COSA MANGIAVANO I SOLDATI? – 2

a cura di Cornelio Galas

Fonte: “Progressus”, rivista di storia, scrittura e societ√†

di Marco Cuzzi *

Marco Cuzzi

L‚Äôantico rapporto tra alimentazione e guerra ha trovato un‚Äôapplicazione su vasta scala durante il primo conflitto mondiale. Il governo¬†italiano dovette affrontare al contempo tre emergenze: le razioni¬†dei militari al fronte (il ‚Äúrancio‚ÄĚ), sovente scarse, poco nutrienti, cattive;¬†l‚Äôalimentazione dei civili nel cosiddetto ‚Äúfronte interno‚ÄĚ, la cui¬†gestione era in buona parte resa necessaria dai timori di proteste e¬†rivolte dai contorni imprevedibili; e il nutrimento di coloro che ‚Ästpur non militari ‚Äď venivano coinvolti nel conflitto, dai sinistrati dei¬†primi bombardamenti ai profughi delle offensive nemiche del 1916¬†e del 1917: la prima avvisaglia di una realt√† che, su pi√Ļ vasta scala,¬†si sarebbe presentata nella guerra successiva.

In che modo i vari governi affrontarono queste tre esperienze? E quali risultati vennero ottenuti in quella che è stata definita la prima guerra industriale della storia? Nel suo saggio Marco Cuzzi  cerca di tracciare alcune risposte a queste domande.

Il rapporto tra alimentazione e guerra √® sempre esistito, e nei¬†secoli ha riguardato il nutrimento sia dei militari al fronte sia¬†delle popolazioni nelle retrovie, con l‚Äôaggiunta delle carestie che¬†hanno flagellato i civili quando le zone dei combattimenti si trasferivano¬†dalle prime linee alle campagne, ai villaggi e alle citt√†.¬†Questo rapporto ha trovato la sua declinazione pi√Ļ estrema nelle¬†due guerre mondiali, con una variet√† di situazioni a seconda dei¬†paesi coinvolti: qui ci limiteremo ad analizzare il caso italiano.

Con l’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale, si pose sin da subito il problema del sostentamento delle truppe. Una vera e propria emergenza fu l’approvvigionamento carneo: in una prima fase il governo, preoccupato dalle conseguenze che i disagi per la popolazione civile avrebbero potuto comportare, limitò il trasferimento dei bovini dalle regioni interne al fronte. La carenza di carne tra la truppa sarebbe stata in parte risolta con l’introduzione di congelati o conservati, un sistema di lavorazione degli alimenti che avrebbe trovato il suo sviluppo con quella guerra.

Fino almeno al 1916, la razione giornaliera del fante italiano comprendeva 750 g di pane, 375 g di carne fresca o conservata con pasta o riso (circa 100 g), 350 g di patate, 15 g di caffè tostato, 20 g di zucchero (entrambi suddivisi in due tranche giornaliere), un quarto di vino, i necessari condimenti e, in misura variabile e saltuaria, cioccolata. Per molti soldati, provenienti da regioni spesso ai limiti della sopravvivenza, tale pasto appariva superiore a quello consumato in famiglia: in ogni caso, queste porzioni sarebbero state ben presto ridotte.

Il difficile equilibrio tra le esigenze della prima linea e del fronte¬†interno, sarebbe entrato in crisi con il perdurare del conflitto.¬†Nonostante l‚Äôaiuto anglo-francese, all‚Äôinizio del 1916 si registr√≤ un¬†considerevole calo di carne, con il taglio ‚Äúfresco‚ÄĚ sempre pi√Ļ sostituito¬†dal conservato, oppure, con tutte le conseguenze negative¬†dal punto di vista nutrizionale, dal formaggio. Inoltre, vennero ridotti¬†il pane, fino a 600 g, il caff√® e lo zucchero.

Le cause di questa riduzione erano da attribuirsi principalmente alle linee di comunicazione scadenti, soprattutto nelle regioni meridionali, che rendevano lungo il trasporto dei viveri verso le zone d’operazioni; inoltre, la stessa conformazione del fronte, con linee logistiche tracciate sulle dorsali dolomitiche e carniche, allungava i tempi d’attesa del rancio.

Un forno Weiss

Le difficolt√† logistiche furono la principale caratteristica¬†di quella guerra e rappresentarono una delle cause della¬†pessima qualit√† del rancio. Pasta e riso, trasportate in pesanti¬†marmitte termiche per chilometri, giungevano trasformati in blocchi¬†collosi; in alta montagna, viceversa, in blocchi congelati. Furono¬†pertanto introdotti utili strumenti quali i fornetti Weiss e lo¬†‚ÄúScaldarancio‚ÄĚ, una piccola camera di combustione alimentata a¬†carta, cera, alcol solidificato o grasso di bue che scaldava una vaschetta¬†dove si versava il cibo.

Visto il lungo stoccaggio nelle retrovie¬†e il tortuoso peregrinare dal fronte interno, sovente il pane¬†giungeva duro e quasi immangiabile, mentre la carne o la frutta ‚Ästquando disponibili ‚Äď erano visibilmente deteriorate. Infatti, sin¬†dall‚Äôottobre 1915, l‚ÄôIntendenza generale dell‚Äôesercito era intervenuta¬†per raccomandare cautela nella distribuzione di ‚Äúcibi putrefatti‚Ä̬†alla truppa, per lo meno per quanto fosse possibile.¬†L‚Äôintroduzione delle gallette, un biscotto non lievitato a lunga¬†conservazione, in sostituzione del sempre pi√Ļ assente pane fresco,¬†non risolse del tutto il problema: questa soluzione venne accolta¬†con comprensibile malumore dalla truppa, anche perch√© le gallette¬†ammuffivano nei magazzini centrali prima di raggiungere la gavetta del fante.

A tutto ciò andava aggiunta la cronica scarsità dell’acqua, problema che sarebbe rimasto insoluto sino al termine del conflitto. Complessivamente la razione viveri italiana contava 4.082 calorie nel maggio 1915, ridotta a 3.850 nel dicembre 1916 e a 3.067 subito dopo Caporetto.

Per David Stevenson, le condizioni¬†alimentari del soldato italiano risultano peggiori di quelle dei francesi¬†e dei britannici, spingendosi addirittura ad avvicinarle a quelle¬†delle truppe zariste, letteralmente insostenibili.¬†Anche da questo punto di vista, Caporetto rappresent√≤ un punto¬†di svolta. Il ripiegamento delle truppe italiane sul Piave comport√≤¬†la ‚Äústrada obbligata delle requisizioni‚ÄĚ e ‚Äúuna vera e propria¬†battaglia per la sopravvivenza‚Ä̬† tra i soldati e i civili.

Abbandonato¬†il criterio dell‚Äôequilibrio tra alimentazione militare e civile, il comando¬†supremo dell‚Äôesercito, all‚Äôindomani dell‚Äôattestamento delle¬†unit√† sulla linea Piave-Grappa, dispose che le forniture alle popolazioni¬†civili dovevano tenere conto delle esigenze dei soldati:¬†con l‚Äôultimo anno di guerra, l‚Äôallargamento delle privazioni alle popolazioni¬†nelle retrovie era conclamato. Ormai la battaglia coinvolgeva¬†tutti, in una guerra sempre pi√Ļ totale.

L‚Äôarrivo delle derrate alleate, e segnatamente statunitensi, fece¬†rialzare a 3.560 calorie la razione giornaliera, con un supplemento¬†di circa 700 calorie per le truppe alpine. Pertanto, tra la primavera¬†e l‚Äôestate 1918 la dieta del fante italiano inizi√≤ ad avvicinarsi a¬†quella dei soldati francesi (3.400 calorie), pur restando al di sotto¬†di quella riservata ai tommies britannici (circa 4.400 calorie). Le¬†derrate vennero sempre pi√Ļ innaffiate da alcolici: questi erano stati¬†inizialmente centellinati dai comandi di corpo d‚Äôarmata sia per¬†questioni etiche sia per miopia; ma dopo Caporetto iniziarono¬†ad essere considerati dagli stessi comandi utili strumenti di coraggio¬†indotto, in aggiunta alle sostanze psicotrope ampiamente utilizzate¬†dagli inglesi.

In realt√†, questi miglioramenti furono pi√Ļ¬†teorici che pratici. Molti alimenti continuarono a scarseggiare, e¬†vennero rimpiazzati da succedanei: dai fondi di caff√® alla ‚Äúciofeca‚ÄĚ,¬†una bevanda calda fatta con fichi, carrube, legumi, ghiande,¬†orzo, cicoria; il pane era confezionato solo per met√† con farina di¬†grano; carne e gallette continuarono a giungere al fronte in condizioni¬†quasi immangiabili. Oltre alla razione minima e surrogata,¬†ogni altro consumo del fante al fronte assumeva anche a ridosso¬†di Vittorio Veneto ‚Äúil carattere di un‚Äôeccezionale concessione‚ÄĚ.

Un’altra realtà che, antica come la guerra, comparve decuplicata nella sua gravità fu la vicenda dei prigionieri. Gli italiani catturati dal nemico ammontarono a circa 600 mila. Dalle scarse ricostruzioni disponibili, si può calcolare che tra il rancio passato dai carcerieri e i pacchi inviati attraverso la Croce rossa internazionale (interrotti però nei primi mesi dopo Caporetto dal governo italiano, che assimilava i prigionieri ai disertori), l’apporto calorico giornaliero degli ufficiali prigionieri fu di circa 1.400-1.600 calorie e di circa mille calorie per i soldati semplici.

Si calcolano circa 100 mila¬†morti tra i prigionieri italiani, per lo pi√Ļ per fame e malattie, mentre¬†i sopravvissuti si trasformarono in ‚Äúscheletri cenciosi alla disperata¬†ricerca di erbe e rifiuti‚ÄĚ: il ‚Äúrancio‚ÄĚ dei prigionieri si risolveva¬†spesso in un pane composto da paglia, ghiande, segatura, mentre¬†la zuppa era una brodaglia a base di acqua, bucce di patate e¬†pezzi di cavolo marcito. Sorte meno tragica, ma altrettanto dura,¬†fu quella riservata dalle autorit√† italiane ai prigionieri austro-ungarici¬†e tedeschi, circa 180 mila.¬†Al termine del conflitto, quasi 28 mila prigionieri degli imperi centrali avrebbero perso la vita a causa¬†delle indigenze, ma anche della terribile peste suina o ‚Äúinfluenza¬†spagnola‚ÄĚ.

Parallelamente al vitto del soldato, il governo italiano ‚Äď al pari di¬†tutti gli altri ‚Äď dovette affrontare l‚Äôannosa questione dell‚Äôalimentazione¬†della popolazione civile. Anche da questo punto di vista, la¬†guerra venne sottovalutata e ancora dopo un anno di guerra il gabinetto¬†Salandra non ravvide la necessit√† di un intervento sui consumi.

Finalmente, con il decreto del 2 agosto 1916, all‚Äôindomani¬†della battaglia degli Altopiani, il nuovo governo Boselli, conscio¬†dell‚Äôinsorgente emergenza alimentare, istitu√¨ un Servizio per gli¬†approvvigionamenti e i consumi trasformato il 7 ottobre 1917 in¬†Commissariato generale per gli approvvigionamenti e i consumi¬†alimentari alle dipendenze del ministero degli Interni, e quindi¬†(decreto del 22 maggio 1918) in Ministero per gli approvvigionamenti¬†e i consumi alimentari. Il dicastero avrebbe dovuto restare¬†in carica per tutta la durata della guerra e fino a un anno dopo ‚Äúla¬†pubblicazione della pace‚ÄĚ.

La politica annonaria italiana durante la Grande Guerra prevedeva¬†il divieto di esportazione fuori dai confini statali; l‚Äôacquisto diretto¬†sui mercati attraverso i consorzi agrari e la vendita al consumatore¬†dotato di carta annonaria; la gestione dell‚Äôimportazione¬†dall‚Äôestero, l‚Äô‚Äúacquisto forzoso‚ÄĚ (ovvero la requisizione), con ‚Äúprezzi¬†d‚Äôimperio‚ÄĚ di alcuni generi di primaria necessit√† (come il grano);¬†la concessione di facilitazioni fiscali o premi di produzione; il contingentamento¬†dei generi alimentari; il divieto di alcune forme di¬†produzione ‚Äúlussuose‚ÄĚ, come l‚Äôalta pasticceria; l‚Äôintroduzione di¬†surrogati (ad esempio la saccarina in luogo dello zucchero); l‚Äôobbligo¬†di esporre al pubblico i prezzi; la regolamentazione dei mercati¬†sia all‚Äôingrosso sia al dettaglio e la riduzione degli intermediari;¬†l‚Äôistituzione di aziende annonarie, consorzi e cooperative che potevano vendere un genere di prima necessit√† sotto costo (come ad¬†esempio, il pane, venduto dal 1916 a un ‚Äúprezzo politico‚ÄĚ); la vigilanza¬†contro il mercato nero.

Il regime cos√¨ imposto gener√≤ malumori e si registrarono tumulti,¬†non sempre limitati all‚Äôapprovvigionamento. Le privazioni si¬†facevano sentire, prescindendo dalle questioni politiche, soprattutto¬†nel sud e soprattutto dopo il 1917, e sovente, ‚ÄúSi grida ‚Äėpane!‚Äô e¬†sempre pi√Ļ spesso si sottintende ‚Äėpace!‚Äô‚ÄĚ: i sacrifici stavano trasformandosi¬†in un‚Äôefficace arma in mano ai socialisti e pi√Ļ in generale¬†alle correnti pacifiste.

Va sottolineato che i dati ISTAT rappresentavano una realt√† apparentemente¬†diversa, con le calorie medie della popolazione ridotte¬†di soli 80 punti pro capite nel 1916-20 rispetto al 1915. Il dato tuttavia¬†√® fuorviante, sia per l‚Äôassenza di rilevamenti omogenei (associare¬†il triennio di guerra al biennio di pace √® alquanto discutibile‚Ķ)¬†sia per la celebre definizione di statistica fatta da Trilussa, che¬†qui appare perfettamente applicabile: come era distribuito il ‚Äúdato¬†medio‚ÄĚ? Comunque, pur con ogni distinguo e tenendo ben presente¬†le diverse situazioni locali, secondo i dati raccolti da Vera Zamagni,¬†al termine del conflitto le disponibilit√† dei civili italiani si attestavano¬†sulle 3.093 calorie, contro le 3.377 dei britannici e le 2.900¬†dei francesi.

Una situazione assai diversa da quella dei Paesi contrapposti,¬†anche per merito delle relazioni commerciali con l‚ÄôIntesa,¬†rafforzatesi all‚Äôindomani della dichiarazione di guerra dell‚ÄôItalia alla¬†Germania (1916) e della trasformazione della ‚Äúguerra italiana‚ÄĚ in un¬†teatro della pi√Ļ vasta iniziativa bellica alleata. Queste ‚Äúristrettezze¬†limitate‚ÄĚ facilitarono una mobilitazione solidale anche dal punto di¬†vista alimentare. Numerosi enti privati (dagli enti assistenziali laici e¬†cattolici ai circoli culturali e politici fino alle logge massoniche) si¬†mobilitarono per confezionare pacchi natalizi e pasquali per i militari¬†al fronte e anche per i prigionieri in Austria e Germania, quando¬†ci√≤ era possibile (e quindi verso la fine del conflitto).

L‚Äôente¬†morale ‚ÄúPro Esercito‚ÄĚ si occupava in quasi tutte le principali citt√†¬†del paese della sussistenza per le mogli e i figli dei combattenti. I¬†militari che ritornavano dalle terribili battaglie del Carso, della Carnia,¬†degli Altipiani venivano accolti nei ‚Äúposti di ristoro per i soldati‚ÄĚ,¬†vere e proprie trattorie provvisorie che sorsero in tutte le citt√†¬†lungo la linea ferroviaria: Torino, Milano, Brescia, Verona, Vicenza,¬†Padova. Anche le opere assistenziali ‚Äď laiche e cattoliche ‚Äď si trasformarono¬†verso la fine della guerra in posti di ristoro riservati ai¬†reduci, e poi a guerra finita ai prigionieri che lentamente ritornavano:¬†la mobilitazione civile, imposta dal governo nel maggio 1915, si¬†trasformava cos√¨ in una straordinaria prova di solidariet√† ‚Äď anche¬†alimentare ‚Äď nonostante le difficolt√† della situazione contingente.

La Grande Guerra fu un conflitto dai confini netti, almeno in Italia: i soldati combattevano, i civili attendevano e, bene o male, sopravvivevano. Raramente in Italia si registrò la compenetrazione tra guerra e vita civile, e solo in alcuni casi il fronte giunse nelle case, come invece stava accadendo in altri teatri. Con la battaglia degli Altipiani e la Strafexpedition del maggio-giugno 1916 si ebbe un flusso di profughi provenienti dalla Valsugana, in modo particolare provenienti da Borgo, il centro del sistema fortificato italiano sottoposto all’attacco austro-ungarico: si trattò di un flusso di almeno 35 mila trentini che vissero un’emergenza nell’emergenza, con derrate racimolate in gran fretta e insufficienti, soprattutto nella prospettiva di un’odissea indefinita e dagli esiti incerti.

Molti¬†profughi giunsero nelle grandi citt√† padane, soprattutto a Milano,¬†dove vennero¬† accolti nei centri di ristoro riservati ai militari, rientrando¬†in pieno nell‚Äôassistenza dei soldati provenienti dal fronte.¬†L‚Äôoffensiva italiana su Gorizia dell‚Äôagosto successivo coinvolse¬†nuovamente le popolazioni civili, sebbene per pochi giorni, con la¬†crisi alimentare tipica dei giorni d‚Äôassedio. Si tratt√≤ tuttavia di anticipazioni¬†del dramma pi√Ļ generale che si sarebbe scatenato nell‚Äôottobre¬†1917 con Caporetto.

L’attacco austro-tedesco di ottobre produsse uno spaventoso flusso di civili, mescolati ai soldati italiani in ritirata, ammontante ad almeno 600 mila tra uomini, donne e bambini. E mentre queste decine di migliaia di disperati si allontanavano dalla battaglia o dall’imminenza della stessa, due eserciti in lotta si sarebbero contesi le loro derrate abbandonate. Parimenti difficile fu la condizione dei rimasti, gli 800 mila abitanti di Udine, Conegliano Veneto, Pordenone, Feltre e Portogruaro che per un anno subirono l’occupazione di altrettanti soldati imperiali ai quali dovettero garantire adeguato nutrimento.

Fu¬†cos√¨ che nel corso dell‚Äôoccupazione si assistette a un lungo braccio¬†di ferro tra le autorit√† militari austro-tedesche intenzionate a sfruttare¬†il territorio occupato (il raccolto di grano nel 1917 era stato¬†eccellente), e quelle italiane (sindaci, notabili e parroci, soprattutto),¬†che cercarono di limitare le confische. In condizioni del genere,¬†divenne naturale l‚Äôapparire del mercato nero.¬†In generale, l‚Äôalimentazione italiana nel corso della Grande¬†Guerra ‚Äď sia dal punto di vista militare sia da quello civile ‚Äď appare¬†per molti aspetti prodromica al conflitto seguente, dove tutti i¬†problemi elencati parvero amplificarsi a dismisura.

La nuova guerra¬†vide l‚Äôesercito italiano sostanzialmente fermo, anche dal punto¬†di vista delle razioni alimentari, alla situazione del 1918. Anzi, per¬†certi aspetti il soldato italiano disponeva di un rancio qualitativamente¬†pi√Ļ limitato: nel 1940 non erano pi√Ļ disponibili i canali¬†d‚Äôapprovvigionamento estero (Impero britannico e francese, Stati¬†Uniti, Sudamerica) garantiti nell‚Äôaltro conflitto, e gli alleati tedesco¬†e danubiano-balcanici dovevano anzitutto pensare a loro stessi.

Pi√Ļ limitato nella scelta, dal punto di vista calorico il rancio quotidiano¬†non si discostava pi√Ļ di tanto da quello della guerra precedente,¬†anche se si registr√≤ un emblematico calo dell‚Äôapporto carneo¬†e un aumento dei carboidrati (pasta e riso), a dimostrazione¬†delle ristrettezze alimentari che il regime aveva imposto con l‚Äôautarchia,¬†strumento protezionistico ma anche ‚Äúleva patriottica‚ÄĚ per¬†rilanciare l‚Äôitalianit√† dei consumi.

Quindi, all’ingresso in guerra il vitto quotidiano del soldato di Mussolini era circa il seguente: 700 g di pane, 250 di carne fresca o congelata (presto sostituita da carne conservata o da 100 g di pesce in scatola), 220 g di pasta o 170 g di riso, 10 g di formaggio da grattugiare, 15 g di grassi (olio, burro o strutto) e 15 g di conserva di pomodoro. Infine uno scarso contorno rappresentato da circa 50 g di legumi, o secondo le disponibilità, di patate, verdura fresca o essiccata.

Si prevedeva, inoltre, una razione di riserva o di emergenza, composta da una scatoletta di carne e 400 g di gallette, che diventarono la vera, e sovente unica, fonte di rifornimento della truppa impegnata in zone operative, come gi√† avvenuto nell‚Äôaltra guerra. Da notare che l‚Äôalimentazione del militare italiano, secondo le stesse indicazioni degli stati maggiori, avrebbe dovuto essere subordinata allo ‚Äúsfruttamento delle risorse locali‚ÄĚ.

Caratterizzato da una pianificata politica di aggressione e invasione da un lato e da una moltiplicazione dell’impegno strategico su vari fronti, spesso lontani e scarsamente collegati, il secondo conflitto italiano vide la presenza di militari italiani sulle Alpi marittime, nei Balcani, in Nord Africa, in Africa orientale e sul fronte orientale. Questo stato di cose avrebbe comportato problemi e sacrifici superiori alla già non facile situazione vista nella precedente guerra. Di fatto, i soldati dovettero fare affidamento sia sulle loro risorse e inventive sia sulle potenzialità produttive dei territori occupati.

In quest‚Äôultimo¬†caso si pass√≤ dalla relativa facilit√† con la quale i militari riuscirono¬†ad accedere alle risorse agroalimentari dei territori di Jugoslavia e¬†Grecia occupati (attraverso requisizioni che talvolta assunsero le¬†caratteristiche di razzie), alla difficolt√† riscontrata nelle operazioni¬†desertiche o nel Corno d‚ÄôAfrica, sino al dramma logistico della¬†campagna di Russia, che si trasformer√† in vera e propria catastrofe¬†alimentare dopo la ritirata dal fronte del Don: le ‚ÄúCentomila gavette¬†di ghiaccio‚ÄĚ di Giulio Bedeschi ne sono una emblematica¬†metafora.

Il problema centrale dell’alimentazione militare durante questo conflitto era rappresentato dalla carenza delle linee di rifornimento: canali logistici gestiti autonomamente dai dicasteri delle tre armi, alle quali si aggiungeva per il Nord Africa il ministero dell’Africa italiana, e non comunicanti tra loro (mentre nel 1915-18 la logistica era di competenza di un unico dicastero, quello della Produzione bellica); assenza di depositi avanzati, al seguito delle truppe in movimento; carenza di una motorizzazione integrale delle divisioni, e quindi anche dell’approvvigionamento, ipotizzata nel 1937 ma mai applicata. Si aggiunga l’obsoleta organizzazione dei porti e dei trasporti marittimi, che restava quella del primo anteguerra.

Una situazione che sarebbe progressivamente peggiorata nel¬†1942-43 34. In generale, permasero i problemi del deterioramento¬†delle derrate, soprattutto per quanto concerneva il pane, che seguitava¬†a giungere ai reparti secco o ammuffito, mentre tendeva¬†ad essere confezionato sempre di pi√Ļ con alti tenori di farine vegetali¬†alternative. Si arriv√≤ cos√¨ all‚Äôintroduzione del ‚Äúpane scuro‚ÄĚ,¬†prodotto con i cereali e assai lontano dalla tradizione mediterranea,¬†la cui funzione di evidente surrogato veniva camuffata da¬†motivazioni nutrizionali, poich√© ritenuto ricco di vitamina B1, tradizionalmente¬†carente nel rancio.

Le numerose difficolt√† d‚Äôapprovvigionamento estero imposero¬†inoltre il sempre pi√Ļ massiccio impiego di alternative, a cominciare¬†dal caff√®, sovente sostituito da varie ciofeche surrogate; nel¬†marzo 1941, le truppe di stanza sul territorio metropolitano si videro¬†negata la distribuzione di ogni tipo di caff√®, in favore delle¬†truppe impegnate in zone d‚Äôoperazioni; le razioni di vino, parimenti,¬†subirono riduzioni continue fino all‚Äôarmistizio. In generale,¬†nel 1942 il rancio delle truppe in patria era passato dalle 3.500¬†alle 2.500 calorie, mentre stabile appariva quello delle unit√† nelle¬†zone d‚Äôoperazioni.

L’armistizio del settembre 1943 comportò anche il collasso alimentare delle truppe, ormai allo sbando, che vagavano nelle campagne dei territori occupati (ma anche di quelli metropolitani) alla ricerca di un nutrimento affidato ora al buon cuore delle popolazioni e ora a pratiche di confisca degeneranti in episodi di razzia. I nuovi eserciti italiani che si costituirono nelle due zone occupate rispettivamente dai tedeschi e dagli Alleati, ricevettero inizialmente (1943-44) razioni equiparate a quelle delle popolazioni civili.

Nel caso delle truppe della RSI, queste riuscirono a utilizzare i magazzini residuali rimasti nel nord, anche se l’ingombrante presenza tedesca obbligò il governo del Garda a occuparsi quasi per intero del sostentamento delle truppe d’occupazione. Particolarmente privilegiati furono sia i corpi speciali (come la X Mas) sia le unità paramilitari e di polizia politica, queste ultime spesso invischiate in pratiche di accumuli illegali, sequestri illegali e mercato nero che garantirono a quei reparti razioni alquanto ricche.

Il ricostituito esercito del sud, dopo una fase di estrema precariet√†,¬†ottenne l‚Äôapporto delle nuove razioni alimentari americane,¬†sino a giungere verso la fine della guerra ‚Äď con la costituzione dei¬†‚ÄúGruppi di Combattimento‚ÄĚ organizzati su base divisionale ‚Äď a un¬†discreto vettovagliamento, superiore a quello destinato alle popolazioni civili . Le brigate partigiane dislocate a nord incontrarono¬†inizialmente notevoli difficolt√† nell‚Äôaccedere alle risorse alimentari:¬†nel difficile inverno 1943-44 l‚Äôapprovvigionamento venne di¬†nuovo garantito dalla generosit√† delle popolazioni fiancheggiatrici¬†e talvolta da sequestri non sempre condivisi dai civili.

In alcuni casi si utilizzarono modeste trattorie periferiche, per non dare nell’occhio, ma il costo della vita (e la presenza di tedeschi e fascisti) ne ridusse la frequentazione. Si ricorse pertanto a soluzioni di ripiego: cucine da campo in montagna e persino vere e proprie mense partigiane clandestine. Soprattutto all’indomani della creazione del Corpo volontari della libertà (giugno 1944), le unità partigiane ricevettero il cospicuo aiuto delle razioni K inviate dagli Alleati, in considerazione dell’apporto militare da esse date al conflitto.

Infine, si deve di nuovo citare il dramma dei militari prigionieri¬†in Italia (francesi, americani, inglesi, sovietici, jugoslavi, greci), i¬†quali, dopo una lunga stagione di privazioni, dopo l‚Äô8 settembre si¬†ritrovano sbandati. Non si pu√≤ tacere neanche, ovviamente, della¬†situazione oltre l‚Äôimpossibile nella quale si trovarono i 590 mila internati¬†militari italiani (IMI) in Germania catturati dopo l‚Äôarmistizio:¬†una sorte penosa per tutti, che sarebbe divenuta a dir poco degradante¬†verso il termine del conflitto, dove alle privazioni volutamente¬†punitive verso le Badogliotruppen si sarebbe sommata la¬†crisi alimentare del Paese ‚Äúospitante‚ÄĚ.

La razione riservata agli IMI¬†raggiunse nel 1944 le 1350 calorie al giorno (contro le 2250 che¬†dovevano essere assicurate), con picchi inferiori verso l‚Äôultimo inverno¬†di guerra e una qualit√† del cibo pi√Ļ che scadente. Gerhard¬†Schreiber ricostruisce dalla memorialistica degli IMI la loro dieta¬†settimanale: una minestra a base di patate al giorno, grasso o carne¬†in modesta quantit√†, raramente pane e altri generi. C‚Äô√® chi scrisse di avere perso in pochi mesi pi√Ļ di dieci chili.

Nonostante gli¬†intendimenti dello Stato maggiore tedesco, che ne voleva sfruttare¬†la forza lavoro, gli IMI avrebbero avuto un trattamento sempre pi√Ļ¬†prossimo ai prigionieri sovietici, i veri paria del sistema concentrazionario¬†militare germanico, e la loro produttivit√† cal√≤ in maniera¬†sensibile e allarmante. Al termine del conflitto, gli IMI deceduti furono¬†almeno 45 mila: molti di questi per denutrizione o a causa di¬†malattie causate dalla scarsa e scadente alimentazione.

Sorte migliore la incontrano i 602 mila soldati italiani in mano alleata, statunitense, britannica e francese, anche se nel caso dei prigionieri rinchiusi nei campi inglesi in Kenya e India il trattamento fu particolarmente duro.  La vicenda, ancora da studiare, dei circa 60-80 mila di prigionieri italiani in Unione Sovietica, si trasformò nell’ennesimo calvario senza vie di ritorno per molti di loro, lasciati morire d’inedia e di malattie conseguenti alla denutrizione nei lontani gulag militari staliniani .

La declinazione nella vita civile della crisi alimentare dell‚ÄôItalia¬†impegnata nel secondo conflitto mondiale fu ancora pi√Ļ difficile.¬†Nel gennaio 1940, in preparazione del conflitto, furono introdotte¬†le carte annonarie, sulla base delle disposizioni della prima guerra,¬†con alcune integrazioni introdotte negli anni Venti e Trenta.

Si ebbe tuttavia un razionamento graduale, gestito da una Direzione generale dell’Alimentazione creata ad hoc presso il ministero dell’Agricoltura: inizialmente furono escluse dalle limitazioni la farina, la pasta e il riso (razionati solo dal dicembre 1940); nel marzo 1941 fu la volta di panna, latte e burro; infine, dall’ottobre giunse il turno di oli e grassi commestibili. Si trattò di un errore clamoroso, che impoverì le riserve nazionali e arricchì i magazzini illegali per il futuro mercato nero.

Il razionamento scatenò non poche proteste, sia a causa degli standard minimi, che vennero progressivamente ribassati (soprattutto per quanto concerneva la pasta, il burro, l’olio, lo zucchero e il pane), sia per via della disorganizzazione nella distribuzione. Già dopo pochi mesi dall’entrata in guerra, i questori delle città italiane registrarono diversi episodi di intolleranza nei negozi e nei mercati rionali, con le massaie trasformate in agguerriti capi popolo. Si aggiungano i non pochi casi di abusi, incameramenti, grassazioni e ammassi illegali compiuti dai funzionari o dai produttori.

Qualitativamente si assistette a una riproposizione, amplificata,¬†delle soluzioni autarchiche che gi√† avevano colpito la tavola degli¬†italiani durante le sanzioni degli anni Trenta: il caff√® torn√≤ ad essere¬†la ciofeca, orrido miscelato di cicoria, segale, orzo, tarassaco,¬†bucce d‚Äôarancia e ghiande; il the divent√≤ ‚Äúkarkad√©‚ÄĚ, prodotto con¬†bucce di agrumi, petali di rose e una spezia libica ricca di teina (e¬†per questo spacciato come prodotto esotico); dall‚Äôaprile 1940 la¬†vendita della carne venne proibita il mercoled√¨, il gioved√¨ e il venerd√¨,¬†e in quei giorni non poteva pi√Ļ essere servita nei ristoranti,¬†che si limitavano al ‚Äúrancio unico‚ÄĚ, composto da minestra, verdura¬†e frutta, quando risultava disponibile; la razione di pane (di qualit√†¬†sempre pi√Ļ scadente) venne limitata dalla carta annonaria a 200 g¬†giornalieri nel settembre 1941 e a 150 g nel marzo 1942.

La scarsit√†¬†del pane venne accolta dalla gente con sgomento e stupore, puntualmente¬†registrato dalla polizia politica: ‚Äúnessuno vuol credere¬†che proprio il pane possa mancare‚ÄĚ. I rincari erano all‚Äôordine del¬†giorno, in modo particolare quelli del latte, mentre i legumi secchi,¬†il riso e la pasta (ovvero gli ingredienti del ‚Äúpranzo dei poveri‚ÄĚ)¬†semplicemente sparirono dai mercati. A queste problematiche, si¬†aggiunsero quelle prodotte dall‚Äôarrivo nelle regioni meridionali dei¬†contingenti tedeschi di Kesselring (dicembre 1941), i quali vennero inquadrati nel sistema di vettovagliamento dell‚Äôesercito italiano,¬†con conseguente riduzione delle disponibilit√† per i civili.

Sul territorio¬†metropolitano, dal 1942, emersero progressivi contrasti tra le¬†popolazioni e le autorit√† militari, con i produttori vieppi√Ļ ostili ad¬†accettare le acquisizioni delle derrate in favore delle truppe italotedesche¬†di stanza nel Paese.¬†Dalla fine del 1941 la quantit√† dei generi razionati soddisfaceva¬†solo la met√† del fabbisogno interno; le calorie garantite pro capite¬†erano 2.269: nel 1911 erano garantite cento calorie in pi√Ļ,¬†mentre, come si √® detto, nel 1918-19 la popolazione poteva accedere¬†a pi√Ļ di 3.000 calorie giornaliere.

La propaganda cerc√≤ di trasformare¬†queste ristrettezze in vantaggi e pregi. L‚Äôitaliano era ‚Äúsobrio¬†di natura‚ÄĚ; si moriva ‚Äúpi√Ļ facilmente di indigestione che di fame‚ÄĚ;¬†gli obesi erano ‚Äúinfelici‚ÄĚ. L‚Äôinfelicit√† non era certo degli¬†obesi (che peraltro erano ben pochi), gli italiani si dovettero arrangiare¬†con gli orti di guerra, un po‚Äô ovunque: giardini, balconi, terrazzi,¬†aiuole. Le massaie compirono veri e propri miracoli gastronomici¬†con torsoli di mela, pezzi di cavolfiore, bucce di piselli,¬†gambi di prezzemolo.

Dal 1942-43 il mercato nero si diffuse a dismisura, e solo chi aveva una certa liquidità poteva ancora accedere all’introvabile carne e al rarissimo pane bianco. Con la dissoluzione del regime fascista, e con il conseguente allentamento di controlli già di per sé inefficaci e saltuari, la borsa nera divenne l’unica affermata fonte di sostentamento accettabile per la popolazione. La situazione degenerò, rasentando episodi di vera e propria carestia, dopo il 1943. La guerra giunse nelle case degli italiani, non solo con i massicci bombardamenti su tutta la penisola, ma anche con l’arrivo di eserciti conquistatori e con lo scoppio di una guerra civile.

Con lo sbarco del luglio 1943, la Sicilia diventò zona d’operazioni. La guerra tra italo-tedeschi e anglo-americani gettò la popolazione insulare in uno stato d’abbandono senza precedenti. Le sofferenze imposte dal razionamento e dalle requisizioni destinate alle forze dell’Asse spinsero la popolazione ad attendere con ansia l’arrivo dei liberatori, visti anche, e forse soprattutto, come una garanzia di sopravvivenza alimentare.

Di nuovo, lo strumento della¬†fame divent√≤ arma strategica e, in questo caso, di propaganda:¬†al fianco di una minoranza antifascista militante che sosteneva gli¬†Alleati, ecco una maggioranza di civili che ne valutava le qualit√†¬†dal pi√Ļ prosaico punto di vista del nutrimento. E cos√¨ sarebbe stato¬†per tutto il sud, lentamente liberato dalle forze anglo-americane,¬†con il loro corollario di razioni K e cioccolata distribuite alle genti¬†affamate, in un tripudio che mescolava sete di libert√† e pace, ma¬†anche sete e fame tout-court.

Nel frattempo, nel resto del Paese ‚Äď dichiarato da Badoglio zona¬†di guerra il 7 agosto 1943 ‚Äď proseguiva l‚Äôagonia: il nuovo governo¬†fu impegnato soprattutto a smantellare le strutture del regime e a¬†sostenere l‚Äôindustria bellica, e soltanto il 6 settembre vennero varate¬†nuove norme per l‚Äôacquisto di derrate alimentari da inviare agli¬†ammassi.

In una relazione della Direzione generale dell’alimentazione commissionata all’indomani della dichiarazione di stato di guerra si individuavano, con una certa dose di ottimismo, in circa 3000 le calorie lorde per unità-uomo che dovevano essere assicurate. La situazione in realtà era ben peggiore: dati alla mano, nel 1944 le calorie giornaliere disponibili ammontavano a 1.865 (di cui 170 di origine animale) e a 1.747 nel 1945: lo stesso livello del decennio 1891-1900!

Rispetto al decennio precedente i consumi dei¬†cereali si erano ridotti a un terzo, mentre quelli delle varie carni, a¬†cominciare dalla bovina, all‚Äôincirca del cinquanta per cento.¬†Il governo del cosiddetto ‚ÄúRegno del Sud‚ÄĚ prese atto della situazione¬†il 1¬į dicembre 1943, con la costituzione di un ‚ÄúCommissariato¬†dell‚Äôalimentazione‚ÄĚ affidato a Epicarmo Corbino, sottosegretario¬†all‚ÄôIndustria. Tra le prime iniziative del nuovo commissario, si ebbe¬†la richiesta di aumentare l‚Äôimportazione di grano dall‚Äôestero, soprattutto¬†in forza della nuova situazione internazionale che poneva¬†l‚ÄôItalia nel circuito commerciale alleato.

Si aprì una lunga trattativa con le autorità alleate, per assicurare una regolare alimentazione nei territori liberati. Drammatica risultava soprattutto la distribuzione, sia a causa della rete stradale insufficiente e danneggiata sia per la requisizione di autocarri costantemente condotta dagli anglo-americani. Gli Alleati promisero 90 mila quintali di grano, ma a tutto il dicembre ne giunsero solo dieci: si tenga conto che per le sole Calabria e Puglia il fabbisogno giornaliero da coprire avrebbe dovuto essere di ben mille tonnellate.

Si cerc√≤ ‚Äúnella¬†speranza di pi√Ļ immediati aiuti degli alleati‚ÄĚ di sequestrare quantitativi¬†di grano ‚Äúindebitamente sottratti e che formano oggi delle¬†scorte nelle mani dei privati‚ÄĚ, di stimolare la consegna di grano¬†agli ammassi, incentivandola con un aumento retroattivo di 115 lire¬†al quintale. Oltre alle coercizioni, si fece appello al ‚Äúpatriottismo‚Ä̬†degli agricoltori. Il tutto ‚Äď una volta giunto il benestare degli¬†angloamericani circa la messa a disposizione di trasporto gommato¬†e marittimo ‚Äď affinch√© si potesse ‚Äútra non molto cominciare ad¬†avvicinarsi fra pane, farina e pasta al quantitativo di 300 g giornalieri¬†per ogni persona‚ÄĚ. A ci√≤ si aggiunse l‚Äôeliminazione di ogni¬†vincolo alla macellazione dei suini, all‚Äôammasso di cereali e legumi,¬†alla liberalizzazione delle patate bisestili e di secondo raccolto.¬†Infine, si elev√≤ il prezzo di requisizione dell‚Äôolio.

La questione non fu soltanto umanitaria, ma invest√¨ l‚Äôordine¬†pubblico: in molte regioni d‚ÄôItalia si registrano moti popolari di¬†protesta per la scarsa distribuzione delle derrate. Verso la met√†¬†del gennaio 1944 a Sassari scoppiarono disordini che spinsero la¬†popolazione ad occupare la Prefettura e il municipio al grido di¬†‚ÄúPane! Pane!‚ÄĚ: la presenza della locale cellula comunista tra i dimostranti¬†non pot√© che allarmare tanto le autorit√† italiane quanto¬†quelle alleate.

La Sardegna fu solo uno dei tanti casi: proteste si registrano anche in altre regioni. In Sicilia si saldarono con l’insorgenza separatista, e con la criminalità organizzata, che giocò un ruolo altrettanto inquietante nel napoletano. Si giunse pertanto a ipotizzare uno spostamento delle dipendenze del Commissariato dell’alimentazione dall’Agricoltura agli Interni, soluzione poi abortita.

I dati del 1944 erano sconfortanti. Contro gli 80 milioni di quintali di frumento disponibili nel 1939, nel 1944 ne restavano 57, che sarebbero scesi a 43 l’anno successivo; a fronte dei nove milioni di quintali di granoturco, ne restarono disponibili al termine del conflitto solo cinque. E ovviamente, il supporto proteico a tale alimentazione risultava quasi inesistente: la disponibilità media per abitante di carne bovina raggiunse nel 1944 i 2,5 kg, con un leggero incremento fino a 3,4 l’anno seguente.

Solo il 16 marzo 1945 il¬†governo sigl√≤ un accordo con l‚ÄôUNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration, “Amministrazione delle Nazioni Unite per l’assistenza e la riabilitazione”), garantendo in tal modo¬†merci e servizi per cinquanta milioni di dollari: nel piano erano¬†previsti quattro milioni di quintali di cereali; dei trecento g tra pasta¬†e pane pro capite promessi dagli Alleati, si giunse nel marzo¬†1945 a 200 g di pane e 80 di pasta.

Circa la situazione delle regioni del nord, sottoposte all‚Äôoccupazione¬†tedesca e all‚Äôamministrazione della Repubblica sociale, nonostante¬†la lontananza ‚Äď almeno iniziale ‚Äď dal fronte e la presenza¬†di maggiori risorse zootecniche e agricole, l‚Äôapprovvigionamento¬†delle popolazioni appariva pi√Ļ problematico di quello gi√† non facile
del Mezzogiorno. A differenza degli Alleati, che potevano contare su buone risorse alimentari proprie, i tedeschi praticarono regolarmente la requisizione, soprattutto di bovini (sequestrati fino al novanta per cento) con un governo repubblicano-sociale che non era nelle condizioni di intervenire.

La produzione agricola era¬†in calo costante, e gli ‚Äúorti di guerra‚ÄĚ ‚Äď che il regime del Garda¬†continua a incentivare ‚Äď rappresentavano poco pi√Ļ di un palliativo¬†propagandistico. Inoltre, la popolazione doveva dividere le magre¬†disponibilit√† lasciate dai tedeschi con le Forze armate di Sal√≤, e¬†con la presenza delle polizie e delle formazioni paramilitari speciali.¬†Si aggiunga il boicottaggio degli ammassi operato dalle formazioni¬†partigiane, e pi√Ļ in generale da una classe contadina sempre¬†pi√Ļ ostile, ora per questioni politiche, ora per interessi personali:¬†la borsa nera era ancora pi√Ļ fiorente che al Sud, al punto che il¬†giornalista Concetto Pettinato in un energico articolo di denuncia¬†sulla Stampa di Torino scrisse di una popolazione che considerava¬†tale realt√† ‚Äúun‚Äôopera filantropica‚ÄĚ.¬†Il tutto con un‚Äôunica finalit√†, ricorda¬†Gabriella Pasqualini: ‚ÄúRealizzare, svendere, mangiare, speculare, arricchirsi, mettere a frutto per il futuro nel dopoguerra la ricchezza¬†ottenuta‚ÄĚ.

Il governo di Sal√≤ cerc√≤ di intervenire con ogni mezzo a sua disposizione.¬†Il 23 febbraio 1944, lo stesso giorno del famigerato¬†‚Äúbando Graziani‚ÄĚ, un decreto legislativo autorizz√≤ i ‚Äúcapi delle¬†province‚ÄĚ (nuova denominazione dei prefetti) a ‚Äúdichiarare mobilitati¬†civilmente i cittadini e le aziende per assicurare l‚Äôalimentazione‚ÄĚ delle popolazioni locali . In seguito furono istituiti il Commissariato¬†nazionale prezzi (dipendente dal ministero dell‚ÄôEconomia¬†nazionale) la Commissione nazionale di vigilanza sull‚Äôalimentazione,¬†l‚ÄôUfficio distribuzione cereali, farine e paste (controllati¬†dal ministero dell‚ÄôAgricoltura): una pletora di inutili enti che anzich√©¬†risolvere, aggravarono la situazione.

Il 9 dicembre venne¬†emanato un decreto di requisizione delle aziende dei grossisti e¬†delle aziende di produzione, lavorazione e trasformazione di generi¬†alimentari. Si inasprirono le pene per i borsari neri, fino a introdurre¬†la pena di morte per chi avesse cagionato ‚Äúimmediato e¬†grave nocumento all‚Äôapprovvigionamento della popolazione‚ÄĚ. Si¬†tratt√≤ di iniziative senza alcun risultato: tutte le battaglie, da quella¬†contro il mercato nero, a quella per potenziare la distribuzione, fino¬†al tentativo di arrestare l‚Äôinflazione (un chilo di pane, ad esempio,¬†pass√≤ da 2,23 lire nel 1940 a 24,24 lire nel 1944), furono¬†drammaticamente perdute.

Il ministro dell‚ÄôAgricoltura della RSI,¬†Edoardo Moroni, avrebbe tracciato nel dicembre 1944 un quadro¬†riassuntivo tanto preciso quanto disastroso della situazione alimentare¬†nei seicento giorni di Sal√≤: coltivazioni in deficit, allevamenti¬†scarsi e colpiti dalle requisizioni tedesche, grassi vegetali¬†scomparsi, pochi quelli animali, si dipendeva da non sufficienti¬†importazioni dalla Germania, mentre il sistema di distribuzione, a¬†causa della requisizione germanica di buona parte degli autocarri,¬†era assai precario.¬†La vita nel Nord occupato, appariva pi√Ļ che difficile, grottesca.

Nella Roma alla vigilia della liberazione, per esempio, lo zucchero¬†era riservato ai bambini e ai malati, e in quantit√† insufficiente;¬†la marmellata venne ridotta a 400 g al mese, per lo stesso periodo¬†erano consentiti un kg di legumi secchi e un hg di carne, se disponibile¬†69. Dal dicembre 1944 i ristoranti della zona controllata¬†dalla RSI vennero ribattezzati ‚Äúmense collettive di guerra‚ÄĚ, e servivano¬†quasi nulla.

Persino gli operai delle strategiche fabbriche furono¬†sottoposti a pesanti privazioni. In una circolare del ministero¬†dell‚ÄôAgricoltura del 20 febbraio 1945 si legge che le mense¬†aziendali dovevano cessare la somministrazione del secondo piatto,¬†e limitarsi a 60 g di generi da minestra (riso o pasta), sei g di¬†grassi, 2,5 g di concentrato di pomodoro, 100 g di patate o 30 di¬†legumi secchi e sale ‚Äúin base alle assegnazioni consentite dalle disponibilit√†‚ÄĚ. Il tutto, sia a casa sia in mensa, di una qualit√† quasi¬†immangiabile.

Sulle riviste apparvero proposte di ricette che sembravano grida¬†disperate: formaggini e lieviti fatti in casa, marmellate senza zucchero,¬†castagnaccio di castagne selvatiche. Le ricette di Petronilla,¬†al secolo Amalia Moretti Foggia, in questi ultimi giorni della guerra,¬†erano la quintessenza della disperazione: anche la celebre intellettuale¬†si coalizza con il popolo italiano ‚Äúper affrontare e vincere¬†la fame‚ÄĚ.¬†E sarebbe stata Petronilla a celebrare, a suo modo, la fine del¬†lungo incubo, e delle feroci privazioni imposte agli italiani: ‚ÄúLa¬†guerra √® finita! Anche voi siete nell‚Äôattesa di chi torna o dalla Toscana¬†o dalle Alpi o dalla Germania o dalle carceri o dall‚Äôospedale? E¬†anche voi (serbando per il ritorno un po‚Äô di spumante in cantina)¬†vorreste porgerne i bicchieri con fettone della mia ciambellona?‚ÄĚ.

Una ciambellona, va detto, fatta di mezzo chilo di farina, un pizzico¬†di uvetta sultanina, e‚Ķ un uovo. Le privazioni sarebbero continuate¬†ancora, in un‚ÄôItalia che stava per affrontare un lungo dopoguerra.¬†Ancora nel 1947 un membro di una famiglia definita ‚Äúdisagiata‚ÄĚ potr√† permettersi¬†72 gr di proteine giornaliere contro i 120 di un ‚Äúbenestante”.

Marco Cuzzi

Marco Cuzzi *

Insegna Storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano. Si occupa in particolare di storia del fascismo e del neofascismo sia nell’ambito italiano sia internazionale, della storia del confine orientale d’Italia, della Jugoslavia nel Novecento e delle occupazioni italiane nei Balcani durante la Seconda guerra mondiale. Tra le sue pubblicazioni si ricordano: L’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943) (USSME, 1998); L’internazionale della Camicie nere. I CAUR (1933-1939) (Mursia, 2006); Antieuropa: il fascismo universale di Mussolini (M&B Publishing, 2007); Vivere ai tempi della Repubblica sociale italiana (Compagnia della Stampa, 2008); Istria, Quarnero, Dalmazia. Storia di una regione contesa dal 1796 alla fine del XX secolo (Libreria Editrice Goriziana, 2009). Tra gli altri studi si ricordano: Sui campi di Borgogna. I volontari garibaldini nelle Argonne (1914-1915) (Biblion, 2015) e Cibo di guerra. Sofferenze e privazioni nell’Italia dei conflitti mondiali (1915-1945) (BIM, 2015).

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