ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 40

a cura di Cornelio Galas

Fonte:¬†“Nikolajewka: c’ero anch’io”.¬†Giulio Bedeschi. Testimonianze fra cronaca e storia

Sergente maggiore Mosè Candeago
17ª Batteria, Gruppo Udine, 3^ Reggimento Artiglieria Alpina

… Essendo stato assegnato al comando di una autocolonna del 3^ Reggimento¬†Artiglieria, in quei giorni di tristi eventi ebbi occasione, il 15 gennaio¬†1943, di incontrare alle porte di Rossosch alcuni carri armati. Pensandoli¬†nostri amici, spostai il pi√Ļ possibile l’autocolonna per dare strada, poich√©¬†avevano la croce uncinata al fianco.¬†Poco dopo hanno aperto il fuoco, ci siamo accorti di essere ingannati, un¬†inferno da non dimenticare mai!

Di l√¨ cominciai la famosa ritirata lenta e dura, dopo giorni incontrai il¬†maggiore Oddo della nostra base di Popowka; io lo conoscevo bene. Mi ferm√≤ e¬†disse solo poche parole: “Candeago, ho bisogno di te, lascia la tua colonna e¬†prendi la guida di quest’auto (una Fiat 1100 berlina nera del colonnello Gay),¬†il mio autista √® congelato”.

Lasciai il camion e presi la guida dell’autovettura, all’oscuro di ogni cosa.¬†Vidi altri due ufficiali nell’interno, il capitano Bruno Marcello Moro, e un¬†altro ufficiale che non conoscevo. Mi dettero l’ordine di correre il pi√Ļ¬†possibile. Con quelle piste, mi sembrava di andare sull’altalena, ghiaccio e¬†neve e freddo a non finire. Dopo lunghe ore di percorso troviamo un bivio, ci¬†imbattiamo nel caporal maggiore Leone Zandanel di Cibiana di Cadore che ci¬†indic√≤ la via per Scheljakino, dove la notte stessa i russi ci hanno¬†attaccato, i bengala illuminavano a giorno, e ormai eravamo nella sacca.

Il mattino dopo, tentiamo di riprendere la marcia, ma fummo subito attaccati,¬†la mia macchina fu crivellata di colpi, il maggiore Oddo rimase ferito, subito¬†dette ordine di metterci in salvo a piedi, io mi affiancai al maggiore Oddo¬†per aiutarlo. Sennonch√© dopo un’ora di cammino il maggiore mi disse:¬†“Candeago, dove hai messo la bandiera?”. Lo guardai e gli risposi: “Quale¬†bandiera?”. E lui: “La bandiera del reggimento”. Io purtroppo non ero a¬†conoscenza, poich√© nessuno me ne aveva parlato. Lui mi dette l’ordine di¬†ritornare indietro immediatamente, mi disse: “Vai a prenderla subito!”.¬†Gli chiesi: “Dov’√®?”. “Nel cofano” rispose.

Non esitai un istante a riflettere sul pericolo a cui andavo incontro, arrivai¬†dopo tempo alla- macchina, sembrava tutto un silenzio;¬†appena mi accostai al cofano per estrarre la bandiera vidi nell’interno il¬†capitano Moro e l’altro ufficiale morti crivellati dai parabellum dei¬†partigiani. Anche un carro armato sparava ancora. Diedi uno sguardo attorno¬†per mettermi in salvo, vidi poco lontano una bicicletta con un soldato morto¬†sopra, con due borse attaccate (forse un portaordini); lo spostai, saltai a¬†cavallo della bicicletta e con lena pedalai proprio contro il nemico per¬†portarmi fuori tiro.

Dopo poco lasciai la bicicletta e mi incamminai tra valli¬†e colline, freddo e neve ma non riuscii pi√Ļ a incontrare il maggiore Oddo.¬†Incontrai invece molti della mia stessa colonna, dopo giorni e giorni di duro¬†cammino, affiancato da soldati e colleghi, i sergenti maggiori Valentino¬†Chittaro, Piero Comusso, Vittorio Sonda e gli autieri Ernesto Turello,¬†Daniele Presacco, Paolino Marchiol, Osvaldo Parigi, il sergente Fausto Vielmo;¬†questi mi hanno aiutato per giorni a portare la bandiera; la sua medaglia¬†d’oro col nastrino la posi nel taschino della camicia.

Rimasi preso dai partigiani con soldati sbandati, lottando la notte per fuggire, così durante
la battaglia di Nikolajewka, mi trovai solo per tutta la giornata, poi mi misi¬†dentro una slitta autoambulanza ungherese trainata da cavalli; quando lungo un¬†ponte fu colpita rimasi di nuovo a piedi, dopo giorni di cammino incontrai dei¬†miei amici, il capitano Scabardi, e proprio con l’aiuto mio e del-‘ l’autiere¬†Turello abbiamo messo in moto una macchina.

Quindi giorni di macchina¬†attraverso piste impraticabili, senza cristallo nella cabina, a turno io e¬†Turello alla guida, rubando di notte la benzina ad altre macchine lungo il¬†percorso. Incontrammo a Nowyi Oskol i tedeschi che ci portarono via la¬†macchina, e cos√¨ bench√© il capitano Scabardi parlasse il tedesco siamo rimasti¬†a piedi. E cos√¨ fino nei pressi di Gomel, dove era il nostro concentramento, e¬†dove consegnai la bandiera al colonnello Moro, nostro comandante di¬†reggimento, e con lui rimpatriai ed ebbi l’onore di sfilare con la bandiera a¬†Gorizia.

Caporale Edoardo Peritti
17ª Batteria, Gruppo Udine, 3^ Reggimento Artiglieria Alpina

Ricordo benissimo la giornata del 26 gennaio ’43, trascorsa in ore di angoscia¬†nella piana di Nikolajewka. Gi√† nelle ore del mattino, la lunga colonna dei¬†superstiti non dava l’impressione di avanzare, ed io trovandomi circa a met√†¬†colonna ho saputo che le nostre avanguardie, cio√® reparti della Tridentina,¬†erano impegnati ad aprire un varco contro forti reparti nemici.

Due ufficiali¬†degli alpini ed alcuni carabinieri reclutavano lungo la colonna tutti gli¬†uomini in possesso di armi, poich√© il combattimento era assai duro per i¬†reparti di avanguardia. Notai un alpino, ferito alla gola, il cui sangue si¬†congelava sul bavero del cappotto, chiedere un’arma ai compagni per porsi fine¬†alla sua sofferenza senza speranza ormai di salvezza. Io non presi parte al combattimento perch√© privo di armi, e la sera potei¬†entrare in Nikolajewka dove pernottai in uno stabile bruciato.

Artigliere alpino Vittorio Sanda
Comando 3^ Reggimento Artiglieria Alpina

Non so con esattezza, ma verso il 22 gennaio mi trovavo assieme al capitano¬†Scabardi ed altri otto o nove artiglieri alpini del mio reparto, verso sera,¬†ad un mulino.¬†Non era di quelli a vento con le spatole grandi, che gi√† avevamo incontrato¬†per la steppa, ma andava a motore a scoppio. Saranno state le otto di sera,¬†faceva tanto freddo, il mulino non funzionava. C’erano tanti sacchi di farina¬†e parecchi bidoni grandi da benzina, ma pieni di miele ghiacciato; avevamo¬†fame ma metterlo in bocca faceva rabbrividire; comunque ne abbiamo infilato¬†qualche grosso pezzo nello zaino; sarebbe poi stato prezioso.

In quella localit√† c’erano degli ungheresi con le loro slitte; gi√† avevamo¬†notato un loro certo nervosismo, quasi volessero scappare l√¨ per l√¨.¬†Alcuni soldati italiani sopraggiunti con le slitte trainate da muli erano¬†entrati ed avevano lasciato i muli fuori; quando dopo le undici siamo usciti¬†perch√© gli ungheresi stavano partendo, abbiamo trovato quei poveri muli¬†stecchiti dal gelo, morti in piedi; ed i conducenti, increduli, spingendoli¬†con i piedi ribaltavano le povere bestie che rimanevano con le quattro gambe¬†stecchite per aria.

Assieme a Camozzi, lungo un viottolo che sembrava una pista da bob, dall’alto¬†della riva ci buttammo entro la seconda slitta ungherese dove c’erano due¬†soldati infagottati con cappotto e coperta sulle spalle. Uno era giovane e¬†l’altro, che teneva le redini era anziano. Non volevano che entrassimo nella¬†slitta, ma noi alzando la voce abbiamo resistito alle loro dimostrazioni.

Avevo notato che il conducente non reggeva con forza le redini, con uno strattone gliele presi dalle mani; mi lasciò fare, di cavalli qualche cosa me ne intendevo, e via per la steppa. Era una notte meravigliosa, una luna che inondava di luce e con il bianco della neve, rendeva fantastico il paesaggio. Due cavalli a pariglia che andavano come un treno. Il freddo era intenso ma non lo sentivo, tanto era il nervosismo e il piacere di correre su quella neve. Finchè poi entrammo in una marea di tedeschi ed ungheresi in ripiegamento, e la corsa finì.

Sottotenente Antonio Baruffi
Comando 3^ Reggimento Artiglieria Alpina

“Ragazzi” era andato dicendo nella notte un ufficiale medico nelle camerate¬†dove giacevamo “i russi sono qua, chi appena pu√≤ partire, vada.” Distribuiva¬†bende, cotone idrofilo. Quell’ufficiale – unico, mi dissero – rimase¬†all’ospedale e vi mor√¨. Sia benedetta la sua memoria! E non ne ricordo il¬†nome.

Si era a Podgornoje dalla mattina in un ospedale rimediato in un edificio: eravamo stati ricoverati in una ventina del mio reparto. Quando uscii insieme ai miei che vi avevo trovato ancora in grado di muoversi, stava sfilando la Tridentina, perfettamente inquadrata, con armi efficienti, gli zaini affardellati. La Tridentina, eh? doveva incoronarsi di gloria a Nikolajewka, aveva potuto fino allora, per forza di circostanze, mantenere intatta, o quasi, la sua capacità di combattimento.

In mezzo vi scorsi (o mi scorse) Gino Ferroni del Val Chiese-^ ci conoscevamo perché entrambi veronesi ed era fratello di Marcello tenente medico del mio reparto. Gino Ferroni morì a Nikolajewka, Marcello morì invece in prigionia, durante la marcia del davai, hanno detto, trucidato perché non gli era possibile restare in piedi

Cos√¨ mi trovai con Gino Ferroni, bello e forte: inappuntabile nella divisa,¬†con il mitra Beretta a tracolla. Quanto era audace e coraggioso, tanto era¬†pignolo nella preparazione e nell’addestramento. Entusiasta sempre.¬†“Intr√Ļppati con i miei” mi disse, dopo che ci fummo salutati e che lo¬†assicurai sulla buona salute di Marcello con il quale ero stato insieme fino a¬†due giorni prima, quando aveva voluto che fossi ricoverato in ospedale “non
posso garantirti n√© vitto n√© alloggio, ti arrangerai”.

Chi non ha vissuto quella ritirata (penso che così sia avvenuto in tutte le ritirate) non può concepire quale sia stato il ricambio continuo tra quelli che erano in testa e quelli che si trovavano in coda, tra quelli che erano a destra e quelli che erano a sinistra. Se tanto avveniva in reparti organizzati ed efficienti, si immagini che cosa poteva succedere tra gli sbandati, come me, tra questi dovendosi annoverare, oltre agli italiani e ai tedeschi, ungheresi e romeni e ausiliari russi per la maggior parte provenienti da reparti sfasciatisi, molti già prigionieri successivamente liberati dalla colonna in ritirata.

I soldati che erano stati con me, ad un certo momento mi camminavano accanto,¬†in un altro scomparivano; io stesso mi trovavo ora in testa alla colonna, ora¬†in coda; mangiare era rimasto un desiderio, dormire una fatica; si poteva¬†trovare un posto in un’isba oppure ci si doveva arrangiare a vegliare¬†all’aperto intorno ad un fuoco. Potrei raccontare di gente che, affranta¬†soprattutto nello spirito e con le estremit√† congelate, conquistato la sera un¬†posto sopra la stufa, la mattina si rifiutava di levarsi e proseguire,¬†destinata a morire di cancrena; di alcuni, che, restati in coda e vistisi¬†ormai soli, disperando la salvezza, si sparavano.

Non mancava qualcuno che¬†deliberatamente restava al caldo di qualche isba per darsi, illuso della¬†cessazione delle sue sofferenze, prigioniero.¬†Passarono cos√¨ i giorni in cui la Tridentina fu sempre impegnatissima: ogni¬†giorno ai morti si succedevano altri morti, alla perdita di armi altre¬†perdite, di muli quasi non se ne vedevano pi√Ļ, gli uomini si esaurivano,¬†fisicamente e psicologicamente, sempre un po’ di pi√Ļ giorno dopo giorno.

Una battaglia ogni sera, una fatica all’alba, per radunare gli uomini¬†superstiti, contarli, rianimarli, per andare avanti, avanti. Una mattina, ecco¬†apparire un luogo abitato, un grosso paese, forse una cittadina.¬†Nikolajewka! Io non riesco a ricordarla che con tenerezza, con il sentimento¬†che si prova nei confronti dell’ospedale in cui fummo operati ma che ci¬†ridiede la sanit√†; altri non la ricordano che nel paradiso di Cantore, e sono¬†i migliori di noi.

Nikolajewka ci apparve in una conca formata da piccole alture, preceduta da un terrapieno sopra il quale correva una linea ferroviaria: attraversava il terrapieno un sottopassaggio. Sicché vi si sarebbe arrivati o scavalcando il terrapieno o sottopassandolo attraverso quel passaggio. Le eravamo sopra sì e no di cento metri lontani due o tre chilometri: pareva che a raggiungerla bastasse una corsa sul pendio innevato, una corsa facile. Non fu così invece.

La testa della colonna si ferm√≤, vidi a conciliabolo nostri ufficiali¬†superiori con altri germanici dei pochi carri corazzati che ci avevano¬†accompagnati fin l√¨.¬†I russi a presidio della citt√† erano ben intenzionati ad impedircene¬†l’accesso, sparavano colpi d’artiglieria, di katiuscia, di fucili anticarro:¬†si vedeva il clivo punteggiato di piccoli o grandi sbuffi di neve alzata dai¬†proiettili. Fecero vittime tra coloro che dalla massa dei sopravvenienti si¬†spingevano oltre la testa, isolati qua e l√† come se credessero ormai facile¬†l’approccio.

Poi venne l’ordine di accingersi a battaglia, furono disposti i reparti che a¬†ventaglio avanzassero protetti dall’artiglieria, oltre qualche mortaio da 81.¬†Intanto laggi√Ļ vedevo gli alpini attaccare, cercare di scavalcare il¬†terrapieno: questo e il sottopassaggio erano tempestati di proiettili¬†nemici.¬†¬†Domandai di Gino Ferroni a qualcuno vicino: era laggi√Ļ al terrapieno, mi¬†dissero, comandava il reparto destinato a sfondare la difesa.¬†“Ferroni ce la fa” disse qualcuno.

I proiettili nemici quasi pi√Ļ non ci raggiungevano, ma pur sempre colpivano¬†qualcuno che cadeva con un urlo; il fuoco nemico per√≤ si concentrava sulle¬†nostre avanguardie.¬†Corse a un tratto fino al punto in cui mi trovavo, rimandato dall’uno¬†all’altro all’indietro un comando: “Avanti, avanti”: da noi!¬†che abbastanza avanti eravamo, a quelli che ancora sostavano indietro, la¬†gente avanz√≤ frammezzo ai proiettili che ancora venivano.¬†Fra i corpi morti che via via si facevano sempre pi√Ļ frequenti, incalzato dai¬†sopravvenienti, arrivai in una piazzetta: c’era una casa ad un piano verso la¬†quale in tanti si dirigevano.

Vi entrai, vidi delle marmitte ancora fumanti, il rancio che i russi avevano¬†abbandonato: non ricordo come, ma mi trovai un mestolo in mano e ne mangiai,¬†pressato dai tanti che, anche loro, avevano trovato da sfamarsi.¬†Gi√† annottava, cercavo un luogo dove dormire: intanto chiedevo di Gino¬†Ferroni. “E” stato ferito” mi dissero “l’hanno portato l√¨¬†– l√† – pi√Ļ in l√† – non lo so.” Smisi di cercare; ero affranto. Mi ricoverai in¬†un luogo qualsiasi. Dormii fino al mattino.

Seppi poi – anni dopo – di un fatto singolare: alcuni della Tridentina e di¬†altri reparti avevano visto la battaglia dall’alto del campanile della chiesa¬†di Nikolajewka. Fatti prigionieri alcuni giorni prima, erano stati rinchiusi¬†nel campanile, e al sorgere della battaglia in parte avevano raggiunto la¬†cella campanaria superiore, paventando che la nostra artiglieria li¬†raggiungesse, ma sperando nel contempo che arrivassimo a liberarli.

La mattina ripartimmo, avendo modo di vedere le postazioni nemiche con le¬†armi, ancora efficienti, che tanto ci avevano tormentato il giorno prima: Gino¬†Ferroni era morto nella notte, mi dissero. Anche la Tridentina mi parve¬†dissolta, come esausta dallo sforzo enorme: non vidi pi√Ļ reparti organizzati,¬†ma gruppi di amici che negli stenti cercavano di ritrovarsi.¬†Nikolajewka fu una vittoria: due giorni dopo la passione di Russia fin√¨.

Capitano Spartaco Martinengo
comandante del Reparto Comando Reggimento, 3^ Artiglieria Alpina

Quella mattina, mi veniva fatto di pensare che, per la prima volta, la notte¬†era trascorsa senza sentire sopra la testa il sibilo continuo causato dai¬†proiettili che una batteria di pesanti pezzi tedeschi scagliava contro le¬†linee russe per contrastarne i pressanti attacchi;¬†mi sembrava logico concludere che la situazione dovesse essere migliorata.¬†Mentre facevo queste considerazioni, mi avviavo verso l’isba ove era¬†alloggiato il comandante del reggimento, quando sulla porta incontro il¬†maggiore Dal Fabbro, al quale faccio presente le mie osservazioni.

Con l’aria¬†sorniona, come era sua abitudine, mi dice:¬†“C’√® proprio da stare allegri! Sai perch√© stanotte non hai sentito i¬†proiettili fischiare sulla tua testa? Perch√© la batteria ha cambiato direzione¬†di tiro di 180 gradi”. “Che vuol dire?” chiesi. “Vuol dire che i russi in¬†qualche parte del fronte hanno sfondato e ora sono alle nostre spalle di¬†diversi chilometri. C’√® di pi√Ļ;” continu√≤ “senza dire niente sembra che la¬†batteria stia preparandosi ad andarsene, inoltre per mezzogiorno il comando¬†tedesco ha convocato il nostro comando per istruzioni, probabilmente dovremo¬†spostarci ancora una volta. Eventualmente, mi chiese, quanto tempo ti occorre¬†per poterti spostare con la batteria?” “In questi ultimi tempi siamo ormai¬†abituati ai cambiamenti improvvisi” risposi “in un’ora siamo pronti a¬†partire.”

All’ora stabilita accompagnai il colonnello Moro, comandante del reggimento al¬†comando tedesco, diversi chilometri dietro le nostre linee. Lo lasciai sulla¬†porta e rimasi ad attenderlo. Pochi minuti dopo usciva sconvolto. Poche¬†parole! Questa notte lasciamo la linea! Appuntamento a Podgornoje! E i¬†tedeschi?, chiesi. Mi guard√≤ senza rispondermi.¬†Cos√¨ quella notte ebbe inizio la nostra ritirata. Appuntamento a Podgornoje! Appuntamento con la morte per migliaia di ragazzi!¬†Da quanti giorni stiamo marciando sulla neve? Due, tre, non ricordo. Quanti¬†attacchi abbiamo sub√¨to? Non ricordo. Quanti caduti morti combattendo o¬†sfiniti sulla neve? Tanti! Basta guardarsi attorno, la fila si assottiglia¬†sempre pi√Ļ. Abbiamo scaricato tutto dalle slitte che sono state caricate di¬†feriti; quelli pi√Ļ stanchi, fra i sani, cerchiamo di trascinarli avanti¬†legandoli a noi.

Con quella temperatura e i pochi stracci che ormai ci¬†ricoprono, fermarsi, anche pochi istanti sulla neve, vuol dire la morte.¬†Ad un tratto incontriamo un paese di poche isbe, sulla strada.¬†Dal comando arriva un ordine. Alt per riposare e riorganizzarsi.¬†Come possiamo ci ricoveriamo, ammassandoci, nella prima isba che incontriamo.¬†Entriamo in ogni isba, pi√Ļ di quanti pare possibile starci. Cerchiamo di¬†mangiare quel poco che abbiamo con noi, ma soprattutto cerchiamo un po’ di¬†caldo. Non ricordo quanto siamo rimasti cos√¨, certo non molto.

Ad un tratto nel silenzio della nostra stanchezza, sentiamo, prima sommesso,¬†poi sempre pi√Ļ preciso, il rumore noto della ferraglia in movimento. Il primo¬†grido, che da giorni teniamo in noi come l’unica speranza di vita, erompe:¬†sono i carri armati tedeschi che vengono ad aiutarci. Ci precipitiamo fuori.¬†E’ un attimo! Le sagome che cominciano a delinearsi sono impressionanti, ma¬†soprattutto ci levano le illusioni i colpi che arrivano e che ormai ben¬†conosciamo.

Sono quelli dei parabellum, impugnati dai soldati che a decine si trovano sui¬†carri. Decine e decine di altri caduti, chi pu√≤ cerca di defilarsi dietro un¬†qualsiasi ostacolo, sulle slitte i feriti urlano, chi ha sotto mano un’arma¬†cerca di sparare, ma √® pi√Ļ un istinto, che un tentativo. Bisogna abbandonare¬†al pi√Ļ presto il luogo perch√© fra pochi attimi cominceranno le artiglierie dei¬†carri.

Via con le slitte, come √® possibile, pi√Ļ presto che sia possibile. Ci¬†dirigiamo d’istinto verso il fondo del paese, dalla parte opposta a quella¬†dove sono apparsi i carri armati.¬†In fondo al paese, che sta su un cocuzzolo, c’√® un profondo e lungo canalone,¬†una balka. Ci buttiamo verso il basso per defilarci al tiro delle artiglierie¬†che stanno cominciando a centrare il paese. La colonna scende per qualche¬†centinaio di metri, con la neve a mezza gamba. Le slitte, le poche rimaste,¬†faticano anche in discesa ma occorre andare, andare.

Dopo un po’, forse una mezz’ora, ci fermiamo perch√© siamo di fronte ad un¬†problema. Le tracce sulla neve, di chi ci ha preceduto, si biforcano. Una¬†pista continua seguendo il canalone, l’altra piega sulla destra risalendo il¬†fianco della balka, puntando verso ovest:¬†sto pensando di continuare ancora per un po’ lungo il canalone e di portarmi¬†pi√Ļ tardi verso ovest. Informo quelli che mi sono vicini, del mio progetto,¬†decidiamo di riposare un istante e poi andare.

Stiamo per riprendere la marcia, se ancora tale poteva chiamarsi quel¬†supplizio, quando alle mie spalle sento una voce chiamarmi: “Martino,¬†Martino”, e vedo il maggiore Dal Fabbro che mi fa cenno di aspettarlo. E’¬† subito l√¨ e mi domanda: “Tu da che parte pensi di andare?” “Per ora lungo il¬†canalone” risposi. “Io andrei a destra”, dice lui. “Per me fa lo stesso,¬†l’importante √® stare pi√Ļ uniti che si pu√≤” rispondo. Mi rivolgo agli altri e¬†dico: “Tutti a destra”.

Dopo qualche ora di marcia, quando già è notte, troviamo qualche isba e decidiamo di fermarci. Nel mezzo della notte siamo raggiunti da qualche sbandato proveniente dalla colonna che io avevo pensato di seguire; ci racconta che qualche ora prima, gli stessi carri armati che ci avevano attaccato in paese, avevano raggiunto la colonna decimandola. Un solo pensiero: grazie, Dal Fabbro.

Ce l’hanno fatta! Un urlo si propaga per tutta la colonna: i russi stanno¬†andandosene, la strada √® aperta. Nella notte che sta scendendo √® tutto un¬†correre verso le isbe, verso la salvezza. La salvezza. La discesa che porta a¬†Nikolajewka √® disseminata di morti. Per i vivi non c’√® che una salvezza,¬†raggiungere un’isba prima che sopraggiunga la notte, soltanto l√†, almeno per¬†ora esiste la salvezza. Ormai ognuno di noi lo sa, o l’isba o la morte dentro¬†un manto di ghiaccio. Siamo stanchi, avviliti, se non era per quei bravi¬†ragazzi della Tridentina, ancora in gamba, nessuno avrebbe potuto salvarsi¬†dalla fine.

Da quando abbiamo iniziato la ritirata ci hanno sempre detto¬†avanti, resistere, lottare, domani arrivano i carri armati tedeschi e siamo¬†salvi. Finora questo pensiero ha rincuorato tutti, ma ormai siamo certi che¬†anche questa √® una delle tante storie che ci siamo sentiti raccontare sinora.¬†Ora nessuno sa pi√Ļ cosa dire e siamo diventati una colonna di esseri¬†striscianti in mezzo alla steppa, dal sorgere del sole al cader della notte.¬†Dopo un cercare posto affannosamente, verso il fondo del paese (tutti si¬†accalcano nella prima isba che trovano, temendo di non trovarne una seconda)¬†troviamo due isbe vicine.

Nella prima ricoveriamo i pochi muli rimasti e i¬†cavallini russi che tanto ci sono serviti, nell’altra ci stipiamo fino a che √®¬†possibile, i feriti sdraiati e gli altri accovacciati con la testa sulle¬†ginocchia per occupare meno posto possibile. In un angolo c’√® anche un povero¬†letto ma nell’isba c’√® anche una povera vecchia donna, forse una nonna, con¬†tanti bambini piccoli; appena siamo entrati la donna ha messo legna sul fuoco,¬†dell’acqua a scaldare e qualche patata a bollire. Il letto √® per loro!

Mangiamo qualche cosa e ci mettiamo a riposare, come √® possibile; domani si¬†ricomincia. La donna e i bambini salgono sul letto. Non so da quanto tempo sto¬†dormendo, quando sento, pi√Ļ che un lamento, una sorta di imprecazioni venire¬†da uno dei feriti sdraiati per terra a fianco del letto; mi sveglio meglio, mi¬†ricordo che l√¨ ci deve essere un tenente degli alpini che portiamo con noi¬†fino dal primo giorno.¬†Tante sono le ferite che ha, che √® quasi completamente immobile.

Pensando che abbia bisogno di qualcosa, vedo di avvicinarmi e solo allora mi¬†rendo conto. Uno dei bambini, in piedi sul letto, sta facendo la pip√¨ e il¬†poveretto immobilizzato non ha altra difesa che quella di brontolare, perch√©¬†se la sta prendendo tutta addosso. Se non ci fosse da piangere, verrebbe¬†voglia di ridere. Siamo veramente ridotti a larve di uomini, non so quanto¬†ormai vicini ai confini con la morte…

Alpino Pietro Schiro
83ª Compagnia Cannoni Anticarro

Dopo tutti i combattimenti sulla lama del Don pi√Ļ volte andammo in soccorso,¬†perch√© eravamo una compagnia autonoma. Inaspettatamente costretti a iniziare¬†la famosa ritirata, dove posso dire che il giorno 26 gennaio ’43 mi trovavo su¬†una altura circa 400 metri da Nikolajewka fra la Divisione Tridentina. L√¨ i¬†russi hanno aperto il fuoco contro di noi. A due passi da me c’era un¬†ufficiale italiano che io non lo conoscevo e disse chi ha ancora una cartuccia¬†passi l√†, e noi gi√† esauriti di munizioni tutti fermi.

Cos√¨ quell’ufficiale¬†coraggioso disse: “Mettetevi per nazione e al comando del mio fischietto vi¬†raccomando di urlare con tutta voce: Italiani Savoia, Tedeschi Ur√†, Ungheresi e via via la sua lingua”. E cos√¨ fu, fra 20 minuti si sent√¨ il fischietto e¬†una valanga di voce si sent√¨ e gi√Ļ di corsa entrando a Nikolajewka lasciando¬†molti dei nostri compagni.¬†Altro non mi alungo, prego di volermi scusare del mio semplice e sincero¬†scritto.

Sergente Bortolo Guerrino
303ª Sezione Sanità

Il tenente medico Francini da Siena sempre si lagnava con il capitano Ortolani¬†da Palermo perch√© gli alpini non lo salutavano militarmente. Il capitano¬†Ortolani gli diceva: “Non farci caso, questi alpini se dovesse venire¬†l’occasione saranno quelli che ti salvano la vita. Basta che sappiano che noi¬†ufficiali gli vogliamo bene”.¬†“Per√≤ questo non √® disciplina” rispondeva il tenente.¬†“La disciplina come la immagini tu che sei nuovo del fronte, non esiste. Se¬†per il passato ti hanno salutato, e ora non lo fanno pi√Ļ √® perch√© loro hanno¬†sulle spalle il fronte della Grecia, della Francia, e della Spagna, qualcuno¬†anche dell’Etiopia; ora tu sei nuovo, per√≤ impara a vederli come fanno il loro¬†dovere e se capitasse di andare al fronte allora li conoscerai chi sono…”

E venne che si dovette andare il 23 dicembre a liberare Rossosch e il 17¬†gennaio a Podgornoje quando all’arrivo dei carri armati russi noi con i feriti¬†eravamo per essere circondati dai russi, e l’unico ufficiale medico era con¬†me, pi√Ļ i quattro conducenti con le slitte di feriti e otto alpini della¬†sezione.

Francini si meravigliava e sperava nel coraggio alpino, mentre il grosso della¬†sezione era oltre il centro del paese in attesa di mandarci a chiamare.¬†Vedendo che non ci si sarebbe potuto pi√Ļ sganciare dai russi, dicemmo al¬†tenente Francini: “Vada con il suo attendente dal capitano e dal resto della¬†sezione, che noi dobbiamo restare qui per tenere a bada i russi”.

Noi con fucili, i russi con carri armati; e così fu che il tenente Francini arrivò a Nikolajewka con il resto della sezione e poi in Italia. Ma io no! Sparammo come matti. Ma quello che ci impedì di retrocedere fu un fronte dietro le spalle di partigiani, che ci strinsero fra due fuochi. Morirono in tanti, feriti che si tenevano la ferita con le mani.

Soldati russi e¬†partigiani ci fermarono e obbligarono ad alzar le mani, perch√© se no era la¬†morte. E da quel momento incominci√≤ la vita della prigionia.¬†Tenente Alberto Croci¬†Comando Tattico¬†Ritengo che solo la forza della disperazione, oltre l’eroismo della¬†Tridentina, abbia permesso lo sfondamento di Nikolajewka. Il comando russo¬†sapeva certamente che lo sbarramento costituiva l’ultima possibilit√† di¬†annientare i resti del Corpo d’Armata Alpino.

Gi√† alle prime luci del 26¬†gennaio la colonna rallentava la marcia: segno evidente che qualche ostacolo¬†gi√† ritardava il nostro penoso cammino. Il reparto mitraglieri del comando¬†tattico Julia, da me dipendente, era stato pi√Ļ volte decimato. Non eravamo che¬†una ventina di uomini, pi√Ļ qualche ferito su una grossa slitta recuperata¬†durante la ritirata. Neppure pi√Ļ una delle nostre 12 mitragliatrici che tanto¬†ci avevano sostenuto durante i numerosi combattimenti di quei giorni; venti¬†volti trasfigurati dal gelo, dalla fame, dagli sforzi, dalla disperazione.

In¬†quei giorni mi erano stati validamente vicini il tenente F√Ļchsel del quartiere¬†generale Julia, il mio attendente Gigio Grotto di Schio, l’aiutante furiere¬†Schiatti, di Parma, e qualche altro.¬†Il freddo era intenso; i feriti sulla slitta si lamentavano continuamente. Non era pi√Ļ possibile attendere che la colonna si muovesse. Del resto gi√† da¬†diversi giorni avevo convinto i miei uomini che era inutile arrestarsi; se il¬†destino nostro era deciso, inutile attendere! Ordinai pertanto di cercare una¬†pista che ci permettesse di raggiungere la testa della colonna.

I sordi boati¬†delle artiglierie si facevano sempre pi√Ļ nitidi; poco dopo si ud√¨ netto il¬†caratteristico crepitio delle mitragliatrici. Non eravamo molto lontani dal¬†costone che nessuno di noi sapeva essere quello di Nikolajewka. La marcia di¬†avvicinamento si faceva sempre pi√Ļ difficoltosa.¬†Gli eroici battaglioni della Tridentina si stavano approntando per l’attacco.

Ci consultammo un momento e prendemmo la decisione di non intralciare oltre¬†gli alpini della Tridentina che si apprestavano ad un combattimento che¬†l’arrivo imprevisto di aerei russi faceva presumere pi√Ļ violento che mai. I¬†subalterni chiamavano per nome i loro alpini; gli ufficiali superiori¬†difendevano anche con la pistola in pugno lo schieramento dall’infiltramento¬†degli sbandati.

Gli sbandati eravamo noi; i pochi superstiti del mese di combattimenti¬†sostenuti dalla Julia sul Don. Come gi√† mi era successo altre volte mi prese¬†un singhiozzo terribile. F√Ļchsel ed i miei uomini mi rincuorarono. Forse¬†sarebbe stato meglio restare l√† sul Don se ora non potevamo servire a nulla!¬†Il pianto mi calm√≤, ricordai una volta ancora il volto di mia madre e decisi¬†di compiere un largo semicerchio. Non potevo resistere attendendo.

Del resto¬†anche i pochi alpini rimasti accusavano un inizio di congelamento; non vi era¬†ormai da alcuni giorni un briciolo di pane. Se entro sera non si fosse trovata¬†un’isba, sarebbe stata la fine per tutti: F√Ļchsel condivise il mio punto di¬†vista. Uscimmo dalla colonna per superarla; lessi negli occhi di tutti il¬†lampo di terrore. Tutti ormai sapevamo che se qualcuno di noi fosse caduto¬†perch√© sfinito o ferito, nessuno l’avrebbe raccolto. Io pregavo e con me¬†pregavano i miei alpini: era una sola preghiera di dolore. Convinsi altri¬†sbandati a seguirci. La lenta piccola colonna si avvi√≤. Forse non era giunto il nostro momento, perch√© dopo qualche ora un aereo russo ci mitragli√≤ a bassa¬†quota due volte senza colpirci, le pallottole entravano silenziose a zigza¬† nel ghiaccio.

In due o tre ore aggirammo i battaglioni della Tridentina per non pi√Ļ di¬†qualche migliaio di metri. Continuavano i combattimenti sempre pi√Ļ intensi ed¬†arrivammo finalmente al costone. Impossibile scendere. E poi, dove saremmo¬†finiti? Ci avvicinammo ai reparti della Tridentina. Il crepuscolo era ormai¬†prossimo; il gelo aumentava. Le katiusce laceravano l’aria; due o tre¬†semoventi tedeschi e la nostra artiglieria da montagna cercavano di¬†individuare le postazioni nemiche.

Le mitragliatrici crepitavano continuamente; sembrava fosse la fine per tutti.¬†Ogni tanto una voce urlava: Tir√†no avanti! Avanti l’Edolo! I battaglioni della¬†Tridentina si alternavano all’attacco. Gli aerei non davano tregua. Le urla¬†erano disumane.¬†Ormai tutta la Tridentina era schierata all’attacco e perci√≤ il resto della¬†colonna sia pure lentamente avanzava con il suo carico pietoso di morti e¬†feriti. Ripeto, non so se pi√Ļ cont√≤ l’eroismo della Tridentina o la forza¬†della disperazione nostra.

Sta di fatto che quando ormai sembrava tutto¬†perduto, quando forse ormai la maggior parte di noi non aveva pi√Ļ alcuna¬†speranza, un urlo disumano ci scosse. La marea avanz√≤, ridiede forza.¬†Abbandonammo amici feriti e morenti e seguimmo la marea gi√Ļ per il costone¬†sino alla ferrovia e poi su sino alle isbe di Nikolajewka. Tutto venne¬†travolto, anche ogni senso di umana solidariet√†, tutto sino a che le katiusce¬†non tacquero.

Ormai calava la sera. Solo gli ultimi feriti vennero raccolti; gli altri, i veri martiri di Nikolajewka, raggiunsero in cielo Cantore Col tempo i ricordi si sono affievoliti; rimane però un fondo) amaro, qualcosa che forse porteremo con noi nella tomba perché difficilmente un uomo riconosce in sé i suoi istinti disumani ed il suo egoismo.

Tenente cappellano don Ambrogio Piami
813¬ļ Ospedale da Campo

I giorni pi√Ļ intensi di avvenimenti, di atti di eroismo e di episodi che¬†rivelano il vero carattere dell’alpino si pu√≤ dire siano stati quelli fra il¬†17 gennaio (da quando cio√® si ha la certezza di essere chiusi in un cerchio¬†dai russi) e il 7 febbraio 1943.¬†Ho ancora negli occhi la visione di tutti quei morti, a migliaia purtroppo,¬†rimasti insepolti sulla neve: a ben pochi ho potuto portare l’ultimo conforto.¬†L’unico che siamo riusciti a seppellire sotto terra √® stato il mio conducente¬†Claudio Lori.

Il 20 gennaio altra battaglia contro formazioni regolari russe sostenute da¬†carri armati. Siamo tra due fuochi: infatti alle nostre spalle da un costone¬†lontano circa mille metri si vede una lunga schiera di russi che scendono¬†sparando rabbiosamente col parabellum. Ci si domanda ansiosamente: “Quanti¬†saranno? Riusciremo a cavarcela?”. Un ricognitore russo ci sorvola: c’√® un¬†silenzio di tomba; nessuno parla, siamo a colloquio con noi stessi ed in quel¬†momento tutti i nostri cari lontani si affollano alla nostra mente.

Ed ecco che un canto solenne di preghiera a Dio e di sfida al nemico si alza da un gruppo di alpini della indomita Julia: Stelutis Alpinis. Quel canto ci solleva il morale e ci infonde coraggio e la speranza di uscire dal cerchio di fuoco. Si riparte incolonnati verso nuovi paesi e verso nuove incognite continuando quelle marce in mezzo alla neve in un continuo saliscendi sulle montagne russe che raddoppiano la nostra fatica. Il 24 gennaio ci sorprende una spaventosa bufera di neve che taglia la faccia e le gambe. Tutto sembra accanirsi contro di noi.

Il 26 gennaio a Nikitowka siamo attaccati da partigiani: c’√® una sparatoria¬†generale; al debole chiarore della luna non si distingue pi√Ļ l’italiano dal¬†russo: tutti sparano alla cieca. Si sentono grida, urla, imprecazioni. Si caricano i feriti ed i congelati sulle slitte.¬†Da ogni casa, si pu√≤ dire, partono raffiche di parabellum: molti alpini ed¬†artiglieri hanno trovato gloriosa morte in questa nera giornata che vide fin¬†dal mattino i battaglioni della Tridentina combattere per conquistare¬†Nikolajewka.

A sera Nikolajewka √® caduta ed entriamo per passare la notte.¬†Occupiamo un’isba e vi sistemiamo i feriti. La notte passa senza incidenti.¬†Si parte di buon mattino con la speranza di arrivare a caposaldo tedesco.¬†Nella strada a tutte le ore, salvo la notte, passa sempre la lunga ed¬†interminabile colonna composta da italiani, tedeschi, ungheresi e romeni.¬†Non ravviseresti pi√Ļ quei soldati alpini che in undici battaglie sanguinose¬†hanno infranto il cerchio di fuoco e di ferro che i russi avevano serrato, ma¬†dei pezzenti accattoni che stentatamente si trascinavano per non cadere¬†sfiniti.

Tenente veterinario Raffaele Costanze
3^ Reggimento Artiglieria Alpina

Il 14 gennaio 1943, di ritorno da Rossosch, dove mi ero recato a rapporto dal¬†capo servizio veterinario del Corpo d’Armata Alpino, nell’attraversare il¬†campo degli Stukas, situato nei pressi di Rossosch osservavo che non c’erano¬†pi√Ļ aerei, e neppure i tedeschi che avevamo notato il giorno prima, di guardia¬†al mucchio di grosse bombe accatastate nei pressi del tratto di terreno¬†spianato a pista d’involo.

Ci√≤ mi sbalordiva. Cominci√≤, cos√¨, a farsi strada un sottile senso d’allarme;¬†vago, in principio, e poi, sempre pi√Ļ attanagliante, per la nostra sorte¬†futura. E dire, che a Rossosch avevamo fiutato che si prospettava la¬†possibilit√† di poter rimanere a caposaldo sul Don; addirittura sino a¬†primavera!¬†Col ripiegamento di tutti i reparti della Julia verso Popowka, tre ‘ giorni¬†dopo cominci√≤ la tragica ritirata.¬†Si part√¨ alle prime ore pomeridiane dalla zona di Seleny Jafil e Mesonki. Un¬†freddo agghiacciante, che incarogn√¨ in modo atroce durante la notte.

Seguivo come un’ombra l’amico capitano Musitelli, comandante del RMV¬†dell’Udine, che frusciando avanti e indietro lungo il reparto gridava di¬†restare in colonna agli uomini arrancanti e curvi in avanti, per meglio¬†ripararsi dal vento che da nord c’investiva, mozzandoci il respiro¬†Si scarpin√≤, passo dopo passo, pena dopo pena, ininterrottamente, per oltre¬†venti ore. Molti i congelati quella notte.¬†Anche il sottotenente Baruffi sub√¨ un grave congelamento ai piedi, nel¬†nobilissimo, lungo tentativo di recuperare il prezioso carico dell’ultima¬†slitta del reparto rovinata in una balka.

A mezzogiorno del giorno dopo si giunse a Popowka, dove sostammo qualche ora¬†in attesa delle batterie del nostro reggimento e dei reparti della Julia, che¬†vi affluiscono nel pomeriggio e in serata.¬†Quando si ripart√¨ per Kopanki, verso le ore pi√Ļ cupe della notte, mi sentii¬†svuotato e sperduto, come se fossi solo, in quella gelida e allucinante¬†immensit√† di balke e conche, dove si affondava nella neve sino al ventre.

Alle prime brume dell’alba del 19 gennaio, la colonna, di cui ero un piccolo¬†granello, il 9^ Alpini, il Gruppo Udine e il Gruppo Val Piave, venne bloccata¬†a Kopanki.¬†Era il dramma. Passare dove si poteva.¬†All’attacco dei carri e dei mortai russi si rispose rabbiosamente con il fuoco¬†dei piccoli pezzi da montagna prodigiosamente manovrati dai nostri artiglieri¬†e con lo slancio ancora indomito e irriducibile degli alpini dei gloriosi¬†battaglioni L’Aquila, Vicenza e Val Cismon; anche se gi√† ridotti al 50 per¬†cento dei propri effettivi dai durissimi precedenti combattimenti di un mese¬†allo scoperto, nel settore KalitwaIvanowkaSeleny Jar, a protezione del¬†fianco destro del Corpo d’Armata Alpino.

Molti i feriti e morenti, che affluirono al piccolo pagliaio dove il¬†bravissimo e caro Cieri, tenente medico della gloriosa 17¬™ Batteria¬†dell’Udine, aveva approntato all’aperto un posto di medicazione di fortuna. Qui diedi una mano a detergere ferite, flittene e bolle di mani e piedi¬†piagati dai congelamenti.¬†“Sior dottore, il mulo Stizzoso”, cos√¨ chiamato per il suo temperamento, e¬†sempre unto di pomata contro la rogna, rimediata in ottobre a Sergejewka¬†“… si sta ingrassando!” “Ma va…” “No, no… Venga a vedere” mi fa il¬†maniscalco. “E’ stato colpito alla spalla sinistra e ha cominciato a¬†gonfiarsi.” Mi porto subito al boschetto di betulle, dove erano state riunite¬†la maggior parte delle salmerie del gruppo e mi avvicino con la dovuta¬†precauzione al bizzoso testone che vedo occupato a scortecciare la betulla¬†alla quale √® legato.

Un lungo sbrego rossastro e non pi√Ļ sanguinante segna la¬†zona sterno ascellare offesa da una scheggia. Attraverso la breccia slabbrata,¬†ad ogni atto respiratorio e a ogni movimento dell’animale, l’aria esterna,¬†infiltrandosi nel sottocute della spalla, sino al torace, all’addome, alla¬†groppa e alle cosce, gli ha conferito l’aspetto grottesco e mostruoso di una¬†botte tenuta su trespoli. Niente di grave, a parte la vistosit√† dello¬†sbrego, ma solo un abnorme teorismo sottocutaneo che in un paio di giorni si¬†sarebbe riassorbito.

Provvedo a suturare la breccia con una quindicina di¬†punti “Va l√†, povero can, anca a ti la Russia la xe mar√©gna! Te te grassi con¬†l’aria invece che col fien e la biada, adesso; ma prima te ga gi√† regala la¬†rogna!” lo saluta con una pacca sul collo, il suo conducente.¬†Nel pomeriggio, un pezzo della 17¬™ viene saggiamente messo a retroguardia dal¬†tenente Moroni, il valoroso comandante della batteria, per controbattere e¬†contrastare il fuoco di altri reparti russi che seguendoci da Popowka,¬†tentano di stringere ancora pi√Ļ saldamente il cerchio alle nostre spalle.

Gli effetti del tiro preciso allentano la stretta che ci premeva anche alle spalle. Al morir del giorno, a fatica, quanta fatica, i feriti e invalidi vengono trasportati a dorso di mulo o accompagnati, a seconda della gravità del loro stato, sino alle prime isbe di un villaggio. Il doppio solco che gambe trascinate segnano nella neve testimonia la dura fatica dei cirenei portatori e accompagnatori che, sotto lo sforzo, come i muli, fumano vapore che presto si rapprende in gelidi pendagli, sulle ciglia, sulla barba e sui baffi.

Nell’isba, dove i morenti, gli intrasportabili, i congelati gravi saranno¬†lasciati pi√Ļ tardi alla piet√† dei russi, distribuisco qualche pacchetto di¬†medicazione, anche i miei personali.¬†Esco intontito dall’isba e con i polmoni grevi del lezzo dell’ambiente.¬†Vado dal comandante del Gruppo Udine tenente colonnello Cocuzza, un vero¬†galantuomo, per il rapporto agli ufficiali tenuto dal comandante della colonna¬†il colonnello Lavizzari. Bisogna abbandonare tutto; pezzi, salmerie, feriti e¬†congelati, per tentare di passarci alla spicciolata, con le sole armi¬†individuali, col favore della notte.

I pezzi vengono inutilizzati. Un¬†ufficiale medico, il pi√Ļ giovane e celibe, condivider√†, povero ragazzo, la¬†sorte dei feriti, malati e morenti ammucchiati in poche isbe! E all’imbrunire,¬†quando oramai si cominciava a disperare di poter passare anche alla¬†spicciolata, Musitelli da l’ordine di distribuire al reparto, a tutti in¬†uguale misura la cosiddetta razione di ferro. Due scatolette di carne, qualche¬†galletta e qualche bomba a mano, quelle rossastre e cilindriche di lamierino.¬†“Prima di lanciarle” mi venne raccomandato, quando ne assegnarono due anche a¬†me, oltre a tre caricatori per il moschetto “bisogna tirare con i denti la¬†coppiglia che tiene il fermo della sicura”.

Intascai nel cappottone quella doppia razione alimentareesplosiva e via, in¬†marcia, tutta la notte in un trepidante silenzio; rotto solo dall’ossessivo,¬†gracidante scoppiettio di vecchia motocicletta, del Rata (aereo ricognitore¬†russo) che ci accompagn√≤ sino all’alba, per segnalare ai propri comandi il¬†nostro cammino.¬†La colonna (9^ Alpini, Gruppo Udine e Val Piave), la mattina dopo sost√≤ in un¬†piccolo villaggio e, poi, dopo altre tre ore di dura marcia, in un altro¬†prossimo al quadrivio per Olikhowatka.

Qui, parte gi√† ammucchiati nelle isbe e¬†parte ancora all’addiaccio e in penosa ricerca di un buco al caldo, siamo¬†agganciati e serrati da presso dai russi affluiti con carri, autoblinde e¬†autocarri dalla poco lontana Rossosch, che rimane a sinistra della nostra¬†direttrice di marcia.¬†Una piccola sacca nella grande sacca.¬†Io esco a tempo dall’isba come uno spiritato, fermamente deciso a vender cara¬†la pelle, assieme ai pochi che decidono di seguirmi.¬†La pelle, ai russi, non ho nessuna intenzione di lasciargliela; non voglio¬†finire i miei giorni per consunzione in un campo di prigionia.

Meglio piuttosto essere sdruciti e bucherellati, o lì, sul bianco della neve, stroncati! Come il giorno prima a Kopanki, il caro Meneghin, valoroso caporal maggiore della 17ª, la cui fine gloriosa strappò tanti singulti dolorosi al cuore di Moroni, suo comandante di batteria. Meglio ancora, infinitamente meglio, se posso poi portarmela a casa integra. E così, quella tempestiva decisione mi porta fuori della tenaglia, appena in tempo, con pochi artiglieri e alpini.

Agli spari e al parapiglia che seguono penosamente mi affanno a distanziarmi¬†il pi√Ļ possibile da quel rogo dove si sta consumando la colonna e tirarmi a¬†salvamento con lo sparuto gruppo che mi ha seguito.¬†Sennonch√©, dal colmo del mammellone che ci permetterebbe di buttarci al di l√†¬†e fuori del tiro diretto dei carri, alcuni russi, acquattati sul costone¬†presero a irrorarci coi parabellum. Si risponde con i moschetti, ma si rimanse¬†l√¨. “A terra, a terra. Stai gi√Ļ.” “Ma bisogna far qualcosa, signor tenente…”¬†“Cosa? Beh, se lanciamo qualche bomba e subito scarponiamo di lato, forse… E¬†va bene, tiriamole. Ma tutti insieme, e subito di corsa… l√†, a destra… a¬†quella balka. E che Dio ce la mandi buona!” Lo scoppio di alcune bombe e via.

Ma, aggirato il mammellone e superato senza danni per nessuno il difficile¬†passo, affondo la mano nella tasca ed… eccole l√¨:… una ballerina e… una¬†scatoletta; ai russi avevo lanciato una bomba, si, ma anche una scatoletta?¬†Naturalmente tolgo subito dal primo alloggiamento la scatoletta rimastami e¬†l’affosso fuori tiro in una tasca dei calzoni.¬†Mi libero, poi, della seconda bomba uscendo da Nikitowka, per non farmi¬†incocciare dai partigiani lungo la cittadina, mentre alle prime luci dell’alba¬†tento di raggiungere il grosso che gi√† si √® mosso.

Raggiungiamo la colonna che sta lentamente serpeggiando verso la saga di¬†Nikolajewka, dove gli alpini della Tridentina con il loro generosissimo sangue¬†hanno aperto a tutti la strada di casa. Rimane solo, insoluto per me, come io¬†abbia fatto a salvarmi dai pericoli superati durante quest’altra tremenda¬†giornata.

Coraggio?… O √® stata la paura di rimanere colpito dal mitragliamento aereo,¬†restando fermo sul ciglione della balka che degrada a conca verso la cittadina¬†(e brulicante di umanit√† allucinata, soldati tedeschi, rumeni, ungheresi,¬†italiani) che mi ha spinto avanti.¬†Oppure il rimorso di coscienza per la pavida inazione di semplice spettatore,¬†mentre sangue generoso viene abbondantemente versato anche per la mia¬†salvezza, ha spento in me ogni cautela di opportunistica attesa,¬†proiettandomi, cos√¨, al di l√† del terrapieno della ferrovia, oltre la quale¬†intravediamo la salvezza? e col solito gruppetto entrare, al fine, a¬†Nikolajewka alle prime ore del pomeriggio, armato della sola e pressoch√©¬†inutile Beretta e di tanta tanta, buona sorte?

Mi era rimasta, cos√¨, soltanto una scatoletta. Ne pregustavo il sapore. Ogni¬†tanto la palpavo per assicurarmi che fosse sempre l√†. L’avrei difesa con tutti¬†i mezzi poich√© mi ero ripromesso che dovesse essere l’ultimo boccone, prima di¬†allungarmi definitivamente nella neve, se un qualche accidente mi ci avesse¬†steso.¬†Per tutto quell’arco di tempo divenne ossessione e speranza, quella maledetta¬†scatoletta. Una tentazione macerante che s’ingigantiva ogni giorno di pi√Ļ¬†assieme con i crampi lancinanti dello stomaco.

Dopo Nikolajewka, proprio non ce la facevo pi√Ļ a resistere.¬†Dopo Nikolajewka cominci√≤ a farsi strada in me la balzana idea che, forse, la¬†scatoletta mi portava fortuna… Che la torturante pena del tira e molla… la¬†mangio e non la mangio… fosse la salvezza, nel senso che, sino a tanto che¬†la lasciavo in tasca, io ce l’avrei fatta a salvarmi.¬†Questo pensiero divenne convinzione assoluta, fede che cos√¨ sarebbe dovuto¬†accadere. E la lasciai l√†, al calduccio, presso il femore destro, ancora per¬†qualche tempo. Sino a Bolsche Troitzskoje.

Qui giunto, stremato e al lumicino,¬†ma finalmente felice, come lo eravamo tutti, per averla scampata, grazie anche¬†alla illuminata decisione del maggiore Dal Fabbro aiutante maggiore del¬†comando del 3^ il quale, prima di Nowyi Oskol, indusse a farci dirottare a¬†qualche distanza dal paese che venne lasciato alla nostra destra, c√†pito in¬†un’isba di quelle assegnate al Val Piave. Ti ritrovo:¬†Aurili, che si lavava in un grosso catino approntatogli dalla mamuska padrona¬†di casa e, attorno, Grazioli, Quarti, Picecco, Ferrazzi e altri che si davano¬†da fare per scaldare sulla stufa poche fette di pane nero, da poco¬†distribuiteci assieme a qualche cucchiaiata di poltiglia marronerossiccia,¬†che la sussistenza germanica aveva stabilito essere marmelade.

Tirai allora¬†fuori, quella dannata scatoletta diventata stralucida a furia di palparla¬†durante gli innumerevoli prendi e riponi di tanti giorni.¬†Attonita maraviglia degli astanti. Sbalordimento e incredulit√†.¬†Bocche aperte a forno. Ooohhh!!! e, subito, un profluvio di male parole,¬†d’improperi al mio indirizzo. Sporco accaparratore. Affamatore degli alpini.¬†Noi a dannare e lui a sbafare. Non crauti marci e verminosi, ma scatolette.¬†Tale la reazione della barbuta e pidocchiosa ufficialeria che mi fece¬†bellamente fuori in un battibaleno quella che era stata per me una ragione di¬†vita e, in quanto tale, era rimasta sino all’ultimo, ma solo per me,… la¬†razione di ferro!¬†Mi fecero assaggiare solo un grumino di gelatina rimasta in fondo al¬†barattolo…

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