Il “nemico” nella propaganda fascista

a cura di Cornelio Galas

Fonte: Gentes, anno II numero 2 – dicembre 2015 – Laboratori della comunicazione linguistica

L’immagine del nemico nella propaganda fascista negli anni 1941-43

di Adrianna Siennicka

Facoltà di Neofilologia, Dipartimento di Italianistica
Università di Varsavia

Il presente contributo è volto a illustrare come muta, con il passare del tempo, l’immagine del nemico propagata dal regime fascista negli anni 1941-43. Una particolare attenzione si focalizzerà sulle rappresentazioni degli inglesi e degli americani che all’inizio della guerra venivano prima di tutto derisi e misconosciuti. Nella prima fase del conflitto, la guerra era trattata con grande spensieratezza e il nemico si identificava con l’esotico, con il culturalmente lontano, incapace di combattere, mentre con l’intensificazione del conflitto cambia la narrazione e gli Alleati diventano sempre più atroci.

Si parla di gangster, vigliacchi, bastardi, animali senza intelligenza e via elencando. L’articolo esporrà una serie di dicotomie che rappresentano un sistema simbolico di coppie oppositive tra le forze dell’Asse e gli Alleati, ovvero un mondo nuovo, la cosiddetta società del sangue, raffigurato dalla civiltà italo-tedesca e quello barbaro assimilato a società dell’oro, selvagge, senza valori che pensano solo ai beni materiali e in cui si impersona la cosiddetta cultura dello stomaco.

Con l’acuirsi del conflitto entra sul campo addirittura una misteriosa forza giudaica, cui si attribuisce la responsabilità della guerra. Si parla anche sempre di più di alleanza tra la plutocrazia anglosassone e il bolscevismo russo. Il testo è accompagnato da una serie di disegni caricaturali che mettono in rilievo tutte le caratteristiche del nemico col fine di discreditarlo. Keywords: nemico, gangster, plutocrazia, forza giudaica, orde barbariche.

«Signori, non si fa la guerra senza odiare il nemico, non si fa la guerra senza odiare il nemico dalla mattina alla sera, in tutte le ore del giorno e della notte, senza propagare quest’odio e senza farne l’ultima essenza di se stessi. Bisogna spogliarsi una volta per tutte dai falsi sentimentalismi. Noi abbiamo di fronte dei bruti dei barbari».
(Mussolini 1942)

La percezione del nemico è determinata da un lato da certe immagini stereotipate, dall’altro invece da tutto quello che si teme di lui. Bisogna ovviamente prendere in considerazione tutte le circostanze storiche e le particolarità della situazione – intesa come status economico, politico, sociale – in cui ogni singolo stato si trova. Ogni paese percepisce in maniera un po’ diversa il nemico e vede il pericolo altrove. Durante la seconda guerra mondiale dai diversi manifesti diffusi sia dalla propaganda dei paesi dell’Asse, sia dal blocco degli Alleati, si può capire che la percezione del nemico era di volta in volta diversa.

Per gli anglosassoni, ma anche per gli slavi, e specialmente per gli americani, il nemico è rappresentato per lo più da un severo ufficiale tedesco in cui si riflette l’immagine di un impiccato. In Belgio, occupato dai nazisti, la propaganda promuoveva lo spauracchio dei bolscevichi, pronti a distruggere la cristianità. La Francia vedeva il principale pericolo nel comunismo, rappresentato sui diversi poster per lo più da una bestia feroce.

Per la propaganda nazista il pericolo più grave lo costituivano, gli ebrei. In Italia, come farà vedere il presente contributo, la percezione del nemico cambiava con il perdurare della guerra. Una caratteristica in comune della propaganda di quegli anni riguardava il timore che l’avversario-spia potesse essere dappertutto, perciò molti slogan e manifesti dell’epoca raccomandavano, prudentemente, di astenersi dal parlare. Lo slogan «Taci! Il nemico ti ascolta», ideato per Mussolini dal giornalista Leo Longanesi, è uno dei detti più conosciuti, che ricorreva sui muri di tutta l’Italia.

Umberto Eco nel 2008 alla conferenza pronunciata all’Università di Bologna parlando della costruzione del nemico ha aperto il suo intervento ricordando la conversazione con un tassista pakistano di New York che gli aveva chiesto quali fossero i nemici degli italiani.
Visto lo stupore di Eco il pakistano ha chiarito che voleva sapere con quali popoli gli italiani fossero da secoli in guerra per rivendicazioni territoriali, odi etnici, continue violazioni di confine e così via.

Eco gli aveva risposto che gli italiani non erano in guerra con nessuno, ma il tassista instancabilmente continuava a spiegare che «voleva sapere quali sono i nostri avversari storici, quelli che loro ammazzano noi e noi ammazziamo loro. Gli ho ripetuto che non ne abbiamo, che l’ultima guerra l’abbiamo fatta più di mezzo secolo fa, e tra l’altro iniziandola con un nemico e finendola con un altro”.

Ci tenevo a citare questa frase in apertura di questo mio contributo non solo per ricordare la situazione in cui si era trovata Italia durante la seconda guerra mondiale, ma anche per segnalare il contenuto di questo intervento. Senza entrare nei particolari storici, parlerò dell’immagine del nemico nella propaganda fascista concentrandomi su questi anni cruciali per il conflitto in Italia, e cioè sul periodo racchiuso tra il 1941 e il 1943. Focalizzerò la mia attenzione soprattutto sulla diversa e mutevole, nel passare degli anni, immagine degli Alleati, con una particolare attenzione sulle rappresentazioni degli inglesi e degli americani e qualche accenno ai bolscevichi e agli ebrei.

Tutto questo alla luce di materiali principalmente microfilmati della stampa fascista e del materiale iconografico nonché di qualche campione teatrale e di alcune canzoni dell’epoca.
Il corpora si basa principalmente sulle seguenti testate: «Il Popolo d’Italia», il «Corriere della Sera», «La Stampa», «Il Popolo di Lombardia» (successivamente trasformato ne «Il Fascio»), «il Legionario», «Gerarchia», «Il Tempo». Il tutto verrà accompagnato da alcuni disegni caricaturali.

L’Italia, non solo come ha osservato giustamente Eco, aveva iniziato la guerra con un nemico (faceva in effetti accanto alla Germania nazista e al Giappone parte dell’Asse in opposizione agli Alleati) e l’aveva finita con un altro. Con l’evolversi delle vicende belliche, la figura dell’Altro, nella propaganda fascista, aveva subito notevoli cambiamenti ed era in continua evoluzione fornendone un’immagine piuttosto complessa e variopinta. Bisogna notare che vi è una notevole differenza tra la percezione degli inglesi e quella degli americani.

Nicola Gallerano (1994) osserva a questo proposito che «l’inglese è un nemico di più antica data dell’americano e per lungo tempo l’unico, tra gli alleati occidentali, con cui la guerra si combatte direttamente» perciò «la Gran Bretagna assimila e incarna da sola l’immagine del nemico anglosassone», mentre gli americani sembrano lontani e il loro intervento poco probabile. La propaganda fascista li guarda con il sarcasmo e mette in risalto la loro incapacità di combattimento e la propensione al divertimento. I documenti dell’epoca ricordati da Giovanni Sciola, evidenziano questa debolezza americana puntando sul fatto che essi avrebbero potuto condurre al massimo la guerra da cinematografo.

Sciola nota che la propaganda fascista per screditare gli americani si serve anche di materiali esteri, per esempio del periodico illustrato «Life» «nel quale era documentata la traversata dell’Atlantico a bordo di una corazzata statunitense con i marines che giocavano a rugby sul ponte e caricavano alla fine i pezzi d’artiglieria con i palloni ovali», tutto ciò per trasmettere alla popolazione italiana l’immagine di un esercito, che non è da «temere né da parte dei combattenti né della popolazione civile».

Anche la stampa italiana abbonda di affermazioni screditanti (lo sciancato Roosevelt e l’alcoolizzato Churchill) e disegni in cui il nemico è sbeffeggiato. L’abbozzo sulla prima pagina de «Il Fascio», che rappresenta il comandante Grossi che gioca con le corazzate americane, è solo uno di tanti esempi burleschi del nemico:

Il comandante Grossi gioca con le corazzate americane («Il Fascio» 10.10.1942, p. 10).

Gli americani, cui piace divertirsi e suonare il jazz vengono contrapposti spesso ai giapponesi, che dispongono di un esercito insormontabile. Da questa concezione nascono molte rappresentazioni caricaturali, come quella apparsa il 15 febbraio del 1941 su «Il Popolo di Lombardia» su cui possiamo osservare un americano inseguito dalle forbici che raffigurano la potenza e la fermezza del Giappone. Il ricorso a questa metafora è molto produttivo e appaga gli scopi propagandistici specialmente quando si pensa che gli uomini siano propensi a concettualizzare il mondo in termini figurali:

L’intervento americano («Il Popolo di Lombardia» 15.02.1941, p. 1)

La propaganda del regime punta indubbiamente sulla capacità cognitiva degli italiani facendo vedere, sempre su «Il Fascio» (22.08.1942, p. 1), quel che rimane dell’invasione inglese, vale a dire una bottiglia presumibilmente di rum e un tipico cappello dell’esercito inglese che galleggiano nelle acque di Dieppe nell’Alta Normandia.

In tutte queste rappresentazioni la propaganda del regime si serve dell’iperbole consistente in un’esagerazione. L’iperbole è molto efficace poiché non serve solo ai fini enfatici, ma in questi casi con il suo uso si focalizzano gli effetti ironici o addirittura sarcastici. L’iperbole può da una lato glorificare uomini e miti della cultura fascista, dall’altro, invece, discreditare tutto ciò che rappresenta l’antifascismo, il che moltiplica l’effetto desiderato e cioè contrappone i due blocchi della seconda guerra mondiale. Si hanno da un lato le forti potenze dell’Asse e dall’altro i paesi Alleati di cui si vuole non solo deridere, ma anche sottolineare le caratteristiche peggiori.

Bisogna notare che all’inizio la guerra è generalmente trattata con grande spensieratezza. I combattenti, come si è visto, specialmente delle forze alleate, vengono derisi e misconosciuti. Gli inglesi a cui manca «fegato, valore, la giustizia e onore» (Cavallo, Iaccio 2003, p. 87) non sono capaci in alcun modo di vincere la guerra. La propaganda fascista crea queste immagini indubbiamente per sdrammatizzare la situazione.

Gli studiosi di quel periodo concordano che le rappresentazioni degli Alleati si articolano in una serie di opposizioni che «individuano – grossomodo – un conflitto di civiltà, di modi di vita, di abitudini alimentari» (Gallerano 1994, p. 209). Quindi si può dire che l’Altro s’identifica con l’esotico, con il culturalmente lontano e soprattutto nella prima fase del conflitto viene spesso deriso, deformato e caricaturizzato.

L’inglese è il «popolo dei cinque pasti» per il quale «conta solo lo stomaco, non il cuore» (Gallerano 1994, p. 209). Lo smisurato appetito degli inglesi è presente in molte pubblicazioni. Ragusa nel suo lavoro teatrale del 1940 osserva che «Gli inglesi hanno perpetuato per secoli un madornale errore: hanno creduto che nello stomaco fosse la sede della sapienza umana ed hanno creato tutta una filosofia diremmo quasi gastrica (…)» (in Cavallo 1989, p. 130).

Alla cultura dello stomaco, che può portare ovviamente solo alla sconfitta degli inglesi, si contrappone la società italiana comandata dal cuore «(…) dove germogliano i sentimenti del bene, della carità e dell’altruismo che sono le sole forze con le quali si può costruire la solidità sociale» (in Cavallo 1989, p. 130). Di questa particolare caratteristica del nemico inglese parla anche Benito Mussolini nel suo discorso al popolo italiano apparso su «Il Legionario» del 1942:

Già da gran tempo io non ho più illusioni, e forse non le ho mai avute, sullo stato di civiltà del popolo inglese. Se voi strappate agli inglesi l’abito col quale prendono il tè alle cinque, voi troverete il vecchio primitivo barbaro britanno con la pelle dipinta a vari colori e che fu dominato dalle legioni veramente quadrate di Cesare e di Claudio. Cinquanta generazioni non bastano a cambiare profondamente la struttura interna di un popolo. Soltanto, nel frattempo, su questo sedimento primitivo è stata spalmata la vernice, ipocrita nelle loro mani, delle Bibbia, vecchio e nuovo testamento («Il Legionario » n. 23, 15.12.1942, p. 6).

Come si è detto le rappresentazioni dei nemici si fondano su diverse dicotomie che rappresentano un sistema simbolico di coppie oppositive. Si contrappone soprattutto un mondo nuovo rappresentato dalla civiltà italo-tedesca a uno barbaro raffigurato specialmente dagli inglesi, assimilati, come osservano Piero Cavallo e Pasquale Iaccio citando Malaspina-Russo, a società comuniste e selvagge:

È finito il bel tempo che fu… / quando ognun le dicea: Ti punisco… / e l’Italia col capo all’ingiù, / rispondeva in ginocchio: obbedisco!… / Ora è in piedi che marcia laggiù / fianco a fianco ai fratelli Germani, / contro i Rossi, gli Inglesi e i Zulù…

Un altro contrasto focalizzato dalla propaganda fascista è quello tra le società dell’oro contro quelle del sangue, e cioè: la materia, l’uso massiccio delle risorse tecnologiche che, come è noto, difettavano in larga misura all’esercito italiano, dall’altro la capacità di lottare, l’ardimento, l’eroismo (significativamente ricorrono frequenti, nelle illustrazioni dei maggiori cartellonisti, immagini di soldati italiani che si gettano all’assalto armati di pugnali, baionette e… del proprio coraggio).

Di questa opposizione oro-sangue parla l’articolo Ricchi e poveri di Antonio Pugliese apparso su «Gerarchia»:

In questa guerra essi [gli inglesi] hanno l’oro e noi abbiamo il cuore. Ma, l’oro non fa l’uomo, come il fucile non fa il soldato: lo fa la coscienza del diritto, la convinzione di un dovere, la fede nei princìpi che si perseguono, la responsabilità di una missione, la fiducia in ciò che è immutabile e sacro. Per questo l’Italia ha, oggi, in ciascuno dei suoi figli un soldato. Per questo gli inglesi perdono e l’Unione Sovietica si sfalda. («Gerarchia» n. 6, giugno 1942, p. 248).

Gli inglesi non hanno poi voglia di combattere. «Il Fascio» osserva che gli inglesi non vogliono – e non hanno mai voluto – impegnare i loro uomini in grandi battaglie sul continente, con la scusa che essi sono necessari per difendere l’isola (…) denaro sì; uomini no. (…) materiali da guerra ed armi sì; uomini no («Il Fascio» 12.09.1942, p. 1).

generale Orlando Freri

Il generale Orlando Freri riportando le notizie dal fronte degli anglosassoni osserva quanto segue:

“Gli inglesi, come di consueto, abituati solo a fare i commercianti fornendo armi e viveri (quando possono), ma assolutamente ostili a dare uomini per fare la guerra terrestre, vorrebbero che della formazione della seconda fronte se ne incaricassero gli stati Uniti che finora – ed è vero – non hanno mai combattuto pur avendo molto parlato. (…) Gli Stati Uniti – che sono della stessa stirpe di sfruttatori – hanno un analogo modo di pensare. (…) Il povero Stalin” («Il Fascio» 17.10.1942, p. 1).

L’atteggiamento degli inglesi dà spesso origine in quel periodo a tante rappresentazioni caricaturali, come quella che raffigura gli inglesi paragonati ai cani impauriti che abbaiano scappando via («Il Fascio» 12.09.1942, p.1). Nella visione dell’America e degli americani influiscono diversi fattori. Bisogna ricordare che vi era sempre stato presente in Italia, e soprattutto tra le due guerre, il mito dell’America come terra promessa. Da un lato l’America è vista come un nuovo stato-continente «aperto alla democrazia, al decentramento, all’innovazione produttiva e tecnica» (D’Attorre 1991, p. 15), è una specie di Eldorado, dall’altra rappresenta una società in cui viene negato lo spiritualismo, così caro agli italiani, è una società senza valori, contaminata di etnie e culture diverse, dominata dalla tecnica da cui nasce lo stereotipo della non civiltà. Ed è proprio su questo aspetto focalizza l’attenzione la propaganda fascista e l’antiamericanismo diviene la sua componente decisiva.

In una seconda fase, tra il 1942 e il 1943 e soprattutto nel 1943, l’Altro (e soprattutto l’americano) assume le sembianze del personaggio crudele. “Le truppe anglo-americane – rimarca Sciola – vennero rappresentate alla stregua di orde barbariche: composte in gran parte di “negri”, conducevano una guerra brutale e disumana, non rispettavano più in alcun modo la distinzione tra obiettivi civili e militari, saccheggiavano, violentavano e si rendevano responsabili dei peggiori crimini”.

Non erano «che i massacratori di Genova, Napoli, Palermo, gli spensierati cacciatori di moltitudini in fuga di Livorno, Grosseto, Cagliari (…) gli “old boys” sempre sportivi, loro, primatisti nati –che si vantavano di aver bombardato Roma, dotati di – giovinezza briosa, ma arrogante” («Il Tempo», n. 218, Milano – 29 luglio – 5 agosto 1943, p. 5).

Gli Alleati sono dunque dei barbari, dei gangster senza cultura. L’intensificazione del conflitto e le sconfitte subite dall’esercito dell’Asse contribuiscono alle rappresentazioni, sempre più atroci, del nemico. D’Attorre (1991, p. 26) osserva che «l’immagine di Roosevelt è la cartina di tornasole più eclatante di questa escalation. Nel giornalismo d’assalto come nel teatro di varietà, immoralità e cupidigia, decadenza morale e fisica caratterizzano la personalizzazione del nemico».

In effetti Roosevelt diventa la prima donna dello spettacolo. Si moltiplicano gli epiteti sprezzanti. Roosevelt diviene «superdittatore della Casa Bianca», «un demagogo dalla mediocre eloquenza», «un ignorante» dotato di «inaudita malafede settaria» («Corriere della Sera», 29.05.1941, edizione del mattino, p. 1). Tutti i giornali fascisti si sbizzarriscono contro di lui specialmente dopo il bombardamento di Roma, che doveva essere invece risparmiata.

Così scrive «Il Popolo d’Italia» in un articolo dal titolo suggestivo La promessa del bugiardo:

“Roosevelt – con giudaica disinvoltura – aveva promesso, in un suo speciale “messaggio” al Pontefice, che nel corso delle aggravate azioni aeree contro le città italiane sarebbero state risparmiate le chiese. […] A quest’ora l’immondo orco della casa Bianca deve sorridere satanicamente per sentirsi responsabile di questo misfatto e per essere riuscito a trarre in inganno anche il capo della Chiesa cattolica. […]

Ora Roosevelt ha concluso il ciclo delle sue turpi menzogne. Ha mentito ai suoi elettori, ha ingannato il suo popolo, ha tradito i traditori, che gli avevano aperto le porte dell’Africa, è stato, infine falsario e bugiardo con il Capo Venerato di centinaia di milioni di credenti sparsi per tutte le terre del mondo, comprese quelle sulle quali Roosevelt esercita la sua despotica dittatura” («Il Popolo d’Italia», 20.07.1943, p. 1).

In occasione della risposta che il presidente americano avrebbe dato al Papa giustificando i bombardamenti di Roma si parla di un inqualificabile crimine e viene messo in luce anche il mercantilismo di Roosevelt. «La Stampa» scrive in proposito:

“Mercantile risposta di Roosevelt al dolore del papa e di tutta la cristianità. “Non è poi il caso di fare tanto scalpore. Abbiamo tutto il denaro per risarcire qualsiasi danno e per ricostruire il tempio [la basilica di San Lorenzo] più bello di prima!” …la cinica uscita del maggiore responsabile dell’inqualificabile crimine delinea l’uomo in tutta la sua volgarità e nel suo sordido mercantilismo. La mentalità del Presidente vi è chiaramente espressa. Egli non sa vedere nel gesto insano se non un danno materiale risarcibile a suon di dollari.

Egli pensa che trattandosi del Papa si potrà anche largheggiare. L’oltraggio sanguinoso al pontefice, la sacrilega offesa alla religione cattolica, la mancata fede ad un impegno assunto con il Vicario di Cristo, il dolore di tutti i Cristiani, a qualsiasi Paese appartengano, sono elementi che sfuggono alla sua valutazione. Con l’oro egli pensa di comperare il Papa e i cattolici di tutto il mondo” («La Stampa», 22.07.1943, p. 1).

L’esempio riportato, come del resto la maggior parte dei testi giornalistici di quel periodo, è scritto in modo da suscitare emozioni nel popolo italiano e mira a creare, non per la prima volta, un mondo simbolico. Vi abbiamo da un canto il dolore del papa e di tutta la cristianità e la volgarità e il mercantilismo di Roosevelt dall’altro, il che di conseguenza contrappone lo spiritualismo degli italiani al capitalismo a suon di dollari.

In quel periodo le pubblicazioni sugli americani si moltiplicano. Virgilio Lilli, deridendo gli americani, si scatena sulle pagine del «Corriere della Sera» (26.06.1943) nel suo articolo Questi americani e scrive tra l’altro:

“Parlerò in parole povere degli americani, di questa bastarda gente che come tutte le genti della secondaria formazione, non ha di suo né patria indigente, né nome. E infatti essi non hanno patria poiché abitano le terre degli Indi, detti anche pellirosse; non hanno nome poiché portano un nome imposto loro dall’Italia. (Chiamansi infatti Americani dall’italiano Amerigo Vespucci, come è noto; e per la nota ragione che fa d’essi una sorta di liberti dell’Italia»)”.

Vi è nella visione di Lilli, del resto spesso ripresa dalla propaganda fascista, la classica opposizione tra la civiltà latina e quella americana:

…quanto siano bastardi gli Americani del nord è facile argomentare dalla quantità e disparità delle razze la cui confusione ha prodotto l’Homo americanus. (Sentite dunque come suona grottesco e maccheronico in latino il vocabolo americanus! Questa lingua madre che, sia pure riferendosi a barbari, dice Germanus, Francus, Britannus, Hibericus (…), non può in nessun modo riferirsi all’Americano per la semplice ragione che lo ignora. L’Americano è escluso dalla lingua latina per forza maggiore; l’Americano difetta del blasone che viene a popoli uomini e cose dal mondo Romano e latino, appunto come il bastardo la cui genealogia si risolve tutta nella parola plebs, plebe, terra, fango.

e continua:

” …chi non ha visto sugli schermi del cinematografo la varietà di tipi offerti all’occhio da quella bastarda razza, i biondi longilinei, i bruni macrosplancnici, i castani mesosplancnici o, per dire, i rossi habitus tisicus? “Bella gente”…

Lilli mette in luce anche l’ignoranza e arretratezza degli americani e sottolinea che è un popolo senza musica, arte, scrittura, architettura, filosofia, scienza, gente al massimo capace di rallegrarsi di fronte a qualche riproduzione:

“Non esiste una musica americana: cercate un Monteverdi o un Verdi, un Bach o un Mozart americani, perderete il vostro tempo. Cercate sia pure un Berlioz e un Ciaikowski; sia pure uno Chopin americani, perderete il vostro tempo. Cercate sia pure una musica popolare americana: troverete gli schemi della rozza musica dei negri, il jazz, gli spirituals, sinonimo della fragilità morale dei bastardi i quali vengono facilmente dominati addirittura dai prodotti delle razze inferiori. Non esiste pittura americana: cercate un Giotto o un Raffaello in America; o sia pur un Van Dyck, o sia pure un Rembrandt, o sia pure un Velasquez, o un Goya o un Boecklin; vi ritroverete per le mani una coserellina tipo Sorgeni, avrete perduto il vostro tempo. Più che cartoni animati alla Walt Disney, nulla. […]

Non esiste poesia americana: cercate un Dante, o sia pure un Racine, o sia pure un Shakespeare, o sia pure un Goethe; perderete il vostro tempo, tutto il vostro tempo. Più in là di un Poe, di pretta marca britannica, non si va. Non esiste un’architettura americana; ed è inutile dirvi di cercare in America un Partenone o un Pantheon, un romanico, un gotico, un rinascimento, un barocco, un rococò. Zero via zero. Troverete il termitaio di cemento armato, anonimo prodotto di razza, collettiva e priva di fantasia, il grattacielo. Non esiste filosofia americana; e non vale davvero la pena di citare Platone, Seneca, San Tommaso, Dante (…) Kant o Hegel. (…)

I bastardi non danno frutto, i muli sono condannati alla sterilità. L’aeroplano, sì, sì, l’aeroplano del quale essi fanno cosi bestiale e nefando uso, anch’esso frutto di secoli di ricerche scientifiche europee. Oh, i bastardi! E ignoranti. Pochi paesi al mondo possono vantare lo stato di paurosa ignoranza, di pietosa arretratezza della gente d’America. (…) Quale sbalorditiva raccolta di falsi. Tutti i falsi primitivi senesi, tutti i falsi Giotto, tutti i falsi Leonardo (…) tutti i falsi della pittura del mondo (europea e italiana per eccellenza) li trovi raccolti e catalogati dalla gonza dabbenaggine del nuovo-ricco americano (…). Come le amano quelle volgari copie o quelle pallenti mistificazioni! Our country’s pride, dicono, l’orgoglio del nostro paese.

Per quella paccottiglia che acquistarono come buona e che un modesto scolaro di liceo europeo avrebbe giudicato trucco le mille miglia lontano, per tutta quella paccottiglia, hanno direzioni delle belle arti, esperti, intendenti, sovrintendenti e simili! (…) gli sciagurati. Poveri americani bramosi di lustro, così pietosamente e meritamente beffati! (…) Poveri bastardi americani, povera marmaglia arricchita e tuttavia tanto mai irreparabilmente infantile!” («Corriere della sera», 26.06.1943).

È interessante notare che l’autore si accanisce solo contro gli americani e l’America, vista come eldorado del materialismo e infantilità. Li contrappone ad altri popoli (tra cui i russi), che, pur essendo popoli nemici, hanno una cultura che deve essere apprezzata. Si noti che la struttura del brano è basata sull’elenco con le frequenti riprese anaforiche (ad esempio: Non esiste … Non esiste; Cercate sia… Cercate sia) e cataforiche (la ripetizione della frase perderete il vostro tempo alla fine dei versi), numerosi parallelismi che costituiscono una delle caratteristiche più palesi della retorica mussoliniana.

Con la minaccia dello sbarco degli alleati alcuni giornali pubblicano articoli dal tono decisamente sarcastico. Su «La Stampa» si possono leggere le seguenti affermazioni:

“Il nemico, con formidabile sforzo di navi, d’uomini e d’armi, punta arrogantemente sull’Italia. […] Molti della vostra stirpe, emigrati in America e in Inghilterra, brava gente che lavora amaramente, ma che rendeva tre volte quattro volte il normale, conosce il buon sale del pan pentito e sa come strozza il cappio di seta del capitalismo anglosassone. Ogni tanto veniva su’ il ribelle, l’anarchico, che con cavalleresco sacrificio usava di bombe e di pugnale contro i potenti della terra. Antesignani di una nuova era, dicevano. Ebbene: la sedia elettrica, una morte dolce, faceva giustizia o martirio, come meglio piace alla vostra patriarcalità di buona gente o alla vostra rivoluzionaria romantica poesia. Su’, da bravi, o ribelli, alzate il capo, deponete le armi, venite incontro ai liberatori”. («La Stampa» 12.07.1943, p. 1).

Accanto alla figura di Roosevelt, che sembra il più sciagurato tra tutti gli americani, la stampa del regime descrive volentieri anche Churchill. Su «Il Fascio» del giugno del 1943 se ne parla con un evidente tono di cattiveria:

“E pensare che vi è in Italia chi pretende che Churchill sia un grande uomo di Stato, mentre è un comunissimo inglese con qualche maggior capacità nell’organizzare cose crudeli. Ma sarà tale la sua capacità organizzativa che seppellirà lui stesso sotto la sua ignominia e determinerà il crollo dell’Inghilterra e del suo impero. L’esempio inglese è seguito con maggior dose, di vigliaccheria, dal cugino d’America…”. («Il Fascio » 26.06.1943, p. 1).

Si noti che dal punto di vista retorico e propagandistico il messaggio è costruito a regola d’arte. Il giornalista allude a un gruppo indeterminato di persone che vuole vedere in Churchill un uomo di Stato solo per poter smentire subito una tale convinzione con una serie di affermazioni antitetiche (un comunissimo inglese e per di più un uomo ignominioso). Come in una classica antitesi l’autore contrappone le idee ricorrendo ai concetti che non sono compatibili tra loro. E così parlando della capacità, che per lo più si associa all’ingegnosità e intelligenza, rileva (non apertamente) la vigliaccheria di Churchill che la sfrutta solo per organizzare cose crudeli. Vista con quest’ottica la capacità porta di conseguenza al crollo del suo impero.

È solo uno di tanti esempi in cui il ricorso al paradosso serve a formare un enunciato contenente concetti e termini che si trovano in apparente contraddizione, il che dal punto di vista propagandistico serve a creare un mondo basato su generalizzazioni e contrapposizioni. Questa tecnica è particolarmente suggestiva e operante poiché mette davanti agli occhi i concetti contrapposti, creando delle immagini «in bianco e nero», facili da percepire dal pubblico. Si crea una nuova realtà difficile da smentire.

L’arte del contrapposto si impersonava soprattutto in Mussolini, il grande maestro, cui la stampa del regime si appellava in ogni occasione. Nella primavera e nell’estate del 1943 il termine il più frequentemente usato nei confronti degli americani è il lessema gangster accompagnato da altri vocaboli spregiativi. Il termine si incrementa sempre di più col proseguire dei bombardamenti dell’Italia. In quell’occasione tutta la colpa è attribuita soprattutto a Roosevelt e a Churchill. Si parla dunque delle «gesta dei “gangsters” contro l’Urbe» «dove una sola colonna ha un valore maggiore di tutti i grattacieli del Nuovo Continente» («Corriere della sera» 21.07.1943, p. 4), nonché dei «quartieri colpiti dal cieco ferro degli analfabeti d’America e d’Inghilterra». («Corriere della sera» 21.07.1943, p. 1, edizione del mattino).

«Il Popolo d’Italia» riferendosi ai bombardamenti di Napoli comunica che «i gangster non potevano scegliere migliori obiettivi per attirarsi un odio maggiore e una nomea di sacrileghi, oltre che di assassini e di vigliacchi» («Il Popolo d’Italia» 29.06.1943, p. 1) e diffonde la notizia sui bombardamenti di Livorno presentando un suggestivo articolo di Oreste Gregorio in cui l’autore, con maestria, si appella alle emozioni dei lettori riportando all’inizio una commuovente e suggestiva descrizione del paesaggio contrapposto alla brutalità del barbaro nemico d’oltre oceano:

“I gangster su Livorno. Ennesima prova della ferocia nemica: quattro ondate di bombe tutte in pieno abitato. Il treno che da Pisa porta a Livorno ferma lungamente alla stazioncina di Tombolo: poi riprende la marcia e si avvia lentamente alla città che, a distanza di un mese, ha subito la seconda dura incursione nemica. Apre all’occhio del viaggiatore un lungo muro che corre intorno a un corridoio alberato, e il muro rivela in due punti ampi squarci; mattoni e calcinacci formano una passerella per immettere nel recinto.

(…) il grande cimitero di Livorno, che la brutalità ottusa dei bombardieri americani ha accomunato in un medesimo gesto di distruzione. Forse i barbari d’oltre oceano hanno voluto che i morti si unissero ai vivi, nell’impulso implacabile di esecrazione e di odio”. («Il Popolo d’Italia» 29.06.1943, p. 1).

Il brano si focalizza innegabilmente sulla brutalità ottusa e ferocia del nemico d’oltre oceano, ma per l’ennesima volta gioca sulle emozioni del popolo. Il lessico è dotato di forti capacità di commozione. Le descrizioni impressionabili sulla stazioncina di Tombolo, sul corridoio alberato e sulla passerella di mattoni e calcinacci che si apre all’occhio del viaggiatore contrapposte ai bombardamenti, sono molto più forti di un semplice resoconto giornalistico.

Si può parlare in questo caso delle cosiddette frasi ad effetto, che fanno veramente effetto. La suggestività dell’ultima frase che concerne la distruzione del cimitero di Livorno è coinvolgente a tal punto da poter veramente far scaturire l’odio nei confronti del nemico americano. «La Stampa» (30.06.1943) parla delle belve della R.A.F. che si accaniscono sulle chiese, e ancora di «attacco dei “gangsters” alla città eterna»:

“Questa opera dei provetti piloti scelti con cura perché non sbagliassero i bersagli, questa la dimostrazione data a poche ore di distanza della falsità delle dichiarazioni contenute nell’appello agli Italiani con cui Roosevelt ed il suo complice Churchill affermavano di rivolgersi all’Italia come amici”. («La Stampa» 20.07.1943, p. 1).

Giuseppe Castelletti nell’articolo Roma impavida dopo il barbaro bombardamento. I Gangster erano comandati dal generale ebreo [Lewis] si domanda sul perché del bombardamento di Roma:

” …L’insinuazione, indicativa della bassezza non soltanto morale, ma soprattutto mentale del nemico, è talmente grossolana e sfrontata, che non esitiamo per un momento ad accettarla. …veramente si deve concludere che i nostri nemici sono degli animali senza intelligenza, e appunto per questo, dei barbari. Dei barbari che però non prevarranno, come nessun barbaro ha mai potuto prevalere contro Roma. La nefanda aggressione di cui gli aggressori porteranno il peso dell’infamia, nei secoli, vorrebbe essere la famosa bastonata sulla groppa dell’asino dopo il fallimento della non meno famosa carota. È un asino, il popolo italiano, che ha per spina dorsale l’Appennino”. («Il Popolo d’Italia» 21.07.1943, p. 1).

Anche le figure di Churchill e di Roosevelt sono rappresentate come gangster armati, che si impadroniscono delle città italiane. È bene notare che sia sulla stampa del regime sia nel teatro di propaganda si parla apertamente di una misteriosa forza giudaica, cui si attribuisce la responsabilità della guerra. L’alleanza tra la plutocrazia anglosassone e il bolscevismo russo è anche oggetto di interesse dei caricaturisti che non si lasciano sfuggire
l’occasione e creano disegni fantasiosi. Uno rappresenta Roosevelt e Churchill come sarti del ghetto («Il Popolo di Lombardia» 23.08.1941, p. 1) mentre si spartiscono in «buona fede» le zone d’influenza, sull’altro invece vediamo le teste di Stalin, Churchill e Roosevelt sul candeliere ebreo:

Le teste di Stalin, Churchill e Roosevelt sul candeliere ebreo («Il Popolo di Lombardia» 19.07.1941)

Si parla addirittura di forze, uscite dal seno di Satana (Cavallo 1989, p. 160), che si accentuano e trovano il loro fulcro nell’Ebraismo. Lo scopo di queste Forze guidate da Israele è quello di distruggere la civiltà romana per instaurare il regno di Giuda. Si ironizza anche sul presidente americano Roosevelt attribuendo al capo di Stato americano l’epiteto di trombone. Il presente motto su Roosevelt accompagnato dalla vignetta si presta perfettamente alla satira.

È bene notare, comunque, che con tutti questi disegni (e diversi manifesti affissi sui muri di tutta l’Italia) si faceva anche la guerra psicologica. Discreditando e deridendo il nemico ci si faceva forti e combattenti e non si dovevano affrontare argomenti più impegnativi e scomodi per la propaganda.

Roosevelt – il vecchio trombone («Il Popolo di Lombardia» 2.08.1941, p. 1)

Leonida Villani parlando dell’internazionale giudaica annota sulla «Gerarchia»:

“Nessuna alleanza è mai stata più legittima più naturale più necessaria più solidale più concreta di questa. Plutocrazia e comunismo, internazionale finanziaria e internazionale proletaria hanno origine dagli stessi autori. Esse sono i due aspetti del giudaismo moderno che dell’una e dell’altra è protagonista principe e che l’una e l’altra convoglia verso i fini non confessabili della dominazione ebraica del mondo. […] Il serpente giudìo si è presentato nella storia moderna…” («Gerarchia» n. 4, aprile 1943, pp. 127-128).

Mentre «Il Popolo di Lombardia» nell’aggressione americana vede il demone ebraico:

“Bolscevichi e plutocrati: connubio nel segno di Giuda. …Il demone ebraico è ora scatenato, e imperversa attraverso i suoi potenti strumenti di propaganda benevolmente tutelati e finanziati dall’oligarchia dominante bene sintetizzata nella persona del dittatore della Casa Bianca. Sono questi giornali e queste radio la pazzesca minaccia dell’Asse alla potente America e che ora chiedono […] l’occupazione delle Azzorre, delle Canarie, delle Isole di Capoverde, di Dakar, del Portogallo e dell’Islanda. In tutte queste richieste […], è bene riflesso l’imperialismo bastardo degli Stati Uniti”. («Il Popolo di Lombardia » 12.07.1941, p. 1).

I russi rappresentano per tutta la durata del conflitto il nemico che fa più paura, sono dei folli, sanguinari, spietati, despoti. “Quella bolscevica – osserva Cavallo – è una società barbara, violenta, feroce, dove l’esaltazione dei valori materiali e della potenza meccanica come unico fattore di progresso ha distrutto ogni sentimento ed ogni idea di solidarietà e comunità tra gli individui, rendendo gli uomini simili agli animali” (Cavallo 1989, p. 147).

Umberto Niccolini parlando del destino della Russia su «Il Popolo di Lombardia», osserva quanto segue:

“Il destino della Russia, ancora una volta guidata da una classe dirigente di folli, di sanguinari, di inetti, non riesce a sottrarsi alla tragicità che lo perseguita da secoli. […] Stalin è il vero Czar che i russi attendevano e meritavano; non molle e incerto come Nicola II, ma sicuro despota, ma spietato e lucidamente folle ed astuto, come Ivan il terribile» («Il Popolo di Lombardia» 11.10.1941, p. 3).

La propaganda contrappone il fascismo e lo spiritualismo cattolico romano da una parte al bolscevismo e ateismo dell’Unione Sovietica in cui è personalizzata la figura dell’«Anti-Cristo». Nei campioni teatrali di quel periodo si incoraggia a odiare il nemico:

“Anche fra guerra e guerra, credimi, una distinzione è doverosa. Quella che qui […] si combatte è veramente una nuova crociata. Di contro a noi sta l’Anti-Cristo, che altro non sogna se non di instaurare nel mondo il regno delle tenebre (…) la violenza, in se stessa, è un’esecrabile mostruosità; ma in certi casi, quando ogni altra via è preclusa, bisogna ben convenire che il fine giustifica i mezzi”. (Cavallo 1989, p. 152)

Una delle caratteristiche comuni per tutti gli Alleati era il loro materialismo «un connotato che gli inglesi dividevano con i loro cugini americani e, paradossalmente, anche con i nuovi alleati bolscevichi». Virgilio Lilli descrivendo gli americani sul «Corriere della Sera» ricorda che nonostante l’America sia un eldorado del materialismo:

” …non esiste una macchina americana. Il paese del macchinismo, l’eldorado del macchinismo ha tutto importato dall’Europa. Quella goffa e sorda civiltà meccanica della quale gli americani paiono menare così alto motivo di spregio per l’Europa, ahimè, è tutta europea, solo europea, il mondo nuovo ha tratto tutta la sua modernità dal vecchio mondo”. («Corriere della sera» 26.06.1943).

Massimo Scagliero su «Il Legionario» ironizza sull’identità profonda di americanismo e bolscevismo e parla di:

“…anima delle pseudociviltà sovietica e nord-americana, (…) di mentalità meccanico-materialista. Il mito meccanico non è dunque un’astrazione o una locuzione retorica, ma qualcosa che risponde alla realtà psichica di una decadente società moderna di cui l’America del Nord e la Russia rappresentano la perfida tipizzazione. Nell’assenza [queste due civiltà] presentano una identità profonda: sotto l’esteriorità del conservatorismo puritano, del democratismo cafonesco degli Stati Uniti e della morbida fratellanza comunistica dei sovietici, urge l’identica degenerazione sociale dovuta all’abbassamento reale di ogni libertà di coscienza e all’asserimento dell’anima collettiva a un complesso di convenzionalismi e di pregiudizi che possono essere riassunti dal mito-meccanico dell’uomo-massa e delle società senza volto. Questa grigia amorfa umanità oggi subendo la suggestione sottile della massoneria scozzese e del sionismo internazionalistico, è schierata contro le Potenze del Tripartito, illudendosi di combattere per la libertà”. («Il Legionario» 31.05.1943, n. 10, p. 5).

Gallerano (1994, p. 210) rileva che: «l’odio antinglese assume connotati puramente ideologici, superiore non solo a quello antiamericano ma persino a quello antisovietico, proprio mentre Stati Uniti e Unione Sovietica vengono indicati come i nemici più potenti».

Nell’ultima fase, vale a dire con lo sbarco degli Alleati in Sicilia, l’Altro diviene sinonimo di libertà che si rivela non solo liberatore, ma anche il salvatore che fornisce i viveri, accolto con entusiasmo dalla gente festante e gentile. Un alto ufficiale alleato osserva che gli italiani vogliono «essere liberati dalla guerra, dal fascismo e da se stessi», poiché si sono trovati di fronte a «una guerra non sentita, un regime che, proprio negli anni di guerra, ha consumato la sua credibilità». (Gallerano 1997, p. 459).

“Gli italiani avevano grandi aspettative, ma nonostante che gli Alleati fossero composti da diverse nazioni, come rimarca Gallerano, la loro attesa si concentrava su inglesi e americani. La propaganda fascista degli anni di guerra aveva contrapposto il materialismo delle democrazie anglosassoni allo spiritualismo dei popoli dell’Asse, il brutto interesse materiale ai valori della stirpe, la forza della tecnologia al coraggio individuale, l’oro al sangue. Paradossalmente, l’attesa degli italiani si era nutrita proprio di questa immagine di ricchezza e di potenza» (Gallerano 1997, p. 461).

Il mio intervento, incentrato sulla percezione del nemico, spero abbia fatto vedere che essa, col passare degli anni, non solo si trasformava, ma si riempiva anche di nuovi elementi e immagini. Sembra un processo del tutto naturale, poiché la diversa percezione dell’Altro, come nota D’Attorre (1991, p. 20) «corrisponde a fasi specifiche dei rapporti bilaterali ma più in generale a una ricerca faticosa di identità, da parte della società italiana, che proprio nel confronto con l’altro, il diverso, esplicita le proprie paure e speranze».

Ho cominciato con Umberto Eco e con Eco voglio finire riportando le sue parole che spero possano costituire uno spunto di riflessione. Eco fa un’osservazione simile a quella appena citata, ma va oltre e constata che «avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro» (Eco 2011, p. 10), il che vuol dire che «la figura del nemico non può essere abolita dai processi di civilizzazione» (Eco 2011, p. 31) e come se non bastasse, secondo Eco, solo in presenza di un Altro possiamo riconoscere noi stessi, ma ancora «più volentieri troviamo quest’Altro insopportabile perché in qualche misura non è noi. Così che, riducendolo a nemico, ci costruiamo il nostro inferno in terra» (Eco 2011, p. 36).

Umberto Eco

Fonti primarie
Conferenza pronunciata all’Università di Bologna il 15 maggio 2008 nell’ambito delle serate sui classici e apparsa in Ivano Dionigi (a cura di), Elogio della politica, Milano, BUR, 2009.
Al fonte battesimale del mondo, in «Corriere della sera», 21.07.1943, edizione del mattino, p. 1.
Ai margini della lotta, in «Il Fascio» 26.06.1943, p. 1.
La gesta dei gangsters contro l’Urbe. Roosevelt e Churchill si palleggiano la responsabilità, in «Corriere della sera» 21.07.1943, p. 4.
La muraglia di parole intorno al popolo americano, in «Corriere della Sera», 29.05.1941, edizione del mattino, p. 1.
La promessa del bugiardo, in «Il Popolo d’Italia», 20.07.1943, p. 1.
L’attacco dei “gangsters” alla città eterna. Tutto il mondo freme di sdegno, in «La Stampa», 20.07.1943, p. 1.
Le belve della R.A.F. che si accaniscono sulle chiese, in «La Stampa», 30.06.1943.
Bolscevichi e plutocrati: connubio nel segno di Giuda, in «Il Popolo di Lombardia», 12.07.1941, p. 1.
Dalla vittoria difensiva alla vittoria offensiva, in «Il Fascio», 12.09.1942, p. 1.
Mercantile risposta di Roosevelt, in «La Stampa», 22.07.1943, p. 1.
Roma bombardata, in «Il Tempo», n. 218, Milano – 29 luglio – 5 agosto 1943, p. 5.
Vivere la guerra, in «La Stampa» 12.07.1943, p. 1.
Castelletti G., Roma impavida dopo il barbaro bombardamento. I Gangster erano comandati dal generale ebreo, in «Il Popolo d’Italia» 21.07.1943, p. 1.
Freri O., La seconda fronte degli anglosassoni, in «Il Fascio», 17.10.1942, p. 1.
Gregorio O., I gangster su Livorno. Ennesima prova della ferocia nemica: quattro ondate di bombe tutte in pieno abitato, in «Il Popolo d’Italia» 29.06.1943, p. 1.
Lilli V., Questi americani, in «Corriere della Sera», 26 giugno 1943.
Mussolini B., Il Duce al popolo italiano. Rapporto politico militare sui primi trenta mesi di guerra, in «Il Legionario », n. 23, 15 dicembre 1942, pp. 4-8.
Niccolini U., Destino della Russia, in «Il Popolo di Lombardia», 11.10.1941, p. 3.
Pugliese A., Ricchi e poveri, in «Gerarchia», n. 6, giugno 1942, p. 248.
Scagliero M., Identità profonda di americanismo e bolscevismo, in «Il Legionario» 31.05.1943, n. 10, p. 5.

Bibliografia
Cavallo P., Sangue contro oro. Le immagini dei paesi nemici nel teatro fascista di propaganda, in Lepre A. (a cura di), La guerra immaginata. Teatro, canzone e fotografia (1940-43), Napoli, Liguori, 1989, pp. 115-166.
Cavallo P., Iaccio P., Vincere! Vincere! Vincere! Fascismo e società italiana nelle canzoni e nelle riviste di varietà (1935-1943), Napoli, Liguori Editore, 2003, pp. 81-107.
D’Attorre P.P., Sogno americano e mito sovietico nell’Italia contemporanea, in D’Attorre P.P. (a cura di),182
Laboratori della comunicazione linguistica Gentes, anno II numero 2 – dicembre 2015
Nemici per la pelle. Sogno americano e mito sovietico nell’Italia contemporanea, Franco Angeli, Milano 1991, pp. 15-68.
Eco U., Costruire il nemico e altri scritti occasionali, Bompiani, Milano 2011, pp. 9-36.
Gallerano N., L’immagine italiana dell’inglese: propaganda e identità nazionale nel corso della seconda guerra mondiale, in Laboratorio di storia. Studi in onore di Claudio Pavone, Paolo Pezzino, Gabriele Ranzato (a cura di), scritti di M. Battini [et al.], Milano, Angeli 1994, pp. 207-209.
Gallerano N., L’arrivo degli alleati, in Isnenghi M. (a cura di) Luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 458-464.
Sciola G., L’immagine dei nemici. L’America e gli Americani nella propaganda italiana della Seconda guerra mondiale, p. 5

Notizia bibliografica

Italies, Revue d’études italiennes, Université de Provence, n°5, Italie et Etats-Unis. Interférences culturelles, 2001.

Notizia bibliografica digitale

Giovanni Sciola, « L’immagine dei nemici. L’America e gli Americani nella propaganda italiana della Seconda guerra mondiale », Italies [Online], 5 | 2001, online dal 19 décembre 2009, consultato il 29 mai 2018. URL : http://journals.openedition.org/italies/2116 ; DOI : 10.4000/italies.2116

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