RIVA, COSA C’ERA OGGI SUL GIORNALE? – 24 aprile

a cura di Cornelio Galas

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23 aprile, che tempo faceva oggi?

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ARCO, COSA C’ERA OGGI SUL GIORNALE? – 23 aprile

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I SERVIZI SEGRETI ITALIANI DAL 1919 AL 1949 – 2

a cura di Cornelio Galas

di Maria Gabriella Pasqualini*

Progetti sulla riorganizzazione della raccolta informazioni all’estero

Nel quadro generale della riorganizzazione delle strutture dello Stato e delle Forze Armate nel luglio 1919 il Ministro degli Esteri Tittoni scriveva al generale Diaz, tramite la Delegazione Italiana per la Pace, Sezione Militare, a Parigi una lettera riguardante l’organizzazione del Servizio Informazioni e Propaganda all’estero: la missiva veniva debitamente inviata in copia anche al Comando Supremo- Ufficio Operazioni per le risposte e le disposizioni di competenza.

Nella lettera Tittoni scriveva notando che, cessato il periodo del conflitto, appariva necessario armonizzare tutti i servizi di propaganda e di informazioni all’estero, con uno scopo ben preciso, quello di unificare l’azione politica internazionale che il governo doveva esplicare, avendo come tramite istituzionale il Ministero degli Esteri. Tittoni notava che per motivi inerenti all’andamento del conflitto i servizi di informazione all’estero e i servizi di propaganda avevano dovuto lavorare fino a quel momento, in modo indipendente dal controllo delle rappresentanze diplomatiche.

Tommaso Tittoni

In un difficile periodo di transizione, quale quello che aveva caratterizzato la parte finale del conflitto e l’inizio delle trattative di pace, era logico che i servizi informativi fossero stati svolti saltuariamente e qualche volta anche in contrasto con le direttive del governo, ma si imponeva ormai che il loro funzionamento venisse armonizzato sotto un’unica direzione.

Aveva aggiunto inoltre che se motivi di guerra avevano reso necessaria la creazione di vari distinti servizi, al momento presente invece, il bisogno di economia da una parte e l’evidente sovrapposizione di competenze nella fase operativa, ne consigliavano la riunione in organi speciali che dovevano dipendere dalle rappresentanze diplomatiche, le quali a loro volta avrebbero operato al riguardo sotto la direzione di un Ufficio centrale direttivo del Ministero degli Esteri.

Considerando che la propaganda e l’informazione procedevano di pari passo, alimentandosi a vicenda, bisognava dunque cercare di risolvere il problema dell’unificazione di questi servizi, anche tenendo specialmente conto dei bisogni tecnici del Comando Supremo, per quanto riguardava in particolare la propaganda e informazione militare. Tittoni concludeva la sua lettera augurandosi che il generale Diaz trovasse giuste le idee che gli aveva esposto e riteneva che il mezzo più adatto per metterle rapidamente in pratica fosse quello di inviare da parte del Comando Supremo un alto ufficiale presso il Ministero degli Esteri che potesse discutere la problematica e prendere gli accordi di base necessari.

generale Armando Diaz

Non molti documenti sono rimasti di queste discussioni, che pure ci furono. Il 6 agosto 1919, a Parigi, nel quadro dei colloqui che venivano effettuati in quella capitale per defìnire la pace, i membri di una Commissione ad hoc informalmente costituita dal Ministro degli Esteri, della quale facevano parte il colonnello T. Marchetti, ormai prossimo a divenire generale, il contrammiraglio Grassi e il Consigliere di Legazione barone Pompeo Aloisi, a capo dell’Uffìcio Stampa di Parigi, sotto il Patronato del Ministero degli Esteri, si erano riuniti per procedere alla redazione di un progetto sullla riorganizzazione dei servizi di informazione, propaganda e stampa all’estero e avevano prodotto un documento che fu sottoposto all’esame dei ver tici militari.

il barone Pompeo Aloisi

Prima di esaminare in dettaglio il progetto, occorre fare alcune notazioni generali: durante la guerra, il Servizio di Informazione, forse carente in alcuni aspetti, aveva soprattutto sofferto della mancanza di fiducia dei vertici, non nei riguardi dei singoli, quanto delle varie fonti alle quali attingevano, oltre ad una certa sovrapposizione di situazioni informative. Eppure il Servizio aveva fatto veramente un grande salto di qualità, rispetto al periodo antecedente allo scoppio del conflitto, non solo nella raccolta delle informazioni in vari modi e in vari centri, ma anche nella comunicazione delle stesse, puntuale e sollecita, nonostante che in paragone fossero pochi gli ufficiali addetti a quel tipo di lavoro, almeno neJla parte direttiva delle Sezioni in cui si era suddiviso.

La stessa Commissione d’inchiesta, istituita con Regio Decreto il 12 gennaio 1918 n. 35, per indagare e riferire sulle cause e le eventuali esponsabilità degli avvenimenti militari che determinarono il ripiegamento del nostro Esercito al Piave, nota comunemente come la Commissione di indagine sulla disfatta di Caporetto, quando trattò della condotta della guerra, annotò in poche righe che il funzionamento del servizio informazioni non sembra alla Commissione che palese deficienze degne di rilievo, come pure non sembra muoversi grave appunto – tenendo conto dell’abilità dimostrata dal nemico – per le incertezze che si manifestarono sulla valutazione delle informazioni. Molte incertezze invece si sarebbero eliminate nell’alta valutazione dei referti raccolti dal Generale Porro – che in proposito doveva ragguagliare il Capo di Stato Maggiore – ove meglio fosse stato curato l’esame della situazione politico-militare, la quale nell’autunno 1917 era tale che l’eventualità di un’offensiva nemica in forze avrebbe dovuto essere considerata molto probabile. Parole molto attente, forse troppo, ma che sostanzialmente riconoscevano che il Servizio era stato efficiente, per quanto poteva, nella situazione contingente.

generale Carlo Porro

Dunque nonostante il riconoscimento dell’attività del Servizio e la continua collaborazione realizzata prima, durante e dopo il conflitto, con il IV Reparto della Marina, cioè con quel servizio informativo, iniziava ne l 1919 a prevalere negli organi competenti l’idea che fosse necessario unificare completamente l’attività di intelligence, almeno all ‘estero, anche in nome di quella che veniva chiamata una assoluta necessità di economia, che premeva.

Lo stesso Ministero degli Esteri, che aveva dato un grande apporto alla raccolta delle informazioni fuori territorio, voleva essere parte del nuovo Servizio, ma soprattutto dare il proprio contributo anche nella direzione dello stesso, considerato che comunque né l’Esercito né la Marina potevano fare a meno dell’appoggio, della rete e della qualità e quantità del personale di quel Dicastero, per assolvere al proprio compito nel settore informativo.

Si era radicata anche un ‘altra convinzione che, unificando i Servizi di informazione, propaganda e stampa all’estero, si sarebbe realizzata una certa economia e raggiunta una migliore qualità: infatti l’Esercito e la Marina avrebbero fornito la maggior parte del personale e, con una spesa minima, si sarebbero potuti assicurare una rete completa di servizi. Inoltre il Ministero degli Affari Esteri avrebbe dovuto assicurare i Servizi all’estero e ne avrebbe pagato anche le spese. Quindi l’onere economico di questa struttura integrata sarebbe stato suddiviso tra tre Ministeri, mentre i risultati invece, sarebbero stati utilizzati
da tutti.

L’organizzazione che era stata abbozzata nel progetto dell’agosto 1919 era la seguente: prevaleva dunque, per la prima volta, il criterio della unicità del Servizio Informazioni e propaganda e stampa all’estero, attività che avrebbero dovuto essere riunite in organi speciali dipendenti direttamente dalle Regie Rappresentanze diplomatiche … , concetto invero un po’ bizzarro, anche se facilmente comprensibile per gli interessi particolari della componente diplomatica, per la quale il Capo Missione italiano all’estero risultava essere la massima autorità governativa e amministrativa (con il reparto consolare) di tutta la comunità italiana che si trovava nel suo territorio di competenza: si trattava dunque di una affermazione ulteriore del ruolo di vertice del massimo rappresentante diplomatico in loco.

Nel progetto era altresì categoricamente sanzionato che,al di fuori di questi nuovi organi, non sarebbero state ammesse altre possibilità di organizzazione dell’attività informativa. Gli organi speciali previsti dovevano fungere da centri di raccolta di informazioni politiche, economico-commerciali, politico-militari-marittime, tecnico-militari-navali, di controspionaggio. Le loro funzioni non si limitavano a questi pur assai ampi spazi di manovra, ma dovevano anche assicurare una accurata azione di propaganda, contropropaganda e stampa.

Per quanto riguardava il coordinamento a livello nazionale, era previsto un Ufficio Centrale a Roma, alla diretta dipendenza del Ministro degli Affari Esteri (Ufficio di Gabinetto). L’Ufficio Centrale doveva avere una sua struttura: una Sezione militare, una Sezione navale, una Sezione economico-commerciale, un Ufficio per la crittografia e la compilazione dei cifrari, una Sezione per la redazione del bollettino stampa, mantenendo le Sezioni già presenti che si occupavano di stampa e pubblicazioni.

Erano anche ben delineati i compiti che avrebbe dovuto avere l’Ufficio Centrale, e cioè: doveva sovrintendere alla raccolta di tutte le informazioni e le notizie dei vari Centri all’estero, utili a tenere al corrente gli enti che fossero stati interessati: questo doveva essere realizzato per mezzo della redazione di un bollettino confidenziale per le autorità direttamente coinvolte; stralci di questi bollettini sarebbero stati inviati ad altri ministeri e autorità. Da questi erano escluse quelle informazioni o notizie di carattere strettamente tecnico-militare o navale. Tra i compiti dell’Ufficio Centrale, vi sarebbe stato quello di rispondere a tutti i quesiti che potevano essere rivolti da autorità politiche o amministrative.

L’Ufficio avrebbe avuto la direzione del servizio di propaganda e di contropropaganda e la direzione del controspionaggio. L’Ufficio avrebbe anche dovuto provvedere alla redazione di un bollettino di tutta la stampa estera, in modo da abolire tutti gli altri bollettini stampa redatti dai vari ministeri. Erano previste anche le località dei Centri di raccolta, che avrebbero dovuto essere stabiliti nell’America del nord, nella Francia, nei paesi baltici, nella Germania, nella Svizzera (Società delle Nazioni), nell’ex impero austriaco, in Jugoslavia, nella Grecia, e per il momento, anche a Costantinopoli.

Non era ancora considerata direttamente la Russia, per la quale doveva provvedere il Centro di informazioni del Baltico, fino a quando non fosse stato possibile istituire a Mosca o a San Pietroburgo un nuovo ente. Per gli Stati dove non era prevista la costituzione di un Centro raccolta informazioni, a tutto avrebbe provveduto l’ambasciata o la legazione presente. Per quanto poi riguardava il Brasile e l’Argentina, si pensò che sarebbe stato possibile provvedere a mezzo di organizzazioni speciali delle società italiane. I centri all’estero saranno in contatto con gli addetti militari e navali accreditati nel paese: a questi ufficiali dovevano essere riferite tutte le informazioni di carattere esclusivamente tecnico-militare e navale, e gli operatori dei Centri di raccolta avrebbero ricevuto da costoro le istruzioni e le direttive per la raccolta delle informazioni di carattere militare.

In questo modo le autorità italiane, quelle diplomatiche e quelle militari, ritenevano di aver risolto l’annoso problema dell’attività degli Addetti militari all’estero, a causa del loro particolare status di diplomatico, dichiarato gradito nel paese di accreditamento, per il quale quindi risultava delicata ogni azione rivolta a ottenere informazioni militari di una certa sensibilità. Se invece fossero stati dei civili, ovviamente non accreditati diplomaticamente, a fare quel tipo di attività, non ci sarebbe stata dunque nessuna particolare imbarazzante situazione né per il rappresentante del Regno d’Italia, né per coloro che indossavano una divisa.

Rimaneva ovviamente l’ipocrisia di un necessario coinvolgimento degli Addetti militari e navali, in quanto solo essi disponevano della preparazione professionale adeguata a comprendere cosa poteva essere interessante, cosa doveva essere scoperto, come agire e dove agire. l vari operatori del Centro di raccolta avrebbero dovuto trasmettere tutte le informazioni al costituendo Ufficio Centrale di Roma, dopo averne fatto prendere conoscenza al rappresentane diplomatico.

Veniva risolto in questo modo anche un altro problema interno, che si era varie volte rivelato nel corso degli anni precedenti: molto raramente l’Addetto militare, che come abbiamo visto, nonostante il divieto assoluto, tuttavia raccoglieva informazioni militari di carattere più o meno segreto, informava il proprio Capo Missione di quanto aveva scoperto e inviava rapporti a Roma, senza che però passassero dalla scrivania dell’ambasciatore.

È vero altresì che molte volte, quando vi era sintonia e collaborazione fra i due rappresentanti italiani all’estero, l’Addetto militare, se non si trattava di particolari argomenti segreti richiesti dal Comando del Corpo di Stato Maggiore, faceva leggere al diplomatico le sue relazioni e i suoi rapporti o quantomeno lo metteva al corrente delle sue valutazioni.

Nel progetto era previsto che all’estero fosse dunque il regio rappresentante diplomatico ad avere la direzione superiore del Servizio Informazioni, ma era altresì previsto che né lui né, a maggior ragione, gli Addetti militari e navali avrebbero mai dovuto entrare in contatto diretto con l’organizzazione materiale del servizio informazioni e ciò per poter sempre dichiararsene estraneo e sconfessarne eventualmente l’operato ... rimane il dubbio in chi legge il progetto: in quale complicato modo l’ambasciatore o i suoi collaboratori diplomatici avrebbero potuto organizzare e dirigere la raccolta delle informazioni, visto che era di loro competenza.

Poiché era chiaro che non si poteva utilizzare lo stesso tipo di comportamento e di struttura nei vari Stati indicati, in quanto ognuno di questi aveva caratteristiche diverse circa la possibilità di attuare una organizzazione di lavoro dei Servizi Informativi, potevano essere solamente i rappresentanti diplomatici all’estero a indicare in quale modo i Centri di raccolta potevano essere accreditati presso i vari governi e in quale veste ufficiale gli operatori dei Centri si sarebbero trovati a vivere e operare dove inviati.

Il progetto presentava una visione indubbiamente un po’ particolare dell’attività informativa, anche se solo all’estero, perché nell’organizzazione prevista la parte informativa militare sembrava essere stata messa in subordine, come ormai meno interessante e attuale. Nei giorni seguenti all’incontro a Parigi della Commissione informale, era stata redatta la circolare n. 27766, emanata dal Presidente del Consiglio Nitti il 25 agosto 1919, con oggetto: uffici speciali di informazioni.

Francesco Saverio Nitti

È interessante riportane alcuni brani che spiegano il cambiamento di rotta alla fìne del conflitto e soprattutto una pericolosa commistione che era stata fatta tra informazioni di carattere esclusivamente militare e informazioni di carattere più politico, riguardanti l’ordine pubblico e il controspionaggio; era pur vero che durante la guerra anche altri organi, oltre quelli militari, avevano garantito la sicurezza interna, in materia di propaganda sovversiva, soprattutto; si erano occupati di attività di controspionaggio; avevano assicurato l’ordine pubblico, ma quanto scritto nella circolare era veramente un po’ troppo riduttivo di alcune funzioni dell’attività informativa militare.

Questo era il testo della circolare: “Durante il periodo della guerra sembrava opportuno raccogliere le notizie relative alla dignità politica e diplomatica dei nostri nemici medianti uffici speciali, alla dipendenza di vari ministeri, affinché più facilmente potessero aversi e controllarsi le informazioni con l’impiego contemporaneo di personale diverso, distribuito in molte località del regno e dell’estero, che avesse occasione continua e contingente di raccogliere elementi, specie in materia di controspionaggio. Naturalmente tale incarico venne assunto in modo speciale da codesto ministero e da quello della Guerra, data la natura delle informazioni che occorrevano e i rapporti che i nostri addetti militari e navali avevano in precedenza allacciati all’estero. Sebbene il funzionamento dei vari uffici speciali addetti (che spesso si comunicavano a vicenda le medesime notizie) abbia importato spese assai rilevanti e sebbene il risultato non sia stato sempre del tutto soddisfacente, per la mancanza di una direzione unica che evitasse inutili dispersioni di mezzi e potesse raccoglire e vagliare gli elementi raccolti e dare le disposizioni conseguenti, pure è indubitabile che nel complesso gli uffici medesimi hanno corrisposto ad una necessità del momento e resi servizi importanti.La loro stessa origine però, e gli scopi ad essi assegnati, dimostrano che la istituzione di tali uffici, fatta in via temporanea, deve cessare insieme alle condizioni politico-militari che la consigliarono. Conclusa già la pace coll’impero germanico, prossima alla conclusione la pace con l’Austria tedesca, e la sistemazione dei nuovi Stati europei, viene a mancare ogni motivo di distogliere più a lungo gli uffici militari dalle loro mansioni di istituto, ed è invece necessario che il servizio di polizia e tutti quelli che vi si connettono, vengano restituiti alla direzione unica di questo ministero com’è stabilito dalla legge e come sempre avvenuto in tempi normali. Pertanto, tenuto conto anche delle urgenti necessità di venire eliminando dal bilancio tutte le spese create dallo stato di guerra e che con esso debbono cessare, prego di voler dare disposizioni affinché l’ufficio informazioni al servizio dello stato maggiore della Marina, con i centri che ne dipendono, venga soppresso sollecitamente, bastando alle attuali condizioni il servizio informazioni del quale dispone la direzione generale di pubblica sicurezza”.

Era il primo passo per tentare forse di sciogliere anche gli Uffici dell’Esercito che si occupavano del settore. Ma non fu certo possibile. In sostanza, come fu sinteticamente scritto dal Comandante Bellavita, Capo dell’Ufficio Informazioni della Marina, questa circolare aveva lo scopo apparente di far tornare gli Uffici militari ai loro compiti istituzionali, ma in realtà con qualche superficialità e minore conoscenza accomunava il tipo di servizio di raccolta di informazioni militari, reso ad esempio dal IV Reparto dello Stato Maggiore della Marina, al tipo di attività, peraltro completamente diverso anche all’epoca, svolto dalla Direzione Generale della Pubblica Sicurezza.

Il Ministro della Marina rispose il 1° settembre 1919 al Presidente del Consiglio, dando le assicurazioni richieste, ma rilevando anche che “sarà però necessario che l’Ufficio Informazioni continui nelle sue ordinarie mansioni di tempo di pace, le quali consistono nel raccogliere e nell’ordinare dati ed elementi sulle marine estere, sia a mezzo degli addetti navali che mediante un’accurata revisione della stampa tecnica”.

Così, nonostante le doverose assicurazioni rimaste sulla carta, il IV Reparto dello Stato Maggiore della Marina non fu sciolto e soprattutto le sue funzioni non vennero svolte in via sostitutiva dal pur efficiente Servizio Informazioni della Direzione della Pubblica Sicurezza, che doveva avere ben diverse finalità. Era altresì chiaro che subito dopo la fine del conflitto, dal punto di vista politico, si prevedeva che i vari trattati di pace sarebbero stati chiusi in breve tempo, mentre in realtà, per concludere l’ultima trattativa e firmare il trattato forse più importante di tutti politicamente, quello con la Turchia, si dovette attendere fino al 1923.

il dialogo delle potenze europee si svolgeva con una nuovissima realtà statuale, che si riteneva erede dell ‘ Impero Ottomano, ma che non si riconosceva in una entità sconfitta e parlava al tavolo della pace con la voce di un vincitore e non di un vinto: era iniziata l’era ascendente di Mustafà Kemal, fondatore della Repubblica laicadi Turchia.

Il progetto di riorganizzazione della raccolta delle informazioni all’estero, sia politiche sia militari, che era stato redatto a Parigi, si poteva riassumere in definitiva con la costituzione di un Ufficio Centrale di Informazioni – e questa obbiettivamente era la prima volta che un simile concetto era stato definito e applicato, anche se solo relativamente alla raccolta informazioni all’estero – alle dipendenze del Ministero degli Affari Esteri tramite il Gabinetto del Ministro e a Centri di raccolta periferici dipendenti dalle rappresentanze diplomatiche.

Occorre dire, in mancanza di altre carte, almeno per il momento, come sembri assai strano che il colonnello Marchetti, che tanto aveva fatto per il servizio informazioni militari e che soprattutto era un professionista del settore, avesse potuto avallare un simile progetto, se non ritenendo che comunque non sarebbe mai stato accettato dai vertici militari, come di fatto non lo fu.

La collaborazione “informativa” fra Esercito e Marina era stretta e costante

Una delle critiche che erano state avanzate a vari livelli rispetto all’attività informativa precedente, riguardava proprio l’analisi della validità delle informazioni ricevute da paesi dove il Servizio si era dovuto basare, nel passato, solamente sull’organizzazione, sull’opera e sulle risorse umane delle ambasciate e legazioni: non sempre le informazioni raccolte dal
punto di vista militare erano state corrette e complete, per mancanza di professionisti del settore. Di conseguenza l’assenza di informatori militari non poteva garantire la validità della raccolta di notizie professionali.

l vertici militari notarono poi che i Centri di raccolta periferici avrebbero assunto, essendo in dipendenza diretta dalle rappresentanze diplomatiche, tutti i servizi di informazioni, militari e non: ma dovevano essere in contatto diretto con gli Addetti militari e navali che avrebbero dovuto fornire loro le istruzioni necessarie per lo speciale settore tecnico; inoltre gli operatori civili di questi servizi dovevano comunque essere accreditati presso i vari governi, per poter risiedere e lavorare, e quindi operare, in una forma o nell’altra, ma sempre in modo poco palese verso il paese di accreditamento: il che non avrebbe risolto il problema della cosiddetta lealtà verso il paese ospitante: argomento che veniva portato a supporto dell’esclusiva utilizzazione di personale civile, sotto guida diplomatica.

Ancora più grave era il fatto che questi centri periferici si sarebbero dovuti occupare di spionaggio e controspionaggio: due attività delicate, difficili, che sarebbero state, dopo solamente pochi giorni di operatività, sotto i riflettori dei servizi di controspionaggio locali e ben presto sarebbero venuti alla luce i legami tra questi centri e i rappresentanti ufficiali del Regno d’Italia, con possibili imbarazzi per il Capo Missione, dunque con vari ostacoli al lavoro del Centro di raccolta. Si sarebbero creati proprio quegli imbarazzi che si volevano evitare a coloro che erano accreditati come diplomatici.

Altra notazione giusta che fu fatta sul progetto era che sarebbe stato difficile per le autorità militari fidarsi completamente di informazioni di carattere tecnico avute per l’unico tramite e sotto la guida delle rappresentanze diplomatiche all’estero, in quanto poteva mancare a queste non solo la relativa professionalità speciflca nella ricerca del materiale informativo militare, ma anche il giusto interesse nel settore. Inoltre poteva non essere facile per l’Addetto militare e navale vincere da solo eventuali pratiche desistenze e difficoltà da parte degli operatori dei Centri di raccolta, interessati a informazioni politiche ed economiche, più consone anche alla loro preparazione di base.

Scriveva il comandante Bellavita nel 1922: “Le informazioni sono fondamento del materiale di lavoro dei due Stati Maggiori della Marina e dell’Esercito: come pretendere che questi enti deleghino la ricerca e la cernita delle notizie loro occorrenti o l’iniziativa di ricerca in determinati speciali campi (che nel tempo possono avere grande interesse, sia pure indiretto e non appariscente) ad un egregio funzionario sì, ma sottordini al Ministro degli Affari Esteri, e per giunta mutevole col mutare di ogni ministero?” Inoltre indicava che una delle caratteristiche principali di un serio Servizio Informazioni poteva essere proprio l’inamovibilità di un certo tipo di personale, che acquistava così una speciale sensibilità nel settore della raccolta informativa: nel caso previsto, invece, con la mobilità del personale diplomatico, non si sarebbe potuta garantire una continuità.

Nell’ampia analisi condotta dall’ufficiale sul progetto vi è un punto importante quando scrive, nella sua relazione al Capo di Stato Maggiore della Marina, delle affermazioni che confermano quanto in realtà i documenti in precedenza consultati hanno rivelato e cioè che gli Addetti navali e militari, ai quali era rigorosamente proibita ogni attività di spionaggio, ma non di raccolta di informazioni militari, dipendevano dagli Uffici/Servizi Informazioni dell’Esercito e della Marina: “con l’istituzione di questo servizio cumulativo che cosa diverranno gli attuali uffici informazioni della Marina e dell’Esercito, dai quali dipendono praticamente gli addetti navali e militari e che hanno compiti e responsabilità specifiche molto ampie richiedenti profonde condizioni professionali e riconosciute autorità esecutive? Saranno soppressi? Non potranno mai esserlo integralmente perché non è possibile affidare ad altri la sorveglianza sul personale militare, la prevenzione dello spionaggio militare, la ricerca delle notizie vere tecniche, ecc. resteranno dunque? E allora non si avrà un momento burocratico, maggiore spesa e, forse, conflitto di competenza?”

L’analisi dunque prevedeva che con il riordinamento previsto vi sarebbe stata in realtà una duplicazione degli uffici addetti, perché non sarebbe stato possibile sopprimere quelli militari presso gli Stati Maggiori. Era ovvio che i vertici militari non avrebbero nemmeno potuto discutere una simile proposta anche se ritenevano interessante e suscettibile di pratica adozione il concetto informatore di un Ufficio Informazioni unificato, cioè “centrale” che potesse adempiere a questo tipo di servizi: informazioni, propaganda, stampa, legislazione relativa al controspionaggio, controspionaggio, contro propaganda, crittografia e cifrari, economia, commercio, industria, investigazioni.

Per questo tipo di servizio unificato era evidente e necessaria la cooperazione di vari ministeri e cioè quello della Guerra, della Marina, degli Esteri, delle Poste e Telegrafi, delle Colonie (che peraltro aveva curato direttamente fino ad allora, con propri Uffici locali, la prima raccolta di informazioni nei territori oltremare), Industria, Commercio, Lavoro, Finanze, Grazia e Giustizia. Dovevano anche collaborare la Direzione Generale della Pubblica Sicurezza e le Ferrovie dello Stato, il sindacato della stampa e il Commissariato per l’emigrazione, la Guardia di Finanza.

Dunque tutti questi ministeri dovevano dare il loro contributo all’eventuale Servizio centrale unificato: quindi questo nuovo organo non poteva evidentemente dipendere dal Ministero degli Affari Esteri, ma poteva e doveva essere messo sotto la diretta dipendenza della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Questa era una prima, pratica e necessaria modifica al progetto che il comandante Bellavita proponeva, una delle tante che avrebbero dovuto essere apportate.

Nella sua relazione l’ufficiale aveva anche abbozzato una prima suddivisione delle Sezioni e rispettive competenze che l’eventuale Ufficio unificato avrebbe dovuto avere per poter operare. Doveva essere suddiviso in Sezioni nelle qual i dovevano lavorare rappresentanze di tutti gli enti interessati, a seconda delle competenze:
a) informazioni: Sezione con rappresentanti della Marina, Esercito, Esteri, Interni, Industria, Commercio, Lavoro;
b) propaganda e contro propaganda: Sezione di caraltere politico, militare, economico, commerciale, industriale;
c) stampa;
d) legislazione: Sezione con rappresentanti della Marina, Esercito, Interni, Esteri, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza;

e) controspionaggio: con rappresentanti della Marina, Esercito, Interni, Esteri, Direzione Generale Pubblica Sicurezza, Grazia e Giustizia;
f) crittografia e cifrari: con operatori della Marina, Esercito, Interni, Esteri, Pubblica Sicurezza;
g) economia, commercio e industria;
h) investigazioni: con rappresen tanti della Marina, Esercito, Interni, Pubblica Sicurezza, Carabinieri Reali, Guardia di Finanza.

Come si può notare, le varie Sezioni si sarebbero potute avvalere di funzionari dei vari organi dello Stato, ma con il pericolo grave, sottolineato dal relatore, di non raggiungere l’equità distributiva del lavoro e quindi anche dei frutti delle indagini esperite.

Altro pericolo che l’ufficia le intravedeva era la scarsa preventiva garanzia per una nevessaria e indispensabile riservatezza, che doveva invece caratterizzare tutte le operazioni, in quanto era chiaro che dovevano essere impiegati numerosi funzionari di vari ministeri, persone di mentalità differenti e con finalità, opinioni e fede politica spesso molto divergenti.

Nella relazione del comandante Bellavita non è detto esplicitamente, ma è evidente, che l’ufficiale riteneva utilizzabili solo i militari strettamente tenuti e rispettosi del segreto militare; segreto che poteva invece non impegnare altri funzionari, dai quali era comunque dovuto il segreto d’ufficio, ma forse sentito in modo meno imperativo e, interpretando forse lo spirito con il quale il Bellavita scriveva, meno cogente che fra i professionisti del Servizio Informazioni Militare, ormai addestrati e usi a saper parlare e soprattutto tacere.

Nella lunga relazione veniva considerato anche il problema della stampa nazionale, che doveva essere da una parte agevolata dalle informazioni raccolte e utilizzate per le sue specifiche attività, ma dall’altra doveva essere frenata e guidata dalle direttive della Direzione dell’Ufficio, e cioè dalla Presidenza del Consiglio, che in tal caso forse sarebbe riuscita a disciplinare i pregi e difetti della stampa: in modo che la libertà, ritenuta sconfinata degli organi di stampa, non danneggiasse gli altri reparti dell’Ufficio o che l’indipendenza della stessa fosse di ostacolo agli sforzi, alle direttive e alle mete che il Governo si era prefissato, proprio istituendo un Ufficio unificato- cioè una Direzione centrale- del Servizio Informazioni all’estero.

Era comunque ormai assai chiaro che nell’interesse generale dello Stato fosse necessario un provvedimento che costringesse a una stretta cooperazione tutti gli Uffìci di informazioni, anche se sembrava ancora una proposta non matura per i tempi. Scritta nel 1922, questa articolata relazione si riferiva anche ad esperienze di altri Stati, soprattutto di quelli dove era stata affrontata la fusione dei Ministeri della Guerra e della Marina nel quadro di un Ministero di Difesa nazionale: l’ufficiale ricordava che nessun tipo di risultato positivo si era avuto, ad esempio, in Svezia dalla fusione dei due ministeri della Guerra e della Marina effettuata il 1° luglio 1921. Lo stesso Comandante in Capo del Dipartimento marittimo di Stoccolma aveva dimostrato che ne era derivato un gran danno ad ambedue le Forze Armate, ma soprattutto per la Marina in quanto l’Esercito era divenuto una specie di mandatario per la forza armata di mare.

Se si considerava che l’Italia è un paese circondato dal mare a sud, a est e a ovest, cioè con un numero importante di chilometri costieri, bisognava ben valutare il fatto che la Marina e l’Esercito avrebbero sempre avuto bisogno uno dell’altra e viceversa e che la loro cooperazione era necessaria, proprio per i differenti compiti istituzionali che si presentavano per la salvaguardia e la sicurezza del Regno… Per questo devono indipendentemente rafforzarsi e conservare i propri organi con le loro speciali e diverse esigenze…

Alla fine infatti del suo rapporto il comandante Bellavita scriveva che teoricamente sarebbe molto desiderabile la costituzione di un organo informativo unico e stabile, ma che malauguratamente l’esperienza pratica della vita e delle debolezze umane ne sconsiglia l’adozione: strana conclusione finale per un ufficiale che aveva invece esaminato molto abilmente il progetto che era stato abbozzato a Parigi e che aveva dato consigli molto coerenti e lucidi nella sua analisi, precursori di quello che poi sarebbe in parte avvenuto.

Bisogna ricordare che nel 1922 il IV Reparto dello Stato Maggiore della Marina era articolato in un Ufficio del Capo Reparto, che si occupava della direzione generale, delle relazioni eventuali con gli Addetti navali esteri, delle relazioni con gli Addetti navali italiani all’estero, degli studi, dell’Istituto di guerra marittima, della corrispondenza con le autorità estranee all’Ufficio del Capo di Stato Maggiore, dell’amministrazione dei fondi segreti; delle pratiche giudiziarie; delle relazioni con la Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, con l’Ufficio Informazioni dell’Esercito e con il Ministero degli Affari Esteri.

Era suddiviso in cinque Sezioni. Le prime tre avevano competenze assegnate con criterio geografico. La quarta Sezione si occupava di costruzioni navali; riviste tecniche; bilanci; invenzioni; disegni; studi e pubblicazioni tecniche; biblioteca; sala disegno; conservazione e tenuta delle carte e delle idrografie. La quinta Sezione era particolarmente strutturata per la raccolta delle informazioni; per la polizia militare delle piazze marittime; per la segnalazione delle notizie; la corrispondenza con informatori; l’amministrazione degli stessi; l’archivio delle informazioni segrete; i cifrari informazioni segrete (alla dipendenza del Capo Reparto).

Vi era altresì una Segreteria che prevedeva una Direzione; una biblioteca. La Segreteria prendeva cura degli abbonamenti a giornali e riviste, dell’archivio, della spedizione della corrispondenza; delle pratiche riservatissime; della stampa dei bollettini e promemoria; aveva rapporti con la Segreteria del Capo Reparto; dirigeva il gabinetto fotografico (lavori di fotografia e cinematografia), sempre alla dipendenza del Capo Reparto. Era previsto anche un gabinetto fotografico e una sala disegno. L ulteriore modifica de] Servizio Informazioni della Marina, dopo la costituzione nel 1925 del Servizio Informazioni Militare, sarebbe avvenuta intorno al 1930.

Vengono date direttive per restringere la circolazione dei bollettini delle informazioni militari

L’attività svolta dal 1919 al 1922

Come abbiamo già visto, il Comando Supremo era rientrato a Roma da Abano nell’agosto del 1919, mantenendo un proprio Servizio Informazioni, incardinato nel Reparto Operazioni. Il 25 novembre 1919, alla vigilia della smobilitazione del Comando Supremo, la circolare n. 617 riordinava l’Esercito in 15 Corpi d’Armata territoriali, 30 Divisioni di fanteria e 2 di Cavalleria, con elementi permanentemente mantenuti in servizio, e, tra questi, lo Stato Maggiore dell’Esercito e i Comandi di Grandi Unità. Il Comando Supremo fu smobilitato 1° gennaio 1920 e con esso il Servizio Informazioni da esso dipendente.

Rimaneva in piena attività l’Ufficio “I” del Comando del Corpo di Stato Maggiore, diretto dal colonnello Camillo Caleffì. Agli inizi del 1920 l’attività dell’Ufficio “I” continuò soprattutto tenendo d’occhio la situazione nei Balcani: gli scontri fra bande montenegrine e serbe sono puntualmente annotati nel Diario storico-militare. Elementi di quelle etnie erano tenuti sotto stretto controllo: il 5 gennaio, ad esempio, fu allontanato dal territorio nazionale, su richiesta del Ministero degli Esteri, un maggiore dell’esercito serbo e lo stesso giorno, con intervento del personale dell’Ufficio, veniva arrestato un pericoloso montenegrino.

Pochi giorni dopo, il 13 gennaio, tra le varie incombenze, l’Ufficio chiese conferma al Comando del Corpo di Spedizione nel Mediterraneo a Rodi della ricezione di copia dei cifrari, così come ad altri Uffici I. T. O. di Trieste (in quel periodo comandato dal colonnello Ponza di San Martino), Zara e delle Regie Truppe nella Venezia Giulia, al Comando delle quali veniva tra l’altro comunicata la partenza di un tal prof. Mancuso per Trieste: era sicuramente un collaboratore, considerato che quando scrivevano invece di soggetti da sorvegliare, aggiungevano invariabilmente prima del nome l’aggettivo il noto.

Rapporti continui erano in essere con l’Ufficio Informazioni in Albania, con l’I.T.O. del Governo della Dalmazia e con i Nuclei d’informazione dei Carabinieri Reali presso i Comandi designati d’Armata. La Sezione “M” era sempre funzionante e aveva come Capo Sezione un maggiore dei Carabinieri Reali, Cesare Bianchini. L’argomento bolscevismo era sempre ricorrente, come ad esempio il 14 gennaio quando venivano date dalla Sezione di Polizia Militare informazioni sulla propaganda bolscevica effettuata dai prigionieri russi nei campi di concentramento dell’Asinara. Ma erano anche attentamente monitorati i rapporti fra militari e anarchici, mentre venivano segnalati alla Pubblica Sicurezza i propagandisti delle idee sovversive provenienti dalla Russia comunista. Venivano più volte sottolineati anche i pericoli dell’espansione di queste idee in Austria.

Le note sul bolscevismo si susseguono numerose anche nei mesi successivi, come nel giugno 1919, quando la Sezione “U” del Servizio Informazioni del Comando Supremo, ancora in attività, inviò un dettagliato rapporto su una organizzazione sovversiva: si comunicava che a Lienz (in Pusteria) si era formato un altro centro comunista, dipendente da quello di Innsbruck, del quale era stata data notizia in un rapporto del maggio precedente; ne era a capo un italiano ben identificato, certo G. C.

Risultava chiaro ai Servizi Informativi che le relazioni tra il centro di lnnsbruck e quello di Vienna erano molto attive, anche con la presenza di numerosi italiani che si facevano chiamare con altri nomi di origine tedesca. Era stato tra l’altro possibile arrestare uno di questi, che usava portare somme di denaro e opuscoli di propaganda, in quanto era un disertore. Per altri, l’arresto era assai più difficile e dovevano continuamente essere monitorate le loro azioni.

In questa opera di controllo e repressione un aiuto indiretto arrivava dal governo tirolese, che sembrava molto preoccupato dall’attiva propaganda dei bolscevichi e aveva predisposto delle misure piuttosto rigide, puntualmente attuate. Si riteneva perciò che l’attività dei comunisti fosse molto intralciata e avesse una vita difficile, anche perché il governo tirolese non mancava di tenersi in contatto con il Regio Governo, per un reciproco scambio di informazioni.

L’Ufficio Informazioni della Marina e il Servizio Informazioni del Comando Supremo collaboravano strettamente

In quel periodo il Servizio era particolarmente attento a quel fenomeno politico, poiché era stato segnalato che a giorni un convegno comunista si sarebbe tenuto a Vienna, per il quale erano attesi anche degli onorevoli del Regno d’Italia: di essi venivano dati i nomi con
particolare accuratezza.

Molte erano anche le notizie che arrivavano sulla delicata situazione di Fiume, tramite i vari Uffici I.T.O. e soprattutto da Zara, considerando in sintesi la questione come il problema adriatico. Venne rilevata anche la diffusione del giornale di propaganda, diramato dal Comando di Fiume. Il 16 febbraio invece giunse la notizia di una pretesa irruzione di D’Annunzio nel Montenegro e, alcuni giorni dopo, la possibile occupazione dell’isola di Cherso sempre da parte delle truppe del Vate. Il 19 agosto fu annotata una relazione sulla dichiarazione di indipendenza di Fiume. Nel maggio 1920 giunsero ulteriori notizie di progetti di D’Annunzio per sollevare le popolazioni albanesi e montenegrine.

D’Annunzio

Nel Diario spesso si faceva riferimento anche ad agenti informatori che erano in contatto con gli Addetti militari, come del resto era stata ed era tradizione e consuetudine, essendo questi ufficiali quasi sempre degli ottimi informatori essi stessi o organizzatori di reti di fiduciari. Gli indirizzi convenzionali erano sempre considerati importanti, se il 23 gennaio 1920 la Sezione Informazioni scriveva al colonnello Attilio Vigevano, e ai pari grado Alberto Ponza di San Martino e Giacchino Parenzo, che erano appunto nella Sezione ‘M’, un dispaccio circa l’uso di quel tipo di precauzione; sarebbe stato altresì interessante poter leggere il foglio inviato il 26 gennaio al Capo della Sezione”‘M” contenente proposte di linguaggio convenzionale.

Anche nel febbraio 1920 continua attenzione fu posta alla situazione nei Balcani che andava via via complicandosi politicamente e quindi militarmente. La massima riservatezza sugli agenti informatori proseguiva, perché molto spesso sono segnalate partenze di alcune persone indicate solo con una iniziale (5 febbraio) o è annotato che il Capo della Sezione aveva preso contatto con un certo signor P., come il 13 febbraio ad esempio: forse l’ingegnere Polacco, che pochi giorni dopo partiva per un viaggio in Oriente, come accuratamente annotato ai primi di marzo.

Pochi giorni dopo nelle notazioni compare un certo informatore Maxim, ricevuto dal tenente colonnello Troiani, che era a capo di una delle Sezioni dell’Uffìcio; informatore che spesso si recò a conferire con l’uffìciale. Così come l’agente Arsenio, non meglio identificato, che spesso nei mesi successivi si incontrò con il Capo dell’Uffìcio; agente per il quale però venne coinvolto l’Ufficio di Polizia Militare del Corpo d’Armata di stanza a Firenze, per averne notizie.

Con molta attenzione erano monitorati cittadini italiani che risultavano informatori di Servizi stranieri, come ad esempio accade in una notazione del5 febbraio che riportava l’arrivo di una relazione su un informatore italiano al servizio degli inglesi.

Nel marzo 1920 l’Uffìcio inviò al Ministero della Guerra, al Ministero degli Esteri, a quello della Marina lo schema dell’organizzazione dei Servizi di Informazione all’estero, che continuava a basarsi sui Centri di Raccolta, sempre con la necessaria collaborazione assai stretta di quello degli Esteri. Il 17 febbraio e nei giorni seguenti fu annotata ancora una corrispondenza con la Sezione “M”di Milano, concernente l’organizzazione informativa tedesca nel Ticino. Ancora più interessante, se si avesse il carteggio, potrebbe essere la pratica intitolata contro-azione-1916 restituita alla Sezione o da essa ricevuta.

Alla data del 10 marzo 1920 vi è una annotazione relativa alla Sezione “M”, nel Diario di quel giorno, di un certo interesse: Fascio di Difesa Nazionale. Nel 1921 la Sezione di Polizia Militare monitorizzava l’azione antimilitarista dei Fasci “Filippo Corridoni”. Vi era anche la ricerca di possibili istituzioni che potevano dare un aiuto e un appoggio al Servizio Informazioni, come ad esempio l’Opera nazionale combattenti, con i dirigenti della quale più volte gli ufficiali dell’Ufficio “I” si incontrarono per concordare una forma di collaborazione.

Numerosi furono anche gli incontri tra il Capo del Servizio e i vertici della diplomazia ita1iana, a conferma sia della collaborazione che vi era stata sempre sia del continuo studio per organizzare anche da parte degli Esteri un servizio informazioni oltre confine, soprattutto concernente i territori d’oltremare. Anche nel 1920 fu continuo il lavoro della Sezione relativa alla stampa e alle traduzioni varie e della Sezione di Polizia Militare, con la sua attiva collaborazione con la Direzione Generale di Pubblica Sicurezza.

Il Diario storico della sezione “R” del Servizio Informazioni

Il Capo del Servizio non si fermava a Roma, sua sede ufficiale, ma faceva frequenti viaggi nelle sedi periferiche: ad esempio, il 28 marzo del 1920 il colonnello Caleffì, allora Capo dell’Ufficio, si era recato a Milano per un incontro con il Caposezione “M” e con i corrispondenti dell’Ufficio, cioè i fiduciari, coloro che appartenevano alla rete informativa.
Nel mese di marzo del 1920 fu varata una riorganizzazione interna del Servizio: infatti nell’aprile del 1920 improvvisamente compaiono nel Diario altri Uffici, incardinati sempre nell’Ufficio “I”: Segreteria, Ufficio “O” e Ufficio “E” (Colonie), che non erano mai stati citati prima.

Spesso negli incontri del Capo dell’Ufficio, sempre accuratamente annotati nelle Varie, si ritrovano, come per Balduino Caprini, i nomi di altri uffìciali dei Carabinieri Reali che avevano già operato in area mediorientale, come ad esempio il colonnello Fortunato Castoldi, che era stato in Macedonia, il capitano de Mandato, che era stato a Creta, il capitano de Bisogno: questi uffìciali continuamente si recavano presso il colonnello Caleffi e a quel che si sa erano attivi nelle varie missioni che si avevano in Grecia, a Costantinopoli, in Asia Minore.

Nonostante la fine del conflitto, continuò l’attività di ricerca di documentazione nemica, che veniva regolarmente tradotta, insieme a quella rinvenuta durante le battaglie, e che non era stata ancora visionata e analizzata. Nell’aprile 1920, in particolare, sembra che l’attività dell’Ufficio dovesse riprendere quota e nuova vitalità per lavorare ai propri compiti istituzionali, e infatti vi sono numerose annotazioni circa le informazioni sulla situazione in Tirolo, su quella in Albania.

Compare in quei giorni anche un Ufficio “N” che compilava un bollettino economico sulla Jugoslavia; l’Ufficio “E” si occupava anche della politica francese in Ungheria e la situazione politica in quella regione, mentre l’Ufficio Segreteria provvedeva a che fosse riconfermata la missione italiana in Grecia, ancora presente per riorganizzare la gendarmeria greca.

Dopo aver utilizzato per alcuni mesi, sempre e solo una o due pagine per riassumere l’attività dell’Ufficio, dal 14 aprile in poi, la sintesi del Diario si espande, occupando di nuovo tre pagine di notizie, mentre continuavano frequenti gli incontri del Capo dell’Ufficio con esponenti del Ministero degli Esteri: una attività febbrile sembrava essere stata ripresa in pieno. Intanto arrivavano all ‘Ufficio cifrari e tabelle dalle disciolte Unità, materiale cartografico di vario genere. Venne segnalato il passaggio di numerosi croati e ungheresi a Roma.

Fu ancora continuamente monitorizzata la situazione interna di vari paesi dei Balcani, con particolare attenzione all’Albania, senza tralasciare mai ovviamente una attenta sorveglianza sulla propaganda sovversiva tra le truppe: era questo un argomento sensibile in un momento di transizione, come già notato, di particolare delicatezza per la vita del Regno. L’8 luglio il colonnello Blais, ormai un professionista di lungo corso nella raccolta delle informazioni particolarmente delicate, riferiva di aver raccolto molte notizie su una possibile riunione di socialisti e repubblicani per “discutere sull’indirizzo da seguire per abbattere le istituzioni vigenti”: segno che ambedue i gruppi politici erano continuamente seguiti e probabilmente vi erano anche degli infiltra.ti per poter avere notizie così precise.

Sono riportati nel Diario anche numerosi incontri del colonnello Caleffi con il comandante Bellavita, Capo del Reparto Informazioni alla Marina: il tema dei colloqui non viene annotato, ma probabilmente alcuni degli argomenti trattati saranno stati riferiti al nuovo assetto da dare a tutto il settore della raccolta delle informazioni interne e all’estero, sulla base del progetto stilato a Parigi, che non poteva di sicuro convincere i vertici militari, i quali dovevano a loro volta predisporre un progetto di riordinamento del Servizio Informazioni. Comunque dalle notazioni che si susseguono dall’aprile, maggio 1920, si trae l’impressione che la collaborazione tra gli Uffici Informazioni della Marina e dell’Esercito fosse diventata molto più stretta che nel passato.

L’Ufficio “I” continuava nella sua espansione: per il 1° agosto 1920 era previsto l’inizio del funzionamento dell’Ufficio Statistica di Torino, organizzato proprio dal colonnello Blais. Non mancavano le notizie d’oltremare. Le informazioni arrivavano anche da Tunisi, da un ufficiale inviato in missione. La Tripolitania era ovviamente sorvegliata con grande attenzione, se per il generale Vaccai, accompagnato dal maggiore Bianchi dell’Ufficio “E”, era stato organizzato un viaggio particolare, allo scopo di avviare una indagine informativa
di carattere politico-militare in quel territorio: del resto in Libia la rete dei fiduciari era molto estesa e ramificata, essendo stato uno dei settori particolarmente curati dal Servizio/Ufficio “I” dello Stato Maggiore, nel ventennio precedente.

Nel luglio 1920 il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, ai quali continuava ad essere affidato prevalentemente il controspionaggio militare in patria, aveva varato nuove istruzioni per la Polizia Militare allo scopo di prevenire lo spionaggio militare in tempo di pace; istruzioni che furono fatte circolare tra gli organi di informazione. Gli stessi Carabinieri continuavano ad essere impiegati nell’indagine sullo spirito delle truppe, che sembrava essere ad un punto molto basso.

Si stava comunque formando a tutti i livelli una coscienza “informativa”: è infatti particolarmente interessante la testimonianza, dell’anno 1920 e seguenti, che erano iniziati dei corsi per allievi informatori, organizzati dallo Stato Maggiore dell’Esercito, ai quali venivano inviati ufficiali particolarmente brillanti o che avevano già fatto alcune esperienze negli Uffici “I” d’Armata. Questi corsi di apprendimento erano stati preceduti durante l’ultimo anno della guerra da una serie di conferenze organizzate all ‘interno dei Comandi delle Armate, per ufficiali superiori.

I cenni schematici sugli argomenti trattati nelle conferenze danno una idea di come questi corsi potevano essere organizzati: si tratta di alcuni interessanti appunti stilati alla fine di settembre del 1918 da un ufficiale della Sezione Informazioni d’Armata del Comando della III Armata: purtroppo nel carteggio presente non sono stati rinvenuti i testi eventuali di questi, che con linguaggio moderno professionale, chiameremmo briefing: sarebbero stati di grande aiuto per comprendere come andava delineandosi la dottrina riguardante tutto il settore delle informazioni.

Il ciclo di conferenze iniziava con una premessa sulla capitale importanza del Servizio Informazioni, sulla evoluzione della concezione del Servizio prima e durante il corso della guerra. Seguivano gli scopi del servizio informazioni così definiti: uno generale; uno speciale, che era poi il servizio I.T.O, i cui obiettivi erano: la situazione delle truppe, lo schieramento delle artiglierie, l’organizzazione difensiva e offensiva, i criteri di impiego, i piani dei nemici.

Erano poi indicati quali erano gli organi presso l’esercito operante: il Comando Supremo (Ufficio operazioni: situazione di guerra, Servizio Informazioni); Comando d’Armata (Sezione Informazioni: organi dipendenti e sussidiari); Comando di Corpo d’Armata: C.R.I.T.O. (Centro di raccolta I.T.O.); Comando di Divisione (C.R.I.T.O.); Comando di Brigata (C.R.I.T.O.); organi minori in linea.

Nello schema delle conferenze seguivano le fonti del servizio: fonti speciali; documenti (ufficiali o privati); fotografia (fotografia aerea e telefotografìa); osservazione diretta; intercettazioni (radiotelegrafìche e telef’oniche); interrogatori (disertori, prigionieri, fuggiaschi). Altre fonti potevano essere i mezzi e gli artifici usati dal nemico per la neutralizzazione di ciascuna fonte. Importante nella valutazione delle informazioni raccolte era la gradazione di attendebilità; erano segnalati anche i pericoli della super valutazione e della svalutazione delle fonti; veniva sottolineato l’uso del senso critico.

Nello schema vi è poi una frase particolare riguardante l’argomento: parallelo fra la ricerca storica e l’attività del personale addetto al Servizio I.T.O.; sarebbe stato interessante avere maggiori spiegazioni su questo argomento trattato nelle conferenze, soprattutto per quanto riguarda la ricerca storica, dalla quale non si può prescindere, nemmeno ai nostri tempi, per ben interpretare le informazioni raccolte, specialmente in aree lontane dal modo di pensare occidentale.

Il Diario storico della sezione “R” del Servizio Informazioni

Seguiva la divisione delle branche del Servizio e il loro funzionamento: venivano in primo luogo le fonti speciali, cioè i contatti diretti con l’esercito avversario, con il territorio occupato; seguivano i documenti sottratti al nemico, la cui caratteristica principale doveva essere quella della tempestività; i documenti dovevano poi essere tradotti, interpretati e commentati. La terza branca del Servizio era la fotografia dall’aeroplano: ne veniva trattata la sua importanza; i suoi progressi; il metodo autodidattico; i vantaggi che essa comportava rispetto ad ogni altra rappresentazione del terreno; la stereoscopia; l ‘attività di riproduzione degli elementi raccolti; gli aggiornamenti; gli schizzi. Veniva trattata anche la metodologia della ricognizione fotografica; l’importanza della fotografia aerea nella preparazione e nell’esecuzione dell’attacco: l’identificazione degli obiettivi; la preparazione del tiro di contro batteria (indici, schedari, bollettini, situazioni periodiche, carte, etc … ).

Al quarto punto veniva trattata l’osservazione diretta, sia terrestre che aerea. Seguiva il servizio delle intercettazioni telefoniche: stazioni, centri di ascolto e i loro risultati; trasmissione delle notizie intercettate. Veniva al quinto punto trattato l’interrogatorio dei prigionieri e dei disertori, dei quali bisognava per prima cosa accertare la nazionalità, se alleati o ribelli alla monarchia austro-ungarica (per quanto riguardava una parte dei Balcani). Occorreva valutare il disertore, la sua vicenda umana, la sua psicologia in un primo e in un secondo interrogatorio. Occorreva valutare la sua attendibilità. Veniva anche spiegato come si doveva compilare un verbale di interrogatorio. Sempre in questo particolare quadro di raccolta delle informazioni, era assolutamente importante accertare, da parte dell’ufficiale interrogante, quale fosse la dislocazione delle truppe nemiche, in particolare e in generale.

Il sesto argomento trattava della diffusione delle notizie raccolte, che doveva essere organizzata con pubblicazioni periodiche dell’Ufficio I.T.O. (notiziari) e occasionali e con una adeguata produzione cartografica e fotografica. In questa parte veniva anche valutata l’opera dell’Ufficio l.T.O. prima, durante e dopo una attività operativa sul terreno. Le conferenze si concludevano con un’analisi sulla organizzazione in atto del Servizio Informazioni; il suo ulteriore possibile perfezionamento; “e l’imprescindibile necessità di un più intimo senso di fiducia e di un più attivo spirito di collaborazione da parte delle truppe combattenti”.

Nella continua riorganizzazione delle truppe di terra, bisogna ricordare che l’ordinamento Albricci non aveva trattato specifìcamente la questione di questo Servizio, lasciando come sempre la questione alla competenza del Capo di Stato Maggiore, ma, effettivamente nel 1920, dopo la smobilitazione, vi era stato un riordinamento del Servizio Informativo, come si è visto dal Diario: erano state progressivamente create alcune Sezioni Statistica a Torino, a Milano, a Verona, a Trieste (che si occupava principalmente della frontiera jugoslava) e a Trento (quest’ultima agli ordini del colonnello Tullio Marchetti, che non aveva di certo lasciato il settore geografico e di competenza professionale e quindi continuava con la sua opera per monitorare l’Austria), che si interessavano particolarmente alla situazione militare in Francia, in Svizzera, in Austria, nella Jugoslavia (per il settore balcanico erano come visto ancora molto attivi i Centri di informazione I.T.O.); nel novembre del 1921 risulta attiva anche una Sezione Statistica a Susa.

Tullio Marchetti

Nelle Sezioni Statistica era stata attuata chiaramente la suddivisione tra la raccolta delle notizie a scopo offensivo e a quello difensivo. Gli ufficiali in servizio presso queste Sezioni prestavano servizio in borghese e la Sezione Polizia Militare rilasciava loro speciali tessere di identità e di riconoscimento.

Nel 1920 era ancora particolarmente attiva la Sezione “M”, di Milano, che non era stata ancora sostituita dalla Sezione Statistica: questo deve essere avvenuto verso la fine del 1920. Nel 1921, agli ordini del colonnello Cesare Bianchini, che, come sopra ricordato aveva già svolto servizio a Torino e in altri Centri, e aveva diretto la Sezione “M”, la Sezione Statistica di Milano definì meglio e riorganizzò la raccolta delle informazioni in Germania e in Svizzera, ove peraltro i vari uffici che si erano susseguiti a Milano, con varie denominazioni, avevano svolto un lungo e proficuo lavoro e avevano tessuto una ottima rete informativa.

Continuavano ad operare gli Uffici I.T.O. a Zara, a Scutari, a Trieste, a S. Giovanni di Medua per l’Albania: tutti quanti molto attivi almeno nel primo semestre del 1920. Quello albanese in particolare produceva degli interessanti Notiziari che venivano poi diramati all’Ufficio Operazioni del Comando Supremo e altri pochissimi indirizzi autorizzati a ricevere le informazioni. Il Centro monitorava con grande attenzione la situazione delle forze elleniche orientate sull’Albania, la situazione politico-militare nella stessa Albania, la situazione militare in Montenegro, Kosovo e Macedonia: in tutti questi territori, nell’anno 1920 vi furono delle elezioni politiche che venivano seguite momento per momento da coloro che raccoglievano le informazioni.

È molto interessante e istruttivo storicamente leggere queste relazioni, redatte come un’analisi della situazione corrente. Il Centro di S. Giovanni di Medua (almeno per quello che è possibile riscontrare negli Archivi) produceva dei rapporti molto accurati dal punto di vista della visione generale e particolare dei problemi apertisi in quei territori, segno che la raccolta delle in formazioni aveva iniziato a ben completarsi con la relativa analisi della situazione corrente.

Completava la struttura dell’Ufficio “I”, per quanto si è potuto ricavare dai documenti e dal Diario, la Sezione di Polizia Militare e controspionaggio, affidata in prevalenza a elementi provenienti dalle fila dell’Arma dei Carabinieri; la Sezione intercettazione e crittografia, rilevamenti aerofotografici e telefotografici. Nel 1921 compare anche una Sezione Assistenza Morale e Propaganda, mentre era stata soppressa la Sezione Stampa e Traduttori agli inizi di quell ‘anno.

Continuava ad essere attiva la raccolta anche in Tunisia, con informatori che avevano rapporti diretti anche con l’Ufficio (19 marzo 1920), andavano a prendere istruzioni alla sede, come ad esempio Carlo Crocco, residente a Tunisi; pochi giorni dopo l’Ufficio inviava al Console di Tunisi una lettera circa la missione del Crocco. Era tornato a prestare la sua opera all’Ufficio anche un veterano dell’informazione, l’ufficiale dei Carabinieri Giulio Blais, ormai giunto al grado di colonnello, al quale era stato dato appunto l’incarico di costituire la Sezione Statistica di Torino, a metà del 1920: spesso è annotata la circostanza della sua partenza per una missione riservata, non meglio specificata. È però evidente che il Blais era una delle colonne portanti del Servizio, data la sua lunga permanenza in quel settore.

Nell’ordinamento Bonomi del 1920 non si Fa alcun accenno al Servizio Informazioni, come del resto era successo nell’ordinamento Albricci e lo stesso sarebbe accaduto per l’ordinamento previsto dall’onorevole Gasparotto, nel 1921. In quell’anno venne stabilito il passaggio degli uffici dipendenti dal Capo di Stato Maggiore al Ministero della Guerra, con il decreto n. 655 del 21 aprile 1921 che aveva disposto anche per lo scioglimento della Divisione di Stato Maggiore del Ministero della Guerra: le competenze di questo Ufficio del Ministero della Guerra venivano assorbite dallo Stato Maggiore dell’Esercito che, riorganizzato internamente, tra gli altri Uffici, prevedeva un Ufficio Informazioni suddiviso in: servizio di informazioni militari in paesi all’estero, controspionaggio di polizia militare, cifrari, Addetti militari italiani all’estero; questa suddivisione corrisponde, nelle sue linee generali, a quello che si ricava dalle annotazioni del Diario.

Luigi Gasparotto

Per il 1921 vengono in aiuto le scarne, questa volta, annotazioni del Diario Storico, che ci confermano una certa organizzazione dell’Ufficio “I”, anche all’estero, ad esempio con il Centro ITO presso il Comando delle Forze di terra e di mare di stanza a Sebenico (a capo del quale era l’allora capitano Giacomo Carboni, che sarebbe divenuto nel 1939 Capo del Servizio Informazioni Militare – S.I.M.). Anche la Marina continuava ad avere la stessa organizzazione nel IV Reparto, con un Ufficio particolarmente istruito sulla raccolta delle informazioni.

Giacomo Carboni

Da una annotazione del 24 aprile 1921 sappiamo altresì che i fondi dell’Ufficio “I” erano gestiti dal Banco di Roma, presso il quale il Capo dell’Ufficio (colonnello Attilio Vigevano) o il suo sostituto, tenente colonnello Ettore Troiani si recavano personalmente, per ritirare quanto occorreva. Nel maggio del 1921 compaiono di nuovo numerose annotazioni circa i movimenti comunisti e anarchico insurrezionali: 1’8 maggio ad esempio l’Ufficio Statistica di Milano aveva prodotto un rapporto su un movimento anarchico comunista a Milano e pochi giorni prima la Sezione di Polizia Militare aveva segnalato alla Direzione Generale di Pubblica Sicurezza un movimento bolscevico-comunista e relativa propaganda.

Il 4 maggio sempre la Sezione di Polizia Militare aveva redatto un rapporto sul partito comunista italiano e sui suoi rapporti con i membri della Commissione commerciale russa a Roma. Movimenti bolscevichi, anarchici, comunisti e socialisti erano comprensibilmente sotto l’occhio attento della Polizia Militare: la gestione politica del governo era instabile e la smobilitazione continuava ad accentuare le difficoltà economiche e sociali del Regno. La stampa era particolarmente sorvegliata per evitare la pubblicazione di articoli antimilitaristi, come spesso accadeva, soprattutto sul giornale “L’Azione comunista”.

Vi erano anche dei movimenti repubblicani che si diffondevano in particolare tra i sottufficiali dell’Esercito tramite il giornale “Il risveglio italiano”. Veniva particolarmente consigliato ai Comandi d’Armata, con i loro Uffici di Polizia Militare, di sorvegliare attentamente l’eventuale propaganda in occasione delle elezioni politiche e comunque tutta l’attività dei partiti ritenuti sovversivi (21 giugno), nonché l ‘inquadramento delle forze comuniste (19 luglio) e della penetrazione della propaganda sovversiva nell’Esercito.

Nel maggio del 1921 era stata istituita dallo Stato Maggiore dell’Esercito, in collaborazione con la Marina, una Commissione ad hoc per avviare la riforma della normativa concernente la polizia militare: a questa Commissione partecipavano vari ufficiali, provenienti anche da uffici periferici istituzionalmente competenti. Numerosi furono gli incontri tra il Capo dell’Uffìcio e ufficiali della Marina, in forza al IV Reparto, non registrati precedentemente con la stessa densità: è sicuramente un segno che erano in corso studi e approfondimenti sulla questione sia sulle norme riguardanti la polizia militare, sia sull’organizzazione generale del Servizio Informazioni Militare.

Una curiosità: nel Diario del 7 giugno, tra le informazioni giunte all’Ufficio Segreteria della Sezione lnformazioni viene registrata la fondazione a Parigi di una moschea e di un istituto musulmano, segno del grande interesse che comprensibilmente si aveva in Italia verso il mondo musulmano, considerata la nostra presenza in Libia, in Somalia e la speranza che si aveva, di allargare i confini dell’influenza italiana in Medio Oriente. In quello stesso giorno venne altresì registrata la visita del Capo dell’Uffìcio, il colonnello Vigevano, al Re Vittorio Emanuele III.

Nel luglio 1921 vi è testimonianza che l’attività di raccolta delle informazioni veniva rivolta anche nei confronti dell’aviazione straniera, che progrediva rapidamente, con continui rapporti con il Comando Superiore dell’Aeronautica militare e con l’Ufficio Operazioni: alcune relazioni furono stilate relative all’acquisto di velivoli militari in Germania, da parte della Russia, tornata ad essere, come sempre, un pericolo dominante.

Considerando la grande espansione che stava avendo l’aviazione in tutte le maggiori potenze, vennero designati degli Addetti militari aeronautici in alcune sedi, così come venne annotata l’organizzazione dei servizi di controllo dell’amministrazione del materiale dell’Aeronautica: si trattava di materiali per i quali evidentemente doveva essere tenuto il segreto militare e quindi la loro amministrazione doveva essere organizzata anche con il concorso dei servizi di sicurezza. Del resto il contrabbando d’armi o di materiale militare era continuo, almeno secondo le segnalazioni che provenivano dagli Addetti militari delle maggiori capitali europee, contrabbando che aveva le sue vie più battute attraverso i Balcani e in tutto il Mar Mediterraneo.

Oltre all ‘aviazione, era progredita enormemente anche la tecnica fotografica e spesso la Sezione di Polizia Militare dovette notificare al Touring Club italiano il divieto di fotografare località di confine o di interesse militare.

Venivano ancora utilizzati su larga scala gli informatori, che inviavano rapporti e lettere alla Sezione Informazioni:· attività che viene regolarmente segnalata in dettaglio sul Diario, come ad esempio, venivano notificate, agli Uffici Statistica (o viceversa) missioni all ‘estero di informatori, non meglio identificati nel Diario. Di tanto in tanto però tra le visite fatte o ricevute dal Capo dell’Ufficio, si ritrovano nomi di persone già note durante la guerra, che erano state in rapporto con precedenti Capi dell’Ufficio, come un certo De Gaspari, che aveva svolto la sua attività per l’Italia da Montecarlo e evidentemente aveva ripreso contatto con il Servizio o non l’aveva mai troncato; o il giornalista Javicoli, spesso designato con le sole prime lettere ja.

Vengono ricevuti alcuni informatori ai quali viene invece comunicato che è più opportuno sospendere le relazioni con l’Ufficio, come ad esempio agli inizi di gennaio del 1921: anche
in questo caso la persona è indicata solo con una lettera puntata. Venivano tenute, aggiornate e regolarmente inviate in copia alla Direzione Generale della Pubblica Sicurezza le liste degli individui sospetti di spionaggio, inseriti nella lista generale interalleata.

Anche il cinematografo iniziò ad entrare nel settore di lavoro della Sezione Informazioni dell’Ufficio: il colonnello Vigevano riceveva vari personaggi che avevano a che vedere con questa nuova forma di intrattenimento e di documentazione anche militare, considerato che un ufficiale, il maggiore Nicolini (non meglio identificato) aveva realizzato nella Colonia Eritrea alcune pellicole cinematografiche, che provocarono un carteggio relativo, del quale purtroppo, almeno per ora, non si è trovata traccia. Il 3 agosto il maggiore Pugliese, della Sezione Assistenza Morale e Propaganda (Sezione comparsa a metà del 1921) conferiva con il Capo di Gabinetto del Ministro della Guerra circa la richiesta della Fox Cinematografica per ottenere 400 cavalli montati per l’esecuzione di un quadro del film “Nerone”.

Nei giorni successivi all’attenzione del maggiore Pugliese venne anche sottoposto il film “Sufficit animus”, che fu visionato da lui e dal colonnello Vigevano presso la sala privata della Elios Film: l’assistenza morale e la propaganda a mezzo pellicola andavano però anche di pari passo con l’inizio di una forma di censura preventiva, almeno per quanto riguardava film e documentari di soggetto militare. Allo stesso tempo furono stipulati accordi con l’Istituto della Storia del Risorgimento per l’acquisto di alcune pellicole da proiettare nelle varie Case del Soldato sparse per l’Italia: l’assistenza morale pensava anche al divertimento istruttivo del militare.

L’ordinamento dell’Esercito del 1921 aveva istituito un Consiglio dell’Esercito, che avrebbe dovuto in teoria essere messo al corrente e quindi essere messo in grado di pronunciarsi su tutte le questioni concernenti le forze di terra (così come il Consiglio degli Ammiragli, sempre istituito dall’ordinamento del 1921, avrebbe dovuto avere la stessa funzione per le forze di mare). Nell’agosto 1921 la Segreteria della Sezione Informazioni iniziò a inviare rapporti e relazioni come quella redatta da ufficiali informatori in Tunisia, la cui piazzaforte di Biserta era di grande interesse anche per il IV Reparto della Marina, che scambiava continuamente informazioni al riguardo con il corrispondente organo dell’Esercito.

L’Ufficio I.T.O. (informazioni Truppe Operanti) Albania continua a produrre notiziari, anche dopo la fine del conflitto

Nel settembre 1921 le Varie riportano che il generale Odoardo Marchetti incontrava varie volte il colonnello Troiani, in quel periodo facente funzioni di Capo Ufficio, ma il Diario non dà i dettagli della ragione degli incontri, che non potevano essere di pura cortesia, dato il numero, ma che erano probabilmente connessi all’attività di studio sulla riorganizzazione dei Servizi Informativi Militari: il Marchetti, in qualità di ex Capo del Servizio Informativo del Comando Supremo doveva partecipare attivamente alla preparazione della struttura di un nuovo organo.

Il 19 ottobre 1921 l’Ufficio “I” dello Stato Maggiore dell’Esercito, sempre inquadrato nell’Ufficio Operazioni, lasciava i locali di Palazzo Baracchini per trasferirsi presso il Palazzo del Ministero della Guerra. L’attività generale proseguiva con i soliti ritmi riguardanti la distribuzione dei cifrari, il controspionaggio con arresto di spie sul territorio italiano, di grande attenzione all’organizzazione dello spionaggio austriaco in Svizzera; in particolare veniva monitorata da vicino una associazione terroristica reazionaria tedesca in Trentino e nelle zone circostanti.

Continuava la normale analisi della stampa estera e la raccolta dei dati sugli eserciti e le marine straniere. Continuava anche il regolare invio di rapporti e relazioni, con un indirizzo in più, quello del Primo Aiutante di Campo di Sua Maestà il Re, che precedentemente non era mai comparso ufficialmente, poiché era solamente il Capo di Stato Maggiore ad avere diretti contatti ufficiali con la Casa Militare reale. Peraltro il 5 gennaio 1922 venne diligentemente annotato il fatto che la Direzione compartimentale dei Servizi Elettrici aveva installato un apparecchio telefonico, che metteva in contatto l’Ufficio con quella Autorità militare.

In questi anni furono numerose le commissioni istituite a livello internazionale per la delimitazione delle frontiere, conseguenti ai cambiamenti territoriali apportati dal conflitto e dal Diario appare intensa la corrispondenza tra l’Ufficio “I” e le Segreterie di quelle commissioni delle quali facevano parte uno o più ufficiali italiani. Anche per i primi dieci mesi del 1922 l’attività continuò come per il passato, con notevole attenzione dedicata al dinamismo dei socialisti e comunisti.

Il Capo dell’Ufficio fece tra il 23 dicembre 1921 e il gennaio 1922 una lunga missione in Sardegna, ove incontrò le massime autorità militari dell’isola: lo scopo della missione riservata di visite del colonnello Vigevano, doveva essere stata compiuta in vista della istituzione di qualche centro di raccolta informazioni, perché in effetti né dal Diario né dal carteggio esistente, la Sardegna sembra essere stata mai oggetto di attenzione per la raccolta di informazioni militari o per attività di controspionaggio. Nell’aprile fece invece una analoga lunga missione in Liguria, incontrando come al solito molte autorità militari.

Le Sezioni Statistica erano attive, dimostrando la loro vera funzione, se pure vi era qualche dubbio; operavano in piena attività monitorando la situazione locale e riferendo continuamente al centro: anche le mosse di D’Annunzio venivano attentamente seguite, giungendo a ipotizzare ai primi di gennaio una possibile intesa  on Lenin! Anche nei primi mesi del 1922 sono continui gli incontri tra rappresentanti del IV Reparto della Marina, ll colonnello Vigevano e i loro collaboratori. Il tema della organizzazione e strutturazione dei Servizi Informazione all’estero compare molte volte nel Diario, ma fino ad oggi, nonostante ricerche fatte, non è stato ancora possibile rintracciare il carteggio relativo.

Il 7 febbraio 1922 il maggiore Marconi, collaboratore del colonnello Vigevano, riceveva un tal signor Piacentini, indicato come il segretario di Don Sturzo. Invece tra le visite varie che si succedettero in quel mese e nei successivi si notano quelle del maggiore Hazon, comandante della Compagnia interna di Roma dei Carabinieri.

Dalla fine di febbraio, il Diario diventa nuovamente molto molto sintetico: annota la normale attività che era sempre stata fatta, ma con minori voci, tanto che spesso basta una singola paginetta per una giornata. L’Ufficio “I” rimaneva sempre incardinato nel Reparto Operazioni. Le voci sono sempre le solite e si ripetono in modo seriale. La Sezione di Polizia Militare collaborava con i servizi di informazione francesi, arrivando al sequestro di alcuni documenti diretti al rappresentante commerciale della repubblica georgiana in Costantinopoli, del quale si temeva la propaganda bolscevica.

Tra le numerose visite che venivano fatte al Capo dell’Ufficio, si ritrovano i nomi di vari ufficiali che erano stati addetti a Servizi Informativi d’Armata, quale ad esempio quello dell’ormai maggiore Francesco Cottafavi, già noto per la sua attività da capitano nel settore durante il primo conflitto mondiale, che nel 1922 confer1 varie volte con il colonnello Vigevano. In quel periodo nulla di particolare veniva annotato che non fosse nel quadro della normale routine di lavoro: controspionaggio, attenzione per le reclute ritenute sovversive, monitoraggio dei confìni e dell’attività di informazione dei paesi confinanti, attività delle truppe di quegli stati, specialmente al confine con la Jugoslavia.

Compaiono però in questo periodo, giugno-agosto 1922, anche molte richieste di notizie sulla questione dell’ordine pubblico alle Sezioni Statistica, che precedentemente non erano state fatte con la stessa intensità. Gli informatori erano sempre attivi nella loro collaborazione con l’ Ufficio e ne venivano alcune volte riportati i nomi. Per l’ottobre 1922 le voci annotate rimangono sempre le stesse. ln particolare si può notare che il 6 ottobre la seconda Sezione, quella di Polizia Militare, richiese alla Divisione dei Carabinieri di Genova la copia di un opuscolo Fascismo e Romanesimo.

Mappa dell’Istria risalente al periodo della Prima Guerra Mondiale

Il 28 ottobre l’Ufficio richiese a tutti i Comandi di Corpo d’Armata, Uffici di Polizia Militare, notizie sulla situazione dell’ordine pubblico in Italia. Il 29 ottobre, tra le varie visite che il colonnello Vigevano ricevette, è annotata quella del commendatore Lipman, Capo Direttorio fascisti di Palazzo Bristol. Per le varie Sezioni di quel giorno l’unica voce annotata è N .N., cioè nessuna attività. Il 30 ottobre il Vigevano ebbe una intensa attività di incontri con tutti gli alti gradi dell’Esercito e con i Capi Ufficio di vari reparti dello Stato Maggiore. Le sue Sezioni annotarono una normale attività, anche se in tono minore. ll 31 ottobre vennero riportate pochissime voci. A quella data il Diario termina.

L’ordinamento Diaz emanato con il Regio Decreto n. 12 il 7 gennaio del 1923 avrebbe avuto ancora carattere di provvisorietà, anche se fu attivo per qualche anno. In questo quadro era stata creata una Commissione Suprema mista di Difesa, con membri civili , che aveva come scopo dichiarato di curare la predisposizione e l’organizzazione delle attività nazionali e dei mezzi, soprattutto economici, necessari alla guerra. Quel che sembra sicuro
è che non si occupò mai di riorganizzare in genere il Servizio Informazioni Militare, per il quale però gli studi e i progetti redatti continuavano a far lavorare gli uffici addetti.

Maria Gabriella Pasqualini

*Maria Gabriella Pasqualini

 (Roma, 26 marzo 1944) è  una storica e accademica italiana.

Laureata nel 1966 in Scienze Politiche nella Università di Roma, ha insegnato per 40 anni, dapprima “Storia e Istituzioni dei Paesi afro-asiatici” nell’Università di Perugia e poi “Storia e Istituzioni dell’Africa Mediterranea e del Vicino Oriente” in quella di Palermo (ad eccezione di una parentesi decennale 1974-1984 per Servizio all’estero presso il Ministero degli Affari Esteri).

È docente alla Scuola ufficiali carabinieri a Roma, dove risiede.

Specialista di Storia dei servizi segreti italiani, ha pubblicato un corpus di studi di cinque volumi, riguardanti la storia dei Servizi Segreti italiani militari e civili, per il SISMI, per l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna e per l’Agenzia informazioni e sicurezza interna.

I suoi studi sulla storia dell’intelligence italiana sono disponibili anche sul sito del Dipartimento delle informazioni per la Sicurezza DIS.

  • È stata vicepresidente del Comitato Consultivo del Capo di stato maggiore della difesa per il Servizio Militare Volontario Femminile dal 2000 al 2007 al Ministero della Difesa.
  • Direttore Scientifico di osservatorioanalitico.com
  • Vice Direttore del giornale on-line The HorsemoonPost.
  • Membro del Comitato Scientifico della Fondazione Giuseppe e Marzio Tricoli.
  • Membro della Società italiana di storia militare.
  • Premio Nazionale Universo Donna (2001).

Opere

  • L’Italia e le prime esperienze costituzionali in Persia (1905–1919), Napoli – Perugia, ESI, 1992.
  • Gli equilibri nel Levante. La crisi di Alessandretta 1936–1939, edito da IlaPalma – Edizioni Associate, Palermo, 1995.
  • Il Levante, il Vicino e Medio Oriente. Le fonti archivistiche dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, SME, Ufficio Storico, Roma,1999.
  • Le missioni all’estero dei Carabinieri 1855-1935, Ente Editoriale Arma dei Carabinieri, Roma, 2001.
  • Le missioni all’estero dei Carabinieri 1936-2001, Ente Editoriale Arma dei Carabinieri, Roma, 2002.
  • Operazione Vespri Siciliani, coautore con Giancarlo Gay, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, con Introduzione del Ministro della Difesa, Roma, 2003.
  • Uomini in Uniforme, coautore con Giancarlo Gay, Rai-Eri-Roma, 2004.
  • L’Esercito Italiano nel Dodecaneso 1912-1943. Speranze e realtà, Roma, Stato Maggiore Esercito, Roma, 2005.
  • “Problematiche costanti nel servizio di informazione militare italiano dal 1861 al 1949”, in: Storia dello spionaggio, a cura di Tomaso Vialardi di Sandigliano e Virgilio Ilari, Savigliano, 2005.
  • Soldato per scelta. La tradizione del volontariato militare in Italia dal 1861 ai nostri giorni, Roma, Stato Maggiore Esercito, 2006.
  • Carte segrete dell’intelligence italiana. Vol. I: 1861-1918, Ministero della Difesa – RUD- Roma, 2006, (Prefazione Ministro della Difesa).
  • Carte segrete dell’intelligence italiana Vol. II: 1919-1949, Ministero della Difesa – RUD- Roma, 2007, (Prefazione Ministro della Difesa).
  • L’intelligence italiana dal 1949 al 1977, AISI, De Luca Editore, Roma, 2011.
  • Breve storia dell’organizzazione dei Servizi d’Informazione della Regia Marina e Regia Aeronautica. 1919-1945, Roma, 2013, 300 pagine, Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa, Ministero della Difesa e Commissione Italiana di Storia Militare. .
  • Carte segrete dell’intelligence italiana Vol. III, IL SIM negli archivi stranieri, Stato Maggiore Difesa, Ministero della Difesa. 2014.

 

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22 aprile, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

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ARCO, COSA C’ERA OGGI SUL GIORNALE? – 22 aprile

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RIVA, COSA C’ERA OGGI SUL GIORNALE? – 22 aprile

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21 aprile, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

21 aprile 2018

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I SERVIZI SEGRETI ITALIANI DAL 1919 AL 1949 – 1

a cura di Cornelio Galas

di Maria Gabriella Pasqualini *

Maria Gabriella Pasqualini

Questo volume riguarda un periodo particolarmente interessante della storia italiana, dal 1919 al 1949, che ha visto un regime dittatoriale, una guerra devastante e il recupero della libertà e della democrazia, al prezzo assai elevato di una distruzione morale ed economica, dalla quale alcuni politici di grande statura hanno fatto risorgere il territorio e la sua popolazione.

Nel periodo post bellico, con la sconfitta del Partito Comunista Italiano nelle elezioni del 1948 -quindi esorcizzata la grande paura delle democrazie occidentali di uno schieramento italiano a favore di Mosca- e con l’entrata nel Patto Atlantico e nelle Nazioni Unite dell’Italia, molto lentamente la situazione, come è noto, cambiò in modo abbastanza radicale, anche se dal punto di vista finanziario Roma continuò a necessitare di un forte aiuto economico dagli Stati Uniti per la ricostruzione della società civile ed economica.

La componente militare del paese, però, subiva ancora, sia internamente sia all’estero, l’influenza negativa degli avvenimenti bellici, perché era difficile dimenticare, a livello internazionale, oltre che nazionale, come l’ Italia era entrata in guerra e come aveva condotto il conflitto, collezionando più sconfitte che vittorie.

Solamente nel 1947 fu possibile costituire il Ministero della Difesa e ricostituire dopo due anni, questa volta concretamente, un Servizio Informazioni lnterforze, uscendo totalmente dalla tutela anglo-americana, avendo l’ Italia aderito all’Alleanza Atlantica e essendo entrata, relativamente dopo poco tempo, come membro alle Nazioni Unite a pieno titolo e con piena sovranità.

LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO

Non era stato facile riaccreditarsi presso il gran consesso internazionale, ma ebbe partita vinta l’indirizzo di De Gasperi, che cercò di attuare una politica di “normalizzazione”, e la forza della Democrazia Cristiana, che aveva vinto le prime libere elezioni politiche. La frontiera di Gorizia, del Sabotino e tutta la zona circostante rimasero così la frontiera più “sensibile”, la “soglia”, da proteggere contro una possibile infiltrazione di elementi comunisti: l’Italia doveva essere messa in grado di consentire una seria difesa al possibile pericolo sovietico. La scelta “atlantica” era stata fatta con notevole pragmatismo politico e le Forze Armate beneficiarono, pur se con qualche difficoltà e alcune lentezze, della collocazione “occidentale”.

L’obiettivo del volume è quello di presentare in modo organico la storia degli ordinamenti del S.I.M. nel tempo; Servizio che ebbe una difficile riorganizzazione, soprattutto per quello che riguarda il periodo della Resistenza. Lo studio che segue non ha quindi come scopo di illustrare il lavoro svolto dal Servizio Informazioni Militare, soprattutto nell’arco di tempo che va dal 1943 al 1945, anni in cui l’Italia si è liberata dal regime fascista e dall’occupazione nazista. L’attività svolta in quel difficile periodo richiederebbe da sola un volume, per tutte le missioni e le operazioni che furono organizzate e svolte con grande rischio personale da parte di tutti coloro che vi parteciparono.

Non sono molti i documenti strettamente militari ai quali fare riferimento perché la gran parte di essi furono distrutti; molti furono presi dai tedeschi, durante l’occupazione di Roma, e portati a Berlino e altri furono rilevati dai Comandi anglo-americani. Quando Berlino fu occupata, i sovietici a loro volta si impadronirono di molti archivi nazisti (tra i quali si trovavano sicuramente anche documenti italiani), trasferendoli a Mosca.

I documenti del S.I.M., ai sensi dell’art. 3 del cosiddetto “armistizio lungo” di Malta, dovrebbero essere stati consegnati o messi a disposizione delle Nazioni Unite, tramite le Autorità anglo-americane: almeno così risulterebbe, ma l’autore non conosce, per ora, l’effettiva consistenza della consegna. Per quanto riguarda il presente studio, sono state consultate le carte dell ‘Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito e i documenti americani (National Archives and Records Administration – NARA), relativi alla corrispondenza e alle schede della divisione dell’intelligence militare americana, che riguardano le condizioni generali, politiche, economiche e militari dell’Italia nel periodo 1918-1941: MID Record Cards 2062, 2657-E, 2022, 2086 e 2115, 2125, 2665; Records Group (RG) 165, 226, in particolare, anche se una ancora più approfondita ricerca deve riguardare molte altre serie di documenti.

Poter consultare questi documenti ha permesso all’autrice di colmare alcune lacune nella ricostruzione degli ordinamenti successivi o degli studi che venivano fatti, con relative annotazioni, sulle possibili trasformazioni del S.l.M. in organo interforze, che come tale sembrava essere stato istituito nel 1925 e che invece fu in realtà, fino al conflitto, l’ente informativo della Forza terrestre. È uno studio affascinante che merita ulteriori approfondimenti, soprattutto per il periodo 1930-1939, quando la documentazione è piuttosto scarsa e comunque suddivisa, quella presente negli Archivi, in vari rivoli.

Solamente uno studio a tappeto di documenti inglesi e soprattutto americani, può far arrivare a ricostruire un quadro completo non solo degli ordinamenti del S.I.M., ma anche dello sviluppo nella ricerca dell’informazione, la valutazione della fonte, l’analisi della notizia per procedere a inquadrare il più possibile coerentemente e correttamente una certa situazione.

Non sono state fatte ricerche nell ‘Archivio Centrale dello Stato per due ordini di motivi: “Ho preferito – dice l’autrice – dedicarmi ai documenti militari peraltro in parte non esplorati, ritenendo che ancora molto c’era da leggere e da ricostruire in base alle fonti militari; per a ltre notizie relative a Servizi informativi civili, mi sono basata su alcuni studi, quali quelli di Canosa, Franzinelli e Canale che hanno a lungo studiato i documenti dell’O.V.R.A. e del Ministero dell’Interno”.

“Particolarmente utile – secondo Maria Gabriella Pasqualini –  è stato lo studio del generale Ambrogio Viviani, spesso citato, per la conferma di alcuni nodi organizzativi piuttosto complessi: purtroppo nel suo studio non sono indicate le fonti documentali. Rispetto alla sua ricerca, ho privilegiato lo studio dell’attività difensiva del S.l.M.,quale sia stata la sua denominazione ufficiale, riscontrando che, a parte volumi sulle missioni, non molto era stato scritto. Ho ridotto le note archivistiche e quelle di riferimento ai volumi, al minimo, per non appesantire la narrazione, mentre ho cercato di dare spazio all’iconografia, che ho scelto personalmente, ritenendola parte importante di un lavoro di studio e di ricerca”.

generale Ambrogio Viviani

E ancora : “Non ho voluto sottolineare alcune meschinità e miserie umane, che pure si sono avute, né retoricamente esaltare quanto è stato fatto. Come in tutta la società umana, civile e militare, vi è chi si è distinto per coraggio e senso dell’onore e chi ha sentito meno questi valori o li ha completamente trascurati. Ho preferito ricordare – conclude Maria Gabriella Pasqualini nella sua introduzione – solo quanto di buono fu fatto per permettere agli italiani il recupero di una sovranità territoriale e di una libertà personale e di idee. Considero questa ricerca solo come un primo ‘scavo’ in direzione di uno studio scientifico su alcuni aspetti, per ora solo ordinativi, dell’informazione militare in Italia”.

L’idea di un Servizio di Informazioni Militare centrale

Il 3 novembre 1918 a Villa Giusti, della cui sicurezza fu incaricato propr1o il Servizio informazioni del Comando Supremo, venne firmato l’armistizio fra le Potenze alleate ed associate e l’Austria-Ungheria: sarebbe entrato in vigore alle ore 15 del 4 novembre, proprio nel giorno in cui l’Esercito Italiano entrò in Trento. Il documento constava di due Protocolli, il primo, con le clausole d’armistizio e il secondo, con i particolari e le clausole di esecuzione dello stesso.

Tra i rappresentanti del Comando Supremo presenti a lla firma, per il Regno d’Italia, vi era anche il colonnello Tullio Marchetti. L’ufficiale era stato scelto da Diaz in persona, proprio per la sua nota conoscenza del Trentino e del Tirolo e quindi avrebbe potuto, con cognizione di causa, gestire le trattative relative alla situazione della regione. Le condizioni
dell’armistizio erano state messe a punto a Parigi dal Consiglio interalleato, in accordo sia con Diaz che con il Capo del Governo Orlando.

Il giorno 5 novembre un comunicato ufficiale del Regno dichiarava che, nonostante la firma dell’armistizio con l’Austria-Ungheria, l’Italia, avrebbe continuato a combattere contro le forze tedesche che ancora resistevano in armi, aprendo un fronte contro il fianco meridionale della Germania, che non risultava ancora fortificato. Pochi giorni dopo però, anche la Germania dovette chiedere l’armistizio che fu firmato a Rhétondes l’ 11 novembre 1918 e si iniziarono così uffic1almente le trattative per la pace a Versailles.

Da sx in piedi: Mario Scottoni, Arturo Castelli, Antonio Piscel, Tullio Marchetti (Capo dell’ufficio informazioni (ITO) della 1a Armata a Verona), Silvio Prato, Antonio di Soragna; seduti C. “Finzi” Pettorelli Lalatta, Livio Fiorio (foto Museo Guerra Rovereto)

L’Impero austro-ungarico non era solo vinto: scompariva, come era scomparso quello zarista e come sarebbe fìnito il tedesco e l’ottomano, in brevissimo tempo. Bene annota Odoardo Marchetti, omonimo del precedente: “il Comando Supremo italiano sperava e prevedeva l vittoria, non la distruzione dell’Impero austro-ungarico”. La fine di una costruzione statuale secolare faceva prevedere momenti di grande turbolenza nel settore.

Infatti, concluso il conflitto, il lavoro del Servizio Informazioni non era assolutamente finito, in quanto era ancora aperto, oltre al fronte tedesco, quello balcanico. E poi soprattutto occorreva sostenere il delicato periodo post bellico, reso ancora più problematico con il rientro degli ex prigionieri e con l’influenza delle nuove teorie bolsceviche che dilagavano dalla Russia. Inoltre occorreva organizzare la raccolta delle informazioni nell’Istria, in Tirolo e nella Carinzia, in base a istruzioni che erano giunte dagli Alti Comandi pochi giorni prima della firma dell’armistizio.

Come ricorda Tullio Marchetti, il Servizio Informazioni della 1^ Armata non aveva più un nemico e si dedicò allora alla r1cerca di documenti militari che l’ex nemico aveva abbandonato sul posto, per tradurli, collazionarli e sulla base anche di questi, compilare i rapporti finali da inviare al Comando Supremo.

Pagina finale dell’armistizio di Villa Giusti

Il 14 novembre l’Ufficio “I” si trasferì da Verona a Trento. Nel dicembre del 1918, l’uffìciale, in seguito ai numerosi cambiamenti sopravvenuti in quei due mesi, quando le grandi Unità ebbero una sede fissa, decise di creare degli stabili C.R.I.T.O., cioè i Centri di
Raccolta Informazioni delle Truppe Operanti. Il 16 settembre 1919 fu sciolta la 1^ Armata; l’Ufficio “I” passò al Comando della Zona Militare di Trento, mutando il suo nome in Ufficio Informazioni della Zona di Trento, sempre agli ordini di Tullio Marchetti. L’Ufficio continuò a sviluppare nella zona balcanica una rete di fiduciari “grazie ai quali le relazioni fra Mosca, Budapest, Vienna, e Milano per il tramite del Partito Comunista viennese, erano a noi note e consentirono all’On. Nitti, Presitdente del Consiglio, di studiare e adottare a ragion veduta i provveoimenti idonei per tutelare la sicurezza dello Stato”.

Tullio Marchetti

In effetti, a mano a mano che le ostilità si riducevano, un certo tipo di lavoro del Servizio Informazioni Militare non era più necessario, mentre occorreva rafforzarlo e ampliarlo in altre direzioni, anche se rimaneva sempre, come scopo principale, la conoscenza degli eserciti stranieri, compresi i dati reali della forza, i loro piani di mobilitazione e di fortificazione. La guerra era fìnita, ma l’esigenza della conoscenza della forza degli “altri” rimaneva una esigenza prioritaria di un Servizio Informazioni Militare.

Il colonnello Camillo Caleffi, Capo dell’Ufficio Informazioni Militare dal dicembre 1919 al febbraio 1921, invia La copia “riservatissima” di un notiiario sull’Albania all’Ufficio Operazioni

La Sezione “R” di Roma- Sezione del Servizio Informazioni del Comando Supremo-, con il suo Diario Storico ancora una volta fornisce il filo conduttore di almeno una parte di quanto attuato dal Servizio Informazioni fino al 31 dicembre 1918, per poi iniziare il 2 gennaio 1919 con l’intestazione “Diario Storico Militare dell’Ufficio Informazioni dello Stato Maggiore del Regio Esercito”, secondo il nuovo ordinamento. Però nella stessa raccolta e con le stesse modalità continuò a confluire in quel Diario anche quello della Sezione “R”‘, che evidentemente continuava la propria opera, nel quadro più ampio dell’Ufficio Informazioni, ma sempre come Sezione del Servizio Informazioni presso il Comando Supremo, fino a quando questo fu definitivamente sciolto il 1° gennaio 1920.

Nei mesi di novembre e dicembre 1918, il Diario della Sezione “R” dimostra che il Bollettino economico continuò ad essere prodotto e circolato ai normali indirizzi ai quali era stato inviato fin dagli inizi della sua redazione e inserito nella raccolta, essendo appunto l’analisi della situazione economica, con relativa raccolta delle informazioni, uno dei compiti specifici della Sezione.

Gli indirizzi previsti di invio dei bollettini erano stati ed erano rimasti anche dopo l’armistizio8′ : Comando Supremo, Ufficio Affari Generali; Comando Supremo, Ufficio Operazioni; Sezione italiana presso il Consiglio Superiore di Guerra interalleato; Stato Maggiore del Maresciallo Foch; Comitato Centrale per gli approvvigionamenti; Comitato Italiano presso la Commissione Centrale interalleata; Ministero dei Trasporti, Commissariato Generale per le munizioni; Ministero della Guerra, Divisione servizi logistici e amministrativi; Governo del la Tripolitania; Uffici d’Informazione d’Armata; Comando del Terzo Corpo d ‘Armata, Ufficio Informazioni; Capo del Centro raccolta informazioni di Parigi; Capo del Centro di raccolta informazioni di Londra; Stato Maggiore Generale dell ‘Esercito francese; Missione militare britannica; Addetto militare presso l’ambasciata degli Stati Uni ti a Roma; i Ministeri: dell’Industria, del Commercio e del Lavoro, dell’Agricoltura, della Marina, del Tesoro, delle Finanze, dell’Interno; onorevole Gallenga del Ministero dell’Interno; onorevole Luzzatti, Ministro di Stato; Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti: Gabinetto e Ufficio legislativo; Commissario Generale per l’Aeronautica; Ministero per gli approvvigionamenti e i consumi; Commissione per lo studio del passaggio dallo stato di guerra allo stato di pace, quest’ultimo indirizzo aggiunto però solo nel settembre 1918.

Venivano altresì redatti i cosiddetti notiziari politico-militari inviati ad un gruppo ristretto di indirizzi: al Gabinetto del Ministero dell’Interno, per la Direzione di Pubblica Sicurezza e per l’Ufficio censura telegrafica internazionale; per l’Ufficio Speciale di investigazioni di Roma; per il Capo dei Centri di raccolta di informazioni di Parigi, Madrid, Londra, Berna; per la sezione “U” e per la sezione “M”.

Copia dei notiziari della Sezione “R” del Servizio Informazioni, con La firma autografa del Capo del Servizio colonnello Odoardo Marchetti

Questi erano dei notiziari molto riservati, sicuramente la parte più delicata dell’opera di controspionaggio. In questi notiziari dal 1916 in poi venivano segnalati nomi di coloro che potevano essere sospetti di spionaggio; che erano stati arrestati per lo stesso reato; venivano fornite notizie sui familiari di persone sospette, su elementi sorvegliati o da sottoporre a sorveglianza. Erano sempre firmati dal Capo dell’Ufficio, il colonnello O. Marchetti, anche sugli esemplari inserti nel Diario; molte volte la firma era messa a matita, ma è quella inconfondibile del Marchetti.

Angelica Balabanoff

Inizia nel 1917, ma si fa sentire con maggiore pressione nel 1918, il problema connesso alla diffusione delle idee bolsceviche sia tra i civili, sia, a maggior gravità, nelle truppe. Personaggi quali Angelica Balabanoff erano sotto attenta e continua sorveglianza: ad esempio per il 2 novembre 1918 la Sezione segnala che la bolscevica Balabanoff è latrice di ingenti somme destinate per la propaganda in Italia. Anche nei notiziari riservati molte volte ricorre il nome della Balabanoff o di altri individui sospetti di propagandare idee bolsceviche, per segnalarne con accuratezza movimenti e azioni sospette.

La pagina del Diario Storico della Sezione “R” riguardante l’incontro del Capo Sezione con l’omologo americano per discutere sulla propaganda bolscevica in Italia

Questo era un problema considerato molto delicato per l’ordine pubblico: il 7 novembre 1918 il Diario registra che il Capo Sezione si era recato nella mattinata in visita dal Presidente del Consiglio, su invito dello stesso, per parlare dell’attività sospetta svolta da alcune banche e nel pomeriggio aveva partecipato ad una riunione con i responsabili dei vari Uffici di informazione e investigativi, con l’intervento dello stesso Direttore Generale della Pubblica Sicurezza e del ministro Paolucci de’ Calboli, del Ministero degli Esteri, sotto la presidenza dell’onorevole Bonicelli allo scopo di esaminare la questione della diffusione in Italia delle idee bolsceviche e provvedere alle necessarie predisposizioni per prevenirne l’ulteriore diffusione; questo sentito e forte impegno sulla circolazione di tali idee provenienti dalla Russia, non più zarista, è ricordato nelle memorie sia di Tullio sia di Odoardo Marchetti e ben si riscontra nelle varie voci sull’argomento che vengono annotate molte volte sul Diario.

Un lavoro coordinato di accurato monitoraggio sia sul morale dei prigionieri sia sulla circolazione delle idee rivoluzionarie attendeva il Servizio. Di nuovo il 16 novembre, sempre nel 1918, venivano comunicate alla Sezione “M” informazioni sulla propaganda bolscevica e relativi mezzi di corrispondenza tra la Svizzera e l’Italia, attraverso la frontiera di Chiasso. Per il giorno successivo è riportato un contatto con l’Addetto militare dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, circa la propaganda bolscevica, così come era stata registrata nello stesso giorno la ricezione da Berna di pubblicazioni sul bolscevismo, argomento dunque ormai divenuto giornaliero nell’attività in formativa.

Ancora: il 25 novembre 1918 venivano comunicate al Ministero dell ‘Interno, all’Addetto militare dell’ambasciata di Francia a Roma, alla Missione militare britannica, all’Addetto militare americano, dettagliate informazioni sullo stato della propaganda bolscevica in Svizzera e in Italia. Anche nel corso degli anni successivi l’attenzione alla propagazione del
bolscevismo sarà tenuta molto alta e non solo con notizie dall’Italia. Infatti il Centro di Berna continuava ad essere molto attivo, soprattutto su questo argomento; anche il Centro di raccolta di Cristiania era molto attento alla questione, così come il governo della Norvegia, che nei primi giorni del dicembre 1918 aveva preso alcune misure contro questa ideologia politica, la quale minacciava di divenire il nemico numero uno dell’Europa che si considerava liberale e democratica, una volta terminata la guerra.

Il Centro di Parigi non era da meno e comunicava in abbondanza notizie circa la diffusione del bolscevismo sul territorio francese, con particolari sui pericoli reali che questa propaganda valicasse le frontiere. Anche in Scandinavia vi era una notevole attenzione al problema, almeno a quanto veniva riferito a Roma.

Indubbiamente il problema della propaganda delle idee comuniste che avevano vinto in Russia e addirittura fatto cadere il secolare impero zarista, si presentava per tutti gli alleati e lo sarebbe stato anche alla fine della seconda guerra mondiale, quando le potenze democratiche dovettero fare i conti con l’espansionismo stalinista, che aveva ripreso in pieno la politica estera zarista di longa manus sui Balcani, oltre che di penetrazione nell’Asia centrale.

Samuel Hoare

Alla fine del 1918 il Capo della Sezione “R” di Roma, all’epoca il tenente colonnello Ettore Troiani, ebbe un incontro con un capitano della Missione americana, Ayres Uterhart, che aveva avuto incarico di studiare proprio per conto del Servizio Informazioni la questione della propaganda bolscevica, almeno a quanto annotato sinteticamente nelle VARIE di quel giorno. Pochi giorni dopo, viene segnalato ancora un incontro del Capo dell’Ufficio con un tenente colonnello inglese sempre sullo stesso problema del bolscevismo: l’ufficiale straniero era Samuel Hoare, ufficiale dell’intelligence britannica in Italia, lo stesso Sir Samuel Hoare, ambasciatore della Gran Bretagna a Madrid, nel 1943, che per primo ricevette l’emissario italiano del governo Badoglio, il generale Castellano, sulla sua via verso Lisbona, per incontrare ufficiali anglo-americani e chiedere l’armistizio.

Hoare aveva lasciato l’Italia il 5 gennaio 1919 e prima di partire aveva fatto, come prevedeva la consuetudine, una visita di commiato al Capo dell’Ufficio “T” dello Stato Maggiore: la Missione militare britannica fu sciolta il 10 gennaio 1919, come diligentemente annotato nel Diario. Molte erano le notizie che provenivano dai Centri di raccolta di Buenos Aires e altri Centri di informazioni minori dell’America Latina, dove le comunità italiane erano già piuttosto consistenti. Molto attivo in questo periodo fu anche il Centro di Madrid, a giudicare dalle informazioni inviate e registrate nell’attività giornaliera dell’Ufficio.

Camillo Pavan, 2001 – I prigionieri italiani dopo Caporetto

Altro problema che il Servizio dovette controllare da vicino fu proprio quello del rientro dei soldati ex prigionieri. Scrive Odoardo Marchetti “che bisognava pure aiutare a regolare l’afflusso disordinato degli ex prigionieri nostri, fuggiti dai campi di concentramento austriaci, e a stabilire la sorveglianza e i mezzi per combattere e neutralizzare le teorie bolsceviche, che hanno facile attecchimento e diffusione nel rilassamento generale che subentrando, per reazione, alla grande tensione di spiriti, che aveva preceduto e facilitato la vittoria. L’11 novembre (1918) ben 25 ufficiali del servizio “I” venivano ripartiti nei campi degli ex prigionieri rientrati dall’Austria…”.

Gli interrogatori erano importanti non solo per stabilire le modalità della caduta in prigionia, ma anche per controllare il morale di questi individui e la loro reazione a quello stato, quando avrebbero potuto essere facile preda di qualsiasi tipo di idea sobillatrice e sovversiva. Infatti è questa una attività continua e importante che il Diario Storico della Sezione riporta, appunto quella, costante in quel periodo, dell’interrogatorio degli ex prigionieri di guerra rimpatriati, per ottenere ulteriori notizie sul nemico e soprattutto per saggiare umori e intenzioni di coloro che avevano patito una prigionia e spesso potevano avere sentimenti di rancore verso lo Stato e essere stati avvicinati da attivisti bolscevichi che li avevano convinti delle loro idee: quindi costoro rientrando in patria, avrebbero potuto rappresentare un serio pericolo per la sicurezza del Regno.

Durante tutto il conflitto erano stati molto attivi – e anche nel periodo successivo all’armistizio di Vllla Giusti lo furono – i Centri informativi in Albania: l’armistizio con la Bulgaria firmato il 29 settembre 1918 e la ritirata dell’esercito austro-ungarico avevano permesso all’Esercito Italiano di avanzare verso Durazzo e Scutari e raggiungere anche Tirana.

Verso la fine della guerra, l’Italia aveva dunque occupato quasi tutto il territorio albanese e a Durazzo si costituì, favorito dal Regio Governo, un governo provvisorio albanese; nel novembre 1918 le truppe italiane erano ancora in Albania e continuavano le operazioni. Importanti presidi italiani erano anche in Montenegro. In quelle terre dal gennaio 1915 al gennaio 1918 la raccolta di informazioni era stata condotta soprattutto dall’Arma dei Carabinieri, che da tempo era presente in Albania, anche per una forma ante litteram di cooperazione tecnica, la riorganizzazione della gendarmeria albanese.

Nel porto di Valona e sul territorio albanese meridionale vi erano dei Centri di raccolta che rispondevano al Comando del XVI Corpo d’Armata, con un Comando dei Carabinieri che sovrintendeva a quel tipo di operazioni. Effettivamente l’Ufficio Informazioni del Comando Supremo non ebbe in Albania alcun organo proprio, ma si affidò interamente a quell’Ufficio Informazioni. Sia prima che durante il conflitto l’attività in Albania fu molto attenta, e continue notizie furono inviate al Comando Supremo.

Campo di prigionia. Dal volume La Guerra. Vol. 4: La battaglia di Gorizia. Museo Civico del Risorgimento di Bologna

Per comprendere anche sinteticamente la presenza italiana nei Balcani e la forte attività informativa che vi fu dispiegata da elementi dell’Esercito e della Marina, occorre dare alcuni sintetici elementi di storia. È indubbio che fin dall’inizio del diciannovesimo secolo, con la sopraggiunta debolezza del sultano di Costantinopoli, la penisola balcanica era sotto il controllo di quella che veniva comunemente chiamata dagli storici Pentarchia: Inghilterra, Francia, Austria, Prussia e Russia erano membri di questo consesso. A mano a mano, dopo il 1870, l’Italia si era inserita nella politica europea e la Pentarchia si era progressivamente evoluta in una Esarchia, alla vigilia del grande conflitto.

Nel desiderio di assicurare la propria supremazia, ognuno dei sei membri di questo concerto europeo sognava di ingrandire il proprio spazio vitale, fonte di materie prime e di mercati potenziali, forse anche di pericoli. Quest’equilibrio europeo sarebbe stato rotto a molte riprese, durante il XIX e gli inizi del XX secolo, dalle rivalità e dalle guerre tra i vari protagonisti di questo concerto.

L’influenza delle potenze europee nei Balcani era rafforzata dalla presenza sui troni di Romania, Bulgaria e Grecia di sovrani strettamente imparentati con le grandi case regnanti europee. Peraltro bisogna anche aggiungere che l’economia degli Stati balcanici era largamente tributaria delle grandi potenze economiche europee; anche l’intellighenzia delle nuove nazioni balcaniche gravitava attorno ai grandi centri culturali europei di Parigi, Londra, Vìenna e Berlino. Le istituzioni e la vita politica degli Stati balcanici si ispiravano in gran parte ai modelli occidentali (centralismo e sistema giudiziario francese, sistema scolare tedesco, esercito tedesco, marina da guerra britannica).

Anche dopo la fìne del conflitto Francia, Gran Bretagna e Italia continueranno a inviare Corpi di spedizione in Macedonia, oltre che nella vicina Anatolia, e a esercitare un’influenza preponderante nei Balcani. La Russia comunista venne tenuta per il momento fuori dalla penisola balcanica: cercherà prima e durante il secondo conflitto mondiale la sua preminenza e totale influenza su quei territori, riuscendovi nel dopo guerra e mantenendola fino a quando l’URSS è implosa. Ma nel periodo fra le due guerre la sua presenza nel settore fu limitata.

Subito dopo la pace di Losanna del 1912, fra Italia e Turchia, in seguito al conflitto italo-libico, si era conclusa, alla fine della guerra balcanica, la pace di Londra nel 1913, firmata dalla Bulgaria, dalla Serbia e dal Montenegro da una parte e la Turchia dall ‘altra. Fu una pace che non portò alcuna sistemazione duratura, in quanto era pur vero che erano state definite le posizioni fra Turchia e il resto dei paesi balcanici, ma il problema consisteva nel fatto che non erano state chiarite le rispettive posizioni di quegli Stati e ciò avrebbe avuto una notevole influenza nel corso della Grande Guerra.

L’Impero Ottomano, ormai completamente privato di ogni possibile pretesa sull’Albania, aveva lasciato alle grandi potenze la definizione delle frontiere di questo nuovo stato che era stato costretto a riconoscere come sovrano.

L’intervento militare italiano (vi era stata anche una missione umanitaria sanitaria sbarcata a Valona nel 1914) nei Balcani aveva avuto inizio nel 1916 (a parte l’occupazione dell’isola di Saseno e della stessa Valona nel dicembre 1914 condotta dalla Regia Marina) e continuò anche dopo l’armistizio di Villa Giusti, perché la situazione politico-militare di tutta quella zona era di difficile composizione politica, sia per elementi contingenti locali, sia per accordi presi dalle Potenze europee, prima dello scoppio della guerra, per aggiudicarsi influenze e annessioni di territori sovrani o ancora parte del moribondo Impero Ottomano.

I Balcani, come sopra ricordato, avevano sempre interessato l’Italia e gli Addetti militari a Sofia, a Costantinopoli, a Vienna, a Berlino, con attenzione avevano informato i propri vertici di quanto si stava preparando nell ‘area, sia prima sia durante il conflitto, con lunghe e analitiche relazioni, che erano state acquisite in vari modi dal Servizio Informazioni, anche se la messe di notizie che arrivava su quei tavoli, come già rilevato, non permetteva una coerente e rapida analisi

A conflitto iniziato, le relazioni internazionali si erano fatte sempre più serrate e complicate, anche per il Regno d’Italia: il 26 aprile 1915 l’ltalia si era accordata con l’Inghilterra, stipulando l’ormai noto trattato segreto di Londra, che stabiliva le condizioni per la sua entrata in guerra: al momento della firma della pace avrebbe ottenuto il Trentino e il Tirolo cisalpino (confine del Brennero), Trieste, le contee di Gorizia e di Gradisca, l’lstria intera fino a Volosca, nonché le isole di Cherso, Lussino e Lussimpiccolo e altre minori adiacenti; le sarebbe spettata anche la Dalmazia con tutte le isole più vicine, che venivano enumerate nel testo dell’accordo; aveva ottenuto anche la sovranità su Valona con l’intera costa circondante la baia, insieme con l’isola di Saseno e il territorio necessario alla loro difesa.

Per quanto riguardava la parte centrale dell’Albania che si era costituita in piccolo Stato autonomo nel 1913, l’Italia, ottenendo quanto sopra descritto, si era impegnata a non opporsi a che il resto dell’Albania, se le tre potenze alleate lo avessero desiderato, fosse diviso tra Montenegro, Serbia e Grecia, purché le coste albanesi, così vicine a quelle italiane, fossero considerate smilitarizzate. Del nuovo piccolo Stato albanese l’Italia avrebbe avuto la rappresentanza diplomatica.

Sempre a termini del patto segreto, tra l’altro, Roma avrebbe ottenuto a fine conflitto il pieno possesso di Rodi e di tutte le isole del Dodecaneso occupate, dove già peraltro funzionava un primitivo nucleo di Servizio Informazioni, dipendente dal Comando d’occupazione, assicurato prevalentemente dai Carabinieri.

Nell’art. 9 del Patto di Londra, Francia e Inghilterra riconoscevano come un axiome l’interesse dell’Italia a mantenere l’equilibrio politico nel Mediterraneo e il suo dirito ad avere, una volta suddiviso il territorio turco, una parte uguale a quella francese e inglese nel Mediterraneo: esattamente fu promessa all ‘Italia la parte occidentale dell’Anatolia con le province di Smirne e Aydin, la costa anatolica fìno a Mersin, la provincia di Adalia.

Dunque il Patto di Londra era stato molto chiaro circa le concessioni all’Italia per la regione di Adalia, ma gli equilibri politici del 1915 erano ben diversi da quelli del 1919, quando l’Europa si ritrovò senza più imperi, salvo quello inglese. Queste vicende storiche spiegano sinteticamente perché nella regione anatolica, da lungo tempo il Servizio Informazioni militare aveva esteso una rete informativa piuttosto effìciente che si collegava con i centri attivi non solo ad Atene e a Costantinopoli, ma anche a Janina, città di confine tra la Grecia e l’Albania: anche per questo settore le ragioni si comprendono con alcune notazioni storiche.

La pace tra la Turchia e l’Italia, firmata a Losanna nel 1912, era durata molto poco, a causa delle condizioni generali e, in seguito allo scoppio del nuovo conflitto esteso, la guerra era stata nuovamente dichiarata da Roma a Costantinopoli il 22 agosto 1915. Nel quadro dell’espansione possibile e vagheggiata dall’Italia, a spese dell’Impero Ottomano, l’Accordo
di San Giovanni di Moriana (Saint Jeande  Maurienne) firmato nell’aprile 1917, quando la prevista e vicina spartizione del morituro Impero Ottomano minacciava di porre gravi ipoteche sull’equilibrio del Mediterraneo orientale, era stato di grande importanza: erano stati confermati i diritti dell’Italia sulla regione anatolica di Adalia, estendendo le concessioni alla parte meridionale dell ‘Asia Minore.

Questo accordo, fra Francia, Italia e l’Inghilterra che confermava sostanzialmente gli accordi precedenti di Londra del 1915, per essere vigente, doveva essere approvato dalla Russia, ma fu poi dichiarato decaduto dai francesi e dagli inglesi, a causa appunto della mancata ratifica da parte di quella potenza: la sopravvenuta rivoluzione bolscevica, che tanto preoccupava il servizio informativo italiano, alla cessazione delle ostilità, aveva scompaginato, inizialmente, anche la politica estera espansionista dell’impero zarista, che peraltro venne in seguito ripresa dal governo sovietico, non appena il movimento rivoluzionario trovò il suo difficile assestamento interno e i riconoscimenti internazionali della sua legittimità.

Al tempo degli eventi rivoluzionari, però, unilateralmente il governo dei soviet non solo non ratificò alcun trattato, ma dichiarò decaduti tutti quelli in vigore, rimettendo praticamente in discussione tutti gli impegni territoriali precedentemente sottoscritti.

Carta geografica illustrante la spartizione dei territori dell’Impero Ottomano, allegata all’accordo del 26 aprile 1917 – San Giovanni di Moriana, 19 aprile 1917

La Russia dunque, come sopra ricordato, non ratificò mai gli accordi di San Giovanni di Moriana e quando iniziarono le trattative di pace, nel gennaio del 1918, quanto promesso all’Italia circa l’Anatolia non venne istantaneamente riconosciuto, anche perché la Grecia, che con la sua entrata in guerra contro la Turchia aveva contribuito all’affermazione delle potenze occidentali, reclamava i suoi diritti. Era evidente in quel periodo che le vicende interne della Grecia, durante tutto il periodo delle ostilità, avevano contrastato quasi sempre, in modo chiaro o nascostamente, con le operazioni italiane in Albania, nell’Epiro meridionale e in seguito anche nella penisola anatolica.

Infatti, tra le varie, si prospettò la possibilità che la Grecia ottenesse tutto il Dodecaneso e la zona di Smirne, mentre all’Italia poteva venire riconosciuta solo una sfera di influenza sulla zona di Adalia. Il Servizio inviò numerose informative circa i movimenti militari della Grecia a questo riguardo e sulla situazione politica del governo di Atene, considerato che la demarcazione della zona di influenza italiana nella penisola anatolica dipendeva dagli accordi con quel governo.

Verso la fine del 1918, quando la Turchia aveva firmato l’armistizio a Mudros (30 ottobre 1918), l’Austria-Ungheria a Villa Giusti di Vittorio Veneto (3 novembre) e la Germania a Rhétondes (11 novembre), la coesione delle potenze vincitrici era già un ricordo lontano e quanto deciso prima o durante il conflitto, per annodare le possibili alleanze militari, non era più cogente. Alla fìne del conflitto, la geografìa politica, non solo europea, era stata stravolta: tre grandi imperi non esistevano più, quello tedesco, quello austriaco, quello russo; uno esisteva solo di nome, quello ottomano, ma era già chiaro che si trattava degli ultimi sussulti di una vita plurisecolare, che aveva dato al mondo cultura, arti, tradizioni e arte militare.

Un nuovo importante attore era comparso sulla scena politica europea: gli Stati Uniti d’America, con tutto il loro peso economico e militare, destinati a essere i veri potenti del mondo nel secolo XX e, almeno per ora, XXI.

Eleutherios Venizelos

L’ Italia naturalmente considerava validi gli accordi, a suo favore, del 1917, mentre la Grecia di Venizelos avanzava pretese su Smirne, considerata greca. Per Badoglio, in quel periodo Sottocapo di Stato Maggiore, le miniere di carbone di Eraclea d’Anatolia, zona occupata dai francesi, costituivano una necessità assoluta e l’unica occupazione effettivamente redditizia in quel settore, mentre il tenente generale Armando Diaz, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito dall’8 novembre 1917, giorno in cui era stato revocato il comando a Cadorna dopo la rotta di Caporetto, valutava l’occupazione francese non in termini economici, ma in termini di importante penetrazione politica.

generale Armando Diaz

In quel bacino carbonifero già nel 1907 la Società Italiana d’Oriente aveva chiesto e ottenuto una concessione, ma non aveva potuto agire da sola, per l’opposizione della Francia e si era dovuta accontentare quindi di avere solamente una partecipazione nella preesistente società francese che di fatto divenne così italo-francese. Comunque la Società produceva circa mezzo milione di tonnellate di carbone l’anno, garantendo un certo rifornimento aii’Italia. Anche l’opinione pubblica era divenuta molto sensibile al problema della presenza italiana nel Mediterraneo, per il mantenimento di un equilibrio politico, di uno status quo.

Questo lungo excursus storico era necessario per comprendere la ragione per la quale il Servizio Informazioni del Comando Supremo, una volta firmato l’armistizio di Villa Giusti, continuò sempre più attivamente il suo lavoro, con i Centri di raccolta informazioni e le Sezioni staccate in Albania, in Grecia e nella penisola anatolica, divenute importanti sedi per l’attività informativa, in quanto gli interessi italiani in quell’area – politici ed economic i- erano forti. È infatti facile notare nelle annotazioni del Diario una notevole preponderanza di notizie circa questi settori strategici.

Il 12 gennaio 1919 il Diario Storico continuò nella sua struttura, ma l’intestazione di quel giorno non fu più Comando Supremo, Ufficio Informazioni, Sezione “R”, ma Stato Maggiore del Regio Esercito Ufficio “I”, anche se poi, con il procedere dei giorni, furono inserite nella Raccolta, oltre a quelle delle specifiche Sezioni dell’Ufficio, anche le pagine relative al Diario Storico della Sezione “R”, che continuava a esistere e a dipendere dal Comando Supremo.

L’Ufficio “I” dello Stato Maggiore del Regio Esercito era stato organizzato con una Segreteria e quattro Sezioni: informazioni, polizia militare, stampa e traduzioni, decifrazione dei telegrammi, con relativa intercettazione di telegrammi stranieri. L’Ufficio, in quel periodo, aveva sede nel Palazzo Baracchini, dove si era trasferito già il 1° luglio 1918, in seguito alla circolare n. 9120 del 3 marzo precedente che aveva rivisto l’ordinamento del Comando territoriale del Corpo di Stato Maggiore in relazione a quello del Comando Supremo

Allo scopo di migliorare l’operato del Comando territoriale, soprattutto per armonizzarlo con quello del Comando Supremo, era stato disposto che avrebbe compreso, tra gli altri suoi reparti e uffici, un Ufficio Informazioni; questo venne tra l’altro deputato a conservare l’archivio del Servizio Informazioni del Comando Supremo: mediante la Sezione “R”, alla quale si sarebbe riunito l’Ufficio Staccato del Servizio Informazioni, doveva attendere ai particolari compiti del servizio da svolgersi nella capitale. Era previsto il trasferimento in una nuova sede, che avvenne dopo qualche tempo, e una progressiva riduzione del personale di truppa addetto alla Sezione, che contava all’epoca 17 piantoni, 10 militari all’archivio e altre ordinanze in scarso numero.

Nella circolare era sottolineato anche che al più presto tutto il carteggio che era stato inviato dal Comando Supremo al Comando del Corpo doveva essere raggruppato, ordinato dai vari uffici secondo il nuovo ordinamento e versato all’Ufficio Storico dello Stato Maggiore, esistente dall’unità d’Italia, con il materiale ad esso destinato. Gli Uffici però dovevano conoscere almeno sommariamente il carteggio loro affidato in modo da poter prontamente aderire alle richieste di documenti che potevano essere fatte dai corrispondenti uffìci del Comando Supremo: “… questi, a loro volta, devono sgombrare in modo continuo e nella maggior misura possibile, tutte le pratiche esaurite o di meno frequente consultazione, ai corrispondenti uffici del Comando del corpo, per conservare al Comando Supremo la caratteristica di mobilità che lo deve contraddistinguere”.

Dunque fin dai primi giorni del 1919 lo Stato Maggiore del Regio Esercito aveva organizzato un proprio Ufficio “I” a Roma e aveva preso a redigere un Diario storico-militare, con le stesse modalità della Sezione “R”, mentre il Servizio Informazioni del Comando Supremo, con la sua Sezione “U”, fino all’agosto 1919 operò ad Abano (sede di campagna), e fu molto attivo per quanto riguardava la Macedonia, la Bulgaria, la Grecia, proprio per le ragioni storiche sopra accennate. Il Comando Supremo rientrò a Roma da Abano in quel mese, ma continuò a funzionare in parallelo fìno alla data ufficiale del suo scioglimento, 1° gennaio 1920.

Il carteggio del Servizio Informazioni relativo a questo periodo di attività è conservato quasi per intero tra le carte dell’Ufficio Situazioni e Operazioni, nel quale era integrato: esso testimonia della ramifìcazione che il Servizio era riuscito a realizzare nei Balcani. anche con l’attivissimo Centro di Salonicco. Sono numerosissimi i rapporti relativi all’attività bulgara in Macedonia, e molto dettagliati; in alcune di queste attività, nel quadro dei tentativi portati dai comitati serbi per fomentare una sollevazione in Bulgaria e far trovare i delegati al tavolo della pace di fronte ai fatti compiuti, viene riportato che capi del movimento si sarebbero travestiti da uffìciali italiani per entrare in Macedonia; costoro
avevano anche cercato di corrompere un autista italiano, per entrare nel territorio.

Dunque una rivolta per fare in modo che la Macedonia potesse fruire di una autonomia politica alla fine, ormai assai vicina, del conflitto: questa situazione fu monitorata con grande cura sia dal Centro di Salonicco sia da alcuni Addetti militari presenti in zona. Presso la Missione Militare italiana a Costantinopoli, con a capo il generale Mombelli, gran conoscitore del mondo ottomano, vi erano ai suoi ordini due o tre ufficiali, che si occupavano quasi esclusivamente della raccolta di informazioni militari, confermando e arricchendo quanto raccolto nelle altre sedi balcaniche.

Sono numerosi infatti i rapporti e, occorre dirlo, anche le analisi molto interessanti, relative alla difficile situazione economica e sociale, oltre che militare, in Turchia e alla influenza della Germania in quel territorio: “… i soldati [turchi] circolano affamati e stracciati; i Giovani Turchi hanno lasciato la direzione di tutti i servizi ai tedeschi… che non nascondono a Costantinopoli il loro imbarazzo per eventuali imprevisti avvenimenti…”. Già nell ‘ottobre del 1918 era stato segnalato dal “nostro servizio segreto” che molte famiglie tedesche avevano lasciato Costantinopoli.

Molte e continue erano anche le informazioni ottenute tramite l’intercettazione e decrittazione dei telegrammi provenienti dalle ambasciate di Grecia a Berna e a Londra e diretti al Ministero degli Ester i di Atene: i due Centri di Londra e di Berna facevano un ottimo lavoro. Per i telegrammi in arrivo e in partenza da Roma valeva sempre la regola aurea, prescritta nelle norme sulla censura, di ritardare comunque di almeno 48 ore la consegna degli stessi ai destinatari o di ritardarne, quando possibile, la partenza.

Dal Centro di raccolta informazioni di Mudros, nella penisola anatolica, i notiziari redatti sulla situazione della Turchia e della Bulgaria e in genere su tutto il fronte balcanico erano anch’essi assai numerosi e con informazioni molto attendibili: questi venivano regolarmente trasmessi al Servizio Informazioni, Sezione “U”, che li elaborava e li inviava al Capo di Stato Maggiore e all’Ufficio Situazioni e Operazioni.

ln quel periodo, come per il passato, continuavano ad essere attentamente sorvegliati i Centri raccolta di informazioni austriaci all’estero, la rete dei quali era ormai molto ben conosciuta dal Servizio italiano: era anche possibile per gli italiani intercettare messaggi cifrati e monitorare le informazioni che quei centri austriaci raccoglievano intorno ai movimenti delle operazioni delle truppe italiane, non solo al confine, ma anche in Albania.

Nel luglio 1918 era stato altresì deciso di costituire un centro di informazioni nell’Egeo a Rodi, per il quale però fu difficile trovare un uffìciale da inviare, in quanto tutti coloro che venivano ritenuti idonei per un simile servizio erano già destinati ad altra missione. Il che dimostra che il personale impiegato nel settore era numeroso, ma che non era stata programmata ancora una particolare preparazione per operatori nel settore della raccolta informazioni, che verrà iniziata, però, proprio in quel periodo.

Terminato lo stato attivo di belligeranza, si presentava il grave problema della smobilitazione, ovvero il passaggio dallo stato di guerra allo stato di pace, che poteva avere conseguenze economiche e sociali molto più devastanti che il processo inverso. Come ricordano il Bovio nel suo volume, e lo Stefani nei suoi numerosi e ampi studi, al 3 novembre 1918 erano sotto le armi 3.044.414 italiani, dei quali 2.232.976 appartenenti all’esercito combattente, inquadrati in 9 Armate, 23 Corpi d’Armata, 53 Divisioni, comprese le forze che stavano operando in Albania, in Macedonia, in Francia. Le classi d’età che alimentavano questa forza erano 27 e partivano dai nati nel 1874 per arrivare ai ragazzi del ’99. Tanto che si può affermare che una delle ragioni dell’affermazione del fascismo nel 1922 sia stata anche la conseguenza dei problemi posti dal difficile assestamento sociale, oltre che economico, del post-conflitto.

Il testo di una lettera “riservatissima” dell’Addetto militare in Bulgaria concernente un possibile informatore

Il problema della smobilitazione era un grave problema politico ed economico, non solo militare. Nell’ottica post-bellica, si imponevano, considerata la nuova situazione e le condizioni economiche del Regno, urgenti modifiche nell’ordinamento delle Forze Armate italiane e in particolare per l’Esercito: per avere subito una visione di sintesi dei rapidi mutamenti che si ebbero nel giro di pochissimi anni, ricordiamo che l’ordinamento del generale Albricci, Ministro della Guerra, fu varato il 21 novembre 1919, ma fu rapidamente sostituito da quello del nuovo Ministro della Guerra, Bonomi, il 20 aprile 1920; ordinamento questo considerato peraltro ancora provvisorio.

Nel gennaio 1923 il generale Diaz, a sua volta Ministro della Guerra, fece approvare un nuovo ordinamento, che ebbe vita breve, fino al 1926-27 quando furono varate numerose riforme volute dal Capo del Governo, Mussolini, ad interim anche Ministro della Guerra, che introdusse ulteriori variazioni nel 1934. Nel 1925 fu istituita la carica di Capo di Stato Maggiore Generale, incarico tenuto da Badoglio fìno al 26 novembre 1940, quando fu costretto a dare le dimissioni dopo il fallimento della campagna di Grecia.

PIETRO BADOGLIO

Per ritornare alla situazione della fine del 1918 e degli inizi del 1919, la smobilitazione procedeva, mentre tra l’altro si elaborava appunto un nuovo ordinamento dell’Esercito, oltre che per adattarsi alla nuova situazione, anche per contenere l’incidenza delle spese militari nel disastrato bilancio dello Stato.

L’Ufficio Informazioni iniziò a ridurre il proprio personale a Roma, anche se continuava la sua attività: certamente, esso era stato ridimensionato moltissimo, rispetto al periodo bellico: e come conseguenza, mentre precedentemente per riassumere l’attività di una giornata occorrevano numerose pagine, dal gennaio 1919 il Diario giorno per giorno, è indubbiamente più sintetico e smilzo: le voci riportate riguardano i rapporti con i Centri ITO delle Armate ancora funzionanti quali quelli di Trieste e di Valona. Anche le due Sezioni “U” e “M” erano ancora pienamente funzionanti come i Centri all’estero.

Molta dell’attività svolta anche nel 1919, come negli ultimi mesi precedenti del 1918, riguardò, almeno secondo le notizie riportate nel Diario, la situazione personale di numerosi militari, dalla richiesta di ricompense a quella della valutazione dei servizi prestati, etc. oppure la richiesta alle varie stazioni dei Carabinieri di appurare il perché del non rientro dalla licenza di soldati, dei quali venivano forniti i nomi: questo fenomeno sembra iniziare in modo massiccio proprio nel gennaio 1919; nei mesi precedenti vi erano state richieste in merito, ma non nella qua ntità del gennaio 1919 e dei seguenti mesi, segno che il problema stava peggiorando.

Il Colonnello Balduino Luigi Caprini

L’Ufficio continuava a decifrare, come negli anni passati, telegrammi che venivano poi passati alla Presidenza del Consiglio e continuava a monitorare lo spirito della truppa, anche nelle lettere che i singoli si scambiavano con i familiari, tanto che venivano richieste informazioni su alcuni militari che avevano espresso apprezzamenti e critiche, nella loro corrispondenza personale, sul diffondersi dell’influenza “spagnola”, segno evidente che la censura postale era ancora in piena attività. Tra le traduzioni di documenti dei nemici elaborate in quel periodo, da segnalare quella relativa ad un questionario per uso spionaggio della marina tedesca, sottratto durante le operazioni belliche.

Almeno nei primi mesi del 1919 le annotazioni sono a volte anche irrilevanti, quali ad esempio, un ringraziamento alla Sezione “M” per l’invio di timbri, insieme alla notizia inviata dal Centro dell’Aja sulla mobilitazione dell’esercito jugoslavo! Vi sono anche delle notizie abbastanza significative che permettono di legare alcuni personaggi già conosciuti nel quadro storico degli inizi del secolo, al servizio informazioni, come ad esempio la consegna avvenuta l’11 gennaio 1919 della croce di guerra, con relativo brevetto, fatta dal Capo dell’Ufficio al colonnello dei Carabinieri Reali Balduino Caprini, che era in procinto di partire per Costantinopoli; il 23 gennaio successivo lo stesso si era recato a conferire con il Capo della Sezione “R”. I movimenti del Caprini sono dettagliatamente segnalati anche alla Sezione “U”, evidentemente per agevolare anche il viaggio dell’alto ufficiale.

Mario Nicolis di Robilant

Sappiamo così che il colonnello partì per Sulmona alla volta di Otranto, dove si sarebbe imbarcato per raggiungere la capitale dell’Impero Ottomano e continuare in quel settore del Mediterraneo un lavoro molto accurato che aveva iniziato già anni prima, collaborando con il generale di Robilant per la riorganizzazione della gendarmeria macedone. Anche altri ufficiali dei Carabinieri Reali avevano collaborato con il Servizio Informazioni durante il loro mandato in quelle aree come ad esempio il capitano Giuseppe Borgna, già nell’équipe che era stata in Macedonia; il capitano Giovanni Battista Carossini, che prestò servizio nel settore anatolico sia nel 1914 sia nel 1920 e 1921, quando le truppe italiane erano sbarcate in Anatolia e pensavano di poter avere quella zona sotto la propria influenza. Così come nella voce Varie, è annotato che l’ex capo del Servizio che aveva ormai raggiunto il grado di maggiore generale, Rosolino Poggi, il 20 febbraio 1919 aveva assunto il Comando Territoriale del Corpo di Stato Maggiore.

Alla data del 26 febbraio 1919 si ha notizia che il Servizio Informazioni avrebbe finalmente avuto una sua tipografia, nella sede dello stabilimento tipografico del Ministero della Guerra: indubbiamente importante in prospettiva il fatto che, anche per motivi di riservatezza, avrebbe permesso al Servizio di poter stampare in proprio circolari, cifrari e altre carte necessarie e riservatissime.

Tra le varie annotazioni di lavoro eseguito dall’Ufficio in questo periodo, vi sono molte pratiche riguardanti la valutazione dei servizi resi dal personale, anche civile, in qualche momento della vicenda bellica: ad esempio si chiedono delucidazioni circa la domanda di un premio in danaro che un agente investigatore aveva avanzato per le sue prestazioni durante il conflitto; nel Diario vi è un buon numero di annotazioni riguardanti queste richieste, ma sempre senza indicare per esteso il nome di chi presentava l’istanza: l’agente doveva rimanere “coperto”, nonostante il Diario fosse classificato “riservatissimo”.

Anche se era stato ridimensionato, l’Ufficio continuava ad esaminare e quindi annotava le domande di collaborazione, anche quali interpreti di tedesco, che alcune persone presentavano; offerte che venivano regolarmente istruite – segno che il reclutamento di possibili collaboratori non militari continuava – e in alcuni casi il Capo della Sezione riceveva la persona che aveva avanzato simile candidatura.

Un appunto manoscritto che conferma la collaborazione con il Servizio Informazioni francese a Milano

Vengono registrate in quel periodo molte domande di estensione di licenze e molti congedi illimitati: anche l’Ufficio Informazioni aveva iniziato la sua cura di “dimagrimento” di personale o della sostituzione di alcuni di essi, soprattutto ordinanze e scritturali. La Sezione “R”, da parte sua, continuava a monitorare attentamente la situazione economica (compito istituzionale) e tutto quanto era connesso, inclusa la scoperta a Vienna della fabbricazione in larga scala di moneta italiana falsa e della sua circolazione nelle terre del nord o l’introduzione di banconote false a Fiume nel marzo 1920: un eventuale immissione di carta moneta falsa nei territori italiani o in quelli conquistati recentemente poteva portare seri turbamenti alla situazione economica generale, già di fatto precaria.

Maria Gabriella Pasqualini

*Maria Gabriella Pasqualini

 (Roma, 26 marzo 1944) è  una storica e accademica italiana.

Laureata nel 1966 in Scienze Politiche nella Università di Roma, ha insegnato per 40 anni, dapprima “Storia e Istituzioni dei Paesi afro-asiatici” nell’Università di Perugia e poi “Storia e Istituzioni dell’Africa Mediterranea e del Vicino Oriente” in quella di Palermo (ad eccezione di una parentesi decennale 1974-1984 per Servizio all’estero presso il Ministero degli Affari Esteri).

È docente alla Scuola ufficiali carabinieri a Roma, dove risiede.

Specialista di Storia dei servizi segreti italiani, ha pubblicato un corpus di studi di cinque volumi, riguardanti la storia dei Servizi Segreti italiani militari e civili, per il SISMI, per l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna e per l’Agenzia informazioni e sicurezza interna.

I suoi studi sulla storia dell’intelligence italiana sono disponibili anche sul sito del Dipartimento delle informazioni per la Sicurezza DIS.

  • È stata vicepresidente del Comitato Consultivo del Capo di stato maggiore della difesa per il Servizio Militare Volontario Femminile dal 2000 al 2007 al Ministero della Difesa.
  • Direttore Scientifico di osservatorioanalitico.com
  • Vice Direttore del giornale on-line The HorsemoonPost.
  • Membro del Comitato Scientifico della Fondazione Giuseppe e Marzio Tricoli.
  • Membro della Società italiana di storia militare.
  • Premio Nazionale Universo Donna (2001).

Opere

  • L’Italia e le prime esperienze costituzionali in Persia (1905–1919), Napoli – Perugia, ESI, 1992.
  • Gli equilibri nel Levante. La crisi di Alessandretta 1936–1939, edito da IlaPalma – Edizioni Associate, Palermo, 1995.
  • Il Levante, il Vicino e Medio Oriente. Le fonti archivistiche dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, SME, Ufficio Storico, Roma,1999.
  • Le missioni all’estero dei Carabinieri 1855-1935, Ente Editoriale Arma dei Carabinieri, Roma, 2001.
  • Le missioni all’estero dei Carabinieri 1936-2001, Ente Editoriale Arma dei Carabinieri, Roma, 2002.
  • Operazione Vespri Siciliani, coautore con Giancarlo Gay, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, con Introduzione del Ministro della Difesa, Roma, 2003.
  • Uomini in Uniforme, coautore con Giancarlo Gay, Rai-Eri-Roma, 2004.
  • L’Esercito Italiano nel Dodecaneso 1912-1943. Speranze e realtà, Roma, Stato Maggiore Esercito, Roma, 2005.
  • “Problematiche costanti nel servizio di informazione militare italiano dal 1861 al 1949”, in: Storia dello spionaggio, a cura di Tomaso Vialardi di Sandigliano e Virgilio Ilari, Savigliano, 2005.
  • Soldato per scelta. La tradizione del volontariato militare in Italia dal 1861 ai nostri giorni, Roma, Stato Maggiore Esercito, 2006.
  • Carte segrete dell’intelligence italiana. Vol. I: 1861-1918, Ministero della Difesa – RUD- Roma, 2006, (Prefazione Ministro della Difesa).
  • Carte segrete dell’intelligence italiana Vol. II: 1919-1949, Ministero della Difesa – RUD- Roma, 2007, (Prefazione Ministro della Difesa).
  • L’intelligence italiana dal 1949 al 1977, AISI, De Luca Editore, Roma, 2011.
  • Breve storia dell’organizzazione dei Servizi d’Informazione della Regia Marina e Regia Aeronautica. 1919-1945, Roma, 2013, 300 pagine, Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa, Ministero della Difesa e Commissione Italiana di Storia Militare. .
  • Carte segrete dell’intelligence italiana Vol. III, IL SIM negli archivi stranieri, Stato Maggiore Difesa, Ministero della Difesa. 2014.

 

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