“EL REBALTON” IN TRENTINO – 3

La violenza politica in Trentino nelle giornate insurrezionali

a cura di Cornelio Galas

Per il Trentino, non si può parlare di «violenza insurrezionale». In gran parte delle province dell’Italia settentrionale, le giornate conclusive della lotta di liberazione videro sprigionarsi un elevato tasso di violenza politica nei confronti dei fascisti, di coloro che si erano macchiati di crimini contro la popolazione, di spie, delatori e collaborazionisti con i tedeschi. Una sete di vendetta che si mescolava ad altri sentimenti. Gli ultimi giorni dell’aprile 1945 videro convivere, nell’euforia del conflitto che si stava concludendo, «la fiducia e i dubbi per il prossimo futuro».

Emergeva soprattutto una visione non univoca. Da una parte, gli alleati, il governo di Roma e gli ambienti politici moderati che lo componevano condividevano il timore che la situazione precipitasse e sfuggisse al loro controllo. Dall’altra, i partiti che componevano il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia CLNAI (A Milano, fin dall’aprile del 1943, era operante un Comitato di opposizione composto da cinque partiti antifascisti (PCI, PSIUP, DC, PLI, PdA). Subito dopo la costituzione del Comitato di liberazione nazionale centrale (CLNC) di Roma, il Comitato di opposizione si trasformò in CLN regionale milanese mostrando fin da subito l’intenzione di assumere un ruolo di direzione della lotta armata al nord. Dopo la liberazione della capitale, avvenuta nel giugno 1944, la direzione della lotta ai nazifascisti passò al Comitato di liberazione nazionale regionale di Milano (CLNR) che mutò denominazione in Comitato di liberazione nazionale per l’Alta Italia -CLNAI) erano orientati ad ottenere risultati tangibili e «irreversibili».

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Tutti e tre gli attori in campo, gli alleati, il governo italiano del Regno del Sud (Con tale espressione si è indicato il Regno d’Italia nel periodo compreso tra il 10 settembre 1943 ed il 4 giugno 1944, data della liberazione di Roma. L’8 settembre del 1943, dopo l’annuncio dell’armistizio con gli alleati, il re Vittorio Emanuele III, il principe Umberto e Badoglio fuggirono da Roma e, a bordo di una nave da guerra, da Ortona raggiunsero Brindisi, libera sia dai vecchi che dai nuovi nemici. Al Sud il governo guidato dal maresciallo Pietro Badoglio mantenne la struttura costituzionale del Regno d’Italia, con capitale prima a Brindisi e poi a Salerno) ed il CLNAI avevano un interesse comune anche se obbiettivi differenti. Pur perseguendo l’obbiettivo della vittoria finale cui l’insurrezione avrebbe contribuito, i primi due non intendevano avallare alcuna ipotesi rivoluzionaria. Gli alleati non volevano che si ripetesse quanto accaduto in Grecia pochi mesi prima. Nella penisola ellenica, la liberazione dall’occupante tedesco era stata seguita, tra il dicembre 1944 e il gennaio 1945, dalla guerra civile che aveva contrapposto le forze partigiane comuniste a quelle moderate e filo-monarchiche.

L’esercito britannico era allora intervenuto militarmente a sostegno di queste ultime. La sete di giustizia della popolazione nei confronti di fascisti e collaborazionisti rappresentava l’elemento che accomunava gran parte dei territori settentrionali della penisola considerato il contesto di vera e propria guerra fratricida che aveva insanguinato il nord Italia tra il 1943 ed il 1945. Un caso a parte, tuttavia, è rappresentato dalla provincia di Trento. In virtù della pressoché totale assenza di reparti militari fascisti e di rappresentanti politici del Partito fascista repubblicano – PFR ( Nato dopo l’armistizio del 1943 e successivamente alla liberazione di Mussolini, il PFR rappresentò il perno politico della neo-costituita Repubblica sociale italiana. A partire dal gennaio 1944, Mussolini stabilì l’arruolamento volontario degli iscritti al partito nella Guardia nazionale repubblicana anche per controllarne gli elementi più fanatici, desiderosi di vendetta nei confronti dei traditori del 25 luglio 1943 e di una partecipazione più attiva al fianco dei tedeschi. Considerato il fallimento della GNR dal punto di vista militare, fu poi decisa, nel giugno 1944, la costituzione delle Brigate nere (BN) sempre sulla base fornita dagli iscritti al PFR) , non è possibile parlare per la provincia di guerra civile. Il fatto stesso che la Repubblica sociale non avesse alcuna potestà all’interno dei territori (La zona d’operazione delle Prealpi fu costituita per espresso desiderio di Hitler all’indomani dell’armistizio italiano del settembre 1943. Comprendente le province di Trento, Bolzano e Belluno e retta dal Commissario supremo Franz Hofer, l’area era direttamente sottoposta all’autorità tedesca in virtù dell’importanza strategica rappresentata dalla linea del Brennero.

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In maniera meno palese ma non meno pericolosa, si mostrò l’intenzione d’includere i territori delle tre province nel Reich tedesco in previsione di una futura vittoria nel conflitto ma solo una formale sovranità), era indicativo delle strategie politiche messe in campo dal Commissario supremo Hofer (Franz Hofer (Bad Hofgastein, 27 novembre 1902-Mülheim an der Ruhr, 18 febbraio 1975). Iscritto al partito nazista dal 1931, nel 1932 fu nominato dirigente per il distretto di Innsbruck).

Queste erano tendenzialmente rivolte, per ragioni militari, a fare del Trentino, una zona relativamente «tranquilla». I giorni conclusivi del conflitto si caratterizzarono soprattutto per alcuni scontri a fuoco tra partigiani e forze tedesche in ritirata culminati nelle stragi avvenute in val di Fiemme, non per gli episodi di «vendetta politica» ai danni di militari repubblichini, fascisti e/o collaborazionisti locali. Inoltre, pur facendo parte degli ultimi territori dell’Italia settentrionale liberati dagli angloamericani, le forze militari alleate giunsero ad occupare gran parte del territorio nel giro di pochi giorni – tra il 28 aprile ed il 5 maggio 1945.

Nelle altre regioni del Nord Italia e in quelle confinanti – Veneto e Lombardia – la «violenza insurrezionale» si dispiegò liberamente spesso avvallata dalle stesse autorità militari alleate. La resa dei conti si presentava quale valvola di sfogo, drammatico ma ineluttabile, per coloro che, civili e partigiani, avevano vissuto per quasi due anni sotto l’incubo di eccidi, rappresaglie, rastrellamenti, bombardamenti e violenze di ogni genere. Ancora oggi risulta difficile fornire un numero complessivo delle persone giustiziate nelle giornate della liberazione perché «politicamente compromesse» con il passato regime e con l’occupante tedesco. Secondo Dondi, in base ai dati rilevati da un’indagine condotta nell’ottobre 1946 dalla Direzione generale di pubblica sicurezza, si giungerebbe ad una cifra di 9.384 caduti, con sostanziali differenze tra regione e regione.

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Al Settentrione della Penisola appartengono sia la regione che fa riscontrare il maggior numero di omicidi denunciati (il Piemonte), sia la regione che registra il minor numero di omicidi denunciati (il Trentino Alto Adige), a dimostrazione del peso quasi esclusivo delle vicende belliche nella determinazione della violenza. È sufficiente spostarsi di poche decine di chilometri (dal Veneto al Trentino Alto Adige e, all’interno di quest’ultima regione, procedendo dalla provincia di Trento a quella di Bolzano) per trovare, in poco spazio, uno scenario completamente diverso. Più in particolare, i dati del Nord Italia […] si possono leggere per individuare i focolai più acuti della guerra civile che è quasi inesistente nel Trentino Alto Adige – soprattutto nella provincia di Bolzano –, mentre è decisamente avvertita in Liguria, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte.

Pur non essendovi stata, fortunatamente, una guerra civile all’interno dei confini provinciali, non bisogna dimenticare che, ai reparti tedeschi in ripiegamento verso il Brennero, si unirono militari ed esponenti politici saloini in cerca di un luogo più sicuro.

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Per citare alcuni dei personaggi più illustri, Aldo Vidussoni (Fogliano Redipuglia, 1914-Cagliari, 1982. Segretario del Partito nazionale fascista (PNF) e medaglia d’oro al valor militare. Volontario nella guerra d’Etiopia e, l’anno seguente, nella guerra civile spagnola. Segretario del Gruppo universitario fascista (GUF) di Trieste nel 1938, ispettore dei GUF presso la federazione di Enna dall’agosto del 1940 al novembre del 1941 e segretario nazionale dei GUF dal novembre al dicembre 1941. Il 26 dicembre 1941 fu nominato segretario nazionale del PNF, posizione che occupò fino al 1943. Dopo l’armistizio aderì alla RSI diventando membro del direttivo del PFR), ex segretario del Partito nazionale fascista – PNF (Nato nel 1921 dalla fusione tra i Fasci italiani di combattimento e l’Associazione nazionalista italiana)., fu arrestato a Riva del Garda alla fine di maggio del 1945. Più o meno negli stessi giorni, Mario Carità (maggio 1904-Castelrotto, 19 maggio 1945 -.Comandante del Reparto servizi speciali (RSS) della 92. Legione camicie nere, soprannominato banda Carità) – capo della tragicamente nota banda Carità -, periva in Alto Adige durante uno scontro a fuoco con militari alleati. Cos’era la Banda Carità? Il reparto faceva parte delle cosiddette polizie autonome operanti al servizio della RSI in funzione anti-partigiana. In collaborazione con la Gestapo e con le forze d’occupazione tedesche, operò dapprima a Firenze e, infine, a Padova. Un suo distaccamento prese servizio anche a Rovereto tra il 1944 e il 1945. La banda operò retate e rastrellamenti a danno del movimento resistenziale. Nel corso degli interrogatori, torture, umiliazioni, violenze sessuali e soprusi rappresentarono i principali strumenti utilizzati dalla banda per estorcere informazioni da partigiani e resistenti. Il 15 maggio 1945, il CLN di Trento aveva diramato ai vari Comitati comunali della provincia una serie di disposizioni circa il trattamento da riservarsi agli elementi nazifascisti fatti prigionieri. Tali istruzioni tenevano evidentemente in considerazione il decreto del 19 aprile 1945 emanato dal CLNAI relativo alla resa delle forze nazifasciste. In base a tale provvedimento, i militari semplici in servizio obbligatorio, richiamati o di leva, sarebbero stati rilasciati immediatamente dopo essere stati disarmati.

Solo gli ufficiali, i sottufficiali e gli appartenenti alle Brigate nere (Corpo militare della RSI che operò nell’Italia settentrionale dall’inizio di luglio 1944. Rappresentava, in sostanza, il risultato della militarizzazione del PFR), alla Muti (Intitolata all’eroe fascista omonimo, ucciso nel 1943, la Legione autonoma mobile Ettore Muti fu un corpo militare composto principalmente da elementi del fascismo milanese, integrati da volontari della ex-milizia fascista, che operò nei territori della RSI, principalmente nella provincia di Milano. La Legione si rese colpevole di rastrellamenti indiscriminati di civili sospettati di collaborare con il movimento resistenziale, di torture, di fucilazioni sommarie, e di costanti violazioni dei diritti umani e civili durante il periodo della guerra civile) a Guardia nazionale repubblicana, alla Decima Mas (La Decima flottiglia mas, anche nota come Decima MAS, X Mas, o la Decima, fu un’unità speciale della Regia marina italiana, il cui nome è legato a numerose imprese belliche di assalto e incursione navale. Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, il comandante Junio Valerio Borghese (Artena, 6 giugno 1906-Cadice, 26 agosto 1974) utilizzando il nome ed il simbolo della X Mas creò un’unità principalmente di fanteria di marina con l’obbiettivo di continuare la lotta contro gli alleati. I reparti furono impiegati soprattutto nella lotta antipartigiana (Liguria, Langhe, Carnia, val d’Ossola ecc.), talora macchiandosi di efferatezze come la cattura di ostaggi fra i civili, torture sui prigionieri e fucilazione sommaria di partigiani o civili ritenuti tali), o ad altri corpi militari e di polizia fascisti sarebbero stati internati in attesa che fossero accertate le loro eventuali responsabilità in crimini di guerra.

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Le disposizioni comprendevano il divieto «di azioni individuali o di gruppi» e l’eventuale trasferimento dei «fermati» alla commissione di giustizia costituitasi nel frattempo a Trento. Questa si sarebbe preoccupata di avviare le necessarie indagini sulle «persone e i fatti punibili» provvedendo «direttamente all’emissione degli ordini di arresto».

Analizzando il registro degli arrestati tra il maggio e il luglio 1945 o i mattinali della questura, è stato possibile risalire ai dati di numerosi ex appartenenti alla GNR, alle Brigate nere o alle SS italiane (A partire dall’ottobre 1943, anche in Italia fu formato un reparto delle Waffen SS composto di volontari italiani. Nel marzo 1945, si trasformò ufficialmente nella 29. Divisione granatieri delle SS italiane), Vincenzo B. e Lorenzo B., ufficiali della GNR, furono arrestati il 4 maggio mentre il maresciallo Alberto F. fu fermato il giorno successivo. Nell’elenco, alcuni erano descritti quali veri e propri «criminali di guerra»: ad esempio, Roberto de B., capitano delle Brigate nere, e Adamo M.. Ancora nel luglio 1945, «agenti di PS unitamente alla polizia Partigiana» avevano arrestato «F. Luigi […], già appartenente alle SS italiane in servizio con le forze armate tedesche».

Nelle settimane successive al loro fermo, questi ex militari della RSI furono messi a disposizione degli ufficiali del Counter intelligence corps –CIC (Organizzato già nel corso della prima guerra mondiale, il servizio di polizia investigativa fu riorganizzato all’entrata degli USA nel secondo conflitto. Nei teatri di operazioni, il CIC dispiegò dei distaccamenti a tutti i livelli. Questi reparti fornirono tactical intelligence sul nemico attraverso i documenti catturati e gli interrogatori dei prigionieri. Addestrarono, inoltre, le unità combattenti in materia di sicurezza, censura e sequestro di documenti. In alcuni casi agenti del CIC si trovarono ad agire come autorità militare de facto nella fase di occupazione prima dell’arrivo degli ufficiali dell’AMGOT), il servizio di spionaggio dell’esercito americano, incaricato di prendere in consegna i militari nazifascisti e valutarne l’effettivo coinvolgimento o meno in crimini di guerra. A seguito dell’interrogatorio, la maggior parte dei militari repubblichini fu trasferita nel campo di concentramento di Coltano (Situato nelle vicinanze di Pisa, il campo vide la reclusione di circa 33.000 persone, e fu affidato, tra il maggio e l’agosto 1945, alla custodia dei soldati americani. In pessime condizioni igienico-sanitarie, convissero per lunghi mesi militari delle Divisioni fasciste addestrate in Germania, militi della Decima Mas, della Muti, delle Brigate nere, delle SS italiane e della GNR, ma anche centinaia di civili rastrellati casualmente e detenuti per errore).

In Trentino, non si assistette né ad esecuzioni né a soppressioni di fascisti e collaborazionisti eseguite in maniera spiccia da tribunali del popolo. Se, da un lato, i CLN trentini non riuscirono ad impedire saccheggi ed atti d’illegalità comune da parte della popolazione, dall’altro riuscirono a controllarne la rabbia contro collaborazionisti ed esponenti del passato regime evitando episodi di giustizia sommaria. Il CLN di Bieno si era costituito il 2 maggio 1945. Alcuni giovani del paese, «per evitare che elementi dell’ex partito fascista riuscissero a imporsi ancora una volta, cambiando astutamente la camicia nera […], si opposero validamente riuscendo a ricacciare quelli sfrontati che tanto avevano il coraggio di osare». L’attività iniziale del Comitato fu diretta a mantenere l’ordine pubblico, «evitando beghe, sfoghi passionali, vendette personali, sempre inculcando di aspettare l’Autorità competente per la giustizia» e svolgendo un’opera di «persuasione sul senso e il dovere dell’Italianità e dell’Unità d’Italia».

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Alla stesso modo, il CLN di Molina di Ledro dichiarava, con un certo orgoglio, di essere riuscito ad operare nell’interesse della comunità impedendo vendette tra la popolazione. L’attività del Comitato era stata diretta a «calmare e tranquillizzare la popolazione assicurando reiteratamente che la giustizia avrebbe trionfato» riuscendo ad «evitare al nostro paese esplosioni di violenze popolari che si verificavano un po’ ovunque». A Strigno, a Brentonico ed in altre località della provincia, i Comitati impedirono il manifestarsi di episodi violenti, opera ampiamente riconosciuta, del resto, a gran parte dei CLN dell’Italia centro-settentrionale. In alcuni casi, coloro che avevano rappresentato per decenni la «personificazione» locale della dittatura furono solo oggetto di innocue manifestazioni di dileggio. A Vigolo Vattaro, dove il 4 maggio 1945 si era svolta un’imboscata a danno di una formazione di partigiani proveniente da Asiago, il segretario comunale fu insultato dai ragazzi del paese per il sostegno dato al regime negli anni precedenti.

Il 10 [maggio] corrente le truppe Americane […] rinvennero nell’Archivio un quadro di Mussolini, il Gagliardetto del fascio e alcune divise di balilla. Il ritratto di Mussolini, buttato […] sulla strada venne raccolto da alcuni ragazzi del luogo e consegnato al segretario comunale, P. Guido, […], in segno di scherno, essendo egli stato, anche dopo l’8 settembre 1943 un forte sostenitore del fascismo.

Come si vedrà più chiaramente in seguito, a catalizzare una parte del rancore della popolazione saranno le figure istituzionali dei segretari comunali e dei commissari prefettizi, rei di aver gestito per anni durante il fascismo gli affari delle comunità o di aver collaborato con i tedeschi. Nell’immediato dopoguerra, giunsero al CLN di Trento numerose tesi difensive che cercavano di giustificare il comportamento e l’attività svolta da questi funzionari. Cesare T., allontanato dal suo incarico il 19 maggio 1945, giustificava il suo operato dichiarando di aver sempre svolto un «servizio gravoso e ineccepibile». Di fronte alle accuse mossegli dal CLN di Dro, l’uomo negava di aver «assecondato con zelo le richieste tedesche, specie pel reclutamento di operai al servizio della OT», anzi, di aver fatto il possibile per evitare il richiamo dei compaesani. Destituzioni «pacifiche» di podestà, funzionari comunali – segretari e custodi forestali –, per volontà dei CLN, si verificarono, ad esempio, a Strembo e a Fai della Paganella. Tuttavia, era inevitabile che tali cambi di regime avvenissero a volte con modalità poco ortodosse.

Il 23 maggio 1945, l’ex podestà di Vermiglio, Amo Z., protestò energicamente presso il CLN provinciale di Trento. Come riportò nel suo resoconto, dopo la partenza dei tedeschi, il passo del Tonale fu occupato da «partigiani» originari «della Provincia di Brescia». Tra aprile e maggio, Vermiglio passò sotto il controllo del CLN che nel frattempo si era formato con l’appoggio dei «giovani del paese» e dei «carabinieri». Una sera, si presentarono nelle abitazioni dell’ex podestà e del segretario comunale «l’appuntato dei carabinieri ed un appartenente al CVL» che, «mitra alla mano», li invitarono «a seguirli in Municipio».

Nella circostanza, i due amministratori furono informati che «per ordine del CLN di Trento» il Comitato locale assumeva «i pieni poteri» dimettendo sia il podestà che i «due impiegati avventizi» e pretendendo «le consegne dell’amministrazione».

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Nella sede municipale rimane una guardia permanente (per 4 giorni ancora) con mitragliatrice, mitra e bombe a mano, affinché, come argutamente si osservò in paese, non scappino le carte. Io non posso [fare] a meno di biasimare non l’atto, del resto previsto, ma il modo in cui esso venne messo ad effetto. Non c’era bisogno di un invito a base di mitra e fatto ad un’ora tanto insolita per invitare tre persone in municipio.

Comportamenti biasimabili ma comprensibili considerato il momento epocale che si stava vivendo, con la fine del fascismo e con la ritirata dei tedeschi ancora in corso. La presenza di partigiani armati, originari da fuori provincia, si riscontra del resto anche a Lavarone, liberata dalle Fiamme Verdi (Formazioni partigiane a prevalente orientamento cattolico. Nella zona di Asiago, era operativa la Brigata Fiamme verdi Sette Comuni, poi Monte Ortigara) di Asiago (Le stesse che, come si diceva in precedenza, furono poi coinvolte nei fatti di Vigolo Vattaro. I partigiani appartenevano alla Brigata Fiamme Verdi, Divisione Ortigara. Il Trentino fu liberato non solo dalle truppe alleate e dalle formazioni di patrioti autoctone, ma anche da elementi partigiani operanti nelle zone di confine con le regioni lombarda e veneta), e in altre aree del Trentino. Nei giorni della liberazione e successivamente, le perquisizioni operate dai partigiani presso le abitazioni di fascisti o ritenuti tali – azioni che rientravano comunque nelle pratiche della guerriglia partigiana – rappresentarono un modus operandi comune a gran parte delle regioni settentrionali. Tali azioni erano spesso seguite da interrogatori e, nei territori in cui era divampata la guerra civile, dalla soppressione degli indiziati.

Come rileva Guido Crainz, in certi casi, «i fascisti» furono «prelevati nelle loro case da gruppi di partigiani». Dichiarando di agire «per conto del Cln locale», costrinsero «le vittime a seguirli per un interrogatorio». In realtà, si trattava di «un tragico inganno» che nascondeva «un atto di giustizia» e riproponeva «una situazione di guerra civile, una situazione cioè in cui è rotto il monopolio statale della violenza».

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Nelle zone dove più attivo era stato il movimento di resistenza trentino, si evidenziarono anche i sintomi di una «guerra di classe» in parte legati alla delinquenza comune per cui risulta difficile ancora una volta chiarire dove inizia l’una e finisce l’altra. Roberto L.(Dro, 13 maggio 1925. Smerigliatore, detenuto dall’11 maggio 1945) e Arturo M. (Dro, 29 aprile 1925. Contadino, detenuto dal 4 gennaio 1946) salirono sul banco degli imputati con l’accusa di rapina aggravata (La Corte d’assise ordinaria di Trento, il 30 aprile 1947, condannò il primo a tre anni e quattro mesi di reclusione, il secondo, per ricettazione, ad un anno e sei mesi. In virtù del DP d’amnistia del 22 giugno 1946, la Corte condonò interamente la pena inflitta ad Arturo escludendo dal provvedimento di clemenza Roberto). Il 3 maggio 1945, «agendo quali partigiani e mediante violenza commessa con arma» e «approfittando di circostanza di luogo e di tempo e di persona determinate dallo stato di guerra», avevano sottratto «un milione di lire» «al contabile dell’impresa Morzenti» di Dro.

LA TOSATURA DELLE DONNE

Soprattutto, si registrarono un po’ dovunque in Trentino, sempre nell’ambito della violenza insurrezionale, episodi connessi alla tosatura delle donne. Tale era la pena «inflitta alle donne» che avevano «amoreggiato con il nemico o con gli stranieri», che si erano «rese responsabili di delazioni», che appartenevano «alla RSI» o avevano «parenti o fidanzati fascisti». A Verla di Giovo, in val di Cembra, e a Levico, in Valsugana, alcune donne furono sottoposte al taglio dei capelli. Rosina B., il 9 maggio 1945, denunciò al CLN di Trento i fatti che l’avevano coinvolta. Impiegata presso l’ufficio postale di Verla, dichiarò che tre giorni prima, mentre si trovava al lavoro, si erano presentati «tre individui sconosciuti, armati di carabina e di pistola, qualificandosi per partigiani». I tre, senza fornire alcuna spiegazione, la aggredirono e «con violenza» le tagliarono i capelli – «sconciandomi il capo».

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Accusata di aver «frequentato degli ufficiali tedeschi», nel suo resoconto, la donna tentò di giustificare la sua «condotta politico morale». Nel dicembre 1944, per disposizione dell’autorità comunale, fu «costretta ad ospitare in casa sei ufficiali tedeschi di una compagnia contraerea». A suo favore, dichiarò di aver collaborato alla Resistenza ospitando per «ben due mesi con grave e continuo pericolo di vita» «tre ufficiali inglesi fuggiti da un campo di concentramento tedesco» fino a quando, presi accordi «con la guida alpina Ugo Perini (Lavis, 29 marzo 1907-26 giugno 1991. Patriota. Partecipò alla Resistenza in val di Sole a sostegno della Battaglione Monteforte), non si portarono in Svizzera.

A Levico, subirono la stessa sorte ben sette donne. Nella denuncia presentata al CLN provinciale di Trento, le vittime accusarono «un gruppo di giovani» che, al momento della conclusione della guerra, si erano improvvisati «partigiani» insediandosi «quale Comitato di liberazione nazionale in Levico». Con un inganno, furono invitate a presentarsi presso il CLN locale dove «vennero rinchiuse in una stanza, fatte segno ad ingiurie e minacce con mano armata». «Le sottoscritte furono quindi con violenza sottoposte al taglio dei capelli». Talvolta, e per fortuna delle malcapitate, la punizione fu solo minacciata. “La signorina Gemma C.» di Caldonazzo, impiegata «quale interprete presso il locale cantiere OT “Bauhof”, fu accusata d’aver frequentato «con assiduità l’ambiente tedesco mostrandosi in pubblico in compagnia di tedeschi d’ogni rango, senza ritegno alcuno». Durante l’occupazione, convisse nella villa sede del Comando locale della Todt intrattenendo rapporti più intimi con uno dei militari «che le forniva generi sottratti alla mensa della OT Kühldienst». «Nei giorni precedenti all’armistizio», fu notato «che merce minuta e di valore era stata trasportata a casa della stessa».

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Il CLN di Caldonazzo spiegò che, per queste ragioni e «per dare una lezione morale alla signorina», fu compiuta «da elementi della polizia partigiana una perquisizione» che portò al rinvenimento di numeroso materiale di provenienza tedesca. La donna doveva ringraziare l’«eccessiva […] correttezza» del Comitato «se non fu fatta rapare!».

Anna L. raccontò che, «dopo la resa dei Tedeschi», «alcuni patrioti di Borgo» erano entrati nella sua abitazione. Chiamandola «puttana dei Tedeschi» e minacciando di tagliarle «i capelli», avevano preteso la consegna di «un apparecchio radio». La donna, sfollata da Trento a Borgo a causa dei bombardamenti aerei, aveva aperto una trattoria «frequentata assiduamente dai Tedeschi» perché conosceva «quella lingua».

Chi mi minacciò più di tutto e che venne con le forbici per tagliarmi i capelli fu certo N. Carlo di Borgo […] e che proferì anche al mio indirizzo le parole: Puttana dei Tedeschi, tu me la pagherai, lazzarona di Trentina, prima di partire da Borgo.

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In questo caso, ma verosimilmente anche negli altri ripo rtati sopra, il CLN di Trento stigmatizzò aspramente gli esponenti del Comitato di Borgo invitandoli a stroncare questi episodi incresciosi. L’eventuale azione giuridica sarebbe spettata agli organi centrali attraverso l’attività della commissione di giustizia incaricata d’indagare i «responsabili di attività delittuosa, fascista o nazifascista». «Simili atti non» potevano «essere più oltre tollerati» e il Comitato comunale era «tenuto a reprimerli».

La pena della tosatura non era, naturalmente, una prerogativa dei centri abitati periferici. Essa fu ampiamente utilizzata anche in quelli maggiori come Trento, Rovereto e Riva del Garda. Nel novembre 1946, a distanza di molto tempo dagli eventi, il Corriere tridentino ricordava ancora la relazione di una ragazza del posto con i soldati tedeschi. «Amelia P. […] aveva fatto molto parlare di sé, nel periodo dell’occupazione nazista, per i suoi rapporti con i tedeschi e segnatamente con un maresciallo della gendarmeria, sul quale», si notava, «avrebbe avuto molta influenza». Al momento della liberazione, «come tante altre sue colleghe, i partigiani provvidero a tosarla bene, lasciandola rapata come una mano».  L’umiliante punizione del taglio dei capelli – infamante perché sottoposta agli occhi della pubblica opinione – era dovuta, nei casi che si sono riportati, alle relazioni – anche di tipo sessuale – intercorse tra «donne» e «occupanti».

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Tale manifestazione vendicativa, naturalmente, non riguardava solo il Trentino, ma era comune a tutta l’Italia liberata e a gran parte dei Paesi europei che avevano sofferto l’occupazione nazista nel corso del conflitto. Come annota Fabrice Virgili, al momento della cessazione dell’occupazione militare tedesca, «donne» furono «rapate in Francia e in Italia, ma anche in Belgio, Olanda, Danimarca, Norvegia, Cecoslovacchia, Polonia e Jugoslavia». La «pratica della tosatura» non è limitata temporalmente alla Francia del giugno 1944 o all’Italia dell’aprile/maggio 1945. Antecedenti storicamente «vicini» si ebbero in Belgio nel novembre 1918 – quando donne furono tosate con l’accusa d’essersi «intrattenute» con i soldati tedeschi – in Renania – dopo lo sgombero da parte delle truppe francesi occupanti – in Germania nel corso degli anni trenta e in Spagna durante la guerra civile (1936-1939).

La seconda guerra mondiale per il suo carattere totalitario, ideologico e per la conseguente difficoltà a distinguere il confine tra fronte e retrovia – soprattutto se si considera lo sviluppo dei movimenti di resistenza in gran parte delle nazioni europee – interessò tutte le comunità, tutti gli strati sociali, tutti i generi. Donne e uomini furono coinvolti in parti uguali perché il conflitto bellico e l’occupazione militare rappresentarono «esperienze comuni».

La guerra, nel suo prolungamento, l’epurazione, ha allora assunto una dimensione locale. In un certo senso, il fronte attraversava ogni quartiere e ogni villaggio. Infatti, quando arrivò il tempo delle tosature, le donne che furono rasate spesso conoscevano quelli che tagliavano loro i capelli. Una delle ragioni per le quali erano giudicate colpevoli era di essere state viste […] in compagnia di tedeschi. Talvolta perché lavoravano per loro, ma anche, più semplicemente, perché si trovavano insieme sulla terrazza o a passeggio per la città. Agli occhi dei vicini, avevano spezzato il legame dell’appartenenza comunitaria, approfittando della loro relazione con il nemico per sottrarsi alla sorte comune.

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In questa breve ma esaustiva ricostruzione, è possibile ritrovare gli elementi che possono essere ricollegati agli eventi svoltisi in Trentino nelle giornate della Liberazione. Ad esempio, Rosina B. fu punita per avere «ospitato» i tedeschi nella propria abitazione, Amelia P., per aver intrattenuto «rapporti» coi militari germanici. Il motivo per cui le sette donne di Levico furono dapprima incarcerate, offese, minacciate e infine tosate, rimase e rimane tuttora ignoto. Anna L. e Gemma C. furono minacciate del taglio dei capelli. La prima, perché il suo locale era stato frequentato dai militari in servizio a Borgo; la seconda perché intrattenne con loro relazioni e ne ricevette in cambio vantaggi materiali. Nel corso del conflitto e alla sua conclusione, il corpo femminile rappresentò un territorio conteso, di scontro tanto da raffigurarsi, secondo Annette Warring, come una vera e propria «zona di combattimento».

The female body represented a combat zone between the occupiers and the occupied, between collaborators and resistance fighters. The intimate fraternizations reflected both the national conflict between the German occupying power and the occupied countries, and the internal conflict between collaboration and resistance. (Il corpo femminile rappresentò una zona di combattimento tra gli occupanti e l’occupato, tra collaboratori e combattenti della resistenza. Le intime fraternizzazioni rifletterono sia il conflitto nazionale tra il potere occupante germanico ed i paesi occupati, sia il conflitto interno tra collaborazione e resistenza).

Per Pavone, che rilevava un giudizio condiviso sia dai partigiani sia dai fascisti, «le donne del nemico», cioè coloro che instauravano relazioni di qualsiasi tipo con la parte avversa, non potevano essere altro «che delle puttane». Gli stessi termini di puttana o prostituta andavano intesi in senso altamente dispregiativo, massima offesa da arrecare alla figura femminile e degradazione del ruolo tradizionalmente attribuito dalla società alla donna – madre premurosa e moglie fedele. Colei che tradiva, «prostituendosi» in qualsiasi modo ad una delle due parti in lotta, era ridotta al grado più infimo nella percezione maschile dell’universo femminile. Tale dimensione, in generale, era aggravata dall’assenza prolungata degli uomini dalla comunità di appartenenza. Questi si trovavano lontani quali prigionieri, internati, lavoratori coatti, sui vari teatri d’operazione, partigiani o sbandati sulle montagne.

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I motivi che conducevano alla pratica della tosatura erano diversi. Secondo Virgili, la violenza del taglio dei capelli era riconducibile, per chi la compiva, ad un atto di giustizia, al castigo di un tradimento che conteneva in sé una nuova «visione del futuro, una volontà di ricostruire una nuova comunità tramite l’epurazione di coloro che [avevano] collaborato con il nemico». Il taglio dei capelli rappresentava una «violenza minore» dinnanzi agli stupri, ai massacri e alle atrocità compiute nel corso del conflitto. Per Warring, tale «castigo» poteva essere determinato da un sentimento di gelosia, dall’orgoglio nazionale ferito o da un oltraggio di natura morale per le avventure sessuali delle donne: in definitiva, dall’ostilità nei confronti di una fraternizzazione sessuale. Con tutta probabilità, esso rappresentava un po’ tutte queste motivazioni.

Women who had fraternized sexually with representatives of the occupiers were automatically considered and portrayed as promiscuous. They were punished not only for behaving against the national interest, but also for offending the public norms of sexual morality. The female body and sexuality constituted a combat zone because women were central markers by which could take bearings of its own characteristics and unifying forces. On a mental plane the fate of the nation was equated with the fidelity of its women. (Le donne che avevano fraternizzato sessualmente con esponenti degli occupanti furono automaticamente considerate e dipinte come promiscue. Furono punite non solo per il comportamento contrario all’interesse nazionale, ma anche per aver offeso le norme pubbliche della morale sessuale. Il corpo femminile e la sessualità costituirono un campo di battaglia in quanto le donne incarnavano le caratteristiche proprie della loro nazione e le forze unificatrici. Su un piano mentale il destino della nazione fu equiparato alla fedeltà delle sue donne).

Le manifestazioni avvenute in Trentino e relative alla tosatura delle donne erano pur sempre la riproduzione numericamente limitata di un fenomeno che interessò ampiamente, come si è detto, gran parte dell’Europa – 20.000 donne nella sola Francia. In parte, ciò fu dovuto all’assenza di una guerra civile e di una resa dei conti finale incontrollata.

Non si ebbero, in altre parole, casi di violenza indiscriminata. In secondo luogo, si deve tener conto anche del «passato asburgico del Trentino» – fino al 1918, territorio sottoposto alla sovranità austroungarica. L’elemento maschile autoctono, entro una certa misura, «fraternizzò» con l’occupante tedesco. Come è stato evidenziato in alcuni studi recenti, questo aspetto è riscontrabile in altri contesti nazionali. «In fact, in areas where the occupying forces were present in large numbers and where the local male inhabitants also socialized with the Germans, there could be a greater tolerance towards fraternizing women, leading to relatively fewer confrontations». (In effetti, in aree dove le forze occupanti furono largamente presenti e dove pure gli abitanti maschi locali socializzarono con i Tedeschi, potrebbe esservi stata una maggiore tolleranza verso le donne fraternizzatrici, conducendo a confronti relativamente più limitati).

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In generale, i «maschi trentini» furono inclini a «perdonare» l’elemento femminile. L’atto del perdono, peraltro, fu spesso intrecciato all’azione violenta e vendicativa sviluppatasi alla fine del conflitto. Dai casi riscontrati in provincia si deve ritenere che, più che castigo inflitto per punire un tradimento di tipo politico – quale «offesa alla comunità nazionale» –, la riproposizione del taglio dei capelli – atto riprodottosi per «emulazione/imitazione» di quello che accadeva nei territori limitrofi – aveva lo scopo di riparare un «oltraggio alla morale sessuale condivisa».

Tali riflessioni coincidono con quelle poste da Diego Leoni e Fabrizio Rasera, per il caso roveretano, e da Mirco Dondi, per il più ampio panorama nazionale. Secondo Leoni e Rasera, la vicinanza con il nemico «non poteva non alimentare la connivenza, la complicità, talvolta la simpatia». Alla fine del conflitto, tale prossimità «implicò – agli occhi dei vincitori – l’impurità e il pericolo del contagio». Il CLN di Rovereto non esitò dunque a denunciare le donne che «al suono della fisarmonica avevano ballato con i tedeschi nei giardini della città, chiedendone un’esemplare punizione ».

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Trattate quali prostitute, fu loro tolto «l’elemento più vistoso della femminilità» rendendo pubblica la loro colpa col taglio dei capelli. L’atto della rasatura dei capelli inflitta alle collaborazioniste fu l’attestazione più esplicita che, al termine di un conflitto sovvertitore di ogni norma sociale e all’apertura di una nuova epoca, sul piano della morale sessuale e dei rapporti di genere l’ordine generale stava per essere ristabilito.

Nel giugno 1945, ad esempio, un padre si presentò al CLN di Rovereto per avere informazioni sulla condotta della figlia che, nei giorni della Liberazione, era stata tosata. L’intenzione dell’uomo non era quella di scoprire i responsabili del gesto ma di avere una conferma al comportamento della figlia perché se aveva «bazzicato coi tedeschi» meritava un’ulteriore punizione – «voi l’avete tosata e io la bastonerò!»179. Le donne, in definitiva, rappresentavano il «capro espiatorio» e il taglio dei capelli la manifestazione di «una violenza unificante e liberatoria», «sacrificio rituale» necessario alla rifondazione di una società purificata.

Per Dondi, specie verso le giovani donne, la tosatura era inestricabilmente connessa «a un giudizio morale della comunità che oltre a esigere il rispetto del codice di appartenenza al paese», avvertiva marcatamente l’«influsso della morale cattolica». Meglio, si crearono le condizioni per cui la tosatura da «punizione politica» si trasformò in «punizione morale». Nel Trentino cattolico e osservante dell’epoca, le relazioni sessuali con individui non appartenenti alla comunità di origine erano considerate in modo negativo indipendentemente dalla nazionalità di appartenenza di questi ultimi. Coloro i quali infliggevano tale pena umiliante non intesero emendare un collaborazionismo vero o presunto e l’eventuale delazione a vantaggio dell’occupante – responsabilità, questa, che sarebbe stata eventualmente di pertinenza degli organi giudiziari preposti – quanto il legame d’amicizia – sentimentale e/o sessuale, interessato o meno – con i tedeschi. Ciò che gli stessi autori dell’azione punitiva non consideravano affatto era l’effettivo sentimento provato dalle donne nei confronti dell’uomo in sé non tanto per il soldato o per il tedesco, affetto privo, magari, di qualsiasi connotazione politica. Esse «credettero di poter distinguere l’uomo dal soldato».

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In Trentino, la tosatura divenne così strumento per censurare la condotta di mogli adultere o comportamenti sessuali immorali e devianti come quelli rappresentati dalla figura delle prostitute. Emblematico del primo caso è ciò che accadde a Rovereto il 10 maggio 1945. Eugenio F., «reduce da Bolzano» dove si trovava per motivi di lavoro, prese «a male parole» la moglie «dandole della sgualdrina». Durante una discussione, le aveva trovato addosso «la fotografia di tale G. Giovanbattista […] che vi era ritratto in divisa militare tedesca». Reso folle dalla gelosia, iniziò a picchiarla pensando, ad un certo punto, «di tagliargli [sic!] i capelli come era avvenuto già a Rovereto a qualche donnina allegra che aveva frequentato i soldati germanici». Impugnata una forbice, ne tagliò solo alcune ciocche perché la donna riuscì a divincolarsi impedendo al marito di portare a termine la sua vendetta. A sua difesa, Eugenio dichiarò di essersi comportato così «per correggere» la moglie e la sua mancata «fedeltà». È interessante rilevare che l’uomo picchiò la compagna e tentò di tagliarle i capelli sull’esempio di quanto lui stesso aveva visto fare Rovereto nei giorni della Liberazione, quando «donnine allegre» erano state rasate per le loro frequentazioni con i soldati germanici. In questo caso, il soldato in questione non era tedesco ma trentino che, verosimilmente, aveva prestato servizio nel CST o in altri Corpi militari della Wehrmacht.

Ancora nell’agosto 1946, ad un anno dalla fine della guerra, era una prostituta, Ada I. N.( Orvieto, 15 maggio 1921. Senza fissa dimora, meretrice), a subire l’umiliazione del taglio dei capelli. Quattro giovani di Mori la sequestrarono e, dopo averla legata, la denudarono e la rasarono. Identificati e fermati dai carabinieri, ammisero di aver commesso una sciocchezza affermando «che la donna denudata era una donna poco per bene e che si accompagnava con ragazzi dai 10 ai [sic!] 11 anni e che era uno scandalo per il paese». Era stata punita in quanto «donna poco per bene» la cui sola presenza rappresentava un’offesa morale per la comunità. L’essere una meretrice poteva rappresentare agli occhi della pubblica opinione una colpa sufficiente a legittimarne l’omicidio come, sfortunatamente, accadde a Carmela Degasperi (Trento, 3 febbraio 1900-3 luglio 1945). Il 3 luglio 1945, il suo corpo fu ritrovato privo di vita nei giardini di piazza Venezia a Trento. Nel corso delle indagini relative all’omicidio, emerse che si trattava di una «donna di facili costumi, abitualmente frequentata da militari di ogni nazionalità». Nel settembre 1945, ad Ala, fu ritrovato il corpo di un’altra giovane, Luigina Angheben, uccisa e gettata in un pozzo. Anche in questo caso, «il tenore di vita che conduceva la Angheben non» era «tanto chiaro». In entrambi i delitti, gli assassini rimasero ignoti.

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Nel giugno precedente, un anonimo autore aveva denunciato, dalle pagine di Liberazione nazionale, l’esistenza nel capoluogo di «certe sgualdrinelle» che si aggiravano per la città adescando i soldati alleati. Rileva che succede spesso di assistere in città a scene disgustose provocate da qualche peripatetica in preda ai fumi del vino. Perché, egli si domanda, si permette che queste sgualdrinelle che prima correvano alla caccia del marco ed ora a quella della sterlina, svolgano pubblicamente la loro attività disonorando il buon nome di Trento? Si tolgano, dunque, dalla circolazione o si collochino in qualche casa attrezzata allo scopo.

Ciò che più infastidiva i «benpensanti» non era tanto la prostituzione in sé quanto la sua visibilità che gettava il «disonore» su Trento ed i suoi abitanti. Il prefetto di Trento, Giuseppe Ottolini (Bludenz, 19 marzo 1901-Trento, 18 febbraio 1990. Tra il 1941 e il 1943 segretario del PCI clandestino trentino, all’indomani della caduta del fascismo – 25 luglio 1943 – era stato incaricato dal Centro del partito di realizzare un comitato antifascista. Vi fecero parte Giannantonio Manci per Giustizia e libertà, Egidio Bacchi e Guido Pincheri per i socialisti, Guido de Unterrichter per i democristiani e appunto Ottolini in rappresentanza del PCI. Durante l’occupazione tedesca, partecipò alla lotta clandestina. Alla fine del conflitto, fu nominato dal CLN di Trento quale prefetto politico della città dal maggio 1945 al febbraio 1946 attivandosi a sostegno della popolazione civile. Eletto consigliere comunale per due legislature (1946-1951 e 1956-1960), fu dirigente dell’ANPI provinciale e della Società Filarmonica)., nel settembre 1945, dichiarava che «la prostituzione», «molto diffusa», era «passata dalle città anche ai centri minori». La lotta alla prostituzione – fenomeno diffuso in tutto il Paese è prodotto del conflitto appena concluso – continuò nei mesi successivi portando al fermo di numerose donne. Nel dicembre 1946, furono «fermate e sottoposte a visita medica» «circa 30 prostitute».

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Sfoghi rabbiosi contro «donne di dubbia moralità» si verificarono anche in altre località della provincia. Pompeo B. ( Vigolo Vattaro, 9 ottobre 1919)., il 17 giugno 1945, insultò Maria M. con le parole «vacca, puttana, ai ‘mericani ghe ne en braz» (Il senso di questa affermazione dialettale, magari trascritta in maniera inesatta nella sentenza processuale, potrebbe essere sei una delle tante puttane degli americani oppure ti sei data tra le braccia degli americani).. Stessa cosa accadde a Fondo dove Erina C. e Maria B.( Fondo, 11 giugno 1875)., il 2 luglio 1945, aggredirono Presede B. (Fondo, 28 febbraio 1925). La ragazza fu picchiata, insultata – «puttana, troia, vigliacca» – e accusata «d’aver avuto rapporti intimi con Guido e Beppino B. e con i soldati americani di stanza alla Mendola». Nonostante il contributo dato alla liberazione, il termine di americani sembra possedere negli esempi sopra descritti un valore assolutamente negativo.

Gli «americani» non appaiono più come i «liberatori» di poche settimane prima, ma individui non appartenenti alla comunità. Il vero o presunto intrattenimento delle ragazze locali con i militari alleati era sufficiente per essere marchiate quali «prostitute». Non rientravano in questo caso responsabilità di tipo politico ma unicamente il fatto di avere avuto relazioni con elementi esterni, atto di per sé esecrabile e condannabile. Inoltre, la questione della a-moralità femminile metteva in luce un conflitto generazionale tra le giovani, ree di comportamenti promiscui, e le rappresentanti più anziane assuntesi il compito di ammonirle severamente.

Ancora nei primi mesi del dopoguerra, la stampa stigmatizzò pubblicamente certi comportamenti solidali da parte della popolazione – anche maschile – verso quei soldati tedeschi presenti ancora in provincia. In base a precise disposizioni («Ordinanza del Commissario provinciale alleato. Non fraternizzare con i tedeschi»)  impartite dall’AMG (Allied military government of occupied territory/Governo militare alleato dei territori occupati)o AMG Allied military government/Governo militare alleato) in inglese, o GMA, in italiano)., il Comando del 1. Gruppo Folgore (Il Gruppo di combattimento Folgore aveva sostituito, assieme alla Friuli, l’88. Divisione di fanteria americana nel controllo del territorio a partire dal giugno 1945) il 5 giugno 1945 arrestò Maria B. «perché faceva vita in comune con un sottufficiale tedesco». Anche Guido P., Valentino V. e Agnese L. furono condotti in carcere per aver tenuto nascosti nelle loro abitazioni «militari tedeschi».

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Secondo Liberazione nazionale, tale comportamento avrebbe dovuto suscitare il «disgusto» in «ogni buon cittadino» perchè «l’avere misericordia, in questi casi e con questa gente [i tedeschi]», significava «tradire nel modo più vile la nostra Gente, i nostri Martiri, i nostri Caduti, tutti coloro che per il nuovo ideale hanno dato la vita e sofferto il soffribile». «Non fraternizzare con i tedeschi».  Questo giudizio espresso in modo duro e cinico rifletteva i lutti e le sofferenze patite durante la guerra, ma anche le più recenti notizie sui campi di sterminio e le penose impressioni suscitate dalle condizioni degli internati che rimpatriavano dalla Germania. Che il conflitto si fosse concluso con la sconfitta del nazismo poco importava, «fraternizzare con i tedeschi» valeva ancora come tradimento.

In un contesto così confuso, ambiguo e contraddittorio, dove ognuno si arrogava il diritto di giudicare e punire, si evidenziarono i primi, «timidi» sintomi di un sentimento di ostilità nei confronti della nazione italiana. Nei mesi successivi, tali espressioni anti-nazionali si sarebbero incanalate in manifestazioni di natura politico-sociale dirette ad ottenere la separazione del Trentino dal resto del Paese. Il 2 maggio 1945, a Mezzocorona, «un gruppo di individui» s’incaricò di togliere «le bandiere italiane da vari posti ove erano state esposte». Si sparse «la voce che il trentino [sic!] doveva dimostrare che voleva staccarsi dall’Italia». Solo l’invio di «pattuglie armate» da parte del Comando tedesco riportò la calma e «la bandiera italiana in molte case ritornò a riapparire». I «quattro autori materiali dell’offesa al sentimento nazionale italiano», uno dei quali colpì il maresciallo Dani «inferendogli due pugni al viso», furono identificati e arrestati dal Comando americano che li rilasciò il giorno successivo.

Episodi sporadici di «vilipendio alla bandiera italiana» e di un generale rifiuto a concedere una legittimità politica al governo di Roma si verificarono anche in altre zone. A Moena, il 2 maggio, e a Trodena, il 21 maggio 1945, dove Massimiliano A. costrinse una sua concittadina – di sentimenti evidentemente non tedeschi – a togliere dalla propria finestra la bandiera tricolore che aveva esposto sul balcone. Il paese di Trodena, del resto, era già compreso nella cosiddetta «zona mistilingue», cioè nel territorio di confine etnico- linguistico tra Trentino e Alto Adige che per le peculiarità etniche e politiche rappresentava un focolare di tensioni da non sottovalutare.

I Comitati limitrofi, infatti, si fecero portavoce presso il CLN provinciale di Trento di tale «questione nazionale», aggravata nei decenni precedenti dal fascismo e più recentemente dal conflitto. Soprattutto, si evidenziarono l’assenza di collaborazione tra i due gruppi linguistici e la confusione organizzativa nella composizione dei CLN, in gran parte dovuta alle vicende belliche che si stavano concludendo. Dalle relazioni prodotte dai Comitati, emerge una certa tensione tra il gruppo etnico italiano e quello tedesco. I rappresentanti del CLN di Bronzolo, ad esempio, dichiararono di aver offerto il loro appoggio al Comune di Valdagno ricevendone un netto rifiuto.

Il Commissario prefettizio, d’accordo «con l’ex capo del partito nazista locale ed altri suoi collaboratori», non permise che si organizzasse un servizio d’ordine misto italo-altoatesino poiché avrebbe impedito «la loro poca pulita attività di propaganda». L’opposizione a qualsiasi intromissione da parte italiana era forse dovuta alla presenza sul posto non solo di appartenenti al Partito nazista, ma anche di militari tedeschi ancora armati che, in fuga dagli eserciti alleati e dai partigiani, trovavano assistenza e ricovero nella zona di lingua tedesca. L’avere avuto a portata di mano un certo numero di soldati potrebbe avere incoraggiato gli esponenti locali ad adottare un atteggiamento inflessibile nei confronti degli italiani.

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Nonostante il divieto imposto dagli alleati di somministrare alcolici, i soldati tedeschi giravano per Valdagno ubriachi e armati. Pochi giorni dopo, il Comitato di Bronzolo riferiva che «i borghesi del Comune in maggioranza nazisti» erano «in possesso di armi» e la zona era ancora infestata da «soldati tedeschi fuggiaschi di passaggio oppure ospitati dai contadini optanti». In paese, i residenti italiani erano «continuamente minacciati»210. L’episodio di Bronzolo non sembra un caso isolato. Rifiuti a costituire Comitati di liberazione nazionale misti, tra elementi tedeschi e italiani, o momenti di forte contrapposizione si segnalarono anche a Cortaccia e a Salorno.

Eligio Bertoldi, presidente del secondo CLN di Cortaccia, segnalò la posizione intransigente del sindaco, Enrico V., «di tendenza spiccatamente austriaca». «Fin dai primi giorni dopo l’armistizio del 2 maggio», il sindaco si era opposto alla costituzione di un organismo ciellenistico ritenendolo pericoloso per la comunità considerata la «presenza in paese di truppe tedesche» e in virtù «della ancor non definita questione della Provincia e dello Stato (annessione o meno di questa zona all’Austria)». Il primo Comitato aveva assunto, secondo Bertoldi, un atteggiamento prettamente «tedescofilo» in funzione «antiitaliana» escludendo rappresentanti italiani ed accogliendo tra le proprie fila, al contrario, membri già appartenenti al Partito nazista. I componenti di questo CLN «tedesco» non solo si erano rifiutati di esporre la «Bandiera nazionale» nei giorni della liberazione, ma avevano manifestato la volontà «di rimanere aggregati alla Provincia di Bolzano, contrariamente alle decisioni del Governo militare alleato». Lo scopo dichiarato cui aspiravano era «di essere annessi all’Austria». Nel giugno 1945, il CLN di Salorno si mostrava allarmato per la presenza nella zona di «nazisti sbandati e armati» che stazionavano «nelle montagne attigue». La popolazione civile, per di più, li riforniva di «generi alimentari» saccheggiati dai «magazzini militari».

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In molte case civili abitano, gozzovigliano e si riuniscono militari germanici che sottraggono al popolo il necessario occorrente onde far fronte alle gravi esigenze alimentari del dopoguerra. È provato che i nazisti si riuniscono ancora e complottano ai danni dell’Italia, sotto l’usbergo del partito tirolese Südtiroler volkspartei –SVP (Partito del popolo sudtirolese. Costituitosi il 19 maggio 1945 con un manifesto apparso sul quotidiano altoatesino Dolomiten, il partito guidato da Erich Amonn mirava ad ottenere l’annessione della provincia di Bolzano all’Austria mediante plebiscito), col quale non hanno niente a che vedere in quanto gli stessi dettero la loro adesione alla Germania di Hitler (Adolf Hitler (Braunau am Inn, 20 aprile 1889-Berlino, 30 aprile 1945). Gli italiani di Salorno, tramite Comitato, chiedono che si prendano al più presto i provvedimenti del caso, soprattutto per la sicurezza ed il buon ordine.

A Senales e S. Felice, ricalcando metodi d’azione partigiana (Nel corso della guerra civile, spesso le azioni di guerriglia partigiane furono dirette ad assaltare gli uffici anagrafe dei Comuni con l’intento di distruggere le liste di leva ed impedire la chiamata alle armi nell’esercito della RSI.), «nella notte fra il 3 ed il 4 maggio u.s. fu completamente distrutta l’anagrafe onde non poter rilevare le posizioni degli optanti e degli ex appartenenti alle diverse formazioni […] germaniche». Anche nel Comune di Fondo, «quei signori che erano stati uniti alla provincia di Bolzano perché di lingua tedesca, e che erano entrati in massa nelle formazioni della Wermach hanno fatto le orecchie da mercante».

Da Magré all’Adige si richiamava l’attenzione su manifestazioni di carattere propagandistico volte ad eccitare la popolazione di lingua tedesca nei confronti dell’elemento italiano. In particolare, si segnalava la presenza di sobillatori che non esitavano ad entrare nei partiti antifascisti appena costituiti in provincia per gettare discredito sul CLN e sulla sua opera.

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Sulla base di queste informazioni, nel luglio 1945, il vice questore (reggente) di Trento, Antonio Pizzuto (Palermo, 14 maggio 1893-Roma, 23 novembre 1976. Dopo essersi laureato in giurisprudenza e in filosofia, fece carriera nella Direzione generale della pubblica sicurezza a Roma. Questore di Bolzano, di Arezzo e, infine, vicepresidente della Commissione internazionale di polizia criminale con sede a Vienna. Nell’immediato dopoguerra, ricoprì la carica di vice questore reggente di Trento dal luglio 1945, in sostituzione del questore politico, l’azionista Ivo Perini, al febbraio 1946),, inviò a Roma una nota preoccupata. Nelle montagne tra Trentino e Alto Adige, si nascondevano «ancora molte SS». La responsabilità di rastrellare questi sbandati e di avviarli verso i campi per prigionieri di guerra era affidata al CIC americano. Pur essendo l’attività della polizia italiana «limitata in materia di nazifascisti» all’arresto dei «connazionali», il questore non poteva fare a meno d’informare i suoi superiori del clima di tensione che si respirava nella zona mistilingue. «Nei 14 comuni più settentrionali della provincia», «la percentuale degli abitanti» che avevano optato «per la Germania» ed erano di lingua tedesca saliva «da un minimo del 50% all’80%».

Pizzuto, nelle settimane precedenti, aveva compiuto «una prima ispezione a tre di tali comuni, Salorno, Egna e Ora». Successivamente, si erano operati alcuni arresti «di espliciti fiduciari nazisti (In effetti, Ottone Di Poli, Sigfrido e Ottomano Mall, Carlo Gozzi e Andrea Rizzoli di Salorno saranno giudicati per collaborazionismo dalla Corte d’assise straordinaria di Trento nel gennaio 1946), autori di persecuzioni in danno nostro, che passeggiavano indisturbati da mesi nell’abitato aumentando lo scoramento della popolazione italiana». Poco tempo dopo, sempre il questore segnalava l’avvenuto rilascio «dal campo di concentramento di Bolzano, da parte di Autorità imprecisata, di ben 12 militari dell’ex esercito germanico – tra i quali un autentico appartenente alle formazioni SS e già optante tedesco». La trascuratezza dimostrata dalle autorità alleate non poteva non suscitare un profondo malcontento tra gli italiani perché il ritorno alle loro case degli ex militari – «liberi nei rispettivi domicili» – provocava «indignazione e scoramento».

Gli alleati e soprattutto gli americani della 5. Armata che, a partire dal maggio 1945, avevano occupato il territorio assumendone direttamente l’amministrazione non sembravano particolarmente interessati alla questione. Pur essendo l’atteggiamento alleato ben disposto «verso la causa italiana», tuttavia, il questore riteneva che la superficialità e l’indifferenza degli americani potessero influire un domani sulle decisioni prese in sede internazionale.

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Gli Americani, più facili e sentimentali, ma nel contempo più superficiali ed anche più indifferenti, si abbandonano spesso a giudizi schiettamente antitedeschi e favoriscono l’azione politica che mira a scalzare quegli elementi di questa provincia che hanno optato per la Germania arricchendosi con le industrie e le risorse del luogo e si dichiarano intanto esplicitamente tirolesi. Tuttavia, nel carattere americano non vi è certo la voglia di impegnarsi troppo per interessi che non siano i propri ed è da ritenere che, nei loro rapporti sulla situazione della zona mistilingue, questi esponenti la espongano senza veli e senza esitazioni, senza preoccuparsi delle conseguenze che potranno trarne gli alti Consessi internazionali chiamati a decidere.

La «questione nazionale», del resto, non interessava unicamente i territori della zona mistilingue ma anche l’area ladina della val di Fassa e le enclaves tedesche all’interno della provincia di Trento come Luserna.

A Canazei si avvertiva l’emergere tra la popolazione di un orientamento favorevole all’aggregazione della valle fassana alla provincia di Bolzano e, successivamente, all’Austria. Il CLN di Vigo di Fassa sosteneva di avere prove sufficienti a dimostrare la diffusione di questa propaganda, tra cui «una lista di n. 100 capifamiglia i quali avrebbero aderito a questo passaggio alla provincia di Bolzano». A Luserna, il rimpatrio di numerosi nuclei familiari che avevano optato per la Germania aveva causato un generale risentimento tra i residenti. Di ritorno dalla Cecoslovacchia – zona di Budweis – dove gli erano state affidate proprietà tolte «ad ebrei o antinazisti», gli ex optanti cercavano ora di rientrare in possesso dei beni che avevano lasciato (La questione degli optanti di Luserna e delle altre enclaves tedesche in Trentino fu affrontata dal CLN di Trento in due sedute). Il contenzioso non poteva non sfociare in uno scontro anche fisico. «Uno dei cosiddetti nuovi rimpatriati», aveva cercato «di rioccupare […] la sua casa» facendo ricorso alla violenza, ma il tentativo era fallito per l’immediata reazione dei nuovi «inquilini». In qualche caso, era l’ironia a sostituire i pugni. Una sera, «un gruppo di giovani» si portò «sotto le finestre della casa di uno dei nuovi arrivati […] il quale prima dell’espatrio era stato fra i principali propagandisti e che dalla Germania fino a pochi mesi prima del crollo aveva scritto delle lettere insolenti». I ragazzi scagliarono dei sassi sul tetto dell’abitazione, lanciarono alcune grida e soprattutto cantarono «la canzone Wir fahren nach England [Noi andiamo in Inghilterra]».

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Per avere un quadro più preciso della situazione creatasi in questi territori ad elevata tensione etnica è necessario fare qualche passo indietro, di oltre vent’anni, sino all’avvento del fascismo. Alla conclusione del primo conflitto mondiale, Trentino e Alto Adige furono occupati militarmente dalle truppe italiane fino alla linea del Brennero. Si trattò, come sottolinea Rasera, «di un’annessione di fatto entro i confini dello stato italiano, sancita poi dal Trattato di Saint Germain (Stipulato alla fine della prima guerra mondiale, stabiliva la ripartizione del dissolto Impero austroungarico e le condizioni per la creazione della Repubblica austriaca. Il Trentino-Alto Adige, la val Canale, Trieste, l’Istria, diverse isole dalmate e la città di Zara furono assegnate all’Italia)., firmato il 10 settembre 1919, e ratificata dalla legge sulle nuove provincie, promulgata il 26 settembre 1920». Se fino al 1918 il gruppo etnico altoatesino, all’interno della compagine asburgica, aveva visto tutelati i propri interessi linguistici e culturali quale maggioranza politica e sociale rispetto alla minoranza trentina di lingua italiana, dopo il 1918 i rapporti di forza s’invertirono.

Da maggioranza, i sudtirolesi divennero minoranza sotto la sovranità del Regno d’Italia. Per di più, all’inizio degli anni venti, le vicende politiche locali s’inserivano in un contesto nazionale ormai rivolto all’instaurazione di un regime dittatoriale che avrebbe cancellato qualsiasi parvenza di democrazia e libertà. Nel gennaio 1921, la linea adottata dal Fascio di Trento guidato da Achille Starace (Sannicola, 18 agosto 1889-Milano, 29 aprile 1945. Politico fascista, fondatore del Fascio di Trento nel 1920, vicesegretario del PNF nel 1921, e deputato nel 1924. Dal 1931 al 1939, si impose come segretario nazionale del partito) seguì principalmente due indirizzi: italianizzazione dell’Alto Adige e negazione di qualsiasi autonomia amministrativa. I fascisti di Starace s’incaricarono di cancellare le «scritte bilingue nella Bassa Atesina», proprio nella zona mistilingue, e di realizzare continue provocazioni e intimidazioni.

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Nell’aprile 1921, una manifestazione sudtirolese organizzata a Bolzano fu letteralmente assalita da «un gran numero di camicie nere provenienti da Trento, Verona, Bologna e Milano». Durante gli scontri, furono sparati numerosi colpi d’arma da fuoco e «fatte scoppiare bombe a mano» che provocarono un morto e decine di feriti. Le azioni squadristiche, intraprese dapprima a Bolzano e poi a Trento, rappresentavano le avvisaglie di quanto sarebbe accaduto il 28 ottobre 1922 con la marcia su Roma. La marcia su Roma vide l’afflusso verso la capitale di decine di migliaia di squadristi che rivendicavano il potere politico nel regno. Questo evento rappresenta l’ascesa al potere del fascismo e la fine della democrazia liberale attraverso la nomina a capo del governo nazionale di Benito Mussolini.

Aggressioni e violenze furono accompagnate dall’avvio di politiche snazionalizzatrici nei confronti dell’elemento tedesco. A partire dal 1923, si stabilì la creazione della «Provincia unica con sede a Trento»; parallelamente furono introdotte la toponomastica italiana e l’insegnamento obbligatorio dell’italiano. Il regime fascista intese poi dare al territorio altoatesino un’impronta nazionalistica che fosse «fisicamente» avvertibile anche dal punto di vista architettonico, un’eredità che, ancora oggi, rappresenta una delle principali ragioni di scontro politico tra la SVP e le forze del centro-destra. Il fallito attentato a Mussolini del novembre 1925 diede definitivamente il via alla dittatura con l’introduzione del partito unico – il PNF – la soppressione delle restanti formazioni politiche, dei loro organi a stampa, delle associazioni, dei sindacati che non erano diretta emanazione del PNF e di tutte le libertà democratiche sino a quel momento espressione della vita politica del Paese.

Dopo la definitiva stabilizzazione del regime, la politica di Roma verso l’Alto Adige subì un lieve cambiamento di metodo nell’impostazione degli strumenti per «italianizzare» la minoranza linguistica. Nel 1927, la Provincia unica, creata quattro anni prima, fu nuovamente separata in due provincie, Trento e Bolzano. La seconda, anzi, rivestiva un’importanza maggiore rispetto alla prima: la questione altoatesina sarebbe stata ora risolta non attraverso una trasformazione etnica e nazionale dei tedeschi, ma per mezzo di una vera e propria mutazione genetica e demografica. Avviare un programma di industrializzazione e di sviluppo economico con l’invio massiccio di manodopera italiana avrebbe condotto all’assimilazione dell’elemento tedesco e posto fine alla «questione nazionale». Rientrava in quest’ambito l’assegnazione dei comuni mistilingue – Bronzolo, Cortaccia, Egna, Magré all’Adige, Montagna, Ora, Salorno, Termeno, Valdagno, Trodena – alla provincia di Trento, una ridefinizione dei confini provinciali che avrebbe avuto quale conseguenza l’assorbimento dell’elemento tedesco autoctono all’interno di un territorio, quello trentino, «compattamente italiano»240. Alla fine degli anni trenta, il riavvicinamento ideologico, politico e militare tra l’Italia fascista e la Germania di Hitler comportò una comune volontà di definire una volta per tutte la questione altoatesina attraverso lo strumento dell’«opzione». L’Anschluss (L’annessione, avvenuta nel marzo 1938, fu preceduta da un’azione diplomatica prolungata e complessa tra le principali potenze europee che si concluse con l’assenso all’inclusione dell’Austria nella sovranità territoriale del Terzo Reich). del 1938, con l’annessione dell’Austria alla Germania, aveva reso la situazione ancor più delicata portando a diretto contatto Italia e Germania.

PARTIGIAI SPARANO AI FRANCHI TIRATORI

A metà del 1939 il fallimento evidente dell’italianizzazione forzata e il desiderio di regolare definitivamente i rapporti con l’alleato tedesco all’indomani della conclusione del Patto d’Acciaio spinsero il regime a trovare un accordo per il trasferimento nel territorio del Reich degli altoatesini che avessero optato in tal senso. Le autorità fasciste, nella certezza che nel complesso le opzioni per il Reich non sarebbero state molto numerose, ritennero in tal modo di poter normalizzare la situazione dell’Alto Adige attraverso il trasferimento in Germania degli elementi più turbolenti. Hitler, da parte sua, rinunciando a rivendicare l’Alto Adige, intendeva richiamare all’interno del Reich, in vista dell’impegno bellico ormai imminente, uomini di nazionalità tedesca; ma cercò anche di ottenere, nei confronti dell’alleato italiano […] un successo plebiscitario di prestigio, tale da lasciargli aperta la strada per un’eventuale richiesta di annessione.

Ancora oggi i dati relativi alle opzioni risultano incerti. Secondo Renzo De Felice, al 31 dicembre 1939, esercitarono il diritto all’opzione non meno di 267.265 persone: «le opzioni per la Germania sarebbero state 185.356 (Questa cifra è comprensiva dei dati relativi alla zona mistilingue dove, su 24.453 aventi diritto, 13.015 optarono per la Germania, 3.802 per l’Italia, e 7.636 non sottoscrissero alcuna dichiarazione scegliendo, tacitamente, di restare cittadini italiani. Furono interessate dall’opzione anche alcune aree territoriali delle provincie di Udine – zona di Tarvisio – di Belluno – Cortina d’Ampezzo/Livinallongo – e di Trento – val di Fassa/Moena, val Fersina, Luserna) e quelle per l’Italia (tra esplicite e no) 81.900». Da quella data, sarebbero cominciate le pratiche per la naturalizzazione tedesca e, quindi, per l’ottenimento della cittadinanza. Tuttavia, «alla vigilia dell’8 settembre 1943», non più di 130 mila persone avevano ottenuto la naturalizzazione e potevano considerarsi cittadini tedeschi a tutti gli effetti. Di questi, solo 78 mila si erano effettivamente spostati nel Reich, mentre 52 mila risiedevano ancora in Alto Adige assieme ad altri 72 mila che, sebbene optanti per la Germania, non si erano naturalizzati.

Le opzioni, invece che risolvere definitivamente la questione, l’avevano complicata perché la scelta per il Terzo Reich non era stata accompagnata da un trasferimento nei territori sottoposti alla sovranità tedesca. Si crearono così i presupposti per cui si sviluppò in Alto Adige una situazione totalmente incerta. Le stesse autorità non sapevano in che modo considerare quelle «varie decine di migliaia di individui» che, pur non avendo più la cittadinanza, risiedevano però sul territorio italiano e sfuggivano così a qualsiasi obbligo. Nella loro visione complessiva e totalitaria della società, entrambe le dittature avevano mirato a creare uno Stato «omogeneo» dal punto di vista nazionale: in quest’ottica, i «sentimenti» delle comunità interessate dall’opzione rivestivano un’importanza secondaria. Se lo scopo di Hitler era stato quello d’inglobare entro i confini del Reich «una comunità di cui si era sempre disinteressato», Mussolini aveva cercato di disfarsi «di un gruppo resistente alla snazionalizzazione». Entrambi, tuttavia, «non fecero i conti con il forte attaccamento di quella popolazione alla propria terra».

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L’armistizio dell’8 settembre 1943, tra l’Italia e gli alleati, mutò e capovolse nuovamente una condizione instabile. In Alto Adige, le truppe tedesche che varcarono il confine del Brennero per disarmare l’esercito italiano ed occupare il territorio nazionale furono accolte come «liberatrici». Dal punto di vista territoriale, le autorità naziste si preoccuparono immediatamente d’ingrandire il Sudtirolo a spese delle provincie di Trento e Belluno. La prima perse i Comuni di Rumo, Fondo, Bronzolo, Valdagno, Ora, Montagna, Trodena, Egna, Capriana, Salorno, Magré all’Adige, Cortaccia e Termeno; la seconda, Livinallongo, Cortina e S. Lucia. La creazione della zona d’operazioni delle Prealpi, sotto il controllo di Hofer, avrebbe dovuto garantire l’afflusso di mezzi, rifornimenti e uomini al fronte meridionale, contro gli angloamericani.

Mentre nella provincia di Belluno i tedeschi si avvalsero apertamente dell’arma terroristica e repressiva nei confronti del movimento di resistenza bellunese, in Trentino scelsero una forma più «morbida» di occupazione che non doveva spaventare eccessivamente l’opinione pubblica locale. Rispetto a queste due province, in Alto Adige le autorità naziste trovarono sostegno in una parte della popolazione che, pur avendo optato, non si era trasferita in Germania né aveva cambiato cittadinanza. Elementi altoatesini collaborarono con le autorità germaniche quali membri del Partito nazista, furono richiamati nella Südtiroler ordnungsdienst – SOD ( Servizio d’ordine sudtirolese, equivalente al Corpo di sicurezza trentino) o arruolati nell’esercito tedesco e nelle SS (L’arruolamento e la chiamata alle armi nei vari Corpi militari tedeschi vide peraltro manifestarsi fenomeni consistenti di renitenza e diserzione tra i giovani coscritti altoatesini).

Soprattutto nella zona mistilingue, la collaborazione fu un fatto quasi naturale. In molte delle relazioni inviate dai CLN periferici a quello provinciale, non è raro imbattersi in elenchi di «collaborazionisti di lingua tedesca» denunciati per la loro attività «anti-nazionale». Agli occhi degli italiani, la stessa accezione di «optante» assumeva una connotazione negativa dove, per optante, s’intendeva «collaborazionista». È il caso, ad esempio, della lista inviata a Trento dal CLN di Montagna nel settembre 1945.

  1. Ernesto […], nato a Montagna il 13/3/1909, arrestato il 14/6/1945 dall’Arma CCRR di Ora – ex segretario del partito nazista del Comune di Montagna. Contravventore al Bando dell’AMG siccome trovato in possesso di armi. M. Giuseppe […], nato a Campodaro (Bolzano) il 29/2/1883 […]. Sospetto – ex appartenente al partito nazista. Cittadino germanico per opzione. Giunto a Montagna con la famiglia in data 26/10/1943, quale direttore didattico dei comuni limitrofi per nomina del provveditore degli studi di Trento e qui giunto per ordine della Prefettura di Bolzano.
  2. Antonio […], nato ad Appiano il 2/12/1911. Sospetto – ex comandante S/O/D [SOD] del Comune di Montagna. Accompagnato alla Questura di Trento in data 20 luglio ed in data 26 luglio rimesso in libertà. P. Luigi […], nato a Montagna il 28/2/1891. Ex Commissario Prefettizio del Comune di Montagna. Ha subito il medesimo procedimento di M. Antonio. R. Giuseppe […], nato a Montagna il 18/3/1906. Non risulta sia stato iscritto al partito nazista, però è gravemente indiziato dalla voce pubblica come elemento irriducibilmente antitaliano e sospetta propaganda a noi contraria. M. Ilda, nata a Mayrhauser il 9/11/909. Cittadina germanica per opzione. Moglie del suddetto direttore didattico.

L’errore consisteva appunto nel considerare l’«opzione» quale «reato di natura politica» e non come «libera» scelta garantita da precisi accordi internazionali. È parso opportuno aprire questa breve parentesi sulla questione altoatesina e sulle opzioni perché altrimenti risulterebbe difficile comprendere il quadro postbellico locale e, soprattutto, l’azione degli organi giudiziari italiani. Numerosi saranno gli altoatesini che compariranno nei mesi successivi dinnanzi alla Corte d’assise straordinaria di Trento per il reato di «collaborazionismo con l’invasore tedesco».

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Nell’immediato dopoguerra, la riorganizzazione amministrativa voluta dagli alleati – che riassegnava i Comuni mistilingue alle province di origine – e la ricerca di nazisti e criminali di guerra aggravò nuovamente la situazione. A partire dalla liberazione, «la zona mistilingue diventò il centro della propaganda filo austriaca». La popolazione di lingua tedesca mostrò d’essere favorevole al ritorno alla provincia di Bolzano «sulla base di giustificazioni etniche ed economiche». La continua presenza di soldati tedeschi, aiutati ed ospitati dagli «abitanti del posto», nonché la non curanza dei Comandi alleati incaricati della loro cattura contribuirono ad aggravare lo «stato di tensione».

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