LA RESISTENZA IN TRENTINO – 30

Trentesima ed ultima puntata sulla “Resistenza in Trentino”. Con una precisazione: molti fatti della lotta partigiana si trovano anche nelle puntate del “Rebalton in Trentino” che comprende rese dei conti, le attività del Cln e in generale l’avvio della fase che porterà all’assemblea costituente e alla Repubblica Italiana.

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Colgo l’occasione per ringraziare di cuore quanti – anche in rete – mi hanno fornito utili consigli e interessanti integrazioni. Così come ringrazio quanti hanno avuto la pazienza di seguirmi nell’analisi di quel difficile, tragico periodo in Trentino. Ne è nato – e questo mi fa piacere – anche un importante dibattito sui “social”. E tanti mi hanno mandato mail o comunque commenti di apprezzamento: ecco, è questo che mi dà forza e coraggio per proseguire in queste ricerche d’archivio che non hanno né committente, né, mi si creda, alcun partito o movimento politico, o ideologia reconditi alle spalle.

Si tratta solo di non lasciare in volumi magari impolverati una storia che, invece, deve essere conosciuta anche e soprattutto dalle nuove generazioni. Perché tante vite spezzate, anche nel fiore degli anni, non siano state un inutile martirio.

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Chiudo oggi con altri “omicidi” nazifascisti in gran parte poco conosciuti se non addirittura dimenticati. Ecco, quello che mi ha colpito di queste tragiche vicende è proprio il fatto che raramente si trova un cippo, una lapide, una targa che ricordi quelle vittime. Per non parlare poi – in molti casi – del fatto che di tanti di questi morti si sa a malapena nome e cognome, null’altro. Infine, altro dato che emerge da quest’ultimo elenco: il ricorso, da parte dei nazifascisti, alla delazione (fatto salvo magari poi uccidere anche la spia …), ai soldati del Cts (corpo trentino di sicurezza).

Manifestazione politica a Riva del Garda. Sono riconoscibili: Enrico Odorizzi, il Prefetto della Liberazione Ottolini, il dirigente comunista Mauro Scoccimarro e Dante Dassatti

Manifestazione politica a Riva del Garda. Sono riconoscibili: Enrico Odorizzi, il Prefetto della Liberazione Ottolini, il dirigente comunista Mauro Scoccimarro e Dante Dassatti

Poi l’aleatorietà delle inchieste per risalire ai responsabili degli eccidi. Condanne mai scontate o in parte condonate, imputati letteralmente scomparsi nel nulla, richieste di estradizione mai portate a buon fine. Buona lettura e ancora grazie a tutti gli amici di Televignole. (Cornelio Galas)

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a cura di Cornelio Galas

Ricominciamo dalla notizia dell’avvenuto armistizio, l’8 settembre 1943, tra il governo italiano e gli alleati. Quella che lasciò a se stessi i comandi e i reparti dell’8. Armata (reduce dal fronte orientale) dislocati nelle Venezie. Il piano Alarico (Alarich), approntato in vista di una prossima uscita di scena dell’Italia dal conflitto, scattò negli istanti immediatamente successivi alla capitolazione italiana.

La mappa delle stragi nazifasciste in Trentino

La mappa delle stragi nazifasciste in Trentino Alto Adige

Il Gruppo armate B (Heeresgruppe B), al comando del feldmaresciallo Erwin Rommel, penetrò in Alto Adige disarmando e catturando le truppe di presidio. Le unità del Regio esercito di stanza nelle province di Trento e Bolzano furono protagoniste di alcuni sporadici episodi di resistenza. A Bolzano, a Bressanone e in val Venosta, le forze italiane, tra cui si distinsero alcuni reparti delle Divisioni alpine Tridentina e Cuneense, tentarono di opporsi, ma furono ben presto sopraffatte e travolte dopo aver lasciato sul terreno otto morti e 18 feriti.

ROMMEL

ROMMEL

 A Trento e Rovereto, gli scontri furono più cruenti: nella notte tra l’8 e il 9 settembre, i panzer tedeschi circondarono e attaccarono le principali caserme cittadine. I caduti furono complessivamente una cinquantina e quasi 200 feriti. Tra Salorno e Rovereto, la Wehrmacht catturò quasi 11 mila soldati, che furono poi trasferiti nei campi d’internamento in Germania. Fu nelle convulse ore dell’8-9 settembre 1943 che si verificò l’assassinio dei due carabinieri e di un soldato: i militari stavano prestando servizio di presidio presso il Comando di Trento quando furono colpiti, senza alcun preavviso, dal fuoco dei soldati tedeschi.

Le vittime:

  • CAPANNINI (e non CAMPARINI), Domenico – Cortona, 17 gennaio 1918 – Trento, 9 settembre 1943.
  • COCLITE, Giuseppe – Morcone (Benevento), 6 marzo 1909 – Trento, 9 settembre 1943.

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Pochi giorni dopo, Il 13 settembre 1943, intorno alle 19, un treno carico di prigionieri di guerra alleati si trovava fermo presso lo scalo ferroviario di Ala.

A un certo punto, un prigioniero si sporse dal finestrino di una delle vetture richiamando l’attenzione di una sentinella tedesca che, addetta alla sorveglianza del convoglio, non esitò a sparare un colpo di fucile verso il militare alleato uccidendolo sul colpo. Fu aperto un fascicolo contro ignoti.

La vittima:

  • PERRY – Prigioniero di guerra alleato non meglio specificato.

Oltre alle stragi delle quali abbiamo già scritto nelle precedenti puntate arriviamo con questi “fatti dimenticati” al 15 maggio 1944, giorno in cui, a Castello Tesino, Enrico Moranduzzo (Casteltesino, 4 settembre 1898) fu freddato con alcuni colpi di pistola da Ernesto Zampiero (Casteltesino, 14 maggio 1921) commerciante, volontario e all’epoca sergente del Corpo di sicurezza trentino.

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A seguito del processo condotto dalla Corte d’assise straordinaria di Trento (maggio 1946), Zampiero fu condannato a soli otto mesi di reclusione per «omicidio colposo». Ne fu peraltro ordinata la scarcerazione immediata. Nella documentazione giudiziaria militare, il cognome è stato storpiato in Enrico Morandutto.

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Il 22 luglio 1944, verso le 13.30 del pomeriggio, nei pressi di Avio Ottone Amadori (Avio, 12 gennaio 1923) si avvicinò a una tradotta in sosta che trasportava militari della Divisione alpina Monterosa (Repubblica Sociale di Salò) di ritorno in Italia dai campi d’addestramento tedeschi. Giunto presso i soldati, l’uomo li incitò a gettare l’equipaggiamento e a disertare ma, fermato da un ufficiale del reparto, il capitano Carlo Pezzolini, fu giustiziato con colpi d’arma da fuoco alla testa.

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Nel dopoguerra, la Corte d’assise straordinaria di Trento aprì un procedimento nei confronti del colonnello Pozzo perché «successivamente all’8 settembre collaborò con il tedesco invasore favorendone le operazioni militari, avendo il 22 luglio 1944 in Avio, quale Ufficiale Superiore di un reparto della Divisione Monterosa permesso e giustificato le sevizie e l’assassinio del partigiano Amadori Ottone».

Pur non essendo stato l’autore materiale dell’assassinio, i giudici condannarono l’imputato a 12 anni di reclusione (10 per la concessione delle attenuanti) per aver abbandonato Amadori al suo destino. Pozzo ricorse in Cassazione che, nel marzo 1947, annullò la sentenza applicando l’amnistia del 22 giugno 1946. La Corte trentina aprì un’istruttoria anche a carico del capitano Pezzolini, ma quest’ultimo era morto nei giorni conclusivi il conflitto.

La vittima:

  • AMADORI, Ottone – Avio, 12 gennaio 1923-22 luglio 1944. Contadino.

Benvenuto Pozzo (Occhieppo (Vercelli), 3 febbraio 1892). tenente colonnello degli alpini in servizio permanente effettivo, al momento dell’armistizio fu catturato dai tedeschi a Tolone e internato in Germania. Dopo aver aderito alla RSI nel marzo 1944, fu trasferito in un campo addestramento per truppe alpine. Nel luglio 1944, era al comando di quel reparto della Divisione Monterosa di passaggio in Trentino e in via di trasferimento verso la Liguria.

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Carlo Pezzolini  (Vobarno (Brescia), 1910-Torino, 5 maggio 1945), maestro di musica, dopo l’8 settembre, aderì alla Repubblica sociale prestando servizio nella Divisione Monterosa come capitano degli alpini. Morì a Torino nei giorni convulsi e conclusivi dell’insurrezione.

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Il 10 agosto 1944 i tedeschi misero in atto un attacco alle posizioni partigiane nei dintorni della cittadina di Tolmezzo. Forti aliquote dell’SS-Karstwehr-Battailon/24 Waffen-Gebirgs (Kasrtjäger)-Division der SS attraversarono il paese di Villa Santina e l’altopiano di Lauco venendo poi respinti dai partigiani. Nel corso di questi scontri nel paese di Villa Santina vennero uccisi due civili.

Secondo la cronaca del cappellano di Invillino don Giuliano De Crignis, nelle prime ore del mattino oltre duecento tedeschi travestiti da partigiani avanzarono da Tolmezzo a Villa Santina attraverso il greto del fiume Tagliamento. La guardia territoriale organizzata dai partigiani venne ingannata dai fazzoletti verdi e rossi che i tedeschi portavano al collo e non diede l’allarme.

Italien, Albert Kesselring mit Offizieren

In breve i tedeschi circondarono il paese e cominciarono a dare la caccia agli uomini rastrellandoli. Un partigiano, tentando la fuga, fece cadere una bomba in mezzo ai tedeschi che dissero di voler bruciare per rappresaglia il borgo “De mufe” dove si era svolto il fatto. I rastrellati vennero condotti nella piazza del paese; con loro vi era anche Gio Batta Lorenzini, un sordomuto arrestato perché trovato in possesso di volantini partigiani. Successivamente furono presi altri due ostaggi.

4 maggio 1945 - zona di Bolzano - V armata. Soldati tedeschi marciano in formazione per recarsi a consumare il rancio. (Si tratta naturalmente di prigionieri. A molte finestre è esposta la bandiera italiana)

4 maggio 1945 Рzona di Bolzano РV armata. Soldati tedeschi marciano in formazione per recarsi a consumare il rancio. (Si tratta naturalmente di prigionieri. A molte finestre ̬ esposta la bandiera italiana)

I tedeschi attaccarono quindi il paese di Lauco e spararono in direzione di Raveo, luogo nel quale morì il giovane partigiano Renato Cargnelutti di Invillino. In seguito sulla strada venne colpito a morte l’anziano Luigi Dorigo che si trovava per strada in cerca di fieno. Dopo l’azione i tedeschi ripartirono da Villa Santina con i due ostaggi e con Lorenzini; arrivati in prossimità della Madonna del Sasso, forse perché il giovane sordomuto fece intendere di non voler proseguire oltre, uccisero Gio Batta Lorenzini con un colpo alla testa dato col calcio del fucile.

Stramentizzo. Il corpo di Francesco Marchetti, un soldato di Tesero arruolato nelle ferrovie germaniche, e che era riuscito a fuggire ai tedeschi. Lo hanno ucciso mentre entrava nel bosco

Gli altri due ostaggi Dilo e Naro Falcon, furono deportati in Germania. Da diverse fonti il rastrellamento di Villa Santina è messo in relazione agli episodi di Amaro del 5 agosto e Cavazzo Carnico del 12 agosto 1944, che complessivamente costarono la vita a sette persone, ed ai bandi emanati dall’autorità tedesca del Litorale adriatico all’inizio del mese di agosto del 1944 che prescrivevano l’arruolamento dei giovani delle classi 1914-26 o il loro impiego nell’organizzazione Todt.

Russland-Süd, deutsche Soldaten in Schützenlinie

I rastrellamenti furono avvertiti come episodi molto dolorosi: le operazioni furono «accompagnate da brutali percosse, saccheggi e ogni altra forma di terrorismo». Il cappellano di Invillino don Giuliano De Crignis riferirà in seguito della partecipazione al rastrellamento da parte di militari repubblicani; tale informazione non è però attestata nelle fonti che si sono potute consultare.

Le vittime:

  • Dorigo Luigi, “Vigj da Bolge”, di Antonio e Cedolini Lucia. Nato il 31/1/1868. Nato a Socchieve e residente a Villa Santina, coniugato. Civile, invalido. Salma tumulata a Villa Santina.
  • Lorenzini Gio Batta, di Vittorio e Rizzi Maria. Nato il 4/4/1916. Nato a Gemona e residente a Villa Santina, celibe. Professione facchino. Partigiano della 2ª Brigata Osoppo-Friuli. Salma tumulata a Villa Santina.

 In occasione del 70° anniversario l’episodio è stato ricordato e commemorato dal Comune di Villa Santina anche grazie alle memorie ed alle testimonianze degli abitanti del paese.

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Nell’estate del 1944 anche l’area di confine tra l’Alpenvorland (zona d’operazione comprendente le province di Belluno, Bolzano e Trento) e il Veneto fu contraddistinta da un’attività partigiana insidiosa ed effervescente. Le azioni di guerriglia (attacchi, imboscate, sabotaggi, ecc.) intraprese dai partigiani delle formazioni veneto-trentine misero in crisi il sistema di comunicazione tedesco e, soprattutto, la sicurezza dei cantieri che di lì a poco avrebbero avviato i poderosi lavori di costruzione della “Blaue linie”.

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Di fatto, l’offensiva partigiana fu presto seguita dalla reazione delle autorità militari nazifasciste: dall’agosto all’ottobre 1944, si susseguì una serie di operazioni antipartigiane volte a reprimere l’insorgenza dei «ribelli» e a riportare sotto controllo territori di estrema importanza strategico-militare.

Negli stessi istanti in cui si svolgeva l’operazione Belvedere (12-14 agosto, val Posina-malga Zonta), «la mattina del giorno 12/8/1944 arrivava in Castel Tesino un autocarro carico di truppa in rastrellamento che si fermarono [sic!] davanti alla caserma del C.S.T. In quel momento dalla strada che dall’ospedale conduce in via Molizza passava il Sordo che con una falce in spalla andava a lavorare.

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Vistolo i tedeschi gli diedero l’alt ma questi non sentì forse a causa della sua età e continuò a camminare per cui i tedeschi fecero fuoco e lo uccisero». Secondo la ricostruzione fatta da Giuseppe Sittoni, l’anziano contadino era in compagnia del figlio Severino: il luccichio della falce che l’uomo aveva in spalla fu scambiato dai tedeschi per un fucile e, per questo motivo, i soldati che non avevano ottenuto risposta all’intimazione di fermarsi gli spararono

Nel dopoguerra, la Commissione patrioti di Trento concesse alla vittima la qualifica di patriota e un assegno di 20 mila lire alla famiglia in virtù della collaborazione fornita al Battaglione Giorgio Gherlenda (Brigata Garibaldi Gramsci) anche se, in realtà, il reparto partigiano iniziò a operare effettivamente dopo la morte di Sordo.

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Secondo le carte della Procura militare di Verona, il reparto responsabile dell’uccisione era un’unità SS non meglio precisata.

La vittima:

  • SORDO, Remigio – Casteltesino, 1 ottobre 1877-12 agosto 1944. Contadino.

VEZZENA

La piana di Vezzena è un vasto pianoro montuoso situato nella parte nord-ovest dell’Altopiano dei Sette Comuni, nel territorio del Comune di Levico Terme. Il 20 agosto 1944, a passo Vezzena, nell’omonimo Albergo, causa delazione e per opera dei tedeschi, fu assassinato il partigiano della “7 Comuni” Lino Luigi Marcolin. Il comandante della “7 Comuni”, capitano Giuseppe Dal Sasso “Cervo”, saputo della sua morte, ordinò la ricerca, l’arresto e la soppressione delle spie che l’avevano provocata.

Alle ore 17.30 del 24 agosto 1944, in località Bocchetta di Lovarezze, sulla montagna di Caltrano nei pressi di Malga Lovarezze, furono fucilate tre spie fasciste facenti capo a Adelmo Caneva e il suo “reparto germanico” di Asiago, la “Banda Caneva”: Luigi Carretta, Marco Spada e Antonio Vitale. Erano loro i responsabili della morte del partigiano della “7 Comuni” Lino Luigi Marcolin.

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La sentenza, emessa dal Comando della “7 Comuni”, venne eseguita e i cadaveri occultati in una delle voragini (spelughe) del Lovarazze, sulla montagna di Caltrano nei pressi di Malga Lovarazze. I corpi furono recuperati nel ’46 assieme ad altri cinque repubblichini della Squadra d’Azione della BN di Lusiana e giustiziati il 3 settembre ‘44: i fratelli Bruno e Luigi Ronzani “Gigio Postin”, il figlio di Luigi, Pio Ronzani e Giacomo Zampese. Sia la prima che la seconda vicenda sono collegate ai preparativi nazi-fascisti per l’Operazione “Hannover”.

La vittima:

  • Lino Luigi Marcolin di Antonio, classe 1915, da Camporovere di Roana (Vicenza); operaio, sposato con due figli, partigiano della Brigata “7 Comuni” con il fratello Cristiano Guerrino.

I nomi del delatore Antonio Vitale e di Marco Spada, pure della “Banda Caneva” sono peraltro sul sul Sacello di Granezza e nell’elenco dei partigiani della Brigata “Fiamme Verdi” del Gruppo Brigate “7 Comuni”. Marco Spada è sepolto nel Cimitero di Camporovere nella tomba dei Caduti nella Guerra di Liberazione.

iL SACELLO DI GRANEZZA

iL SACELLO DI GRANEZZA

Il 14 settembre 1944, intorno alle 5 del mattino, Albino Lorenzi (Trambileno, 25 luglio 1891) fu ucciso senza motivo, nei pressi di Trambileno, con una raffica di mitra da un sottufficiale tedesco, il maresciallo Willi Bock, unitamente al caporale altoatesino del Corpo di sicurezza trentino Guglielmo Pichler e a un milite del CST, Rodolfo Robol. Mentre i primi due uccidevano la vittima con due raffiche, il terzo riceveva l’ordine di dargli il colpo di grazia alla testa.

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L’uccisione avvenne nell’ambito di un rastrellamento antipartigiano compiuto dalla polizia trentina e guidato da militari tedeschi. Pur avendo tentato di farsi riconoscere (“arbeiter Rovereto”), la vittima fu uccisa e il corpo fu fatto rotolare fuori dalla strada. Nel dopoguerra, la Corte d’assise di Trento assolse Robol perché il fatto non costituiva reato, condannò Pichler a 15 di reclusione, all’interdizione dai pubblici uffici e alle spese giudiziarie, condonandogli cinque anni. Dichiaratosi incompetente a giudicare l’ex maresciallo Willi Bock, giacché cittadino tedesco, trasmise la documentazione alle autorità giudiziarie alleate.

La vittima:

  • LORENZI, Albino, Trambileno, 25 luglio 1891-14 settembre 1944. Contadino.
GRUPPO DEL CST

GRUPPO DEL CST

Corpo di sicurezza trentino – Reparto Fascista – Nazionalità: Italiana

Stragi di cui è responsabile o corresponsabile questo reparto:

  1. Casteltesino, 15.5.1944(una vittima)
  2. Val Leogra Valli del Pasubio 17-6-1944(5 vittime)
  3. Malga Zonta Folgaria 12-8-1944(17 vittime)
  4. Rubbio di Conco 6-9-1944(una vittima)
  5. Crosara di Marostica 6-9-1944 (una vittima)
  6. Trambileno, 14.9.1944(una vittima)
  7. Carpanè S. Nazario 26.9.1944(16 vittime)
  8. Bagolino, 06.10.1944(11 vittime)
  9. Pieve Tesino, 10-11.10.1944(7 vittime)
  10. San Francesco Foza 18-10-1944(7 vittime)
  11. Stoner Enego 21-11-1944(2 vittime)
  12. Santa Caterina Lusiana 23-02-1945(una vittima)
Pieve Tesino con il colle di San Sebastiano e, nello sfondo, Castello Tesino. Cartolina “viaggiata” nel 1928

Pieve Tesino con il colle di San Sebastiano e, nello sfondo, Castello Tesino

Ne abbiamo già riferito. Ma vale la pena di approfondire, con altri particolari, la strage del 10-11 ottobre di Pieve Tesino. Dopo aver colpito una prima volta il Battaglione Gherlenda (Brigata Garibaldi Gramsci) in settembre, le forze tedesche e gli uomini del 2. Battaglione CST guidati dal capitano delle SS Karl Julius Hegenbart condussero, tra l’8 e il 12 ottobre 1944, un altro rastrellamento.

All’operazione, che portò alla disgregazione il reparto partigiano, parteciparono non meno di 500 uomini. In tutta l’area, furono rastrellate circa 140 persone, poi arruolate nei cantieri della Todt di Pergine e Trento. Durante l’azione, i militari catturarono i partigiani Gastone Velo e Clorinda Menguzzato: la giovane – come abbiamo scritto in una delle prime puntate – fu seviziata, violentata dai militi del CST e uccisa, il suo corpo abbandonato lungo la strada in direzione di Pieve Tesino l’11 ottobre.

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Il 9 precedente, il capitano Hegenbart si era portato con un gruppo di soldati a Pradellan, dove Francesco Bordignon era titolare di una torbiera che dava lavoro a una trentina di persone: l’uomo era un fiancheggiatore dei partigiani e in più occasioni li aveva aiutati distribuendo generi di prima necessità e fornendo loro informazioni.

Dopo averlo schiaffeggiato, l’ufficiale nazista lo uccise con un colpo di pistola sotterrando il corpo nei pressi e impedendone il trasporto ai familiari (la salma fu riesumata solo nel dopoguerra).

Gastone Velo “Nazzari” (Feltre 1923 – Castello Tesino 10 ottobre 1944), vice comandante del “Gherlenda”, poi Capo di Stato maggiore

Gastone Velo “Nazzari” (Feltre 1923 – Castello Tesino 10 ottobre 1944), vice comandante del “Gherlenda”, poi Capo di Stato maggiore

Il 10 ottobre furono fucilati il partigiano Velo e tre civili accusati di sostenere il movimento di resistenza: Dorimberto Boso, Giacomo Marighetto (padre dei partigiani Celestino e Ancilla) e Giovanni Muraro. Rodolfo Fermi, catturato, interrogato e torturato, fu giustiziato a Campiello di Levico il 12 ottobre successivo. Nel dopoguerra, le famiglie Bordignon, Fermi e Marighetto ottennero ciascuna un assegno di 20 mila lire a titolo di risarcimento.

Nel 1965, la Procura generale presso il Tribunale supremo militare di Roma trasmise atti e documenti riguardanti il capitano Hegenbart alle autorità germaniche che, a loro volta, spedirono tutto l’incartamento a quelle austriache.

CINTE E PIEVE TESINO

CINTE E PIEVE TESINO

Il Tribunale regionale di Innsbruck emise un ordine di cattura ma il procedimento fu sospeso e poi archiviato nel 1992 per l’avvenuto decesso dell’ex ufficiale nazista. In Italia, il procedimento fu riaperto nel 1995 ma archiviato definitivamente nel 1998 per la stessa motivazione.

Le vittime:

  • BORDIGNON, Francesco – Mussolente (VI), 9 agosto 1897-Pradellan, 9 ottobre 1944. Commerciante e imprenditore, sposato con un figlio.
  • BOSO, Dorimberto – Casteltesino, 16 agosto 1924-10 ottobre 1924. Pastore. Incappato nel rastrellamento tedesco, fu trovato sprovvisto di documenti e, ritenuto partigiano, fu condotto a Casteltesino e fucilato.
  • FERMI, Rodolfo – Corte Maggiore (PC), 16 giugno 1914-Campiello di Levico, 28 ottobre 1944. Albergatore, sposato con due figli. Fiancheggiatore dei partigiani del Gherlenda, ai quali aveva fornito viveri e alloggio, fu arrestato l’11 ottobre con l’accusa di aver favorito la fuga di un partigiano prigioniero: picchiato e torturato, fu giustiziato a Levico alla fine del mese.
  • MARIGHETTO, Giacomo – Casteltesino, 23 marzo 1888-10 ottobre 1944. Casaro, sposato e padre di sei figli. Fu arrestato per complicità col movimento partigiano (vi militavano i figli Celestino e Ancilla) e fucilato il 10 ottobre 1944.
  • MURARO, Giovanni – Bludenz, 27 agosto 1918-Casteltesino, 10 ottobre 1944.
  • MENGUZZATO, Clorinda (nome di battaglia, Veglia) – Borgo Valsugana, 15 ottobre 1924-Casteltesino, 11 ottobre 1944.
  • VELO, Gastone (nome di battaglia, Nazzari) – Feltre, 1923-Casteltesino, 10 ottobre 1944.

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Tra gli imputati di questa strage, Giuseppe Erkelenze, non meglio precisato capitano delle SS, che si presume abbia partecipato alle violenze e all’uccisione della partigiana Clorinda Menguzzato.

Karl Julius  Hegenbart (Austria, 12 novembre 1903-12 giugno 1990), Capitano (SS-Hauptsturmführer) al comando dell’unità SS/SD di stanza a Roncegno, era anche al comando del 3. Battaglione del CST di stanza nella zona.

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Condusse i rastrellamenti antipartigiani di settembre e ottobre e uccise Francesco Bordignon con un colpo d’arma da fuoco. Ufficiale fanaticamente votato alla vittoria del Terzo Reich, verso la fine di aprile del 1945 diffuse una disposizione – la trovate in precedenti puntate – che incitava alla resistenza finale minacciando di morte qualsiasi defezione.

In effetti, il 27 aprile fu responsabile dell’uccisione di due giovani trentini, disertori del CST. Nella documentazione giudiziaria militare, il cognome del capitano HEGENBART è storpiato in EGHEMBAR.

Accanto ai caduti nei due conflitti mondiali, è stata posta, nel cinquantesimo della Liberazione una lapide commemorativa in onore delle partigiane Clorinda Menguzzato e Ancilla Marighetto.

Passo del Borcon - malga Valarica di sotto - la targa in memoria di Ancilla Marighetto - Ora, la partigiana uccisa da un maresciallo del Cst nel febbraio 1945

Passo del Borcon – malga Valarica di sotto – la targa in memoria di Ancilla Marighetto – Ora, la partigiana uccisa da un maresciallo del Cst nel febbraio 1945

In anni recenti, l’ANPI, unitamente ai rappresentanti delle amministrazioni comunali e il patrocinio della Provincia di Trento, ha posto una targa presso la località di Costabrunella, prima sede del Battaglione Gherlenda, e un cippo dedicato a Clorinda Menguzzato.

Negli ultimi anni, l’ANPI del Trentino si è fatto promotore inoltre di una serie d’iniziative celebrative a ricordo non solo dei caduti partigiani del Tesino, ma anche di tante figure misconosciute, come quella di Francesco Bordignon.

Nel dopoguerra, a Clorinda Menguzzato fu assegnata la medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: «Valorosa donna trentina, fu audace staffetta, preziosa informatrice, eroica combattente, infermiera amorosa.

CLORINDA MENGUZZATO

CLORINDA MENGUZZATO

Catturata dai tedeschi oppressori, sottoposta ad atroci sevizie, violentata dalla soldataglia, lacerate le carni da cani inferociti, con sublime fierezza opponeva il silenzio alle torture più strazianti e nell\’ultimo anelito gridava agli aguzzini: ‹Quando non potrò più sopportare le vostre torture mi mozzerò la lingua con i denti per non parlare›. La brutalità teutone poté violarne il corpo, non piegarne l\’anima ardente e l\’invitto coraggio.

La leonessa dei partigiani rimane fulgido esempio delle più nobili tradizioni di eroismo e di fede delle donne italiane. Castel Tesino, 10 ottobre 1944». Nel settembre 2011, si è tenuta la prima commemorazione in onore dei caduti del Battaglione Gherlenda, partita da Casteltesino e conclusasi a Costabrunella.

La scuola elementare “Jacopo Facen” in località “Tollard” a Lamon: durante l’occupazione tedesca era sede di una compagnia di SS. Il comandante risiedeva a Villa Vante

La scuola elementare “Jacopo Facen” in località “Tollard” a Lamon: durante l’occupazione tedesca era sede di una compagnia di SS. Il comandante risiedeva a Villa Vante

 Il settore forse più delicato per i tedeschi era quello del Trentino nord-orientale tra il Primiero, la Valsugana e il Feltrino. Quest’area fu affidata al capitano Karl Julius Hegenbart del Comando SS/SD di Roncegno, comandante del 3. Battaglione del CST e di tutte le forze impiegate nell’area tra Tesino e Bellunese per un totale di un migliaio di uomini.

A Levico si trasferì il Comando supremo della Marina militare tedesca in Italia (Deutsches Marine-Kommando Italien), che disponeva all’occorrenza di reparti mobili per la lotta antipartigiana. L’intera area era stata interessata, tra il settembre e l’ottobre 1944, da una serie di rastrellamenti antipartigiani, per cui la presenza militare tedesca in quelle settimane era stata particolarmente intensa.

L'albergo Regina a Levico, sede del Comando della Kriegsmarine. I partigiani dell'Altopiano di Asiago tentarono invano di farlo saltare

L’albergo Regina a Levico, sede del Comando della Kriegsmarine. I partigiani dell’Altopiano di Asiago tentarono invano di farlo saltare

Molto noto in paese (Agnedo di Strigno) per le sue «stravaganze», Luciano (Martorelo) Montibeller (Roncegno, 1923) era un giovane handicappato che, il 15 ottobre 1944, «si mise a urlare invettive contro i tedeschi» e fu così condotto a Roncegno, dove «non cessava di sbraitare mentre sull’auto attraversava la via centrale del paese diretto al comando militare»: «il giorno seguente fu trovato morto, ucciso con un colpo d’arma da fuoco, nelle campagne di Agnedo» e sepolto al cimitero.

La vittima:

  • MONTIBELLER, Luciano (Martorelo) – Roncegno, 1923-Agredo, 16 ottobre 1944. Contadino.

Europe, Italy, Veneto, Belluno. Military memorial stone at passo Pietena, Vette Feltrine, Belluno Dolomites National Park

Dopo il settembre 1943, circa 200 militari inglesi prigionieri di guerra fuggirono dal campo di Forte Buso, vicino a Predazzo: la maggior parte trovò ospitalità presso le famiglie contadine trentine e bellunesi.

Nel novembre successivo, alcuni decisero di unirsi alla Resistenza e alle formazioni partigiane operanti nella zona: a Pietena, riuscirono a formare un piccola gruppo di partigiani, la Compagnia Churchill; altri si misero in viaggio sperando di raggiungere la Svizzera o gli eserciti alleati attestati sul fronte meridionale. Nell’agosto 1944, Cornish, Ress e Jakeways si unirono al Battaglione Gherlenda (Brigata Garibaldi Gramsci), attivo tra le province di Trento e Belluno.

Case in fiamme a Roncegno

Case in fiamme a Roncegno

Dopo lo sbandamento del reparto a seguito dei rastrellamenti del settembre-ottobre 1944, i tre caddero nelle mani delle SS naziste grazie alla delazione della spia Fiore Lutterotti, che ne segnalò la presenza ai Comandi tedeschi. Catturati in un casolare di Carzano e condotti presso il Comando SS di Roncegno alle dipendenze del capitano Karl Julius Hegenbart, i tre subirono torture e sevizie fino a quando il 20 dicembre 1944 Cornish e Jakeways non furono portati presso il cimitero di Borgo Valsugana, giustiziati con un colpo d’arma da fuoco alla testa e successivamente seppelliti.

Un battaglione del CST (Corpo di sicurezza trentino) in assetto di marcia

Un battaglione del CST (Corpo di sicurezza trentino) in assetto di marcia

Nel dopoguerra, le autorità militari inglesi provvidero a riesumare le salme e a rimpatriarle. Sulla sorte di Trevor Ress non si hanno notizie precise: probabilmente, non superò gli estenuanti interrogatori e il suo corpo fu fatto sparire in qualche campo nei dintorni di Roncegno.

Le vittime:

  • CORNISH, Thomas (nome di battaglia Guglielmo) – Ilford Essex (Londra), 16 febbraio 1901-Borgo Valsugana, 20 dicembre 1944. Muratore, sposato. Soldato d’artiglieria nell’esercito britannico, fu catturato in Africa settentrionale e trasferito in Italia come prigioniero di guerra. Fuggito dal campo n. 113 di Forte Buso, vicino a Predazzo in Trentino, all’indomani dell’8 settembre, assieme ad altri 200 commilitoni trovò ospitalità e collaborazione nella zona tra Trentino e Bellunese. Nel settembre 1944, raggiunse il Battaglione partigiano Gherlenda (Brigata Garibaldi Gramsci). Caduto nelle mani delle SS di Roncegno, fu fucilato assieme al soldato Jakeways il 20 dicembre 1944 presso il cimitero di Borgo Valsugana.
  • RESS, Trevor (nome di battaglia Smith) – Gloucestershire, 13 aprile 1903-Borgo Valsugana, dicembre 1944. Boscaiolo. Soldato d’artiglieria nell’esercito britannico, fu catturato in Africa settentrionale e trasferito in Italia come prigioniero di guerra. Fuggito dal campo n. 113 di Forte Buso, vicino a Predazzo in Trentino, all’indomani dell’8 settembre, assieme ad altri 200 commilitoni, trovò ospitalità e collaborazione nella zona tra Trentino e Bellunese. Nel settembre 1944, raggiunse il Battaglione partigiano Gherlenda (Brigata Garibaldi Gramsci). Caduto nelle mani delle SS di Roncegno, fu sottoposto a torture e violenze che lo portarono alla morte nel dicembre 1944. Il corpo non fu mai ritrovato.
  • JAKEWAYS, Evans (William) – West Bromwich (Staffordshire), 29 giugno 1914-Borgo Valsugana, 20 dicembre 1944. Operaio. Soldato di fanteria nell’esercito britannico, fu catturato in Africa settentrionale e trasferito in Italia come prigioniero di guerra. Fuggito dal campo n. 113 di Forte Buso, vicino a Predazzo in Trentino, all’indomani dell’8 settembre, assieme ad altri 200 commilitoni, trovò ospitalità e collaborazione nella zona tra Trentino e Bellunese. Nel settembre 1944, raggiunse il Battaglione partigiano Gherlenda (Brigata Garibaldi Gramsci). Caduto nelle mani delle SS di Roncegno, fu fucilato assieme al soldato Jakeways il 20 dicembre 1944 presso il cimitero di Borgo Valsugana.
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