ITALIA, DOPOGUERRA E RICOSTRUZIONE – 7

a cura di Cornelio Galas

«LA GERMANIA È MALATA»

PRIMA OPPOSIZIONE ALLA POLITICA TEDESCA DI DE GASPERI E SFORZA

Ben provide Natura al nostro stato,
quando de l’Alpi schermo
pose fra noi e la tedesca rabbia;
ma ‘l desir cieco e ‘ncontra ‘l suo ben fermo
s’è poi tanto ingegnato,
ch’al corpo sano à procurato scabbia.
Or dentro ad una gabbia fiere selvagge e mansuete gregge
s’annidan sì, che sempre il miglior geme;
ed è questo del seme,
per più dolor, del popol senza legge,
al qual, come si legge,
Mario aperse sì ‘l fianco
Che memoria de l’opra anco non langue,
quando assetato e stanco
non più bevve del fiume acqua che sangue.
Francesco Petrarca, Canzoniere, canzone CXXVIII

Francesco Petrarca

Negli stessi giorni in cui la Direzione affari politici curava la relazione sulla Germania occidentale da sottoporre al governo, Sforza sollecitava i rappresentanti italiani nella Bizona a fornire pareri e suggerimenti sugli sviluppi del «problema germanico», riferendosi in questo caso al futuro ruolo politico della Germania in Europa e ai rapporti italo-tedeschi.

Mentre le relazioni economiche registravano i primi successi, affioravano i primi contrasti sulla natura e sul ruolo di un futuro rapporto bilaterale italo-tedesco allora in fase di elaborazione. Nella seconda metà del 1948 giunsero a Roma diversi rapporti poco promettenti sulla “guarigione democratica” dei tedeschi.

Tra il 1948 e il 1949 i diplomatici italiani in Germania manifestarono profonde perplessità intorno alla formazione di un nuovo stato tedesco, disapprovando implicitamente le dichiarazioni di Sforza e De Gasperi sulla partecipazione dei tedeschi ai piani di cooperazione europea. Il maggiore interprete di questa linea di pensiero fu il console Vitale Gallina, dall’ottobre 1948 promosso a Console Generale.

Come è stato diverse volte accennato, il principale rappresentante italiano in Germania nutriva un radicale rancore nei confronti del popolo tedesco nel suo complesso e soprattutto disapprovava l’idea di una rinascita tedesca come fattore trainante per l’economia degli altri paesi europei. Gallina sviluppò, quindi, un atteggiamento ostile e poco incline ad un riavvicinamento italo-tedesco.

Sforza e De Gasperi

La missione diplomatica italiana a Francoforte si distinse per un’ostinata opposizione verso ogni ipotesi di reinserimento della Germania nei progetti di collaborazione economica e politica fra i paesi europei, una contrarietà accompagnata dalla convinzione dell’inutilità di una cooperazione economica italo-tedesca.

Gallina aveva compreso che gli interessi commerciali costituivano un ostacolo all’approvazione delle proprie tesi presso i principali rappresentanti del governo: soprattutto il ministro Sforza e il Presidente del consiglio De Gasperi. Per tale motivo a partire dal novembre 1948 Gallina tentò di dimostrare in primo luogo che la ripresa economica della Germania occidentale costituiva un abbaglio, un grave errore di prospettiva.

Carlo Sforza

Il 3 novembre Sforza e De Gasperi ricevettero un lunghissimo rapporto segreto di circa settanta pagine dal console italiano a Francoforte sul Meno. Si trattava di un documento contenente una serie di interpretazioni e di indicazioni politiche per il governo, basate sugli ultimi avvenimenti tedeschi.

In primo luogo, comunicava Gallina, la riforma monetaria e la politica economica di stampo liberista portata avanti da Erhard rappresentavano processi che andavano ridimensionati, poiché avevano apportato benefici momentanei e soprattutto illusori:

«La Germania oggi è malata. Si illudono quegli osservatori che avendo visto rimuovere durante il 1948 le macerie dalle strade pensano che nel 1949 si ricostruiranno le case. Si illudono quanti avendo visto circolare un po’ di Deutsche Mark dopo la riforma monetaria, per l’afflusso nel mercato degli stock nascosti, credono che l’economia tedesca si stia rimettendo.

La riforma ha portato qualche beneficio certamente; la esaltano i suoi artefici. Ma ad altre cause è dovuto principalmente il leggero miglioramento nelle condizioni generali e cioè ai sostanziali aiuti esterni. La Germania ha bisogno di essere amorosamente curata ed assistita. Ma su di essa non solo non si può ma sarebbe pericoloso fare per ora assegnamento, specialmente per scongiurare nuove minacce che si affaccino da altre direzioni».

Vitale Gallina (a destra)

La Germania doveva essere «curata ed assistita» da un punto di vista economico, ma, soprattutto, sotto il profilo politico a causa della naturale indole antidemocratica dei tedeschi. Tuttavia, secondo la contorta lettura di Gallina, la Germania veniva invece eccessivamente sopravvalutata da americani, inglesi, e italiani.

Tale «pericoloso fenomeno» impediva a tutti di comprendere che l’Europa si sarebbe risollevata prima e meglio senza il peso del popolo tedesco:
«Si assiste così ad un fenomeno assai pericoloso, la sopravalutazione della Germania. Russi ed Americani ed Inglesi (che la vogliono attrarre nella propria orbita), Francesi (che la vogliono fare a pezzi) e Federalisti europei di ogni corrente (Italiani non esclusi), tutti insomma – vincitori, vinti e neutrali – sono portati ad attribuire alla Germania un ruolo che non ha ed una funzione che non sarà in grado mai di assolvere».

Era necessario riconsiderare i benefici derivanti dalla ricostruzione economica tedesca, l’Europa poteva fare a meno della Germania:

«E dobbiamo insieme chiederci se essa sia veramente necessaria alla ricostruzione degli altri Paesi d’Europa. […] Non sarà per merito della Germania (che continuerà ancora per parecchi anni più a ricevere che a dare) che sarà completata la ricostruzione economica degli altri Paesi d’Europa. […] “Senza la Germania non si ricostruisce l’Europa”, la ripercussione e la portata di queste frasi infelici (che potremmo dire infauste) sono state enormi. […]

Ma anche se si vuole ammettere che occorra la Ruhr (carbone e industrie), sono poi necessari i tedeschi? Voglio dire dirigenti tecnici, maestranze specializzate e masse operaie non qualificate. Perché è qui l’equivoco più grave: si pensa che siano necessari il cervello tedesco ed il braccio tedesco, quando si afferma che l’Europa non si può rimettere in piedi senza la Germania. […] È per un fenomeno d’isteresi psicologica, per pigrizia mentale oppure, in certi casi, per interesse che si continua a sopravalutare il popolo tedesco».

Anche riguardo al problema della Ruhr Gallina assumeva una posizione nettamente contraria a quella ufficiale italiana esposta in occasione della Conferenza di Parigi dell’estate 1947. Secondo il diplomatico italiano, infatti, la Ruhr doveva, per il bene dei popoli europei, essere completamente staccata dal resto della Germania.

La «questione germanica», continuava Gallina, presentava inoltre un problema di sovrappopolazione. L’afflusso dei profughi tedeschi dalle regioni orientali separate dalla Germania durante la Conferenza di Potsdam aveva creato uno scenario di instabilità sociale che metteva a rischio l’intera Europa.

Il problema della sovrappopolazione poteva essere risolto facilitando l’emigrazione in Africa dei tedeschi «di troppo»:

«Come possono 70 milioni di persone vivere in un territorio ridotto, colle gravissime mutilazioni subite, ad appena quattrocentomila kilometri quadrati? […] Se c’erano, al tempo di Clemenceau, venti milioni di tedeschi di troppo, ore ce n’è almeno trenta. Perché non si concede loro di emigrare in Africa?».

Il problema della sovrappopolazione tedesca divenne in seguito una vera e propria ossessione. Nell’ottobre del 1949 Gallina scriveva che: «Il problema fondamentale della Germania è quello dell’eccesso di popolazione […] “Ci sono venti milioni di tedeschi di troppo” gridava trenta anni fa Clemenceau. Non si osò allora né si osa sopprimerli».

Quale posizione avrebbe dovuto assumere l’Italia nei confronti della Germania? Il governo italiano, riferiva Gallina, aveva sbagliato a non appoggiare le tesi (drastiche) francesi sulla questione tedesca. L’unità europea non sarebbe mai stata raggiunta con la partecipazione dei tedeschi:

«Il nostro punto di vista – scriveva Gallina – dovrebbe essere più vicino a quello della Francia che non a quello degli Stati Uniti. È infatti con un senso di profonda delusione e di amarezza che si deve però constatare che questo popolo non ha cambiato né corretto la sua mentalità politica e che continua, nonostante forme e vernici democratiche, a coltivare aspirazioni di “revanche” e di primati che lo fanno deviare da quella che oggi è la sola via della salvezza per tutti, quella dell’unità europea […] il tenerla per ora in quarantena [la Germania] è una misure profilattica politica necessaria per assicurare l’incolumità della futura Europa federata».

Il rapporto del Console Generale a Francoforte presentava notevoli punti di confusione e non poche contraddizioni. Il ruolo internazionale dell’unità politica ed economica dell’Europa era interpretato in alcuni passi come una forza pacifica e di mediazione tra gli Usa e l’Unione Sovietica, mentre poco dopo quella stessa Europa era vista come un’arena nella quale la Gran Bretagna, la Francia e naturalmente l’Italia avrebbero dovuto «scontrarsi» (diplomaticamente) per la leadership continentale.

In realtà, il problema principale, nell’ottica del rappresentante italiano a Francoforte, era rappresentato dall’orientamento della politica statunitense verso la questione tedesca. Nella progressiva tensione con l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti avevano maturato l’idea di far risorgere al più presto quella parte della Germania sotto il controllo anglo-franco-americano per allineare i tedeschi nel blocco delle nazioni occidentali in funzione antisovietica.

La politica americana, puntando sull’economia tedesca come motore della ripresa europea, trascurava, secondo Gallina, gli altri paesi occidentali e soprattutto l’Italia. La Bizona riceveva in questo modo centinaia di milioni di aiuti americani sottraendo risorse ai paesi, come l’Italia, devastati dall’occupazione tedesca. Gli Stati Uniti e i paesi dell’Europa occidentale avrebbero dovuto, invece, intraprendere un’azione di risanamento morale della Germania, educando i tedeschi ad «un metodo di vita democratico».

La prova della diffusione di una patologia collettiva in Germania, continuava Gallina, era avvalorata dalla percezione del popolo tedesco sulla guerra appena terminata:

«Questa è la tragedia di questo popolo: che non solo non si sente colpevole e debitore ma ritiene di essere, sempre, il popolo eletto, “messianico”, che solo può salvare il mondo. La Germania-popolo, le menti malate non hanno certo il “self control” né il senso del limite, si considera come ieri il centro ed il cervello non solo dell’Europa ma del mondo! […] è un fenomeno destinato probabilmente a durare. È proprio una malattia costituzionale, non un fatto traumatico o passeggero, del carattere tedesco».

Il governo italiano quindi, suggeriva Gallina, doveva convincere gli Stati Uniti della sostanziale “immaturità” morale del popolo tedesco. La Germania era inadeguata a svolgere un ruolo economico e politico rilevante nella ricostruzione dell’Europa e nel confronto con l’Unione Sovietica. Pertanto, nello scenario internazionale caratterizzato dall’emergere di due sole superpotenze, l’Italia, «nazione dotata – secondo il console Gallina – di una razza con un profondo senso di umanità e di giustizia», aveva la possibilità di svolgere il ruolo che gli Stati Uniti volevano affidare alla Germania.

Le osservazioni del diplomatico a Francoforte sulla presunta antidemocraticità dei tedeschi si basavano esclusivamente sull’immagine stereotipata degli stessi. È interessante notare i molteplici punti di contatto tra la narrazione pubblica del «tedesco», fondata sulla coppia contrapposta del «bravo italiano» e «cattivo tedesco», costruita dalle forze politiche antifasciste e le considerazioni di Gallina.

La rappresentazione del “tedesco” quale soldato oppressore dedito unicamente a perseguire gli scopi egemonici del nazionalsocialismo a danno del mondo intero, oltre a rispondere ad una narrazione ad uso e consumo del pubblico nazionale e internazionale, trovava profonde radici anche nella coscienza di qualche diplomatico.

Gli studi di Focardi hanno evidenziato come nel secondo dopoguerra tale narrazione fu strumentalizzata da alcuni apparati dello stato per scaricare sulle spalle dell’ex alleato tedesco il peso esclusivo della responsabilità per la condotta bellica dell’Asse. Tuttavia il sistematico ricorso alle immagini del «cattivo tedesco» all’interno di un documento riservato e segreto segnala il profondo radicamento di quelle immagini, ripresentate anche quando non dovevano “servire” a separare in ambito internazionale le sorti dell’Italia da quelle della Germania nazista.

Si trattava di ragionamenti fondati su immagini precostituite, poiché l’approssimazione con la quale Gallina aveva seguito (e seguiva) gli sviluppi politici tedeschi-bizonali non consentiva un’adeguata valutazione delle continuità e delle discontinuità tra il Terzo Reich e la Germania occidentale del dopoguerra. Sul piano internazionale da tempo gli Stati Uniti non erano orientati ad una politica di isolamento nei confronti del popolo tedesco, come del resto i rapporti di Tarchiani avevano rilevato fin dalla primavera del 1947.

Infine il peggior difetto di realismo consisteva nel ritenere l’Italia in grado di esercitare un sicuro ascendente sugli Stati Uniti, tale da condizionare la politica estera di questi ultimi. In generale le relazioni scritte dal console Gallina rappresentano un glossario del linguaggio fascista: sono testi colmi di ambizione, risentimento e astio verso gli ex alleati dell’Asse. Tale corruzione linguistica costituiva il sintomo di una mentalità completamente sganciata dal corso degli eventi internazionali e finì per riflettersi sui contenuti dei ragionamenti proposti da Gallina nel corso della sua missione in Germania.

Sulla base della documentazione esaminata risulta, dunque, poco convincente l’interpretazione di Tiziana Di Maio sull’attività diplomatica svolta da Gallina nella Bizona. Secondo Di Maio, infatti: «malgrado l’eccessivo pessimismo ed alcune errate previsioni, in queste valutazioni di Gallina è possibile ritrovare quel “realismo europeo”, che i tedeschi riconoscevano agli italiani e che avrebbe contribuito a riavvicinare i due popoli nel secondo dopoguerra».

Solo attraverso un processo di profonda forzatura risulta possibile attribuire alle tesi ed alle proposte di Gallina un sostrato politico incentrato sul senso della realtà nella sua concretezza e quindi lontano da ogni impostazione ideologica.

È interessante rilevare che né Sforza, né De Gasperi giudicarono completamente fuori luogo le riflessioni di Gallina, né tanto meno sollevarono dall’incarico quello che probabilmente era il diplomatico maggiormente in disaccordo con gli orientamenti della politica estera italiana sulla Germania. Il ministro Sforza decise di richiedere il parere di Relli, che fu direttamente invitato dal ministro a formulare valutazioni in merito alle tesi avanzate da Gallina.

Durante l’autunno il consolato italiano nella zona d’occupazione inglese aveva seguito da vicino gli scioperi contro la politica economica dell’amministrazione bizonale tedesca di Francoforte. Poco dopo la riforma monetaria, Erhard aveva promosso una serie di misure rivolte alla liberalizzazione immediata dei prezzi, affinché il meccanismo della concorrenza agisse da unico arbitro del processo economico. In autunno si era verificata un’ascesa dei prezzi delle merci e un aumento della disoccupazione, sviluppi che contribuirono ad alimentare le prime proteste.

Il 12 novembre fu proclamato uno sciopero generale all’interno della Bizona e il console Relli fu l’unico rappresentante italiano ad aggiornare il governo sull’andamento delle proteste e sul dibattito interno tedesco. Le fonti dimostrano che Sforza lesse tutti i resoconti sulle agitazioni nella Bizona inviati da Relli, che da quel momento fu promosso dal ministro degli Esteri “consulente” diretto per gli sviluppi interni della Germania occidentale.

Il 18 dicembre 1948, il console italiano ad Amburgo inviò a Roma il proprio parere sul lungo rapporto di Gallina. Le posizioni di Relli divergevano da quelle del Console Generale a Francoforte non tanto sulla constatazione dell’innata antidemocraticità e pericolosità dei tedeschi – un’evidenza senza possibilità di equivoci – quanto sul ruolo economico e politico che poteva svolgere la Germania occidentale in Europa. Così come Sforza e De Gasperi iniziavano ad affermare, la partecipazione dei tedeschi ai progetti politici ed economici di cooperazione europea era considerata da Relli auspicabile.

Tuttavia, aggiungeva il console italiano ad Amburgo, tale politica rappresentava l’unica possibilità per estendere a tutti i popoli europei la sorveglianza nei confronti della sempre temibile Germania:

«Mentre posso aderire – scriveva Relli – al giudizio che il Console Generale a Francoforte dà sullo stato d’animo, i difetti e le debolezze congenite del popolo tedesco, non credo di poterlo seguire nelle conclusioni che ne trae, soprattutto quando vorrebbe relegare questo popolo in un girone dantesco. Tali punizioni collettive che mi sembrano sfasate nei tempi e contrarie alle mete che i popoli d’occidente stanno rincorrendo, ci riporterebbero troppo presto ai regimi che provocarono la ancor recente crociata.

La ripresa tedesca ha provocato indubbiamente un risveglio della coscienza di questo popolo e quindi, per naturale sviluppo, si è giunti alla sua aspirazione di inserirsi nell’economia europea con speranze, generalmente sincere di venire riammesso nella famiglia occidentale […] se è vero che il popolo tedesco non ha imparato molto dalla disfatta, è pur vero che esso desidera sinceramente risanare le proprie profonde ferite, ed è capace di lavorare con tenacia e serietà anche per il benessere comune.

Non riconoscergli queste aspirazioni e respingerlo, per ottusità, miopia o sacro egoismo, dalla comunità europea equivarrebbe non solo a rinnegare gli ideali moderni ma, ancor peggio, significherebbe voler scientemente accentuare i difetti che hanno portato il popolo tedesco alle intemperanze del recente passato […] la sola via della redenzione tedesca è quella del lavoro e dell’inserimento di questo popolo nel complesso economico e politico della futura Europa.

Ogni altra soluzione non farebbe che trasformarlo in uno strumento contundente che sfuggirebbe ben presto di mano. Sarebbe invece saggio ed opportuno fare fin da ora tutto il possibile per incoraggiare le tendenze che si manifestano apertamente in certe correnti politiche cristiane […] Non posso condividere la tesi del Console Generale a Francoforte circa le capacità produttive della Germania occidentale, in particolare quando asserisce che questo paese non sia in grado di dare un apporto alla ricostruzione europea, che a suo avviso sarebbe già in atto senza di esso.

Il territorio occidentale germanico ha già raggiunto quasi l’80% della sua produzione antebellica, malgrado le condizioni materiali e morali del paese e le restrizioni d’ogni genere imposte dai vincitori. Esso produce ora quasi mezzo milione di ton. d’acciaio al mese e 320 mila ton. di carbone al giorno.

La sua esportazione, sovente impedita dai vincitori per timore di concorrenza, raggiungerà quest’anno i 700 milioni di dollari e nel 1949 potrebbe facilmente raddoppiare se si presentasse sul mercato mondiale. Non si può sostenere l’indipendenza economica dell’Europa annullando un potenziale di produzione che è la base – almeno siderurgica – di tale indipendenza».

L’Italia, continuava Relli, doveva incoraggiare il riavvicinamento tra tedeschi e popoli europei: «questo nobile compito sarebbe proprio adatto al nostro paese». Poco dopo suggeriva, attraverso un’immagine destinata a largo successo, il ruolo storico che si offriva al governo: «nella futura famiglia europea l’Italia potrebbe dare la mano al figliol prodigo tedesco avviandolo sulle vie della pace». Impostando in questo modo la propria politica estera con la Germania occidentale, il governo italiano «aiuterebbe anche a far scordare il nostro errore dell’assurda collaborazione militare con i tedeschi».

È difficile stabilire se fu proprio il rapporto di Relli ad ispirare al governo italiano l’atteggiamento da “fratello maggiore” nei confronti della Germania occidentale, un ruolo e un’immagine in seguito sottolineata anche dalla storiografia tedesca-occidentale. Più probabilmente l’idea proposta da Relli contribuì a delineare un atteggiamento politico già presente in forma provvisoria, come le dichiarazioni del Presidente del consiglio e del ministro degli Esteri al Parlamento e alla stampa, prima citate, lasciano intuire.

Tuttavia il suggerimento di Relli, che in apparenza sembrava convergere con le coeve affermazioni pubbliche di De Gasperi sulla Germania occidentale, si distingueva dalle posizioni del Presidente del consiglio per un aspetto centrale. Nell’ottica di De Gasperi affiorava il timore che una Germania isolata dal resto dell’Europa occidentale potesse finire sotto la diretta influenza sovietica, mettendo a rischio l’intero equilibrio postbellico.

De Gasperi

Lo sfondo sempre presente nelle riflessioni del Presidente del consiglio, così come per il ministro degli Esteri e per la Direzione affari politici, era quello della guerra fredda. Nelle analisi politiche realizzate a Roma il problema tedesco non era mai completamente separato dal contesto internazionale della competizione sociale, economica, ideale e geopolitica tra i due sistemi.

La prospettiva di Relli, ma anche di Gallina, era invece completamente incentrata sulla Germania. Il pericolo era rappresentato dal popolo tedesco in sé e per sé. La mano che l’Italia avrebbe dovuto tendere al «figliol prodigo tedesco avviandolo sulla via della pace» rappresentava il mezzo per tenere a bada gli irrequieti «teutonici».

I progetti di cooperazione europea costituivano infine, secondo l’ottica proposta da Relli, l’altro strumento politico a disposizione per rendere inoffensiva la Germania occidentale: «Questo auspicato sviluppo della federazione europea potrebbe rappresentare l’opportunità di concorrere a quella possibilità di tutela politica della nuova Germania».

Le differenti prospettive politiche ed economiche manifestate da Gallina e Relli sul futuro della Germania occidentale, e le relative conseguenze politiche circa l’atteggiamento italiano nel campo delle relazioni italo-tedesche, determinarono una scarsa collaborazione tra le due sedi consolari.

Tuttavia la comune condivisione di una griglia interpretativa fondata sul presupposto della naturale antidemocraticità e dei «difetti congeniti» del popolo tedesco influenzava inevitabilmente in una sola direzione le osservazioni e le valutazioni sulle vicende politiche della Germania occidentale.

Le relazioni inviate a Roma da Gallina, Relli e Wiel potevano distinguersi per il diverso peso attribuito dai singoli diplomatici all’economia tedesca e per una diversa visione dei rapporti bilaterali, ma concordavano su una tesi non priva di ripercussioni: l’incompatibilità tra democrazia e vita politica tedesca. Una tesi mai abbandonata nel corso dei mesi successivi e che derivava da un insieme di pregiudizi sul popolo tedesco condivisi in linea di massima da non pochi diplomatici (soprattutto tra i dirigenti della Direzione affari politici).

All’interno del ministero degli affari Esteri è possibile, infatti, individuare un atteggiamento non privo di ambivalenza intorno al ruolo della Germania e dei rapporti italo-tedeschi. La direzione affari Economici, guidata dal 1947 da Umberto Grazzi, era orientata agli aspetti che dovevano salvaguardare gli interessi della politica commerciale italiana, per la quale il mercato tedesco risultava fondamentale.

Da tale punto di vista, la formazione di una unità politica tedesca-occidentale costituiva una soluzione del tutto in linea con gli interessi economici e commerciali dell’Italia. Allo stesso tempo non erano pochi i diplomatici che nutrivano una scarsa fiducia sulle possibilità di democratizzazione del popolo tedesco.

Il caso più eclatante è rappresentato dalla Direzione affari politici (diretta tra il 1944 e il 1948 da

L’arrivo di Vittorio Zoppi, nuovo ambasciatore a Londra

) che, pur riconoscendo i vantaggi geopolitici derivanti da «un risollevamento politico ed economico della Germania occidentale», era composta da diplomatici tendenzialmente contrari ad una rinascita politica tedesca e maggiormente orientati, nell’ambito della politica estera europea, ad un forte riavvicinamento dell’Italia alla Francia.

Vittorio Zoppi, Gastone Guidotti (successore di Zoppi alla Direzione degli affari politici), Pasquale Jannelli, Giorgio Smoquina, l’ambasciatore Pietro Quaroni rappresentano alcuni dei diplomatici italiani più importanti che tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, come si vedrà nel prossimo capitolo, agirono da freno nei confronti della linea politica di riavvicinamento alla Germania occidentale promossa dal governo.

Questi funzionari, soprattutto l’ambasciatore Quaroni e il conte Zoppi, definito dal primo rappresentante tedesco in Italia, Clemens von Brentano, come l’«eminenza grigia (graue Eminenz) della politica estera italiana» nonché un funzionario agli antipodi della «germanofilia», furono fautori di una politica estera europea basata su una salda intesa italo-francese, criticando in diverse occasioni le aperture di De Gasperi e Sforza alla Repubblica federale.

Quaroni

Il 20 maggio del 1949, appena tre giorni prima della promulgazione della costituzione della Germania occidentale, Relli inviava al ministero degli Esteri e alla Presidenza del consiglio un rapporto riservato sulla «sintesi della situazione tedesca». Fin dall’immediato dopoguerra, scriveva Relli, «l’affrettata ricostituzione dei partiti politici [tedeschi] diede inizio a quella vita politica addomesticata che dura tuttora, danneggiando la redenzione politica e spirituale del paese».

La riforma monetaria e la politica americana avevano prodotto un innegabile «risveglio» economico, ma la conseguenza politica non trascurabile della ripresa produttiva della Germania occidentale era rappresentata dal «rinascere di una coscienza nazionale e dalla ricomparsa dei difetti congeniti della razza germanica».

L’immaturità politica dei tedeschi – e non lo scontro bipolare o le diverse posizioni delle grandi potenze sul futuro della Germania – costituiva il principale problema dell’Europa postbellica e «la nazione tedesca si è trovata, in anticipo sulla sua maturità ideologica e politica, ad essere un fattore determinante della politica europea».

I paesi democratici, ammoniva Relli, si preparavano ad accogliere senza riflettere «nella famiglia occidentale, in seno ai popoli pacifici un popolo guerriero». Il rapporto di Relli “avvisava”, infine, il governo di Roma che gli sviluppi tedesco-occidentali avrebbero presto portato ad uno stato con un sistema di produzione centralizzato e socialista, con la probabilità della ricostituzione di un nuovo regime nazionalsocialista:

«L’evoluzione interna tedesca porterà ad un sistema economico ed amministrativo centralizzato a fisionomia socialistizzante. L’eventuale unificazione della zona orientale non farebbe che accentuare queste caratteristiche accelerando il processo di nazionalizzazione delle industrie e dell’agricoltura. Verrebbero così a crearsi le premesse per un socialismo nazionale che, nel clima spirituale tedesco del dopoguerra, comporterebbe la minaccia di trasformarsi in un nazional-socialismo di nuova edizione il quale ricercherebbe il suo spazio vitale in quell’unificazione europea che fu già accarezzata a suo tempo dal socialismo di Stresemann».

Le posizioni del console Relli e del Console Generale Gallina erano senza dubbio incompatibili con gli orientamenti sulla Germania occidentale maturati a Roma tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949, e allo stesso tempo dimostrano la presenza di una totale mancanza di perspicacia e di lungimiranza.

La disamina delle osservazioni e delle proposte formulate dalla diplomazia italiana intorno all’evoluzione politica delle tre zone occidentali della Germania consente di trarre alcune conclusioni. Nel caso dei rapporti italo-tedeschi la permanenza di funzionari selezionati dal regime fascista condusse a due diversi esiti. Nella gestione delle relazioni commerciali la continuità del personale fu, infatti consapevolmente accettata e intenzionalmente perseguita allo scopo di accelerare la ripresa degli scambi. I risultati ottenuti dal governo in questo campo non furono scarsi e la scelta si rivelò economicamente efficace, anche se politicamente problematica.

Sul piano dell’azione diplomatica finalizzata all’elaborazione e alla preparazione di analisi e di previsioni politiche destinate al governo è lecito tuttavia chiedersi se quella stessa continuità non abbia influito nell’accentuare fino all’inverosimile i sospetti dei rappresentanti italiani su ogni passo compiuto dai tedeschi occidentali sulla strada della formazione della Repubblica federale.

La sostituzione di quei diplomatici con personale intellettuale o politico, come del resto era avvenuto nei primi anni del dopoguerra in occasione dei nuovi ambasciatori italiani a Parigi, Londra e Mosca, non rappresentava la garanzia di una maggiore perspicacia e lungimiranza, ma molto probabilmente avrebbe evitato il disorientamento di fronte alla dinamica della vita politica tedesca occidentale.

Subito dopo la fine della guerra in Francia era stato inviato come ambasciatore il socialista Giuseppe Saragat, a Washington l’azionista Alberto Tarchiani, a Londra il liberale Nicolò Carandini e Nenni nel 1946 inviò a Mosca come ambasciatore il liberale Manlio Brosio.

Scriveva, infatti, Quaroni il 20 aprile 1949:

«Ammettere la partecipazione della Germania alle varie organizzazioni occidentali di carattere politico ed economico ed escluderla da quella militare equivarrebbe a dare alla Germania non una posizione di sfavore, ma una di particolare privilegio; vorrebbe dire che francesi inglesi ed americani si accollerebbero i costi della difesa della stessa Germania, lasciando questa indenne dai sacrifici e dalle spese. Come si può pensare che in una Europa, ove la Germania, economicamente ricostruita, stia ricominciando a contare, spetti alle divisioni inglesi e francesi la guardia sull’Elba, onde permettere ai tedeschi di rimanere esenti dal servizio militare”.

Nei resoconti dei rappresentanti diplomatici italiani (ma non in quelli dell’Ufficio commerciale, che tuttavia si concentravano quasi esclusivamente su Erhard e sull’area liberale) risulta, infatti, difficile scorgere reali differenze programmatiche o di valori tra socialdemocratici (Spd), cristiano-democratici (Cdu-Csu), liberali (Fdp) e comunisti (Kpd).

Ogni passaggio politico venne letto come un indizio sufficiente a dimostrare la ricomparsa dei “noti” «difetti congeniti» del popolo tedesco; nuove e vecchie mire egemoniche sull’Europa si intrecciavano con il desiderio dei partiti politici di risollevare la Germania dalla catastrofe della guerra.

Tra il 1947 e il 1949, l’indiscussa «immaturità politica» dei tedeschi costituì per i diplomatici italiani una delle fondamentali chiavi interpretative degli avvenimenti interni della Germania occidentale e per tale motivo non fu difficile, per quegli stessi diplomatici, intravedere esclusivamente i rischi e i pericoli per l’Europa che si celavano dietro ogni passo verso la formazione della Repubblica federale.

Si alimentava, così, un circolo vizioso che finiva per incrementare i pregiudizi intorno alla «malattia costituzionale dei tedeschi». Non si tratta dell’impressione che lo stato nascente fosse “restaurativo” (un concetto in questi anni assente dalle riflessioni sul «problema tedesco» dei vari funzionari degli Esteri), proprio perché nell’ottica dei diplomatici italiani in Germania la cultura politica tedesca era viziata alla base da «difetti congeniti», e quindi priva di reali alternative.

LA SCELTA DEL RIAVVICINAMENTO POLITICO

Ad aprile l’ambasciatore Quaroni sollevava il problema del riarmo tedesco, prospettando al governo l’inevitabilità di tale processo, ma anche la convenienza per l’Europa occidentale di usufruire del potenziale militare della Germania Ovest in prospettiva antisovietica. La relazione della Direzione affari politici sull’atteggiamento dell’Italia nei confronti del nuovo stato tedesco aveva già indicato l’interesse geopolitico per la penisola derivante dall’inserimento della Germania nel campo occidentale.

Pochi giorni prima dell’arrivo del rapporto di Relli sulla Repubblica federale e sulla rinascita del nazionalsocialismo il governo italiano aveva rotto gli indugi, prendendo apertamente l’iniziativa per una riavvicinamento politico con la nuova classe dirigente tedesca-occidentale. Il ministro degli Esteri Sforza e il presidente del Consiglio De Gasperi decisero di tradurre gli orientamenti sulla Germania in precise azioni politiche e diplomatiche, promuovendo esplicitamente incontri bilaterali.

La prova di tale decisione è rappresentata da un appunto redatto da Giorgio Smoquina (direttore generale aggiunto per il personale e l’amministrazione interna) su richiesta di Sforza, il 14 maggio 1949. Il documento intitolato «rapporti italo-germanici» si prefiggeva di aggiornare il governo, il personale dirigente del ministero degli affari Esteri e alcuni ambasciatori all’estero circa l’opportunità di incrementare i rapporti bilaterali non solo da un punto di vista economico, ma anche politico.

In primo luogo si spiegava – con un’affermazione che in realtà non trova adeguati riscontri nelle fonti – che il desiderio di intensificare i legami politici italo-tedeschi si registrava nella stessa Germania (occidentale):

«Questa volontà di riprender contatto con l’Italia risulta dai rapporti dei nostri rappresentanti consolari ed è noto come i capi dei singoli Laender [sic] e personalità culturali e politiche della Nazione germanica sollecitino questi contatti e si dimostrino particolarmente ansiosi di una ripresa di essi […] tale interesse, infatti, che ha nel mondo germanico aspetti tradizionali, giustificazioni economiche e radici culturali, muove ora anche dalla avvertita necessità di trovare, in un Paese che è passato attraverso analoghe esperienze, elementi di orientamento per la propria opera di ricostruzione».

Le ultime frasi della citazione non nascondevano la convinzione che l’Italia fosse un paese spiritualmente più maturo rispetto alla Germania, maggiormente in grado, pertanto, di rappresentare un modello per la nuova classe dirigente tedesca. Un atteggiamento che, con diverse sfumature, era condiviso da diplomatici e rappresentanti politici di governo, come mostrano le discussioni in occasione della ratifica del Trattato di pace italiano.

Si noti inoltre come lo slittamento semantico che portava a considerare la Germania occidentale come la Germania tout court (iniziato già nell’estate del 1947) fosse oramai completo nella primavera del 1949. Il documento diramato da Sforza non specifica mai che la nazione/lo Stato oggetto dei rapporti bilaterali era in realtà la Bizona/Trizona separata economicamente e politicamente dal resto della Germania.

In secondo luogo la complementarità tra le economie italiana e tedesca e il peso “politico” che la Repubblica federale avrebbe assunto nuovamente nel contesto dei rapporti europeo-occidentali costituivano i due principali motivi per cui l’Italia, secondo la visione del governo, non poteva trascurare la possibilità di un’intesa politica con la nuova Germania.

Per il ministro Sforza, se da parte italiana non erano stati intrapresi finora rilevanti passi politici di riavvicinamento alla Germania, era dipeso principalmente dalla «convenienza» di non allarmare gli alleati (soprattutto Francia e Gran Bretagna) con possibili ricordi della precedente alleanza nazi-fascista, ma anche dalla persistente precarietà che fino a quel momento aveva caratterizzato la questione tedesca, tanto sul piano interno che su quello internazionale.

Tuttavia gli ottimi risultati conseguiti con i primi scambi economici italo-tedeschi (3 settembre 1948 e 28 aprile 1949, quest’ultimo sarà esaminato insieme al potenziamento degli scambi nel prossimo capitolo) ed il graduale assestamento politico-istituzionale della Germania (occidentale) attraverso l’istituzione della Repubblica federale suggerivano al ministro degli Esteri italiano l’opportunità di promuovere i rapporti politici bilaterali:

«[…] si sono iniziati infatti con il nostro Paese rapporti di scambi sul piano economico e l’assetto della Germania occidentale avvia alla soluzione […] sembrerebbe pertanto essere giunto il momento propizio per riprendere gradualmente maggiori contatti con la Nazione germanica».

Il riassestamento degli scambi economici fra i due paesi era ritenuto da Sforza una tappa preliminare ad un eventuale discorso di intesa politica. Le alleanze economiche costituivano un fattore importante per stringere in seguito un legame politico. La fase di incertezza attraversata dalla politica estera italiana nel corso del 1949 circa il collegamento preferenziale con la Francia, a causa della mancata entrata in vigore dell’accordo doganale italo-francese, contribuì ad orientare le scelte dell’Italia verso un approfondimento dei rapporti politici con i rappresentanti della Germania occidentale.

Infatti, parallelamente all’azione diplomatica si ravvisava la possibilità di favorire i contatti tra quei partiti politici italiani e tedeschi che possedevano un comune patrimonio di valori, con riferimento esplicito alla DC-Cdu e Psli-Spd:

«Prendendo per spunto l’esempio del laburismo inglese, che da tempo intrattiene stretti contatti con i socialdemocratici tedeschi, si ravviserebbe pertanto l’opportunità che per l’Italia tale iniziativa venga presa dal partito democristiano nei confronti del C.D.U. germanico, e dal P.S.L.I. nei confronti del partito socialdemocratico tedesco. Si ricorda a tale proposito che prossimamente il Ministro dell’Economia della Bassa Sassonia, Otto Friecke (cristiano sociale) visiterà la Fiera di Milano».

Da un punto di vista politico le posizioni di Gallina, ma anche di Relli, sul nuovo stato tedesco denotavano una radicale incompatibilità con l’impostazione del governo. Dopo il rapporto del 20 maggio il consolato italiano diretto da Relli non fu più coinvolto nelle discussioni politiche sui rapporti bilaterali italo-tedeschi.

Nel giugno del 1949 il ministro degli Esteri richiese una vasta riorganizzazione della rete consolare italiana in Germania. I punti principali della nuova pianificazione prevedevano la sostituzione di Gallina con Babuscio Rizzo292 e, come si vedrà nel prossimo capitolo, una maggiore centralità del consolato italiano a Monaco di Baviera, riaperto nella seconda metà del 1948, e diretto da Francesco Malfatti che nella primavera del 1949 aveva mostrato una maggiore cautela nelle previsioni sul futuro della Repubblica federale.

Francesco Babuscio Rizzo rappresentava per il governo la figura di diplomatico adatta a tutte le stagioni. Il futuro ambasciatore italiano a Bonn aveva già avuto modo di occuparsi delle relazioni italo-tedesche durante una delle fasi più delicate della storia dei rapporti bilaterali. Prima del 1945, infatti, era stato Capo di gabinetto presso il ministero durante gli ultimi mesi del regime fascista (febbraio – luglio 1943).

In questo ruolo nella primavera del 1943 aveva gestito da un punto di vista diplomatico gli ultimi mesi di vita dell’Asse Roma-Berlino. Come Capo di gabinetto, inoltre, aveva collaborato insieme a Giuseppe Bastianini (sottosegretario agli Esteri nella primavera del 1943 e ricercato nel dopoguerra dalla Jugoslavia come «criminale di guerra»), Leonardo Vitetti e Luca Pietromarchi alla redazione della controversa «Carta d’Europa», presentata dal regime fascista ai vertici del Terzo Reich in occasione dell’incontro di Klessheim (7-10 aprile 1943).

Dopo la caduta di Mussolini e la formazione del governo Badoglio fu inviato in Vaticano. È importante rilevare che Babuscio Rizzo risulta essere uno dei diplomatici su cui la Commissione di epurazione addetta al dicastero degli Esteri ha prodotto più fascicoli di documentazione per sostenere la necessità dell’epurazione.

Alla fine del 1949, Babuscio Rizzo, dopo aver contribuito al progetto (naufragato con la sconfitta dell’Asse) di un’Europa sottoposta ad un ordine gerarchico capeggiato dall’Italia fascista e dalla Germania nazista, si apprestava ad assumere il ruolo di tramite deferente del governo De Gasperi in vista del riavvicinamento politico dell’Italia repubblicana alla Repubblica federale.

Un anticomunismo maturato ben prima della guerra fredda, durante il regime fascista, e il richiamo ai valori della democrazia e dell’uguaglianza tra i popoli avrebbero rappresentato i nuovi e vecchi punti di riferimento di Babuscio Rizzo nel corso della sua missione in Germania. A partire dal 1950 la cooperazione politica ed economica su un piano di parità fra tutte le nazioni europee costituì la stella polare dell’atteggiamento del nuovo rappresentante italiano a Bonn.

Babuscio Rizzo

La notizia della nomina di Babuscio Rizzo fu accolta con entusiasmo dalla stampa tedesca occidentale. Il 19 luglio Josef Schmitz van Vorst, uno dei giornalisti tedeschi più attenti alle vicende italiane296, scriveva sull’Allgemeine Zeitung un articolo dal titolo «È l’Italia ad iniziare» (Italien macht den Anfang).

L’autore dell’articolo esaltava l’Italia, perché rappresentava uno dei primi paesi ad aver nominato un proprio diplomatico in vista del futuro governo della Repubblica federale. Van Vorst elogiava, poi, l’atteggiamento assunto da Sforza e De Gasperi nei riguardi della Germania occidentale e informava il pubblico tedesco della germanofilia del nuovo rappresentante scelto dall’Italia:

«Non è un puro caso – scriveva van Vorst – che il governo di De Gasperi e il suo ministro degli esteri abbiano per primi disposta la nomina di un rappresentante diplomatico in Germania. Il conte Sforza si è fatto un nome attraverso le sue ripetute dichiarazioni di simpatia nei riguardi della Germania, ed ha particolarmente sottolineato che non è possibile a lungo andare assoggettare un popolo così grande e spiritualmente importante quale quello tedesco ad un trattamento di inferiorità, senza che abbiano a soffrire i suoi sentimenti nei riguardi della collettività europea […] Conoscendo i punti di vista sopraesposti del ministro degli esteri italiano, si dovrebbe ritenere esatto quanto si dice del nuovo rappresentante italiano in Germania [Babuscio Rizzo] e cioè che egli è un diplomatico particolarmente abile e germanofilo».

Sul piano del dibattito politico interno, la risposta di De Gasperi ai diffusi orientamenti antitedeschi, alle tesi sull’antidemocraticità e sull’innato bellicismo teutonico avvenne qualche mese dopo la formazione del primo governo della Repubblica federale. Il 22 novembre il Presidente del consiglio espresse in Parlamento la ferma volontà del suo governo di appoggiare il nuovo stato tedesco occidentale. Anche la tesi di una colpa collettiva per le atrocità commesse dal regime nazista veniva scartata da De Gasperi, il quale rivolgendosi a tutti i deputati, ma soprattutto ai rappresentanti dei partiti di sinistra all’opposizione, affermava:

«Noi abbiamo il dovere di incoraggiarla [la Germania occidentale] sulla via del risanamento politico ed economico, perché anche là vi sono stati dei perseguitati, delle vittime, non solo dei complici, e v’è stata anche in Germania molta gente che ha difeso e conservato il senso della libertà. Noi ci auguriamo che quella parte di Germania che non fu responsabile dei tragici errori e terrori della guerra, possa ottenere che tutti i popoli liberi seguano i suoi sforzi con simpatia. E noi, che abbiamo sofferto tra complici e vittime, noi dobbiamo accompagnare questo sforzo con tutta la nostra simpatia».

Qualche giorno dopo Babuscio Rizzo comunicava a Roma che il discorso di De Gasperi aveva ottenuto in Germania (occidentale) uno «straordinario rilievo» ed era stato fedelmente tradotto e riprodotto su molti quotidiani tedeschi, aggiungendo che la stima del governo di Bonn nei confronti del governo italiano aumentava di giorno in giorno.

Nell’autunno del 1949, nonostante la presenza dello «Statuto d’occupazione» che affidava la cura diretta dei rapporti con l’estero della Germania occidentale ai tre Alti commissari alleati (francese, inglese e americano), anche il governo federale a Bonn iniziò ad interessarsi della riapertura delle rappresentanze tedesche in Italia.

Il 17 novembre, infatti, Josef Hofmann (giornalista e deputato della Cdu del Land Nordrhein-Westfalen), in seguito ad un suo viaggio in Italia, inviò ad Adenauer un rapporto contenente alcuni suggerimenti per la futura istituzione di una sede diplomatica della Repubblica federale a Roma.

L’assistenza ai cittadini tedeschi in Italia, i quali secondo Hofmann si trovavano «in uno stato di vuoto del diritto internazionale» (in einem völkerrechtlichen Nichts), e la ricerca di un negoziato con il governo italiano e con gli alleati per la sistemazione degli istituti scientifici tedeschi rappresentavano i principali problemi che le fratture degli anni 1943-1945 avevano lasciato in sospeso e che per prima bisognava risolvere.

Sono, tuttavia, i consigli inerenti la designazione del futuro rappresentante a costituire l’aspetto maggiormente significativo della relazione di Hofmann. La città di Roma, con la presenza dello stato del Vaticano e delle ambasciate di tutti i principali paesi, rappresentava una vetrina fondamentale per mostrare al mondo la rinascita democratica della Germania.

Il profilo ideale dell’inviato del governo di Bonn, osservava Hofmann, doveva rispecchiare soprattutto la figura dell’intellettuale e non quella tradizionale del funzionario legato alla carriera diplomatica304. Inoltre bisognava designare un rappresentante politicamente vicino alla Chiesa e al governo De Gasperi. Scriveva infatti, Hofmann:

«Chiunque abbia sperimentato, come in Roma confluiscano tutte le relazioni internazionali non può che concludere che per la futura rappresentanza tedesca a Roma dovrà essere preso in considerazione solo un elemento di primissimo piano. La persona in questione dovrà essere: 1) un uomo di alta cultura (ein Mann hohe geistiger Kultur); 2) un uomo che ha comprensione per la Chiesa (ein Mann, der Verständnis für die Kirche hat); 3) un uomo che è determinato a mantenere strette relazioni con i resti della colonia tedesca (der deutschen Kolonie) [a Roma e in Italia], e con tutte le istituzione scientifiche e culturali in cui sono coinvolti i tedeschi o possono essere coinvolti nuovamente».

Tra il 1949 e il 1950 iniziava il riavvicinamento politico dell’Italia alla Germania occidentale. Per quanto riguarda l’Italia due furono le direttrici principali d’azione: la prima interessò il Land della Baviera, e vide protagonista il Consolato italiano di Monaco diretto da Francesco Malfatti; la seconda si dispiegò tra Francoforte sul Meno e Bonn a partire dal 1950, dopo la sostituzione del console Gallina e l’arrivo del nuovo rappresentante diplomatico Babuscio Rizzo.

L’istituzione delle prime rappresentanze della Repubblica federale in Italia, a Roma il 2 dicembre 1950 e a Milano il 16 maggio 1951, accelerò il riavvicinamento politico, consentendo al governo di Bonn di analizzare sul campo il governo De Gasperi e il ruolo dei reciproci rapporti bilaterali nell’ambito dei progetti di integrazione europea.

Tra Bonn, Francoforte, Monaco e Roma si svolse la concreta costruzione delle relazioni politiche e diplomatiche italo-tedesche nella fase precedente la ripresa ufficiale delle relazioni con l’estero della Repubblica federale avvenuta nella del 1951, con l’istituzione dell’Auswärtiges Amt.

La ripresa delle relazioni bilaterali, 1949-1951

Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco (Holz) ci sono sentieri (Wege) che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. Si chiamano Holzwege. Ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L’uno sembra sovente l’altro: ma sembra soltanto. Legnaioli e guardaboschi li conoscono bene. Essi sanno che cosa significa trovarsi su un sentiero che, interrompendosi, svia.
Martin Heidegger, Sentieri interrotti (Holzwege)

Gli anni 1949-1951 conclusero la fase dei rapporti bilaterali italo-tedeschi precedenti la riapertura ufficiale delle relazioni diplomatiche tra l’Italia e la Repubblica federale di Germania, avvenuta nell’aprile del 1951. La Repubblica federale tedesca fu autorizzata, infatti, ad istituire un proprio ministero degli Esteri il 6 marzo 1951, dopo la revisione da parte di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti dello «Statuto di occupazione» entrato in vigore nel settembre del 1949.

Il 15 marzo 1951 Konrad Adenauer divenne il primo ministro degli Esteri della Repubblica federale, carica che mantenne fino al 6 giugno 1955. In quest’ultimo capitolo saranno esaminate le relazioni politiche ed economiche bilaterali nel periodo compreso tra la formazione del primo governo federale (settembre 1949) e la prima visita in Italia del Cancelliere Adenauer (1951).

L’obiettivo è di individuare i condizionamenti storici, gli interessi economici e politici bilaterali che produssero quella che è stata spesso definita una delle fasi migliori e più felici delle relazioni italo-tedesche della seconda metà del Novecento. Si mostrerà il ruolo ricoperto da ognuno dei vari fattori e dal loro intreccio, analizzando la ripresa delle relazioni bilaterali anche al di là delle affinità politiche e culturali tra De Gasperi e Adenauer.

L’analisi delle relazioni commerciali bilaterali continuerà a rappresentare un campo di indagine fondamentale. La ricostruzione e l’analisi del potenziamento degli scambi contribuirà a mostrare e a comprendere i mutamenti dei rapporti di forza tra i due paesi così come essi vennero percepiti dai protagonisti della ripresa delle relazioni bilaterali.

L’INIZIO DELL’«ERA ADENAUER»

Nell’aprile del 1949 la conferenza tripartita di Washington discusse le principali questioni concernenti il futuro assetto dello stato tedesco-occidentale. Dean Acheson (Segretario di Stato degli Stati Uniti), Ernest Bevin (ministro degli Esteri inglese) e Robert Schuman (ministro degli Esteri francese) raggiunsero un accordo che prevedeva in primo luogo la riunione delle tre zone occidentali della Germania, la fine del controllo militare dopo la costituzione della Repubblica federale tedesca e l’introduzione di un nuovo «Statuto di occupazione» che accordava al governo federale e al governo dei singoli Länder ampi poteri legislativi, esecutivi e giudiziari.

Con lo «Statuto di occupazione» le funzioni di controllo furono demandate ad un’Alta Commissione alleata composta da tre Alti Commissari alleati nominati dai governi di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Le potenze occidentali, inoltre, conservarono un potere di generale supervisione sulla politica estera (per il momento, infatti, non fu autorizzata la costituzione di un ministero degli Esteri) e sull’attività governativa tedesca, con la possibilità di intervenire sulle questioni attinenti la sicurezza e su quelle concernenti eventuali modifiche alla costituzione/legge fondamentale tedesca.

Esattamente un mese dopo la conferenza tripartita di Washington, l’8 maggio 1949, il Consiglio parlamentare (Parlamentarischer Rat) approvò il progetto costituzionale, il cosiddetto Grundgesetz (legge fondamentale). Il nuovo territorio tedesco, con un’estensione pari a circa la metà di quella del vecchio Reich nei confini del 1937, era denominato Bundesrepublik Deutschland, Repubblica federale di Germania.

Il 12 maggio, grazie ad un’intesa tra Stati Uniti e Unione Sovietica, cessò il blocco di Berlino e contemporaneamente i tre governatori militari di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti approvavano la Legge fondamentale5. Quest’ultima, infine, dopo la ratifica da parte dei Länder venne promulgata il 23 maggio 1949, decretando, così, l’atto di nascita della Repubblica federale.

Come capitale provvisoria della repubblica fu scelta, quasi a sorpresa, la città di Bonn. La piccola cittadina renana prevalse su Francoforte sul Meno (che era, invece, la città favorita dalla Spd), per pochi voti: 33 contro i 29 andati a Francoforte. Le prime elezioni del nuovo parlamento tedesco (Bundestag) furono stabilite per il 14 agosto 1949, poco più di un mese dopo entrava in carica il primo governo della Germania occidentale e contemporaneamente, con la fine del governo militare alleato, si insediava l’Alta commissione alleata.

Solo il Land della Baviera espresse voto contrario, tuttavia si impegnò all’osservanza della Legge fondamentale. La struttura istituzionale della nuova Repubblica prevedeva un sistema bicamerale articolato in un Parlamento federale (Bundenstag) ed un Consiglio federale o Camera dei Länder (Bundesrat). Il parlamento era eletto per un periodo di quattro anni con voto universale da tutti i cittadini maggiorenni; il Bundesrat era invece composto dai rappresentanti dei vari Länder.

A capo dello Stato c’era il Presidente federale, eletto per un periodo di cinque anni dai membri del parlamento e da un ugual numero di rappresentanti dei governi dei Länder. Come è noto, rispetto alla costituzione di Weimar erano ridotti i poteri del Presidente e rafforzati, invece, quelli del Cancelliere; per scongiurare eventuali situazioni di instabilità governativa delle maggioranze, che avevano afflitto la repubblica di Weimar, fu introdotto il cosiddetto voto di sfiducia “costruttivo”, che prevedeva la possibilità di una crisi di governo solo nel caso in cui era stata già assicurata una maggioranza parlamentare alternativa.

Gli elementi plebiscitari furono notevolmente limitati e per evitare un’eccessiva frammentazione dei partiti politici venne posta la clausola del raggiungimento del 5% dei voti in un Land come condizione per attribuire seggi a un partito. Alla base della struttura costituzionale e politica di cui si dotò il nuovo stato tedesco, di cui alcuni meccanismi e aspetti sono stati solo accennati in questa brevissima sintesi, e, in particolare, intorno alle varie fasi che accompagnarono la scrittura del Grundgesetz vi fu un intricato processo di elaborazione giuridica e di intenso dibattito politico-costituzionale.

Nel settembre del 1949 lo «Statuto di occupazione», anche se non autorizzava l’istituzione di un ministero degli Esteri della Repubblica federale, introdusse importanti cambiamenti nella sfera delle relazioni estere della Germania occidentale. Infatti, il nuovo regolamento prevedeva la trasformazione delle rappresentanze estere «centrali» (in genere erano gerarchicamente ed amministrativamente “centrali” tutti i consolati istituiti a Francoforte sul Meno) in «Missioni diplomatiche», tutte accreditate presso l’Alta Commissione alleata, ma con la possibilità di trattare direttamente con il governo tedesco.

L’istituzione della Repubblica federale innescò due importanti cambiamenti anche nel settore del commercio estero. In primo luogo, l’Oficomex terminò la sua attività poiché divenne parte integrante della Jeia, e in secondo luogo fu introdotta un’ordinanza che limitava a semplici osservatori con facoltà di obiezione (e non più di veto) il ruolo dei rappresentati alleati della Jeia durante i vari negoziati tra tedeschi e partner commerciali esteri; nel dicembre del 1949 infine la Jeia venne definitivamente sciolta.

Così come è stato anticipato nel precedente capitolo, durante la seconda metà del 1949 fu soprattutto il consolato italiano di Monaco di Baviera ad essere al centro di importanti iniziative di riavvicinamento politico-istituzionale. Si trattava della prima risposta concreta della diplomazia italiana alla svolta politica nei rapporti fra Italia e Germania (occidentale), richiesta ed auspicata dal ministro degli Esteri Sforza nel maggio 1949.

Il Land della Baviera manifestò presto una sensibile attenzione verso l’Italia. I politici cristiano-sociali bavaresi furono i primi rappresentanti della nuova Germania ad avere incontri con politici e rappresentanti del governo italiano. Un importante risultato fu raggiunto già nell’estate del 1949. L’11 luglio, infatti, il console Malfatti fu ricevuto dal presidente dei Ministri della Baviera, Hans Ehard.

Hans Ehard

Il 14 luglio Malfatti inviò a Sforza una lunga relazione relativa all’incontro con il politico bavarese13. Il console di Monaco riportava che nel corso del colloquio Ehard aveva espresso più volte verso l’Italia evidenti e sentiti ringraziamenti per l’atteggiamento «di comprensione» verso la Germania dimostrato dal governo italiano.

Nella Repubblica federale si iniziava ad intuire che, in ambito europeo, un appoggio importante poteva venire dal governo italiano:

«Il capo del governo bavarese – scriveva il console Malfatti il 14 luglio 1949 – mi ha in primo luogo espresso il desiderio di vedere presto ristabilite “relazioni molto cordiali” tra l’Italia e la Germania occidentale, accennando ai legami che la Baviera ha sempre, per il passato, avuto con il nostro Paese. Egli ha insistito sul fatto che quasi subito dopo la fine delle ostilità le relazioni culturali ed economiche con l’Italia erano state riallacciate e che oggi sono nuovamente quelle di una volta [un aspetto forse enfatizzato da Ehard].

Questa ripresa di contatti economici e culturali dovrebbe costituire la “logica premessa per una ripresa di rapporti anche nel campo politico”. Molti tedeschi guardano attualmente all’Italia”, mi ha detto il dott. Erhard14 [Ehard] e mi ha pregato di riferire a V.E. [Carlo Sforza] che “la quasi totalità degli uomini politici tedeschi sono grati al governo italiano ed in particolare modo a V.E. per l’atteggiamento assunto nei confronti della Germania. L’Italia, secondo Erhard, è stata l’unico Paese che ha “esaminato i problemi tedeschi del dopoguerra obbiettivamente [sic], senza spirito di parte, ma però [sic] con senso critico».

Il Presidente dei ministri della Baviera riteneva oramai mature le relazioni economiche italo-tedesche, le quali potevano costituire un’anticipazione di future collaborazioni politiche trai i due paesi. Per avvalorare la concretezza delle proprie dichiarazioni Ehard anticipò al console italiano la volontà di intraprendere un breve viaggio in Italia, con il desiderio di poter avere un incontro con il ministro Sforza e con il presidente De Gasperi.

Una buona parte della discussione fu riservata alle questioni inerenti la politica interna della nuova Germania occidentale. In primo luogo si parlò della campagna elettorale in vista delle prime elezioni della Repubblica federale, fissate per il 14 agosto 1949. Il governo italiano si preparava a seguire questa importante tappa politica tedesca senza una dettagliata e approfondita preparazione sui leader e sulle forze politiche in campo.

Fino alla primavera del 1949, i rappresentanti italiani in Germania avevano dedicato, infatti, poca attenzione ai leader ed ai programmi dei vari partiti politici tedesco-occidentali. Nelle relazioni di Gallina, Relli e Wiel le indagini sullo «spirito democratico» dei tedeschi avevano avuto fino a quel momento la precedenza assoluta.

Il console Malfatti, su istruzioni ricevute da Roma, chiese esplicitamente al suo interlocutore di fornirgli una previsione sui risultati delle prossime elezioni. Ehard comunicò senza molti dubbi il suo pronostico circa la vittoria dei partiti della Cdu-Csu:

«Per quanto riguarda le imminenti elezioni, Erhard [Ehard] mi ha dichiarato che la lotta nella Germania occidentale è ormai circoscritta ai due partiti di massa, i cattolici ed i socialdemocratici. Il peso dei comunisti, fuori della zona orientale, è trascurabile ed i vari partiti di destra, pure avendo in alcune regioni un certo seguito, non possono direttamente influire sull’esito delle elezioni […] il Presidente dei Ministri bavarese, che è anche il capo del partito cattolico bavarese, mi ha assicurato di ritenere probabile la vittoria del suo partito, seppure con un debole margine».

Di notevole interesse risultano le opinioni di Ehard circa la divisione della Germania. Per il politico tedesco-bavarese la separazione era oramai accettata come un dato di fatto, ed anzi era da scongiurare assolutamente un’eventuale riunificazione tra le zone occidentali e la zona orientale:

«Erhard [Ehard] mi ha poi detto di ritenere che una riunificazione con la zona orientale, devastata dai sovietici, avrebbe provocato immediatamente una gravissima crisi economica in tutta la Germania. La situazione finanziaria della zona occidentale, su cui grava il peso di oltre 7 milioni di rifugiati, non avrebbe consentito un aiuto immediato e la Germania unificata avrebbe rischiato di sprofondare nel caos economico.

Dal punto di vista politico poi, la riunificazione della Germania, che si sarebbe verificata contemporaneamente ad un almeno parziale ritiro delle forze occupanti, avrebbe avuto conseguenze ancora più gravi. Il Governo tedesco, dopo la partenza delle truppe Alleate, abbandonato praticamente a se stesso, si sarebbe trovato nel tragico dilemma, per poter resistere alla pressione dei comunisti giunti dalla zona orientale, di dover chiedere l’aiuto dei nazisti e degli ex militari e di essere travolto. Perciò l’attuale divisione della Germania, mi diceva Erhard [Ehard], [è] accolta dal popolo tedesco senza entusiasmo, ma con l’intima convinzione che non c’era altro da fare».

È importante soffermarsi su queste ultime affermazioni di Ehard, poiché esse rappresentavano un punto di vista politico poco noto per la diplomazia italiana e soprattutto mai confermato in modo diretto da rappresentanti tedeschi. Esisteva un precedente risalente ad un rapporto dell’11 maggio curato dallo stesso Malfatti. In quell’occasione il console italiano aveva scritto a Sforza che:

«La formazione di uno stato occidentale sotto “protezione” americana viene considerata negli ambienti politici bavaresi, vista l’attuale situazione internazionale, come la migliore soluzione possibile, mentre l’idea della creazione di una Germania unificata è ritenuta, all’attuale stato delle cose, piene di pericolose incognite».

Prima dell’incontro con Erhard, tuttavia, nessun rappresentante tedesco aveva confidato tale punto di vista in modo esplicito. Come è noto, i politici tedeschi appartenenti ai maggiori partiti della Germania occidentale (Cdu, Spd) nelle loro dichiarazioni pubbliche consideravano la divisione della Germania e la linea del confine orientale stabilita a Potsdam insostenibile e inammissibile.

L’alto numero di profughi affluiti nelle zone occidentali dalle regioni orientali dell’ex Reich contribuiva a rendere particolarmente spinoso il tema del nuovo confine con la Polonia. Nel febbraio del 1948 il vicepresidente della Cdu della zona d’occupazione britannica, Friedrich Holzapfel, aveva confessato al console Relli che: «non vi potrà essere una pace stabile in Europa se l’attuale inammissibile frontiera [orientale, tra Germania e Polonia] dovesse perpetuarsi. La Slesia e la Pomerania sono terre tedesche e soltanto restituendole alla Germania si potrà escludere la riapparizione di un nazionalismo basato sullo spirito di rivincita e sull’odio tra i popoli[…]».

Le opinioni di Ehard riguardanti l’opportunità di non modificare lo status quo sono probabilmente da interpretare come un sintomo della storica aspirazione autonomista della Baviera, tradizionalmente poco “vicina” alla Prussia, ma allo stesso tempo denotavano il timore di assistere precocemente alla perdita dei primi miglioramenti economici scaturiti dalla riforma monetaria e dalle politiche liberiste di Ludwig Erhard.

Malfatti valutò positivamente il colloquio con Ehard; nella relazione destinata a Sforza il rappresentante italiano ritenne sincere e “obiettive” tutte le opinioni manifestate dal politico bavarese (incluse quelle sulla divisione della Germania); secondo il console di Monaco si trattava di una chiara iniziativa volta a ristabilire nuovi contatti politici con l’Italia democratica:

«Le dichiarazioni di Erhard nei nostri confronti costituiscono, sotto un certo aspetto, un primo passo tedesco per la ripresa delle relazioni con l’Italia. È logico d’altronde che questo primo passo venisse fatto dai bavaresi che, essendo i più meridionali dei tedeschi, hanno sempre guardato verso l’Italia, purtroppo non sempre con le intenzioni di oggi».

Nelle considerazioni di Malfatti permanevano alcune riserve in merito alla “guarigione democratica” della Germania. Il problema della “democratizzazione dei tedeschi” era tuttavia affrontato in modo diverso rispetto agli altri diplomatici italiani in Germania. Secondo Malfatti si trattava di una partita ancora aperta, non viziata e predeterminata da innate caratteristiche etico-morali: solo il corso futuro degli eventi, in particolare l’andamento delle elezioni e la formazione del governo, sarebbe stato in grado di confermare o smentire l’efficacia dei processi di democratizzazione del popolo tedesco.

Anche la stampa italiana mostrò un certo scetticismo nei confronti della nuova Germania alla vigilia delle prime elezioni politiche. Gli articoli pubblicati sui quotidiani “liberali” presentavano riserve non molto diverse da quelle presentate dalla stampa socialista e comunista. Il 12 agosto Sandro Volta scriveva sul Corriere della Sera che il «concetto di democrazia ha fatto ben poca strada in Germania dalla scomparsa di Hitler».

Pochi giorni prima delle elezioni tedesche, un giornalista d’eccezione, lo storico del cristianesimo Luigi Salvatorelli, scrisse un lungo editoriale su “La Stampa” dedicato alla nuova Germania occidentale con il titolo evocativo de «Il quarto Reich». Si tratta di uno degli articoli più interessanti apparsi sulla stampa italiana dell’epoca alla vigilia delle elezioni tedesche, nel quale acute intuizioni ed analisi realistiche si mescolavano ai timori di future revanche tedesche.

Una riflessione, quella di Salvatorelli, nel complesso molto più perspicace di tante relazioni inviate dai diplomatici italiani in Germania, ed è significativo evidenziare che una copia dell’articolo risulta conservata tra i documenti del fondo dell’archivio di Gabinetto del ministero degli Esteri con il timbro di «visto dal Ministro».

«Dobbiamo dunque numerare quarto il nuovo Reich – scriveva Salvatorelli l’11 agosto 1949 –, che provvisoriamente chiameremo di Bonn: quello che nasce con le elezioni della Camera federale il 14 agosto 1949. È vero che esso comprende per ora solo la Germania occidentale (che del resto è circa due terzi della Germania totale del dopoguerra). Ma forse non sarà azzardato affermare che se un giorno la Germania postbellica tornerà unita, sarà quella orientale a integrarsi alla occidentale, e non viceversa […]

Molto più importante sarebbe conoscere, al di là dei congegni formali, quali siano le condizioni politiche, le correnti di opinione, le prospettive future prossime del popolo tedesco nel nuovo Reich. Ma qui comincia il difficile: poco se ne sa di sicuro, poco ci si vede di chiaro. E quel poco è tutt’altro che soddisfacente […] i grandi partiti, come tutti sanno, sono due: il democratico-cristiano e il socialdemocratico, seguiti a grande distanza dal liberaldemocratico e dal comunista.

I socialdemocratici sono nemici fierissimi del comunismo; ma poiché questo rappresenta una piccola frazione, essi e i democristiani possono permettersi di lottare fra loro. Il contrasto piuttosto vivace si è andato accentuando nelle discussioni costituzionali, soprattutto su due punti: federalismo democristiano e centralismo socialista; confessionalismo e laicità […] Il guaio è che i due partiti maggiori fan gara di nazionalismo con questi partiti nuovi e fra loro.

Gli alleati sono fatti segno a tutti gli attacchi, per non dire a tutti i vituperi: che siano stati essi a rimettere in piedi la Germania, distrutta dalla criminalità nazista, non conta nulla. E non è solo agli errori, presunti o anche veri, degli alleati che si fa il processo: si tende addirittura a rivedere la responsabilità della guerra, gettandola sui vincitori, Proprio il capo dei democristiani, Adenauer, ha avuto il toupet di affermare che è colpa della politica francese nel 1938-1939 se la guerra è scoppiata.

Ce n’è a sufficienza per temere che il senno politico tedesco sia ancora di là da venire. Unico punto luminoso: i politici tedeschi, come sfogo ultimo del loro nazionalismo, invocano volentieri una organizzazione europea di cui la Germania faccia parte […] il problema tedesco non sarà risolto se non nel quadro di una organizzazione europea effettivamente federale».

Il 14 agosto 1949 fu eletto il primo parlamento federale (Bundestag) della Germania occidentale. Così come aveva pronosticato Ehard a Malfatti, la Cdu con il 31% dei voti ottenne la maggioranza relativa dei seggi (139 su 402), la Spd si fermò al 29,2% con 131 seggi, mentre il partito comunista raccolse solo il 5,7% dei voti e 15 seggi.

Nonostante gli orientamenti a favore di una grande coalizione tra Cdu e Spd fossero abbastanza diffusi, Adenauer cercò di convincere i suoi alleati a non adottare una simile soluzione. I numeri, infatti, consentivano un governo a guida Cdu-Csu senza ricorrere all’appoggio del partito di Schumacher: addizionando i voti degli elettori della Freie Demokratische Partei (11,9%) e degli altri partiti non socialisti come la Deutsche Partei (Partito tedesco) al 4% risultava possibile formare un governo con i partiti di sinistra all’opposizione.

Adenauer, come risulta anche dalle sue memorie, nel corso della famosa riunione di Rhöndorf rifiutò il progetto di una grande coalizione con i socialdemocratici e convinse gli altri esponenti del suo partito a formare un governo di coalizione tra la Cdu-Csu e i due partiti della Fdp (Partito liberaldemocratico) e della Dp:

«Io sapevo – si legge nel primo volume delle memorie di Adenauer – che parecchi membri della Cdu-Csu ritenevano che una coalizione con l’Spd fosse la migliore soluzione. Si doveva ritenere anche, che le potenze di occupazione, e soprattutto gli inglesi, avrebbero preferito questa soluzione. Ma si astennero da qualsiasi ingerenza […] Spiegai perché ritenevo errato stabilire una coalizione con l’Spd. Dissi che l’esito delle elezioni aveva dimostrato inequivocabilmente che la grande maggioranza del popolo tedesco non voleva accettare il socialismo in nessuna sfumatura. Le elezioni avevano indicato in modo impressionante il riconoscimento delle idee fondamentali della concezione cristiana dello stato e della società [inoltre] non c’era dubbio che sui risultati delle elezioni avessero influito anche le questioni economiche. Mi sembrava quindi chiaro che si dovesse continuare in ogni modo la politica del consiglio economico di Francoforte, dopo che gli elettori si erano espressi in questo senso».

Poco dopo Adenauer aggiungeva di ritenere indispensabile il ruolo dell’opposizione in una democrazia. In caso di grande coalizione e nella situazione della Germania occidentale, affermò Adenauer, l’opposizione poteva scomparire dalle istituzioni democratiche per fare proseliti tra i movimenti “estremisti”:

«Oltre alla questione della politica economica, io esposi anche i seguenti motivi che mi spingevano a rifiutare una coalizione con l’Spd: se la Cdu e l’Spd avessero formato il governo dopo queste prime elezioni del 1949, nel Parlamento non ci sarebbe stata un’opposizione vigorosa.

Temevo che si potesse in tal modo formare un’opposizione su basi nazionali al di fuori del Parlamento che, tramite l’azione dei demagoghi nazionalisti, avrebbe potuto attentare al giovane stato. Gli effetti di un’estrema o radicale opposizione nazionalistica sulla politica estera, ci avrebbero danneggiato moltissimo. Erano passati soltanto quattro anni dalla fine della guerra e l’opinione pubblica mondiale aveva ancora molta diffidenza nei nostri confronti».

Nel corso della riunione di Rhöndorf si discusse la candidatura di Theodor Heuss alla presidenza della Repubblica e dello stesso Konrad Adenauer alla carica di Cancelliere. Il 14 settembre venne eletto Heuss ed il 15 settembre Adenauer con un solo voto di scarto (il suo) divenne il primo Cancelliere della Repubblica federale. Iniziava quella che molti storici avrebbero poi definito «era Adenauer»; un’«era» che è stata oggetto di non poche critiche da parte di politici ed intellettuali coevi per via del «conservatorismo» e del cosiddetto “grigiore” culturale, soprattutto se paragonato al fermento artistico degli anni Venti durante la Repubblica di Weimar.

Il nuovo stato tedesco-occidentale era in primo luogo uno stato semi-sovrano. La politica estera rimaneva una materia riservata in ultima istanza alle tre potenze occidentali, l’importante bacino della Ruhr era sottoposto ad un’Alta Autorità alleata fin dall’aprile del 1949, il destino della Saar era ancora tutto da definire e diversi complessi industriali rientravano nella lista degli smantellamenti previsti a titolo di riparazione.

Uno stato che, come la storiografia sulla Repubblica federale ha evidenziato, doveva affermarsi verso l’interno e verso l’esterno, e nel quale la stabilità appena conseguita doveva guadagnarsi la fiducia dei cittadini; uno stato, infine, che al momento della sua fondazione non era ancora completamente sovrano.

Al momento della nascita della Repubblica democratica l’Italia scelse di non riconoscere il nuovo stato tedesco orientale. L’atteggiamento del governo italiano fu ulteriormente definito nel febbraio del 1950 attraverso una circolare riservata firmata dal ministro degli Esteri Sforza e dal Presidente del consiglio De Gasperi.

Si ammettevano rapporti con le autorità di occupazione (l’Unione Sovietica), ma non con i rappresentanti del nuovo stato tedesco. L’Italia aderiva così ai principi stabiliti dagli Stati Uniti e dai paesi membri del Patto di Bruxelles.

«Il Governo italiano – si legge nella circolare di Sforza e De Gasperi del 23 febbraio 1950 – per parte sua ha dichiarato di volersi conformare ai principi di cui trattasi aventi per obiettivo di evitare qualsiasi atto implicante il riconoscimento “de jure” o “de facto” della Repubblica Popolare Tedesca. In base a detti principi, i Paesi che hanno deciso di aderirvi avranno cura che le relazioni commerciali si svolgano solo per il tramite di organizzazioni private quali le Camere di Commercio, in quanto i contatti che queste stabilissero eventualmente con organi ufficiali della Germania orientale non implicherebbero un riconoscimento internazionale dello Stato […] ogni contatto verrà stabilito solo con le autorità sovietiche essendo opportuno mantenere inalterata la situazione preesistente alla creazione della Repubblica Popolare Tedesca […] La partecipazione del Governo della Repubblica Popolare Tedesca alle organizzazioni internazionali è considerata indesiderabile […]».

La progressiva acquisizione di sovranità costituì, dunque, l’obiettivo principale della politica estera di Adenauer. Una sovranità che andava declinata nel senso del raggiungimento di un ruolo paritario e di una piena equiparazione politica dei diritti (la Gleichberechtigung) con le alte potenze occidentali. Nei primi anni Cinquanta, per quanto riguarda la politica estera, la Repubblica federale di Adenauer avrebbe tenacemente perseguito tale Gleichberechtigung, nella prospettiva di un solido ancoraggio all’Occidente a guida americana.

In una delle prime relazioni sullo sviluppo della politica estera del governo federale curate direttamente dal ricostituito Auswärtiges Amt si legge:

«La Legge fondamentale della Repubblica federale di Germania del 23 maggio 1949 stabilisce chiari e impegnativi obiettivi di politica estera per il governo federale: la collocazione (Einordnung) della Germania (Deutschlands) in un’Europa unita come membro di pari diritti (als gleichberechtigtes Mitglied) ed il compimento (Vollendung) dell’unità tedesca in libera autodeterminazione (in freier Selbstbestimmung)».

Da un lato, come è noto, il cancelliere federale cercò di incardinare la Germania Ovest all’interno dei progetti politici ed economici dell’Europa occidentale, puntando alla piena parità di diritti della Repubblica federale rispetto alle altre nazioni europee partecipanti e, dall’altro, rifiutò fin dall’inizio qualsiasi dialogo con la Repubblica democratica tedesca (Deutsche Demokratische Republik), istituita il 7 ottobre 1949, che continuò ad essere definita nei documenti ufficiali come zona d’occupazione sovietica (Sowjetische Besatzungszone).

La Repubblica federale dichiarava di essere l’unico stato tedesco legittimo, l’unico in grado di rappresentare tutti i tedeschi dell’Ovest e dell’Est. Una pretesa che, come è noto, si basava sul presupposto che solo la Germania occidentale potesse vantare un governo democratico scelto attraverso libere elezioni, mentre nella zona orientale vigeva una pura e semplice dittatura di partito.

Un radicale anticomunismo e un’altrettanto radicale rifiuto del neutralismo rappresentarono gli indirizzi di fondo dei primi passi del governo Adenauer nel contesto della guerra fredda. Il compimento dell’unità tedesca rimase, come è noto, un obiettivo costantemente ribadito dal governo Adenauer, anche per non allontanare il consenso di milioni di profughi che rappresentavano una parte dell’elettorato della Cdu.

Tuttavia divenne progressivamente evidente che il raggiungimento dell’unificazione tedesca alle condizioni auspicate da Adenauer (libere elezioni e democrazia) non sembrava realizzabile nel breve e medio periodo39. L’“ancoraggio a Occidente” divenne quindi la priorità della politica estera federale.

Il 22 novembre 1949, gli alleati occidentali, tutori della nuova Germania occidentale, concessero al governo federale il primo allentamento dello «Statuto di occupazione». Per Adenauer, in termini di immagine e di politica interna, significò un primo importante e prestigioso risultato da mostrare all’opinione pubblica. Con l’accordo del Petersberg, infatti, gli Alti commissari accettarono la cancellazione degli ultimi smantellamenti, in particolare gli alleati promisero di limitare gli smantellamenti industriali ad alcune fabbriche ad esclusiva produzione bellica.

La sospensione degli smantellamenti a titolo di riparazione comprendeva un’importante serie di complessi industriali tra i quali gli stabilimenti chimici della Farben di Leverkusen e Ludwigshafen e il complesso siderurgico Thyssen; inoltre gli alleati autorizzarono la costruzione di una flotta mercantile tedesca di alto mare, elemento quasi indispensabile per il commercio estero con i paesi al di fuori del continente europeo.

L’opposizione socialdemocratica giudicò insoddisfacente i risultati ottenuti dal governo Adenauer anche perché non era stato risolto il problema della sovranità sulla regione della Ruhr sottoposta al controllo alleato. Per sottolineare il totale asservimento alla volontà delle potenze occidentali, il leader della Spd Kurt Schumacher definì Adenauer, durante la seduta notturna del Bundestag del 24-25 novembre 1949, con un’espressione divenuta poi celebre: «il Cancelliere federale degli alleati» (Der Bundeskanzler der Alliierten).

In politica estera, l’accordo del Petersberg concesse a Bonn la possibilità di istituire rappresentanze consolari (ma non le ambasciate) in altri stati. Quest’ultimo punto dell’accordo del Petersberg consentì al governo federale di istituire il 23 gennaio 1950 i primi consolati tedeschi a Parigi, Londra e New York. L’istituzione di nuovi consolati della Repubblica federale era, per il momento, subordinata alla preventiva approvazione degli Alti commissari.

Nelle questioni di politica estera Herbert Blankenhorn, convinto anticomunista, divenne il braccio destro di Adenauer. Il futuro direttore della Politische Abteilung (l’equivalente della Direzione affari politici) dell’Auswärtiges Amt non incarnava la figura del rinnovamento rispetto al passato. Blankenhorn, infatti, era entrato in servizio al ministero degli Esteri nel 1929 e risultava iscritto al partito nazionalsocialista nel 1938.

Nelle ultime settimane della seconda guerra mondiale era stato messo agli arresti dagli americani (il 2 aprile 1945). A guerra ancora in corso venne consultato dall’Office of Strategic Services (il servizio segreto statunitense) per ricavare notizie utili per le truppe in avanzamento verso Berlino. Secondo la commissione di storici istituita alla metà degli anni duemila per fare luce sul passato dell’Auswärtiges Amt, Blankenhorn riuscì attraverso i vari interrogatori a convincere gli alleati occidentali di aver attivamente partecipato all’attentato del 20 luglio 1944 contro Hitler.

Nel settembre del 1945 Blankenhorn fu quindi rilasciato nella zona d’occupazione britannica e l’anno dopo si iscrisse alla Cdu della zona inglese. Grazie ad Adenauer, tra il maggio del 1948 e il settembre del 1949 Blankenhorn rivestì il ruolo di segretario generale della Cdu della zona britannica. Dopo le elezioni lasciò l’incarico per diventare assistente personale di Adenauer nel primo governo della Repubblica federale.

Nel settembre del 1949 fu messo a capo dell’Ufficio di collegamento con l’Alta commissione alleata. L’esperienza e le competenze maturate nel corso degli anni come diplomatico contribuirono all’affermazione di Blankenhorn come uno degli uomini più influenti all’interno dell’Ufficio della cancelleria federale.

Blankenhorn

Il primo aprile del 1950 gli Alti commissari autorizzarono l’istituzione dell’Ufficio per gli affari Esteri presso la Cancelleria federale (Dienststelle für Auswärtige Angelegenheit im Bundeskanzleramt, la sezione antesignana dell’Auswärtigen Amt). Herbert Blankenhorn fu promosso Capo sezione (Ministerialdirektor) del nuovo Ufficio, ma nell’agosto dello stesso anno il Cancelliere designò Walter Hallstein nella carica più importante di Segretario di Stato (Staatssekräter im Bundeskanzleramt, carica corrispondente a quella di Sottosegretario agli Esteri).

Hallstein era un professore di diritto privato e societario presso l’Università di Francoforte, non iscritto a nessun partito. A differenza di Blankenhorn, Hallstein non era un diplomatico di professione, né un ex membro del partito nazista, risultava quindi meno esposto alle critiche da parte dell’opposizione e della stampa, che avversavano l’idea di affidare cariche importanti ad ex membri del partito nazionalsocialista.

Nei primi anni della Repubblica federale Blankenhorn e Hallstein furono i principali collaboratori (insieme ad Hans von Herwarth e Fritz von Twardowski) consultati da Adenauer nelle più importanti questioni di politica estera. Per modalità di approccio ai problemi i due alti dirigenti rappresentavano due differenti orientamenti.

Hans Peter Schwarz confrontando le figure di Blankenhorn e Hallstein ha osservato che:

«Hallstein e Blankenhorn sono allo stesso modo convinti, così come lo è fermamente Adenauer, che la Germania può avere un futuro solo attraverso una stretta interdipendenza con l’Europa occidentale […] ma Blankenhorn è un pragmatico. Dalle circostanze difficili egli ama sviluppare soluzioni adeguate che non sono vincolate ad uno schema istituzionale.

Hallstein è il grande costruttivista. Egli ragiona secondo le categorie del diritto contrattuale e del diritto costituzionale. Blankenhorn guarda ai rapporti di forza, Hallstein alle istituzioni e agli articoli di legge. Senza dubbio l’approccio di Blankenhorn è molto più vicino alla concezione di Adenauer […] Ma Adenauer ha bisogno di entrambi, considera un vantaggio avere due collaboratori così diversi per temperamento e forma mentis».

La storiografia tedesca, a differenza di quanto accaduto in Italia, ha da tempo messo in luce la continuità del personale all’interno del ministero degli Esteri della Repubblica federale. Lo stato delle ricerca storica per quanto riguarda questa particolare istituzione nel periodo compreso tra la fine della Repubblica di Weimar, l’avvento e il consolidamento del regime nazista, la guerra, il dopoguerra e la Repubblica federale risulta oggi in una fase avanzata, con un dibattito storiografico esteso anche ai principali quotidiani nazionali.

I trascorsi nazisti dei più importanti funzionari dell’Auswärtiges Amt furono denunciati dalla stampa tedesca occidentale già all’inizio degli anni Cinquanta. Nell’autunno del 1951 in seguito ad una serie di articoli pubblicati dalla Frankfurter Rundschau sul passato nazionalsocialista di autorevoli funzionari del ministero degli Esteri come Wilhelm Hass (che ricopriva una carica strategica per la formazione dei nuovi quadri: quella di Direttore della sezione del personale dell’Auswärtiges Amt), Twardowski, Blankenhorn, Erich Kordt ed altri, Adenauer fu costretto ad istituire una commissione d’inchiesta per fare luce sul passato dei più alti dirigenti degli Esteri.

I tempi tuttavia non erano ancora maturi. L’effetto della Commissione fu, infatti, poco rilevante, l’opposizione socialdemocratica, in quegli anni in forte difficoltà, non promosse un ampio dibattito su un tema controverso e dalle imprevedibili ricadute. Adenauer, infine, era preoccupato dalle probabili ripercussioni negative sulle relazioni internazionali da poco ripristinate e sulla tenuta generale della politica estera della Repubblica federale.

La diplomazia italiana osservò con una certa apprensione il caso sollevato dagli articoli di Michael Mansfeld sulla Frankfurter Rundschau riguardanti il passato nazista dei funzionari dell’Auswärtiges Amt. Esistevano, infatti, non poche analogie tra le accuse rivolte ai dirigenti degli Esteri della Repubblica federale e quelle mosse a carico di Francesco Babuscio Rizzo e di altri importanti funzionari italiani dall’Alto commissariato per le sanzioni contro il fascismo tra il 1944 e il 1945.

L’inconfessato timore dell’ambasciatore italiano in Germania era rappresentato dalla possibilità che anche in Italia la stampa «radicale» e i partiti di sinistra sollevassero una violenta azione «denigratoria» contro Palazzo Chigi. Senza prendere mai in considerazione il problema sollevato dalla Frankfurter Rundschau, il 27 settembre Babuscio Rizzo scriveva a Roma che:

«Pochi [funzionari] sfuggono alla campagna di stampa che risente di un’atmosfera di odio ormai appartenente ad un periodo superato […] negli articoli è però evidente il tono libellistico [sic] delle accuse. È ovvio che come tutte le campagne dell’Opposizione [sic] anche questa si svolge sotto il segno di quella programmatica denigrazione dell’opera del Governo federale che sembra una delle mete preferite della socialdemocrazia tedesca. Queste accuse appaiono per il rancore di cui sono pervase, anacronistiche e piuttosto riecheggianti Norimberga […] Né vi è da stupirsi che anche questa occasione sia stata colta dai socialdemocratici per sferrare un nuovo attacco contro Adenauer […]».

Il ministero degli Esteri italiano non ignorava che molti dirigenti tedeschi del nuovo Auswärtiges Amt fossero in realtà ex diplomatici nazisti o comunque molto compromessi. Fin dalla fine del 1949 i rapporti inviati da Babuscio Rizzo segnalavano che «in tutti gli uffici segnalati hanno parte direttiva antichi funzionari di carriera ai quali lo stesso Adenauer ha fatto ricorso».

Per la diplomazia italiana la continuità del personale non rappresentava un problema politico o d’immagine per la nuova Germania occidentale, così come non lo era stato per la Repubblica italiana. Le democrazie fondate sulle macerie dei regimi fascisti non potevano rinunciare ad una classe di alti funzionari che costituivano una preziosa risorsa di “capitale umano” da cui ripartire:

«Occorre aggiungere d’altra parte – scriveva Babuscio Rizzo il 26 dicembre 1949 a proposito dei costituendi uffici federali per gli affari Esteri – che è apparso pienamente comprensibile che il Cancelliere Federale in questa fase di sviluppo dei servizi si rivolga a funzionari che dispongono di lunghi anni di esperienza all’estero e si rileva che altrimenti, con i delicati rapporti diplomatici che la Repubblica Federale ha presso l’Alta Commissione e con le Missioni diplomatiche straniere, non si potrebbe venirne a capo senza gente che abbia una lunga esperienza».

È probabile che l’alta burocrazia di Palazzo Chigi si sia in parte immedesimata nei problemi e nelle difficoltà affrontate dall’Auswärtiges Amt in occasione degli articoli pubblicati dalla Frankfurter Rundschau. Babuscio Rizzo si schierò a difesa dei diplomatici tedeschi, considerati vittime di una strumentalizzazione politica da parte della stampa e dei partiti all’opposizione. L’Ambasciatore italiano non mancò, inoltre, di aggiungere – quasi come circostanza attenuante – che tutti questi funzionari erano di provata «fede anticomunista».

Una comparazione sui processi che portarono alla riorganizzazione dei due ministeri degli Esteri in Italia e in Germania Occidentale e sul ruolo della continuità non risulta oggi possibile. Mancano da parte italiana studi adeguati da cui trarre argomentate interpretazioni. È importante, tuttavia, sottolineare che la ricostituzione del ministero degli Esteri della Repubblica federale avvenne in uno dei momenti più delicati della guerra fredda, soprattutto se si considerano i mesi immediatamente successivi allo scoppio della guerra di Corea (giugno 1950).

In Germania le tensioni della guerra fredda e il diffuso anticomunismo dei “vecchi” diplomatici facilitarono l’azione di copertura messa in atto dagli stessi funzionari all’interno dell’Auswärtiges Amt, agevolando così la permanenza di molti ex diplomatici variamente compromessi con le politiche del passato regime nazista. In Italia, invece, la riorganizzazione di Palazzo Chigi sotto il segno della continuità ebbe luogo alcuni anni prima, tra il 1944 e il 1946: quando la grande alleanza antifascista era ancora in piedi, tanto sul piano internazionale quanto su quello nazionale.

Il 2 dicembre 1950 venne istituita la prima rappresentanza tedesca in Italia, a Roma; sede che nel maggio del 1951 sarebbe stata elevata al rango di Ambasciata. A capo del Consolato tedesco di Roma Adenauer scelse di inviare una persona poco legata al passato regime nazionalsocialista: Clemens von Brentano.

Quest’ultimo sembrava corrispondere in pieno alle caratteristiche suggerite da Josef Hofmann nella relazione del novembre 1949. I Brentano, infatti, discendevano da una nobile e benestante famiglia lombarda emigrata nella Germania meridionale nel Settecento. Durante la Repubblica di Weimar, tra il 1925 e il 1929, Clemens von Brentano era stato nominato consigliere della rappresentanza tedesca presso il Vaticano.

Clemens von Brentano

Dopo la scomparsa di Gustav Stresemann, Clemens von Brentano scelse di ritirarsi temporaneamente dall’attività diplomatica fino a quando non venne definitivamente mandato in pensione dal regime nazista nel 1937. Clemens von Brentano era un ex membro dello Zentrum (il partito cattolico) e nel secondo dopoguerra si era avvicinato al partito di Adenauer, mentre il fratello Heinrich von Brentano era un autorevole membro della Cdu: capogruppo della Cdu-Csu al Bundestag e futuro ministro degli Esteri della Repubblica federale dal 1955 al 1961.

Dal punto di vista di Adenauer, Clemens von Brentano rappresentava, quindi, l’uomo adatto da inviare a Roma come primo rappresentante della Germania occidentale: di orientamenti anticomunisti e filooccidentali, esperto delle gerarchie vaticane, molto legato al partito di maggioranza a Bonn e affine da un punto di vista culturale e politico alla DC italiana di De Gasperi.

Adenauer

La carriera diplomatica del primo rappresentante tedesco in Italia era legata soprattutto al periodo di Weimar e non alla fase del Terzo Reich, si trattava, quindi, di una designazione che evidenziava la volontà di Bonn di marcare una certa discontinuità. In parte diverso, invece, il profilo biografico dei principali collaboratori di Brentano a Roma. Gerhard Wolf, vice di Brentano, aveva intrapreso la carriera diplomatica nel 1927, e nel 1939 dopo numerose pressioni aveva aderito al partito nazista.

Durante la guerra era stato console a Firenze, ma dopo l’8 settembre, come è noto, si era adoperato per la salvaguardia della città e di numerosi cittadini ebrei. Il Consigliere di legazione Heinz Heggenreiner era un autorevole esponente della Csu e in un primo momento aveva rappresentato il candidato del governo Bavarese per la carica di Console.

Gerhard Wolf

A sfavore di Heggenreiner giocò il ruolo ricoperto da questi durante la guerra: Heggenreiner era stato, infatti, ufficiale di collegamento tra la Wehrmacht e l’esercito italiano. L’addetto agli affari economici e commerciali era Erich Eiswald, ex Presidente della Camera italo-tedesca del Commercio e dell’Industria di Monaco ed esperto delle relazioni economiche italo-tedesche.

Tutti i più importanti funzionari della rappresentanza tedesca di Roma – da Brentano ad Eiswald – erano stati in tempi diversi e in modi diversi addetti agli affari italiani. Esisteva, tuttavia, una differenza sostanziale tra il futuro primo ambasciatore tedesco in Italia, Clemens von Brentano, e i due principali rappresentanti inviati dall’Italia in Germania dalla fine della seconda guerra mondiale: Gallina e Babuscio Rizzo.

Il Console generale Gallina aveva intrapreso la carriera diplomatica senza aver superato alcun tipo di concorso, ma esclusivamente in base alla vicinanza politica con il regime fascista, rappresentava quindi l’espressione diretta della fascistizzazione del ministero degli Esteri. Anche la carriera di Babuscio Rizzo, come è stato più volte ribadito, risultava particolarmente legata al regime fascista.

A differenza di Brentano, rimasto sostanzialmente in disparte durante il regime nazista, Gallina e Babuscio Rizzo rappresentavano, invece, due esempi di diplomatici profondamente compromessi con la politica estera del regime fascista.

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