I “SEGRETI” DI GALEAZZO CIANO – 1

a cura di Cornelio Galas

A settanta anni dalla loro redazione ecco per la
prima volta in rete i documenti che Galeazzo Ciano
allegava al suo DIARIO


Prologo

ALLEGATI
AL DIARIO 

di Galeazzo Ciano

 

di Enzo Antonio Cicchino e Roberto Olivo

Galeazzo Ciano

Il 9 giugno 1936, a 33 anni, Galeazzo Ciano venne nominato ministro degli Affari Esteri. Dopo aver sposato Edda, la figlia primogenita di Mussolini la carriera del genero del Duce, che aveva fama di uomo fatuo e superficiale, anche se non privo d’ingegno, era stata eccezionalmente rapida. Quando era stato chiamato a occupare la grande sala d’angolo di Palazzo Chigi, l’Italia fascista stava appena cominciando la sua tragica marcia verso la catastrofe, che si sarebbe consumata nella seconda guerra mondiale.

La campagna d’Etiopia si era appena conclusa: il 5 maggio le truppe del maresciallo Badoglio erano entrate in Addis Abeba. Il 9 maggio Mussolini aveva annunciato al popolo italiano e al mondo che l’Italia aveva a finalmente il suo Impero. Quello stesso giorno Ciano, comandante della squadriglia da bombardamento “La Disperata”, era ripartito per l’Italia.

Edda Mussolini e Galeazzo Ciano il giorno del loro matrimonio

Se la guerra in Africa Orientale era conclusa sul piano militare, non lo era ancora su quello politico-diplomatico. La questione delle sanzioni, innanzitutto, deliberate dalla Società delle Nazioni fra l’11 ottobre e il 18 novembre 1935. Ma verso la fine del conflitto si erano rapidamente rafforzate in Gran Bretagna le correnti di opinione pubblica che reclamavano a gran voce la cessazione “della follia sanzionista”.

Gli inglesi, del resto, non avevano mai preso troppo sul serio le sanzioni, chiudendo un occhio, o anche tutti e due, per non vedere le sistematiche violazioni delle altre nazioni, quando non erano stati loro stessi a provvedere sottobanco ai rifornimenti delle truppe italiane.

L’11 maggio 1936, appena 2 giorni dopo il discorso di Mussolini, era stata convocata a Ginevra la 92a sessione del Consiglio della Società delle Nazioni: all’ordine del giorno il conflitto italo-etiopico. Tuttavia la sessione era stata prudentemente rinviata al 15 giugno. Una volta finita la guerra, comunque, la liquidazione delle sanzioni era solo questione di tempo. Intanto, però, la guerra di Spagna era già alle porte.

EDDA MUSSOLINI E GALEAZZO CIANO

Il 10 giugno il “Times”, commentando la nomina di Ciano, scriveva:

“La nomina del nuovo ministro degli Esteri non causerà alcuna deviazione dalle direttive di politica estera, che sono e rimarranno sempre le direttive personali di Mussolini”.

Tuttavia il giovane e ambizioso ministro si era gettato anima e corpo nel nuovo incarico, convinto che avrebbe dato la propria impronta alla politica estera italiana.

Nel 1936 Galeazzo Ciano aveva cominciato da tempo a scrivere il Diario, quello che è giunto fino a noi parte invece solo dal 1937, la parte iniziale e’ andata smarrita nel corso delle tragiche vicende sue e di sua moglie quando a fine ottobre 1943 fu rimpatriato dalla Germania e rinchiuso nel Carcere degli Scalzi a Verona per essere processato con l’accusa di aver pilotato il Gran Consiglio del 25 luglio a danno del suocero.

Edda Mussolini

Mentre il marito era agli Scalzi, Edda nel frattempo fu ricoverata in un paesino presso Parma, Ramiola, nella casa di cura gestita da tali fratelli Melocchi

La condanna a morte di Galeazzo era cosa certa quando ad un tratto venne ad aprirsi uno spiraglio incredibile per merito della lotta intestina alla gerarchia nazista: Himmler contro Ribbentrop.

Durante la sua breve permanenza in Germania nell’agosto settembre 1943 Ciano aveva ventilato ad Himmler la possibilità di potergli fornire i suoi Diari come prova per dimostrare non ben precisate colpe e tradimenti del Ministro degli Esteri tedesco nei confronti di Hitler, della causa germanica e del nazismo.

Galeazzo Ciano

Mentre Ciano era detenuto, con la mediazione di Frau Beetz, Edda fece giungere ad Himmler alcuni estratti fotografici del Diario che vennero dai tedeschi immediatamente tradotti; questi fecero ottima impressione sul Ministro degli Interni di Hitler.

Si stabilì un accordo: la salvezza di Ciano in cambio del suo Diario. Si sarebbe fatta intervenire una squadra speciale di SS dall’Olanda che vestita in divisa fascista avrebbe assaltato la prigione in cui era rinchiuso Ciano e l’avrebbe liberato portandolo con sè all’estero. Si sarebbero adoperate SS olandesi per evitare che le sentinelle germaniche di Verona potessero riconoscerle.

Il piano sarebbe dovuto essere portato a termine la notte tra il 7 ed 8 gennaio 1944, ore prima che iniziasse il processo, ma venne abbandonato. Hitler per intervento di Kaltenbrunner venne a saperlo, lo proibì, con l’effetto di una severa reprimenda contro i suoi litigiosi collaboratori.

Edda Ciano al contrario, ignara di quella decisione, durante la notte pur fra disavventure si recò all’appuntamento, nel freddo invano attese la staffetta nazista. I volumi di parte del Diario li nascondeva sotto la giacca, con essi accucciata nell’erba fino al mattino, al decimo chilometro della nazionale Verona Brescia.

Hitler e Ciano

Disperata dal non veder nessuno allora corse in città. Informata ancora da Frau Beetz della impossibilità dello scambio Edda riparò tempestivamente con i figli in Svizzera, portando con sè quei volumi, lasciando però gli altri a Ramiola, i quali caduti in seguito in mano nazista scomparvero.

Ma a parte questo, pochi sanno che il Diario di Ciano non era costituito solo dalle annotazioni “pure” con data ed ora che siamo soliti leggere e che vengono riportate in tutti i saggi di storia, bensì anche da documenti significativi allegati in altri volumi: le relazioni che scriveva per il Duce, per il Ministero, per gli uomini delle Forze Armate.

In pratica siamo alla presenza di un secondo diario, parallelo al primo, fatto di carte ufficiali riguardanti incontri con ambasciatori, ministri e capi esteri, resoconti di viaggio, relazioni politiche, militari, o quant’altro veniva producendo nel corso del suo lavoro di ministro. Questo secondo Diario non è stato quasi mai pubblicato ed è poco noto, peraltro i documenti godono della fortuna di non essere scomparsi e partono dall’inizio della sua carica agli Esteri, giugno 1936.

GIUGNO 1936

RINVIO DELLA CONFERENZA DEGLI STRETTI

Roma, 12 giugno 1936 -XIV

Ho ricevuto l’Incaricato d’Affari di Francia, il quale mi ha portato un messaggio di saluto inviatomi da Parigi dall’Ambasciatore Chambrun. Con l’occasione l’Ambasciatore Chambrun lo aveva incaricato di dirmi che sta a Parigi svolgendo un’azione della quale martedí mi renderà conto e che spera possa ottenere favorevole risultato. L’Ambasciatore avrebbe anche comunicato al suo Incaricato d’Affari che la Conferenza degli Stretti è stata rinviata.

Charles de Chambrun

Ho chiesto in materia conferma a Cerruti.

P.S. Telefonato a Cerruti il quale, prese informazioni da Léger, dice che gli risulta che la Conferenza è sempre convocata per il 22 giugno.

COLLOQUIO CON L’AMBASCIATORE DI TURCHIA

Roma, 15 giugno 1936 -XIV 

Ho ricevuto l’Ambasciatore di Turchia il quale mi ha contraccambiato la visita da me fattagli ed ha approfittato dell’occasione per richiamare l’attenzione sulla opportunità di una nostra partecipazione alla conferenza di Montreux. Egli ha detto che la Turchia si sarebbe accontentata di una formula che potesse, escludendo una qualsiasi forma impegnativa da parte nostra, dare la sensazione che noi partecipiamo formalmente.

Io gli ho detto che la nostra astensione dalla conferenza di Montreux è determinata dalla situazione in cui l’Italia è stata messa dall’errore giudiziario di Ginevra.

Ciano con re Zog d’Albania

Gli ho ripetuto che fino a quando le sanzioni non saranno tolte e giustizia sarà fatta, l’Italia si asterrà da ogni forma di collaborazione internazionale.

L’Ambasciatore di Turchia, cui premeva estremamente un nostro intervento, ha insistito di nuovo e mi ha pregato di richiamare ancora una volta l’attenzione del Duce sull’estremo interesse che il Governo turco annette alla nostra presenza.
Io gli ho tolto ogni speranza.

I PAESI SUDAMERICANI E IL CONFLITTO
ITALO-ETIOPICO 

1937 MILANO José Maria CANTILO ambasciatore ARGENTINA visita FIERA CAMPIONARIA

Roma, 15 giugno 1936 -XIV

Ho ricevuto il signor Cantilo, Ambasciatore di Argentina, al quale ho fatto una comunicazione analoga a quella che per ordine del Duce ho fatto a Grandi, in relazione al suo colloquio odierno con Vansittart, e relativo al memorandum che sarà inviato a Ginevra. Il signor Cantilo mi ha fatto presente:

  • 1. che sarebbe opportuno nel memorandum fare un cenno al Patto Saavedra Lamas. Gli ho detto che, pur riservandomi la decisione in merito, nulla ostava in principio a tale questione (in realtà nella redazione attualmente in corso della nota tale accenno esiste).
  • 2. mi ha nuovamente parlato dell’opportunità di nominare una commissione incaricata di mantenere contatti col Governo italiano per l’esame dei documenti che verranno inviati a Ginevra circa l’azione svolta in Abissinia.

Egli ha molto insistito sulla necessità di trovare una formula dilatoria che permetta ai paesi sudamericani di non portare sul terreno concreto del conflitto italo-etiopico la questione del non riconoscimento.

In materia non ho dato nessuna risposta precisa. Però ho escluso formalmente l’accettazione da parte nostra di qualsiasi commissione che possa recarsi sul posto. Il signor Cantilo parte venerdì per Londra onde prendere contatti col secondo delegato signor Malbron. Durante il suo soggiorno a Londra si ripromette di incontrarsi con S.E. Grandi cui potrebbe dare ulteriori notizie.

L’INGHILTERRA NON RICONOSCE L’IMPERO

Roma, 16 giugno 1936 -XIV 

Ho ricevuto l’Ambasciatore d’Inghilterra al quale ho ripetuto quanto da Grandi è stato detto a Vansittart relativamente al memorandum che sarà inviato all’Assemblea.

James Eric Drummond

Il signor Drummond mi ha detto:

  • a) che per quanto riguarda le sanzioni egli ritiene che possano venire abolite;
  • b) che invece non è possibile contare su un immediato riconoscimento dell’Impero.

Egli ha parlato di una Commissione che a Ginevra dovrebbe essere incaricata di studiare la documentazione italiana e che in sostanza avrebbe soltanto lo scopo di lasciar passare il tempo per facilitare il riconoscimento medesimo. L’analogia della sua argomentazione con quella dell’Ambasciatore di Argentina, signor Cantilo, fa ritenere che i due Ambasciatori si siano concordati fra di loro.

RICONOSCIMENTO DI BERLINO

Roma, 18 giugno 1936-XIV

Ho ricevuto l’Ambasciatore di Germania il quale, di ritorno da Berlino, mi ha fatto la sua visita di cortesia. Ha tenuto a dirmi che ha trovato a Berlino uno stato d’animo molto favorevole alla collaborazione con 1’Italia, stato d’animo diffuso in tutti gli ambienti, da quello dei gerarchi governativi e del Partito a quello dei capi militari.

Le recenti vittorie dell’Africa Orientale hanno – a suo giudizio – prodotto una profondissima impressione sul popolo tedesco. L’Ambasciatore mi ha detto che l’unica nube era rappresentata dalla preoccupazione diffusa a Berlino che l’Italia stesse lavorando per facilitare la restaurazione asburgica. Egli ha ritenuto di poter controbattere tale stato d’animo dichiarando che nei colloqui avuti a Roma aveva tratto impressione che l’Italia non svolgesse alcuna azione in tal senso. Glielo ho confermato.

Ciano con Hitler

Mi ha chiesto spiegazioni circa l’invio della nota italiana a Ginevra. Gli ho fatto ad un dipresso le dichiarazioni già fatte agli altri rappresentanti diplomatici che mi avevano interrogato in merito.

L’Ambasciatore di Germania mi ha detto che a Berlino si erano posti il problema se un riconoscimento tedesco dell’Impero fosse opportuno subito o piú conveniente invece in un secondo tempo. In generale l’opinione tedesca propendeva per questa seconda soluzione.


LA FRANCIA E IL PATTO MEDITERRANEO

Roma, 24 giugno 1936 -XIV

Ho ricevuto oggi l’Ambasciatore di Francia, giunto ieri sera a Roma. Egli mi ha subito parlato dell’abolizione delle sanzioni ed ha tenuto a far rilevare che, mentre il discorso di Eden conteneva qualche punto oscuro, nel discorso del signor Delbos questi non comparirebbero.

Yvon Delbos

Egli mi ha detto che la Francia non avrebbe preso l’iniziativa dell’abolizione delle sanzioni per evitare che il Governo inglese facesse ricadere, di fronte alla propria opinione pubblica, la responsabilità sul Governo e sul popolo francese. Mi ha chiesto che cosa intendevamo fare nelle prossime riunioni di Ginevra e allora gli ho brevemente narrato quanto avevo già comunicato agli altri Ambasciatori circa il memorandum che sarà da noi mandato all’Assemblea.

Mi ha parlato del Patto Mediterraneo.

Gli ho chiesto allora quale era il suo punto di vista circa gli accordi stabiliti per la messa in vigore dell’articolo 16. Nonostante quanto egli aveva detto prima circa il discorso di Delbos, non ha creduto di poter aggiungere che la Francia considera tali accordi senz’altro decaduti con l’abolizione delle sanzioni. Dopo alcune reticenze ha poi ammesso che la Francia li considera piú o meno in vigore fino al raggiungimento di un nuovo accordo generale cui dovrebbe partecipare anche l’Italia.

Galeazzo Ciano

Non gli ho affatto nascosto il mio disappunto per tale suo modo di vedere e gli ho aggiunto che prima condizione per cominciare a considerare la possibilità di un accordo mediterraneo dovrebbe essere quella di sgomberare il terreno dagli accordi passati che, conclusi al fine di esercitare pressioni contro l’Italia, non possono venire considerati da noi altro che ostilmente.

Chambrun ha insistito invece sul fatto che la Francia aveva aderito a questi accordi unicamente per trasformare l’azione inglese da “individuale” in “collettiva” e impedire maggiori complicazioni.

Ha concluso il suo colloquio dicendo di avere ricevuto istruzioni dal signor Delbos di farci sapere che egli desidera che i rapporti tra Francia e Italia siano sempre piú cordiali, che l’intesa si stringa su basi pratiche e concrete e per garantirci infine che il Governo francese non farà mai questioni di politica interna e di partito. L’Ambasciatore, pur dichiarando che per il futuro terrà i contatti unicamente col ministro degli Affari esteri, mi ha fatto conoscere il desiderio di essere ricevuto in udienza dal Duce.

SCUSE DEL GOVERNO DI HAITI

Roma, 25 giugno 1936 -XIV

È venuto a vedermi il signor Laraque, Ministro di Haiti, il quale mi ha fatto le seguenti dichiarazioni:

“Il nostro atteggiamento a Ginevra fu dovuto unicamente a un errore personale del nostro delegato che, in mancanza di istruzioni da parte del Governo, ha preso l’iniziativa di una solidarietà razziale con gli abissini che il popolo di Haiti rifiuta.”

Ha voluto quindi presentarmi le scuse formali a nome del suo Governo, e dichiararmi che esso è pronto in futuro a fare qualsiasi gesto per riparare il mal fatto del suo delegato.

Haiti nel 1940

ABOLIZIONE DELLE SANZIONI DA PARTE DELLA POLONIA

Roma, 27 giugno 1936-XIV

È venuto a vedermi l’Ambasciatore di Polonia che mi ha comunicato che nel Consiglio dei ministri di oggi a Varsavia è stato deciso di abolire senza meno le sanzioni. Sono già stati impartiti gli ordini per la messa in esecuzione di tale provvedimento e si prevede che entro pochissimi giorni le sanzioni saranno di fatto abolite.

Non ho mancato di esprimere all’Ambasciatore di Polonia il nostro vivo compiacimento per tale gesto nonché per la comunicazione fatta ieri a Ginevra.

IPOTESI DI RIFORMA DEL COVENANT

Roma, 29 giugno 1936 -XIV

È venuto a vedermi Chambrun, il quale mi ha chiesto particolari ulteriori sulla nota da noi indirizzata a Ginevra. Gli ho dato lettura degli ultimi due capoversi. Egli ha dichiarato che il tono della nostra nota e quanto in essa avevamo esposto, avrebbe determinato un’impressione molto favorevole a Ginevra.

Mi ha parlato poi dal punto di vista francese circa l’eventualità di una riforma del Covenant. In breve, il criterio di Chambrun, che espone a titolo personale e non per incarico ufficiale avuto dal suo Governo, sarebbe quello di limitare la riforma ad un’azione interpretativa di alcuni articoli. In pratica si tratterebbe di stabilire Patti regionali di assistenza militare, col concorso di una applicazione generale di sanzioni economiche e finanziarie.

Per parte mia gli ho detto che noi non avevamo ancora proceduto ad uno studio circa la riforma del Patto, ma ci eravamo limitati ad osservare, sulla base delle notizie apparse, i diversi punti di vista dei Governi che avevano già parlato in merito. Il criterio espresso dal Governo cileno e già sostenuto da altri Governi della localizzazione del conflitto, non ci appariva privo di interesse.

Hitler, Mussolini e Ciano

Il signor Chambrun ha continuato la conversazione chiedendomi insistentemente se in questi ultimi tempi accordi politici e militari fossero intervenuti tra noi e la Germania. L’ho escluso, pur non nascondendo che la situazione come si era sviluppata particolarmente per l’azione svolta dall’Inghilterra e dalla Francia, aveva determinato molti elementi di mutua comprensione fra i due popoli.

Chambrun ha vivamente insistito con me sulla necessità di trovare un mezzo per riannodare in forma ancora piú stretta i rapporti italo-francesi, ripetendo piú volte un suo concetto personale, secondo il quale in Europa gli accordi “orizzontali” portano alla pace, mentre quelli “verticali” condurrebbero inevitabilmente a una guerra.

LE AVANCES DEL FÜHRER

Roma, 29 giugno 1936 -XIV

Ho ricevuto questa sera von Hassell il quale, in via riservatissima e con preghiera di darne personale notizia al Duce, mi ha comunicato che il Führer lo aveva incaricato di far conoscere che, quando si giudicherà matura la questione del riconoscimento, egli sarà disposto a prenderla senz’altro in favorevole considerazione e senza chiedere alcuna contropartita.

Ulrich von Hassell

Non ho mancato di ringraziare von Hassell di tale comunicazione e di dirgli che essa costituisce un nuovo apporto alle buone relazioni italo-tedesche.

Ho richiamato l’attenzione di von Hassell sul discorso pronunciato a Parigi dal signor Duff Cooper e gli ho fatto presente quanto il Duce mi disse due giorni or sono. Ciò ha vivamente impressionato von Hassell, il quale mi ha detto che per conto suo aveva già rilevato il contenuto indubbio del discorso Duff Cooper.

Ho dato infine lettura a von Hassell dell’ultima parte della nota, che egli ha approvata.

GLI INTERVENTI DEL NEGUS A GINEVRA

 

Roma, 30 giugno 1936 -XIV

È venuto a vedermi l’Ambasciatore britannico. Ho approfittato dell’occasione per dar lettura a Drummond della nota diretta a Ginevra. Il signor Drummond l’ha approvata e mi ha detto che a suo parere essa servirà notevolmente a spianare la via.

Ho preso atto di questa sua dichiarazione, ma gli ho fatto rilevare che un nuovo ostacolo era rappresentato dall’intervento del Negus ai dibattiti dell’Assemblea. Ciò sul Governo e sul popolo italiano aveva prodotto una penosa impressione. Bisognava comunque che le Delegazioni responsabili a Ginevra si rendessero conto della gravità della cosa e impedissero ogni manifestazione che potesse suonare oltraggiosa per l’Italia, e che avrebbe potuto avere qui conseguenze gravi.

Il signor Drummond ha risposto che si rendeva conto di tale nostra impressione, che per parte sua ci consigliava di ignorare l’intervento del Negus che sarebbe passato senza rilievo, e che avrebbe comunque telegrafato alla sua Delegazione, affinché questa si adoperasse ai fini di evitare manifestazioni favorevoli all’ex-Imperatore di Etiopia.

LUGLIO 1936

TUTELA DELLA CECOSLOVACCHIA

Roma, 2 luglio 1936 -XIV

Ho ricevuto il Ministro d’Austria che parte stasera per un breve congedo in Stiria. Egli mi ha riferito della frequenza di visite di cui è stato oggetto da parte dell’Ambasciatore di Francia. Quest’ultimo ha tenuto soprattutto a far presente al Ministro d’Austria il pericolo che, a suo avviso, correrebbe la Cecoslovacchia di una azione tedesca. Chambrun insisteva presso il Ministro d’Austria affinché questi a sua volta facesse pressioni su di noi per garantire un’azione in tutela della Cecoslovacchia analoga a quella svolta in tutela dell’Austria stessa.

ATTEGGIAMENTO FAVOREVOLE DELLA FRANCIA

 

Roma, 4 luglio 1936 -XIV

È venuto a vedermi l’Ambasciatore di Francia il quale mi ha comunicato di aver ricevuto una telefonata da Delbos che voleva farci sapere come la risoluzione adottata a Ginevra sia stata il risultato di un lungo lavoro compiuto dalla Delegazione francese per fare accettare una formula per quanto possibile gradevole per l’Italia. Teneva a mettere in rilievo che se anche formalmente vi erano alcuni punti che avrebbero potuto riuscirci non simpatici, pure nella sostanza la risoluzione era stata del tutto favorevole a noi in quanto:

  • a) decretava l’abolizione delle sanzioni;
  • b) non faceva parola del riconoscimento lasciando quindi praticamente liberi gli Stati di aderire a qualsiasi provvedimento.

Francisco Franco e Galeazzo Ciano

Mi sono limitato a ringraziare l’Ambasciatore della sua comunicazione. Egli ha allora aggiunto che sarebbe stato opportuno, a giudizio del signor Delbos, che la stampa italiana non avesse attaccato la risoluzione per quanto poteva riuscirci meno gradito, ma si fosse limitata a prendere atto del lato attivo.

Su questo ho fatto le mie riserve pur dicendogli che l’Accademia ginevrina ci lasciava assolutamente indifferenti e che ogni manifestazione verbale e teorica dell’Assemblea avrebbe avuto ben poco peso sul nostro futuro indirizzo di politica estera.

L’AMAREZZA DELLA ROMANIA

Roma, 4 luglio 1936-XIV

Ho visto il Ministro di Romania, signor Lugosianu, il quale è venuto ad esprimere tutta la sua “amarezza” per la violenta campagna di stampa condotta contro il signor Titulescu. Gli ho risposto come si meritava ed ho aggiunto poi che per parte nostra avevamo mantenuto nei riguardi del signor Titulescu un assoluto riserbo durante due anni; che era stato lui a rompere la tregua con le sue escandescenze ginevrine; che quindi la nostra reazione era piú che giustificata. Consideravo perciò la partita chiusa alla pari.

Nicolae Titulescu

Il signor Lugosianu insisteva perché nuovi attacchi non avessero luogo. Gli ho ripetuto che il passato era saldato. Ma gli ho mostrato alcune notizie di stampa e telegrammi che mi venivano da Ginevra in quel momento nei quali era affermato che Titulescu aveva assunto un atteggiamento contrario a noi nelle recenti riunioni del Bureau. Ciò avrebbe potuto determinare nuove reazioni da parte della stampa italiana.

Il signor Lugosianu ha nuovamente insistito per evitare che da un deplorevole incidente personale nascessero complicazioni nei rapporti fra i due paesi. Gli ho chiarito che il popolo italiano faceva una netta distinzione tra la Romania verso la quale i sentimenti si mantenevano immutati, e il signor Titulescu.

 

COLLOQUIO COL MINISTRO MESSICANO ORTIZ

Roma, 4 luglio 1936 -XIV

Ho ricevuto il signor Ortiz, Ministro del Messico. Gli ho detto che l’atteggiamento tenuto dalla Delegazione del suo paese non poteva avere che conseguenze sinistre sui rapporti italo-americani, e che soltanto attraverso atti positivi da parte messicana noi avremmo potuto credere ancora alla vantata amicizia nei nostri riguardi.

Il Ministro messicano è rimasto molto abbattuto in seguito alle mie parole e dal tono di estrema freddezza che ho usato nei suoi riguardi. Egli ha detto che per parte sua farà di tutto per cancellare lo spiacevole ricordo dell’atteggiamento ginevrino della sua Delegazione.

 

PROBITÁ POLITICA DELL’ITALIA FASCISTA

 

Roma, 9 luglio 1936 -XIV

Ho ricevuto l’Ambasciatore di Francia il quale mi ha chiesto per prima cosa informazioni circa i negoziati di Vienna per un modus vivendi austro-tedesco.

Gli ho dato risposta vaga e imprecisa dicendo che anche a noi risultava che erano in corso negoziati, ma che non potevo affermargli se qualche cosa di positivo fosse stato concluso. Il signor Chambrun era preoccupato circa le voci di restaurazione monarchica in Austria. Su questo argomento ho creduto di potergli dare ampie assicurazioni, anzi ho aggiunto che il Governo di Vienna era annoiato dalla insistenza con cui la stampa della Piccola Intesa, e particolarmente romena e jugoslava, parlava dell’argomento. Di restaurazione asburgica non è adesso questione.

Charles de Chambrun

Accordi mediterranei. – L’Ambasciatore mi ha chiesto che cosa pensavo dell’atteggiamento francese in merito. Gli ho risposto che le dichiarazioni fatte da Léger a Cerruti avevano prodotto da noi buona impressione. Mi riservavo però attraverso opportuni sondaggi fatti a Londra, Belgrado, Atene e Ankara, di controllare se il punto di vista francese era condiviso anche dagli altri.

Riunione di Brusselle – Mi ha chiesto se l’Italia aveva deciso di accettare l’invito per Brusselle. Ho detto che, per quanto la decisione ancora non fosse presa, pur tuttavia mantenevo – anzi ampliavo – le riserve che avevo fatto nel nostro ultimo colloquio circa la possibilità di una nostra partecipazione ad una riunione “pre-locarnista”, assente la Germania. Gli domandavo se riunioni di questo genere servivano la causa della pace o non valevano invece ad aumentare le fratture e le scissioni.

Il signor Chambrun ha infine insistito a titolo personale affinché venisse riammesso nel Regno il “Petit Niçois”, giornale cui è particolarmente interessato il Sottosegretario di Stato alla Presidenza, signor Tessan. Contro tale giornale non esiste un vero e proprio decreto di interdizione, ma le autorità di frontiera avevano avuto ordine di esercitare l’ostruzionismo. Ho detto a Chambrun che il giornale aveva tenuto in momenti difficili un contegno molto sgradevole per noi, ma che comunque, in via sperimentale, avremmo lasciato libertà al giornale.

Uscendo il signor Chambrun, a titolo di conversazione, mi ha fatto accenno alla utilità per l’Italia fascista di una “probità politica” che le permettesse di mantenere una linea di condotta diritta e sicura. Faceva accenno, evidentemente, alla nostra posizione di garanti per Locarno. Ho reagito con una certa vivacità dicendo che in fatto di probità politica, l’Italia fascista non aveva da farsi fare la lezione da nessuno e che anzi anche nei recenti avvenimenti avevamo potuto constatare che la linearità della nostra condotta non trovava sempre corrispondenza da parte di altri.

Chambrun ha incassato.

L’ATTEGGIAMENTO “NERVOSO E DURO” DI GRAZIANI

 

Roma, 11 luglio 1936 -XIV

Ho ricevuto l’Ambasciatore di Francia, il quale mi ha fatto presente che il Maresciallo Graziani ha convocato il Ministro Bodard e lo ha trattato molto duramente “da nemico dell’Italia”. Anche per quanto concerne la radio, il Maresciallo Graziani ha assunto un atteggiamento “nervoso e duro” nei confronti del rappresentante francese, affermando che egli si valeva della radio per propalare notizie allarmistiche.

Rodolfo Graziani

Il signor Chambrun mi ha detto che non intendeva fare una questione di Stato per questa azione di Graziani ma che comunque era costretto a richiamare seriamente l’attenzione del Governo fascista sull’atteggiamento del Viceré.

Ho dato lettura al signor Chambrun della nota da noi inviata all’Incaricato d’Affari del Belgio. Non ha attribuito troppa importanza al paragrafo concernente gli accordi tuttora esistenti nel Mediterraneo, ma si è invece soffermato sulla questione da noi sollevata circa la necessità dell’invito anche alla Germania.

Mi ha domandato due cose:

  • a) se avevamo concordato tale risposta con l’Ambasciatore tedesco;
  • b) se esisteva un accordo di qualsiasi genere con la Germania. All’una e all’altra domanda ho potuto rispondere di no.

Mi ha chiesto infine, qualora alla Conferenza “pre-Locarno” la Germania venisse invitata e si verificassero tutte le condizioni per la nostra partecipazione, se io sarei disposto ad avere con lui uno scambio di vedute in via del tutto personale prima della eventuale riunione.

Albert Bodard

Gli ho detto che per parte mia, in principio, nulla ostava. Nei riguardi del modus vivendi austro-tedesco di cui egli aveva vaghe notizie, mi sono limitato a dirgli che per parte nostra vedevamo con simpatia la realizzazione di tale accordo, del quale avevamo seguito l’origine e lo sviluppo.

I RAPPORTI COMMERCIALI CON LA ROMANIA

Roma, 11 luglio 1936 -XIV

Il Ministro di Romania ha fatto presente:

  • 1. che Titulescu ha ricevuto una lettera dai suoi colleghi della Piccola Intesa e dell’Intesa Balcanica diretta a scagionarlo dalla responsabilità dell’incidente ginevrino in quanto – essi affermano – egli non avrebbe indirizzato agli Italiani le note parole offensive. Gli ho risposto che tali frasi gli erano state attribuite da tutta la stampa internazionale e particolarmente di Ginevra e che Titulescu non aveva opposto alcuna smentita. Una semplice smentita sarebbe bastata a soffocare l’incidente fin dal suo sorgere. Ma in realtà la smentita non è mai venuta.
  • 2. mi ha fatto presente la sospensione totale di ordinativi per il petrolio in Romania e mi ha chiesto la ragione di questa nostra decisione. Gli ho detto che essa era strettamente connessa alle necessità italiane di rivedere tutta la politica economica dopo otto mesi di assedio sanzionista; che senza dubbio l’attrito determinato dall’atteggiamento e dalle parole del signor Titulescu non era certo servito a renderci piú favorevolmente disposti verso un’attiva ripresa di rapporti commerciali con la Romania stessa. Comunque consigliavo al signor Lugosianu di attendere, di suggerire al suo Governo una politica amichevole nei confronti dell’Italia, essendo questo il solo mezzo atto a facilitare e a determinare una piena ripresa di scambi col nostro paese.

Ion Lugosianu

DISTENSIONE NEI RAPPORTI ITALO-BRITANNICI

Roma, 11 luglio 1936 -XIV

L’Ambasciatore di Gran Bretagna mi ha comunicato in forma ufficiale il ritiro della flotta navale e la diminuzione delle forze aeree inglesi nel Mediterraneo. Mi ha espresso la fiducia e l’augurio che questo gesto inglese valga a determinare una forte distensione nei rapporti italo-britannici.

Accordi mediterranei. – Su questo argomento mi ha detto che esiste forse un malinteso. Gli accordi mediterranei veri e propri sono decaduti col decadere delle sanzioni. L’Inghilterra invece considera tuttora in forza le dichiarazioni unilaterali fatte per l’assistenza delle Potenze minori (Grecia, Turchia, Jugoslavia) in caso di aggressione da parte nostra. Tali dichiarazioni di assistenza britannica non comportano alcuna contropartita; perciò, a giudizio di Drummond, non si può parlare di accordi mediterranei.

Gli ho fatto allora rilevare come accordi e dichiarazioni ripetevano indubbiamente la loro origine dalla tensione verificatasi nel Mediterraneo in seguito al conflitto italo-etiopico. Ho aggiunto che per chiarire definitivamente l’atmosfera bisognava che anche queste dichiarazioni, le quali per la loro stessa natura gettano sospetti di intenzioni aggressive sull’Italia, venissero eliminate.

Drummond ha obiettato che non riteneva facile che si potesse addivenire a ciò immediatamente poiché, da parte delle Piccole Potenze, esisteva uno stato d’animo di viva preoccupazione per un eventuale atto di aggressione o di vendetta italiana. Egli ha detto che qualsiasi dichiarazione nostra che potesse togliere questo timore alla Grecia, alla Turchia e alla Jugoslavia varrebbe certamente a facilitare una distensione e l’Inghilterra potrebbe piú facilmente annullare le dichiarazioni esistenti. Gli ho risposto che mi riservavo di considerare il suo suggerimento e che all’istante non potevo dargli alcuna risposta precisa.

Addis Abeba. – Anche Drummond si è lamentato per l’atteggiamento e il contegno che Graziani tiene nei confronti dei rappresentanti diplomatici inglesi ed ha protestato per l’invio di alcuni carabinieri nei locali della Legazione per la soppressione dell’uso della radio. A questo proposito mi ha lasciato due note che ho passato agli Uffici per l’esame e l’eventuale risposta.

Locarno. – Ho dato lettura a Drummond della nota inviata all’Incaricato d’Affari del Belgio. Per quanto concerne il primo motivo del nostro rifiuto a partecipare e cioè l’esistenza di accordi mediterranei, la questione era già stata discussa precedentemente. Per quanto concerneva invece il mancato invito alla Germania, Drummond ha fatto rilevare che la Germania non può venire considerata alla stregua degli altri Paesi locarnisti, in quanto essa ha mancato ai suoi impegni derivanti da Locarno.

INVIO IN SPAGNA DI 2 NAVI DA GUERRA

Roma, 22 luglio 1936 -XIV

Ho convocato stamane l’Ambasciatore di Spagna.

Gli ho dato comunicazione del telegramma ricevuto ieri dal R. Console Generale in Barcellona, prospettandogli come il Governo italiano si era visto nella necessità di provvedere all’invio di due navi da guerra per la protezione e l’eventuale imbarco dei connazionali residenti in quella città.

Gli ho detto che, fin da ieri sera, il R. Ambasciatore in Madrid era stato telegraficamente invitato ad informarne ufficialmente il Governo spagnuolo. Comunque, qualora si fossero avute notizie ancora piú allarmanti sulla situazione in Barcellona, non sarebbe stato possibile attendere il preventivo compimento di tutte le formalità richieste e le navi sarebbero entrate nel porto, per assicurare la tempestiva protezione della nostra colonia in quella città ed evitare cosí inconvenienti piú gravi.

Hitler e Franco

L’Ambasciatore mi ha risposto che si rendeva conto di tutto quanto io gli avevo detto, mi ringraziava e mi assicurava che il Governo spagnuolo non avrebbe avuto alcuna ragione di attribuire un carattere meno che amichevole al nostro gesto.

Egli ha convenuto che la situazione in Ispagna era grave e mi ha pregato di passare alla stampa un comunicato contenente le notizie autentiche pervenutegli ieri dal Governo di Madrid, raccomandandosi affinché i giornali e la radio mantenessero sul succedersi degli avvenimenti un atteggiamento obiettivo.

Gli ho dato assicurazioni.

SULLA PROSSIMA CONFERENZA DELLE 5 POTENZE

Roma, 24 luglio 1936 -XIV

Ho ricevuto l’Ambasciatore di Francia e gli Incaricati di Affari di Inghilterra e del Belgio, i quali mi hanno rimesso tre identiche note.

Nel consegnarmi la nota, l’Ambasciatore di Francia, che parlava anche a nome degli altri due Rappresentanti, ha informato che analoga comunicazione veniva fatta anche al Governo del Reich, al quale pure veniva rivolto invito di partecipare ad una prossima Conferenza delle Cinque Potenze.

Ciano (a sinistra) con Hitler

L’Ambasciatore Chambrun formulava il voto che il Governo italiano avrebbe senz’altro voluto accettare tale invito per contribuire con la sua opera alla pacifica ricostruzione in Europa.

Nel ricevere le note ho formulato la riserva di informare opportunamente il Duce e ho detto che, in linea di massima, qualora gli ostacoli che avevamo indicati nella nostra nota diretta al Governo belga fossero stati eliminati – e cioè aboliti gli accordi del Mediterraneo e fatto l’invito anche alla Germania – l’Italia non avrebbe avuto difficoltà alcuna a riprendere quella effettiva politica di collaborazione e di ricostruzione che aveva sempre e tradizionalmente seguita.

Ho detto che avrei fatto conoscere una risposta ufficiale entro breve tempo.

LA SITUAZIONE SPAGNOLA PREOCCUPA LA GERMANIA

Roma, 25 luglio 1936 -XIV

Ho ricevuto l’Ambasciatore von Hassell che mi ha comunicato la decisione presa dal Governo del Reich di sopprimere la Legazione tedesca di Addis Abeba istituendovi invece un Consolato Generale.

Ho preso atto con compiacimento e l’ho ringraziato per tale importante comunicazione. L’Ambasciatore di Germania mi ha chiesto notizie circa le conversazioni in corso per l’abolizione degli Accordi mediterranei. In via confidenziale l’ho informato che entro i primi giorni della prossima settimana il Ministro degli Esteri di Gran Bretagna dovrebbe dichiarare decaduta ogni intesa o dichiarazione mediterranea.

Mussolini e Galeazzo Ciano in viaggio verso Monaco nel 1938

Nei riguardi della nota presentata dagli Ambasciatori delle “tre democrazie”, gli ho detto, in seguito a sua richiesta, che, una volta eliminato l’ostacolo delle intese navali, e invitata la Germania per la Conferenza, saremmo stati disposti a partecipare all’eventuale riunione.

Desideravamo però che riunione ufficiale fosse preceduta da scambio di idee attraverso la via diplomatica, e particolarmente con la Germania.

Von Hassell mi ha comunicato che la nota è stata rimessa ieri a Berlino. Il Direttore Generale che regge il Ministero in assenza di von Neurath, ha ringraziato gli Ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Belgio per l’invito rivolto alla Germania, ed ha fatto presente che la Germania è disposta a partecipare alla riunione alle seguenti condizioni:

  • 1. che partecipino le cinque Potenze locarniste;
  • 2. che la Germania partecipi in condizioni di assoluta parità;
  • 3. che la Conferenza venga preceduta da uno scambio di vedute in via diplomatica.

Von Hassell mi ha aggiunto di essere stato istruito di comunicarci che tale scambio di vedute deve avvenire sopratutto con l’Italia. Constatato ancora una volta l’assoluto parallelismo nella politica tedesco-italiana, siamo rimasti d’intesa che ci saremmo visti nella prossima settimana per informarci reciprocamente di quanto sarà fatto o sarà inteso di fare.

Mussolini, Ciano e Hitler

Von Hassell mi ha parlato della situazione in Ispagna ed ha espresso la preoccupazione del suo Governo per l’eventuale vittoria dei comunisti nella Penisola Iberica. Mi ha detto che da fonte sicura risulta al Governo del Reich che il fronte popolare francese si prepara ad aiutare quello spagnuolo con l’invio di armi nel continente e forse anche con la partecipazione di truppe francesi in Marocco.

Ho detto a von Hassell che anche noi seguivamo con vivo interesse la questione e che condividevamo col Governo del Reich la preoccupazione di vedere i Soviet stabilirsi alle porte del Mediterraneo.

Anche su questo punto ci saremmo tenuti reciprocamente informati ed ho assicurato von Hassell che in attesa dell’arrivo a Barcellona delle due navi tedesche, avrei dato istruzioni alle nostre autorità di proteggere in caso di bisogno la colonia tedesca che, come la nostra, è oggetto di particolare persecuzione da parte degli elementi sovversivi spagnuoli.

FORNITURE DI ARMI ALLA SPAGNA

Roma, 29 luglio 1936 -XIV

L’Ambasciatore di Francia mi ha chiesto oggi quando avremmo mandato la risposta all’invito per la Conferenza di Locarno. Non mi ha nascosto la sua preoccupazione derivante dal ritardo ed ha insistito sul fatto che, essendosi ormai verificate le due condizioni poste dall’Italia per il suo intervento, non avrebbe più dovuto sussistere cagione di attesa. Gli ho detto che la risposta sarebbe stata preparata entro un tempo abbastanza breve e che non vedevo per il momento difficoltà da parte nostra ad accettare l’invito.

Gli dovevo però far presente la gravità della situazione che si delinea in Abissinia a causa della presenza delle Legazioni straniere ad Addis Abeba. È vero che il paese è completamente calmo e che soltanto qualche gruppo di predoni mantiene sporadicamente uno stato di guerriglia, ma è altresì vero – e ciò ci risulta in modo incontrovertibile – che tutto finirebbe se i Ministri stranieri e le guardie armate delle Legazioni partissero da Addis Abeba.

Alla mentalità indigena il permanere nell’antica capitale dei Negus di rappresentanti diplomatici stranieri dà l’illusione che un ritorno al passato non sia del tutto impossibile. Ciò, evidentemente, non può venire da noi tollerato. Per ora non si tratta di una richiesta ufficiale ma comunque facevo presente all’Ambasciatore di Francia l’opportunità di prendere in considerazione il nostro desiderio di vedere risolto al più presto possibile questo problema.

La Germania aveva dato il buon esempio. Quanto prima gli altri lo avessero seguito, tanto più il gesto sarebbe stato da noi apprezzato. L’Ambasciatore di Francia mi ha detto che trasmetterà fedelmente questa nostra conversazione al suo Governo.

Nei riguardi delle forniture di armi alla Spagna mi ha detto che il Governo francese e le ditte non forniranno materiale bellico. Però – a mia richiesta – ha dovuto ammettere che alcune ditte private forniranno aeroplani da trasporto. Gli ho fatto rimarcare che in aviazione l’aeroplano da bombardamento e quello da trasporto sono molto similari.

LA MINACCIA BOLSCEVICA

Roma, 30 luglio 1936 -XIV

L’Ambasciatore di Germania mi ha comunicato che il suo Governo intende domani o dopodomani dare risposta all’invito alla Conferenza di Locarno. Mi ha detto che la risposta orale sarà di massima favorevole ed ha elencato alcune riserve specifiche concernenti esclusivamente la posizione tedesca nei confronti dei capoversi nei quali era contraddistinto l’invito stesso.

Nessuna obiezione da parte nostra su queste riserve. Mi ha aggiunto poi che in base al punto 10 del Piano Hitler, i negoziati avrebbero dovuto svolgersi sotto la coordinazione di Londra. L’Ambasciatore ha tenuto a mettere in rilievo che si trattava di cosa del tutto formale in quanto aveva avuto istruzioni dal suo Governo di comunicarci che tutta la Conferenza si sarebbe svolta mantenendo in prima linea e sopra ogni altro i contatti con l’Italia.

I ministri degli esteri Galeazzo Ciano e Konstantin Von Neurath camminano lungo una banchina della stazione Termini

Io ho subito obiettato che non vedevo nessuna necessità da parte tedesca di fare questa distinzione onorifica per l’Inghilterra; che lo stesso spirito del Patto comportava una situazione di identità tra l’Italia e l’Inghilterra; che infine non avrebbe potuto fare buona impressione questa avance non richiesta da Londra.

L’Ambasciatore mi ha detto che tale gesto, che doveva venire interpretato come puro atto di cortesia, aveva lo scopo di attrarre sempre più l’Inghilterra verso il gruppo dei paesi anti-comunisti nel momento in cui la minaccia bolscevica si disegnava piú cupa sull’Europa.

Ho insistito nel ripetere a veri Hassell che non vedevo né la necessità né la opportunità di un gesto del genere. Von Hassell mi ha detto che comunicherà questo mio punto di vista al suo Governo e che comunque, anche qualora verbalmente la proposta venisse fatta, chiederà che non ne venga dato cenno nel comunicato. Si è riservato di darmi ulteriori comunicazioni circa la data della risposta tedesca e circa il punto controverso di cui sopra entro la mattinata di domani.

TELEGRAMMI CIFRATI

Roma, 30 luglio 1936 – XIV

L’Incaricato di Affari di Gran Bretagna ha protestato per la richiesta fatta dal Maresciallo Graziani alle Legazioni straniere di depositare i cifrari agli uffici postali ed ha insistito perché alle Rappresentanze in Addis Abeba venga concessa la facoltà di telegrafare in cifra, facoltà universalmente riconosciuta alle Rappresentanze diplomatiche e consolari in qualsiasi paese del mondo.

D’accordo con Lessona, ho risposto a Ingram che istruzioni venivano inviate a Graziani nel senso di lasciare che le Rappresentanze straniere telegrafassero ai loro Governi, e soltanto ai loro Governi in cifra, per tramite della stazione radiotelegrafica italiana. Ho colto l’occasione allora per far presente a Ingram quanto avevo già detto ieri sera all’ambasciatore di Francia circa il pericolo e il danno per noi e per la situazione generale rappresentati dalla permanenza delle Legazioni e delle guardie straniere in Addis Abeba.

Ingram ha preso atto della mia esposizione e mi ha detto che telegraferà al suo Governo subito. In via di schiarimento mi ha chiesto se una eventuale trasformazione della Legazione britannica in Consolato Generale sarebbe da noi definita un gesto di riconoscimento.

Gli ho risposto che evidentemente avremmo gradito questa soluzione, ma che non avremmo dato interpretazione diversa da quella che lo stesso Governo d’Inghilterra avrebbe eventualmente voluto attribuirvi.

TAGLI AL PETROLIO RUMENO

Roma, 30 luglio 1936 -XIV

Il Ministro di Romania ha protestato per la pubblicazione fatta dal “Giornale d’Italia” e ripresa da altri giornali, secondo la quale l’Italia avrebbe tagliato gli acquisti di petrolio in Romania a causa delle note parole pronunciate dal Ministro Titulescu. Lugosianu mi ha detto che se tale notizia corrispondeva a verità, avrebbe dovuto essere interpretata come un gesto di guerra economica, che avrebbe determinato in Romania gravi reazioni.

D’accordo con Guarneri, ho detto a Lugosianu che la notizia non aveva alcun carattere ufficiale; che gli acquisti di petrolio erano stati sospesi perché le scorte italiane consigliavano di non fare nuovi rifornimenti; che infine si trattava di una misura di ordine generale e provvisoria che doveva venire inquadrata in tutto il processo di revisione dei nostri rapporti economici con l’estero. Lugosianu chiedeva un comunicato in tal senso.

Gli ho risposto che non era il caso di fare alcun comunicato, dato che niente del genere era stato fatto da parte delle autorità italiane, ma che solo si trattava di un articolo. Al massimo, un giornale romeno avrebbe potuto riportare, come propria notizia di stampa, quanto avevo fatto presente al Ministro di Romania.

 

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 111

a cura di Cornelio Galas

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16 luglio, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

16 luglio 2017

16 luglio 2016

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16 luglio 2014

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16 luglio 2001

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AH CHE BEL … ECO LA LOPIO-BUSA

AH CHE BEL …

di Cornelio Galas

I ha bel e che finì, ale tante, ‘sta benedeta Lopio-Busa. Na galeria a do cane. Che te ciàpi pòch dopo Mori, vers Lòpi. E te vègni fòra a la chipa dela Maza. E po’ zó, nar che nare, en pont nof sula Sarca, vers Lufàm. E te te tàchi, dopo, a le stràe nove che gh’era zamài prima. Ah l’è tuta n’altra roba neh rispèt a ani endrìo. No gh’è pù cóe. Par squasi de nar ancora en autostrada, ‘péna vegnui fora dal casel de Roveredo de sòto.

El Soardi, sì ensóma dove gh’è ‘l Fanum, el par davéra n’autogril. A Paso San Zoàm, dove i ha finì el nof albergo, gh’è tut mal zènt che se ferma (gh’è i cartèi …) a magnar, a bever qualcos, anca a compràr zigareti e giornali. Che tanto su da Nach no vèi pu nesùm.

Tant ghe voléva per far sta galeria? Osc’ia, cosa gàt? Me par che te gàbi ‘na facia de um malmostós …

-Dai che adés – sem nel domilievìnti – la Lopio-Busa la gh’è no? No te vàla gnancór bèm?

“Mah …”

-Mah cosa?

“Mah, te dirò. Me par che adés la vàga pèzo …”.

-Eh osc’ia, dai, no stà dirme che no te va bèm …

“No l’è quéla so mare. L’è che me par che adés ‘n vègna zó de pù chi nela Busa”.

-Sì, te gài resóm forsi, ma almém no i stà en colona, i vèi zó pu en pressa no?

“Ma i è tut mal de pù. No se trova da parchegiar gnanca a pagar”.

-Ma scolta, no èrelo quelo che voléve? Far arivar pu en pressa tanta zent?

“Sì, ma dai, no a ‘sti livèi … Che po’ no i trova da parchegiar e i và a Limom, a Malzésem, en val de Leder … ciàpei tì”.

-Te me stài disendo che la néva meio quando la néva pèzo?

“No, per carità. Però … i gà més masa dai a farla sta galeria. Adès i parla de darghe en bigliét tipo gastronomia al supermercà a quei che và a Venezia, ma anca a Roveredo, Trent, Riva, Arco, te me capìsi bem”.

-Ma entant i camiom i camper … dai che i va per la so stràa e giusti no?

“Sì, sì. Te gài resom per quel. Ma zà da quando l’Arcese e altri i è nai fòra dala Busa la néva meio neh …”.

-Cossa volerésit dirme?

“Ma diaolporco, dai, te rèndit cont che adés no gh’è gnanca en cantóm dove te pòi lassàr la machina senza pagar do euri a l’ora?”

-Ma alora perché voléve tant sta Lopio-Busa?

Scólteme mì, pisòt che no te sei alter, te ricordit quando quei de Arco i voléva far el port – tirando denter l’aqua – al Lufàm? Te ricordit quando i voleva far i skilift su a Malga Camp? Ma adès, secondo ti, chi saréssel quel mona che farìa ste robe dal bòm?”

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I “SEGRETI” DEL FASCISMO – 40

a cura di Cornelio Galas

  • documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

L’ultimo discorso di Mussolini
al Teatro Lirico di Milano


Milano, 16 dicembre 1944

Camerati, cari camerati milanesi!

Rinuncio ad ogni preambolo ed entro subito nel vivo della materia del mio discorso.

A sedici mesi di distanza dalla tremenda data della resa a discrezione imposta ed accettata secondo la democratica e criminale formula di Casablanca, la valutazione degli avvenimenti ci pone, ancora una volta, queste domande: Chi ha tradito? Chi ha subito e subisce le conseguenze del tradimento? Non si tratta, intendiamoci bene, di un giudizio in sede di revisione storica, e, meno che mai, in qualsiasi guisa, giustificativa. È stato tentato da qualche foglio neutrale, ma noi lo respingiamo nella maniera più categorica e per la sostanza e in secondo luogo per la stessa fonte dalla quale proviene.

Dunque chi ha tradito? La resa a discrezione annunciata l’8 settembre è stata voluta dalla monarchia, dai circoli di corte, dalle correnti plutocratiche della borghesia italiana, da talune forze clericali, congiunte per l’occasione a quelle massoniche, dagli Stati Maggiori, che non credevano più alla vittoria e facevano capo a Badoglio.

Sino dal maggio, e precisamente il 15 maggio, l’ex-re nota in un suo diario, venuto recentemente in nostro possesso, che bisogna ormai «sganciarsi» dall’alleanza con la Germania. Ordinatore della resa, senza l’ombra di un dubbio, l’ex-re; esecutore Badoglio. Ma per arrivare all’8 settembre, bisognava effettuare il 25 luglio, cioè realizzare il colpo di Stato e il trapasso di regime.

La giustificazione della resa, e cioè la impossibilità di più oltre continuare la guerra, veniva smentita quaranta giorni dopo, il 13 ottobre, con la dichiarazione di guerra alla Germania, dichiarazione non soltanto simbolica, perché da allora comincia una collaborazione, sia pure di retrovie e di lavoro, fra l’Italia badogliana e gli Alleati; mentre la flotta, costruita tutta dal fascismo, passata al completo al nemico, operava immediatamente con le flotte nemiche.

Non pace, dunque, ma, attraverso la cosiddetta cobelligeranza, prosecuzione della guerra; non pace, ma il territorio tutto della nazione convertito in un immenso campo di battaglia, il che significa in un immenso campo di rovine; non pace, ma prevista partecipazione di navi e truppe italiane alla guerra contro il Giappone.

Ne consegue che chi ha subito le conseguenze del tradimento è soprattutto il popolo italiano. Si può affermare che nei confronti dell’alleato germanico il popolo italiano non ha tradito. Salvo casi sporadici, i reparti dell’Esercito si sciolsero senza fare alcuna resistenza di fronte all’ordine di disarmo impartito dai comandi tedeschi. Molti reparti dello stesso Esercito, dislocati fuori del territorio metropolitano, e dell’Aviazione, si schierarono immediatamente a lato delle forze tedesche, e si tratta di decine di migliaia di uomini; tutte le formazioni della Milizia, meno un battaglione in Corsica, passarono sino all’ultimo uomo coi tedeschi.

Il piano cosiddetto «P. 44», del quale si parlerà nell’imminente processo dei generali e che prevedeva l’immediato rovesciamento del fronte come il re e Badoglio avevano preordinato, non trovò alcuna applicazione da parte dei comandanti e ciò è provato dal processo che nell’Italia di Bonomi viene intentato a un gruppo di generali che agli ordini contenuti in tale piano non obbedirono. Lo stesso fecero i comandanti delle Armate schierate oltre frontiera.

Tuttavia, se tali comandanti evitarono il peggio, cioè l’estrema infamia, che sarebbe consistita nell’attaccare a tergo gli alleati di tre anni, la loro condotta dal punto di vista nazionale è stata nefasta. Essi dovevano, ascoltando la voce della coscienza e dell’onore, schierarsi armi e bagaglio dalla parte dell’alleato: avrebbero mantenuto le nostre posizioni territoriali e politiche; la nostra bandiera non sarebbe stata ammainata in terre dove tanto sangue italiano era stato sparso.

Le Armate avrebbero conservato la loro organica costituzione; si sarebbe evitato l’internamento coatto di centinaia di migliaia di soldati e le loro grandi sofferenze di natura soprattutto morale; non si sarebbe imposto all’alleato un sovraccarico di nuovi, impreveduti compiti militari, con conseguenze che influenzavano tutta la condotta strategica della guerra. Queste sono responsabilità specifiche nei confronti, soprattutto, del popolo italiano.

Si deve tuttavia riconoscere che i tradimenti dell’estate 1944 ebbero aspetti ancora più obbrobriosi, poiché romeni, bulgari e finnici, dopo avere anch’essi ignominiosamente capitolato, e uno di essi, il bulgaro, senza avere sparato un solo colpo di fucile, hanno nelle ventiquattro ore rovesciato il fronte ed hanno attaccato con tutte le forze mobilitate le unità tedesche, rendendone difficile e sanguinosa la ritirata.

Qui il tradimento è stato perfezionato nella più ripugnante significazione del termine. Il popolo italiano è, quindi, quello che, nel confronto, ha tradito in misura minore e sofferto in misura che non esito a dire sovrumana. Non basta. Bisogna aggiungere che mentre una parte del popolo italiano ha accettato, per incoscienza o stanchezza, la resa, un’altra parte si è immediatamente schierata a fianco della Germania.

Sarà tempo di dire agli italiani, ai camerati tedeschi e ai camerati giapponesi che l’apporto dato dall’Italia repubblicana alla causa comune dal settembre del 1943 in poi, malgrado la temporanea riduzione del territorio della Repubblica, è di gran lunga superiore a quanto comunemente si crede.

Non posso, per evidenti ragioni, scendere a dettagliare le cifre nelle quali si compendia l’apporto complessivo, dal settore economico a quello militare, dato dall’Italia. La nostra collaborazione col Reich in soldati e operai è rappresentata da questo numero: si tratta, alla data del 30 settembre, di ben settecentottantaseimila uomini.

Tale dato è incontrovertibile perché di fonte germanica. Bisogna aggiungervi gli ex-internati militari: cioè parecchie centinaia di migliaia di uomini immessi nel processo produttivo tedesco, e molte altre decine di migliaia di italiani che già erano nel Reich, ove andarono negli anni scorsi dall’Italia come liberi lavoratori nelle officine e nei campi.

Davanti a questa documentazione, gli italiani che vivono nel territorio della Repubblica Sociale hanno il diritto, finalmente, di alzare la fronte e di esigere che il loro sforzo sia equamente e cameratescamente valutato da tutti i componenti del Tripartito.

Sono di ieri le dichiarazioni di Eden sulle perdite che la Gran Bretagna ha subito per difendere la Grecia. Durante tre anni l’Italia ha inflitto colpi severissimi agli inglesi ed ha, a sua volta, sopportato sacrifici imponenti di beni e di sangue. Non basta. Nel 1945 la partecipazione dell’Italia alla guerra avrà maggiori sviluppi, attraverso il progressivo rafforzamento delle nostre organizzazioni militari, affidate alla sicura fede e alla provata esperienza di quel prode soldato che risponde al nome del maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani.

Nel periodo tumultuoso di transizione dell’autunno e inverno 1943 sorsero complessi militari più o meno autonomi attorno a uomini che seppero, col loro passato e il loro fascino di animatori, raccogliere i primi nuclei di combattenti. Ci furono gli arruolamenti a carattere individuale. Arruolamenti di battaglioni, di reggimenti, di specialità. Erano i vecchi comandanti che suonavano la diana. E fu ottima iniziativa, soprattutto morale. Ma la guerra moderna impone l’unità. Verso l’unità si cammina.

Oso credere che gli italiani di qualsiasi opinione saranno felici il giorno in cui tutte le Forze Armate della Repubblica saranno raccolte in un solo organismo e ci sarà una sola Polizia, l’uno e l’altra con articolazioni secondo le funzioni, entrambi intimamente viventi nel clima e nello spirito del fascismo e della Repubblica, poiché in una guerra come l’attuale, che ha assunto un carattere di guerra «politica», la politicità è una parola vuota di senso ed in ogni caso superata.

Un conto è la «politica», cioè l’adesione convinta e fanatica all’idea per cui si scende in campo, e un conto è un’attività politica, che il soldato ligio al suo dovere e alla consegna non ha nemmeno il tempo di esplicare, poiché la sua politica deve essere la preparazione al combattimento e l’esempio ai suoi gregari in ogni evento di pace e di guerra.

Il giorno 15 settembre il Partito Nazionale Fascista diventava il Partito Fascista Repubblicano. Non mancarono allora elementi malati di opportunismo, o forse in stato di confusione mentale, che si domandarono se non sarebbe stato più furbesco eliminare la parola «fascismo», per mettere esclusivamente l’accento sulla parola «Repubblica». Respinsi allora, come respingerei oggi, questo suggerimento inutile e vile.

Sarebbe stato errore e viltà ammainare la nostra bandiera, consacrata da tanto sangue, e fare passare quasi di contrabbando quelle idee che costituiscono oggi la parola d’ordine nella battaglia dei continenti. Trattandosi di un espediente, ne avrebbe avuto i tratti e ci avrebbe squalificato di fronte agli avversari e soprattutto di fronte a noi stessi.

Chiamandoci ancora e sempre fascisti, e consacrandoci alla causa del fascismo, come dal 1919 ad oggi abbiamo fatto e continueremo anche domani a fare, abbiamo dopo gli avvenimenti impresso un nuovo indirizzo all’azione e nel campo particolarmente politico e in quello sociale. Veramente più che di un nuovo indirizzo, bisognerebbe con maggiore esattezza dire: ritorno alle posizioni originarie. È documentato nella storia che il fascismo fu sino al 1927 tendenzialmente repubblicano e sono stati illustrati i motivi per cui l’insurrezione del 1922 risparmiò la monarchia.

Dal punto di vista sociale, il programma del fascismo repubblicano non è che la logica continuazione del programma del 1919: delle realizzazioni degli anni splendidi che vanno dalla Carta del lavoro alla conquista dell’impero. La natura non fa dei salti, e nemmeno l’economia.

Bisognava porre le basi con le leggi sindacali e gli organismi corporativi per compiere il passo, ulteriore, della socializzazione. Sin dalla prima seduta del Consiglio dei ministri del 27 settembre 1943 veniva da me dichiarato che «la Repubblica sarebbe stata unitaria nel campo politico e decentrata in quello amministrativo e che avrebbe avuto un pronunciatissimo contenuto sociale, tale da risolvere la questione sociale almeno nei suoi aspetti più stridenti, tale cioè da stabilire il posto, la funzione, la responsabilità del lavoro in una società nazionale veramente moderna».

In quella stessa seduta, io compii il primo gesto teso a realizzare la più vasta possibile concordia nazionale, annunciando che il Governo escludeva misure di rigore contro gli elementi dell’antifascismo.

Nel mese di ottobre fu da me elaborato e riveduto quello che nella storia politica italiana è il «manifesto di Verona», che fissava in alcuni punti abbastanza determinati il programma non tanto del Partito, quanto della Repubblica. Ciò accadeva esattamente il 15 novembre, due mesi dopo la ricostituzione del Partito Fascista Repubblicano.

Il manifesto dell’assemblea nazionale del Partito Fascista Repubblicano, dopo un saluto ai caduti per la causa fascista e riaffermando come esigenza suprema la continuazione della lotta a fianco delle potenze del Tripartito e la ricostituzione delle Forze Armate, fissava i suoi diciotto punti programmatici.

Vediamo ora ciò che è stato fatto, ciò che non è stato fatto e soprattutto perché non è stato fatto. Il manifesto cominciava con l’esigere la convocazione della Costituente e ne fissava anche la composizione, in modo che, come si disse, «la Costituente fosse la sintesi di tutti i valori della nazione».

Ora la Costituente non è stata convocata. Questo postulato non è stato sin qui realizzato e si può dire che sarà realizzato soltanto a guerra conclusa. Vi dico con la massima schiettezza che ho trovato superfluo convocare una Costituente quando il territorio della Repubblica, dato lo sviluppo delle operazioni militari, non poteva in alcun modo considerarsi definitivo. Mi sembrava prematuro creare un vero e proprio Stato di diritto nella pienezza di tutti i suoi istituti, quando non c’erano Forze Armate che lo sostenessero. Uno Stato che non dispone di Forze Armate è tutto, fuorché uno Stato.

Fu detto nel manifesto che nessun cittadino può essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine dell’Autorità giudiziaria. Ciò non è sempre accaduto. Le ragioni sono da ricercarsi nella pluralità degli organi di Polizia nostri e alleati e nell’azione dei fuori legge, che hanno fatto scivolare questi problemi sul piano della guerra civile a base di rappresaglie e contro-rappresaglie. Su taluni episodi si è scatenata la speculazione dell’antifascismo, calcando le tinte e facendo le solite generalizzazioni.

Debbo dichiarare nel modo più esplicito che taluni metodi mi ripugnano profondamente, anche se episodici. Lo Stato, in quanto tale, non può adottare metodi che lo degradano. Da secoli si parla della legge del taglione. Ebbene, è una legge, non un arbitrio più o meno personale.

Mazzini, l’inflessibile apostolo dell’idea repubblicana, mandò agli albori della Repubblica romana nel 1849 un commissario ad Ancona per insegnare ai giacobini che era lecito combattere i papalini, ma non ucciderli extra-legge, o prelevare, come si direbbe oggi, le argenterie dalle loro case. Chiunque lo faccia, specie se per avventura avesse la tessera del Partito, merita doppia condanna.

Nessuna severità è in tal caso eccessiva, se si vuole che il Partito, come si legge nel «manifesto di Verona», sia veramente «un ordine di combattenti e di credenti, un organismo di assoluta purezza politica, degno di essere il custode dell’idea rivoluzionaria». Alta personificazione di questo tipo di fascista fu il camerata Resega, che ricordo oggi e ricordiamo tutti con profonda emozione, nel primo anniversario della sua fine, dovuta a mano nemica.

Poiché attraverso la costituzione delle brigate nere il Partito sta diventando un «ordine di combattenti», il postulato di Verona ha il carattere di un impegno dogmatico e sacro. Nello stesso articolo 5, stabilendo che per nessun impiego o incarico viene richiesta la tessera del Partito, si dava soluzione al problema che chiamerò di collaborazione di altri elementi sul piano della Repubblica. Nel mio telegramma in data 10 marzo XXII ai capi delle provincie, tale formula veniva ripresa e meglio precisata. Con ciò ogni discussione sul problema della pluralità dei partiti appare del tutto inattuale.

In sede storica, nelle varie forme in cui la Repubblica come istituto politico trova presso i differenti popoli la sua estrinsecazione, vi sono molte repubbliche di tipo totalitario, quindi con un solo partito. Non citerò la più totalitaria di esse, quella dei sovieti, ma ricorderò una che gode le simpatie dei sommi bonzi del vangelo democratico: la Repubblica turca, che poggia su un solo partito, quello del popolo, e su una sola organizzazione giovanile, quella dei «focolari del popolo».

A un dato momento della evoluzione storica italiana può essere feconda di risultati, accanto al Partito unico e cioè responsabile della direzione globale dello Stato, la presenza di altri gruppi, che, come dice all’articolo tre il «manifesto di Verona», esercitino il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica amministrazione.

Gruppi che, partendo dall’accettazione leale, integrale e senza riserve del trinomio Italia, Repubblica, socializzazione, abbiano la responsabilità di esaminare i provvedimenti del Governo e degli enti locali, di controllare i metodi di applicazione dei provvedimenti stessi e le persone che sono investite di cariche pubbliche e che devono rispondere al cittadino, nella sua qualità di soldato-lavoratore contribuente, del loro operato.

L’assemblea di Verona fissava al numero otto i suoi postulati di politica estera. Veniva solennemente dichiarato che il fine essenziale della politica estera della Repubblica è «l’unità, l’indipendenza, l’integrità territoriale della patria nei termini marittimi e alpini segnati dalla natura, dal sacrificio di sangue e dalla storia».

Quanto all’unità territoriale, io mi rifiuto, conoscendo la Sicilia e i fratelli siciliani, di prendere sul serio i cosiddetti conati separatistici di spregevoli mercenari del nemico. Può darsi che questo separatismo abbia un altro motivo: che i fratelli siciliani vogliano separarsi dall’Italia di Bonomi per ricongiungersi con l’Italia repubblicana.

È mia profonda convinzione che, al di là di tutte le lotte e liquidato il criminoso fenomeno dei fuorilegge, l’unità morale degli italiani di domani sarà infinitamente più forte di quella di ieri, perché cementata da eccezionali sofferenze, che non hanno risparmiato una sola famiglia. E quando attraverso l’unità morale l’anima di un popolo è salva, è salva anche la sua integrità territoriale e la sua indipendenza politica.

A questo punto occorre dire una parola sull’Europa e relativo concetto. Non mi attardo a domandarmi che cosa è questa Europa, dove comincia e dove finisce dal punto di vista geografico, storico, morale, economico; né mi chiedo se oggi un tentativo di unificazione abbia migliore successo dei precedenti. Ciò mi porterebbe troppo lontano.

Mi limito a dire che la costituzione di una comunità europea è auspicabile e forse anche possibile, ma tengo a dichiarare in forma esplicita che noi non ci sentiamo italiani in quanto europei, ma ci sentiamo europei in quanto italiani. La distinzione non è sottile, ma fondamentale.

Come la nazione è la risultante di milioni di famiglie che hanno una fisionomia propria, anche se posseggono il comune denominatore nazionale, così nella comunità europea ogni nazione dovrebbe entrare come un’entità ben definita, onde evitare che la comunità stessa naufraghi nell’internazionalismo di marca socialista o vegeti nel generico ed equivoco cosmopolitismo di marca giudaica e massonica.

Mentre taluni punti del programma di Verona sono stati scavalcati dalla successione degli eventi militari, realizzazioni più concrete sono state attuate nel campo economico-sociale.
Qui la innovazione ha aspetti radicali. I punti undici, dodici e tredici sono fondamentali. Precisati nella «premessa alla nuova struttura economica della nazione», essi hanno trovato nella legge sulla socializzazione la loro pratica applicazione.

L’interesse suscitato nel mondo è stato veramente grande e oggi, dovunque, anche nell’Italia dominata e torturata dagli anglo-americani, ogni programma politico contiene il postulato della socializzazione.

Gli operai, dapprima alquanto scettici, ne hanno poi compreso l’importanza. La sua effettiva realizzazione è in corso. Il ritmo di ciò sarebbe stato più rapido in altri tempi. Ma il seme è gettato. Qualunque cosa accada, questo seme è destinato a germogliare.

È il principio che inaugura quello che otto anni or sono, qui a Milano, di fronte a cinquecentomila persone acclamanti, vaticinai «secolo del lavoro», nel quale il lavoratore esce dalla condizione economico-morale di salariato per assumere quella di produttore, direttamente interessato agli sviluppi dell’economia e al benessere della nazione.

La socializzazione fascista è la soluzione logica e razionale che evita da un lato la burocratizzazione dell’economia attraverso il totalitarismo di Stato e supera l’individualismo dell’economia liberale, che fu un efficace strumento di progresso agli esordi dell’economia capitalistica, ma oggi è da considerarsi non più in fase con le nuove esigenze di carattere «sociale» delle comunità nazionali.

Attraverso la socializzazione i migliori elementi tratti dalle categorie lavoratrici faranno le loro prove. Io sono deciso a proseguire in questa direzione. Due settori ho affidato alle categorie operaie: quello delle amministrazioni locali e quello alimentare. Tali settori, importantissimi specie nelle circostanze attuali, sono ormai completamente nelle mani degli operai. Essi devono mostrare, e spero mostreranno, la loro preparazione specifica e la loro coscienza civica.

Come vedete, qualche cosa si è fatto durante questi dodici mesi, in mezzo a difficoltà incredibili e crescenti, dovute alle circostanze obiettive della guerra e alla opposizione sorda degli elementi venduti al nemico e all’abulia morale che gli avvenimenti hanno provocato in molti strati del popolo.

In questi ultimissimi tempi la situazione è migliorata. Gli attendisti, coloro cioè che aspettavano gli anglo-americani, sono in diminuzione. Ciò che accade nell’Italia di Bonomi li ha delusi. Tutto ciò che gli anglo-americani promisero, si è appalesato un miserabile espediente propagandistico.

Credo di essere nel vero se affermo che le popolazioni della valle del Po non solo non desiderano, ma deprecano l’arrivo degli anglosassoni, e non vogliono saperne di un governo, che, pur avendo alla vicepresidenza un Togliatti, riporterebbe a nord le forze reazionarie, plutocratiche e dinastiche, queste ultime oramai palesemente protette dall’Inghilterra.

Quanto ridicoli quei repubblicani che non vogliono la Repubblica perché proclamata da Mussolini e potrebbero soggiacere alla monarchia voluta da Churchill. Il che dimostra in maniera irrefutabile che la monarchia dei Savoia serve la politica della Gran Bretagna, non quella dell’Italia!

Non c’è dubbio che la caduta di Roma è una data culminante nella storia della guerra. II generale Alexander stesso ha dichiarato che era necessaria alla vigilia dello sbarco in Francia una vittoria che fosse legata ad un grande nome, e non vi è nome più grande e universale di Roma; che fosse creata, quindi, una incoraggiante atmosfera.

Difatti, gli anglo-americani entrano in Roma il 5 giugno; all’indomani, 6, i primi reparti alleati sbarcano sulla costa di Normandia, tra i fiumi Vire e Orne. I mesi successivi sono stati veramente duri, su tutti i fronti dove i soldati del Reich erano e sono impegnati.

La Germania ha chiamato in linea tutte le riserve umane, con la mobilitazione totale affidata a Goebbels, e con la creazione della «Volkssturm». Solo un popolo come il germanico, schierato unanime attorno al Führer, poteva reggere a tale enorme pressione; solo un Esercito come quello nazionalsocialista poteva rapidamente superare la crisi del 20 luglio e continuare a battersi ai quattro punti cardinali con eccezionale tenacia e valore, secondo le stesse testimonianze del nemico.

Vi è stato un periodo in cui la conquista di Parigi e Bruxelles, la resa a discrezione della Romania, della Finlandia, della Bulgaria hanno dato motivo a un movimento euforico tale che, secondo corrispondenze giornalistiche, si riteneva che il prossimo Natale la guerra sarebbe stata praticamente finita, con l’entrata trionfale degli Alleati a Berlino.

Nel periodo di tale euforia venivano svalutate e dileggiate le nuove armi tedesche, impropriamente chiamate «segrete». Molti hanno creduto che grazie all’impiego di tali armi, a un certo punto, premendo un bottone, la guerra sarebbe finita di colpo. Questo miracolismo è ingenuo quando non sia doloso.

Non si tratta di armi segrete, ma di «armi nuove», che, è lapalissiano il dirlo, sono segrete sino a quando non vengono impiegate in combattimento. Che tali armi esistano, lo sanno per amara constatazione gli inglesi; che le prime saranno seguite da altre, lo posso con cognizione di causa affermare; che esse siano tali da ristabilire l’equilibrio e successivamente la ripresa della iniziativa in mani germaniche, è nel limite delle umane previsioni quasi sicuro e anche non lontano.

Niente di più comprensibile delle impazienze, dopo cinque anni di guerra, ma si tratta di ordigni nei quali scienza, tecnica, esperienza, addestramento di singoli e di reparti devono procedere di conserva. Certo è che la serie delle sorprese non è finita; e che migliaia di scienziati germanici lavorano giorno e notte per aumentare il potenziale bellico della Germania.

Nel frattempo la resistenza tedesca diventa sempre più forte e molte illusioni coltivate dalla propaganda nemica sono cadute. Nessuna incrinatura nel morale del popolo tedesco, pienamente consapevole che è in gioco la sua esistenza fisica e il suo futuro come razza; nessun accenno di rivolta e nemmeno di agitazione fra i milioni e milioni di lavoratori stranieri, malgrado gli insistenti appelli e proclami del generalissimo americano. E indice eloquentissimo dello spirito della nazione è la percentuale dei volontari dell’ultima leva, che raggiunge la quasi totalità della classe. La Germania è in grado di resistere e di determinare il fallimento dei piani nemici.

Minimizzare la perdita di territori, conquistati e tenuti a prezzo di sangue, non è una tattica intelligente, ma lo scopo della guerra non è la conquista o la conservazione dei territori, bensì la distruzione delle forze nemiche, cioè la resa e quindi la cessazione delle ostilità.

Ora le Forze Armate tedesche non solo non sono distrutte, ma sono in una fase di crescente sviluppo e potenza. Se si prende in esame la situazione dal punto di vista politico, sono maturati, in questo ultimo periodo del 1944, eventi e stati d’animo interessanti. Pur non esagerando, si può osservare che la situazione politica non è oggi favorevole agli Alleati.

Prima di tutto in America, come in Inghilterra, vi sono correnti contrarie alla richiesta di resa a discrezione. La formula di Casablanca significa la morte di milioni di giovani, poiché prolunga indefinitamente la guerra; popoli come il tedesco e il giapponese non si consegneranno mai mani e piedi legati al nemico, il quale non nasconde i suoi piani di totale annientamento dei paesi del Tripartito.

Ecco perché Churchill ha dovuto sottoporre a doccia fredda i suoi connazionali surriscaldati e prorogare la fine del conflitto all’estate del 1945 per l’Europa e al 1947 per il Giappone. Un giorno un ambasciatore sovietico a Roma, Potemkin, mi disse: «La prima guerra mondiale bolscevizzò la Russia, la seconda bolscevizzerà l’Europa». Questa profezia non si avvererà, ma se ciò accadesse, anche questa responsabilità ricadrebbe in primo luogo sulla Gran Bretagna.

Politicamente Albione è già sconfitta. Gli eserciti russi sono sulla Vistola e sul Danubio, cioè a metà dell’Europa. I partiti comunisti, cioè i partiti che agiscono al soldo e secondo gli ordini del maresciallo Stalin, sono parzialmente al potere nei paesi dell’occidente.

Che cosa significhi la «liberazione» nel Belgio, in Italia, in Grecia, lo dicono le cronache odierne. Miseria, disperazione, guerra civile. I «liberati»greci che sparano sui «liberatori» inglesi non sono che i comunisti russi che sparano sui conservatori britannici.

Davanti a questo panorama, la politica inglese è corsa ai ripari. In primo luogo, liquidando in maniera drastica o sanguinosa, come ad Atene, i movimenti partigiani, i quali sono l’ala marciante e combattente delle sinistre estreme, cioè del bolscevismo; in secondo luogo, appoggiando le forze democratiche, anche accentuate, ma rifuggenti dal totalitarismo, che trova la sua eccelsa espressione nella Russia dei sovieti.

Churchill ha inalberato il vessillo anticomunista in termini categorici nel suo ultimo discorso alla Camera dei Comuni, ma questo non può fare piacere a Stalin. La Gran Bretagna vuole riservarsi come zone d’influenza della democrazia l’Europa occidentale, che non dovrebbe essere contaminata, in alcun caso, dal comunismo.

Ma questa «fronda» di Churchill non può andare oltre ad un certo segno, altrimenti il grande maresciallo del Cremlino potrebbe adombrarsi. Churchill voleva che la zona d’influenza riservata alla democrazia nell’Occidente europeo fosse sussidiata da un patto tra Francia, Inghilterra, Belgio, Olanda, Norvegia, in funzione antitedesca prima, eventualmente in funzione antirussa poi.

Gli accordi Stalin-De Gaulle hanno soffocato nel germe questa idea, che era stata avanzata, su istruzioni di Londra, dal belga Spaak. Il gioco è fallito e Churchill deve, per dirla all’inglese, mangiarsi il cappello e, pensando all’entrata dei Russi nel Mediterraneo e alla pressione russa nell’Iran, deve domandarsi se la politica di Casablanca non sia stata veramente per la «vecchia povera Inghilterra» una politica fallimentare.

Premuta dai due colossi militari dell’Occidente e dell’Oriente, dagli insolenti insaziabili cugini di oltre Oceano e dagli inesauribili euroasiatici, la Gran Bretagna vede in gioco e in pericolo il suo avvenire imperiale; cioè il suo destino. Che i rapporti «politici» tra gli Alleati non siano dei migliori, lo dimostra la faticosa preparazione del nuovo convegno a tre.

Parliamo ora del lontano e vicino Giappone. Più che certo, è dogmatico che l’impero del Sole Levante non piegherà mai e si batterà sino alla vittoria. In questi ultimi mesi le armi nipponiche sono state coronate da grandi successi. Le unità dello strombazzatissimo sbarco nell’isola di Leyte, una delle molte centinaia di isole che formano l’arcipelago delle Filippine, sbarco fatto a semplice scopo elettorale, sono, dopo due mesi, quasi al punto di prima.

Che cosa sia la volontà e l’anima del Giappone è dimostrato dai volontari della morte. Non sono decine, sono decine di migliaia di giovani che hanno come consegna questa: «Ogni apparecchio una nave nemica». E lo provano. Davanti a questa sovrumanamente eroica decisione, si comprende l’atteggiamento di taluni circoli americani, che si domandano se non sarebbe stato meglio per gli statunitensi che Roosevelt avesse tenuto fede alla promessa da lui fatta alle madri americane che nessun soldato sarebbe andato a combattere e a morire oltremare. Egli ha mentito, come è nel costume di tutte le democrazie.

È per noi, italiani della Repubblica, motivo di orgoglio avere a fianco come camerati fedeli e comprensivi i soldati, i marinai, gli aviatori del Tenno, che colle loro gesta s’impongono all’ammirazione del mondo.

Ora io vi domando: la buona semente degli italiani, degli italiani sani, i migliori, che considerano la morte per la patria come l’eternità della vita, sarebbe dunque spenta? Ebbene, nella guerra scorsa non vi fu un aviatore che non riuscendo ad abbattere con le armi l’aeroplano nemico, vi si precipitò contro, cadendo insieme con lui? Non ricordate voi questo nome? Era un umile sergente: Dall’Oro.

Nel 1935, quando l’Inghilterra voleva soffocarci nel nostro mare e io raccolsi il suo guanto di sfida e feci passare ben quattrocentomila legionari sotto le navi di Sua Maestà britannica, ancorate nei porti del Mediterraneo, allora si costituirono in Italia, a Roma, le squadriglie della morte. Vi devo dire, per la verità, che il primo della lista era il comandante delle forze aeree. Ebbene, se domani fosse necessario ricostituire queste squadriglie, se fosse necessario mostrare che nelle nostre vene circola ancora il sangue dei legionari di Roma, il mio appello alla nazione cadrebbe forse nel vuoto?

Noi vogliamo difendere, con le unghie e coi denti, la valle del Po; noi vogliamo che la valle del Po resti repubblicana in attesa che tutta l’Italia sia repubblicana. Il giorno in cui tutta la valle del Po fosse contaminata dal nemico, il destino dell’intera nazione sarebbe compromesso; ma io sento, io vedo, che domani sorgerebbe una forma di organizzazione irresistibile ed armata, che renderebbe praticamente la vita impossibile agli invasori. Faremmo una sola Atene di tutta la valle del Po.

Da quanto vi ho detto, balza evidente che non solo la coalizione nemica non ha vinto, ma che non vincerà. La mostruosa fra plutocrazia e bolscevismo ha potuto perpetrare la sua guealleanza rra barbarica come la esecuzione di un enorme delitto, che ha colpito folle di innocenti e distrutto ciò che la civiltà europea aveva creato in venti secoli. Ma non riuscirà ad annientare con la sua tenebra lo spirito eterno che tali monumenti innalzò.

La nostra fede assoluta nella vittoria non poggia su motivi di carattere soggettivo o sentimentale, ma su elementi positivi e determinanti. Se dubitassimo della nostra vittoria, dovremmo dubitare dell’esistenza di Colui che regola, secondo giustizia, le sorti degli uomini.

Quando noi come soldati della Repubblica riprenderemo contatto con gli italiani di oltre Appennino, avremo la grata sorpresa di trovare più fascismo di quanto ne abbiamo lasciato. La delusione, la miseria, l’abbiezione politica e morale esplode non solo nella vecchia frase «si stava meglio», con quel che segue, ma nella rivolta che da Palermo a Catania, a Otranto, a Roma stessa serpeggia in ogni parte dell’Italia «liberata».

Il popolo italiano al sud dell’Appennino ha l’animo pieno di cocenti nostalgie. L’oppressione nemica da una parte e la persecuzione bestiale del Governo dall’altra non fanno che dare alimento al movimento del fascismo. L’impresa di cancellarne i simboli esteriori fu facile; quella di sopprimerne l’idea, impossibile.

I sei partiti antifascisti si affannano a proclamare che il fascismo è morto, perché lo sentono vivo. Milioni di italiani confrontano ieri e oggi; ieri, quando la bandiera della patria sventolava dalle Alpi all’equatore somalo e l’italiano era uno dei popoli più rispettati della terra.

Non v’è italiano che non senta balzare il cuore nel petto nell’udire un nome africano, il suono di un inno che accompagnò le legioni dal Mediterraneo al Mar Rosso, alla vista di un casco coloniale. Sono milioni di italiani che dal 1919 al 1939 hanno vissuto quella che si può definire l’epopea della patria. Questi italiani esistono ancora, soffrono e credono ancora e sono disposti a serrare i ranghi per riprendere a marciare, onde riconquistare quanto fu perduto ed è oggi presidiato fra le dune libiche e le ambe etiopiche da migliaia e migliaia di caduti, il fiore di innumerevoli famiglie italiane, che non hanno dimenticato, né possono dimenticare.

Già si notano i segni annunciatori della ripresa, qui, soprattutto in questa Milano antesignana e condottiera, che il nemico ha selvaggiamente colpito, ma non ha minimamente piegato.

Camerati, cari camerati milanesi!

È Milano che deve dare e darà gli uomini, le armi, la volontà e il segnale della riscossa!

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 110

a cura di Cornelio Galas

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15 luglio, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

15 luglio 2017

15 luglio 2016

15 luglio 2015

15 luglio 2014

15 luglio 2013

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15 luglio 2001

15 luglio 2000

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FOTO E STORIE DI GUERRA – 109

a cura di Cornelio Galas

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14 luglio, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

14 luglio 2017

14 luglio 2016

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14 luglio 2001

14 luglio 2000

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I “SEGRETI” DEL FASCISMO – 39

a cura di Cornelio Galas

  • documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

Benito Mussolini
28 aprile 1945
 
Misteri e cronaca

di una morte annunciata

di Antonio Carella, Enzo Cicchino

Massimo Caprara

4 gennaio 1944

Secondo la testimonianza del segretario di Togliatti, Massimo Caprara, la condanna a morte di Benito Mussolini viene emessa dal Komintern, che si assume anche l’incarico della sua esecuzione. Essa è comunicata al popolo italiano da Palmiro Togliatti, il 4 gennaio 1944 dal microfono di Radio Milano-Libertà che trasmette da Mosca.

Perché  Stalin vuole la morte di Mussolini? 

Possiamo ipotizzare che la ragione è quella di eliminare un testimone scomodo che gli avrebbe creato sicuro danno al futuro tavolo della pace. E’ risaputo che fino all’estate del 1943 l’atteggiamento del Capo sovietico nei confronti degli Angloamericani era alquanto critico, ritenendoli alleati in mala fede che poco o nulla avevano mantenuto delle promesse di sostegno militare, lasciando l’Armata Rossa, sola, a fronteggiare le efficaci divisioni motorizzate tedesche.

Stalin

E’ altrettanto noto che Mussolini, prevedendo l’infausto epilogo del fronte russo a danno dell’Asse ed al fine di ribaltare le sorti della guerra ha cercato di compiere ogni sforzo per convincere Hitler ad un armistizio con la mediazione del Giappone. Stalin fa sapere che un accordo è possibile.

Il 4 giugno del 1943 avviene un incontro segreto fra Molotov e Ribbentrop. L’ostinazione di Hitler però blocca tutto. A gennaio del 1944 la situazione cambia radicalmente. I rifornimenti che Stalin rimprovera agli Alleati cominciano finalmente a giungere. E dopo Kursk i nazisti sono in rotta. Stalin non avrà più tentennamenti e Mussolini diviene un testimone scomodo che sarebbe utile eliminare.

Perché anche Churchill potrebbe volere la morte di Mussolini?

Il gioco delle parti si rovescia, se prima è Stalin a diffidare della sincerità degli Alleati, nei mesi successivi avverrà il contrario. In modo sotterraneo possiamo dire che la Guerra Fredda comincia appunto nel 1944, quando l’irrompere dell’Armata Rossa verso Occidente riaccentua forte in Churchill l’orrore di un concreto rischio sovietico, al punto che accarezza l’idea di poter modificare il corso della storia ribaltando l’alleanza, vedendo nel nazismo di Hitler non più la forza del male bensì un valido complice per un affondo militare decisivo contro Mosca.

Non sappiamo chi sia stato il primo, se Mussolini, o Churchill, a prendere l’iniziativa aprire un contatto su questo fronte. Fatto è che a partire dal giugno del 1944, fino a gennaio 1945, quando ancora non sembra esaurirsi il colpo di coda tedesco nelle Ardenne, il contatto fra i due capi di Stato rimane vivo, con colloqui fra i rispettivi uomini, che avvengono in più occasioni.

Nel novembre del 1944 (forse il 16) ne è testimone Sergio Nesi, un ufficiale di Junio Valerio Borghese. L’incontro avviene sul Lago d’Iseo a Montecolino, presso la base della Decima Flottiglia Mas. Interprete dell’incontro è la moglie del comandante Daria Olsuffief. Sono presenti alti ufficiali inglesi in rappresentanza di Churchill ed il suo Stato Maggiore, Ufficiali americani per conto di Roosewelt.

Sergio Nesi

Per i tedeschi interviene l’ambasciatore Rahn ed il comandante in capo delle SS in Italia generale Wolff. Mussolini non è presente ma in sua vece interviene il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Francesco Maria Barracu, cui si aggiungono il generale Giuseppe Violante per la GNR, il capitano di Vascello Fausto Sestini per la Marina Repubblicana, e Junio Valerio Borghese per la X.a Mas.

Le proposte in tavola sono:

  • Riconoscimento ufficiale della RSI e contemporaneo armistizio con il medesimo stato.
  • Rovesciamento del fronte, con le forze della 5.a Armata americana e dell’8.a Armata Britannica all’attacco del fronte orientale contro la Russia.
  • Sfruttamento delle forze tedesche operanti in Italia in appoggio a quelle Alleate.
  • Intervento delle quattro divisioni italiane della RSI, Littoria, Monterosa, Italia e San Marco, nonché della Decima Mas in coordinamento alle precedenti.

Nel progetto sono escluse le truppe del Governo del Sud perché in linea di principio quel Governo è troppo permeato da uomini ideologicamente comunisti. Togliatti, per esempio. Secondo Alfredo Cucco poi, Sottosegretario alla Cultura Popolare, sempre sul Lago d’Iseo, ma sull’isola di San Paolo nella villa dell’industriale Beretta, di incontri ce ne sarebbero stati ancora altri.

Alfredo Cucco

Peraltro Pietro Carradori, attendente di Mussolini, afferma di aver accompagnato il Duce ad almeno due incontri riservatissimi con emissari britannici. Essi si sarebbero svolti a Porto Ceresio in provincia di Varese, a poche centinaia di metri dal confine svizzero. Il primo avviene la sera del 21 settembre 1944. Mussolini è accompagnato da Bombacci. A guidare la macchina è l’autista Cesarotti. Il secondo avviene la notte tra il 21 e 22 gennaio 1945. Questa volta il Duce è in compagnia di Barracu.

Se è vera inoltre la confidenza che lo stesso Mussolini avrebbe fatto ad Ermanno Amicucci, si sarebbe incontrato con emissari inglesi, in una villa presso Brescia, già il 14 giugno 1944, recandovisi da solo, guidando una Balilla.

Ermanno Amicucci

In concreto i colloqui non approdano a nulla in quanto in ultima analisi Roosewelt e Eisenhower non se la sentono di tradire Stalin e gli accordi con lui presi a Yalta. Tuttavia, pur se il progetto non approda a nulla, sicuro sono stati prodotti dei verbali delle riunioni, documenti che poi vengono ad arricchire la preziosa borsa in cui tante speranze ripone Mussolini.

Quanto detto sono gli episodi che più probabilmente creano angosce in Churchill e che per liberarsene gli faranno desiderare la morte del Duce. Un altro elemento che spesso è affiorato in passato, ma la cui certezza è messa in discussione, è la possibilità incredibile che nel maggio del 1940 lo stesso Churchill, certo ormai che l’Inghilterra sarebbe stata costretta ad una trattativa di pace con Hitler, abbia convinto Mussolini ad intervenire accanto alla Germania, per poi frenarne le mire espansionistiche a danno dell’Occidente.

Dino Grandi

E di quanto fosse riluttante l’intenzione mussoliniana di far la guerra accanto ad Hitler ne è testimonianza questa affermazione di Dino Grandi:

“Che Mussolini non concepisse l’alleanza Italo-Tedesca come uno strumento di guerra lo dimostra il fatto che egli non entrò in guerra il 31 agosto 1939.

Nonostante la sua letteratura, l’ideologia fascista-nazista, il programma politico dell’Europa, Mussolini non volle entrare in guerra il 31 agosto e vi entrò solo in giugno 1940 non spinto dal dovere di solidarietà colla Germania ma bensì da un calcolo, che doveva però in seguito mostrarsi errato. Dunquerque non è stata la sconfitta dell’Inghilterra. Dunquerque è stata la sconfitta dell’ Italia. Sembra un paradosso, ma è così.

Senza la sconfitta britannica Mussolini non sarebbe entrato in guerra, malgrado l’alleanza con la Germania. Egli entrò in guerra spinto dalla paura della Germania”. (archivio Grandi, b. 152, fasc. 199, sottofascicolo 6, ins.3, 1 agosto 1944, f.86).

Benito Mussolini

Si tenga presente che quando Mussolini il 10 giugno 1940 dichiara guerra alla Francia e l’Inghilterra non ne motiva oggettivamente la ragione, è generico nelle accuse, e fatto ancora più grave non ha riunito il Gran Consiglio per deliberare collegialmente una scelta così terribile. Se ci fosse stata una intesa con Churchill, questa omissione invece avrebbe avuto un suo motivo, preservarne l’assoluta necessaria segretezza.

Che ruolo giocherebbe dunque Mussolini e l’Italia nel conflitto? Quali i rapporti con l’alleata ufficiale: la Germania, e l’ormai ambiguo amico nemico: l’Inghilterra!? Beh certo, se le cose stessero davvero così questo sarebbe un altro incredibile motivo per cui il Primo Ministro britannico vuole la morte del Duce, il cui ruolo al tavolo della pace assumerebbe una forza a dir poco shakesperiana!

CHURCHILL

Forse la verità sta in mezzo. Mussolini ha forzato il senso delle intenzioni di Churchill. L’Inghilterra aveva fatto promesse enormi, sacrificando possedimenti propri ed ancor più quelli francesi, pur di ottener garantita la non belligeranza italiana. In ogni modo la parola “fine” su questo argomento la si potrà apporre soltanto dopo che si riuscirà concretamente a saperne di più su questi scomparsi documenti segreti.

Testimone di quanto i documenti segreti fossero per Mussolini l’unica via di salvezza è una telefonata tra Claretta e Benito del 2 aprile 1945 intercettata dal servizio di ascolto tedesco:

“I Savoia, Badoglio e soci stanno facendoci un tranello! Tu per loro sei un fuorilegge, un condannato a morte. Ascolta il mio consiglio: stai in guardia! Hanno tutti l’interesse a farti tacere per sempre! Tu dici: parlano i documenti. Ma loro sanno che i documenti si comperano, si rapinano, si distruggono. Un fatto è sicuro: se tu, se il carteggio, dovesse essere un giorno in loro possesso, le tue ore di vita, nonché quelle del carteggio, sarebbero contate! Ben, ti supplico, non prendere decisioni senza consultarti con chi sai!”

Claretta Petacci e Benito Mussolini

Chi potrebbe essere questo misterioso consigliere del Duce di cui parla Claretta? Un italiano? Un tedesco? Un inglese?  Americano? Un uomo dei servizi, o semplicemente qualcuno di cui ci si illude? Mussolini sta già impostando una possibile strategia difensiva e la va concordando con un avvocato di fiducia? Ma per difendersi da che cosa? E con quali argomenti risolutivi? E questi verterebbero sul diritto internazionale, o sul ricatto?

I “Diari” di Claretta Petacci presso l’Archivio Centrale dello Stato verranno desecretati solo nel 2015, accampando la scusa che trattino solo di vicende private. Ma è in quei diari forse che potrebbe emergere il nome del personaggio a cui si allude per chiedere aiuto!


Febbraio 1945

Secondo Enrico Mattei il CVL emette una ordinanza per la quale tutti i gerarchi fascisti, dagli ex federali ai gradi più elevati, se sorpresi armati, o insieme a colonne armate tedesche sono passibili della pena di morte dopo un giudizio da emettersi da un tribunale di guerra composto da tre ufficiali partigiani.

18 aprile

VILLA FELTRINELLI

Gargnano: Villa Feltrinelli

Mattino:

  • – Mussolini lascia Villa Feltrinelli, a Gargnano sul lago di Garda, diretto a Milano. A Gargnano rimangono Rachele con i figli Romano e Anna Maria.
  • – Mussolini va a Milano per vedere di avviare le trattative per una resa della Repubblica di Salò, cercando un compromesso con i capi della resistenza e gli angloamericani, tramite la mediazione del Cardinale Schuster.


23 aprile

Mussolini con il medico Georg Zachariae

Milano

  • – Mussolini abita nel suo appartamento alla Prefettura di Milano, in via Monforte. Via-vai di gerarchi, Pavolini, Romualdi,  Amicucci il direttore del “Corriere della Sera”, Gatti il segretario personale, Zerbino il ministro dell’Interno, eppoi il colonnello della GNR Gelormini, il federale Costa, il prefetto Bassi, il questore Larice, Renato Ricci, Carlo Silvestri, il figlio Vittorio, il capo della polizia Renzo Montagna, il maresciallo Graziani.
  • La sua salute è seguita dal dottor Zachariae, che Hitler gli ha posto a fianco. Me per seguirne più da vicino le sue vicende private, come attendente, Hitler gli ha inserito in famiglia – a Gargnano – il giovane tenente delle SS Hans Dieckeroff. Ed a seguirlo nei suoi movimenti esterni vi è l’ispettore di Polizia Otto Kisnatt, comandante della sua guardia del corpo.
  • – In serata Mussolini sente Rachele per dirle di partire subito e di trasferirsi a Monza alla Villa Reale.


25 aprile

Sandro Pertini

Milano

ore 8.00 – 8.30

  • – Piove. Alle ore 8 del 25 aprile, a Milano, nella biblioteca del collegio dei Salesiani di Via Copernico giungono cinque uomini del CLNAI (Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia) Giustino Arpesani, Achille Marazza, Sandro Pertini, Emilio Sereni e Leo Valiani.
  • – Il decreto che essi firmano afferma: “I membri del Governo Fascista e i gerarchi del fascismo colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, di aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del Paese, e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi, con l’ergastolo”.
  • – Non viene fatto il nome di Mussolini, ma lo si sottintende in modo evidente. Si discute ancora se su quel nome ci fosse unanimità. Qualcuno avanza l’ipotesi che il democristiano Marazza ed il liberale Arpesani non fossero d’accordo.
  • – Tuttavia la condanna a morte di Mussolini non vuol dire la sua immediata uccisione.
  • – Riccardo Lombardi ha fatto preparare in Piazza Diaz a Milano un alloggio opportunamente difeso per portarvi il prigioniero.

ore 15.00

Francesco Maria Barracu

  • – Mussolini esce dalla prefettura per dirigersi all’Arcivescovado, dove l’aspetta il cardinale Schuster. Sono con lui il sottosegretario Barracu, il ministro Zerbino ed il prefetto Bassi, il maresciallo Graziani.
  • – Mussolini spera di trattare la resa con il CNL, ma non è disposto ad arrendersi tout court. I rappresentanti del CNL, Raffaele Cadorna, Achille Marazza (DC), Giustino Arpesani (PLI) e Riccardo Lombardi arrivano con un‘ora di ritardo e trovano un Mussolini innervosito.
  • – I piani di Schuster sono ambiziosi: persuadere i tedeschi ad arrendersi. Aspetta di momento in momento l’arrivo in Arcivescovado del comandante generale delle SS in Italia Karl Wolff per firmare dinanzi ai partigiani la resa. Avrebbe così sottratto Milano ed il Nord alle distruzioni ed evitato l’insurrezione. Mussolini, nelle sue mani, avrebbe affrontato una vita di espiazione, in prigionia, o in esilio.

MUSSOLINI E SCHUSTER

Ma Wolff manda a dire al Cardinale di non potere partecipare alla riunione perché sta firmando l’accordo con gli Alleati in Svizzera. Il colloquio con Mussolini si interrompe bruscamente. Mussolini si sente preso in giro.  “Ci hanno sempre trattato come servi e alla fine mi hanno tradito!”– esclama. Anche i rappresentanti del CNL sono colti di sorpresa.

  • – Sandro Pertini, giungendo in ritardo quando Mussolini se ne sta già andando, sfoga la sua ira nei confronti di Arpesani e Marazza, minacciando che non avrebbe mai accettato la loro promessa di fargli salva la vita. Tuttavia i due controbattono che se il Duce torna in Arcivescovado per le ore 20, come da accordi, avrebbe potuto contare sulla loro parola.

Ore 17.00

  • – Uscito dell’Arcivescovado, Mussolini si chiude nel suo studio con Tarchi, Graziani, Pavolini, Romano, Liverani, Mezzasoma, Barracu, Pisenti, Silvestri, l’industriale Cella.
  • – Alla fine della riunione, decide di partire alla volta di Como…, forse con l’intenzione di rifugiarsi in Valtellina… o ancora… in Svizzera! O altri affermano… che lungo le sponde del Lago avrebbe dovuto incontrare degli agenti segreti provenienti forse d’Oltralpe con cui barattare la propria vita in cambio dei documenti che porta nella borsa.
  • – Sono con lui tutti i gerarchi e la scorta tedesca, venti SS al comando del tenente Fritz Birzer, che ha l’ordine di non lasciarlo fuggire, a costo di ammazzarlo.
  • – In quegli stessi momenti il CLN dà l’annuncio per radio dell’insurrezione.

Como

Ore 20.00

  • – Mussolini e i suoi arrivano a Como.
  • – Un camioncino Fiat Balilla in coda alla colonna, con molti documenti, si fermerà in panne nei pressi di Garbagnate.
  • – Viene abbandonato e ritrovato da partigiani democristiani, che tramite l’avvocato Luigi Meda siano stati fatti giungere alla segreteria vaticana (da monsignor Montini) e al Commissariato milanese del ministero dell’Interno. Episodio poco chiaro e palesamente contraddittorio visto che il Vaticano è a Roma e il commissariato del Ministero degli Interni è a Milano!
  • – Mussolini trascorre la sera nella prefettura di Como. Da alcune fonti, discusse, ma quasi attendibili, qualcuno dei fascisti presenti lì nel cortile della Prefettura sembra riconosca in una donna che entra in macchina la figura di Rachele Mussolini. E’ una affermazione dibattuta, ma che se fosse vera metterebbe ancora più pepe nella diffusa concitazione. Per quale motivo Mussolini avrebbe fatto giungere in segreto sua moglie a Como, quando sarebbe dovuta essere in salvo altrove?! Cosa avrebbe dovuto dirle? O consegnarle?! Documenti? Denaro? Cos’altro?

Menaggio

  • – Il federale di Como Paolo Porta trasferisce a tarda notte Mussolini a Menaggio nella villa di Enrico Castelli, vice federale. Il Duce è in attesa di una importante comunicazione: quale?
  • – Mussolini fa l’ultima telefonata alla moglie che, per ora, si è rifugiata con i figli a villa Mantero. E’ l’ultima volta che si parlano. Cosa si sono detti? E se fosse vero il loro incontro a Como, non sarebbe potuto essere una telefonata di conferma, o di smentita, inerente quello su cui si sarebbero accordati?

26 aprile

  • – Rachele Mussolini, al mattino (ore?), accompagnata da Buffarini Guidi, tenterà di passare il confine a Ponte Chiasso. Verrà fermata e rispedita indietro. Cosa avrebbe potuto dargli Mussolini da portare in Svizzera? Gli è stato sequestrato? Cosa poteva essere di tanto importante?
  • – Rachele troverà rifugio con i figli in una casa in via Bellinzona a Ponte Chiasso, dove vive un suo amante francese, uno dei brigatisti che l’accompagnano.

Menaggio

Ore 5.00

  • – Mussolini viene raggiunto a Menaggio da Claretta Petacci, insieme a lei il fratello Marcello, la di lui moglie Zita Ritossa e i figli.

Grandola: Hotel Miravalle

Ore 8.30

  • – Mussolini, con Claretta, Porta, il maggiore Fiaccarini (Gnr) e l’autista Pietro Carradori dopo un tentativo di seminare la scorta nazista si spostano all’albergo Miravalle di Grandola.
  • – Durante il giorno Claretta e Mussolini sono visti colloquiare con alcuni sconosciuti sul retro dell’albergo. E ancora forse tentano di inoltrarsi nel bosco. Ma è subito raggiunto da Birzer che minaccia di sparare se varca il confine. Sembra che Mussolini abbia intenzione di recarsi in Svizzera, per esigere chiarimenti dagli inglesi (Sir Clifford John Norton) quanto alle garanzie che essi offrono prima della consegna del suo famoso carteggio.
  • – Nel suo peregrinare, Mussolini è pedantemente seguito dai gerarchi: Buffarini Guidi, Tarchi, Mezzasoma, Pallottelli. Cui si aggiunge anche la figlia naturale Elena Curti, che li ha raggiunti a Menaggio in quanto facente parte della segreteria di Pavolini.

Elena Curti

Ore 11.00

  • – Arriva il prefetto di Novara, Enrico Vezzalini, uno dei giudici che condannò a morte Ciano a Verona. Sul suo camion un morto e dei feriti per uno scontro con i partigiani.
  • – Intanto la giornata trascorre nell’incertezza se andare in Svizzera (ipotesi Buffarini Guidi), o no. In una intervista a Jean Pierre Jouvet, negli anni ’60, Birzer affermò che in quella occasione più volte fu costretto ad alzare le armi contro il Duce per impedirgli di abbandonare l’Italia.

Menaggio

Sera tardi – notte

  • – Durante la notte Mussolini convoca più volte il tenente Otto Kisnatt per esaminare carte geografiche e possibilità di scampo.
  • – Si ode un rombo di motori: è una autocolonna tedesca con reparto di contraerea al comando del tenente Fallmeyer: è diretta in Valtellina e di qui in Alto Adige.

Otto Kisnatt

27 aprile

Menaggio

Ore 5.00

  • – Mussolini dà l’ordine di accodarsi alla colonna tedesca di Fallmeyer.

Ore 6

  • – Si mettono in movimento.
  • – In testa l’autoblindo di Pavolini (arrivato da Como, dove pensava di trovare migliaia di brigatisti neri.
  • – Dietro Pavolini l’automezzo con le SS di Birzer. Gli si accoda quella di Mussolini che viaggia con Bombacci e Barracu. Dopo di lui le vetture dei gerarchi e di Claretta con il fratello. A Claretta, Mussolini ha consegnato una borsa scottante del carteggio Churchill (?). Ma questa è la borsa di cui parla Urbano Lazzaro, che Claretta cede a Zita Ritossa (?) e di cui si sono perse le tracce? Marcello Petacci quando viene arrestato da “Bill” dice di avere un appuntamento importante con sir Norton in Svizzera, cui deve assolutamente consegnare importanti documenti. Sono questi quelli di Claretta ricevuti da Mussolini, o altri? Pare che Churchill poi cercherà per mesi e anni quella borsa, mobilitando servizi segreti di molti paesi, nonché la figlia Sarah.
  • – Dopo Mussolini, gerarchi e scorta nazista seguono altri automezzi tedeschi (40) e (12) autovetture italiane. L’autocolonna è lunga quasi un chilometro.
  • – Hanno percorso un bel po’ di strada quando Mussolini viene invitato a salire, insieme ai documenti sull’autoblindo di Pavolini.

Uno dei camion della Colonna tedesca a Dongo, 27 aprile 1945

Domaso

Ore 6.30

  • – Il partigiano “Bill” riceve comunicazione dal partigiano “Aldo” della partenza da Menaggio di una autocolonna tedesca e fascista. Urbano Lazzaro “Bill” si predispone per poterne bloccare la marcia.

Musso

Ore 7.00 – 8.00

  • – Fra le 7 e le 8 del mattino la colonna tedesca e i gerarchi fascisti vengono fermati da un commando partigiani a Musso, a pochi chilometri da Dongo. I garibaldini hanno sparato brevi raffiche in aria. I tedeschi rispondono con raffiche di mitraglia sparate in ogni direzione. Ne è vittima innocente un anziano operaio della ditta Scalini di Musso che si recava al lavoro in una cava di marmo. Sugli autocarri germanici sono piazzate sei mitragliatrici contraeree.
  • – A fermare i tedeschi ed i fascisti è la 52a. Brigata d’assalto partigiana Luigi Clerici, composta da 4 persone: il comandante “Pedro” (il conte Pier Bellini delle Stelle), il commissario politico “Pietro” (Michele Moretti), il vice commissario politico “Bill” (Urbano Lazzaro), il capo di Stato maggiore “Neri” (Luigi Canali).
  • – Dopo la breve sparatoria iniziano le trattative tra “Neri” e l’ufficiale tedesco Fallmeyer.
  • “Neri” non può prendere decisioni, deve parlare con il suo Comandante “Nicola”, che si trova a Chiavenna.
  • – Viene inviato a parlarci “Pedro” con Fallmeyer, insieme ad Alois Hofmann, un cittadino svizzero, che funge da interprete.
  • – Nel frattempo alcuni fascisti fuggono cercando rifugio per sè e i propri valori nelle case di Musso e Dongo.
  • – Don Mainetti (a cui si rivolgeranno per cercare protezione Bombacci e alcuni gerarchi) riconosce Mussolini, che uscito dall’autoblindo, vuole sapere che cosa stia succedendo.
  • – Il sacerdote avverte i partigiani della presenza del Duce.

Dichiarazione del Comandante Pedro e del Commissario Urbano Lazzaro “Bill”: fu Giuseppe Negri a scoprire e riconoscere Mussolini.

Ore 12.30

  • – La staffetta partigiana ritorna a Musso. E’ stato deciso che i tedeschi possano andare fino a Ponte del Passo. I fascisti devono essere fatti prigionieri.
  • – Più in dettaglio viene detto che i tedeschi hanno trattato la prosecuzione del viaggio per se stessi, i fascisti dovranno fare altrettanto da soli. In particolare Fallmayer fa notare ai partigiani che gli occupanti dell’autoblindo sono tutti italiani.
  • – Ad avvicinarsi al blindato sono “Bill”, “Pedro” e “Pietro”. Lo comanda il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Francesco Barracu, è vestito in borghese, con l’occhio coperto dalla benda nera, con all’occhiello il distintivo della medaglia d’oro. Accanto a lui il colonnello Vito Casalinovo e Idreno Utimpergher. Nell’apprendere che il conte Pier Bellini delle Stelle “Pedro” è di Firenze, Barracu, con sollievo gli dice che anni prima aveva conosciuto il colonnello suo padre.
  • -Alla richiesta di quali fossero le intenzioni degli occupanti l’autoblindo Barracu gli spiega che vorrebbero raggiungere Trieste ed il confine jugoslavo per combattere contro i comunisti ed i partigiani titini. Il tono del vecchio eroe della Grande Guerra è umano e conciliante, i partigiani sono un po’ scossi dall’emozione, ma sono costretti ad impedire la prosecuzione del viaggio.
  • – I tedeschi si vorrebbero accingere a partire, ma fra loro c’è Mussolini, un vero problema perché hanno preso l’impegno con Hitler di proteggerlo in ogni modo e non può essere abbandonato. Si escogita il travestimento. Mussolini non vuole. Viene convinto da Claretta. Gli viene fatto indossare il pastrano di un caporale della Wermarcht ed un elmetto, poi sale su un autocarro, il n. 34.
  • – L’autoblindo dei fascisti si accosta per permettere il transito dei tedeschi. Alcuni partigiani restano a parlare con il suo equipaggio per convincerlo alla resa. “Bill” va via. A trattare con gli uomini dell’autoblindo rimane Pier Bellini delle Stelle “Pedro”.
  • -Barracu insiste per poter tornare a Como, “Pedro” dà l’assenso e vengono date disposizioni perché il posto di blocco presso Musso faccia passare il mezzo. “Pedro” si allontana. Ma insorge un equivoco sanguinoso. L’autoblindo, che in realtà è solo un camion con rivestimento corazzato della Brigata Lucca, stenta a muoversi, allora il guidatore dà una forte sgasata al motore ma il mezzo reagisce con un movimento brusco verso il centro della strada. I partigiani pensano che sia una manovra di attacco e fanno fuoco. Gli uomini dell’autoblindo rispondono ed il conflitto si protrae per un cinque minuti.
  • -Un fascista viene ucciso mentre Barracu rimane ferito ad un braccio. Tutti si arrendolo. Solo Pavolini, seguito da Porta, fugge verso il lago rincorso da una decina di partigiani. Porta viene catturato subito, invece Pavolini si nasconde tra le rocce a pelo d’acqua gravemente ferito da alcune fucilate all’addome ed alla testa.

La linea viola indica il percorso di Mussolini; in rosso sono tratteggiate le possibili deviazioni stradali per valicare il confine svizzero, mentre in giallo è riportato il percorso più corto per la Valtellina – quest’ultimo tuttavia richiedente il maggior tempo di percorrenza, date le condizioni della strada in quel tempo e il rischioso attraversamento di un ponte sull’Adda)

Cattura di Mussolini

Dongo

La cattura di Mussolini è stata raccontata in vari modi. I protagonisti sono 8 partigiani divisi in due gruppi che hanno le stesse perplessità sul medesimo camion. Sono Giuseppe Negri, marinaio di Dongo, l’ex-carabiniere Carlo Ortelli, Battista Piralli, il maresciallo di finanza Francesco di Paola, il geometra Mattarella, Giuseppe Rubini, Rizieri Molteni e Ugo Torri. Negri durante l’ispezione del quinto camion nota nell’angolo anteriore destro un uomo seduto, accoccolato, con l’elmetto, il pastrano chiuso, sembra addormentato. “Camerata ubriaco…vino” – dice un soldato tedesco.

Negri si insospettisce. Avvisa il partigiano con il grado più alto, il ventenne Bill. Mottarella e Bill chiedono allo sconosciuto che, nel frattempo, si è messo gli occhiali da sole: “Italiano?” e quello risponde: “Italiano”, levandosi in piedi, mentre Bill gli toglie gli occhiali. Tiratogli giù il bavero dal pastrano Bill esclamerebbe: “Cavalier Benito Mussolini”.

Urbano Lazzaro “Bill”

Mussolini scortato da Bill, da Rubini e da Ortelli viene fatto scendere dal camion e scortato nel municipio di Dongo. La folla rumoreggia. Mussolini è portato in una stanzetta a sinistra, al piano terreno, dove si siede su di una panca e depone sul tavolo una borsa (una sola) di documenti. Poco dopo arrivano gli altri gerarchi arrestati: Barracu, Calinuovo, Utimpergher, Paolo Porta. E più tardi Pavolini, ferito.

Nel frattempo in municipio arrivano il capitano “Neri” e la partigiana “Gianna” e i gerarchi che si erano consegnati a don Mainetti. Sui tavoli del municipio si accumulano valigie, borse, portafogli, lire italiane, sterline, gioielli, pesetas, franchi svizzeri, sequestrati ai gerarchi.

Una foto degli ultimi giorni di Mussolini con Pavolini e Barracu

Bill dà un’occhiata alla borsa di Mussolini. “I documenti che sono qui dentro sono segreti. Sono di importanza storica grandissima” commenta il Duce. Incartamenti del processo di Verona, corrispondenza Mussolini-Hitler, informative su Umberto di Savoia.

Nel frattempo Marcello Petacci e la sua famiglia è fermato con documenti falsi, da console spagnolo. Bill si insospettisce e li fa accompagnare in Municipio a “Dongo”.

Vien da riflettere sul comportamento tedesco davvero paradossale ed abbastanza abietto. Hanno impedito a Mussolini – fino a qualche ora prima – ogni via di scampo e di fuga. Adesso invece, all’improvviso lo abbandonano a se stesso nelle mani dei partigiani. Viene il sospetto che abbiano voluto tenersi Mussolini ad ogni costo per poterlo usare come merce di scambio in caso di difficoltà.

Marcello Petacci

Dongo – Municipio

Ore 17.10

  • Il farmacista di Dongo cura le ferite al braccio di Francesco Barracu. Solo lesioni ai muscoli, nulla di grave. Quando giunge poi Pavolini, grondante sangue, anche lui viene curato.
  • Il capitano pilota Pietro Calistri, che si trova nella colonna per puro caso, consegna la sua pistola al partigiano “Bill” e chiede che vengano controllati i suoi documenti perchè sulla sua identità non insorgano equivoci. Viene fatto entrare nella stessa stanza dove sono già Marcello Petacci e famiglia.

Pietro Calistri

Milano

Ore 17.30

Giovanni Bruno Lonati, valoroso giovane partigiano, protetto da Aldo Lampredi, è presso le scuole di Viale Lombardia a Milano, sta interrogando alcuni fascisti arrestati. Inaspettato sopraggiunge il “capitano John” Maccaroni. Lonati lo conosce da metà marzo. John gli chiede di prendere con sè armi e due uomini fidati per recarsi sul Lungolago.

I partigiani che li seguono sono invece tre. Nomi di battaglia: “Bruno”, “Gino” e “Lino”. Le armi: Beretta calibro 9, mitra Sten, bombe a mano. L’auto è una Fiat 1100 sequestrata ad un medico.

La condanna a morte di Mussolini è stata decisa dai comunisti, Luigi Longo, Pietro Secchia ed Emilio Sereni, dai socialisti Sandro Pertini e Riccardo Lombardi e dagli uomini del Partito d’Azione, Leo Valiani e Ferruccio Parri.

 La direzione del PCI, secondo una delle molte versioni, incarica della futura fucilazione materiale del Duce il funzionario militare Aldo Lampredi, nome di battaglia “Guido” (miliziano della Ceka, combattente in Spagna alle dipendenze del generale dell’Armata Rossa Alexandr Orlov, ossia Lew Feldbin) e Walter Audisio (ragioniere di Alessandria) uomo di fiducia di Luigi Longo.

Ore 18:

L’articolo 29 del “Lungo Armistizio” firmato da Badoglio il 29 settembre 1943 dinanzi al generale Eisenhower prevede esplicitamente la consegna di Mussolini, vivo, agli Alleati:

“Benito Mussolini, i suoi principali associati fascisti e tutte le persone sospette di aver commesso delitti di guerra o reati analoghi, i cui nomi si trovino sugli elenchi che verranno comunicati dalle Nazioni Unite e che ora o in avvenire si trovino in territorio controllato dal Comando militare alleato o dal Governo italiano, saranno immediatamente arrestati e consegnati alle Forze delle Nazioni Unite. Tutti gli ordini impartiti dalle Nazioni Unite a questo riguardo verranno osservati”.

E’ logico dunque che gli Alleati si attivino mettendosi in contatto con il comando partigiano. Ed infatti…

  • – Presso il Comando del CVL in Via del Carmine giungono a Milano alcuni messaggi radio molto precisi:

-“Al Comando Generale e CLNAI. Fateci sapere esatta situazione Mussolini. Invieremo aereo per rilevarlo. Quartier Generale Alleato”. Sono inviati dal comando Operativo dell’Office of Secret Service americano di stanza a Siena. Sono firmati dal maggiore Max Corvo.

-“A CVL e CLNAI. Aereo che verrà a ritirare Mussolini atterrerà ore 18, domani, all’ aeroporto di Bresso. Preparate segnali di atterraggio”.

-“Per CLNAI. Il Comando Alleato desidera immediatamente informazioni su presunta locazione Mussolini, dico Mussolini. Se è stato catturato si ordina egli venga trattenuto per immediata consegna al comando alleato. Si richiede che voi portiate queste informazioni alle formazioni partigiane che avrebbero effettuato la cattura, con assoluta precedenza”.

“Per il CLNAI, dico CLNAI. XV Gruppo di Armate desidera portare Mussolini e Graziani, dico Mussolini e Graziani, alla sede del Comando Alleato”.

  • – Contemporaneamente uno dei responsabili della OSS americana per l’Italia, Max Corvo, dà ordini perché accorrano da ogni luogo sia italiano che svizzero tutti i comandanti della missioni OSS disponibili. Così per la sera del 27 giunge a Como il tenente Larry Biglow con il suo radiotelegrafista Mario Zirafa.

Vien da chiedersi come mai gli agenti americani, pur essendo forse partiti in anticipo sembrano svolgere un ruolo solo di spalla rispetto alla cattura di Mussolini. Il fatto è che proprio per l’esser giunti per primi sono costretti a una serie di diversivi che li allontanano dal loro obiettivo principale.

Il capitano Emilio Daddario, per esempio, a Cernobbio deve accettare la resa del generale Graziani ed accompagnarlo a Milano. Poi, a Como, quella del generale tedesco Hans Leyers e dei suoi uomini. E coinvolti per conto dell’OSS in quelle operazioni sembrano esserci anche molti ufficiali italiani: il tenente pilota Vico Rosaspina, il tenente paracadutista principe Oberto Carega, il tenente Vittorio Bonetti, il capitano Cancarini Ghisetti, Aldo Spini, Pino Dario, Pino Romano, Mario Tognato.

Emilio Quincy Daddario con John Kennedy

Vi si aggiunge il tenente Aldo Icardi, con la missione “Crysler”. Vi sono anche donne Silvia Blanchard e la figlia dell’ambasciatore Tony Reale.

La sera del 27 aprile giungono a Como anche i componenti della Missione mista accreditata presso l’Oltrepò Pavese, capomissione ne è il sergente maggiore dell’OSS Frederick Horback.

E la dimensione informativa ed operativa non si ferma qui. Bisogna riflettere anche sulla presenza di personaggi che sono sì agenti ante litteram ma allo stesso modo decisamente efficaci. Sul lungolago, a Tremezzo, vive un cittadino inglese Landels il quale è in contatto con la Special Force. In un’altra villa abitano i cugini di Sir Neville Henderson, l’ambasciatore inglese a Berlino fino allo scoppio della guerra. Anch’essi si muovono con ampio margine di libertà sempre tollerata anche dai tedeschi.

Dongo

Ore 19:

  • – Viene stilato un primo elenco dei fascisti prigionieri, su carta intestata del Comune di Dongo, con l’aggiunta di Comitato di Liberazione nazionale – Corpi Volontari della Libertà – Comando 52.a brigata Clerici. Seguono i 31 nomi dei personaggi più illustri. In calce al documento, a sinistra, la firma del Commissario “Pietro”, a destra, quella del comandante “Pedro”, al centro a mano la firma “Neri”.
  • – Intanto si avverte il C.L.N.A.I. a Milano della cattura di Mussolini. Si chiedono istruzioni. La risposta è “Custodite bene il prigioniero con tutti i riguardi; non gli sia torto un capello; piuttosto di fargli violenza, in caso di tentativo di fuga, lasciatelo fuggire” (!!!!)
  • – Mussolini prende in disparte “Pedro” e gli chiede un favore: portare i suo saluti alla signora arrestata con il console spagnolo. E’ così che Pedro viene a sapere di Claretta Petacci, che sulle prime nega di conoscere Mussolini. Poi, commossa e trepidante, rivela tutto il suo amore per Mussolini e chiede di potere essere ricongiunta a lui. “Pedro” consultatosi con “Neri” promette di esaudire il desiderio della donna.

Pier Luigi Bellini delle stelle detto Pedro

Brunate

Ore 19.30

  • – John Maccaroni, Bruno Lonati, “Bruno”, “Gino” e “Lino” giungono in una villa di Brunate, paese sopra Como. Perché Lonati nelle sua testimonianza non dice il nome della villa?
  • – A Brunate c’è “Franco” della Special Force britannica
  • – Franco li avverte che la loro missione sarà facilitata dalla presenza di un uomo dei servizi segreti britannici vestito da “alpino” che incontreranno sulla destra della strada dopo Tremezzo. Costui gli indicherà la strada per raggiungere il luogo dove sono custoditi Mussolini e Claretta.

Malcom Smith, detto Johnson. Capo del controspionaggio inglese in Italia

Milano

Ore 21:

  • -Sandro Pertini alla radio di corso Sempione dichiara:

 “Il capo di questa associazione a delinquere, Mussolini, mentre giallo di livore e di paura tentava di varcare la frontiera svizzera, è stato arrestato. Egli dovrà essere consegnato al tribunale del popolo perché lo giudichi per direttissima. Questo noi vogliamo, nonostante che pensiamo che per quest’uomo il plotone di esecuzione sia troppo onore. Egli meriterebbe di essere ucciso come un cane tignoso.”

Per Pertini cosa vuol dire “processato per direttissima”? l’uccisione dei gerarchi a Dongo e di Mussolini a Giulino di Mezzegra è un effetto di questo processo per direttissima?

da sinistra, i capi partigiani: Ilio Barontini, Walter Audisio, Francesco Moranino

Germasino: Caserma Guardia di Finanza

Ore 21.30

  • – Da Dongo. “Neri” prende in consegna Mussolini e decide il suo trasferimento a Germasino presso la caserma della Guardia di Finanza. Qui Mussolini cena per l’ultima volta con i finanzieri. Vengono usate due macchine per il trasferimento.
  • “Neri” e “Pedro” poi ritornano a Dongo per incontrarsi con Bill.

Milano

Ore 23.00

  • – Quando giungono presso la sede del Corpo Volontari della Libertà, Pertini, Sereni e Longo si fermano a discutere su chi debba essere il materiale esecutore del Duce!
  • – Sandro Pertini propone Italo Pietra, il quale ribatte che non può essere lui, essendo questo compito della Polizia Militare Partigiana. Lo stesso risponde Luchino dal Verme. Si rifiuta anche il figlio di Alberto Mario Cavallotti che ha preso un po’ di tempo per pensarci. Allora Pertini ne dà ordine a Walter Audisio, che rappresenta la Polizia Militare. 

“Uccidere Mussolini!” ma questa è affermazione contestata da altre fonti. Audisio non riceverebbe l’ordine di far fuori Mussolini ma di portarlo vivo a Milano insieme ai gerarchi catturati a Dongo.

Walter Audisio

Altre fonti aggiungono la variante che Walter Audisio partirebbe con l’incarico di portare tutti vivi a Milano per poi fucilarli a Piazzale Loreto in memoria dei 15 partigiani uccisi dalla Legione Ettore Muti il 10 agosto del 1944. Era stata una rappresaglia per l’attentato compiuto da Gappisti comunisti contro un camion tedesco che distribuiva cibarie all’angolo di piazzale Loreto.

La realtà è che forse sono stati dati due ordini, uno, segreto: uccidere Mussolini; l’altro, ufficiale: portare i fascisti prigionieri a Milano. Quanto all’esecutore ufficiale di Mussolini è difficile dire per certo chi sia. Bisogna tener conto un aspetto peculiare della prassi operativa degli uomini del PCI.

Per loro, al fine di impedire l’identificazione degli uomini che portano a termine una missione, la prima regola è quella che chi la compie debba assumere il nome di battaglia, la funzione e il grado di comando di un suo compagno di grado gerarchicamente inferiore ma operante nella sua stessa zona, altresì munito dei documenti autentici di un terzo compagno, o collaboratore, sempre di livello gerarchico inferiore al suo.

Emilio Sereni

Detto questo, per qualunque nome ufficiale, bisogna tener presente il suo valore relativo. Anche questa è una delle ragioni per cui a tanti anni di distanza è così difficile poter dire qualcosa di veramente preciso intorno al quel 28 aprile 1945.

Messa in moto la spedizione di morte, agli Alleati si risponde subito con un fonogramma:

“Spiacenti non potervi consegnare Mussolini, che processato dal tribunale popolare è stato fucilato stesso posto ove  precedentemente fucilati da nazifascisti 15 patrioti”.

Il messaggio viene portato da una staffetta all’ufficiale di collegamento Giuseppe Cirillo, operatore della principale radio clandestina del CLN, che lo trasmette al comando alleato di Siena, dove a riceverlo c’è il futuro dirigente comunista Antonello Trombadori. Il messaggio consegnato a Cirillo è scritto a matita e privo di firma.

A parte il fatto che non si sa materialmente chi ha dettato un sì grave ordine, rimane da chiederci anche come mai l’estensore fosse così certo almeno della futura morte di Mussolini, quando costui è ancora in vita e può godere ben altra sorte?!

28 aprile
Bonzanigo di Mezzegra – Notte

Casa de Maria a Bonzanigo di Mezzegra, dove Mussolini e la Petacci trascorsero l’ultima notte.

Ore 24 (??)
(Versione Dorina Mazzola)

  • -Molti uomini armati (partigiani?) salgono per via del Riale verso Casa De Maria a Bonzanigo.

Ci sono anche due donne. Chi sono queste donne? Non lo sappiamo. Sono partigiane e partigiani connessi alla futura morte di Mussolini che avverrà al mattino in quello stesso luogo? Oppure sono agenti di qualche servizio segreto? Tutto quel trambusto notturno è una semplice coincidenza, o qualcos’altro?

Col tempo mi vado sempre più convincendo che queste persone non siano altro che Mussolini e Claretta accompagnati dai partigiani a Casa De Maria. Mi vado sempre più convincendo che – i nostri – nella notte, a Moltrasio, ad attendere la barca degli americani che avrebbe dovuto portare in salvo il Duce e l’amante, non ci siano proprio andati preferendo mettere i due immediatamente al sicuro (dubbio di Cicchino).

Dorina Mazzola

Dongo

Ore 1

“Bill”, che ha depositato le borse dei documenti ricevute da Mussolini in banca a Domaso, viene lasciato a presidiare i prigionieri nel municipio di Dongo. Altre due borse consegnerà il 28 aprile al garibaldino Lorenzo Bianchi dopo aver bloccato l’esecuzione del presunto Vittorio Mussolini (alias Marcello Petacci) dietro il convento di cappuccini di Dongo.

Germasino: Caserma Guardia di Finanza

Ore 1.45

  • “Pedro” (Pier Bellini delle Stelle) con i suoi uomini ritorna alla caserma dove è tenuto prigioniero Mussolini. Lo sveglia e gli comunica che dev’essere trasferito. Hanno un appuntamento con il “Neri”, “Gianna” e la Petacci. Fasciano il capo a Mussolini per non farlo riconoscere lungo la strada.
  • Alle porte di Dongo, vicino alle officine Ferriere della Falck Claretta e Mussolini si rincontrano. Dopo un breve colloquio i due vengono obbligati e risalire ciascuno sulla sua auto. Subito dopo ripartono.
  • La testimonianza di Urbano Lazzaro invece è che non sia affatto vero che Claretta abbia atteso in macchina presso le Ferriere Falck ma che invece siano stati i partigiani con a bordo Mussolini a giungere in piazza a Dongo perché si accodasse la macchina con Claretta.

Pier Luigi Bellini delle Stelle “Pedro”, comandante della 52a Brigata Garibaldi, al centro con barba e baffi.

Moltrasio

Ore 3:

  • “Neri” e “Pedro” proseguono con i prigionieri in direzione Como, si fermano a Moltrasio dove rimangono in attesa di una barca (degli americani?) che avrebbe dovuto portare Mussolini a villa Cadermatori a Blevio, da dove poi sarebbe stato trasportato all’aeroporto di Blesso e probabilmente messo in salvo in una località segreta. Sono le 3, di notte. E’ un piano di fuga concordato con il generale Cadorna, comandante generale del Cvl e il colonnello Sardagna, comandante del Cvl di Como. 

La posizione di “Neri” in questo caso, suscita qualche perplessità in “Pedro” e “Pietro” (Michele Moretti). Bisogna tener conto che nei confronti di “Capitano Neri” era già stato emesso nel gennaio 45, una condanna di morte dal comando dei partigiani comunisti milanesi per una accusa di “tradimento”, mai verificata.

  • – La barca non arriverà.

Come mai? Cosa e’ accaduto di imprevisto? Si è affermato anni dopo che il fatto di vedere delle esplosioni verso Como abbia creato dei timori ed abbia convinto la sparuta comitiva a tornare indietro. In effetti, se “Pedro” e compagni, a Moltrasio, stavano in attesa di una barca con agenti americani, sembra strano che non siano informati del fatto che il generale americano Truscott, che avanzava verso l’Adige, ha fatto deviare verso Como la 1.a Divisione corazzata e la 34.a di fanteria e che vi stanno giungendo proprio nel corso della notte. Sarebbe stato sufficiente proseguire dunque! Invece tornano indietro. Anche questo è un episodio che non e’ stato mai chiarito, da alcuni sorvolato, da altri messo in discussione.

Il partigiano Guglielmo Cantoni “Sandrino” o “Menefrego” (1924 1972) questa è una immagine del 1946

  • – Su suggerimento della partigiana “Gianna” Giuseppina Tuissi il “capitano Neri” decide di condurre Mussolini e Claretta presso Casa De Maria a Giulino di Mezzegra. I De Maria sono una famiglia di contadini che “Neri” conosce bene. Lia De Maria era stata la balia di suo cognato. Inoltre è la zia carnale del partigiano “Lino” che fa parte della missione.

Urbano Lazzaro, ed a ragione, non crede affatto che Mussolini e Claretta siano stati condotti a Moltresio, bensì – cosa più certa – direttamente a Casa De Maria.

Luigi Canali, “capitano Neri” e Giuseppna Tuissi “Gianna”

Bonzanigo di Mezzegra

Ore 4.00 – 5.00 circa del mattino

  • – Mussolini e Claretta giungono a Casa De Maria a Giulino di Mezzegra. Lia e Giacomo vengono svegliati da “Neri” e obbligati ad ospitare Mussolini e la Petacci. Ad accompagnare i prigionieri, oltre al “Neri”, a “Pedro”, a “Gianna”, ci sono Michele Moretti, Lino e Sandrino ”Menefrego”. Vengono lasciati di guardia solo “Lino” e “Sandrino” gli altri vanno via.

Colpisce un fatto: come mai a custodia di Mussolini vengono lasciati solo due partigiani e non si organizza invece un presidio!? A proteggere il Duce non è sufficiente l’essere lì in anonimo? Ma dalla testimonianza di Dorina Mazzola non abbiamo visto che Casa De Maria è frequentata anche da altri gruppi di partigiani e di sconosciuti che giungono lì all’improvviso?!

La camera di Casa De Maria dove Mussolini e Petacci pernottarono la notte fra il 27 e il 28 aprile.

…dopo qualche tempo (mezz’ora …?)

Ma Mussolini e Claretta in casa De Maria vi entrano vivi o morti? “Bill” Urbano Lazzaro riporta nel suo libro, “de relato” una vaga indicazione riferita a Valerio, apodittica, decontestualizzata dai fatti, la quale affermerebbero che lui dopo averli uccisi… “Avrebbero nascosto i due cadaveri in una casa vicina che era circondata da un alto muro: nella casa abitava un amico e conoscente del capitano Neri… I due cadaveri vennero quindi trasportati subito nella casa dell’amico di Neri!”

Questo posto ha proprio le caratteristiche della casa dove abitano i De Maria, che sono amici del Capitano Neri! A questo ancora si aggiunga che nel testo dell’autopsia di Mussolini appuntato dal dottor Cova a Milano il 30 aprile 1945, si afferma che fu ucciso lo stesso giorno della cattura. E’ una affermazione buttata lì, forse per errore, tuttavia è un errore che fa riflettere.

A proposito. Il fatto che in tutti i racconti si dica che la testa di Mussolini fosse stata fasciata da bende, non può avere invece altro significato? …significare appunto il delitto! Non potrebbero aver permesso il ricongiungimento con Claretta proprio per ucciderli entrambi! Non potrebbero averli uccisi a Moltrasio?!

Fotografia di dubbia autenticità, ma comunque utile come ricostruzione. Rappresenta Mussolini seduto sul letto della stanza di casa De Maria, 28 aprile 1945. I dettagli della stanza da letto corrispondono al vero. Riconoscibile sul capo un inizio di fasciatura, posta per mascherarne la riconoscibilità, al momento del trasporto verso il luogo dell’esecuzione. Il viso di Mussolini appare però più grasso di come era l’aspetto del’ex duce negli ultimi giorni. L’altro corpo riverso sul letto corrisponderebbe a quello della Petacci, con la pelliccia. Se fosse stata autentica, sarebbe stata l’ultima foto di Mussolini da vivo: ma ripetiamo, il viso del Mussolini degli ultimi giorni non aveva la pinguedine nella zona del sottomento presente in questa foto, che è tuttora un mistero.

Aldo Alessiani, nell’ambito dei suoi studi critici sulla morte e le autopsie del Duce ipotizza che non sarebbe incoerente – da un punto di vista autoptico – ipotizzare la sua uccisione nella tarda notte del 27, rinuncia a questa possibilità solo per il fatto che testimonianze certe affermano che è in vita fino alla mattina del 28 aprile. (Dubbio di Cicchino)

Como

Ore 5.30 / 6

  • -Lasciati Mussolini e la Petacci, “Pietro” Michele Moretti, il “capitano Neri” e “Pedro” vanno a Como alla sede del locale Partito Comunista messo in piedi da Dante Gorreri.

Dante Gorreri era un parmigiano di 45 anni arrestato nel gennaio 1945 e rinchiuso insieme al “Neri” nelle carceri di Como. Sembra che il Gorreri non si comportò molto bene… Fece dei nomi? Il “Neri” fu testimone? Fatto sta che Gorreri fu liberato e “Neri” rimase in carcere. Gorreri fuggì in Svizzera… poi dopo qualche tempo tornò a Como.

“Guido” Aldo Lampredi in una tarda foto del dopoguerra, partecipò alla spedizione a Dongo e Giulino di Mezzegra il 28 aprile 1945 e che vide l’uccisione di Mussolini e Claretta e dei gerarchi

Si dice che Gorreri poi sia stato insieme a Pietro Vergani (“Fabio”) nel maggio 1945 tra i mandanti dell’uccisione di “Neri” e Gianna. La condanna a morte contro “Neri” fu emessa nel retrobottega di un negozio di proprietà del fratello di Mario Melloni (il futuro “Fortebraccio” de L’”Unita’”) da un tribunale comunista di cui fanno parte Pietro Vergani, Aldo Lampredi e Giovanni Pesce.

Sicuramente “Neri” era in contatto con i servizi segreti inglesi, dopo i contrasti che si ebbero fra lui e i dirigenti del PCI di Como in merito alla gestione del prigioniero Mussolini e del Tesoro di Dongo. Sicuramente “Neri” avrebbe voluto consegnare Mussolini agli inglesi (“Neri” era contrario alla sua uccisione senza processo) e probabilmente è lui che ha messo gli inglesi sulle tracce di Mussolini.( vedi L. Garibaldi LA PISTA INGLESE)

  • “Neri” e i suoi uomini giungono a Como per riferire della loro missione ai responsabili del PCI. Lino e Sandrino sono rimasti di guardia ai prigionieri. (Testimonianza di Michele Moretti resa in anni successivi).

L’ultimo scritto di Mussolini, redatto a Germasino, sopra Dongo, il 27 aprile 1945. “La 52a Brigata Garibaldina mi ha catturato oggi venerdì 27 aprile nella Piazza di Dongo. Il trattamento usatomi durante e dopo la cattura è stato corretto”.

Bonzanigo di Mezzegra: Casa De Maria

Ore: ??? della notte

Nei pressi di Casa De Maria si sarebbe fermato il cappellano militare don Luciano Ambrosini (di Vezzo, sopra Stresa. Cappellano militare delle brigate Giustizia e Libertà. Nel 1956 prete missionario in Sud America, ad Abatia – Paranà) 

Dalla casa sarebbe uscito qualcuno per dargli in consegna alcuni fogli scritti da Mussolini. Il Capitano Neri sarebbe tornato a Casa De Maria ed avrebbe consegnato a Mussolini una pistola per difendersi.

Ma allora, sarebbe tornato a Casa De Maria, prima di essere stato a Como, o dopo? Non potrebbe darsi che saputo a Como dell’intenzione di uccidere il Duce, sia tornato indietro e gli abbia consegnato la pistola? (Fonte Pisanò)

Il primo resoconto di Walter Audisio, ancora anonimo, sulla prima pagina dell’Unità del 1 maggio 1945

Milano

Ore 5.30:

  • “Valerio” e Lampredi e “Riccardo”, l’unico esperto di armi, escono dal comando del CLN di via Cusani per andare in viale Lombardia a prendere gli uomini per il plotone di esecuzione.

Che tutto in pratica sia poco chiaro, tra l’altro, lo dimostra il fatto che il generale Cadorna, informato da Audisio della sua missione, sul presto, telefona al carcere di San Vittore ordinando lo sgombero di 20 celle per far posto a Mussolini e i gerarchi catturati a Dongo.

In bianco e nero: Luigi Longo con la sua segretaria Francesca De Tomasi, estenditrice del cosiddetto Memoriale Audisio inerente la morte di Mussolini

Ore 7.00 secondo Bandini

  • – Walter Audisio, su una 1500 nera parte diretto a Como con un lascia passare a nome di Giovanbattista Magnoli rilasciatogli dal capitano dell’OSS americano Emilio Daddario. In macchina con lui “Riccardo” Alfredo Mordini e “Guido” Aldo Lampredi. 

Lampredi è un alto funzionario del PCI con esperienza di missioni diplomatiche presso i partigiani jugoslavi. Interessante osservare, a proposito del documento dato come lasciapassare a Walter Audisio, il fatto che esso ha una origine quanto mai imbarazzante. Il vero Giovan Battista Magnoli, subì insieme ad altre persone, il 20 ottobre 1943, una rapina che lo aveva depredato dei soldi e dei documenti.

Tra questi la carta di identità che poi, non si sa come, è finita nelle mani di Daddario e consegnata a Walter Audisio. Ci si chiede come mai, con tutta l’organizzazione per produrre falsi ci si dovesse servire proprio di una carta sporca che poteva mettere a repentaglio la vita di chi la esibiva.

  • – La scorta è costituita da 13/15 partigiani (sarà il plotone di esecuzione dei gerarchi fascisti).

Non sappiamo bene se il camion con cui partono i partigiani prosegue fino a Dongo oppure si ferma per strada…

  • – Il gruppo di fuoco sono partigiani scelti dell’Oltrepò Pavese al comando di “Riccardo” Alfredo Mordini, sono caricati su un camion requisito alla ditta Ovesticino.

“Riccardo” Alfredo Mordini – Comandò il plotone d’esecuzione a Dongo il 28 aprile 1945

Qualche minuto dopo

  • – Anche Luigi Longo partirebbe da Milano verso Como, subito dopo la messa in marcia di Audisio. Altre fonti affermano che Longo sia invece partito prima di Audisio. Fatto è che che questo secondo, forse, ignaro, fa da spalla al primo.
  • – Su “L’Unità” compare la notizia dell’arresto di Mussolini (Vedi Biblioteca Nazionale: MFP24A)

Ore 8.00 circa

  • Leo Valiani si presenta al generale Cadorna recando l’ordine di fucilare Mussolini a nome del Comitato di Liberazione Nazionale.
  • – Ma Cadorna non è d’accordo. Pare che qualche minuto dopo faccia partire un autocarro pieno di una brigata partigiana indipendente dell’Oltrepò con l’ordine di fermare i giustizieri.
  • – A Camerlata però, un terribile scroscio di pioggia bagna il motore e blocca questo camion. La missione dunque è interrotta. 

Non potrebbe comunque trattarsi invece di un autosabotaggio, di aver accampato una scusa, per non andare a raggiungere e battersi contro i compagni?

Luigi Canali in divisa, ufficiale dell’Esercito italiano: “Capitano Neri” Luigi Canali fu ucciso dai partigiani comunisti subito dopo il 28 aprile 1945

Dongo

Ore: ???

  • “Pedro” torna al municipio di Dongo.

Como

Ore: 7.15

  • “Neri”, “Gianna” e Moretti vanno a svegliare il sindaco di Como Antonio Marnini (PCI): vogliono che vada a Dongo con loro per processare Mussolini. Marnini non se la sente. Meglio consultare il partito.

Brunate

Ore 8.30:

  • John Maccaroni, Bruno Lonati, “Bruno”, “Gino” e “Lino” partono per Giulino di Mezzegra.

Ma perché partono così tardi?! E’ assurdo che dei giustizieri che ritengono così determinante la loro missione se la prendano tanto comoda! Molto probabile è che il racconto di Lonati sia inattendibile quanto agli orari e che invece siano partiti molto prima! A Giulino, infatti, sarebbero potuti giungere uomini dei servizi americani, comunisti, partigiani, fascisti!?

Lino” Giuseppe Frangi il partigiano ucciso due giorni dopo le diverse esecuzione dei fascisti a Dongo e dintorni

Como

Ore 8/ 8.30:

  • – Walter Audisio e “Guido” arrivano alla prefettura di Como. Inizia una lunga e rumorosa trattativa con i comaschi per la “tutela e la giurisdizione” dei prigionieri. Alle 11, l’ignaro prestanome di Longo, non ha risolto ancora nulla.
  • – I capi comaschi avrebbero voluto trasferire Mussolini nelle carceri di Como, scortato dai partigiani della 52a e poi consegnarlo agli americani.
  • – Aldo Lampredi, accompagnato dai partigiani del gruppo di fuoco al comando di Alfredo Mordini, di nascosto, salgono sull’automobile di Walter Audisio e partono, senza informarlo.
  • – Lampredi si reca presso la sede del PCI, parla con il segretario Giovanni Aglietto, il quale incarica Mario Ferro di accompagnare il gruppo, al fine di poter superare facilmente i posti di blocco partigiani.

Verso dove? Con quale obiettivo?

Schema della distribuzione in zone di competenza delle Divisioni e Brigate Partigiane intorno al Lago di Como, al 25 aprile 1945.

  • – La squadra al comando di Lampredi parte per l’Alto Lago. 

Bandini ipotizza che viaggino con due macchine: su una starebbe Luigi Longo, or ora giunto da Milano. L’autista della 1500 nera sarebbe Giuseppe Perotta.

  • – Walter Audisio, inconsapevole, rimane bloccato in Prefettura.

Ma quale è la biografia di questi uomini che accompagnerebbero Longo? Cosa hanno di particolare? Giovanni Aglietto “Remo” di Savona, è amico del concittadino Sandro Pertini, dal 1926 segretario dei giovani comunisti savonesi.

Mario Ferro, dirigente comunista, di Paola, in Calabria, nel 1938 espatria. Nel 1942 è a Nizza con Sereni, va a Marsiglia con Clocchiati nel tentativo di far fuggire Luigi Longo dal campo di concentramento di Brebant. Nel 1942 rientra in Italia, il 26 settembre viene arrestato, poi liberato dopo il 25 luglio.

Da aggiungere… nella zona di Como vi opera anche un altro capo partigiano importante Domenico Tomat, di Venzone, maggiore delle Brigate Internazionali: è stato con Longo in Spagna. Il 3 luglio 1944 rientra dalla Valtellina, dove si è rifugiato, e diventa comandante di una brigata comunista dislocata sopra Chiavenna, vicino Dongo. Il suo nome di battaglia è lo stesso di Audisio: “Valerio”.

Bonzanigo di Mezzegra: Casa De Maria

Ore 8.30 circa:

(Fonte Pisanò “Così Sandrino avrebbe raccontato a sua moglie…)

  • – Su per la stradicciuola che porta a Bonzanigo e a Casa De Maria compaiono alcuni uomini armati di mitra seguiti da…altri uomini in borghese; fra questi c’è Michele Moretti, seguito da altri due partigiani che non ha mai visto né conosciuto; giungono sulle scale di Casa De Maria dove sono custoditi Mussolini e Claretta Petacci.
  • -Viene ordinato a Sandrino di rimanere sul pianerottolo.
  • -“Adesso vi portiamo a Dongo per fucilarvi!” urla un partigiano ai due prigionieri. “No. Vi uccidiamo qui!” controbatte un altro.

…le confidenze che Sandrino avrebbe fatto a sua moglie si arrestano qui senza aggiungere altro… Chi sta accompagnando Michele Moretti? E i due partigiani? Chi sono quei signori in borghese? Sono forse John e Lonati? Ma a quell’ora, a detta di Lonati, sarebbero dovuto essere ancora in viaggio.

Ore 8.30 circa fino a circa le 10.00 (??) (ipotesi MAZZOLA)

  • -due colpi di arma da fuoco provenienti… probabile da Casa De Maria. PRIMO SPARO

Da chi sono stati sparati? Da Mussolini contro i partigiani? (se è vero che gli sia stata lasciata una pistola dal “Neri”) O sono i partigiani che li hanno inferti contro Mussolini? E se fosse un segnale… un avvertimento… per altri che sono giunti, o che devono giungere?

dopo qualche tempo non precisato… (minuti?)

  • -numerosi colpi di fucile dalla campagna a destra di Bonzanigo. SECONDO SPARO

dopo qualche tempo non precisato… (minuti?)

  • -due colpi, forse di pistola forse provenienti da Casa De Maria. TERZO SPARO 

Da quanto si sa Mussolini parrebbe essere stato ucciso prima di Claretta, allora questi colpi a chi sono inferti? Ancora a Benito? Per la prima volta, o per la seconda? E’ stato colpito qualcun altro? Chissa?!

Giulino di Mezzegra (CO) – Cancello e vialetto innanzi a Villa Belmonte, in un immagine precedente l’esecuzione di Mussolini

dopo qualche tempo non precisato… (minuti?)

  • -almeno sei colpi di fucile, dalla destra di Bonzanigo. QUARTO SPARO 

Perché sparano ancora? Chi?

dopo qualche tempo non precisato… (minuti?)

  • -Furibondo litigio. Giacomo De Maria urla picchiando i pugni su un tavolo. La moglie piange gridando “Sono cose da capitare in casa mia!?”

Che cosa è dunque accaduto di così ripugnante? E’ stato colpito a crudo qualcuno? Chi? E’ ancora vivo? E’ morto?

  • -Nel cortile di Casa De Maria alcuni uomini si agitano tra la porta di casa e quella della cantina.
  • -Tra gli uomini ve n’e’ uno con la testa calva, con indosso una maglietta bianca e si muove zoppicando. 

Giulino di Mezzegra (CO) – Cancello di Villa Belmonte, in un immagine del dicembre 1945, dopo l’esecuzione di Mussolini. Visibili due piccoli croci nere.

E’ Mussolini ferito? Forse. Allora gli hanno sparato mentre era in camera?

  • -Si apre il finestrone del secondo piano di Casa De Maria si affaccia una giovane donna che urla: “Aiuto, aiutateci!”

Chi è costei? Certamente Claretta Petacci. O chi?

  • -Qualcuno la tira dentro. Lei s’ode continuare a piangere e gridare.

Argegno

Ore 9 circa: (ipotesi Bruno Lonati)

  • Bruno Lonati, i suoi tre uomini e John Maccaroni hanno un conflitto a fuoco con dei partigiani che presiedono un posto di blocco.

La veridicità di questo e’ stata verificata da Luciano Garibaldi.

  • – Nello scontro viene ucciso “Lino”, uno dei partigiani che accompagna “John” e Lonati, viene abbandonato sul ciglio della strada.

Tremezzo

Ore 9.30/10 circa: (ipotesi Bruno Lonati)

Lonati e John incontrano l’agente inglese vestito da “alpino”  (E’ l’”alpino”, che accompagna l’agente femminile inglese Coven di cui parla sempre L. Garibaldi a proposito dell’assassinio di Gianna??. Vedi La pista inglese pag. 117), pantaloni alla zuava, con il cappello ma senza penna e una pipa in bocca.

  • – La parola d’ordine è: “Andiamo a fare una bella gita”, la risposta: “So io un bel posto”.

Nella spiegazione che dà “l’alpino” una delle battute colpisce per la sua stranezza … “Aprite bene gli occhi e guardate dove sono i partigiani. Mussolini dovrebbe stare lì” quindi risulterebbe che se per rintracciare la casa fosse sufficiente vedere dove sono i partigiani voleva dire che di partigiani ce ne sarebbero dovuti essere molti, non i soli “Lino” e “Sandrino”, lasciati di guardia a Mussolini!

Oppure non può, forse, significare… più semplicemente per “I partigiani”‘, coloro che vi porteranno in quella casa!? e spiegherebbe il fatto che “Pietro” accompagni quegli sconosciuti di cui parla la moglie di Sandrino a Casa De Maria.

Il  punto preciso del muro dove avvenne la fucilazione a Giulino di Mezzegra, ottobre 1945

Ore 10/10.30 circa (?) (ipotesi Bruno Lonati)

  • -Giungerebbe a Bonzanigo il capitano dei servizi inglesi John Maccaroni, insieme a Bruno Lonati (è un partigiano di Lampredi) e ai partigiani “Bruno” e “Gino”.

Dialogo:

  • – “Siamo venuti per trasferirvi e dobbiamo fare presto”
  • – “Ma voi chi siete?! Venite da un’altra parte?”
  • – “Sì. Lui e’ inglese!”
  • – “Avevi ragione tu!” commenta Mussolini, rivolgendosi a Claretta.
  • – “Le carte! Dove sono le carte?” chiede perentorio il capitano John Maccaroni.
  • – Mussolini gli passa quelle di poco conto che ha nella borsa.
  • L’altro, stizzito continua a ripetere “Le altre? Dove sono le altre?”
  • – “Mi sono state tolte a Dongo”.
    Allora John si allontana per parlarne con i partigiani lì fuori.

Risulta evidente che le parole di “John” che ripete ossessivamente nervoso “Le carte? Dove sono le altre carte?” possa essere una battuta plausibile e sicuro pronunciata quella mattina. 

E’ chiaro che l’inglese si attivi per rintracciare i documenti. Tuttavia colpisce l’ora tarda, le 10.00 del mattino, per compiere una operazione così determinante per la storia e soprattutto per Churchill. La fucilazione di Mussolini e Claretta -secondo Lonati – sarebbe avvenuta qualche minuto dopo le ore 11.00.

  • – John Maccaroni, Bruno Lonati, “Bruno” e “Gino” compiuta la missione tornano indietro.

Ricostruzione dell’uccisione di Benito Mussolini. Un uomo indica un punto preciso del muro dove avvenne la fucilazione.

Sono passate le ore 10 (?) …verso le 11: (ipotesi Mazzola)

  • -sette colpi, davanti Casa De Maria. Colpi nitidi, con un distacco preciso l’uno dall’altro. QUINTA SPARATORIA

Sono colpi di pistola? E sparati contro chi? Mussolini? O altri?

  • -Il litigio continua.
  • -via vai concitato degli uomini.
  • -Altri salgono via del Riale. Altri varcano il cancello di Casa De Maria e scendono. 

Sono sempre gli stessi? E’ Longo con il suo gruppo che arriva, o altri? Di sicuro nei frangenti di quella mattinata sono sopraggiunti anche i servizi segreti americani, i cui agenti erano infiltrati ovunque per il Lago di Como. Avevano, rispetto alla sorte di Mussolini progetti diversi, anzi opposti a quelli inglesi. Questi gruppi si sono scontrati fra di loro? Si sono sparati?

ore 11 circa

  • -Nello slargo di Via Albana è parcheggiata una automobile scura. 

Ma potrebbe esserci già da prima. Lei forse non ci ha fatto caso. E’ per caso l’auto con cui Lampredi ha lasciato Como?

Ricostruzione della posizione del corpo dopo gli spari in una foto di Federico Patellani

…ore 11/11,30 circa(?)

  • – sparatoria nel cortile davanti Casa De Maria. SESTA SPARATORIA.
  • – Il frastuono tra gli uomini cessa di colpo.

Si ode solo di pianto di Lia De Maria e dell’altra donna.

E’ il momento forse in cui viene definitivamente ucciso Mussolini? O chi altro?

dopo qualche tempo non precisato… (minuti?)

  • -colpi di fucile alla destra di Bonzanigo, nella campagna SETTIMA SPARATORIA.
  • -Pianto di Lia De Maria.
  • -Un’altra donna (Claretta?): “Ma perché’? perché?”

Ricostruzione dell’uccisione di Benito Mussolini. Un uomo simula il momento della morte.

Tremezzo

Ore 11.30/12 circa (?)

  • “L’alpino” non appena vede l’auto con “John” e i partigiani, di ritorno dalla missione compiuta entra in una ripida strada laterale, così stretta che la macchina ci passa appena.
  • – Dopo una decina di minuti di curve in salita giungono ad una cascina e nascondono l’auto nella stalla.
  • – “John”: “Non abbiamo trovato le carte che cerchiamo. Bisogna darsi da fare per sapere dove sono”.

qualche tempo dopo, non precisato… (minuti?)

  • “L’alpino” prende la bicicletta e si allontana. Oscura l’identità di questo alpino.

Qualcuno assurdamente afferma trattarsi di Paolo Caccia Dominioni, che -si dice- fosse fortemente in contatto con gli inglesi, facesse parte delle brigate Garibaldi, ed avesse il vezzo di andar sempre vestito da alpino e con un bastone, ma noi – su questa ipotesi – non siamo d’accordo. Riteniamo per ora il suo nome a tutti gli effetti sconosciuto!(fonte Enrico Reniero).

Bonzanigo di Mezzegra: Casa De Maria

ore 11.30

  • -Alcuni uomini provengono da Casa De Maria per via del Riale.
  • -Uno di questi ha un grosso fagotto tra le mani con indumenti, coperte e un cappotto. 

Le coperte sono forse macchiate di sangue? O a che servono? Allora Mussolini è stato colpito una prima volta, in camera da letto?

  • -Di nuovo il pianto di Claretta… questa volta più vicino.
  • -Due uomini tengono a braccetto Mussolini morto, diritto, in alto, trascina i piedi, la testa reclinata su un lato.
  • -Claretta gli si butta in ginocchio dinanzi, abbracciando i piedi. Grida convulsamente qualcosa.
  • -Un partigiano le si avvicina e le parla accarezzandole i capelli, cercando di sollevarla da terra.

Chi sarà mai questo uomo pietoso? mosso per lei da tanta pena… perché?

  • -Claretta continua a disperarsi. “Dov’è mio fratello?” chiede. 

La domanda è plausibile, infatti Marcello Petacci, moglie e figli sono stati scoperti e fatti prigionieri dai partigiani a Dongo.

  • -Dalla curva giunge un terzo gruppo di uomini. Alcuni vestiti in borghese. E due donne mai conosciute prima e che Dorina Mazzola non ha poi rivisto più.

Viene da chiedersi: queste due donne sono le stesse della notte precedente? Sono per caso la partigiana Gianna con quella agente inglese che assiste all’uccisione di Gianna qualche settimana dopo, chi altro ancora?

  • -Complessivamente le persone che sono giunte a Bonzanigo quella mattina sono perlomeno una quindicina. 

Fra queste c’è il gruppo di fuoco che è partito da Como con Lampredi? C’è anche Alfredo Mordini? E Longo?

dopo qualche tempo non precisato… (minuti?)

  • – al cadavere di Mussolini, sempre tenuto al centro dritto come a sembrar d’essere in piedi è stato cambiato il cappotto. Prima ne indossava uno militare, ora uno di taglio borghese color marrone.

Perché quel corpo, morto, è tenuto in sì falso modo?

(Da fonte Pisanò: è da escludere che Mussolini sia stato ucciso da Lampredi o da Moretti).

dopo qualche tempo non precisato… (minuti?)

  • -Claretta, vestita di scuro, urlando si riaggrappa di nuovo alle gambe di Mussolini, stringendole così tanto da sfilargli uno stivale.

Ma allora lo stivale gli era già stato messo prima e male? Altrimenti non se ne sarebbe uscito! Potrebbe essere proprio così visto che poi negli anni futuri viene a scoprirsi che si tratta di quello ortopedico del piede ferito in guerra nel 1916.

  • – Un partigiano strappa lo stivale dalle mani della donna e si china per tentare di reinfilarlo al piede. Ma non ci riesce.
  • – Scoppia di conseguenza una lite tra i partigiani.
  • – Alcuni si arrabbiano con quella donna che fa loro perdere tempo. Devono avere molta fretta.
  • – Lei non esita a rimanere tra i loro piedi e ad abbracciare il morto, a cui si rivolge dandogli del voi: “Cosa vi hanno fatto! Come vi hanno ridotto!” si dispera.
  • – Al gruppo intorno al Corpo di Mussolini e Claretta urlante si risoppraggiungono gli uomini che erano scomparsi da dietro la curva.
  • – Il gruppo si avvia verso via delle Rimembranze.

Claretta Petacci

ore 12 circa…

  • – Subito risuonano degli improperi: “Fate largo! Toglietevi dai piedi!”
  • – Claretta corre indietro verso lo slargo prima della stradicciuola che porta verso Casa De Maria. Ha in mano un foulard e una borsetta sotto il braccio sinistro. La pelliccia buttata sulle spalle.
  • parte una raffica di mitra, presumibilmente contro Claretta. OTTAVA SPARATORIA
  • – Finimondo di bestemmie e minacce fra i partigiani: “Chi è quel pezzo di merda che ha sparato? Da dove è arrivato? Ti lego le budella intorno al collo!” 

E’ evidente che non tutti i partigiani, o gli uomini presenti si conoscono. Dall’inveire contro l’altro e’ anche chiaro che chi urla e protesta non lo conosce. Ed ancora, chi parla non è d’accordo con il suo gesto.

Fra questi potrebbe essere presente il partigiano Carlo Angeli, Pietro Faggi, Paolo Guerra (futuro sindaco comunista di Tremezzo).

  • – Il trambusto è tale che sembra vogliano spararsi fra di loro.

Colpisce ne la “vulgata Audisio” in relazione al momento in cui Claretta viene prelevata dalla camera di Casa De Maria per essere portata con Mussolini sul luogo della fucilazione, la battuta: “Non trovo le mutandine” al che le si risponde… “Tira via, non pensarci!” Questo per giustificare il fatto che a Piazzale Loreto lei ne sia priva.

Anni dopo fra le leggende del lago v’è quella che vi sia un partigiano che possieda come cimelio le sue scarpe. Ne consegue che, a Piazzale Loreto sia a piedi nudi.

Da esami avvenuti sui resti mortali di Claretta nel 1956 risulta che prima di morire ha ricevuto un violento colpo con un corpo contundente in volto che le ha procurato la rottura di due incisivi. 

Lo zigomo destro presenta un foro di sfondamento con segmenti ossei rientrati. Ed il perito accerta che tale frattura non è avvenuta post-mortem. Mi insorge il dubbio… ciò non potrebbe esser dovuto invece alla caduta di Claretta in terra dopo la raffica mortale?

Affermazione perentoria di Leo Valiani negli anni del dopoguerra:

“Il comando della lotta partigiana non ha mai diramato nessun ordine di uccidere Claretta Petacci! …Purtroppo non ne so nulla. Non so neppure se Luigi Longo sia andato effettivamente a Dongo. Il CLNAI non ricevette mai da Longo una relazione su come si erano svolti quegli eventi”.

Leo Valiani


dopo qualche tempo non precisato… (minuti?)

  • – I partigiani ancora inveiscono.
  • – Si odono due colpi di pistola. E la baraonda cessa. NONA SPARATORIA

Perché è stato dato il colpo di grazia a Claretta agonizzante? O addirittura è stato ucciso il partigiano colpevole di aver assassinato Claretta?!

  • – Tra le persone in borghese venute da fuori c’è un signore molto distinto che indossa un impermeabile quasi bianco con cintura alta in vita, uno strano berretto con visiera in testa e, a tracolla, una lussuosa macchina fotografica. Un altro, è più piccolo di statura, ha i capelli corti brizzolati e porta un giaccone grigio scuro. Le due donne sconosciute invece, sono entrambe in pelliccia, una di visone, l’altra molto vaporosa. Hanno le facce sbiancate dallo spavento e gli occhi rossi di pianto.

dopo qualche tempo non precisato… (minuti?)

  • – alcuni partigiani stanno ancora tentando, invano, di reinfilare lo stivale a Mussolini, che ha la maglietta insanguinata. Una sciarpa attorcigliata attorno ai fianchi.
  • – i partigiani portano un altro corpo, coperto di un cappotto. E’ Claretta.
  • – dal campanile giungono i rintocchi di mezzogiorno.

dopo qualche tempo non precisato… (minuti?)

  • – l’automobile si stava allontanando lentamente giù per via Albana verso via Regina.

Dongo

Ore 14.10

  • – Il colonnello “Valerio” arriva a Dongo con la sua scorta. Lo segue il camion che poi porterà i cadaveri degli uccisi a Dongo: è un autocarro giallo della ditta Pessina requisito appena fuori Como.

Audisio nelle sue memorie del 1975 afferma che sul pianerottolo del Municipio incontra “Guido” e “Riccardo” “Non potevo immaginare che fossero giunti a Dongo dopo di me – come in realtà è stato, secondo dichiarazioni fatte successivamente da “Guido” stesso e da altri compagni – e lì per lì rimasi turbato”.

Occorre verificare se quello preso a Milano della ditta Ovestina è stato abbandonato perché finito in panne! Questo secondo camion ha percorso i 57 chilometri che lo separano da Como in circa un’ora e mezzo.

  • “Pedro” al sopraggiungere di “Valerio” non si fida, ritiene che lui possa essere un fascista con dei fascisti camuffati da partigiani, telefona a “Bill” a Domaso perché si rechi presto da lui con una squadra di compagni. Ma con autorevole violenza “Valerio” fa scendere in piazza “Pedro” perché gli faccia strada verso il Municipio.
  • -L’equivoco viene chiarito. Anzi la squadra degli uomini dell’Oltrepò Pavese ne approfitta per mangiare qualche panino.
  • Successivamente giunge in piazza un’altra auto, una Aprilia targata RM 001 con su partigiani che si proclamano rappresentanti del CLN di Como ma vengono ritenuti “sospetti”. Il colonnello Valerio dà ordine che vengano arrestati e rinchiusi in una stanza. 

Se ipotizziamo che il colonnello “Valerio” prima giunto possa essere in realtà Luigi Longo, è assai probabile dunque che ad occupare l’auto appena giunta ed i cui occupanti vengono immediatamente imprigionati siamo in realtà, o Walter Audisio, o rappresentanti del CLN di Como. Longo li farebbe imprigionare per impedire che si creino contraddizioni nella gestione dei tragici fatti che seguiranno.

Ore 14.20 – 14.30 circa

  • -Lampredi, Moretti, Aglietto, Ferro, Gorreri si ricongiungono a “Valerio”. Scambio di battute feroci tra “Valerio” e Lampredi. 

In questo caso è difficile capire se lo scambio di battute avviene tra il “Valerio” Longo, oppure tra il “Valerio” Audisio, cosa più probabile, visto che è appunto Audisio ad essere stato gabbato a Como.

Che cosa hanno fatto Lampredi, Moretti e gli altri dalle 10,30 alle 14,30? Forse hanno assistito, o partecipato alla fucilazione di Mussolini? Da Milano all’alba è partito Luigi Longo, probabilmente non da solo, pochi minuti prima? pochi minuti dopo Walter Audisio? Non è chiaro saperlo e le informazioni in possesso sono contraddittorie, fatto certo è che probabilmente Audisio viene usato come copertura.

E’ Longo insieme a “Neri”, Lampredi, Moretti, ”Riccardo”, Gorreri, Gianna ad aver fucilato Mussolini con una sventagliata di mitra lungo il viottolo prospiciente la casa De Maria? Longo è visto – alcuni istanti prima che parta la spedizione ufficiale per Giulino di Mezzegra – dal partigiano Urbano Lazzaro “Bill”, ed al tempo stesso anche da un fotografo dilettante Luca Schenini, che con una cinepresa si aggira nella piazza di Dongo.

I fotogrammi di quelle riprese sono sequestrati dal colonnello “Valerio” (Longo). Dopo l’uccisione di Mussolini tutti abbandonarono la scena: Gorreri a Como, ”Moretti”, “Neri”, Gianna a Dongo, Longo “colonnello Valerio”, a Milano dove alle 14,30 (?) incontrava in viale Certosa Cino Moscatelli, che l’aveva invano cercato per tutta la mattina. Alle 14,30 (?) Longo incontra Moscatelli e Pietro Secchia.

  • – Sulle prime il rapporto di Valerio con i partigiani di Dongo è violento. Ma poi…
  • “Pedro”, “Valerio” e “Guido” si riuniscono. Qui “Pedro” viene a sapere della decisione di fucilare Mussolini, la Petacci e i gerarchi fascisti . Reazione “garantista” di “”Pedro”, che poi deve accettare gli ordini superiori.
  • – Il “Capitano Neri” Luigi Canali -capo di stato Maggiore della 52.a Brigata partigiana garibaldina- colui che ha redatto a mano l’elenco dei 31 prigionieri fascisti più importanti, compreso Mussolini.

Claretta non è presente nell’elenco dei nomi.

Lista dei condannati a morte compilata personalmente da Walter Audisio, Dongo, 28 aprile 1945. Si noti il nome “Mussolini Vittorio” cancellato, e sotto “Petacci Marcello”

  • – L’elenco è stato consegnato al vicecomandante della Brigata “Bill” Urbano Lazzaro.
  • – La lista è sequestrata a Bill dal “Colonnello Valerio” (giunto a Dongo con un plotone di partigiani).

Ai 31 nomi di fascisti catturati, cui si aggiungono fuori lista Marcello Petacci (erroneamente scambiato per Vittorio Mussolini), la moglie Zita Ritossa e i loro due figli Benvenuto e Ferdinando ancora ragazzi.

  • – Il “Colonnello Valerio” si rende conto che non tutti i prigionieri possiedono i requisiti previsti dall’articolo 5 del decreto del CLNAI del 25 aprile 1945, il quale afferma:

“I membri del Governo fascista e i gerarchi del fascismo, colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, di aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromessa e tradita la sorte del paese, e d’averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte!”

Ad esagerare, questo articolo può essere applicato solo a nove prigionieri. Ciò nonostante ad essere fucilati saranno 15:

  • Alessandro Pavolini, ministro segretario del PFR
  • Francesco Barracu, colonnello, sottosegretario alla presidenza del Consiglio
  • Fernando Mezzasoma Ministro della Cultura Popolare
  • Augusto Liveran, ministro delle Comunicazioni
  • Ruggero Romani, ministro dei Lavoro Pubblici
  • Paolo Zerbino, Ministro dell’Interno

Calcando la mano sull’articolo 5 si sarebbe potuto aggiungere:

  • Luigi Gatti ex prefetto di Milano, segretario di Mussolini
  • Paolo Porta federale di Como
  • Idreno Utimperger comandante di brigata nera di Empoli

Ma quanto all’inserire nel gruppo dei fucilando…

  • Nicola Bombacci, pubblicista, ex fondatore del Partito Comunista nel 1921
  • Pietro Calistri capitano pilota dell’Aeronautica Militare di Salò
  • Goffredo Coppola rettore dell’Università di Bologna
  • Ernesto Daquanno, giornalista, direttore della Agenzia Stefani
  • Mario Nudi, impiegato della Confederazione fascista dell’Agricoltura
  • Vito Casalinuovo, colonnello della GNR, ufficiale d’ordinanza di Mussolini

… è un vero arbitrio.

Colpisce, in tutto questo, anche il fatto che nei mesi successivi né il CLNAI, né il CVL prende l’iniziativa di chiarire i fatti con un documento ufficiale con il quale per esempio si riportino dettagli precisi sulla identita’ dei fucilati.

  •  Secondo “Bill” il “Colonnello Valerio” che agisce a Dongo e fa fucilare i gerarchi fascisti e’ Luigi Longo (ipotesi Urbano Lazzaro).
  • Subito dopo il “Colonello Valerio” (alias Luigi Longo??, alias Walter Audisio??), con Moretti e “Guido” Lampredi vanno a Giulino di Mezzegra ad effettuare la messa in scena della seconda fucilazione di Mussolini e Claretta.

Voglio precisare che quanto a questo subito dopo è tutto inconsistente e relativo. In realtà esistono versioni estremamente contraddittorie delle fonti, c’è chi dice che la finta missione del pomeriggio sia partita per Giulino di Mezzegra prima della fucilazione dei gerarchi a Dongo, altri – Walter Audisio – affermano che sia dopo.

La realtà più semplicemente deve essere stata che mentre un gruppo dei dirigenti partigiani fra cui probabilmente Longo rimaneva sulla piazza per l’esecuzione, un altro gruppo al comando di Walter Audisio si reca separatamente a Giulino per organizzare la finta fucilazione.


Bonzanigo di Mezzegra

Ore 14/15

  • – (Dorina Mazzola) Di tanto in tanto colpi di rivoltella provenienti da Viale delle Rimembranze, nei pressi della fontanella. DECIMA SPARATORIA
  • – Vicino alla fontanella sita all’imbocco di Via delle Rimembranze, alcuni partigiani sparano colpi di pistola in alto e mandano tutti giù al bivio di Azzano.
  • – Aprono la portiera della macchina e ne estraggono un uomo morto e insanguinato, sicuramente Mussolini.
  • -L’automobile riparte subito per via delle Rimembranze.
  • – Gli tolgono una maglia bianca sporca di sangue e lo lavano con dei panni che poi gettano nel torrente.
  • – Lo rivestono con la stessa maglietta insanguinata e altri indumenti.
  • – Lo portano via a braccia su per Via delle Vigne, forse fino alla congiunzione con via XXIV maggio.

Dongo, 28 aprile. Corteo dei condannati a morte in Piazza, innanzi si distingue Pavolini con cappotto lungo e braccio fasciato

dopo qualche tempo non precisato… (minuti?)

  • – la macchina scura, presumibilmente con i cadaveri di Mussolini e Claretta a bordo è tenuta per qualche tempo… un’ora? …di più? nel garage dell’Hotel Milano, che costeggia il lago.
  • – Alcuni partigiani della scorta entrano nell’albergo… piangono… 

Perché? …è la paura? …è l’orrore per quel che è accaduto? …quale il motivo?

Bonzanigo di Mezzegra

Ore 16.00 circa

  • – (Dorina Mazzola) Tracce di sangue tra l’erba, quelle lasciate da Claretta.

Si tenga conto che Walter Audisio nel raccontare la finta fucilazione, dice che Claretta sarebbe caduta sull’erba, erba che non esisteva dinanzi al cancello di Villa Belmonte.

  • – Vicino alla fontanella: sangue …sicuramente di Mussolini
  • – Possibile messa in scena della finta fucilazione da parte di Walter Audisio, con la partigiana “Gianna” ed il “Capitano Neri” nel ruolo di Claretta e Mussolini; escono da Casa De Maria e, passando accanto al lavatoio, dove sono a lavare alcune donne, si avviano verso il cancello di Villa Belmonte. Mi è stato riferito da don Birindelli, parroco di Mezzegra, che la finta fucilazione l’avrebbero voluta fare al lavatoio, ma comparendo in quell’istante un partigiano non di loro gradimento, proseguirono oltre verso Villa Belmonte.

Giulino di Mezzegra: Cancello di Villa Belmonte

ore 16.10

  • -Walter Audisio, Aldo Lampredi “Guido”, Michele Moretti, Alfredo Mordini capo partigiano dell’Oltrepo’ Pavese sparano sui due cadaveri di Mussolini e Claretta, in una finta fucilazione.
  • ore 16.25 circa
  • – (Dorina Mazzola) raffiche di mitra dalla zona di Giulino UNDICESIMA SPARATORIA.

Alcuni condannati a morte prima dell’esecuzione a Dongo, 28 aprile 1945. Da sinistra: Nicola Bombacci, Francesco Maria Barracu, Idreno Utimperghe, Alessandro Pavolini, Vito Casalinuovo, Paolo Porta, Fernando Mezzasoma, Ernesto Daquanno.

Tremezzo

0re 16.00 – 16.30

  • “L’alpino” torna alla cascina dove ha lasciato “John” e Lonati. Non ha più la bicicletta ma è alla guida di una Fiat 1100 nera. Dell’altra auto, quella con cui sono andati ad uccidere Benito e Claretta Lonati non ha mai precisato il colore. Deve essere certo però che non era nero.
  • – Riferendosi ai documenti. “John”: “Trovato niente!?”
  • “Niente. Devono averli presi quelli della 52.a che ha catturato Mussolini”.
  • “John”: “Fa un ultimo sforzo. Cerca di darmi notizie”
  • “L’alpino” va via.

Che esista un agente inglese che opera sul lungo lago vestito come un alpino ne trova conferma Luciano Garibaldi. “L’alpino” infatti è presente in alcune fasi precedenti all’uccisione della partigiana “Gianna” Giuseppina Tuissi.

Un episodio che fa riflettere su quanto fosse quel giorno confusa la situazione e che metterebbe in dubbio la versione Lonati è riferito da Franco Bandini: sembrerebbe che la Special Force inglese nella giornata del 26 aprile abbia fatto partire dall’aeroporto di Rosignano Solvay un Dakota scortato da due Spitfire con a capo il colonnello della SF Vincent (ignoriamo il suo nome) per rilevare e porre in salvo Mussolini, che a quell’ora – secondo le intenzioni – ufficiali inglesi sarebbe dovuto già essere in mani alleate.

Il momento della fucilazione dei gerarchi fascisti, Dongo, 28 aprile 1945. Di schiena il comandante del plotone di esecuzione, Alfredo Mordini “Riccardo”.

Di questa missione farebbero parte Dino Bergamasco e Lionello Santi per il Partito d’Azione, l’architetto Guglielmo Mozzoni e Edoardo Viscardi di Modrone per quello liberale. Sarebbero stati paracadutati nei pressi di San Siro verso le ore 16.00, ora nella quale il Duce è a tutti gli effetti già morto.

Mezzegra – Azzano

Dongo

Ore 17-17.30 circa

  • – Fucilazione dei gerarchi – in piazza – di fronte al Lago. 

Fatto saliente: a Luca Schenini, un cineamatore della zona che ha girato per tutto il pomeriggio immagini di quanto sta avvenendo, gli viene in malo modo sottratta la pellicola. La stessa cosa viene fatta nei confronti di un fotografo dilettante.

Cosa possono rivelare di tanto compromettente le immagini? Il volto dei componenti del plotone di esecuzione? O la presenza di qualcuno che non ci sarebbe dovuto essere, Luigi Longo?! sì, proprio Longo, che il partigiano Cesare Tuissi (fratello di “Gianna”) affermerebbe di aver riconosciuto sulla piazza a Dongo.

Luigi Longo nel 1946

Ed a tutti si aggiunge l’affermazione di Urbano Lazzaro “Bill”, che afferma senza ombra di dubbio che, per lui, il “Valerio” incontrato a Dongo è appunto il futuro segretario del Partito Comunista!

Altro aspetto inquietante… Del plotone di esecuzione proveniente dall’Oltrepò Pavese si conoscono solo i nomi veri dei cosiddetti capi drappello “Riccardo” Alfredo Mordini (combattente della guerra di Spagna, maquisard nella Francia di Vichy), e Orfeo Landini “Piero” commissario politico. Subito dopo i fatti, il PCI – del plotone – pubblicò solo i nomi di battaglia.

Assurdità di contraddizioni nelle fonti. C’è chi dice che la fucilazione invece che alle 17 sia avvenuta alle 15 del pomeriggio, vale a dire due ore prima.

Audisio sarebbe dunque partito per Giulino di Mezzegra subito dopo la fucilazione dei gerarchi fascisti avvenuta in piazza alle tre del pomeriggio a Dongo. Sarebbe partito insieme a “Pietro” Michele Moretti, “Guido” Aldo Lampredi. La macchina è una vettura Fiat 1100. Alla guida l’autista G. B. Geninazza. Da alcune fonti non è citato Alfredo Mordini, che poi si sarebbe trovato lo stesso a Giulino di Mezzegra.

Michele Moretti

Quando Audisio starebbe per partire, sta per essere fucilato anche Marcello Petacci, il fratello di Claretta, che in un primo momento era stato scambiato per Vittorio Mussolini. Marcello stava per essere inserito accanto ai fucilandi, ma questi hanno protestato vigorosamente perché non avendo per lui alcuna stima, non vogliono che venga ucciso con loro. La sua fine è avventurosamente tragica, dopo un tentativo di fuga tra le acque del lago.

Audisio è allora andato a Giulino di Mezzegra alle 15, o alle 17 ? La realtà più probabile è che la finta fucilazione di Mussolini sia avvenuta in termini di azione scollegata dalla fucilazione di Dongo, probabilmente non sono intervenute le stesse persone, ma si sono succedute.

Mezzegra – Azzano

Sera

  • – I cadaveri di Mussolini e Claretta che sono stati caricati su una macchina che ha risalito la strada fino a Villa Belmonte, vengono portati giù a bordo ad Azzano, messi a bordo strada per essere caricati sul camion giallo di Valerio con gli uomini fucilati a Dongo. Mussolini e Claretta vengono posti in cima a tutti.

La pistola Beretta di Lampredi, che inferse a Mussolini il colpo di grazia, 28 aprile 1945

Milano

  • – Il camion carico di cadaveri, con Walter Audisio e la scorta dei partigiani si rimette in marcia verso Milano dove arriva alle 22. Si fermano in via Fabio Filzi allo stabilimento della Pirelli dove chiedono al comandante del posto il cambio della scorta.
  • Ma Audisio e compagni vengono scambiati per fascisti, ancora di più quando scoprono che sui camion ci sono i corpi di Mussolini e Claretta (vengono sospettati di aver trafugato i corpi del Duce e la sua amante). Rischiano di essere passati per le armi. Solo dopo ore di discussioni e grazie ad una telefonata fatta da Aldo Lampredi dal comando del CLN, viene creduto e lasciato passare.
  • – La macabra comitiva giunge a piazzale Loreto alle 3.40 del mattino. Scarica i corpi dei fascisti dinanzi alla pensilina del distributore di benzina Standard Oil e va al Comando dei Volontari della libertà a riferire a Cadorna e Longo che la missione è compiuta.
  • Il mitra francese MAS38 di Michele Moretti, che probabilmente sparò a Benito Mussolini, Museo storico nazionale albanese

29 aprile

Milano

Mattino:

  • -Su L’Unità compare la notizia: “Mussolini tradotto a Milano”. (vedi Biblioteca nazionale: MFP24A)
  • – I cadaveri di Mussolini e della Petacci, insieme a quelli dei gerarchi e di Starace (ucciso al mattino) sono appesi a Piazzale Loreto. Si dice che oltre a Starace, colà fucilato, al mucchio si siano aggiunti anche altri cadaveri di fascisti uccisi quel mattino in città, i quali venivano condotti in Piazzale Loreto.

Non è cosa certa, tantomeno si sa quanti essi siano stati. Di sicuro, per errore, alla pensilina viene appeso un cadavere a cui si appone il nome di Teruzzi, che invece era ben vivo a casa sua ed è morto di vecchiaia.

Quanto all’atteggiamento dei capi delle forze politiche sulla esposizione dei corpi a Piazzale Loreto sembra che solo Emilio Sereni la reputasse naturale.

Anni ’40: la fotografia riprende l’angolo fra il piazzale e corso Buenos Aires (dove transita il tram), ed è visibile il distributore di benzina

Pare che avesse commentato, rivolto all’indignato governatore militare di Milano Charles Poletti, “La storia è fatta cosi. Alcuni devono non solo morire, ma morire vergognosamente!”

Diversamente pensa Sandro Pertini, che prorompe: “Avete visto? L’insurrezione e’ disonorata!” Ferruccio Parri aggiunge sconsolato“Questa esibizione di macelleria messicana è terribile e indegno: nuocerà al movimento partigiano per gli anni a venire!”

Quando viene appeso per i piedi il corpo di Claretta è don Pollarolo, cappellano dei partigiani, a prendere l’iniziativa di far spillare la gonna rovesciata (lei è senza mutandine) con una spilla da balia che gli dà una donna. Ma quando questa soluzione si dimostra inefficace intervengono i pompieri, che gliela legano intorno alle gambe con la corda.

  • – Francesca De Tomasi, segretaria del comando generale delle brigate Garibaldi, è convocata da Walter Audisio e Aldo Lampredi per scrivere il rapporto sull’uccisione di Mussolini.

Un comizio di Sandro Pertini

– Da La pista Inglese (Luciano Garibaldi), pag. 50:

“Il testo fu dettato a Francesca De Tomasi, dattilografa del Comando generale Cvl, e amica personale di Luigi Longo, da Walter Audisio e da Aldo Lampredi…Audisio ad ogni frase chiedeva conferma a Lampredi…Lampredi si avvicina ad Audisio e battendogli una mano sulla spalla gli dice : -Allora d’accordo questa è la versione che dovrà essere rimandata alla storia per sempre. Chiaro? da questo momento la parte dell’eroe la sopporti tu…”.

A quanto risulta Audisio leggeva da un foglio di appunti non scritto da lui, perché molte volte si interrompeva e doveva intervenire Lampredi in suo aiuto.

  • -Vedi anche Gli ultimi cinque secondi di Mussolini(Giorgio Pisanò), pag 52-54.

30 aprile

Su L’Unità notizia: “MUSSOLINI FUCILATO PRESSO COMO” ((vedi Biblioteca Nazionale : MFP24A)

Prima versione Walter Audisio.

Milano

Ore 7.30

Si tenga presente: sul cadavere di Claretta non viene eseguita nessuna indagine.

  • – L’autopsia sul corpo di Mussolini è eseguita dal prof. Caio Mario Cattabeni. Permane il mistero intorno ad un sedicente “generale medico della sanità del CVL” che la firma il referto insieme a tutte le autorità presenti con il semplice nome di “Guido”. Forse è Aldo Lampredi; e forse è lui che impedisce che venga condotta l’autopsia sul corpo di Claretta. Nella sala autoptica sarebbe presente anche il prof. Alberto Mario Cavallotti “Albero”, il quale conosce Aldo Lampredi da tempo e non fa nulla per smentirne la falsa identità.

Piazzale Loreto

Tremezzo

Notte:

Aerei inglesi bombardano l’hotel Bazzoni. Sembra essere una “vendetta” contro il mancato arrivo in Svizzera di Mussolini ed il suo prezioso carteggio.

5 maggio 1945

  • – Poco dopo le due di notte in località il Puncett sul lago di Como viene trovato dal “capitano Neri” il cadavere di “Lino”, uno dei carcerieri di Mussolini, ucciso da una raffica di mitra. Sembra che Lino avesse convocato “capitano Neri” per una comunicazione urgente e segreta. Secondo Urbano Lazzaro “Lino” voleva avvisare “Neri” dei pericoli che stava correndo.
  • 7 maggio 1945
  • -Viene ucciso in circostanze misteriose il capo di stato maggiore della 52a Garibaldina “capitano Neri”. Prelevato a Como e portato a Villa Tornaghi, dove fu tenuto prigioniero per alcune ore nelle cantine. Prelevato da “Nicola”, tale Dionisio Gambaruto, presente Dante Gorreri, tutti fedelissimi degli ordini del partito e portato verso l’alto Lago di Como… al Pizzo di Cernobbio: da quel momento spariscono le sue tracce.
  • 23 giugno 1945
  • – Viene uccisa “Gianna” Tuissi, e nei giorni successivi la sua amica Anna Maria Bianchi, il padre della Bianchi, Michele, fervente comunista, ed altre decine di partigiani che potrebbero essere informati delle circostanze reali in cui venne ucciso Mussolini e la Petacci oltre che della reale destinazione del “Tesoro di Dongo”, nonché nel novembre 1946 il giornalista Franco D’Agazio che aveva iniziato a pubblicare sul settimanale Il Meridiano d’Italia, i memoriali di “Neri” e “Gianna”. Si parla di decine di assassini (vedi L. Garibaldi pag.168 e segg.)

20 ottobre

2 novembre 1945

  • -Sul “Corriere d’informazione” diretto da Ferruccio Lanfranchi compare la prima versione ufficiale dell’uccisione di Mussolini. Versione che Lanfranchi ottiene da Francesca De Tomasi.

18 novembre

13 dicembre 1945

  • -Su l’UNITÀ a partire dal 18 novembre sotto il titolo “Come giustiziai Mussolini”, viene pubblicata la versione “ufficiale” dell’uccisione di Mussolini. Gli articoli, presentati da Luigi Longo, sono tratti da una fantomatica “relazione del Colonnello Valerio”. Sono 24 articoli che si concludono il 13 dicembre.

Nell’introdurle Luigi Longo diceva:

“In queste pagine parlano i testimoni oculari e gli esecutori materiali della cattura e delle fucilazione di Mussolini e i suoi accoliti, parlano i patrioti che ricevettero dal Comando generale del Corpo dei volontari della libertà le missioni ufficiali che condussero a buon termine e di cui si riferisce.

Perciò non racconti romanzati, non mistificazioni, ma la nuda e pura realtà narrata da chi la visse e in gran parte la creò. Questo posso affermare per la parte avuta nel comando generale delle brigate d’assalto Garibaldi e del Cvl e per la conoscenza che ho dei fatti. 2 novembre 1945”.

Seconda versione Walter Audisio.Þ (qui si parla delle mutandine della Petacci). Il colonnello Valerio mantiene ancora l’anonimato.

Walter Audisio

3 marzo 1947

  • – Al giornalista americano John Pasetti nella sede romana de L’Unità Walter Audisio dichiara in francese: “Sì io, il ragioniere Walter Audisio sono il Colonnello Valerio. Sono io che ho fucilato personalmente Mussolini”.
  • 6-16 marzo 1947
  • – Il quotidiano “Il Tempo” pubblica un servizio in otto puntate del giornalista Alberto Rossi dal titolo “Il mistero di Dongo è crollato, il Colonnello Valerio è Walter Audisio”.
  • 22 marzo 1947
  • -La segreteria nazionale del PCI comunica su L’Unità che il “Colonnello Valerio” era il ragioniere Walter Audisio. Walter Audisio verrà eletto deputato dal 1948 in poi per alcune legislature nelle liste del PCI.

1947, un comizio di Walter Audisio

23 marzo 1947

  • -Il quotidiano L’Unità pubblica un articolo a nome Marino intitolato Colui che fece giustizia per tutti. L’uomo Valerio. E’ una biografia apologetica di Walter Audisio.

28 marzo 1947

  • -Walter Audisio con basco, cravatta e impermeabile bianco si presenta alla Basilica di Massenzio, nel corso di un comizio e si dichiara ufficialmente l’uccisore di Mussolini. Urbano Lazzaro (“Bill”) non riconosce in quel colonnello Valerio, il colonnello Valerio da lui conosciuto a Dongo.
  • ottobre 1949
  • -La Corte d’Appello di Milano emette sentenza contro Michele Moretti e altri in merito all’omicidio di dieci persone (tra cui “capitano Neri” e “Gianna”). Veniva parallelamente giudicato il reato di sottrazione di ingenti quantità di beni (“l’oro di Dongo”). Gli imputati del processo sono 51. Il processo durò fino alla fine di luglio 1957.
  • 5 febbraio 1956
  • – L’Europeo (n.538) pubblica una serie di articoli a firma di Franco Bandini con i quali vengono confutate le versioni del Colonnello Valerio.
  • 25 febbraio 1956
  • – L’Unità pubblica una smentita a firma del partigiano Guglielmo Cantoni “Sandrino, Menefrego” nel quale dichiara di aver raccontato fantasie a Giorgio Pisanò nel corso di un’intervista che sarebbe uscita nei giorni seguenti sulla rivista Oggi, a proposito della morte di Mussolini.
  • Il cadavere di Claretta Petacci

maggio 1956

  • -Viene riesumato il cadavere decomposto di Claretta Petacci e fra i resti vengono rinvenuti due proiettili calibro 9, quando invece la versione ufficiale parla dell’uso da parte del Colonnello Valerio di un Mas calibro 7,65.
  • luglio 1957
  • -Si svolge a Padova il processo per l’assassinio di “Capitan Neri” e “Gianna”. Incriminati tra gli altri, come mandanti, Dante Gorreri e Pietro Vergani, che verranno assolti in quanto parlamentari del PCI. La pratica viene definitivamente archiviata.

maggio 1972

  • -Nel maggio 1972 viene presentato il “Memoriale” di Aldo Lampredi, il partigiano “Guido” all’onorevole Armando Cossutta che L’Unità pubblicherà integralmente solo il 25 gennaio 1996. Il memoriale arricchisce la versione “ufficiale” del PCI sulla morte di Mussolini. Aldo Lampredi muore a Jesenitza in Jugoslavia il 21 luglio 1973.
  • 1975
  • -Viene pubblicato postumo dalla casa editrice TETI il libro di memorie di Walter Audisio: “In Nome del popolo italiano”. Walter Audisio era morto nel 1973 a 64 anni. Terza versione Audisio.

Appendice

IL TESORO DI DONGO

L’ammontare dei beni del Governo della Repubblica Sociale sequestrati a Dongo, calcolato dall’agente dell’Office of Strategic Services, John Kobler, e dal tenente Edmund Palmieri , ufficiale della Commissione Alleata in Italia fu valutato in 189 miliardi e 657 milioni di lire del 1949. Ma valutazioni giornalistiche successive, che tenevano conto anche di beni precedentemente occultati quantificherebbero l’ammontare complessivo in 600 miliardi di lire dell’epoca.

Dante Gorreri, segretario provinciale della federazione giovanile comunista di Como, nome di battaglia “Guglielmo” eseguì l’incarico di trasferire in Svizzera l’intero ammontare del tesoro e con l’aiuto di Renato Cigarini fu convertito tutto in titoli finanziari spendibili anche sul mercato italiano.

Con parte di questo denaro venne pagato il costruttore Marchini per la realizzazione del Palazzo delle Bottege Oscure e per l’acquisto delle macchine tipografiche per il giornale L’Unità a Milano e per finanziare le campagne elettorali del PCI del 46’ e del 48’, oltre per liquidare le formazioni garibaldine ( circa 13 miliardi del 2000)

I documenti segreti

Giorni dopo la morte di Mussolini l’agente dell’OSS Larry Bigelow parte dalla Lombardia per Roma fare da battistrada ad una jeep guidata da un italiano, il sergente Stella e carica di documenti sequestrati a Dongo e nella zona del lago. Ma a Radicofani, dopo Firenze, perde il contatto. Ripercorre la strada all’indietro temendo un incidente, invece non trovo’ nessuno.

Cinque successive inchieste della Polizia Militare americana non sono riuscite a trovar traccia né del sergente Stella, né della jeep, tantomeno dei documenti che essa trasportava. Si dice che tra quei documenti, oltre alle carte recuperate presso gli archivi dei ministeri residenti a Salò ed in zona Lago di Garda e Lago di Como ci fossero anche i dossier relativi a tutti gli appartenenti alla Massoneria Italiana compilati durante il Ventennio.

Luigi Carissimi Priori in una intervista afferma che a fine aprile ’45, insieme ad un giornalista anglosassone si reca nello studio di Carlo Ballarate, un fototecnico del Comune di Como e si fanno realizzare all’istante la fotolitografia di una serie di lettere in numero di sessantadue, tutte con l’autografo: Mussolini, W.S.C. Ballarate intravede le date: 1936 la prima, giugno 1940 l’ultima. “Se parli fai una brutta fine!” Dante Gorreri avverte quando ritira le copie.

  • -Emilio Sereni porta quei documenti a Pietro Secchia a Milano.
  • -Togliatti prende visione dei documenti, ma intelligentemente non ne informa Stalin, invece ne discute direttamente a quattrocchi con Churchill durante la sua visita in Italia nel 1946.

IN COLLABORAZIONE CON:

Enzo Antonio Cicchino

Enzo Antonio Cicchino

Nato a Isernia nel 1956

Vive a Roma.

Matricola Rai 230160.

enzoantoniocicchino@tiscali.it

Autore e regista documentari RAI

ALCUNI LIBRI DI ENZO ANTONIO CICCHINO

 

BIBLIOGRAFIA

  • -Ermanno Amicucci, I 600 giorni di Mussolini – Faro ediz., 1948
  • -Alfredo Cucco, Non volevamo perdere – Bologna, 1950
  • -Ezio Saini, La notte di Dongo – Casa Editrice Libraria Corso Roma, 1950
  • -Franco Bandini, Le ultime 95 ore di Mussolini -Milano, 1959
  • -Nicola D’Aroma, Vite parallele: Churchill e Mussolini – Roma, 1962
  • -Georg Zachariae, Mussolini si confessa – Garzanti, 1966
  • -Audisio Walter, In nome del popolo italiano – Teti, 1975
  • -Bellini della Stelle-Lazzaro, Dongo, la fine di Mussolini – Mondadori, 1975
  • -Franco Bandini, Vita e morte segreta di Mussolini – Mondadori, 1978
  • -Paolo Monelli, Mussolini piccolo borghese – Milano,Vallardi 1983
  • -G.Bianchi – F. Mezzetti, Mussolini:aprile 45, l’epilogo- Editoriale Nuova, 1985
  • -Arrigo Petacco, Dear Benito, caro Winston -Mondadori, 1985
  • -Sergio Nesi, Decima flottiglia nostra – Milano, 1986
  • -A.Ercolani, Gli ultimi giorni di Mussolini nei documenti inglesi e francesi- Editrice Apes, 1989
  • -Urbano Lazzaro, Il compagno Bill: diario dell’uomo che catturo’ Mussolini- Sei ed.,1989
  • -Fabio Andriola, Appuntamento sul lago – Sugarco, 1990
  • -Franco Gianantoni, “Gianna” e “Neri” vita e morte di due partigiani comunisti Mursia, 1992
  • -Urbano Lazzaro, Dongo mezzo secolo di menzogne- Mondadori, 1993
  • -Alessandro Zanella, L’ora di Dongo – Rusconi, 1993
  • -B. Giovanni Lonati , Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta: la verita’ – Mursia, 1994
  • -Ricciotti Lazzero, Il sacco d’Italia – Mondadori, 1994
  • -Giorgio Cavalleri, Ombre sul lago – PIEMME, 1995
  • -Pasquale Chessa-Renzo De Felice, Rosso e Nero – Baldini-Castoldi 1995
  • -Giorgio Pisanò, Gli ultimi cinque secondi di Mussolini- Il Saggiatore, 1996
  • -Fabio Andriola, Mussolini-Churchill, carteggio segreto – PIEMME 1996
  • -Massimo Caprara, Quando le Botteghe erano oscure- Milano 1997
  • -Roberto Festorazzi, Mussolini-Churchill: le carte segrete – Data news, 1998
  • -Pietro Carradori, Vita con il Duce – Milano, 2001
  • -Massimo Caprara, PCI, la storia dimenticata – Milano 2001
  • -Peter Tompkins , Dalle carte segrete del Duce – Tropea, 2001
  • -Luciano Garibaldi, La pista inglese – Edizioni Ares, 2002
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