Caro Floriani te scrivo…

di Cornelio Galas

Giacomo Floriani nella sua baita sopra il Rifugio S.Pietro

Chi l’avrìa mai dìt, quela vòlta a Zéole
che t’eri propri tì, quel con ‘l fràte
mi ero en bocia, nei òci tante le pétole
e ti envéze n’om, ‘l me còr ancor bàte…

Te stévi parlando, vóze alta,’n convènt
al frà Silvio, ‘l scultór, nel so sìto
e mi che scoltèvo, ma senza capìr gnènt
te vardévo embambolà, semper stà zìto.

Ero ‘l fiòl de l’Italo, sì ‘l marangóm
no èrem lì per scoltàr quele to poesie
se dovéva laoràr, col legnàm, dalbòm,
e quel che te lezévi le ne parèva strìe.

Gh’era de tut, en quele parole ‘n dialèt
da la montagna, al làch, fim a na grèsta
storie enventàe, ma che t’arivéva scièt
ala fim te metèvi però tut nela to zésta.

T’eri lì, tut ciapà, l’anima e ‘l zervèl
squasi che fussa en sòign, fat da per tì
e de colp anca noi, tra seghe e ‘l martèl
sém vegnùi vizìm, per scoltarte meio, sì.

Ah che maravéa, quela matìna de primavera
pensàr a dàse de pìm, granzóni e scoiàtoi
tocàr làresi, cavriòi, come i fùs davéra
butàr via i penséri bruti, come coriàndoi.

Ti te parlévi, Giàcom, me ricordo ancóra
come parla n’ennamorà dela so bela dòna
qualchedùm t’avrìa ciapà del mat alóra…
fim quando ‘l Maroni, t’ha dat la corona.

Pensando a quel dì, passà con ti da pìcol
senza saver chi te èri e cosa te févi…
me domando, ades che ne capìsso ‘n mìgol
perché per ani bèm la néva ‘n do te stévi.

Ne la to bàita, co la to pipa, a Sàm Péro
vardando ‘n zò, vers ‘l Garda, e la Busa
t’hai capì dele robe, che val pù de zèro
basta voler bem, che ‘l rèst no ‘l sbrùsa.

Ti t’avevi aiutà, prima de la gran guèra
i taliàni trentini a scampar da sti paési
col Cesare Batisti, quel copà zo ne l’èra
t’eri nà anca ti, via, da quei demò tési.

Po’ ale tante, i t’ha dàt premi e medàie
te sei deventà ‘l poeta del nòs Trentìm
Se te fùssi vif, ah quante poche le pàie
per farte dormir ‘n pàze, nel to letìm.

Te dovrési spiegar, ti che te èri de Riva
perché da lì i ha portà via que l’ospedàl
perché lì dove te abitévi adés i arìva …
co le bici eletriche, anca senza ‘l pedàl.

E no l’è finìa, caro Giàcom, scusa se digo
robe che no volerìa che te dés dei fastìdi
chì ghè de la zent che da temp mi ‘l zìgo
no i sa pù che far co la tèra dei so nidi.

T’ho volù bem, caro poeta scritór ‘n dialèt
fim da bocia, da quando no te no conosévo
scusa se scrivo così, squasi tant a l’èt
ma grazie a ti al Trentìm tant ghe dovévo.

Volerìa sol che da chi anca a zènto ani
ghe fus qualchedùm che lèze i tò scriti
se no altro per dir che no s’è fat dani
a portar avanti l’amor, e semper drìti.

Arco, Santuario delle Grazie, fra’ Silvio Bottes, 1984

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ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 18

a cura di Cornelio Galas

Fonte: Università degli Studi di Roma “La Sapienza” Facoltà di Scienze Politiche. Titolo Tesi: “La campagna di Russia (C.S.I.R.- A.R.M.I.R. 1941-1943) nella memorialistica italiana del dopoguerra”. Anno accademico 1999-2000.

Gli ospedali

Anche le descrizioni delle condizioni di vita all’interno degli ospedali di retrovia non forniscono un quadro lusinghiero nei confronti della macchina organizzativa e della moralità presenti nell’esercito italiano.

Non si tratta in questo caso delle infermerie e dei medici che operavano a stretto contatto con le truppe di prima linea, con le quali venivano condivise le sofferenze e le difficoltà della guerra, ma degli ospedali situati alle spalle del fronte, ben lontani dalla guerra sia sotto l’aspetto della distanza che sotto quello della partecipazione emotiva.

Gli ospedali, gli infermieri, i medici, rivestono un ruolo fondamentale per i soldati impegnati in guerra sia sotto l’aspetto prettamente operativo, in quanto a loro è demandata la cura dei feriti, ma anche, e sopratutto, sotto l’aspetto psicologico.

Un combattente ferito è naturalmente costretto, dalla sua condizione, ad affidare la propria sorte nelle mani della grande famiglia dell’esercito, in questo caso l’apparato medico-sanitario, dalla quale si aspetta di essere ripagato con impegno, professionalità e dedizione, in virtù dei sacrifici che fino a quel momento ha dovuto sopportare.

La percezione che invece di un fraterno cameratismo la loro condizione di feriti provocava quasi un fastidio in coloro che erano adibiti alle cure, produceva lo stesso effetto di tradimento e delusione che è stato rilevato nel caso del comportamento della sussistenza.

“Alle 18 raggiungiamo l’ospedale da campo 873. Come entriamo nel cortile, comprendiamo che qui se ne fregano. Fa freddo e piove, e non un cane di infermiere che arrivi a tirar fuori i feriti. Dopo sei ore di autoambulanza siamo stanchi e sbattuti.

Comincio ad urlare, a maltrattare i primi infermieri che incontro. Tutto procede con molta lentezza e menefreghismo. Il capitano medico, un veronese, si disinteressa completamente del nostro arrivo. Degli altri ufficiali medici, nemmeno l’ombra. E pensare che sono arrivati dal fronte ben trentasei feriti…

Queste bestie di infermieri non ne indovinano una giusta: servono il caffelatte con la forchetta, offrono pane e marmellata ad uno operato di appendicite… Mi rivolgo ad un sottufficiale, chiedo del medico di guardia, aggiungo che un ufficiale sta morendo dissanguato. – Non so se venga, bisogna accertarsi che sia proprio grave –, è la sua risposta. Gli metto le mani addosso”.

Naturalmente come per tutti i reparti adibiti alla sussistenza anche per gli ospedali è necessario considerare che tutte le deficienze organizzative che spesso non erano attribuibili in maniera diretta alle loro responsabilità. Ma nonostante questa considerazione bisogna però aggiungere che quello che maggiormente colpiva e feriva i soldati della prima linea non era la disorganizzazione e la mancanza di materiali, ma la mancanza di passione, dedizione e sopratutto di spirito di solidarietà nei loro confronti.

I feriti avevano chiara la sensazione di non essere al primo posto nelle attenzioni e nelle occupazioni dei medici e degli infermieri che sembravano essere più preoccupati dalle questioni formali, dalla burocrazia e spesse volte dai loro piccoli traffici tesi a rendere più comoda e confortevole la loro condizione.

“Sporcizia, sporcizia ovunque. Non parliamo poi dei soldati stesi per terra, in tutti i sensi, così che non potei neppure avvicinarmi a coloro che conoscevo, per non schiacciare gli altri. Ebbene, quei feriti, quando giunsero alla divisione…furono fatti attendere altre tre ore, dalle 3 alle 6 del mattino, stesi su una barella in mezzo alla strada.

E finalmente ammonticchiati su un autocarro e trasportati al più vicino ospedale tedesco. Qui sono stati curati e messi in un lettino pulito: avevano tè, caffè, cognac, pane bianco e burro. Ma il giorno dopo il capo ufficio sanitario, pensando che non fosse decoroso che una divisione celebre facesse curare i suoi feriti dai tedeschi, dà l’ordine di mandarli a prendere, assicurando il generale che la nostra sezione Sanità avrebbe potuto curarli altrettanto bene.

Ma non dice che la nostra sezione Sanità non è ancora giunta…non dice che non poteva disporre di un solo lettino, di un litro di cognac, di un bidone di latte. E così quei disgraziati, per il volere di un delinquente medico, vennero accatastati come porci in un locale sporco e freddo. E da ieri mattina a tutta questa sera non hanno avuto un etto di pane, un dito di brodo. Nulla!…

Non c’è bisogno di fare commenti: ma quei feriti, se torneranno a Milano, avranno l’onore di salire sul palco reale della Scala? Avranno un pacco dono e un pacchetto di sigarette; con le quali cose il P.N.F. crederà di avere saldato il debito di gratitudine della Patria”.

Da queste testimonianze, come da quelle precedenti, traspare come il comportamento scarsamente partecipe e solidale da parte delle retrovie nei confronti dei soldati impegnati al fronte producesse un forte senso di distacco nei confronti dell’autorità.

Crocerossine assistono al passaggio di truppe italiane destinate al fronte orientale russo nell’estate 1942

Con questo non bisogna evidentemente considerare che nelle retrovie si vivesse una vita completamente indifferente alle sofferenze dei combattenti o che non ci fossero istituzioni o singoli individui che non si impegnassero a fondo per migliorarne le condizioni.

Ma è altrettanto evidente come, sopratutto quando le cose cominciarono a mettersi male, si produsse uno scollamento nel livello di solidarietà tra i differenti gruppi presenti all’interno dell’esercito.

Il cameratismo e l’unione presente tra i soldati che combattevano fianco a fianco scompare quando invece deve indirizzarsi verso coloro i quali, nell’ideale collettivo, rivestivano il ruolo di approfittatori e traditori della causa comune.

Inevitabilmente si crea un diffuso senso di rifiuto nei confronti di quell’autorità che non è colpevole solamente dell’imminente disastro, che avrebbe potuto peraltro essere inevitabile, ma, cosa molto più grave, si è colpevolmente disinteressata ed ha speculato sulla pelle di coloro i quali dovevano invece sopportare maggiormente il peso della guerra.

Via via che aumentano le difficoltà e che la situazione diviene più drammatica l’accusa di tradimento passa dalla logistica, dalla sussistenza, dalla sanità, dalle retrovie in genere, fino all’autorità suprema, cioè il partito fascista responsabile di aver prodotto e avallato il degrado morale delle retrovie mentre proclamava una società basata sul valore personale e sull’esaltazione del coraggio.

Si accendono sentimenti di rivalsa che fanno sperare in fantasiose rivoluzioni in patria o che producono desideri di vendetta, mentre contemporaneamente si spengono gli artefatti vincoli della gerarchia basata sul grado anziché sul valore.

Coloro che non rischiavano la vita al fianco dei loro compagni non sono più dei commilitoni, ma dei volgari imboscati alla ricerca di privilegi e di una facile gloria a basso costo.

Gerarchia e disciplina

“Non tutti i generali abbandonarono le truppe, non tutti gli ufficiali si strapparono i gradi; molti colonnelli comandanti di reggimento spartirono la sorte dei loro reparti, molti subalterni stettero sino alla fine con i popolani del loro plotone. Ma questi furono nel complesso episodi isolati, come isolati furono gli episodi di vergognosa viltà e di feroce egoismo […]

Rimane il fatto che su centoventicinquemila uomini dei due corpi di armata e truppe di rinforzo, quarantacinquemila si misero in salvo; su venti generali se ne misero in salvo diciotto, su una cinquantina di ufficiali di stato maggiore non so se ne mancarono cinque. La sproporzione è evidente e le condizioni in cui si sono svolte le operazioni non la giustificano […]

Il momento di dimostrare con i fatti la loro buona fede era giunto: restando sul posto, eseguendo per primi gli ordini che trasmettevano ai loro inferiori, non avrebbero fatto niente di più del loro dovere. Ed era l’unico modo per essere assolti dall’errore e salvare l’onore… Gli innocenti muoiono ed i colpevoli si salvano”.

Queste parole di Tolloy riassumono in maniera chiara ed efficace l’immagine dei comandi e degli ufficiali superiori che traspare dalla lettura delle memorie di guerra. Esprimere un giudizio complessivo ed univoco sul rapporto tra ufficiali e soldati all’interno del contingente italiano e sul comportamento dei comandi in genere risulta cosa assai difficile dato il gran numero di episodi individuali, in un senso od in un altro, presenti nella memorialistica.

Il disastro della ritirata, con tutte le sue tragiche conseguenze ed il desiderio di individuare colpevoli e responsabili, influiscono poi in maniera decisiva sul giudizio che i reduci danno del comportamento tenuto dai loro superiori.

Il primo aspetto che bisogna mettere in luce è costituito dalla subordinazione dell’operato dei Comandi alle direttive ed alle esigenze dell’alleato tedesco spesso incurante delle esigenze italiane.

Il ruolo del contingente italiano in Russia era sicuramente marginale rispetto all’immane sforzo bellico che stava compiendo la Wehrmacht nel tentativo di piegare la resistenza sovietica. Appare naturale quindi che le operazioni ed i compiti dell’esercito italiano dovessero essere subordinati alle esigenze delle strategie tedesche.

Purtuttavia la prima responsabilità del comando è rivolta verso i propri uomini e verso le loro possibilità, che non dovrebbero essere sottoposte al desiderio di compiacere un pur così potente alleato.

Drammaticamente eclatante in questo senso la decisione, o forse si dovrebbe dire l’indecisione, di far restare per un mese le unità alpine a fronteggiare un nemico che aveva già sfondato in più punti il fronte, e che già operava alle sue spalle, solamente per permettere alle truppe tedesche di ritirarsi in buon ordine. E d’altronde anche precedentemente era accaduto che i soldati italiani fossero stati sacrificati alle esigenze tedesche.

“I quali (tedeschi), Stalino, come tutto il resto, l’hanno voluto solo per loro. E noi, come al solito, abbiamo fatto la figura dei fessi… E’ stato pure interessato S.E. Messe ma i tedeschi non hanno mollato…Sono tre giorni che non mangiano. Non mangiano e combattono. E’ un mese che non si riceve posta da casa, un mese che non si fuma una sigaretta vera… Gente che prega di poter raccogliere le briciole che rimangono nelle cassette di gallette…

E così i nostri Comandi mandano in linea una divisione!…Non ho paura di dire che chi manda avanti una divisione nello stato in cui si trova la nostra, senza mangiare, colle scarpe rotte, le uniformi a brandelli, senza munizioni… quel tale è un assassino.

I tedeschi, arrivati a Stalino, e arrivati con tutti i mezzi e tutti i servizi hanno fatto tuttavia un alt per ricomporsi e riposarsi. Noi: avanti! Avanti coi fianchi scoperti; avanti affamati, laceri, senza munizioni… Questi sono i delitti che si commettono impuniti. Che anzi, quelli che li commettono… diventeranno commendatori dell’ordine militare di Savoia o simili”.

La testimonianza del sottotenente Mauro Taccini:

“Una circolare del comando generale tedesco, a firma Hitler, imponeva a tutti i combattenti di non muoversi di un metro dalle posizioni assegnate… C’era da ridere, se non si fosse trattato della nostra pelle, a pensare a un caposaldo come il nostro che resiste anche superato da una avanzata russa…

I nostri comandi non furono da meno e disposero con diverse circolari che si completassero le recinzioni dei capisaldi con reticolati, che non c’erano, che si facessero nuove fortificazioni, con attrezzi, uomini e armi che non c’erano, e che infine si procedesse a un infittimento del fronte, immettendovi le truppe tenute in retrovia. Quest’ultima era la più grande corbelleria del repertorio”.

Oltre alla subordinazione all’alleato nazista, che spesso pregiudicava anche le esigenze basilare e primarie delle truppe italiane, anche lo stato di impreparazione, sopratutto sotto l’aspetto del materiale e della tecnologia, produsse un forte senso di scoraggiamento tra i soldati.

Il paragone con l’apparato bellico altrui poneva le unità italiane in una condizione di netta inferiorità nei confronti tanto dell’alleato tedesco quanto dell’avversario sovietico. I tragici effetti dell’approssimazione nella preparazione della spedizione da parte delle autorità italiane divennero sempre più evidenti mano a mano che l’esercito sovietico cominciava a riconquistare l’iniziativa delle operazioni.

Il costo dei sacrifici necessari per tenere testa ad un nemico sempre più intraprendente divenivano ogni giorno più alti, e conseguentemente cresceva il disappunto dei combattenti nei confronti della superficialità con la quale erano state organizzate prima, e venivano gestite ora, le unità italiane.

Oramai era divenuto evidente che la facile crociata antibolscevica promossa e promessa dal fascismo per questioni di prestigio nazionale si stava tramutando in un disastro dalle proporzioni preoccupanti, e all’entusiasmo della vigilia cominciava a subentrare il rancore verso la colpevole superficialità delle autorità italiane.

“La constatazione di tale realtà alleata, ed il confronto inevitabile con la nostra miseria, costituirono un secondo vero shock per tutti, poiché il primo era stata la presa di coscienza dell’immensità della Russia…

Di fronte a questi scoraggianti elementi di fatto, fra gli ufficiali, che peraltro non si erano ancora potuti rendere conto ben a fondo del formidabile armamento e del numero infinito dei sovietici, insorsero, prepotenti, un palese rancore e aperti desideri di rivalsa nei riguardi di chi aveva mandato a simile sbaraglio loro e i loro subordinati”.

Parole ancora più dure le esprime Eugenio Corti ormai spossato dalla fatica e dal gelo:

“E il vento non cessava, e ci esplorava assiduamente per tutta la superficie del corpo, instancabile nel suo tentativo di strapparci la vita…

Mi venne fatto di pensare ai nostri capi, che avevano dichiarata la guerra: in questo momento erano a Roma al caldo, nel loro lusso abituale; forse stavano dormendo in soffici letti. E avevano mandato i soldati in questo clima, con queste scarpe, equipaggiati a questo modo! – Porci! Figli di cane! –

… Tutti noi, ciascuno in modo più o meno chiaro, a seconda delle sue possibilità d’intuizione, avvertivamo questo…Non era possibile, noi lo sentivamo, che cose enormi come quelle che stavamo vivendo, dipendessero dall’arbìtrio di pochi, piccoli uomini”.

Se il risentimento nei confronti delle autorità politiche e militari di Roma è riscontrabile in maniera diffusa nelle memorie, fino al punto, come vedremo più avanti, di travolgere le convinzioni sul regime fascista, differente è il discorso per quanto riguarda il rapporto con gli ufficiali ed i superiori che parteciparono in prima persona alla campagna.

In questo caso il giudizio dei reduci sul comportamento tenuto dagli ufficiali è più variegato, essendo legato indissolubilmente alle vicende e alle esperienze vissute individualmente ed al valore dei singoli ufficiali. L’attenzione degli autori si concentra in maniera particolare sulle vicende vissute durante la ritirata, che, data l’asprezza e la durezza del contesto, diviene una sorta di cartina tornasole del valore individuale.

Innanzitutto bisogna rilevare come il ruolo di ufficiale avrebbe dovuto comportare un maggior carico di responsabilità nei confronti dei subalterni, responsabilità derivante sia dal grado che dalle aspettative che i soldati riponevano nella sua figura.

Nella realtà invece emerge come una parte di coloro che avevano il compito di evitare che la ritirata si trasformasse in una disastrosa e scomposta fuga, si preoccuparono sostanzialmente e fin dall’inizio della loro sorte senza adoperarsi per quella altrui.

“Salvare il salvabile. Anche questa teoria non regge più. Nessuno distingue i sacrifici inutili dai necessari. Disordine, indisciplina, incoscienza, insubordinazione, diserzione. E’ il disastro, la fuga pazzesca di una massa senza reparto, senza armi!”.

Gli episodi di vigliaccheria e di egoismo compiuti dagli ufficiali risultano agli occhi dei soldati ancora più gravi e meritevoli di condanna proprio per il ruolo di punto di riferimento che essi rivestivano nelle dinamiche relazionali dei reparti, delle unità e dei singoli gruppi.

Lo spettacolo di ufficiali che si strappavano i gradi per paura di essere riconosciuti dal nemico, o che fuggivano abbandonando le proprie unità alla loro sorte contribuirono in maniera determinante allo sfaldamento della solidarietà e dell’omogeneità organizzativa dell’esercito.

La cosa che feriva maggiormente, e alimentava il rancore prodotto dal senso di abbandono percepito dai soldati, era che un tale riprovevole comportamento raramente era motivato dalla situazione contingente, ma più spesso dai più bassi istinti dettati dall’egoismo, dall’avidità e dalla paura.

“L’ufficiale postale, un tenente anziano, abitava in una casetta poco distante: presi con lui gli accordi per il carico dell’autocarro, consigliandolo di non portarsi dietro il bagaglio personale per non rubare il posto a qualche soldato…quando ritornai, mi accorsi che non solo tutto lo spazio disponibile del cassone era stato occupato da oggetti che nulla avevano a che fare con la vita militare ma che i miei stessi uomini erano rimasti a terra…

Mi ricordo che su quell’enorme catasta di cianfrusaglie facevano mostra di se un orologio a pendolo, una balalaika e una gabbia per canarini… Poi avvenne un episodio sconcertante…un gruppo di scritturali del Comando, frettolosamente armati, era stato distaccato per dare l’allarme in caso di attacco da parte del nemico; naturalmente nessuno si era preoccupato o aveva voluto avvertire della partenza quei poveri soldati ed ora questi, urlando come ossessi, correvano giù per raggiungere la colonna.

Vidi gli ufficiali superiori sbiancare dalla paura: quando uno di essi gridò ordini per accelerare il movimento degli automezzi, capii subito che non la paura del nemico ma la prevedibile reazione di quei soldati, abbandonati al loro destino, consigliava di affrettare quella fuga ignominiosa”.

Certamente non tutti gli ufficiali, di alto o basso grado che fossero, si comportarono in questa maniera, rifiutandosi in ogni modo e con ogni mezzo di condividere la loro sorte con quella dei soldati che per lungo tempo avevano comandato ed ai quali avevano spesso richiesto grandi sacrifici, molti continuarono a combattere accanto ai loro uomini dando loro l’esempio che il grado che portavano gli imponeva di dare.

Valga per tutti il comportamento del generale Martinat, la cui morte viene ricordata con grande commozione in più di un testo, quando volle condividere la sorte dei suoi alpini nella commovente carica per sfondare l’accerchiamento di Nikolajevka.

In quel luogo si svolse uno dei più drammatici episodi di tutta la ritirata di Russia: era uno degli ultimi posti di blocco predisposti dall’esercito sovietico prima che fosse possibile ricongiungersi con le forze tedesche.

Gli uomini della colonna erano arrivati allo stremo delle forze e tutti gli attacchi erano fino a quel momento stati vani di fronte alla forza del nemico. L’accerchiamento fu rotto solo alla fine quando ormai si disperava di poter raggiungere la salvezza con un assalto condotto alla disperata da tutti coloro che erano in grado di muoversi: un’orda di soldati, molti anche senza armi, e di sbandati che senza timore della morte e con la forza della disperazione si riversarono sul nemico costringendolo alla ritirata.

Il Generale di Stato Maggiore Alpino Martinat ebbe la volontà e la forza di condividere la sorte dei suoi uomini in quest’epico assalto finale, dal cui esito dipendeva la sorte di tutta la colonna, e nel quale trovò la morte mentre incitava i soldati all’avanzata.

Il suo coraggio ed il suo valore trovano riscontro nell’impressione, testimoniata da molti autori, che la sua morte suscitò in tutti coloro che lo conoscevano, dagli alti Comandi ai soldati semplici. Il comportamento di Martinat non fu un episodio ne unico ne isolato tra gli ufficiali del contingente italiano in Russia, e molti altri compirono il loro dovere fino alla fine.

Resta il fatto però che dopo gli avvenimenti della ritirata si produsse una frattura insanabile ed un distacco irreversibile nei confronti di tutte quelle forme di autorità, sia politiche che militari, che si erano rese colpevoli, agli occhi dei sopravvissuti, tanto dello sfacelo organizzativo quanto dell’incurante abbandono dei soldati alla loro sorte.

Il risentimento si manifestò sopratutto quando, dopo la fine della ritirata, si cercarono di ricostituire tutte quelle dinamiche relazionali e gerarchiche presenti prima di quei drammatici avvenimenti. A quel punto però qualcosa si era modificato nell’animo dei reduci che rigettavano ormai un’autorità che non sentivano più di condividere.

“Gli onesti, i generosi, hanno salvato l’onore del soldato italiano. Gli alti comandi continuano a scandalizzarsi perché molti soldati hanno venduto le armi, materiali e corredo. Ma Dio santo, non capiscono che questa gente ha fame? Date loro da mangiare, e sopratutto non rubate sulle già povere razioni, poi vedrete che lo scandalo cesserà: non dovrete più minacciare con le pene di morte!

E non traditevi con le divise fuori ordinanza, chi non indossa i panni della ritirata ha salvato i propri bagagli: ogni bagaglio salvato vuol dire un ferito abbandonato, vuol dire vergogna e vigliaccheria”.

Ancora dal diario di Nuto Revelli le considerazioni dei reduci di fronte al ripristino delle formalità cerimoniali alle quali furono sottoposti i reduci:

“ – Ricordare e raccontare –, parole d’ordine che cominciano a diventare false, perché ognuno le adopera per tirare l’acqua al proprio mulino. Manaresi ha portato il saluto personale del duce. Cialtroni!

Più nessuno crede alle vostre falsità, ci fate schifo: così la pensano i superstiti dell’immensa tragedia che avete voluto. Le vostre tronfie parole vuote non sono che l’ultimo saluto ai nostri morti. Raccontatela a chi la pensa come voi: chi ha fatto la ritirata non crede più ai gradi e vi dice: – Mai tardi… a farvi fuori!–”.

Questo stato di aperto rancore nei confronti delle autorità ritenute responsabili della tragedia dell’A.R.M.I.R. giunse inevitabilmente fino alle sfere politiche di Roma che si affrettarono a predisporre un piano per il rimpatrio dei soldati che non permettesse al loro stato umorale di trasmettersi alla popolazione civile ancora ignara delle modalità e dell’entità del disastro avvenuto in Russia.

Le unità militari vennero disgregate e disarmate, furono immediatamente nascoste all’opinione pubblica con la scusa di una necessaria pausa in dei campi di disinfezione, non gli fu permesso di sfilare in parata come se non fossero meritevoli del ringraziamento della patria.

“Si ignora a chi e a che si debba imputare tanta insensibilità morale, se ad un incredibile cinismo o ad una pidocchiosa volontà di appiattimento generale.

Forse ad un po’ di tutto questo, ma più probabilmente alla paura, alla responsabilità e all’invidia di un alta direzione politica… e della paritetica direzione militare… che forse paventavano giustamente reazioni armate da parte dei più validi reduci, che speravano di celare con questi mezzi la loro irresponsabilità”

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I orsi (e altro) sui giornài – 33

a cura di Cornelio Galas

20 settembre 2000

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20 settembre 2000

20 settembre 2000

20 settembre 2003

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20 settembre 2005

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20 settembre 2016

20 settembre 2016

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20 settembre, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

20 settembre 2017

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TRENTINI ‘N PURGATORI – 4

di Cornelio Galas

“L’è tut …na comedia”

Quarto tòch: Giovani dele Piàte, la spia dele strìe de Cavalés

Gh’era ‘n fónt a quela val stréta
che paréva davéra no la finìs pù
‘n ciàs de aqua, come da cascadèla
ma vègnìvela ‘n zó o névela ‘n sù?

Osc’ia, a vardar bèm, l’avém capì
l’era tompésta che no se sbrochéva
la féva per vegnìr,po’ paréva de no
en tira e mola che fastìdi te déva.

San Romèdi, pù studià zu zerte ròbe
l’ha tacà via a spiegarme tut l’arcàm
“Ne l’am zinquezento, su per Cavalès
era vegnù zò aqua, sàsi, anca legnàm.

Sol che qualchedùm, no se sa come
l’aveva zà dit e disente per temp
che sarìa capità quela disgrazia
che tanti dani l’avrìa fàt ‘l vent.

Vàrdelo là, soto tuti quei ghirli
quel che s’ha més en sti gazèri …
adès l’è lù ‘n mèz a quele nugole
che prométe, ma no fa cascàr péri.

El porét se ciàma Giovani dele Piàte
per poch no l’è finì anca lu brusà
L’ha fàt la spia e mandà sul fòch
le done che per scampar l’ha dropà”.

“No, no l’è vera – se sente na vóze –
l’è stà tut colpa dela Inquisizióm,
mi mai ho dìt che quéle l’era strìe
dale me parole è vegnù gran confusiom.

Ve la conto mì la me storia pù vera
scoltéme bèm che no m’è restà ‘l fià
l’è da sècoi e sècoi che mi ‘l gòso:
no ho fat quel che i ha zó denunzià.

Da mi vegniva zent che stéva tant mal
perché medizine, brodi e alter févo
anca consìli per ennamoràr le done
anca quei per ciapàr pù soldi dévo.

En dì, vardando el capèl dei me monti
ho capì che stéva per vegnìr da piover
l’ho dit en giro, ah se serévo la bòca
ma al temp no pensévo sì mal de gòver.

L’è stà alora che i m’ha ciapà en banda
d’esser ‘n stregóm subit i m’ha condanà
e via da Cavalés ho dovù demò scampar
per tuti ero sol en brut om endemonià.

Sol che na volta restà sol for de vàl
m’è vegnù entorno na sòrt de destràni
no ghe la fèvo pù, lontam dal me paés
a star per me cont per no averghe dàni.

Ma come ho més pè fòr da quela foresta
som stà brincà e portà drit al castèl
Stavolta no i avrìa serà l’altero ocio
de mi sarìa restà a far tant el capèl.

Prima i me n’ha fat de tuti i colori
che ancora sento mal sol a racontàr…
po’ i l’ha dit: varda che no l’è finìa
e via de nòf, come prima, per torturar.

Ero zamài pù al de là che da ‘l de chi
quando i ha molà tuti quei bruti arnesi
e alora gò dit tut, pù bosìe che verità
pur che i me tirésa via tuti quei pesi.

Gò contà dele storie che no stéva ‘n pè
e tante altre che podéva esser sol bàle
Anca i nomi de done che avevo conossù
al rest l’è stà lori a meterghe le àle.

Gh’era de tut en quel che gavévo contà
strìe, maledizióm, diàoi co le putàne
e dent anca quele maridàe col Belzebù
en méz a tanti bìssi, cavroni, pantegane.

I l’ha ciapàe ste pore done del Trentim
e i gà taià a tute i so bei longhi cavèi
I l’ha ligàe senza gnent lasarghe endós
per trovar ‘l bòl, anca se l’era dei nèi.

Ala fìm i l’ha brusàe en mèz ala piàza
e quei so zìghi sento ancor ne le rècie
A mi entant i m’ha mès fòr ala gogna
“Bruserèm prest anca ti come le vecie”.

Tremévo tut come na foia, lì nut al frét
e zà me vedevo brusar tacà a quel pàl
Pensevo ai pecài, fati da scorldandóm
e me vegnìva de denter semper de pu màl.

L’è stà forsi per aver dit ‘n paternoster
che en quel moment en sior da lì è pasà
“Cosa volé farghe dalbom al me Giovani
con mi mal a Cles no ‘l se mai comportà”.

No so se dopo quel ‘l gà slongà dei soldi
ma demò el fòch i s’è mési a smorzar …
Salva la pel, ho dovù nar via e che nare
de zert a Cavalés l’era meio mai pu tornàr.

Chi ‘n Purgatori ades me trovo ‘mpiantà
e dal Paradìs sento i zighi de quele done
No l’è m’ha mai perdonà quele so condane
chi devo star, mìz, soto tute ‘ste crone.

E chi spèto la tompesta che deve vegnir
ma che ale tante no la se sbròca zamài
perché som stà mi, co le me previsióm
e far del mal, a trovar quel dal formài”.

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ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 17

a cura di Cornelio Galas

Fonte: Università degli Studi di Roma “La Sapienza” Facoltà di Scienze Politiche. Titolo Tesi: “La campagna di Russia (C.S.I.R.- A.R.M.I.R. 1941-1943) nella memorialistica italiana del dopoguerra”. Anno accademico 1999-2000.

Dai testi della memorialistica sulla campagna di Russia emergono una serie di considerazioni autori sulle dinamiche relazionali e comportamentali che si verificano all’interno dell’istituzione esercito: considerazioni che meritano di essere analizzate più approfonditamente.

Anche se un esercito non è un’organizzazione militare indipendente, ma è raccordata all’ordinamento istituzionale dello Stato, in maniera assimilabile alle altre amministrazioni statali, esso ha costituito storicamente anche un’istituzione avente una propria peculiare forza vitale e proprie regole di condotta che lo Stato di diritto ha piuttosto riconosciuto che imposto.

Una delle caratteristiche basilari e quindi irrinunciabili di un esercito è senza dubbio lo spirito di corpo, la compattezza di intenti e sentimenti tra coloro che ne fanno parte. L’importanza che riveste tale aspetto per la solidità dell’istituzione esercito è deducibile anche dalla cura con la quale esso viene stimolato dagli istruttori già durante l’addestramento o durante il servizio di leva.

Un gruppo, quale è un esercito, è un soggetto plasmabile e costruibile, e diviene uno strumento tramite il quale si ottiene da una parte una maggiore efficacia rispetto al singolo, dall’altra un’influenza sui comportamenti individuali che si concretizza in un conformismo suscitato dal gruppo stesso nelle credenze e nei comportamenti.

Questo è dovuto ad esigenze specifiche e fondamentali che l’ordinamento militare deve necessariamente essere in grado di soddisfare, quali l’immediata esecuzione degli ordini e il mantenimento di un’elevata coesione nell’organismo, per evitare pericolosi sbandamenti nelle condizioni di estrema tensione dovuti ad una guerra.

L’esercito, come molte altre istituzioni autoritarie, viene rappresentato come una grande e nuova famiglia in cui i vertici rappresentano i genitori e la base costituisce la prole di cui i genitori si occupano e si prendono cura. Non è un caso che spesso i comandanti dei quali i soldati avevano stima venissero appellati con soprannomi tipo “papà”, “nonno” o similari, proprio a sottolineare come fosse radicata e strutturata questa tipologia familiare di rapporti all’interno dell’esercito.

“Conobbi il comandante: il colonnello Caretto mi accolse nel suo solito felice sistema. Mi fece entrare nella famiglia. Credo che da subito lo chiamai – papà Caretto –.

Ed entrai nell’ambiente! Bersaglieri, bersaglieri, bersaglieri. Ragazzi simpatici, svelti e sempre sicuri come a casa loro. Se avessi chiesto a qualcuno cosa faceva da borghese sicuramente mi avrebbe risposto – il bersagliere – ”.

Il fatto che i rapporti, gerarchici e non solo, all’interno dell’esercito assumessero anche le caratteristiche di un legame familiare rispondeva ad una serie di esigenze ben individuate: innanzitutto in un tale sistema all’autorità propria e formale del grado era opportuno si aggiungesse quella meno formale ma forse più intimamente sentita dell’autorità “paterna”.

La gerarchia militare diviene “personalizzata”, gli stessi rapporti tra gli uffici sono spesso rapporti tra persone, è come se esistessero due tipi di gerarchie: una di grado e una prettamente umana. La personalizzazione dei rapporti all’interno dell’esercito fa sì che le organizzazioni militari siano sostanzialmente autoritarie. E’ proprio per questo che la famiglia esercito è caratterizzata da questa struttura unitaria e verticale, con la definizione di precisi responsabili ai vari livelli.

E’ venuto il generale Messe con il suo aiutante… Gli riferiamo con sincerità che stiamo male, non ce la facciamo più. La fame ci strapazza, i pidocchi ci succhiano il sangue. Il generale si è spogliato del suo grado e ci ha scoperto un cuore di padre. I suoi occhi ci guardavano gonfi di lagrime… Egli è con noi, non contro di noi, è anch’egli contro la guerra”.

Bisogna poi considerare come la sensazione di trovarsi in una grande famiglia sviluppa il senso di appartenenza, rendendo ancora più stretti i vincoli della gerarchia. In questo senso il sentire i propri compagni, i propri superiori, il proprio reparto alla stessa stregua di un nucleo familiare non poteva che rendere ancora più stretti i vincoli già presenti e rappresentati dalla gerarchia.

Il tradimento, la vigliaccheria, il rifiuto di sacrificarsi per il prossimo divenivano in tal modo una colpa doppiamente sentita: da una parte nei confronti dell’istituzione esercito, dall’altra, e cosa ancor più grave, nei confronti della solidarietà familiare.

“L’unità del plotone e della squadra in modo particolare si era formata mirabilmente, si rideva e si scherzava, non sentivamo più timore nei confronti dei sottufficiali e degli ufficiali. Eravamo una famiglia che divideva fatiche e disagi in collaborazione fraterna. Un sardo dei dintorni di Cagliari, era l’unico a non voler partecipare alla nostra familiarità. Staccato, taciturno, sempre pronto a piccole ribalderie ed a schivare fatiche, mangiava da solo e dormiva da solo”.

Accanto ad una solidarietà basata sul rispetto e sul riconoscimento del valore dei propri compagni, che si potrebbe definire quindi spontanea, esistevano però anche degli aspetti più formalizzati, anche di tipo estetico.

Per poter essere efficiente l’organismo militare deve far ricorso a particolari valori anche simbolici, come l’onore, il dovere, lo spirito di sacrificio e quello di corpo. La trasmissione di tali valori simbolici e tradizionali tende a conseguire una forte coesione interna.

L’importanza che riveste la presenza dello spirito di corpo all’interno di un esercito è deducibile anche da alcuni aspetti formali ed estetici che alcuni autori non mancano di sottolineare.

“Un altro coefficiente era senza dubbio costituito dallo spirito di corpo che ci imbeveva rendendoci tra noi solidali e che, bene o male e a torto o a ragione, ci infondeva un sentimento di superiorità.

Al motto – alpin fa grado – credevamo più o meno un pò tutti, così come un pò tutti, sia pure scherzosamente, dicevamo – buffa – invece che fanteria.

Riflettevo talvolta alla interpretazione machiavellica che si può dare del cosiddetto – spirito do corpo – e dei segni (penne, piumetti, mostrine) che visibilmente lo sostanziavano; ma evitavo, quasi per paura, di spingere troppo a fondo l’analisi e di trarne le conseguenze”.

La presenza di questi aspetti esteriori che, come dice l’autore, sostanziano lo spirito di corpo non sono casuali, ma corrisponde ad una logica precisa volta alla creazione di uno spirito solidale tra i soldati da parte dell’istituzione esercito, e tale obiettivo viene raggiunto tramite l’imposizione esplicita o implicita di norme di comportamento.

Le motivazioni che spingono all’utilizzo di artifizi estetici e che l’autore
dichiara di non voler analizzare a fondo sono invece considerate in altri testi analizzati.

“Ciò rientra nel comune fenomeno proprio di quegli eserciti che, non combattendo per la libertà, debbono ricorrere a degli artifizi per stimolare la pigra coscienza delle masse; artifizi e non altro sono difatti lo spirito di corpo, le tradizioni d’arma, le decorazioni e simili cose”.

Dall’analisi delle memorie traspare infatti come lo spirito di corpo si manifesti in realtà non tanto in relazione all’esercito in generale o alla patria o all’ideale fascista, ma più strettamente all’interno della propria unità, del proprio reparto.

Quando non si è intimamente convinti delle finalità che si stanno perseguendo si sviluppa un senso di appartenenza indirizzato non più alla difesa di una causa e di un ideale, ma alle entità più vicine e familiari, nel caso specifico le piccole unità ed i reparti di appartenenza.

Si manifestavano così una serie di contrapposizioni interne fra gruppi, reparti ed unità differenti ma appartenenti allo stesso esercito. La resistenza alla totale integrazione tra i diversi gruppi all’interno dell’organismo esercito non è motivata esclusivamente dalla volontà di mantenere il proprio potere e la propria autonomia, ma deriva più direttamente proprio da quei valori simbolici utilizzati per la creazione della coesione interna e dalla volontà di valorizzare le proprie peculiarità rispetto agli altri.

Il cappellano D’Auria, di fronte al triste spettacolo di altri soldati italiani uccisi in un agguato sovietico, esprime il suo dolore verso i compagni sottolineando però come il legame fosse più forte nei confronti del reparto che in relazione alla nazionalità.

“Tutti italiani, erano, certo, tutti italiani, quei mezzi, e…..quegli uomini: i nostri, e gli altri, anche…Ma…i mezzi, gli uomini del nostro battaglione, li sentivamo, ed erano, più nostri: erano i mezzi e gli uomini del nostro XXX, erano i nostri mezzi, gli uomini nostri!”.

Non era un vincolo di conoscenza personale che comportava una differenza nel grado di percezione del dolore per la morte di altri compagni, spesso sconosciuti quanto quelli di altri reparti. Era invece una sorta di lutto familiare per un parente sconosciuto ma pur sempre parente, solo che in questo caso la grande famiglia non era costituita dalla patria o dalla fede politica, ma dal reparto in senso stretto.

A questo proposito si manifestava una ambivalenza da parte degli organi direttivi dell’esercito. Se da una parte infatti, come già detto in precedenza, la trasformazione dell’esercito in una grande famiglia era un obiettivo ben definito e perseguito con costanza, dall’altra veniva stimolata la competitività reciproca tra i differenti reparti, con l’evidente finalità di migliorarne il rendimento operativo.

Una scelta di questo tipo aveva come contropartita la conseguenza di incrinare la solidarietà generale all’interno dell’istituzione in favore di un grado maggiore cameratismo all’interno dei gruppi più ristretti. Si manifestavano così sentimenti di auto esaltazione delle differenti armi che spesso andavano a discapito dell’omogeneità comune.

Gli alpini ad esempio sentivano fortemente la loro appartenenza, e non si preoccupavano di farla pesare nei confronti degli altri.

“Non ero alpino, facevo parte della gloriosa divisione Cosseria; sì c’eravamo anche noi della – buffa – , anche se tutti ci ignoravano…” e continua l’autore descrivendo l’incontro con un alpino “Arrivati vicino, vidi uno spilungone su due zoccoli di legno e non appena gli ebbi chiesto di che reparto fosse, mi rispose: – sono alpino della Julia –, e soggiunse: – voi pezzi di fessi li avete lasciati passare, ora qui ci siamo noi! –. Assicuro che mi fece male l’insulto”.

Anche i bersaglieri non erano da meno degli alpini in fatto di auto considerazione, al punto che era stata coniata l’espressione “bersaglierismo” proprio per indicare quello spiccato senso di appartenenza al corpo che spesso era più sentito dell’identità nazionale e politica stessa.

“Ogni Alpino vede nell’altro Alpino un fratello, non un altro militare sconosciuto, e questo è anche uno dei motivi per cui gli Alpini valgono di più”.

Un esempio interessante della competitività interna tra differenti reparti è la vicenda della divisione Sforzesca. Questa divisione fu costretta, nell’agosto del 1943, dopo diversi giorni di furiosi e soverchianti attacchi dell’esercito sovietico ad una precipitosa ritirata, che gli costò l’appellativo spregiativo di cikai, che in russo significa scappa, fuggi.

La sua sconfitta anzichè produrre la solidarietà propria del cameratismo militare, la fece divenire oggetto di scherno e derisione anche tra i suoi connazionali.

“Mi sistemano tra alcuni ufficiali della Sforzesca, feriti. Un collega degli alpini mi dice che nessuno saluta gli ufficiali inferiori e superiori della – Cikai – . Negli ospedali ho sempre incontrato qualche ufficiale della Sforzesca, e mai li ho guardati con disprezzo”.

Un altro elemento che contribuiva a differenziare e disarticolare l’omogeneità tra i differenti reparti dell’esercito italiano in Russia è costituito certamente dalle identità regionali con cui venivano composte le diverse unità: le divisioni si distinguevano non solo per i nominativi, i numeri ordinativi ed i colori delle mostrine, ma sopratutto per le loro provenienze regionali.

Che questa sia una esigenza che costituisca un elemento che aumenti il coefficiente di coesione all’interno delle singole unità è un dato certo e assodato dall’esperienza militare. Ma è altrettanto vero che questo poteva comportare il manifestarsi di pregiudizi e rivalità campanilistiche che non potevano giovare all’unità del contingente italiano.

“Un secondo soldato, un meridionale, avendo sentito parlare del pane, cominciò a seguirci a distanza saltellando, e intanto gridava al primo: – Camerata, un pò di pane….camerata un pò di pane….– . Valorzi e io scuotemmo la testa con uno sguardo d’intesa, a significare: – I soliti meridionali! -.

La trita polemica fra settentrionali e meridionali era infatti presente anche al fronte russo, dove anzi si era rinfocolata da quando reclute meridionali avevano dato l’avvicendamento in linea a fanterie settentrionali. Sebbene noi settentrionali non potessimo certo gloriarci di noi stessi, giudicavamo in modo più che mai negativo i meridionali”.

Fronte e retrovie

Se le differenze regionali ed il forte senso di appartenenza ai diversi reparti poteva costituire un elemento disgregante per l’omogeneità dell’apparato esercito, ancora più marcata appare, nei testi presi in esame, la contrapposizione tra prima e seconda linea del fronte, tra i combattenti e coloro che erano adibiti ai vari servizi delle retrovie.

Gli eserciti sono caratterizzati dall’esistenza di due branche differenti e con compiti precisi: da un lato le forze e le unità destinate al combattimento, e dall’altro l’amministrazione, destinata al supporto logistico e amministrativo, agli approvvigionamenti, alle infrastrutture, alla gestione del personale, all’organizzazione dei reparti di trasporto, d’intendenza e di sanità.

Nella memorialistica analizzata compaiono con frequenza considerazioni sulla bassa moralità del comportamento tenuto da coloro che vivevano nelle retrovie. Coloro che operavano nei servizi di sussistenza e nella logistica, raramente a stretto contatto con il nemico, venivano considerati dai soldati della prima linea come degli imboscati, come dei soldati privi di valore e di coraggio, e quindi di minor prestigio rispetto ai primi.

Una tale sensazione di soggezione dovevano effettivamente provarla anche coloro che facevano parte dei reparti di sussistenza che non mancavano mai, nell’incontro con i combattenti, di rimarcare come la loro condizione di “imboscati” non dipendesse da loro, e che avrebbero dato qualsiasi cosa per poter provare il loro valore.

“Lo afferro per un braccio, glielo stringo da fargli male: lo trascino fuori. – Disgraziato imboscato,– gli grido in faccia, – te ne freghi di un collega che arriva ferito dal fronte, tu che sei qui a sbafare ed a far niente tutto il giorno…Si risente, mi dice: – Tu mi dai dell’imboscato, ed io vorrei essere in linea….– . – No, – gli rispondo, – non farlo il cambio, cocco bello: potresti sbagliarla e non portare più la pelle a casa –”.

La contrapposizione, basata su di un giudizio di valore, tra prima e seconda linea portava alla conclusione che esistessero nella realtà dei
fatti due eserciti, divisi e differenti, all’interno dello stesso contingente
italiano. Da una parte coloro che rischiavano la vita in prima persona e
che dovevano sopportare tutto il peso delle difficoltà legate ad una guerra, dall’altra gli imboscati che conducevano una vita tutto sommato tranquilla e piacevole, senza privazioni, e ben difesi dai primi.

“Radio Fante, maligna come sempre, comunicò che a quelli del comando avevano dato una bottiglia di cognac in due, un panettone Motta da un quarto, tre pacchetti di sigarette Tre Stelle e una scatoletta di marmellata Cirio. – Siamo due eserciti: i ricchi e i poveri – dice Baffone”.

Questa differenziazione negativa tra combattenti ed imboscati era naturalmente il frutto di un pregiudizio basato sulle competenze meno gravose e, sopratutto, meno rischiose, che dovevano essere svolte da coloro che operavano nelle retrovie. Dai racconti dei reduci però traspare in maniera innegabile che tali supposizioni sulla bassa moralità del comportamento di molti tra coloro che erano nella sussistenza trovavano frequentemente un riscontro nella realtà dei fatti.

Quando accadeva ai soldati di provare sulla loro pelle la colpevole inefficienza dei servizi e degli ospedali, le ruberie che venivano commesse ai loro danni e alle loro spalle, la presenza di veri e propri commerci con i rifornimenti destinati al fronte e che finivano invece sul mercato nero, la differenza di trattamento in termini di cibo e materiale a disposizione tra loro e le retrovie, la contrapposizione assumeva i contorni di un vero e proprio odio che al momento della ritirata si trasformò in sentimento di rivalsa.

“Ma questa volta si muoveranno anche loro. Diavolo se si muoveranno! Questo pensavo mentre li guardavo affaccendarsi attorno alle loro macchine che portavano le scartoffie o i bagagli dei loro ufficiali o chissà che diavolo. Alle spalle si levavano le fiamme e il fumo degli incendi e si udiva sempre più vicino il rumore delle cannonate. 

Disincantatevi, imboscati, è giunta l’ora anche per voi di lasciare le ragazze delle isbe, le macchine da scrivere e tutti gli altri accidenti che il diavolo se li pigli. Imparerete a sparare con il fucile, venite con noi se volete; per noi, ne abbiamo abbastanza. Pensavo questo, e questo pensiero mi metteva energia”.

Il rancore che scaturiva dalla presa di coscienza della dissoluzione morale presente nelle retrovie dipendeva dalla percezione di sentirsi traditi. Proprio perchè l’esercito era considerato come una grande famiglia coloro che vivevano le difficoltà e le privazioni quotidiane del fronte ritenevano che queste fossero condivise da tutti in egual misura.

La caratteristica fondamentale dell’esercito di costituire un gruppo “corporato” avrebbe dovuto esaltare la natura fortemente coesa delle sue unità che sono in possesso degli stessi diritti nei confronti delle risorse materiali a disposizione del gruppo stesso, e sono investite degli stessi doveri nei riguardi delle altre unità.

La scoperta che coloro che meno rischiavano e da cui meno dipendevano le sorti della guerra non solo vivevano meglio dei soldati, ma addirittura la loro passiva ingordigia era in parte la causa delle difficoltà vissute in prima linea, non poteva che acuire il senso del tradimento e inasprire il desiderio di rivalsa.

Il confronto e la condanna del comportamento nelle retrovie, nelle memorie, si concentra essenzialmente su tre tematiche differenti ma legate tra loro: lo stile di vita e le ruberie commesse dalla sussistenza ai danni del materiale destinato alla prima linea, il malcostume presente negli ospedali e il confronto tra il vitto destinato ai combattenti e quello riservato alle retrovie.

Lo stile di vita

Uno degli aspetti più spiacevoli denunciati dagli autori delle memorie a carico di coloro che avrebbero dovuto occuparsi del sostentamento delle truppe al fronte e del corretto funzionamento dei rifornimenti è senza dubbio lo stile di vita, poco rigoroso e poco rispettoso delle sofferenze patite al fronte, che si conduceva nelle retrovie assieme alla sottrazione di parte del materiale che spesso finiva per alimentare il commercio clandestino.

La prima differenza tra la vita al fronte e quella in seconda linea che colpisce gli autori delle memorie è l’esasperata burocratizzazione che caratterizzava lo svolgersi delle attività logistiche in confronto all’immediatezza e all’estemporaneità della vita al fronte.

Allo schema tendenzialmente rigido dell’assetto delle amministrazioni civili avrebbe dovuto far riscontro una prassi organizzativa più elastica e maggiormente flessibile, assolutamente più adatta alle necessità di coloro che invece facevano parte dei reparti operativi del contingente italiano.

“Soltanto comandi uffici e piantoni spuntavano fuori ad ogni pretesto: gente ben nutrita e molto sicura di se, talvolta arrogante, che sembrava concepire la guerra come una faccenda di bolli e di firme e credeva fermamente in una prossima vittoria perché leggeva i giornali”.

La contrapposizione interna al contingente italiano tra appartenenti alla prima e alla seconda linea nasceva e si sviluppava proprio intorno al differente modo di vivere ed intendere la guerra. Mentre i soldati al fronte erano stati costretti dalla situazione ad abbandonare tutte le forme ed i costumi propri della vita civile, nelle retrovie, dove sicuramente minore era il peso delle difficoltà, si cercava di ricreare lo stile di vita vissuto in patria.

Grande parte dell’amministrazione continuava a comportarsi come se si trovasse a svolgere la quotidiana routine burocratica in tempo di pace,in tutto simile quindi alle altre amministrazioni dello Stato, anche se i suoi funzionari erano dei militari, e come tali responsabili delle esigenze della parte operativa dell’istituzione di cui facevano parte, cioè i soldati combattenti.

Migliaia di ufficiali e soldati erano quotidianamente indaffarati nelle procedure burocratiche, spesso tanto rigide quanto inutili, del tutto convinti che le loro occupazioni fossero indispensabili ai fini bellici.

Molti di questi ufficiali davano l’idea di essere partiti per la Russia alla caccia di facili e prestigiose onorificenze, da sfoggiare con orgoglio al ritorno in patria, senza voler rischiare nulla e senza voler rinunciare alle comodità lasciate in Italia. Agli occhi di chi rischiava la vita e vedeva morire i suoi camerati ogni giorno, la vita di questi impettiti ed arroganti burocrati non poteva che sembrare una offesa alle loro sofferenze.

Gli “imboscati”, era questo il termine con il quale indistintamente e senza differenze per i vari servizi venivano chiamati tutti coloro che non si trovavano in unità operative al fronte.

“Come lascio l’ufficio del colonnello vedo che l’Intendenza è piena di gente, di imboscati. In ogni ufficio tre o quattro ufficialetti, tutti grassi e tutti belli: sono i figli di papà alla caccia di nastrini….Il cassiere, un giovane di Torino, ci racconta questa storia: – …Partirono dall’Italia le tradotte di vestiario, stoffa, manufatti di lana, stivali, scarpe, ecc…Nel giro di quindici giorni l’Unione Militare svuotò i magazzini vendendo tutta la merce ai civili russi, a prezzi favolosi –…Usciamo con la speranza di respirare un pò d’aria meno fetida. In giro non si vedono che ufficialetti in diagonale e stivaloni.

E sono pieni di arie i conquistatori, i figli di papà. Si vedono capitani e maggiori con straccione e sgualdrine sottobraccio…Non riesco più a stupirmi di nulla. Perfino in linea si diceva che nelle retrovie i baldi ufficiali italiani si arricchivano commerciando: si diceva che in alcune città gli ufficiali italiani vendevano tranquillamente sui mercati, al dettaglio, sigarette, viveri, equipaggiamento”.

Oltre al formalismo dell’apparato burocratico contrastava nettamente con la situazione vissuta al fronte l’alto tenore di vita e le risorse alle quali avevano accesso coloro che nella realtà ne avrebbero avuto meno bisogno. I soldati e gli ufficiali delle retrovie svolgevano lavori d’ufficio e alloggiavano nelle confortevoli strutture che un centro abitato poteva mettere a disposizione.

Potevano usufruire, prima dei combattenti, dei rifornimenti e del materiale che veniva inviato dalla medrepatria, e del quale loro si occupavano. Avevano la possibilità di svagarsi nelle strutture (cinematografi, teatri, case di tolleranza, ecc.) da loro stessi create per vincere la noia della vita di retrovia.

“ – Parlaci di Rikovo, di quello che hai fatto –. -Sono stato bene. Ci sono belle donne; ho fatto un pò la vita. Ho conosciuto una ragazza e tutti i giorni l’andavo a trovare. Dall’ospedale uscivo con un infermiere del mio paese.

Egli mi dava anche il cioccolato da portare alla ragazza. Hanno tanta roba all’ospedale! I soldati che stanno a Rikovo centro hanno il pastrano con il pelo e il vestito nuovo. Non fanno niente. Ci sono di quelli che hanno imparato a sciare –.- Noi abbiamo imparato a digiunare – dice Maragna-.

La sera poi vanno a ballare. A Rikovo vi sono sale da ballo; vi è il postribolo per quelli che non si sono fatta la fidanzata…vi è un bar, un pianoforte suonato quasi in continuazione da una ragazza. Le ragazze del postribolo sono tutte belle”.

Gli ufficiali della retrovia vivevano in una atmosfera ovattata, molto più distante dalla battaglia dei chilometri che realmente la separavano dal fronte.

“Quanto a quegli altri che stanno sulle linee per dare sicurezza ai loro ozi ed alle loro rapine, nessuno ne ricorda nemmeno l’esistenza”.

La vita scorreva placidamente come se la guerra fosse un affare che riguardasse altri, in un ambiente del tutto simile, perchè così era espressamente voluto, a quello lasciato in Italia. Nelle mense si poteva trovare ogni tipo di cibo, anche quelli più esotici, vini e liquori di ogni genere, mentre ai soldati al fronte toccavano, se fortunati, pochi cucchiai di cognac a settimana.

Le abitudini erano mantenute con feroce determinazione, guai se qualcosa avesse turbato il pacifico svolgersi della vita.

“Dopo cena fiorivano gli scoponi e il tresette; frequenti le cenette intime ed i simposi robusti. La domenica si mangiavano le tagliatelle e c’era l’antipasto ed il dolce; la coscienza era già stata messa a posto assistendo al mattino alla messa…Di sera s’attendeva che la radio comunicasse i risultati del campionato di calcio e l’ascesa del Livorno era considerata con simpatia anche se con incredulità”.

Se lo stile di vita e le comodità di cui potevano usufruire gli addetti ai servizi lasciavano stupiti e interdetti coloro che invece vivevano le difficoltà del fronte, il senso di tradimento e di colpevole e negligente abbandono, si acuiva quando si veniva a conoscenza del sistema grazie al quale quello stile di vita era stato reso possibile.

Anche se non può essere considerata una norma generalizzata numerose sono le testimonianze sulla disonestà e sulle ruberie perpetrate dalla sussistenza, tanto sui viveri quanto sui vestiari, ai danni dei rifornimenti destinati ai combattenti.

Le sottrazioni dei generi di conforto avvenivano sia per egoistica e ingorda volontà di migliorare la propria condizione, sia per alimentare il florido mercato nero grazie al quale numerosi e disonesti ufficiali stavano accumulando delle piccole fortune ai danni tanto dei combattenti quanto dei civili russi.

“Brutta gente questi sfaticati: mangiano, vivono al caldo, guadagnano, hanno la certezza di tornare sani e salvi a casa, e si lamentano e dicono che in Italia c’è gente che vive meglio. Si fanno i quattrini rubando sulle nostre razioni, commerciano: tramite gli ufficiali che rimpatriano con i treni ospedali spediscono in Italia i marchi.

Vendono le uova agli ufficiali feriti o malati, a sette lire l’una: roba da sparare. Sono gli incarichi speciali, i privilegi, il pessimo esempio dei superiori, che li riducono così: forse erano uomini normali, adesso sono lazzaroni…Se la più grave punizione a carico di un ufficiale ferito consiste nel rispedirlo al fronte, si sbagliano. Molti ufficiali, piuttosto di vivere in queste maledette retrovie, preferiscono tornare in linea al più presto. Io sono tra questi. Là almeno si soffre in molti”.

Era la mancanza di solidarietà nella quale si concretizzava il tradimento che feriva maggiormente l’animo dei combattenti. I sacrifici, le sofferenze, la morte, erano sopportate in virtù del fatto che nella grande famiglia dell’esercito tutti dovevano compiere il loro dovere se si volevano raggiungere gli obiettivi comuni.

Il senso di appartenenza era qualcosa che avrebbe dovuto portare al superamento delle esigenze individuali, al percepirsi come un “noi” il cui presupposto era lo scopo comune del gruppo. Il fare il proprio e il sentire come proprio da parte di ciascuno l’obiettivo comune implica condivisione, accomunamento, un’unione che oltrepassa i singoli e che dà vita, nella subordinazione degli interessi particolari all’interesse generale, al costituirsi di un corpo di regole morali.

La scoperta invece che proprio la grande famiglia, in questo caso intesa come la parte istituzionale e organizzativa dell’esercito che avrebbe dovuto avere il compito di sostenere coloro ai quali erano richiesti i maggiori sacrifici, era in buona parte la responsabile delle loro sofferenze, produsse un disfacimento nella solidarietà tra i diversi gruppi e un senso di sfiducia e di abbandono che spesso sfociava in aperto rancore.

“E’ sempre così il rancio? – chiede Martinuzzi. – Oggi perché ci siete voi è abbondante. Per riempire lo stomaco diamo la caccia ai gatti, qualcuno anche ai cani…–. – Questa razione me la chiami abbondante! In Italia quando ci lamentavamo, gli ufficiali rispondevano che la pasta andava ai combattenti; tutto andava ai combattenti …

-Sì, agl’imboscati del comando, a quelli che hanno la donna da sfamare e non parliamo di quelli che sono al quartier generale! –. -E quelli dicono che fanno la guerra, però non vengono a darci il cambio.– -Ci vogliono con la croce di legno sulla fossa!– – Speriamo nella rivoluzione per andare a casa.–”

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I orsi (e altro) sui giornài – 32

a cura di Cornelio Galas

19 settembre 2000

19 settembre 2002

19 settembre 2002

19 settembre 2002

19 settembre 2002

19 settembre 2003

19 settembre 2003

19 settembre 2005

19 settembre 2005

19 settembre 2006

19 settembre 2007

19 settembre 2008

19 settembre 2008

19 settembre 2008

19 settembre 2010

19 settembre 2012

19 settembre 2014

19 settembre 2014

19 settembre 2014

19 settembre 2014

19 settembre 2015

19 settembre 2016

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19 settembre, che tempo faceva oggi?

a cura di Cornelio Galas

19 settembre 2017

 

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TRENTINI ‘N PURGATORI – 3

di Cornelio Galas

“L’è tut …na comedia”

Tèrz tòch: Gian Dionisio Gardeli co le ciàvi che ghe brùsa le mam

“Chi èlo quel disgrazià co le mam brusàe?”
gò domanda a San Romedi squasi sul stremì.
“Spèta, spèta che l’è longa la so storia
– ha dìt el Sant – va là, dai, scóltela tì”.

Me som alora fat pu vizìm, a quel por danà
e ho vist cosa ghe féva le bòle su le mam
el gavéva do ciàvi ancora róse da le sdinze
l’era quéle che bruséva i dei de que l’umam.

“Pòdel molàrli per tèra quei so suplìzi?
o devel sofrìr così per tuta l’eternità?”
-Ah se l’savés come le butèria volentéra
ma anca chi, en Purgatori, no gh’è pietà.

E co na fàcia che féva capir i so dolori
l’ha tacà via, quel a contarne tut quant
ogni tant el feve dei gesti co la bóca …
ma giust el temp per no zigàr pù de tant.

“Vegnirìa a èser ‘l Gian Dionisio Gardeli
na volta i me conoséva tuti su en Trentìm
comandéva alora l’Enrico, pievàm del Tiròl…
col Ludovich de Brandeburgh ‘n zima al pìm.

Vescovi e tirolesi no i se podéva vedér
anca se ‘l papa, quel Clemente quart …
l’aveva més su el Mainard, prete da Praga
per méter ensèma a Trent tute le part.

Ma anca quel vescovo no l’è nà d’acordi
come del rest quei vegnui prima de él
eh sì che ‘l gavéva anca amizi e parenti
la sposa del Ludovich l’era na Mainardèl.

Fato stà che vescovi e preti i ha dovù
star ala larga dala Curia del Trentìm
porte seràe, case e castèi anca de pù
guai se i zerchéva de vegnir chi vizìm.

L’è nada envanti così per en par de ani
fim quando è arivà ‘l Jacop da Carara
Gà dat na mam anca alquanti trentini
a far scampar Corado de Teck ne la gara.

Entant a mi, che tanti i me voleva bèm
m’è stà dat le ciavi de ‘n sach de castèi
Sol mi ero paróm del Bonconsìli, a Tém,
e ‘n anca a Sténech, i era tuti ai me péi.

Dale Zudicàrie, fim nela Val de Leder,
e su ancoa vers Bregùz, vers el Banàl
mì comandevo, a mi i doveva obedirme
e quei che no lo féva pò i finiva mal.

Ma ‘l Ludovìch no ‘l me l’ha perdonàda
e poch temp dopo l’ha mandà i soldai
No podévo far alter che quela rendùa
se no volevo finìr coi dèi tuti taiài.

De nòt alora entant che no vedéva nesùni
ho tot sté ciavi dei me castèi ‘n mam
som sbrisià fora dai muri de Trent …
e ghe le ho date a quel brut capitàm.

Sì, l’è vera, ho tradì tant la me zènt
ma l’era da prima che con quei tirolèsi
mi aveva zercà de nar ale tante d’acordi
per no finir serà en presóm, coi pulési.

Ma no l’è questa la fim de la me storia
come sti foghéti che me brùsa le màm…
El Ludovìch difati propri no ‘l scherzéva
el gaveva entenzióm de far alter dàm.

Som nà su, de bala, al castel de Perzem
dove gh’era me neó, sì, el Bonaventura
“Te prego – gò dit – dame le to ciàvi
se no te vòi finir anca ti en sventura”.

Ma lù el savéva zà, quel che avevo fat
coi castèi de Trent e dele altre val
No l’è stà lì tant a pensarghe su …
el m’ha brincà e fat copar lì su ‘n pal.

Fème adès, che la me storia zamai savé,
en piazér che en font no ve costa gnent
diséghe zo, ai me paesani del Trentim
che gò ancora nel me cor quela bona zent.

L’è vera, le ciavi le ho date ai nemìzi
ma sol perche no ghe fùssa tanti morti
che pò se ghe pensé su, senza prozèsi
i ha fat en modo che sia tèra per orti.

Po’ l’é svenù, quel por Jacop Gardèli
che se sentiva spùza de carne stracòta
L’era i so dèi, zamai tuti spelài …
entant che le ciavi le bruséva de sóta.

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ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 16

a cura di Cornelio Galas

Fonte: Università degli Studi di Roma “La Sapienza” Facoltà di Scienze Politiche. Titolo Tesi: “La campagna di Russia (C.S.I.R.- A.R.M.I.R. 1941-1943) nella memorialistica italiana del dopoguerra”. Anno accademico 1999-2000.

Con il fallimento dell’operazione “Leone marino”, nome con il quale le autorità naziste battezzarono il tentativo di invasione dell’Inghilterra, la guerra in Europa era giunta ad una fase di stallo. L’Inghilterra, benché duramente provata, restava padrona dei mari ed in possesso di una forte aviazione, il pericolo di essere invasi dalla Germania era stato ormai definitivamente scongiurato, né si pensava minimamente a raggiungere un qualsiasi tipo di accordo con la Germania hitleriana.

In questa fase di stasi delle operazioni sia militari che diplomatiche venne formandosi nella mente di Hitler la convinzione che la riottosità inglese al compromesso diplomatico derivasse dalla convinzione di poter attrarre con il tempo l’Unione Sovietica nel campo degli alleati. In realtà le relazioni diplomatiche tra Churchill e Stalin erano piuttosto fredde essendo quest’ultimo tutto teso a tenere il suo paese lontano dalla guerra il più a lungo possibile.

Inoltre tra Germania e Unione Sovietica erano ancora in vigore gli accordi presi in occasione della spartizione della Polonia, accordi che le autorità russe assolvevano con rigorosa solerzia proprio per evitare che divenissero pretesto per un conflitto con la Germania.

Così proprio mentre nell’ottobre del 1940 il Ministro degli Esteri tedesco Ribbentrop invitava il suo alter ego sovietico Molotov a Berlino per un accordo definitivo sulle rispettive sfere d’influenza nell’Europa orientale, Hitler cominciava a prefigurare la possibilità di un attacco all’Unione Sovietica. D’altronde il vero presupposto sul quale si basava l’accordo tra U.R.S.S. e Germania era stato un calcolo di mera opportunità più che vere e proprie convergenze politiche.

La Germania nazista voleva assicurarsi le frontiere orientali prima di cominciare l’invasione della Francia, evitando così una logorante guerra su due fronti. La Russia invece sperava in quella maniera di guadagnare tempo prezioso, essendo convinta che prima o dopo lo scontro sarebbe stato inevitabile, e sperava che dalla guerra tra le due potenze occidentali la Germania uscisse comunque logorata dallo sforzo.

Con il repentino ed inaspettato crollo della Francia tali presupposti di pura opportunità per la Germania non esistevano più. Quando ancora era in corso la Conferenza di Berlino, il 12 novembre, Hitler emanava per le forze armate del Reich la segretissima “Direttiva n.18” che costituiva il vero presupposto al futuro “Piano Barbarossa”, l’invasione della Russia.

Il piano Barbarossa prevedeva che l’invasione dell’U.R.S.S. dovesse iniziarsi il 15 maggio 1941, mentre in realtà le vicende balcaniche, innescate dall’aggressione italiana alla Grecia, costrinsero le autorità tedesche a rinviare l’inizio delle operazioni di oltre un mese fino al 22 giugno. Un mese decisivo perché con ogni probabilità se le truppe tedesche fossero arrivate alle porte di Mosca alla metà di ottobre anziché a quella di novembre, le sorti della seconda guerra mondiale sarebbero state diverse.

Nonostante che sul piano diplomatico le relazioni tra Germania e Unione Sovietica apparissero del tutto soddisfacenti per entrambe le parti, i preparativi per l’invasione continuavano febbrilmente e le truppe dell’esercito tedesco si ammassavano al confine russo. I russi da parte loro si accorgevano dell’intensificarsi delle attività militari al di là del loro confine, e cercavano in ogni modo di evitare di fornire un pretesto all’aggressione.

Ma tutto era ormai inutile; Hitler aveva deciso la guerra: all’alba del 22
giugno vennero aperte le ostilità, mentre alle quattro pomeridiane Ribbentrop consegnava una formale dichiarazione di guerra all’ambasciatore russo a Berlino. Dodici armate tedesche per un totale di oltre tre milioni di uomini e numerosissimi mezzi corazzati sfondavano a sorpresa lo schieramento sovietico, forte nel suo insieme di quasi cinque milioni di soldati.

Aveva così inizio una guerra che, su questo fronte, avrebbe visto alla fine sei milioni di morti da parte tedesca e venti da parte sovietica, e che avrebbe cambiato le sorti di tutto il secondo conflitto mondiale. Di tutti i preparativi militari per la campagna di Russia il governo italiano
e le gerarchie militari erano state tenute all’oscuro da parte dell’alleato
tedesco.

Che i rapporti tra Russia e Germania si stessero deteriorando e che l’inevitabile conclusione sarebbe stata la guerra tra i due colossi era cosa nota da tempo in tutti gli ambienti diplomatici europei, ma sui tempi e sui modi con i quali si sarebbe giunti alla rottura i tedeschi erano stati abili nel mantenere il segreto.

Il 21 giugno 1941, un giorno prima dell’attacco all’U.R.S.S. , Ciano scrive nel suo diario: “Numerosi segni fanno ritenere che l’inizio delle operazioni contro la Russia è ormai ben vicino”.

La notizia dell’imminente inizio delle ostilità fu data all’alleato italiano solamente poche ore prima che le truppe tedesche iniziassero le operazioni, per mezzo di una lettera personale che Hitler indirizzava a Mussolini e che l’ambasciatore tedesco a Roma, Bismarck, consegnò a Ciano nella notte tra il 21 e il 22 giugno.

Le motivazioni che spinsero le autorità tedesche a celare ogni tipo di dettaglio sul piano Barbarossa anche agli alleati più importanti rispondeva certamente ad una logica di segretezza che la permeabilità della diplomazia italiana non faceva che rafforzare, ma non da meno potrebbe essere la volontà da parte di Hitler di ripagare Mussolini per l’inaspettata aggressione alla Grecia che aveva costretto a ritardare la campagna contro la Russia.

I russi furono colti di sorpresa non meno degli italiani se Ciano pronto a consegnare la dichiarazione di guerra italiana fin dal mattino del 22 fu costretto ad attendere il mezzogiorno perché tutto il personale dell’ambasciata russa, ambasciatore compreso, era andato a fare il bagno a Fregene!

Nonostante Mussolini fosse stato colto di sprovvista e si rammaricasse per la presunta scorrettezza dell’alleato, si cominciarono a valutare le possibilità per l’invio di un contingente italiano che partecipasse alla crociata antibolscevica. In verità lo stesso Hitler cercò di dissuadere il Duce dal disperdere le proprie forze in imprese tanto lontano dalla propria patria, mentre sarebbe stato assai più utile al comune sforzo bellico dell’Asse che l’Italia si concentrasse nella guerra mediterranea.

Ma Mussolini aveva ormai deciso che l’Italia non poteva astenersi dal partecipare ad una guerra il cui significato politico non poteva essere disconosciuto, tanto più che le previsioni di una facile vittoria tedesca venivano confermate dagli impressionanti successi che fin dalle prime settimane di guerra le truppe della macchina bellica tedesca stavano ottenendo.

La necessità di inviare un corpo di spedizione che non sfigurasse al confronto tanto dell’alleato tedesco quanto del nemico sovietico contrastava quindi con la necessità che il contingente stesso non giungesse in ritardo per quella che si considerava oramai una inevitabile vittoria.

Il compito di organizzare il corpo di spedizione fu assegnato al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito italiano, il generale Cavallero, e la scelta definitiva sulle unità da inviare ricadde sulle divisioni di fanteria Pasubio e Torino e sulla divisione Celere Principe Amedeo d’Aosta. Se il materiale umano era di prima qualità, le tre divisioni erano infatti tra le migliori che potesse esprimere l’esercito italiano, quello che destava le maggiori preoccupazioni era senza dubbio l’aspetto logistico e il materiale di cui si potevano dotare le tre divisioni.

La Pasubio e la Torino erano state predisposte per divenire unità motorizzate, ma le carenze deficitarie in merito ai mezzi di trasporto le trasformarono in breve tempo prima in “autotrasportate”, ed infine in “autotrasportabili”, cioè addestrate all’utilizzo dei mezzi di trasporto! Di fatto, i mezzi di trasporto disponibili non erano sufficienti nemmeno per il movimento di una sola delle due unità, e solamente in condizioni ottimali, non trattandosi di mezzi cingolati.

I tecnici dei trasporti del Comando Supremo avevano infatti previsto che le divisioni “autotrasportabili” potevano benissimo essere trasportate una per volta: arrivata la prima a destinazione, gli automezzi dovevano tornare indietro a prendere l’altra. In pratica un tale sistema non funzionò mai, le necessità operative in un teatro bellico tanto vasto come quello russo imponevano che la divisione che disponeva degli automezzi continuasse a tenerli anche dopo aver raggiunto le località stabilite, mentre l’altra, come dicevano sarcasticamente i soldati, restava “motorizzata a piedi”.

L’artiglieria delle due unità, che nella sostanza erano quindi delle semplici divisioni di fanteria, oltre ad essere scarsa era anche antiquata, essendo composta di pezzi di preda bellica della prima guerra mondiale e da cannoni veterani della guerra italo-turca del 1911, né l’armamento individuale era migliore essendo composto per la maggior parte da fucili ’91, cioè del 1891, arma affidabile e ritenuta ai suoi tempi ottima, ma ormai antiquata rispetto ai fucili mitragliatori dei tedeschi ed ai loro alter ego sovietici, i temibili parabellum.

La Celere, con i suoi squadroni di cavalleria ed i suoi battaglioni di bersaglieri, era handicappata dalla mancanza della indispensabile velocità omogenea di movimento. Ma soprattutto difettava sia in quantità che in qualità di mezzi corazzati, poiché era dotata di un solo gruppo di carri leggeri da tre tonnellate, ossia circa una sessantina di carri in tutto, che vennero presto battezzati dai soldati “scatole di sardina” o “modello Upim” al confronto con i mastodontici mezzi corazzati tedeschi e russi.

Al comando del Corpo d’armata, che assunse il nome di C.S.I.R. (Corpo
spedizione italiano in Russia), fu posto il generale Francesco Zingales, che però si ammalò gravemente non appena giunto a Vienna, mentre il Corpo di spedizione aveva appena iniziato la sua radunata. Egli venne quindi sostituito il 17 luglio dal generale Giovanni Messe, che raggiunse in volo i luoghi di raccolta dello C.S.I.R.

All’atto della partenza per il fronte russo la forza del contingente italiano era la seguente: 2.900 ufficiali, 58.000 uomini di truppa, 4.000 quadrupedi, 5.500 automezzi, 51 apparecchi da caccia, 22 da ricognizione e 10 da trasporto. Alla mezzanotte del 10 luglio partirono i primi treni con le truppe dirette al fronte orientale.

I 225 treni necessari al trasporto degli uomini e del materiale del C.S.I.R. impiegarono 25 giorni per raggiungere la zona di sbarco situata in Ungheria, al confine con la Romania, e distante 300 chilometri da Botosani in Romania, zona prevista per l’adunata delle diverse unità. Fin dall’inizio si palesarono le già previste difficoltà legate all’assenza dei necessari mezzi di trasporto e alla scarsa viabilità delle strade esistenti in quelle zone: “radunata incompleta e schieramento logistico già troppo arretrato, prima ancora di iniziare l’avanzata”.

Il piano Barbarossa prevedeva che l’invasione dell’Unione Sovietica dovesse attuarsi attraverso tre direttrici principali: il Gruppo armate “A” (Nord) comandato dal maresciallo v.Leeb avrebbe dovuto attraversare Lituania, Lettonia ed Estonia e dirigersi verso Leningrado. Il Gruppo armate “C” (Centro) comandato dal maresciallo v.Bock avrebbe dovuto prendere Minsk, Smolensk ed infine dirigersi su Mosca; il Gruppo armate “B” (Sud) comandato dal maresciallo v.Rundstedt doveva occupare Kiev, Charkow, il bacino industriale del Donetz e raggiungere infine Stalingrado.

Il Corpo di spedizione italiano era stato inserito nella 11° armata Germanica, appartenente al Gruppo armate “B” e schierata sulle rive del Dnjester, all’estremo Sud della regione ucraina. L’esordio in combattimento per le unità italiane toccò alla divisione Pasubio, le altre erano ancora impegnate nelle faticosissime marce per raggiungere la zona dei combattimenti, che partecipò a quella che fu definita la “battaglia dei due fiumi” (Dnjester e Bug), che si svolse il 12 agosto, nella quale, nonostante si trattasse di un modesto impiego, l’unità italiana diede prova di ottime capacità.

Approfittando della sosta imposta dalla tenace resistenza sovietica sul fiume Dnjepr, terzo fiume dopo Dnjester e Bug, fu possibile disimpegnare gli automezzi che fino a quel momento erano stati utilizzati dalla sola divisione Pasubio per permettere il ricongiungimento della divisione Torino, ancora impegnata nella sua interminabile marcia a piedi, con il resto del contingente italiano.

Il giorno 15 settembre 1941, a più di due mesi dalla partenza, il C.S.I.R. poteva finalmente considerarsi riunito sulle rive del Dnjepr. In questa zona le unità tedesche stavano trovando grandi difficoltà per l’accanita resistenza dell’importante centro di Dnjepropetrowsk, si rendeva finalmente necessario l’utilizzo delle tre unità italiane insieme ed in maniera indipendente rispetto alle forze tedesche.

La vittoriosa battaglia di Petrikowka, 28-29-30 settembre, che consentì l’aggiramento di Dnjepropetrowsk, pur avendo un significato relativamente limitato nel vasto complesso di operazioni in corso, rappresentò la prima battaglia manovrata iniziata e portata a compimento dal C.S.I.R. esclusivamente coi propri mezzi.

I comandi tedeschi ne furono ammirati, e lo stesso Hitler ebbe a complimentarsi con il Duce con una lettera del 28 ottobre: “Il successivo urto del gruppo corazzato Kleist […] ha dato anche alle vostre divisioni, Duce, l’occasione di effettuare per la prima volta una propria e completamente vittoriosa operazione nel quadro di una grande battaglia di annientamento”.

Superato il fiume Dnjepr i reparti tedeschi si lanciarono all’inseguimento delle malridotte unità russe che se fino a quel momento avevano combattuto con ferocia, stavano ora rapidamente ritirandosi in direzione del prezioso bacino industriale e minerario del Donetz. Il C.S.I.R. raggiunse Stalino, principale centro del bacino del Donetz, verso la metà di ottobre per iniziare le operazioni militari il 20 dello stesso mese.

Stalino costituiva il centro dell’immenso distretto minerario del Donetz, i ricchi giacimenti di carbon fossile e ferro, i complessi industriali chimici e metallurgici conferivano alla zona un’importanza economica notevole ai fini bellici, il cui valore non poteva esaurirsi con il possesso della città ma doveva estendersi a tutta la zona.

Naturalmente le forze sovietiche, consapevoli dell’importanza della zona, erano decise ad opporre una determinata resistenza, non si trattava più di sospingere semplici retroguardie, ma di battersi contro forze cospicue e inserite in un efficace dispositivo difensivo. Tra il 20 ottobre e il 12 novembre 1941 le unità italiane contribuirono alla conquista del bacino del Donetz e dei suoi principali centri industriali, Stalino, Rikowo, Gorlowka e Nikitowka, dimostrando il proprio valore combattivo anche contro un nemico ben organizzato.

Con l’occupazione del bacino del Donetz poteva considerarsi conclusa la campagna estivo-autunnale del C.S.I.R., un’avanzata di 1400 chilometri, numerosi combattimenti vittoriosi, oltre 12.000 prigionieri catturati. Alla fine del mese di novembre il C.S.I.R. era duramente provato dalle estenuanti marce e dai combattimenti sostenuti nei mesi precedenti, per questo motivo il suo comandante, il generale Messe, si oppose con successo, ma non senza difficoltà, a tutti i tentativi da parte delle autorità tedesche di continuarne l’impiego a prescindere dalle sue condizioni.

Il contingente italiano avrebbe passato l’inverno nella zona del bacino del Donetz, dove avrebbe avuto il tempo di recuperare le tante energie perdute. Ma Messe non era soddisfatto dello schieramento difensivo che egli giustamente reputava troppo ampio, superava i 50 chilometri, e soprattutto privo di linee naturali atte a favorire la difesa.

Fu deciso quindi di compiere un ulteriore sforzo offensivo per raggiungere una nuova linea difensiva, chiamata linea “Z”, sulla quale trascorrere un inverno più sicuro. Dal 5 al 10 dicembre 1941 infuriò una terribile battaglia per la conquista della linea “Z”, terribile sia per la sua durata, 10 giorni, sia per le durissime condizioni atmosferiche che imperversarono durante quei giorni: temperature intorno ai –30° e bufere di neve ininterrotte.

Con la conquista della località di Chazepetowka, da cui in seguito il nome della battaglia, si concludeva anche questa ultima appendice della campagna estivo-autunnale del contingente italiano. E’ necessario a questo punto soffermarsi rapidamente sulla maniera con la quale si era sviluppata l’offensiva tedesca lungo tutto il corso del vastissimo fronte russo prima che giungesse l’inverno ad arrestarne
l’impeto.

Il Gruppo di armate Nord, comandato da Leeb, aveva progredito rapidamente, e già ai primi di settembre aveva raggiunto ed assediato la città di Leningrado. Il Gruppo armate Centro aveva invece incontrato maggiori difficoltà: il blitzkrieg tedesco prevedeva rapide puntate offensive portate da unità corazzate che penetravano in
profondità nel territorio nemico per poi chiudersi alle spalle del nemico che rimaneva così isolato e accerchiato.

A differenza del fronte occidentale, dove questa tecnica aveva dato dei risultati quasi incredibili, le unità russe che venivano accerchiate non si arrendevano e continuavano a combattere fino alla fine. Anche se spesso le forze accerchiate furono costrette ad arrendersi, 300.000 prigionieri nella sacca di Minsk e almeno altrettanti in quella di Smolensk, ciò avveniva solo dopo una prolungata resistenza, e l’ostinazione con cui le unità circondate rifiutavano di arrendersi esercitò sull’avanzata delle forze attaccanti una decisiva azione di freno.

Il ritardato inizio della campagna aveva inoltre contribuito nell’anticipare l’arrivo delle piogge, e quindi del terribile fango, rispetto alle previsioni, con le conseguenti difficoltà per la viabilità. Inoltre nonostante le gravissime perdite subite sia in termini di uomini che di materiali, l’esercito sovietico si stava dimostrando più coriaceo di quanto i tedeschi avevano previsto, e le unità catturate o distrutte dal nemico venivano continuamente sostituite da inaspettate riserve.

Nonostante tutto comunque le armate di v.Bock avevano conseguito risultati notevoli: a settembre avevano già raggiunto Smolensk, e alla fine di novembre erano arrivati a soli 30 chilometri dalla capitale russa. Anche a sud l’avanzata era stata meno facile del previsto e si era arrestata nella zona di Charkow e del bacino del Donetz, a pochi chilometri da Rostov.

Questo però fu il massimo risultato raggiunto dall’offensiva tedesca interrotta verso la fine di novembre dal sopraggiungere dell’inverno e dall’intensificarsi della resistenza russa. A partire da dicembre infatti i russi ripresero l’iniziativa e con una serie di controffensive invernali lungo tutto l’arco del fronte riuscirono a riconquistare parte delle posizioni che avevano perduto in autunno.

Soprattutto nella zona centrale, quella di Mosca, le truppe sovietiche riportarono successi notevoli ricacciando indietro i tedeschi anche di 300 chilometri, fino alle porte di Smolensk. Il Comando sovietico,infatti, durante l’inverno di quell’anno aveva deciso di ingaggiare una serie di combattimenti allo scopo di tenere impegnati i tedeschi, sottoponendoli ad un incessante logorio.

Più che ad un piano strategico ben definito ed articolato, l’offensiva russa si dipanava in una serie di attacchi per saggiare la consistenza dell’avversario, ed una volta individuati i punti deboli si procedeva investendolo con forze maggiori e si sfruttavano i successi fino a che la sua resistenza si solidificava e la situazione si stabilizzava.

A quel punto le truppe venivano spostate in un altro settore e si ricominciava dall’inizio con la stessa strategia. E’ nel quadro di questa serie di controffensive invernali destinate ad alleggerire la pressione tedesca che si inserisce la battaglia di Natale che vide duramente impegnato il C.S.I.R.

Alla vigilia di Natale i sintomi che indicavano l’avvicinarsi dell’offensiva sovietica nella zona delle unità italiane erano divenute evidenti. L’attacco sovietico si scatenò violentissimo fin dalle prime ore del 25 dicembre, con la speranza forse di cogliere di sorpresa il nemico, anche perchè le forze russe erano di gran lunga superiori a quelle italiane potendo contare su sei divisioni (74°, 296°, 136°, 265°, più le divisioni di cavalleria 35° e 68° ) di tre reggimenti ciascuna, contro le tre italiane.

A rendere ancora più grave la situazione bisogna aggiungere che, a causa della temperatura rigidissima, non tutti gli uomini potevano stare in linea contemporaneamente e si rendeva necessario un continuo avvicendamento che riduceva il numero dei difensori. Il freddo era terribile, le temperature oscillavano dai –18 ai –35, e la neve cadeva ogni giorno, le tempeste rendevano la visibilità assai limitata.

La linea tenuta dagli italiani era ancora in gran parte fluida, e risentiva sia della troppo recente occupazione che non aveva ancora permesso la costruzione di sistemi difensivi efficaci, sia delle condizioni climatiche, infatti i capisaldi della resistenza dovevano necessariamente accentrarsi nei villaggi o nei centri abitati, spesso sovrastati da alture dominate dai russi e sempre largamente distanti l’uno dall’altro, cosa che favoriva le continue infiltrazioni di un nemico ben equipaggiato per quelle temperature.

Nonostante la violenza degli attacchi la sera di Natale la penetrazione delle unità russe poteva considerarsi contenuta, la linea italiana non era stata spezzata e la perdita di alcune posizioni avanzate (Novo Orlowka, Petropavlowka e Krestowka) poteva essere considerata una logica conseguenza della forza numerica dell’avversario.

Nella notte dal 25 al 26 il Comando tedesco assegnava al settore italiano il supporto di un reggimento tedesco accompagnato da carri armati e ordinava allo C.S.I.R. di passare all’offensiva per riprendere le posizioni perdute. Durante tutto il 26 i combattimenti infuriarono violenti in tutte le zone del settore italiano, ma già dal pomeriggio del 27 le truppe russe ripiegavano su tutto il fronte e le posizioni perdute il giorno di Natale erano tutte riconquistate.

I russi avevano avuto 2.500 morti e 1.300 prigionieri più un notevole quantitativo di mezzi e materiale bellico, ma anche gli italiani avevano avuto perdite considerevoli: 168 morti, 715 feriti, 207 dispersi e 305 congelati. Con la battaglia di Natale si chiudeva definitivamente il primo anno di guerra del C.S.I.R. che approfittò della lunga pausa fino alla primavera per consolidarsi nel bacino del Donetz e per recuperare la sua efficienza.

All’inizio della primavera del 1942 la situazione sul fronte orientale poteva ancora essere definita positiva per le potenze dell’Asse: la controffensiva invernale dei russi aveva innegabilmente ottenuto dei successi importanti, la capitale Mosca era stata salvata e le truppe tedesche erano state ricacciate indietro anche per centinaia di chilometri più o meno in tutti i settori del vasto fronte.

Nonostante questi parziali successi però il fronte tedesco aveva sostanzialmente retto l’urto ed il terribile inverno russo era stato superato non senza grandi sacrifici da parte dei soldati. Indubbiamente il compito che si presentava alle truppe del Reich risultava più difficile di quello che era apparso l’anno prima: la guerra lampo, nonostante i notevoli risultati conseguiti poteva dirsi sostanzialmente fallita, la Russia sovietica aveva dimostrato un’insospettata capacità di resistenza anche di fronte a rovesci disastrosi, il regime interno a discapito delle previsioni della vigilia era rimasto saldamente al potere, il mito dell’invincibilità delle forze armate tedesche era stato infranto.

Inoltre nel dicembre del 1941 l’attacco a sorpresa del Giappone contro la base navale americana di Pearl Harbor aveva trascinato nel campo degli alleati gli Stati Uniti. La Russia non era più isolata e poteva, da quel momento in poi, largamente contare sui rifornimenti anglo-americani e sull’appoggio diplomatico e finanziario di una grande potenza industriale come gli U.S.A.

Il bilancio del primo anno di guerra per il Corpo di spedizione italiano poteva tutto sommato essere definito positivo: i soldati italiani avevano combattuto con valore riportando discreti successi fin dall’inizio, nei momenti più difficili della campagna invernale, quando tutto lo schieramento tedesco era in difficoltà e minacciava di crollare, erano riusciti a tenere testa ad un nemico certamente superiore sia per quantità di uomini a disposizione sia per la qualità dei mezzi adoperati.

Il primo anno di guerra aveva però anche palesato quelli che erano i timori della vigilia rispetto all’equipaggiamento di cui erano dotate le unità italiane, la cui inferiorità rispetto tanto all’alleato quanto al nemico era in questo senso divenuta tragicamente evidente. Tali considerazioni avrebbero dovuto indurre le autorità italiane a rinforzare il C.S.I.R. tramite l’invio di corpi d’elite, ristretti dal punto di vista numerico ma dotati di armi moderne ed equipaggiati in maniera adeguata all’ambiente nel quale dovevano operare.

Mussolini invece voleva, per questioni di prestigio, che il contributo fornito dall’Italia alla crociata antibolscevica non fosse inferiore a quello fornito da altri alleati minori quali la Romania o l’Ungheria. Che il Comando Supremo italiano sentisse tutta la gravità di quello che stava facendo e che non volesse andare incontro a critiche fin troppo fondate, è dimostrato dal fatto che dei preparativi per l’invio di nuove divisioni al fronte russo non venne data alcuna notizia al generale Messe, comandante del C.S.I.R., che avrebbe potuto, alla luce di mesi di esperienza sul campo, fornire degli utili suggerimenti al riguardo.

A differenza dell’anno precedente questa volta il comando tedesco non fece nessuna obiezione a che l’Italia inviasse nuove unità al fronte russo. D’altronde la situazione era molto cambiata: l’ampliarsi del conflitto, l’estendersi del fronte e l’enorme logorio in termini di uomini e mezzi, faceva sì che i tedeschi sentissero urgente bisogno di nuove unità da combattimento, e poco importava se fossero mediocremente armate e meno efficienti del necessario.

Al comando del C.S.I.R. la notizia della costituzione di una nuova armata destinata al fronte russo, giunse, alla fine di aprile, quasi per caso tramite il generale Biglino, da poco rientrato da una licenza a Roma. Il segreto con il quale lo Stato Maggiore italiano aveva preparato la creazione di questo nuovo contingente, che avrebbe compreso il C.S.I.R. e preso il nome di A.R.M.I.R. (Armata Italiana Russia), aveva anche un altro motivo: la scelta del comandante.

La logica avrebbe suggerito che al comando dell’A.R.M.I.R. fosse stato posto il generale Messe che aveva brillantemente comandato i suoi uomini fino a quel momento e che aveva già fatto esperienza in quel teatro di guerra. Sia per questioni di anzianità che per questioni di gelosie personali prevalse invece l’idea di dare il comando della nuova armata al generale Gariboldi che già si era distinto nella guerra in Africa.

Messe comunque decise, non appena venne a conoscenza della situazione, e prima che la notizia divenisse ufficiale, di recarsi urgentemente a Roma per conferire personalmente con il Duce.

Il colloquio ebbe luogo in giugno: alle obiezioni che Messe circa l’utilità di inviare nuove unità, oltretutto male organizzate, al fronte orientale, Mussolini rispose: “Non possiamo essere da meno della Slovacchia e di altri Stati minori. Io debbo essere al fianco del Fuhrer in Russia così come il Fuhrer fu al mio fianco nella guerra contro la Grecia e come lo è tuttora in Africa. Il destino dell’Italia è intimamente legato a quello della Germania […] Caro Messe, al tavolo della pace peseranno assai di più i 200.000 dell’Armata che i 60.000 dello C.S.I.R.”.

Ormai la decisione era stata presa e nulla avrebbe potuto far cambiare idea a Mussolini che come si è visto era ancora fortemente convinto che l’esito finale di quello scontro titanico si sarebbe risolto in favore dell’alleato tedesco. L’A.R.M.I.R. avrebbe compreso, oltre al C.S.I.R. che doveva assumere il nome di XXIV Corpo d’armata e che restava al comando del Generale Messe, anche il II Corpo d’armata formato dalle divisioni di fanteria Ravenna, Cosseria e Sforzesca, ed il Corpo d’armata alpino composto dalle divisioni Tridentina, Julia e Cuneense, ed infine dalla divisione autonoma Vicenza che essendo composta da elementi territoriali scarsamente equipaggiati avrebbe dovuto avere esclusivamente compiti di guardia e sorveglianza delle retrovie; un totale di 7.000 ufficiali e 220.000 uomini di truppa.

Alcune settimane dopo il colloquio tra Mussolini e Messe, i primi convogli ferroviari del secondo contingente di spedizione partivano per l’U.R.S.S., seguiti dalla metà di luglio dal Corpo Alpino e, ultima, la cenerentola Vicenza. Per il Corpo d’armata alpino era stata stabilito, date le sue caratteristiche operative, che dovesse essere adoperato nell’occupazione della catena montuosa del Caucaso, invece, mentre era ancora in corso il viaggio, le prospettive per i tedeschi impegnati nelle operazioni per la conquista della città di Stalingrado cominciarono a peggiorare, e le divisioni alpine furono frettolosamente dirottate in direzione delle pianure del Don.

Nonostante il parere contrario di alcuni generali, che avrebbero voluto ritirarsi sulle posizioni di partenza in Polonia, Hitler aveva preferito mantenere le sue truppe sulla linea delle posizioni conquistate durante il ciclo di operazioni estivo-autunnale. Con questa decisione con ogni probabilità Hitler riuscì a salvare le sue armate e contemporaneamente si assicurò una solida base di partenza per la prevista offensiva dell’estate 1942.

L’inverno però era stato estremamente duro per le truppe del Reich, ed il logorio dovuto alle condizioni climatiche e alle controffensive invernali sovietiche aveva di molto ridotto il potenziale delle armate tedesche. L’offensiva del 1942 non poteva quindi essere sviluppata, come quella dell’estate precedente, lungo tutto l’arco del fronte da Leningrado al Mar Nero, ma doveva concentrarsi in un settore più ristretto ed avere un obiettivo ben definito: tale obiettivo il Comando tedesco lo individuò nei ricchi giacimenti petroliferi di Majkop, Groznyj e Baku nel Caucaso, estremamente importanti sotto l’aspetto dell’economia di guerra per entrambi i contendenti.

La chiave di volta della zona del Caucaso era la città di Stalingrado: sorgendo all’estremità orientale della stretta fascia di terra compresa tra le grandi anse del Don e del Volga, al centro di un’importante rete di vie di comunicazione, Stalingrado era come la cerniera che avrebbe assicurato definitivamente il controllo di tutto il Caucaso.

L’offensiva prevedeva due direttrici principali: il gruppo di armate “B” si sarebbe diretto su Stalingrado avanzando lungo il corridoio tra il fiume Donec ed il Don utilizzando quest’ultimo come protezione per il suo fianco sinistro, il gruppo di armate “A” doveva invece prendere la città di Rostov ed in seguito piegare verso sud alla conquista del Caucaso e dei suoi pozzi petroliferi.

Il 28 giugno il gruppo di armate “B” passò all’offensiva sfondando immediatamente il fronte e penetrando in un mese da 150 a 400 chilometri ed arrivando alla fine di agosto alle porte di Stalingrado. Il gruppo armate “A” nel frattempo aveva conquistato Rostov il 18 luglio e poteva ora dilagare rapidamente, lungo l’autostrada che portava a Tiflis, in direzione sud.

La situazione delle truppe sovietiche era critica, se i tedeschi si fossero impossessati di Stalingrado avrebbero definitivamente interrotto le comunicazioni con l’Asia centrale e con gli Urali, come pure quelle tra le regioni centrali dell’U.R.S.S. ed il Caucaso.

Il 28 luglio, Stalin emanò il famoso ordine del giorno n.227 dal quale si evince la gravità della situazione per i russi: “Ogni nuovo palmo di territorio da noi abbandonato rafforzerà il nemico e indebolirà la nostra difesa, la nostra patria. Bisogna perciò combatter senza pietà l’opinione secondo cui possiamo ritirarci indefinitamente […] E’ giunto il momento di cessare la ritirata: non più un passo indietro. Questa deve essere la nostra parola d’ordine. Bisogna difendere tenacemente, sino all’ultima goccia di sangue, ogni posizione, ogni metro di territorio sovietico, aggrapparsi ad ogni zolla di terra sovietica e difenderla sino all’ultima possibilità”.

Già dalla seconda metà d’agosto però le truppe sovietiche stavano ritrovando il loro spirito combattivo, combattendo palmo a palmo e casa per casa stavano costringendo i tedeschi a sforzi notevoli e perdite ingenti per avanzare.

Basti pensare, al confronto con le travolgenti avanzate precedenti, che i russi costrinsero i tedeschi ad impiegare tredici giorni, dal 21 agosto al 2 settembre, per coprire i pochi chilometri che separano l’ansa del Don dai sobborghi della città di Stalingrado, costringendo il nemico a cominciare a dirottare le unità dirette al Caucaso verso il fronte di Stalingrado. Lo Stato Maggiore tedesco si rese conto ben presto che le
cose stavano prendendo una piega alquanto pericolosa, quanto più con la loro manovra convergente i tedeschi si avvicinavano alla città, tanto più si riduceva la loro possibilità di manovra e si facilitava il compito dei difensori con costosissimi combattimenti casa per casa.

Inoltre c’era il pericolo del lunghissimo fianco sinistro che era sorvegliato prevalentemente dalle truppe alleate, romeni, ungheresi e italiani, nelle quali non si riponeva una grande fiducia: gli attacchi di sondaggio che i russi lanciarono in quel settore da agosto in poi erano dei chiari segnali d’allarme. Il morale dei tedeschi risentiva sempre più dell’aumento delle perdite, della crescente sensazione di compiere sforzi inutili e dell’approssimarsi dell’inverno, mentre le loro riserve strategiche venivano completamente assorbite dalla battaglia che infuriava intorno a Stalingrado da più di due mesi (13 settembre-19 novembre).

La situazione era dunque matura per il contrattacco che il Comando sovietico stava preparando da tempo e per il quale aveva ora accumulato riserve sufficienti per assicurargli buone possibilità di riuscita contro un nemico allo stremo delle forze. Il piano russo, denominato “Piccolo Saturno”, prevedeva che fosse esercitato un doppio movimento a tenaglia contro i fianchi del nemico che si sarebbe dovuto ricongiungere alle spalle delle truppe tedesche che operavano a Stalingrado, nei pressi di Kalac.

L’offensiva ebbe inizio il 19 novembre e già pochi giorni dopo, il 23 novembre, il cerchio era stato chiuso ed al suo interno si trovavano circa 300.000 soldati tedeschi. Nel frattempo per consolidare l’anello che si stava stringendo intorno a Stalingrado era stata prevista un’operazione che, partendo dalla testa di ponte di Serafimovic, aveva dilagato nel corridoio Donec-Don rendendo ancora più grave la situazione dei tedeschi.

Hitler non permise a Paulus, comandante delle unità di Stalingrado, di abbandonare la città e di ricongiungersi con le truppe tedesche fuori dalla sacca, per lui Stalingrado era divenuta un’ossessione e, rassicurato da Goering sulle possibilità di rifornire per via aerea i soldati assediati, si convinse che la città, ribattezzata pomposamente “Fortezza Stalingrado”, avrebbe resistito fino alla sua liberazione.

Il 16 dicembre però i russi scatenarono una nuova e violenta offensiva, nel settore tenuto dagli ungheresi e dall’A.R.M.I.R., destinata a raggiungere la città di Rostov e a chiudere in una gigantesca sacca anche tutte le armate tedesche che si trovavano nel Caucaso. Hitler, a differenza di quello che aveva fatto per Stalingrado, questa volta concesse appena in tempo alle armate impegnate in quel settore l’ordine di ripiegamento.

Il 10 gennaio i russi ordinarono l’assalto finale a Stalingrado, 39 divisioni per un totale di 280.000 uomini si riversarono sulle esauste truppe di Paulus che il 30 gennaio, il giorno dopo aver ricevuto la promozione a Feldmaresciallo, fu costretto a capitolare. Con Paulus si arresero 23 generali, 2.000 ufficiali e 130.000 soldati, altri 100.000 erano stati uccisi o erano morti per fame, freddo o malattie durante l’assedio: un’armata di 330.000 uomini era andata perduta con tutte le sue armi e i suoi materiali.

Verso la metà del luglio 1942, mentre si completava la radunata delle nuove unità dell’A.R.M.I.R., per il cui trasporto furono necessari 500 treni, il vecchio C.S.I.R. riprendeva la sua attività dopo la stasi invernale nel bacino del Donetz. Le operazioni si svolsero dal 15 al 25 luglio ed erano indirizzate alla difficile conquista dell’importante distretto minerario di Krasnij-Lutsch: l’esercito russo aveva avuto infatti tutto il tempo, durante l’inverno, di predisporre accuratamente le sue difese, ed era supportato da un buon numero di artiglierie comprese le katiusce, un nuovo tipo di lanciarazzi, da 12 a 18 canne, comandate elettronicamente, ed installate su automezzi cingolati.

L’effetto prodotto dai suoi razzi, che esplodevano contemporaneamente al suolo, produceva un senso di sgomento in coloro che ne subivano l’attacco. Nonostante le accurate difese le truppe italiane riuscirono a sfondare le linee e ad occupare nell’arco di una settimana l’intero centro minerario con l’importante centro di Millerovo.

Furono inflitte pesanti perdite al nemico e furono catturati oltre 4.000 prigionieri, mentre la divisione Celere, che aveva condotto le operazioni, aveva perso circa 600 uomini tra morti e feriti: la battaglia di Krasnij-Lutsch può essere considerata l’ultima operazione condotta in maniera autonoma dal C.S.I.R., che da quel momento in poi diveniva un corpo d’armata del più ampio A.R.M.I.R.

Lo sfondamento della linea del Donetz ebbe come effetto l’abbandono, da parte dei russi, di tutta la zona e la veloce ritirata verso la solida linea del Don. Il contingente italiano, privato delle sue divisioni alpine che raggiunsero la linea solo a settembre, venne allora indirizzato verso il fiume Don, dove avrebbe avuto il compito, insieme alle altre unità alleate, di proteggere il fianco del grosso dell’esercito tedesco che puntava deciso verso Stalingrado.

La tattica della ritirata strategica non poteva più essere perseguita dal Comando russo che aveva deciso di opporre una resistenza ad oltranza lungo il corso del fiume. Era anzi ancora in possesso di un’importante testa di ponte, al di là del fiume nella zona di Serafimovitch, dalla quale minacciava di compromettere tutto lo schieramento tedesco.

Il compito di eliminare questa pericolosa testa di ponte venne assegnato ancora una volta alla Celere che per tutta la prima metà di agosto fu impegnata in aspri combattimenti con alterne fortune ma che alla fine videro i russi cacciati oltre la sponda del Don. La battaglia di Serafimovitch, pur di portata relativamente modesta, se confrontata con le immani forze impegnate da tedeschi e russi su tutto il fronte, ebbe l’importante funzione di sconvolgere, od almeno ritardare, l’offensiva che i russi avevano previsto contro il fianco della sesta armata tedesca impegnata a Stalingrado.

Le truppe italiane catturarono, nel complesso delle operazioni, 2.600 prigionieri e distrussero una quarantina di carri armati russi, ma anche le perdite subite furono notevoli: 1.700 uomini fuori combattimento tra morti e feriti e ben 11 pezzi di artiglieria distrutti. Nonostante il ritardo imposto all’offensiva sovietica dall’arrivo della Celere nella zona di Serafimovitch, il comando russo era deciso a non lasciare l’iniziativa completamente nelle mani del nemico.

Oltre alla situazione strategica anche la particolare topografia della regione si presentava particolarmente favorevole alle iniziative russe: il Don infatti, nonostante la sua enorme portata d’acqua, non costituisce un grosso ostacolo per un esercito moderno essendo largo per la maggior parte non più di un centinaio di metri e la sua profondità non supera generalmente i due metri.

La riva tenuta dagli italo-tedeschi è per la maggior parte alta e scoscesa, ma totalmente priva di ripari naturali che possano favorire la difesa, mentre la riva tenuta dai russi era piena di boscaglie che permettevano il concentramento di grosse quantità di truppe al riparo dall’osservazione nemica. Per 10 giorni, dal 20 al 29 agosto, unità russe furono lanciate in una grande offensiva (prima battaglia difensiva del Don) contro due divisioni italiane, la Pasubio e la Sforzesca, attestate in difesa del Don.

Questa volta i russi avevano predisposto con cura la loro offensiva raggruppando di fronte alla giuntura tra le due divisioni un notevole quantitativo di truppe appoggiate da carri armati e da artiglierie. La situazione si fece critica, soprattutto per la Sforzesca, fin dai primi giorni di combattimenti nei quali la divisione fu costretta a ritirarsi non senza aver subito perdite pesantissime, per tamponare la falla fu necessario ancora una volta ricorrere all’intervento della Celere che si trovava da pochi giorni a riposo.

L’arrivo di nuove forze permise di stabilizzare una situazione che stava per diventare critica, ma la combattività della Sforzesca era stata duramente compromessa dalle perdite subite. Il comportamento della Sforzesca diede modo all’alleato tedesco di mostrare anticipatamente quello che sarà il suo comportamento nella ricerca delle responsabilità quando, in dicembre, crollò tutto il fronte di Stalingrado.

Nella notte tra il 25 e il 26 agosto il Comando germanico diede ordine che la Sforzesca passasse alle sue dirette dipendenze, giustificando tale provvedimento con la necessità di fermare a tutti i costi il movimento di ripiegamento della divisione. L’ordine, dato in quella forma ed in quelle circostanze, apparve addirittura offensivo per l’onore di quella grande unità che aveva ripiegato solo dopo accanita resistenza e di fronte a forze soverchianti.

Per di più l’ordine non era accompagnato dall’invio nella zona di unità di rinforzo, come se fosse bastata la sola presenza di un generale tedesco per rimettere a posto le cose, mostrando così il più assoluto disprezzo per le capacità militari dei loro alleati.

L’arresto dell’offensiva russa sul Don portò ad una stasi relativa nel settore tenuto dagli italiani per tutti i mesi di settembre e ottobre, durante i quali fu finalmente possibile riunire completamente tutte le unità dell’A.R.M.I.R., con l’arrivo dei 60.000 uomini del Corpo d’armata alpino, e solidificare per quanto possibile le posizioni difensive lungo tutto il tratto di fiume di competenza degli italiani.

Se la prima battaglia difensiva del Don non aveva insegnato nulla ai tedeschi, aveva invece insegnato molte cose ai russi, i quali erano ben decisi a trarre dalla lezione tutto il profitto possibile. La battaglia di agosto aveva mostrato infatti che il Don non costituiva un grosso ostacolo e, soprattutto, che lo schieramento italo-tedesco in quel settore era particolarmente sottile e vulnerabile.

La lunghezza delle linee e la caparbietà con la quale i tedeschi volevano difendere ogni settore del fiume anche correndo il rischio di non poter disporre di riserve, faceva sì che la difesa fosse affidata ad un velo sottilissimo di truppe alle cui spalle c’era il nulla. La mescolanza di unità italiane e tedesche, voluta dal Comando germanico poco fiducioso delle capacità italiane, non faceva poi che rendere più debole la capacità difensiva del settore.

Le unità dell’A.R.M.I.R., 230.000 uomini, erano dislocate tra la seconda armata ungherese a nord e la terza armata romena a sud: vicino agli ungheresi era schierato il Corpo d’armata alpino (divisioni: Tridentina, Julia, Cuneense) con la divisione Vicenza di riserva, al centro era il II° Corpo d’armata (divisioni: Cosseria, Ravenna e 318° reggimento di fanteria tedesco), seguiva poi il XXXV Corpo d’armata (divisioni: 298° divisione tedesca e la Pasubio), ed infine c’era il XXXIX Corpo tedesco (che comprendeva però le tre restanti divisioni italiane: Torino, Celere, Sforzesca) che confinava con i romeni.

Il piano russo (Piccolo Saturno) come si è visto in precedenza mirava all’isolamento delle truppe tedesche che si trovavano impegnate a Stalingrado, e nella sua prima fase prevedeva lo sfondamento della linea del Don nella zona delle armate romene con una penetrazione in profondità diretta a ricongiungersi con la seconda branca della tenaglia che aggirava Stalingrado da sud.

Alla fine di novembre l’offensiva si scatenava contro la terza armata romena che veniva travolta ed isolata lasciando scoperto tutto il fianco destro dell’8° armata italiana. Mentre tale offensiva era in corso si iniziava il concentramento delle forze sovietiche anche nella zona tenuta dagli italiani: l’assalto doveva rivolgersi contro il II° Corpo d’armata che occupava il centro dello schieramento italiano.

Le operazioni ebbero inizio il mattino dell’11 dicembre contro le posizioni tenute dalla divisione Ravenna, e si svilupparono nei giorni seguenti anche contro il settore della Cosseria e della Pasubio nonché nel settore del XXXIX Corpo tedesco che però era composto, come abbiamo visto, dalle tre divisioni italiane Torino, Celere e Sforzesca.

La prima fase della grande offensiva russa si risolveva in un successo difensivo delle truppe italiane schierate lungo il Don. Nonostante l’enorme spiegamento di forze e la schiacciante superiorità numerica sugli avversari, i russi non erano riusciti ad infrangere la linea italiana e neppure ad intaccarla in profondità: in sostanza era stato perduto solo qualche caposaldo senza grossa rilevanza strategica.

Tuttavia la resistenza italiana era stata pagata a caro prezzo: il logoramento delle unità in linea era stato notevole ed aveva richiesto l’utilizzo di tutte le scarse riserve a disposizione. In situazioni simili, durante la prima guerra mondiale, le offensive erano andate spegnendosi da sole per la gravosità dello sforzo sostenuto dagli attaccanti, ma in questo caso i russi avevano predisposto riserve quasi illimitate, nella consapevolezza che la posta in palio era troppo grossa perché il gioco potesse essere abbandonato, quali che fossero le perdite.

Questa prima fase della seconda battaglia difensiva del Don, 11-15 dicembre, era stata condotta dai russi come un’azione di logoramento: nei giorni successivi l’azione offensiva prevedeva la sua fase decisiva, lo sfondamento e la penetrazione in profondità, nella quale si rivelò tutta l’accurata preparazione e le risorse disponibili del piano sovietico.

Nella notte tra il 15 e il 16 dicembre i russi riuscirono a spezzare il collegamento tra la 298° divisione tedesca e la Ravenna, contro la quale si scagliarono ben quattro divisioni russe appoggiate da carri armati. Con perdite che raggiungevano la percentuale del 75% le unità della Ravenna erano ormai praticamente isolate, ridotte a poche migliaia di soldati, quasi privi di munizioni.

Con le puntate offensive russe che già operavano alle spalle dei resti della divisione, il ripiegamento ordinato il 17 dicembre si trasformava rapidamente in rotta disordinata, mentre anche la 298° divisione tedesca che avrebbe dovuto schierarsi a difesa della valle retrostante il Don, ripiegava verso sud, lasciando aperto un ampio voto nel quale irruppero irresistibilmente le forze corazzate russe lanciate all’inseguimento.

Per cercare di tamponare al meglio la falla, che appariva sempre più pericolosa, venne richiesto l’ausilio della divisione alpina Julia che il 16 dicembre, ricevuto l’ordine di partenza, si incamminava in direzione di Taly: ottanta chilometri coperti in due giorni per la maggior parte a piedi. Il suo posto in linea veniva occupato dalla Vicenza, male equipaggiata e unica riserva strategica a disposizione dell’armata italiana.


“Pensavo insomma che la Julia corresse a sbarrare una porta sfondata dai russi. In realtà, mentre la Julia arrivava, era saltata non soltanto la porta, ma tutto il muro alla destra della porta”.

Il II Corpo d’armata, come unità organica, aveva praticamente cessato di esistere: esso aveva subito il 70% di perdite tra le truppe in linea ed il 50% degli effettivi complessivi, dei quali ben 11.000 erano da considerarsi dispersi. Le perdite dei russi, particolarmente gravi nella prima fase del combattimento, possono valutarsi in 35-40.000 uomini.

I russi avevano scelto per l’attacco un settore relativamente ristretto, circa 20 chilometri, sui quali aveva concentrato 45 battaglioni e 600 carri armati, contro i 12 battaglioni e i 70 carri di cui disponevano i difensori. Mentre le truppe russe riuscivano infine a sfondare sul fronte tenuto dal II Corpo d’armata, anche il XXXV Corpo d’armata italiano veniva impegnato in una dura battaglia.

L’attacco nemico si scatenò alle 7.30 del 16 dicembre sul fronte tenuto dalla Pasubio, contro la quale si riversarono ben 18 battaglioni in differenti ondate, e, il giorno seguente, contro la divisione Torino. Nonostante la violenza dell’attacco sostenuto, al 18 i russi non erano ancora riusciti a spezzare la linea del fonte che era solamente arretrato in qualche zona: ma il precipitare della situazione nell’adiacente settore del II Corpo d’armata cominciava a rendere preoccupante anche la situazione del XXXV Corpo, che aveva ormai il fianco completamente scoperto.

Il 19 dicembre il generale Zingales ordinò l’inizio del movimento di ripiegamento dal settore del Don in direzione della vicina Meskhov, che era però già occupata dal nemico. Egli decise allora di aprirsi la strada combattendo al fine di operare un collegamento con le divisioni Torino, Celere e Sforzesca (XXXIX Corpo) che, come vedremo, stavano anch’esse lentamente ripiegando.

Anche il XXXIX Corpo d’armata era stato duramente impegnato nella fatale giornata del 16 dicembre: occupava un fronte di 110 chilometri di cui la sola Celere ne sorvegliava una cinquantina. Anche dopo l’inizio della battaglia nei settori del II e del XXXV Corpo d’armata si ebbe nel settore del XXXIX Corpo una calma relativa.

Lo stato di attesa per la Torino, situata al confine con il settore del XXXV Corpo, durò fino al mattino del 17 dicembre, quando in seguito al ripiegamento della Pasubio, rimase esposta agli attacchi provenienti dal suo fianco sinistro. Ignara della gravità della situazione che si stava verificando alla sua sinistra la Torino continuò la sua accanita resistenza fino al 20 dicembre, giorno nel quale iniziò il suo ripiegamento.

Alla destra della Torino era dislocata la Celere che si trovava in linea dal 20 novembre quando aveva dovuto sostituire la 62° divisione tedesca che era stata mandata a soccorrere le truppe romene sopraffatte dall’attacco sovietico. Il lungo tratto di fronte assegnato alla divisione e la necessità di inviare rinforzi a sostegno dei reparti laterali avevano reso la linea della Celere sottile e priva di quella profondità necessaria a contenere un’offensiva di grandi dimensioni.

L’attacco, portato dalla 198° divisione russa, ebbe inizio alle 4 del mattino del 17 dicembre e cinque ore dopo le truppe russe erano già riuscite ad infrangere lo schieramento italiano. Per tutto il 18 i reparti della Celere, coadiuvati da aliquote della Sforzesca, cercarono di contrattaccare il nemico per arrestarne la marcia, ma il continuo afflusso di rinforzi che alimentavano l’aggressività sovietica, rese vano ogni tentativo di opporre resistenza.

Il 19 venne ordinato il ripiegamento in direzione di Meskhov, dove come si è visto erano dirette anche la Pasubio e la Torino, ma l’autocolonna si era appena messa in moto quando venne attaccata all’improvviso da forze corazzate russe che in pochi minuti riuscirono a distruggere quasi 600 autocarri, appiedando un’intera divisione.

Meskhov era a questo punto irraggiungibile: soltanto il 6° bersaglieri riuscirà ad aprirsi la strada verso Popowka , dove si ricongiunse con il grosso della divisione Sforzesca. Prima di affrontare le vicende della divisione Sforzesca è necessario soffermarsi sulle diverse direttrici che intrapresero le diverse unità dell’A.R.M.I.R. in ritirata.

Della ritirata del Corpo Alpino e della divisione Vicenza (Fronte Nord) se ne parlerà più avanti essendosi verificato ad un mese di distanza ed in circostanze diverse da quelle delle altre divisioni italiane. Diverso è però il discorso per quanto riguarda gli altri Corpi d’armata, il II (318° reggimento tedesco, Cosseria e Ravenna), il XXXV (Pasubio e 298° divisione tedesca) e il XXXIX tedesco (composto però dalla Torino, Celere e dalla Sforzesca).

La Torino, la Pasubio ed i resti della Ravenna e della 298° divisione tedesca (blocco nord) si erano dirette nella loro ritirata verso gli abitati di Makaroff e Popowka e da qui, nell’impossibilità di ricongiungersi con la Celere e la Sforzesca a Meskhov, si erano incamminate verso Arbusowka ed infine verso Certkovo dove rimasero assediate dal 25/12 al 15/1 1943.

Da Makaroff una parte della Pasubio aveva proseguito con il blocco nord, mentre un’altra parte si era diretta a sud verso Makejewka, dove il 21 dicembre si era ricongiunta con la Sforzesca e con i resti della Celere che provenivano da Meskhov, andando a formare il blocco sud in ritirata verso il Donetz, dove raggiunse la linea tedesca il 28 dicembre.

La divisione Sforzesca, che nei giorni precedenti aveva validamente appoggiato le truppe della Celere nel tentativo di resistere all’urto sovietico, iniziò il suo ripiegamento nella giornata del 20 dicembre ed il giorno seguente, dopo essersi aperta la strada combattendo, riusciva a raggiungere i resti della Celere e della Pasubio a Makejewka, da dove aveva inizio la ritirata del Blocco sud.

La ritirata del blocco sud ebbe minor durata (20-28/12) rispetto a quella delle altre unità italiane e fu sostenuta in particolar modo dai reparti del 6° bersaglieri che, essendo ancora parzialmente efficienti, andarono a costituire, assieme ai tedeschi, sia l’avanguardia che la retroguardia della colonna composta principalmente da sbandati senza armi.

Alle 24 del giorno 28 dicembre i resti della Celere della Sforzesca e le aliquote della Pasubio raggiungevano la linea che i tedeschi erano riusciti a costituire alle loro spalle e riuscivano così ad uscire definitivamente dalla sacca russa. La ritirata del blocco nord, come abbiamo visto, ebbe inizio da Popowka il 20 dicembre.

Da quella città la Torino, che assieme alla 298° divisione tedesca manteneva ancora un’inquadratura abbastanza solida, si era diretta a Posnjakoff dove lo spettacolo che trovarono era desolante: una massa disordinata di uomini di tutti i reparti, di tutte le armi, di tutti gli eserciti alleati, italiani, tedeschi e romeni, avanzava disordinatamente sulla pista gelata, in una colonna interminabile caratterizzata da disordine e confusione: mancava il carburante e fu necessario distruggere o abbandonare, uno dopo l’altro, tutti gli automezzi.

Ma l’odissea della Torino era appena cominciata: il 22 mattina, appena giunti ad Arbusowo, i soldati incolonnati nel blocco nord venivano attaccati da forze russe che avevano predisposto in quella zona un presidio per bloccare gli italiani in fuga. Arbusowo venne più tardi ricordata da italiani e tedeschi come la “valle della morte”: il villaggio si trova infatti in fondo ad una stretta vallata sormontata da una serie di alture che raggiungevano i 200 metri di altezza e da cui i russi tempestavano italiani e tedeschi martellandoli senza tregua.

Per tre giorni (22-23-24 dicembre) durò il terribile assedio che invano i reparti bloccati tentarono di rompere con assalti disperati. Solo nella notte del 24, quando ormai ogni speranza di salvezza sembrava vana, un’azione congiunta di italiani e tedeschi portò alla rottura dell’accerchiamento e permise alle truppe chiuse nella sacca e di riprendere il ripiegamento verso Mankowo.

Con temperature che oscillavano tra i –38° e i –42° e digiuni da più di 48 ore, i soldati marciarono tutta la notte ed il giorno seguente, Mankowo era infatti già occupata dal nemico e bisognò aggirarla, raggiungendo finalmente la mattina del 26, dopo un’altra notte di tempesta, la città di Certkovo dove i viveri stipati nei magazzini non erano ancora esauriti del tutto.

La città, occupata da circa 7.000 italiani comandati dal generale Lerici e altrettanti tedeschi, venne subito presa d’assedio dalle forze russe che erano riuscite a bloccare ad una quindicina di chilometri di distanza la 19° divisione tedesca che era stata inviata in soccorso della città. Mentre gli scarsi viveri e i medicinali andavano rapidamente esaurendosi i tentativi della 19° divisione tedesca continuavano ad infrangersi contro il muro della resistenza sovietica, ormai appariva chiaro che dovevano essere le forze assediate a tentare una sortita per ricongiungersi alle unità germaniche.

Il 15 gennaio, dopo venti giorni d’assedio, tutte le forze rimaste disponibili furono allertate per l’estremo tentativo, mentre i feriti e i congelati venivano penosamente lasciati nella città. Le truppe italiane, come le tedesche, ammontavano a circa 6000 uomini, di cui 1.600 della Torino, 2.000 della Pasubio, 1.800 dei servizi del Corpo d’armata e 600 tra Celere e Ravenna.

L’accerchiamento venne rotto in direzione sud-est, ma la marcia si fece subito penosissima: i russi non volevano farsi sfuggire la preda e ricominciarono con la loro tattica di preparare degli sbarramenti sulla linea di ritirata delle truppe in fuga. Soltanto a tarda notte del 16 gennaio, dopo duri scontri con le rapide avanguardie sovietiche, la testa della colonna raggiunse Belowodsk, ove finalmente autoambulanze ed automezzi poterono raccogliere i feriti e i congelati che vennero inviati a Starobelsk.

Il tributo pagato dalla divisione Torino fu enorme: su 11.000 uomini schierati inizialmente sul Don solo poco più di un migliaio giunsero in salvo.

La ritirata del Corpo d’armata Alpino

Il Corpo d’armata alpino, comandato dal generale Nasci, era giunto nella zona del Don solamente nel mese di settembre, e da quello di novembre si trovava schierato lungo la sponda del fiume. Come abbiamo visto in precedenza i 57.000 uomini delle tre divisioni alpine erano destinati ad operare tra le montagne del Caucaso, che rispondevano alle caratteristiche peculiari e di addestramento degli alpini, mentre invece la necessità di alimentare la fornace di Stalingrado aveva dirottato le tre divisioni nelle pianure del Don, dove certamente il loro potenziale bellico veniva ridotto dalle avverse condizioni geografiche.

Nonostante l’assurdità della situazione però, gli alpini riuscirono ad adattarsi rapidamente al nuovo ambiente. Il Corpo d’armata alpino era schierato all’estrema sinistra dello schieramento dell’A.R.M.I.R. ed aveva alla sua sinistra le truppe ungheresi, anche il tratto di fronte assegnato alle divisioni alpine era eccessivamente ampio rispetto alle loro possibilità numeriche, e tutte le truppe dovevano essere proiettate in avanti, senza riserve, per assicurare il possesso della linea del fiume.

Fin dai primi giorni della battaglia il fronte del Corpo d’armata alpino non venne praticamente impegnato, ma già il 16 dicembre, di fronte alle pericolose penetrazioni operate dalle unità sovietiche, la divisione Julia fu costretta a spostarsi nella zona di Kantemirowka per tamponare al meglio una situazione che come abbiamo visto era ormai irrimediabilmente compromessa.

Il vuoto lasciato in linea dalla Julia venne colmato dalla divisione Vicenza, che fino a quel momento era stata tenuta in riserva, armata ed equipaggiata in maniera del tutto insufficiente anche rispetto alle altre unità dell’A.R.M.I.R. e per di più ad organici ridotti. Dal 20 dicembre 1942 al 4 gennaio 1943 i russi tentarono di operare uno sfondamento anche nella linea tenuta dalla Julia con reiterati attacchi, ma a differenza delle altre unità italiane le divisioni alpine erano ancora fresche, non essendosi logorate in combattimenti precedenti, e respinsero con notevoli perdite per il nemico ogni tentativo dei sovietici.

A questi accaniti combattimenti fece seguito, fino al 14 gennaio, un periodo di tregua: i russi avevano compreso l’inutilità di forzare il settore degli alpini, e rivolsero quindi il loro sforzo verso i settori adiacenti. La situazione era comunque sempre grave: la temperatura polare mieteva numerose vittime fra i soldati privi di ricoveri adeguati, il 7 gennaio si registravano ben 148 casi di congelamento.

I Comandi sovietici erano ormai decisi a stroncare risolutamente ogni residua resistenza sul fronte del Don: il 10 gennaio attaccavano con grande violenza l’Armata ungherese schierata alla sinistra degli alpini, anch’essa occupava una linea troppo estesa rispetto alle sue reali possibilità di resistenza e dopo tre giorni di combattimenti veniva irrimediabilmente travolta dalle forze corazzate sovietiche che si irradiavano alle spalle della linea del Don.

Per appoggiare l’azione nel settore tenuto dagli ungheresi i russi il 14 gennaio scagliavano un nuovo attacco sul fronte delle truppe tedesche che si trovavano alla destra delle divisioni alpine che venivano travolte facilmente, i carri russi penetravano vittoriosamente fino a Rossosch, dove si trovava la sede del comando, alle spalle sia della Julia che di tutto il Corpo d’armata alpino.

La situazione diveniva sempre più insostenibile, i russi, decisi a passare ad ogni costo, ed incuranti delle gravose perdite, riuscivano la sera del 16 ad occupare Rossosch, tagliando la ritirata della Julia, che iniziava in quel giorno il suo ripiegamento senza essere stata battuta, e minacciando quella delle altre tre divisioni italiane ancora schierate in linea.

Al mattino del 17 la Tridentina segnalava al comando del Corpo d’armata, che dal 16 si era trasferito a Postulali, che le truppe ungheresi in disfacimento avevano iniziato il ripiegamento senza alcun ordine tedesco e senza avvertire i vicini italiani.

A questo punto la situazione era divenuta insostenibile: la penetrazione russa a sud delle divisioni alpine era arrivata in profondità alle spalle della linea, se anche a nord, dalla parte degli ungheresi, i russi avessero sfondato completamente, tutte e quattro le divisioni del Corpo d’armata alpino si sarebbero trovate chiuse in una gigantesca sacca.

Solo la sera del 17, verso le 23 e con colpevole ritardo, giungeva via radio l’ordine di ripiegare da parte del Comando tedesco: tutto il fronte era in disfacimento, i russi già da 24 ore operavano senza opposizione nelle retrovie alpine creando il caos. Le divisioni in ripiegamento stavano tutte convergendo verso il villaggio di Opyt, nel quale si stava costituendo un caposaldo che avrebbe avuto il compito di rallentare la pressione russa alle spalle delle colonne che tentavano faticosamente di aprirsi una via di fuga rompendo il primo blocco organizzato dai russi a Postujali.

Il primo cerchio nemico venne spezzato nella mattinata del 20 gennaio, ma la situazione doveva ripetersi con una regolarità esasperante. I russi, dotati di una maggiore mobilità, dovevano creare una serie di sbarramenti che gli alpini furono costretti a superare in condizioni sempre più difficili, perché sempre più forte diveniva la pressione nemica , mentre sempre minori erano le capacità offensive
degli uomini in ritirata, stremati dalla fame, dal freddo e dalla stanchezza.

La marcia della colonna in ritirata sarebbe stata diretta dalla divisione Tridentina, ancora sufficientemente efficiente, con l’appoggio di carri e soldati tedeschi del gruppo tattico Fisher, mentre alla sua sinistra avrebbe operato la Cuneense. Dal 20 gennaio in poi diventa praticamente impossibile seguire la ritirata del Corpo d’armata alpino in maniera organica. Ormai le sue divisioni si erano frazionate e frammischiate.

In pratica si formarono due colonne principali: una al nord, costituita dalla Tridentina e dalla Vicenza, l’altra a sud con la Julia e la Cuneense, ma tra queste due colonne principali ve ne furono molte altre minori composte da reparti che si erano sperduti e che procedevano alla cieca nel tentativo di ricongiungersi con una delle colonne principali.

Il secondo blocco preparato dalle truppe sovietiche, che come al solito avevano preceduto la colonna in un passaggio obbligato, la Tridentina lo incontrò nella località di Scheljakino, dove giunse nella mattinata del 22 gennaio. Ancora una volta i combattimenti furono cruenti, ma gli alpini riuscirono ad avere la meglio sul nemico anche grazie al prezioso appoggio dei carri armati tedeschi che ne appoggiarono l’azione.

La Tridentina riprese la sua marcia alla massima velocità possibile, cercando di sfruttare il successo riportato il giorno precedente: ma le sue truppe erano allo stremo, mancavano i rifornimenti e molti erano coloro che non mangiavano ormai da parecchi giorni. L’equipaggiamento era quanto di più strano e di eterogeneo si potesse immaginare: ognuno indossava gli indumenti che aveva potuto procurarsi alla meglio in una mescolanza di colori ed uniformi di tutte le nazionalità.

La marcia delle due colonne principali proseguì, non senza continue scaramucce con partigiani e truppe regolari russe, attraverso i villaggi di Ladomirowka (22/1), Makejewka (23/1) e Romanchowo (24/1), fino all’alba del 25 gennaio quando le avanguardie della Tridentina giunsero in prossimità di Nikitowka.

La zona era ricca di abitati e fu quindi possibile procurarsi qualcosa da mangiare frugando nelle stalle, nei porcili ed in ogni angolo delle abitazioni. Alle 6 del 26 gennaio la colonna si rimise in moto, ma giunta nei pressi Arnatauwo le sue avanguardie vennero duramente impegnate da forze russe attestate nel villaggio: ancora una volta il sacrificio della Tridentina fu premiato con al vittoria e lo sbarramento riuscì ad essere spezzato.

Superata la sacca di Arnatauwo tutta la Tridentina si schierò finalmente davanti a Nikolajewka: la città costituiva l’ultimo formidabile sbarramento sovietico prima di uscire dalla sacca sovietica. Se non si fosse riusciti a superarla, tutti gli sforzi fatti fino a quel momento sarebbero stati inutili e la via del ritorno definitivamente chiusa.

Mancavano le munizioni, i viveri erano stati esauriti da molti giorni e per conquistare il villaggio era necessario avanzare allo scoperto sotto un fuoco intensissimo del nemico, ma soprattutto occorreva far presto,
occorreva entrare in città prima che calasse la notte: gli alpini non erano in grado di superare un’altra gelida nottata all’addiaccio.

Alle 11 un primo assalto aveva portato all’occupazione della ferrovia e della periferia dell’abitato, ma un forte contrattacco sovietico aveva imposto la rottura del contatto con il nemico ed il ripiegamento sulle posizioni di partenza. Anche un secondo attacco si infrangeva contro l’efficace difesa nemica, coadiuvata questa volta anche dall’azione dell’aviazione: nonostante ogni sforzo gli italiani non riuscivano a sfondare il cerchio infernale nel quale erano stretti.

Ma ecco, mentre più incerta era la lotta, che il generale Riverberi, comandante della divisione, salito sull’ultimo carro armato rimasto, dall’alto della torretta, cominciò ad incitare i suoi: “Tridentina! Avanti!”. Come un episodio appartenente a guerre di altri tempi tutta la colonna si mette in moto urlando: gli ufficiali con i soldati, gli sbandati sono accanto ai combattenti, gli artiglieri abbandonano i loro pezzi per partecipare all’attacco, i conducenti abbandonano i loro muli, gli uomini si battono fino all’ultima cartuccia, gettando bombe a mano ed infine all’arma bianca.

Arrivo di reparti in una località del fronte russo nell’estate 1942

E’ una scena tragica ed insieme commovente, ma alla fine il nemico è volto in fuga, costretto ad abbandonare armi e materiale: quello che resta della colonna può finalmente entrare a Nikolajewka. Le perdite sono state enormi: più di quaranta ufficiali tra morti e feriti, assolutamente incalcolabili le perdite tra gli uomini di truppa.

Anche se il catenaccio di Nikolajewka era saltato non si poteva certo dire che la colonna fosse al sicuro. All’alba del 27 la colonna si rimetteva in moto, dopo una penosa marcia di oltre 40 chilometri furono raggiunti a tarda notte gli abitati di Uspenska e Lutowirowo. Il freddo era sempre intenso, oscillava tra i –35° e i –40°, e il numero dei congelati era impressionante: lo sfinimento e la fame facilitavano l’azione mortale del freddo sugli organismi ormai fortemente indeboliti.

Il generale Giovanni Messe in visita al fronte orientale russo nella primavera 1942

Il 29, 30 e 31 gennaio furono altre dure tappe di quella tragica ritirata che si doveva finalmente concludere a Scheljakino. Più tardi fu possibile fare una calcolo approssimativo degli scampati: 6.500 della Tridentina, 3.300 della Julia, 1.600 della Cuneense, 1.300 della Vicenza, 880 del Comando del Corpo d’armata, 7.500 tra feriti e congelati dei vari reparti, in complesso circa 21.000 uomini.

Circa 40.000 tra alpini e fanti della Vicenza erano caduti durante gli scontri od erano rimasti lungo le piste, falciati dal nemico o stroncati dal freddo, dalla fame, dalla stanchezza.

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