ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 37

a cura di Cornelio Galas

Fonte:¬†“Nikolajewka: c’ero anch’io”.¬†Giulio Bedeschi. Testimonianze fra cronaca e storia

Caporal maggiore Mario Pellarin
Artigliere Giobatta Zanuttini
13ª Batteria, Gruppo Conegliano, 3^ Reggimento Artiglieria Alpina

(Dialogo registrato):

ZANUTTINI. La 13¬™ Batteria assieme alla 15¬™ e ad altri gruppi di artiglieria¬†alpina era arrivata a Ssolowjew – Nowo Postojalowka nel pomeriggio del 19¬†gennaio. Immediatamente venne incaricato i il sergente Pellegrino Bellina da¬†Moggio Udinese di portarsi con il 4^ pezzo della 13¬™ in posizione avanzata¬†verso un paese situato a ovest di Ssolowjew, nei pressi del quale gli alpini¬†dell’8^ avevano organizzato una linea di difesa. Il 4^ pezzo al comando del¬†caporal maggiore Pellarin si spost√≤ prima di sera in quella direzione.

Erano circa le 22, quando i russi ci attaccarono con carri armati che¬†sbucarono improvvisamente fuori del paese. La luna splendeva e ci permise di¬†scorgerli e di prevedere l’attacco. I carri si precipitarono verso la nostra¬†linea sparando in tutte le direzioni. Un carro veniva giusto verso di noi: lo¬†inquadrammo e attendemmo che si avvicinasse di pi√Ļ. Quando fu a poche decine¬†di metri di distanza per√≤ il carro ci vide, gir√≤ bruscamente e ci venne sopra.

Sparammo a distanza ravvicinatissima: al chiarore della vampa mi parve che¬†l’enorme T 34 fosse stato colpito in pieno; ma il carro non si ferm√≤: il¬†proietto certamente era scivolato su di lui senza neppure graffiarlo. In un¬†baleno fu su di noi: il sergente Bellina mi url√≤ di buttarmi da parte e balz√≤¬†via a sinistra del pezzo; io cercai di fare altrettanto alla destra, ma mi¬†impigliai un “valenki” (lo stivale di feltro che portavamo ai piedi) nella¬†manovella di direzione del pezzo.

Per liberarmi perdetti alcuni istanti preziosi: il carro fu sul pezzo, lo schiacciò come una noce e continuò la sua corsa: io fui colpito di striscio da un cingolo. Fui buttato da parte nella neve, ma mi rialzai subito cercando di allontanarmi. In quel momento il mio amico Pellarin si precipitò a cercarmi: mi credeva maciullato dal carro armato e mi chiamava forte per nome.

Grande fu la sua sorpresa e la sua gioia nel¬†trovarmi in piedi vivo e vegeto come non mai!¬†Il 4^ pezzo della 13¬™ per√≤ non esisteva pi√Ļ!¬†Intanto l’attacco era cessato e noi ripiegammo rapidamente verso la linea¬†delle batterie dove rimanemmo quella notte.

PELLARIN. Arrivati alla linea pezzi incontro il capitano D’Amico. Era stanco¬†mortalmente. Mi chiede una sigaretta. “Ho solo delle milit, io, capitano” gli¬†rispondo. “Magari” dice lui. Cos√¨ gli offro alcune sigarette che lui fuma¬†avidamente. Dopo si prepara con una coperta e della paglia un buco per dormire¬†accanto ad un enorme pagliaio che stava bruciando: il calore del fuoco ci¬†rendeva possibile resistere al tremendo freddo che faceva.

Io mi stesi a pochi passi da lui. Improvvisamente dall’alto del pagliaio cade¬†una massa di fieno ardente che investe il capitano.¬†Balzo verso di lui e lo aiuto a liberarsi: bench√© avessi fatto questo alla¬†massima velocit√† il capitano non riusc√¨ a salvare la sua barba che usc√¨¬†dall’incendio tutta bruciacchiata.¬†Il capitano mi ringrazia e mi dice: “Eh, Pellarin, quante cose ci tocca¬†sopportare prima di morire! Ad ogni modo, se torneremo in Italia, mi ricorder√≤¬†di te”.

Il resto della notte pass√≤ senza altri incidenti.¬†Allo spuntare dell’alba del 20 gennaio, andammo a recuperare le nostre cose¬†abbandonate nella nostra slitta vicino al pezzo distrutto: era tutto quello¬†che ci rimaneva: un po’ di viveri e delle munizioni per i pezzi. Mentre¬†ripiegavamo i russi ripresero a sparare contro di noi: io venni colpito.¬†Portato a Ssolowjew, venni medicato, ma i miei compagni non vollero lasciarmi¬†nell’isba trasformata in ospedale: mi caricarono invece sulla slitta che¬†misero al riparo dell’isba pronta a partire.¬†¬†Con quella slitta io feci quasi¬†tutto il ripiegamento e arrivai a salvamento fuori della sacca.

ZANUTTINI. La successiva giornata del 20 gennaio fu tutta un inferno: attacchi e contrattacchi, incursioni di carri armati, assalto nostro contro le fanterie russe, morti e feriti da tutte le parti, tanto che le poche isbe di Ssolowjew erano letteralmente piene di feriti. Durante il giorno le nostre batterie fecero continuamente fuoco fino al quasi esaurimento delle munizioni. La 13ª perse un pezzo, inutilizzato da un colpo nella culla.

A sera, seguendo il Conegliano, ripiegammo con i due pezzi rimasti, con le slitte che ci rimanevano e con i feriti che potevano essere trasportati. Noi in particolare caricammo sulla nostra il caporal maggiore Pellarin che non poteva camminare a causa della sua ferita alla schiena. Furono durissime le marce dei due giorni seguenti: freddo intenso, cammino
estenuante a causa della neve perch√© noi seguivamo piste non battute…

Finalmente due giorni dopo ci arrestiamo in un paese (io credo fosse Nowo¬†Georgiewka) per poter preparare e prendere un rancio caldo – erano ormai sei¬†giorni che non prendevamo nulla di caldo! – I cucinieri, con quel che era¬†rimasto stavano accendendo i fuochi e si arrabattavano intorno ai “bidoni”.¬†Quando fu pronto e ormai tutti in fila, soldati e ufficiali con le gavette¬†stavamo per ricevere la nostra razione: allarme! autoblinde e carri armati¬†circondano il paese sparando all’impazzata bruciando e sfondando le isbe.

Fu¬†allora che i fratelli gemelli Cagno, Bruno e Carlo, della 13¬™ per nulla¬†spaventati, balzarono al nostro 3^ pezzo e risposero al fuoco fino¬†all’esaurimento completo delle munizioni. Poi buttato via l’otturatore i due¬†gemelli abbandonarono il paese: questa fu la fine del 3^ pezzo della 13¬™¬†Batteria.¬†Ma anche l’ultimo pezzo rimase a Nowo Georgiewka…
La 13¬™ era finita come batteria… Gli uomini, quelli che poterono,¬†ripiegarono sulle piste innevate seguendo dopo d’allora la sorte della¬†Tridentina.

Alpino Angelo Dorigo
72ª Compagnia, Battaglione Tolmezzo, 8^ Reggimento Alpini

Mi piacerebbe ricordare tutti, soprattutto i comandanti, a cominciare dal maggiore Talamo che ora abita a Trieste. Fui ferito sui roccioni alla sinistra del ponte Colico, in Albania, fui fatto prigioniero, assieme al tenente medico Fontana il 17 marzo 1941 e fui liberato dopo 80 giorni dal Battaglione San Marco. Rimpatriato, fui mandato in Russia. Qui, feci tutta la ritirata, fino a che fui ferito, il 24 gennaio 1943, da una sventagliata di parabellum alla schiena; sembra una cosa impossibile, ma subito dopo fui colpito da un colpo di mortaio sullo zaino, colpo che finì con lo sfracellarmi la schiena.

Da allora mi portarono in slitta. Fui ferito assieme al sergente maggiore¬†Vilson tuttora a Udine, impiegato in prefettura; ricordo che ero in un lungo¬†paese che stava bruciando (Candotti dice che forse era Scheljakino). Il fatto¬†avvenne perch√© sulla slitta che era assieme a noi c’era il maggiore Talamo¬†congelato (particolare che dovrebbe ricordare anche il sergente Toffolon); fu¬†per difendere lui da un attacco di partigiani russi armati di armi¬†automatiche, che ci esponemmo io e Vilson. Ora porto le mie ferite con vari dolori; ho la schiena che sembra un¬†“crivello”, ma insomma non mi lagno perch√© la pelle l’ho portata a casa;¬†lavoro e faccio lo stradino comunale.

Alpino Basilio Celant
13ª Batteria Artiglieria Alpina (Grecia) Р8^ Reparto Salmerie Divisionali
(Russia)

Partito il 10 agosto per il fronte russo, fui a Isjum e quindi tutto il¬†trasferimento fino al Don. Ricordo Semejki, con i campi di patate e quelli di¬†orzo ed avena che erano pi√Ļ in alto; allora si facevano le uscite notturne per¬†procurarci da mangiare: l’orzo veniva macinato con macinini a mano. E cos√¨ si¬†era spesso in riva al Don.

Quindi si aveva sempre polenta, spesso patate e roba buona. Artico da Motta di Livenza, me lo ricordo bene, era il mio compagno favorito e con lui si andava nel bosco a prendere i tronchi per metterci bene il luogo dove svernare. Era tutto fatto veramente bello, ma ci toccò lasciare ogni ben di Dio. Ho lasciato la 13ª Batteria e sono stato aggregato alle salmerie ancora prima di Natale.

Fummo mandati verso Rossosch dove c’erano delle fabbriche di cemento. Il¬†capitano, un piemontese, mi manda sulla strada e mi da l’ordine di non¬†lasciare passare nessuno. Dico: “E se vengono i carri armati, come mi¬†regolo?”. “Fesso, nasconditi” e ci ridemmo su, convinti entrambi che fosse una¬†barzelletta. Invece…

A metà gennaio 1943, assieme al capitano ed al tenente Giardino, altro piemontese, iniziammo il ripiegamento con una lunga marcia ed un largo giro per evitare i pericoli dei russi. Quindi su Podgornoje. Sempre con i muli, ai quali avevamo cavato il basto per non stancarli. Si arriva ad un bivio e lì si trovano delle macchine nostre: smontano quelli che sono su, ci dicono che siamo accerchiati e che sarà difficile salvarsi a cavarsela. Praticamente era come se ci avessero detto: si salvi chi può; i russi ci sono tutti attorno.

Artigliere alpino Guglielmo Pilot
15ª Batteria, Gruppo Conegliano, 3^ Reggimento Artiglieria Alpina

La ritirata con tutto quello che segue e che ognuno di noi pu√≤ raccontare:¬†fame, sete, paura, combattimenti e… gambe. Prima notte a Popowka, siamo¬†stati attaccati; due giorni dopo eravamo appena fuori da un bosco, c’erano¬†molti pagliai e delle isbe; l√¨ siamo stati attaccati dai carri armati. La¬†linea pezzi √® stata travolta, ma tre carri armati sono stati immobilizzati.

Certo non c’era proporzione tra le forze nostre e quelle russe; ricordo un¬†sergente maggiore attaccato al pezzo che fu travolto da un carro armato contro¬†il quale era inutile sparare, perch√© sembrava invulnerabile. Il sergente e il¬†pezzo sono stati schiacciati come giocattoli. Lo stesso giorno fu ferito il¬†capitano Monzani.

Abbiamo quindi camminato ancora altri giorni e notti, sfuggendo sempre a tutti¬†i pericoli del freddo, dei combattimenti, dei partigiani: non ricordo¬†assolutamente i nomi delle localit√† che ho passato, perch√© non c’erano¬†indicazioni di nessun genere e meno che meno la voglia di informarsi dove si¬†era. Bastava andare verso l’Italia e la salvezza.

Tenente Mario Candotti
15ª e 13ª Batteria, Gruppo Conegliano, 72ª Batteria Anticarro
Sergente Bruno Zanni
13ª e 14ª Batteria, Gruppo Conegliano
Tenente medico Guido Scaramuzza
633¬ļ Ospedale da Campo

(Dialogo registrato):

CANDOTTI. Per cominciare a smuovere i ricordi, devo provocare il sergente¬†Zanni a raccontare un fatto accaduto il 20 gennaio 1943. Io incontro il Gruppo¬†Conegliano dopo una giornata passata in un bosco sotto l’attacco dei russi;¬†trovo il colonnello Rossotto, il quale, vedendomi ancora in gamba, mi manda a¬†vedere che cosa stanno facendo alcuni nostri uomini vicino a tre carri armati.¬†Anche se stanco, vado e vedo ancora da lontano un tipo su un carro armato che¬†si sbraccia e sta urlando: “Vigni qua che ve fasso fora tuti!”.

ZANNI. Appunto; ero proprio io. Avevo trovato sei o sette alpini seduti sulla¬†neve con una gavetta di cognac in mezzo; ho chiesto loro di poter¬†approfittare. “Bevi pure, alpino” mi risponde uno ed io ho bevuto a¬†garganella. Questo mi ha messo vigore e allora avanti.¬†Mi sono precipitato contro chi voleva sbarrarci il passo gridando:¬†“Li femo fora tuti”. Trovo un carro armato gi√† distrutto dai nostri, pezzi, vi¬†salgo su: a sinistra c’√® la 13¬™; mi passano la mitragliatrice e sul carro¬†armato passo tre o quattro ore gridando sempre: “Avanti che li femo fora¬†tuti!”, “Avanti che li magnemo tuti!” e fuoco accelerato.

CANDOTTI. Questo √® vero e il fatto mi √® rimasto tanto impresso che ritrovando¬†qui, a Meduna di Livenza, lo Zanni ben vent’anni dopo, lo apostrofo: “Zanni,¬†l’ultima volta che ti ho visto eri ubriaco!” e Zanni mi ha risposto: “S√¨, sior¬†tenente, ma li gavemo magnai tuti!”.¬†Questo episodio √® successo a sudovest del bivio di Postojalyi, dove il giorno¬†dopo √® stato fatto prigioniero tutto il Gruppo Udine. Da l√¨, noi superstiti,¬†durante la notte, siamo scesi a sud e, fatto un lungo giro, siamo risaliti¬†verso nord e quindi sorpassato il bivio di Postojalyi.

Dopo una tremenda¬†marcia di un’altra giornata siamo arrivati a Nowo Georgiewka, dove √® stato¬†duramente colpito il Conegliano e caduto prigioniero il comando dell’8^¬†Alpini, tanti ufficiali fra cui il capitano Magnani…¬†Qui volevamo mangiare e, per la prima volta dopo tanti giorni, stavamo per¬†ricevere il rancio caldo ed eravamo in fila con le gavette, quando appunto¬†improvvisamente siamo stati attaccati…

CAVASIN. Erano gi√† tre giorni che non assaggiavamo nulla, tranne qualche rara¬†patata trovata in qualche isba. Ci siamo riparati sotto una grande tettoia¬†perch√© c’era la bufera; abbiamo preparato il rancio caldo. Sono uscito un¬†momento per un bisogno quando ho scorto i russi che ci accerchiavano; sono¬†lentamente retrocesso, sempre col fucile spianato; ho quindi sparato contro un¬†russo che √® caduto ed ho dato l’allarme. Quindi fuga… ed abbiamo rimandato¬†il rancio caldo ad occasione pi√Ļ favorevole.

Ho poi trovato quattro alpini congelati su una slitta, che mi hanno pregato di¬†aiutarli: ho promesso il mio aiuto fino a quando fossimo in salvo, fuori della¬†sacca. Abbiamo cos√¨ camminato solleciti e senza fermarci, tanto che arrivammo¬†a Nowyi Oskol.¬†Qui un altoparlante annuncia che feriti e congelati, di qualsiasi nazionalit√†,¬†si fermino perch√© c’√® l’ospedale: con dei camion verranno evacuati su Karkow.

I miei compagni non hanno voluto però che io li lasciassi e sono rimasto con loro lì fino al 30 gennaio: in quel giorno i russi mi hanno fatto prigioniero e sono tornato in Italia dopo 42 mesi, tanto che mia moglie ha avuto per 27 mesi la pensione di vedova di guerra, perché creduto morto.

CANDOTTI. 22 gennaio 1943, piazza di Nowo Georgiewka con un freddo feroce e¬†molta neve. Le batterie sono raccolte dopo due giorni e tre notti di cammino;¬†finalmente si prepara qualcosa di caldo. Con me c’√® il tenente Emett di¬†Ancona.¬†Avevo accompagnato poco prima una pattuglia di mitraglieri formata da miei¬†soldati verso il nord del paese, sopra le ultime isbe.

Improvvisamente parte un colpo ed un’isba si incendia. Prego Emett di prendere¬†il brodo per me e vado a vedere della mia pattuglia.¬†Da nord sono apparse delle autoblindo recanti segni tedeschi e sparano su di¬†noi; alla nostra sinistra dei soldati tedeschi ci gridano di non rispondere al¬†fuoco. Poco dopo per√≤ arrivano i carri armati T 34 che circondano e investono¬†il paese.

Spariamo qualche raffica, ma non c’√® nulla da fare. Do ordine di¬†scendere in paese. Saranno passati dieci minuti… la piazza √® deserta, i¬†bidoni del brodo sono rovesciati, slitte con feriti ribaltate per ogni dove;¬†di uomini nessuna traccia… Non trovo neppure il mio amico Emett: lo rivedr√≤¬†solo dopo quattro anni… da lui passati in prigionia.

NEMOLI. Dopo il famoso brodo, abbiamo trovato carri armati e partigiani che¬†sparavano con pallottole traccianti per tutta la notte.¬†Al mattino, dopo aver riposato un po’ in un’isba, siamo accolti da quattro¬†carri armati. Scappando un alpino ad un certo punto mi dice:¬†“Ma, sono ferito” vedendosi tutto sporco di sangue: in realt√† si trattava di¬†un colpo che aveva ferito un altro ed aveva imbrattato il mio momentaneo¬†compagno.

Ci inoltrammo in un boschetto. I carri armati, nel loro continuo¬†andare, hanno travolto quanti passavano e scappavano. Girai dietro l’isba e¬†continuai a scappare; fu l√¨ che perdetti di vista il tenente medico della 15¬™¬†di cui non ricordo il nome. Me ne resi conto, per√≤, solo nel pomeriggio:¬†allora tornai indietro di circa 5 chilometri. Ad un certo punto mi fermai¬†dietro un pagliaio, dove c’erano muli abbandonati e l√¨ rividi il tenente il¬†quale era stanchissimo e fu felice di rivedermi: lo aiutai a salire su un¬†mulo, alla cui coda mi attaccai e spronando a tutto spi√†no la bestia marciammo¬†fino a che, verso sera, raggiungemmo i nostri compagni.

Camminammo tutta la notte: al mattino ci fermammo in un’isba, solo poco tempo,¬†ma poi, nel rimetterci in cammino ci perdemmo nuovamente e definitivamente di¬†vista. I miei compagni mi dissero, dopo, che egli era tornato sui suoi passi¬†per cercare me, quasi a ricambiare quanto io avevo fatto il giorno prima.

PASIANOTTO. Io ricordo benissimo Ssolowjew, il 20 gennaio:¬†si era come su un altipiano; il comando della Cuneense gridava di andare¬†avanti. Si scese lentamente e a lungo; c’erano moltissimi caduti di¬†combattimenti appena avvenuti. Le poche isbe erano in fiamme. In una, ancora¬†intatta, entro, per ripararmi dalla bufera ed uno mi dice: “Qui dentro c’√®¬†anche il caporal maggiore Maronese purtroppo √® ormai in agonia”. Difatti, egli¬†stava tanto male, pallido, sfatto, che stentavo a riconoscerlo; era tutto¬†sangue e ghiaccio, con qualche fasciatura sommaria.¬†L√¨, quel giorno, ci fu grande battaglia fra la Cuneense e la Julia contro i¬†russi, con una strage da una parte e dall’altra.

CANDOTTI. Ricordo che c’era anche un ospedale da campo in un boschetto…

SCARAMUZZA. Era il 633¬ļ Ospedale da campo della Julia, ove facevo servizio¬†anch’io; quel giorno fu un vero macello e ben poco potemmo fare, perch√©¬†avevamo mezzi assai scarsi. La battaglia infuri√≤ fino a sera: sembr√≤ perfino¬†che ci dovessimo arrendere. A notte si ricominci√≤ a ripiegare. Io, giorni¬†dopo, uscii a sud di Nikolajewka perch√© mi trovai accodato ad una pattuglia¬†tedesca che riceveva rifornimenti ed informazioni da una cicogna. Il 28 sera¬†arrivai difatti ad un caposaldo tedesco.

TOFFOLON. Anch’io sono uscito con quella colonna. Il paese nel quale arrivammo¬†era Protokolnoje (almeno mi pare questo il nome) e difatti, il 29 mattino ci¬†trovammo appunto io e lei, dottore.

PASIANOTTO. In un paesello sconosciuto, sempre il 20 gennaio;¬†ho lasciato Attilio Biasutto, altro compagno della 13¬™ Batteria, pure di¬†Brische di Meduna di Livenza: il paese era tutto in fiamme, tutti gridavano e¬†urlavano dalle ferite; pure il Biasutto, appoggiato ad una slitta, era ferito¬†ad una coscia. Lui, che era del 1917, diceva a me, che sono del ’21: “Bocia¬†scappa; qui ci sono carri armati; se hai la fortuna di tornare a Meduna¬†racconta ai miei come mi hai lasciato”.

Sono costretto a scappare, inseguito¬†dai carri armati che travolgevano quanto e quanti incontravano sul loro¬†cammino. Finalmente mi butto gi√Ļ in una balka dove c’era un buon metro di¬†neve. Da questo canalone ho camminato fino al mattino successivo: vedo una¬†luce e mi oriento. C’erano militari italiani e tedeschi che stavano scaldando¬†qualcosa. Chiedo dov’√® la colonna e mi rispondono che √® a qualche centinaio di¬†metri: arranco a tutta forza, cercando anche di correre, fino a che mi sono¬†accodato alla lunga colonna.

CITTON. Ho cominciato la ritirata nella notte del 15-16 gennaio;¬†il 16 fu a Olichowatka dove avvenne il primo accerchiamento;¬†il 17 attaccati dai partigiani, non vidi pi√Ļ un amico di Padova, certo Emilio¬†Bonato. Il 18 ancora attaccati dai partigiani; nella notte accerchiati a¬†Waluiki. Il 20 ero gi√† a Karkow: arrivai alle 14 circa.¬†Dopo due ore mi incontrai coi compagni di reparto, con grande sorpresa del¬†capitano Bosi di Torino, che non mi aveva neppure riconosciuto.

CANDOTTI. Il 25 gennaio siamo passati per quel lungo paese dai tanti¬†alveari…

ZANNI. S√¨, l√† abbiamo portato i feriti; abbiamo passata la notte in un’isba,¬†senza accorgerci che c’erano le api. Per√≤ hanno pensato loro a farsi¬†riconoscere: durante il sonno si sono intrufolate tra di noi e ci hanno¬†svegliato facendoci gridare dalle punzecchiature. Stavamo bene al caldo, tutti¬†stretti l’uno all’altro, ma purtroppo ci dovemmo subire il loro incomodo e¬†tutti tiravamo calci contro queste intruse; l’unico che non poteva muoversi¬†perch√© con una gamba rotta, un certo Bottos di Azzano, si prendeva cos√¨,¬†disgraziato, anche i nostri calci…

Artigliere alpino Pietro Cavasin
Gruppo Conegliano
Alpino Luigi Citton
8^ Reparto Salmerie
Artigliere alpino Luigi Nemoli
15ª batteria
Artigliere alpino Isaia Pasianotto
13ª Batteria
Sergente Alessandro Toffolon
Battaglione Tolmezzo

(Dialogo registrato):

BOTTOS. Il 20 gennaio 1943, terzo giorno di ritirata dal fronte del Don ci fu¬†un violentissimo combattimento, a Nowo Postojalowka e ricordo che portai un¬†paio di slitte di feriti all’ospedaletto del dottor Scaramuzza, ora qui¬†presente, in un’isba in mezzo ad un boschetto; fu una vera carneficina ed una¬†giornata campale.¬†Il giorno dopo, ricordo bene un’isba con un’unica porta; al di fuori i nostri¬†feriti ed i resti dell’artiglieria alpina sulla sinistra e sulla destra i¬†carri armati russi che rappresentavano un gravissimo pericolo e non ci¬†permettevano di proseguire per metterci in salvo.

Dissi a Tesolin di spostarsi sulla sinistra con il suo cavallino ed io cercai¬†di scappare sulla destra; sennonch√© fatti pochi metri ebbi la gamba sinistra¬†colpita da una raffica. Saltando solo sulla gamba destra mi portai fuori tiro¬†una decina di metri e saltai al di l√† di un muro. Uno dei soldati del carro¬†armato poggi√≤ la pistola sulla fronte di uno dei nostri come se fosse una¬†carezza e spar√≤; mi coprii gli occhi con le mani ed ebbi come una visione¬†angelica e difatti nel togliermi le mani dagli occhi vidi il Tesolin con uno¬†slittino tirato dal cavallino rosso che mi offriva di salvarmi…

TESOLIN. Cercai di caricare Bottos sullo slittino, ma si teneva tanto stretto¬†al mio collo che quasi non ce la facevo a muovermi;¬†finalmente mi lasci√≤ fare e riuscii a sistemarlo. Sullo slittino c’era, anzi,¬†tutto il materiale del mio capitano, sacco a pelo, zaino, lettino, ecc.; e¬†chiesi al capitano cosa dovevo fare di tutta questa roba.¬†Mi rispose di arrangiarmi e di salvare il compagno ferito. Buttai perci√≤ via¬†tutto e sistemai Bottos alla meno peggio, poich√© la slitta era corta, circa¬†ottanta centimetri e la sua gamba ferita non stava neppure dentro tutta. Mi¬†incamminai lungo una balka (quella specie di piccoli burroni caratteristici
della Russia).

Prendere quella strada fu la nostra salvezza perch√© purtroppo gli ufficiali e¬†sottufficiali che si erano messi a riposare un poco pi√Ļ avanti furono tutti¬†distrutti e l√¨ fu proprio la loro morte. Il cammino fu lungo. Il giorno dopo¬†vedemmo la Tridentina sfilare intatta e poderosa sulla nostra sinistra. Cos√¨¬†per una dozzina di giorni, fino a che, il due o tre febbraio lo consegnai alla¬†Croce Rossa, essendo gi√† in salvo e fuori della sacca.

BOTTOS. Io restavo sempre sulla slitta anche quando capitava di trovare¬†un’isba nella quale riposare; mi facevo legare le redini alla gamba ferita in¬†modo da essere svegliato nel caso che qualcuno volesse rubare il cavallino.¬†Una notte, appunto per questo, mi lasciano fuori di un’isba e mi coprono con¬†un mucchio di fieno per non farmi sentire troppo il freddo che era sempre¬†tanto tanto. C’erano vicini dei muli i quali si sono messi a mangiare il fieno¬†che mi copriva – povere bestie avevano tanta di quella fame! non certo meno¬†della nostra… – e ad un certo punto mi morsicarono anche calzoni e relativa¬†gamba che c’era dentro…

Poco dopo pass√≤ un tenente medico (giurerei che era¬†Bedeschi!) e lo pregai di sistemarmi alla meglio la gamba ferita; purtroppo¬†non pot√© farmi gran che perch√© anch’egli era senza nulla, n√© pacchetti di¬†medicazione od altro e mi disse che era meglio non smuovere la fasciatura, per¬†non andare incontro a pericolo di emorragie. Mi avevano dato dei semi di¬†girasole ed avevo tutto il tempo di nutrirmi con quelli.¬†Ebbi anche l’occasione di farmi portare dentro un’isba e l√¨ l’amico Zanni di¬†Meduna mi offr√¨ del miele, sennonch√© in esso c’erano delle api vive che mi¬†ferirono tutte le labbra e restai gonfio per vari giorni.

Le api uscirono poi¬†in tale quantit√† che mordevano i miei compagni che tiravano calci per¬†difendersi, e una gran parte di quei calci finivano sulla mia gamba ferita,¬†poich√© non riuscivo a spostarla…¬†La mattina successiva, per non farmi soffrire e trasportarmi meglio, mi¬†coricarono su mezza porta; cos√¨, distesa su quella la gamba stava bene, poich√©¬†altrimenti ballonzolava troppo con grandi dolori e soprattutto pericolo che si¬†rompesse del tutto ed andasse in cancrena.

Da quel giorno rimasi sempre¬†disteso sulla porta, sennonch√© il catenaccio mi batteva proprio sulla colonna¬†vertebrale e sui reni, tanto che ne porto tuttora le conseguenze…¬†Difatti, smontato dallo slittino di Tesolin, fui caricato su un camion sempre¬†con la mia famosa porta. Cos√¨ andai fino a Varsavia:¬†difatti la prima medicazione la ebbi proprio l√† e fui liberato dal tormentoso¬†catenaccio alla schiena…

TESOLIN. Ci fermammo, un giorno per un po’”di riposo, sennonch√© un fante mi¬†port√≤ via il cavallino e mi lasci√≤ al posto un mulo che non ce la faceva¬†neppure a stare in piedi; tutto questo approfittando del fatto che eravamo¬†entrati un momento in una casa.¬†Ad ogni modo proseguimmo lo stesso come Dio volle. Ma dopo sette giorni¬†trovammo una slitta col nostro cavallino e, dopo una baruffa, che per fortuna¬†non raggiunse toni troppo elevati, riebbimo il nostro cavallino e demmo al¬†ladro il suo mulo in restituzione.

Cos√¨, sistemati un po’ meglio, potemmo in tanti usufruire dell’aiuto del¬†prezioso cavallino rosso e ci facemmo tirare, un po’”sulla slitta ed un po’¬†sulle briglie: Umberto Pacca, Marson, Ugozzi, Renzo De Marchi, Martin da¬†Chions, ecc. Quando eravamo quasi fuori, trovai anche Furlan di Torre il quale¬†non voleva proseguire convinto di essere gi√† in salvo e ci beffeggiava perch√©¬†noi avevamo fretta di camminare. Invece egli rimase l√¨: fu fatto prigioniero e¬†risulta disperso.

Ci fu anche un ufficiale che voleva che gli cedessi la slitta ed ebbimo una forte discussione poiché io insistetti che quella mi serviva per portare in salvo il ferito che la occupava, il caro amico Bottos che adesso è qui con noi.

BOTTOS. Dunque ebbi la prima medicazione a Varsavia, poi fui;¬†fatto proseguire per l’Italia ed ai primi di marzo del 1943 fui a Pavia, poi a¬†Pordenone, quindi al Lido di Venezia. Sia i medici tedeschi sia quelli¬†italiani furono spesso sul punto di tagliarmi la gamba; chi diceva sopra il¬†ginocchio, chi sotto; chi voleva tanto e chi¬†poco. Fatto sta che un bel giorno decisi di tenermi la gamba come stava e come¬†sta tuttora. E’¬† tutta bucherellata, √® pi√Ļ corta ma mi serve, bene o male a¬†camminare ed a tirare avanti.

Artigliere alpino Romualdo Fachiri
14ª Batteria, Gruppo Conegliano, 3^ Reggimento Artiglieria Alpina

Delle giornate di Nikolajewka ricordo alcuni episodi se non degni di cronaca, tuttavia assai importanti per me e per la mia sopravvivenza. La sera prima della battaglia ero al sèguito di una colonna tedesca. Fummo attaccati dai russi che si trovavano appostati lungo i pendii delle colline. Stavamo attraversando con le slitte una palude gelata. Molti caddero colpiti dalle raffiche delle armi automatiche. La notte ci fermammo in un villaggio non molto distante da quella tragica conca.

Era notte; la colonna tedesca era ferma con i feriti immobilizzati sulle¬†slitte che facevano udire i loro gemiti e le loro implorazioni, mentre i¬†compagni erano dentro le isbe a scaldarsi. Era una notte limpida, fredda,¬†buia; la scena era quella di tutte le notti precedenti: allucinante, tesa,¬†piena di incognite, grave di oscuri presagi.¬†Stanchezza, fame, sonno e l’irrazionalit√† degli eventi che tenevano gli animi¬†in pena. Il sonno ci inchiod√≤ l’intera notte nel tepore di un’isba.

Al mattino i soldati russi erano appena fuori delle ultime case del villaggio¬†che ci aspettavano per incolonnarci separandoci dagli infermi e dagli inabili.¬†La colonna tedesca s’era volatilizzata ed eravamo rimasti soltanto noi.¬†italiani (qualche centinaio). Ci fecero attraversare un villaggio tutto¬†pavesato di rosso; in una specie di capannone o di grande stallone, l√¨¬†rimanemmo rinchiusi, guardati da alcuni partigiani armati. Attraversando il¬†villaggio fummo in parte spogliati delle poche coperte che stentatamente ci¬†portavamo addosso.

Erano per lo pi√Ļ le donne che ce le strappavano o le¬†chiedevano ai nostri accompagnatori i quali a loro volta ce le toglievano di¬†dosso o ci ordinavano di lasciarcele portar via. Intanto nel cielo di¬†Nikolajewka un apparecchio compiva evoluzioni, mitragliando o lanciando¬†spezzoni. Si udivano raffiche e sparatorie da terra, e queste durarono tutta¬†la giornata.

Con un partigiano potei scambiare alcune cose personali con cibarie; questi¬†erano molto arrendevoli e molto diversi dai soldati. Restarono in pochi, e¬†alla sera tardi c’era uno solo a farci la guardia.¬†Intanto noi uno alla volta alla spicciolata uscivamo da un pertugio praticato¬†in una parete di quello stallone, ma intanto anche l’ultima guardia aveva¬†pensato bene di svignarsela, cos√¨ potemmo rifugiarci nelle case di un vicino¬†villaggio. Diversi si sistemarono in quelle, io e un gruppetto (due tre)¬†ritenemmo pi√Ļ sicuro dirigersi verso Nikolajewka.

Purtroppo dovemmo lasciare¬†in una casa, con nostro sincero rammarico un compagno ferito la sera innanzi.¬†Non volle saperne di lasciarsi accompagnare da due di noi. Cercammo anche di¬†recuperare una slitta o qualcosa del genere. Non ne trovammo. Era molto¬†sofferente e comunque non ce l’avrebbe fatta in ogni caso a seguirci fino alla¬†citt√† distante un paio di chilometri, e la possibilit√† di raggiungere tale¬†localit√†, era anche per noi aleatoria. La pallottola l’aveva colpito nella¬†parte superiore della coscia. Partii con un amico; lo perdei per√≤ lungo la¬†strada. Era buio, sparavano; mucchi di cadaveri accatastati come ceppi pronti¬†per qualche allucinante rogo, si ergevano a tratti lungo il cammino che¬†percorrevo.

Alcuni spari nella notte mi avvertivano della presenza del nemico.¬†Sorgeva sempre il sospetto di venire scoperti per essere riacciuffati¬†nuovamente e ci√≤ mi dava vigore alle gambe le quali trovavano ancora qualche¬†residuo di energia per portarmi a Nikolajewka. Vi giunsi nella notte,¬†ovviamente non saprei certo descriverla. So soltanto che c’erano vie larghe e¬†colonne di slitte, uno strano esercito senza distintivi o contrassegni, gli¬†uomini si riparavano dietro gli animali o le slitte, altri nelle case. I¬†franchi tiratori colpivano sempre qualcuno e l’isba dove mi trovavo era ormai¬†piena di feriti. Alle volte colpivano anche dentro le case e bisognava stare¬†molto all’erta.

Alla mattina potei vedere tutto quello che rimaneva della Tridentina,¬†raggruppata in testa alla colonna. Era stata questa divisione, a quanto si¬†sentiva dire, che aveva rotto l’ennesimo accerchiamento.¬†C’erano alcuni comandanti che confabulavano con alcuni capi tedeschi; c’era un¬†apparecchio leggero coi pattini in cima a quella specie di pendio e al di l√†
tutta un’estesa pianura bianca limitata ad un certo punto da basse colline.¬†Rivedendo in quel momento le posizioni mi accorsi di quanto eravamo andati¬†lontano la sera innanzi, ci eravamo scostati di almeno un tre quattro¬†chilometri.

Ora vedevamo l’orizzonte aprirsi libero davanti a noi. I russi¬†sembravano spariti, almeno questa era la nostra impressione. Tuttavia alcuni¬†cenni abbastanza eloquenti facevano capire che bisognava affrettarsi. Gi√† in¬†precedenti situazioni ci eravamo accorti ad esempio della presenza di elementi¬†nemici, camuffati comunque in qualche modo, che cercavano di creare scompiglio¬†e panico fra le truppe.

Una volta poi quattro mongoli scesi da un carro armato¬†volevano (questo ci sembrava dai loro gesti) che, ci arrendessimo. La nostra¬†reazione tutt’altro che rassicurante li fece sparire dietro ad alcune piante.¬†Li trovammo poi stesi a terra. La fretta non ci permise naturalmente di¬†accertarci se fossero stati colpiti dai loro compagni oppure fingessero di¬†essere morti. Allora ci preoccupammo soltanto di alleggerirli dei sacchetti di¬†commestibili.

Alpino Giuseppe Bottos

Nikolajewka ritengo sia stata per noi come il passaggio del Mar Rosso per gli¬†ebrei: dietro c’erano le… piaghe d’Egitto. Questo ha fatto si che in s√®guito¬†ogni vicissitudine era posta in second’ordine nei confronti della necessit√† di¬†metterci in salvo di porre un margine di distacco dalle truppe che ci¬†seguivano, tale da garantirci la pi√Ļ assoluta sicurezza. Tutti coloro infatti¬†che dopo Nikolajewka non si;¬†attennero a questo principio giacquero succubi di quel bianco sterminato dove¬†molti altri nostri compagni incontrarono una tragica fine, i

Molti fatti a¬†distanza di anni restano sfuocati e l’ombra del ricordo si attenua, rimane¬†per√≤ un’impressione profonda che certamente non;¬†scomparir√† mai dalla nostra vita. A mio giudizio, proprio in Russia pi√Ļ che¬†altrove, si trov√≤, in quest’ultima guerra, in frizione acuta la civilt√†¬†contemporanea pi√Ļ che certe ideologie o mentalit√† di destra o di sinistra che¬†dir si voglia.

Artigliere alpino Ernesto Felice
14ª Batteria, Gruppo Conegliano, 3^ Reggimento Artiglieria Alpina

Forse non era ancora la met√† del giorno 26 gennaio 1943, ero da poco arrivato¬†sulla piana che precedeva la conca dell’omonima cittadella di Nikolajewka¬†entro la quale si trovava fortificata (secondo le voci correnti) una divisione¬†di regolari russi. Da essa giungeva un infernale bombardamento di cannoni e di¬†armi automatiche che massacrava e distruggeva le forze di avanguardia della¬†divisione Tridentina che fin dalle prime ore del mattino combattevano con¬†grande accanimento per aprire a tutti la strada della salvezza.

Siamo alle ore¬†del primo pomeriggio quando giunsero sopra di noi due o tre apparecchi russi¬†che iniziarono subito un feroce spezzonamento e mitragliamento. Noi eravamo¬†sulla neve completamente allo scoperto senza alcun riparo all’infuori di¬†quello di poter nascondere la testa sotto qualche slitta o sotto la pancia di¬†qualche mulo. Mantengo tutt’oggi un chiaro ricordo di questa orrenda scena:¬†decine e centinaia di teste e vari pezzi di membra umane e di muli mescolati a¬†frammenti di slitte volavano per l’aria. La calca era tale che neppure un solo¬†proiettile poteva considerarsi perduto.

Da oltre 3 giorni io stavo conducendo una slitta sulla quale avevo posto¬†infagottato di paglia, un mio compagno ferito alla gamba con l’intendimento di¬†portarlo fuori dalla sacca in salvo, per cui decisi di separarmi dalla massa¬†sulla quale si accaniva maggiormente l’offesa degli aerei indirizzandomi verso¬†un pagliaio che scorgevo a circa duecento metri. Dopo un centinaio di metri¬†una bomba cadde proprio sulla slitta e tutto salt√≤ a pezzi per aria; io venni¬†scaraventato sulla neve senza subire alcuna conseguenza, continuai di corsa¬†raggiungendo il pagliaio dietro il quale potei ripararmi e salvarmi.

Cessato il bombardamento ritornai indietro, avvicinai insieme i pezzi pi√Ļ¬†grossi del mio caro amico morto coprendoli con una coperta. Poco distante¬†erano alcuni cannoni e una katiuscia tedesca che sparavano sulla citt√†. Notai¬†anche il comandante della Tridentina che si agitava con le braccia brandendo¬†una pistola, stava discutendo con ufficiali nostri e tedeschi, pare avessero¬†detto che non si poteva fermarsi l√¨ ad aspettare la notte per morire di¬†freddo. La nostra massa era tale che anche con le scarse armi disponibili¬†avremmo avuto ragione dei russi.

Il sole era gi√† tramontato, un movimento insolito fa comprendere che qualche¬†cosa di nuovo c’√® per l’aria; infatti subito dopo la massa completa si¬†precipit√≤ sulla cittadina ove i russi dopo aver fatto di noi un macello furono¬†costretti a cedere e fuggire. Io mi trovo nell’abitato assieme a tre miei¬†compagni ed altri sconosciuti.

Dopo due ore di riposo vicino al fuoco ripresi il cammino, passai vicino ad un gruppetto di alpini che stavano completando di medicare e fasciare due loro compagni feriti, li vidi piangere e salutarsi, furono deposti sotto una piccola tettoia e lasciati lì nella vana speranza che i russi li avrebbero salvati.

Seppi pi√Ļ tardi che mor√¨ appena arrivato al villaggio. Io entrai quando ormai¬†era buio, non mi fermai perch√© le case erano in fiamme, andai a pernottare in¬†un gruppetto di isbe oltre Nikolajewka. La mia ragione allora non funzionava¬†pi√Ļ, non potevo proprio pi√Ļ andare avanti, avevo i piedi completamente¬†congelati e mi cominciavano a congelarsi anche le mani, morivo di fame, in due¬†giorni avevo messo in bocca solo un pugno di semi di girasole.

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