IL TRENTINO NEL RISORGIMENTO – 4

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a cura di Cornelio Galas

Quarta puntata sul Risorgimento in Trentino. Dopo i primi scontri – non a livello dei moti di altre città italiane – e le prime reazioni, arriviamo alle prime battaglie. Parleremo questa volta di incursioni disorganizzate da parte dei cosiddetti “corpi franchi”. Senza viveri e senza munizioni. Poi dell’accoglienza ai liberatori : i governi provvisori. Dei combattimenti alle Sarche e a Castel Toblino. E ancora, della spedizione in val di Sole. Altri sottotitoli: l’avvilimento dei volontari, gli scontri al Linfano e al Varone, scaramucce e fucilazioni in vai di Ledro. Per finire con i primi trentini eletti al parlamento germanico e la domanda di “svincolo” dalla Confederazione germanica.

Allego anche questa volta un video didattico riferito al periodo storico preso in esame.

IL VIDEO

Le condizioni dello spirito pubblico del Trentino in quei giorni (vedi parte finale della terza puntata) non potrebbero più fedelmente esser ritratte che nelle due lettere inedite che riproduco integralmente. Esse sono indirizzate dall’avv. Alfonso Ciolli di Samoclevo (Val di Sole) al dott. Prospero Marchetti, addetto allora in qualità di segretario al governo provvisorio di Milano: entrambi ardentissimi patrioti.

PROSPERO MARCHETTI

PROSPERO MARCHETTI

La prima porta la data di Trento 5 aprile:

“Carissimo,

Ti scrivo da Trento dove arrivai Lunedi 3 (aprile) a mezzogiorno. A Rovereto non mi trattenni, perché non spirava buona aria! vi sono radici profonde per l’antica dominazione, e quelle non si possono smuovere colle dolci; la bufera quando sarà scoppiata, le sradicherà, e lascerà, tracce vergognose. Qui v’ha del buono e del cattivo; animi ben disposti, menti tarde o troppo riflessive, spiriti entusiasti e pericolosi, figli coraggiosi, e paurosi; pochi, capaci di una risoluzione eminentemente italiana. Non è l’aristocrazia ch’ io presi a combattere (è una classe quella che si avvilisce col porla in dimenticanza) ma la volontà di alcuno posta a conflitto dal desiderio e dal timore di riuscire nella impresa. lo spero di esserci riuscito. La maggior parte di questi cittadini, spaventata dalle notizie che arrivano, a bella posta esagerate dai nostri nemici, vive nel mondo ‘di fuori; non pensa alla patria che con orrore, e non pone mente ai modi di prevenire e di ovviare i mali che la minacciano. Da per tutto si predica vicina la ritirata dei Tedeschi per le nostre gole, e non si avvisa ai mezzi facili di impedirla: si presente prossimo un urto, e si sta colle mani alla cintola per aspettarlo. In questo stato di cose puoi credere quanto sia scoraggiato il mio animo, ma non mai avvilito al segno di lasciarmi imporre da questi conigli. Io convengo che l’aiuto di una forza esterna, e di truppa regolare sia l’ unico mezzo per dare la spinta: noi li aspettiamo questi angeli tutelari, e un mio buon conoscente che fu qui ieri (e che per salvarlo ho dovuto far ripartire poche ore dopo il suo arrivo, perché preso di mira dalla Polizia) m’ha promesso che l’avrebbe invocata al Governatore provvisorio di Brescia. Il nome di questo incognito lo domanda a Correnti; la sua iniziale è M …. i (Giuseppe Montanelli, il futuro triumviro del governo provvisorio toscano). Frattanto io ho disposto per la formazione del Gov°. provv°., al quale da nessuno si ci pensò: questa sera si terrà la congrega dei cospiratori, e spero di potere almeno preliminarmente combinare la cosa. Nella mia valle, e in quella vicina, ad un cenno saranno pronti: ma non abbiamo armi da fuoco a sufficienza. Questi signori si lasciarono scappare la bella occasione di ritirarle da Venezia, quando un buon patriota di là gliene avea fatta offerta: v’ha dell’ inerzia imperdonabile. Apostolo della santa causa io li ripresi acremente, e adesso si cerca rimediarvi. Questa sera aspettiamo da Brescia una risposta. E Milano, adesso ch’è libera, non potrebbe inviarci un sussidio di armi e munizioni? Il Comitato di guerra vanghi informato da te dello stato preciso del nostro paese, e implorane il braccio dei valorosi eroi della rivoluzione. Il Tirolo tedesco continua a rigettare le preghiere dell’ex. V. Rè di levarsi in massa: l’infame vorrebbe tradire anche quelli innocenti alpigiani. Essi riconoscono giusta la nostra causa, applaudono ai nostri sforzi,  ma in pari tempo dichiarano non volere essere sturbati. Uno scontro con quei carabinieri non sarebbe per noi vantaggioso, e per ora il nostro confine vogliamo segnarlo in quel punto dove la lingua diversa ce lo addita.

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Ieri 200 circa del reggimento Schwarzenberg, destinati a stanziare a Riva, furono obbligati a tornare a Roveredo, perché, posti nell’alternativa o di deporre le armi in mano alla guardia civica, o di esser ricevuti a suon di campane. È una musica che conoscono, e che temono più dei fischi delle palle. Oh, se a Riva vi fosse stato un uomo … ! era il  momento quello di formare il nuovo Municipio, e di dare l’esempio alla neghittosa Capitale. Qui abbiamo 700 militi all’incirca con due cannoni piccoli piantati al Castello. Un’ora fa arrivò l’ordine di preparare quartiere per una brigata intera che arriverà stasera o domani. Quest’annunzio mise lo spavento. Tutto lo stradale da qui a Verona è guardato, e induciamo, che lo si faccia per tenere aperta la strada ad una ritirata. Torresani  è arrivato qui questa mattina, e verso sera, mi si dice, partirà per Bolzano a ritroverò l’ex V. R.; le sue due figlie andranno a Cles. Io proposi una cosa ; ma che vuoi fare se non sono assecondato ? Io vorrei pure che il nostro paese avesse non l’ ultimo posto fra le glorie italiane: vorrei pure con qualche sacrificio lavargli quella macchia di cui li stessi suoi figli l’hanno contaminato. La nostra redenzione non la metto più in dubbio; ma vorrei che vi si avesse cooperato con maggior calore.

Ieri sera si udivano frequenti colpi di cannone stando sulle colline più elevate. Si vuole che partissero o da Peschiera o da Montichiari. Oggi nessuno ci schiarò questo dubbio: siamo qui, vicini al teatro delle grandi avventure, ma una notizia esatta non la si può avere. È arrivato ieri sera uno studente che parti da Gratz sabato mattina. Dice che il generale Nugent era ancora stanziato là, e che non pensava punto di scendere in Italia alla testa di 14 mila tedeschi. L’ indirizzo dei Croati e Dalmati, al gabinetto di Vienna deve avere fatta impressione sinistra; se dovessimo argomentare dalle staffette che passano qui in tutte le direzioni, dovremmo credere che gli affari si mettano bene. A Praga e in Ungheria si dice proclamata la Repubblica; i fondi a Vienna sono al 53. Questa sera aspetto tuo fratello e il Dottor Danielli. Ti prego di scrivermi, e di tenermi informato, come procedino le cose a Milano: dirigi le lettere per la via di Brescia, Salò, Gargnano, Riva, Trento, ferme in posta. Saluti ai conoscenti, amami e credimi. Il tuo affezionatissimo amico D …

Trento, 5 aprile ore 5 pom.

Forte Ampola quadro Museo Risorgimento Trento

La seconda lettera è parimenti indirizzata dal dott. Alfonso Ciolli al dott. Prospero Marchetti ed è scritta con tutta certezza dal paese natale del Ciolli, ossia da Samoclevo, non lungi da Malé e a 35 chilometri circa dal passo del Tonale. Non è che un séguito della prima:

Carissimo amico,

Di casa mia il giorno 9 aprile a mezzogiorno

Lasciai Trento ieri di mattina dopo aver presi i più interessanti concerti, ed aver gettate le basi del futuro governamento con tre amici della nostra causa. Abbiamo conchiuso e preparato tutto il da farsi quando l’ora sarà suonata, e il germe che per ora è seminato da noi tre, svilupperà germogli rigogliosi. Vi sono a Trento dei bene intenzionati, ma pochi capaci di una risoluzione magnanima, perché distratti da interessi particolari, da paure, da timori di pericoli, di compromissioni, etc. etc. A Trento non si aveano notizie dei fatti d’ Italia; si conchiudeva che lo stato degli austriaci fosse peggiorato di molto, perché la voce, che le cancellerie di guerra si fossero sciolte, e portate a Bolzano, avea avuto conferma. Difatti giovedí e venerdí il passaggio di carrozze con illustri personaggi, e di carri carichi di casse guardate da numerosa scorta, era piè frequente degli altri giorni. Il Consigliere commissario imperiale è ancora a Trento; la sua permanenza è un mistero a tutti: forse che lavori sott’acqua, e un mio amico, non so se per prudenza o per sentore, m’ ha consigliato ed obbligato a partirmi in fretta.

PARIDE CIOLLI

PARIDE CIOLLI

A Trento la Police m’avea già adocchiato, e più a lungo non era terreno per me. Adesso poi vi si aggiunse il corpo infame della defunta polizia, che, a quanto intesi, si fermerà a Trento. Il suo direttore è a Bolzano e macchinerà col resto di quella nefanda brigata, nuovi tranelli a danno del nostro Tirolo. Mais c’est trop tard; ai proclami di Ranieri non si crede più da questi buoni alpigiani; è una voce che non ha più simpatia. Questa notte arrivò un messo con un proclama dell’ex V. R. concepito ottimamente in nostro favore. Faceva presente a noi nelle buone e cattive circostanze sempre fedelissimi sudditi, di stare all’erta contro i nemici facinorosi della patria. Dice che numerosi corpi franchi muovono alla nostra volta, che il Re di Sardegna con un formidabile esercito (se non lo sapessimo!) occupa i più importanti posti della Lombardia, e che ha dichiarato di portare le sue bandiere al Brenner e al Finstermuntz, che queste legioni verranno a distruggere i nostri beni, a rapirci i figli, le mogli, li averi; che in vista di ciò si stia pronti a levarsi in massa, e ad abbattere quest’orgogliosa nazione.3 Ecco la vecchia politica della casa! Fu letto da tutti con disprezzo, colle risa, e con proponimenti di eroismo. Io ci feci pochi commenti sulla pubblica piazza, e capii che il popolo non ha bisogno di essere animato. Freme, ed è d’uopo contenerlo, onde nella circostanza sia più impetuoso. Era già prima del mio arrivo predisposta la maggior parte ai sentimenti italiani; il racconto dei fatti fa più impressione di quello sia leggergli sulle gazzette, ed io vi diedi quel colore di verità che ha persuaso, spero, anche i più ritrosi. Ieri sera concertai per formare anche qui un Corpo di volontari. Un complessivo di 400, compresi quelli dei dintorni, si potrebbe averli; ma manca il materiale, la mola che fa muovere questa ruota, che sarebbe scelta. Noi difettiamo qui di danaro assolutamente. Tu conosci le meschine rendite di questi paesi, il nessun commercio che ce ne porta, e i possidenti comodi si, ma non danarosi che qui vi sono. Se un ordine del Governo provvisorio di Milano garantisse le anticipazioni, qualche somma forse la potrei ritirare, ma come fare? Pensi tu di potervi provvedere, allora comunicami la tua idea. Io spero nell’arrivo dei Corpi-franchi, e sentirò le istruzioni che hanno.

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Questa mattina mi viene riferito che possano oggi passare la selva di Campiglio, e discendere a Dimaro e Malé. A buon conto dopo pranzo faccio una corsa a Malé per informarmi, e per vedere come le cose si mettano in quella vallata. I miei conoscenti me ne parlano bene di quei abitanti, e quelli che dirigono le faccende per quei paesi sono spiriti forti, ed hanno la parola profetica. Vi si associano anche i preti, e parlano con energia per la nostra causa. Insomma io non posso sperare che un trionfo: la mia missione ha fruttato molti, proseliti, e in mezzo ai pericoli, e alle persecuzioni (poiché la mia fermata di 5 giorni a Trento, il mio arrivo qui, le conferenze, le gite da un paese all’altro m’hanno già fatto prendere di mira) la mia anima non ha perduto lo spirito e il coraggio di questa santa impresa. Mercoledì avrei voluto essere di ritorno a Brescia, avea concertato coll’amico … a Padergnone per passare insieme a Riva, e recarci a Brescia ad eccitare la spedizione della truppa regolare. Domani e dopo mi fermo sicuramente a casa, e l’arrivo di qualche corpo a Trento mi verrà comunicato per staffetta telegrafica, cosicché io possa recarmivi tosto. Intanto qui proveggo e comunico colle valli di Sole e Val Camonica, da dove ci lusinghiamo vedere spuntare la crociata che ci porta l’Indipendenza: io ti spedisco questa per mezzo di un messo fino a Ponte di Legno: di là corre la posta, e venerdi alla più lunga l’avrai. Tu sii pronto a rispondermi di concerto a quanto ti scrivo ora, ed alle altre 4 lettere alle quali non vidi ancora riscontro. Informami di quanto è accaduto dopo la mia partenza a Milano, e suggeriscimi tutto ciò che può interessare ch’io sappia. Dirigi la lettera al mio indirizzo, al mio paese … facci una sopra coperta coll’ indirizzo al Sig. Giovanni Brichetti, per Bergamo-Ponte di Legno-Val Camonica. Questo ha le istruzioni per ricevere tutte le lettere, e per le ulteriori spedizioni. Quand’anche io non fossi qui quando arriva la tua lettera, lascio ordini che mi vengano rimesse dove mi troverò. Fa soltanto di scrivere a posta corrente. Domani o dopo m’arriverà dalla Svizzera un carico di polvere. Fucili non ne abbiamo potuto ramassare, ed è un difetto di tutti i paesi.

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Per il bisogno di mia famiglia ne ho; forse mio fratello che arriverà domani da Innsbruck porterà qualche cosa, e allora potremo esercitare anche Io spirito di carità, e distribuire armi oltre munizioni. Oh ! se fossi un poco più assecondato in generosità da questi miei compatrioti, potessimo avere un centinaio di giovinotti a nostra disposizione, una guerriglia formidabile; ma che vuoi? quel maledetto danaro da certuni lo si considera come una res immobile, e vogliono che stia là, in un forziere, e fanno il brutto viso quando si tratta di spendere. Ma quei pochi all’occasione si convertiranno. Abbiamo un tempo cattivissimo: ieri l’acqua mi accompagnò fino a casa, oggi è un po’ sereno, e approfitto per fare le scorrerie cospiratrici. Dio mi aiuti, mi conservi sano, e mi conceda di poter godere i frutti di queste opere generose. Ti accludo questo biglietto che vorrai consegnare. Ti raccomando di esporre al Governo provvisorio le cose che credi le più atte a far buona impressione, e un qualche cenno sul 22 marzo  farà buon servigio al nostro paese. Amami e credimi. Il tuo affezionatissimo amico D … Salutami D. Galimberti, e Pier Ambrogio Curti.

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 Queste due lettere sono quasi contemporanee ad un rincrudimento improvviso della reazione governativa nella città di Trento. Nei primi giorni, come abbiamo constatato, l’autorità, rappresentata dal capitano distrettuale de Eichendorf e dal tenente colonnello Signorini, era stato circospetta, timida, andante, tollerante: si limitava quasi a rivolgere esortazioni al podestà e al consiglio comunale perché calmasse i cittadini, a comunicar loro le proprie preoccupazioni, talora giustificate, talora grottesche. Il 29 marzo un ufficiale vede scaricare presso una casa di Trento del piombo e ode una persona ferma presso il carro dire al vicino: “Che ne fate di tanto piombo?” “Pillole per i tedeschi!” risponde l’altro. L’ufficiale si affretta a far rapporto di questo terribile dialogo al comandante della piazza, il quale scrive al municipio perché faccia le opportune indagini: il municipio, naturalmente, risponde di non saper nulla.

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Domenica due aprile un nuovo allarme mette in subbuglio il presidio. È giunta all’orecchio del comandante del presidio la voce — quanto esatta non so — che per quel giorno il popolo intenda sollevarsi per domandare un cambiamento nella forma di governo. Egli chiama allora d’urgenza il podestà al Castello, raccomandandogli di tener quieti i cittadini, per non costringere l’autorità militare a reprimere il moto colle baionette. È certo che il governo diffidava molto del Trentino e della città di Trento in ispecie: e questa diffidenza era più che giustificata. Un rapporto del luogotenente maresciallo Welden sulle condizioni dell’armata d’Italia in quell’epoca affermava che la strada da Verona a Bolzano era libera, ma che la città di Trento offriva un tristo esempio di slealtà.

IL MARESCIALLO WELDEN

IL MARESCIALLO WELDEN

Quando l’Austria poté dirigere a quella volta una maggior quantità di forze e cominciò ad avere qualche sentore che i corpi franchi italiani, d’intelligenza coi trentini, stavano per invadere il paese, ricorse alle più estreme misure per garantirsi il possesso della regione.

L’arciduca Ranieri, con un suo proclama datato a Bolzano il 6 aprile 1848, chiamava i tirolesi alla difesa del paese con queste parole: “Si vuole per forza smembrare il nostro paese, separare dai settentrionali i vostri fratelli meridionali, nei cattivi e lieti giorni, inalterabilmente fino a qui assieme congiunti. Soffrirete voi quest’onta? Il nome di Tirolo, che da secoli gloriosamente nell’istoria riluce, non sarà per voi che un vuoto suono?”

L’ 8 aprile il comando della guarnigione di Trento era preso dal colonnello Zobel, spedito da Verona con nuove truppe a difender la città; il governo era assunto dal commissario imperiale barone Bertolini. Quest’ultimo eccitava i cittadini di Trento ad arruolarsi nei corpi di bersaglieri volontari per opporsi alla marcia degli insorti lombardi; ma non uno rispondeva al suo appello, mentre nel Tirolo tedesco s’andavano già costituendo parecchie compagnie di volontari per muovere contro i corpi franchi. Anzi, i proclami coi quali il Viceré Ranieri chiamava i tirolesi alle armi erano postillati con scritte di Viva Pio IX ! e col suffisso di ex anteposto in grossi caratteri a carbone al titolo di Viceré. Il governo austriaco era indignatissimo contro queste manifestazioni di slealtà dinastica.

L'ARCIDUCA RANIERI

L’ARCIDUCA RANIERI

Nella notte dall’8 al 9 aprile improvvisamente sono arrestati quattro fra i più cospicui cittadini, e deportati come ostaggi in una fortezza dell’interno della monarchia. Essi vengono scelti fra i migliori patrioti dell’aristocrazia trentina: il conte Gaetano Manci, il conte Giuseppe Pesti, il conte Matteo Thun e il conte Pietro Sizzo. La cittadinanza rimane gravemente impressionata da questi arresti: una commissione, presieduta dal vescovo, sì reca a Bolzano presso il Viceré per chiedere la liberazione degli ostaggi ma invano. Anzi il Zobel rincara la dose, rimproverando al podestà l’amicizia che lo lega ai quattro deportati e gli impone di rendere del tutto innocui gli elementi più pericolosi della cittadinanza. Due giorni dopo, non soddisfatto dalle giustificazioni addotte dal municipio, il Zobel scrive: “Io credo mio dovere d’informarla che non sono punto persuaso dei buoni sentimenti di questa città: la quale, dopo di aver avuto l’impudenza di pubblicare, in molte gazzette italiane, di voler fare causa comune coi rivoluzionari del Lombardo Veneto, non fece il più piccolo tentativo per proclamare i suoi sentimenti di devozione e di attaccamento verso l’augusto nostro Sovrano. Quelle vergognose e ribelli dichiarazioni non furono né censurate né smentite nei nostri giornali, e neppure è stata manifestata alcuna intenzione di respingere una eventuale invasione di orde nemiche. Le dichiaro perciò che ad una qualunque dimostrazione che provenga dall’esterno o dall’interno della città, istantaneamente e senza preavviso la farò bombardare ed incendiare”.

Il municipio, terrorizzato da simili minacce, è costretto suo malgrado (ma non senza protesta di qualche consigliere) a stendere una dichiarazione di fedeltà e ad inviare una deputazione a Vienna. Queste prime misure di rappresaglia non mancarono tuttavia di suscitare un vivo sentimento di reazione anche fra coloro che meno degli altri desideravano un distacco dall’Austria.

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Il Trentino non aveva fino allora subito persecuzioni poliziesche, e perciò meno che nel Lombardo Veneto aveva potuto svilupparvisi l’impulso alla ribellione. Ma le odiosità dello Zobel ebbero la virtù di far prorompere l’anima italiana di quella terra. Proprio in quei giorni gli ostaggi milanesi che il Radetzky aveva portato con sé dal Castello sforzesco transitavano sotto buona scorta per la val d’Adige. Giunti a Rovereto, ebbero da quella popolazione mille prove di solidarietà e di affetto; i francescani, che li ospitarono nel loro convento, fraternizzarono con loro, il podestà di Rovereto, accompagnato dai più influenti cittadini, si recò a visitarli, le principali famiglie della città li colmarono di doni. A Trento, nuovi saluti, nuovi regali, nuove dimostrazioni entusiastiche della folla in favore degli ostaggi.

Tali manifestazioni determinano lo Zobel a più rigide misure. I cappelli alla Emani, le coccarde tricolori sono vietate. Ai caffettieri di Trento è intimato di curare, sotto la loro responsabilità, che i manifesti pubblici esposti nei loro locali non siano lacerati ed insultati. La guardia nazionale si scioglie da sé. Pochi giorni dopo, alla nuova dell’invasione dei corpi franchi e del combattimento di Castel Toblino, è proclamato addirittura lo stato d’assedio (15 aprile). È proibito di tener cumuli di sassi sui tetti e nelle soffitte: fucilazione ai contravventori. È proibito riunirsi per le vie in più di tre persone: fucilazione ai contravventori. La società del Casino, perché non ammette ufficiali austriaci alle sue feste, è soppressa. La Porta Aquila è chiusa: le porte San Martino e Maria Teresa sono occupate militarmente e ne è precluso il passaggio a chiunque non abbia un regolare permesso del comandante le truppe. Chi ospiterà forestieri senza superiore autorizzazione sarà condannato a morte. Si tolgono le corde alle campane e ne è vietato il suono anche in caso d’ incendio: lo scoccar delle ore soltanto è tollerato! Tutte le armi da fuoco o da taglio sian subito deposte al Castello. Nessuna traccia più rimanga dei tripudi liberali del marzo: la Contrada tedesca, cui i cittadini hanno voluto mutare il nome in quello di Contrada San Giuseppe (in ricordo del 19 marzo) riprenda il suo nome di Contrada tedesca. Si arrestino senz’altro tutti gli individui sospetti: nessuna autorità più esista fuor che il comandante delle truppe, il quale deve salvare all’ Imperatore il Trentino!

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La città è cosi ridotta all’immobilità più completa. A numerosi cittadini arrivano da Innsbruck lettere minatorie; si moltiplicano le delazioni; la soldatesca gira la città commettendo provocazioni ed eccessi; pattuglie di cavalleria perlustrano di continuo le vicinanze. Coloro che si sentono compromessi per le loro recenti manifestazioni nazionali, o che credono comunque di incutere sospetti fuggono a Brescia, a Milano, a Venezia ad ingrossare la schiera dei profughi trentini e dei soldati d’Italia.

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La mattina del giorno 8 aprile 1848 la colonna di volontari comandata dal generale Longhena, varcato il ponte del Caffaro, si inoltrava rapidamente nel territorio trentino. Senza aver atteso l’ordine del generale Allemandi, comandante del corpo di spedizione, ma unicamente spinti dall’entusiasmo, dalla foga di combattere, dal desiderio di porre il piede, finalmente, sugli estremi confini d’Italia, di liberare quel paese che per bocca dei suoi patrioti migliori aveva con tanto calore di convinzione e di fede ricorso agli eroici insorti lombardi, quei volontari correvano, più che non marciassero, a distruggere col fuoco delle loro anime gli ultimi residui della dominazione straniera in Italia. Tale, e non minore, era la loro illusione. Precursori dei garibaldini, ne avevano tutto lo slancio, tutta la impreparazione, tutte le virtù, tutti i difetti. Cioè, avevano una grande virtù in meno e un grande difetto in più: la mancanza del duce, la sfiducia nei capi. Ma la vampata di sublime delirio sprigionatasi dalle barricate della capitale lombarda perdurava, ed aveva fatto perdere ogni visione della realtà.

Da Trento, ove lo abbiamo trovato con Alfonso Ciolli e donde era stato costretto a sparire quasi subito, Giuseppe Montanelli per la via delle Giudicarie si portava incontro alle prime schiere dei corpi franchi, e in data 8 aprile diramava ai trentini il proclama, che qui in parte riproduco come insigne documento della esaltazione fantastica di quei giorni:

PRODI TIROLESI

Da una parte all’altra d’Italia echeggia il grido della liberazione. Ci sentimmo come da mano fatale spinti alle falde delle Alpi. Vogliamo sul confine naturale della patria redenta adorare genuflessi il vessillo del riscatto benedetto da Pio. Questa nostra indipendenza, sospiro di tanti secoli, religione di tanti martiri, è oramai fatta sicura. Un branco di belve feroci (chè altro nome non merita l’esercito fuggitivo del carnefice di Milano) infesta ancora le nostre pianure, lasciando ovunque passa la traccia della barbarie spirante, e Dio lo permette, perché nell’ora estrema ella si riveli in tutta la sua orrida nudità. Però l’Italia non potrebbe godere tranquilla il frutto della vittoria, se non sapesse questi eterni suoi propugnacoli custoditi da petti veracemente italiani; e questa certezza, prodi Tirolesi, da voi l’aspettiamo.

Prodi Tirolesi! No, voi non siete indifferenti a questo sublime risvegliamento dell’italica nazionalità. La fibra italiana si riscuote nei vostri petti; voi parlate la lingua di Dante; voi siete fratelli nostri. Uomini di cui la scienza e la letteratura italiana si gloriano, ebbero cuna tra voi. Chi vi consiglia ad essere contenti della Costituzione di Vienna respingetelo, respingetelo come artefice indegno di scisma politico … Il restauro delle nazionalità è condizione necessaria allo svolgimento delle civili istituzioni, e voi non diverrete liberi cittadini se non che essendo prima indipendenti italiani. All’armi — prodi tirolesi — all’armi. Quel profondo affetto alla religione dei vostri padri che vi rese altra volta sì formidabili difensori del vessillo di casa d’Austria vi spinga ora contro una bandiera sacrilega che si contaminò dei piú nefandi delitti.

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Correte incontro ai fratelli che già fanno risuonare le vostre valli dell’ inno della redenzione; riconosciamo insieme i baluardi che Dio stesso ci fece, e sui quali voi resterete sentinelle avanzate dell’ Italia risorta. Nella ignominiosa sua fuga il disarmato nemico sia percosso dalle armonie della nostra fraternità; oda qui rinnovato il giuramento di mantenere inviolata l’indipendenza della nazione ; vegga fra noi e lui sorgere un’Alpe morale di questa ancora più formidabile: il vostro cuore italiano.

Questo, e simili proclami del Tommasèo, dell’Allemandi, del Lechi (per il governo provvisorio di Brescia) e di altri  venivano distribuiti a migliaia dai patrioti per le valli, ove precedevano l’arrivo dei corpi. In molte famiglie si lavorava a cucir coccarde, a tagliar bandiere tricolori, a foggiar emblemi; il clero, in nome di Pio nono, si univa alla borghesia a predicar la crociata fra le plebi rurali. Tale era la folata di entusiasmo che attraeva i prodi lombardi oltre il Caffaro. Ma con quali obbiettivi tattici e strategici si avanzavano essi fra quelle gole?

Ricordiamo che nello stesso giorno in cui il Longhena passava il Caffaro (8 aprile), l’esercito piemontese guidato da Carlo Alberto sosteneva a Goito il primo combattimento. Anzi il successo di questo scontro e degli altri che subito appresso avevano luogo a Monzambano e a Valeggio, imbaldanziva le truppe sarde a tal segno, da far credere prossima la fine della guerra. Dato il soverchio ottimismo di tutti, l’aiuto delle milizie di volontari che le provincie liberate avevano tumultuariamente costituito, era tenuto dall’esercito di Carlo Alberto in scarsissimo conto, e persino il Governo provvisorio centrale di Lombardia le riteneva pressoché superflue.

Alla testa di tali milizie era stato posto, col grado di generale, Michele Napoleone Allemandi, che in qualità di colonnello aveva combattuto sotto il generale Dufour nelle guerre di Svizzera. Giungendo a Brescia il 1° aprile, egli era destinato a fiancheggiare sulla sinistra le mosse dell’esercito regio, e a tale cómpito infatti cercò di soddisfare per qualche giorno; ma presto si avvide che gli elementi che aveva a sua disposizione mal si prestavano alla guerra in campo aperto, per la quale la educazione e la disciplina militare delle truppe regolari erano una condizione quasi indispensabile di successo. Allora egli decise di mettere ad esecuzione un piano già, da lui concepito in seguito alle esortazioni dei profughi trentini: spingersi dal lato sud-ovest, cioè per il Caffaro, e possibilmente anche attraverso il Garda, nel Trentino; occupare Riva, Rovereto e Trento; sbarrare tutti i passaggi verso il Tirolo tedesco e ostruire la Val d’Adige cosi da togliere al Radetzky ogni possibilità di soccorso dall’ interno della monarchia; costringerlo a seguitare la guerra coi soli mezzi che possedeva, già, assottigliati e scomposti; e in caso di rovescio tagliargli la ritirata. Non occorre dimenticare che il grande valore difensivo del quadrilatero, entro il quale si era rifugiato il generale austriaco, consisteva nell’appoggio che esso manteneva contro il saliente delle montagne trentine. Privarlo di questo appoggio in un momento nel quale anche il Veneto, sgombrato dalle truppe austriache e percorso in ogni direzione da colonne di volontari, era diventato un terreno molto malsicuro per una ritirata, e mentre il generale Nugent si trovava, col suo esercito di soccorso, ancora al di là dell’Isonzo : ecco una operazione degna di esser tentata. E Teodoro Lechi, il quale copriva allora la carica di generale comandante (ministro della guerra) presso il Governo provvisorio lombardo, si mostrava convinto della praticabilità del piano dell’Allemandi, al punto da raccomandargli che dopo di aver sbarrata la Val d’Adige, non mancasse di gettarsi su Verona. Senonché tale programma era deciso e messo in esecuzione senza aspettare l’approvazione del capo di stato maggiore dell’esercito principale: omissione imperdonabile, data l’importanza strategica della mossa escogìtata.

ALLEMANDI

ALLEMANDI

Vediamo ora quale affidamento potesse fare l’Allemandi sulle truppe che predisponeva a quella non facile impresa. Egli le aveva viste poco adatte alle operazioni di pianura; ma lo apparivano ancor meno alle operazioni di montagna. Senza neppure essersi tolta di dosso la polvere delle barricate, molti di quei militi improvvisati avevano lasciato Milano all’ indomani della sollevazione, per lanciarsi all’ inseguimento degli austriaci. Andavano alla guerra come se uscissero per una partita di caccia: e agli amici, ai parenti che si affollavano angosciati intorno a loro, rispondevano sorridenti che si trattava di un affare di pochi giorni.

Uniforme, zaino, giberne sarebbero stati un lusso; un paio di scarpe o una camicia di ricambio un semplice ingombro; un mantello per ripararsi dall’acqua e dal freddo, una cosa troppo prosaica per entrare nei pensieri di quei giorni di esaltazione. Mescolati insieme si vedevano abiti di velluto, vestiti da passeggio, costumi da cacciatore, sai da contadino, tenute austriache conservate dai disertori o portate via dai depositi militari abbandonati, abbigliamenti più o meno fantastici architettati da giovani buli; cappelli alla calabrese, berretti da studente, tricorni .da prete: il tutto cosparso a profusione e bizzarramente ravvivato da coccarde, nastri, sciarpe e bandiere tricolori. L’armamento era vario e infelice quanto la divisa: i più si erano caricati di schioppettoni da caccia o di fucilacci a pietra, e chi non si era potuto procurare una carabina, aveva preso seco una pistola: serviva da baionetta un pugnale o un coltello qualsiasi.

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E le munizioni? Le scarse dosi di polvere e di proiettili che i volontari avevano racimolato in fretta alla partenza furono ben presto consumate o rovinate dalle intemperie, e parve gran ventura al generale Allemandi l’aver catturato qualche barile di polvere al presidio austriaco di Lazise, sul lago di Garda.

EMILIO DANDOLO E LUCIANO MANARA

EMILIO DANDOLO E LUCIANO MANARA

Gente di tutte le età e di tutte le condizioni. sociali era entrata alla rinfusa in quei corpi: allievi dei licei, contadini accorsi dalle campagne, antichi soldati dell’Austria, operai, negozianti, nobili, preti, e in mezzo a questi, avventurieri, pregiudicati e malviventi, partiti per la guerra colla speranza di far bottino e di pescare nel torbido. Venivano da Milano con Manara, Longhena, Thanberg, Dandolo e Morosini, dal Comasco e dal Canton Ticino coll’Arcioni, da Bergamo col Bonorandi e collo Scotti, da Brescia col Malossi e col Beretta, dalla Val Sabbia col Sebadoni, da Cremona col Tibaldi e colla valorosa amazzone e portabandiera Elisa Beltrami; dalla Liguria con Agostino Noaro, da Napoli col maggiore Giardini. Questi ultimi appartenevano alla schiera partita dalla capitale partenopea colla principessa Cristina di Belgioioso e arrivata a Milano il 22 marzo, tra le acclamazioni del popolo.

Inquadrare una massa cosi informe di persone da niente altro accomunate che dall’entusiasmo e dallo spirito di avventura, era impresa più che mai ardua. Molti fra gli arruolati si erano fatti ufficiali da sé, attribuendosi un grado sproporzionato all’entità delle loro truppe: Luciano Manara, con 2500 uomini, era generale di divisione, Torres, con 800 uomini, generale di brigata, seguito da un numeroso stato maggiore. Si vedevano battaglioni di cento armati e compagnie di venti, con un capitano, un tenente e un sergente. Però tutti erano pagati come semplici soldati. Il 6 aprile, quando l’ Allemandi riunì in Montichiari i comandanti dei vari corpi volontari per interrogarli sulla progettata spedizione nel Trentino, tolse di mezzo molte disparità, ricomponendo tutti i corpi in quattro sole colonne e affidandone il comando al Manara, all’Arcioni, al Longhena e al Thanberg. Tuttavia la folla di ufficiali prima deplorata rimase, e il generale non ebbe nemmeno il coraggio di negare alle singole compagnie la facoltà di scegliersi la colonna che volevano!

Del resto, le disposizioni prese per la direzione, il movimento, l’approvvigionamento di questa strana accozzaglia di armigeri furono pienamente degne del loro originario disordine. Al convegno di Montichiari (6 aprile) era stato stabilito che la colonna Longhena, costituita dai bergamaschi (Bonorandi) e dai bresciani (Malossi e Filippini), avrebbe formato l’avanguardia, che Arcioni e Manara avrebbero guidato il secondo scaglione, che Thanberg colle sue truppe si sarebbe accodato in riserva. Ma un ordine del generale Salasco, capo di stato maggiore dell’esercito sardo, arrivato nel frattempo (9 aprile), scombussolò il piano dell’Allemandi. Gli era ingiunto di sbarcare parte delle sue forze sulla riva orientale del Garda per muoverle poi dimostrativamente su Peschiera.

ZOBEL

ZOBEL

L’incarico fu affidato a Luciano Manara e ad Agostino Noaro. Nel frattempo le colonne Longhena e Arcioni prendevano il volo per il Caffaro, senza attendere ordini più precisi dal loro comandante, il quale, preoccupato a tener dietro da Salò alla manovra del Manara, abbandonava le rimanenti truppe al loro capriccio.

Ora occorre pensare che la condotta di una guerra — e sia pure di una guerriglia — nel Trentino è impresa tutt’altro che facile, alla quale più che mai necessita la presenza sempre vigile di un capo. Il generale Allemandi, se era risoluto a dare una pronta ed energica esecuzione al suo piano di attacco contro la Val d’Adige e voleva tenersi sotto mano le schiere più direttamente impegnate nell’azione, doveva di necessità portarsi fin dal primo momento direttamente al Caffaro, e successivamente, a norma degli eventi della campagna e secondo la condotta del nemico, trasferirsi a Tione, Comano e Sarche, ovvero a Riva e sul monte Bondone. Indugiatosi invece a spiare da Salò le mosse del Manara e del Noaro contro Peschiera, egli perdette poi tutto il resto di quel tempo preziosissimo nell’attendere a Vestone indumenti, munizioni e provviste che mai non arrivavano; nell’andare e venire tra Vestone e Milano, tra Vestone e il campo di Carlo Alberto a sollecitare i rifornimenti e i soccorsi delle milizie regolari che il generale Salasco non voleva a nessun costo distogliere dal Mincio. Una sola volta si spinse fino a Tione (14 aprile) ; ma qui si limitò a mandare all’Arcioni un prudente ordine di fermata e si ritrasse poi subito a Vestone a riprendere la sua inutile litania di recriminazioni contro il governo di Milano e contro il comando dell’armata regia.

PONTE CAFFARO

PONTE CAFFARO

Abbandonati ai capi e sottocapi delle singole colonne, i volontari si mossero in quelle valli disordinatamente, senza alcun concetto strategico, senza le più elementari preoccupazioni tattiche. Una volta stabilito — come sembrava — che l’attacco principale su Trento dovesse farsi per la via delle Giudicarie e di Vezzano, urgeva che il grosso delle truppe si premunisse contro attacchi sui fianchi o alle spalle, per mezzo di corpi staccati a guardia dei passi principali per i quali il nemico poteva piombare sulle retrovie. Era cioè necessario presidiare con forti distaccamenti: a destra la valle di Ledro, la conca di Tenno e di Ballino e il bacino del Basso Sarca contro eventuali minacce da Riva, Nago, Mori e Rovereto; a sinistra i valichi di Campiglio e di Molveno per difendersi verso Malè, Mezzolombardo, Fondo e Bolzano.

Invece, come vedremo, l’avanguardia si spinse avanti all’impazzata fino alle Sarche, senza aver preso prima precauzioni sufficienti, e fu poi costretta a ritirarsi in disordine su Stenico ; le truppe distaccate sulla destra agli ordini del Bonorandi, che semplicemente dovevano limitarsi a tenere i passi sopra Riva per impedire un attacco su Stenico e Tione, e tutt’al più accennare qualche mossa dimostrativa per distogliere la guarnigione di Riva dalla difesa di val d’Adige, non seppero resistere al prurito di combattere e scesero sul Basso Sarca a farsi sconfiggere dagli austriaci; le due compagnie, comandate dallo Scotti e dal Ciolli, che risalirono la vai Rendena e che molto bene si sarebbero piazzate sul passo di Campiglio a contrastarne l’accesso al nemico, scesero in vai di Sole e in vai di Non a portarvi un lievito di rivolta non bene attecchito e furono sul punto di vedersi circondate e massacrate dagli imperiali; il passo di Molveno, o per ignoranza o per dimenticanza, restò del tutto sguarnito, e così il capitano Berg poté difilato piombare per quella via ad affrontare i corpi franchi presso Stenico; e la riserva rimase fino al 15 aprile nientemeno che a Salò, cioè a dire a sessanta o settanta chilometri di distanza dal corpo principale, mentre la valle di Ledro era guardata appena dalla compagnia bresciana del Filippini e da poche decine di volontari napoletani.

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Mancava dunque un piano di guerra, una organizzazione qualsiasi. L’Allemandi, il 13 aprile, comprendendo forse che il maggior pericolo alla ulteriore marcia delle proprie truppe proveniva dalla bassa valle del Sarca, proponeva al generale Salasco di imbarcare sul lago di Garda qualche compagnia di truppe regolari con alcuni cannoni, e di impadronirsi del passo di Nago (fra la valle del Sarca e la Val d’Adige); ciò avrebbe, secondo lui, seriamente compromesso la ritirata del nemico da Verona. Certo la occupazione della bassa valle del Sarca con un forte nucleo di uomini avrebbe giovato; ma a nulla valeva il pensarvi con tanto ritardo, dopo essersi lasciato sfuggir di mano tutta la propria truppa. E il generale Salasco rispose negativamente.

L’Allemandi aveva deciso d’un tratto la spedizione nel Trentino, senza essersi assicurato prima di un regolare servizio di approvvigionamento. Egli vide poi subito l’errore, quando l’Arcioni e il Longhena si trovavano sulla via dì Trento; si accorse che quattro o cinquemila uomini, anche frazionati in vari corpi, non potevano tanto facilmente vivere in un paese di montagna poco popolato e con scarse provviste alimentari, che erano già state quasi esaurite dagli stessi abitanti lungo la stagione invernale e che gli eventi della rivoluzione avevano poi impedito di importare dalla Lombardia. E pretese allora che il governo provvisorio lombardo rimediasse in quattro e quattr’otto a questa deficienza, e che improvvisasse pure le migliaia di cappotti e di calzature che i volontari, tardi sorpresi dalla rigidezza e dall’asprezza di quei monti, reclamavano con lagni senza fine. Ma il Governo provvisorio, costituitosi tumultuariamente dopo le cinque giornate, non aveva avuto né il tempo né l’esperienza necessari per una preparazione logistica, e perciò prometteva e tergiversava. Cosicché i corpi franchi furono costretti, durante i pochi giorni di permanenza nel Trentino, a vivere di requisizioni pagandole in moneta sonante. e spesso con buoni di un valore assai discutibile. Come si è detto, scarseggiavano le munizioni, e anche le poche cartucce che i volontari avevano portato con sé furono ben presto bagnate dalle piogge insistenti di quei giorni e divennero inservibili. Muovere contro una truppa regolare austriaca senza cannoni doveva sembrar pazzia: ora i volontari non ne avevano che due, agli ordini del capitano Chiodi, i quali erano cosi poco adatti per la guerra di montagna, che non poterono esser trasportati oltre Tione.

Una truppa disordinata, senza uniforme, senza comando, male armata, mai vestita, sudicia, affamata, quasi insolvibile, piena di uomini eroici, ma anche inquinata da canaglia cui non pareva vero di sfogare impunemente i suoi istinti malvagi, non era neppur tale da inspirare confidenza nella popolazione rurale: e sebbene la maggior parte degli abitanti delle Giudicarie e di Val di Sole fossero dai continui contatti colla Lombardia e da una specie di tradizione portati a simpatizzare colla causa italiana, le apparenze dei liberatori erano siffatte da non incutere loro molte speranze nell’esito della impresa. Come avrebbero retto all’urto contro i cacciatori austriaci, cosi bene armati ed equipaggiati e cosi pratici come questi erano (relativamente almeno) nella guerra di montagna? Quei contadini che avevano servito nell’imperial regio esercito come cacciatori — ed erano molti — potevano istituire un confronto che riusciva addirittura disastroso per gli italiani.

Eppure. nonostante il pericolo evidente a cui quelle popolazioni si esponevano, i corpi franchi furono accolti con giubilo dai buoni valligiani delle Giudicarie. Avvocati, medici, negozianti, piccoli borghesi si mettevano alla testa di tutte le dimostrazioni; il popolo delle campagne li seguiva; i più fra i preti secondavano il movimento; persino molti impiegati trentini di nascita davano a divedere tutta la gioia di poter sottrarsi finalmente alla dipendenza di un governo straniero.

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A Condino, all’apparire della colonna Longhena fu innalzato l’albero della libertà, guarnito di bandiere tricolori e culminante in un berretto frigio, e subito vi fu costituito un governo provvisorio, proclamata l’indipendenza e l’unione all’Italia. Gli abitanti di Creto, altra borgata più a nord nella valle del Chiese, furono larghi di quanto possedevano coi volontari e fecero loro ogni festa.

La colonna Longhena giunse il giorno 9 mattina a Tione, donde al suo arrivo parti un forte drappello di gendarmeria imperiale, rifugiandosi a Stenico. Rimaneva invece sul luogo il giudice dott. Chimelli, rigida tempra di funzionario austriaco, dominatore assoluto del distretto, il quale si rifiutò a dichiarare la cessazione del governo imperiale. Egli fu arrestato e tradotto a Brescia, mentre le principali famiglie del luogo prendevano accordi con Vittorio Longhena per la proclamazione di un governo provvisorio nel distretto di Tione. Il giorno 11 infatti, presenti i comandanti Vittorio Longhena e Antonio Arcioni (che era arrivato quel mattino stesso colla sua colonna), e le persone più notevoli della borgata e dei paesi circostanti, si costituiva un governo provvisorio, al quale era preposto il dott. Giacomo Marchetti di Bolbeno.

GIACOMO MARCHETTI

GIACOMO MARCHETTI

L’atto, pubblicato in piazza, suscitava nella popolazione il più schietto entusiasmo. Erano applausi, canti, evviva all’Italia risorta e a Pio IX. Davanti al palazzo della pretura fu innalzato l’albero della libertà colla bandiera tricolore ed un berretto frigio sul culmine.

Il 14 aprile tutti i capi-comune del distretto, convocati a Tione, riconoscevano con soddisfazione il nuovo regime. Le persone più influenti del luogo si prestavano con slancio e con sacrificio ad aiutare i volontari, a procurar loro i mezzi di sussistenza, a fornire indicazioni sulla configurazione della provincia, a dare consigli e avvertimenti sui mezzi migliori per respingere il nemico ed evitarne un pericoloso contrattacco.

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Il Governo provvisorio decretava la riscossione immediata di tutte le imposte arretrate, per essere in caso di far fronte con prontezza ai bisogni della guerra. Si riorganizzava la guardia civica, e tutti gli abitanti del distretto dai 20 ai 50 anni erano obbligati a parteciparvi. Contemporaneamente si armava una compagnia agli ordini del dott. Paride Ciolli per muovere contro gli austriaci a fianco dei volontari lombardi. Un entusiastico indirizzo di adesione veniva spedito al Municipio di Brescia, al quale i dottori Alessandro Boni e Girolamo Steffanini di Tione lo presentavano come delegati del nuovo regime. Il giorno 18 tutti i parroci del distretto erano invitati dal governo insurrezionale a leggere il proclama che annunziava il mutamento politico.

Mentre le popolazioni, guidate dai patrioti, facevano il possibile per aiutare i corpi franchi nella loro impresa, i dirigenti della nuova amministrazione ben comprendevano la difficoltà e i pericoli inerenti alla situazione: e sollecitavano con lettere e con ambascerie da Milano e da Brescia l’invio di truppe regolari e di mezzi guerreschi per consolidare il possesso del territorio conquistato. Insistevano perché il comando generale delle truppe fosse portato in avanti, perché fosse occupata Riva e la bassa valle del Sarca, unico mezzo per non render precaria la marcia su Trento; progettavano di costruire barricate sui passi del Durone e di Campiglio, di romper la strada della Scaletta e del Limarò non appena i corpi franchi fossero proceduti in avanti, di presidiare tutti i paesi della conca di Tione, di provvedersi di viveri e di munizioni da Brescia, di costituire un comando militare territoriale a Condino o a Tione, di predisporre il necessario per secondare l’insurrezione della bassa valle del Sarca.

CASTEL TOBLINO

CASTEL TOBLINO

 Ma intanto l’Austria correva con prontezza alla difesa. Il colonnello Zobel, appena arrivato a Trento il giorno 8 aprile, e ricevuta la notizia che i volontari si dirigevano verso Tione, aveva subito fatto partire la prima e la seconda compagnia dei cacciatori Imperatore, sotto il capitano Batz, coll’ordine di opporsi alla loro marcia. Il Batz pernottò a Castel Toblino e il mattino del giorno 9, alle 10 antimeridiane, giunse a Stenico, donde spinse una ricognizione verso Tione. Come fu detto, lo stesso giorno arrivavano a Tione i primi corpi di volontari italiani. Il 10 aprile al capitano Batz pervenne il rinforzo di una nuova compagnia di 90 uomini del reggimento di fanteria Schwarzenberg, agli ordini del primo tenente Mravinchich. Il capitano Batz però avverti subito la sua inferiorità numerica rispetto ai corpi franchi: le truppe italiane giunte a Tione fino al 10 aprile sommavano al doppio circa delle truppe austriache concentrate a Stenico. Inoltre pensò che se una parte dei corpi franchi si fosse rivolta per il passo del Durone verso Comano (ciò che infatti avvenne), gli avrebbe tagliato la ritirata verso la gola del Limarò, ove passava la strada di Trento. Adunque l’ 11 mattina per tempo il Batz, dopo aver fatto rompere il ponte della Scaletta, si tolse dall’accantonamento che teneva e ridiscese a Castel Toblino. Non appena gli austriaci ebbero abbandonato Stenico, vennero da quella borgata subito inviate a Tione le persone più influenti per sollecitare l’avanzata delle truppe italiane. In quello stesso giorno (11 aprile) entrava in Tione la colonna comandata da Antonio Arcioni, la quale vi si tratteneva, mentre la colonna Longhena partiva alla volta di Stenico, prima ancora di avere appreso la notizia che quel borgo era stato sgombrato dagli austriaci. Il colonnello Bonorandi, con circa 300 volontari bergamaschi, prendeva la strada di Preore, Ragoli e Coltura, mentre il capitano Malossi, con circa 350 volontari bresciani, sorpassava il valico del Durone. Il corpo del Bonorandi, arrivato prima dell’altro, guarnì il castello, dispose una guardia sul fiume di fronte a Cares, fece occupare da un drappello il paese di Sclemo e inviò una pattuglia fin sopra le Sarche ; il capitano Malossi sali a Stenico a notte avanzata dal ponte delle Arche.

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Il giorno 12 sopraggiungeva a Stenico il generale Longhena a riprendere il comando della sua colonna; e vi si univa pure la colonna Arcioni forte di più che un migliaio di uomini, e seguita da un drappello di volontari lombardi e piemontesi con l’avvocato Bosco dì Novara.

Il giorno 13 un picchetto di sei soldati sotto gli ordini del capitano Malossi e del tenente Baroni era inoltrato verso il paese di Ranzo (sopra Toblino) a riconoscere dall’alto le posizioni degli austriaci: esso scambiava alcune fucilate col nemico, e verso sera si ritirava a Stenico.

Il tenente Baroni, ritornando dalla esplorazione, presentava al Longhena il seguente rapporto:

“Il nemico della forza di oltre 400 uomini occupa il ponte alle Sarche, le case che fiancheggiano la strada dopo lo stesso, e Castel Toblino. Il posto alle Sarche non oltrepassa i cento uomini, il resto è al castello. La posizione dello stesso è fortissima, poiché è costrutto da solida muratura, riparata di fronte da una cinta, e situato sopra una lingua di terra, che si avanza in mezzo al laghetto delle Sarche per oltre trecento passi. Due vie si possono percorrere per arrivare allo stesso, la prima e più comune è quella, che per Sclemo e la discesa mette al ponte delle Sarche, la seconda quella che per Banale, San Lorenzo, Tavo [Tavodo] e Ranzo mette quasi all’imboccatura del viale di accesso al castello. L’attuale posizione del nemico presenta quindi l’opportunità di poterla attaccare con certezza di riuscita. A ciò ottenere occorre che due sezioni di cinquecento uomini per cadauna, la prima percorra la via di Sclemo e delle Sarche e si rechi ad attaccare il ponte. La seconda per la via di Banale, San Lorenzo, Tavo e Ranzo si rechi ad attaccare il castello. A percorrere la prima bastano due ore, per la seconda ne occorrono non meno di cinque. Se la sezione di destra attaccherà poi il ponte prima che il nemico si sia accorto della sezione di sinistra, è probabile che questi dal castello mandi rinforzi a sostenere la minacciata posizione; e in questo caso la sezione di sinistra presentandosi d’improvviso al suo posto chiuderà fra i due fuochi i combattenti al ponte, per i quali non rimarrà che il bivio o di farsi massacrare o di cedere le armi. La strada da Ranzo a Castel Toblino è tracciata fra la gola di due montagne, e combina benissimo a tener celate le mosse della sezione sinistra qualora non vi siano vedette nemiche a Ranzo”.

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Mentre avveniva la ricognizione anzidetta, il corpo del capitano Batz veniva rinforzato da una quarta compagnia (la 15^ del reggimento cacciatori Imperatore) speditagli da Trento sotto gli ordini del capitano Zerboni di Sposetti: cosi la forza degli austriaci era portata a 448 uomini, oltre a 7 cavalleggeri.

Al mattino del giorno 14 le due colonne del Longhena e dell’Arcioni si ponevano in cammino da Stenico verso Castel Toblino ; la prima, preceduta da una avanguardia di volontari bergamaschi agli ordini del Bonorandi, prendeva la via di Ranzo, la seconda si dirigeva per Sclemo, Villa Banale e il Limarò sopra le Sarche, facendo marciare alla propria testa le compagnie bresciane comandate dal Galanti e dal Sandri. Queste due compagnie, giunte sull’alto del monte che domina le Sarche, aprirono subito il fuoco contro il ponte sottostante occupato dai novanta fantaccini del reggimento Schwarzenberg, assalirono il ponte, lo presero, e costrinsero la compagnia austriaca a riparare sul lago di Castel Toblino, cogli avamposti a Torre Sella. Allora il capitano Batz, comandante il presidio di Toblino, ordinò alla 15^ compagnia dei cacciatori Imperatore, arrivata il giorno prima e allora dislocata a Padergnone, di accorrere verso il ponte delle Sarche; vi si spinse egli stesso con due plotoni della prima compagnia cacciatori, e con due plotoni della seconda collocati sulla sua destra; lasciò metà della seconda compagnia a presidiare il castello; spedì un’altra mezza compagnia a guardare il vallone incassato che conduce a Ranzo. All’arrivo dei rinforzi austriaci i volontari italiani furono sloggiati dalle case del paese sulla sinistra del fiume, che avevano occupate, e respinti alla baionetta sulla destra del Sarca. Il Batz colle sue tre compagnie prese posizione nelle case del villaggio delle Sarche, mentre il Galanti e il Sandri, rinforzati dal grosso della colonna Arcioni, ricominciavano l’attacco dal pendio sovrastante. Il Batz resistette più di un’ora, ma avendo avuto sentore che l’altra colonna italiana, guidata dal Longhena, aveva investito Ranzo e stava per sbucare su Toblino, e vistosi cosi in serio pericolo di esser preso alle spalle, si ritirò con tutte le sue forze nel castello, sotto il fuoco della colonna Arcioni che riconquistava il ponte.

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L’avanguardia dell’ala sinistra italiana (colonnello Bonorandi) sboccava di fronte al castello poco tempo dopo il ritiro delle truppe austriache nel medesimo, e unita all’ala destra cominciava ad attaccare fieramente gli imperiali che vi erano trincerati. La prima compagnia dei bergamaschi del Bonorandi era spedita a tagliare il ponte che divideva il lago di Santa Massenza da quello di Toblino e ad occupare Vezzano mentre gli altri volontari si battevano disperatamente presso la vecchia torre. Essi si spingevano all’ impazzata fin sotto le posizioni del nemico, superando la lingua di terra che le divideva dalla strada, ed esponendosi eroicamente ai colpi degli avversari che tiravano appostati alle feritoie. “L’ intrepido capitano Madaschi – narra il Baroni – seguito dai sergenti Nullo e Leidi, e da alcuni altri s’avanzava fino alla porta del recinto del castello, disponeva per sgangherarla, abbatterla; e non riuscendo, attizzava il fuoco per incendiarla, quando il nemico, timoroso della perdita di quell’ unico posto avanzato, tempestava Madaschi e i prodi che lo seguivano con un ben sostenuto fuoco, ed obbligava quei pochi valorosi a cedere all’impeto del soverchio numero”. L’attacco si prolungava fino alle undici di sera, non senza perdite da parte dei volontari: moriva combattendo l’avvocato Bosco di Novara, alla testa del suo drappello.

Ma tanti atti di eroismo dovevano riuscire inutili, data la profonda disorganizzazione dei corpi franchi. Il primo urto colle forze austriache aveva messo a nudo le terribili deficienze di quelle truppe raccogliticce e determinato un subitaneo doloroso scoramento nei capi e nei gregari. L’ innocuità delle armi, l’ inesperienza del tiro, il disordine nei movimenti, la mancanza di coesione, l’ inettitudine dei comandanti a dirigere la guerra di montagna, l’assenza di qualche cannone che coadiuvasse il fuoco di fucileria e appoggiasse materialmente e moralmente le truppe: tutte queste ragioni di debolezza erano apparse in piena luce in quelle poche ore di combattimento, che non avevano permesso ai nostri di soverchiare le forze avversarie assai inferiori di numero e li avevano lasciati quasi impotenti di fronte ad un vecchio castello trasformato in fortezza inespugnabile. Il servizio di rifornimento dei viveri si appalesò esso pure in tutta la sua estrema miseria, nella conca semideserta delle Sarche. Alla sera quasi tutti i combattenti dovevano rifugiarsi nel povero ed inospite villaggio di Ranzo, il quale, pur spogliandosi volonterosamente di quanto aveva a pro dei volontari, non riusciva a sfamarne che una parte.

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In simili condizioni anche una marcia su Riva o su Trento, quale era proposta da alcuni ufficiali, diveniva impraticabile. Dato che i comandanti Longhena e Arcioni avessero preso una simile determinazione, avrebbero dovuto lasciare una parte dei loro 1500 uomini a bloccare i 450 austriaci chiusi a Toblino, e si sarebbero ridotti poi con forze troppo esigue per ottenere una prevalenza sulla guarnigione di Trento, cui pervenivano intanto cospicui rinforzi, o su quella di Riva che già contava quattro compagnie; e comunque avrebbero rischiato di esser presi tra due fuochi. In ogni modo, gli eventi del giorno susseguente precorsero qualsiasi determinazione in tal senso ed indussero le due colonne dei volontari a ritirarsi di nuovo su Stenico.

Infatti il colonnello Zobel, non appena ebbe notizia del combattimento del giorno 14 e della minaccia che incombeva su Trento, dichiarò, come fu detto, lo stato d’assedio nella città e spedì a Vezzano, ancora nella notte, la 13a e 16a compagnia del reggimento cacciatori Imperatore, la 4′ del terzo battaglione dei cacciatori da campo ed un distaccamento di fanteria, con un cannone. Giunto a Vezzano sul far del giorno, il maggiore Burlo, comandante del rinforzo, dispose per un’avanzata su tre ali: l’ala destra (13a compagnia) doveva dirigersi per Santa Massenza ; il centro (16a) per Padergnone ; la sinistra (4^ cacciatori) procedere, insieme col pezzo d’artiglieria, per la strada di Calavino ; il rimanente delle truppe accodarsi come riserva. Frattanto il capitano Batz, verso le nove di mattina, mentre il grosso delle truppe italiane si tratteneva a Ranzo per rifocillarsi, ordinò alla compagnia di fanteria che aveva seco di eseguire una sortita col rinforzo di un plotone di cacciatori, allo scopo di sloggiare il posto avanzato dei corpi franchi che si trovava sulle alture presso la strada di Ranzo e di segnalare l’arrivo delle milizie spedite dallo Zobel. Queste sopraggiunsero solo qualche tempo dopo, respingendo gli avamposti italiani sotto Santa Massenza, però senza impegnare un vero combattimento col grosso delle colonne. Restaurato il ponte fra i due laghi che era stato rotto dai nostri, le compagnie del capitano Batz poterono nuovamente uscire dal castello e prender contatto con quelle del maggiore Burlo senza che le truppe italiane quasi se ne avvedessero. Dopo tale ricongiunzione il Burlo non credette conveniente di dar battaglia a forze riunite in una posizione dominata dall’alto dal nemico; ma preferì ritirarsi oltre Vezzano ed accampare presso Buco di Vela mettendo gli avamposti a Vigolo e Baselga.

Immagine mostra. Giuseppe Verdi: un mito italiano

Dal canto loro i due generali italiani, vista la impossibilità di un attacco contro le forze austriache che coprivano ora efficacemente la strada di Trento, ed indotti anche dalle difficoltà dei rifornimenti, dalla stanchezza e dall’avvilimento a cui vedevano ridotte le proprie truppe, si ritirarono ancora il giorno 15 su Stenico, lasciando due compagnie di guardia al castello di Toblino. Queste stimarono opportuno di abbandonarlo a lor volta, nella notte tra il 16 e il 17, quando credettero che gli austriaci ripigliassero l’offensiva.

I fatti d’armi sopra descritti originarono un episodio doloroso, che aggravò l’ostilità della popolazione trentina contro i metodi della dominazione austriaca. Diciassette volontari, inviati il mattino del 15 verso Vezzano in perlustrazione, e appartenenti probabilmente a quella compagnia di bergamaschi che era stata incaricata di guardare la via di Trento, si trovarono presi senza accorgersene fra l’ala destra ed il centro delle truppe del Burlo che marciavano su Castel Toblino. Essi tentarono più volte di uscire dall’accerchiamento correndo ora verso Vezzano, ora verso Santa Massenza, ora verso Padergnone, ma inutilmente. Alla fine 14 di essi, constatata l’impossibilità di attraversare le schiere austriache, si rifugiarono nella casa colonica del maso Sottovi (ora Simonini), altri tre si spinsero in fuga lungo la piccola penisola che da quel punto si inoltra nel lago, ponendosi cosi in una via senza uscita. I cacciatori tirolesi riuscirono in breve ora a scovare gli uni e gli altri: e già li allineavano nel cortile della casa per fucilarli sul luogo, quando, per intercessione del padrone del casolare, fu soprasseduto all’esecuzione. Questi 17 volontari, insieme ad altri 4 fatti prigionieri altrove, furono nella stessa giornata tradotti a Trento, ove la mattina del 16, alle 4 antimeridiane, vennero fucilati nella fossa del castello e ivi sepolti. Ne trasse poi i cadaveri il municipio, per tumularli nel cimitero a pubbliche spese.

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Con questi metodi il governo austriaco si proponeva di dare un esempio alla popolazione trentina. Del resto, come vedremo in seguito, durante tutta la breve campagna contro i corpi franchi, gli austriaci si risparmiarono il fastidio di mantener prigionieri, e fecero giustizia sommaria di tutti gli insorti trattandoli da veri e  propri briganti.

Mentre i comandanti Arcioni e Longhena preparavano a Stenico l’attacco di Castel Toblino, una colonna di circa 200 uomini, sotto gli ordini del barone Giovanni Maria Scotti di Bergamo, dell’ ing. Virginio Meneghelli di Riva e del dott. Paride Ciolli di Samoclevo partiva, il 13 aprile, da Tione per il passo di Campiglio, diretta su Val di Sole. Il Meneghelli era stato presso il Governo provvisorio di Lombardia uno dei più entusiastici fautori della spedizione dei corpi franchi nel Trentino. Avrebbe voluto, sin da principio, secondare l’avanzata della colonna principale che si dirigeva a Tione e Stenico con una marcia su Riva, ma un disaccordo coi generali Longhena ed Arcioni circa le modalità di esecuzione di. tale progetto lo avevano costretto a rinunziarvi.

Esercitava allora l’avvocatura a Tione il dott. Paride Ciolli, fratello di Alfonso, nativo di Samoclevo in valle di Sole, il quale ardeva dall’ impazienza di liberare la propria valle dal dominio austriaco. Messosi d’accordo col Meneghelli e collo Scotti, comandante della terza compagnia dei bergamaschi, decise d’intraprendere con loro senza indugio un colpo di mano su Malé e Cles allo scopo di sollevare quelle popolazioni e di attaccare Trento dal nord, mentre il grosso dei volontari sarebbe piombato su quella città da ovest. Essi non riuscirono però ad indurre i generali comandanti ad approvare il loro progetto e dovettero risolversi a partire con 200 uomini appena, dei quali poco più di cento appartenevano alla compagnia dello Scotti ed altri (da 60 a 80) erano stati arruolati fra i contadini trentini del distretto di Tione agli ordini di Paride Ciolli.

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Il governo provvisorio di Tione favori in ogni modo l’ impresa, raccolse una trentina di carabine per fornirle ai volontari giudicariesi sprovvisti di fucili, e consegnò all’ ufficiale contabile Leopoldo Martini di Pergine (Valsugana) 875 fiorini abusivi per i primi bisogni della spedizione. Per procurarsi altri fucili Antonio Serafini di Preore disarmò le guardie civiche dei paesi della valle: comunque, in ventiquattr’ore, da 60 a 80 giovani di Tione e dei vicini villaggi erano pronti a partire.

Superato il passo di Campiglio (1600 m.) ancora ingombro dalla neve, il giorno 14 a sera i volontari giungevano a Malé accolti a suon di campane dalla popolazione giubilante. Il 15, mentre lo Scotti colla sua compagnia partiva alla volta di Cles per impadronirsi di quella borgata e possibilmente delle figlie del Torresani colà rifugiatesi, Paride Ciolli, col consenso festoso di quegli alpigiani, istituiva un governo provvisorio a somiglianza di quelli già proclamati a Condino, Tione e Stenico. A capo di questo governo erano posti il patriota Giuseppe Taddei e il giudice Catterina di Storo.

In pari tempo veniva organizzato sui due piedi un plotone di volontari di Val di Sole, agli ordini dello stesso Taddei e del dott. Carlo de Bevilacqua, da aggregarsi alla compagnia giudicariese comandata dal Ciolli. Il capitano Scotti e il Meneghelli entravano la sera del 15, alle 5 pomeridiane, in Cles, capoluogo della valle di Non, con circa 130 uomini. Il dì seguente, alla stessa ora, ve li raggiungeva il Ciolli con altri 140 uomini. La popolazione tributava ai corpi franchi un’accoglienza cortese, ma meno entusiastica di quella fatta loro dai Solandri. Le figlie del Torresani, all’annunzio dell’arrivo dei corpi franchi, si erano ben presto poste in salvo. Il 16 mattina lo Scotti coll’ing. Meneghelli e col Ghesa, ufficiale di ordinanza del Longhena, si era diretto fino alla Rocchetta a nord di Mezzolombardo, per spiarvi le mosse degli austriaci. Egli intendeva occupare quel passo e mettersi in comunicazione colle colonne dell’Arcioni e del Longhena situate a Stenico. Ma la notizia che un grosso nucleo di forze nemiche, con cavalleria e con cannoni, si avanzava da Mezzolombardo contro il Dazio e la Rocchetta, lo trattenne dal mandare ad esecuzione il suo piano.

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A maggior delusione dei suoi i Clesiani, che prevedevano imminente l’attacco di un grosso corpo austriaco, e che notavano essere i volontari italiani in numero assai inferiore e malissimo equipaggiati ed armati, si astenevano dal far causa comune cogli insorti. Le pressioni del Ciolli per indurre la rappresentanza comunale ad istituire un governo provvisorio del tipo di quelli già proclamati a Condino, Tione, Stenico, Vezzano e :Malé, riuscirono vane: i notabili, riunitisi la mattina del 17, dichiararono di voler prima udire il parere degli altri ventisette comuni del distretto.

Lo Scotti si trattenne altre quarantott’ore a Cles fra i più gravi imbarazzi. Nel passar la visita alle armi, egli si era accorto che circa la metà delle cartucce erano del calibro da carabina, e l’altra metà di quattordici calibri diversi, assolutamente inservibili per i fucili coi quali era armata la sua truppa. Dovette dunque impiegare due giorni (il 17 e il 18) a disfare e a rifare le cariche per rendere possibile il fuoco.

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Frattanto il generale Welden aveva assunto il comando della guarnigione di Trento e disposto per il 19 aprile un attacco generale contro la valle di Non, la valle del Sarca e le Giudicarie allo scopo di allontanare la canaglia dal suolo tirolese. Due colonne muovevano contemporaneamente verso Cles per prendere i volontari italiani fra due fuochi; la prima, composta di un piccolo corpo di cacciatori tirolesi, appoggiato da qualche plotone di bersaglieri provinciali di Bolzano e di Caldaro, lasciava Bolzano per la Mendola e Fondo; la seconda, sotto il comando del colonnello de Melczer, partendo da San Michele e da Mezzotedesco si dirigeva con tre compagnie di fanteria granduca di Baden e due cannoni verso la Rocchetta, già prima occupata da sei compagnie, e di qui spingeva il grosso delle sue forze verso Cles, e distaccava due compagnie di fanteria (col capitano Berg) per Molveno su Stenico. Il Melczer fece marciare le sette compagnie rimastegli lungo le due sponde del Noce, mentre la colonna proveniente da Fondo si dirigeva sul ponte di Mostizzola per impedire agli italiani il ritorno a Malé.

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Lo Scotti e il Ciolli si avvidero a Cles dell’arrivo del nemico appena in tempo per salvarsi. Alle 10 di mattina del 19 le campane della parrocchia suonano a stormo. È giunta improvvisamente la notizia che duecento austriaci occupano già il roccolo Torresani, a pochi passi al sud di Cles. I volontari, sorpresi, corrono alle armi e si studiano di opporre una breve resistenza presso il camposanto, ma informati del movimento aggirante che l’avversario sta tentando per schiacciarli, vistasi preclusa ormai la ritirata per il ponte di Mostizzola, decidono di battere la via dei monti lungo la riva destra del fiume. Guidati da un uomo di fiducia del podestà de Campi di Cles, favorevole alla causa italiana, i volontari poterono per selvaggi sentieri raggiungere il monte Vergondola o il laghetto Verdé, di qui riparare a Malé e disporsi al combattimento per il giorno seguente. Contemporaneamente un drappello di volontari di Val di Sole che agli ordini del Bevilacqua era stato inviato a perlustrare fin verso il ponte di Mostizzola, si ritirava su Malè avvertendo che gli austriaci avanzavano lungo le due rive del Noce. Chiamati dal Taddei, capo del governo rivoluzionario di Malé, erano frattanto sopraggiunti in aiuto dal passo del Tonale 3 o 400 volontari di Val Camonica e di Val Tellina: cosicché le schiere dei nostri ammontavano in tutto a 5 o 600 uomini senza artiglieria, mentre gli imperiali sommavano a ottocento circa, con dieci ordinanze a cavallo, un cannone ed un obice da montagna.

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Gli austriaci, concentratisi a Cles e nelle vicinanze in tre colonne della forza complessiva sopra menzionata, ripresero il cammino il 20 alle sei e mezza del mattino, dopo avere distrutto ogni traccia rivoluzionaria lasciata dai corpi franchi, ordinato il sequestro di tutte le armi e messo sotto custodia il segretario Girolamo dal Lago ed il podestà Giuseppe de Campi.

Verso le undici gli imperiali aprirono il fuoco coi loro pezzi di artiglieria dal declivio di Magras contro Malé. I nostri, barricato il ponte sul Rabbies (Pondasio) avevano stabilito la loro linea di difesa sui prati pianeggianti a valle di Malé, all’altezza dell’arco di pietra che ancor oggi sovrasta la strada. Un piccolo drappello di volontari era stato collocato nella località detta San Biagio, al di là del Noce, per ostacolare un’eventuale mossa avvolgente del nemico. Ma mentre il grosso dei corpi franchi, e particolarmente i giudicariesi agli ordini del Meneghelli, resistevano accanitamente presso il Pondasio al tiro della fanteria e dell’artiglieria nemica, cavalleggeri e fantaccini austriaci transitavano il Noce, sfondavano la esigua linea dei difensori di San Biagio e si apprestavano a passare il ponte a sud di Malé e a cogliere gli altri alle spalle. Allora anche la sinistra e il centro dei volontari, visto il pericolo, dovettero ritirarsi oltre Malé. Il combattimento ebbe luogo sotto una pioggia dirotta che rese quasi inservibili i fucili: tanto che durante lo scontro non vi fu da parte dei nostri che un solo ferito. Tre dei fuggiaschi, raggiunti presso l’entrata del paese dagli austriaci, furono fucilati sul luogo. Gli altri, mentre la campana della chiesa di Malé suonava per avvertire gli abitanti del pericolo, retrocedevano disordinatamente verso Dimaro.

XOT361283 The Arrest of the Carbonari (colour litho)  by Italian School, (19th century); colour lithograph; Museo del Risorgimento, Brescia, Italy; (add. info.: L'Arresto dei Carbonari; The Carbonari were groups of secret revolutionary societies founded in early 19th century Italy; they played an important part in the Risorgimento and the fomenting of Italian nationalism); Italian, out of copyright

XOT361283 The Arrest of the Carbonari (colour litho) by Italian School, (19th century); colour lithograph; Museo del Risorgimento, Brescia, Italy; (add. info.: L’Arresto dei Carbonari; The Carbonari were groups of secret revolutionary societies founded in early 19th century Italy; they played an important part in the Risorgimento and the fomenting of Italian nationalism); Italian, out of copyright

Di lì i corpi franchi di Val Camonica, di Val Tellina e di Bergamo col capitano Scotti si spinsero affamati e sfiniti nel cuor della notte al di là del Tonale rifugiandosi a Ponte di Legno; i volontari trentini in buona parte risalirono il passo di Campiglio. Passando la Rendena e le Giudicarie, molti che appartenevano a quelle valli rientrarono nelle loro case; altri preferirono congiungersi colle truppe che si ritiravano da Stenico verso il Caffaro per esser sicuri di sottrarsi alle vendette del nemico. Il grosso della truppa austriaca che aveva combattuto a Male, rientrò la sera stessa a Cles, trascinando seco prigioniero il Taddei, capo del governo provvisorio di quella borgata.

Dopo i fatti d’arme di Castel Toblino, il grosso dei corpi franchi si era concentrato, come vedemmo, su Stenico. Qui li raggiungeva un ordine del generale Allemandi, in data 15 aprile, di sospendere l’avanzata. Quest’ordine era stato determinato dal rifiuto che il generale Salasco aveva opposto a una richiesta di truppe regolari in rinforzo, e dalla difficoltà di organizzazione dei servizi logistici.

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Frattanto la condizione morale e materiale delle truppe accantonate a Stenico andava di continuo peggiorando. Gli insuccessi patiti, la mancanza di un comando, la penuria di viveri, il freddo e l’ umidità causati dalle piogge persistenti, la discordia fra i capi aggravavano di giorno in giorno la sfiducia e l’indisciplina. Il generale Longhena, accusato di aver determinato coi suoi indugi l’insuccesso di Castel Toblino, aveva avuto un vivacissimo diverbio cogli altri comandanti, in presenza dei soldati. Rientrato a Stenico, egli lasciò il comando della propria colonna all’Arcioni e parti per Brescia nell’ intento di scolparsi presso il Governo provvisorio.

In quei giorni molti volontari, stanchi delle fatiche del campo, disertavano addirittura dai propri corpi e se la svignavano alla spicciolata verso il Caffaro senza che i loro capi osassero energicamente opporsi a tali defezioni. Sembra che fra il 16 e il 18 aprile tre o quattrocento uomini abbiano abbandonato in tal modo la posizione di Stenico. E coloro che restavano non facevano che lamentarsi, incolpando l’Allemandi di tradimento, accusando gli altri generali di inettitudine, prendendosela anche colla popolazione del luogo, la quale col suo contegno dimostrava scossa quella fiducia nella liberazione che le aveva inspirato i primi entusiasmi, e dalla disorganizzazione dei corpi franchi arguiva purtroppo prossimo il momento dell’abbandono.

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Mentre duravano i combattimenti del 14 e 15 aprile, arrivava a Stenico un battaglione di 500 uomini reclutati nella val Sabbia, sotto il comando del Sedaboni. Per premunirsi contro un possibile attacco sul fianco destro, il 16 aprile, ossia all’ indomani della ritirata in Stenico, l’Arcioni spedi questo battaglione verso Ballino. Il giorno seguente vennero inviate a rinforzo del Sedaboni le compagnie bergamasche agli ordini del Bonorandi (300 uomini circa) coll’ istruzione di far avanzare il Sedaboni all’occupazione di Tenno e Pranzo, due villaggi soprastanti Arco e Riva. Il Bonorandi giungeva a Ballino verso il mezzogiorno, ma non vi trovava il Sedaboni, il quale si era spinto innanzi senza attendere ordini. Allora mandò esploratori in avanti per informarsi sulle mosse di questo corpo e ne apprese che i valsabbini, smaniosi di combattere, erano scesi verso le sponde del Garda senza neppure lasciar guardata l’importante posizione di Tenno, unica possibile via di ritirata. Allarmato il Bonorandi spinse subito i suoi bergamaschi a passo di corsa verso Tenno, e arrivò appena in tempo a ricacciare un picchetto nemico che tentava d’impadronirsi di quella località.

Intanto i valsabbini guidati dal Sedaboni, dal Lana e dal Boifava — l’ardito curato di Serle (Brescia) trasformatosi in capo di volontari — si dividono in due schiere: l’una, al comando del Lana, si dirige al piccolo villaggio di San Tommaso sulla via da Riva ad Arco, ove si asserraglia per premunirsi contro le compagnie austriache di stanza a Riva; l’altra più numerosa, agli ordini del Sedaboni, gira a settentrione il monte Brione, puntando sul Linfano.

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Cosí narra il Bresciani lo scontro che quivi ebbe luogo:’

“Gli imperiali, lasciate due compagnie alla difesa della città di Riva, avevano preso posizione con una compagnia di ungheresi sulla strada della Mazza, luogo fortissimo coperto di grandi massi e difeso sulla fronte dal fiume Sarca, col passaggio libero sulla riva destra del fiume per il ponte di Torbole, al quale facevano buona guardia spingendosi innanzi fino ai casolari che vi stanno dappresso. Chiaro appare il loro obbiettivo di impedire ai corpi franchi il passaggio del fiume e l’inoltrarsi per la via di Nago nella valle dell’Adige”…

“Al primo apparire della schiera del Sedaboni, gli austriaci al di là del fiume aprirono tosto contro di essa un fuoco ben nutrito, cui male potevano rispondere i volontari lombardi coi loro antiquati fucili dell’epoca napoleonica e coi moschetti da caccia di cui molti erano armati. Sorpresi cosi all’improvviso ebbero da prima nelle file un po’ di scompiglio, ma ben presto riordinatisi, proseguirono arditamente verso il ponte, coperti in parte dalle siepi e dalle piante sul ciglione della strada, ed in parte dagli ulivi a pié del monte. Ben altrimenti però successe quando furono in prossimità del ponte, perché ivi colti sulla strada scoperta dovettero retrocedere lasciandovi due morti. Alcuni volontari, rinchiusisi nella casa detta del Sasso come in una fortezza e barricate le porte tennero testa — per dar tempo ai loro compagni di prendere forte posizione sul pendio di Brione — ai ripetuti assalti di un drappello di militi che si era spinto fin sotto quella casa”…

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“Frattanto una parte dei soldati ungheresi, risalendo per la sponda destra del Sarca dietro la fitta siepe di salici e pioppi che stanno su quell’argine, cercava di prendere i volontari italiani alle spalle”…

Questi ultimi però furono avvertiti a tempo della mossa avversaria e poterono ritirarsi, a quanto sembra, parte verso Arco e parte sul villaggio di San Tommaso, ove si ricongiunsero con l’altro scaglione. Anche in questa località ebbe luogo, lo stesso giorno 18, un piccolo scontro tra i corpi franchi e i cacciatori tirolesi provenienti da Riva. Nello scontro del Linfano i volontari ebbero 5 morti, che furono sepolti tutti insieme dietro la chiesetta della Madonna della Vittoria. Gli austriaci perdettero due uomini.

Dopo un vivace scambio di fucilate le due compagnie austriache, vistesi inferiori di numero, si ritirarono, ma tornarono ben presto all’attacco presso il torrente Varone, in vicinanza della strada Arco-Riva che allora passava sopra il corso d’acqua. Parteciparono a questo combattimento anche le truppe imperiali dislocate a Torbole, che si erano battute lo stesso giorno al Linfano. Gli italiani, minacciati contemporaneamente da due parti, ossia da Riva e dal monte Brione, furono costretti fra le quattro e le cinque pomeridiane a cedere il campo.

Sette volontari che si erano indugiati nella vicina casa del dottor Bonapace (ora Modl), furono presi, legati uno per uno ad un filare di pioppi del più vicino campo e fucilati a salve. I corpi franchi in ritirata si rifugiarono in Arco, ove abbatterono tutti gli stemmi governativi. La popolazione, che li credeva vincitori, fece loro una festosa accoglienza. Senonché, temendo di essere assaliti dagli austriaci in posizione sfavorevole e di aver chiusa ogni via di uscita, durante la notte stessa i volontari ripararono in disordine su Tenno. Trovarono sul loro passaggio le truppe del Bonorandi, impotenti a frenarne la fuga. Buona parte degli uomini del battaglione Sedaboni si sbandarono, ritornando alla spicciolata ai loro villaggi di Valsabbia.

Il generale Arcioni, il diciotto a sera, in seguito al rapporto sfavorevole del Bonorandi, aveva fatto partire parte della sua colonna in soccorso alla volta di Ballino, ma l’aveva subito richiamata, alla notizia che truppa nemica muoveva contro Stenico. In quei giorni arrivava pure a questo borgo da Tione e dal Caffaro, un reparto cremonese comandato dal Tibaldi, forte di circa 150 uomini. La colonna Manara, dopo il fatto d’armi di Castelnuovo si era trattenuta tre giorni a Salò, ove aveva ricevuto ordine, il 15 aprile, di marciare per Vestone ed il Caffaro. Luciano Manara si mise in viaggio con soli 150 armati scelti, e il 16, dopo due giornate di cammino, entrò in Tione, ove per volere dell’Allemandi doveva trattenersi.

Ma il 18 il generale Arcioni, temendo prossimo un attacco, prega il Manara di correre a Stenico a rafforzarlo coi suoi e saputo che il Manara, non vuole muoversi da Tione in ossequio a quanto aveva disposto l’Allemandi, il 19 ripete l’invito con maggior calore. Dietro tali insistenze il Manara parte la sera dello stesso giorno da Tione e perviene a Stenico nel cuore della notte, appena in tempo per misurarsi cogli austriaci che muovono ad assalire le posizioni dei nostri.

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Infatti il generale Welden, giunto a Trento da Bolzano la sera del diciassette aprile coll’ordine di liberare il suolo tirolese dai corpi franchi, aveva preso disposizioni energiche. Mentre era ancora in viaggio aveva stabilito che si concentrassero a Trento tutte le truppe disponibili e che si rompessero i ponti sull’Adige da Trento ai confini.

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Arrivato sul luogo, revocò quest’ultima disposizione come dannosa; ma decretò l’immediato disarmo della città di Trento, della vai di Non e delle Giudicarie, pena la fucilazione, e dispose per un attacco generale contro i corpi franchi, vietando di far prigionieri: chiunque fosse preso doveva esser passato per le armi sul luogo. “Questi sistemi terroristici – riferiva egli al maresciallo Radetzky – hanno qui prodotto il più favorevole effetto; la canaglia fugge in tutte le direzioni, l’aria si purifica”. Il generale Welden dunque, mentre mandava il Melczer con forti reparti verso la valle di Non ad attaccare lo Scotti, e confermava al colonnello Zobel il comando delle guarnigioni di Nago, Riva e Torbole, avanzava egli stesso col grosso dei suoi contingenti verso Castel Toblino e Stenico, non senza aver lasciato minute disposizioni per un rafforzamento delle mura e del castello di Trento.

L’ala principale era composta di undici compagnie e di mezzo squadrone di cavalleria Liechtenstein. Giunto presso Vezzano, il Welden ordinò al maggiore Scharinger di spingersi con due compagnie di fanteria Schwarzenberg per Ranzo su San Lorenzo di Banale per mettersi in comunicazione colle due compagnie dello stesso reggimento che il Melczer doveva aver spedito, sotto il comando del capitano Berg, da Mezzolombardo per Molveno.

E infatti lo Scharinger e il Berg si congiunsero la sera del 19.  Contemporaneamente il tenente colonnello Signorini con cinque compagnie di cacciatori marciava dalle Sarche verso Villa di Banale seguendo la riva destra del Sarca, dopo aver distaccato due compagnie del reggimento Schwarzenberg su Dro, Arco e Riva.

I soldati del Manara non si erano ancora riposati dalla faticosa corsa della sera, quando li colse l’annunzio del sopraggiungere degli austriaci. L’Arcioni spedì appunto i 150 uomini del Manara, i 150 della colonna Tibaldi e due compagnie di carabinieri ticinesi della propria brigata a fronteggiare le truppe nemiche che si rivolgevano contro Villa Banale e Sclemo. I volontari del Manara tenevano la destra, i cremonesi il centro e le compagnie dell’Arcioni la sinistra. Il Welden per sorprendere i corpi franchi aveva ricorso ad un ignobile stratagemma, e cioè aveva spedito innanzi un drappello di soldati travestiti in modo da esser scambiati per volontari italiani.

Le truppe del Manara e del Tibaldi rimasero dapprima perplesse, credendo si trattasse di connazionali; ma quando si videro fatte segno alle fucilate si sparsero fra i campi e cominciarono a rispondere vivamente al fuoco del nemico. (Il Dandolo, non credendo alla perfidia del nemico, scrive che si trattava di volontari stiriani, vestiti a press’a poco come i corpi franchi lombardi. Ma le truppe comandate dal Welden erano interamente composte di soldati regolari. Secondo le memorie dell’Archivio Marchetti il tradimento sarebbe stato architettato da un certo Angelo Mericci milanese, caporale dei gendarmi, che in quei giorni dirigeva il servizio di spionaggio in favore degli austriaci.)

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Le compagnie del Signorini, passato il ponte di Villa Banale, si erano andate distendendo a destra attraverso il declivio che da Sclemo scende al torrente Ambiès. I futuri eroi del Vascello resistettero strenuamente all’ urto degli austriaci, né minore fu la tenacia spiegata dai cremonesi, i quali, sebbene disordinatamente sparsi, seppero impedire al nemico più numeroso di progredire di un passo. Senonché le truppe dell’Arcioni che formavano l’ala sinistra, assalite dalle schiere del Signorini che si erano distese al disopra di Sclemo, dovettero retrocedere. Il paese di Sclemo, rimasto indifeso dalla parte di nord, fu girato e occupato quasi di sorpresa; i cremonesi rifugiatisi in una casa del villaggio furono catturati e subito passati per le armi secondo le istruzioni del Welden : ad eccezione di tre che meglio nascosti degli altri poterono poi travestirsi e fuggire.

Da tre ore durava il combattimento sotto la pioggia dirotta, quando il Manara, accortosi che il fianco sinistro era scoperto, fece suonare la ritirata e riparò col Tibaldi in buon ordine su Stenico. Poche ore dopo il combattimento sopraggiungevano a Sclemo da San Lorenzo le truppe agli ordini dello Scharinger e del Berg.

Stenico, situato sopra un’altura dalla quale domina la sottostante Valle del Sarca, quasi sicuro sulla destra per il burrone che precipita sul fiume, appoggiato a sinistra contro la montagna, munito di un castello in posizione elevata, poteva esser facilmente difeso. Ma le truppe dell’Arcioni, esposte per tanti giorni alla fame e al freddo, minate dalla sfiducia e dalla indisciplina, convinte di esser tradite dai loro superiori, dai loro compagni, dalla popolazione trentina e da tutti, e portate all’estremo grado di demoralizzazione dall’ ultimo rovescio, non potevano più esser tenute in pugno. Il comandante, più che costretto a ripiegare fu rimorchiato nel loro generale sbandamento, La stessa notte fra il 20 e il 21 l’Arcioni cogli uomini che non avevano ancor disertato prendeva la via di Tione, senza neppure avvertire il Manara, senza pensare che a Tenno era rimasto il reggimento del Bonorandi al buio d’ogni notizia e gravemente minacciato alle spalle. A loro volta Manara e Tibaldi, posti nell’ impossibilità, di reggere, con soli duecento armati, contro un migliaio di austriaci, il mattino del 21 aprile retrocedevano su Tione.

TRENTO AI PRIMI DELL'OTTOCENTO

TRENTO AI PRIMI DELL’OTTOCENTO

Il governo provvisorio di Milano, conscio delle gravi deficienze manifestatesi nei corpi dei volontari, aveva nel frattempo ordinato al generale Allemandi di concentrarne una gran parte a Brescia per armarli, equipaggiarli e riorganizzarli (17 aprile), lasciando nel Trentino i contingenti ritenuti bastevoli a mantenere le posizioni occupate. L’Allemandi, dal canto suo, dopo aver invano tentato di ottenere da Carlo Alberto quattro battaglioni di truppe regolari ed alcuni cannoni, dopo aver armato due piroscafi per uno sbarco su Riva che non poté intraprendere, si decise da Vestone, il 19 aprile, a partecipare all’Arcioni e al Manara l’ordine di ritirata.

Il generale comandante invitava i due capi a prendere le loro disposizioni di partenza per Brescia e a consegnare al comandante Beretta — che con un battaglione di disertori del reggimento Haugwitz era giunto a Condino il 18 — i posti e i passaggi già occupati, non estendendosi troppo oltre Tione. Raccomandava pure all’Arcioni e al Manara di non abbandonare le Giudicarie “senza aver preso le sagge misure, che potranno inspirare la maggior confidenza agli abitanti del paese”. Lo stesso giorno il generale Allemandi con una lettera da Salò affidò al comandante belga Thanberg la direzione provvisoria delle forze del Trentino, e pose ai suoi ordini, oltre alle truppe che già capitanava a Vestone, il battaglione del Beretta e il reggimento della Morte, comandato dall’Anfossi, che in quel giorno doveva arrivare a Vestone da Milano.

L’Allemandi, avvilito dall’esito della campagna, esasperato per la trascuranza del governo milanese e dell’esercito sardo, completamente esautorato di fronte ai volontari per i suoi tentennamenti e la sua latitanza, dopo di aver invano tentato di provvedere alla riorganizzazione dei contingenti in Bergamo, fu da una dimostrazione popolare a lui avversa costretto a dimettersi (25 aprile).

Né l’Arcioni aveva potuto stare fedelmente ai suoi comandi. Dopoché le sue truppe sbandate vennero a conoscenza, a Tione, delle disposizioni di ritirata su Brescia e Bergamo, la marcia si trasformò in rotta precipitosa. Il Manara che poche ore dopo rientrava in Tione coi suoi duecento armati non vi trovava piú l’Arcioni, né – con forze così esigue – poteva attenersi agli ordini dell’Allemandi, che volevano mantenute le posizioni occupate, e aspettare che a rimpiazzarle venisse il battaglione Beretta. Gli stessi dirigenti dell’amministrazione insurrezionale di Tione, ai quali il Manara espose la situazione, lo consigliarono a ritirarsi; e dietro di lui si posero in salvo tutti i patrioti del paese, per scampare alle paventate rappresaglie delle truppe austriache.

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Il Bonorandi, che si era fermato nella posizione di Tenno, apprendeva il giorno 21 la nuova della perdita di Stenico, valicava in fretta il Durone e toccava Tione appena in tempo per sottrarsi dall’inseguimento degli austriaci che, stanchi del combattimento del dì innanzi, si erano limitati a prendere una forte posizione a Sclemo e a Stenico. Le truppe dell’Arcioni e del Manara avevano già abbandonato Tione: cosicché il Bonorandi dovette frettolosamente continuare la sua marcia verso il lago d’Idro.

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La colonna Longhena, passando il Caffaro l’’8 aprile, aveva distaccato una compagnia di Cresciani, comandata dal Filippini, verso la valle di Ledro. Questa compagnia era poi stata rinforzata dai volontari napoletani condotti dal Giardini e da altri della colonna Thamberg. Un reparto della 14a compagnia dei cacciatori tirolesi, comandato dal tenente Gerstenbrandt, sbarcò il 22 aprile dal lago di Garda presso la foce del torrente Ponale per affrontare i nostri in Val di Ledro. Non essendo ancora costruita la strada nella roccia, era quello l’unico modo per salirvi da Riva. Ma i volontari italiani caricarono i cacciatori alla baionetta e li costrinsero a riparare sulle loro imbarcazioni, ferendone parecchi e facendo due prigionieri: a quanto sembra quattro soldati austriaci, nella fretta di porsi in salvo, affogarono nel lago. Si distinse particolarmente in questo fatto d’armi l’ufficiale napoletano del Balzo, che si trovava all’avanguardia.

Senonché, per non correre il rischio di esser tagliati fuori dagli imperiali sopraggiunti per la bocca di Trat e Val di Concei, i nostri si ritirarono fra Tiarno e Storo. Il giorno seguente infatti (cioè la domenica di Pasqua) un corpo nemico rientrò in Valle di Ledro per la via dei Campi e Bocca di Trat, assali la retroguardia dei volontari ad occidente del paese di Tiarno superiore, ne fece prigionieri sette (che regolarmente fucilò secondo i precisi ordini del Welden) e respinse gli altri fino alla bocca d’Ampola.

Anche il comandante Beretta era ben presto costretto a ripiegare da Storo sul Caffaro. In tal modo, verso il 24 aprile, tutti i corpi franchi erano ridotti agli estremi limiti del Trentino. La breve incursione degli insorti lombardi sul suolo “tirolese” aveva dato luogo ad un rumoroso allarme non solo nella parte tedesca del Tirolo e nell’Austria, ma in tutta la Ger-mania. Quei ribelli avevano osato oltrepassare i confini della Confederazione germanica: tutta la Germania doveva riunire le proprie forze per respingerli. Il duca Massimiliano, cugino del re di Baviera, intendeva porsi alla testa di bande volontarie per scendere a difesa del Tirolo;  studenti e artisti di Monaco vi si arruolavano clamorosamente; molte dame bavaresi si affaccendavano ad approntar bande e filacce per l’esercito di Radetzky. In tutta la Germania era divenuta popolare, dopo la spedizione dei corpi franchi nel Trentino, la frase del generale Radowitz “essere la linea del Mincio elemento essenziale per la difesa della Germania”.

ANSELMO GUERRIERI DI GONZAGA

ANSELMO GUERRIERI DI GONZAGA

L’Arese che era allora delegato del governo provvisorio lombardo presso la corte di Baviera, rendeva note al suo governo queste manifestazioni, e altrettanto scriveva a Torino l’inviato sardo a Monaco, che appena era riuscito ad evitare una dimostrazione ostile sotto le sue finestre. Il marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga, che a Milano dirigeva la politica estera, rispondeva all’Arese dichiarandosi spiacente che “l’occupazione di alcune strisce del Tirolo italiano  avesse provocato in Baviera tanta emozione, ma argomentando che il nuovo Parlamento germanico fosse per ricostituire lo Stato non in base a pretesi diritti storici, ma in base al principio di nazionalità.

 Intanto però il Ministero insurrezionale lombardo — che per ragioni di opportunità militare aveva già ordinato di non proseguire l’avanzata (17 aprile) — preoccupato, non meno del Gabinetto sardo, delle minacce della Germania, ordinò che le forze dei volontari che si andavano riorganizzando si mantenessero sulla linea di confine del Caffaro e che quivi si ritirassero i corpi che, come il battaglione del Beretta, erano rimasti, dopo il 21 aprile, nel Trentino.

Il Governo austriaco, per render manifesto il suo veto e quello dei confederati, fece più tardi esporre ai confini del Lombardo-Veneto tabelle portanti la scritta: “Suolo della Confederazione germanica”. E il generale Giacomo Durando, che il 27 aprile fu inviato a sostituire l’Allemandi nel comando dei volontari, messo sull’avviso da Torino, dovette intitolare le milizie ai suoi ordini col nome di Corpo d’osservazione del Tirolo.

Queste milizie erano in sulle prime composte di non più di 1400 uomini, ossia: un battaglione di disertori italiani del reggimento Haugwitz, raccolti a Brescia e comandati dal Beretta; il Reggimento della Morte coll’ Anfossi, relativamente ben vestito, ma difettoso d’armi, ed inquinato della peggior feccia dei bassifondi di Milano; e 250 o 300 uomini col nome di Guide del Tirolo agli ordini del comandante Thanberg. Cómpito del generale Durando era soltanto quello di resistere sul Caffaro, proteggendo l’ala sinistra dell’esercito piemontese contro una eventuale sorpresa degli austriaci.

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Altri contingenti di volontari erano in via di riorganizzazione in varie città di Lombardia. Cosi il Tibaldi preparava a Cremona una seconda spedizione, il Manara istruiva a Salò le sue truppe, dopo averne scartato tutti gli elementi inservibili, il Bonorandi riordinava i suoi a Bergamo e vari reparti nuovi si istituivano per essere inviati a rinforzo delle posizioni occupate dal Durando. Questa seconda formazione dei volontari, se aveva qualche difetto in meno della precedente, era ancor deficiente sotto molti riguardi, né certo avrebbe potuto tentare con fortuna un’altra spedizione nel Trentino, se pure le opposizioni diplomatiche non lo avessero impedito.

Armati in gran parte con fucili di vecchio modello, e diretti da ufficiali improvvisati e inesperti, mal vestiti, mal equipaggiati, mal nutriti, mal istruiti, mal temprati alle fatiche del campo, mal educati alla disciplina militare, guastati dai pettegolezzi, dai risentimenti, dalle invidie, dai rancori personali, insofferenti della missione di difesa semplicemente passiva affidata loro, quasi abbandonati e dal governo lombardo e da quello piemontese, essi offrivano uno spettacolo assai poco edificante e davano prima ancora della sconfitta finale un chiaro preavviso dell’ irreparabile disastro.

Fra Riva, la val di Ledro e Storo gli austriaci avevano circa 2500 uomini: nella val del Chiese si trovavano, ai primi di maggio, il terzo battaglione dei cacciatori da campo agli ordini del tenente colonnello Signorini e alcuni reparti di tiratori tirolesi e di studenti viennesi. Essi occupavano Storo e spingevano ricognizioni fin verso Darzo, mentre i nostri tenevano Lodrone, Bagolino e Rocca d’Anfo.

Il 27 aprile il terzo battaglione dei cacciatori Imperiali si era avanzato da Condino verso il ponte di Storo contro il reggimento dell’Anfossi, mentre il tenente colonnello Pechy con sei compagnie di fanteria Schwarzenberg e la 15° compagnia cacciatori aveva dalla valle di Ledro assalito Storo, guardata dal Thanberg con poco più di 400 uomini. I volontari, presi tra due fuochi e battuti dall’artiglieria nemica, cedettero, ritirandosi a Lodrone e al Caffaro, ove trovarono l’appoggio del battaglione Beretta.

Altre scaramucce di scarsa importanza ebbero luogo il 12 e il 14 maggio presso il ponte Dazio, e qualche insignificante scambio di fucilate nei giorni successivi. Uno scontro di maggiore importanza si verificò invece il 22 maggio fra Lodrone e Monte Suello. Le truppe austriache comandate dal colonnello Melczer attaccarono quel giorno all’alba l’avanguardia italiana, divise in tre corpi: il primo si spinse lungo la riva sinistra del Chiese, il secondo fu mandato verso Darzo, il terzo si tenne pronto a girare le posizioni delle truppe italiane dalla parte del Monte Tonolo: potevano essere complessivamente 1500 uomini con una batteria di racchette e tre pezzi da campagna. Gli austriaci assalirono i nostri, che erano asserragliati nel castello di Lodrone, cosi sul fronte come sul fianco sinistro, ove la posizione di monte Tonolo, sovrastante Lodrone, per una inesplicabile negligenza era rimasta senza presidio: e forzarono il reggimento Anfossi e il battaglione Beretta a riparare su Anfo dopo un accanito combattimento. Ma il generale Durando, che si trovava a Lavenone sulla sponda meridionale del lago d’ Idro, arrivò in tempo a condurre le sue truppe sul monte Suello, che domina la posizione del Caffaro e che solo per inavvertenza non era stato preso dall’avversario. Di là incominciò a battere il nemico concentrato presso il ponte con due pezzi d’artiglieria, gettò un reparto di bresciani contro le imperial regie truppe avanzate fino a Riccomassimo e riuscì cosi a determinarne il ripiegamento su Storo e Condino.

Corpi d’osservazione simili a quello del Caffaro erano stati posti anche allo Stelvio, al Tonale e al passo di Crocedomini, col mandato di guardare i confini del Trentino e del Tirolo senza valicarli.

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Aveva il comando delle forze del Tonale il maggiore Fabbrici: da lui dipendevano più di 1500 militi, ossia 520 volontari bergamaschi, 70 volontari di Lovere, altri uomini della Valtellina e della Valcamonica, una compagnia di cacciatori svizzeri, due compagnie del primo reggimento di linea sardo e 24 artiglieri piemontesi con quattro pezzi; il quartier generale aveva sede a Ponte di Legno.

Ai varchi di Crocedomini si era appostato il colonnello Bonorandi con 280 bergamaschi e 110 uomini di Val Camonica. Comandante supremo delle forze ai tre passi di Crocedomini, del Tonale e dello Stelvio (ove si trovavano pure circa 1900 militi agli ordini del colonnello Beni) era il generale d’Apice.

Queste milizie, in deficienti condizioni di armamento e di equipaggiamento, rimasero pressoché inattive fino alla prima metà di agosto, quando cioè la notizia della ritirata dell’esercito piemontese le costrinse a riparare a loro volta in Svizzera o in Piemonte, ovvero a sciogliersi. Soltanto il 27 luglio ebbe luogo in val Vermiglio, e cioè sul versante trentino del Tonale, uno scontro fra i volontari valtellinesi e bergamaschi, e alcune compagnie austriache, che ebbero la peggio e dovettero indietreggiare abbandonando ai lombardi le caserme di Vermiglio.

Di limitatissima importanza furono le incursioni dei corpi franchi veneti nel territorio trentino. Essi si astennero, in aprile, dal cooperare con una regolare spedizione alle mosse dei corpi franchi lombardi, perché supponevano che i villici di Vallarsa e di Valsugana, sobillati dagli emissari austriaci, non li accogliessero con favore. Ai primi di maggio gli imperiali, temendo che il generale Giovanni Durando intendesse intraprendere un regolare attacco verso la valle dell’Astico e del Brenta, avevano dislocato numerose truppe da quella parte; ma fu un falso allarme. Il 7 giugno, il colonnello Melczer, alla testa di cinque compagnie di fanteria e di vari distaccamenti di cacciatori, aveva cercato di forzare il passaggio di Vallarsa per stabilire una linea di collegamento fra le truppe del terzo corpo d’armata austriaco dislocate nel Trentino e quelle del secondo corpo che si trovavano sotto Vicenza, ma era stato respinto in tutti i suoi attacchi. Soltanto il 15 giugno il generale Simbschen, distaccato dal secondo corpo d’armata, poté avanzare alla testa della sua brigata, rendersi padrone del passaggio e rannodarsi cosi colle truppe situate a Rovereto.

La spedizione dei corpi franchi nel Trentino fu certo più dannosa che utile alla causa nazionale. Per un’ indole seria, posata e non proclive ai facili entusiasmi come quella dei valligiani trentini l’aspetto dei volontari che accorrevano a liberarlo dallo straniero non poteva esser tale da incuter loro rispetto e fiducia. La condotta di quelle truppe, miste, come ha scritto il Dandolo, del fiore e della feccia della società, fu spesso dura, scorretta, censurabile, non scevra da violenze e da ruberie: il linguaggio talora poco educato e perfino turpe dei molti barabba infiltratisi fra quelle colonne screditava i corpi franchi di fronte ad una popolazione semplice, onesta, patriarcale, religiosa che militi e comandanti nei pochissimi e disgraziati giorni di permanenza nel Trentino non seppero né conoscere né apprezzare. Il disordinato equipaggiamento, l’assenza d’una divisa, la manifesta indisciplina, le continue defezioni cui assistevano quei contadini erano sintomi tali da toglier loro ogni spinta ad appoggiare con calore un movimento già esaurito

(Certi reparti si distinsero invece per una condotta assai corretta. Le compagnie che scesero in Val di Sole e Vai di Non furono, ad esempio; in tutto e per tutto incensurabili. Il contegno delle truppe austriache, nonostante la loro apparenza di ordine, fu assai peggiore. A Vilpian presso Bolzano il 17 giugno fu assalita una casa di coloni italiani da alcuni Landesschutzen uniti a contadini tedeschi dei luoghi, perché sospetti di esser favorevoli alla causa italiana. Nove persone, fra le quali due donne, furono massacrate, e gli assassini non vennero processati. A Mori uno studente viennese volontario ammazzò per divertimento un contadino che stava sfogliando un gelso. A Pres certo Pacher Antonio era, il 17 aprile, ucciso dai soldati a colpi di baionetta. In Valsugana i gabanotti si abbandonarono a frequenti atti di saccheggio. Durante tutta la campagna la condotta delle truppe imperiali fu violenta e rapace contro le popolazioni del luogo.)

in sé stesso fin dagli inizi. Talora i volontari, esasperati dalla fatica, dai disagi e dagli insuccessi contro tutti e contro tutto, gettavano persino accuse di tradimento contro quei buoni montanari. E infine, dopo aver promesso di sorreggerli e di difenderli contro una eventuale riconquista dell’Austria, li abbandonarono senza alcun riguardo alla loro sorte.

Anche da questa durissima prova però doveva riuscire trionfante il senso d’italianità del Trentino. Le popolazioni, che non avevano esitato a dichiararsi in favore di una unione all’Italia furono poco appresso unanimi nell’eleggere quei candidati che promettevano di difendere a Francoforte e a Vienna i diritti alla vita nazionale della loro regione. E i profughi si riunirono a Brescia, a Venezia e a Milano ad affrettare con ogni sforzo il momento — ahimé, ben lontano — — del riscatto delle patrie montagne.

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L’annessione del Trentino alla Confederazione germanica, avvenuta in forma quasi clandestina nel 1815, non aveva a quei tempi, né poi, suscitato serie apprensioni. Il corpo federale tedesco, infelice surrogato di un sedicente impero romano morto di sfinimento, aveva dal quindici al quarantotto dato così deboli segni di esistenza, che non sembrava ai trentini valesse la pena di Interessarsi dei propri rapporti con quello. Né il sistema di rigida compressione della parola e della stampa instaurato dal governo austriaco avrebbe permesso manifestazioni avverse a quel legame. Ma allorché, durante la fugace incursione dei corpi franchi, le suscettibilità teutoniche si risvegliarono lamentando a gran voce una usurpazione di territorio nazionale, allorché apparve evidente ai trentini che a qualsiasi progetto di spedizione delle truppe italiane nel loro paese era opposto con successo un veto austro-germanico, il loro patriottismo si ribellò vivacemente contro questo vincolo mostruoso.

Proprio in quei giorni (18 aprile) un proclama da Innsbruck annunziava:

“Sua Maestà si è graziosamente compiaciuta di ordinare che all’assemblea costituente nazionale germanica indetta pel primo del prossimo mese a Francoforte sul Meno, sieno da mandarsi deputati delle sue provincie aggregate alla Confederazione germanica nella maniera come lo desiderò il Parlamento preliminare in Francoforte, e come la Confederazione annuì a quei desiderii coi suoi risolvimenti del 9 mese corrente”.

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Il Trentino non è ancora uscito, in quei giorni, dal regime di terrore inaugurato dallo Zobel e dal Welden. Ciò nonostante, l’invito a partecipare ad un’assemblea nazionale germanica è da molti apertamente e pubblicamente dichiarato un’offesa all’italianità del paese; sono avanzate proposte di astensione in segno di protesta; e per un momento, sembra che questa tesi debba trionfare. Ma il sacerdote Giovanni a Prato, professore nel ginnasio di Rovereto, combatte questo progetto con una serie di articoli sul Messaggiere tirolese: egli sostiene che i deputati trentini debbano accorrere a Francoforte per propugnare di fronte ai rappresentanti della Germania i diritti nazionali del Trentino e per ottenerne il distacco e dal corpo federale tedesco e dalla provincia del Tirolo. Non mancano a lui minacce da parte dell’Austria, anonime minatorie, aperte accuse su giornali ufficiali, ma egli non si sgomenta. Quel fervido patriota e i suoi degni amici comprendevano che la questione, oltre alla grande importanza morale che aveva in sé stessa, presentava un altissimo rilievo come pregiudiziale rispetto ad una possibile annessione all’Italia rigenerata: date le minacce germaniche e la consistenza delle forze armate in Italia, il riscatto del Trentino dall’Austria non avrebbe potuto che assai difficilmente avvenire, se prima non lo si ritoglieva dal recinto germanico e non lo si scioglieva dalla prigionia tirolese.

Senonché, coll’opporre a questo stato di fatto una semplice e sterile astensione, il Trentino aveva minori probabilità di vittoria che non col perorare i suoi santi postulati nel seno di un’assemblea riunita in nome dei principi di nazionalità e di libertà. Giovanni a Prato si portò candidato per la città di Rovereto, e i candidati degli altri cinque collegi del Trentino (Trento, Riva, Mezzolombardo, Cles e Levico) si dichiararono concordi negli stessi propositi.

Le elezioni a doppio grado che ebbero luogo il 30 aprile e il 7 maggio fecero uscire dalle urne, a voti pressoché unanimi, Giovanni a Prato e Francesco Antonio Marsilli (sostituto) per Rovereto, Giuseppe Festi e Pietro Bernardelli (sostituto) per Trento, Giovanni Depretis e Carlo Esterle (sostituto) per Mezzolombardo, Gedeone Vettorazzi ed Emilio Avancini (sostituto) per Levico, Pietro Bernardelli e Sisinio Depretis (sostituto) per Cles, Giovanni a Prato e Francesco Antonio Marsilli (i medesimi del collegio di Rovereto) per Riva.

GIOVANNI A PRATO

GIOVANNI A PRATO

Chi sono coloro che il popolo trentino invia compatto come suoi rappresentanti all’ assemblea di Francoforte per propugnare i propri diritti nazionali? Condottiero della deputazione è Giovanni a Prato, magnifica tempra di combattente, vittima nel ’50 della reazione austriaca, che lo destituirà da professore; deputato di Trento il conte Giuseppe Festi, uno dei quattro che lo Zobel aveva fatto deportare come ostaggi l’8 aprile, perché in fama di individui pericolosi; degni di loro Giovanni Depretis, Carlo Esterle e Francesco Antonio Marsilli, che iniziano da quel punto una carriera di lotta instancabile e di tenace cospirazione contro l’aquila bicipite, che li ripagherà colle sue persecuzioni. Che più? Gli elettori del collegio di Riva, Arco e Giudicarie concentrano tutti i loro voti sul nome del dottor Giacomo Marchetti, capo del cessato regime insurrezionale di Tione, riparatosi a Milano per sfuggire alle rappresaglie del governo! L’Austria dichiara di non accettare tale designazione: gli elettori protestano solennemente e gli sostituiscono il Prato (che opta per Rovereto) e poi il Marsilli, patriota non meno fervido degli altri due. Piú tardi (1849) la città di Rovereto invierà a Francoforte come deputato niente meno che l’avv. Antonio Gazzoletti, e cioè il più instancabile agitatore irredentista, uscito pochi mesi prima da un fortunoso procedimento in seguito ad accusa di cospirazione. Analoga prova di dignità e d’indipendenza dette il Trentino in quello stesso mese, bandite che furono le elezioni per la dieta provinciale del Tirolo. Già in occasione della venuta dei corpi franchi si erano replicatamente invitati i comuni a inviare delegati a Innsbruck per organizzare la difesa del paese, e cioè la guardia nazionale e la milizia provinciale; ma per sottrarsi a questa odiosa imposizione che li avrebbe costretti a una lotta fratricida, e per protestare al tempo stesso contro il nesso provinciale tirolese, quei municipi rispondevano di voler trattare tali affari separatamente dal Tirolo. I nostri buoni alpigiani poi erano rimasti del tutto sordi ai replicati inviti di prender le armi “in difesa della patria austriaca” salvo qualche decina di ignoranti contadini di valle di Fiemme che alcuni emissari tirolesi erano riusciti ad assoldare a suon di fiorini e che dai cittadini di Trento — ove si trovavano di guarnigione — erano fatti segno a continui motteggi e dispetti.

Più tardi veniva convocata ad Innsbruck un’assemblea provinciale costituente, alla quale il Trentino avrebbe dovuto partecipare con soli 20 deputati, e il Tirolo con 52, per quanto la popolazione tedesca della provincia superasse appena di un terzo la popolazione italiana. Era mantenuta, come per il passato, la divisione in quattro classi di elettori: nobiltà, clero, città e campagna, sebbene la proporzione dei rappresentanti fosse lievemente variata a beneficio delle ultime due classi. Ma un comitato di trentini esorta gli elettori ad astenersi dall’elezione dei deputati, e la popolazione, con mirabile solidarietà, diserta in blocco le urne.

ANTONIO GAZZOLETTI

ANTONIO GAZZOLETTI

In pari tempo si riunisce a Calliano, il 10 maggio, una commissione di delegati dei più importanti municipi e stende una protesta la quale si copre in pochi giorni di ben cinquemila firme, comprese quelle di tutti i capi-comune.

La protesta pone in rilievo la contraddizione esistente fra lo spirito della promulgata costituzione e i principi quali resta subordinata la composizione dell’assemblea; si richiama al paragrafo quarto dello statuto che garantisce il libero sviluppo delle nazionalità e l’uso della lingua nazionale e conclude:

“E potrebbe forse dirsi garantita la nazionalità, quando persino i nostri interessi locali e nazionali dovessero dipendere od essere regolati da un congresso, in cui la assoluta e relativa maggioranza apparterrebbe a deputati a noi stranieri, e certamente non troppo a nostro favore disposti ? E potrebbe forse dirsi garantita la nostra lingua, quando fossimo obbligati di trattare gli affari nostri più importanti in lingua a noi sconosciuta ? … Noi invece ci teniamo sicuri di ottenere per il Tirolo italiano II beneficio di un’amministrazione propria la quale porta necessariamente con sé, che gli interessi nostri debbano venir discussi da noi in mezzo a noi e nella patria nostra loquela. Il Tirolo italiano ha interessi del tutto suoi propri, possiede una nazionalità che non si lasciò mai opprimere, è più grande di molti Stati sovrani della Germania, e può quindi con ogni diritto aspirare a discutere e stabilire da sé ciò che particolarmente lo riguarda. E tanto più si fa sentire questo bisogno, dacché molti interessi del Tirolo italiano sono precisamente opposti a quelli del Tirolo tedesco, e noi non potremo mai sperare di vederli giustamente appezzati in una dieta comune .. Per tutto ciò noi protestiamo contro la medesima in modo decisivo ed assoluto, e protestiamo pure contro qualsiasi deliberazione, che da quel congresso venisse presa a a nostro riguardo, e per effetto di questa protesta ci asteniamo dall’ inviarvi deputati”.

Alla Dieta provinciale, apertasi nel giugno 1848, non partecipava infatti alcun deputato trentino, ad eccezione del principe vescovo di Trento (barone de Tschiderer) di nazionalità tedesca.

Il Ministro dell’Interno, al quale — oltre che alla Dieta — era stata indirizzata la protesta, invitava “i comuni quivi sottoscritti a desistere dal loro atteggiamento”. “La domanda d’una separazione amministrativa – diceva il rescritto –  è affatto fuori di tempo, perché la provincia del Tirolo si trova in tutta vicinanza col teatro della guerra, anzi vi si trova parzialmente involta, e perciò la Provincia ha dichiarato di soprassedere per ora ad ogni proposta di cambiamento”. Aggiungeva poi il Ministro: “Il già adunato congresso provinciale è deciso di non trascurare alcun mezzo onde appianare amichevolmente l’insorto conflitto”. Senonché i municipi dei distretti di Trento e Rovereto, a tali sollecitazioni dell’autorità governativa centrale e della Dieta provinciale, rispondevano molto rispettosamente coll’inviare ad Innsbruck una commissione di due delegati per confermare la protesta e spiegarne le ragioni.

Frattanto i deputati eletti il 7 maggio per il Parlamento di Francoforte erano verso la fine di quello stesso mese pervenuti a destinazione. Il trovare un orientamento in mezzo ai seicento rappresentanti di tutte le regioni della Germania che si affollavano in quell’assemblea, infatuati dagli entusiasmi quarantotteschi e preoccupati dal progetto di comporre ad unità il popolo tedesco in opposizione ai grandi interessi dinastici disgreganti, doveva sembrare ai nostri trentini cosa tutt’altro che agevole. Nella gran chiesa di San Paolo, ridotta ad aula politica e addobbata dai tricolori germanici, ove si agitava un principio di nazionalità simile a quello che li aveva spinti al gran viaggio, ma al loro sentimento italiano estraneo e avverso; ove essi erano entrati soltanto per uscirne al più presto, i deputati trentini dovevano sentirsi più che mai intrusi e perduti. Tuttavia, fra quegli idealisti declamanti sulla eguaglianza, sulla fraternità, sulla patria, fra quegli inesperti politici che si perdevano a rimirar le nuvole senza accorgersi dei formidabili inciampi che ad ogni pié sospinto si presentavano loro sul difficile terreno della realizzazione del concepito piano unitario, non mancavano spiriti generosi disposti a riconoscere il diritto dell’Italia ad una propria esistenza, e le buone ragioni del Trentino, di Trieste, di Gorizia, per uno svincolo dall’unione germanica. Il Nauwerk, eletto da Berlino, il 23 maggio 1848 presentava una proposta secondo la quale ” il Governo austriaco doveva essere calorosamente esortato a sospendere l’ingiusta guerra contro il Lombardo-Veneto e a riconoscerne l’indipendenza”. Ma la maggioranza dell’assemblea era decisamente contraria ad ogni aspirazione nazionale degli altri popoli e covava una profonda antipatia contro il movimento insurrezionale italiano.

Di questo ebbero ad accorgersi i nostri de-putati fin dalle prime sedute, ma non si scoraggiarono e progettarono senza indugio il loro piano d’azione. Anzitutto lo svincolo del Trentino dal corpo federale germanico sarebbe sostenuto e discusso come questione per sé stante, sopra una petizione da loro direttamente presentata al Parlamento; in caso di rigetto della petizione, essi risolleverebbero il dibattito quando l’assemblea si accingesse a trattare la questione dei confini federali; in terzo luogo, la protesta si ripeterebbe sulla discussione dell’ordine del giorno che proponeva una mediazione germanica nella guerra fra l’Austria e gli Stati italiani. E le affermazioni nazionali dei rappresentanti trentini ebbero modo di ripetersi precisamente nelle occasioni prevedute per quanto senza successo alcuno.

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Festi, de Pretis, Marsilli, Vettorazzi e Prato presentano anzitutto, in data 5 giugno, la seguente formale proposta:

«I circoli italiani di Trento e Rovereto, senza pregiudizio della loro unione all’Impero austriaco, debbono d’ora innanzi esser sciolti da ogni legame politico colla confederazione germanica».

Il pensiero degli estensori di questa proposta non corrispondeva esattamente alla formula della medesima: e infatti le idee del De Pretis, del Marsilli e dei loro colleghi non si arrestavano, come vedremo, ad un semplice desiderio di emancipazione da una lega germanica già condannata a morte prima di nascere, ma miravano con questo primo passo ad ottenere poi con maggiore facilità quella liberazione dal dominio austriaco che la formula stessa dichiarava di lasciar salvo. Se i deputati non si fossero allora cosi espressi, l’Austria, che già li sospettava e li combatteva entro l’assemblea e nei collegi, avrebbe loro probabilmente impedito colla forza di esercitare il mandato, come già aveva di proprio arbitrio annullato la elezione del profugo e cospiratore Giacomo Marchetti a Riva. E che il pensiero dei rappresentanti del Trentino non si arrestasse all’oggetto della petizione risulta anche dalle molte considerazioni d’indole militare contenute nella medesima:

“La carta qui annessa varrà a dimostrare come i circoli di Trento e Rovereto rappresentino quasi un cono intromesso nel territorio dell’Alta Italia, e come essi perciò non presentino alla Germania alcuna utile linea di confine … La loro difesa riuscirebbe in ogni evento estremamente difficile e perché vi si richiederebbero cinque diversi corpi di truppa, e perché le posizioni più forti …  o si trovano sul territorio lombardo o su quello veneto, o non presentano… alcun utile punto strategico… Tutt’altro sarebbe a dirsi, se i confini del circolo di Bolzano, dove le due lingue s’incontrano, costituissero anche il confine della provincia, poiché le suindicate cinque linee di comunicazione fanno capo a Trento, donde una sola via mette a Bolzano, e questa via facilmente può essere sbarrata alla chiusa di Salorno. Da tale chiusa si dipartono a destra ed a sinistra altissime catene di montagne … Natura ne fece la parete divisoria fra le due nazioni; i popoli la rispettarono, e una politica nazionale la rispetterà …”.

Tali argomenti, testualmente riportati, mediante i quali i deputati trentini cercavano di persuadere la Germania riunita ad accordare al loro paese un benevolo ma definitivo congedo dalla Confederazione tedesca ed una dieta provinciale diversa da quella del Tirolo, provavano evidentemente assai di più: dimostravano cioè la scarsa utilità strategica che l’Austria aveva a conservare il Trentino e il vantaggio puramente difensivo, e non offensivo, che quel paese avrebbe rappresentato per l’Italia.

Vedremo come a raggiungere questa più radicale dimostrazione i patrioti che cospirarono in Italia e nello stesso anno e poi, usassero appunto, e quasi colle stesse parole, gli argomenti che i benemeriti delegati trentini a Francoforte presentavano allora alla Costituente germanica, quasi di sfuggita dichiarando di non voler pregiudicare i diritti dell’Austria sul loro paese.

E non i soli argomenti di carattere strategico, ma anche quelli storici, geografici e morali, i quali nella petizione erano esposti in piena luce a dimostrare la incorrotta e compatta italianità del Trentino, l’autonomia sovrana conservata dal principato di Trento fino all’epoca della rivoluzione francese, e la violenza usata alla regione col sottoporla ad un regime amministrativo e politico del tutto contrastante colla sua indole, colla sua educazione, colle sue tradizioni.

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