LA RESISTENZA IN TRENTINO – 22

a cura di Cornelio Galas

La repressione della Resistenza da parte dei nazifascisti in Trentino (e non solo qui) non si concretizz√≤ solamente negli eccidi, nelle stragi, nelle distruzioni di interi paesi, nei feroci rastrellamenti. Ma anche in altre forme di violenza: torture, sevizie, lavori forzati, campi di concentramento dove tanti ‚Äúprigionieri‚ÄĚ hanno trovato la morte, magari dopo lunghe agonie.

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Ecco allora che (notevole il materiale, lo faremo in pi√Ļ puntate) oggi vorremmo cominciare a prendere in esame il ‚ÄúLager‚ÄĚ di Bolzano. Adesso in via Resia, nel capoluogo altoatesino, nell‚Äôarea nella quale funzion√≤ dall‚Äôestate 1944 alla primavera 1945 il Durchgangslager nazista, sorgono grandi palazzi di edilizia residenziale.

Tutto ciò che rimane delle costruzioni originali del Lager è il muro di cinta, un rettangolo di 91 metri per 146. Da qualche tempo il muro è stato posto sotto tutela da parte del Comune di Bolzano, che ha provveduto a disporre sul suo perimetro delle targhe illustrative. Per decenni si è parlato poco di questo campo, quasi che localmente e nazionalmente si avesse in fondo l’interesse a cancellarne il ricordo.

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La ricerca pi√Ļ significativa condotta sul Lager risale alle celebrazioni del 30¬į anniversario della Liberazione, quando si costitu√¨ a Trento un apposito comitato che incaric√≤ un giovane ricercatore, Luciano Happacher, di raccogliere quanto si sapeva.

Nel suo lavoro Happacher riprodusse i nomi contenuti in un registro non ufficiale del campo giunto fortunosamente fino a noi e alcuni elenchi stilati clandestinamente dalla Resistenza. Altre ricerche successive sul secondo conflitto mondiale nella regione hanno chiarito meglio il contesto in cui si collocò per nove lunghi mesi il campo di Gries.

Luciano Happacher

Luciano Happacher

Gli orrori che costellarono quel periodo tornarono in evidenza, a quasi 60 anni dai fatti, grazie alla costanza del Procuratore del Tribunale Militare di Verona Bartolomeo Costantini, il quale riuscì a portare alla sbarra Michael Seifert, sadico SS del campo, latitante a Vancouver, in Canada, e a farlo condannare all’ergastolo nel novembre del 2000.

Proprio quel processo però mise in luce il sostanziale disinteresse dei mezzi di comunicazione di massa nei confronti di una vicenda che avrebbe potuto appassionare l’opinione pubblica. Un disinteresse che era figlio a sua volta della scarsissima conoscenza del Lager e della sua storia nel nostro paese.

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Quando, nella primavera del 2000, Italo Tibaldi avviò la pubblicazione sul sito Internet dell’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati politici nei campi nazisti) dei suoi elenchi che contengono i nomi di circa 40.000 italiani deportati nei campi nazisti, frutto di un lavoro di ricerca che abbraccia ormai oltre mezzo secolo, riuscì a compilare anche 4.075 nomi di deportati a Bolzano, ben consapevole che si era ancora lontani dall’obiettivo, e che ne restavano da individuare almeno altri 5.000.

Ad ampliare la conoscenza, per non dimenticare quel periodo buio, ci ha pensato, nel 2004, Dario Venegoni con il libro ‚ÄúUomini, donne e bambini nel lager di Bolzano – Una tragedia italiana in 7.809 storie individuali” – Fondazione Memoria della Deportazione, Aned/ Mimesis, Milano 2004.

Italo Tibaldi

Italo Tibaldi

Il volume curato da Dario Venegoni, creatore e responsabile del sito dell’Aned, www.deportati.it,  per conto della Fondazione Memoria della deportazione e dell’Aned, si avvale della ricca conoscenza dell’autore sui temi della deportazione in genere e sul campo di Bolzano in particolare, anche per averne avuto diretta testimonianza dai genitori, Carlo Venegoni e Ada Buffulini, entrambi deportati in quel lager nel 1944 a causa della loro attività antifascista.

Ada Buffulini, oltre ad essere stata attiva nel comitato clandestino di soccorso formatosi nel lager, fu impegnata, in qualità di medico, nell’infermeria del campo di Bolzano. E proprio delle sue lettere, uscite clandestinamente dal campo, si avvale l’autore per ricostruire storie e percorsi di alcuni deportati.

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Nelle ‚Äúschede individuali‚ÄĚ reperite per questa pubblicazione, si trovano moltissime informazioni sugli arresti, sui rastrellamenti, sulla repressione della resistenza antifascista, sulla persecuzione antiebraica, sull‚Äôattivit√† delle carceri, sulla pianificazione dell‚Äôannientamento e dello sterminio da parte del nazismo e sull‚Äôattiva collaborazione che a tale disegno offrirono le organizzazioni della repubblica sociale di Sal√≤.

‚ÄúNe viene fuori ‚Äď commenta lo steso Venegoni – un quadro complesso della fase finale della guerra, con le sue mille sfaccettature, i suoi personaggi, le molte peculiarit√† locali. √ą un quadro nel quale le tracce di migliaia di drammi individuali, concorrono a delineare i contorni netti di un‚Äôimmane tragedia italiana che ha sconvolto intere comunit√† e segnato per sempre la vita di migliaia di uomini, di donne e di bambini.

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Dario Venegoni

Sessant‚Äôanni anni fa, molti prigionieri in via Resia misero a repentaglio la propria incolumit√† per scoprire il nome dei nuovi arrivati e per fare uscire dal campo clandestinamente minuscoli foglietti contenenti quei nomi in modo da consentire alla Resistenza di avvertire le famiglie, perch√© rimanesse una traccia del dramma di tanti deportati; allora quegli uomini e quelle donne ci hanno indicato una strada. E noi siamo fieri di averla a nostra volta potuta percorrere, sia pure per un breve tratto, a tanti anni di distanza‚ÄĚ.

Gli elenchi sono scritti a mano. Laboriosa l‚Äôoperazione per far fronte a inevitabili casi di omonimia o errori di trascrizione. Una prima curiosit√† a questo proposito: la donna nota a tutti nel campo come Margherita Montanelli, dal cognome del suo celebre consorte, Indro, che gi√† nel 1944 era un giornalista pi√Ļ che affermato, √® inserita nell‚Äôelenco come Colins de Tarsienne Montanelli Margareth.

Margherita e Indro Montanelli

Margherita e Indro Montanelli

Antifascisti e partigiani, che al momento dell’arresto avevano esibito documenti falsi, furono identificati anche nel campo con quel nome falso, di fantasia, quando i nazifascisti non erano riusciti a scoprire la loro reale identità.

L‚Äôesempio forse pi√Ļ noto √® quello di Gianfranco Maris,¬†presidente dell‚ÄôAssociazione Nazionale Ex Deportati politici nei campi nazisti (ANED), registrato ‚Äď a¬†Bolzano come a Mauthausen ‚Äď come Gianfranco Lanati. Ma ci sono diversi altri casi analoghi, come¬†quelli di Mattea/Mariani, o di Daveri/Bianchi, e altri ancora.

Gianfranco Maris

Gianfranco Maris

L‚Äôanalisi dei nomi porta a individuare moltissimi nuclei familiari. Gli ebrei spesso erano¬†strappati a gruppi dalle loro case, senza alcun riguardo n√© per gli anziani, n√© per i pi√Ļ piccoli. Ma¬†ugual sorte capit√≤ anche a molti non ebrei. Frequentissima era la deportazione di due o pi√Ļ fratelli,¬†o di un genitore con uno o pi√Ļ figli, o di entrambi i coniugi.

A Bolzano inoltre erano moltissimi,¬†certamente diverse decine, gli ostaggi, persone prese cio√© al posto di qualche familiare che fascisti e¬†nazisti non erano riusciti a scovare. Non riuscendo ad arrestare un partigiano, spesso si portava¬†nel campo un suo congiunto. Augusto Tebaldi, membro del CLN di Soave, sfuggito all‚Äôarresto, si¬†consegn√≤ per liberare il fratello preso in ostaggio e fu deportato da Bolzano a Flossenb√ľrg.

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Amabile Gorza, di Pedavena (Belluno), fu portata in via Resia come ostaggio al posto dello zio Vittore Gorza. Tutto il nucleo familiare Nulli-Bonomelli (di 6 componenti) fu deportato e tenuto nel Lager al posto di un partigiano che era riuscito a sottrarsi alle torture nella sede del Comando tedesco di Brescia.

Al momento dell‚Äôarresto molti tra coloro che poi sarebbero stati deportati a Bolzano erano privi¬†di documenti e uno scrivano registrava le loro dichiarazioni sulle generalit√†. Ma anche quando i¬†documenti c‚Äôerano, spesso la registrazione veniva effettuata ‚Äď come nel reparto tedesco del¬†carcere milanese di San Vittore ‚Äď da personale di madrelingua tedesca, in evidente imbarazzo a¬†proposito della toponomastica italiana.

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Il risultato è che sovente tale registrazione, nei registri, è quanto mai approssimativa e che raramente al nome del comune di nascita è associato quello della relativa provincia. Cesate, in provincia di Milano, diventa quasi sempre Cessate, senza ulteriori indicazioni. Questi errori hanno accompagnato i prigionieri anche nel caso di ulteriori deportazioni oltre il Brennero.

L’analisi delle località di nascita dei deportati in via Resia fornisce spunti sorprendenti. In primo luogo colpisce l’elevato numero di paesi rappresentati nell’elenco. I nati in Italia sono ovviamente la grandissima maggioranza; ma circa 150 persone vengono da altri 29 paesi: Argentina, Austria, Belgio, Brasile, Bulgaria, Cile, Croazia, Egitto, Francia, Germania, Grecia, Iraq, Jugoslavia, Libia, Lituania, Olanda, Polonia, Romania, Russia, Slesia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Tunisia, Turchia, Ungheria, URSS, Uruguay e Stati Uniti d’America. Un elenco che oggi andrebbe aggiornato, dopo la dissoluzione dell’URSS e lo smembramento della Jugoslavia.

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Si può leggere, in questo insieme di provenienze eterogenee, un pezzo di storia delle persecuzioni antiebraiche che hanno percorso l’Europa, ma anche il risultato di decenni di migrazioni italiane all’estero.

Quanto alle persecuzioni antisemite, si pensi solo ai 31 uomini, donne e bambini provenienti dalle comunità ebraiche di Istanbul e di Smirne, in Turchia; o al tragico destino di Alberto Nissim, nato a Baghdad, in Iraq, e arrivato attraverso vie che non conosciamo in Italia; arrestato e deportato a Bolzano, è stato ucciso nel Lager il 24 febbraio 1945.

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I paesi di origine dei prigionieri del campo ci parlano anche, come detto, dell’emigrazione italiana, e del legame con il paese di origine di tanti figli di emigrati: sono figli di italiani andati a cercar fortuna in America del Sud Fiorenzo Barello, Angelo Fiore, Mario Re, Giuseppe Silvestri e Silvestro Verde, nati in diverse località dell’Argentina.

Tornati nel paese d‚Äôorigine forse per onorare¬†l‚Äôobbligo di leva, sono stati arrestati per ragioni che non conosciamo e deportati a Bolzano (e di qui,¬†in seguito, chi a Dachau, chi a Flossenb√ľrg, e chi a Mauthausen: quando si dice la Patria¬†riconoscente!).

Non dissimili sono le vicende personali di tanti altri italiani nati nelle terre d’elezione dell’emigrazione italiana, come i molti nati negli USA, dal cognome decisamente italiano, o i tantissimi nati in Svizzera, Francia, Belgio, Germania, o ancora nelle colonie e nei territori ad amministrazione italiana, come la Libia o la Dalmazia.

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L‚Äôesame delle localit√† di provenienza smentisce inoltre una convinzione largamente diffusa, e¬†cio√® che nel Lager di Bolzano siano stati deportati solo italiani delle regioni settentrionali.¬†√ą vero¬†che i nazifascisti, nel periodo di attivit√† del campo, potevano esercitare la propria autorit√† solo nel¬†territorio della repubblica di Sal√≤ (con esclusione, quindi, di tutto il centro sud della penisola).

Ma è altrettanto vero che tra i deportati troviamo centinaia di persone nate nelle regioni centromeridionali già liberate. Scorrendo i nomi della lista troviamo infatti 45 napoletani, 26 catanesi, 19 sassaresi, 13 cagliaritani, 42 romani, 21 palermitani, 17 messinesi, 24 baresi, 19 foggiani, 18 reggini e così via.

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In molti casi si tratta di giovani richiamati alle armi e sorpresi al nord¬†dall‚Äôarmistizio dell‚Äô8 settembre; in molti altri di immigrati, coinvolti insieme agli abitanti delle aree¬†di residenza nelle lotte antifasciste, negli scioperi, nell‚Äôattivit√† partigiana. In qualche caso traspare¬†anche il segno di un amaro destino, come quello del gruppo dei rastrellati sulla montagna folignate¬†(Perugia), gi√† deportati a Fossoli e quindi trasferiti a Bolzano (e successivamente a Mauthausen e a¬†Flossenb√ľrg) quando gi√† i loro paesi di origine festeggiavano l‚Äôavvenuta liberazione.

Nel campo c‚Äôerano giovani e vecchi, e anche diversi bambini.¬†Il gruppo dei pi√Ļ anziani, tra i deportati a Bolzano, √® rappresentato da una¬†decina di ebrei, uomini e donne. La pi√Ļ anziana era Clelia Bassani in Cester, nata a Rovigo nel¬†dicembre 1864, e deportata da Milano: √® una delle vittime certe di questo Lager. Clelia Bassani¬†aveva da poco compiuto 80 anni quando mor√¨ nel campo il 15 gennaio 1945.

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Era prossimo agli 80 anni Maurizio Bolley, nato in Olanda nel 1865, quando fu liberato a Bolzano, a guerra finita. Giunto in via Resia quando i collegamenti con il Brennero erano già stati interrotti dai bombardamenti alleati, si salvò per questo dallo sterminio.

Ben diversa la sorte di Ida Ravenna, ferrarese, nata nell‚Äôaprile 1866 e deportata da Verona il 1¬į¬†agosto 1944: il 24 ottobre, a dispetto dei suoi 78 anni compiuti, fu costretta a salire insieme a molti¬†altri su un lungo treno in partenza per Auschwitz. Ida Ravenna fu uccisa nelle camere a gas di¬†Birkenau il giorno stesso dell‚Äôarrivo: era il 28 ottobre 1944.

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Tra i deportati per motivi politici, il pi√Ļ anziano di cui si ha notizia certa era il bresciano¬†Eugenio Damiani, trasferito da Fossoli in via Resia a 74 anni compiuti. Damiani non resse al¬†patimento della deportazione, e mor√¨ all‚Äôospedale di Bolzano il 14 agosto 1944, pochi giorni dopo¬†che suo figlio Mario, arrivato con lui da Fossoli, era stato deportato a Mauthausen.

Era anziano anche il genovese Osvaldo Cipparoli, arrestato a Busalla (Genova): aveva già 70 anni quando fu portato a Bolzano. Anche lui fu considerato utile al Reich: partì con il convoglio del 5 ottobre 1944 per Dachau, dove fu assegnato ai lavori forzati. Resistette un mese e mezzo, tra sofferenze che non si possono immaginare. Il 20 novembre dello stesso anno era già morto, stroncato dall’infernale ingranaggio del Lager nazista.

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Quello di Cipparoli non era un caso così raro: il nazismo aveva bisogno di schiavi per alimentare la propria macchina bellica, in difficoltà su tutti i fronti. Aveva bisogno di aerei, di carri armati, di munizioni, e doveva sostituire nelle fabbriche gli uomini inviati a combattere. Aveva quindi bisogno di braccia e non andava tanto per il sottile.

Un altro settantenne, Candido Armellini, di Polesella (Rovigo), gi√† il 4¬†settembre da Bolzano era stato deportato a Flossenb√ľrg e costretto al lavoro forzato.

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Nessuno dei settantenni deportati da Bolzano verso i campi del Terzo Reich sopravvisse. Il pi√Ļ¬†anziano tra i sopravvissuti, tra coloro che partirono da Bolzano per i Lager transalpini, √® l‚Äôagricoltore¬†Giovanni Zenore, nato nel marzo 1880. Aveva dunque 64 anni quando fu chiuso nel vagone in partenza¬†per Mauthausen, il 5 agosto 1944. Nel Lager austriaco Giovanni Zenore resistette ben 9 mesi, tanto da¬†conoscere il giorno della liberazione, il 5 maggio 1945.

Le classi di et√† pi√Ļ rappresentate nella lista compilata da Venegoni sono quelle che vanno dal 1920 al 1926. Le¬†pi√Ļ numerose sono quelle del 1924 e del 1925, rispettivamente con 360 e 348 presenti: uomini e¬†donne di 20 anni al momento dell‚Äôarresto. Persone vigorose, giovani, nel fiore degli anni, come si¬†suol dire: braccia valide per le fabbriche e i cantieri di Hitler.

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Nel campo poi c‚Äôerano i bambini. Nell‚Äôelenco se ne trovano ben 10 al di sotto dei 10 anni.¬†La pi√Ļ piccola in assoluto era una ebrea, Esther Misul, per tutti “Etti”: nata nel gennaio del 1944,¬†aveva un anno quando giunse in via Resia.

Un suo cuginetto, Vittorio Coen (che nei registri del¬†campo fu iscritto come Vittoria), aveva giusto un anno di pi√Ļ. Non si conosce la data esatta della¬†nascita di Patrizia e Roberta Melli, presenti nel campo insieme alla giovane mamma, Nicoletta;¬†avevano comunque 3 e 2 anni al momento della deportazione, nel 1945.

Aveva meno di tre anni Elia Cittone, figlio di Leone e di Sara Ojalvo, quando fu costretto a salire¬†insieme alla mamma, il 14 dicembre 1944, su un treno che da Bolzano raggiunse il campo di¬†Ravensbr√ľck. Non si conoscono i dettagli della sua incredibile esperienza, ma si sa comunque,¬†dal “Libro¬†della memoria” di Liliana Picciotto, che madre e figlio conobbero il giorno della liberazione.

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Tra coloro che nel campo rimasero pi√Ļ a lungo, ci fu anche un bambino non ebreo, figlio di un¬†partigiano, arrestato e deportato come ostaggio. Catturato a Brescia e condotto nella sede del¬†Comando tedesco, il padre di questo bambino riusc√¨ rocambolescamente a fuggire da quel luogo, che¬†era uno dei pi√Ļ controllati d‚ÄôItalia. Un affronto che i nazisti non erano disposti a tollerare.

Nel tentativo di convincere l’evaso a consegnarsi si precipitarono a casa sua, arrestando tutta la sua famiglia: la moglie, Rosa Nulli Bonomelli, la cognata, il padre, la madre, la suocera dell’evaso. Oltre al figlio Ennio, che aveva appena 4 anni, e che restò rinchiuso a Gries dal settembre 1944 fino alla liberazione.

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Attorno al bambino si cre√≤ una rete di solidariet√† a maglie strette: in molti si adoperarono per fargli¬†avere razioni supplementari di cibo, e per rendergli meno insopportabile la detenzione. Persino il¬†maresciallo Haage, noto nel campo per il rigore della disciplina che imponeva con la violenza, pi√Ļ di una¬†volta chiuse un occhio di fronte a certe ‚Äúlicenze‚ÄĚ del piccolo recluso.

“Una volta – ¬†racconta Rosa¬†Nulli Bonomelli – il bambino trov√≤ il fischietto con il quale Haage convocava le adunate sull‚ÄôAppellplatz.¬†Da dietro i blocchi fischi√≤ a pieni polmoni in quel fischietto, causando un autentico putiferio: tutti i¬†prigionieri abbandonarono le proprie attivit√†, qualunque esse fossero, per raggiungere il proprio posto¬†all‚Äôappello. E i responsabili del campo impiegarono pi√Ļ di qualche minuto prima di capire che cosa¬†fosse successo”. Non risulta che il gesto del piccolo ebbe alcuna conseguenza, quella volta.

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Tra i pi√Ļ giovani di Bolzano bisogna annoverare anche Franco Cetrelli, in assoluto il pi√Ļ giovane¬†deportato politico italiano: aveva 13 anni e mezzo quando fu arrestato a La Spezia, e ne comp√¨ 14 nel¬†campo di Bolzano. Ma il peggio, per lui, doveva ancora arrivare. Fatto salire su un treno merci, il 14¬†febbraio 1945 Franco Cetrelli part√¨ alla volta di Mauthausen, dove arriv√≤ solo 4 giorni dopo.

In¬†quell‚Äôinferno il ragazzino divenne il numero “126.119”, e sulla casacca di deportato gli fu cucito il¬†triangolo rosso. Nonostante la solidariet√† degli italiani, Franco Cetrelli a Mauthausen resistette solo¬†due mesi: mor√¨, schiantato dalla violenza e dal lavoro, il 22 aprile 1945, proprio mentre in Italia stava¬†venendo finalmente l‚Äôora della liberazione.

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Franco Cetrelli

Mino Micheli ne ha dato un toccante ritratto: ‚ÄúAveva le¬†orecchie grandi a ventola, il viso affilato, il mento lungo; parlava gestendo con le braccia magre,¬†educato, pieno di paura. (…) Entrava furtivamente, pieno di timore, e cercava gli amici italiani, come¬†un cane bastonato e affamato cerca il padrone tra la folla. E le domande che faceva erano sempre le¬†stesse: domande che volevano una risposta di speranza; una risposta che gli permettesse di essere¬†meno solo fra quella povera gente sconosciuta e dolorante‚ÄĚ.

Il caso di questo giovanissimo spezzino non era però unico. Secondo Robotti, di Soliera (Modena), era nato solo pochi mesi prima, il 6 febbraio 1930. Aveva quindi meno di 15 anni quando fu deportato da Bolzano a Mauthausen, dove riuscì incredibilmente a sopravvivere fino alla liberazione.

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Il Reich reclamava il contributo anche dei ragazzini. D’altra parte migliaia di piccoli tedeschi dell’età di Robotti in quelle stesse settimane vennero richiamati alle armi e spediti a morire al fronte.

Aveva da poco compiuto 14 anni anche Noemi, la pi√Ļ piccola delle sorelle Pianegonda, che¬†arrivarono nel campo di Bolzano all‚Äôinizio di febbraio 1945. Lei stessa ha raccontato che il prof.¬†Egidio Meneghetti, che nel dopoguerra sarebbe diventato rettore magnifico dell‚ÄôAteneo padovano,¬†per tenerla occupata le impartiva lezioni di storia, di latino, di tedesco: ‚ÄúDevi esercitare la tua mente¬†‚Äď le ripeteva ‚Äď esercitala: proteggi la memoria, e sarai libera‚ÄĚ.

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I bambini e i ragazzi di età inferiore ai 18 anni di cui si conoscono le generalità sono nella lista ben 254. Molti di loro erano apprendisti: lavoravano in fabbrica accanto agli adulti. E accanto agli adulti vennero condotti a soffrire e a morire nei Lager.

Transitarono infine per il campo anche due coppie di gemelli: Silvio e Lorenzo Castelletti,¬†classe 1913, arrestati insieme, deportati lo stesso giorno a Bolzano e di qui ancora insieme¬†nel sottocampo di Moos (Moso, in Passiria). Pi√Ļ drammatico ancora il destino riservato ai gemelli¬†Alberto e Antonio Vallata, minatori, nati il 23 marzo 1923, che furono deportati insieme a¬†Mauthausen il 1¬į febbraio 1945.

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Su quel treno per Mauthausen c’erano altri due Vallata, Fioretto e Vittorio, nati nello stesso paese dei gemelli, S. Tomaso Agordino (Belluno), rispettivamente nel 1925 e nel 1921. Forse si trattava di 4 fratelli.

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