ITALIA, DOPOGUERRA E RICOSTRUZIONE – 5

a cura di Cornelio Galas

RITORNO DELL’ITALIA:

LA PRIMA RAPPRESENTANZA DIPLOMATICA IN GERMANIA

Nell’estate del 1946 il governo italiano aveva ottenuto dagli angloamericani l’autorizzazione di poter inviare un rappresentante diplomatico nella Germania occidentale a partire dal primo gennaio 1947. Il ministero degli Esteri, in quel periodo guidato da De Gasperi, scelse di affidare la missione al Segretario di legazione di seconda classe Vitale Gallina, che mantenne l’incarico di rappresentare l’Italia in Germania occidentale fino alla fine del 1949.

De Gasperi

Non sono chiari i motivi che spinsero i dirigenti degli Esteri a designare proprio Gallina quale primo futuro rappresentante italiano nella Germania occidentale (una designazione confermata da Nenni, durante la sua breve esperienza da ministro degli Esteri, 18 ottobre 1946-2 febbraio 1947). Si trattava di uno dei funzionari epurati dall’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo nell’aprile del 1945.

Il procedimento a carico di Gallina rientrava tra i casi meno controversi da affrontare poiché rispondeva completamente al secondo comma del’art. 12 del decreto legislativo luogotenenziale n. 159 del luglio 1944 che servì da legge per l’epurazione e che prevedeva la destituzione dalle amministrazioni dello stato di «tutti coloro che, anche nei gradi minori hanno conseguito nomine od avanzamenti per il favore del partito o dei gerarchi fascisti».

Vitale Gallina (a destra)

Gallina, infatti, aveva intrapreso la carriera diplomatica nel 1928 grazie alla già citata legge del 1927 per la quale erano stati reclutati senza regolare concorso alcuni tra i più zelanti «benemeriti della causa fascista» allo scopo di fascistizzare il ministero degli Esteri. Dopo l’abolizione dell’Alto Commissariato e l’amnistia del 1946, Gallina era rientrato in servizio, ottenendo dopo pochi mesi il suo primo incarico diplomatico dell’era post-fascista.

Probabilmente De Gasperi e gli alti funzionari degli Esteri al momento della nomina del rappresentante italiano da inviare in Germania non ritenevano possibile che gli sviluppi successivi avrebbero portato nel giro di soli due anni alla creazione di uno stato tedesco occidentale separato, ma immaginando, invece, una lunga fase di stallo tra gli alleati, e quindi un indefinito prolungamento dell’occupazione, optarono per un rappresentante di basso profilo (ma anche di incerti orientamenti politici). Una scelta destinata ad  incidere in modo negativo sulle capacità del governo di seguire gli sviluppi della scena politica tedesca occidentale.

La rappresentanza fu istituita al centro delle tre zone occidentali, a Francoforte sul Meno, città dove si trovava la sede delle forze armate americane oltre a diversi uffici economici bizonali. La missione italiana, come avvenne per la gran parte delle missioni dei paesi non appartenenti alle potenze di occupazione, fu aiutata finanziariamente dagli americani. Da questi ultimi il governo italiano ottenne l’edificio per la sede, gli alloggi per il personale e altre agevolazioni logistiche.

La rappresentanza diplomatica guidata da Gallina giunse in Germania nel momento più critico attraversato dalla popolazione tedesca: l’inverno 1946-1947. Il dissesto finanziario delle zone occidentali gravava sulle possibilità di ripresa della popolazione tedesca e favoriva l’utilizzo dei più svariati mezzi di pagamento. La moneta in circolazione – la Reichsmark – stava progressivamente perdendo la funzione di denaro e sovente nelle compravendite veniva sostituita da altre merci. Uno dei primi rapporti inviati a Roma da Gallina segnalava che:

«Il marco [la Reichsmark], anche per le piccole spese, viene ormai quasi sistematicamente rifiutato. Nelle transazioni gli stessi tedeschi ricorrono a mezzi impensati di pagamento e preferiscono normalmente gli scambi in natura. Sono diventate ad esempio moneta corrente le sigarette, anche per acquisti e servizi di una certa importanza».

I primi anni del dopoguerra sono stati sovente descritti come gli “anni delle macerie” (Trümmerjahre). La letteratura di questi anni incentrata sui reduci di guerra, sulle famiglie distrutte e in generale sulla distruzione della Germania è stata definita Trümmerliteratur. Per le squadre di donne che contribuirono alla rimozione delle macerie per collaborare alla riedificazione degli edifici crollati a causa dei bombardamenti fu coniata la parola Trümmerfrauen.

Come è noto il cardinale di Colonia Joseph Frings dette involontariamente il suo nome ad una nuova attività, fringsen, quando alla fine del 1946 durante un sermone disse implicitamente che rubare carbone per tenere al caldo la propria famiglia non era, date le circostanze, una grave colpa. In tale contesto il mercato nero diventò per larga parte della popolazione tedesca uno strumento essenziale di sopravvivenza.

Joseph Frings

Gli obiettivi politici della missione italiana in Germania affidata a Gallina prevedevano una duplice e parallela azione diplomatica. Come si è visto nel precedente capitolo, in questo periodo gli interessi del governo di Roma verso la Germania erano diretti alla ricerca della ripresa degli scambi commerciali italo-tedeschi, ritenuti strategicamente fondamentali per il rilancio dell’economia nazionale.

La paralisi delle relazioni economiche con la Germania costituiva una preoccupazione condivisa ai più alti livelli dal governo italiano. Il Presidente del consiglio De Gasperi ad aprile sollevò il problema direttamente al Presidente Truman, collegando apertamente la stabilizzazione politica interna al risanamento economico-finanziario. Quest’ultimo dipendeva a sua volta da tre diversi fattori, tra cui la ripresa delle esportazioni verso la Germania:

«In un momento di gravi difficoltà – scriveva De Gasperi il 28 aprile – mi rivolgo a Voi, signor Presidente, di cui ricordo la particolare benevolenza dimostrata all’Italia e a me personalmente durante la recente visita in America. Il mio paese attraversa, per varie circostanze, una crisi di fiducia che porta alla svalutazione della moneta. Il Governo da me presieduto sta facendo ogni sforzo per risanare il bilancio dello Stato, incoraggiare la produzione, mantenere l’ordine.

Io sto anche tentando di dare al governo una più larga base parlamentare, assicurando maggiore influsso ai partiti che vogliono in Italia la stabilità e la libertà del regime democratico. Cercheremo con ogni mezzo di aiutarci da noi, ma è troppo evidente che le nostre forze non bastano. Fino a tanto che l’Italia non potrà di nuovo contare sul turismo, sull’emigrazione e sui noli marittimi e riprendere le sue esportazioni verso la Germania, il pareggio nella bilancia commerciale non è raggiungibile».

Il compito della Rappresentanza guidata da Gallina consisteva nel sollecitare le autorità alleate della Bizona alla riapertura dei traffici tra Italia e Germania e contemporaneamente nel sondare la volontà e le possibilità dei tedeschi circa il ripristino dei rapporti economici italo-tedeschi.

Le posizioni italiane sulla Germania (revisione del programma di Potsdam, ripristino di un’unità economica e politica tedesca, libertà di scambi economici con la Germania) si andavano caratterizzando in senso filotedesco, ma erano del tutto ignorate nella Bizona. In generale la popolazione tedesca era all’oscuro della recente evoluzione politica italiana e pertanto non poteva essere al corrente degli orientamenti dell’Italia sulla questione tedesca.

Da questo punto di vista per il popolo tedesco il tempo si era fermato all’8 settembre 1943. Il governo italiano scontava la mancanza di canali di collegamento diretti con i territori della Germania occupata. Le prime missioni avevano registrato la presenza tra i tedeschi occidentali di un vivo interesse per l’Italia, ma la natura del personale – di estrazione militare – e il limitato raggio d’azione, circoscritto alle attività di rimpatrio, avevano impedito di stabilire contatti adeguati al perseguimento degli interessi italiani in Germania.

All’inizio del 1947 un rapporto della missione rimpatri aveva comunicato a Roma la richiesta di alcuni direttori di quotidiani pubblicati nella Bizona di ricevere maggiori informazioni sugli sviluppi della situazione italiana:

«Nell’attuale delicato periodo, della storia politica ed economica della Germania, l’Italia è completamente assente. Completamente ignorati sono dalla totalità dei tedeschi gli sforzi che l’Italia compie per la sua ripresa politica ed economica così come sono completamente ignorati gli orientamenti politici italiani nei riguardi del futuro assetto della Germania.

Vari giornali tedeschi hanno chiesto a questa Missione di poter pubblicare qualche notizia riguardante l’Italia ed hanno conseguentemente chiesto di fornire loro il materiale onde trarne notizie ed orientamenti […] assolutamente privo di qualsiasi direttiva in merito mi sono limitato a fornire a qualche giornalista locale quelle pubblicazioni italiane che a mio giudizio potevano fornire qualche utile spunto per i giornali tedeschi e qualche articolo è infatti già apparso sui giornali bavaresi […] penso però che l’importanza dell’argomento meriti un attento esame da parte di codesto Ministero.

Il carattere dell’attuale Missione Militare [per i rimpatri] non è certo il più adatto per fornire alla stampa locale quegli elementi direttivi e quelle notizie, che in rapporto alla politica italiana, possano servire ad influenzare l’opinione pubblica tedesca».

Le fonti sull’attività diplomatica svolta da Gallina durante la prima metà del 1947 dimostrano che le finalità politiche richieste da Roma furono completamente disattese. Il rappresentante italiano cercò di stringere buoni contatti solamente con le forze militari di occupazione degli Stati Uniti, trascurando tanto gli sviluppi politici e sociali della Bizona, quanto le riforme economico-istituzionali introdotte dagli americani a favore della nuova classe dirigente tedesca.

Il ruolo delle nuove e vecchie formazioni politiche, i dibattiti sulla politica economica da adottare in Germania, la graduale affermazione dei leader di partito o la semplice registrazione dei successi di questi ultimi furono ignorati dalla missione italiana. Nei primi anni del dopoguerra esistevano in Germania correnti e stati d’animo anticapitalistici molto diffusi.

Intellettuali e politici rivendicavano una qualche forma di socialismo o di collettivismo e l’allontanamento dal capitalismo era in quegli anni condiviso da comunisti, socialisti della Spd e anche dall’ala sinistra della nuova Cdu. Soprattutto nella zona di occupazione inglese, quella maggiormente industrializzata, partiti e popolazione guardavano con favore ad una eventuale socializzazione parziale dell’economia tedesca.

Karl Arnold

Nel febbraio del 1947 la federazione della zona inglese della Cdu riunita ad Ahlen approvò un programma fortemente progressista che prevedeva la socializzazione delle industrie di base. Karl Arnold, esponente della sinistra cattolica e primo Presidente del consiglio del Nordrhein-Westfalen, era uno dei più convinti assertori dei programmi di socializzazione all’interno della Cdu.

Le diffuse aspirazioni socialiste si fondavano da un parte sulla convinzione che il capitalismo non sarebbe stato in grado di garantire miglioramenti per la popolazione e che per tale motivo, nella situazione economica tedesca del dopoguerra, non era consigliabile seguire una politica capitalista.

Kurt Schumacher

Altrettanto importante per l’iniziale e momentaneo successo delle teorie socialiste fu la lettura dell’ascesa del potere di Hitler e l’interpretazione delle cause della guerra diffuse dalla Spd di Kurt Schumacher e dal partito comunista. Si trattava di una lettura monocausale della recente storia tedesca basata sull’assunto di un utilizzo strumentale della figura di Hitler e delle guerre volute da quest’ultimo da parte del grande capitale monopolistico.

Allo stesso tempo non tutti i tedeschi credevano che fosse stato il sistema economico capitalistico a produrre il fascismo. Tra gli esponenti della Cdu, tra cui Adenauer, molti ritenevano, invece, che fosse stato il militarismo, la tradizione prussiana e in particolar modo un «errato concetto dello stato» a scatenare il nazismo, rintracciando quindi l’origine del nazionalsocialismo più che nel sistema di produzione – il capitalismo – in dati particolari della storia tedesca.

Non bisogna sottovalutare, inoltre, la parallela esperienza della politica economica portata avanti dall’Unione Sovietica nella propria zona di occupazione, la quale mostrava ai tedeschi che la statalizzazione dei mezzi di produzione non portava immediatamente ad una maggiore democratizzazione e ad un maggiore benessere. Tra il 1947 e il 1948 i vari tentativi di socializzazione delle industrie fallirono soprattutto per iniziativa della forza di occupazione americana.

Considerati retrospettivamente, tali dibattiti appaiono privi di prospettive, soprattutto se confrontati con i coevi orientamenti liberal-capitalistici degli Stati Uniti in relazione al futuro della Germania occidentale nel contesto della guerra fredda.

Tuttavia essi dimostrano che anche la futura politica economica liberista adottata dalla Cdu e dal governo della Repubblica federale (personificata dal ministro Ludwig Erhard) non era del tutto scontata o segnata fin dal 1945: nel corso dei primi anni del dopoguerra la percezione dei contemporanei sul futuro della Germania contemplava l’apertura a più possibili esiti.

Fino a quando Gallina rimase l’unico rappresentante diplomatico italiano nella Bizona, la ricchezza di spunti e di posizioni del panorama politico e sociale tedesco bizonale non fu adeguatamente osservata e comunicata al governo a Roma. Nella seconda metà del 1947, con l’approfondimento delle tensioni internazionali collegate alla guerra fredda, Gallina iniziò a sviluppare posizioni radicalmente antitedesche derivanti da una germanofobia di fondo a tratti patologica, punti di vista che il diplomatico italiano espose dettagliatamente al ministro Sforza a partire dalla fine del 1947.

Ludwig Erhard

I nuclei tematici al centro della successiva linea politica di Gallina sulla Germania furono abbozzati in un rapporto riservato inviato a Roma alla fine di ottobre. Il documento intendeva offrire al ministro Sforza alcune considerazioni sulla “questione germanica” basate «sull’osservazione diretta di alcuni elementi che potevano sfuggire da Roma».

Il popolo tedesco – avvertiva Gallina – si trovava in uno stadio di immaturità politico-morale, mostrava, infatti, la tendenza a sopravvalutarsi, a considerarsi il centro dell’Europa e soprattutto si dimostrava incapace di instaurare «un metodo di vita democratico». Un atteggiamento che finiva per essere incoraggiato dalla nuova e avventata linea politica degli Stati Uniti sulla Germania:

«Ancora una volta – scriveva Gallina il 26 ottobre 1947 – i tedeschi sopravvalutano sé stessi, si identificano troppo colle miniere che si trovano in Germania: come se popolo tedesco e carbone della Ruhr fossero due elementi disassociabili. E sono troppo convinti che “geopoliticamente” popolo tedesco e terra tedesca siano il cuore dell’Europa e che senza di loro questa non possa riprendere vita.

Certo alcune recenti incaute affermazioni americane li hanno incoraggiati in questa pericolosa credenza. Né sono bastati i moniti del Generale Clay, né quelli meno bruschi ma altrettanto fermi degli inglesi a convincerli che devono saper discernere il limite e non abusare del vantaggio di una situazione di congiuntura. Insomma, essi vogliono “voltar pagina”, senza regolare i conti.

Non vi è un solo tedesco che ammetta che la Germania ha delle colpe da espiare; e sono troppo pochi anche quelli che riconoscono che – torto o ragione a parte – quando si perde la partita, si deve pagare».

Il principale rappresentante italiano nella Bizona divenne progressivamente un convinto assertore delle tesi incentrate sulla naturale antidemocraticità della «razza» tedesca. Il messaggio rivolto al governo italiano era finalizzato alla dimostrazione della totale incapacità della Germania a svolgere un ruolo economico e politico rilevante nella ricostruzione dell’Europa.

La rappresentanza di Francoforte fu testimone, durante gli ultimi mesi del 1947, di una vasta e complessa manovra militare organizzata dagli Stati Uniti e dal governo provvisorio italiano. L’amministrazione Truman verso la fine del 1947 elaborò un piano di assistenza militare per l’Italia. Il progetto prevedeva il trasferimento di materiale bellico “surplus” dai depositi statunitensi in Germania.

L’operazione si svolse secondo modalità strettamente riservate e probabilmente rientrava tra i piani di sicurezza programmati in caso di una vittoria delle sinistre alle prime elezioni politiche italiane del 18 aprile 1948. A rivelare alcuni dettagli fu lo stesso Gallina nel 1949 quando, prima di lasciare Francoforte, redasse un lunghissimo rapporto riepilogativo sulla sua attività in Germania:

«Dai depositi e magazzini di Brema, di Amburgo, di Gelnhausen e Mannheim – scriveva Gallina – si ottenne così di far partire per l’Italia tra la fine del 1947 e l’inizio del 1948 – mascherati, per cautela, come merci varie – quantitativi di materiale che furono valutati ad oltre 20 milioni di dollari e che furono preziosi per iniziare la riorganizzazione ed il riarmo delle prime nostre grandi unità».

INFLUIRE SUI DESTINI DELLA GERMANIA ATTRAVERSO L’EUROPA

Nel giugno del 1947, poco dopo l’annuncio del Piano Marshall, iniziarono i lavori del Consiglio economico di Francoforte (il Wirtschaftsrat), la prima concreta amministrazione tedesca centralizzata, che rappresentava la principale riforma introdotta dagli americani insieme alla formazione della Bizona.

Il Consiglio economico era composto da membri eletti dai diversi Länder che si trovavano all’interno delle zone americana ed inglese (nell’estate del 1947 la Cdu-Csu risultava maggioranza nella zona controllata dagli Stati Uniti e la Spd nella zona inglese) ed era autorizzato a prendere decisioni esecutive in ampi settori dell’economia dei Länder (dopo l’approvazione dei due governatori anglo-americani riuniti nel Bipartite Board).

La creazione di nuovi organismi affidati direttamente ai tedeschi rientrava nella riorganizzazione degli uffici amministrativi prevista dalla fusione della zona inglese ed americana. Nell’estate del 1947 gli organi alleati risultavano affiancati da un Consiglio economico, il Wirtschaftsrat, e da un Consiglio esecutivo, il Verwaltungsrat.

Le funzioni dei due “consigli” prefiguravano implicitamente la ripresa da parte dei tedeschi delle attività di governo. Nel giro di pochi mesi sorsero altri uffici che avevano il compito di coadiuvare il Consiglio economico nell’amministrazione della Bizona: in particolare il Länderrat (Consiglio degli stati) che svolgeva funzioni di controllo sull’opera legislativa del Wirtschaftsrat, e l’Obergericht für das vereinigte Wirtschaftsgebiet corrispondente ad un’Alta Corte per la Bizona, che aveva il compito di dirimere le controversie tra Wirtschaftsrat e i Länder o tra gli stessi Länder.

Il Wirtschaftsrat di Francoforte rappresentava il perno della svolta voluta dagli americani nel governo di occupazione della Germania. Il Consiglio economico era il centro politico di riferimento più rilevante per la nuova classe dirigente tedesca occidentale e metteva in luce la volontà degli americani di concedere gradualmente maggiore autonomia di governo alla Bizona. Per la prima volta dalla fine della guerra i tedeschi ebbero modo di guidare un’amministrazione che rievocava le caratteristiche di un governo centrale, non limitato dall’estensione dei vari Länder.

Il quadro politico ed economico della Germania occidentale iniziava a mutare in modo radicale rispetto al biennio 1945-1946. L’interesse degli Stati Uniti nel creare nelle zone occidentali della Germania un’amministrazione funzionale in grado di rimettere in moto l’economia tedesca costituiva un riflesso dell’inasprimento della guerra fredda. L’ambasciatore a Washington Tarchiani, sempre in stretto contatto con De Gasperi, riferiva puntualmente le svolte della politica estera americana sull’Europa. A luglio illustrava al Presidente del consiglio che:

«In ogni modo è sempre più chiaro, e sono due anni che te ne scrivo, che il mondo e l’Europa si dividono vieppiù [sic] in due gruppi distinti e purtroppo avversi. Il piano Marshall ha servito soprattutto a definire e delineare ancor più profondamente i due gruppi. Le istruzioni americane per il Ge. Clay in Germania [governatore militare della zona americana] lasciano intendere assai manifestamente che si vuole organizzare ed immettere il Reich industriale nel campo occidentale; cosa del resto inevitabile».

Tarchiani

Nel corso dei mesi seguenti il generale Clay iniziò a precisare le direttive fondamentali della politica economica e sociale che il governo degli Stati Uniti intendeva seguire nella Bizona. Nel settembre furono sospesi i programmi di socializzazione delle industrie e vennero ribaditi gli orientamenti americani a favore della libera iniziativa.

Il governo di Roma, grazie anche ai rapporti provenienti dalle ambasciate di Londra e Washington, comprese che la partecipazione della Germania occidentale al piano Marshall avrebbe facilitato gli interessi dell’Italia nella questione tedesca. L’idea americana di favorire la cooperazione europea schiudeva nuove possibilità per il governo italiano di partecipare con pari diritti alle negoziazioni in programma.

Il ministro degli Esteri Sforza coinvolse i principali ambasciatori italiani all’estero circa l’approccio da assumere in campo internazionale sui problemi tedeschi. Dopo il fallimento dei tentativi italiani di partecipare alle discussioni sul Trattato di pace della Germania e con l’allontanamento verso un futuro indefinito dello stesso trattato, la strada suggerita dai principali ambasciatori invitati da Sforza ad esprimere opinioni sulla politica estera dell’Italia sulla Germania era quella di inquadrare l’intera questione tedesca in ambito europeo:

«Da parte nostra – scriveva l’ambasciatore italiano a Londra, il liberale Nicolò Carandini, a Sforza il 6 luglio 1947 – chiedere di intervenire direttamente nella determinazione delle future sorti della Germania può essere una pretesa che si esaurisce con la soddisfazione che dà alle irreali aspettazioni della nostra opinione pubblica. Non ha altre possibilità di sviluppo. Il solo modo che abbiamo di influire sul futuro destino della Germania è quello di abbordare il problema sul piano della ricostruzione europea.

È un piano sul quale abbiamo il diritto di esprimerci perché racchiude una necessità più vasta della nostra ed implica e presuppone un nostro apporto indispensabile ed inevitabile […] di questo vitale corpo europeo una ricostituita Germania, militarmente controllata ma economicamente riabilitata, è parte e condizione essenziale. La Germania è una necessità europea. L’Europa è una necessità italiana».

Nicolò Carandini

L’Italia decise di sostenere i propri punti di vista sulla Germania in occasione dei primi vertici europei per la ricostruzione economica dell’Europa. La consapevolezza di De Gasperi e Sforza che le tesi italiane collimavano in diversi punti con i nuovi orientamenti della politica americana sulla questione tedesca contribuì a puntellare le posizioni di Roma dalle prevedibili divergenze e reticenze del governo francese.

Nell’estate del 1947 la Conferenza di Parigi consentì al governo italiano di esporre in un contesto internazionale gli indirizzi di politica estera sulla Germania. La Conferenza, a cui l’Unione Sovietica decise di non prendere parte, aveva lo scopo di coordinare i vari paesi europei in vista dell’inizio del Piano Marshall e al contempo gettava le basi per la costituzione dell’Oece, l’organismo che avrebbe assunto l’incarico di predisporre i progetti di richieste d’aiuto da inviare a Washington, coordinandoli in forma di progetto europeo.

Nel corso degli incontri le discussioni sulla politica economica da adottare nella regione della Ruhr offrirono l’occasione ai delegati italiani di manifestare in modo dettagliato le tesi dell’Italia sul complesso della situazione tedesca. Gli Stati Uniti comunicarono in modo inequivocabile la loro contrarietà ai programmi di Gran Bretagna e Francia sul futuro della regione tedesca della Ruhr.

Da una parte, infatti, il governo laburista inglese programmava piani di nazionalizzazione delle industrie, dall’altra la Francia avanzava progetti per l’internazionalizzazione dell’intera area. L’Italia si prefisse di raggiungere un delicato equilibrio diplomatico: appoggiare le tesi Usa sulla Germania e scongiurare contemporaneamente un eccessivo disappunto da parte di Gran Bretagna e Francia.

Il 19 luglio il ministro degli Esteri Sforza informava le principali sedi italiane all’estero circa l’andamento dei primi incontri:

«Nuova politica americana verso la Germania quale annunziasi attraverso istruzioni inviate generale Clay interessaci profondamente. È evidente nostro interesse reinserire area economica Germania in area europea, anche perché scambi italo-tedeschi d’anteguerra non solo colmerebbero quel vuoto che sta alla base nostro deficit bilancia pagamenti, ma consentirebbero risparmiare considerevoli gravami contribuente americano.

Abbiamo sostenuto questo concetto Conferenza di Parigi persuasi che sua applicazione corrisponderebbe in pieno piano Marshall. Ci siamo urtati contro fermo atteggiamento francese ma sentiamo aver concordi anche Svizzera, Paesi Bassi, Svezia».

Carlo Sforza

La linea politica ufficiale da sostenere a Parigi nei confronti del problema tedesco fu definita qualche giorno dopo a Roma, nel corso di una riunione del comitato dei ministri tecnici per il Piano Marshall presieduta da Einaudi (in quel periodo ministro del Bilancio del quarto governo De Gasperi) e che vide la presenza del ministro dei Trasporti Guido Corbellini, del ministro del Tesoro Guido Del Vecchio, del ministro del Commercio con l’Estero Cesare Merzagora, di Antonio Segni ministro dell’Agricoltura, di Giuseppe Togni ministro dell’Industria e Commercio e di Amintore Fanfani ministro del Lavoro. Parteciparono, inoltre, l’onorevole Giovanni Gronchi, Ezio Vanoni e il vice governatore della Banca d’Italia Donato Menichella.

Il comitato guidato da Einaudi operò una sostanziale approvazione delle tesi e delle posizioni contenute nella relazione della Direzione affari economici dell’autunno precedente. Il documento finale, approvato da Sforza e De Gasperi, per la condotta dei lavori della delegazione italiana a Parigi recitava, infatti, nella parte dedicata alla linea da seguire sulla questione tedesca, che:

«1) Si riconosce in modo unanime la convenienza economica dell’Italia acché venga ricostituita l’unità economico-produttiva tedesca.

2) Per quanto riguarda la Ruhr si è concordi ad escludere l’opportunità della nazionalizzazione delle miniere [tesi inglese], come pure quella di affidare il loro esercizio ad un organo internazionale [tesi francese]. Ci si pronunzia invece a favore di una produzione autonoma della siderurgia e delle miniere di carbone tedesche. In modo particolare ci si pronuncia contro l’imposizione di grosse indennità a titolo di riparazione sulla nazione tedesca e si esprime il parere che l’interesse economico del nostro Paese consiglia di ostacolare richieste del genere da qualsiasi parte provenienti.

3) Sempre in merito al problema tedesco si sottolinea come in passato le nostre importazioni di ferro e carbone della Germania siano state pagate essenzialmente con le esportazioni ortofrutticole che non trovano purtroppo oggi uno sbocco. Oltre a queste considerazioni di rapporti commerciali, si impone il dato concreto di una siderurgia tedesca a bocca di miniera di gran lunga meno costosa della siderurgia francese che non trova giustificazioni economiche.

Si prospetta inoltre il pericolo di un monopolio siderurgico che porrebbe i Paesi acquirenti in grave stato di inferiorità. Anche l’Italia ne risentirebbe con evidenti ripercussioni sul libello dei consumi interni e sulle possibilità di esportazione dei prodotti derivati».

È interessante notare che, proprio nel momento in cui gli orientamenti italiani sembravano allontanarsi in modo radicale dalle tesi francesi su un aspetto centrale dell’assetto europeo-occidentale – la questione tedesca –, il ministro Sforza propose un’unione doganale italo-francese, che rappresentò tra il 1947 e il 1949 un capitolo importante dell’agenda diplomatica del governo italiano, progetto destinato ad intersecarsi con il riavvicinamento politico dell’Italia alla Repubblica federale tedesca.

Le linee guida concordate a Roma sulla Germania trovarono la piena approvazione della delegazione italiana alla Conferenza di Parigi, guidata da Pietro Campilli che il 26 luglio in una lettera indirizzata a De Gasperi scriveva:

«È però possibile – domandava Campilli – concepire la ricostruzione dell’Europa senza la ricostruzione economica della Germania? Noi abbiamo un interesse particolare, data la complementarietà che è sempre esistita tra la nostra e la economia tedesca, a che questa possa nel più breve tempo risollevarsi. Su questo punto siamo tutti d’accordo in linea di principio».

Allo stesso tempo Campilli rilevava la distanza “politica” delle tesi francesi da quelle italiane, individuando nella proposta di Sforza sulla possibilità di un’unione doganale con la Francia la strada migliore per non compromettere i buoni rapporti con il governo di Parigi.

Nell’agosto del 1947 l’Italia rese noto in modo ufficiale la posizione maturata nei riguardi della questione tedesca. Sforza invitò i principali ambasciatori all’estero ad illustrare le tesi italiane sulla Germania ai governi dei paesi dove erano accreditati. Nelle istruzioni inviate da Sforza venivano riaffermati i principali punti definiti dalla Direzione affari economici alla fine del 1946, l’unica differenza era rappresentata da una maggiore accentuazione della chiave di lettura europea degli interessi italiani in Germania.

Questi ultimi erano presentati come una componente non secondaria per la rapida ricostruzione del continente europeo:

«Ma anche sotto l’aspetto – scriveva Sforza – della ricostruzione economica europea, la ripresa dei traffici tra i due Paesi [la Germania e l’Italia] si pone come un problema di eccezionale gravità e urgenza. L’Europa è un corpo malato, e, per risanarlo, occorre riallacciare ad uno ad uno tutti gli anelli della catena che in altri tempi ne aveva assicurato la prosperità; trascurandone uno, si minaccia di determinare la crisi di tutti gli altri.

Ripristinare gli antichi tradizionali movimenti della sua vita economica, vuol dire non solo un risparmio nel ricorso all’aiuto finanziario americano, ma anche e soprattutto un cospicuo passo innanzi nella ricostituzione del perduto equilibrio».

Il documento non accennava né caldeggiava una rinascita politica della Germania, ma invitava le potenze occidentali ad adottare una nuova politica economica nella gestione dei territori tedeschi. Presentando il complesso delle tesi italiane come una necessità europea e quindi di tutti, il governo di Roma mostrava di seguire una linea di politica estera sulla Germania non dettata da calcoli puramente nazionalistici: un ragionamento che amalgamava interessi nazionali e ideali europei.

Non è difficile intuire che si trattava di un discorso rivolto soprattutto alla potenza che più di tutte sembrava sensibile a tali argomenti, quella maggiormente disposta a venire incontro agli interessi italiani nella questione tedesca: gli Stati Uniti.

Fra i paesi dell’Europa occidentale l’Italia mostrava di perseguire una politica estera sulla questione tedesca meno rivolta al passato, poco o nulla condizionata dall’esperienza della guerra e del nazifascismo. Un’osservazione valida soprattutto per le posizioni ufficiali del governo italiano in ambito internazionale, ma non corrispondente al dibattito in corso sul piano interno e in modo particolare tra governo e corpo diplomatico, dove le posizioni avanzate iniziavano a suscitare dissensi.

Tra le forze politiche, la necessità della ricostruzione della Germania era riconosciuta dai partiti al governo mentre era oggetto di critiche tra i partiti all’opposizione. A palazzo Chigi – sede del ministero degli Esteri – era soprattutto la Direzione affari politici ad alimentare riserve sulla Germania e sulle possibilità di democratizzazione del popolo tedesco, un atteggiamento, questo, non condiviso dalla Direzione affari economici, che in questo periodo era avvantaggiata da un rapporto costante e quasi privilegiato con il governo.

Il dibattito, che in assenza di osservazioni e di analisi condotte direttamente sul posto, si basava soprattutto sulla memoria, su un’immagine del mondo tedesco marcata dall’esperienza del recente passato; un’esperienza particolarmente complessa da decifrare nel caso dei non pochi diplomatici che avevano collaborato a lungo con i propri omologhi tedeschi durante la seconda metà degli anni Trenta e nel corso della prima fase della seconda guerra mondiale tra il 1940 e 1943.

La documentazione archivistica non restituisce tuttavia l’esistenza di una riflessione sulla questione della colpa, ma solamente la preoccupazione di un potenziale ritorno di aggressività dei tedeschi. Una nuova Germania sarebbe stata un fattore di stabilità e di sicurezza per l’Europa o, invece, avrebbe rappresentato una potenziale minaccia per tutti? E ancora, il popolo tedesco era veramente capace di instaurare un regime politico democratico? Erano queste le domande al centro del dibattito e furono in realtà sempre queste le preoccupazioni espresse dopo il 1947 dai rappresentanti meno favorevoli ad una rinascita della Germania.

Manlio Brosio

Tra gli ambasciatori, Manlio Brosio da Mosca concordava con il ministro Sforza e con De Gasperi circa l’indispensabilità del potenziale economico della Germania per la ricostruzione dell’Europa, ma aggiungeva di non sottovalutare i rischi di una rinata forza tedesca:

«Una Germania forte – scriveva Brosio il 9 luglio 1947 – sarà sempre un pericolo per tutti, Italia compresa, e l’unico modo di controllare il più a lungo possibile la Germania è quello di completare la sua riduzione all’est col rigido controllo internazionale della Ruhr. […] occorre intendersi sul modo di controllo permanente della Ruhr nell’interesse dell’Europa, che devitalizzi la Germania come potenza militare, e le consenta di collaborare senza pericolo alla ricostruzione economica generale».

L’ambasciatore Quaroni, fautore di un forte riavvicinamento alla Francia, avanzò esplicite riserve sui segnali di apertura dell’Italia circa la questione tedesca: «Mi sembra – scriveva Quaroni a Sforza il 29 luglio – [che] ci siamo lanciati troppo avanti in questione tedesca e questo proprio in momento in cui stessi americani stanno facendo un poco marcia indietro tenendo conto difficoltà, anche politica interna, Governo francese».

Quaroni

Fin dall’inizio della Conferenza di Parigi, Quaroni aveva ammonito il governo di Roma sui rischi derivanti da una chiara presa di posizione dell’Italia sulla Germania, una strategia che comportava più incognite che certezze: «Noi abbiamo fatto sapere a Washington – scriveva Quaroni il 22 luglio – che siamo favorevoli alle idee americane sulla Germania: era una mossa necessaria ed abile, a condizione, ripeto, che non venga gridata sulla pubblica piazza».

Inoltre per Quaroni la politica dell’Italia sulla questione tedesca finiva per coincidere e quindi col sostenere gli orientamenti americani, senza però aver ottenuto nulla in cambio dagli Stati Uniti: si trattava in altre parole, di un appoggio gratis:

«[…] è qui – scriveva Quaroni il 22 luglio – che è la grossa differenza fra noi e gli altri Stati minori: essi hanno pochissimo bisogno, molti di loro almeno, dell’aiuto americano: e quindi si possono permettere il lusso di aderire alle idee americane per la Germania senza negoziare: noi non siamo nella stessa situazione, noi abbiamo un bisogno disperato dell’aiuto americano, bisogna quindi che noi negoziamo.

Sta bene che noi diciamo agli americani che condividiamo le loro idee sulla Germania: ma non facciamo un gesto a vuoto e trattiamo. Non ci dimentichiamo che per l’adesione alla politica del libero scambio, francesi e inglesi si sono fatti pagare dei miliardi: noi siamo i soli che l’abbiamo data per niente. Non ci ripetiamo».

È importante sottolineare le critiche mosse da Quaroni, perché evidenziano un atteggiamento abbastanza diffuso tra la diplomazia italiana del dopoguerra. Da un lato, infatti, vi era l’idea che il sostegno dell’Italia alla politica di una grande potenza avrebbe dovuto tradursi in una contropartita. L’adesione italiana ai piani statunitensi sulla Germania doveva essere negoziata poiché rappresentava l’offerta per la conquista di una futura “ricompensa”, e non l’effetto dell’incontro tra due politiche convergenti.

Dall’altro, si assiste ad una sottovalutazione dei rapporti di forza in campo, un difetto di realismo da parte dell’ambiente istituzionale che più di altri era a contatto con l’esercizio del potere da parte degli stati.

Nella seconda metà degli anni Quaranta non pochi autorevoli diplomatici ritennero che il potere contrattuale dell’Italia in Europa occidentale fosse paragonabile a quello della Francia e della Gran Bretagna, trascurando che soprattutto in ambito internazionale la politica costituiva la declinazione classica della sanzione e del mantenimento del disequilibrio delle forze manifestatosi nella guerra.

Gli incontri della Conferenza di Parigi offrirono al governo italiano la prima occasione per esporre i propri punti di vista sulla questione tedesca. L’Italia richiamò l’attenzione delle grandi potenze, e specialmente degli Stati Uniti, sulla necessità della ripresa degli scambi commerciali con la Germania occidentale (soprattutto si puntava allo scambio con le materie prime).

Sulla Ruhr e sui problemi della situazione tedesca direttamente affrontati dalla conferenza, l’Italia sostenne le idee americane, appoggiando di riflesso anche le ragioni dell’industria tedesca e i desideri di rinascita della Germania condivisi dai partiti politici della Bizona. I documenti esaminati dimostrano che il governo italiano si convinse dell’opportunità di appoggiare le tesi Usa sulla Germania, in quanto esse erano ritenute coincidenti con gli interessi dell’Italia, nonché maggiormente sicure ed efficienti per la rapida ripresa delle relazioni economiche italo-tedesche.

Il ruolo della Conferenza di Parigi dell’estate del 1947 è stato in genere poco sottolineato dalla storiografia interessata allo studio dei rapporti italo-tedeschi, trascurando che a partire da quel momento l’Italia inizia esplicitamente a richiamare l’attenzione della Francia e dell’Inghilterra sul nesso esistente tra progetti di cooperazione europea e ricostruzione della Germania.

Le proposte avanzate dall’Italia alla conferenza di Parigi intorno alla questione tedesca rappresentarono il primo passo dell’azione italiana a favore della Germania (occidentale) in ambito europeo, una linea che fino alle elezioni politiche del 18 aprile non portò ad altre vistose iniziative sul piano internazionale. Tale indirizzo di politica estera fu presto percepito nella Bizona e, come si vedrà, venne accolto con favore dalla nuova classe dirigente tedesca occidentale.

A partire dall’estate del 1947 il governo italiano intuì che la realizzazione dei piani americani avrebbe comportato un allontanamento politico ed economico della Bizona dal settore di occupazione sovietico. L’ipotesi della formazione di uno stato tedesco occidentale, che all’inizio del 1947 rappresentava solamente uno degli esiti possibili della controversia fra gli alleati sulla futura sistemazione della Germania, divenne dopo un anno la risoluzione più accreditata dell’assetto tedesco.

Il governo italiano, che nelle varie relazioni di studio sulla «questione germanica» (come era definita nei documenti) dei primi anni del dopoguerra aveva auspicato il mantenimento di un’unità tedesca, dopo la Conferenza di Parigi si adattò progressivamente all’idea di una Germania occidentale divisa dalla zona sovietica, poiché rappresentava in quel momento l’unica strada praticabile per guadagnare una parte consistente dell’ex Reich (quella più grande e ricca) al nuovo sistema di relazioni politico-economiche in costruzione nell’Europa occidentale, sfera in cui l’Italia era inserita.

Per la storia delle relazioni italo-tedesche il pieno appoggio dei governi De Gasperi tra il 1947 e il 1949 ai piani di rilancio economico-politico della Bizona/Trizona nel sistema dei paesi dell’Europa occidentale creò un clima favorevole e di riconoscenza presso la classe dirigente tedesca bizonale e soprattutto tra i partiti cristiano democratico (Cdu) e sociale (Csu).

Gli orientamenti della politica estera italiana sulla Germania e, come si vedrà, l’intenso scambio di rapporti politici ed economici italo-tedeschi maturato prima dell’istituzione della Repubblica federale, risultano indispensabili per interpretare gli orientamenti della Repubblica federale nei suoi rapporti con l’Italia durante i primi anni Cinquanta.

In tal senso è significativo sottolineare che dopo il 1949 il governo tedesco federale si adoperò affinché l’Italia potesse essere il primo paese non appartenente al circolo delle potenze occupanti ad accreditare un proprio rappresentante diplomatico nella Germania occidentale.

Dopo la Conferenza di Parigi la politica degli americani a sostegno del governo De Gasperi, anche in vista delle elezioni politiche italiane del 1948, contribuì a favorire gli interessi dell’Italia in Germania occidentale.

PRIMI “SONDAGGI” SULL’OPINIONE DELL’ITALIA TRA I TEDESCHI POTENZIAMENTO DELLA RETE INFORMATIVA SULLA GERMANIA

Se gli eventi legati alla passata alleanza nell’Asse e alle svolte maturate nel corso della guerra sembravano non influire nelle posizioni dell’Italia sulla «questione germanica» durante i consessi internazionali, non ugualmente poteva dirsi nel caso della ripresa di futuri contatti diretti con la nuova classe dirigente tedesca bizonale. Il governo di Roma non ignorava la complessità della recente storia dei rapporti fra Italia e Germania ed era consapevole delle fratture verificatesi tra il 1943 e il 1945.

Nell’estate del 1947 i rapporti provenienti da Washington sui nuovi orientamenti statunitensi intorno alla politica di occupazione della Germania lasciavano intuire un graduale trasferimento di autonomia amministrativa ai tedeschi. Tra la fine di giugno e l’inizio di luglio erano stati, inoltre, conclusi i primi trattati commerciali con le potenze di occupazione.

Nel governo italiano si avvertì l’opportunità di effettuare un primo sondaggio, una prima ricognizione, circa le opinioni sull’Italia diffuse tra la popolazione della Bizona, e in particolare tra i nuovi rappresentanti politici bizonali. Nel luglio del 1947 De Gasperi affidò all’ambasciata di Parigi il compito di organizzare una missione riservata nei territori delle zone occidentali della Germania, con l’obiettivo di attestare «l’attitudine della popolazione e dei circoli politici nei confronti dell’Italia».

La scelta di incaricare l’ambasciata guidata da Quaroni per lo svolgimento della missione rispondeva in primo luogo al fatto che si trattava della rappresentanza diplomatica meglio organizzata e allo stesso tempo geograficamente più vicina ai territori della Bizona. In secondo luogo, il coinvolgimento della sede di Parigi costituisce, suo malgrado, una spia della valutazione negativa del governo sull’attività svolta da Gallina durante la prima metà del 1947.

L’insufficienza di analisi e di informazioni provenienti dalla rappresentanza italiana a Francoforte accrebbe, pertanto, il bisogno di aprire nuovi canali informativi sulla Germania. Il Presidente del consiglio De Gasperi decise di non limitare solamente al compimento della missione tale operazione, ma stabilì di coinvolgere in questo scambio di indicazioni anche altre sedi ritenute adatte all’osservazione degli sviluppi tedeschi.

Nel novembre del 1947 De Gasperi chiese ad Egidio Reale, della Legazione d’Italia a Berna, di fornirgli periodicamente dei rapporti sulla situazione politica, economica e sociale in Germania così come veniva considerata negli ambienti politici locali e sulla stampa svizzera; nel 1948 De Gasperi incaricò per lo stesso compito il Console generale a Zurigo, Maurilio Coppini.

Tra il personale dell’ambasciata di Parigi fu designato per la missione nella Bizona Umberto Jacchia, responsabile dell’ufficio stampa, che attraverso le conversazioni ed i contatti intessuti durante un intero mese di soggiorno nella Germania occidentale – luglio 1947 – fornì a Roma un primo giudizio di sintesi sugli orientamenti tedeschi nei confronti dell’Italia.ù

Maurilio Coppini

La struttura tematica della relazione redatta da Jacchia risulta di particolare interesse, poiché consente di esaminare la questione delle esperienze della guerra e delle sue conseguenze per le relazioni italo-tedesche da parte del governo italiano su un diverso piano di lettura. La maggior parte delle fonti precedentemente esaminate studiavano la Germania e i rapporti bilaterali da un punto di vista soprattutto economico.

Dai discorsi all’Assemblea costituente si evince, in linea di massima, una lettura della guerra secondo cui l’Italia era stata vittima e avversaria della Germania. È noto altresì che durante i primi anni del dopoguerra il “mondo tedesco” fu oggetto di una diffusa avversione da parte di non pochi intellettuali e uomini politici.

In generale, le complesse esperienze legate all’occupazione e al fenomeno della Resistenza, ma anche la descrizione delle atrocità commesse dai nazisti nei diversi Lager che col tempo venivano alla luce e i racconti di chi era stato deportato dopo il 1943, alimentavano una diffusa e comprensibile sensazione di rifiuto verso la Germania.

Come ha dimostrato Filippo Focardi: «scaricare sui tedeschi il peso di ogni responsabilità per lo scatenamento e la criminale conduzione della guerra, e contemporaneamente attribuire una dimensione epica e nazionale alla Resistenza ha rappresentato il modo in cui [in Italia] è stata modellata una memoria pubblica del conflitto che attestava l’innocenza del popolo italiano».

Per quanto riguarda la cultura di orientamento liberale il riferimento è rappresentato dallo scritto di Benedetto Croce sul «dissidio spirituale della Germania con l’Europa» del 1944. Secondo Croce esisteva una profonda differenza tra il fascismo italiano e il nazismo tedesco. Per l’Italia si trattava di: «una superfetazione estranea alla secolare storia italiana e ripugnante a quella stessa recente e gloriosa dell’Italia dell’Ottocento», mentre per la Germania e per i tedeschi il nazismo rappresentava: «il frutto di una crisi terribile che covava nella secolare storia tedesca».

Per diversi esponenti della cultura cattolica italiana l’intera storia tedesca recava in sé l’esito nazista: a partire dalla riforma di Lutero nel XVI secolo la Germania aveva intrapreso una “strada particolare” che portava, anche attraverso la filosofia tedesca del Sette-Ottocento, inesorabilmente ad Hitler.

Tra i precursori del nazionalsocialismo furono inseriti filosofi come Kant ed Hegel, “salvati” invece da Croce, mentre per gli intellettuali marxisti il nazionalsocialismo affondava le proprie origini nella reazione antiproletaria della classe capitalistica che aveva stretto un’alleanza di interessi con la proprietà terriera, rappresentata dagli Junker prussiani, e con i vertici del militarismo.

Altiero Spinelli

La diversità di fondo tra i crimini del nazismo e la politica fascista era, tuttavia, generalmente condivisa in modo trasversale dalle varie famiglie culturali italiane128. Anche uno dei padri fondatori dell’integrazione europea come Altiero Spinelli nutriva qualche dubbio sulle qualità morali del popolo tedesco e nel 1948 in «Considerazioni di un federalista sulla Germania» scriveva:

«E tuttavia c’è anche un aspetto specificamente tedesco nel nazismo. Se la Germania ne è caduta vittima più facilmente ed in modo più radicale di quanto sia accaduto per altri popoli, ciò è dovuto al fatto che lo stato tedesco era assolutamente scevro, negli animi dei cittadini, prima ancora che nelle istituzioni, di quegli elementi di umanità e di civiltà, che negli altri paesi hanno ostacolato o quanto meno temperato la violenza del mito della nazione».

Altiero Spinelli

In modi diversi, a secondo dell’orientamento, il popolo tedesco risultava oggetto di un risentimento in ogni caso alquanto diffuso. Nonostante i contrasti tra i diversi filoni della cultura antifascista italiana del dopoguerra nel rivolgere o meno un attacco a tutta la storia o alla filosofia tedesca, cattolici, liberali, azionisti, socialisti e comunisti concordavano con la tesi di Croce nel distinguere il fascismo dal nazismo per il diverso radicamento storico e la differente capacità dello stesso nazismo di influenzare il corpo sociale e di sviluppare politiche criminali ed inumane.

Hitler

Nella comparazione pubblica tra i due fascismi, gli intenti politici si sovrapponevano alla pura speculazione intellettuale. Nel discorso politico il paragone tra i due regimi, fra «fascismo come parentesi» e «nazismo come rivelazione», diventava strumentale alle rivendicazioni per il diritto dell’Italia (sconfitta) ad un trattamento diverso, migliore, rispetto alla Germania di Hitler.

Da parte italiana la prospettiva prevalente era, quindi, quella di guardare soprattutto alla seconda fase della guerra (1943-1945), concentrando l’attenzione sull’Italia come paese occupato e vittima della Germania.

Tuttavia, in netto contrasto con questo atteggiamento “pubblico” sull’interpretazione della guerra, il primo obiettivo della missione svolta da Jacchia, e quindi il primo punto affrontato dalla relazione, era, invece, di verificare la presenza di sentimenti di ostilità verso l’Italia per la condotta del paese durante la prima fase della guerra (1940-1943) e soprattutto per le svolte del 1943.

In particolare, adottando un punto di vista politico e istituzionale sbilanciato più sulla continuità che sulle rotture susseguitesi tra la caduta di Mussolini e i governi De Gasperi, si temeva che l’armistizio del settembre 1943 e il successivo capovolgimento delle alleanze potessero costituire motivi di attrito tra la nuova classe dirigente tedesca e governo italiano.

La relazione costituisce la prova della presenza fra il governo italiano di una seconda lettura del ruolo dell’Italia nella seconda guerra mondiale, una lettura che considerava anche gli anni della «guerra parallela» al fianco della Germania e non sottovalutava la complessità degli eventi relativi alla costruzione e alla rottura dell’alleanza tra i due ex regimi fascista e nazionalsocialista per il futuro delle relazioni bilaterali.

Le conclusioni tratte da Jacchia al termine della missione erano rassicuranti: non sembravano esserci risentimenti nei confronti dell’Italia. Bisognava, tuttavia, distinguere tra l’opinione dell’Italia diffusa tra i politici e quella diffusa tra la popolazione, dove potevano riscontrarsi, secondo Jacchia, casi isolati di «fanatici» convinti del tradimento italiano nel 1943. Tra i dirigenti tedeschi lo sguardo sembrava rivolto al futuro più che al passato. In questi ambienti si guardava con speranza all’azione dell’Italia in ambito europeo:

«È necessario innanzitutto stabilire una distinzione tra l’opinione dell’uomo della strada e quella dell’uomo politico. Il primo reagendo essenzialmente nel definire la sua attitudine a motivi di carattere sentimentale, ad impressioni avute, a ricordi, il secondo invece facendo intervenire un elemento di calcolo sia per il ruolo che l’Italia può svolgere nel campo delle relazioni internazionali nei confronti della Germania, sia per affinità politica e di partito.

Jacchia

Il ricordo della guerra, in particolare degli ultimi anni della guerra, non ha lasciato, mi sembra, serie traccia nella popolazione. Capita certo di incontrare qualche nazista ancora oggi convinto, che rimprovera all’Italia di aver provocato la sconfitta finale con la sua entrata in guerra, quale alleato troppo debole, nel campo dell’asse e con l’apertura di un fronte intenibile in Africa.

Ma si tratta di eccezioni. La popolazione tedesca – è questa una delle mie più sicure impressioni – è nel suo assieme profondamente “disillusa” dell’avventura nazista (“enttaüschung” [sic!] è la parola che si sente il più sovente pronunciare quando si parla del passato regime). Non rimprovera quindi all’Italia di essersi staccata dall’avventura quando si poteva ancora salvare il salvabile.

E non pensa, viceversa, che gli italiani possano portare rancore ai tedeschi per i due anni di occupazione dopo l’armistizio del settembre del 1943. Mi è successo innumerevoli volte di sentirmi decantare le bellezze delle nostre città e delle nostre regioni da persone che mi dicevano, col più aperto candore, di aver vissuto in quelle città ed in quelle regioni tra il 1943 e il 1945.

Insomma il passato è il passato, sembrano dire. Abbiamo trascorso dei momenti difficili sia noi che voi; in definitiva voi siete riusciti a restaurare per il vostro paese delle condizioni di vita possibili. Se ci lasciassero commerciare liberamente e soprattutto se fosse possibile abbandonare questo inferno e venire a passare qualche mese in Italia!».

Gli ambienti politici frequentati e gli esponenti dei nuovi partiti tedeschi incontrati direttamente dall’inviato italiano non sono indicati nella relazione, si trattava probabilmente di politici appartenenti ai partiti della Spd e della Cdu. Tutti questi ambienti dimostravano, secondo Jacchia, un «vivo» interesse per l’Italia; anche la stampa guardava con attenzione alle questioni italiane e soprattutto tra gli industriali si avvertiva il bisogno di ripristinare nuovamente le consolidate relazioni economiche bilaterali:

«Negli ambienti politici l’interesse per l’Italia è molto vivo. Diversi direttori di giornali mi hanno assicurato che numerose lettere giungono in redazione per chiedere più ampie informazioni su determinati problemi italiani. Nelle varie zone di occupazione ed in particolare a Berlino la stampa da ampio rilievo alle questioni che concernono il nostro Paese. In particolare negli ambienti industriali tedeschi si sente il bisogno di riprendere i traffici commerciali con l’Italia».

Hitler

È importante sottolineare la spiegazione avanzata da Jacchia intorno alle ragioni che spingevano i rappresentanti politici della Germania occidentale a guardare con interesse la politica estera italiana. I politici tedesco-occidentali e soprattutto i rappresentati della Cdu, secondo l’inviato italiano, valutavano molto positivamente il «realismo europeo» dell’Italia ed erano persuasi che la politica estera del governo De Gasperi non fosse orientata in senso antitedesco. Quasi tutti gli interlocutori credevano possibile un’azione a favore della Germania da parte dell’Italia. Riportava, infatti, Jacchia:

«[…] è largamente diffusa – ed in certi circoli, in particolare in quelli orientati verso la democrazia cristiana, addirittura la fiducia – che il rappresentante dell’Italia porterà nella Conferenza [della pace con la Germania, intendendo con il termine “Conferenza” anche tutte le altre sedi e/o incontri internazionali dove si discute della questione tedesca], se l’Italia vi interverrà, una parola di saggezza.

Che esso svilupperò dei temi in favore di una pace tedesca edificata su basi ragionevoli e suscettibili di rendere possibile la vita ad una nuova Germania reintegrata all’Europa, ed ad una nuova Europa che voglia fare appello per il suo sforzo di ricostruzione all’apporto tedesco.

Questa speranza o fiducia nell’attitudine dell’Italia si basa in particolare sulla convinzione che si abbia nel nostro Paese una visione molto realistica delle possibilità di rinascita e di esistenza dell’Europa. E che – appunto perché alla sorte dell’Europa sappiamo di essere intimamente legati e per diretta esperienza ne conosciamo la necessitò e ne viviamo i problemi – ci si renda conto in Italia di quanto gravemente quelle possibilità di rinascita e di esistenza verrebbero compromesse dal permanere nel bel mezzo dell’Europa di una Germania distrutta, in preda alla miseria alla fame e disposta sotto l’influenza di quei fattori a correre il rischio di qualsiasi avventura.

Ho constatato che a questo apprezzamento del nostro “realismo europeo” i miei interlocutori contrapponevano un marcato scetticismo nel ruolo che la Francia potrà svolgere al tavolo della Conferenza della Pace […]».

I tedeschi confidavano nel supporto dell’Italia per far comprendere alle grandi potenze, ma forse soprattutto alla Francia – come il testo citato lascia intuire – la chiara antitesi tra l’obiettivo di rinascita dell’Europa e la prosecuzione di una politica di prostrazione della Germania. Anche se l’autore del documento enfatizzò questa aspettativa nei confronti del governo italiano, risulta chiara la percezione tedesca dell’interesse dell’Italia quantomeno a non ostacolare la ricostruzione della Germania. Nell’ottica dei dirigenti tedeschi i soli vincoli economici tra i due paesi suggerivano agli italiani di non appoggiare gli orientamenti francesi sulla Germania.

La contemporaneità tra la missione Jacchia e la Conferenza di Parigi non consente di collegare direttamente la buona disposizione dei politici tedeschi verso l’Italia alle proposte avanzate dalla delegazione guidata da Campilli.

Non si trattava di un attestato di riconoscimento per l’azione italiana a Parigi: i due eventi erano concomitanti e nella relazione non si trova alcun accenno alla Conferenza.

Nonostante l’assenza di fonti tedesche su questo primo sondaggio italiano in Germania, si rileva, sulla base della documentazione successiva – relativa agli incontri e ai colloqui tra politici tedeschi e diplomatici italiani –, la tendenza tra i dirigenti della Cdu a considerare la politica estera dei governi De Gasperi estranea a priori da ogni orientamento antitedesco.

La relazione inviata a Roma era accompagnata da alcune osservazioni di Quaroni, il quale invitava Sforza e De Gasperi a non sopravvalutare le impressioni riportate da Jacchia sull’assenza di rancore fra i politici tedeschi per gli eventi del 1943:

«[…] è il momento questo, e durerà finché durerà la fase di riassestamento della Germania, in cui il giudizio dei tedeschi su di noi è ispirato al più obiettivo realismo. Un giorno, forse, rinnoveranno il loro acerbo rimprovero, ritireranno fuori la storia dell’armistizio e ci accuseranno di essere gente politicamente “unzuverlässig” [inaffidabile].

Ma finché la Germania non sarà di nuovo unita, finché a riprendere i contatti con noi ci saranno soltanto dei tedeschi isolati, desiderosi di rifarsi le ossa, noi, che poco o nulla possiamo contro di loro ma forse possiamo mettere una buona parola per la loro ripresa, saremo degli ex-complici in posizione più fortunata, coi quali essi hanno tutto l’interesse a riprendere i traffici commerciali e a collaborare per risalire la corrente […]».

L’ambasciatore italiano a Parigi, così come gran parte della Direzione generale affari politici del dicastero degli Esteri, tendeva a sfumare le manifestazioni di amicizia e di solidarietà della politica tedesca occidentale nei confronti dell’Italia. Tale atteggiamento non è limitato ai primi anni del dopoguerra, ma è invece rintracciabile in tutto l’arco cronologico preso in esame dalla presente ricerca: 1945-1953.

Per molti di questi diplomatici giocò un ruolo molto forte l’orientamento politicamente filo francese, l’idea, cioè, di una stretta alleanza tra l’Italia e la Francia, ma non bisogna sottovalutare l’influenza esercitata dal ricordo personale dei difficili rapporti con i rappresentanti della “precedente” Germania, quella del Terzo Reich.

Nella seconda metà del 1947, grazie all’appoggio degli Stati Uniti, l’Italia ottenne la possibilità di aumentare le proprie sedi di rappresentanza nella Germania occidentale. In ottobre il governo italiano fu autorizzato dagli anglo-americani ad istituire un Ufficio commerciale presso la rappresentanza di Francoforte.

In questo modo gli alleati occidentali spianavano la strada alla ripresa delle relazioni commerciali fra l’Italia e i territori della Bizona. Si trattò di un segnale evidente della fine della politica di occupazione orientata all’isolamento tra le zone di occupazione anglo-americane e il resto dell’Europa occidentale.

Il governo italiano scelse di inviare, in qualità di Addetto commerciale, Aldo Morante, fino al 1945 Assistente Addetto commerciale di prima classe della Direzione generale affari economici agli Esteri. L’istituzione dell’“Ufficio commerciale” rappresentò una tappa molto importante per il ripristino delle relazioni economiche tra i due paesi.

Come sarà esaminato in seguito, l’Ufficio di Francoforte e la Direzione affari economici furono i protagonisti, da parte italiana, dell’incredibile ripresa degli scambi italo-tedeschi, che raggiunsero nel 1953 un livello tale da far figurare la Repubblica federale al primo posto tra i paesi europei fornitori dell’Italia e il mercato tedesco-occidentale al primo posto in assoluto per le esportazioni italiane (nel corso degli anni Cinquanta l’Italia divenne in Europa il secondo partner economico della Repubblica federale dopo la Francia).

Nel corso del 1947 furono esercitate pressioni sugli americani per una ripresa degli scambi con l’Italia anche da parte tedesca. Il Consiglio economico di Francoforte invitò le autorità alleate ad allentare i vincoli sul commercio estero, permettendo così di migliorare le generali condizioni alimentari della popolazione. Ludwig Erhard, alcuni anni dopo, riportò che nel 1947 Vollrath von Maltzan, inizialmente per conto della sezione commercio estero del ministero dell’Economia dell’Assia e poi in rappresentanza del Consiglio economico, presentò al Bipartite Economic Control Group un rapporto sull’opportunità di aprire agenzie commerciali tedesche in città straniere, in primo luogo New York, Londra e Milano.

Alla fine di ottobre la rete delle sedi diplomatiche italiane in Germania fu accresciuta dall’apertura del Consolato italiano per la zona di occupazione inglese. La nuova rappresentanza prendeva il posto dell’Ufficio di collegamento della missione rimpatri e venne istituita temporaneamente a Bad Salzuflen in attesa della ristrutturazione dell’edificio del vecchio consolato italiano ad Amburgo (la ricostruzione dell’edificio fu completata alla fine del 1948).

Il ministero degli Esteri inviò nella zona inglese il console di prima classe Guido Relli. Tra la documentazione archivistica relativa alle epurazioni non risultano fascicoli sul conto di Relli, il quale nel periodo fra le due guerre mondiali era stato a lungo in servizio presso l’Ambasciata italiana a Mosca.

Il nuovo rappresentante italiano, a differenza di Gallina, ricopriva un grado meno elevato all’interno della carriera, ma possedeva diverse caratteristiche che lo rendevano in prospettiva maggiormente adatto a stringere contatti con i nuovi dirigenti politici tedeschi: in primo luogo la conoscenza della lingua, ma anche l’amicizia con alcuni personaggi di spicco della vecchia diplomazia tedesca di orientamento conservatore e “antinazista”, la cosiddetta “resistenza nazionalconservatrice” (è importante sottolineare che dopo la pubblicazione del volume sull’attività del ministero degli Esteri tedesco tra nazismo e Repubblica federale curato da una commissione di storici indipendenti, l’immagine dell’Auswärtigen Amts come “cellula di resistenza” (Widerstandszelle) risulta notevolmente sbiadita e storicamente ridimensionata).

Durante gli anni trascorsi in Unione Sovietica, infatti, Relli conobbe e divenne amico-confidente di importanti diplomatici dell’Ambasciata tedesca, tra cui l’ambasciatore von der Schulenburg e soprattutto Hans von Herwarth, entrambi tra gli organizzatori del fallito attentato ad Hitler messo in atto da von Stauffenberg il 20 luglio 1944.

Il territorio di competenza del nuovo consolato comprendeva l’imponente distretto industriale della regione Nordrhein-Westfalen (Renania Settentrionale Vestfalia), il bacino della Ruhr, e importanti città come Amburgo e Düsseldorf. La zona d’occupazione inglese rappresentava un fondamentale punto d’osservazione per l’evoluzione dei partiti politici tedeschi. Diversamente da quanto avveniva per la rappresentanza di Gallina, la missione del console Relli si distinse da subito per un puntuale monitoraggio della situazione politica e sociale.

I rapporti inviati a Roma da Relli furono i primi a rilevare il problema degli Heimatvertriebene, i profughi espulsi dagli ex territori tedeschi orientali in conformità dell’articolo XIII del Protocollo di Potsdam. Con il trascorrere dei mesi l’approccio diplomatico adottato dal consolato di Bad Salzuflen determinò contrasti e scarsa collaborazione tra le due rappresentanze italiane, uno scontro intestino che finì per condizionare negativamente la capacità del governo di Roma di intuire le dinamiche politiche tedesche occidentali prima dell’istituzione della Repubblica federale.

Nella prima metà del 1948 la rete diplomatica italiana nella Germania occidentale fu perfezionata attraverso l’apertura del Consolato di Baden-Baden per la zona d’occupazione francese, dall’istituzione di una sezione di collegamento distaccata della rappresentanza di Francoforte nel settore ovest di Berlino, e soprattutto, dopo la vittoria della DC alle elezioni del 18 aprile, dall’autorizzazione statunitense per la riapertura del consolato italiano a Monaco di Baviera, guidato da uno tra i più giovani e fidati diplomatici del ministro Sforza, Francesco Malfatti, il quale – come si vedrà – svolse un ruolo chiave per i primi contatti tra politici bavaresi della Csu ed esponenti del governo italiano.

Fino alla riapertura ufficiale delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica federale di Germania e l’Italia, avvenuta nell’aprile del 1951, la rappresentanza di Francoforte, l’Ufficio commerciale e i consolati di Amburgo, Monaco e Baden-Baden costituirono la struttura istituzionale essenziale sulla quale il governo di Roma basò la costruzione delle relazioni politiche ed economiche (per queste ultime si trattò di una ricostruzione) con la Germania occidentale.

Le ricerche di Tiziana Di Maio hanno portato alla luce i contatti personali e privati tra alcuni politici cattolici tedeschi (soprattutto bavaresi) e italiani alla fine degli anni Quaranta.

Nel 1947 il Circolo di Ginevra e l’organizzazione delle Nouvelles Equipes Internationales (Nei) cercarono di riprendere il progetto di una Internazionale popolare che nel periodo tra le due guerre mondiali aveva dato vita al Secrétariat International des Partis Démocratiques d’Inspiration Chrétienne (Sipdic) un organo con sede a Parigi fondato nel 1925, che organizzò fino al 1939 diversi congressi annuali in varie città europee.

Alla fine degli anni Quaranta le Nei e il Circolo di Ginevra offrirono diverse occasioni di incontro per alcuni politici cristiano-democratici dei principali paesi dell’Europa occidentale. Come ha sottolineato M. Guiotto: «il motivo guida degli incontri rimaneva certamente il desiderio di riavvicinamento e di riconciliazione tra Germania e Francia, che era stato il tema centrale negli anni Venti», dopo il 1948, nel clima della guerra fredda, l’anticomunismo e la minaccia sovietica si aggiunsero ai fattori di orientamento dei due movimenti.

I fondi dell’Archivio Centrale dello Stato e del ministero degli Esteri (così come quelli dell’archivio politico dell’Auswärtigen Amts a Berlino) conservano pochissime tracce di questi organismi; il tema attiene, infatti, maggiormente alla storia dei rapporti tra partiti (nel caso italo-tedesco tra Cdu/Csu e Dc) che a quella delle relazioni tra i governi dei paesi. Tuttavia, trattandosi di partiti al governo in entrambi i paesi all’inizio degli anni Cinquanta, risulta necessario tenere presente anche questo livello di contatti nell’analisi delle relazioni fra Italia e Germania occidentale.

Allo stato attuale delle ricerche è possibile affermare che questi movimenti svolsero un ruolo non troppo secondario soprattutto per l’approfondimento della conoscenza reciproca tra partiti di ispirazione cristiano-democratica. Difficile verificare – e le fonti istituzionali a disposizione non consentono un tale riscontro – la presenza di un’influenza esercitata dalle discussioni delle Nei o del Circolo di Ginevra sull’azione dei governi nelle prime fasi della costruzione europea. Nel caso dei rapporti tra Italia e Germania occidentale, il ruolo di questi movimenti nei processi decisionali di politica estera relativi ai rapporti bilaterali fu in ultima analisi ininfluente.

RICERCA DI UNA CHIAVE DI LETTURA NELLA PROGRESSIVA EVOLUZIONE DELLA GERMANIA OCCIDENTALE

Dopo la Conferenza di Londra sulla Germania (25 novembre-15 dicembre 1947) la Francia iniziò ad accettare le offerte americane di intavolare negoziati per la fusione della propria zona con quella anglo-americana, spianando in tal modo la strada alla futura creazione di uno stato tedesco occidentale.

L’idea del governo francese di trasformare la Germania in una federazione di stati minori del tutto autonomi e sovrani veniva a cadere e in cambio della sistemazione (non definitiva) della regione della Saar in conformità alle proprie rivendicazioni, la Francia si rassegnava ai progetti anglo-americani sul futuro delle tre zone d’occupazione tedesche. Il graduale ripiegamento dei governi francesi non annullava le divergenze con il governo di Roma sul pieno reinserimento del mercato tedesco nel complesso economico dell’Europa occidentale.

Nel marzo del 1948, anche per rafforzare l’appoggio francese al governo De Gasperi in vista delle prime elezioni politiche di aprile, il ministro Sforza affidava a Quaroni il compito di sfumare le differenze di posizioni sulla questione tedesca, emerse soprattutto durante la Conferenza dell’estate per gli aiuti del Piano Marshall. L’ambasciatore italiano a Parigi doveva trovare il «modo di chiarire» al Quai d’Orsay (il ministero degli Esteri francese) che il governo De Gasperi non era affatto insensibile ai problemi sulla Germania sollevati da Parigi.

Erano stati «motivi contingenti» a costringere l’Italia a non appoggiare la linea francese sulla Germania, ma – continuava Sforza – «siamo oramai anche noi interessati a non vedere risorgere un pericolo germanico e che per conseguenza nostre tesi […] non potrebbero discostarsi molto da quelle francesi». Dal punto di vista del governo italiano erano tre le questioni di massima sulla Germania che Quaroni doveva affrontare con i rappresentanti francesi:

«1) necessità salvaguardare nostri interessi economici per l’importanza che mercato tedesco presenta per noi e per la nostra stessa ricostruzione. Il che è del resto già stato ampiamente illustrato a codesta ambasciata;

2) necessità garantire nostra sicurezza. A questo proposito siamo disposti dare nostro appoggio a proposte ragionevoli tali cioè da assicurare il mantenimento della Germania in condizioni militari e politiche che le impediscano ripresa politica di espansione e di aggressione, e che al tempo stesso non risultino anacronistiche o irrealizzabili o controproducenti;

3) necessità tener conto funzione di equilibrio che Germania può tuttavia svolgere in Europa di fronte pressione slava. Questa esigenza è forse attualmente più sentita qui che costì per evidente diversa nostra situazione geografica, pur tuttavia sua importanza, anche dal punto di vista generale europeo, non potrà essere sottovalutata in Francia come in ogni altro paese occidentale».

La centralità economica del mercato tedesco costituiva un punto irrinunciabile per il governo italiano, su tale tema non esistevano margini di trattava. Sulle questioni politiche e militari si prometteva ampia disponibilità di ascolto e di appoggio per le proposte francesi, anche se in futuro, come si vedrà, l’Italia si attesterà rispetto alla Francia su posizioni favorevoli ad un riarmo tedesco.

Il terzo punto accennava alla funzione stabilizzatrice della Germania di fronte alla pressione slava, un’espressione non ancora del tutto definita dall’Italia e che all’inizio del 1948 poteva riferirsi tanto alla Jugoslavia di Tito, quanto all’Unione Sovietica di Stalin. Si trattava di un concetto molto importante per il governo italiano, ma che troverà una piena elaborazione e definizione soltanto dopo le elezioni politiche del 18 aprile e l’inizio del blocco di Berlino.

Iniziava così una tattica diplomatica destinata a ripetersi diverse volte negli anni seguenti, anche dopo la nascita della Repubblica federale. Nel momento in cui l’Italia sembrava allontanarsi radicalmente dagli orientamenti francesi sulla Germania, il ministero degli Esteri incaricava l’ambasciatore a Parigi di stemperare le divergenze sottolineando la prioritaria importanza per il governo italiano dell’amicizia politica con la Francia.

Tra la fine del 1947 e la prima metà del 1948 i piani americani sull’intera «questione germanica» subirono una progressiva accelerazione culminata nel giugno del 1948 con l’introduzione della riforma monetaria, seguita dalla risposta sovietica attraverso il “blocco di Berlino”.

A partire da questi eventi lo scenario rappresentato dalla formazione di una Germania ovest separata politicamente dalla zona d’occupazione sovietica divenne per i governi europei, italiano incluso, lo sbocco più sicuro dell’assetto tedesco. Il governo De Gasperi, nonostante l’approssimarsi delle prime cruciali elezioni politiche fissate per il 18 aprile, seguì con attenzione l’evoluzione della situazione tedesca.

Come è stato precedentemente esaminato, dall’istituzione in Germania di una struttura politico-economica compatibile con quella della sfera dei paesi a cui apparteneva l’Italia dipendevano le possibilità di ripresa degli scambi italo-tedeschi, considerati essenziali per la vita economica di importanti regioni, per il rilancio di tradizionali settori produttivi e per il pareggio nella bilancia commerciale.

A circa un anno di distanza dalla nascita della Bizona, il consolato diretto da Relli informava Roma che il peso della politica inglese in Germania diminuiva «a vista d’occhio». Su questo punto i diversi rappresentanti italiani in Germania non avevano dubbi.

Gli Stati Uniti assumevano rapidamente il ruolo di arbitro decisivo per la politica economica della Bizona. Era presumibile, secondo Relli, che la grande industria tedesca avrebbe ottenuto nuove concessioni dagli americani e che i programmi di radicali riforme politiche – come quelle contenute nel programma di Ahlen –, anche se incontravano la simpatia dei laburisti britannici, sarebbero stati accantonati.

Tutti questi elementi dimostravano un’incompatibilità di fondo tra l’organizzazione economica e politica delle tre zone occidentali e la zona d’occupazione sovietica ad est. Il principio solennemente dichiarato a Potsdam, ma fin dall’inizio raramente attuato, di adottare un’uniformità di trattamento per tutta la popolazione tedesca stava per tramontare definitivamente.

Il dato interessante è che nell’ottica del governo di Roma e dei rappresentanti italiani in Germania «il duello tra le due concezioni politiche ed economiche» non era destinato a gravare sulle possibilità di ripresa dei tedeschi, ma implicava nel breve periodo un «sicuro miglioramento» per gli stessi tedeschi attraverso l’afflusso di risorse che le due superpotenze avrebbero riversato nelle rispettive zone di controllo per attrarre la popolazione dalla loro parte.

Nelle prime valutazioni di Relli tale considerazione si accompagnava ad un giudizio politico ancora negativo sulle probabilità di democratizzazione del popolo tedesco:

«Il popolo tedesco – scriveva Relli – non intende prendere posizione né vuole ipotecare il proprio avvenire. Avendo compreso i vantaggi che può ricavare dai contrasti dei potenti, vuole usufruirne al massimo grado anche se ciò gli dovesse costare anni di pene e di sacrifici. Mancandogli una spontanea comprensione democratica, il tedesco non avrà altro terreno di rinascita spirituale che il nazionalismo e la rinnovata aspirazione alla potenza. […] Ciò che invece non è difficile prevedere è il vantaggio che ne verrà ai tedeschi anche quando si atteggeranno a vittime cercando compassione».

La persistenza tra i diplomatici italiani e in modo particolare tra i funzionari della Direzione affari politici di griglie interpretative basate sul postulato di una presunta antidemocraticità e di una innata bellicosità dei tedeschi indusse col tempo gli inviati italiani a soffermarsi soprattutto su quegli elementi che potevano confermare tale aspetto della vita politica tedesca, trascurando i segnali di discontinuità tra la Germania del dopoguerra e il Terzo Reich.

All’inizio del 1948 gli americani avviarono una significativa riorganizzazione economico-amministrativa della Bizona. Nel gennaio l’ambasciatore a Washington, Alberto Tarchiani, inoltrava al governo gli aspetti tecnici della riforma e le probabili ripercussioni sul futuro della Germania occidentale.

Tarchiani evidenziava il parallelo tra l’organizzazione federale degli Stati Uniti e quella nuova bizonale. Il nuovo Statuto, presentato nei giorni 7 e 8 gennaio175 dai Governatori militari Lucius D. Clay (Usa) e Brian Robertson (Gran Bretagna), prevedeva un’unica amministrazione tedesca articolata in due Camere, Consiglio economico (Wirtschaftsrat) e Consiglio degli Stati (Länderrat), una Corte Suprema di nove membri, un Gabinetto con sei ministri, ciascuno a capo delle sei nuove Agenzie bizonali, ed una Banca Centrale indipendente rispetto al potere politico-esecutivo (la Bank deutscher Länder antesignana della Deutsche Bundesbank istituita nel 1957).

Delle due camere quella più importante, il Consiglio economico, vedeva aumentati a 104 i suoi membri (nel 1947 erano 52) eletti con il sistema proporzionale e con la partecipazione di tutti i partiti. Un’importante innovazione riguardava l’istituzione di sei Agenzie bizonali: per l’economia, la produzione agricola e industriale, l’alimentazione, il commercio, i trasporti, le comunicazioni.

In questi settori veniva concesso ai tedeschi una quasi completa autonomia ad eccezione del commercio estero, in gran parte ancora sotto il controllo della Jeia. Nessuna delega di poteri veniva concessa da parte degli anglo-americani nei settori militare ed educativo. Inoltre era esclusa la possibilità del riconoscimento di una personalità giuridica internazionale al nuovo governo economico tedesco, il Wirtschaftsrat.

Tarchiani informava Sforza che oramai negli Stati Uniti repubblicani e democratici concordavano sulla necessità di abbandonare la politica punitiva nell’occupazione della Germania per passare «nell’interesse europeo e mondiale» alla ricostruzione di un’area tedesca «economicamente sana».

Il nuovo orientamento statunitense sulla Germania trovava il favore del governo e della Direzione affari economici degli Esteri che in quel periodo attraverso l’Ufficio commerciale a Francoforte iniziava a tessere i primi contatti con i responsabili alleati e tedeschi del commercio estero bizonale.

In controtendenza con le letture sulla situazione tedesca provenienti da oltre atlantico, il console Gallina da Francoforte invitava il ministero degli Esteri a non sopravvalutare le possibilità degli americani nella ricostruzione della Germania. Si trattava, infatti, di intenti tutt’altro che semplici:

«E’ vero inoltre – sottolineava Gallina – che la situazione è sempre assai fluida e non è nemmeno del tutto sicuro ancora che dal carattere prevalentemente agricolo già proposto da Morgenthau gli anglo-americani riescano, date le riserve dei russi e l’opposizione dei francesi, a ricostruire un’economia tedesca a carattere prevalentemente industriale come è ormai nei loro ben noti piani […]».

La guerra, l’occupazione alleata e le mutilazioni territoriali suggerivano al console Gallina un tempo minimo di circa 10 anni per raggiungere verso il 1958 solo una parziale ricostruzione del sistema economico tedesco, e in ogni caso il livello produttivo toccato negli anni Trenta non sarebbe stato mai più eguagliato.

La Germania si avviava a perdere per sempre il profilo di paese esportatore; secondo il rappresentante italiano, una «corretta» lettura delle condizioni socio-economiche delle zone di occupazione doveva convincere il ministero degli Esteri, e in particolare la Direzione affari economici, a rinunciare al mercato tedesco e a rivedere al ribasso le stime dei futuri scambi fra Italia e Germania, poiché:

«[…] dissestata economicamente dalla guerra, colpita e paralizzata dall’invasione, dall’occupazione e dai prelevamenti in conto riparazioni, gravemente mutilata nelle sue risorse del suolo e del sottosuolo incamerate già in altre economie, la Germania potrà nella migliore delle ipotesi e non prima di 10 anni, dati gli immensi bisogni interni immediati, ricostruire un sistema economiche che raggiungerà forse il 60 per cento di quello anteguerra […]

Il volume delle esportazioni, a sua volta non potrà superare il 50 per cento del 1938, se la percentuale viene riferita all’intero territorio tedesco anteguerra. Nei riguardi dell’Italia poi tale percentuale potrebbe scendere anche al di sotto del 50% se il più basso tenore di vita a cui sarà costretto il popolo tedesco non gli consentirà di acquistare prodotti ortofrutticoli italiani nella stessa misura del passato […]».

Le pessimistiche previsioni sul futuro economico della Germania formulate dal principale rappresentante italiano nella Bizona sorpresero il ministero degli Esteri, senza tuttavia destare apprensione. Le osservazioni di Gallina divergevano, infatti, dalle coeve analisi dell’Ufficio commerciale e della Direzione affari economici, secondo i quali la struttura economica della Germania (almeno nelle tre zone di occupazione occidentale), nonostante le distruzioni belliche, recava in sé quasi intatte enormi possibilità di rinascita e di sviluppo.

Per gli esperti di economia del ministero degli Esteri la ripresa economica tedesca (occidentale) e la riattivazione degli scambi fra Italia e Germania dipendevano esclusivamente dalla volontà politica e soprattutto dagli orientamenti degli Stati Uniti. È interessante sottolineare l’opposta individuazione delle cause che ostacolavano tra la fine del 1947 e l’inizio del 1948 la ripresa delle relazioni economiche italo-tedesche.

Se per gli esperti di economia la causa principale era individuata nei tempi e nelle scelte della politica, per il rappresentante e osservatore “politico” Gallina il maggiore intralcio alla ripresa degli scambi era costituito da problemi di natura economica (il grave indebolimento del complesso produttivo tedesco).

In seguito al rapporto di Gallina, Sforza chiese a Tarchiani di effettuare ulteriori sondaggi presso il Dipartimento di Stato per avere conferme dall’amministrazione Truman sugli obiettivi americani circa la ricostruzione dell’economia tedesca.

L’ambasciatore a Washington riconfermò le valutazioni inviate a Roma a gennaio e aggiunse: «[…] gli americani [sono] convinti oramai che la ricostruzione economica germanica è una delle premesse essenziali per la ricostruzione economica europea e per l’arginamento dell’espansionismo sovietico in Europa, sono decisi a subordinare a questo tutti gli altri problemi».

Il 26 febbraio Sforza ribadiva in un comunicato destinato alle ambasciate delle tre potenze occidentali che: «[…] non sarà mai abbastanza ripetuto agli inglesi americani e francesi che Germania è per noi, particolarmente in quanto insostituibile mercato approvvigionamento e sbocco, problema di vita dal quale non possiamo prescindere per ristabilire nostra economia su basi solide e durature».

Le sedi incaricate di seguire gli sviluppi della «situazione tedesca», soprattutto le rappresentanze in Svizzera in diretto collegamento con De Gasperi, fornivano continue prove a favore di un’imminente ripresa economica della Bizona.

Il Consiglio economico di Francoforte divenne presto l’organo amministrativo tedesco bizonale più osservato dalla politica estera italiana, «malgrado le denominazioni – spiegava a De Gasperi Paolo de Michelis dal Consolato di Basilea – la nuova istituzione è un vero e proprio ministero, presieduto da un capo di governo».

Anche le analisi formulate da Relli sugli sviluppi della «questione germanica» divergevano da quelle di Gallina. La missione diplomatica nella zona di occupazione inglese andava caratterizzandosi per una diversa capacità di lettura e interpretazione del contesto internazionale post-bellico.

Le probabilità di riuscita del programma del Consiglio economico di Francoforte erano, secondo il console italiano a Bad Salzuflen, in rapporto diretto con la decisione americana di perseverare nell’opera di potenziamento dell’economia tedesca. Nelle tre zone occidentali il principale mutamento introdotto dalle riforme angloamericane era correttamente individuato nella crescente partecipazione della nuova classe dirigente tedesca alla rinascita economica della Germania.

Se l’Italia intendeva assicurarsi una parte nella ricostruzione della Germania occidentale attraverso la ripresa delle relazioni economiche e politiche, era necessario instaurare nuovi contatti con i dirigenti tedeschi coinvolti negli organi bizonali. Il Consiglio economico di Francoforte divenne il luogo istituzionale privilegiato per stabilire relazioni dirette ed osservare da vicino gli orientamenti dei partiti tedeschi sui principali problemi che interessavano la Germania e l’Europa del dopoguerra.

A fine febbraio ci fu il primo incontro tra un diplomatico italiano ed un rappresentante politico tedesco. Il console Relli riuscì ad organizzare un colloquio con uno dei fondatori della Cdu, Friedrich Holzapfel, nel 1948 vicepresidente del partito nella zona inglese e, soprattutto, membro del Consiglio economico di Francoforte.

L’interesse per la ripresa degli scambi era ben presente anche da parte tedesca: «il dr. Holzapfel – riportava Relli – è un convinto assertore delle possibilità e necessità di sviluppo degli scambi economici italo-tedeschi». Il commercio tra l’Italia e la Bizona fu il primo argomento affrontato da Holzapfel, secondo cui «gli scambi commerciali e l’abolizione di ogni restrizione doganale [erano] la sola via del risanamento economico europeo e della distensione tra i popoli».

Il rappresentante del Wirtschaftsrat affidava agli scambi economici una missione politica: dopo la catastrofe della guerra la base del riavvicinamento tra i paesi dell’Europa occidentale doveva essere rintracciata nella cooperazione economica. Su tale collaborazione economica bisognava innestare «i principi ideali della democrazia cristiana […] la cultura cristiana – riferiva Holzapfel – renderebbe nulli i contrasti sociali attuali e quindi attenuerebbe quelli nazionali inculcando ai popoli quei sentimenti di fratellanza europea che sono l’unica forza da contrapporre alle teorie politiche totalitarie basate sulla coercizione ed il terrore».

Un orientamento, questo, ripreso in seguito anche da altri esponenti cristiano-democratici tedeschi e riproposto in diverse occasioni a politici e diplomatici italiani.

Sollecitato a discutere dei problemi tedeschi, Holzapfel rivelò al console italiano che entro l’estate sarebbe stata introdotta una riforma monetaria anche senza il consenso delle autorità sovietiche; una misura indispensabile, ritenuta da tedeschi e americani improrogabile e preliminare ad ogni possibile ripresa economica.

Per il governo italiano si trattava della prima notizia ufficiale proveniente da fonte tedesca circa l’avvicinarsi dell’entrata in vigore della riforma divenuta il simbolo della rinascita economica – e non solo – della Germania occidentale.

Come è noto, per la popolazione delle tre zone occidentali si trattò di una profonda cesura storica, dopo il giugno 1948 divenne di uso comune parlare dei tempi prima e dopo la “riforma”. Per gli americani, inoltre, la realizzazione di una riforma monetaria costituiva un indispensabile presupposto per la partecipazione delle tre zone occidentali al Piano-Marshall.

Su un punto, tuttavia, secondo il rappresentante della Cdu, la «nuova Germania» non poteva scendere a patti: la rinuncia agli ex territori tedeschi ad est dei fiumi Oder-Neiße passati allo stato polacco dopo la Conferenza di Potsdam. La demarcazione definitiva del confine con la Polonia restava per l’esponente della Cdu una questione aperta.

La perdita delle regioni orientali stabilita a Potsdam rappresentava una «scelta priva di logica». Come rappresentante del Consiglio economico Holzapfel dichiarò a Relli che:

«[…] non vi potrà essere una pace stabile in Europa se l’attuale inammissibile frontiera [orientale, tra Germania e Polonia] dovesse perpetuarsi. La Slesia e la Pomerania sono terre tedesche e soltanto restituendole alla Germania si potrà escludere la riapparizione di un nazionalismo basato sullo spirito di rivincita e sull’odio tra i popoli.

Il principio federalistico può trovare ottima applicazione per risolvere il problema orientale della Germania. Facendo rientrare alle loro residenze le popolazioni autoctone, si potrà ricostituire uno stato bilingue che servirebbe egregiamente all’opera di comprensione europea che deve essere il fine ultimo di tutti i popoli liberi».

La divisione della Germania come conseguenza delle divergenze tra alleati occidentali e Unione Sovietica non era presa in considerazione. Un’opinione che testimonia la difficoltà, condivisa anche dagli esponenti socialisti oltre che dai cristiano-democratici, di immaginare la perdita dell’unità nazionale tedesca.

«Come molti tedeschi e stranieri che sono miopi – commentava Relli nel rapporto inviato a Roma – il dr. Holzapfel crede all’impossibilità di una lunga permanenza russa nella Germania orientale». Tra il 1946 e il 1949 l’Italia non elaborò una propria linea sulla questione del confine tedesco-polacco, tuttavia le fonti lasciano supporre che non ci fu da parte del governo italiano la convinzione circa la possibilità di una futura ridefinizione del problema a vantaggio della Germania”.

Nei primi mesi del 1948 la divisione della Germania iniziava ad essere considerata sempre più probabile dal ministero degli Esteri italiano. Ancora prima della divisione politica tra Repubblica federale e Repubblica democratica, la zona di occupazione sovietica fu gradualmente separata dal concetto di Germania.

È possibile notare, infatti, che nel corso del 1948, e specialmente dopo la riforma monetaria del giugno, tra i dirigenti degli Esteri e tra i rappresentanti italiani nella Trizona iniziò a diffondersi l’abitudine di identificare tutta la Germania solo con la Germania occidentale, in particolare con la Bizona. Il totale inglobamento dei Länder orientali nella sfera controllata da Mosca diventava un fatto compiuto nel pensiero e trovava espressione nel linguaggio. Solo la Bizona iniziava ad essere considerata Germania.

Progressivamente nella gran parte della documentazione prodotta a Roma, così come nelle relazioni inviate dai diplomatici, la Bizona diventava sinonimo di Germania. Interi rapporti che avevano per oggetto la «Situazione in Germania», «Elezioni in Germania» o recavano il titolo di «Notiziario politico economico della Germania» si riferivano in realtà alle sole aree della Bizona, una regione che, seppur estesa, non poteva certo rivendicare da sola di rappresentare l’intera Germania, ancor meno se si pensa ai confini tedeschi precedenti le conquiste naziste della seconda metà degli anni Trenta (come venne considerata la Germania alla Conferenza di Potsdam).

Anche dopo l’istituzione della Repubblica democratica, e indipendentemente dall’atteggiamento dei governi Adenauer sul non riconoscimento della DDR, l’altra Germania era definita «zona di occupazione sovietica», «zona russa» o semplicemente «Germania orientale», mentre raramente si aggiungeva l’aggettivo “occidentale” per indicare la “Germania di Adenauer”.

La documentazione archivistica dimostra che nel corso del 1948 l’attività del Consiglio economico di Francoforte fu al centro dell’attenzione dei rappresentanti italiani. Grazie soprattutto ai rapporti dell’Ufficio commerciale si intuì che il nuovo organo amministrativo tedesco rappresentava il centro dal quale sarebbero state emanate le più importanti riforme di ordine economico e sociale.

Il periodo compreso tra la riorganizzazione amministrativa della Bizona – gennaio 1948 – e l’introduzione della riforma monetaria circoscritta alle tre zone d’occupazione occidentali – 18 giugno 1948 – vide un fitto intensificarsi di resoconti sull’attività del Consiglio economico da una parte e sui progressi dell’economia tedesca dall’altro.

Anche dopo l’inizio del blocco di Berlino e quasi fino alla promulgazione del Grundgesetz (legge fondamentale) si puntò in modo particolare al contatto e alla ricerca di colloqui con politici cristiano-democratici o con esperti economisti del Wirtschaftsrat. Ad eccezione della Baviera, dove il consolato italiano riuscì ad organizzare, come si vedrà, diversi incontri tra esponenti del governo italiano e politici della Csu, l’attenzione dei rappresentanti italiani era generalmente rivolta ai rappresentanti tedeschi che appartenevano al Wirtschaftsrat.

In questa fase il ministero degli Esteri adottò un’impostazione che implicava una lettura deformante, o quantomeno unilaterale, della realtà tedesca occidentale. Le analisi e le informazioni inviate a Roma sulla vita politica tedesca erano, infatti, quantitativamente sbilanciate sui partiti moderati della Cdu e della Csu.

A tale squilibrio contribuiva indirettamente anche l’Ufficio commerciale che tra il 1948 e il 1949 operava in stretto contatto con l’Agenzia economica della Bizona, composta in maggioranza da esponenti cristiano-democratici o da ex diplomatici della Repubblica di Weimar come von Maltzan (addetto alla sezione del commercio con l’estero) e diretta dal marzo 1948 da Ludwig Erhard.

L’altro grande e storicamente radicato partito politico tedesco, la Spd, fu sostanzialmente ignorato dal ministero degli Esteri. La Spd fu oggetto di pochissimi rapporti e soprattutto fino all’istituzione della Repubblica federale nessun rappresentante diplomatico italiano ebbe incontri e scambi di opinioni con autorevoli esponenti della socialdemocrazia tedesca.

I rappresentanti italiani in Germania, la Direzione affari politici e affari economici, seguendo soprattutto l’attività del Consiglio economico, raggiunsero un dettagliato livello di informazioni circa gli sviluppi della politica economica bizonale, ma trascurarono e sottostimarono il processo di rinascita democratica, le dinamiche dei rapporti fra i diversi partiti politici e con essi le previsioni sui futuri uomini di governo.

Circoscrivere il campo d’osservazione della vita politica della Germania occidentale al pur importante e determinante Wirtschaftsrat diminuiva la complessiva capacità di orientamento dell’Italia all’interno dello scenario tedesco. Se si considera che i due principali leader politici tedeschi del dopoguerra al governo e all’opposizione, Konrad Adenauer e Kurt Schumacher, non erano membri del Consiglio economico (Wirtschaftsrat), si comprendono i non pochi limiti derivanti dalla chiave di lettura della realtà tedesca-occidentale adottata dalla politica estera italiana.

Nell’aprile del 1948 l’attenzione dei governi occidentali era rivolta (temporaneamente) all’Italia a causa delle prime elezioni politiche del dopoguerra. Dal punto di vista degli Stati Uniti il problema principale era rappresentato dalla possibilità di una vittoria del Fronte Popolare (lista che univa il Pci e il partito socialista di Nenni) alle prime elezioni politiche del 18 aprile.

L’effetto simbolico e psicologico della sconfitta dei partiti moderati in Italia poteva compromettere, secondo gli analisti dell’amministrazione Truman, la stabilità di altri paesi europei come la Francia e attivare una diffusione del “contagio comunista” su scala continentale.

La netta vittoria della DC di De Gasperi, che si aggiudicò la maggioranza relativa dei voti (48,51%) e quella assoluta dei seggi (304 su 574 alla Camera dei deputati), venne accolta con entusiasmo dagli Stati Uniti e in generale, secondo la sensazione degli osservatori esteri, la forza del Pci di Togliatti sembrava fosse destinata ad una rapida riduzione.

Il risultato della DC – ha scritto Ballini – «fu dovuto all’apporto decisivo dei Comitati civici e delle altre organizzazioni cattoliche, delle 20.000 parrocchie, della stampa cattolica, alla fiducia nella prospettiva di ricostruzione garantita dal Piano Marshall, di un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti e con gli altri paesi occidentali [Francia e Gran Bretagna] che con la “Dichiarazione tripartita” del 20 marzo 1948 si erano impegnati a restituire Trieste all’Italia».

Nel febbraio precedente gli eventi della Cecoslovacchia (dove i comunisti imposero al presidente Edvard Beneš la nomina di un governo interamente controllato da comunisti) corroborarono l’interpretazione delle prime elezioni politiche italiane come scelta di campo del paese tra Unione Sovietica e Stati Uniti, anche se, come una parte della storiografia italiana ha sottolineato, la dimensione internazionale non occupò per la DC tutto lo spazio delle tematiche preelettorali:

«La battaglia del 18 aprile – ha scritto Guido Formigoni – manifestò ovviamente uno sfondo nel quale la politica internazionale aveva rilievo determinante, ma non fu impostata dalla dirigenza democristiana come referendum sui legami con la Russia o l’America, quanto piuttosto come confronto tra sistemi ideologici, tra modelli di civiltà. Non si trattava solo di tattica, imposta dal fatto che occorreva sottrarsi per quanto possibile all’offensiva propagandistica delle sinistre sull’asservimento dell’Italia agli Stati Uniti. Traspariva la convinzione più profonda di dover seguire una propria via originale, nazionalmente definita e religiosamente ispirata, nei rapporti tra Stati e popoli».

Con la formazione del quinto governo De Gasperi (maggio 1948-gennaio 1950) iniziava la prima legislatura dell’Italia repubblicana e la formula governativa centrista veniva confermata dallo statista trentino.

La stabilizzazione politica interna scaturita dalla vittoria della DC rinforzò la determinazione di De Gasperi e Sforza di uscire dal “piccolo isolamento” diplomatico determinatosi dopo il rifiuto dell’Italia di aderire al Patto di Bruxelles. Nel gennaio del 1948 il ministro degli esteri inglese Bevin aveva proposto ai paesi europei di confluire politicamente e soprattutto militarmente in una Unione occidentale, anche per contenere un’eventuale ripresa dell’aggressività tedesca.

La proposta sfociò in seguito nel Patto di Bruxelles non firmato dall’Italia. Il governo italiano era stato indirettamente invitato da Bevin ad aderire, ma Sforza obiettò che i vincoli derivanti dal Trattato di pace ponevano l’Italia in una condizione di inferiorità rispetto agli altri stati. La coincidenza della proposta con la vigilia delle prime elezioni politiche italiane rappresentò un altro motivo a sfavore di una risposta positiva al piano di Bevin.

Le opposizioni di sinistra in Italia erano infatti, come è noto, fermamente contrarie ad ogni forma di riarmo e avversavano l’inclusione del paese all’interno di nuove alleanze militari. De Gasperi e Sforza preferirono rifiutare l’invito inglese anche per non offrire argomenti a favore della campagna elettorale delle sinistre.

Alla fine del 1948 il rifiuto italiano fu avvalorato dall’orientamento nel frattempo maturato nei confronti della costituenda Germania occidentale. La motivazione della mancata adesione dell’Italia al Patto di Bruxelles venne pubblicamente individuata nella natura eccessivamente antitedesca dell’alleanza. Il 4 dicembre del 1948, riprendendo il tema del Patto di Bruxelles alla Camera dei Deputati, De Gasperi dichiarò che:

«[…] questa caratteristica di essere un patto, specialmente contro una politica aggressiva della Germania, dà ad esso un proprio carattere, che non è il nostro. La nostra posizione storico-geografrica ci dà piuttosto il carattere di mediazione, nel senso di guadagnare a questa nuova Europa anche la Germania, e di guadagnarla alla forma democratica».

Nella seconda metà del 1948, il superamento delle elezioni politiche, l’introduzione della riforma monetaria e la risposta sovietica attraverso il blocco di Berlino rappresentarono lo sfondo per nuove approfondite riflessioni del governo italiano sul ruolo della Germania (occidentale) in Europa e sul futuro dei rapporti bilaterali italo-tedeschi. Tra l’estate del 1948 e la formazione del primo governo della Repubblica federale nel settembre 1949 le linee guida della politica estera italiana sulla questione tedesca furono ulteriormente definite e sviluppate.

L’imminente e definitivo passaggio verso la creazione di uno stato tedesco occidentale imponeva una chiara definizione del ruolo attribuito alle relazioni italo-tedesche, entrate dopo la riforma monetaria in piena fase di ri-costruzione.

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