IL TRENTINO NEL RISORGIMENTO – 3

Terza puntata sul Risorgimento in Trentino. Con i primi scontri – non a livello dei moti di altre città italiane – e le prime reazioni. Allego anche questa volta un video didattico. Che inquadra in particolare gli avvenimenti del 1848

a cura di Cornelio Galas

L’opera di concentrazione amministrativa e morale dell’Austria, la sua propaganda di esaltazione dello Stato e dell’ Imperatore, condotta con mille mezzi di suggestione, riesce dunque – come abbiamo visto nelle precedenti puntate – a formare un certo numero di persone ad essa devote e fidate delle quali può servirsi per opprimere i popoli, ma non ad avvincere a sé il paese e a snaturarne il carattere e le aspirazioni nazionali. Sebbene il Trentino abbia sopportato, durante i brevi anni di dominio italico, gravissimi danni dei quali non si può facilmente spegnere il ricordo, è sorta allora, e ha lasciato profonde tracce, una coscienza nazionale che il duro regime austriaco e le prepotenze tirolesi sono destinate a rinvigorire. E se in alcuni, anche fra i più eletti cittadini usciti dalle terribili peripezie delle guerre napoleoniche è sottentrato, per reazione, uno schietto sentimento di fedeltà alla casa d’Austria e di consenso ai suoi severi sistemi di governo, gli stessi figli di costoro si schiereranno fra i più coraggiosi fautori della rivoluzione italiana.

scipione

Non dimentichiamo che da Antonio Salvotti nacque Scipione Salvotti, che nel 1853 fu arrestato per delitto di alto tradimento della casa del padre e del quale la procura di Stato austriaca più tardi disse: “Non v’ ha per lui in politica “nome che gli sia più contrario dell’Austria, e “uno dei suoi voti più ardenti e più impazienti è quello di vederne lo sfacimento affinché il Tirolo italiano si possa unire allo Stato vicino”.

E non erano poche le famiglie del Trentino che avevano un padre austriacante con figli che all’ insaputa del padre cospiravano contro l’Austria. Tale fenomeno fu del resto comune a tutta Italia: il Trentino, paese più appartato e più soggetto alla diretta influenza austriaca, lo presentò soltanto con qualche anno di ritardo, ma non meno significativo per questo.

Italian Carbonari

E invero, nonostante che il Governo si sforzasse di smorzare nel Paese ogni manifestazione di vitalità e di appartarlo più che fosse possibile da pericolosi contatti coi paesi del Regno, la corrente delle nuove idee di libertà e di nazionalità si andava facendo strada gradatamente anche in quelle poco accessibili valli.

La borghesia, compressa dai rigidi ed irrazionali sistemi di educazione e d’istruzione, allontanata dalle migliori produzioni della letteratura nazionale, si rivolgeva con tanto maggiore avidità alle opere dei più valenti scrittori contemporanei, specie di quelli che facevano risuonare nei loro libri il nome della patria e che manifestavano il proposito di liberarla e di rinnovarla: gli scritti del Manzoni, del Pellico, del Gioberti, del Colletta, del D’Azeglio, del Grossi, del Botta erano conosciutissimi in tutto il Trentino: I promessi sposi, Le mie prigioni, Marco Visconti, erano letti con interesse anche del popolo.

pellico

Frattanto vari studiosi trentini, come il Giovanelli, il Barbacovi, il Frapporti, il Gar, il Garzetti i si dedicavano con passione a ricerche storiche sul Trentino per dimostrarne le origini e le tradizioni di incorrotta italianità, e la netta eterogeneità che lo separava dal Tirolo e da ogni terra tedesca: scritti questi nei quali talora era inserita, a guisa di passaporto, qualche dichiarazione di ortodossia austriaca, ma che per questo non cessavano dall’esercitare sullo spirito del popolo trentino un’ottima influenza educatrice del sentimento italiano.

L’Istituto sociale, nel quale convenivano i più colti cittadini, cercava per quanto lo permettevano i tempi, di diffondere l’istruzione con intenti nazionali; ed il fatto che presidente di tale Istituto sia stato il conte Sigismondo Manci, colui stesso che nel ’48 firmò, in tale sua qualità, l’indirizzo trentino per l’annessione agli Stati di Carlo Alberto, può dimostrare che nelle adunanze di quell’Istituto dovevano trovar posto conversazioni informate a ben altri scopi, a ben altre speranze, che a un semplice intento di cultura. Nel 1838 si era fondata anche la Società agraria, presieduta poi dal conte Matteo Thun, che fu nel 1848 uno degli ostaggi trentini dell’Austria e che non intimorito da tanto dimostrò in quello stesso anno un’attività patriottica infaticabile. La Società agraria, che riuniva i cittadini a trattare in assemblee dei bisogni del paese, fu il tramite pel quale il Trentino poté porsi in comunicazione coi famosi congressi scientifici italiani, i quali tanto valevano a ravvivare la fede patriottica della Nazione. Di nascosto si diffondevano fra i giovani anche gli scritti rivoluzionari dì Giuseppe Mazzini: ma la propaganda repubblicana non incontrò mai gran favore fra quei monti e vi fece soltanto qualche proselite.

CARLO ALBERTO DI SAVOIA

Neppure aveva potuto stabilirvisi durevolmente un’organizzazione settaria. Il dominio napoleonico aveva introdotto in Italia la Massoneria, ed una loggia massonica si era costituita anche a Trento: lo stesso Antonio Salvotti, futuro persecutore dei Carbonari, era stato uno degli oratori di quella loggia. Ma ai tempi del regno italico la Massoneria era una istituzione tollerata e quasi protetta dal Governo, e comprendeva fra i suoi membri molti funzionari dello Stato. Non deve quindi recar meraviglia il fatto che essa sia pressoché scomparsa in tutta l’alta Italia dopo il 1814; a Trento la loggia aperta nel 1811 si era chiusa anche prima del ritorno degli austriaci. Trento e le città trentine non furono dunque durante il periodo della Restaurazione né sedi di conventicole settarie né centri di cospirazione. Più di un trentino però ebbe rapporti e contatti colla Massoneria, colla Carboneria e colla Giovane Italia ed entrò nel movi mento d’idee e fu a parte dei piani rivoluzionari che si andavano architettando nei vari centri del Regno.

matteo_thun

IL CONTE MATTEO THUN

Nel 1833, un imputato di alto tradimento arrestato a Milano (certo Tinelli), formulò gravi accuse contro i giovani conti Thun di Trento, i quali dovevano poi rappresentare una parte notevole negli avvenimenti del 1848. Essi non furono processati grazie all’intervento del Torresani, direttore della polizia di Milano e loro concittadino, ma le accuse probabilmente non erano infondate. Nel 1847, il conte Camillo Sizzo di Trento si trovava coinvolto nell’agitazione politica promossa dall’ ing. Morandini e sarebbe stato probabilmente arrestato, se il commissario superiore tedesco Cronefels, che si distingueva allora a Trento per la sua eccezionale indulgenza, non lo avesse ripetutamente dichiarato buon suddito.

Mirabili tempre di cospiratori furono il celebre attore Gustavo Modena e l’avvocato Gioacchino Prati. Il primo, nato a Venezia di padre trentino, prese parte nel ’31 ai moti di Romagna e delle Marche, quale segretario del generale Sercognani, e corse a portare aiuti alla sollevazione di Ancona. Sfuggito agli austriaci, riuscì a riparare a Marsiglia, ove conobbe Giuseppe Mazzini che verso quel tempo fondava appunto la Giovane Italia; e con lui nel 1834 prese parte alla disgraziata impresa di Savoia. Nel 1848, dopo aver subito molte peripezie e raccolto molta gloria come attore, si trova a combattere contro gli austriaci a Palmanova. Fierissimo ed intransigentissimo repubblicano, rifiuta ogni appoggio alla sua arte dall’Austria, dalla Toscana e persino dal liberale Piemonte: e inveisce anche contro Garibaldi e Mazzini chiamandoli battistrada della Monarchia. Egli vive rigidissimo, integerrimo, adamantino fino al 1861.

GUSTAVO MODENA

GUSTAVO MODENA

Gioacchino Prati, nato a Trento, è un terribile manipolatore di sette. Pare che Gioacchino Murat lo abbia avuto presso di sé come segretario durante la infelice spedizione del 1815. Ad Ancona gli austriaci lo arrestano, ma egli scappa dal carcere e si rifugia a Coira, ove si dà all’avvocatura e si distingue come oratore in quella loggia massonica, rannodando i suoi rapporti colle società segrete della Germania. Conoscendo perfettamente anche le sette italiane, egli va ideando una fusione fra il movimento liberale italiano e quello tedesco nell’intento di liberare entrambi i popoli dal giogo dell’Austria, e poi un ravvicinamento alle società segrete francesi, per ritentare la lotta contro i governi assoluti con forze riunite e disciplinate. E i suoi sforzi ottengono infatti un parziale successo.

GIOVANNI PRATI

GIOVANNI PRATI

Ma più di ogni altro esercitò un’influenza sulle idee della gioventù trentina e ne scosse gli animi rivolgendoli a propositi di unità e di liberazione, il poeta Giovanni Prati. Giovanni Prati, nato a Dasindo (1814) in una romita valle del Trentino, sentì sempre viva la poesia dei suoi monti, e ne associò il ricordo alle speranze di redenzione italica che a quei tempi ardevano vivissime nell’animo dei patrioti. La maggior parte dei licenziati dai ginnasi del Trentino si recavano allora a studiare all’università di Padova, ove, sotto le persecuzioni della polizia austriaca, si maturava la riscossa del sentimento nazionale. Usciti dalla rigida disciplina dei collegi e delle scuole governative di Trento, essi si mescolavano bramosi di novità e di ideali ai loro compagni veneti, con questi si riunivano nei caffè e nei teatri a discutere delle misere sorti della patria, a complottare dei tiri contro la polizia che li sorvegliava, ad organizzare dimostrazioni che rivelassero il loro sentimento ostile all’Austria pur evitandone le vendette. Berretti goliardici, pizzi e mustacchi patriottici, pipe di grandi dimensioni erano i distintivi che gli studenti a preferenza adottavano per ostentare l’indirizzo dei loro pensieri: e con ciò si tiravano addosso ramanzine, divieti e persecuzioni da parte delle autorità accademiche e della polizia. Giovanni Prati, che nel 1834 giungeva all’ università di Padova circondato dall’ ammirazione dei suoi giovani conterranei e preceduto nella stessa cerchia universitaria dalla fama dei versi letti nel collegio di Trento, doveva diventare appunto uno dei maggiori ispiratori e ravvivatori degli entusiasmi patriottici dei suoi compagni. Già nel 1836 egli stampava a Padova la raccolta dei suoi primi versi, dalla quale traspariva con qualche velo il suo vivo sentimento patriottico, e che ottenne fra i suoi compagni di studio e anche fuori dell’ambiente padovano un brillante successo.

GIOVANNI PRATI

GIOVANNI PRATI

Ma il componimento poetico del Prati che ebbe maggior voga e che gli procurò una vera pleiade di imitatori fu il famoso idillio “I fiori”, stampato nei primi mesi del 1840 in una strenna studentesca. L’ idillio, fra l’altro, diceva così:

 … Un’alta

 Creatura di Dio che Atilia ha nome

Ma miserrima adoro!

E sì gagliardo e glorioso affetto

Inestinguibil arde

Nei chiusi tabernacoli

Tanto, o divina, io t’amo,

Che di te scrissi i miei fiori obliando.

Sebben, qual vive in terra

Fior più bello di te, ma è più infelice?

Però che in libero aere

Nata eri tu, né i perfidi destini

L’ han consentito, e tu le sacre foglie

Or alla serpe che le morde inchini.

Addio. Da un vel di lagrime

Io guardo a te, donna d’altrui. Ma il core

Forte di un di mi parla (e terrà fede)

Che sarai nostra. E fu gentile e santa

Pietà del cor. Chè trista è la giornata

Orba di speme. Oh Atilia!

Noi ti tòrrem la veste dolorosa,

Sarà il tuo crin de’ più bei fiori adorno

A questi versi di Giovanni Prati tenne dietro una serie interminabile di odi, di sonetti di ditirambi, di inni, di canzoni in omaggio affettuoso ad Atilia, nella quale tutti gli improvvisati poeti avevano subito riconosciuto l’Italia. Non si avvide però dello scherzo l’ i r. censore di Padova, e solo pochi mesi più tardi il direttore generale della polizia di Venezia tagliò corto alla valanga dei verseggiamenti, vietando che Atilia fosse più nominata.

PADOVA, IL CAFFE' PEDROCCHI

PADOVA, IL CAFFE’ PEDROCCHI

Dopo le glorie dell’ Edmengarda e le peripezie di Torino, il Prati torna a passar la vita fra Padova e le montagne del Trentino, ovunque facendo propaganda d’ italianità. A Padova, sebbene non più studente, riuniva intorno a sé gli studenti trentini e veneti, e leggeva loro i suoi versi, e loro parlava di patria. Fra le altre composizioni poetiche è degna di nota quella che inneggia al suo Trentino e associa la sorte del proprio paese natio e quella d’Italia in una sola speranza. Essa fu intitolata “In riva all’Adige” e venne pubblicata nel numero di saggio del famoso foglio settimanale Il Caffé Pedrocchi, uscito il 30 luglio 1845. Eccone qualche brano:

Oh! vereconde vergini,

Oh! spose innamorate

Che della dolce Italia

L’ ultimo lembo ornate

Col riso delle grazie

E il fior della beltà!

Figlio dei monti e nomade

Per infedel dimora

Fra voi m’arresto, e l’anima

Che vi contempla ancora

È rivocata ai palpiti

Della sua prima età.

Vidi le molli e splendide

Sorridermi d’ intorno

Figlie dei Dogi, ond’ebbero

Scettro e corone un giorno

L’Adria nembosa e il libero

Mediterraneo mar.

…

E in ogni suol mi piacquero

Volti, favelle, ingegni,

Vuotai ridendo il calice

Di prepotenti sdegni,

Meco sentii la gloria,

Schiusi agli affetti il cor.

Ma sempre- in margo all’Adige

Volava il pensier mio,

Volava colle lagrime

Là dove piacque a Dio

Farmi poeta agli agili

Moti del primo amor.

Oh! son pur questi i memori

Campi del mio trastullo,

Queste le piazze, i portici

Ch’ io passeggiai fanciullo,

Questa la luce e l’etere

Patria del mio pensier.

Oh! Tridentini … apritemi

Gioie e dolori;  io sento

Che innamorato interprete

Saprò trovar l’accento

Che in variate musiche

Suoni e vi parli il ver.

Voi collocò la indomita

Necessità del fato

Tra la felice Ausonia

E il Prennaro gelato:

Ma, pio compenso, italici

Lingua e pensier vi dié.

Deh! custodite il nobile

Tesor che vi rimane,

Da chi vi miete il tritico

Chieder v’ incresca il pane.

Pur senza scettri e porpore

Chi di sé vive è re.

Ma chi nel ricco tedio

Giace nel fasto insano

Prunaio in solitudine

Sta sulla terra invano;

Qual fu straniero ai gemiti

Della sua patria è vil.

…

Dolce mia Trento! il cantico

Non surge per te sola;

Ma ov’ arde l’Etna e mormora

L’onda Sicana ei vola,

Tutte dall’Alpe all’ ultimo

Stretto son mie città.

Tutte; e la musa, uditela,

Forte ripete il suono:

Questi, o malcauti, i vindici

Di del furor non sono,

Da cominciarsi è l’augure

Stagion della virtú.

Come a lor foco assidui

Riedono i rai del sole,

In un amor s’annodino

Gli spirti e le parole;

Come d’un vento il murmure,

Come il sospir d’un rio,

Nell’ombre del crepuscolo

Si perde il canto mio;

Mi piangon gli occhi — palpita

D’immensa fede il cor.

Questi versi, dei quali fu permessa la pubblicazione, ebbero poi tanta fortuna fra la scolaresca di Padova, e principalmente tra gli studenti trentini, che la polizia soppresse il Caffé  Pedrocchi che li aveva pubblicati e costrinse il Prati a fuggire da Padova.

A Pavia, ove altri studenti trentini, sebbene in minor numero, si recavano a compiere la loro istruzione, l’ambiente universitario non era molto diverso. Anche là discussioni, letture, distintivi, arroganze goliardiche, pronunciamenti, con relativi rimbrotti, punizioni, bocciature e persecuzioni. Era quello, per dir così un altro focolare dal quale si diffondeva per tutte le provincie dominate dall’Austria il calore del patriottismo. Ma le influenze antiaustriache non erano, come comunemente si crede, limitate alla classe borghese e colta, né derivavano soltanto da infiltrazioni letterarie o da reminiscenze universitarie. Il popolo delle città e delle valli si sentiva ormai attratto nella nuova corrente d’idee, più forse che in molte altre provincie d’Italia. Molti contadini delle Giudicarie e della Valle di Sole, che per antica tradizione si recavano l’inverno a lavorare come segantini o come calderai o come cantinieri o come arrotini nella Lombardia, nel Piemonte e nel Veneto venivano direttamente a contatto colle nuove idee, colle nuove aspirazioni nazionali, e tornati in patria vi facevano propaganda d’italianità.

Gli stessi rapporti economici continui e vivissimi fra il Trentino ed il regno lombardo-veneto agevolavano il progresso delle idee liberali e nazionali. Il Trentino spediva nel Lombardo-Veneto il legname, i bozzoli, il bestiame, ossia i principali suoi prodotti, e ne ritirava le granaglie, cioè a dire la base della sua alimentazione. Un dazio impopolare era stato elevato sui grani a vantaggio — come vedemmo — quasi esclusivo del Tirolo tedesco: era questa una ragione economica potentissima per far desiderare un distacco dal Tirolo e dall’Austria e una riunione alle altre provincie italiane per il compimento dei destini nazionali.

PAPA PIO IX

PAPA PIO IX

Il paese malcontento, agitato, ricalcitrante ormai ai precetti di fedeltà austriaca che il governo si studiava di imporgli con ogni mezzo, era maturo agli entusiasmi del nuovo periodo che si apriva. E allorché Pio nono, eletto pontefice contro il volere dell’Austria, suscitò coi suoi primi atti liberali e colle sue dimostrazioni di amore per l’Italia quella immane ondata di delirio patriottico che si propagò per tutta la penisola a sollevare i popoli per la rivoluzione e per la guerra, quell’ondata penetrò collo stesso impeto nelle valli trentine destando come altrove una commozione vivissima. Viva Viva l’Italia! Morte ai tedeschi ! era scritto su tutti i muri. Viva Pio nono! si gridava alle orecchie degli ufficiali austriaci e dei poliziotti. Un papa affettuoso verso il popolo, amante del progresso, desideroso di affratellare gli italiani e di rendere l’Italia a sé stessa era quanto poteva meglio conciliare e compenetrare le tradizioni religiose coll’alito di libertà, col fuoco patriottico che cominciava a riscaldare tutti gli italiani. Era un nome che doveva essere accolto con amore e con fede, perché non urtava gli istinti conservatori delle popolazioni rurali e montanare. Il Padre della cristianità ridiveniva, come Cristo, il Redentore delle genti : tutto il clero elevato e minuto bandiva il suo verbo, tutto il popolo lo ascoltava. Quando nel 1847, il coro dell’opera cantò per la prima volta l’inno di Rossini nel teatro di Trento, avvenne una imponente dimostrazione: le signore vi intervennero in abiti bianchi e gialli, i giovani con sciarpe dello stesso colore e con cappelli alla Ernani ; fra interminabili applausi, grida di evviva e un agitar frenetico di fazzoletti e di cappelli l’inno dovette esser bissato: fu un vero delirio. Anche i sanguinosi incidenti avvenuti a Milano fra l’ 8 e il 9 settembre 1847 ebbero una ripercussione nel Trentino. Al mattino dell’ 11 settembre, sulla facciata dell’i, r. Capitanato era affisso un foglio su cui stava impresso a lettere maiuscole gigantesche : Viva Pio IX! Morte ai tedeschi ! e tutte le case delle vie principali di Trento portavano una gran scritta a carbone: Viva Pio IX! Ad Innsbruck questo atteggiamento dei trentini cominciava a impensierire seriamente le autorità austriache, nonostante i rapporti tranquillanti del commissario Cronefels, uomo bonario ed ottimista, e i salamelecchi del podestà Panizza, buon diavolo, ma assai più devoto al l’Austria che ai suoi amministrati. L’agitazione si intensificava sempre più. Un tenente della guarnigione, certo Stefenelli, in segno di spregio ai sentimenti della cittadinanza aveva infranto due busti in gesso di Pio IX esposti in un capitello a tergo del coro della Cattedrale di Trento. Lo videro alcuni artigiani che lavoravano in una calzoleria dirimpetto, e gli scagliarono contro gli arnesi del mestiere. Il provocatore scappò ; ma le apostrofi, le minacce, le dimostrazioni contro il malcauto ufficiale giunsero a tal segno, che i suoi superiori furono obbligati a cambiarlo di guarnigione. E come gli studenti trentini partecipavano a quel tempo alle dimostrazioni che avevano luogo nelle università di Padova e di Pavia, così ne scrivevano a Trento ai loro amici, perché ne provocassero di simili tra la scolaresca del ginnasio. A Padova, la morte di Giuseppe Placco di Montagnana, studente di filosofia, aveva offerto ai giovani l’occasione di inscenare una solenne dimostrazione. Il 7 febbraio 1848 una colonna di cinquemila persone seguiva il feretro. Presso l’Università, il corteo s’imbatté nella carrozza del maresciallo d’Aspre, che voleva attraversarlo. La folla addensatasi cominciò ad apostrofare il maresciallo e gli impedì di passare. Alla sera alcuni soldati austriaci, entrati nel Caffè della Vittoria fumando, al grido degli studenti: abbasso le pipe ! risposero sfoderando le baionette e ferendo una povera donna incinta. Il malumore si accrebbe: una moltitudine di gente si raccolse presso il caffè Pedrocchi per chiedere che i colpevoli fossero puniti e la guarnigione cambiata. Sopraggiunti due ufficiali col sigaro in bocca, tutti gridarono: Abbasso il sigaro! Gli ufficiali sguainano le sciabole, da tutte le parti accorrono soldati in loro aiuto ; si impegna una zuffa sanguinosa tra i cittadini e i militi. Questi si danno a tirar colpi di moschetto sugli studenti: alcuni ne feriscono, altri ne uccidono; e sempre percuotendo e sparando percorrono le strade e le sgombrano dalla folla. Il 9 febbraio un episodio quasi identico è provocato dai giovani dell’Università di Pavia. Alcuni ufficiali in atto di fumare vogliono aprirsi un varco attraverso un corteo funebre dimostrativo: ne nasce una zuffa fra studenti e soldati che però rimane senza spargimento di sangue. Tali fatti non rimasero senza eco nel Trentino. Ripetute dimostrazioni ebbero luogo fra gli alunni del ginnasio di Trento, ove ormai si era sparsa la parola d’ordine di non comprar tabacco in odio all’Austria. Morte a chi fuma! Abbasso Radetzky ! stava scritto sulle cantonate delle strade. Giù la fuma! gridavano i giovani più arditi ai militi austriaci che mostravano la pipa per le vie di Trento. Perfino nel seminario vescovile si manifestavano segni di fermento. Grandi cappelli alla Ernani si sfoggiavano come simbolo di fervore patriottico. Le autorità austriache e gli ufficiali ne erano indignati : ma il loro furore raggiunse il colmo, quando a una festa da ballo data in carnevale essi videro intervenire i cittadini ornati di sciarpe tricolori. A tali segni il governo si fa di una diffidenza estrema. Nella prima metà di febbraio è rinforzata la guarnigione di Trento come quelle del Lombardo-Veneto ; e ai soldati è dato ordine di camminare per le strade in numero non minore di sei, di astenersi dal fumo nei luoghi pubblici e di uscir sempre armati di baionetta o di sciabola.

CAPPELLI ALLA ERNANI

CAPPELLI ALLA ERNANI

L’autorità proibisce l’introduzione di libri, di giornali, di opuscoli dal Regno, e la esportazione verso il Regno di armi e di munizioni. L’Austria è presaga dello imminente scoppio della procella.

Il 23 febbraio 1848 scoppia la rivoluzione a Parigi e la tempesta liberale dilaga per l’ Europa. Tutti í popoli che hanno dei diritti di libertà, di nazionalità, d’indipendenza da far valere e un’oppressione politica od economica da scuotere si sollevano. Francesi, tedeschi, belgi, svizzeri, austriaci, ungheresi, italiani come ad una parola d’ordine si muovono e costringono — o colla petizione o colla rivolta, o colla persuasione o colla minaccia — i governi assoluti a capitolare. L’insurrezione si diffonde come per contagio dalla città alla campagna, dal piano alla montagna.

Anche Trento, anche le valli del Trentino cono piene di eccitazione, d’impazienza, di febbre. Alla notizia della sedizione di Vienna (13 marzo) la borghesia di Trento complotta e si prepara; le altre città e borgate del Trentino ne interrogano con ansia gli intenti. Ma quando, pochi giorni dopo, si viene a sapere che i rivoluzionari di Vienna hanno ottenuto la costituzione, la sommossa scoppia anche a Trento irrefrenabile.

Ippolito-Caffi

Alla sera del 18 marzo, per trar pretesto ad una dimostrazione per le vie, i cittadini decidono di recarsi colla banda municipale a fare una serenata sotto le finestre del podestà Giuseppe Panizza, del quale ricorre l’onomastico il dì seguente. Ma il capitano de Eichendorf intima al podestà di impedire la manifestazione. Al mattino successivo la gente si raduna a crocchi sulle piazze e sulle strade, commentando ad alta voce le notizie giunte da Vienna, e segue tumultuando la banda cittadina. Bandiere tricolori sventolano ovunque; evviva l’ Italia, viva Pio IX, viva la Costituzione! urla con entusiasmo il popolo. I cittadini noti per i loro sentimenti liberali e patriottici sono alzati a braccia e portati in trionfo. Tutti si fregiano di coccarde bianche, rosse e verdi, o bianche e gialle a gloria di Pio IX.

Una proposta è subito lanciata e raccolta: assalire ed abbattere gli uffici del dazio consumo, che rappresenta per la gente minuta la più odiosa vessazione governativa. E prima che le autorità austriache siano riuscite a prevenire il moto, la folla si scaglia furibonda contro i casotti del dazio e contro le barriere, le abbatte e le incendia, indi si accalca vociando sotto la caserma delle guardie di finanza. Dalle finestre partono due colpi di archibugio: sono i militi della dogana che tirano sui cittadini. Allora il furore del popolo non trova più limiti. La porta della caserma è sfondata; la turba penetra nel caseggiato, rompendo i mobili, disperdendo le carte, distruggendo tutto ciò che trova a portata di mano. La folla vuole far giustizia dell’ ispettore di finanza, ritenuto autore delle schioppettate: e solo l’intervento di don Zanella, un prete patriota che aveva grande ascendente sulle masse, lo salva dal furore della plebe. Le guardie sono obbligate a rifugiarsi in municipio ove implorano ed ottengono dalla umanità dei custodi di cambiare le loro uniformi con abiti borghesi per scampare alla indignazione pubblica.

Verso sera un’onda di popolo si ammassava sotto il municipio, chiedendo a gran voce che il Magistrato civico esigesse dal governo austriaco la immediata separazione del Trentino dal Tirolo e la sua aggregazione al Lombardo-Veneto. Il Consiglio municipale, che è radunato nel palazzo, delibera di assecondare questo postulato e li per li spedisce un messaggio a Vienna chiedente l’annessione del Trentino alle provincie italiane. Contemporaneamente il voto è comunicato alla Congregazione centrale del Lombardo Veneto. Frattanto giunge al podestà la risoluzione sovrana che accorda la costituzione. Il podestà la pubblica ai cittadini dalla finestra, esortandoli alla quiete: alla notizia ufficiale della vittoria liberale e della capitolazione del governo assoluto i dimostranti si entusiasmano e ottengono che la città si illumini in segno di festa.

In pari tempo la novella dell’esito fortunato della rivoluzione di Vienna si sparge per tutte le città e borgate del Trentino, e insieme penetrano i primi echi indistinti della sollevazione di Milano e di Venezia; è per tutto uno squillo di trombe e un fragor di tamburi, uno sventolar di bandiere tricolori, un agitare di cappelli alla Ernani, un applauso continuato all’Italia e a Pio IX, uno scoppio di avversione e di indignazione contro i tedeschi. A Riva l’entusiasmo popolare esplode in clamorose dimostrazioni avverse all’ Austria; ad Ala si abbattono, come a Trento, gli uffici del dazio.

milano

Il giorno 20 la città di Trento è affollata di gente venuta dal contado che muove a partecipare anch’essa all’agitazione politica. La folla si addensa tumultuando sotto gli uffici pubblici: non contenta dell’invasione della caserma delle guardie daziarie, vuol dar l’assalto agli edifici della regia de’ tabacchi e della i. r. finanza. Il podestà Panizza e i principali cittadini, per impedire che il movimento prenda una cattiva piega e sia traviato dagli eccessi della plebe, accorrono sul luogo: allora i dimostranti chiedono a gran voce che dall’ufficio della finanza sia abbassato lo stemma austriaco. Il Panizza tentenna e non sa che risolvere: la turba grida che se l’arma imperiale non verrà tolta, sarà abbattuta a furor di popolo. La cosa viene all’orecchio del tenente colonnello Signorini, comandante le truppe austriache, il quale deve far di necessità virtù e acconsentire che lo stemma venga in sua presenza staccato dalla porta della i. r. cassa e ritirato in cortile.

Ma la gente non è soddisfatta; essa si assembra disordinatamente, complotta, si eccita, schiamazza, minaccia. I principali cittadini, i quali non vedono la opportunità e la possibilità di una insurrezione regolare, i quali ancora forse nulla sanno della ribellione di Milano e di Venezia e sono comunque ben lontani dal presagirne l’esito fortunato, cercano di ricondurre la manifestazione a forme ordinate, si intromettono fra i popolani per calmarli, costituiscono, come nelle altre città italiane, un primo nucleo di guardia nazionale.

Verso la sera dello stesso giorno 20, uno squadrone di cavalleria uscito dal castello, muove incontro alla folla. È accolto da fischi, urli e sassate; le due masse si urtano; i cavalleggeri sparano sui cittadini: due ne uccidono, parecchi ne feriscono, costringono gli altri alla fuga. L’agitazione raggiunge da quel punto il suo più alto grado. I più ardenti patrioti corrono qua e là eccitando i popolani ad una aperta rivolta. Se il consiglio municipale di allora avesse avuto uomini di maggiore energia, se vi fossero state in città personalità tali da sapersi porre alla testa di un movimento rivoluzionario pur arginando gli eccessi della plebe, Trento avrebbe potuto celebrare giornate non meno gloriose di quelle di Milano e di Venezia. Ma la situazione di Trento poteva forse permettere di simili eroismi, specialmente nei giorni nei quali le stesse sorti del Lombardo-Veneto pendevano cosi incerte, e mentre il governo austriaco spargeva ad arte la voce che i primi moti erano stati o sarebbero tosto repressi dalle armi imperiali? È quanto in seguito meglio discuteremo.

Certo è che vescovo, podestà e consiglio comunale, sia per il timore che la manifestazione, in seguito all’ intrusione di molti elementi turbolenti del contado, degenerasse in atti di vandalismo e di saccheggio, sia che paventassero vendette dal governo imperiale e dai tirolesi, cercarono di gettar acqua sul fuoco esortando con pubblici proclami i trentini alla calma e unendo a tali esortazioni anche qualche dichiarazione di lealismo dinastico poco consono col sentimento della popolazione cittadina.

D’altronde l’autorità rappresentata dal capitano de Eichendorf, date le gravissime incertezze del momento, date le notizie sempre piú allarmanti che provenivano da Venezia e da Milano, si mostrava molto tollerante e accomodante. Il presidio di Trento non constava in quei giorni che di tre compagnie del terzo battaglione dei cacciatori da campo e di uno squadrone di cavalleggeri Liechtenstein; e quindi non era molto forte di per sé solo per tener testa ad una città in rivolta.

Immagine mostra. Giuseppe Verdi: un mito italiano

Comunque, le cose parvero alquanto calmarsi il giorno 21. La guardia nazionale, già abbozzata il giorno antecedente, fu definitivamente costituita con un proprio regolamento: essa ebbe distintivi perfettamente italiani, e cioè il cappello calabrese, o alla Ernani, con larghe piume di struzzo e una coccarda bianca, rossa e verde. Monture non c’era tempo di improvvisarne, e perciò i militi si vestirono coi loro abiti borghesi, e si armarono quasi tutti con schioppettoni da caccia di cento diversi calibri e delle più svariate forme, e con lance prese alla cavalleria austriaca o chissà dove. La guardia nazionale era divisa per compagnie ed aveva per incarico di “pattugliare di giorno e di notte e di conservare per ogni dove l’ordine e la pubblica quiete” E compagnie di guardia nazionale si costituirono ovunque: a Rovereto, a Riva, ad Ala e in quasi tutte le borgate.

Nei giorni successivi alla famosa festa di san Giuseppe, senza che una vera insurrezione fosse scoppiata, sembrò che la sovranità austriaca fosse quasi scomparsa dalle città e dalle valli, e che ad essa si fosse surrogato il volere popolare. In molte località il comandante della guardia nazionale si era quasi del tutto sostituito all’autorità politica: accoglieva reclami, provvedeva alla sicurezza pubblica, rilasciava fogli di via. I funzionari imperiali ricorrevano al governo per averne consigli ed appoggi, per ottenere aiuti di truppa: ma il potere centrale, assalito da preoccupazioni maggiori, non rispondeva.

milano

Il vessillo tricolore sventolava ovunque: i nomi di Italia e di Pio I X si gridavano con entusiasmo sulle pubbliche piazze, si portavano coccarde e costumi nazionali, si parlava ad alta voce degli avvenimenti del Lombardo-Veneto con aperti segni di giubilo, senza che i rappresentanti del governo se ne dessero per avveduti. Drappelli di soldati sbandati, in fuga da Milano, da Brescia e da Venezia risalivano avviliti le valli trentine. Le notizie che pervenivano dai centri della rivoluzione portavano sempre nuove ondate di entusiasmo e di speranza. Da Milano e da Venezia gli austriaci erano stati cacciati; un giorno dietro l’altro, sospinti dal panico o incalzati dalla rivoluzione abbandonavano le altre città della Lombardia e del Veneto; Carlo Alberto doveva dichiarare la guerra … l’aveva dichiarata e stava per passare il Ticino colle sue truppe: i volontari correvano la campagna in caccia delle schiere austriache fuggenti … presto avrebbero invaso e liberato anche il Trentino : ecco i discorsi, le preoccupazioni, le ansie, le insonnie dei patrioti.

 Giovanni Prati allo scoppio della rivoluzione è a Dasindo, suo paese natale, relegatovi dall’Austria dopo la sua prigionia di Padova. Quando sa che l’Europa è in fiamme, che l’Italia scuote il giogo, che le città del Trentino si commuovono e tumultuano, scappa da Dasindo, scende a Riva ad arringare il popolo e a recitar sulla piazza versi patriottici; di lì corre a Trento per infiammare i consenzienti, e compone un carme che pur nei suoi difetti letterari è lo specchio fedele del sentimento e delle illusioni di quei giorni:

INNO NAZIONALE.

Dall’urne degli Eroi

Ecco risorti i prodi,

Ecco la Libertà.

Siam finalmente noi

Le scolte ed i custodi

Delle natie città.

Su rispondiam, fratelli

Ai concitati eventiXOT361283

D’una stupenda età;

Sull’ara e sugli avelli,

Sul legno dei redenti

Giuriam fraternità.

Senza catena al piede

Noi con in man la spada,

Noi coll’Italia in cor,

Difenderem la fede

Dell’immortal contrada,

E il suo divin Pastor.

Come sui clivi amati

Han nascimento e stanza

Le invitte quercie e i fior,storia-i-moti-rivoluzionari-del-1820-21_31e39e3bdd801035666b7222f7332613

Ecco tra noi son nati

La libera speranza

E l’indomato amor.

Viva l’Italia bella

E l’Adige natio,

Che va superbo al mar,

Perché alle cento anella

Delle città d’Iddio

Stretta é la sua del par.

Ecco dai monti all’acque

Gli italici stendali

Ritornano a brillar;

Quel che a l’Eterno piacque

La destra dei mortali

Non potrà mai disfar.

Chi spegne e crea le vite

Dalla magion dei morti

Lazzaro un di chiamò;XOT361283

Dall’ossa inaridite

Un popolo di forti

L’Onnipotente alzò.

Degna de’ suoi ricordi

Santa nel suo diritto

L’Italia ritornò;

Su, ripetiam concordi:

Quel che l’Eterno ha scritto

L’ uom cancellar non può.

Trento, 25 marzo 1840.

Giovanni Prati

Ecco la lettera colla quale il bardo di Dasindo rivolgeva il suo inno al Magistrato di Trento:

“Civico Magistrato,

Per dare all’Autorità costituita una prima e sincera testimonianza di fraternità, di fiducia e di sommessione, io desidero di pubblicare quest’Inno col suo consenso: ringrazio cosi alla più viva gioia che dopo tanti anni di schiavitù del pensiero un italiano scrittore possa provare consumando il primo atto della sua intellettual libertà.

Accettate, nobilissimi cittadini e compatrioti, questo mio sacrificio, il quale, non vuole altro provarvi che i rispetto e l’amore che sento a Voi; e la speranza che i vostri savi e generosi consigli sieno fruttuosi alla patria.

E il Municipio rispondeva:

Questo Civico Municipio apprezza i nobilissimi sentimenti che Ella si compiacque manifestare nella sua lettera d’oggidí, ed è riconoscente della prova di confidenza data col comunicare questo inno prima di pubblicarlo colle stampe. Dal Civico Palazzo. Trento, li 25 marzo 1848.

GIOVANNI A PRATO

GIOVANNI A PRATO

Le notizie sull’esito felice della rivoluzione lombarda si facevano intanto sempre più certe e si diffondevano in tutto il Trentino, ravvivandovi il desiderio della riunione all’Italia. Alla fine di marzo, colle prime notizie sulla guerra dichiarata dal Piemonte, cominciava a spargersi la voce del prossimo arrivo di truppe italiane, accrescendo l’agitazione. Il 31 marzo l’abate Giovanni a Prato, futuro condottiero della deputazione trentina, scrivendo da Rovereto al fratello constatava questo caldo eccitamento di animi: ”Il contegno di Radetzky contro i Milanesi — egli diceva — ha profondamente irritato i trentini. Il volere di unirsi all’Italia si fa sempre più strada. Alcuni accetterebbero di restare coli’ Austria, ma tutti invocano la separazione dal Tirolo tedesco. La circolare governativa che chiamava alle armi i volontari è rimasta nel Trentino lettera morta. Invece si attende con impazienza l’arrivo delle truppe italiane”. Per dare una idea del vario atteggiamento delle città e delle valli trentine di fronte alla rivoluzione italiana, scrive che il Municipio di Trento si è già pronunziato per il Lombardo-Veneto, che la città di Rovereto al sopraggiungere delle milizie italiane avrebbe cercato di mantenere una neutralità armata, che invece Riva, l’ Archese, le Giudicarie e le valli adiacenti non volevano sentir parlare di tedeschi. “Non consiglierei i bersaglieri del Tirolo settentrionale di venir giù a farsi vedere, ché certo si spargerebbe sangue da ambe le parti. Il fermento è universale. Dal 1796 in qua è passato mezzo secolo. Allora i tirolesi trentini speravano nell’ Imperatore e ne ebbero grandi promesse: come esse sian state mantenute tutti lo sanno”.

Quei giorni erano dominati dall’ incertezza, dall’ansia, dal timore. Le autorità austriache avrebbero voluto prendere dei provvedimenti di difesa, ma non osavano provocare la cittadinanza. Il governo aveva manifestato l’intenzione di tagliare il ponte sull’ Adige per isolare la città di Trento senonché la guardia civica vi si schierò davanti dichiarando che quello sarebbe stato il segnale della rivolta.

D’altronde i cittadini, stretti da mille pericoli, non ardivano prorompere in una sollevazione definitiva. Le truppe di Radetzky, cacciate da Milano e da Venezia, si concentravano nel quadrilatero o si ritiravano verso il Trentino; dal nord si invocava la leva in massa del popolo tirolese e si spedivano giù per l’Adige truppe a rinforzare le posizioni intorno a Verona: il Trentino, e specialmente Trento, veniva ad essere stretto fra due fuochi.

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Con quale successo poteva in tali circostanze agitare la bandiera della ribellione una piccola città dominata in ogni direzione dalle montagne, aperta all’invasione a mezzogiorno come a tramontana, a levante come a ponente? Ben ricordavano i più vecchi le tormentose peripezie, gli innumerevoli passaggi di truppe, i continui assedi, conquiste, abbandoni e riconquiste a cui Trento era stata dannata dalla sua fatale posizione geografica durante l’epoca napoleonica; ricordavano e ammonivano, presaghi di rappresaglie e di vendette. Per Como, per Pavia, per Bergamo la cacciata degli austriaci impauriti dal furore dei milanesi e in pericolo di esser presi alle spalle dall’esercito di Carlo Alberto, era impresa quanto si vuole magnanima, ma di facile esecuzione. Per Mantova, per Verona, per Trento una sollevazione avrebbe dato null’altro forse che un inutile olocausto di vite; e Trento — come Verona e Mantova — dovette suo malgrado rientrare nella calma dopo le prime esplosioni di giubilo e di odio.

Ma oltre alla situazione geografica e militare, una fatale pregiudiziale politica gravava come una cappa di piombo sul paese. Poteva una semplice rivolta risolvere la questione dell’ indipendenza dallo straniero, finché perdurasse la sua inclusione e confusione nella tedesca provincia del Tirolo e la sua aggregazione al territorio della Confederazione germanica? Avrebbero i fratelli italiani effettivamente prestato il loro soccorso contro questa duplice oppressione; avrebbero osato muovere contro tutte le forze riunite della Germania? I trentini dovevano dubitarne, constatando con rammarico che l’equivoco contenuto nella denominazione di Tirolo era quasi insanabilmente confitto e compenetrato sin nelle menti più illuminate dei patrioti lombardi, i quali non si decidevano mai del tutto a considerare i ” tirolesi „ come loro connazionali.

E purtroppo gli avvenimenti dimostrarono che tali preoccupazioni non erano infondate. Cosicché peccheremmo di una eccessiva severità se nel giudicare l’atteggiamento del Trentino dopo le cinque giornate volessimo tener conto unicamente di circostanze proprie del Lombardo Veneto. L’opera di moderazione che il consiglio comunale di Trento svolse in occasione dei moti cittadini, l’atteggiamento, talora forse troppo dimesso, del podestà di fronte all’autorità governativa, furono consigliati da un esame ponderato e coscienzioso della gravissima situazione politica del paese.

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Ma i migliori patrioti non si scoraggiavano neppure di fronte a cosi ardui ostacoli. In quei giorni i cuori ardenti non soffrivano l’immobilità e l’inazione. Molti, che vivevano nei loro villaggi, corsero a Trento ad eccitare i cittadini a prender le armi per la libertà, altri scesero a Brescia e di qui a Milano per invocar soccorso dai volontari e dalle truppe di Carlo Alberto; altri, da Milano, rientrarono nei propri paesi a predisporne la liberazione, a muover le fila delle cospirazioni, a organizzar bande di volontari. Essi ritornavano nelle natie valli riboccanti del sacro entusiasmo di Lombardia, che non vedeva più ostacoli, che credeva l’Austria fallita, smembrata, polverizzata: e tacciavano di paura la prudenza dei loro concittadini. Impazienti di insorgere, di far rimbombare i loro monti liberati del sacro grido d’Italia, non ristavano un momento dal far propaganda, dal raccoglier armi e munizioni, dal sollecitare con viaggi, con lettere, con indirizzi la venuta delle milizie italiane. Era quello un momento decisivo: l’Austria era sgominata e avrebbe dovuto in pochi giorni ritirarsi fra i suoi tedeschi, fra i suoi croati …  ma si trattava di provare ai fratelli che anche fra le rudi montagne del  Tirolo, palpitavano cuori italiani.

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