ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 54

a cura di Cornelio Galas

Fonte: “Nikolajewka: c’ero anch’io”. Giulio Bedeschi. Testimonianze fra cronaca e storia

Capitano Giovanni Devetti
Battaglione Morbegno, 5^ Reggimento Alpini

La mattina del 25 gennaio 1943, assieme ad un gruppo di circa 10 alpini del 5^ e dell’8^ Alpini, fui fatto prigioniero da un pattuglione russo. E” stata un’esperienza tremenda, ero l’unico ufficiale del gruppo, tutti eravamo armati ma non riuscimmo a sparare neppure un colpo, tanta fu la sorpresa. Tutti ritenevamo trattarsi di tedeschi (le tute bianche ci trassero in inganno) e così senza sospetti andammo incontro alle due slitte di russi che venivano verso di noi.

Eravamo felici perché si pensava di essere usciti dalla sacca e di aver finalmente raggiunto le linee tedesche! Alcune raffiche di mitra però ci fecero subito capire che avevamo sbagliato; ci buttammo a terra, nessuno fu ferito e ci alzammo quando i russi, mitra puntati, ci fecero capire di alzarci. Il comportamento del gruppo fu dignitoso, ognuno di noi capì quanto era successo.

Mani in alto fummo disarmati, un ufficiale dagli occhi a mandorla ci fece aprire i baveri dei cappotti evidentemente per constatare se portavamo le stellette, capii subito il significato dell’ispezione ma tutto andò bene. Poi iniziò la caccia a quanto avevamo con noi, ricercatissimi gli orologi, le penne stilografiche, anelli e tutto quanto luccicava!

Ultimata questa importantissima operazione fummo incolonnati e posti tra le due slitte, dopo ore di marcia giungemmo a Nikolajewka scendendo lungo il famoso costone, antistante il sottopassaggio della ferrovia. Ai piedi del terrapieno della ferrovia, a destra e a sinistra del sottopassaggio una lunga trincea piena di fanteria russa, armi automatiche puntate, i russi all’interno con fucili piazzati come se avessero dovuto affrontare una divisione! Il sottopassaggio era bloccato da reticolati che furono smossi per farci entrare nell’abitato.

Forse solo io capii ciò che significava quello schieramento; all’indomani, il 26 gennaio, ne ebbi la conferma! Scortati dal pattuglione fummo portati sulla collina in fondo al paese ove faceva bella mostra la chiesa dal campanile classico ortodosso. Vicino alla chiesa un edificio in muratura, era la scuola del paese. Tra i due edifici una piazzetta, nel centro della quale eravi postato un cannone puntato verso il costone oltre il terrapieno della ferrovia. Ci fecero entrare nell’edificio scolastico e qui subimmo il secondo “spogliamento”.

La visita fu più accurata, ci presero quanto avevamo e non avevano preso prima: chi possedeva “valenki” (gli stivali russi) fu scalzato senza pietà e lasciato a piedi nudi, tutti i documenti ci furono tolti, a me tolsero i guanti che avevo in dotazione lasciandomi in un brutto impiccio; mi lasciarono le scarpe perché avevano la suola rotta ed erano quasi inservibili. Salvai la fede e una piccola agenda del 1942 che non fu trovata nella perquisizione. Ultimata anche la seconda operazione di spoglio ci cacciarono in un’aula dove altri militarifanti alpiniartiglieri ci avevano preceduto.

L’aula era piccola (fu anche fortuna) su una superficie di circa 25 metri quadri eravamo circa una quarantina. Alle finestre non c’erano vetri e nemmeno telai per cui il freddo entrava liberamente, tutti eravamo sgomenti, come sarebbe passata la notte che ormai si avvicinava? Ci fu un momento di allegria quando si sparse la notizia che i russi ci avrebbero dato da mangiare. Non ci diedero nulla, neppure acqua che tutti cercavamo! La notte fu tremenda, accavallati uno sull’altro ci riscaldava il calore animale, il nostro fiato. Nessuno dormì quella notte nonostante le privazioni e le fatiche dei giorni precedenti.

Ricordo di essermi avvicinato alla finestra, la notte era serenissima, lontano si sentiva sparare il cannone, guardavo le stelle e pensavo ai miei cari lontani che mi attendevano, era tremendo, tutti certamente pensavano la stessa cosa. La sentinella era vicina al cannone ma guardava anche l’uscita della scuola e sorvegliava le finestre, pensai per un momento di saltare dalla finestra (3 metri) ed andarmene, ma ero sfinito, senza forza alcuna, dove avrei trovato rifugio se tutto il paese era in mano dei russi?

Come Dio volle la notte passò, con le prime luci vedevamo il costone che a poco a poco si andava coprendo di tante macchie oscure, era la colonna, il grosso certamente che si stava avvicinando al terrapieno della ferrovia. Vedevamo benissimo ogni movimento, la distanza non superava i 500 metri. A mattina avanzata cominciò un leggero fuoco di fucileria, dal basso si sentiva benissimo lo sparo delle mitragliatrici russe Maxim verso il costone. Il fuoco si fece man mano più intenso da ambo le parti. Il cannone piazzato tra la chiesa e la scuola entrò in funzione, eravamo tra due fuochi. Era cominciata la battaglia di Nikolajewka.

Man mano che il tempo passava il fuoco si faceva più intenso, il cannone sparava in continuazione e noi vedevamo gli inservienti russi portare le granate che venivano sparate verso i nostri alpini. Sul costone potevamo vedere i continui spostamenti dei reparti, le sagome nere dei soldati che ora scendevano e poi risalivano le balke, si spostavano da destra a sinistra. Dal costone giunse una salva di cannonate che colpì prima un’isba sotto di noi poi una centrò in pieno il pezzo della piazzetta mettendo a terra tiratori ed inservienti.

Non so chi abbia sparato quei fortunati colpi: forse una batteria del Bergamo o del Valcamonica, sta comunque il fatto che il cannone fu messo a tacere e i russi abbandonarono la collinetta. Il fuoco però continuò ancora ma improvvisamente cessò. Eravamo disperati perché tutti pensammo che la colonna avesse rinunciato ad entrare in Nikolajewka ed avesse preso una nuova direzione abbandonando il paese per proseguire oltre.

L’ipotesi poteva avere qualche fondamento ma il costone era sempre coperto da una massa enorme di militari che si muoveva ancora. La pausa, per nostra fortuna, durò forse due ore o meno non ricordo più, so solo che all’imbrunire il fuoco riprese violentissimo e rabbioso, intanto i militari russi avevano abbandonato la collina e anche il paese, la scuola non era più sorvegliata, qualcuno portò la notizia che l’edificio era incustodito e subito molti uscirono all’aperto, io saltai dalla finestra e cautamente mi avviai verso il centro del paese, il fuoco era ancora intenso verso la stazione e il sottopassaggio.

Si sentivano urla, comandi e finalmente il grido fatidico: “Savoia… Savoia”. Erano gli alpini che entravano in Nikolajewka. Il buio era ormai completo ed il freddo intensissimo. Incontrai per primi alpini dell’Edolo, mi imbattei in don Gnocchi, il cappellano del 5^, ci conoscevamo, mi offrì un sorso di una bevanda che non ho mai saputo cosa fosse, era comunque eccellente! Vidi pure il maggiore Belotti comandante dell’Edolo e alcuni ufficiali della Tridentina. Seppi che il generale Reverberi era in paese, così pure Adami, colonnello comandante il 5^. Del Morbegno nessuna notizia, era sparito distrutto a Warwarowka.

Entrai in un’isba zeppa di alpini dell’Edolo, erano della 52ª; non volevano lasciarmi entrare; ma saputo che ero reduce del Morbegno e che a Borgofranco d’Ivrea ero proprio in forza alla loro compagnia (allora comandata dal capitano Covi) mi accolsero e fui loro ospite. Mi offrirono della polenta fatta con farina di frumento e un pezzo di gallina. Era il primo pasto che consumavo dopo tre giorni di digiuno forzato. Non dimenticherò mai quella ospitalità e il cibo offertomi.

Ricordo anche di aver dormito, assieme a due alpini, su di un letto che si trovava nell’isba; forse qualche ora perché a notte alta ci fu un allarme e dovemmo abbandonare la calda e comoda dimora di Nikolajewka e continuare il ripiegamento. Camminai ancora ma mi sentivo libero e più forte per la quasi certezza del ritorno in patria. Avevo dimenticato tutte le fatiche, le paure, ero ritornato un alpino normale pieno di volontà e desideroso di collaborare per il bene di chi mi aveva salvato.

Il 12 febbraio a Maligrumi trovai due ufficiali del Morbegno, carissimi amici: Bonari compagno d’Albania e mio prezioso collaboratore alla 47ª quando la comandavo sul Don, il dottor Vecchio, veterinario del battaglione. Da allora cominciò una vita nuova; a poco a poco raccoglievamo i dispersi del battaglione ricostruendo il Morbegno comandato dal maggiore Fabrocini. La marcia di ripiegamento continuò fino alla fine di febbraio quando giungemmo a Gomel.

Sottotenente Leonardo Caprioli
52ª Compagnia, Battaglione Edolo, 5^ Reggimento Alpini

Arrivai alla 216ª nel novembre 1942: mi dissero allora che la compagnia aveva bisogno di ufficiali, ma pensavo che non fosse vero e che la vera ragione del mio trasferimento fosse dovuta al fatto che non si voleva che due fratelli, entrambi ufficiali, facessero parte, in previsione delle future battaglie, dello stesso battaglione; venni, infatti, assegnato a un plotone che il suo ufficiale già lo aveva: il bresciano tenente Galbiati.

Quando mi presentai al capitano Merini, parte del magone che avevo per aver dovuto lasciare l’Edolo, con il quale ero ormai da quasi nove mesi, cominciò a passarmi: lo trovai oltremodo comprensivo ed umano, con una carica tale di vitalità e di attaccamento al suo reparto, che comandava ormai da più di un anno, che subito mi resi conto che al più presto mi sarei ambientato e mi sarei trovato bene anche nel nuovo reparto cui ero stato assegnato; i suoi soldati lo idolatravano.

Quando mi disse che la compagnia da lui comandata era formata in parte da alpini e in parte da bersaglieri, subito non capii, e cerco di spiegarlo anche a voi: quando la 216ª era in Italia e le truppe alpine non erano ancora partite per la Russia, ci si accorse, almeno è quello che penso io, che mancava una compagnia armi accompagnamento che avrebbe dovuto agire in appoggio ai reparti alpini, secondo le necessità e le circostanze: ma siccome non c’erano alpini a disposizione, opportunamente addestrati sui cannoni da 47/32, presero una compagnia di bersaglieri, appunto quella comandata da Morini, e aggiuntivi una ottantina di alpini con relativi muli, perché i bersaglieri, per quanto bravi, coi muli non avevano mai avuto a che fare, la trasformarono nella 216ª Compagnia Armi Accompagnamento che avrebbe agito in appoggio ai reparti del 6^ in qualità di compagnia divisionale armi accompagnamento.

Nacquero così i bersalpini, come amavano chiamarsi quelli della 216ª che, quando arrivai al caposaldo, mi mostrarono, con orgoglio e rimpianto, le fiamme cremisi che ognuno di loro aveva cucito sul retro della giubba, in contrapposto alle fiamme verdi: perché, mi dissero, noi ora siamo con gli alpini e ne siamo contenti, però in fondo al cuore siamo rimasti bersaglieri.

Quando, il 15 gennaio, mi telefonarono di presentarmi al comando di compagnia, lasciai i bersalpini con molta tristezza; si prevedeva che stava per accadere qualcosa di grosso: dal nostro caposaldo, davanti a Bielogory, era più di un mese che durante la notte vedevamo un andirivieni di luci, camion probabilmente, che stavano certo trasportando uomini e materiali per l’offensiva che i russi avrebbero scatenato il 16 gennaio, contro i nostri caposaldi “Foresto” e “Lovere”, tenuti dall’Edolo, e contro quelli del Vestone.

Arrivato al comando di compagnia, il capitano Morini disse che mi dovevo presentare il giorno dopo al comando di reggimento dove c’era, se avevo ben capito, una licenza per me.
La mattina del 16 gennaio, dal comando di compagnia, dopo alcune ore di marcia, arrivai al comando di divisione dove un tenente colonnello addetto alle licenze ufficiali, mi fece presente la situazione: i carri armati russi erano già arrivati a Rossosch ed ai reparti in linea era stato dato l’ordine di lasciare le posizioni e di radunarsi a Podgornoje: due giorni dopo, esattamente la mattina del 18 gennaio, mi dissero di cercare di raggiungere nuovamente la 216ª, ma, anche per il grande caos che si stava creando, non mi fu possibile: ritrovai invece l’Edolo e, dopo essermi presentato al maggiore Belotti, ottenni di rientrare tra le sue file e venni assegnato alla 52ª, che dopo la morte del capitano Fannucchi ed il ferimento di mio fratello, di Saframoso, di Galimberti e di Gei, era rimasta senza ufficiali.

La 216ª invece, dopo essersi riunita a Podgornoje, venne divisa in 3 reparti che operarono separatamente. Morini cercava, nei limiti del possibile, di coordinare il tutto. Iniziata la ritirata, la 216ª mostrò ben presto di quale tempra fossero i suoi componenti: a Postojalyi, a Nowo Karkowka, a Scheljakino i bersalpini versarono il loro contributo di sangue. Dopo Scheljakino, il 1^ e il 4^ plotone, verso l’imbrunire, perdevano una mezz’ora di tempo perché la slitta munizioni cadeva coi muli in una buca colma di neve: ripreso il cammino, dopo circa un’ora di marcia il capitano Merini, che faceva parte del reparto, si accorgeva che doveva esserci stata una deviazione, perché sul terreno non si vedevano più i segni della ritirata.

Fermato il reparto, questo veniva raggiunto poco dopo dal Morbegno, al comando del maggiore Sarti, al quale il capitano Merini faceva presente la situazione: il maggiore Sarti rispondeva al capitano Merini che il Morbegno aveva l’ordine di proseguire per la strada e perciò la 216ª si accodava: seguiva così le sorti del Morbegno e purtroppo anche l’annientamento: la battaglia, a Warwarowka, durava tutta la notte; verso l’alba, lasciati i pezzi perché resi inutilizzabili e privi di munizioni, i superstiti cercavano, braccati dai carri armati leggeri, di raggiungere la Tridentina. Alcuni ci riuscivano, altri venivano catturati dai russi: tra questi Merini che tra l’altro presentava un grave congelamento ai piedi.

Nella cruenta battaglia erano cadute o erano rimaste disperse decine e decine di uomini. Intanto il nucleo formato dal 2^ e 3^ Plotone, al comando di Facella, aveva seguito la Tridentina e, il 26 gennaio, a Nikolajewka, quando i primi reparti del Val Chiese cominciavano l’attacco, c’erano anche quelli della 216ª: Facella rimaneva ferito, il sottotenente Agostini rimaneva pure ferito, altri cadevano eroicamente. Le cifre del contributo della 216ª durante la ritirata sono abbastanza eloquenti: più del 50% degli uomini morti o catturati dai russi: dalla prigionia ne rientreranno solo 2: gli altri accrescono il numero già alto dei caduti.

Attraverso queste righe, voglio giunga a tutti i bersalpini, primi fra tutti i caduti, il mio più deferente ed affettuoso ricordo: ai vivi l’augurio che quei sentimenti di amicizia e di solidarietà che ne fecero in Russia un ferreo reparto, possano a lungo durare anche in questi tempi di pace.

Capitano Ugo Merini
Comandante la 216ª Compagnia Anticarro

La 216ª Compagnia divisionale, di cui ero il comandante, era nata dal deposito del 7^ Reggimento bersaglieri. Era motorizzata ed era armata con cannoni anticarro 47/32. Nella primavera del 1942 con i suoi 144 bersaglieri “transitò” nel corpo alpino alle dipendenze della Divisione Tridentina con l’aggiunta di 76 muli e 86 conducenti, prelevati dai battaglioni del 6^ Alpini.

Al fronte sul Don eravamo in appoggio ai Battaglioni Verona e Val Chiese. Il 17 gennaio sera ricomponemmo la compagnia a Dacia e partimmo per Podgornoje. Vi giungemmo a notte coi primi congelati, specialmente fra i conducenti, giunti a Dacia da un paese distante 20 chilometri circa e, fatto il carico, subito ripartiti con noi. La notte seguente assistemmo agli incendi dei depositi, le cui fiamme altissime illuminavano a giorno la scena e gli scoppi davano la sensazione di una macabra scena pirotecnica.

Nella stessa notte mezza compagnia comandata dal tenente Facella fu caricata col Battaglione Verona e la 33ª Batteria del Gruppo Bergamo, su autocarri per sgomberare Postojalyi dai russi. Io non avrò più contatti con essa. Il resto della compagnia seguì le sorti della colonna della Tridentina. A Nowo Karkowka subimmo alcune perdite. Lo seppi la sera, quando ritornai nell’isba dove s’era installato il comando della divisione. Là dentro c’erano il generale Reverberi, il maggiore Cano, il colonnello Signorini, un colonnello o generale tedesco ferito, un tenente ungherese che si era messo a disposizione come interprete, io, appartato e in attesa di ordini, e pochi altri.

Discutevano sulle disposizioni da impartire ai vari reparti. In una pausa, ricordo come fosse ora, il colonnello Signorini si alzò in piedi, con gesti pacati estrasse il portafoglio dalla tasca del pastrano e lo aperse. Prese in mano la fotografia dei suoi cari e promise loro ad alta voce: “Vi giuro che usciremo vivi da questa sacca a qualunque costo”. Mantenne la promessa, ma appena portato il suo reggimento fuori del pericolo, fu stroncato da un infarto. Lo seppi nel luglio del 1946, quando ritornai in patria dalla prigionia.

Warwarowka. Sull’altura oltre il ponte di Scheljakino l’Edolo, il Vestone e il Val Chiese si mossero all’attacco simultaneamente, mentre le katiusce tedesche mandavano i loro razzi contro il paese di Scheljakino a protezione dei reparti che avanzavano. Si vedevano in lontananza scorrazzare i carri armati russi contro cui i pezzi della mia compagnia, schierata presso il ponte a protezione dei reparti operanti, sparavano, centrando il bersaglio. Le perforanti però schizzarono via dalle corazze, perché i 47/32 erano inefficaci contro i T 34.

Lo avevo già appreso in patria da una relazione del generale Messe al capo delle FF. AA. All’imbrunire riprendemmo la marcia, ma un incidente ci procurò un grave ritardo. La slitta carica delle munizioni si sprofondò in una grande buca coi muli, rovesciandosi. Riprendemmo a camminare e, su indicazione di un sottufficiale del Val Chiese, vero o falso non lo so, imboccammo l’Armeestrasse. Continuammo a camminare per circa un’ora, quando, non vedendo più sparsi sul terreno i segni della ritirata, diedi l’alt alla mezza compagnia che era con me, per consultarmi con il tenente Galbiati e gli altri ufficiali.

La luna splendeva. Vedemmo giungere in quel momento il maggiore Sarti alla testa del Morbegno, mancante credo di una o due compagnie. Gli esposi la situazione e la convenienza di abbandonare la strada per raggiungere la colonna della Tridentina. Egli mi rispose con le seguenti poche parole che mi restarono scolpite nella mente: “Capisco quanto Lei dice, ma io debbo andare di qui. Se lo ritiene opportuno, si accodi”. E riprese a marciare in piena luna verso Warwarowka. Lungo l’Armeestrasse, sempre diritta, dapprima incrociammo un autocarro che, appena poté, svoltò dietro alcune case alla nostra sinistra. Sorse in noi il dubbio che fosse russo.

Poco dopo un altro automezzo tentò di passare sulla nostra destra, ma venne colpito e gli occupanti uccisi. Intanto in lontananza si udiva il rumore di carri armati, ed essendo nel frattempo tramontata la luna, si vedevano nel cielo sempre più fitte le traiettorie delle traccianti. In testa cominciarono a gridare: “Avanti gli anticarro”. Noi passammo avanti e così sfilammo sulla destra di Warwarowka che sembrò deserta. Oltre il paese iniziammo una discesa.

Percorremmo un buon tratto di strada, ma poi per l’intensificarsi delle traccianti, del frastuono dei carri armati che udivamo muoversi più vicini e anche di fronte a noi e per le informazioni di alcuni prigionieri catturati poco prima, il maggiore Sarti mi ordinò di mettere in postazione i pezzi. Intanto dispose che i suoi reparti invertissero la marcia e ripiegassero sul paese.

Tutto ciò comportò non poco tempo e, quando noi giungemmo a Warwarowka, i reparti del Morbegno si erano già disposti per sostenere l’urto. Nel frattempo erano giunti nel paese altri reparti; se ricordo bene: il Gruppo Bergamo, gli artiglieri a cavallo, il quartier generale della Julia, conducenti e molti sbandati fra cui numerose slitte di tedeschi. Prendemmo posizione anche noi e ben presto fummo coinvolti nella battaglia che si protrasse fino all’annientamento.

La lotta si svolse accanita nel bagliore delle isbe incendiate, fra le grida di incitamento, il lamento dei feriti, il sibilo delle pallottole, gli scoppi delle bombe, lo schianto delle granate. Non posso dire quanto durò la carneficina, perché il tempo in questi casi si misura con altre dimensioni. Abbandonati i pezzi, resi inservibili, noi superstiti ci allontanammo verso una piccola altura. Nel trasferimento fummo travolti da alcuni carri armati leggeri, aventi sopra i russi che sparavano con i mitra.

I carri erano scaturiti improvvisamente dalla parte posteriore dell’altura verso la quale eravamo diretti. Io ero in coda e feci appena in tempo a vedere lo sbandamento dei bersalpini alcuni dei quali vennero travolti o colpiti dalle raffiche; altri, e questo lo seppi al mio rimpatrio, vennero catturati e chiusi in un’isba, donde poi poterono liberarsi per raggiungere la Tridentina.

Io sfuggii ai carri gettandomi in una balka profonda più di due metri con il sottotenente Repetti e altri 3 o 4. Cademmo nella neve che arrivava fino al petto. Prima di svincolarci e trovare una rampa di salita più ad ovest, impiegammo molto tempo. Risaliti sul pianoro non ritrovammo più i nostri compagni rimasti vivi e allora vagammo tutto un giorno per sfuggire ai soldati e ai partigiani russi e per non finire stritolati dai carri. Durante la notte, ci unimmo ai resti della Cuneense per seguirne le vicende fino a Waluiki. Qui venni catturato da una pattuglia di cosacchi insieme ad alcuni della 216ª mentre, congelato ai piedi, cercavo di sfuggire alla sorte già toccata ai reparti della Cuneense.

Di quel pomeriggio mi sono rimaste fotografate nella mente due visioni: le membra dilaniate di alpini, muli e pezzi di slitte che volteggiavano per l’aria dove cadevano le bombe dei mortai russi e il cui rumore giungeva in ritardo; i numerosi alpini morti e allineati ai bordi della strada che conduceva a Waluiki. Sembravano alpini che stessero dormendo. Erano stati presi d’infilata. Faccio rilevare che dei catturati della mia compagnia in totale siamo tornati solamente in tre: io e i conducenti Angelo Salvi, ora deceduto, e Carlo Bontempi mutilato delle mani, residenti ambedue a Gussago in provincia di Brescia.

Tenente Livio Lanfranconi
Compagnia Comando 6^ Reggimento Alpini

Ho fatto tutta la ritirata col mio colonnello Paolo Signorini. A Nikolajewka c’ero anch’io; a un centinaio di metri dalla ferrovia, seduto su una slitta (causa le ferite alle gambe) mentre infuriava il combattimento, col cuore in sospeso: era l’ultima speranza di salvezza. Partiti all’alba da Nikitowka, giunti sul rialzo poco fuori le abitazioni, camminando fra morti e feriti (ricordo uno che invocava disperatamente la mamma), la nostra colonna veniva momentaneamente fermata da un’infernale sparatoria particolarmente di mortai alle spalle, mitraglie di fronte.

Il maggiore Camin sopraggiungeva portando l’ordine “Avanti a tutti i costi”. Balzai avanti con a fianco il mio attendente Francesco Economi di Borgonato ed il caporale Servi di Bergamo. Una raffica mi colpì alle gambe; Servi fu colpito al cuore e non fiatò più. Caddi senza sentire il minimo dolore ma con la mente completamente offuscata. Quando mi ripresi vidi solo il mio attendente ed un conducente. Piangendo dissi: “Ora mi lasceranno qui”. Il mio attendente di rimando: “Signor tenente, se lo lasciano qui rimango qui anch’io” (mi fu sempre vicino procurandomi qualche sigaretta ed il poco possibile di nutrimento).

 Si avvicinò Camin dicendo: “Lanfranconi lo faremo caricare su una slittaambulanza”. Ci raggiunse subito anche il colonnello Signorini. Mi chiese come stavo. “Bene signor colonnello; purché non mi si lasci qui”. Il colonnello comandò: “Lanfranconi lo caricherete sulla mia slitta”. Egli mi fu spesso ancor vicino e mi portò in salvo. Fuori della sacca il mio attendente mi comunicò la triste notizia della morte del mio colonnello.

Piansi. Abbracciai l’attendente; venni barellato come altri 5 feriti gravi e con l’autoambulanza zeppa di altri feriti meno gravi o congelati, ma tutti in piedi, venni portato a Karkow. Successivamente, con l’ultimo treno ospedale in partenza da Karkow, raggiunsi l’Italia. Sullo stesso treno e nella carrozza attigua viaggiava pure l’amico Ugo Merlini. Una scheggia gli aveva trapassato il torace a Nikolajewka.

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