“IMI” TRENTINI, INTERNATI, MALMENATI, INGANNATI – 11

QUEL SILENZIO E’ UGUALE PER TUTTI ?

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Undicesima ed ultima puntata sulle sofferenze, sugli orrori, sulle tragedie degli Imi, internati militari italiani (trentini nel caso della nostra ricerca) nella seconda guerra mondiale. Concludo la parte delle testimonianze, dei diari, delle lettere inviate dai prigionieri nei campi di concentramento nazisti. Ma anche con tre video-interviste, il dizionario biografico di tutti i militari dei quali abbiamo riferito nelle precedenti puntate. Infine una serie di precise denunce, nell’ambito di indagini, inchieste avviate, alla fine del conflitto, su quelle violenze. Tante grida di dolore, tante richieste di giustizia rimaste … nel silenzio assordante del dopoguerra. Così come tanti documenti, tante relazioni di apposite commissioni probabilmente sono dimenticati, sotto la polvere, nei vari archivi giudiziari. Un’ultima annotazione: ho lasciato i testi (delle lettere soprattutto) nella versione originale. Errori grammaticali compresi. Per far capire meglio l’umanità di questi internati: non tutti avevano la licenza elementare. Ed erano in gran parte “contadini in armi”.

a cura di Cornelio Galas

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DIARI, LETTERE, TESTIMONIANZE DALL’ “INFERNO”

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OGNIBENI ALBERTO  Luogo di conservazione dei documenti: Non siamo in possesso del diario originale. Grazie alla cortesia di Giuseppe Sittoni abbiamo avuto una trascrizione del figlio F. Ognibeni con aggiunta di sue note alternate al testo del padre. “Dopo circa un anno dalla morte di mio Padre mi venne in mente di andare a curiosare in tutti quei posti della casa sui quali Egli aveva imposto il suo austero divieto. Non mi aspettavo di trovarvi cose straordinarie o documenti segreti, ma soltanto ricordi, documenti e oggetti appartenuti a Lui ed ai suoi avi, cose insomma che un bambino doveva toccare perché si conservassero in ordine… Ma quel giorno, in quella massiccia scrivania sempre chiusa del “salotto bello”, che si usava solo in certe occasioni, trovai un “bloc notes” ingiallito dal tempo e con i bordi sgualciti, sulle pagine del quale riconobbi immediatamente la calligrafia di mio Padre. Dopo un rapido sguardo mi resi conto di avere in mano il diario di prigionia di mio padre, scritto di Suo pugno a partire da quell’8 settembre 1943, e nel leggerne le pagine ho riconosciuto il suo caldo parlare, il suo stile nello scrivere, il suo carattere. […] Non nascondo che con le Sue parole è riuscito a strapparmi alcune lacrime, soprattutto perché con il passare dei mesi della dura prigionia coglievo nel suo linguaggio un’amarezza crescente, e le lunghe pagine dei primi giorni scomparivano nelle poche parole che esprimevano a grandi tratti le giornate dei mesi successivi. Ma conoscevo bene mio padre, ed anche in quelle scarne parole riuscivo a cogliere la sua personalità, perciò ho deciso di commentare i suoi scritti di quel triste tempo, perché tutti possano cogliere il Suo messaggio, e apprendere con chiarezza gli eventi di quei giorni, di quegli uomini, come io con le lacrime agli occhi ho ritrovato mio padre…”.

VIDEO NUMERO 1 – testimonianze

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Per dare un esempio del testo di Alberto Ognibeni, riportiamo il suo racconto dell’8 settembre: “Nessuno in quel giorno di sole, di tepore, di calma settembrina ne avrebbe immaginato l’esordio. Sono le otto e mezzo di sera: giungo alla mensa un po’ in ritardo, il solito ritardo per due riccioli biondi altoatesini che mi ostacolano quasi ogni sera il cammino alla prima curva presso l’arco di un ponte… L’impazienza dei colleghi è evidente, ma un fiasco chiude ogni discussione. Certo non avrei mai immaginato che quello doveva essere l’ultimo. Mi sono seduto a tavola, allegro, soddisfatto di vedere un bel piatto di tagliatelle che facevano venire appetito solo a guardarle e un non meno appetitoso secondo. Siamo alla frutta. Un rumore insolito in anticamera ove una cinque valvole rustica ma ancora in efficienza trasmette. Armistizio? Impossibile. Eppure no, è vero. I pochi Alpini che ci sono là con noi al comando, scherzano,  ridono, si abbracciano, cantano pensando che finalmente “è finita la naja”. Immaginano tradotte che li portino a casa. Lascio tutto, prendo in mano la pistola calibro nove e mi precipito verso Vipiteno, sopra per precisare (400 m.), ove è dislocato il mio plotone da qualche giorno, attendato per mantenere quella posizione. Chissà cosa mi combinano i miei uomini, spinti dall’entusiasmo, meglio dalla pazzia. “Mancando il gatto i topi ballano”. Ho fatta la strada tutta di corsa, arrivo ansante, dopo aver controllato tutte le mie sentinelle sui ponti in muratura, sulla rete ferroviaria. Una parola, un’esortazione, un ordine ad ognuno. I miei uomini, quei cari, baldi, veci alpini mi aspettano tutti accoccolati intorno ad un fuoco e appena mi vedono mi vengono incontro. “La novità siur tenent?”.

Mi tengo calmo, li faccio rimanere tutti ai loro posti armati. Tutto relativamente tranquillo. Le postazioni tedesche taciturne, vigili come al solito. Spinto da un vago timore voglio radunare il plotone per averlo più alla mano, per avere intorno a me tutti i miei “veci”, vederli uno per uno, perché io ne rispondo di tutti. Eccoli tutti che attendono, pronti ad ogni mio ordine, “magari all’inferno siur tenent”. Ci sono due mitraglie tedesche sopra di noi. Come accoglieranno la notizia i tedeschi? Capisco che in fin dei conti l’armistizio ha una sola equivalenza in questo caso: Tradimento. Quali sono gli ordini del comando Italiano? Divido i compiti fra le diverse squadre e faccio sgomberare le tende. Mi compiaccio ancora oggi della mia intuizione ed iniziativa. Un quarto dora [sic] dopo erano crivellate dalla mitraglia. Ci sarei restato come un pollo. Dato che eravamo 39, come 39 polli. Alle 22,30 mi giunge l’ordine di tenermi armato e pronto. Già alle 21,30 si erano sentiti i primi colpi di mortaio e i razzi al Brennero. Certo il Btg. Verona si difendeva e cercava di interrompere il passaggio ai “panzer”. 22,45 Allarme a Vipiteno, i fili del telefono sono tagliati, non si può comunicare con i comandi. Atto di sabotaggio da parte dei borghesi. Gli alpini insistono per uno spostamento. Siamo a valle rispetto ai tedeschi. Non arriva nulla. Io non posso abbandonare il mio posto. Aspetto ancora. Vorrei liberarmi almeno dal tiro delle mitraglie che ho sul lato sinistro. Gli alpini guardano a me uniti, guardinghi, fiduciosi sempre. Mi porto in un angolo morto e metto in postazione i fucili mitragliatori”.

VIDEO NUMERO 2 – testimonianze

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“22,50. A Vipiteno entra in azione la contraerea tedesca per un colpo sparato dall’artiglieria alpina, precisamente da una batteria disolocata a 200 metri da me. Sparano i cannoncini, la cattiuscha [sic]. Panico della popolazione a Vipiteno. Tutto tace dopo dieci minuti. Il tempo passa e non giunge nulla dal mio comando di compagnia. Mi decido a partire con il mio plotone. “Ragazzi prendete quello che potete e via con me”. Sono deciso per il passo del Giovo; non ho carte topografiche che mi possano aiutare ma ho il fiuto dell’alpino e credo che valga qualcosa di più che quattro segni su di un foglio. Sono le ore 3,30, mi giunge l’ordine firmato dal mio Sig. Colonnello Enrico Bracchi: “Per evitare un inutile spargimento di sangue ho deciso di cedere le armi e di metterci a disposizione del Comando tedesco”. Gli ordini non li abbiamo mai discussi. Dopo poco tempo mi arriva un ufficiale germanico per la consegna delle armi pesanti. Cordialissimo, gentile. Non ho potuto trattenere due lacrimoni neppure di fronte ai miei alpini. Vedermi portare via le armi che per tanto tempo ho avuto in carico, ho visto portare sulle più alte vette in ogni posto siamo andati. In quel momento ci siamo sentiti italiani, meglio, soldati più del solito. Non ho mai visto i miei alpini più abbattuti, ed essi il loro comandante più costernato. Il comandante tedesco aveva assicurato sulla sua parola che questo non era che un atto precauzionale per evitare un attacco alle spalle. Era logico. Tutti poi sarebbero andati alle loro case. Quando ho visto volere il plotone disarmato e accompagnato ho intuito che sarei stato portato prigioniero in Germania e per lo meno in Austria. Decisione immediata: parto verso il passo del Giovo, per portarmi in val Passiria, scendere a Merano, attaccare la Mendola, portarmi in val di Non, val Rendena poi il Tonale e val Giudicarie. E’ un’impresa ma sono deciso. Verso il passo trovo l’artiglieria alpina sbandata; muli che corrono per i canaloni col carico, senza carico, materiale abbandonato: “Passo Giovo è già stato presidiato”. Questo raccontano i primi artiglieri che hanno tentato il passaggio. Mi getto nel bosco e tento un passaggio più a sud. Dopo un paio di ore di strada già varcata la costa della prima catena capito in un radura ove sento delle voci; è una pattuglia tedesca di esplorazione. Passa, non mi ha scorto. Cammino ancora per un ora circa. Penso di essere in val di Sarentino; qui non c’è più bosco, vi sono dei prati, delle casette di montagna. Un’altra pattuglia mi fa segno di arrestarmi. Un sottufficiale meranese mi si avvicina e mi invita a scendere a valle. Cammino con loro fino a Vipiteno; sono portato all’albergo “Alla Rosa”. E’ mattina: alle 7,30 l’aquilotto è senza le ali. 8,30 partenza su di un camion per Innsbruck”.

VIDEO NUMERO 3 – testimonianze

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Stablach, Deblin Irena: la prima parte della vita di internato di Ognibeni è la stessa di altri autori censiti in questa relazione. Il 18 settembre a Stablach: “Ci radunano tutti e si chiede l’adesione alle SS. Pochi aderiscono”. Il 19 settembre: “Ognuno riceve un numero, mette l’impronta digitale e viene fotografato. Sono il sig. N°6145 – Siamo calcolati internati militari”. Il 26 settembre: “… Si parte dicono per il  uttensberg [sic]. Non ci credo come il solito. Altri parlano di Baviera, di Austria. Balle! Di nuovo su un carro bestiame (40 per vagone)”. Il 27 settembre: “… Ripartiamo da Allestein, Poseu e vegliamo [viaggiamo?] verso Varsavia. Buonissima la popolazione polacca; ci porta da mangiare, ci offre del pane, del formaggio”.

Il 28 settembre arriva a Deblin. Il 4 novembre visita di un generale italiano per l’adesione degli internati alla RSI: “E’ arrivato il generale Pizzini (o Rizzini). Parla di esercito repubblicano: esiste o non esiste? Ci credo poco: Lui non è armato, è accompagnato come un prigioniero; ci parla con il microfono a distanza e non si vede che quando passa da un blocco all’altro. 5 novembre”. ” Il freddo si fa più forte. Penso sempre a questo esercito repubblicano. Cosa penseranno a casa? Farei bene o male? Meglio aspettare che mi scrivano qualcosa. Alcuni hanno aderito, ma sono una trentina e non più″. Il 29 novembre la scelta che si propone ai prigionieri è diversa, non si tratta di andare a combattere ma di collaborare attraverso il lavoro. Annota Ognibeni: “Oggi ci hanno chiesto di aderire per il lavoro. Dove? Come? Quando? Non so decidermi. Ci sono parecchi che dicono di aderire; qualcuno è già andato al Comando a firmare. Certo che qui ormai non si può più resistere. Io voglio uscire di qua! Aiutati che Dio ti aiuta! E questo esercito repubblicano esiste  eramente? Io sarei propenso ad andarci. Ma se fosse un bluff? Aspetto se da casa mi dicono qualcosa. (…)”.

9 dicembre. “Ci sono sempre richieste di adesione ai Repubblicani ma non si sa ancora nulla di chiaro, e non voglio agire così, allo scuro. Oggi compio i tre mesi esatti di prigionia”. E alla fine il momento della scelta arriva. 14 dicembre. “Si parla ancora del nostro rientro. Di balle ne ho sentite troppe e non voglio più rimpinzarmi e fare la figura del fesso. Penso piuttosto che se questo esercito repubblicano ha un vero fondamento aderisco e non se ne parli più. In fin dei conti io non voglio passare da traditore, e preferisco combattere, magari essere sconfitto ma finire tutto con un’arma in pugno”.

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17 dicembre. “… Oggi ho preso una decisione, mi arruolo nell’esercito repubblicano, fossi anche io solo non m’importa. Idealismi non ce ne sono più. Anche il Sig. Badoglio è stato un bel fesso! Preferisco continuare la guerra che fare la fine che ho fatto”. Dopo qualche ulteriore dilazione, la scelta viene formalizzata il 24 dicembre: “Oggi finalmente ci portiamo al comando e aderiamo. Sono contento di averlo fatto”. Il testo non finisce qui. C’è il passaggio nel nuovo campo dei repubblicani, sempre a Deblin. Il trasferimento a Przemysl, tra fine gennaio e inizio febbraio. L’attesa di essere effettivamente impiegato come combattente. In marzo (l’11) gli optanti arrivano a Memmingen dove iniziano un corso d’istruzione, con insegnanti italiani “sotto il controllo tedesco perché il sistema nuovo è quello dell’esercito tedesco”. Dichiara la volontà di combattere in Italia. Ma nemmeno la nuova condizione risulta convincente, se il diario si chiude con questa nota di sconforto, sia pure influenzata dalla notizia della morte della nonna: “18 aprile – (…) Quante sofferenze in questi ultimi tempi. Tutto è contro di noi, anche la Divina provvidenza. Che cosa abbiamo fatto di male?”

ORLANDI OTTAVIO Luogo di conservazione dei documenti: Museo storico in Trento. Data di nascita: 27/2/1912; Luogo: San Lorenzo in Banale; Occupazione: insegnante. Titolo: “Diario di guerra di Orlandi Ottavio Giacomo”. Tipologia: memoria autobiografica. Descrizione: agenda, cc. 8. Breve cronologia (1940-1945) del periodo di guerra e dell’internamento in Germania. Nel 1940 Orlandi combatte sul fronte greco-albanese; nel 1941 è a Corfù dove il 20 settembre 1943 viene fatto prigioniero dai tedeschi. Viene inviato dapprima in Polonia e poi a Lipsia. Nel febbraio 1945 è a Dresda, dove assiste al terribile bombardamento alleato che distrugge la città. Con l’arrivo dell’esercito sovietico, riesce abilmente a sottrarsi ad ogni controllo e rientra in Italia con un camion della Pontificia Opera Assistenza. Il 25 maggio 1945 giunge al suo paese. Una segnalazione non firmata ci informa che il testo è stato scritto da Ottavio Giacomo Orlandi “su richiesta dei figli alcuni anni dopo la fine della seconda guerra mondiale”.

Si riporta il documento integrale: Diario di guerra di Ottavio Giacomo Orlandi. “Luglio 1940 – a Centallo Tarantasca (Piemonte). Agosto 1940 – nel Bergamasco. A Laxolo. Scritto a Bruna. Novembre 1940 a Merano per l’arrivo complementi per il fronte greco albanese. 5 dicembre 1940 partenza per l’Albania e sbarco a Valona da Bari. 15 dicembre 1940 al fronte nella zona di Tepeleni (quota 970 – Letduskai – Progonat 28 febbraio 1941 a riposo a Valona e completamento organici (da 250 eravamo rimasti in 17) – Nel porto siluramento della nave ospedale – Visita del duce. 1 marzo 1941 Partenza per Terbasci. 20 aprile 1941 fine ostilità con la Grecia. 28 aprile 1941 sbarco a mezzanotte a Corfù del 1° battaglione del 18° reggimento fanteria. 10 maggio 1941 spostamento in Ciamuria (Parga) – Assegnato a Margheriti per liti tra greci e albanesi. Settembre 1941 In licenza, avuto il si da Bruna. 15 ottobre 1941 spostamento a Corfù e spostamenti in varie località in base alle esigenze di servizio. Alla fine fui mandato a Garuna di sotto dove rimasi fino alla resa dei tedeschi. 8 settembre 1943 armistizio con gli alleati 12 settembre 1943 comandato a occupare il caposaldo tedesco di San Mattia – Presi 12 prigionieri tedeschi. 20 settembre 1943 Sbarco dei tedeschi a Corfù e loro prigioniero. Per miracolo sfuggito a essere eliminato con colpo alla nuca, perché cercato a sud dell’isola mentre ero arrivato a nord. 1 ottobre 1943 inizio del viaggio per l’internamento in Germania. 28 ottobre 1943 Arrivo a Deblin Irena nella fortezza Ivangorod in Polonia. 15 febbraio 1944 Spostamento per l’arrivo dei russi nello Stamlager IV di Lipsia. Aprile 1944 Dichiarati internati e non più prigionieri di guerra e perciò sotto la giurisdizione della polizia (Gestapo) e non più dell’esercito. 1 maggio 1944 Spostamento a Weinböhla a 20 chilometri da Dresda. 11 febbraio 1945 apocalittico bombardamento di Dresda dalle ore 22 alle 3 del 1/2 febbraio. Tutta la zona illuminata a giorno per bombe al fosforo. Alle ore 12 ripreso il bombardamento sul fiume Elba. 23 aprile 1945. Tentativo di rientro in Italia in bici con il tenente Cristiano Ferrari di Cremona. Per i copertoni difettosi ritorno al lager con la speranza di poter riparare il guasto”.

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“25 aprile 1945. I russi sono giunti a 3 chilometri da Lager nostro. Sono uscito con altri dal Lager per avere notizie più precise ad ore 15. Ritornato verso le 18 trovai il Lager chiuso. La padrona (il Lager era un ex albergo) spaventata mi informò che la polizia si era portata via le chiavi. Un finestrone della veranda sul retro aveva tre fori indiscutibilmente di pallottola. Una vicina di fronte mi disse che dal cortile era uscito un carro e che dalla coperta distesa sopra sporgevano tre paia di scarpe. Io e il tenente Donato Clementi di Castelfondo abbiamo aperto una finestra della sala che sapevamo difettosa nella serratura. Notammo una gran macchia di sangue sul pavimento sotto il finestrone con i tre fori. Usciti in giardino siamo stati sequestrati da due del Volkssturm (borghesi militarizzati) e portati su un’ampia aia e guardati a vista. Con noi due c’erano tre cecoslovacchi e successivamente due soldati tedeschi disertori (come ci dissero) vestiti con tute da meccanico. Il capo del Volkssturm locale aveva deciso la nostra fucilazione, ma il precipitare degli eventi spinsero gli altri membri a opporsi alla decisione (così ci riferì un calzolaio del comando che conoscevamo). 26 aprile 1945 Alle 10 del mattino ci lasciarono liberi. Ai due disertori fornimmo un tascapane e noi prelevammo i nostri zaini dal Lager. Mi offrii di accompagnare i due tedeschi al traghetto sull’Elba. Poi andammo da cittadini conoscenti di Clementi.

6 maggio 1945 Il giorno 6 giunsero i russi ma non ci si poteva fidare delle promesse. Ero stato scottato varie volte in passato. Circolavano poi varie voci allarmanti di disaccordo con gli americani. Decidemmo perciò di partire privatamente (avevamo imparato a non fidarci più di nessuno) e raggiungere il settore americano. 9 maggio 1945 In un’aiuola di fragole disseppellii i tre uccisi al Lager e li seppellii nel cimitero del paese.  10 maggio 1945 Partenza in bici con Clementi di Castelfondo e con il tenente Venturosi di Cuneo e nella notte arrivammo in zona americana. 11 maggio 1945 Bloccati ad Hof dagli americani e sistemati in un campo di raccolta. 12 maggio 1945 I miei due compagni avevano lasciato la bici e decisero di non proseguire individualmente, ma di attendere un rimpatrio organizzato dalle forze di occupazione, perciò partii da solo con la bici. 22 maggio 1945 Dopo molte peripezie e varie anche pericolose giunsi a Garmisch Partenkirchen e mi sistemai nelle cabine del bagno”.

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“24 maggio 1945 Seppi che si formava una colonna di camion americani con meta Bolzano. I bombardamenti avevano distrutto ponti, collegamenti ferroviari e strade. Per fortuna trovai posto come ufficiale responsabile si 30 soldati. 25 maggio 1945 Ad ore 10 ci mettemmo in viaggio – Emozione al Brennero. Giunsi a Bolzano alle ore 18 proprio nel momento in cui stava partendo un camion della Pontificia per Trento. Vi salii e seppi che la funivia Zambana-Fai era stata bombardata e resa inutilizzabile. Pregai l’autista di passare da Mezzolombardo da dove a piedi raggiunsi Fai. Per mezzo di don Bettini (rimpatriato dalla prigionia nel Natale 1944) riuscii ad avere una bici a nolo e così potei riabbracciare i miei cari alle ore 22,30 del 25 maggio. Impossibile prevedere un rientro così veloce. Alle 23 ero da Bruna. 26 maggio 1945 Festa della Madonna in Reggia. Alla partenza da Weinböhla avevo chiesto alla Madonna la grazia di essere presente il 26 maggio alla sua festa in Reggia. Quanto sembrava irrealizzabile si è avverato. Di nuovo grazie a lei regina del cielo e della terra, di cuore per tutti i benefici di cui mi ha colmato”.

PELLEGRINI QUIRINO Luogo di conservazione dei documenti: Museo storico in Trento. Data di nascita: 21/9/1916; Luogo: Don; Occupazione: contadino. Titolo: “(IMI)/ Diario dalla Grecia / Germania / dal 11-9-43 al 25-9-1945 / Questo è linisio / della nuova vittà / Vittà Triste”. Tipologia: Diario/memoria. Descrizione: cc. 73. Nel diario, che presumibilmente Pellegrini inizia nel maggio 1945, viene recuperata la storia precedente. L’11 settembre 1943 Pellegrini, che si trova in Grecia, è fatto prigioniero dai tedeschi e inviato in Germania. Lavora in una fabbrica di zucchero a Deremburg e poi in altri luoghi. Quando giungono i Russi si trova a 68 km da Berlino. E’ a questo punto che inizia il diario, dove racconta il difficile riavvicinamento all’Italia, ma anche la convivenza forzata con la popolazione tedesca, i tentativi di rivalsa degli ex prigionieri italiani, gli umilianti rapporti con le donne tedesche. Nella cartella ci sono inoltre le fotocopie fronte e retro di tre fotografie: Q.P. ritratto a “L’Aquila” nel 1938, in divisa e in compagnia di un gruppo di commilitoni; ritratto ad Atene (“Crapoli”) il 14.2.1943, in divisa e in compagnia di altri due commilitoni; a Don nell’estate 1960, davanti ad un’abitazione rurale, ritratto in compagnia, presumibilmente, della famiglia (moglie e due bimbi piccoli).

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Il racconto di Pellegrini inizia l’11 settembre 1943: quel giorno alle ore 17,00 conferma di aver dovuto “versare le armi ai tedeschi, nella piazza di Domogos e poi stati chiusi nelle caserme”. La mattina del 12 “siamo stati portati alla stazione e la sera a mezzanotte siamo partiti per destinazione ignota, però dicendo a tutti che si andava in Italia e quella eran tutte illusioni”. Elenca poi tutti i luoghi di passaggio: “viagio Grecia, Città Larissa, Salonicco, il 14 Bulgaria Sofia, il 16 Serbia, il 19 Jugoslavia Belgrado, il 21 Ungheria Budapest, il 22 Austria Viena, il 24 Germania, il 25 chiusi in un campo di concentramento e subito tutti con quella illusione che fra giorni era finita la guerra…”.

Dalle sue annotazioni scopriamo che viene presto assegnato al ruolo di “capo baracca di 200 uomini”. Il 13 ottobre 1943 viene trasferito in camion, con altri 90 italiani, “in un paesetto chiamato Deremburg”. Qui è impiegato in una fabbrica di zucchero; ben presto viene tuttavia nominato  fiduciario del campo. Il 29.12.1943 viene trasportato ad Albestadt (“in una fabbrica di apparecchi chiamata Ingher”); il pernottamento è tuttavia sempre a Derenburg. Il 12.5.1943 viene condotto ad Atrebech. A diverse riprese viene ricoverato in infermeria (febbre, tonsillite, ferita ad un piede).

“Il 27 [agosto 1944] è arrivato il tenente tedesco a farmi firmare per il passaggio da civile, e il 28 è uscito con tre giorni di riposo”. Il 10 novembre 1944 “di nuovo cambio del campo per 10 giorni a Vigheleb e poi a Misleben, dista 20 km da Albenstadt, “si stava un po meglio che era vicino al paesetto la stazione. A Natale mi è giunta per solievo una lunga lettera…”.

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Il 28.3.1945 viene mandato a “Machdemburg” e avviato al lavoro “per far sbarramenti”. “… Giorno che non mi scorderò mai S.Pasqua del 1945 con un cuchiaio de patate e due de sugo e 3 de cavoli rosi e 200 gr. de pane, una fame terribile a mangiare barbabietole e denticagni cotti senza sale…”. Il giorno 11 aprile 1945, mentre si trova nella città di “Machdemburg”, “le sirene della città suonano l’allarme terrestre che risulta segnale d’invasione, io ero sceso in città per comperare carote quanto vedo che tutti li sbaramenti si chiudono, lasciando solo lusita da una parte sola, via io, che non mi trovavo pratico della Città, dovetti passare per una strada obbligatoria per recarmi al lagher il comandante diede ordine di fuggire, e partì alle ore 19 feci pochi km, 4 km, mi fermai al margine della strada, la mattina fu brutto perché il fuoco fu intensissimo da ambedue le parti. Il 12.4 prestissimo proseguii per 1 km giunsi su lauto strada Anover Berlino e dovetti piliare la strada di Berlino (la strada è una meravilia), ma dopo un 2 km lasciai la strada e arrivai ad Burg. dista 14 km da Machdemburg…”. Il giorno 13.4 riparte e arriva a Grisen [?] a 11 km da Burg. Il 14.4 segnala di essere a Genthau (a 15 km da Grisen), il 15.4 da Gehthan (o Ghentain) a Ianeburg. Viene aggregato ad una colonna guidata da un tedesco “che aveva l’incarico di portar in giro tal stranieri e certa gente di ogni nazione”. Nei giorni successivi tappe di diversi chilometri, con incursioni aeree inglesi e mitragliamenti a bassa quota. Il giorno 20 si trova in prossimità di “Spautz” [?], poi a Bechinov, “Leverchauf” (?), “Wenstat” (Wienstadt? Wensthal?). Il 3 maggio arriva a 68 km da Berlino (“Frisech”); nei giorni precedenti passa in case di tedeschi per trovare cibo: qui rinviene anche molti cadaveri, gente che si è tolta la vita piuttosto di essere fatta prigioniera dei russi. Quindi ha notizia della fine della guerra. Dal settore russo, attraverso il fiume Elba, spera di poter raggiungere quello americano. Attende che venga ricostruito il ponte sull’Elba per passare dalla parte statunitense (il paesino dove è alloggiato Pellegrini si chiama Schauclausen). Qui vi sono migliaia di ex prigionieri di tutte le nazionalità; è consentito a tutti di allietare il tempo libero con spettacoli e varietà serali (“assistei ad uno spetacolo rappresentato da un italiano dove a cantato la sinfonia di Suber e da signorine danzanti Americane e Spagnole che suonan bene la fisarmonica”).

Il 27 maggio i prigionieri italiani vengono incolonnati dai russi, insieme a prigionieri di altre nazionalità. Attraversano varie località arretrando ad oriente anziché avvicinarsi al settore americano; sosta in varie cittadine, come Henigstadt (“… In questo paesetto c’è un fiume chiamato Havel”). Durante questa sosta visita degli stabilimenti adoperati dai tedeschi per la produzione bellica: “In queste fabriche trovai pure la famosa VI (la vi uno) questo ordigno potente che veniva lanciato specialmente sull’Inghilterra, questa (vi uno) a la forma di un aeroplano, a la lunghezza di 4 metri, a lo stesso fuzionamento di un aeroplano, in testa porta una grossa bomba e sopra la forma di un uomo, fatto tutto di corda imbastito di ferro qualsiasi, in cuesto apparecchio conclude dei aparechi radium, per dar guida ad un piccolo motore, la piazzola di lancio viene spinta da un carrello, cuesto carrello viene caricato di letricità, e un’arma potentissima, si dice per che il suo valore sia sproporzionato cuesti ultimi ani fu stato meno in campo pure la (vi due e la vitre) una più potente dell’altro, si dice che tutti li stranieri che lavoravano in cuesti (vi 1 vi2 vi 3) per non farsi, che chualcuno portassero via questo brevetto, siano stati tutti fucilati)…”.

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Durante l’estate continua ad essere trasferito insieme a migliaia di altri prigionieri italiani da una località all’altra. “Il giorno 14 [luglio 1945] sosta, ancora in un comunicato straordinario a mezzanotte ascoltai che l’Italia dichiarò guerra al Giappone (per radio sintende)”. Località citata (24.7.1945): “Ewistadt” (dubbio sulla seconda lettera, forse “m” o “r”). Poi nella località di Wane, quindi nel paesetto di Buchov (dove Pellegrini segnala la presenza complessiva di 17.500 italiani).

Il giorno 13 agosto sosta, “ieri sera alle ore 17 c’é stata una semblea dei Trentini che cera un maggiore di Mezzolombardo e poi anno balato e anche io appartenevo, e o trovato uno di Romen, che abbiamo fatto il premilitar assieme… C’é cua con noi dei prigionieri del campo X (decimo) che parla delle criminalità effettuate in cuel X campo, dice che neli ultimi tempi che arivavano in cuel campo molti prigionieri e messi tutti insieme poi facevan degli scaglioni e di detti scaglioni ogni giorno ne veniva preso qualcuno e portato nei boschi vicini, venivano fucilati, dove poi venivan presi e portati ai crematori, ogni giorno passavano poi visite, si per caso veniva trovato dei pidochi a un solo uomo prendevano lo scaglione completo (tale scaglione è composto di 100 uomini) e portato alle camere dei gas e li facevano sfissiare e poi passavano ai crematori. Vi fu poi detto che in certe fabriche prendevano li uomini e tritati venivano adoperati nelle bombe incendiarie e specialmente pei bengala, si dice che il grasso di persona umana sia il più potente e una volta incendiato consuma tutto, sono cose incredibili eppure ne portano i fatti persone che sono state presenti, e fra tutti dei più odiati dopo i russi c’era gli Italiani ma specialmodo gli ebrei…”.

Ai primi di settembre del 1945 iniziano lentamente a partire i primi scaglioni di italiani per il rimpatrio. “Ogi e venuto cua un compagno assieme con un mio amico, che al sentire raccontare di cuello che li è successo mi faceva venire i brividi per la vitta, dunque a detto che pochi giorni prima che venisse i Russi vicino a Francofort, erano in 17 italiani che dalla fame an dovuto andare a rubar patate e son stati presi sul fato e un uficiale tedesco a dato ordine, ai suoi soldati, di fucilarli tutti, e allora i soldati li an deto che era troppo cuello e allora a detto ufficiale che facessero alla conta e quello che ese deve essere impiccato in piazza di un paesetto dai compagni stessi, perciò an dovuto impicarlo, davanti ai fucili spianati e cuesto tale dice che quando lui va via in casa dove abita rimaneva solo le mura…”.

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Il rientro: “Il giorno 13 alle ore 13 siamo partiti per la stazione, alle ore 17 saliti in treno e alle ore 21 siamo partiti. Il giorno 14-9 siamo passati per HAREVY. Il giorno 15 per RIESA e per GLAUCAV RONEBR, N.G. Cambel, fermati a Clanehof BAMBERG… Il giorno 19 BRIAU MITVALD. Arrivati alle ore 9,30 fatto disinfezione e un pezzo di pane e un pezzo di formaggio e subito dopo saliti un’altra volta in tradotta e la tradotta è stat spezzata in 3 e siam partiti alle ore 12, arrivati a INNSHRUCH. Alle ore 13.30 cua cè il comando presidio Francese, partiti alle ore 16, arrivati a BOLZANO alle ore 24, la cera subito il rancio pronto e un pezzetto di pane con la marmellata, e siam partiti alle 2,30, arrivato a Mezzacorona alle ore 4, cua subito coi miei compagni siamo andati a rubar l’uva. Il giorno 20, finalmente, dopo 2 anni di prigionia sono arrivato a esser fra voi”..

PERONI ELENO Luogo di conservazione dei documenti: Museo storico in Trento. Data di nascita: 3/12/1921; Luogo: Crosano (Brentonico); Occupazione: Contadino. Titolo: “Diario/ di 9 giorni tra la Vita/ e la Morte/ Velzen lì 27 agosto 1945/ Dal 10 al 18 aprile racconto”. Tipologia: Memoria autobiografica. Descrizione: 2 quadernetti: I: (cm 8,5 x 13,5) pp. 36 ; II: (cm 9 x 15) pp. 66. Il testo del secondo quadernetto arriva a p. 61: le rimanenti sono riempite con conteggi, indirizzi e con il testo di una canzone. Peroni racconta gli ultimi giorni di permanenza in un lager di lavoro (dal 10 al 18 aprile 1945) durante la seconda guerra mondiale: gli spostamenti, gli improvvisi ordini, la fuga finale durante la notte e la decisione di aspettare l’esercito americano, riparati in un bosco. Come dichiara l’autore il documento è stato scritto in data 27.8.1945 in località Velzen (non sappiamo se il toponimo è corretto, potrebbe essere Welzen).

Dalle prime pagine traspare un profondo senso di inquietudine; la liberazione è vicina, gli alleati sono ad una ventina di chilometri ormai. Tuttavia Eleno Peroni (“Nello”) sente che qualcosa sta per andare storto. La mattina del 10.4.1945 si reca ad uno spaccio dove un fiduciario italiano gli comunica che lui e altri 11 compatrioti verranno trasferiti lontano “per allontanarvi dagli americani”. “Strada facendo la mente riprende a pensare il vero ed ecco che mi torna il sogno della notte, ecco che la voce remota di nuovo grida nell’interno di me stesso! No Nello non è ancor finita, i più brutti giorni cominceranno da oggi cerca di esser fino, astuto cerca in tanti casi di saperti contenere se vuoi scappare il pericolo che è ancora più grave di prima pesa su te e i compagni?”

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Non sa se tornare al lager con i compagni o nascondersi in un buco, scavato nel frattempo in previsione degli ultimi giorni di guerra. Appena rientrato nel lager un compagno, tale Milesi, bergamasco, gli confida che sta per succedere qualcosa di spiacevole. Convince Peroni a scappare subito insieme a lui da quel luogo. Escono dai reticolati e raggiungono l’esterno. Qui tuttavia vengono fermati da due militi della Volksturrm (la milizia popolare nazista). Nel pomeriggio circa 800 internati italiani vengono radunati su dei convogli e diretti verso destinazione ignota. Durante il tragitto avviene un tragico avvenimento; degli aerei anglo americani mitragliano il convoglio in corsa; Peroni riesce a fuggire attraverso i campi mentre sta per avvenire il secondo attacco: “Io, lasciai cadere a terra la borraccia, e correre fino al riparo di un alta gabina di cemento elettrica, fu l’affare di un istante. I colpi del mitragliamento si succedevano l’un l’altro senza tregua. Il rombo dei motori, ed il fischio acuto delle eliche assordiva gli orecchi, la paura della morte vicina assordiva gli orecchi la paura della morte vicina si leggeva in tutti i volti. Chi correva in qua e in là senza trovare nascondiglio, chi buttato carponi al suolo scavava con le mani una buca nella terra per nasconder la testa, chi implorando Dio e chiamando la mamma, tutto era in movimento. Ai primi caccia succedettero altri intanto che i precedenti rialzatisi di nuovo venivano ancora verso noi abbassandosi. Io assieme a tanti altri, facevo la ruota attorno alla gabina quadrangolare quando gli aerei andavano a destra noi si correva dietro la facciata di sinistra, quando capovolgeva la cosa altrettanto si faceva noi e così via”. Nonostante la situazione tutto si risolve in bene e ben presto finisce anche la narrazione di Peroni.

RAFFAELLI GIORGIO Luogo di conservazione dei documenti: presso i famigliari (provvisoriamente in deposito presso MGR, attualmente presso Fabrizio Rasera). L’edizione dei Taccuini di prigionia di Giorgio Raffaelli non ha potuto utilizzare tutto il materiale esistente, riemerso in seguito in forma più compiuta dall’archivio personale e di famiglia. I documenti, curati dalla figlia Luisa, sono attualmente in fase di studio per una nuova edizione degli scritti di prigionia di Raffaelli presso il Museo della guerra. Non è il caso di darne qui una descrizione dettagliata, che sarà fornita tra breve in quella sede. Basti segnalare l’esistenza di alcune pagine di diario che sanano (forse solo in parte) la grave lacuna emersa nell’edizione, l’assenza dell’anno 1944. Esiste poi un nutrito e interessante epistolario: dall’8 settembre 1943 al 17 agosto 1945 sono più di sessanta le lettere e cartoline di Giorgio ai famigliari, spesso lunghe. Altrettanto ricca la serie delle lettere in senso inverso, da casa alla prigionia. Ci sono appunti di letteratura, in parte forse del tempo del lager. E alcune fotografie dello stesso periodo.

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ROSA’ NICOLO’ Luogo di conservazione dei documenti: Museo storico in Trento. Data di nascita: 9/9/1921; Luogo: Lizzana; Occupazione: Operaio. Titolo: “Memorie della mia vita militare”. Tipologia: Memoria autobiografica. Descrizione: Quaderno di scuola (cm 15 x 20,5) a righe con margini per lo più rispettati; inchiostro blu e nero; pp. 84 numerate dallo scrivente ( le pp. 81-84 sono aggiunte). Nella memoria (l0 febbraio 1940 – ottobre 1945) Rosà ricostruisce gli episodi della seconda guerra mondiale che lo vedono come protagonista: l’arruolamento nel 40 Regg. Genio Scuola di Bolzano-Settore di frontiera; il servizio in vaI Pusteria; l’attacco dei tedeschi alla caserma italiana di Dobbiaco (8.9.1943); il combattimento, la resa, la deportazione in Polonia (Thor); la vita nel lager; il lavoro nei campi; il trasferimento a Kulm; poi a Danzica (lavoro nel cantiere Schischau Wak alla costruzione di sommergibili); il bombardamento di Danzica 1945; l’arrivo dei russi; il ritorno in Italia.

Nicolò Rosà fu fatto abile alla leva il 10 febbraio 1940 “presso l’Albergo Due Colonne di Rovereto”. Il 21 dicembre successivo gli giunse la cartolina precetto di chiamata alle armi. Dopo una serie di corsi ottiene il brevetto di centralinista dell’esercito. Nell’estate del 1943 si trova in prossimità di Dobbiaco. L’8 settembre è posizionato con alcuni compagni a 4 km. dal paese, vicino al lago. Quella notte sentono spari di cannone a Dobbiaco, contro la locale caserma italiana nella quale – ci ricorda Rosà – erano giunte nei giorni precedenti alcune migliaia di soldati. La mattina all’alba egli fa rientro in caserma (un albergo requisito) che si trova sulla strada verso Cortina d’Ampezzo. Tutti i soldati disponibili, sotto l’ordine di un ufficiale, vengono radunati nel sottotetto dell’edificio e preparati a resistere di fronte ad un eventuale attacco tedesco. Arriva un carro armato, seguito da autoblindo, mentre le SS circondano l’edificio puntando dei mitragliatori contro i soldati italiani che si arrendono. I prigionieri vengono incolonnati e trasferiti in treno verso Lienz: qui i prigionieri italiani vengono rinchiusi dentro un campo di baracche circondato da filo spinato. Il 15 settembre vengono caricati su vagoni bestiame e trasportati verso la Polonia (lager di Thorn).

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“Il vitto consisteva in 2 etti di pane al giorno (un pezzo da un kg. da dividersi in 5 persone) e un pò di brodaglia di barbabietole, cavoli, rape, miglio, piselli e qualche pezzo di patata, che era considerato come trovare una fortuna. Per andare a prendere questa zuppa bisognava fare un chilometro di strada. Si usciva dalle baracche verso le ore 10 del mattino per mettersi in fila e si arrivava vicino alle cucine dopo ore e ore di snervante attesa, anche fino alle 4 o le 5 del pomeriggio, per poi prendere un pò di acqua sporca”.

A Thorn conosce un interprete del comandante del campo, Marcello Mazzurana di Merano (il padre era però originario di Brentonico); questa persona aiuta molto Rosà e diventa in seguito suo amico. Conosce altri trentini tra cui Angelo Fasanelli di Pomarolo (Trento) e Giuliani Adamo (Gigioti) di Nago. Con queste persone e altri 200 internati Rosà viene trasferito a lavorare in una fattoria a Endorf Arnau (toponimo polacco: Orlowo). “ La mattina alle 7 sveglia e adunata nel piazzale centrale dell’enorme fattoria, quindi assegnazione ai vari gruppi di lavoro (porcilaia, raccolta patate, raccolta bietole, stalla con 100 bovini, eccetera). La giornata lavorativa era di 10 ore, con un ora di intervallo a mezzogiorno per il pasto. La sera, dopo cena, un ragazzo polacco andava a prendere la fisarmonica e, tirata la tavola da una parte, vi saliva sopra e cominciava a suonare i valzer e le polche del suo paese. Allora ci si metteva a cantare e a ballare allegramente, dimenticando per un po’ tutte le nostre ansie e preoccupazioni, finché non veniva la guardia a rinchiuderci nella nostra stanza”.

Il 16 novembre il gruppo di Rosà viene trasferito a Kulm dove viene impiegato nella costruzione di un tiro a segno militare. Un giorno, mentre sta cercando della legna con un compagno, arriva a delle case di contadini polacchi i quali offrono cibo. Li sorprende però un soldato tedesco che li crede evasi: vengono rinchiusi in un edificio dove sono già custoditi dei prigionieri inglesi: “Questi, appena fu rinchiusa la porta, ci vennero incontro, ci fecero accomodare ad un tavolo e ci offrirono ogni ben di Dio, pane con burro e marmellata, caffé, frutta secca e cioccolata e sigarette. Ci dissero che il loro governo mandava un pacco di viveri, vestiario e sigarette ogni settimana attraverso la Croce Rossa Internazionale”.

Rosà e il compagno temono di essere condannati a morte per la loro azione: “Vedendo ormai vicina la nostra ultima ora, il mio compagno di Avvellino continuava a supplicare Gesù Bambino ad alta voce: “Tu che stai per nascere, fammi la grazia di veder ancora la mamma mia”, mentre il soldato gli gridava: “Rhue esel”, “fa silenzio asino!”. Alla fine, grazie alla bontà della guardia che li custodisce, vengono risparmiati da punizioni o altro. L’albero di Natale del’43 vede appesi come doni una patata, una piccola rapa, una piccola patata, una piccola carota.

Trasferimento ai cantieri di Danzica, dove gli Imi vengono destinati alla manutenzione dei sommergibili. Il cibo, oltre che di pessima qualità, è assai poco: “Quando arrivava in fabbrica il camion con i bidoni della zuppa, che erano depositati nei diversi refettori suddivisi fra le diverse nazionalità, quelli che arrivavano al refettorio degli italiani, c’era scritto sul coperchio “Badoglio” con segno di disprezzo. Ma il peggio era nel contenuto del bidone, dove c’era un pò di acqua sporca che si beveva almeno per riscaldarci lo stomaco. Una volta arrivai proprio che era sul fondo ed ero tutto contento in cuor mio, ma rimasi molto deluso quando mangiando mi accorsi che, quelli che credevo piselli o miglio, non erano altro che sassolini o sabbia. Rimasi tanto male che non sapevo rassegnarmi a una beffa simile. Dopo avere sorbito il poco liquido che c’era nella scodella, mi feci coraggio e andai a farla vedere a quello che distribuiva la minestra, dicendo che quei sassi non potevo mangiarli, e mi desse un po’ di minestra al posto di quelli. Lui per risposta prese in mano la mia scodella e me la rovesciò sulla testa come un cappello. Dovetti scappare di corsa, altrimenti mi prendevo anche delle bastonate e rassegnarmi ad aspettare la sera quando si rientrava al campo per prendere un altro pò di minestra, con 2 etti di pane di patate, con un pò di margherina e marmellata”.

Descrizione di tutti gli “stratagemmi” inventati dagli internati per recuperare cibo nelle immondizie dei tedeschi. Quando vengono scoperti prendono una serie di scudisciate (“io cercavo di difendermi dai colpi mettendomi sotto la giacca delle assicelle che mi servivano da scudo”). Assiste nel gennaio 1945 alla fuga di migliaia di profughi tedeschi in fuga: “Erano file interminabili di carri e slitte di ogni tipo, cariche di vecchi, donne e bambini con poche masserizie trainati da cavalli che non ce la facevano più a stare in piedi per la stanchezza e la fame perché anche il foraggio era introvabile. In quel periodo si poteva trovare nelle macellerie carne di cavallo in abbondanza e per pochi soldi… Il nostro comandante del lager diceva che il giorno che sarebbero arrivati i russi si avrebbe ammazzato, ma prima avrebbe scaricato i colpi della sua pistola su altrettanti prigionieri italiani, riservando per sè l’ultimo colpo”.

Vive in prima persona il dramma della battaglia a Danzica fra truppe dell’esercito germanico e truppe dell’Armata Rossa. Mentre infuria la guerra, il lager dove si trova Rosà viene raggiunto da una postazione avanzata russa: “Uno era un uomo anziano con due grandi baffi e l’altro aveva una faccia così giovane che sembrava suo figlio… Saputo che eravamo “talianzchi” ci strinsero la mano come vecchi amici e nel frattempo arrivarono altri soldati russi armati di mortaio che piantarono vicino al rifugio. Noi eravamo così contenti che in quei momenti ci eravamo dimenticati anche della guerra”.

Il gruppo di Rosà viene spinto nelle retrovie russe dove trovano la salvezza e il conforto. Attraverso treni giungono a Thorn e poi a Mirakowo dove c’é un comando russo addetto allo smistamento di prigionieri. “Verso le 7 del mattino del giorno 8 ottobre arrivai a Rovereto, ed un’ora dopo potei riabbracciare i miei cari genitori, fratelli e sorelle, dopo una lunga assenza di 58 mesi. Alla sera ci fu una grande festa in famiglia con musica, canti e balli, circondato dai miei famigliari, parenti e amici. Il giorno precedente al mio arrivo (era la domenica del Rosario) in paese avevamo fatto la festa dei reduci e il lunedì mattina alle 6 (io arrivai alle 8) era stato celebrato un ufficio funebre alla memoria di quelli che non erano più tornati, e fra i quali veniva ormai considerato anche il sottoscritto. Nicolò Rosà”. Lizzana, ottobre 1945: “Quando arrivai presso il bivio per Riva del Garda, vidi i miei fratelli e sorelle che mi correvano incontro ad uno ad uno, in conformità della lunghezza delle gambe di ciascuno…”.

TOMASI FRANCESCO  Nella cartella sono contenuti i seguenti documenti: una fotocopia laser a colori di un documento intestato “Il Fiduciario”, del 9 marzo 1945; fotocopia di un rapporto manoscritto redatto in francese e intitolato “Rapport sur les mauvais traitements infligés au x Internés Militaires Italiens au camp de Sarreguemines”; traduzione in italiano del documento di cui al punto precedente. Prendiamo in esame la fotocopia di cui al primo punto: si tratta di un foglietto dattiloscritto la cui intestazione esatta è: “M.-Stammlager XII F Il Fiduciario degli Internati Militari Italiani Hpt.-Vertr.-Mann dei Ital.Militär-Intern.”. Data e luogo del documento: “Freinsheim, 9 marzo 1945”. Il Fiduciario principale del Lager si rivolge a Tomasi annunciando la consegna di 6 sacchi di riso tramite la C.R.F. (Croce Rossa Francese), “che ho assegnato ai ricoverati italiani del tuo ospedale”.

Seguono un breve elenco del materiale che deve essere ancora consegnato a Tomasi per l’ospedale (9 sacchi di riso, 192 scatole di latte, 60 kg. di formaggio, sigarette). Prendiamo ora in esame la traduzione della relazione manoscritta. Vi è un’aggiunta in apertura del documento (inserita quando è stata fatta la traduzione) che precisa quanto segue: “Traduzione di una relazione manoscritta in francese che forse era stata preparata – per la Croce Rossa? per il Fiduciario degli internati italiani? – da Francesco Tomasi, l’infermiere trentino che aveva un ruolo di rilievo nell’ospedale per prigionieri di guerra di Homburg, Sarre. Vedere in proposito la nota di accompagnamento a una spedizione di viveri per i ricoverati dall’ospedale effettuata tramite la Croce rossa francese e inviati dallo stesso fiduciario a Tomasi il 9 marzo 1945”.

Il documento riporta in dettaglio le condizioni in cui giunsero numerosi internati militari italiani: “arrivati a piedi da Sarreguemines passando per Deux Ponts (Zweibrücken). Questi internati militari si presentavano in condizioni incredibili di deperimento: il loro peso variava tra i 45 e i 55 chilogrammi, i loro vestiti erano a brandelli e letteralmente ricoperti di pidocchi tanto che li abbiamo dovuti sottoporre a più di tre disinfestazioni al vapore onde evitare il pericolo di diffondere l’infezione agli altri prigionieri di guerra. Tutti questi internati avevano il corpo coperto di piaghe e alcuni mostravano ferite inferte con la punta della baionetta. Solamente un quarto di questi internati indossavano scarpe con la suola, anche se in cattivo stato. Gli altri indossavano ciabatte semidistrutte o avevano i piedi fasciati con pezzi di sacco di iuta. Questi uomini erano talmente affamati che si gettavano su qualunque cosa da mangiare veniva loro presentata. La maggior parte erano affetti da diarrea e non avevano nemmeno la forza di trascinarsi fino al gabinetto”.

Il rapporto specifica che questi internati giunsero all’ospedale tra il 2 e il 20 dicembre 1944, in numero di 256; venti di questi prigionieri morirono nel giro di una settimana dal loro arrivo. Di seguito viene riferito quanto riportato dagli internati una volta interrogati circa le condizioni di vita e di lavoro loro riservate dai tedeschi: “All’inizio del mese di settembre del 1944, 1.500 internati italiani furono riuniti a Sarreguemines per lavorare alla realizzazione di fossati anti carro nei varchi lasciati liberi dalla Linea Maginot. Si tenga conto che si trattava generalmente di uomini stremati da una prigionia dura, umiliati dalle continue vessazioni e che non avevano mai ricevuto aiuti dalla Croce Rossa. Molti di questi internati avevano già lavorato lunghi mesi nelle miniere di carbone. I 1.500 internati, suddivisi in sei compagnie, erano stipati nella ex-caserma della Guardia Mobile [Garde Mobile, sull’originale, ndr], costretti a dormire per terra perché non avevano nemmeno un letto di paglia (?). Alcuni erano costretti a stare in cantina oppure… perché l’edificio era molto piccolo [dove il traduttore mette dei puntini, secondo me, vi è presente l’espressione “au grenier” = nella soffitta, solaio, ndr]. Avevano a disposizione un unico rubinetto che si trovava in cantina ed era per loro praticamente impossibile lavarsi nonostante ne avessero una grande necessità. La loro giornata cominciava alle 4.30 e alle 5 si dovevano mettere in cammino per raggiungere il posto di lavoro che ogni giorno cambiava e che poteva trovarsi anche a 8 chilometri dal campo. Ciascun prigioniero doveva garantire una determinata produzione altrimenti veniva punito e restava senza mangiare. I colpi di bastone inferti dalle sentinelle costringevano i prigionieri a tenere alto il ritmo di produzione. Il lavoro terminava alle quattro del pomeriggio”.

Viene infine citato un medico italiano, dottor Bucci, che a Sarreguemines – per aver dichiarati ammalati alcuni uomini venne accusato di sabotaggio dal comandante del campo. In calce alla comunicazione è presente la seguente annotazione: “… Ecco infine la lista degli internati italiani morti all’ospedale di Hombourg a cagione di inumani trattamenti: Picchiri Ambrosio, 2.XII.1944 etc.”.

Perché né l’originale né la traduzione completano l’elenco dei caduti ma si limitano ad un “eccetera”? Forse per questo motivo: la relazione originale era stata redatta in italiano dal Tomasi e, durante la traduzione in francese, si evitò di trascrivere una seconda volta l’intero elenco dei caduti (il quale, di fatto, non potrebbe essere andato perso). E’ pertanto necessario verificare se questa lista possa ancora essere conservata da qualche parte, in analisi ultima presso lo stesso Tomasi o i suoi famigliari, se non addirittura dalle autorità francesi (lo stesso ospedale di Homburg, sempre esista ancora, potrebbe avere conservato materiale d’epoca).

 ZENINI DARIO Luogo di conservazione dei documenti: Materiale consegnato da Gino Mosna (già intervistato per la tesi di laurea di Lorenzo Baratter) il quale lo aveva avuto dall’amico Angelini Mario nato il 27.4.1922 a Pregasina (Riva del Garda) e deceduto il l8 maggio 1998. Zenini era un amico comune (del quale non si hanno allo stato dati biografici, sappiamo però che non è trentino, e probabilmente di Perugia, come si può ipotizzare da un passaggio del testo). Titolo: “Diario. Ricordo Prigionia 1943-45”. Tipologia: Memoria autobiografica. Descrizione: manoscritto, cc. 13 (il testo della memoria è scritto su 20 pagine di quaderno numerate). Note: In quarta di copertina è scritto: “Gorlizt 2.2.4(?). Diario di un amico morto in prigionia”, con una fototessera (si presume del morto, di giovane età a giudicare dall’immagine). In calce al testo è scritto: “Diario scritto da un amico morto nel mese di novembre al campo di concentramento VIII <Gorlitz>”. Il testo, incompleto nella prima parte, rievoca la durezza della vita del lager e i morsi della fame. Descrive il degrado cui l’autore sente di abbandonarsi, sopraffatto dalla sua condizione e dai tormenti fisici. Rivela infine il luogo dal quale è scritto, un lager per ammalati. In forma di lettera ai suoi cari, Zenini dichiara la sua condizione di ammalato di tubercolosi, la disperazione e la convinzione crescente di non riuscire a superare l’inverno e a ritornare a casa. Il testo si interrompe con un saluto ai famigliari e in particolare alla mamma, con la firma, come se si trattasse di una lettera.

La memoria autobiografica dello Zenini è il drammatico resoconto della scoperta di una malattia che, tanto più in quella situazione, appare incurabile. Ne riportiamo una pagina: “Questa è la baracca dove sono ricoverati tutti i tubercolosi. Non piangere mammina mia si vede che questo era il mio destino. Chi avrebbe detto che il tuo Dario, una volta così robusto, avesse dovuto fare questa fine? Purtroppo e cosi! I primi giorni mi sembrava di impazzire ma ora sono un po rassegnato. Ho pregato tanto il Signore e la Madonnina Santissima e sulla fede ho trovato un pò di conforto. Se sapessi mamma che cos’é la religione quando uno si trova in queste condizioni SOLO CHI HA PROVATO LO PUO COMPRENDERE. Speriamo che santa Ritta benedetta alla quale mi sono tanto raccomandato mi faccia la grazia di farmi guarire. Ma pur troppo so bene che questa e una malattia dalla quale anche se si guarisce non si ritorna più come prima. TUBERCOLOSO! Mamma mia CHE CONDANA! Il tuo Dario non potrà più tornare a casa senza costituire un gran pericolo per la su famiglia. Non potrà più formare una famiglia. Non potrà più essere un uomo come prima. Non potra piu tornare a fare la vita spensierata come una volta. Quanti tristi pensieri mi turbano dalla mattina alla sera per la testa, mi sembra d’impazzire”.

ZOLLER LUIGI Luogo di conservazione dei documenti: Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (si dispone di una copia concessa cortesemente dall’Archivio di Pieve, con l’autorizzazione dell’autore). Data di nascita: 13/7/1920; Luogo: Brentonico; Occupazione: contadino. Tipologia: Memoria autobiografica. Titolo: “La mia guerra”. Descrizione: manoscritto, pp. 107. Nota: Il testo porta l’indicazione di luogo e di data Trento 10 febbraio 1990. Nella prima parte Zoller racconta, in modo agile, la sua giovinezza. Entusiasta inizialmente verso il fascismo, è indotto a considerazioni critiche quando, divenuto carabiniere, conosce la miseria di un paesino della Basilicata. Affida qualche pensiero ad una lettera che viene letta dalla censura, con conseguenti sanzioni (tre mesi agli arresti e tre di consegna) che sconta parzialmente e in forma assai mitigata. Ma il suo atteggiamento ormai è mutato. Viene mobilitato per la guerra, come carabiniere. Alla fine del 1941 parte da Bari per Durazzo, in Albania. Le mansioni del suo corpo sono di assicurare l’ordine tra i soldati. E’ ancora in Albania l’8 settembre. Il passaggio allo stato di prigionia è “graduale”, lungo il viaggio che prima a piedi poi in treno porta i soldati italiani dall’Albania alla Germania. Il percorso termina a “Bremerford” (Bremervörde) tra Brema e Amburgo. La vita nel lager (descritta con vivezza di dettagli). Il trasferimento ad Amburgo, dove lavora a liberare la città dalle macerie. “E’ un buon periodo, tutto sommato: si riesce ad “arrangiarsi” per il cibo, gli stessi tedeschi incontrati sono spesso molto umani”. La scelta di non aderire alla proposta di arruolarsi per combattere in Italia a fianco dei tedeschi. Il lavoro in una fabbrica di sommergibili. I rubacchiamenti sistematici che garantiscono una discreta sopravvivenza. L’incubo dei bombardamenti devastanti. Il tentativo di partenza anticipata, nel febbraio 1945, e il suo esito positivo, dopo un viaggio avventuroso. A casa è già nel marzo, ancora si deve nascondere. Il ritorno ad Amburgo, nel 1980, a cercare di riconoscere i luoghi di quell’esperienza indimenticabile. Un breve brano per dare l’idea della scrittura di Zoller: “Hamburg era tutta distrutta dai bombardamenti. Si lavorava principalmente a liberar qualche magazzino, cera dello scatolame ma c’erano gli operai tedeschi che ci portavano via la roba dalle mani. Siamo arrivati a casa alla sera barcollanti dalla debolezza e dalla fame. Lì si parlava con compagni di altre squadre, chi era ad un magazzino di farina  chi allo zucchero chi alle patate. Il giorno dopo mi unii a quelli dello zucchero. Ne mangiai da morire. Orinavo sangue per 2-3 giorni che ho preso paura, alla sera ne portai anche dentro un po’ ma la sentinella me lo prese e ebbi anche 2 ceffoni. Però dopo poco tempo riuscivamo anche a farla alle sentinelle. Portavamo la roba in un posto in mezzo alle macerie e poi di notte, si aspettava che le sentinelle che continuamente passeggiavano in cortile fossero lontane e si traversava la strada e si andava a prendere la roba, e poi nel Lager si scambiava con altri che avevano roba diversa. Qualcuno ogni tanto veniva preso. Se era roba da poco, patate o rape o cavoli veniva picchiato e segnalato. Se era roba di carne o liquori o altro veniva portato via, forse in un campo di punizione. Eravamo in una zona piena di magazzini di ogni sorta di cose, treni pieni di carne o burro o uova, spesso roba che veniva dall’Italia. Io per sentirmi più libero avevo strappato gli alamari da Carabiniere (perché mi sembrava di disonorare l’arma andando a rubare) scambiai il cappotto con un mantello che portavano gli alpini perché col mantello si nascondeva meglio la refurtiva o per lo meno non si dava tanto nell’occhio. Spesso capitavano bombardamenti, ma un po’ alla volta ci si abituava. Anche quando alla sera alla conta qualcuno diceva che un suo compagno di lavoro era morto non si faceva tanto caso”.

DIZIONARIO BIOGRAFICO

ANESI ARNALDO

Le uniche informazioni di cui si dispone sono che era originario di Piné ma residente a Trento, socio dell’ANA (Associazione Nazionale Alpini) di Trento, presso la quale si svolse l’intervista. Era vivente nel 2003, al tempo della sua testimonianza.

ASTE POMPILIO

Pompilio Aste nasce il 9 agosto 1908, da Albino Aste e Carolina Campagna, a Staineri di Vallarsa. Ha tre fratelli e due sorelle: Emilio, Giuseppe, Olivo, Ida e Pia. Frequenta la scuola elementare nel vicino paese di S.Anna. Durante la prima guerra mondiale è profugo con la famiglia a Mittendorf, in Austria. Dopo il rientro in Trentino frequenta l’Istituto Magistrale a Trento. Ottenuto il diploma inizia a lavorare come insegnante elementare a Bolzano dove assumerà cariche politiche nel PNF. E’ arruolato nel 1° Reggimento Artiglieria “Cacciatori delle Alpi” e frequenta la scuola per ufficiali di complemento. Si sposa, il 24 giugno del 1935, con Itala Visintainer. Allo scoppio della seconda guerra mondiale chiede, ed ottiene, di essere richiamato in servizio militare attivo e diventa capitano. A seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 viene catturato dai tedeschi (a Lubiana) e inviato in prigionia. Dopo la guerra riprende il lavoro di insegnante, fino ai primi anni ’50, ed in seguito è impiegato presso il Provveditorato agli Studi di Trento, dove diventa Segretario Capo. Raggiunta l’età della pensione trascorre i suoi ultimi anni a Terlago. Muore il 22 agosto 1985 all’età di 77 anni alla Casa di soggiorno per anziani di Rovereto. Viene sepolto per sua volontà nel cimitero di S.Anna, in Vallarsa. Il foglio matricolare è conservato presso l’Archivio di Stato in Trento. Trattandosi di un ufficiale il foglio matricolare, si limita al periodo precedente alla nomina ad ufficiale. In particolare possono essere desunti questi dati: Chiamato alla visita di leva nel dicembre 1927; nel dicembre 1928 è ammesso a ritardare in tempo di pace la presentazione alle armi come studente dell’ultimo corso di scuola media di grado superiore. Nel 1929 è allievo ufficiale di complemento arma di artiglieria pesante campale nella scuola allievi di Pola. Nominato sottotenente di complemento nel 1930.

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BALDESSARI LIONELLO

Baldessari è nato il 3 gennaio 1921 a Rovereto. Nel dopoguerra svolse attività di impiegato presso la Manifattura tabacchi di Rovereto e, in modo prevalente, l’attività di insegnante di educazione fisica.

BAROZZI BRUNO

Roveretano, classe 1919. Nel 2003 risiedeva in località San Giorgio insieme ad una sorella. Deceduto nel 2004? (dato da verificare).

BENACCHIO ALDO

Benacchio Aldo Costantino nato a Tablat (S.Gallo) – Svizzera il giorno 3 del mese di agosto dell’anno 1910. All’età di cinque anni perde il padre Rodolfo e dopo tre anni perde anche la madre Fabbiani Maria Luigia. Vive nella casa dei nonni paterni ad Este (PD) fino all’età scolastica e poi effettuerà tutti gli studi fino a conseguire il diploma del liceo classico nella Casa Dei Buoni Fanciulli di Verona fondata da Don Giovanni Calabria. Chiamato a prestare il servizio militare nel 1932, si rafferma fino ad ottobre 1936. Nel 1937 si sposa con Loretta Albertini di Lavis (TN) e dopo aver conseguito l’abilitazione magistrale presso l’istituto di Trento insegna presso la scuola materna di Marga di Terento in Val Punteria. Richiamato alle armi nell’agosto del 1939, prende parte alle operazioni svoltesi alla frontiera alpina occidentale ed in Africa settentrionale, dove rimane ferito in combattimento. E’ decorato con due Croci di Guerra al V.M. Rientrato in Italia nel 1942 viene comandato presso il Campo di Lavoro dei Prigionieri di guerra di Avio. Catturato prigioniero nel settembre 1943 viene internato in Germania fino al 1945. Assunto presso la Banca d’Italia di Trento svolge il lavoro di cassiere fino alla pensione. E’ stato presidente nazionale della Associazione Ex Allievi di Don Calabria. Ha fatto parte, fin dalla fondazione, del comitato di redazione del giornale “Nuove trincee”. Per un decennio, fino alla morte sopraggiunta il 7 luglio 1978, è stato Presidente della Federazione di Trento della Associazione Nazionale Combattenti e Reduci.

BETTA BRUNO

Nato a Rovereto il 10 luglio 1908, in una famiglia di insegnanti. Laureato in filosofia all’Università statale di Milano, ha dedicato ai giovani 41 anni della sua vita, in parti eguali come professore di filosofia e storia nel Liceo classico e come preside dell’ Istituto magistrale di Trento. Ha al suo attivo più di 200 pubblicazioni. Si dedicò alla battaglia per un mondo democratico e migliore, nell’ideale di “Giustizia e Libertà”. E’ morto nel 1997. Il foglio matricolare di Bruno Betta, originale conservato presso l’Archivio di Stato di Trento, copre uno spazio temporale che va dalla visita di leva (1927) fino al giugno 1932. Bruno Betta è figlio di Abramo e di Bezzi Liduina, nacque a Rovereto il 10 luglio 1908, studente all’atto della visita di leva (1927) e residente a Rovereto, via Giardini nr. 4. Nel 1928 – fino al 1931 – è ammesso a ritardare il servizio militare per motivi di studio (università). Il 5 novembre 1931 viene ammesso a frequentare il corso allievi ufficiali di complemento arma fanteria presso la scuola di Spoleto. Nominato sottotenente di complemento in data 16 giugno 1932.

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BETTA NINO

Nato nel 1909 a Rovereto, dove studiò fino alla maturità classica. Fratello di Bruno Betta. Laureato poco più che ventenne in lettere presso l’Università Statale di Milano con una tesi su Giacomo Leopardi, autore cui dedicò anche in seguito la sua attenzione di studioso (accanto a Pratolini e a Montale). Insegnò lettere al Ginnasio Liceo Prati di Trento, dal 1932 al 1975, con la parentesi della prigionia. Spirito laico di severa e coerente dirittura morale, fu docente prestigioso per autorevolezza e spessore culturale. Ha scritto varie liriche, racconti, e due romanzi brevi, Balbina va in America, edito da Mondadori nella collana “La Medusa degli Italiani” nel 1958, e Il prigioniero, uscito da Innocenti, Trento, nel 1978. E’ morto nel 1991.

BONINSEGNA ALBINO

Nato a Mori il 1 aprile 1922. Superstite della divisione “Acqui”, combattente sull’isola di Corfù. Partito militare nel 1942 e inviato in Grecia, si lega con grande amicizia ad un altro trentino di nome Giulio Costa di Vallarsa. Rientra in Italia, e raggiunge la sua abitazione di Mori, il 9 giugno 1945.

BORATTI RINO

Nato il 10 maggio 1924 a Nomi. Rientra dalla prigionia il 13 novembre 1945. Nel dopoguerra lavora come contadino, commesso quindi operaio alla Marsilli. Deceduto nel 2007.

BORSATO LIVIO

Borsato Livio nacque a Tavo di Vigodarzere (Padova) il 18.5.1923. La madre era originaria di Pergine mentre il padre era nato in Brasile a San Paolo da emigranti. Quest’ultimo possedeva la tenuta di Vigodarzere: Livio e altri due dei suoi cinque fratelli nacquero proprio a Tavo. In seguito la famiglia si trasferì a Pergine. Livio frequentò un collegio, quindi da adulto si trasferì da solo a Verona dove svolse servizio militare come carabiniere. La sera frequentava corsi serali per diventare geometra. Sposatosi, si trasferì con la famiglia a Trento nel 1957. Morì sempre a Trento il 13.8.2003. Svolse attività professionale come geometra dapprima in Provincia quindi con lavoro autonomo. Ebbe cinque figli (3 maschi e due femmine). La moglie ricorda che il Borsato era una persona piuttosto schiva ma che amava raccontare le sue storie di internato ai figli, proprio come dichiara il titolo dei suoi racconti (“Storielle di papà in guerra”). Altri dati: Borsato Tiziano, Pergine Valsugana, è il fratello. Moglie: Clelia Girardi in Borsato – residente a Tavernaro.

Dachau, Konzentrationslager

BUGNA ARTURO

Arturo Bugna, classe 1919, é nato a Bersone di Pieve di Bono. Sappiamo che nel periodo marzo 1940/settembre 1943 è assegnato al 6º Regg.to Artiglieria Guardia alla frontiera. Viene fatto prigioniero l’8 settembre 1943 a San Candido (Val Pusteria) e internato in Germania. “… Tornava in Patria – stroncato nel corpo e nello spirito – il giorno 21 ottobre 1945”: questo è, in estrema sintesi, il suo resoconto finale dell’esperienza. Contadino prima della guerra, torna gravemente invalido dalla prigionia. Muore (a Bersone ?) il 21 giugno 1969. Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento). Bugna Arturo, nato il 26 settembre 1919 (numero di matricola 7148), di professione contadino, titolo di studio quinta elementare. Soldato di leva nel 1939. Altre annotazioni presenti sul foglio: chiamato alle armi il 9 marzo 1940; giunto in territorio dichiarato in stato di guerra il 13 giugno 1940 e vi rimane fino all’8 ottobre 1940; giunto in territorio dichiarato in stato di guerra il 5 maggio 1941; ottiene una serie di licenze agricole.  Nel novembre 1941 viene ricoverato presso l’Ospedale militare di Bolzano e ottiene una licenza di convalescenza di 360 giorni. Il 20 novembre 1941 viene giudicato temporaneamente inabile al servizio militare.  Allo scadere della licenza (novembre 1942) viene ricoverato all’Ospedale militare di Trento; fino al maggio 1943 entra ed esce dagli ospedali militari di Trento e di Bolzano; viene quindi inviato al Corpo nel giugno 1943. Catturato dai tedeschi in data 9.9.1943, rientrato in Italia il 21.10.1945 e ricoverato all’ospedale di Merano. Una nota a margine riferisce: “contrasse TBC essudativa bilaterale, ascesso freddo arto destro a Lipsia (Germania) nel febbraio 1944, come allegato “A” dell’Ospedale CRI n. 65 di Merano in data 7.11.1945”.  Nel gennaio 1947 è ancora in osservazione all’Ospedale Militare di Bolzano. Nota: è compagno di prigionia e amico di Claudio Busolli. Il suo racconto si interseca dunque, in modo problematico, con quello del Busolli .Ebbe un figlio, di nome Valentino, nato e morto il 23.04.1956; coniugato con Pellizzari Oliva il 22.05.1943.

BUSOLLI CLAUDIO

 Nato a Brentonico il 3 aprile 1921, morto ivi il 19 febbraio 1981. Manovale-contadino. Livello di scolarità: scuola elementare. Nel 1976, costretto all’immobilità in seguito a un incidente sul lavoro, scrive una storia del paese d’origine che fa poi pubblicare a sue spese nel 1978. Da I campi dei soldati: A Saccone, “adagiato su un’aperta conca, come in grembo al monte Vignola”, Claudio Busolli ha dedicato un libro, scritto con la caparbietà dell’autodidatta e pubblicato di sua iniziativa nel 1978 (Notizie, ricordi e vita di un piccolo paese del Trentino. Saccone di Brentonico, Litografia Amorth, Trento 1978). 303 abitanti nel 1921, 181 nel 1971: le fatiche dell’autore sono rivolte ad illustrare un paese in declino demografico e incerto del proprio futuro. A 742 m. di altezza, collocato in un paesaggio già montano, Saccone appariva allora come un luogo a rischio di isolamento e di marginalità, come sottolinea gustosamente Busolli descrivendo il maso della sua famiglia: “Resta il Bus lasciato ultimo perché oltre la periferia del paese, ad 800 metri verso Brentonico presso il ripido ciglio del torrente Lodron, dalla cui voragine prende il nome. Se Trento è una provincia alla periferia d’Italia, Brentonico un comune alla periferia del Trentino, Saccone un paese alla periferia di questo comune ed il Bus ancora periferia di Saccone; sarà un caso se il Padreterno si accorge che esiste!”.

Dachau, Konzentrationslager

Il libro, fitto di notizie e di personaggi, si può leggere con piacere, ma non costituisce in sé nulla di  straordinario, moltissimi paesi sono presentati in pubblicazioni come queste. Interessante e atipico, però, è che a scriverlo non sia stato né un maestro né un sacerdote né un medico, e nemmeno un moderno esperto di promozione turistica. Nell’avvertenza iniziale Busolli sottolinea, con una modestia che non cela del tutto l’orgoglio, che “è stato un contadino-operaio che, reso invalido, ha voluto mettere assieme notizie e tradizioni del suo minuscolo paese…”. Questa impresa dell’età matura pone in evidenza alcuni tratti della personalità del suo autore. Conferma una tenace passione per lo studio, per la lettura, per i libri, manifestata spesso nelle memorie di prigionia. E’ una passione che lo accompagnò sempre, confermano i famigliari; Busolli potè dedicarvisi interamente dopo che un incidente lo costrinse ad abbandonare anzitempo l’attività lavorativa. Aveva studiato fino a 14 anni nella scuola elementare (come buona parte degli abitanti di una provincia nella quale l’obbligo scolastico era stato elevato a quella soglia di età fin dal 1869). Il padre Bortolo era capo mastro muratore; il nonno Angelo, pur non avendo svolto studi formali, era stato per 35 anni il maestro della scuola del paese, mettendo a frutto quello che aveva imparato dal prete e in un corso serale a Salò, dove era andato a lavorare come manovale a giornata. E’ possibile che l’essere nipote di un maestro di questo tipo abbia influito sulla propensione di Claudio Busolli a farsi a suo modo intellettuale del suo paese, e prima ancora sulla sua disposizione ad avvertire il bisogno, e il dovere, di farsi cronista della propria esperienza in prigionia. Le analogie tra i due testi, peraltro, finiscono qui. Le memorie scritte in prigionia hanno un carattere autobiografico e privato, non sembrano pensate per un pubblico. Sono essenzialmente un resoconto dello scrivente a se stesso, condotto con la serietà spietata di un esame di coscienza. Al carattere intimo delle motivazioni corrisponde una narrazione talvolta distesa e ricca di dettagli, talvolta poco esplicita e costellata di riferimenti non facilmente riconoscibili. Il testo originale, conservato presso i famigliari e depositato in copia presso l’Archivio della scrittura popolare a Trento, è scritto a matita su un quaderno tagliato a metà (o in tre parti?), forse per nasconderlo più facilmente. Cancellature, ripensamenti, integrazioni sono rarissimi.

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Nell’Archivio della scrittura popolare presso il Museo Storico in Trento si trovano, per una felice e straordinaria coincidenza, anche le memorie di prigionia di Arturo Bugna, quello che Busolli ci presenta come l’amico della vita militare a S. Candido e dei primi tempi trascorsi in Germania. Nel testo di Bugna Busolli non è indicato con nome e cognome, ma è quasi certamente lui l’amico delle conversazioni più intime, tormentato ossessivamente dalla fame, presente nelle prime pagine del suo lungo racconto. Quello di Bugna (presentato in altra parte di questo censimento) è un testo dattiloscritto di 250 cartelle, tale da costituire da solo un libro: e come tale è stato pensato, a giudicare dalle tracce di progressiva elaborazione stilistica che vi sono riconoscibili. Il titolo è La mia Odissea. La lettura in parallelo delle memorie dei due amici, finché è possibile, mette in evidenza una notevole diversità, stilistica e talvolta anche di contenuti. Al confronto con le pagine di Bugna, ricche di dettagli, più levigate (anche in virtù di una rielaborazione di cui non conosciamo la storia), quelle di Busolli esibiscono ancor più chiaramente pregi e asperità di una scrittura di prima intenzione, probabilmente non più rivista dall’autore.

CALLIARI TULLIO

Tullio Calliari nasce a Mezzolombardo il 4 aprile 1916, quinto di sette figli, da Giovanni Calliari, contadino di Mezzolombardo e Amalia Sartori di Casotto Valdastico. Nel 1922 la famiglia si trasferisce a Trento. Scuole superiori al Liceo Ginnasio “Prati”. Il 15 giugno 1940 si laurea in lettere classiche (106/110) all’Università Cattolica del S.Cuore a Milano, dopo aver dato lezioni di latino e greco per mantenersi gli studi. E’ socio e poi presidente dell’AUCT/FUCI fino alla liberazione. Collabora con il vescovo Montalbetti. Il 3.7.1941 viene richiamato alle armi a Merano (18° reggimento fanteria). Il 9.9.1943 viene internato in Germania; dapprima ad Hammerstein (Pomerania orientale) quindi a Lennep (Westfalia). Liberato dagli USA l’8.5.1945, rientra in Italia il 20.08.1945. Insegnamento nel dopoguerra: dapprima insegnante di materie letterarie all’istituto magistrale di Trento e alle medie di Rovereto. Quindi materie letterarie al liceo classico di Cesena (1955/56), Bressanone (1956/57 e Ala (1957/59). Dal 1959 fino al pensionamento (1978) è insegnante di italiano, latino, greco, storia e geografia al Liceo ginnasio Prati di Trento. Dal dopoguerra socio dell’Associazione nazionale ex Internati. Diviene presidente della sezione di Trento e quindi della Federazione provinciale di Trento. Calliari è stato delegato dell’ANEI nazionale e presidente della sezione di Trento dal marzo 1996 fino al 2003.

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Sulla sua figura professionale e umana, riprendiamo parte del necrologio di Paolo Ghezzi in “L’Adige”, 24 gennaio 2003: “La sua carriera di insegnante, cominciata a Cesena e proseguita a Bressanone e ad Ala, ha trovato nel ginnasio del liceo Prati di Trento la sua stagione più lunga e feconda. L’italiano, il latino, il greco, la storia erano per Tullio Calliari non solo materie da insegnare, ma valori da trasmettere, con l’umanità di un cattolico tutto d’un pezzo, ma aperto al dialogo, mai integralista. Con gli alunni amava intessere un rapporto che andava molto al di là delle lezioni in classe, e che gli piaceva coltivare anche negli anni successivi: teneva meticolosamente gli elenchi dei suoi migliaia di ex studenti e li convocava di volta in volta a raduni conviviali dove esprimeva appieno la sua capacità di essere un vero maestro, affettuoso e sempre attento alle vicende dei suoi ginnasiali antichi e recenti”.

CALZA’ CARLO

Da I campi dei soldati: “Non posso dimenticare un periodo precedente a quello che le memorie sopra ricordano e cioè la prima guerra mondiale. Nel 1914 a 3 anni con la mia famiglia fummo deportati in Boemia e precisamente in un paesino chiamato Straconice. Ivi rimanemmo tutti i quattro anni della guerra. Io frequentai la prima classe elementare boema, con un buon profitto, tanto è vero che ritornato in Italia, fui promosso alla seconda elementare italiana. Molto tempo dopo ebbimo la notizia della morte ancora nell’ottobre del 1914 di mio padre, in Galizia sul fronte russo. Aveva 30 anni. Per mia madre non è stata

certo una vita facile. Ha lavorato in Boemia presso i contadini per poter darci da mangiare; e al rientro ha continuato a lavorare come bidella presso le scuole di Varone di Riva. Nel 1927 si è trasferita a Rovereto, perché io lavoravo alla Tipografia dell’Istituto S. Ilario, e mio fratello nella falegnameria del medesimo Istituto. E così siamo diventati roveretani”. Così racconta Calzà la prima parte della sua vita, in un post scriptum al diario di prigionia. L’Istituto Educativo di S. Ilario, dove fu prima allievo e poi responsabile della tipografia, era un’istituzione della Provincia, affidata alla direzione dei padri Concezionisti e finalizzata alla formazione professionale di ragazzi poveri e di orfani di guerra. Lì iniziò anche la sua lunga e intensa esperienza di attore filodrammatico, ripresa con successo alla fine degli anni ’20. “Quante commedie ha interpretato? Probabilmente non lo sa nemmeno lui, non ha tenuto il conto. Molte e forse moltissime se è vero, come è vero, che ha incominciato a recitare a diciotto, diciannove anni ed ha smesso a sessanta o giù di lì”, si legge in un vivace profilo biografico, tracciato da Talieno Manfrini. I suoi palcoscenici furono l’Oratorio e il Teatro Maffei, le compagnie quella dei Filodrammatici del Rosmini e quella della GIL. Nel teatro di parrocchia si affermava in quegli anni in Trentino un filone popolare, il cui autore più fecondo fu il roveretano Guido Chiesa. Il nome di Calzà compare spesso tra i suoi interpreti, di preferenza nei lavori in lingua. Dopo la chiusura della tipografia dell’Istituto, trovò stabile occupazione come segretario nello studio del notaio Dal Rì. Fu richiamato alle armi nel 1943 e destinato a Treviso, dove svolse per alcuni mesi mansioni d’ufficio, finché vennero l’8 settembre, la cattura, la partenza sul treno verso il nord. Il diario vero e proprio inizia a fine settembre, in Prussia orientale, nella baracca di prigioniero-lavoratore che fu la casa sua e dei suoi compagni di sorte nel periodo faticoso ma quasi sereno dei primi mesi di costrizione. Poi vennero, anche per il piccolo gruppo di inseparabili commilitoni trentini, i tempi del lager più duro, le privazioni e le umiliazioni che le pagine del diario registrano senza enfasi e senza reticenza.

Nel dopoguerra Carlo Calzà riprese la sua attività teatrale, assumendo nel 1947 la direzione della Filodrammatica dell’Oratorio Rosmini, un incarico che svolse con impegno fino al 1961. Fu tra gli animatori della sezione roveretana ex Imi e suo presidente fino a data recente. Le attività degli ex internati in Trentino e in particolare a Rovereto sono state in questi decenni significative e originali nel panorama “reducistico”. E’ frutto della loro iniziativa il dignitoso monumento realizzato nel 1973 in piazzale Orsi, di fronte alla stazione ferroviaria, ad opera di Livio F. Sossass. Tutti gli anni si celebra, di solito la terza domenica di novembre, la Giornata del Ricordo, un appuntamento di cui Calzà è stato il principale ideatore e l’appassionato animatore, si può dire fino alle più recenti ricorrenze. E’ morto a Rovereto nell’estate 2006. A proposito del foglio matricolare di Carlo Calzà: esiste un singolare caso di omonimia in quanto vi sono due Carlo Calzà nati nel 1911 in Trentino e precisamente nella zona del Garda. Il problema viene presto risolto perché l’altro Carlo Calzà è nato a Brione di Riva il 27 luglio 1911.

Il nostro Carlo Calzà – fu Luigi e Benini Alice – nacque a Riva del Garda il 4 maggio 1911. All’atto della prima visita militare (1931) il nostro svolgeva professione di tipografo, con titolo di studio ottava elementare. Chiamato alle armi nel settembre 1935 presso il 46° reggimento di artiglieria motorizzato, viene collocato in congedo illimitato il 1.7.1936. Richiamato alle armi nel gennaio 1942 e ricollocato in congedo il giorno successivo. Richiamato alle armi il 4 giugno 1943 e giunto al deposito 32° artiglieria D.F. Treviso. Catturato e trasportato in Germania l’11 settembre 1943, si presenta al distretto militare di Trento in data 26 aprile 1945. Viene collocato in congedo illimitato il 27 giugno 1945.

CAMIN BENVENUTO

Originario di Villazzano, sopra Trento, classe 1924. Dopo il rientro dalla prigionia trascorre 20 mesi in sanatorio.

CAMPREGHER MASSIMO

Nato a Centa San Nicolò il 22 maggio 1911. Morto a Trento il 18 settembre 1972. Residenza: Calceranica al lago. Scolarità: licenza elementare. Professione prevalente: operaio Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento). Campregher Massimo, nato il 22 maggio 1911 a Caldonazzo da Abele e Tecilla Maria, alla data della visita di leva (1931) di professione contadino con licenza di studio quinta elementare. Richiamato alle armi il 25 novembre 1940 presso il Deposito Succursale Artieri in Trento; giunge in Albania l’11 febbraio 1941. Partecipa alle operazioni di guerra sul fronte greco-albanese dal 3.2.1941 fino al 23.4.1941. Partecipa alle operazioni di guerra in Balcania dal 18.11.1942 fino al 10.9.1943. Il 10 settembre 1943 viene catturato dalle truppe tedesche fino all’8 maggio 1945; il 25 agosto 1945 si presenta al Distretto militare di Trento. Moglie: Pradi Emma, Centa San Nicolò.

CAPRINI ARTURO

Il foglio matricolare di Caprini Arturo è ricchissimo di informazioni (ha fatto il militare di carriera). Arturo Caprini nasce il 10 febbraio 1908, di professione impiegato all’epoca della visita militare. Dai dati poco leggibili pare di intuire che nel 1935 si trovi in Eritrea e 1936 si trova in Libia e Somalia. Nel dicembre 1940 parte per l’Albania, sbarca a Durazzo: dove in teoria rimane fino all’8 settembre 1943, quando viene catturato dai tedeschi. Farà rientro a Trento solo a ferragosto del 1945. Un dattiloscritto allegato segnala una lunga serie di decorazioni e croci ricevute dal Caprini durante la guerra. Nel 1959 è nominato anche Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Trasferito nella forza in congedo del Distretto Militare di Trento a decorrere dal 18 febbraio 1970.

CASAGRANDE GINO

Roveretano, è stato dipendente dell’Azienda Elettrica. Residenza all’epoca del censimento: in via Maioliche.

CEOLA MARIO

Nato a Pergine Valsugana nel 1894, Ceola studiò a Rovereto presso la Scuola Reale, nella stessa classe di Damiano Chiesa e di altri futuri volontari. Diplomatosi nel 1913, si iscrisse all’Università di Vienna. Nel dicembre 1914, dopo l’esplosione della guerra europea, riparò in Italia e si iscrisse al Politecnico di Torino. Partecipò attivamente al movimento interventista, collaborando anche alla rivista giovanile «L’Ora Presente», pubblicata dall’ottobre 1914 al maggio del 1915. Come Damiano Chiesa e numerosi altri coetanei irredenti, riuscì ad arruolarsi volontario fin dai primi giorni del conflitto. Venne impiegato dapprima in un’impegnativa guerra di posizione sulle montagne delle Giudicarie. Accolto alla scuola ufficiali, dall’ottobre 1915 agli inizi del nuovo anno fu in Valtellina, tra lezioni e bombardamenti di artiglieria. Poi fu trasferito sull’altopiano di Asiago, dove visse in prima linea alcune delle fasi più drammatiche della guerra, a cavallo dell’offensiva austriaca del maggio 1916. A fine ottobre, ammalato, lasciò il fronte. Nel giugno 1917 tornò per poco sulle montagne da cui aveva iniziato. Ma in luglio la sua vita militare ebbe un’ulteriore svolta. Venne accolta la sua domanda di diventare osservatore d’aeroplano: si trovò così a volare al di là delle linee e a svolgere pericolose missioni nei cieli del Trentino. Alla sua esperienza dedicò un racconto memorialistico, “Dalle trincee alle nubi”, rielaborazione narrativa del suo diario rimasta inedita fino al 1997. Pur non essendo propriamente uno storico, sulla guerra Ceola ha scritto molto. I suoi contributi sono confluiti in gran parte nei dodici titoli della “Collana di documenti sulla guerra 1914-1918” del Museo della guerra di Rovereto (l’istituzione di cui fu direttore dal 1924 al secondo dopoguerra, contribuendo in modo decisivo a costituirne le collezioni ed il volto espositivo). Tra le opere più fortunate “Diserzioni” (1928) e “Per l’ideale” (1933), due raccolte di testimonianze di trentini irredenti sfuggiti all’arruolamento nell’esercito austriaco e riparati in Italia, nonché “Pasubio eroico” (1939). Un suo tentativo di ricostruzione storica complessiva è affidato a “Guerra nostra 1915-1918”, pubblicato nel 1933. Il suo impegno per la memoria della Grande guerra si espresse anche nell’opera appassionata per la costruzione del primo Ossario di Castel Dante (prima che ad esso subentrasse il grande edificio voluto dal governo nazionale). Nel 1943-45 fu internato in Germania. Morì a Rovereto nel 1969.

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CESCHI NATALE

Nato a Cognola di Trento il 20 ottobre 1922. Figlio di Guglielmo e di Maria Prighel. Muratore. Morto in un lager di Amburgo il 28 giugno 1944. Causa presunta della morte: TBC e deperimento generale. Il 31.3.1954 gli è stata conferita la Croce al Merito di Guerra da parte del Comando militare territoriale di Bolzano.

CHINI TULLIO

Tullio Chini nasce nel 1922 a Taio. Inizia il liceo classico a Merano, ma il corso di studi è interrotto dallo scoppio del conflitto. Richiamato alle armi il 16 gennaio 1942, si presenta al distretto militare di Trento. Campagna di Russia nella Julia. Alcuni mesi poi in Jugoslavia. L’8 settembre è a Trento. Internato in Germania, raggiunge Furstemberg dove viene condotto allo Stammlager III B. Dopo un paio di mesi passa ad un campo in Slesia (Sorau). Lavoro, prima per scavi nell’edilizia, poi in una squadra di soccorso presso un campo di aviazione. Liberato dai russi, vive ancora esperienze e vicissitudini, prima di poter rientrare in patria. Il mattino del 7 agosto 1945 arriva a Segno dove ritrova la sua famiglia. Di professione è operaio e artigiano. Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento). Nato il 11 settembre 1922 (numero di matricola 19271) a Trento, figlio di Agostino e di di Chini Rosalia, professione studente, titolo di studio seconda classe Istituto tecnico, residente a Taio di Trento (Frazione Segno nr. 16). Soldato di leva nel 1941. Altre annotazioni presenti sul foglio:  Chiamato alle armi e giunto il 16 gennaio 1942; Il 16 agosto 1942 parte per la Russia, da cui fa rientro il 21 marzo 1943;  Catturato dai tedeschi e portato nel campo di Fürstemberg III B il 9 settembre 1943, rientra il 3 agosto 1945.

CIVETTINI ENZO

Nato a Rovereto il 13 novembre 1922, alla data dell’intervista (luglio 2003) viveva a Rovereto in via Fedrigotti 18. Nel dopoguerra lavora presso la Manifattura Tabacchi.

CONOTTER DANIELE

Nato il 25 giugno 1924, nel 2003 risiedeva a Piedicastello (sobborgo di Trento). Ha trascorso parte del dopoguerra come emigrante in Australia (dove giunge nel 1955 e dove rimane per 18 anni, mettendo al mondo tre figli).

CORBOLINI MARIO

Nato a Riolo Bagni, provincia di Ravenna, il 15 settembre 1920. Si è dedicato principalmente al mestiere di elettrotecnico avendo frequentato la Scuola Industriale F. Alberghetti di Imola prima della guerra e subito dopo conseguendo il diploma di Perito Industriale a Reggio Emilia. Chiamato alle armi il 3 febbraio 1940 ha svolto il servizio di Leva a Tirana nella 150° Compagnia Marconisti, incaricata dei collegamenti radio dell’11° Armata, ha svolto le mansioni di radiomontatore che gli hanno permesso di visitare gran parte del territorio greco e principalmente la città di Atene sede della Compagnia. Dopo l’8 settembre i tedeschi l’hanno catturato ad Atene e internato in campo di concentramento a Danzica. E’ tornato a casa a guerra finita il 17 ottobre ’45. Nell’agosto del 1947 è stato assunto nell’Azienda di Stato per i Servizi Telefonici presso la Sede di Trento, ove ha svolto fino alla sua andata in pensione nel 1985 mansioni di addetto ai cavi telefonici che gli hanno permesso di camminare per varie strade d’Italia. Ha la passione della musica lirica che ha coltivato come baritono, mentre la moglie e i tre figli tutti musicisti lo hanno allietato e lo allietano con musica da camera. (Dal profilo pubblicato nel suo libro autobiografico Dall’Egeo al Baltico). Nota: coniugato con Anna Cristina Disertori, nata Cognola nel 1921.

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CORTIANA ARTURO

Nato ad Ala nel 1911, figlio di Arturo e di Marina. Rimase orfano di padre nel 1914. Papà Cortiana faceva il fabbro ed era proprietario di una fucina alla Rocca in Val di Ronchi, che era anche l’abitazione della sua famiglia. Era un artigiano del ferro rinomato, premiato in mostre internazionali a Milano e a Parigi. Ad occuparsene, fin dal primo dopoguerra, era Francesco, di una decina d’anni più grande del fratello. Arturo aveva a sua volta talento e passione nel suo lavoro, quello di meccanico. Nel 1942 combatte in Croazia, nel 1943 in Slovenia, impegnato nella repressione dei “ribelli” jugoslavi. Poi l’esperienza durissima della prigionia. Dopo la guerra Arturo Cortiana partecipa alla vita pubblica della sua cittadina, Ala, e svolge più volte il ruolo di consigliere comunale, eletto nelle liste della Democrazia Cristiana. Muore nel 1996, a 85 anni.

COSER ITALO

Nato a Pilcante di Ala nel 1910, Coser è morto a Rovereto il 1° agosto 1980. Diplomato presso l’Istituto magistrale di Rovereto nel 1935, è stato insegnante elementare dal 1935 al 1939 e poi dal 1945 al 1950. E’ sergente maggiore sui fronti della II guerra mondiale; fatto prigioniero dai Tedeschi, venne internato e adibito a netturbino nelle vie di Vienna. Dal 1950 al 1970 è stato segretario della Direzione didattica di Ala. Dal profilo tracciato in Un secolo di vita dell’Accademia degli Agiati (1901-2000): Personaggio di primo piano nell’ambiente socioculturale di Ala, fece sentire la sua presenza e la sua personalità in tutte le manifestazioni didattiche, culturali, politiche e sportive della città. Si mise a disposizione  dell’Amministrazione comunale come volontario per rifondare la Biblioteca civica, sepolta da molti decenni nel disordine logistico e archivistico, e per trasformarla in un’istituzione fra le più importanti e attrezzate della provincia di Trento. Animò per mezzo dell’associazione Pro cultura e del Museo civico “L. Dalla Laita”, altra sua creatura, la vita cittadina con mostre d’arte e manifestazioni. Consapevole che ad Ala e al suo territorio mancava una vera storia scritta, capace di forgiare profonde identità politiche e culturali, si impegnò nella sua ricostruzione e stesura e soprattutto nella fondazione e nella lunga direzione della rivista “I quattro Vicariati e le zone limitrofe”. Risiedette ad Ala fino a pochi mesi prima della morte, avvenuta a Rovereto l’1 agosto 1980. Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento). Coser Italo, fu Abramo e Chizzola Irene, nato il 30 agosto 1910 a Pilcante di Ala. Studente all’epoca della visita di leva (1929) e residente ad Ala in via Santa Caterina 3. Altri dati ricavati dal foglio:  Soldato volontario con la ferma di anni te nel 18° Reggimento di Fanteria;  Caporale (1.9.1929);  Sergente (1.4.1930);  Il 4 maggio 1931 viene mandato in congedo illimitato per fine di ferma;  Nel 1935 viene richiamato alle armi per istruzione presso il 18° reggimento di fanteria;  Nell’ottobre del 1935 dichiara di avere conseguito il diploma di insegnante elementare presso il Regio Istituto Magistrale in Trento;  2.10.1938: “Ha l’obbligo di conseguire il grado di sottotenente di complemento in caso di mobilitazione”. Richiamato alle armi quello stesso mese.  Il 9 dicembre 1941 è chiamato alle armi ed assegnato al 61° reggimento di fanteria motorizzata;  Chiamato alle armi in più riprese, il 9 giugno 1943 è nominato sergente maggiore con anzianità;  Catturato il 9 settembre 1943 dalle truppe tedesche, si ripresenta al Distretto Militare di Trento in data 10 settembre 1945;  Nel 1956 è “iscritto nella rubrica provvisoria di emergenza, arma di fanteria, Distretto Militare di Trento”;  Collocato in congedo assoluto in data 31 agosto 1970.

IMIA

COSTA GIULIO

Nato a Costa di Vallarsa il 29 novembre 1921. Grado di scolarità: quinta elementare. Professione prevalente: contadino.

DALPIAZ ONORIO

Nato a Terres, in val di Non. Reduce di Russia, ha l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica per

le sue attività legate al volontariato e all’associazionismo.

DEGASPERI GUIDO

Nonostante le ricerche non è stato possibile finora reperire informazioni biografiche.

DEGIAMPIETRO CANDIDO

Riportiamo qui un curriculum vitae scritto da lui stesso nel maggio 2000 per l’Accademia roveretana degli Agiati, con qualche taglio e adattamento: Candido Degiampietro figlio di Valentino, maestro muratore e di Betta Maddalena, nato a Cavalese il 23 novembre 1910, frequentò la scuola elementare a Cavalese 1917/1921, il ginnasio vescovile I-III, Liceo ginnasio Prati IV, poi Istituto Magistrale Rosmini in Trento – Diplomato nel 1929. Insegnò a Luson (Bressanone) 1929-1930 poi Onies (Onach –Pusteria) 1930/1931. In ruolo in seguito a concorso a Luson. Ottobre 1931 – febbraio 1933 militare: scuola Allievi uff. alpini di Milano. Giugno 1932 – marzo 1933 S.Ten. al 9° Regg. Alpini a Tolmino. Torna all’insegnamento e nello stesso anno (1933) sposa Anna Steger, pure insegnante, nativa di Predoi (Valle Aurina). Primavera 1934, prima Commissario prefettizio poi Podestà di Luson. Settembre 1934 via dall’Alto Adige come tutti gli insegnanti trentini. In grazia della carica ricoperta ottiene di restare in provincia di Trento e insegna a Cembra. L’11 marzo 1942 è richiamato e assegnato all’11° Alpini – in cui resta fino al novembre poi passa al 6° Alpini Reggimento di marcia col grado di Capitano. Febbraio 1943, al comando della 634° Comp. Complementi alpini attiva in Slovenia. Nei seguenti combattimenti viene decorato con medaglia di bronzo. Dopo l’agosto 1943 rientrato in Alto Adige (Vipiteno). Prigioniero di guerra dopo l’8 settembre 1943 in Polonia. Poi (1944) in Sassonia presso Dresda. Primavera 1945 fugge dal Lager. Raggiunge le truppe americane nel maggio. Viene mandato a comandare il Lager per ex prigionieri e internati rimpatriandi (non solo Italiani ma anche Cechi, Ungheresi, Jugoslavi, Romeni) di Bad-Tölz Baviera) e poi di Monaco (Funk-Kaserne). Rimpatriato 10 luglio 1945 – Ospedale militare di Verona (ottobre 1945-aprile 1956).  Insegna poi a Cavalese fino al novembre 1967 poi pensionato.

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Dopo d’allora si dedica alla storia di Fiemme, facendo ricerche nel Trentino, in Italia e all’estero e pubblica i seguenti volumi: Storia di Fiemme e della Magnifica Comunità, Manfrini, Calliano 1972 – Cronache fiemmesi attraverso i secoli, Manfrini, Calliano 1975 – Le milizie locali fiemmesi dalle guerre napoleoniche alla fine della I guerra mondiale, Pezzini, Villalagarina, 1981 – Briciole di storia, di cronaca e momenti di vita fiemmese, Pezzini, Villalagarina, 1986 –  Fiabe, leggende e saghe fiemmesi, Pezzini, Villalagarina 1988 – Michele Gaismair e la rivolta dei contadini tirolesi tedeschi e italiani nel 1525, Artigianelli, Trento 1995 – Storia di Fiemme e della Magnifica Comunità, II ediz. Riveduta e ampliata, edita a cura della Magnifica Comunità di Fiemme, Cavalese 1997 – Pagine sparse e reminiscenze venatorie, Cadrobbi 1998. Nominato cavaliere della Repubblica nel giugno 1957.

DELAITI IVO

Nato a Rovereto il 17 marzo 1919. Laureato in Ingegneria (aveva fatto due anni di Politecnico a Milano prima della guerra; riprende gli studi nel primissimo dopoguerra conseguendo la laurea nel 1947; racconta che per andare a studiare nel capoluogo lombardo sfruttava il passaggio di un camionista che da Piazza Rosmini partiva quotidianamente per Milano. E’ stato dirigente di azienda e libero professionista (diresse anche i lavori di realizzazione della tratta ferroviaria Trento-Malé). Ha lavorato fino al 1980; a Rovereto ha esercitato la professione anche presso l’industria Bini. Curriculum militare: nel 1942 fa un corso di sergente a Merano; viene quindi inviato al “Gruppo Vicenza” 17a batteria. Il suo reparto finisce in Russia ma lui si salva finendo alla Scuola allievi ufficiali di Bra, in Piemonte. Esce con il grado di sottotenente e con questo grado viene fatto prigioniero dai tedeschi l’8 settembre 1943 E’ stato Presidente del Museo della guerra di Rovereto e presidente dell’ANEI di Rovereto. Delaiti Ivo di Casimiro, nato il 17 marzo 1919 (numero di matricola 5039), titolo di studio all’atto della visita di leva (1938) studente di terza liceo, residente a Rovereto. Soldato di leva nel 1938. Ottiene una serie di sospensioni della chiamata al servizio in quanto studente liceale e poi universitario;  Viene chiamato alle armi il 2.12.1941: “Tale nel corso preparatorio di addestramento presso il Deposito 2° Regg. Artigliera Alpina in Merano”;  Caporale (1.2.1942);  Il 15.4.1942 è aggregato al 2° reggimento di artiglieria alpina, btg. “Vicenza”, giunge in territorio dichiarato “in stato di guerra”;  Luglio 1942: “Cessa di essere mobilitato perché trasferito al Deposito in Merano in attesa dell’ammissione ai prossimi corsi A.U.C.”; sempre nel luglio ’42 si trova nella scuola A.U.C. di Brà quale aspirante allievo; stesso mese traferito in zona dichiarata in stato di guerra;  Ottobre 1942: è ancora allievo ufficiale di complemento;  Marzo 1943: nominato sottotenente di complemento presso il 2° Rgt. Di artiglieria alpina di Merano.finanzierideportati

DE PEDRI AGOSTINO

Nonostante le ricerche non è stato possibile acquisire informazioni, nemmeno quelle anagrafiche elementari.

DISERTORI ALESSANDRO

Nato a Vienna nel 1918, vivente, la sua vita è raccontata in una vasta autobiografia, Un interno mitteleuropeo, dopo. Dal risvolto di copertina: Sandro Dise (Alessandro Disertori) è nato a Vienna alla fine della Prima guerra mondiale. Trentino di padre e di madre giuliana, è cresciuto e ha studiato a Trento. Dopo la Laurea in Ingegneria idraulica all’’Università di Padova, ha partecipato alla costruzione di grossi lavori idroelettrici e stradali, di dighe, di aeroporti e di impianti industriali in Europa e, soprattutto, negli altri Continenti. Vedovo con due figli, ha vissuto sulla riva veneta del Lago di Garda. È stato un buon rocciatore e si dedica tuttora all’Alpinismo estivo ed invernale. I suoi hobbies:la Musica classica, la Letteratura e le Arti figurative in generale. Ufficiale delle Truppe alpine, è stato due anni prigioniero dei Tedeschi in Germania nell’ultimo conflitto. Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento). Disertori  Alessandro, nato il 24 luglio 1918 (numero di matricola 2618). Risulta nato a Trento e non a Vienna come indicato altrove. All’atto della visita militare (1938) era studente al primo anno in Ingegneria Altre annotazioni presenti sul foglio:  Dopo una serie di rinvii del servizio militare per ragioni di studio quale iscritto al secondo anno della facoltà di Ingegneria (1939) e al terzo anno sempre della facoltà di Ingegneria (1940), viene chiamato alle armi nel dicembre 1941, quando giunge in “territorio dichiarato in stato di guerra”;  Nominato caporale il 1.2.1942;  Sergente (1.4.1942);  Sempre nell’aprile del 1942 è aggregato alla Battaglione Misto del Genio nella divisione alpina “Julia”;  Il 16 ottobre 1942 è nominato allievo ufficiale di complemento;  Il 20 dicembre 1942 viene inviato in licenza straordinaria in attesa di essere nominato sottotenente di complemento.

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L’11 marzo 1943 è nominato sottotenente di complemento, arma Genio, nel 4° Rgt. Genio di Bolzano per il servizio di prima nomina;  Una nota: “Encomiato dal Generale di Corpo d’Armata Comandante della Difesa Territoriale di Milano perché incurante del pericolo al quale di esponeva si lanciava a nuoto in un fiume a corrente piuttosto forte in aiuto di un camerata che, impigliato in una fune, era caduto in acqua. Esempio di affettuoso cameratismo (Fiume Ticino, 24 settembre 1942)”.

DOFF SOTTA ALBINO

Albino Doff Sotta è nato ad Imer Primiero il 24 settembre 1920. E’ il quattordicesimo e ultimo figlio di Martino e Lucia Volcan. Chiamato al servizio militare nel 1939 fa la leva a Varna e Bressanone. E’ sul fronte francese nel 1940, poi in Albania e in Grecia. Appassionato in fotografia viene impiegato presso il Comando come fotografo e scenografo. Dopo l’8 settembre ‘43, dall’Albania è portato prigioniero in Germania dove rimane fino al settembre 45. Nel periodo della prigionia, a Oberhausen, lavora presso una fonderia e poi da “operaio civile”, presso una falegnameria. Facendo dei quadri ad olio e disegni a matita (anche ritratti) procura a sè e compagni del cibo in più. Alla fine della guerra riprende il lavoro di falegname insieme ai fratelli nella ditta di famiglia. Nel dicembre 1948 sposa [?] Pedrini, cugina di un commilitone. Dalla loro unione sono nati 6 figli. Oltre al lavoro continua a coltivare la passione per la pittura, la fotografia, la progettazione e la musica. Muore a 50 anni il 21 marzo 1971. Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento). Doff Sotta Albino, nato il 24 settembre 1920 (numero di matricola 10909), di Martino e di Volcan Lucia, professione falegname, livello di istruzione quinta elementare, residente a Primiero (Imer di Mezzano). Soldato di leva nel 1939. Altre annotazioni presenti sul foglio:  Nominato fante scelto il 24 maggio 1940;  L’11 giugno 1940 giunge in territorio dichiarato in stato di guerra (Francia);  Il 6 dicembre 1940 viene promosso caporale;  Il 24 dicembre 1940 giunge a Durazzo in Albania;  Il 9 agosto 1941 giunge a Lubiana;  Il 27 ottobre 1941 è ad Atene, nel 231° fanteria;  Il 1 aprile 1942 è nominato caporal maggiore;  Il 31 agosto 1942 viene rimpatriato con licenza speciale di 15 giorni + viaggio;  Il 12 maggio 1943 parte per la Grecia via terra e giunge ad Atene;  Il 7 giugno 1943 risulta ricoverato per malattia presso l’ospedale militare di Atene, da cui viene dimesso il 21 giugno;  Il 10 settembre 1943 viene fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in Germania.

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FAIT GIUSEPPE

Nato a Budejovice (Boemia) nel 1916. Muratore prima e dopo la guerra, anche con un’impresa edile di sua proprietà. Era nella fanfara dell’esercito, prima del 1943 si trova di stanza anche in Jugoslavia. Morto nel 1997.

FANIZZA FERRUCCIO

Nato a Cannobio (Novara), il primo agosto 1921. Dopo aver studiato al liceo classico di Udine e poi in quello di Messina, si è laureato in giurisprudenza a Messina (1947). Ha poi intrapreso carriera amministrativa: ha lavorato nelle sedi delle Prefetture di Brescia , Forli, Cremona e Trento dove ha concluso la carriera. E’ stato peraltro vicario e poi commissario del Governo a Trento. Ufficiale durante la seconda guerra mondiale, era a Rodi nell’Egeo quando fu fatto prigioniero dai tedeschi nel settembre 1943. Poi a Riva del Garda. Altri dati: la figlia è da anni stimata e preparata direttrice della Biblioteca civica di Riva del Garda.

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FEDRIZZI RENZO

Ufficiale, nato a Trento, nel 2003 era residente in via Zara, vedovo e senza figli. Rientrò dalla prigionia in Germania l’11 settembre 1945. Dopo la guerra è stato insegnante prima come supplente presso l’Istituto Agrario quindi presso un istituto tecnico industriale della città; in seguito ha seguito la carriera dirigenziale presso la pubblica amministrazione, sempre nel campo dell’ istruzione. Ricorda di avere dato alle fiamme il suo diario originale, appena rientrato dalla prigionia, per dolore, tristezza, disperazione di quanto vissuto.

FRANCH MASSIMO

Massimo Franch nasce il 9.3.1914 a Tachesnbach (Linenburg). Il padre, originario di Cloz, si era trasferito là per lavoro. La madre era ungherese. Torna nel 1918 a Cloz con la famiglia e prosegue negli studi ma frequenta solo le scuole commerciali presso una cugina in Friuli, in quanto nel 1927 muore il padre. Fino ad allora la famiglia aveva gestito una zona termale (bagni per cura di reumatismi) situata nel comune di Fondo (area oggi non più utilizzata). Dopo l’esperienza dell’internamento prosegue negli studi privatamente e consegue la laurea in Pedagogia a Roma. Attività lavorativa: nel dopoguerra è insegnante elementare in Alto Adige (a Merano, dove risiede con la famiglia) e poi in Trentino. Diventa quindi Ispettore Scolastico a Cles e anche in Alto Adige (conosce molto bene la lingua tedesca). E’ stato anche direttore delle scuole Verdi a Trento. Morto a Trento il 29 maggio 2005

GASPERINATTI MARCO

Nato a Trento nel 1918. Nel 2003 risiedeva in via delle Robinie a Trento (periferia meridionale della città, davanti alle caserme di viale Verona). ha fatto la guerra di Grecia, di Albania, di Montenegro, in Russia e due anni di prigionia in Germania come internato.

GIACOMOLLI FRANCESCO

Francesco Giacomolli è nato a Brentonico, il 14 luglio 1919. Figlio di Giovanni e di Busolli Fortunata. E’ vissuto nel suo paese, Saccone, salvo il periodo di emigrazione a Bolzano dal 1937 e la guerra. A Saccone è morto il 19 giugno 1945. Grado di scolarità: licenza elementare. Professione prevalente: contadino.

GIORDANI CARLO

Nato a Rovereto il 30 luglio 1913, studia presso l’Istituto Agrario di San Michele dal 1928 al 1931, dove consegue il diploma di perito agrario. Dal 1932 lavora presso diverse aziende agricole (abbiamo notizie della sua attività di amministratore d’azienda a Noventa di Piave per la famiglia De Zulian). Dal 1939 è militare. Nel 1941 è in Libia; nel 1942 in Grecia. Grado militare: caporalmaggiore nel 59° Reggimento d’Artiglieria “Cagliari”. L’8 settembre 1943 è internato in Germania, n. 119664 M. Stamlager Altingrabow. Lavora in uno zuccherificio e in una fabbrica di esplosivi fino alla liberazione. Il 14 luglio 1945 rientra in famiglia a Rovereto. Dal 1945 risiede a Rovereto, lavora però a Bologna dal 1947 e poi a Ferrara. Lavora per le Aziende Agrarie ad Ala, Rovereto e Mori dove è dal 1956 collaboratore alla direzione, dal 1958 direttore. Nel 1953 sposa Riccarda Fedriga. Nel 1973 è pensionato dal lavoro. Muore a Rovereto il 24 ottobre 1985. Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento). Giordani Carlo, nato il 30 luglio 1913 (numero di matricola 33513), di Giordani Giovanni e Peterlini Oliva (?), professione agente agrario, residente a Rovereto in via Paganini 13. Soldato di leva nel 1936. Altre annotazioni presenti sul foglio:  Viene richiamato alle armi il 13 marzo 1940;  Sbarca a Tripoli il 24 gennaio 1941 con il 4° Rgt. Artiglieria Contraerea 43° gruppo;  Ottiene grado di caporale (luglio 1941) e caporal maggiore (novembre 1941);  Partecipa da 24.1.1941 al 5.8.942 alle operazioni di guerra in Africa Settentrionale;  Trasferito presso il 59° Rgt. Artiglieria “Cagliari”;  Viene fatto prigioniero l’8.9.1943 fino al 8.5.1945;  Nel 1953 riceve croce al merito di guerra per internamento in Germania; Nel 1980 “è autorizzato a fregiarsi del distintivo d’onore di Volontario della Libertà istituito con decreto luogotenenziale 3.5.1945”.

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GOBBI LINO

Dalla quarta di copertina del suo libro autobiografico: Lino Gobbi è nato ad Arco il 9 febbraio 1921, primo di nove figli, da Mario Gobbi e Maria Angeli. Di stirpe contadina ancora oggi lavora la terra insieme al figlio Tarcisio. Durante la 2a Guerra Mondiale ha partecipato con la Divisione Julia alla funesta campagna di Russia. E’ uno dei pochissimi superstiti della rovinosa ritirata del Don, durante la quale morirono di stenti e di gelo migliaia di Alpini. Dopo aver prestato servizio militare in Slovenia, in Jugoslavia e, appunto, in Russia, è stato fatto prigioniero in seguito all’armistizio dell’8 settembre ’43 e condannato al carcere duro nel penitenziario di Butzbach, in Germania. Liberato dalle Truppe Alleate nel 1945, è ritornato ad Arco dopo mirabili e tragiche avventure, che egli racconta nelle sue memorie contenute in questo volume. Nel Dopo guerra si è dedicato con vigore e instancabile impegno alla Cooperazione, rivestendo per quattordici anni la carica di presidente della locale Cooperativa-contadini. Per ventitré anni è stato pure consigliere della Cassa Rurale di Arco, oggi Cassa Rurale di Arco-Garda Trentino. Per tre anni è stato capogruppo dell’A.N.A., di cui è ancora valido e stimato dirigente. Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento). Gobbi Lino, nato il 9 febbraio 1921 (numero di matricola 14326) ad Arco, figlio di Mario e di Angeli Maria, professione contadino, titolo di studio quinta elementare, residente (al tempo della visita di leva, 1940) ad Arco in Via Damiano Chiesa nr.3. Soldato di leva nel 1940. Altre annotazioni presenti sul foglio:  Richiamato alle armi in data 21 gennaio 1941;  Caporale (15.8.1941);  In data 30.1.1942 aggregato al Centro Addestramento AA.CC.AA. in Rivoli Veronese;  Il 3 gennaio 1943 parte per la Russia con il Corpo di Spedizione italiano (nel caso specifico: 9° Btg. Complementi Alpini);  L’8 marzo 1943 viene rimpatriato e il 14 marzo 1943 transita al Brennero;  Prigioniero il 9 settembre 1943 e rientrato in Italia il 25 luglio 1945.

GRAZIOLI VITTORIO

Vittorio Grazioli era insegnante. Notizie biografiche più precise andranno ricostruite. Sappiamo solo la classe d’età cui appartiene (il 1920) e il grado, caporale, che sta scritto sui suoi documenti militari.

LAZZARONI OSVALDO

Nato a Passirano (BS) il 19 settembre 1906; morto a Brescia il 19 gennaio 1960. Coniugato con Zappa Maria Camilla a Brescia il 10 novembre 1935. Le sue carte documentano, tra l’altro, un’odissea di cure nel dopoguerra (tubercolosi).

LIBARDI DARIO

Dario Libardi, nato nel 1922 a Novaledo poi residente a Induno Olona (Varese). Libardi l’8 settembre 1943 si trovava in servizio in Italia, a Firenze; una volta fatto prigioniero venne trasferito il 15 settembre 1943 dalla stazione di Campo di Marte al campo di smistamento di Memmingen, da cui viene poi trasferito in diversi altri campi. Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento). Libardi Dario, nato il 29 luglio 1922 (numero di matricola 20075) a Novaledo, figlio di Fidenzio e di Leonardelli Angelina, professione impiegato, residente a Novaledo di Trento, in via Cesare Battisti 52, alla data della visita di leva (febbraio 1943). Altre annotazioni presenti sul foglio: Chiamato alle armi e giunto tale nel deposito del 7° reggimento di fanteria Milano il 19 maggio 1943;  L’8 settembre 1943 si trovava presso l’Istituto Geografico Militare di Firenze, dove viene catturato e portato in Germania; viene rimpatriato il 7 giugno 1945;  Distinzioni e servizi speciali: “disegnatore”.

LONGO NICOLO’

Dal 1935 fino al 1948, con alterne vicende, fu impegnato tra servizio militare, guerra e prigionia. Sposato dal 1953 con Diomira Marin di Mezzano, ebbe tre figli. E’ a uno di questi, Mariano, che si deve a tutta  evidenza l’iniziativa di pubblicare il piccolo volume autobiografico. Nicolò Longo ha lavorato come custode forestale del comune di Siror fino al 1976. Il testo è stato scritto tra il gennaio e il marzo del 1992. Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento). Longo Nicolò, nato il 3 ottobre 1914 (numero di matricola 36036) a Primiero, figlio di Nicolò e di Bancher (?), professione bracciante, titolo di studio quinta elementare, residente a Primiero Fraz, Siror. Soldato di leva nel 1934. Altre annotazioni presenti sul foglio:  Chiamato alle armi nel settembre 1935;  In congedo dal 1.7.1936;  Richiamato il 12.9.1939 nella compagnia di Sanità di Bolzano. In seguito: giunto in zona di guerra il 16 giugno 1940 (evidentemente si tratta del fronte francese);  Nel febbraio 1941 è sul fronte albanese (sbarca infatti a Valona il 9 febbraio 1941);  Nel dicembre 1942 è ricoverato nell’ospedale militare di Trento;  Il 24 gennaio 1943 sbarca nuovamente in Albania (Durazzo);  Nel luglio 1943 è ricoverato all’ospedale militare di Feltre;  Riceve delle decorazioni speciali per avere raccolto salme e aiutato feriti (“opere di misericordia”) sul fronte greco albanese;  Catturato il 9 settembre 1943 e rimasto prigioniero fino all’8.5.1945

LUCIANER DARIO

Dario Lucianer, nato in Aldeno, il 5 aprile 1923, residente a Rovereto. Nel dopoguerra ha svolto attività di panificatore e commerciante. E’ stato impegnato anche nella politica cittadina, come militante della Democrazia Cristiana.

MAESTRI ANTONIO

Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento). Antonio Maestri nacque il 26.5.1912 a Carisolo, professione arrotino e – all’epoca della visita militare – con titolo di studio di quinta elementare e residenza nel comune di Pinzolo. Soldato di leva nel 1932, viene dispensato dal compiere la ferma per statura inferiore a m.1,54. Viene tuttavia chiamato alle armi il 27 settembre 1935 e “tale nella 4 compagnia Sanità”. Nel 1936 viene congedato (stando al foglio maticolare non dovrebbe comunque in questi due anni essere stato inviato in zone dichiarate in stato di guerra). Viene richiamato alle armi per mobilitazione il 2 ottobre 1938 e giunge alla 4 Compagnia Sanità, ma subito ricollocato in congedo. Viene richiamato alle armi il 3 aprile 1939 e nuovamente assegnato alla 4 Compagnia di Sanità (Verona). Il 1 giugno 1940 si trova presso la quarta compagnia di Sanità a Bolzano; l’8 giugno è operativo presso la 641 esima compagnia Ospedale da Campo per la Divisione Alpina Pusteria: l’11 giugno si trova in territorio dichiarato in stato di guerra. Il 6 dicembre 1940 si imbarca per Brindisi e sbarca a Valona il giorno successivo. Fino al 23.4.1941 è operativo sul fronte greco albanese. Dal 17.7.1941 fino al 4.11.1941 è operativo in Balcania (territorio ex-jugoslavia); dal 30.3.1942 al 28.8.1942 sempre operativo in Balcania (territorio ex jugoslavo); dal 10.12.1942 fino al 21.7.1943 si trova mobilitato in Francia. Torna a casa in licenza e quindi si reca nuovamente in Francia (dove giunge il 9.8.1943), viene fatto prigioniero dai tedeschi l’8 settembre e si presenta al Distretto Militare di Trento in data 8 agosto 1945.

MANFREDI FERDINANDO

Da I campi dei soldati: “I genitori cui Fernando Manfredi spediva le sue lettere dai lager della Macedonia e della Croazia conoscevano bene, per esperienza diretta, la lontananza. Il padre Gregorio, soldato austroungarico sul fronte orientale dal dicembre 1914, era stato prigioniero dei russi. La madre Giuseppina Filippi, con quattro bambini, aveva trascorso la guerra profuga a Tabor, in Boemia, come molte altre operaie della grande Manifattura Tabacchi di Sacco. Alla partenza, nel maggio 1915, il figlio più grande, Ruggero, aveva pressappoco cinque anni, il più piccolo, Fernando appunto, aveva meno di sette mesi. Nelle pagine del diario di Giuseppina, concepito in forma di colloquio con il marito, è raccontata la storia interiore di quello sradicamento forzato (il testo è pubblicato nella collana Scritture di guerra, 4, a cura di Q. Antonelli, D. Leoni, M.B. Marzani, G. Pontalti, Museo storico in Trento e Museo storico italiano della guerra, Rovereto). Giuseppina e Gregorio difficilmente avrebbero potuto immaginare che la loro famiglia, riunita in patria dopo tanti anni di prova, sarebbe stata di nuovo dispersa, vent’anni dopo, da una guerra anch’essa produttrice di straordinarie lacerazioni. Il testo in cui Ferdinando ha raccontato la sua guerra si apre con la scena di una partenza classicamente dolorosa: “Vi immaginate il mio stato d’animo quando la mattina del 14 settembre del ’39, con la famosa cartolina rosa, stavo per partire per consegnarmi al Battaglione. Le mie quattro sorelle, la nonna e la mamma tutte che piangevano, potete immaginare con che stato d’animo sono partito”. E’ l’incipit di un testo affidato al registratore, di forte espressività orale, esaltata dalle inflessioni e dalle rotture della voce, dalle pause, da interiezioni e ripetizioni che riportate sulla carta rischiano di apparire ridondanze senza significato. Prodotta all’inizio degli anni ’90 nel contesto dell’Università della Terza età e del suo Laboratorio di storia, l’autobiografia di guerra di Manfredi si è poi tradotta nella prima parte di un piccolo libro, che ha assunto lo stesso titolo che l’autore aveva impresso alla bobina registrata: Da Sacco a Sacco. 1939, 40, 41, 42, 43, 44, 1945 (Rovereto 2001). Sette anni sono tanti ad elencarli di fila, figurarsi a viverli, vuol suggerire quel sottotitolo. Attraverso una serie di episodi, l’autore rievoca con efficace sintesi la sua vicenda militare. Particolarmente sofferta è la parte che rievoca la repressione della guerriglia partigiana in Jugoslavia. Dopo aver rievocato un rastrellamento in un villaggio nella zona di Knin, culminato nella fucilazione di una quindicina di civili, Manfredi sottolinea la difficoltà di testimoniare quel volto della guerra: “Ci sono delle cose che non si dovrebbero nemmeno raccontare… Ci sono stati degli atti eroici, ci sono stati dei soldati molto bravi che hanno fatto il loro dovere, però certe cose… certe cose non si dovrebbero nemmeno raccontare”. Non si tratta solo del disagio di raccontare le violenze inflitte dai nostri agli altri. Si tratta anche del pudore di fronte al carattere estremo di alcune delle sofferenze descritte. Analoghe parole (e simile commozione nella voce) accompagnano il racconto della morte di un compagno dell’internamento, a Velika Gorika in Croazia, coperto e divorato dai pidocchi. “E’ una cosa che non so nemmeno io se devo raccontare. Ma insomma bisogna anche dirla perché ha fatto tanta impressione. […] Certe cose… bisogna commuoversi a raccontarle”. Quella che prevale, infine, in Manfredi, è la volontà di comunicare la propria esperienza che caratterizza anche le lettere scritte a casa durante la prigionia, che ci appaiono insieme ingegnose e coraggiose nel tentativo di aggirare le censure e di superare le reticenze interiori. I due documenti, l’ autobiografia al registratore e il piccolo nucleo epistolare, si sovrappongono raramente, sul piano dei contenuti; piuttosto si integrano, la lettura di ciascuno dei due consente di intendere meglio l’altro. Sul piano dello stile, ci sono tratti comuni, che appartengono più in generale al personaggio: in particolare un frequente e sapiente ricorso all’ironia, la facilità della battuta. Manfredi non li ha persi, come non ha perso la passione per la musica che si intravede nelle lettere e che ne ha fatto per tutta la vita un immancabile frequentatore di concerti. Questa passione ha caratterizzato anche il suo ruolo in un centro di importanti tradizioni musicali come Sacco. Manfredi vi ha operato a lungo come istruttore e maestro di coro. Nella vita lavorativa è stato commesso di negozio e operaio di fabbrica. Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento). Manfredi Fernando, nato il 31 ottobre 1914 (numero di matricola 34520), figlio di Gregorio e di Filippi Giuseppina, titolo di studio settima elementare, residenza a Borgo Sacco in via Damiano Chiesa. Soldato di leva nel 1934. Altre annotazioni presenti sul foglio:  Chiamato alle armi nell’aprile 1936;  Soldato scelto (10.6.1936) e caporale (1.8.1936).  Richiamato alle armi per istruzione l’8 settembre 1939.  Richiamato in guerra il 10 giugno 1940;  Inviato in licenza illimitata senza assegni il 10.3.1941 per avere due fratelli alle armi;  Rientrato al corpo il 12.5.1941;  Caporalmaggiore (25.9.1941);  Il 20 aprile 1942 “giunge in territorio dichiarato in stato di guerra”;  Il 14 settembre 1942 “partito dalla Dalmazia ed imbarcatosi a Cattaro”;  Sbarca a Bari il 15.9.1942;  Il 5 giugno 1943 è trasferito al 3° rgt. Fant. a Pirgos (Grecia). Internato in Germania dal 10.9.1943 fino al 11.5.1945.

MARTIGNONI ALESSANDRO

Nato a Canezza di Pergine, 18 aprile 1912. La famiglia si trasferì a Gardolo il 20 giugno 1929. Fece il panettiere e poi il meccanico di biciclette. Nel 1938 sposò Leopolda Tonelli, dalla quale ebbe tre figlie. Morì a Trento l’11 gennaio 2001. Dati dal foglio matricolare: Martignoni Alessandro nasce il 18.4.1912 a Canezza di Pergine; all’atto della visita di leva (1932) svolge professione di pristinaio ed ha titolo di studio di quinta elementare. Risiede a Gardolo. E’ figlio di Alessandro e di Leonardelli Fiorella. Nel settembre 1935 viene richiamato alle armi ed assegnato alla quarta compagnia di sussistenza; nel giugno 1936 viene mandato in licenza straordinaria illimitata in attesa di congedo. Viene collocato in congedo illimitato nel luglio 1936. Richiamato alle armi nell’ottobre 1938 e giunto nella quarta compagnia di sussistenza; ricollocato in congedo illimitato lo stesso mese. Richiamato alle armi il 24 giugno 1940: viene assegnato alla 106a squadra Panettieri ed inviato in zona di operazioni. Giunge a Brunico nel luglio 1940; parte per l’Albania il 30 novembre 1940, giunge a Valona il 4 dicembre. Nell’estate del 1941 si sposta da Berar a Durazzo, da Durazzo a Scutari e quindi da Scutari a Podgoriza nel Montenegro (dove giunge il 23 luglio 1941). Il 1 agosto 1942 parte da Podgoriza con destinazione Savnich (?), da dove riparte sempre nell’agosto 1942 per Cattaro. Da Cattaro, con la nave “Viminale”, giunge a Bari il 29 agosto 1942. Il 3 settembre 1942 si trova a Casellette di Torino. Il 13 novembre 1942 giunge in zona di guerra (Francia). Viene catturato dai tedeschi il 10 settembre 1943; si ripresenterà al distretto militarei di Trent il 17 settembre 1945. Presenti sul foglio matricolare diverse annotazioni a margine in riferimento a distintivi ricevuti durante la guerra.

MENEGUZ GIOVANNI

Primiero 1922-1981. Giornalista, poeta e commediografo. Nel 1976 ha pubblicato il libro di poesie in dialetto primierotto Vesin al larin. Nel 1982 è uscito postumo Primiero.

MOSNA PIO

Nato il 5 settembre 1920 a Trento, rimasto orfano della madre a cinque anni, trascorre l’infanzia in collegio fino alla fine delle scuole elementari. Ha un fratello (classe 1922) disperso in Russia. Parte militare il 15 marzo 1940. Ritorna dalla prigionia nel settembre del 1945. Nel 2003 risiedeva in via Rosmini a Trento.

MUCCI ALVARO

Alvaro Mucci, nato il 3 dicembre 1921 a Caldana di Grosseto, è morto a Rovereto l’11 maggio 1995. Il padre era sarto in Toscana, con 3 figli; fece domanda per diventare guardia carceraria e, ottenuto l’incarico, venne trasferito a Rovereto verso il 1933. Impiegato alle Poste e Telegrafi, Alvaro Mucci ha svolto anche un’apprezzata attività poetica.

MUSSI ADI BATTISTA

Sintetizziamo dall’introduzione al suo libro autobiografico, scritta dal figlio Danilo Mussi: “Nacque a Roncone nelle Giudicarie Interiori l’ultimo giorno dell’anno 1920 da Bortolo fu Giambattista “Rosso” Mussi e Croce Bibiana Bazzoli, entrambi di Roncone. Secondogenito prese lo stesso nome del fratello Adi che, nato nel 1918, morì nel 1920 all’età di soli due anni annegando nel torrente Adanà dove s’era avvicinato a giocare. Ebbe un altro fratello, Flemy (1925-1958) che perirà tragicamente in un incidente stradale in Svizzera, ed una sorella di nome Nelly (1923-1968). Trascorse l’infanzia e la prima gioventù nel natio paese. Allo scoppio degli eventi bellici riferiti alla seconda guerra mondiale venne arruolato come tutti i suoi coetanei e mandato a combattere. Dapprima arruolato nel Corpo dei Bersaglieri venne subito trasferito nel Reggimento Fanteria. Per quasi due anni, dal settembre del 1940 al settembre 1942 rimase sul fronte greco-albanese e su quello jugoslavo, poi al cadere delle ostilità su questi fronti fu spedito in Francia con un contingente di truppe d’occupazione, dove rimase per quasi un anno. L’8 settembre è in Francia. A tutti coloro che si trovavano in quel paese venne dato l’ordine di rientrare. Purtroppo non per tutti ciò fu possibile per la rapidità degli eventi. Anche Adi Battista Mussi, che si trovava in quel momento di stanza a Bormes, venne catturato dai tedeschi il giorno seguente e da quel momento iniziò per lui una lunga, travagliata inesorabile peregrinazione attraverso i Lager di Germania. Quando oramai disperava di poter ancora resistere alle privazioni e sofferenze fisiche e psicologiche di quella vita inaspettatamente fu liberato l’ 8 maggio del 1945 e poteva tornare seppure profondamente provato in patria al paese natale. Terminata la guerra si pose alla ricerca di un’ occupazione, ricerca che lo porterà, come capitò a molti altri suoi connazionali, oltre confine, nella vicina Svizzera dove trovò lavoro in una fabbrica. Conoscerà poi, sposandola successivamente, Pierina Guggiari. Alla nascita dei figli, dapprima Flemy, poi Danilo ed infine Willy, deciderà di tornare in Italia trasferendosi però dal paese di Roncone a Trento trovando lavoro dapprima come magazziniere, poi come usciere in questura ed infine impiegato presso il Commissariato di Trento. Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento). Mussi Adi Battista, nato il 31 marzo 1920 (numero 11731). Figlio di Bortolo e di Bazzoli Croce, titolo di studio terza elementare allo stato della visita di leva (1939). Il foglio contiene una lunga e puntale lista di informazioni, tra le principali si segnalano le seguenti:  Il 16 giugno 1940 giunse in territorio dichiarato in stato di guerra; appartenente al 207° reggimento di fanteria [trattasi del 207° reggimento fanteria “TARO”];  Il 19 novembre 1940 viene spedito in aereo in Albania da Brindisi;  Il 19 luglio 1941 si imbarca a Durazzo per la Dalmazia;  Il 20 luglio 1941 sbarca a Cattaro; partecipa alle operazioni in Balcania (“territorio ex jugoslavo”) sempre con la divisione “Taro”;  Il 19 novembre 1941 viene trasferito in Montenegro;  Il 14 agosto 1942 si imbarca a Cattaro per Bari;  Nel novembre 1942 finisce in Francia, dove viene catturato l’8 settembre 1943 e portato in Germania. Rimpatriato il 24 agosto 1915:a attribuzione di alcuni distintivi per la campagna di Albania e poi in Francia.

SERTG

MUSSI DOMENICO

Nato a Roncone il 23 marzo 1913, morì ivi il 16 ottobre 1990. Decorato per le operazioni A.O.I. 1935 – ’36. Decorato con croce al merito di guerra nel 1938 {Africa}. Presidente della locale Sezione “Ex Internati” di Roncone. Soldato di leva nell’aprile del ’34 – Battaglione Bassano Alpini 9° Reggimento Gorizia. Richiamato alle armi, nel Battaglione Trento, nel maggio’ ’35, viene imbarcato a Livorno il 5 gennaio 1936 per la campagna di guerra “Africa orientale”, dopo 15 mesi d’Africa, viene rimpatriato, da Massaua, nell’aprile 1937. Dopo l’Africa orientale, la Francia e nel marzo del 1941 l’Albania e la Grecia. Rispedito in Francia, viene fatto prigioniero dalle truppe tedesche. È il 12 settembre 1943. In Germania nel campo di Meiderich, inizia così la lunga e terribile prigionia. Liberato, ritorna a Roncone, dove può riabbracciare i suoi cari, il 16 agosto 1945. Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento. Mussi Domenico, nato il 23 marzo 1913 (numero di matricola 31689). Figlio di Luigi e di Bazzoli Catterina, professione contadino, titolo di studio quarta elementare. Residenza in frazione Fontanedo (?). Soldato di leva nel 1933.  Richiamato alle armi nel 1935 col Btg. “Trento” e inviato nella colonia di Eritrea. Richiamato alle armi nel 1938 con il Btg. Alpini “Val di Fassa”; in seguito partecipa alla guerra contro alla Francia;  In seguito è segnalata la sua partecipazione sul fronte albanese e in Jugoslavia (Btg. Val Natisone);  Viene segnalata un’ampia serie di decorazioni e medaglie commemorative ricevute durante la guerra (compresa una croce al merito di guerra);  Confermata la data di cattura (12.9.1943) e il suo rientro in Italia (o meglio “presentatosi al Distretto Militare di Trento”) in data 16 agosto 1945. Secondo la figlia Maria il manoscritto del libro “Lettere dai Lager” è andato perso; non esiste più in famiglia alcuna documentazione riguardante il padre.

ODORIZZI TULLIO

Tullio Odorizzi è nato a Cles il 20.2.1903. Compiuti nel 1924 gli studi di giurisprudenza all’Università di Padova, esercitò la professione di avvocato fino al 1935. Richiamato in quell’anno in servizio militare fu inviato in Somalia ove, a Mogadiscio, compì le funzioni di avvocato presso il Tribunale militare. Congedato nel 1937 poté riprendere a Trento la sua professione, ma per breve periodo perché nel 1940 fu nuovamente richiamato in servizio militare ed inviato in Albania, ove, nel 1943, subì le sorti della 9° Armata, di cui faceva parte, finendo nei Lager nazisti di Biala Podlaska, Sanbostel e Wietzendorf. Fu liberato dagli angloamericani nell’aprile del 1945. Rientrato a Trento, fu richiesto di assumere le funzioni di Sindaco, che esercitò fino al dicembre del 1948. Successivamente fu Presidente della Giunta Regionale nelle tre prime legislature (1949 – 1960). Fu poi designato Presidente del Consorzio di Credito per le Opere Pubbliche di Roma. Fu ancora consiglie regionale per altre due legislature. Raggiunti nel 1973 i limiti di età – prescritti per le presidenze di enti di credito pubblici – si trasferì nel settore privato della Cooperazione di credito di ispirazione cristiana e fu vice presidente dell’Istituto di Credito delle Casse Rurali ed Artigiane in Roma, ed in Trento, per dieci anni fu contemporaneamente presidente della Federazione dei Consorzi Cooperativi. Si è ritirato a vita privata nel 1983. Odorizzi Tullio nasce il 22 febbraio 1903 a Cles, da Felice e Dallagiacoma Teresa, di professione studente;  Nel 1923 è ammesso a ritardare in tempo di pace la sua presentazione sotto le armi come studente universitario;  Nel 1925 è lasciato in congedo illimitato in attesa dell’apertura del corso allievi ufficiali di complemento;  Il 1 settembre 1925 è allievo ufficiale a Bologna;  Il 15 dicembre 1925 è caporale;  Il 15 marzo 1926 è sergente;  L’8 giugno 1926 è inviato in licenza straordinaria in attesa della nomina a sottotenente di complemento; lo stesso mese è nominato sottotenente di complemento ed assegnato alla Direzione del Commissariato Militare di Verona per prestarvi il prescritto servizio di prima nomina.

OGNIBENI ALBERTO

Alberto Ognibeni, classe 1918, sottotenente degli alpini (battaglion Vestone), originario di Pieve Tesino. Reduce del Don, viene fatto prigioniero dai tedeschi l’8 settembre 1943. Aderisce alla RSI ma fugge al Brennero, unendosi in seguito al battaglione partigiano “Gherlenda” di cui comanda una compagnia col nome di battaglia “Leda” (maggiori informazioni nel volume di Giuseppe Sittoni, Uomini e fatti del Gherlenda. La resistenza nella Vasugana orientale e nel bellunese, Scurelle, 2005). Nel dopoguerra è preside di scuola a Borgo e poi a Strigno e a Castello Tesino. Il foglio matricolare, recuperato presso l’Archivio di Stato di Trento, è completamente vuoto (in bianco). Riporta solo l’intestazione “Ognibeni Alberto Mario” (numero di matricola 3504)”.

ORLANDI OTTAVIO

Nato a San Lorenzo in Banale il 27 febbraio 1912 e lì deceduto il 21 maggio 1995. Maestro elementare a Luson, Vermiglio, Bleggio, San Lorenzo in Banale. Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento). Orlandi Ottavio Giacomo, nato il 27 febbraio 1912 (numero di matricola 26303). Soldato di leva nel 1932. Altre annotazioni presenti sul foglio:  “Ha dichiarato di aver conseguito il diploma di abilitazione all’insegnamento elementare nell’autunno del 1932. Ha l’obbligo di frequentare il corso allievi ufficiali di complemento”.  “Lasciato in congedo illimitato in attesa dell’apertura dei corsi allievi ufficiali di complemento” (10 marzo 1933).  Allievo ufficiale di complemento nella scuola di Moncalieri, arma di Fanteria (9.11.1933);  Inviato in licenza illimitata in attesa della nomina al grado di sottotenente di complemento (2.6.1934);  Sottotenente di complemento nominato il 14 giugno 1934. Qui si fermano le informazioni riportate sul foglio matricolare.

PEDROTTI GIULIO

Nato a Bolognano di Arco il 17.4.1919 un mese dopo la morte del papà Giulio, Giulio Pedrotti ha passato i primi anni di vita a Bolognano presso i nonni materni perché la casa di Mori era stata distrutta. E’vissuto fino al matrimonio (1946) a Mori Vecchio e poi in località Daone presso il magazzino scorte della società Montecatini, alloggio di servizio, fino al 1982. Ha lavorato per 44 anni presso la società Montecatini (successivamente Montedison e Alumetal) come magazziniere, guadagnandosi la medaglia d’oro della Camera di Commercio, Industria e Artigianato per la fedeltà al lavoro. Impegnato nel sociale; è stato consigliere comunale, socio fondatore della sezione Combattenti e Reduci di Mori e del Dopolavoro di Mori Vecchio. E’membro della Federazione dei Cori del Trentino da circa 30 anni. Animatore e promotore delle attività ricreative dello stabilimento in cui lavorava, dedicò le sue migliori energie al Coro Alpino di cui fu socio fondatore e Presidente per 17 anni.

PELLEGRINI QUIRINO

Nato a Don nel 1916 e ivi morto il 29 settembre 1961, contadino. Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento). Pellegrini Quirino, nato il 20.9.1916 (numero di matricola 41766) di Fedele e Asson Fiorentina, titolo di studio quarta elementare; Soldato di leva nel 1937.  Chiamato alle armi nel 1938 e inviato al 13° reggimento Fanteria, Scuola Allievi Ufficiali di Complemento dell’Aquila;  Nominato caporale il 31.7.1938;  Nominato caporale maggiore il 24.8.1939;  Sergente (1.7.1940);  In territorio in stato di guerra (Francia) il 10.6.1940; esattamente dal 11.6.1940 fino al 25.6.1940;  Nel gennaio 1941 è in Albania; esattamente dal 12.1.1941 al 23.4.1941 (fronte greco-albanese);  Sergente maggiore (luglio 1942);  Dal 18.11.1942 all’8.9.1943 impiegato in “Balcania” (territori greci ed albanesi), sempre con il 13° Rgt. Fanteria;  Prigioniero dei tedeschi dall’11.9.1943 all’8.5.1945.

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PERONI ELENO

Nato a Brentonico il 13 dicembre 1921, morto a Rovereto il 9 gennaio 1985. Residente a Crosano, il suo paese. Grado di scolarità: licenza elementare. Professione prevalente: agricoltore. Coniugato con Diva Bonomi (matrimonio del 10.12.1949 a Brentonico). Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento). Peroni Eleno, nato il 13 dicembre 1921 (numero di matricola 14152) a Brentonico, figlio di Bortolo e di Bertoni Teresa, professione calzolaio, titolo di studio quinta elementare, residente a Crosano di Brentonico. Soldato di leva nel 1940. Chiamato alle armi l’8 gennaio 1941 nel 17° reggimento di fanteria “Silandro”;  Caporale (28.8.1941);  Giunge in territorio dichiarato in stato di guerra il 26 agosto 1941;  Il 10 settembre 1941 parte per l’Albiania imbarcandosi a Brindisi;  Il 12 settembre sbarca ad Argostoli;  Il 28 aprile 1943 viene imbarcato a Corfù per l’Italia; il 29 aprile 1943 sbarca a Brindisi;  Il 30 giugno 1943 risulta ricoverato presso l’ospedale militare di Brindisi; Fatto prigioniero dai tedeschi a Salonicco (Grecia) il 3 (?) settembre 1943 e arrivato a Rovereto il 13 settembre 1945.

PIZZINI LUIGI

Pizzini Luigi era nato il 6 ottobre 1911 a Castellano. Sposato con Valeria, da cui ebbe due figli, aveva 5 fratelli. Rimase a Castellano fino a 19 anni, dopodichè si trasferì a Bologna dove iniziò a fare l’apprendista elettricista. Con la crisi del 1929 e la conseguente riduzione dei posti di lavoro venne licenziato. Un fratello maggiore (classe 1903) era già carabiniere; fu per questo che decise di arruolarsi nei Carabinieri (verso il 1930). Tornato dalla prigionia in Germania è diventato maresciallo ma, a causa dei postumi di una dura gastrite causata dall’internamento, nel 1951 venne congedato. Dal 1951 al 1961 ha lavorato presso alcune aziende di Como; nel 1961 gli venne un’ulcera perforante che lo costrinse ad abbandonare il lavoro. Dal 1961 al 1967 visse ad Isera, quindi a Verona; quindi il ritorno a Castellano nel 1970 dove rimane fino alla morte (19 settembre 1995). Trascorse i suoi ultimi anni dedicandosi alla campagna e alla pittura naif (fece molte esposizioni).

PIZZINI PASQUALE

Nato a Roncone nelle Giudicarie nel 1912, Pasquale Pizzini è morto il 12 agosto 2002. Aveva conseguita nel 1932 l’abilitazione magistrale. Entrò subito nei ruoli della scuola elementare, prima come maestro, poi, conseguita la laurea in lettere moderne nell’Università di Padova, come direttore didattico (a Borgo, Pergine e Civezzano). Venne collocato a riposo nel 1971. Appassionato studioso di storia locale, diresse per 18 anni la rivista “Studi Trentini di Scienze Storiche”. Nato il 7.4.12 a Roncone, all’atto della visita militare (1932) era studente con diploma di maturità classico. Nel 1935 viene messo in congedo provvisorio in quanto ammesso al corso allievi ufficiali di complemento presso la scuola di Bassano del Grappa (Arma Bersaglieri). Giunge presso questa scuola il 31 maggio 1936. Il 1 settembre 1936 viene nominato allievo ufficiale di complemento; nel 1937 viene nominato aspirante ufficiale di complemento arma di fanteria e assegnato al 7° reggimento Bersaglieri per prestarvi il servizio di prima nomina. Qui si ferma il foglio matricolare in quanto trattasi di un ufficiale. Tra i suoi scritti sull’internamento, Dai lager nazisti tornavano 10 anni fa, in “Alto Adige”, 8 maggio 1955.

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POLI LINO

Nato a Ravazzone di Mori nel 1922,  Lino Poli è stato agricoltore come i suoi genitori.

RAFFAELLI GIORGIO

Nato a Merano nel 1921, dove il padre era commerciante di legnami, visse a Sacco (Rovereto) dal 1924. Frequentò il Ginnasio-liceo di Rovereto, si iscrisse poi all’Università Cattolica, dove scelse studi letterari. Nel dopoguerra, dopo la laurea, diresse l’azienda famigliare. Morì a Milano il 24 luglio 1988. Abbiamo su di lui una ricchissima documentazione biografica e fotografica. Giorgio Raffaelli, nato il 1 luglio 1921 (numero di matricola 13836) a Maia Bassa, figlio di Giulio e di Tovazzi Assunta, residente a Rovereto in via Dante nr. 18. Soldato di leva nel 1940. Altre annotazioni presenti sul foglio:  Si presenta alla visita di leva il 10 febbraio 1940;  In data 14 gennaio 1941 viene ammesso al ritardo del servizio militare per ragioni di studio quale iscritto al primo anno della facoltà di Lettere e Filosofia;  Richiamato alle armi il 27 febbraio 1941;  Il 27 febbraio 1941 viene ricoverato presso l’ospedale militare di Trento;  Dimesso ed inviato in convalescenza per due mesi (con proroga delle licenze fino al 31 maggio 1941);  Dal 16 giugno 1941 al 5 dicembre 1941 viene lasciato in congedo provvisorio con l’obbligo di rispondere alla chiamata alle armi. Il 6 dicembre 1941 è arruolato nel Deposito del 232° Reggimento di Fanteria a Bolzano; nella stessa data è ammesso al corso di addestramento preparatorio ai corsi AUC;  L’11 dicembre 1941 viene aggregato al 14° settore di copertura in Vipiteno per frequentare il suddetto corso;  Caporale in data 1.2.1942;  Sergente in data 1.4.1942;  Il 1 aprile 1942 è comandato presso il 15° Battaglione di Istruzione in Pietra Ligure;

 Nel luglio 1942 viene ammesso al corso AUC e tale nella scuola di Spoleto, arma fanteria, quale aspirante allievo;  Il 15 ottobre 1942 è allievo ufficiale di complemento;  Il 20 dicembre 1942 è inviato in licenza illimitata senza assegni in attesa della nomina al grado di sottotenente di complemento;  Nominato sottotenente di complemento arma di fanteria l’11 marzo 1943.  Sul f.m. non vengo riportati altri dati e nulla in riferimento all’esperienza dell’internamento. Pare di potere dedurre dal foglio matricolare che il Raffaelli – salvo possano emergere nuove informazioni sul periodo 11 marzo – 8 settembre 1943 – non sia mai stato direttamente mobilitato in territorio dichiarato in stato di guerra.

Predil (7)

RINALDI FLAVIO

Nato a Verona nel 1922, si trasferisce a Trento con la famiglia a tre anni. A Trento frequenta l’Istituto tecnico industriale. Il fatto di avere studiato bene la lingua tedesca gli consente di svolgere attività di interprete durante l’internamento in Germania (Wietzendorf). Nel dopoguerra è dirigente della Michelin di Trento. Nel 2003 abitava ancora a Trento in via Rosmini.

ROMANI ANTONIO

Antonio Romani, nato a Torbole il 24 dicembre 1923, contadino e operaio presso la pescicoltura a Torbole gestita dalla famiglia, fu chiamato alle armi il 7 gennaio 1943. Al momento dell’armistizio si trovava a Fiume dove, il 14 settembre, venne fatto prigioniero dai tedeschi e internato in Germania a Fürstenberg, a Kossen e infine, nel febbraio 1944, a Berlino.

ROSA’ NICOLO’

Nicolò Rosà è nato a Lizzana di Rovereto il 29.9.1921. Numero di matricola 13834. Figlio di Alfonso e Simoncelli Erminia, professione meccanico, titolo di studio quinta elementare, residente a Lizzana di Rovereto (in via Montello).  Soldato di leva il 10 febbraio 1940;  Chiamato alle armi il 22 gennaio 1941 e inviato per istruzione a Bolzano (4° genio);  Catturato dai tedeschi e rientrato in Italia l’8 ottobre 1945.

TERZI MARZIALE

Nato a Borzago, comune di Spiazzo, il 25 luglio 1922. Padre Romano, madre Giuseppina. E’ il quarto di otto figli. La madre muore nel 1956. Ancora ragazzo lavora in campagna col padre e con i fratelli. Chiamato alle armi dal gennaio del ’42 al giugno dello stesso anno è arruolato nella I Compagnia del Battaglione Bolzano, 11° Reggimento, Divisione Julia. Dal settembre ’43 al settembre ’45 prigioniero in Germania. Nell’agosto del ’46 parte per la Svizzera a lavorare come contadino, vi si trattiene sette anni e ne ritorna malato di artrite e sofferente di dolori reumatici. Ammogliato dal 1951, ha un figlio perito forestale. Rientrato in patria, esercita la professione di falegname, muratore e lavora come fuochino notturno presso un’industria di legnami, nel comune di nascita. Terzi Marziale, nato il 25 luglio 1922 (numero di matricola 19738) a Spiazzo, figlio di Romano e di Cattani Giuseppina, professione panettiere, titolo di studio quinta elementare, residente a Spiazzo. Soldato di leva nel 1941. Altre annotazioni presenti sul foglio: chiamato alle armi e giunto il 17 gennaio 1942;  Il 18 gennaio è operativo presso il Magazzino Btg. Alpini “Bolzano” presso il Btg. Bolzano di Bassano.  Parte per la Russia il 2 gennaio 1943;  Giunge in territorio dichiarato in stato di guerra il 3 gennaio 1943;  Viene rimpatriato in Italia il 14 marzo 1943 e messo nel campo contumaciale di Brunico il 20 marzo 1943;  Il 15 agosto 1943 è nell’11° reggimento Alpini a Trento;  Catturato l’8 settembre, si presenta al distretto militare di Trento il 10 settembre 1945.

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TOMASI FRANCESCO

Nonostante ripetute ricerche anagrafiche non è stato possibile ricostruire la biografia del Tomasi.

TURRINI MARIO

Nasce nel 1914 a Arco, da Davide, contadino, e da Arcangela Marchiori. Davide è richiamato alle armi nell’agosto del 1914, poco dopo la nascita del quarto figlioletto. Dopo l’intervento italiano, Arcangela e i bambini lasciano Arco per trasferirsi, profughi coatti, in Moravia. Il padre, prigioniero in Siberia, tornerà solo nell’aprile 1920, per morire pochi mesi dopo di tifo (come uno dei figli). Arcangela rimane sola con tre figli, per mantenere la famiglia fa la lavandaia. Mario tuttavia è avviato agli studi, frequenta l’Istituto Magistrale, diplomandosi maestro a Rovereto nel 1935. Viene poi il servizio militare, come ufficiale di complemento. Nel 1937-38 fa le prime supplenze. Il sottotenente Mario Turrini viene richiamato per un corso d’addestramento, nel 1939, poi continua ad insegnare. La cartolina arriva il 3 dicembre 1940. Il 27 dicembre sbarca a Durazzo, in Albania. Dal giugno 1941, la Grecia (da lì scrive corrispondenze molto interessanti a “Vita Trentina”). Ed è ancora in Grecia, a Larissa, che viene fatto prigioniero. Il lunghissimo trasferimento porta il suo convoglio di ufficiali a Kaisersteinbruck presso Vienna. Trasferimento a Leopoli dove rimane fino all’11 gennaio 1944. Poi a Wietzendorf. E lì rimane fino alla liberazione, aprile 1945. A casa però può tornare solo nell’agosto. “Vita Trentina” pubblica una sua corrispondenza al ritorno (ironico

titolo, “Ma che bela ciera ma che bela ciera” (8 novembre 1945). Nel 1946 si sposa con Celestina Monsorno, maestra a sua volta. Torna a fare il maestro. E’ consigliere comunale a Arco. Scrive occasionalmente per la stampa locale. Va in pensione nel 1975. Muore nel 1987.

VESCOVI REMO

Nato nel 1918 a Pomarolo, dove è stato maestro elementare per vent’anni nonché presidente per lungo tempo della locale sezione cacciatori (nel 2004 riceve il premio “Federcacciatore emerito”) e impegnato in politica nel paese. Risiede in Piazzetta Battisti a Pomarolo, coniugato ma senza figli.

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VIALLI VITTORIO

Vittorio Vialli nasce a Cles (Trento) il l° febbraio 1914. Si laurea a Pavia in scienze naturali e in seguito lavora come conservatore al Museo civico di Storia naturale di Milano. Nel 1961 vince la cattedra di Geologia e Paleontologia all’Università di Bologna dove ricoprirà anche la carica di direttore del Museo di Paleontologia Cappellini. In questo periodo sono parecchie le sue pubblicazioni scientifiche, tra cui le dispense del corso di Paleontologia ancora oggi in uso. Muore a Bologna il 5 febbraio 1983. La sua vicenda militare durante la seconda guerra mondiale inizia nel 1941, quando parte volontario per il fronte greco-albanese con il grado di tenente. È sorpreso dall’8 settembre 1943 a Istmia dove sta svolgendo la funzione di geologo del canale di Corinto per conto della marina militare italiana. Catturato dai tedeschi con i suoi commilitoni, viene deportato in vari campi di concentramento in Germania e in Polonia. Dati desunti da foglio matricolare (provenienza Archivio di Stato di Trento. Vialli Vittorio, nato a Cles il 1 febbraio 1914 (numero di matricola 36871), licenza liceale, studente universitario all’atto della stesura del foglio matricolare (1934). Soldato di leva nel 1934. Altre annotazioni presenti sul foglio: dichiara di avere preso la licenza liceale nel 1934;  Il foglio matricolare arriva fino al 1937 quando è nominato allievo ufficiale di complemento.

VICENTINI LINO

Lino Vicentini era nato nel 1916 a Pomarolo, da una famiglia di 14 figli. A parte il periodo del conflitto, trascorse la sua vita come contadino a Pomarolo. Celibe, fu una figura molto amata ed apprezzata nel paese. Si è spento dopo una breve malattia nel dicembre 2006 presso la clinica “Solatrix” di Rovereto.

VITALI GIULIANO

Classe 1924, trentino, nel 2007 risiedeva in via Marsala 71 a Trento.

ZALTIERI CARLO

Nato ad Asola di Mantova il 15 giugno 1922 ed abitante a Villazzano di Trento. All’età di undici anni e due giorni venne assunto come garzoncello presso una salumeria di Asola. Continuò a lavorare e dopo, venne mandato a Brescia in un’altra salumeria, sino alla chiamata di leva. Nel frattempo aveva fatto un corso di dattilografo, che poi gli venne comodo. Prestò servizio, come scritturale, presso vari Comandi di Corpo d’Armata e di Stazione. All’otto settembre 1943 venne fatto prigioniero al Brennero e subì l’internamento. All’inizio la prigionia fu molto dura, ma poi riuscì a fare il fornaio e fece anche il cuciniere. Malgrado questi ottimi posti di lavoro, arrivò fino al peso di 52 kg. Imparò il tedesco e assunse l’incarico di interprete presso un Arbeitskommando di 40 prigionieri. Un mese e mezzo prima della fine della guerra, scappò da Werdau/Sachs, una cittadina non lontano da Dresden, dove lavorava. Ripreso nei pressi di Kufstein, venne portato per tre giorni nella prigione presso la Gestapo di Innsbruck. Fuggì di nuovo e raggiunse, dopo molte vicissitudini, il suo paese ossia Asola di Mantova, per poi unirsi, al 23 aprile 1945, alla formazione locale dei partigiani delle Fiamme Verdi. Grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca riuscì a far lasciare le armi a diverse formazioni di soldati tedeschi. Venne preso come ostaggio e liberato grazie all’intervento dei partigiani. Terminò la guerra con gli alleati che, nel frattempo erano arrivati ad Asola. Esplicò l’attività di Agente di Commercio con attività in Italia, Germania ed Inghilterra e, nel 1943, ebbe il titolo di Maestro del Commercio e fu insignito dell’Aquila d’oro con Brillanti, la massima onorificenza per gli operatori del commercio. Si sposò. Rimase vedovo, si risposò ed ebbe sette figli. Scrisse racconti partecipando a vari concorsi. Venne premiato ed ebbe anche significativi riconoscimenti da parte di diversi Enti.

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ZAMBOTTI EDOARDO

Di Vermiglio in val di Sole, figlio di Teofilo. Morto nel 1997. L’8 settembre si trova come militare in Francia, a Gap, e lì viene fatto prigioniero. Scrive a casa dallo Stammlager XII, in Germania. Lavora presso una fabbrica di munizioni a Mussbach. Rientra in paese il 5 luglio 1945.

ZANIN GINO

Nato a Borgo Valsugana nel 1909, Luigi Gino Zanin si trasferisce a Bolzano per lavoro nella seconda metà degli anni ’30, con la moglie appena sposata (Eduina Targa, nata a Serrada). Insegnante di meccanica al corso di specializzazione militare, lì viene fatto prigioniero la notte tra l’8 e il 9 settembre. Viene internato nel lager di Steyr. Nel dopoguerra lavora come capo officina presso il Garage Alpe di Barchetti. Dichiarato invalido (e duramente provato nel fisico dalla prigionia) è assunto dalla S.T.E. presso la Centrale di Ponte Gardena. Muore a Bolzano nel 1987.

ZENINI DARIO

Non abbiamo dati biografici. Ipotizziamo in base al diario che si tratti di un giovane umbro, forse di Perugia. Morto in prigionia nel 1944.

ZOLLER LUIGI

Zoller Luigi è nato il 13 giugno 1920 a Brentonico. Licenza elementare, contadino di professione poi pensionato.

RELAZIONE, DENUNCE, INCHIESTE, INDAGINI …

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Museo Storico in Trento (Archivio Resistenza).

Per la qualità e ricchezza dei materiali conservati, ci soffermiamo su questo archivio. Il nucleo più significativo è costituito dalla relazione Andreatta e dai suoi allegati. Nel 1963 la direttrice del Museo, Bice Rizzi, informava l’ANEI di Trento che il dott. Nino Andreatta aveva donato una Relazione-Inchiesta sulla situazione degli Internati Militari in Germania. Una seconda nota della Rizzi (8 marzo 1963) fornisce importanti indicazioni sulla scarsa “fortuna” pubblica di questa documentazione: “il dott. Andreatta (…) mi esprimeva pochi giorni prima di morire la delusione amara provata per il nessun interesse prestato dalla “Repubblica Italiana” alle testimonianze che egli con altri raccolse onde poter portare sollievo ai superstiti [e] conforto alle famiglie”. La relazione è scritta a Gross Hesepe il 15 agosto 1945 e indirizzata a Presidente del Consiglio dei Ministri, Ministero della Guerra, Ministero dell’assistenza postbellica, Ministero degli Esteri a Roma. La commissione costituita nel campo di Gross Hesepe vede come testimoni, presenti al rilascio di ogni denuncia da parte di soldati e ufficiali, Nino Andreatta, Fernando Pedrotti, Carlo Scanziani. In essa sono raccolte molte testimonianze su “misfatti compiuti da militari e civili dell’ex Reich germanico ai danni di militari italiani che alla violenza nazi-fascista opposero una fedeltà al giuramento militare che non piegò nemmeno di fronte alla morte…”.

Tra esse la testimonianza del Capitano di complemento Zani Giuseppe circa la fucilazione di un centinaio di ufficiali italiani a Spalato per mano della Divisione SS “Prinz Eugen” il 1° ottobre 1943 perché “ritenuti colpevoli del passaggio di alcuni reparti in armi e di materiali ai patrioti slavi”. Seguono decine di denunce puntuali di omicidi di internati compiute dentro i lager del Terzo Reich, oltre a quotidiane violenze. In molti casi vengono riportati casi circostanziati nel dettaglio, che avrebbero richiesto la cattura e la condanna dei colpevoli. Un esempio fra i tanti è la testimonianza degli IMI Greco Biagio e Bottoni Ferruglio: “Nella fabbrica Metalwerk di Duren, un operaio tedesco provoca con un forte calcio nella schiena la caduta del fante Greco Biagio che afferrato nella morsa dei rulli compressori del laminatoio ha ambedue le mani stroncate. E’ salvato dal totale stritolamento per l’intervento di un operaio francese… Nel cantiere di Brennefarge per la costruzione di rifugi sottomarini, i dirigenti Linder e Colman sottopongono ad un regime di terrore i militari italiani. Chi non è in grado per la scarsa nutrizione di sollevare pesi rilevanti è ripetutamente colpito, talora fino a quando non cas[c]a tramortito”. Non poche vittime di tali persecuzioni devono essere ricoverate all’ospedale; tra queste il soldato Dalla Mea Livio, impazzito per i maltrattamenti subiti e deceduto al campo di Fullen il 17.5.1945.

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Molte le denunce specifiche di aziende tedesche che sfruttano in un vero e proprio rapporto di schiavitù gli IMI (p. es. la ditta Putzalaje di Dortmund a cui viene attribuita la responsabilità per la morte di 400 IMI su 600 presenti nel solo periodo 23 ottobre 1943 – gennaio 1944). La relazione di Nino Andreatta (che in quasi tutte le dichiarazioni e denunce compare come testimone – “Andreatta Beniamino fu Beniamino, maggiore art. compl., direttore società finanziaria trentina, domiciliato a Trento) sintetizza le corpose denunce raccolte e rinvia a tutta una serie di allegati con le denunce complete. Molti racconti sono riferiti al campo di Fullen.

ACCUSE PRECISE

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Relazione del Capitano di complemento Giuseppe Zane (o Zani?) fu Antonio da Gavardo (Brescia), del 4.8.1945. Dettagliata ricostruzione dell’eccidio di circa 45 ufficiali italiani in Croazia da parte delle SS (ottobre 1943). Relazione del sergente maggiore Ponzi Giuseppe domiciliato a Teduccio (NA) con denuncia dei crimini nazisti compiuti nel campo di Fullen. Dichiarazione del Col. Squazzini Alfredo residente in Gozzano (Novara), il quale segnala che a Corcia le truppe tedesche presero 5 ufficiali e 20 soldati e li massacrarono. Dichiarazione del tenente Luigi Lombardi inerente la fucilazione del fante Pucci Oreste alla stazione ferroviaria di Larissa. Dichiarazione del sergente Balconi Valentino fu Francesco di Stresa (Novara) circa l’omicidio del sergente Strada del comando Tappa di Salonicco ad opera di un sergente tedesco (fatto avvenuto il 21 settembre 1943). Dichiarazione del ten. col. Slaviero Aldo domiciliato a Quito (Repubblica Equador) circa la propaganda fascista effettuata dal generale Sisini nel campo di Deblin Irena.

Dichiarazione del ten. col. De Blasi Giuseppe di Brà circa la propaganda effettuata dal generale Cotturi, dal colonnello Carloni e altri in favore dell’adesione alla RSI degli internati a Czestochowska. Dichiarazione del Maggiore Viviano Giovanni di Chiaramonte (PZ) che riferisce delle violenze subite dagli 8.000 ufficiali presenti nel lager di Sandbostel, in particolare dell’omicidio del tenente Romeo Vincenzo di Siderno Marina (RC). Dichiarazione del capitano Pedrotti Fernando nato a Cavalese e domiciliato a Condino; testimonianza sull’omicidio del sottotenente di complemento degli alpini Sclarandi Renato di Torino da parte di una sentinella tedesca. Dichiarazione del maggiore Benacchio Tullio residente ad Asolo (Treviso), classe 1889, circa il tentato omicidio subito da parte di una sentinella tedesca vicino al campo di Gross Hesepe. Dichiarazione del tenente medico Leone Paolo residente a Novara, direttore del reparto italiano del kgs. Res. Lazzarett II di Leopoli dal 17 dicembre 1943 al 30 marzo 1944, circa le violenze subite da un malato (sten. Antonioli Edgardo di Domodossola) da parte di una sentinella tedesca nel presidio sanitario italiano di Leopoli. Citazione del pessimo trattamento sanitario e di altre violenze subite (in particolare dai malati di tbc). Dichiarazione del ten. col. Musti Fausto di Roma circa il furto dei bagagli di 220 ufficiali italiani durante il trasferimento da Treviri al campo di Biala Podlaska. Dichiarazione del ten. col. Angelo Polli di Milano, catturato il 9 settembre 1943 a Malles da un gruppo di tedeschi guidato dal gruppo di Schintlholzer; denuncia di furto di tutto il suo bagaglio da parte delle truppe germaniche. Dichiarazione del ten. col. Baiocco Federico di Genova circa la violenta perquisizione subita durante il trasferimento da Tschenstochau [sic] a Norimberga e relativo furto di beni personali. Dichiarazione del capitano di complemento Adorno Gaetano, classe 1884, di Catania, invalido, catturato a Salonicco nel settembre 1943, circa le violenze subite nei vari lager di transito (tra cui Fullen).

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Dichiarazione di quattro ufficiali italiani (Sabatini Diego, Torre Stefano, Vespignani Stefano, Mondino Giorgio) circa il testo delle dichiarazioni che gli ufficiali internati furono costretti a sottoscrivere per poter lavorare (formule di adesione). Dichiarazione del s.ten. Pessa Alcide di S.Giorgio di Rinchivalda (UD) circa quanto subito a Sandbostel da parte degli ufficiali farmacisti, costretti ad essere avviati al lavoro (anziché avere riconosciuta l’esenzione prevista dalla convenzione di Ginevra, come accadde a cappellani e medici).

Dichiarazione del sottotenente Reali Antonio di Barga (Lucca) circa le ripetute violenze subite dal fattore presso il quale era stato avviato al lavoro (località di Follen, zona di Esens, provincia di Witmund). Dichiarazione del sottotenente degli alpini Cortesi Lorenzo domiciliato a Borgo Santa Caterina (BG) circa la costrizione al lavoro di ufficiali italiani e i tentativi violenti di obbligarli alla sottoscrizione di contratti lavorativi (ditta M.A.N. di Norimberga, produzione di carri armati e poi sul fronte occidentale in territorio belga agli ordini della Todt). Dichiarazione di Biagio Greco domiciliato a S.Giovanni in Fiore (Cosenza), già impiegato dai tedeschi presso la ditta Metalwerk di Duren sul Reno. Denuncia il fatto che un operaio tedesco lo gettò con un calcio nei rulli compresso destinati alla lavorazione dell’alluminio (entrambe le mani amputate). Dichiarazione del sergente Torchi Vincenzo, che cita nomi di civili tedeschi resisi responsabili di crimini contro prigionieri italiani a Brennenfarge (cita anche la morte del soldato Livio Dalla Mea, impazzito per i maltrattamenti subiti).

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Dichiarazione dei soldati Luigi Di Doné e Nardantonio Riccardo circa violenze subite nel lager di Brennenfange (sul fiume Weser). Riferiscono anche la “sepoltura da vivo” di un prigioniero di nome Franceschini. Dichiarazione del sergente Balconi Valentino di Stresa, circa il pessimo trattamento subito nonostante avesse avuto l’amputazione di alcune dita della mano. Dichiarazione del caporale Ricciardi Salvatore circa i trattamenti subiti dai soldati italiani nel campo di Rendersburg (a circa 20 km. da Kiel), compreso il barbaro linciaggio di almeno un paio di internati, cui segue la morte degli stessi. E con addebiti precisi di responsabilità per ufficiali e sotto ufficiali incaricati della gestione di questo campo.

Dichiarazione del caporal maggiore Malnati Ugo di Bizzozzero (Varese) che riferisce di quanto subito durante l’attività lavorativa cui fu costretto presso la ditta Humbold (Humboldt?) di Colonia; ha la mano destra e le dita del piede sinistro amputate a causa di un infortunio. Riferisce delle pesanti violenze subite da civili locali incaricati di scortare gli italiani lungo il tragitto. Casi di violenze da cui deriva la morte di un internato, casi di follia a conseguenza di violenze subite. Dichiazione del soldato Notarangelo Carlo (o Carmine) di Copello (CH) che riferisce delle violenze subite dagli italiani durante il lavoro nella ditta Putzalaie in Dortmund. Riferisce di avere visto morire di fame e di freddo 400 suoi compagni. Descrizione delle violenze personalmente subite il giorno di Natale del 1943. Dichiarazione dell’artigliere Novello Attilio di Buia (Udine), già lavoratore presso la ditta Krupp in Renhaus (produzione di binari ferroviari). Violenze subite, trattamento alimentare scarsissimo, situazione “bestiale” nel campo di Fullen. Dichiarazione del soldato Ridolfo Giocondo di Montelabate (Pesaro), impegnato nella fabbrica Ford di Colonia. Riferisce delle violenze subite da lui e dai suoi compagni dentro questo stabilimento (anche il caso di un suicidio per esaurimento).

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Dichiarazione del Caporale Maggiore Acerbis Giovanni di Selvino (Bergamo) di anni 25. Entrambe le braccia mutilate. Si trovava nel campo sud nr. 1231 di Essen. La sua invalidità è stata causata da un bombardamento alleato; gli internati venivano rinchiusi a forza nelle baracche e dunque non potevano fuggire nei ricoveri anti aerei (nello stesso bombardamento in cui rimase gravemente ferito l’Acerbis, morirono 30 suoi compagni). Dichiarazione del soldato Bianco Pantaleo di Caporie (VI) che riferisce del lavoro per 14 ore in miniera ad Essen (internati costretti sotto la minaccia di mitragliatrici tedesche). Dichiarazione dell’artigliere Fedeli Giuseppe di Maresca (PT) che riferisce dei maltrattamenti subiti nel campo di Acquisgrana, in particolare per ferite inferte da cani aizzati contro i prigionieri italiani rei di furto di rape. In particolare riferisce di essere rimasto con la spina dorsale fratturata in fondo a una miniera per 9 ore (abbandonato in una galleria).

Dichiarazione del soldato Urbano Vito di Trigiano (Bari), già internato presso il campo di Polsum. Riferisce di essere stato buttato sotto un carrello di materiale in corsa da una sentinella tedesca e di avere subito profonde ferite agli arti inferiori. Dichiarazione del fante Carrieri Gino di Grottaglie (TA) inerente la situazione degli IMI nel campo di Bileford. Descrizione dettagliata di violenze, cui seguirono tentativi di suicidio. Riferisce del ‘collaborazionismo’ con i tedeschi di un maresciallo dei carabinieri. Dichiarazione del soldato Cariddi Francesco domiciliato a Reggio Calabria, amputato della coscia sinistra, già costretto al lavoro presso la Ford di Colonia. Ferito a freddo con un colpo di pistola alla coscia da un poliziotto in servizio nella fabbrica perché il Cariddi non aveva compreso l’ordine in tedesco.

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Dichiarazione dell’artigliere Mallerni Vincenzo di Modica Alta (Ragusa) internato a Dalum (vicino a Meppen) presso la ditta Grossdeutsche Schachtbau. Il capo operai della ditta rinvia le cure di una ferita alla mano del Mallerni; tale ferita non curata per 4 giorni provoca l’inabilità della mano. Dichiarazione degli artiglieri Della Valle Salvatore di Toricelle (Benevento) e di Sordino Pasquale di S. Lorenzello (provincia?). Avviati al lavoro nel novembre 1943 presso una miniera di carbone sita nel paese di Botropoli (?) nella valle del Reno a una trentina di chilometri dal confine olandese in gallerie alte 1,5 metri e larghe altrettanto. Violenze subite durante il lavoro. Dichiarazione dell’artigliere Driussi Ottaviano di Sesto San Giovanni. Saldatore nella fabbrica di aerei Dornier e poi una miniera di carbone presso Hamen (Bergenbrecher). Descrizione di violenze subite da lui e compagni.

Dichiarazione dell’artigliere Driussi Ottaviano sul pessimo trattamento sanitario subito durante ricovero nel reparto chirurgia di Fullen. Dichiarazione del bersagliere Bellomin Giovanni domiciliato ad Asola (MN). Internato nel settembre 1944 in Lorena (località Vallette) e impiegato nella costruzione di opere difensive. Descrizione dell’omicidio di Bianchi Rodolfo di Marmirolo (MN). Descrizione dell’omicidio di un altro soldato italiano a Saargemuende. Descrizione di altre violenze da cui scaturì in seguito la morte delle vittime. Dichiarazione del brigadiere dei carabinieri Russo Vincenzo di S.Filippo del Mela (Messina) circa la morte del soldato Tosi Guerrino della provincia di Forlì durante un mitragliamento alleato (il fatto si svolse a ‘Papenburgo’). Dichiarazione dell’alpino Ruggero Qualia di San Giovanni Polcenigo; internato e avviato al lavoro presso la ditta Rodolfo Cramer presso Halfer in Westfalia, come operaio addetto alla pressa. Dopo essersi prodotto infezione viene ricoverato. Denuncia il trattamento bestiale riservato agli italiani dal sergente tedesco comandante il Lager (Campo di Lavoro 149). Dichiarazione del caporale Ricciardi Salvatore residente a Marano (NA) circa il collaborazionismo del capitano medico Voci Antonino di S.Andrea Ionio (Catanzaro), il quale avrebbe avuto un atteggiamento particolarmente feroce nei confronti degli ammalati italiani (a punto tale che venne ‘frenato’ in taluni casi dagli stessi ufficiali medici tedeschi).

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Dichiarazione del militare Viviani Bruno di Rosignano Marittimo (LI) , fatto prigioniero a Belgrado l’8 settembre 1943 e di seguito trasportato a Wietzendorf e quindi a Brema, avviato al lavoro presso la ditta “Havemaio” che aveva in appalto la pulitura del porto di Brema. Trasferito in seguito a Bethen di Berne (60 km. da Brema) qui subisce violenze (in particolare è costretto insieme ai suoi compagni a sottoscrivere lettere propagandistiche dirette verso l’Italia).

Seguono numerose altre dichiarazioni con testimonianze di soldati e ufficiali che ricostruiscono violenze, omicidi, furti facendo i nomi (talvolta indicandone anche l’indirizzo) di molti soldati e civili tedeschi. Segue una lista con 111 nomi di internati di Gross Hesepe, nomi delle ditte presso le quali erano impiegati, numero dell’Arbeitskommando, descrizione della violenza subita. Statistiche compilate da alcuni ufficiali medici internati per documentare i decessi mensili nel campo di Fullen. Tra gli altri materiali conservati presso il Museo storico si segnalano tre disegni del periodo di  prigionia di Bruno Betta (solo 2 presenti nella busta, per il terzo è scritto “1 esposto maggio 1987…”). I due disegni presenti attualmente sono: “In treno da Beniaminovo a Sandbostel 1 aprile 1944” e “Deblin sera di Natale 1943”, matita e china. C’è inoltre una collezione quasi completa de “La Voce della Patria” (giornale per gli Internati edito dal fascismo repubblicano, sede in Margaretenstrasse 15 a Berlino, direttore Guido Tonella).

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