GLI UOMINI DI MUSSOLINI – 2 – DINO GRANDI

a cura di Cornelio Galas

  • documenti raccolti da Enzo Antonio Cicchino

Dino Grandi

Dino Grandi

Dino Grandi

di Enzo Antonio Cicchino

L’uomo più fine del fascismo. Il non fascista. Colui che vede nella trasformazione mussoliniana dell’Italia un momento di transizione alla democrazia. Che cerca di essere con Mussolini, dentro la mente di Mussolini, interpretandone il subconscio politico. Anticipandone le mosse. Prevedendone i timori e le imposizioni. E’ l’uomo della politica estera, che lotta per la pace in Europa. Che ha tessuto per tutto il ventennio una rete astuta di rapporti personali forti; che ha protetto le avventure a rischio del nostro paese. Ma è una rete che gli sfugge di mano. La perde!

Ed è costretto a scorgere per primo le radici della catastrofe, di cui ha la colpa di non averla saputo né denunciare, né evitare, risolvendosi il 25 luglio, solo ad un ultimo disperato gesto. Dino Grandi nasce a Mordano, vicino Bologna, da una ricca famiglia contadina, che nonostante le sua ricchezze fondiarie simpatizza per il socialismo di Andrea Costa. Il padre è anticlericale, lui trascorre i primi anni tuttavia, facendo il chierichetto!

Dino Grandi e Villa Brizzi, a Villanova di Castanaso

Frequenta il liceo a Ferrara, sensibile al fascino guerrofilo dei i proclami di D’Annunzio e Marinetti. Attenzione prova anche per quanto va scrivendo Mussolini prima su “L’Avanti!” poi su “Il popolo d’Italia”.

Il padre vorrebbe che diventasse medico, ma lui si iscrive alla facoltà di Legge a Bologna. Qui conosce Nello Quilici – un amico di Balbo – e questi lo fa entrare come collaboratore a “Il Resto del Carlino”. La Grande Guerra. Si arruola come volontario nel corpo degli alpini. Nel ‘18 si congeda con il grado di capitano e due medaglie al valore.

Dino Grandi

Tornato in Emilia subisce – come tanti altri che hanno creduto nella riscossa dell’Italia – la frustrazione per la vittoria mutilata ed il disprezzo da parte di quelle forze socialiste che sin dall’inizio erano state contrarie al conflitto.

Si laurea in legge e comincia la sua carriera come avvocato, ad Imola. Prima socialista. Poi “sensibile all’aria che tira” si iscrive e partecipa con zelo al Fascio di Mussolini. Per la sua attività squadristica gli agrari ferraresi alle elezioni del 1921 lo candidano alla Camera e viene eletto, ma la sua elezione, così come era stato per Farinacci e Balbo, non viene convalidata, perché troppo giovane: ha solo 26 anni.

Dino Grandi in divisa di Capitano degli Alpini

Le sue idee estremiste lo fanno essere un sostenitore del dominio dei ras delle varie province. Quando subito dopo Mussolini fa con i socialisti il patto di pacificazione si associa a tutti gli altri capi sezione, Balbo, Farinacci, Arpinati per opporsi all’accordo. Anzi in agosto, insieme a Balbo, organizza una teorica scissione rivolgendosi a D’Annunzio con l’intento di convincerlo a mettersi alla testa del movimento fascista. Ma il vate non accetta…

Al congresso fascista del novembre 1921, a Roma, Mussolini fa decadere “il patto” con i socialisti, al tempo stesso riesce a comporre i dissidi, trasformando il Movimento dei Fasci in un vero e proprio partito, di cui tutti lo accolgono come guida, Duce.

Dino Grandi

Dino Grandi è uno degli artefici di questa rappacificazione tra Benito ed i suoi estremisti, Benito, riconoscente, lo inserisce nella commissione del partito. Dopo la Marcia su Roma Dino Grandi viene eletto Vicepresidente della Camera.

Come per molti altri gerarchi, è solo con la crisi connessa al delitto Matteotti che acquista un ruolo. Avendo bisogno di recuperare tutta la fiducia dei moderati, Mussolini si ricorda di lui, gli affida la carica di Sottosegretario agli Interni. Nel 1925 ancora lo promuove accanto a sè come Sottosegretario agli Esteri, ministero che ricopre lo stesso Mussolini. Un cinegiornale Luce del 1927 lo mostra durante la firma del trattato italo-ungherese.

Dino Grandi con Mussolini

Dopo quattro anni di esperienza Mussolini ne fa il successore. E’ il primo Ministro degli Esteri dell’Italia fascista. In aprile del 1929 è in visita a re Zogu in Albania.

Per la storia italiana è un momento molto delicato. Il mondo è di fronte alla grande crisi del ’29. L’America, l’Inghilterra, la Germania, metà dell’Occidente sono sull’orlo del disastro. E paradossalmente molti paesi guardano proprio all’Italia al suo progetto di economia corporativa promossa da Mussolini come un possibile modello per uscire dal baratro.

Dino Grandi

Gli obiettivi diplomatici di Grandi non sottendono ad una particolare visione della politica, non vi sono ambizioni oggettive ma solo intenti pragmatici. Prende l’esempio di Mussolini, che nonostante le differenze ideologiche nel gennaio del ’24 ha scambiato gli ambasciatori con l’Unione Sovietica.

Quando il 12 settembre 1929, nomina Grandi Ministro degli Esteri, con un gesto inusuale, Mussolini gli fa trovare sul magnifico tavolo di Palazzo Chigi totalmente sgombro di carte una rosa rossa dal gambo lungo in un sottile vaso di cristallo.

Nei rapporti con lui emerge il Mussolini borghese, l’uomo di buon gusto, l’antirivoluzionario, il quasi decadente allievo di Margherita Sarfatti. Ma anche una stima virile sottesa da un rispetto profondo e quasi aristocratico. Fatto di intese, di non detto, di silenzi colmi di collaudata amicizia. “Mi conosce troppo!” dice di lui Mussolini.

Dino Grandi con la moglie Antonietta Brizzi

Gli obiettivi diplomatici di Grandi sono subito con i piedi per terra, ben saldi alle necessità dell’Italia e liberi da ogni utopia politica. Ed opera oculatamente per tessere buoni rapporti fra stati, senza lasciarsi condizionare dai regimi che li dominano. Favorisce la stipula di importanti accordi commerciali. Ma soprattutto il suo costante obbiettivo è il mantenimento della pace in Europa.

Dino Grandi mentre veleggia nel mare di Positano

Applica la sua estrema sottigliezza giuridica all’interno della Società delle Nazioni per creare cointeressenze utili, per far diventare l’Italia ago della bilancia dell’asse franco inglese. E’ la prima volta, nel Novecento, che si definisce chiaro il ruolo internazionale dell’Italia, e valido ancor oggi: quello di potenza cerniera e di mediazione.

Non va dimenticato, narrando i successi diplomatici di Grandi quanto lui debba a sua moglie. Il loro è uno dei pochi matrimoni felici del Regime. Lui conosce già il francese ma è lei che gli insegna la lingua inglese. E anche la finezza dei modi mondani, salottieri tanto importanti per una carriera politica.

Dopo una prima giovinezza animata da un qualche ribellismo, Grandi diviene il punto di riferimento degli italiani moderati, dei più accorti al buon senso dello Stato ed alla ricomposizione dei conflitti interni del paese.

Dino Grandi con la moglie a Filadelfia (Stati Uniti)

Il suo essere moderato e la sua estrema capacità di trovare soluzioni flessibili giunge al paradosso che nel ’22 poco prima della Marcia su Roma è proprio lui, l’ex estremista, a volerne evitare i rischi, tentando un accordo attraverso il quale Mussolini avrebbe fatto parte del nuovo Governo Salandra in qualità di ministro degli Interni.

Dopo alcuni anni come sottosegretario, nel ’29, a 34 anni, il Ministro degli Esteri Dino Grandi è uno degli uomini più stimati in Europa e nel mondo. Sente profonda riconoscenza per Mussolini. “Che cosa sarei stato se non ti avessi incontrato?” – gli scrive  – “Nulla più che un oscuro avvocato di provincia!

Tuttavia non soggiace al suo potere carismatico, anche se è convinto che Benito possieda una fiamma bruciante di eloquenza che inebria le folle; è una forza straordinaria che da secoli non è mai apparsa nella storia d’Italia. Ma quella energia occorre intiepidirla, incanalandone la creatività. Per paradosso Grandi si comporta nei confronti del Duce con lo stesso atteggiamento di Mussolini verso Balbo.

Dino Grandi (a destra) con Mussolini (a sinistra),  Heinrich Brüning e Julius Curtius

Al contrario di Ciano, che anni dopo ne sarà il successore, Dino Grandi è il Ministro e uomo politico in un certo senso più libero del Regime. La sua astuzia sta nel riuscire a partire per le sue missioni senza ricevere istruzioni dal Duce, le quali lo avrebbero immobilizzato.

Conclusi gli impegni si affretta poi ad inviargli un telegramma con la efficace formula: “In obbedienza agli ordini di vostra eccellenza ho portato a termine la missione concordata”.
Mussolini sa benissimo che non e’ vero, ma ne rimane soddisfatto e placato. Questo menage spericolato, temerario, durerà ben tre anni.

Operando secondo la sua sottile strategia di pace all’interno della Società delle Nazioni, non solo riesce a trarre dalla nostra parte tutto il movimento pacifista, ma spiazza anche quello antifascista che vorrebbe additarci a paese aggressivo e bellicoso. In particolare i rapporti che Grandi tesse con gli Stati Uniti sono così solidi che il grande paese della bandiera stellata sosterrà l’Italia sino all’ultimo, nonostante la Campagna d’Etiopia e l’intervento in Spagna. Lui più volte si reca oltre Atlantico.

La cerimonia di insediamento di Grandi nel Consiglio dei Ministri

Inedito è il suo progetto diplomatico. Al contrario di tutti gli stati europei che consideravano renitenti alla leva tutti i giovani emigrati oltre Atlantico, Grandi, con il consenso di Mussolini si fa promotore della legge per l’esenzione dal servizio militare di tutti i cittadini italiani presenti negli Stati Uniti. Durante la prolungata crisi del ’29, mentre le navi straniere attraversano l’Oceano vuote, le nostre sono gremite di famiglie e ragazzi che tornano in patria senza il timore che al loro arrivo possano essere arrestati.

Ma, ove possibile, Grandi cerca anche di convincerli a rimanere, divenendo cittadini di quel paese in modo da poter votare e contare di più nel potere e nello Stato. L’unica difficoltà per Grandi sono i rapporti con la Francia, che al contrario dell’Inghilterra, non ha nessuna intenzione di una politica favorevole al disarmo, temendo un futuro riarmo tedesco. E ne ha ragione, all’ascolto delle parole minacciose di un ambiguo leader che tra non molto prenderà il potere: Adolf Hitler.

Dino Grandi

Grandi cerca ancora di mediare, fra le potenze: alla conferenza per il disarmo del 1932 a Ginevra commette il grave errore di sostenere il piano per la riduzione totale degli armamenti proposto dagli Stati Uniti. E’ un voto che sorprende i francesi. Si ritengono traditi. La imparzialità di Grandi, li pone concretamente in svantaggio rispetto ai tedeschi. E così la Francia torna ad allearsi con l’Inghilterra, formando un legame sempre più stretto.

Questo errore italiano nella politica estera è grave, bisogna decidere una mossa per salvare la faccia. Grandi si mette d’accordo con Mussolini perché ufficialmente si attribuisca soltanto a lui e non al Governo questo errore. E dal 20 luglio del 1932 è il Duce stesso che assume il Dicastero degli Esteri, tentando di frapporsi tra Francia e Germania, applicando lo stesso atteggiamento che aveva sperimentato Grandi tra Francia e Inghilterra.

Grandi con Goebbels e altri gerarchi nazisti

Poi, con l’intenzione di scardinare la nuova solidarietà franco – britannica, Mussolini invia come ambasciatore a Londra, appunto Dino Grandi. E Grandi rimane a Londra per sette anni, difendendo l’azione politica dell’Italia, nonostante la difficile crisi della Campagna d’Etiopia e della Guerra di Spagna. Diventa amico di Re Edoardo e di Re Giorgio, ma soprattutto di Winston Churchill.

Se da responsabile degli Esteri ha adottato la strategia del partire senza ordini, da ambasciatore adotta la massima di Talleyrand: “Servire fedelmente il proprio paese vuol dire anche disobbedire al proprio governo!” E Grandi la applica in più occasioni, agendo contro le direttive di Mussolini ma poi ricevendone da questi perfino un “Bravo!” complimento assai raro per il Duce.

Nel dramma della politica, l’episodio che salda fortemente l’amicizia tra Mussolini e Grandi è il terribile trauma dell’affronto franco inglese all’Italia, che viene lasciata sola dopo l’assassinio per mano nazista del cancelliere austriaco Dolfuss. Nel luglio del ’34 Mussolini manda le nostre divisioni scelte al Brennero, nella speranza che anche i francesi e gli inglesi siano interessati alla indipendenza dell’Austria. Invece in aprile del ’35, alla Conferenza di Stresa, sul Lago Maggiore, risulta evidente che sia la Francia che l’Inghilterra non sono disposti a spendere né un soldato né un soldo per salvaguardare la libertà dell’Austria.

A Grandi, Mussolini, deluso confida: “Tra non molto avremo la bandiera dalla croce uncinata sulle frontiere del Brennero. Saremo costretti un cattivo giorno ad abbracciare i tedeschi. Non Sarà un abbraccio piacevole!” Mai il Duce ha avuto così intensa sincerità d’animo, è come se si fosse letto nel destino.

Per merito di Grandi che è riuscito a convincere Churchill, Stresa ottiene comunque un successo: un tacito assenso alla conquista dell’Etiopia. La Società delle Nazioni applicherà comunque le sanzioni contro l’Italia, ma non per i prodotti militarmente strategici.

Nella primavera del ’36 la campagna abissina è in crisi, gli etiopi si difendono bene e della guerra non se ne vede la fine. In Inghilterra si minaccia seriamente di estendere le sanzioni anche alle importazioni italiane del carbone e dell’acciaio. A quel punto l’Italia sarebbe in ginocchio.

Dino Grandi con la moglie a New York – 1931

Nella primavera del ’36 le truppe naziste rioccupano militarmente la Renania. Durante la riunione a Londra degli stati membri della Società delle Nazioni si chiede la condanna unanime della Germania come paese aggressore, solo l’Italia dovrebbe votare a favore di Hitler, l’unico capo di stato che non ha osteggiato la conquista dell’Etiopia.

Grandi si incontra con Antony Eden, l’incaricato inglese presso la Societa’ delle Nazioni. Disobbedendo agli ordini di Mussolini mercanteggia il suo voto a favore dei tedeschi con la promessa che l’Inghilterra si opporrà alle sanzioni del carbone e dell’acciaio contro l’Italia.

Dopo il voto, Ribbentrop, che rappresenta la Germania, fulmina con uno sguardo feroce Grandi, di cui non si attendeva il voltafaccia. E’ la nascita dell’odio dei nazisti contro di lui, che faranno di tutto perché il Duce lo richiami a Roma. Mussolini informato privatamente da Grandi, però approva.

Chamberlaini (primo da sinistra) e Dino Grandi

E disobbedienza al Duce è anche quando riceve l’ordine di non occuparsi della crisi cecoslovacca che sussegue alle mire espansionistiche di Hitler verso Est. Grandi viene a sapere che l’Inghilterra è sul punto di dichiarare guerra alla Germania. Si scavano trincee in Hyde Park, si distribuiscono maschere antigas.

Di sua iniziativa convince Chamberlain a scrivere una lettera privata a Mussolini con cui chiedere la sua mediazione presso Hitler. Il Duce, che sulle prime non sa che tutto avviene per intervento del suo ambasciatore, lusingato, chiama appunto il Führer e lo persuade ad un incontro. A settembre del ’38 si firma l’illusorio Patto di Monaco. Grandi è riuscito a rimandare la guerra esattamente di un anno!

Non sempre il rapporto tra i due fila liscio. Quando nel luglio del 36 Grandi riesce a convincere il Governo Inglese ad eliminare le sanzioni contro l’Italia ed il quotidiano londinese “Daily Express” pubblica in prima pagina una foto di Dino Grandi apponendovi il titolo “Il Vincitore”, Mussolini va su tutte le furie. Lo dimette irosamente da Londra facendone un semplice governatore dell’Isola di Rodi. E’ nel carattere di Mussolini essere precipitoso per capriccio, gelosia.

Dino Grandi e John Simon, 1932

Ma accade che trovandosi al Foreign Office per organizzare le consegne al suo successore, Grandi si trovi ad assistere ad una riunione del “Comitato non intervento per la Spagna”: all’ascolto del discorso dell’addetto di affari sovietico colmo di ingiurie e di accuse per l’intervento dell’Italia in aiuto a Franco, ne rimane così indignato che, pur senza averne più l’incarico, prende la parola ed interviene nel dibattito, replicando alle sue accuse punto per punto con una acutezza che fa sensazione.

E’ tale lo scalpore che il testo viene pubblicato da tutta la stampa internazionale. A quel punto lo raggiunge una telefonata di Mussolini: “Rimani a Londra” gli dice. E ve lo tiene per altri tre anni. Nella sottigliezza del gioco fra i due vi sono dunque anche  atteggiamenti autolesionisti. Grandi invia da Londra lettere enfatiche colme di sperticate lodi verso Mussolini. E’ cosi’ adulatorio nelle espressioni di fedeltà, talmente sottomesso, da risultare lapalissiano che non e’ vero.

29 maggio 1932, La missione turca visita Montecitorio. Il presidente della Camera Giovanni Giurati ed il ministro degli esteri Dino Grandi ricevono il primo ministro ed il ministro degli esteri della Turchia

Mussolini tuttavia le gradisce, gli servono innanzitutto per un possibile ricatto futuro, tant’è che le pubblicherà poi durante la Repubblica di Salò, ma gli servono anche per arginare le insistenze dei nazisti i quali vogliono che lo allontani. Non ha voglia di sacrificare il suo uomo migliore ai tedeschi, Grandi gli garantisce con Londra rapporti unici che nessun ministro, o ambasciatore avrebbe saputo tessere.

Riesce perfino ad ottenere spontaneamente che re Edoardo VII – nel maggio 36 – lo convochi a Palazzo Reale per esprimergli i suoi complimenti per l’entrata delle truppe italiane in Addis Abeba. Tre anni dopo riuscirà a condurre a Roma il Primo Ministro Chamberlain per riconoscere ufficialmente la nascita dell’Impero. L’atteggiamento di Grandi è palesemente antitedesco. Se Mussolini riesce a tenerlo a Londra per tanti anni, nonostante le proteste naziste, non può però più farlo dopo la firma del Patto d’Acciaio, altrimenti sembrerebbe scorrettezza grave nei confronti dell’alleato germanico.

Ma questo è anche un altro sogno di Grandi, tanto pieno di buon senso quanto estremamente difficile da realizzarsi: spostare l’asse di alleanza dalla Germania all’Inghilterra, così come era avvenuto nella Prima Guerra Mondiale. Lo spera, ma non ci riesce.

Anche Mussolini vive lo stesso dilemma. Quando infatti i nazisti firmeranno tempo dopo l’accordo con Stalin per la spartizione della Polonia, ancora una volta gli confida: “Ti ho mandato via da Londra troppo presto!”

Così nel ’39 lo fa rientrare a Roma. Diventa presidente della Camera. “Ho bisogno di un avvocato nel mio Governo” gli dice Mussolini. E ne fa il suo Ministro Guardasigilli. E Grandi procede alla riforma del Codice di Navigazione ed a quello di Procedura Civile. Importantissimo il fatto che si rifiuti di inserire le leggi razziali negli articoli del Codice. Tra l’altro si fa impegno di salvaguardare la Magistratura dalle ingerenze del PNF, i cui dirigenti, sobillati da agenti nazisti, cercano di infiltrarsi nei ranghi della Magistratura per ridurla al loro servizio.

Nel lavoro della riforma del Codice di Procedura Civile non solo ha come collaboratore Piero Calamandrei, ma, senza che Mussolini lo sappia, si avvale anche dell’aiuto del professore ebreo Cesare Vivante, espulso dalla cattedra di Diritto Commerciale all’Universita’ di Roma, vittima delle leggi razziali.

L’entrata in guerra dell’Italia accanto ad Hitler è per lui una vera delusione. Il fallimento militare sul fronte greco poi, lo convince della necessità di una soluzione istituzionale per far uscire l’Italia dal conflitto. Persegue questa idea per tre anni.

Ancora oggi, dopo più di mezzo secolo da quei fatti, affrontare le dinamiche che portano al Gran Consiglio, all’allontanamento di Mussolini dalla carica di Capo del Governo ed allo sganciamento militare dell’Italia dalla Germania è ancora impresa in parte lacunosa. Sono tuttora irreperibili i diari stesi di proprio pugno dai due attori protagonisti, del Re e di Mussolini.

Dei rimanenti attori alcuni non sopravvivono alla guerra. Altri esagerano il ruolo della Monarchia in vista del Referendum. Anche il ruolo di Grandi è da circoscrivere. Per molti diventa il simbolo del traditore, dell’uomo astuto e ingrato che mette in moto ogni strategia per ottenere la caduta del Regime di cui è stato uno dei maggiori interpreti.

Ma questa è l’immagine distorta che ne hanno dato soprattutto i fascisti di Salò. La verità è che Grandi si inserisce in un meccanismo enormemente più grande di lui  – di cui lui stesso non è che un semplice ingranaggio – ed alla fine ne verrà espulso.

Neppure le testimonianze successive dei militari sono attendibili. Sul loro capo v’è la mannaia dei processi in aula di Tribunale. Devono rispondere di omissioni gravissime, come per esempio la mancata difesa di Roma. Per evitare la sicura condanna devono perciò accrescere l’importanza del loro ruolo e far credere cose mai avvenute.

Per ricostruire la verità non sono di conforto neppure i documenti storici; da essi emerge uno sciame di fatti decisamente contraddittori, confusi, privi di riscontro. Ma il senso di tutto, forse, è solo in quell’anelito di raggiungere la pace ed uscire dalla guerra che ciascuno aveva e che pur privo di una solida guida, giunge comunque, fortunosamente, ad ottenere la caduta di Mussolini, la nascita del Governo Badoglio. Purtroppo non seguirà il tanto desiderato abbandono delle armi. La guerra continua.

La prima iniziativa per sondare le intenzioni Alleate sull’Italia viene nell’estate del ’42 e proprio da Grandi, allora Ministro della Giustizia, che in occasione di un viaggio in Spagna per un congresso giuridico, propone a Mussolini di incontrare l’amico inglese Samuel Hoare, colà ambasciatore. Il Duce, prima dà il consenso, poi lo ritira. Non essendo ancora svanita l’illusione di una possibile vittoria ad El Alamein. Eppoi ha timore che i tedeschi, venendolo a sapere, possano insospettirsi.

Dunque, nel Duce, il tarlo della sconfitta e di una pace separata inizia a farsi breccia prima di ogni altro. Ed è un proposito che non abbandonerà più. Tant’è che, dopo il rimpasto del Governo, nel febbraio ’43, autorizza il Sottosegretario agli Esteri, Bastianini, ad intensificare i contatti con gli Alleati, tramite il Vaticano e persone di fiducia in relazione con il Portogallo.

Di questi rapporti Mussolini tiene costantemente informato il Re, al cui cospetto, e subito dopo il fallimentare incontro con Hitler a Feltre il 19 luglio, dichiara che – comunque – l’Italia si sarebbe sganciata dalla Germania, al più tardi entro il 15 settembre di quell’anno.

E con il Sovrano è in contatto anche Dino Grandi. I rapporti fra i due sono molto buoni, tanto che dopo il suo allontanamento dal Governo, in febbraio, Vittorio Emanuele gli ha concesso il collare dell’Annunziata una onorificenza con cui diventa cugino del Re. Importantissima, fra i gerarchi l’ha ottenuta solo Galeazzo Ciano.

Un colpo inatteso viene però a distruggere la solidarietà fra Vittorio Emanuele e Mussolini: la dichiarazione di Casablanca, nel gennaio del ’43. Roosevelt e Churchill parlano chiaro e tondo di una resa senza condizioni per l’Italia, specificando che, in ogni modo, nessun rapporto nuovo potrà sussistere con un Paese ancora governato dal Duce, o da uomini legati al Regime. Ecco, il nodo! Qualunque azione Mussolini intraprenda, non sarebbe sufficiente a ribaltare la decisione di condanna nei confronti dell’Italia!

Allora Vittorio Emanuele matura faticosamente l’idea che si debba prendere gli Alleati in contropiede: dimettere Mussolini, sganciarsi dalla Germania, poi a tempo debito dichiarargli guerra, in modo che gli anglo americani si trovino nell’imbarazzo di essere troppo severi con un loro amico e cobelligerante!

Il Re sa che anche le Forze Armate stanno per loro conto tentando una via d’uscita, che consiste soprattutto nel cambio al vertice degli uomini che le dirigono. Cominciando dal Comando Supremo, dove l’amico di Farinacci, Ugo Cavallero, dovrebbe essere sostituito con il più indipendente Ambrosio. Poi, via via cambiare tutti gli altri comandanti con ufficiali meno legati al Regime e più favorevoli alla Monarchia.

Grandi rimane molto vigile. Non prende iniziative particolari. Si guarda bene dal frequentare i fascisti più fanatici, ritirandosi nella sua Bologna. Tra l’altro si rifiuta di fare comizi nelle piazze a sostegno del Regime, come gli chiede Mussolini.

In gennaio l’intervento di Ciano porta al primo successo, convince il Duce alla nomina del Generale Vittorio Ambrosio. Il resto delle sostituzioni poi avviene in modo quasi fortunato ed inspiegabilmente semplice.

Soltanto che, Ambrosio, galantuomo, contestando aspramente quell’ala oltranzista delle forze armate che propugna addirittura l’uccisione di Mussolini, insiste con il Duce che deve essere proprio lui ad attuare la scelta meno dolorosa, che eviterebbe ogni sorta di conflitto coi tedeschi: proporre ad Hitler nell’incontro di luglio a Feltre lo sganciamento italiano dalla guerra!

Invece il Führer, infatuato, dalla costruzione delle armi segrete a dal loro improbabile successo, impedisce categoricamente al Duce di parlarne. E tutto resta come prima. Con l’Italia in guerra al suo fianco.

E’ evidente al comando delle Forze Armate che Mussolini ha, nei confronti del suo bruto alleato, un troppo esiguo spazio di manovra, perciò, attraverso il Ministro della Real Casa Pietro Acquarone fa pressioni sul Re perché individui un uomo adatto a sostituirlo. Al tempo stesso le Forze Armate suggeriscono all’indeciso, lentissimo, sovrano di sbrigarsi, prima che i tedeschi entrino in Italia con nuove truppe.

Tra i tanti possibili successori di Mussolini viene fatta anche l’ipotesi Dino Grandi. Ma il nome decade. Gli Alleati lo ritengono ‘troppo fondamentalmente debole’. La scelta del Sovrano quindi cade su Pietro Badoglio, su cui, tra l’altro, convergono – tramite rapporti tessuti dalla principessa Maria Josè, moglie di Umberto – anche i consensi delle opposizioni: De Gasperi, Spataro, Bonomi ed altri.

Le decisioni del Re, così caute da rasentare lo star fermi, hanno effetto solo a metà luglio, quando, all’incontro con Badoglio, lo informa che sarà il nuovo Capo del Governo. Di un governo tecnico però,  quindi restano fuori tutti i partiti delle opposizioni. Peraltro non gli indica nessuna data, gli ordina solo di tenersi a disposizione.

Ma per realizzare questo stratagemma bisogna procedere per gradi. Innanzitutto liquidare Mussolini. Siccome nella sua qualità di Re, Vittorio Emanuele si è sempre ritenuto il garante dello Statuto, quello che gli ripugna è licenziare il suo Capo del Governo senza un pretesto giuridico plausibile. Non vuole un colpo di Stato, ma un avvicendamento il più possibile in armonia con le leggi.

E così ritiene che non sia possibile dimettere Mussolini senza prima un voto di sfiducia da parte di almeno uno degli organi consultivi: la Camera, o in mancanza di questa, il voto del Gran Consiglio. Ma la possibilità che questi due organismi si possano liberamente esprimere è assai modesta. La prima è diventata Camera dei Fasci e delle Corporazioni, quindi totalmente ingessata dal ventennale Regime; la convocazione dell’altro, il Gran Consiglio, invece può avvenire solo per volontà del Duce.

E’ a questo punto che emerge in modo risolutivo il ruolo dell’ex Ministro della Giustizia e Presidente della Camera Dino Grandi.

Durante alcuni incontri avuti al Quirinale il Sovrano gli chiede segretamente il suo aiuto per agire sui due organismi di voto, ma il discorso rimane in sospeso. Anzi, quando si lasciano, l’ultima volta, il 4 giugno, sono reciprocamente delusi. Grandi ha insistito che comunque si fosse giunti alle dimissioni di Mussolini, contestualmente si sarebbe dovuto firmare un armistizio con gli Alleati ed attaccare i tedeschi alle spalle.

Ma questa è una soluzione che non piace al Re, che la ritiene troppo avventata e precipitosa. Intanto all’interno del movimento fascista si sta facendo sempre più chiaro il progetto di Farinacci, ormai l’uomo dei tedeschi: vorrebbe immobilizzare Mussolini all’interno del Partito Fascista e con, o senza, l’avallo del Re, dare totalmente mano libera ai tedeschi di condurre la guerra contro gli Alleati, in Italia, e per conto proprio.

E’ questo elemento, aggravato peraltro dall’insuccesso di Mussolini a Feltre, che porta il Re alla decisione categorica che, comunque, ci sarebbe stato l’arresto del Duce! per il 26, o al massimo il 29 luglio. Ma, inatteso, è accaduto il fatto nuovo più importante, che renderà le cose più facili, anzi, le anticipa. Il 16 luglio, durante una bagarre dei gerarchi, nata a proposito della crisi militare, Farinacci ha ottenuto da Mussolini la convocazione del Gran Consiglio, per le ore 17 del 24 luglio.

Il soggiorno romano di H.L. Stimson: la colazione offerta dal ministro degli esteri Dino Grandi alla Galleria Borghese

Dino Grandi, che si trova a Bologna, non appena informato, si precipita a Roma, abbozza il suo ordine del giorno, cercando di cogliere l’occasione per realizzare il favore promesso al Re.

Ma anche Farinacci ne ha preparato uno, il cui contenuto in un certo senso è noto. Perciò Dino Grandi, determinato a vincere la diffidenza di tutti, sottopone la propria bozza direttamente a Mussolini, a cui il testo non piace; tuttavia, non reagendo, lo avalla. Grandi, con diplomazia, quindi, adotta ogni trucco per coagulare intorno a sè il consenso degli altri gerarchi da spendere in sede di voto. A nessuno confida di agire per conto del Re.

Attilio Teruzzi, Dino Grandi, il ministro britannico Simon e Galeazzo Ciano conversano in un atrio del Grand Hotel Des Iles Borromees. 14 aprile 1935

A parte il riferimento a sostegno del partito fascista e dell’alleato tedesco, a cui rimanere al fianco, in cosa si differenzia l’Ordine del giorno Farinacci da quello Grandi, se entrambi chiedono, in modo più o meno velato, l’allontanamento di Mussolini dal Governo? La differenza è che l’ordine del giorno Grandi fa riferimento all’articolo cinque dello Statuto, premesso il quale, il Duce avrebbe rimesso nelle mani del Re non solo l’incarico di Comandante Supremo di tutte le Forze Armate, ma anche il mandato politico.

Nella fattispecie, con quel riferimento, il voto del Gran Consiglio legittima il Re a fare il nuovo governo e senza Mussolini. Cosa che viene fatta. Con 19 voti a favore, 7 contrari e 2 astenuti, alle ore 2 del mattino della notte del 25 luglio, il Gran Consiglio del Fascismo approva l’Ordine del Giorno Grandi. Nel pomeriggio il Re fa arrestare il Duce a Villa Savoia. Si forma il governo Badoglio.

Dino Grandi ed Heinrich Bruning, Berlino 1932

Ma l’azione di Grandi nei confronti di Mussolini è tradimento oppure no?  Discordante è in sede storica il giudizio espresso dalle parti. Riferendosi a Mussolini, Grandi stesso, vent’anni dopo affermerà: “Gli sono stato vicino nei momenti difficili. L’ho attaccato, ma sempre lealmente, alla luce del sole, sbagliandomi talora, ma sempre confessando i miei errori. Volevo bene a Mussolini ed anche lui me ne voleva”.

A proposito dell’ordine del giorno e della sua formulazione, Mussolini, ai tempi di Salò, afferma di aver contestato Grandi definendo il suo testo “inammissibile e vile”. Quanto ai suoi accordi in privato con il Re, poi, li ritiene indiscutibilmente da “traditore’!

Grandi ribadisce che il Duce gli ha espresso sì delle critiche, ma da uomo a uomo, soli. Anzi è proprio questo silenzio a tutti gli effetti del Duce a permettergli di coagulare intorno a sè il consenso di uomini totalmente dediti al fascismo, che non avevano nessuna intenzione di porsi contro il Regime.

I ministri inglesi Henderson e Alexander in visita a Tivoli. A Villa d’Este colazione offerta dal ministro Grandi

E Grandi passa alla storia del fascismo con l’epiteto del Gran Traditore. Ma è giudizio che detesta: “Volli bene a Mussolini anche nella notte del 25 luglio” – dirà anni dopo. “Fui spietato nei suoi confronti ma era necessario. Sentii il dovere di agire contro la dittatura fascista per salvare il paese, ma questo dopo avergli anticipato 48 ore prima quello che avrei detto 48 ore dopo. Lui conosceva bene le implicazioni del mio ordine del giorno. Avevo il dovere di compiere l’estremo disperato gesto per rimediare all’errore fatale del 10 giugno 1940”.

Sintomatico è il rapporto di necessità e di stima verso Grandi, quando nella tarda mattina del 25 luglio Mussolini lo cerca a telefono alla Camera (e lui si fa negare!) solo per comunicargli che lo ha inserito nella lista dei ministri del nuovo Governo che presenterà al Sovrano nel pomerigggio – poco prima d’essere arrestato – e nuovamente per rivestire la carica di Ministro degli Esteri. Il Re fa arrestare Mussolini e non se ne fa nulla. Tuttavia il Duce non lo avrebbe chiamato per farne un Ministro se lo avesse considerato per davvero un traditore!

Quanto credere perciò all’indignazione espressa mesi dopo da un Benito concretamente prigioniero dei tedeschi, dai quali ha fatto di tutto per sganciarsi militarmente!? Il suo giudizio non può essere sincero e certamente non è sereno. L’occultamento doloso dei suoi diari, trafugati dopo la morte, ci impedisce poi di leggere i dettagli del suo pensiero, le riflessioni più recondite.

Molto rimane nel mistero. Come pure in quel silenzio terreo che avvolse Grandi dopo i fatti, con quel suo correre in Brasile e perdersi. Con quel recidere repentino i ponti con la storia, con la sua Storia! mentre la coscienza naufragava nel rimorso… per chi non era riuscito a fuggire. Per Marinelli, Ciano, Gottardi, Pareschi, De Bono, fucilati un freddo mattino di gennaio a Verona, per un voto di sfiducia, dei cui effetti erano assolutamente ignari.

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