LA COOPERAZIONE TRENTINA HA TRADITO LA SUA STORIA

Ambizioni personali, investimenti sbagliati, licenziamenti di massa. Le antiche regole del Movimento, espresse nei motti “L’unione fa la forza” e “Ogni testa un voto”, sembrano ormai un lontanissimo ricordo.

di Maurizio Panizza

ALLE RADICI DELLA COOPERAZIONE TRENTINA

CHI FU IL VERO “PADRE”? GUETTI O PANIZZA?

Se il sistema cooperativo del Trentino oggi si dibatte in mille difficoltà spesso create da incapacità, negligenza e manie di grandezza, di certo farebbe bene alla Storia e agli stessi dirigenti tornare alla fine dell‘800, agli albori del movimento cooperativo del Sud Titolo di parte italiana.

A quando cioè lo “stato nascente” chiamò alcuni sacerdoti fuori dalle sacrestie per spingerli a prendere la guida di quel rivoluzionario movimento pacifico che però conteneva in sé due diverse domande di fondo: Cooperazione “laica” o Cooperazione “cattolica”? E dunque: don Lorenzo Guetti o don Giovanni Battista Panizza? Pochi conoscono la verità perché la Storia fu falsata con dolo prima dai vincitori, poi dal Fascismo, infine dalla Repubblica.

 Parlando della storia della cooperazione trentina chi merita oggi di essere “raccontato” è un personaggio quasi sconosciuto. Tuttavia, non è solo per portare luce su di una figura degna di attenzione che è doveroso parlarne, bensì perché lui, in realtà, è uno di quegli uomini che hanno fatto il Trentino.

Quell’uomo si chiama Giovanni Battista Panizza. Nasce a Volano nel 1852, in Sud Tirolo, Austria, e muore poco lontano, a Lizzana nel 1923, quando da alcuni anni questa provincia è passato all’Italia.

Sin da ragazzo dimostra notevoli capacità di leader e un’intelligenza fuori dal comune. Per questo, con non pochi sacrifici viene avviato agli studi presso il Seminario Diocesano di Trento e poi, dimostrando reale vocazione al sacerdozio, compie il percorso universitario presso la facoltà di Teologia di Vienna.

A 25 anni, nel 1877, è già sacerdote, cooperatore a Piazzola di Rabbi, poi per due anni sarà a Volano e per altri due ad Arco. Nel 1898 viene nominato parroco di Folgaria e alla fine del 1900 di Lizzana, dove rimarrà fino alla morte, avvenuta il 5 luglio 1923.Dove, però, il suo passaggio lascerà il segno iniziando una formazione che caratterizzerà tutta la sua vita, è a Tuenno, in Val di Non. Qui rimane per 12 anni e cioè dal 1886 fino al 1898.

Ma quale è la realtà in cui si trova ad operare don Panizza in quegli anni? E’ molto importante rispondere a questa domanda poiché altrimenti sarebbe faticoso comprendere tutto il resto. La società del Sud Tirolo – regione dell’Impero Austro-Ungarico –  da centinaia di anni è una società contadina (circa l’80% della popolazione) che basa la sua sussistenza sulla piccola proprietà terriera. La figura del piccolo e autonomo proprietario-coltivatore è dunque fondamentale per questa terra di confine.

Ne caratterizza l’operosità, ma anche i grossi limiti legati appunto alla notevole frammentarietà dei fondi – talvolta troppo esigui – con i quali una famiglia ha spesso enormi difficoltà a tirare avanti. Quando un raccolto va male, per quella famiglia è una tragedia. E’ in questi casi che appare in scena la figura dell’usuraio (oppure anche quella del negoziante o del mediatore) che si offre generosamente di prestare soldi a tassi d’interesse talmente alti che molto spesso si rivelano poi impossibili da restituire.

Ci siamo mai chiesti, ad esempio, perché certe campagne o certe case dei centri storici dei paesi a volta siano stranamente frazionate? Di frequente il motivo sta proprio in questo: i proprietari di un tempo con la vendita sono riusciti a ripianare un debito. Succedeva, infatti, che chi si veniva a trovare in situazioni del genere, era costretto a vendere quel poco che aveva: una bestia, un campo, una casa o, appunto, una parte di essa.

Talvolta qualcuno passava improvvisamente dalla condizione di proprietario a quella di servo agricolo della propria campagna, nell’arco di una stagione. Ma anche semplicemente per comperare i generi di prima necessità spesso si era costretti a fare debiti e quasi sempre a richiedere al negoziante di dilazionare il pagamento fino ai tempi del raccolto.

L’altra figura importante in questa società contadina, è il curato di campagna. Don Panizza è uno di loro, persone determinanti all’interno della comunità, che diventano interpreti e portavoce delle necessità concrete della propria gente, depositari di cultura e di grande rispetto, anche in politica.

In questa situazione generalizzata di miseria e di emigrazione su larga scala (60 mila sono trentini emigrati in Brasile a cavallo fra l’800 e il ‘900), don Panizza giunge – come si diceva – a Tuenno. Qui, sulla spinta dell’idea cooperativa, fonda l’Asilo infantile con annesso l’oratorio femminile e la scuola di cucito. Subito dopo – nel 1894 – fa nascere la Famiglia cooperativa e l’anno seguente la Cassa Rurale così da poter dare “respiro” economico ai contadini, sotto il simbolo de l’unione fa la forza e della democrazia partecipativa “una testa, un voto”.

In sostanza, inizia acquistando in forma collettiva e a prezzi vantaggiosi prodotti di vario genere – come ad esempio il sale o la farina – e arriva poi con la Cassa rurale alla possibilità di concedere buoni interessi sui depositi e soprattutto prestiti cooperativi accessibili a chi altrimenti non ne avrebbe mai ottenuti in altre banche.

In estrema sintesi possiamo dire che i principi sociali della proposta cattolica, che si avvale della teoria del sociologo ed economista italiano prof. Giuseppe Toniolo, vogliono il prevalere dell’etica cristiana sulle dure leggi dell’economia e propongono una soluzione al problema sociale che rifiuta sia l’individualismo del sistema capitalista (“quello che sfrutta la povera gente”), sia il collettivismo esasperato propugnato dal socialismo – il cosiddetto “bolscevismo ateo”. Tale soluzione, chiamata “Terza via” ha appunto come fondamento la cooperazione.

Don Panizza è dunque uno di questi preti “usciti di sacrestia”, che raccoglie da subito l’esempio di un altro prete trentino, don Lorenzo Guetti (fondatore della prima Famiglia cooperativa nel 1890) e le indicazioni dell’enciclica sociale “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII. Tuttavia, diversamente da don Guetti – che propone un modello di cooperazione “laico” (usando un termine di oggi) – don Panizza punta a una cooperazione essenzialmente cattolica, con i valori della religione cristiana alla base del movimento: è un segno dei tempi.

C ‘è in quegli anni, infatti, la concezione che considera la Chiesa al vertice sociale nella guida di una “società perfetta”. In sostanza, la cooperazione cattolica di don Panizza, oltre ad un generico richiamo alla solidarietà, propone pure lo spirito autentico di fratellanza e di aiuto reciproco dettato dal Vangelo.

Si originano così due diverse correnti di pensiero – quella laica di Guetti e quella confessionale di Panizza – che convivono assieme per alcuni anni, anche dopo la costituzione, nel 1895, della “Federazione dei consorzi cooperativi del Tirolo di parte italiana”, quella che diventa l’organo centrale di coordinamento e controllo che affilia tutte le iniziative cooperative della provincia. Don Guetti ne viene nominato presidente, don Panizza dirigente federale.

E’ da dire che in quegli stessi anni don Guetti viene eletto per ben 4 volte deputato alla Dieta di Innsbruck – il Consiglio regionale del Tirolo – (nel 1897 anche al Parlamento di Vienna). Tuttavia, non parteciperà mai ai lavori legislativi in quanto lui, come altri deputati, sceglierà il metodo dell’astensione come segno di protesta nei confronti del Governo per la mancata concessione dell’autonomia integrale al Trentino.

Nel 1898, don Guetti muore a soli 51 anni. In quel difficile momento, don Panizza viene nominato presidente provvisorio della Federazione. L’anno successivo, a Mori, nel congresso del movimento, vi è però la svolta definitiva: la corrente confessionale sbaraglia ai voti i cosiddetti “neutrali” e imposta la sua azione sul modello proposto da don Panizza, il quale viene eletto presidente e sempre riconfermato pure nei vent’anni successivi, fin dopo la prima guerra mondiale.

E’ da questo passaggio che in Trentino, grazie alla visione e all’opera di don Panizza, nascerà e crescerà nei decenni successivi quella straordinaria cooperazione cattolica, unica nel panorama italiano, che arriverà sino al Duemila. E’ in questi anni che sorgono in tutte le valli della provincia, cooperative di ogni genere: dai negozi di consumo, alle casse rurali, dalle cantine sociali, alle cooperative agricole, ai caseifici, ai forni per i bozzoli della seta, alle società elettriche e a quelle assicurative.

Grazie a questo straordinario fenomeno cooperativo che – ricordiamolo – non ha scopo di lucro, il Trentino con più di 500 cooperative diviene ben presto la provincia in Europa con la più alta percentuale di società cooperative in rapporto agli abitanti, iniziando di conseguenza a sollevare la popolazione dalla miseria.

Don Panizza è figlio delle grandi scuole di pensiero dell’ 800 ancora sotto l’influsso dell’illuminismo. E’ un uomo integerrimo, onesto, che crede fermamente negli ideali di giustizia, libertà e solidarietà. E’ un maestro instancabile, un conferenziere, un giornalista.

Lo si capisce in mille occasioni, da quanto sostiene sui giornali, nei Congressi, negli incontri sul territorio, nei corsi di formazione per cooperatori: occasioni che lui ritiene essenziali a diffondere e a consolidare il suo movimento.

“Noi cooperatori – afferma – vogliamo che siano riparate le ingiustizie, soddisfatte le nobili aspirazioni del popolo, difesi i diritti individuali e collettivi, protetto il lavoro e la produzione del contadino e dell’operaio, moltiplicate le piccole proprietà. Un popolo indipendente che possa far valere e rispettare il proprio diritto alla vita con la potenza della cooperazione”.

Don Panizza è uno che non ha paura dei poteri forti. Sentiamo cosa dice a riguardo di come deve essere il socio di una cooperativa: “E’ un buon cooperatore colui che riconosce quali cause di povertà i monopoli, le speculazioni, l’usura vorace e la disorganizzazione sociale e che pensa che alle miserie si provvede meglio collettivamente che da soli”.

E ancora: “Non si deve giudicare la cooperazione puramente dai vantaggi materiali, perdendo di vista il suo fine ulteriore: l’elevazione delle masse, l’educazione del nostro popolo all’indipendenza, alla dignità di classe e alla libera e autonoma amministrazione dei propri beni.”

 Don Panizza, neo-presidente della Federazione dei Consorzi Cooperativi, inizia da subito a portare avanti i progetti già in corso e a idearne di nuovi per consolidare ulteriormente il tessuto cooperativo:

  • -nel 1899 nasce il S.A.I.T., la cosiddetta cooperativa delle cooperative  che provvede all’acquisto a allo smercio di grandi stock di prodotti per rifornire le piccole realtà sparse sul territorio
  • -nello stesso anno viene fondata la Banca Cattolica Trentina (quella che oggi può  essere considerata la Cassa Centrale delle Casse Rurali).

Sono gli anni in cui il movimento cooperativo assorbe al massimo don Panizza. Con le istituzioni e la politica è un imprenditore capace e sempre presente; con i soci cooperatori è un valido insegnante che si spende in mille corsi di aggiornamento professionale; con i lavoratori è come un padre severo, ma premuroso, che interviene nelle situazioni in cui la cooperazione dimostra dei limiti.

Due esempi per tutti. Il primo, quando il Presidente interviene con estrema determinazione sulla questione del riposo festivo non rispettato da molte Famiglie cooperative. Afferma in proposito: “Non va bene, primo perché la Cooperativa non è un negozio a scopo esclusivo di lucro, ma la Cooperativa ha fini superiori a quelli materiali; tende cioè al miglioramento morale dei soci servendosi dei miglioramenti materiali.”

Il secondo, riguarda la presa di posizione del Presidente Federale nel momento in cui viene a conoscenza di una “cooperativa che tiene a servizio una donna che a fronte di 16 ore di lavoro al giorno riceve solo 1,10 Corone”. “Questo è un trattamento vergognoso, indegno di gente che vuol appartenere all’organizzazione cooperativa” – dichiara irritato don Panizza. “Una cooperativa che sfrutta sì vergognosamente il personale di servizio, non è una cooperativa nel senso vero della parola, ma non si può che classificarla che una impresa di sfruttatori della povera gente!”

Nel 1904, don Giovanni Battista è pure il primo presidente dell’Unione Politica Popolare, l’organismo che si propone di portare in politica le esperienze positive maturate nella cooperazione.

Il 1907 è un anno importante per il Trentino e per l’Austria: per la prima volta sono indette elezioni per il Parlamento di Vienna a suffragio universale maschile (possono ora votare i maschi con più di 24 anni – in precedenza potevano votare solo i possidenti); ed è anche la prima volta che il Partito Popolare (espressione dell’Unione Politica Popolare) si presenta alle elezioni ottenendo un trionfo di consensi: ben 7 deputati su 9. Fra questi, pure don Panizza che ottiene un riconoscimento plebiscitario. L’anno successivo verrà pure eletto deputato al Consiglio regionale del Tirolo, a Innsbruck.

Nel 1907, anno della sua elezione, realizza una sua idea a Rovereto in Corso Nuovo, l’Unione dei Consorzi Economici, con lo scopo di aiutare i soci nello smercio dei bozzoli da seta.

Nel 1908, sempre a Rovereto, fonda la S.A.V., la Società Agricoltori della Vallagarina, acquistando una vasta tenuta dai padri Rosminiani e suddividendola in tanti appezzamenti per i contadini del luogo. Realizza così quella che diventerà la prima grande riforma agraria del Trentino facendo della S.A.V. la più grande società agricola integrata della provincia fino a pochi anni fa.

Al Parlamento di Vienna e a Innsbruck don Panizza è sempre molto attivo. E’ chiaro, tuttavia, che appartenendo ad un gruppo etnico di minoranza – quello italiano -don Panizza non può illudersi di influire in maniera determinante sull’indirizzo generale del Parlamento austriaco. Eppure la sua presenza assidua, i suoi discorsi e le sue mozioni rivelano una tenacia, un coraggio e un intuito non comuni che a volte riescono a centrare il segno.

E’ in quegli anni che il Trentino inizia a lentamente a sollevarsi dalla miseria economica grazie anche al programma poliennale di interventi governativi che dimostra di dare buoni frutti. Nel 1911, infatti, statistiche governative parlano di “risorgimento economico” del Trentino con un ritmo di crescita negli ultimi decenni superiore a quello della Svizzera. E il merito di ciò, deriva anche dalle molteplici attività del movimento cattolico, in primis dalle cooperative.

L’on. Panizza interviene al Parlamento su molti argomenti sempre ben documentato e incisivo. Il 27 maggio del 1908, ad esempio, interviene in difesa degli interessi dell’agricoltura del Trentino esordendo con una circostanziata accusa nei confronti delle istituzioni. Il nostro deputato si chiede come mai si sovvenzionino tutte le altre professioni e non “la più nobile e necessaria di tutte le arti e le industrie, l’agricoltura”.

Poi prosegue: “E’ uno dei miei più ardenti desideri che venga presto il momento in cui il Governo – conscio del proprio dovere e del sacro diritto del popolo a ottenere aiuti per la coltivazione del suolo – si decida a lasciare da parte tante spese inutili del militarismo, manovre, fortificazioni, armi e troppo laute paghe e pensioni (incredibile l’attualità di questo ragionamento!) e promuova finalmente l’istituzione di scuole di agricoltura e di maestri popolari d’agricoltura nei piccoli paesi. Noi del Partito popolare abbiamo fatto degli eroici sacrifici per la salvezza economica, per l’istruzione e l’educazione del nostro popolo, ma se la pioggia non viene dall’alto non può penetrare quanto basta in profondità”.

A sentire queste sferzanti accuse rivolte al Governo, parrebbe che don Panizza sia contro l’Impero e contro Francesco Giuseppe. In realtà lui è un suddito fedele dell’Imperatore, un politico che considera l’autonomia del Trentino in parte acquisita e in parte ancora da conquistare. Lui lavora con convinzione per questo obbiettivo e mai verrà meno la sua fiducia nei confronti del Tirolo e dell’Austria, neppure nei momenti più tragici che arriveranno di lì a pochi anni.

Infatti, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il 28 luglio 1914, don Panizza a 62 anni è Cavaliere  dell’Ordine di Francesco Giuseppe e da poco rieletto deputato a Innsbruck. In quei mesi “La Squilla”, giornale dei cattolici, esce con un articolo attribuito a lui: “Se la Dieta si è interessata al Trentino, se i fondi sono venuti a beneficiare anche il nostro paese; se alla politica della protesta e dell’assenteismo è subentrata una politica di fatti concreti con la fattiva partecipazione dei deputati italiani, questo è frutto esclusivo delle vittorie popolari”.

 Nel 1915, nel momento del tradimento dell’Italia nei confronti dell’ex alleata Austria-Ungheria, don Panizza fa pubblicare sul giornale “Risveglio Tridentino” un messaggio di fedeltà all’Imperatore, dal titolo: “Una manifestazione dei deputati trentini della parte italiana della Provincia”.

In esso, anche a nome degli altri deputati popolari, nonché “della stragrande maggioranza della popolazione del Tirolo Italiano”, don Panizza dichiara di “prestare la più assoluta fedeltà all’Imperatore e alla Monarchia Austro-Ungarica”, biasimando il Governo italiano per essersi lasciato trascinare in una guerra priva d’ogni ragione morale e che (parole testuali) si vorrebbe far passare “per una liberazione del popolo nostro, per quanto una tale redenzione non solo non fu mai chiesta dal popolo, ma esplicitamente sempre rifiutata”.

La guerra porta con sé la chiamata alle armi di oltre 60 mila soldati trentini e fra questi più di 11 mila non torneranno più. Nello stesso tempo arriva l’ordine di evacuazione anche per le popolazioni dei paesi posti nei pressi della prima linea. Per tutta la Vallagarina e per altre zone di confine, il momento è tragico. Anche gli abitanti di Lizzana, di cui don Panizza è parroco, devono partire.

La mattina del 27 maggio 1915 una triste processione di persone – donne, vecchi e bambini – si avvia verso la stazione ferroviaria di Rovereto con il parroco in testa. La loro destinazione è la lontana Moravia (attuale Repubblica Ceca) e la durata di quell’esilio sarà di 4 lunghi anni di stenti. Don Panizza assieme ad altri deputati trentini, chiede immediatamente che sia creato un organismo governativo che possa assistere i profughi nelle terre d’esilio.

Il Capo del Governo, Vladimir von Beck, accetta la proposta e istituisce il Comitato centrale di soccorso per le province dell’Austria-Ungheria, da lui presieduto. A don Panizza viene assegnata come regione di riferimento la Moravia, mentre all’on. Alcide Degasperi l’Austria superiore. Da questo momento e nei tre anni successivi, per don Panizza sarà un continuo peregrinare nei paesi e nelle campagne morave per dare assistenza ai trentini ospitati in condizioni pietose dai già poveri contadini del posto.

Per lui, malfermo in salute, saranno anni faticosi ma intensi, durante i quali incontrerà capi-comune, capitani distrettuali, scriverà a deputati e a ministri al fine di proporre soluzioni per alleviare le sofferenze della sua gente.

Molte di queste petizioni sono rimaste a testimonianza. A guerra finita, don Panizza rientrerà per primo a Lizzana, trovando il paese completamente distrutto. E qui inizierà un’altra battaglia, contro la diffidenza e la miseria che il passaggio dall’Austria all’Italia aveva portato con sé, ma nell’opera di ricostruzione riuscirà comunque a essere ancora una volta la guida carismatica per il suo popolo.

Morirà pochi anni dopo, nel 1923, all’età di 71 anni portando con sé un pezzo di storia ma lasciando al Trentino un forte e ben organizzato sistema cooperativo  che farà di questa terra, molti anni dopo, una delle provincie più ricche e efficienti del Paese.

Fin qui la vita di don Panizza. Permettetemi ora di tornare brevemente all’inizio di questa storia, e cioè alla nascita del movimento cooperativo che riuscì a riscattare migliaia di contadini da condizioni di profonda miseria e in particolare voglio fare un accenno ai due maggiori esponenti di quella che fu una vera e propria rivoluzione pacifica: don Lorenzo Guetti e don Giovanni Battista Panizza.

Se a don Guetti, come abbiamo visto, va il merito di avere iniziato per primo un percorso nuovo in Trentino, a don Panizza spetta indubbiamente il riconoscimento per avere realizzato e fatto crescere l’impianto della cooperazione trentina. In altre parole si potrebbe dire che Guetti ha deposto la prima pietra, mentre Panizza ha costruito la casa e curato la sua impegnativa manutenzione nel primo ventennio.

Come mai, allora, don Guetti è universalmente considerato il “Padre” della cooperazione trentina, mentre don Panizza per la maggior parte delle persone e per le istituzioni è rimasto uno sconosciuto? E’ una domanda lecita che può avere almeno tre risposte.

La prima, è certamente da ricondurre al fatto che la memoria storica la fanno sempre i vincitori. E se dunque don Panizza – come abbiamo visto – fu un esponente di spicco dell’Austria-Ungheria, nonché un convinto assertore dell’autonomia per il Trentino in parte ottenuta e in parte ancora da conquistare, risulta chiaro come alla sconfitta dell’Impero il suo ricordo venne cancellato, come lo fu del resto quello dei 60 mila soldati trentini che combatterono da quella parte.

Poi negli anni Venti arrivò il Fascismo che ritenne di esaltare altri soldati e altri eroi e nessuno in seguito, neppure con l’avvento dell’Italia democratica e repubblicana, ritenne giusto riprendere in mano la Storia e rivederla secondo canoni di obbiettività e rigore.

La seconda risposta la fornisce don Vittorio Cristelli, filosofo e giornalista, nella prefazione al mio libro “Eroe plebeo”. Don Cristelli afferma in proposito “che i trentini spesso non ammettono che il discepolo sia migliore del maestro. E’, infatti, una verità inconfutabile – prosegue don Cristelli – che ideologo della Cooperazione trentina sia stato don Lorenzo Guetti. Ma lui la diresse per soli tre anni e poi morì, mentre Giovanni Battista Panizza fu colui che nell’epoca più difficile e complessa, per 22 anni la costruì e la fece crescere dando a essa la sua inconfondibile impronta”.

La terza risposta è da collegare al fatto che dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, l’originale modello di cooperazione cattolica del Trentino austriaco, dal punto di vista storico finì per perdere la sua forte connotazione confessionale venendo così ad essere omologato alla più diffusa cooperazione laica dell’Italia vincitrice.

Per negligenza o mancata volontà, la cultura post bellica evitò poi lo sforzo di rielaborare obiettivamente la genesi del movimento cooperativo in Trentino – quello voluto da don Panizza – e di riconfermare storicamente la sua forte matrice cattolica.

Per questi motivi ancora oggi rimane  in sospeso una domanda: se dunque è la cooperazione cattolica che ha fatto conoscere alla terra trentina un’epoca che ha portato benessere e ricchezza fino ai nostri giorni, non ne è forse Giovanni Battista Panizza l’artefice principale?

Maurizio Panizza

© Il Cronista della Storia

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