MEDICINA E CHIRURGIA NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

a cura di Cornelio Galas

Fonte: INFORMAZIONI DELLA DIFESA 1/2010  Medici e malattie di guerra (1940.1945)

La missione deontologica della professione medica consiste tradizionalmente nella tutela della salute attraverso la cura, il sollievo della sofferenza e la prevenzione, e più in generale nella difesa della vita. A questo compito la generalità dei medici militari non è mai venuta meno e, per trovare conferma esemplare di ciò nel periodo del secondo conflitto mondiale (al quale si riferisce questo contributo), sembra sufficiente ricordare la figura del capitano
Bruno Falcomatà, il capo del servizio sanitario della 10a Flottiglia Mas che trovò la morte nelle acque di Malta all’alba del 26 luglio 1941.

di Alessandro Ferioli

Altamente specializzato in medicina subacquea, abituato a seguire gli operatori dei mezzi speciali in tutte le fasi dell’addestramento e a osservarli con attenzione per diagnosticarne rapidamente ogni eventuale disturbo insorgente, il buon medico aveva voluto essere con loro anche nel tentativo di forzamento del porto della Valletta, assistendoli fino al momento del lancio, avvenuto a pochi metri dalle ostruzioni della piazzaforte. Nel glorioso fallimento dell’operazione, con altri compagni Bruno Falcomatà aspettò al punto d’incontro molte ore dopo il tempo prefissato e finì falciato sul Mas 452 dalle mitragliatrici degli aerei inglesi usciti da Malta. Alla sua memoria fu conferita la medaglia d’oro al valore militare.

Bruno Falcomatà

Il valore sui campi di battaglia

Queste le cifre del sacrificio: – per il periodo 1940-’43: complessivamente n. 6000 caduti circa tra morti accertati e dispersi; – nella Guerra di Liberazione 1943-’45: ufficiali medici caduti 131 (di cui 22 dispersi), oltre a due ufficiali medici partigiani com-battenti fucilati alle Fosse Ardeatine; sottufficiali caduti 47 (di cui 18 dispersi); militari di truppa caduti 572 (di cui 184 dispersi). Questi i numeri della nobiltà del Valore Militare: 30 medaglie d’oro, 49 medaglie d’argento, 162 medaglie di bronzo, 366 croci al valore militare (Fonte: Associazione Nazionale Sanità Militare Italiana, Sezione di Torino). Al personale della Sanità va accomunato, in sacrificio e ideali, quello della CRI e i Cappellani Militari.

Come è noto, ai medici e ai sanitari militari fu conferito un numero di decorazioni al valore militare particolarmente elevato, soprattutto se si tiene conto dei compiti specifici del Corpo, non propriamente combattente. Una rapida scorsa alle motivazioni delle ricompense, allo scopo di ricavarne anche spunti etici, evidenza spesse volte non soltanto buone qualità di pratica medica ma anche spiccate doti militari e d’Arma: ricorre frequente il caso di ufficiali medici imbarcati che, avuta colpita la nave da un siluro nemico, si prodigarono ben al di là dei meri doveri di servizio nelle operazioni di salvataggio del personale e nel trasbordo dei feriti, incuranti del pericolo d’esplosione del munizionamento di bordo o delle ferite personalmente riportate, e non di rado dimostrando perizia ed esperienza marinaresca anche durante le ore trascorse sulla lancia di salvataggio.

Ricorre spesso anche il caso di medici che, in occasione del siluramento di altre navi, da terra imbarcarono immediatamente per la ricerca e l’assistenza dei naufraghi, talvolta con le esplosioni ancora in atto. Non di rado il medico assunse volontariamente, nell’interesse comune, anche compiti non propri: il sottotenente medico Bruno Salis (medaglia di bronzo al V.M.), imbarcato su una torpediniera, sotto l’attacco di bombardieri e aerosiluranti si adoperò come capo vedetta, contribuendo all’abbattimento di aerei e all’affondamento di sommergibili avversari; il tenente medico Carlo Lepore (croce di guerra al V.M.), imbarcato su una nave posacavi destinata a interrompere le comunicazioni fra due basi nemiche, partecipò direttamente alla ricerca e al taglio di cavi telegrafici dell’avversario.

Non pochi furono i decorati nell’Africa Settentrionale tra la fine del 1940 e il gennaio del 1941: sotto il bombardamento aereo nemico, era comune il comportamento di sanitari che
abbandonavano i rifugi esponendosi in terreno scoperto per prestare le loro cure ai feriti, anche nelle zone più battute dall’artiglieria nemica, talora infrangendo gli ordini dei superiori che imponevano maggiore prudenza.

Michele Ferrara

Tra gli esempi più alti di dedizione professionale è da ricordare senz’altro quello del sottotenente medico Michele Ferrara, caduto a Bardia (Africa Settentrionale) il 2 gennaio 1941 e decorato di medaglia d’oro: egli stesso aveva richiesto espressamente l’assegnazione in prima linea, andando a prendere servizio in una località già raggiunta dal nemico, dove continuò a operare sino all’ultimo in una baracca sotto il fuoco di un bombardamento, rifiutando l’avvicendamento e trovando alfine la morte con il bisturi ancora tra le mani.

Quando le circostanze lo imposero, i medici dovettero addirittura trasformarsi in combattenti, come avvenne soprattutto nei reparti paracadutisti: il tenente medico Francesco Saporito (medaglia d’argento al V.M. sul campo a El Fatiah nel gennaio 1941), essendo l’unico superstite illeso del posto di medicazione colpito, si prodigò per soccorrere i soldati sotto il fuoco nemico continuato, riparandoli in un ricovero provvisorio e ponendosi egli stesso a difesa del posto con un’arma automatica sino all’arrivo dei rinforzi.

Francesco Saporito

Lo stesso comportamento tenne il sottotenente Lino Gucci (medaglia d’oro), medico in un battaglione di bersaglieri sul Don, che il 23 agosto 1943 accorse su quota 232, appena conquistata per soccorrere i feriti: colto da un contrattacco nemico, prese un’arma da fuoco a un ferito e cominciò a sparare per difendere i suoi compagni finché non fu sopraffatto. Appena dieci giorni prima era stato decorato di medaglia di bronzo per essersi spinto sulle linee più avanzate e aver sottratto un ferito alla cattura, mettendo in fuga i sovietici.

Le vicende successive all’8 settembre 1943 videro molti medici e sanitari militari mutarsi in combattenti per la libertà della Nazione, in patria e all’estero, ponendosi spesso – anche per il prestigio del loro ruolo professionale e per la riconosciuta maturità culturale – come punte di diamante della resistenza: essi operarono con i metodi della guerriglia nelle formazioni partigiane (nazionali e balcaniche) o nei reparti regolari ricostituiti nel Regno d’Italia al Sud (I Raggruppamento Motorizzato).

Giulio Venticinque

È ben noto il sacrificio del tenente Giulio Venticinque, medaglia d’oro al V.M. alla memoria, medico sulla Nave Gradisca, che dopo essere sfuggito alla cattura da parte dei tedeschi si aggregò a una banda di partigiani greci, seguendola in tutte le sue operazioni sino a quando, arrestato per una delazione, fu torturato e infine impiccato.

Nella lotta partigiana è sufficiente ricordare il tenente Aldo Cucchi, in servizio all’Ospedale Militare di Bologna l’8 settembre, che per le capacità organizzative e carisma personale fu tra i creatori delle prime formazioni partigiane bolognesi, comandante di diverse brigate e poi vice comandante della Divisione “Bologna”, per la sua opera decorato di medaglia d’oro.

La ricerca scientifica: patologie vecchie e nuove

Come è noto, le esperienze maturate dalla comunità medica in relazione alle precedenti guerre, e specialmente quella 1914-’18, furono soltanto parzialmente utilizzabili e dovettero essere aggiornate, sia perché differenti furono gli scenari di guerra, con grande eterogeneità di condizioni ambientali, sia a causa del progredire delle acquisizioni scientifiche.

Le riviste specializzate dell’epoca attestano un assiduo dibattito dottrinale intorno alle patologie connesse alla guerra e alle relative cure, ma anche riguardo all’organizzazione dei servizi sanitari militari, e vedono proprio gli ufficiali medici in prima linea nel raccogliere dati e nel fornire primi tentativi di spiegazioni etiologiche e di elaborazione delle terapie più idonee.

Logicamente, da un punto di vista utilitaristico, l’efficacia delle cure aveva lo scopo di recuperare all’efficienza i feriti e malati per poterne di nuovo impiegare in breve tempo il materiale umano: la prima guerra mondiale, del resto, insegnava che il 20% dei combattenti impiegati nello sforzo finale aveva in precedenza già subito ferite. Tuttavia si registrano acquisizioni connesse proprio allo sforzo militare; in particolare: l’anestesia generale intravenosa con il pentotal, la rianimazione-trasfusione, la terapia con sulfamidici (con la penicillina nei paesi anglosassoni).

Tra le prime nuove malattie oggetto di studio fu registrata la cosiddetta ulcera del deserto micetoidea: si trattava di un’affezione ulcerosa manifestatasi fra le truppe operanti in Africa Settentrionale, determinata dal micrococcus mycetoides, che colpiva il terzo medio inferiore della gamba. Con un decorso da 4 a 2 mesi, era curata con riposo, impacchi caldi di soluzione di acido borico e con applicazioni di un unguento al dermatolo.

Fu altresì individuata, tra i combattenti sul fronte greco, una specie di febbre con valori alti fino a 40° per otto giorni circa, accompagnata da disturbi gastro-enterici e locomotori, fastidiosa ma mai tale da condurre a condizioni gravi, che fu chiamata febbre albanese o albanite. Un medico operante nell’Ospedale da campo di Krionero (Valona), che ebbe in cura direttamente almeno 3000 ammalati, delineò una panoramica delle forme di morbilità nell’inverno 1940-’41 in Albania: malattie infettive (tifo addominale, paratifo B, dissenteria, malaria, tifo esantematico), malattie degli organi respiratori (polmonite crupale, tubercolosi polmonare, pleurite), malattie degli organi circolatori (cuore da sforzo, endocardite), malattie dell’apparato digerente (sindromi diarroiche, angiocolite catarrale ed infettiva), malattie degli organi urinari (nefrite acuta).

Va peraltro aggiunto che i medici militari operanti nelle Colonie si trovarono anche a fronteggiare emergenze sanitarie storicamente peculiari di quelle regioni: ad esempio in Libia il tifo esantematico, che era allora considerato endemico in tutto il territorio, fu registrato con una certa frequenza fra le truppe libiche (ascari e zaptiè del V Battaglione Ghibli), per contagio dalla popolazione civile indigena, mentre nei territori balcanici rimase sempre diffusa la malaria.

Nuovi studi furono condotti sulla cosiddetta nefrite di guerra, termine con cui s’intendeva circoscrivere una forma di glomerulonefrite acuta diffusa, osservata in grande quantità sulle truppe impiegate sul fronte greco-albanese, segnalata all’inizio da sintomi di stanchezza e dispnea, e poi da edemi alle gambe e da un forte stato febbrile, sino ai risentimenti renali. A determinare questa malattia furono individuati un germe come causa determinante (lo streptococco, che si localizza nelle fauci dando luogo a setticemia) e l’ambiente di guerra (soprattutto a causa del freddo) come fattore predisponente.La terapia fu localizzata nelle fauci, con disinfezione della bocca, pennellature di siero antistreptococcico o somministrazione di sulfamidici.

Come la medicina accademica fornisse indicazioni non sempre attuabili in ambito militare, a causa dell’incalzare della guerra, lo testimonia l’ordine del giorno approvato il 4 luglio 1941 dall’Accademia dei Fisiocratici, che invitava la Sanità Militare a effettuare accurati esami odontoiatrici e otorinolaringoiatrici di ogni soldato prima dell’invio al fronte. Sulla base delle esperienze della grande guerra, un certo numero di studi interessò il trattamento delle lesioni da sostanze chimiche.

Ovviamente anche la chirurgia di guerra impegnò i medici non soltanto nella pratica ma pure nella teoria, nello sforzo di regolare l’organizzazione degli ospedali campali e dei soccorsi in relazione alla strategia logistica. Tra i nuovi argomenti di dibattito si segnalavano le problematiche relative al trattamento dei mutilati al viso: la riflessione sulle esperienze maturate insegnò la necessità di provvedere, dopo le prime cure immediate volte a impedire emorragia e soffocazione, al rapido trasporto dei feriti direttamente nei centri di cura specializzati, senza soste in quelli intermedi, per l’avvio delle lunghe cure.

Lino Gucci

L’elevato numero di feriti da schegge di granata e di mortaio e da pallottole di mitragliatrici, nonché la grande quantità di congelati, imponeva una particolare attenzione nelle amputazioni e riamputazioni, a evitare interventi troppo radicali. Nei giorni dal 24 al 26 maggio 1942 si tenne il Congresso nazionale di Chirurgia di Guerra, che rappresentò una sede d’alto livello per la discussione delle questioni di più forte attualità anche per la guerra in corso: il trattamento dei congelati, le amputazioni, le fratture di guerra, le protesi, le lesioni del sistema nervoso centrale e periferico, le complicazioni da cancrena gassosa.

Soprattutto però era necessario fornire indirizzi curativi uniformi ai diversi luoghi e tempi degli interventi e dell’assistenza sanitaria, così da stabilire una catena virtuosa nel soccorso e nella cura che, partendo dai posti di medicazione più avanzati, potesse proseguire proficuamente attraverso le varie posizioni sino agli ospedali più arretrati. Ciò comportava interventi formativi sui medici di Reparto e adeguamenti della logistica sanitaria.

Lungo la prima direzione provvedeva, oltre alla letteratura specialistica reperibile nelle riviste professionali, anche la produzione di manuali appositi d’immediata consultazione, che in modo schematico ed essenziale fornivano elementi per aiutare i medici dei posti più avanzati nell’assunzione di decisioni rapide: uno di questi – “il” Capaldi – nella seconda sezione forniva indicazioni sugli interventi d’urgenza da effettuare in prima linea (tracheotomia, amputazioni, trasfusioni, alimentazione per le fosse nasali, iniezione intercardiaca, punture evacuative, cateterismo vescicale, puntura vescicale soprapubica ecc.) e sulle emergenze più attuali (salvataggio di sinistrati da crollo e da autoveicolo o aereo incidentato, gangrena gassosa, infezioni da piogeni, tetano ecc.).

Il problema sanitario più grave, per quanto limitato ai fronti balcanico e orientale, fu comunque sempre quello dei congelamenti, che impose ai medici la sperimentazione di nuovi e diversi metodi nel trattamento dei congelati. I più impiegati furono: il blocco anestetico del canale femorale (Bertocchi), la Marconiterapia al fine di sfruttare l’azione analgesizzante delle onde corte (Cignolini), le iniezioni di latte allo scopo di sfruttarne le qualità piretogene e proteinoterapiche (Zanotti), l’infiltrazione di simpatico lombare (Greco), il trattamento associato vitaminico-sulfamidico immediato con vitamina C (Scotti).

Dai metodi maggiormente frequentati, attraverso la loro purtroppo frequente applicazione, derivarono variazioni di tecnica a opera di medici militari: ad esempio nel Reparto Militari dell’Ospedale Civile di Tirana fu sperimentata la Marconiterapia con l’applicazione degli elettrodi alla radice degli arti anziché, come aveva suggerito il Cignolini, a livello delle parti colpite (Stefanutti). Non mancarono neppure ufficiali medici (Spaccialbello-Castagni) che estesero la loro riflessione a una critica, neppure tanto nascosta, sul vestiario fornito dall’Amministrazione militare, la cui inadeguatezza appariva evidente a colpo d’occhio.

Due furono le proposte concrete (per quanto la prima assai poco attuabile) a scopo preventivo: la selezione dei soldati da inviare nelle regioni fredde secondo criteri di costituzione fisica e abitudine al clima (cioè per provenienza regionale); la fornitura di buone scarpe, molto alte (per riparare dalla neve alta), ben chiuse, ampie e rivestite di lana o pelo, bene ingrassate e rese davvero impermeabili, ad evitare di trasformarsi in pozze di acqua gelata (ed era in pratica la descrizione dei valenki dei russi).

L’organizzazione sanitaria

Non soltanto sulle cure, ma anche sui servizi sanitari militari e la loro organizzazione fu intenso il dibattito. Gli argomenti più discussi riguardavano lo sgombero dei feriti (in autoambulanza, sui treni sanitari, sulle navi ospedale, sugli aeroplani) e l’organizzazione della rete ospedaliera. Ovviamente furono anche approfondite le implicazioni mediche specifiche sull’impiego del personale e dei mezzi delle forze marittime e aeree e dei paracadutisti.

Il già menzionato Congresso di Chirurgia di Guerra proprio in apertura riservò due importanti relazioni all’organizzazione del Servizio, a opera dei colonnelli Federigo Bocchetti (Il servizio chirurgico nel piano organizzativo tatticologistico) e Edoardo Lampis (Il servizio chirurgico nel piano tattico-logistico nelle grandi unità moto-corazzate). Nodo fondamentale delle relazioni restava il problema dello sgombero rapido dei feriti verso le unità preposte al trattamento definitivo: qui emergeva palesemente, prima ancora della questione del comando e dell’addestramento, l’insufficienza dei mezzi atti al trasporto, specialmente in comparazione con l’efficienza organizzativa dei tedeschi, i quali (come fu mostrato in quella sede con la proiezione d’una serie di filmati) si servivano massicciamente della sanità aviotrasportata. Lo stesso Bocchetti poi risultò disperso in Russia nel corso di una missione di aero-soccorso.

Sul fronte russo, a causa dell’enorme estensione della linea del fronte, anche gli italiani cominciarono a impiegare gli aerei per l’evacuazione dei feriti particolarmente gravi. Tuttavia, mentre i tedeschi si servivano normalmente di un centinaio di Junkers, gli italiani misero in servizio soltanto pochi S.81, sicché le possibilità di soccorso primario avanzato si ridussero quasi a nulla e si dovette fare affidamento sulle autoambulanze, che mal si districavano sulle strade gelate, fangose o polverose a seconda della stagione.

Esistevano anche tre formazioni chirurgiche mobili, con due autocarri per trasporto di personale e di uomini, un chirurgo con l’assistente, un complesso radiologico campale, sette infermieri militari; alla dotazione di ferri di un Ospedale campale si aggiungevano attrezzature speciali per ciascuna sezione (per traumatizzati agli arti, per addominali e craniolesi). Proprio il fronte orientale vide all’opera anche i migliori chirurghi civili del tempo – i professori Uffreduzzi, Dogliotti e Fasiani – che accorrevano, su chiamata dei medici militari, per i casi più problematici.

Ovviamente dal dicembre 1942 anche in Russia l’organizzazione sanitaria crollò per il sovraffollamento di feriti e sotto l’incalzare dell’offensiva sovietica. Per i militari funzionava anche un servizio termale, che però si dimostrò fin dai primi tempi di guerra alquanto limitato, sicché taluni medici responsabili di stabilimenti termali non ebbero alcuna remora a sostenere che la quindicina normalmente garantita agli infermi bisognosi di cure era da considerare del tutto insufficiente ai fini dei risultati terapeutici e non congrua rispetto ai doveri della società verso i combattenti.

Piuttosto, vista anche l’elevata quantità di lesioni da guerra, di carattere chirurgico e medico, che possono trovare giovamento nelle cure termominerali, si consigliava – forse con qualche velleitarismo – di ampliare il servizio utilizzando anche gli stabilimenti non aperti ai soldati convalescenti, dopo averne formato adeguatamente anche il personale civile.

Per concludere occorre abbozzare una valutazione complessiva, anche sotto il profilo professionale, sull’opera dei sanitari militari impegnati in zona di guerra. In primo luogo va osservato che negli ospedali da campo si è frantumato quel muro divisorio che normalmente separa chi patisce e chi cura, annullando così quello stato di minorità dell’ammalato rispetto alla consolidata superiorità di chi detiene le conoscenze atte a guarire: nessuna incomprensione o sfiducia poteva reciprocamente sussistere tra persone accomunate dagli stessi disagi e non di rado anche dalle stesse malattie.

Inoltre di fronte a una pluralità di ferite e patologie il medico militare di battaglione o di nave, spesso di complemento, ha dovuto invertire quella tendenza, già in atto allora e oggi ancora più marcata nella professione civile, ad agire nel ristretto ambito della specializzazione conseguita, recuperando invece una solida pratica di medicina generale basata sulla ricucitura dei dettagli delle conoscenze, in una visione unitaria del malato e caratterizzata da una spiccata duttilità.

È innegabile che anche nella seconda guerra mondiale la maggior parte dei sanitari, pur in
circostanze difficili e sfortunate, su tutti i fronti dette prova di grande fedeltà ai principi deontologici professionali nonché a quelli umani di solidarietà e pietà, adoperandosi ad accorrere sotto l’impulso d’una generosità d’animo senza riserve, che nessun Regolamento potrà mai normare e che in taluni casi, tutt’altro che rari, assurse ad eroismo e ardimento non inferiore a quello di chi si slancia all’assalto dalla trincea.

Gli appartenenti al Corpo Sanitario (dall’ufficiale medico al sottufficiale infermiere al soldato portaferiti) sono gli spettatori più diretti degli orrori della guerra negli Ospedali da
campo, e del combattimento debbono diventare ad un certo punto essi stessi protagonisti, poiché essi hanno il dovere militare – a cui nessuno può sottrarsi – di recuperare e assistere i feriti, quand’anche lo scontro non sia ancora concluso.

Per il fatto che i rischi e i sacrifici affrontati sono finalizzati essenzialmente a salvare la vita dei compagni d’armi o ad alleviarne le sofferenze, appare quindi appropriato il motto Fratribus ut vitam servares, del cui portato etico sono custodi i sanitari in servizio oggi.

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