie ed il figlio a casa. Ricambiò le visite di cortesia dell’ambasciatore giapponese Hidaka e di altri, ma gli piaceva la mattina. Usciva nel parco e andava ad ammirare gli alberi. Erano gli alberi dell’autunno del ’43. Gli  alberi che perdevano le foglie. C’erano le prime nebbie in ottobre. Restava a colloquiare, come detto, con un mondo suo, nessuno si avvicinava, a debita distanza, le guardie del corpo che dovevano sempre sorvegliarlo, lo guardavano e talvolta lui le chiamava. Chiamava uno ad uno e diceva: “Vedi, questo albero ha questa malattia, bisogna fargli delle cure altrimenti muore”.

Villa dei Cedri lui non la conosceva, ma gli piacque moltissimo,  ne mandò a casa alla moglie una descrizione da paesaggio di favola.  Oltre ai suoi tristi giorni di soldato, Rommel trascorse qui anche un giorno molto particolare. Nato nel 1891, il 15 novembre 1943 a Villa dei Cedri festeggiò il compimento del suo 52esimo compleanno, l’ultimo della sua drammatica vita, perché non avrebbe raggiunto un altro 15 novembre.

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Per l’occasione a Colà c’erano centinaia di ospiti, decine di generali tedeschi, l’ammiraglio Rughe che era un suo grande amico, comandante della flotta tedesca in Italia, c’erano poi gerarchi della Repubblica Sociale Italiana, fra gli altri Mussolini, c’era il generale Wolf, il generale Graziani capo della difesa della RSI e c’erano le guardie del corpo. Un’orchestra rinomata, suonò nella sala da musica, ci furono dei cori che si esibirono con delle canzoni popolari tedesche e austriache. Ci fu anche una sontuosa cena, fu bevuto molto vino veronese Valpolicella e Bardolino. A villa dei Cedri a quel tempo operavano e lavoravano circa seicento persone.

Quando lasciò villa dei Cedri, Rommel fu accompagnato anche da un dolore. Scrisse alla moglie una lettera dove diceva: “Si torna in guerra!” In fondo qui aveva dato ordini, ma non aveva fatto la guerra. Qui non giravano carri armati nei giardini, c’era degli uccelli esotici, c’era una flora bellissima. Non era El Alamein, non era la distruzione. Gli ultimi mesi poetici di Rommel furono proprio a Villa dei Cedri di Colà di Lazise.

Cosa accadde a Rommel dopo che lasciò l’Italia? Da Villa dei Cedri, finita l’operazione Acse, cioé la cattura dell’esercito italiano, Rommel fu trasferito in Danimarca per valutare, potenziare, se lo avesse ritenuto necessario, tutto il sistema difensivo costiero. Però il suo resoconto fu che non c’era pericolo di invasione, di sbarchi, di lanci di paracadutisti. Lasciò la Danimarca, andò in Francia. In Francia Hitler lo investì della responsabilità di tutte le difese create dalla organizzazione Todt del ministro degli armamenti Albert Speer sul Vallo Atlantico.

Tutte le difese, i pali, gli spunzoni che escono dal suolo, i grandi bunker furono rifatte da Rommel perché’ dopo averle viste, quando fece le prime ispezioni all’inizio del 44, al suo capo di stato maggiore disse: “E’ un castello di carta”. E le fece ricostruire …  ci sono ancora. Rimase in Francia. Il giorno dello sbarco in Normandia era a casa sua, 6 giugno 1944, era il compleanno della moglie, di Lucia Maria. Fu avvertito immediatamente, corse in Francia, cominciò a trovarsi in urto, fu quello il momento in cui maturò la sua avversione ad Hitler con parole che non erano sua abitudine: “Quel pazzo! quel folle!” diceva.

GRAVEMENTE FERITO

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Arrivò il 17 luglio. Andò a visitare alcuni comandi tattici delle sue divisioni, insieme alle sue guardie del corpo; era insieme ad un capitano ed un maggiore, e al suo autista Daniel che è morto. Due aerei americani si abbassarono, lo mitragliarono, lo colpirono in maniera gravissima al capo.  All’inizio in un ospedale vicino, poi volle essere portato nella città più vicina dove abitava la sua famiglia, ad Ulm. Lì rimase otto, dieci giorni tra la vita e la morte, poi piano piano si riprese. In ospedale, seppe del fallito attentato del 20 luglio. Però lui non aveva mai approvato che Hitler venisse ucciso; quando il 20 luglio 1944 il conte Klaus von Stauffemberg fece scoppiare la bomba, Hitler poteva morire, invece Rommel non era d’accordo. La sua idea era di farlo deporre, di indurlo, di imprigionarlo, di metterlo in una clinica, di tirarlo via dalla conduzione della guerra, che lui già diceva ai suoi ufficiali intimi: “E’ persa”.

COSTRETTO A TOGLIERSI LA VITA

Intanto proseguivano gli interrogatori fatti da Kaltenbrunner ed a Sellemberg, ai congiurati. E veniva alla ribalta – tra gli indiziati – il suo nome, come uno che era al corrente dei fatti. Il 7 ottobre, il feldmaresciallo Keitel, capo dell’OKW, mandò una convocazione urgente a Berlino, lui capì che se fosse andato non sarebbe più tornato: adducendo dei motivi di salute rifiutò di aderire a quella richiesta.

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Il 14 ottobre, nella sua casa a Herlingen arrivarono due generali che lui conosceva, uno era il generale Wilhelm Burgdorf, (questo -per inciso- fece l’identica fine di Rommel perché si tolse la vita alla fine dell’aprile del 45 nella cancelleria, con il veleno), e un altro, il generale Maisel. I due generali dissero chiaro e tondo poche parole: “Sappiamo tutto, lei deve uccidersi, perché lei era al corrente dell’attentato ad Hitler, deve uccidersi. Però noi le assicuriamo a nome del Fuhrer, a nome di Hitler, che il suo nome resterà permanente agli onori della grande Germania. Se però lei rifiuta – noi le abbiamo portato il veleno, è un veleno che non procura grande dolore, agisce in due o tre secondi – se lei rifiuta di uccidersi sarà processato a Berlino davanti al tribunale del popolo e condannato sicuramente a morte per alto tradimento”.

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Lui chiamò la moglie in disparte, ebbe un colloquio di un quarto d’ora e gli disse “Il Fuhrer mi ha mandato il veleno, agirà in due o tre secondi, non mi farà soffrire. Se non lo farò, se dovessi rifiutarmi, sarò processato e assieme al mio nome, anche il tuo, e quello di nostro figlio Manfred, dei miei fratelli, saranno travolti nel disonore e nella vergogna come traditori della patria”. Salutò il figlio. Il figlio ricorda la carezza del padre sui capelli, fermo sulla scala mentre scendeva per salire sulla macchina dei due generali. Avevano una scorta di cinque uomini, di un ufficiale e di tre, o quattro agenti della Gestapo pronti. La macchina partì. Dopo un quarto d’ora suona il telefono. La moglie Frau Rommel rispose al telefono. Era una voce che non era né quella di Burgdorf né quella di Maisel: “Signora, dobbiamo comunicarle che il feldmaresciallo è morto per ictus, mentre era in macchina”.

Ci fu un funerale. Questo funerale fu una delle grandi prove massime di ipocrisia nel mondo, perché la salma fu esposta nella sala del comune di Ulm, la corona più grande era di Hitler, anche una lettera piena di elogi del grande maresciallo dell’Africa Korps. A pronunciare l’orazione funebre fu il feldmaresciallo Gerd von Rundstedt, uno dei grandi: era stato comandante supremo del Fronte Occidentale in Francia quando c’era Rommel. Un treno apposito era partito da Berlino, con tutte le più alte cariche della Luftwaffe, della Kriegs Marine, della Wermacht, delle SS, della Gestapo.

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Cinque mesi dopo la moglie ricevette una lettera che diceva: “Signora, il Führer vorrebbe dedicare un monumento solenne alla figura del grande Feldmaresciall Rommel nella città di Ulm. Lei prese la lettera, la stracciò davanti a suo figlio Manfred e rispose semplicemente: “Lasciatemi in pace”.

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