ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 48

a cura di Cornelio Galas

Fonte:¬†“Nikolajewka: c’ero anch’io”.¬†Giulio Bedeschi. Testimonianze fra cronaca e storia

Tenente Giuseppe Cerosa
Compagnia Comando Reggimentale, 5^ Alpini

Si chiamava Giuseppe Adami, colonnello comandante il 5^ Alpini in Russia. Era¬†al deposito di Milano e non l’avevo mai visto; come sempre succede, quelli del¬†deposito erano ritenuti degli eterni imboscati.¬†C’era stata la guerra di Albania e lui non s’era mosso da via Vincenzo Monti¬†assieme a due subalterni di sua fiducia, inoltre si diceva che era abbastanza¬†vecchio e che l√† ci sarebbe rimasto sino al termine della sua carriera.

L’ho¬†incontrato per la prima volta nel cortile della caserma di Merano a Maia Bassa¬†ed aveva risposto al mio saluto con tanta indifferenza, io ero addetto ai¬†rifornimenti del battaglione comandato dal colonnello Martinoia. Il giorno¬†dopo mi manda a chiamare e mi dice: ho qui la macchina e domani devo andare a¬†Bolzano; c’√® tutto il necessario, ma manca la benzina, procurane dieci o¬†quindici litri; per lui sembrava la cosa pi√Ļ facile.

Subito dopo mi aveva¬†detto: vai pure.¬†Dal tono della voce avevo capito che non c’erano difficolt√† da poter¬†prospettare, per lui era quanto di pi√Ļ normale di questo mondo.¬†Ne ho trovato presso un fornitore due canestri (40 litri); non mi ha detto¬†neppure bravo, ma forse questo era il mio esame di maturit√†; infatti, dopo¬†neanche tre settimane ero trasferito alla 5^ Compagnia comando reggimentale in¬†approntamento per la campagna di Russia; il comandante del reggimento era lui.

Aveva formato una compagnia comando coi pi√Ļ disparati elementi: un¬†latifondista, un ingegnere, due dottori commercialisti, un avvocato, un¬†artista (Giuseppe Novello) due giovani sottotenenti (di carriera come lui), un¬†medico e l’ufficiale di amministrazione mandato via sui due piedi alla vigilia¬†della partenza perch√© si era sottoposto ad una prova poco decorosa in s√®guito¬†a scommessa coi suoi colleghi.

Sembrava un uomo di abitudini estremamente¬†borghesi: la partita a bridge nel pomeriggio non la perdeva mai, come pure il¬†t√®, cos√¨ almeno si diceva; con noi subalterni aveva poca dimestichezza,¬†famigliarizzava dal capitano in su. Di come andasse il mio lavoro non mi¬†chiedeva mai, forse si informava da altre parti, visitava sovente i reparti e¬†si cominciava a capire che per il soldato lui aveva la massima comprensione ed¬†affetto. Portava sulla divisa pochi nastrini, ma c’era l’azzurro e di azzurro¬†ne ha aggiunto dopo la campagna di Russia.

Cos√¨ un bel giorno ci siamo imbarcati su un lungo treno ove ci siamo rimasti¬†per due settimane e lui non si vedeva mai, chiuso nel suo scompartimento. Una¬†notte nei pressi di Brest Litowsk si sente un tremendo colpo ed il treno si¬†arresta all’improvviso; lui non si muove ed io scendo a vedere cos’era¬†successo: la locomotiva giace su un fianco come una balena ferita sbuffando¬†vapore d’ogni parte i partigiani l’hanno fatta saltare, vado da lui a
riferirgli la faccenda e mi dice: meno male, questa notte si dorme. Pace dico io, questo qui non ha paura proprio di niente.

Il giorno dopo si riparte¬†finalmente arriviamo a Nowo Karkowka dove si scende e cos√¨ cominciano quei¬†lunghi mesi durante i quali io, imboscato, me la passo discretamente.¬†Il colonnello aveva detto che per dare da mangiare agli alpini ci voleva un¬†ufficiale degli alpini e quindi io comandavo il quinto nucleo sussistenza,¬†quattro cinque chilometri dietro la prima linea. Durante tutto quel periodo¬†non l’ho mai visto, mi dicevano che frequentava sovente la prima linea (i suoi¬†soldati).

L’ho visto ridere, una delle rare volte, quando il Battaglione Morbegno una¬†notte mi aveva rubato kg 3,250 circa di oche pelate…¬†fai un bel verbale e non pensarci pi√Ļ, si vede che non gli hai dato da¬†mangiare abbastanza. Cos√¨ mi aveva detto.¬†Chi dei superstiti non ricorda quella terribile notte a Podgornoje?¬†Gi√† qualcuno aveva cominciato a perdere la testa, ma lui era sempre quello,¬†sembrava di ghiaccio, impassibile e calmo.¬†Raccomanda ai tuoi soldati di tenersi in ordine e puliti i piedi, mi disse;¬†il giorno dopo, superata la salita iniziale, lo vidi in testa al reggimento¬†ove rimase sino alla fine anche quando fu ferito da una scheggia alla gamba.

Circondato dai portaordini dava ordini come se si fosse trovato al deposito di¬†Milano, sempre tranquillo, e la stessa calma la infondeva ai suoi soldati e¬†ufficiali. La notte di Nikolajewka, l’avevo rintracciato in un’isba, su vicino¬†alla chiesa; gli avevo comunicato che per me il tenente Ugo Merlini era da¬†considerarsi spacciato in quanto ferito da una scheggia di cannone anticarro¬†ad una spalla, e avevo visto com’era conciato. Solo un leggero tremito delle¬†gote rivelava la sua emozione.¬†Domani mattina si parte presto mi disse.

Ma gli occhi lustri glieli ho visti fuori dalla sacca quando volle vedere¬†cos’era rimasto del suo reggimento. Una banda di barboni sfilava conciata in¬†un modo difficile da immaginare; per poco non ha pianto ma anche in questa¬†occasione era riuscito a dominarsi.¬†Per descrivere il suo sangue freddo debbo dire che un giorno, dopo Postojalyi,¬†dovendo uscire dall’isba dove ci trovavamo, vedo un carro armato russo a meno
di cento metri; gli dico: signor colonnello, abbiamo qui vicinissimo un enorme carro armato nemico. E lui mi risponde: lascialo fare, se è là non è qui.

Anche il colonnello Adami √® ritornato con noi; ora non c’√® pi√Ļ √® morto; gli¬†avevano dato il grado di generale, ma non era il tipo di farla a gomitate per¬†farsi avanti; era l’uomo che quando si presentavano situazioni difficili,¬†sapeva risolverle nel migliore dei modi.¬†Caro colonnello, molti ti devono la vita, io compreso.

Tenente cappellano p. Mario Vittorio Tonidandel
5^ Reggimento Alpini

E’¬† la storia di un tascapane che sul fronte russo portavo sempre con me, anche¬†nelle giornate pi√Ļ incandescenti. Di solito conteneva oggetti religiosi da¬†distribuire a chi capitava (soldati italiani o civili russi), e la¬†corrispondenza degli alpini con il denaro da spedire ai parenti quando mi¬†recavo a Podgornoje; c’era anche qualche pacchetto di medicazione di cui ad¬†ogni momento ci poteva essere urgente bisogno. Spesso c’entravano di straforo¬†anche sigarette e pagnotte: tutto poteva dare un po’ di conforto agli alpini¬†che stavano combattendo una guerra durissima fra dune di ghiaccio e che¬†avevano negli occhi (quando riuscivi a vederli sotto l’ispido cespuglio della¬†barba) una nostalgia feroce della casa, lontana migliaia di chilometri.

E venne l’ora tragica del ripiegamento, dell’orrida cavalcata attraverso la¬†steppa gelata.¬†A Postojalyi, nel grandinare dei colpi secchi e inveleniti dei mortai, la¬†slitta che portava l’altarino da campo venne fracassata insieme a tante altre,¬†cariche di bagagli e di cassette. Aiutato dal mio attendente (Angelo Carminati¬†di Ponte S. Pietro che vidi allora per l’ultima volta) scavai una buca, vi¬†deposi i resti dell’altarino che mi fu possibile ricuperare tra le slitte¬†maciullate, coprii il tutto con la neve.

Mi rimase solo il tascapane, appeso a tracolla, nel quale in quel momento¬†tenevo il vasetto dell’olio santo, un paio di pacchetti di medicazione e una¬†dozzina di targhette e di piastrini strappati dal collo o dal bavero della¬†giacca dei soldati morti (alpini o meno) che avevo incontrato lungo la strada¬†tormentosa verso occidente.¬†Fu proprio a Postojalyi, ai margini dell’abitato ormai macinato di bombe, che¬†m’imbattei in un alpino (non ricordo di quale reparto), disteso sulla pista,¬†nel ghiaccio, con una gamba orrendamente sfracellata.

Mi avvicinai per¬†soccorrerlo: mi guard√≤ con un’angoscia infinita nello sguardo, ma la sua voce¬†era ferma quando mi disse che non c’era pi√Ļ niente da fare per lui: volle¬†l’assoluzione e l’estrema unzione; infine mi consegn√≤ un libretto di preghiere¬†perch√© lo portassi alla sua mamma lontana:¬†segno di un affetto che gli esplodeva nel cuore pi√Ļ lucente che mai nell’ora¬†della morte e di cui, sulla terra, non avrebbe pi√Ļ gustato l’ineffabile¬†dolcezza.

Lungo la strada da Opyt a Nikolajewka (autentica ripetizione, ogni giorno,¬†della via del calvario), il tascapane si and√≤ sempre pi√Ļ gonfiando di¬†piastrini e di altri oggetti atti a identificare i caduti:¬†cio√® diventava reliquiario, nel quale ogni piccola cosa era il simbolo vivo¬†del dramma terrificante che aveva stroncato una vita e degli spasimi¬†allucinanti che avevano accompagnato lo spegnersi di una giovinezza.

La mattina del 26 gennaio 1943, sulla selletta di Arnautowo che fu per il¬†Battaglione Tir√†no un immenso biblico altare di sacrificio, il¬†tascapane reliquiario visse le ore pi√Ļ dolorose e pi√Ļ epiche le ultime, della¬†sua storia. Liquidati i pacchetti di medicazione (che pure custodivo con cura¬†gelosa) per tamponare gli squarci orrendi dei primi feriti incontrati in¬†quell’inferno, mi aggirai a lungo fra i morti, ed esso – il reliquiario –¬†incominci√≤ a gonfiarsi paurosamente di piastrini, cartoline, penne¬†stilografiche ed altri oggetti, mentre io cercavo di imprimermi nella mente¬†tutti i nomi che leggevo.

Mi tocc√≤ cos√¨ la sorte di frugare sul corpo del¬†sottotenente Giuliano Slataper (medaglia d’oro alla memoria), e la mia mano si¬†arross√≤ del suo sangue ancora tiepido mentre gli toglievo dal collo la¬†catenina e la medaglietta d’oro, che misi nella tasca del pastrano, sia perch√©¬†il tascapane era zeppo, sia perch√© mi era difficile aprirlo e chiuderlo con le¬†mani semiparalizzate dal gelo.

Poco dopo, a met√† del costone che scendeva su Nikolajewka, quando gi√† gli¬†alpini si erano scagliati all’arrembaggio e la battaglia infuriava accanita e¬†feroce, mentre stavo terminando di impartire l’assoluzione a un caduto, venni¬†ferito da una scheggia di mortaio. In quell’attimo, svenni. Quando ripresi i¬†sensi, ero nella piazza del paese: avevo la gamba sinistra immobilizzata e il¬†fianco che mi doleva atrocemente: fu allora che mi accorsi di non avere pi√Ļ¬†con me il prezioso tascapane.

Provai una stretta d’angoscia al cuore: ma in¬†quelle condizioni il guaio era irreparabile: nell’inferno della battaglia il¬†reliquiario si era perduto con tutte le sue storie di dolore e di morte: era¬†rimasto nel ghiaccio della steppa, fra il carname glorioso, in mezzo ai corpi¬†lacerati di coloro che erano caduti per aprire agli altri la strada verso la¬†casa.¬†Insieme a una trentina di piastrini distribuiti nelle varie tasche (e tutti¬†regolarmente recapitati alle famiglie), mi rest√≤ nella tasca del pastrano la¬†catenina di Slataper; la portai personalmente a suo padre (medaglia d’oro¬†nella prima guerra mondiale), a Trieste, non appena fui ristabilito in salute.

Del figlio amatissimo, restato per sempre nel gelo della steppa, tornavano a¬†padre Slataper solo quella catenina e quella medaglietta: le baci√≤, come si¬†bacia qualcosa di santo e di supremamente caro: “E’ come baciassi mio figlio”¬†disse.

Tenente Vittorio Zanotti
5^ Reggimento Alpini

Gli alpini camminarono giorni e notti nella steppa, con basse temperature che oscillavano dai -25^ ai -48^ centigradi. Dormirono, forse, tante ore da contarle con le dita di una mano negli undici giorni del loro cammino. Mangiarono, quasi tutti, quantità di cibo irrisorie, pari alla razione sufficiente per due giornate; si dissetarono, salvo rara eccezione, con la neve. Avevano un vestiario ed un equipaggiamento inferiori al nemico.

Erano armati in modo appena sufficiente per una guerra di montagna, dove un¬†fucile pu√≤ controllare un sentiero, ma nella pianura immensa e sulle colline¬†russe erano degli uomini armati di un grande cuore contro una valanga di ferro¬†e di fuoco.¬†Come riuscirono a battersi e a sopravvivere?¬†Il primo segreto di questi uomini era la presenza fisica che veniva dalla vita¬†di lavoro e sacrificio dell’alpe. Sapevano adattarsi e sopperire alle sorprese¬†della vita. Stavano uniti perch√© convinti della maggiore forza che da l’unit√†.¬†La fiducia nelle proprie forze e la fiducia negli altri li teneva tranquilli.¬†Vedevo occhi sereni tra le barbe lunghe che avevano dimenticato acqua e¬†rasoio.

Nel combattimento manovravano ed andavano avanti, anche quando tanti compagni¬†cadevano; la loro freddezza, dovuta alla coscienza del dovere, li portava a¬†ridosso di sbarramenti nemici che attaccati da tale volont√† cedevano e si¬†frantumavano: quanto costava passare!¬†Il nemico era tremendamente forte di uomini e mezzi, ben equipaggiato, fresco¬†e baldanzoso, ma dietro a lui, che sbarrava tenacemente ogni uscita dalla¬†sacca, c’era anche il cielo d’Italia.

I problemi della sopravvivenza, tra un combattimento e l’altro, erano tanti e¬†tutti incombenti; non davano requie, e col passare dei giorni si facevano¬†sempre pi√Ļ incalzanti. Bisognava camminare senza posa nella neve con scarpe¬†diventate legno; il freddo era siberiano e ad esso si aggiungeva la tormenta;¬†la fame inimmaginabile era unita alla sete; il sonno, sorprendendo chi¬†riposava sulla neve, strappava l’anima per sempre nel volgere di quindici¬†minuti e li lasciava duri come tronchi d’albero.¬†Bisognava resistere, arrangiarsi ed accettare la volont√† di Dio nel¬†sacrificio…

Capitano Giuseppe Novello
Comando 5^ Reggimento Alpini

Prima di Nikitowka, il 25 gennaio, mi raggiunse Bonicelli arrancando sugli¬†sci: “Capitano, abbiamo ancora due Nikolajewka da spuntare prima di essere¬†fuori dalla sacca”. Orientatissimo, tranquillo e sereno come sempre.¬†Il Bonicelli lo si vedeva spesso al reggimento schierato sul Don:¬†veniva volentieri fra gli amici del 5^ dal comando divisione; e senza ch’egli¬†ne parlasse avvertivamo in lui il rimpianto del comandante di plotone mancato.¬†Non c’era stato verso: la sua cultura, la sua intelligenza, il senso di¬†simpatia che sapeva suscitare, avevano finito per ancorarlo alla divisione.

Aveva detto: signor s√¨, ma io giuro che sarebbe stato ben pi√Ļ lieto di parlare¬†bresciano con gli alpini sulla sponda del Don che tedesco coi tedeschi,¬†traducendo esatto e conciso quanto gli veniva detto, anche se in ambiente pi√Ļ¬†confortevole.¬†Forse avvertiva, esasperandolo e soffrendone, quell’immeritato leggero senso¬†di distacco che in tutti gli eserciti e in tutte le guerre chi √® pi√Ļ esposto¬†manifesta inconsciamente al giovane che sta a un comando, per quanto si¬†prodighi, per quanto sia preziosa la sua opera, e perfetto il senso di¬†comprensione.

Ma ora questa sciagurata ritirata rimetteva se non altro su di un solo piano¬†di rischio e di pena i comandi e i reparti, generali e soldati. C’era poco da¬†dire: la mitica voce che chiedeva dalle lontananze di un filo le novit√† alle¬†tre di notte, esce ora dal compagno che ti marcia accanto da 10 giorni, come¬†te sfiancato dallo sforzo, disperato di spuntarla, impegnato a 30^ sotto zero¬†a condur la guerra del ’91 contro il carro armato e il parabellum,¬†dell’artigianato italiano contro la grande industria.

Questa parit√† di tutti nella sofferenza e nel pericolo sembrava dare al¬†Bonicelli quasi una compiacenza, un senso ilare di vivere pi√Ļ compiutamente e¬†pienamente la sua ora di alpino fra gli alpini, consentendogli di dare la vera¬†prova di se stesso e della sua maturit√†;¬†tanto riusciva a mantenersi sereno e controllatissimo in mezzo a tanti¬†veterani che crollavano nel logorio disumano d’ogni forza e d’ogni volont√†.

¬†E cos√¨ l’avevamo visto tante volte vicino, sorridente, con la visione lucida e¬†precisa del momento, dell’itinerario che si seguiva, pronto a prodigarsi, a¬†dire una parola di motivato ottimismo, a interporsi come interprete: e la¬†richiesta o la risposta italiana usciva spesso dalla sua bocca come rafforzata¬†e direi tonificata dal suo tratto che si svelava deciso e signorile pur sotto¬†quel goffo camuffamento cui ci costringeva il freddo.

Ci eravamo visti a Nikitowka la sera del 25: ed eccoci ora insieme a questa¬†Nikolajewka che egli mi aveva preannunciato.¬†Ci siamo arrivati dopo la mattinata tragica che ha visto l’eroico sacrificio¬†del Tir√†no che √® riuscito a vincere la resistenza nemica e ad avanzare. Siamo¬†nel fondo della balka che accoglie il paese, al sottopassaggio della ferrovia¬†dove sono molti degli alpini che hanno obbedito al grido “Avanti la¬†Tridentina!” del generale.

I russi sparano dalla chiesa, dalle isbe, dalla torre smozzicata dell’acqua¬†potabile. I due carri armati tedeschi sostano nello spiazzo antistante: si¬†attende di riprendere l’avanzata mentre l’artiglieria da montagna batte¬†vivacemente il paese. E’ un momento di arresto e di crisi pi√Ļ acuta. Il sole √®¬†scomparso dietro la gran massa di isbe che davanti a noi raggiungono i margini¬†della balka, ma illumina ancora alle nostre spalle i bordi dell’anfiteatro ai¬†quali si affaccia la moltitudine di quelli che stanno a guardare come si¬†risolva la faccenda. Ma la faccenda non si risolve mentre la notte imminente¬†da il senso di una fine pi√Ļ tragica.

Non ci si intende coi carristi tedeschi per riprendere l’avanzata.¬†Qui ci vuole Bonicelli. Ed ecco, alla chiamata del generale, arriva Bonicelli:¬†torna ancora una volta l’interprete esemplare, martella il suo tedesco, sta¬†bene, capito, i carri armati tedeschi ridotti con le munizioni al lumicino,¬†avanzeranno di conserva con gli italiani che procederanno, fiancheggeranno¬†facendo pulizie nelle isbe.¬†Ma i presenti non bastano: ed √® con l’arrivo del decimatissimo Edolo, riuscito¬†a farsi largo attraverso la colonna, che la massa degli alpini si muove di¬†conserva col carro armato. Si combatte fra le case, collegati coi reparti¬†delle ali.

Ora Bonicelli ha finito di far l’interprete: c’√® qualcosa altro da fare.¬†Eccolo ora, a fianco di un carro armato, nella schiera degli alpini che vanno¬†all’assalto fra scoppi di mortai e scariche di parabellum: eccolo, il mancato¬†comandante di un plotone di alpini bresciani avanzare con un disperato plotone¬†di soldati, di generali, di caporali, di colonnelli, di tenenti, di sergenti e¬†di capitani, il plotone dei tutti uguali nell’ultimo tentativo di aprirsi la
strada verso l’Italia.

Lo ricordo cos√¨ in mezzo a scoppi e mitragliate, mentre l’artiglieria allunga¬†il tiro e quegli omini, l√† in alto vicino alla chiesa, i russi, formicolano¬†intorno agli autocarri, in fuga, sembra; se ne vanno, forse la spuntiamo. Uno¬†scoppio pi√Ļ vicino, qualcuno che si china, poi mentre si procede oltre ormai¬†nella penombra, mi dicono che Bonicelli √® caduto.¬†Quando nella tranquillit√† della mia casa, ripenso a tanti compagni che col¬†loro sacrificio ci hanno aperta la strada del ritorno, rivedo con loro¬†Bonicelli, mancato comandante di un plotone di alpini, che va all’attacco a¬†Nikolajewka.

Caporal maggiore Pietro Ongaro
Compagnia Comando 5^ Reggimento Alpini

L’azione di Nikolajewka del 26 gennaio 1943.¬†Interrompono le poche ore di sonno agitato le prime luci dell’alba del 26, e¬†gli spari e i rimbombi sordi; vicini i primi, lontani i secondi. Quella che¬†sar√† la decisiva giornata della ritirata si preannuncia gravida di incognite,¬†di timori. Radio scarpa virulenta i fatti, cos√¨ come a volte li semplifica¬†troppo: ieri correva voce fossimo gi√† fuori, o quasi, dalla sacca… Stanotte¬†il Battaglione Tir√†no √® partito su allarmi, cosa sar√† successo? “Fuori in¬†fretta ragazzi, si riparte…”

La confusione organizzata di certe partenze…¬†uomini che cercano le scarpe, scarpe che si rifiutano di essere calzate perch√©¬†gelate o perch√© trovano dei piedi gonfi o… altri padroni! Conducenti che¬†cercano il mulo, graduati le squadre, ufficiali il reparto, chi le armi, chi¬†il paesano ferito, il fratello, il cugino. La tragedia dei reclutamenti¬†alpini… quando va male √® il lutto di una vallata! Eppure a un certo punto¬†tutto √® a posto, verso le ore sei quello che rimane del 5^ Alpini si muove,¬†direzione Nikolajewka.

Parte l’Edolo, la compagnia reggimentale segue ultima al comando del capitano¬†Barbieri, la sezione RT cui appartengo √® in mano al tenente Mario Gariboldi;¬†siamo amici, lo chiamo Mario; per le trasmissioni non abbiamo pi√Ļ niente, il¬†pi√Ļ √® stato abbandonato a Podgornoje per mancanza di pile. In compenso siamo¬†imbottiti di bombe a mano, mitra, parabellum, moschetti ’91… Il comando¬†della Tridentina √® in un’autoblindo con a bordo il generale Reverberi¬†infaticabile e pochi altri ufficiali superstiti.

Ci supera. Abbiamo fame, fa un freddo cane, si cammina imprecando, lasciando indietro le
ultime isbe di Nikitowka dove avevamo passato la notte. L’Edolo si snoda¬†lontano, del Morbegno non si hanno notizie da pi√Ļ giorni, il Tir√†no pare si¬†sia mosso in soccorso di una batteria rimasta accerchiata tutta la notte¬†proprio sulla strada che noi dovremmo percorrere; speriamo gli sia andata¬†bene.

Si rampa un pochino, si piega a sinistra, non c’√® il crudo spettacolo dei¬†giorni precedenti con i congelati ai margini, i mezzi e le armi abbandonate,¬†le improvvise raffiche dai boschi sfiorati, i mitragliamenti degli apparecchi¬†russi gi√Ļ in picchiata sugli alpini; sempre gli alpini quando la va male,¬†sempre gli alpini quando c’√® bisogno… Per un momento ci illudiamo di¬†compiere una semplice marcia di trasferimento… “magari “n fina a Gand√¨” dice¬†il paesano Castelli. Poi la realt√† si fa avanti, arrivano notizie del Tir√†no:¬†met√† battaglione dicono √® “scarpe al sole” sulla nostra destra; ha espugnato¬†con durissime perdite, specie di ufficiali, il caposaldo in cui era impegnata¬†la batteria accerchiata gi√† da ieri sera, la 33¬™ del Gruppo Bergamo.

Verso mezzogiorno arriviamo in un vallone, si sosta, si cerca affannosamente¬†qualcosa da mettere sotto i denti, qualcuno trova delle rape e dei cavoli¬†inaciditi, ci vuol altro…; anche oggi tireremo la cinghia, i muli sono pi√Ļ¬†affamati di noi, brucano i fili d’erba che affiorano dalla neve, sono¬†meravigliosi, guai se non avessimo loro;¬†le nostre armi pesanti, le slitte, i feriti, chi li trascinerebbe?¬†Arriva un ordine: serrare sotto all’Edolo. Due chilometri ancora e siamo¬†sull’altopiano sul cui sfondo sta un lontano abitato: Nikolajewka.

L’Edolo √® andato avanti, √® gi√† impegnato nell’attacco alla citt√†.¬†Il comando Tridentina √® con noi, c’√® del nervosismo, un via vai di ufficiali,¬†l’Edolo non riesce a passare, c’√® uno sbarramento infernale da parte dei¬†russi… Dietro affluiscono monconi di reparti, arrivano sbandati, alcuni¬†pezzi d’artiglieria da montagna nostri han preso posizione e sparano sulla¬†citt√† da cui partono boati di mortaio contro l’Edolo. E” il Gruppo Valcamonica¬†con le tre batterie intatte: la 28¬™, la 29¬™, la 30¬™; il Bergamo pi√Ļ provato¬†con la 32¬™ e, dicono, due pezzi superstiti della 33¬™.

Arriva una Cicogna tedesca, atterra l√¨ vicino, il pilota parla con il generale¬†Reverberi: superata Nikolajewka non ci sono pi√Ļ colonne russe.¬†Il momento √® drammatico, tutti intuiscono la gravit√† della situazione: o si¬†supera Nikolajewka o √® la fine per tutti… la Siberia invece che l’Italia!¬†Arrivano voci, corrono ordini: “Chi √® in grado di combattere si armi con¬†qualunque mezzo e si metta a disposizione nei plotoni, nelle squadre che si¬†stanno approntando”; intravedo il generale Reverberi discutere violentemente¬†con ufficiali; evidentemente c’√® chi vorrebbe l’attacco sferrato a distanza¬†pi√Ļ ravvicinata con adeguata preparazione d’artiglieria, ma il generale brucia¬†le tappe: “attacco in massa subito, non c’√® tempo da perdere…”

Preparo la mia squadra, 12 uomini decisi a tutto, ricordo Boninchi di Edolo,¬†Puntelli Alfredo di Breno, Mario Maspero di Como, Canclini, valtellinese, il¬†caporale Castelli Domenico, paesano di Gandino, e il caporal maggiore della¬†sanit√† Mario Pace, comasco di Porlezza. Arriva il tenente Gariboldi: la¬†compagnia comando parte all’attacco… Sezione RT avanti!¬†Saranno circa le tre del pomeriggio. In fondo al pendio, lontano, la citt√†¬†proibita… al di l√† la salvezza, di qua la morte. I miei uomini si fanno il¬†segno della croce, io anche; andiamo avanti, prima in piedi, poi mano a mano¬†entriamo sotto il tiro dei russi, a carponi.

Dico al tenente: “Sar√† meglio allargarci di pi√Ļ per offrire meno¬†bersaglio…”; il tenente approva; ormai abbiamo raggiunto l’Edolo, intravedo¬†sulla mia sinistra le squadre che attaccano il terrapieno della ferrovia che¬†funge da baluardo ai russi, la piana √® cosparsa di alpini riversi sulla neve,¬†altri ne arrivano, dietro si muove il grosso degli sbandati, √® una visione¬†allucinante che non ho tempo di contemplare. Sfruttiamo le anfrattuosit√† del¬†terreno e ci portiamo verso il terrapieno; purtroppo rimangono colpiti quattro¬†miei uomini: Boninchi, Canclini e due altri, raggiunti da armi automatiche.

Spariamo in cima al terrapieno da dove provengono i tiri e sul quale insiste¬†l’attacco dell’Edolo e si accanisce la resistenza russa;¬†√® un trincerone maledetto sul quale si accaniscono i corpo a corpo, le nuvole¬†di fumo dei corpi nostri e nemici, i morti non si contano, si scavalcano¬†assieme ai feriti per riuscire a superarlo.¬†A un certo punto davanti a noi, un passaggio attraverso il terrapieno sotto le¬†rotaie della ferrovia. Viene istintivo di buttarcisi attraverso, Maspero¬†generoso come sempre lo infila; mitra imbracciato spara come un dannato, non¬†faccio a tempo a fermarlo, appena oltre una raffica lo abbatte, √® di l√†¬†riverso con la faccia verso il cielo.

Ormai la compagnia comando, i cosiddetti¬†“servizi” tenuti in non cale da quelli della prima linea, √® in piena azione¬†emulando l’Edolo che si batte alla nostra sinistra; gruppi di noi si buttano¬†sul terrapieno decisi a oltrepassarlo ad ogni costo. Invito i miei uomini¬†rimasti a fare altrettanto: coraggio ragazzi… e mi ci butto coi primi, bombe¬†a mano, raffiche, urla… sono sul culmine… una raffica mi investe come se¬†un pugno mi avesse spezzato il braccio destro e un altro sfondato il torace,¬†non ho tempo di riflettere, mi trovo gi√Ļ ruzzoloni in fondo al pendio¬†dall’altra parte, i miei uomini mi seguono, mi sopravanzano, nessuno s’√®¬†accorto delle mie ferite, mi rialzo, sono di nuovo con loro, investiamo¬†un’isba a bombe a mano, escono dei russi, due si arrendono, dietro noi altri¬†accorrono, la sensazione di aver superato il limite di resistenza russa ci da¬†coraggio, i russi ripiegano incalzati ora da una marea di disperati decisi a¬†tutto!

A un certo punto mi si annebbia la vista, mi rendo conto delle ferite dal¬†sangue che mi inzuppa, ho paura di morire. Mi √® vicino per fortuna il caporal¬†maggiore di sanit√†, Pace, mi sospinge in una isba. Due ferite di pallottola al¬†braccio e altre due in una costola certo spezzata; mi medica alla meglio,¬†riprendo animo, mi ributto sotto perch√© c’√® bisogno di uomini validi, perch√© i¬†russi potrebbero contro attaccare e ributtarci.¬†Le prime ombre della sera, di quella sera, coprono pietose la tragedia ancora¬†in atto di gente che muore per le ferite di poche ore prima, dei morti¬†insepolti, dei lutti che le madri ancora ignare apprenderanno sgomente!

Son¬†cessati gli spari, in loro vece il vociare dei cento dialetti alpini fino a¬†che anche questi si spengono per lasciar posto a un sonno profondo di membra¬†sfinite e sfigurate dopo l’ultimo assalto.¬†Al mattino seguente il capitano Valesiani di Clusone ci da la sveglia e ci¬†riincamminiamo fiduciosi, l’incubo √® finito, i pi√Ļ sani arriveranno a piedi¬†fino a Gomel… l’√® naia, vedo!

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento