“LAGER” PER EBREI IN ITALIA – 9

a cura di Cornelio Galas

“Hitler chiamava gli ebrei ‚Äúincendiari del mondo‚ÄĚ e dal 1941 questa immagine comparve sempre pi√Ļ spesso nei¬†suoi discorsi. L’incendiario era naturalmente Hitler stesso, ma se non ci fosse stata sterpaglia tanto secca , il¬†fuoco non si sarebbe potuto propagare cos√¨ velocemente in tutta l’Europa”.

(S. Friedlander, Aggressore e vittima. Per una storia integrata dell’Olocausto, Laterza, Bari 2009)

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Siamo alla penultima puntata. Il tempo abbozzare delle conclusioni, prima di dar spazio alla notevole bibliografia, alle fonti d’archivio, ¬†che supportano questa ricerca di Matteo Stefanori.

I campi di concentramento provinciali per ebrei, come gi√† detto all’inizio del lavoro,¬†rappresentano un aspetto particolarmente specifico della politica antisemita messa in atto dal¬†governo della Repubblica sociale italiana. Attraverso lo studio di questo fenomeno, tuttavia, √®¬†possibile individuare le caratteristiche della persecuzione degli ebrei in Italia e mettere in¬†evidenza le dinamiche politiche locali che portarono all’arresto e alla deportazione di centinaia¬†di persone.

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Come osserva infatti Denis Peschanski per il caso francese, i campi per ebrei sono¬†¬ęla pierre angulaire du dispositif de d√©portation des juifs¬Ľ.¬†L’applicazione, da parte delle autorit√† periferiche, degli ordini impartiti dai vertici governativi¬†fu condizionata dal contesto storico, segnato anzitutto dalla guerra, cominciata per l’Italia da¬†tre anni, e dalla presenza nel territorio italiano delle truppe di occupazione tedesche.

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Questa considerazione costituisce la premessa essenziale per comprendere ciò che avvenne. La ricerca ha fatto emergere, in particolare, alcuni elementi che forse è possibile estendere oltre il caso specifico qui studiato. Per prima cosa, si è riscontrata una continuità con la politica del Ventennio per quel che riguarda sia i criteri posti alla base della legislazione razziale fascista che le pratiche amministrative applicate nei confronti della popolazione ebraica.

Nella¬†normativa della RSI si ritrovano gli stessi elementi per definire l’appartenenza alla razza¬†ebraica che erano stati stabiliti nel 1938 con le leggi razziali: il contenuto di queste leggi,¬†infatti, venne ripreso dalla autorit√† di Sal√≤ senza che vi fossero modifiche.

L’elemento¬†razziale, quello xenofobo e quello legato alla lotta contro il nemico di un paese in guerra,¬†presenti nella normativa adottata gli ultimi anni del Ventennio si ritrovano nella prima¬†dichiarazione politica in materia della Repubblica sociale: al congresso di Verona di met√† ¬†novembre 1943, le persone classificate da un punto di vista razziale come ebree, italiane e¬†non, sono considerate straniere e nemiche dell’Italia in guerra.

Questa dichiarazione¬†costituisce in effetti un ‚Äúsalto di qualit√†‚ÄĚ, perch√© mette sullo stesso piano l’insieme della¬†popolazione ebraica, senza alcuna distinzione di nazionalit√†, e non lascia trasparire alcuna¬†possibilit√† di esclusione dalla persecuzione (per motivi culturali, anagrafici, politici ecc.).

La conseguenza di ciò fu una radicalizzazione delle misure prese dopo il novembre 1943, che colpirono adesso tutti gli ebrei presenti in Italia non soltanto estromettendoli dalla società (come già avvenuto precedentemente), ma riducendo la loro presenza fisica sul territorio allo spazio chiuso di un campo di concentramento.

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Nell’effettiva realizzazione delle misure¬†d’internamento, in ogni modo, il riferimento a pratiche amministrative ed esecutive rodate nel¬†corso dei precedenti anni √® evidente e risulta fondamentale.

Innanzitutto, come √® noto, gli¬†elenchi degli ebrei censiti dal 1938 in poi, che non vengono distrutti nei 45 giorni di governo¬†Badoglio, costituiscono la base sulla quale si muovono le autorit√† nazifasciste per ricercare gli¬†individui. In pi√Ļ, da un punto di vista strettamente pratico, lo Stato di Sal√≤ non ha bisogno di¬†un nuovo modo di concepire il campo di concentramento, ma prosegue su una strada iniziata¬†con lo scoppio della guerra e gi√† percorsa dalle autorit√† fasciste (militari e di polizia) sia in¬†Italia che nelle zone occupate dalle truppe.

Questa continuit√† amministrativa √® particolarmente interessante perch√© conduce al nucleo¬†centrale di questa ricerca. Le autorit√† locali, come si √® detto, al momento di dover applicare¬†nel territorio di loro competenza le misure d’internamento, non sono costrette a inventarsi¬†niente di nuovo, ma mettono in pratica procedure gi√† conosciute.

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Le disposizioni di Sal√≤ per¬†aprire i campi provinciali e gestirne l’organizzazione fanno ad esempio riferimento a¬†regolamenti adottati nel giugno e nel settembre del 1940. Nonostante l’eccezionalit√† del¬†provvedimento, legato alle dinamiche della guerra in corso e a un indirizzo razziale che ha un¬†posto centrale nella politica di Sal√≤, i campi provinciali per ebrei vengono aperti come fossero¬†‚Äúordinaria amministrazione‚ÄĚ, seguendo ci√≤ che era stato fatto nei tre anni precedenti.

Questo spiega forse la facilit√† e la rapidit√† con le quali capi provincia e questori riescono a trovare¬†locali adatti allo scopo e a disporne l’organizzazione coinvolgendo tutto il territorio¬†circostante (aziende locali, ditte, negozi ecc.): nessun problema di ordine pubblico, inoltre,¬†sopraggiunse.

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In questo frangente, del resto, le autorit√† italiane sembrano libere di muoversi¬†senza che l’‚Äúalleato-occupante‚ÄĚ tedesco intervenga pi√Ļ di tanto a modificare le decisioni.¬†Quella che abbiamo qui definito ‚Äúordinaria amministrazione‚ÄĚ racchiude dunque due aspetti¬†principali della vicenda: da una parte spiega le modalit√† con le quali i campi furono realizzati¬†dall’amministrazione periferica di Sal√≤; dall’altra rappresenta un ambito dentro il quale gli¬†organi italiani riuscirono a muoversi quasi sempre autonomamente dall’occupante tedesco e a¬†mettere in pratica la politica antisemita decisa ai vertici della RSI.

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L’esperienza dei campi provinciali, inoltre, costituisce un valido esempio di come le autorit√†¬†di Sal√≤ collaborarono con i tedeschi alla soluzione della ‚Äúquestione ebraica‚ÄĚ, obiettivo che per¬†molti aspetti fu condiviso da entrambi.

Gli organi italiani, tuttavia, non sembrarono accettare¬†che la presenza e la collaborazione dell’alleato germanico potessero sconfinare in un’ingerenza¬†eccessiva di quest’ultimo su decisioni che spettavano in realt√† al governo di Mussolini.

La richiesta tedesca di scavalcare le leggi italiane e, quindi, di non tener conto delle disposizioni decise dal ministro Buffarini e dal capo della polizia, spesso fu causa di incomprensione o addirittura, in certi casi, di opposizione da parte delle autorità di Salò.

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Queste si illusero di¬†poter contrapporre alle richieste delle forze germaniche l’affermazione di un’autonomia¬†legittima dello Stato fascista repubblicano, come avvenuto negli anni precedenti.

Anche qui,¬†molto probabilmente, ebbe un’influenza non secondaria l’esperienza della guerra in corso,¬†durante la quale la ‚Äúquestione ebraica‚ÄĚ fu affrontata, in tutti i territori sotto la responsabilit√†¬†dell’autorit√† fascista, in maniera autonoma dagli italiani rispetto alla linea voluta dai tedeschi.

Non soltanto in Italia, ma anche in Jugoslavia, in Grecia o in Francia meridionale, ovvero¬†nelle zone occupate dalle truppe regie tra il 1940 e il 1943, il braccio di ferro tra organi¬†italiani e germanici si risolse il pi√Ļ delle volte a favore dei primi, almeno fin quando¬†Mussolini rimase al governo (luglio 1943).

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Di conseguenza, i nazisti tennero conto di ci√≤ che¬†era successo nei territori occupati tra le autorit√† italiane e quelle tedesche: al momento di¬†dover applicare le misure antiebraiche nella RSI e nell’Italia occupata, i vertici del Reich¬†adottarono una strategia intesa a evitare il ripetersi di simili dinamiche oppure intervennero¬†con la forza.

In questo frangente, i campi di concentramento assumono un ruolo centrale: i contrasti tra tedeschi e italiani riguardarono infatti la tipologia delle persone che dovevano finire in queste strutture e la permanenza o meno degli ebrei nei campi italiani.

Alla fine,¬†l’illusione di una possibile autonomia italiana si scontr√≤ con la realt√† dei fatti, ovvero con la¬†superiorit√† militare di quello che non era tanto un ‚Äúalleato‚ÄĚ, come alcuni uomini politici di¬†Sal√≤ forse credevano, quanto piuttosto un vero e proprio occupante.

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Un’ultima considerazione porta sull’atteggiamento della societ√† italiana nei confronti della¬†politica antisemita di Sal√≤: aspetto che meriterebbe, in realt√†, un approfondimento ed √® quindi¬†qui presentato quale spunto per un’ulteriore ricerca. Anche in questo frangente, il caso dei¬†campi rappresenta un esempio specifico ma allo stesso tempo utile a comprendere in che¬†modo gli italiani si rapportarono alla persecuzione.

Nei 600 giorni di esistenza della RSI e di¬†occupazione tedesca dell’Italia centro-settentrionale le autorit√† nazifasciste arrestarono e¬†deportarono migliaia di ebrei, pari a un quinto circa della popolazione ebraica presente nel¬†territorio sotto il loro controllo.

La maggior parte degli ebrei, dunque, riusc√¨ a sfuggire alla¬†persecuzione, vivendo in clandestinit√† o fuggendo verso il sud d’Italia occupato dalle forze¬†angloamericane e la Svizzera.

In molti casi, le speranze di salvezza di chi si nascondeva o¬†scappava agli arresti erano strettamente legate al sostegno ricevuto dall’esterno, da parte di¬†entit√† politiche come i gruppi della Resistenza o di istituti religiosi, ma anche e soprattutto¬†della popolazione civile italiana.

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Ad esempio, l’opera di salvataggio attuata¬†dall’organizzazione ebraica Delasem ricevette un importante aiuto proprio dalla Resistenza e¬†dalla Chiesa cattolica. Nei confronti della persecuzione antiebraica, come si √® visto, la¬†Resistenza italiana sembr√≤ non limitarsi solamente ad atti ‚Äúumanitari‚ÄĚ, ma si impegn√≤, a¬†volte, in azioni militari intese a liberare gli ebrei dai campi di concentramento o a evitare la¬†loro deportazione nei lager nazisti.

Il discorso sulla Resistenza si ricollega del resto a quello¬†relativo al comportamento di tutta la societ√† italiana. In molti casi l’appoggio della¬†popolazione fu un fattore essenziale per la salvezza degli ebrei che si rifugiarono presso¬†amici, semplici conoscenti o estranei: ovvero individui disposti a rischiare la propria vita per¬†nasconderli nelle loro case.

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“L’ebreo che si rifugiava in citt√† o fuori le mura non poteva sopravvivere senza la complicit√†, consapevole o¬†inconsapevole, di chi lo ospitava, fosse mosso da semplice commiserazione umana, da impulso di solidariet√† o¬†da aspettativa di profitto, perch√© quale che fosse la forma dell’ospitalit√† egli rischiava in ogni caso”.

(E. Collotti (a cura di), Ebrei in Toscana tra occupazione tedesca e RSI. Persecuzione, depredazione, deportazione, vol. I Saggi, Carocci, Roma 2007)

L’ospitalit√† data agli ebrei dalla popolazione italiana rientra in quella serie di comportamenti¬†definiti dallo storico francese Jacques Semelin sotto il nome di ‚Äúresistenza civile‚ÄĚ, ovvero¬†un’opposizione non armata contro le forze occupanti: dagli scioperi ai boicottaggi, dalla¬†renitenza alla leva al sostegno alle persone ricercate.

√Č resistenza civile quando si tenta di impedire la distruzione di cose e di beni ritenuti essenziali per il dopo, o ci¬†si sforza di contenere la violenza intercedendo presso i tedeschi, ammonendo i resistenti perch√© ‚Äúnon bisogna¬†ridursi come loro‚ÄĚ; quando si d√† assistenza in varie forme a partigiani, militanti in clandestinit√†, popolazioni, o si¬†agisce per isolare moralmente il nemico; quando si sciopera per la pace o si rallenta la produzione per ostacolare¬†lo sfruttamento delle risorse nazionali da parte dell’occupante; quando ci si fa carico del destino di estranei e¬†sconosciuti, sfamando, proteggendo, nascondendo qualcuna delle innumerevoli vite messe a rischio dalla¬†guerra.

Spesso e volentieri, chi agiva in questo modo era consapevole della responsabilit√† politica che¬†un simile gesto ricopriva. Secondo Claudio Pavone, √® proprio questa consapevolezza a¬†distinguere le forme di ‚Äúresistenza civile‚ÄĚ dall’atteggiamento di quella che √® invece la ‚Äúzona¬†grigia‚ÄĚ:

la Resistenza disconosce la legittimit√† del potere, quello degli occupanti come quello dei collaborazionisti,¬†contro il quale si mobilita; la zona grigia accetta invece il potere di diritto o di fatto esistente, sia per la forza che¬†esso √® in grado di esercitare, sia per la vischiosit√† del potere precedentemente sperimentato: fenomeno,¬†quest’ultimo, particolarmente rilevante in un paese come l’Italia, abituato da venti anni a servire il potere¬†fascista.

Analizzando il caso della popolazione civile tedesca della Baviera di fronte alla politica del¬†regime nazista, Ian Kershaw osserva che √® possibile individuare una certa variet√† di¬†comportamenti: da una parte, una minoranza ampiamente antisemita desiderosa di risolvere in¬†maniera radicale il ‚Äúproblema‚ÄĚ ebraico; al suo opposto, un’altra minoranza imbevuta di un¬†senso morale cristiano, liberale o semplicemente umanitario e che quindi opponeva un sistema¬†di valori alle soluzioni naziste; in mezzo, infine, la grande maggioranza della popolazione, pi√Ļ¬†o meno influenzata dalla propaganda nazista o impregnata di pregiudizi culturali latenti, che¬†accettava le misure ‚Äúlegali‚ÄĚ che colpivano gli ebrei, ma rigettava le forme pi√Ļ violente e¬†brutali dei fanatici.

Anche la maggior parte degli italiani, molto probabilmente, fece parte di¬†una ‚Äúzona grigia‚ÄĚ che non ader√¨ con entusiasmo ai provvedimenti antisemiti della RSI, ma¬†allo stesso tempo non vi si oppose apertamente per molteplici motivi. Questa ‚Äúzona grigia‚ÄĚ,¬†infatti, era composta soprattutto da individui che nel difficile contesto bellico (caratterizzato¬†dalla fame, dalle ristrettezze economiche, dai bombardamenti, dalla paura degli occupanti¬†ecc.) sembrarono pi√Ļ attenti alle loro questioni ‚Äúprivate‚ÄĚ che alla sorte di chi veniva¬†perseguitato.

Spesso l’attenzione agli interessi personali era una scelta quasi obbligata di¬†fronte a eventi imprevisti e la cui portata era inimmaginabile: prima di allora, del resto,¬†Auschwitz non c’era mai stato. L’atteggiamento pi√Ļ diffuso fra gli italiani √® forse quello¬†rappresentato nel film Tutti a casa di Luigi Comencini, in una scena che vede protagonisti¬†Alberto Innocenzi e il geniere Ceccarelli, i due militari dell’esercito italiano in fuga dopo l’8¬†settembre ed espressione dell’italiano medio dell’epoca (in particolare il primo, interpretato da¬†Alberto Sordi).

Durante il travagliato viaggio di ritorno verso casa, questa coppia di soldati¬†sbandati si imbatte in un convoglio di deportati: nascosti dietro un cespuglio, nel timore che¬†fosse un treno di militari tedeschi che li avrebbero sicuramente arrestati e portati in¬†Germania, i due assistono muti al passaggio dei vagoni, mentre le persone chiuse al loro¬†interno chiedono aiuto e lanciano biglietti di carta dalle feritoie ‚Äď poi raccolti da una bambina¬†nella sequenza finale della scena.

Se √® dunque vero che, come scrive Kershaw, ¬ęla route¬†d’Auschwitz fut pav√©e d’indiff√©rence¬Ľ, va aggiunto che questo diffuso ‚Äúdisinteresse‚ÄĚ per la¬†sorte altrui fu determinato anche da un senso di impotenza di fronte a problemi economici e¬†pratici non certo facili da affrontare in quegli anni.

Per riprendere le considerazioni di Pavone,¬†la cosiddetta ‚Äúzona grigia‚ÄĚ ha al suo interno tre elementi caratteristici: non √® un ambito chiuso¬†e fisso, dalla zona grigia, infatti, si pu√≤ uscire e rientrare, ad esempio aiutando profughi, ebrei¬†o partigiani; pu√≤ essere attraversata da forme di ‚Äúdoppio gioco‚ÄĚ, cio√® vi possono fare parte¬†persone (come gli ex fascisti) che cambiarono fronte nel momento in cui la sconfitta dell’Asse¬†era chiara; infine, √® caratterizzata da forti bisogni pratici di sopravvivenza, da comportamenti¬†di autodifesa nel contesto bellico e da un’insofferenza per il conflitto in corso e per¬†l’occupazione prolungata del territorio (in generale, cio√®, da una stanchezza per la guerra).

L’atteggiamento della popolazione italiana di fronte alla persecuzione degli ¬†ebrei √® dunque¬†caratterizzato da una variet√† di comportamenti tra loro differenti, non riconducibili certo a una¬†sola tendenza. Finora si √® parlato dell’opposizione o della mancata reazione degli italiani alla¬†politica antisemita di Sal√≤. Se si cambia il punto di osservazione, nel caso dei campi¬†provinciali al centro della presente ricerca si riscontra invece uno stretto legame tra questi e la¬†societ√† circostante.

I campi vennero allestiti in edifici privati (ville, castelli, istituti religiosi) o locali pubblici (ospedali, istituti scolastici). Nel primo caso, le pratiche di requisizione coinvolsero le prefetture, le questure e i cittadini proprietari degli immobili: questi ultimi, dunque, sapevano fin da subito a quale scopo le strutture in loro possesso venivano utilizzate.

Particolarmente interessante √® il caso di quegli edifici requisiti alle autorit√†¬†ecclesiastiche, anche perch√© coinvolge un soggetto, la Chiesa, riguardo al quale molto si √®¬†scritto a proposito dell’attitudine tenuta in quei mesi. Durante la guerra, infatti, il Papa non¬†formul√≤ mai una denuncia ufficiale nei confronti della persecuzione antiebraica nazista.

Dopo¬†l’8 settembre, in Italia, non risulta vi fosse alcuna direttiva proveniente dall’alto che¬†sollecitasse chiese, conventi e monasteri ad accogliere i perseguitati. A seguito della retata del¬†16 ottobre a Roma, il silenzio del Papa fu forse interpretato a livello locale come un segnale¬†che autorizzava ad ‚Äúaprire le porte‚ÄĚ agli ebrei in fuga.

In occasione della pubblicazione¬†dell’ordinanza n. 5, come si √® visto, l’¬ęOsservatore Romano¬Ľ critic√≤ il contenuto delle¬†disposizioni ministeriali e pochi giorni dopo, in un articolo di prima pagina, afferm√≤ in¬†maniera esplicita che ¬ęin casa di un prete romano cattolico, pu√≤ andare chiunque (anche¬†contrario alle sue idee) pu√≤ trovarvi un letto e un pane¬Ľ.

Molti istituti religiosi accolsero del resto numerosi fuggiaschi, tra i quali anche ebrei. A Roma, il seminario Lombardo, la Basilica di San Paolo e il pontificio Istituto Orientale nascondevano uomini politici, militari, antifascisti ed ebrei ricercati: proprio per questo motivo, le autorità tedesche e alcune bande nazifasciste (come la banda Koch) vi fecero irruzione con lo scopo di catturare le persone lì rifugiate.

Dopo queste operazioni in aperta violazione dell’extraterritorialit√† del Vaticano, le¬†autorit√† ecclesiastiche ordinarono una maggiore prudenza. Tuttavia, se questo indirizzo¬†interess√≤ i principali istituti religiosi romani, altrove, nei monasteri, nei conventi e nelle¬†chiese locali, continu√≤ l’opera di salvataggio per iniziativa di singoli individui (parroci, frati¬†ecc.).

A favore degli internati nei campi, in particolare, Pio XII volle creare un Ufficio Informazioni del Vaticano (istituito nel 1939 e rimasto in funzione fino al 1947), che raccogliesse informazioni riguardanti militari e civili internati o deportati durante la guerra: un lavoro, insomma, simile a quello che faceva anche la Croce Rossa Internazionale.

Questo¬†ufficio riceveva le lettere dei familiari delle persone arrestate e deportate, ivi compresi gli¬†ebrei presenti in Italia e finiti nelle retate nazifasciste. Tornando al discorso sui campi¬†provinciali, ad Asti e a Grosseto queste strutture furono ricavate all’interno di seminari¬†vescovili, mentre a Padova la villa dove furono rinchiusi gli ebrei ospitava originariamente¬†una congregazione di suore (che vi rimasero durante tutto il periodo in cui il campo fu in¬†funzione).

Il contratto di affitto del seminario vescovile di Roccatederighi, ad esempio, fu¬†stipulato tra il vescovo di Grosseto e il maresciallo di PS di quella citt√† il 26 novembre del¬†1943, ovvero 4 giorni prima che il ministero dell’Interno emanasse i provvedimenti di arresto¬†e d’internamento degli ebrei. E nel testo del contratto, la motivazione √® espressa chiaramente:

L’eccellenza Monsignor Paolo Galeazzi dietro invito motivato dalle emergenze di guerra ‚Äď nonostante la¬†necessit√† di riaprire il Seminario nella sede estiva presso Roccatederighi e in prova di speciale omaggio verso il¬†nuovo Governo ‚Äď cede al cav. Gaetano Rizziello per il campo di concentramento ebraico la sede estiva del¬†seminario vescovile di Grosseto.

Il fatto che le istituzioni ecclesiastiche lasciassero alle autorit√† repubblicane l’utilizzo di loro¬†locali per rinchiudervi degli ebrei rappresent√≤ sicuramente per molti, vittime dei¬†provvedimenti e non, la certezza di un iter legale delle pratiche di internamento e soprattutto¬†la garanzia che gli internati non sarebbero stati colpiti dalla violenza nazista e dalla¬†deportazione.

Come abbiamo visto all’interno dei capitoli, in alcuni casi il campo di¬†concentramento era considerato dagli stessi internati un luogo dove poter stare in assenza di¬†un posto all’esterno nel quale andare a vivere. E questa tendenza riguard√≤ non soltanto gli anni¬†tra il 1940 e il 1943, ma anche i mesi successivi all’occupazione tedesca, alla nascita della RSI¬†e alla promulgazione delle misure di fine novembre.

Sembra che molti si fidassero, dunque,¬†del carattere legale delle disposizioni decise dal governo.¬†La firma di contratti d’affitto √® solo uno degli aspetti che testimoniano il legame tra¬†popolazione civile e campi per ebrei. L’‚Äúordinaria amministrazione‚ÄĚ prevedeva che i campi¬†provinciali fossero allestiti e fatti funzionare appoggiandosi alle attivit√† commerciali della¬†zona in cui sorgevano.

I lavori da fare all’interno delle strutture erano affidati a ditte del luogo:¬†per le riparazioni di finestre o per piccole opere di muratura (bagni, creare una parete ecc.)¬†l’autorit√† provinciale si rivolgeva a muratori o fabbri locali; nel caso vi fosse bisogno di letti,¬†tavoli o altro materiale in legno, era il falegname del posto ad esserne incaricato.

Sempre le¬†attivit√† commerciali vicine al campo avevano il compito di provvedere alla legna da ardere¬†per il riscaldamento invernale, alla pulizia delle camerate (l√† dove questa operazione non¬†veniva effettuata dagli internati stessi) e soprattutto al rifornimento del cibo. Intorno a¬†queste strutture, insomma, si cre√≤ un ‚Äúuniverso concentrazionario‚ÄĚ che coinvolse in larga¬†parte la popolazione civile che viveva nelle province dove sorsero i campi.

Si riprende la¬†celebre definizione di David Rousset, ma non con lo stesso significato che questi sottintende¬†nel suo omonimo libro di testimonianza sui lager nazisti. Con questa espressione, infatti,¬†Rousset mette in evidenza il sistema presente soprattutto all’interno dei campi di lavoro e di¬†sterminio del Terzo Reich: un universo chiuso, caratterizzato da una rigida organizzazione¬†interna, quasi fosse una citt√† amministrata a diversi livelli e separata dall’esterno.

Il rapporto¬†con il mondo circostante c’√® e si realizza mediante lo scambio illegale di cibo o oggetti con i¬†civili della zona, o √® determinato dall’interesse economico delle grandi industrie della zona,¬†desiderose di sfruttare gli internati come manodopera gratuita. Ma √® soprattutto¬†l’organizzazione interna che costituisce il fulcro di questo ‚Äúuniverso concentrazionario‚ÄĚ.

Nel¬†caso italiano, invece, i campi provinciali e la societ√† esterna formano insieme un unico¬†‚Äúuniverso‚ÄĚ, in quanto queste strutture funzionano proprio grazie al coinvolgimento di ditte e¬†aziende locali. I campi non sembrano costituire un mondo chiuso, ma un sistema partecipato¬†da tutta la societ√† e la popolazione che vive in quella provincia.

La societ√† civile esterna fu¬†quindi complice ‚Äúinconsapevole‚ÄĚ di un meccanismo che avrebbe portato alla deportazione di¬†pi√Ļ di 7.000 ebrei. Fu inconsapevole perch√© difficilmente avrebbe immaginato una simile¬†conclusione; probabilmente partecip√≤ al meccanismo anche perch√© lo ordinava lo Stato.

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Quello dell’internamento nei campi era del resto una pratica ormai consolidata negli anni di¬†guerra e non era mai sfociata in deportazioni e uccisioni di massa. Se, come abbiamo visto,¬†nonostante la presenza dei tedeschi in Italia, persino alcuni internati non percepirono il campo¬†di concentramento come l’anticamera di Auschwitz, si pu√≤ immaginare che questa sensazione¬†fu condivisa da gran parte della popolazione che viveva intorno alle strutture provinciali¬†aperte dalla RSI.

Una simile considerazione è del resto necessaria per distinguere le responsabilità nella vicenda. Dire che la società italiana ha partecipato attivamente alla realizzazione di un meccanismo sfociato nello sterminio degli ebrei, non significa però mettere tutti gli attori sullo stesso piano.

Al di là di giudizi morali, ci si trova di fronte a diversi livelli di responsabilità. Al primo di questi vi sono le autorità italiane, centrali e locali, ovvero coloro che presero le decisioni e le misero in pratica, eseguendo gli arresti, internando gli ebrei e giungendo ad accordi con le forze di polizia tedesche per consegnare i fermati nelle loro mani (senza dimenticare i delatori e gli individui che denunciarono gli ebrei alla polizia, in cerca di qualche tornaconto personale).

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Anche qui, tuttavia, andrebbe approfondita meglio la vicenda: non sono pochi, infatti, i casi in cui funzionari locali di PS e, a volte, anche gli stessi capi provincia e questori, tennero un atteggiamento non indirizzato a una persecuzione violenta e radicale delle persone. Si pensi, ad esempio, alle testimonianze degli ex internati a Vò Vecchio e degli abitanti della zona, i quali conservano un ricordo positivo del secondo direttore della struttura e degli agenti di guardia.

Oppure, seppur siano da prendere con i dovuti accorgimenti, si leggano le testimonianze raccolte dal capo provincia di Perugia, Armando Rocchi, in occasione del suo processo svoltosi nel dopoguerra: in esse viene messa in evidenza la sua opposizione alla richiesta di consegna degli ebrei da parte delle autorità germaniche di zona, grazie alla quale gli internati in quella provincia riuscirono a salvarsi.

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Tra¬†l’altro, tale merito fu riconosciuto anche dalla stessa Corte d’Assise incaricata di giudicare¬†l’operato del Rocchi durante il periodo di occupazione.

In ogni modo, le autorit√† di Sal√≤ si¬†resero responsabili dell’attuazione in loco dei provvedimenti: indipendentemente¬†dall’interpretazione pi√Ļ o meno estrema delle misure antisemite, capi provincia e questori¬†della RSI eseguirono comunque gli ordini.

A un diverso livello di responsabilit√†, invece, ci¬†sono coloro che possiamo definire lo stesso ‚Äúcomplici‚ÄĚ di questo sistema persecutorio, ma che¬†parteciparono a un meccanismo di cui avrebbero difficilmente immaginato l’esito cos√¨ tragico:¬†in questo caso, ci si riferisce non tanto alla deportazione e al trasferimento nei campi del¬†Reich, sempre pi√Ļ sotto gli occhi di tutti col passare dei mesi, quanto allo sterminio vero e¬†proprio.

Questi ‚Äúcomplici‚ÄĚ, dunque, potevano essere persone indifferenti al destino dei¬†perseguitati, perch√© ripiegate sui propri interessi privati o troppo spaventate per la loro vita;¬†oppure individui (falegnami, negozianti, muratori, fabbri, sarte ecc.) che continuarono a¬†svolgere la loro ordinaria attivit√† commerciale anche per strutture destinate a internare dei¬†civili, inconsapevoli delle conseguenze delle loro azioni.

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In Italia, dunque, la ‚Äústrada per¬†Auschwitz‚ÄĚ fu possibile innanzitutto grazie alla collaborazione delle autorit√† di Sal√≤ nella¬†persecuzione degli ebrei a fianco dei nazisti. Ma oltre a questa ‚Äústerpaglia secca‚ÄĚ, secondo¬†l’espressione di Saul Friedl√§nder citata all’inizio, l’analisi del sistema concentrazionario della¬†RSI ha dimostrato che anche le azioni pi√Ļ banali e ordinarie resero realizzabile la¬†deportazione di migliaia di ebrei dall’Italia verso i campi di sterminio dell’Europa orientale.

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