ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 34

a cura di Cornelio Galas

Fonte: “Nikolajewka: c’ero anch’io”. Giulio Bedeschi. Testimonianze fra cronaca e storia

Alpino Achille Telemaco De Nicolò
118ª Compagnia A. A., Battaglione Val Cismon, 9^ Reggimento Alpini

Non so che ore siano, ma certo vicino al mezzogiorno. Il sibilo ed il ronzio nelle orecchie va calando. Al mattino, dopo la morte del caporal maggiore Manaigo e di Seben, ho soccorso il portaferiti Olivier che dalla stessa granata aveva ricevuto in corpo parecchie schegge. Le sue condizioni sono un po’ più serie delle mie. Ora cerco il tenente d’artiglieria d’armata che mi ha aiutato dopo lo stordimento e la rottura timpanica da bombardamento aereo.

Ricordo un barbuto cappellano che mi ha messo il crocefisso sulle labbra. Capivo tutto in quei momenti ma non potevo reagire. Il tenente d’artiglieria d’armata, aiutato da un sergente mi ha porto aiuto e messo sulla slitta. Gradatamente mi sono ripreso, ma i suoni ormai li percepisco solo a sinistra. In sèguito ad uno dei tanti tafferugli non ho rivisto più i miei soccorritori. Ora mi guardo attorno, sento freddo persistente in corrispondenza alla metà della schiena e sul petto, appena sotto il collo.

Con la mano inguantata non posso rendermi conto e mi decido a togliermi il guanto e, tastando, comprendo che una scheggia mi ha strappato la tuta bianca, il pastrano, la giacca ed anche lo spallaccio della borsa della maschera antigas, che mi serviva anche da tascapane e porta effetti. Sul petto, invece, sono sbottonato e non mi rendo conto come mai. Comprendo quando vedo la catenina che ha una sola metà del piastrino di riconoscimento; l’altra metà me l’ha tolta il cappellano.

Penso di essere a 100-200 metri di distanza dalla testa della colonna. Lo deduco dalle azioni di disturbo dei partigiani che fanno delle puntate per massacrare degli uomini palesemente indifesi. Mi abbottono sul petto, ma il freddo punge sulla schiena e mi rendo conto della triste necessità di fare lo sciacallo. Vedo un caduto non ancora rigido e lo privo del pastrano e della tuta bianca.

La scena è terrificante. Ci sono degli uomini d’ogni grado con lo sguardo fisso nel nulla, inconsapevoli di quello che succede attorno a noi; impassibili, nonostante l’inferno che imperversa. C’è l’ufficiale con la barba brizzolata e con sul petto molti nastrini in prevalenza azzurri che, ridendo ed agitando le braccia, mostra una pistola. E’ impazzito. Maledice i paurosi e si spara sopra l’orecchio destro. Ho l’impressione che sia la soluzione migliore, perché sento che non ne posso più.

Un alpino con uno sfregio sanguinante in faccia ed il braccio destro obbligato al busto con delle striscie di mantella, mi chiede qual è la strada più breve per la caserma. Non so cosa rispondere e lui si allontana e si dirige verso la parte da dove più furioso ci proviene il fuoco dei partigiani. Avanza incerto, stancamente, sulla neve, finché si odono degli spari e cade. Granate sibilanti aprono delle scie nella neve ed esplodono solo se incontrano un ostacolo.

Il gelo solidifica l’alito sui passamontagne ed imbrina le ciglia. In corrispondenza dell’orecchio destro sento un senso di peso: è il sangue da otorragia che si gela. Mi rendo sempre più conto che in quell’ammassamento ondeggiante e disorientato i partigiani trovano più facile massacrarci e l’aviazione martellarci con bombe e mitragliamenti. Tento di portarmi più avanti con la speranza di trovare una situazione più chiara. Lo stordimento è quasi nullo e così anche il sibilo ed il ronzio.

Sono contento che non faccio tanta fatica, ma mi ricordo che nel pastrano lasciato vicino al caduto, avevo due fogli di galletta ed un pezzo di lesso di mulo che era gelato. Recupero tutto, anche qualche sigaretta. Si fa sentire il sinistro ululato della katiuscia che ci manda una scarica di razzi, questa volta più vicina del solito. Gli schianti sono terrificanti e ne seguono le urla strazianti dei feriti. Mi sono rifugiato fra una carretta tedesca e la carogna di un cavallo già rigido e, quando esco, non posso trattenere un senso d’orrore alla vista dei vuoti prodotti nella massa.

Ancora più convinto dell’opportunità di portarmi avanti mi decido, anche per cercare di capire perché da due o tre ore siamo fermi. Su e giù ai crateri lasciati dalle granate cerco di avanzare. Vedo a terra un sergente maggiore con una raccapricciante ferita al ventre dalla quale fuoriescono, col sangue, anche i visceri che per un po’”fumano di vapore, poi si imbrinano. Mi chiede: “Guarirò?”. Resto impietrito: come può parlare ancora? Cosa gli rispondo? L’inevitabile mi aiuta; il ferito piega il braccio sul quale è appoggiato, tuffa il viso nella neve rossa di sangue, annaspa per qualche secondo con l’altro braccio, poi la fine.

Come in altri casi la mia mente è occupata dal pensiero della patria, la famiglia, la mamma e la mia piccola Nebbiù dove sono nato, frazione di Pieve di Cadore. Per un po’ mi sento preso da un senso di terrore e di angoscia. Sono stanco e vorrei riposare tra quei morti e quelle carogne. Forse ho parlato, perché mi sento spingere con un certo vigore. Sono stupito, mi volto e vedo un aitante sergente maggiore.

Lo riconosco: – “Ma tu sei dei complementi della Julia. La notte del 15 gennaio, dopo il combattimento di Seleny Jar, hai dato soccorso ed alloggio a me e Rizzotto”. “Sì, sono io, risponde, ed ora andiamo più avanti; lì il nemico lo avremo di fronte.” Non mi propone un veglione, ma mi rinfranco ugualmente e divento più loquace. Gli faccio capire che sono stanco; lo è anche lui e ci sediamo su una carogna di cavallo. Anche lui, come l’ufficiale impazzito, aveva sul petto i segni evidenti di altre campagne e di qualche decorazione.

E’ taciturno e non gli chiedo niente. Estrae dalla tasca un sacchetto di carta con dei quadratini di galletta tedesca. E’ buono ed in un attimo sparisce. Nascosta dal pastrano ha
una borraccia con del cognac: “Poco” dice “perché ci frega”. Segue una sigaretta per uno, poi borbottando dice che non c’è più motivo di fermarci e ci avviamo verso la testa della colonna.

Non è facile procedere senza calpestare i caduti o incespicare in materiale d’ogni genere nascosto dalla neve. Bisogna stringere i denti per il dolore di non poter soccorrere quei poveretti, feriti che lanciano gemiti preagonici, o urla strazianti, invocanti la madre, la moglie e i figli. Orribile fingere di non vedere quei corpi smembrati, con gli arti penzolanti.

Un cieco con la fronte che sanguina ed il sangue che si gela sui baffi e sul passamontagna, tenta di farsi soccorrere. Laconicamente il mio compagno mi chiede come me la sono cavata quella notte tra il 15 ed il 16 gennaio; dopo Seleny Jar. Gli rispondo che ho dovuto agire con disperato senso di conservazione e con il pugnale. “Ti ho visto, quattro erano entrati nell’isba, uno alla volta. Basta… Basta.” Temo di assistere ad un altro caso di alterazione mentale. Mi rendo conto di no e mi sento molto sollevato. Credo di pensare che in quella Apocalisse non è facile trovare da dialogare.

“E’ vero, anch’io la penso così.” E’ lui che parla. Ancora una volta ho pensato a voce alta. Temo il peggio per i miei nervi e lo esprimo al compagno, il quale mi rassicura che, quando si teme, il sistema nervoso è occupato e non si lascia prendere facilmente dal sopravvento. Sono sorpreso e lo manifesto. “Ho fatto due anni di medicina, ma ho preferito la naia.” Scosta il bavero del pastrano e, sul collo della giacca, spicca il filetto da allievo ufficiale. “Parliamo poco” mi dice “ci stancheremo meno.”

Il gelo aumenta ed il cielo è sempre plumbeo. Raffiche di vento ci tagliano le parti scoperte e ci coprono di gelida neve farinosa. Man mano che ci avviciniamo, ci giungono più distinte le cannonate dei nostri 75/13 e i radi colpi dei mortai. La disordinata ed ondulante ressa degli sbandati si fa meno insistente ma è sempre presente. Per procedere meglio ci portiamo più sulla sinistra dove non c’è affollamento, o per lo meno troviamo meno ostacoli.

Abbiamo cura di mantenere le armi anche se il loro peso ci rende più faticoso il cammino. Sono sempre più incuriosito nei riguardi del laconico ed anonimo compagno e infine gli chiedo come si chiama. “Walter” mi risponde. Ho l’impressione di essere stato indiscreto. Gli dico il mio nome e continuiamo il faticoso cammino. “Di dove venite? Qual è il vostro reparto? Non ostacolateci.”

La voce è secca, dura, usa al comando. E’ di un capitano alpino con in testa un berretto di pelo a foggia svedese. Nella mano destra stringe una pistola e lo vedo deciso ed energico. In un primo tempo credo ad un caso analogo a quell’ufficiale che si era sparato, ma il capitano parla e mi tranquillizzo. “Di che reparto siete?” “Della Julia.” “Sapete che è stata tagliata fuori per metà circa?” “Sì. Che giorno siamo oggi, e dove ci troviamo?” “26 gennaio e tentiamo di occupare Nikolajewka, giù in quella balka. Se non ce la facciamo prima della notte, per noi è finita.” Così parlando ci indica l’ovest. Poi a me: “Tu sei ferito e resti”. E a Walter: “E tu vieni con me”.

Walter mi guarda, è palese che gli dispiace separarci così. In silenzio tento di unirmi a loro; tanto più che anche il capitano mi da fiducia. Mi ripete che sono ferito e allude alla parte destra della testa. “Anche voi lo siete, e più di me.” “Bè, se te la senti, prendi.” Mi porge la borraccia. Bevo un sorso di cognac, poi mi da un pezzo di cioccolato. Ha il guanto sinistro arrossato e lo stesso una spalla ed il mento che si intravvede nonostante il passamontagne e la barba gelata.

A noi si uniscono altri, sono della Tridentina. Quella è ancora in organico o quasi; e così seguiamo quel capitano che credo già di capire di che regione sia. Ci guida fra appostamenti di mitraglie fino ad un cingolato dove c’è un colonnello. Senza tante cerimonie il capitano gli si avvicina, parla brevemente, ed il colonnello allargando le braccia: “Fai tu”, e ci fissa uno per uno.

Qui siamo una ventina, il capitano ci porta sull’orlo della balka. Giù in quella valle, la cittadina di Nikolajewka, con parecchie case che bruciano. Però ci sono degli uomini che si spostano a balzi e cercano di tenersi nascosti. Il movimento maggiore è sulla sinistra della stazione ferroviaria, quasi tutta in legno, dove, ci spiega il capitano, ci sono dei sottopassaggi tra i binari e, oltre la rete, sempre nella stessa direzione, due tunnel che, con i sottopassaggi costituiscono dei nidi di mitragliatrici e di fuciloni anticarro.

Con ciò ci fa capire la necessità di neutralizzare quelle postazioni per facilitare altri nostri reparti nella salita dal versante oltre l’abitato, ove i russi cercano con ogni mezzo di ostacolarci, consci che perduta Nikolajewka, con il suo nodo ferroviario, per loro è persa ogni velleità di mantenere chiusa la trappola. Intanto si uniscono a noi un sottotenente con una decina di uomini ben armati. Sono veronesi e bresciani. Il capitano assegna i compiti e spiega le sue intenzioni di come condurre l’azione e con lui in testa ci avviammo.

Walter mi spiega l’opportunità di strappare la tuta bianca almeno fino alle ginocchia per agevolare i movimenti. Quel declivio è punteggiato di salme più o meno coperte di neve. La discesa non è facile: si scivola e la neve ci penetra farinosa in ogni pertugio degli indumenti. Ci arrivano delle raffiche di mitraglia e delle granate, ma riusciamo a raggiungere il primo binario. Lì il nemico batte e ci rende difficile superare quel terrapieno.

Non c’è dubbio che il capitano è esperto del luogo e della tattica e lo dobbiamo a lui se riusciamo a raggiungere la parte nord della stazione. Qualcuno è rimasto indietro morto o ferito. Non ci è possibile prestare qualunque soccorso. Da dove siamo partiti inizia l’azione di fuoco d’artiglieria e armi automatiche. Alla nostra destra si avviano altri reparti che tenteranno di risalire il declivio dalla cui sommità i russi cercano con ogni mezzo di ostacolarne l’avanzata.

Devo confessare che lo stato morale e nervoso non sono come questa descrizione erroneamente darebbe a pensare. Ho la convinzione che quell’inferno non mi permetterà di sopravvivere. Il gruppo si ingrossa perché tra i terrapieni dei binari ci sono dei reduci di precedenti azioni. Un sottufficiale parla col capitano e gli indica diversi punti. A circa 50 metri, sulla sinistra, c’è un sottopassaggio usato dai russi come postazione di disturbo. Il capitano sceglie una decina di uomini, si mette in testa e tutti carponi ci avviamo per la sorpresa.

Le armi non avrebbero effetto perché il tiro sarebbe obliquo, inefficace e ci scoprirebbe; cosicché dobbiamo contare sul fattore sorpresa. Nonostante altre precedenti esperienze analoghe, mi sento prendere dall’angoscia e dalla sensazione che mi si chiuda la gola. Queste sensazioni negative non mi impediscono di seguire cecamente quel capitano che non si esibisce per la gloria o per il medagliere, ma agisce così perché lui è più edotto di noi circa la tragicità della situazione e, di conseguenza, la necessità del rischio di pochi, per la probabile salvezza dei molti.

Sempre carponi, procediamo seguendo una carrareccia che svolta nel pericoloso sottopassaggio. A qualche metro dall’imbocco il capitano lancia un urlo: “Avanti”. La sorpresa ha disorientato i nemici per quel poco che ci è sufficiente a voltare le grosse mitraglie e sparare su chi tenta di fermarci. Ma tra i terrapieni ce ne sono in molti e ci costringono a ripiegare anche se granate nostre aprono dei vuoti fra gli avversari. Con gli otturatori delle armi catturate e con i parecchi feriti riuscimmo a guadagnare la stazione.

Un’isba brucia poco lontano e dobbiamo rinunciare al benefico calore perché ci investe un fumo acre e soffocante della paglia del tetto che arde. Cerchiamo di recuperare i feriti il più possibile e, col prezioso aiuto di quella povera gente russa, li sistemiamo nelle isbe, poi torniamo ai nostri posti. Io sono assegnato al termine di un binario morto, tra un carro merci sventrato e l’asse di limite del binario stesso.

La posizione è poco notata e, col mitragliatore, posso favorire Walter, un sottotenente ed altri quattro uomini tendenti ad occupare due sottopassaggi sotto un binario, ma poco lontani uno dall’altro. Sembra che non cedano le posizioni, nonostante i russi cerchino di centrarle, ma il loro tiro è obliquo ed inefficace. Il capitano mi si avvicina; osserva col binocolo. Mi accorgo che lo regge con la sola mano sinistra.

“Sior capitano, un’altra botta?” “Sì, fa niente, siamo a buon punto. Te la senti di ritornare lassù con un biglietto?” Mi viene in mente la difficoltà a causa della neve e la zona molto battuta e, confesso, la fifa mi da l’impressione di paralizzarmi, ma la paura di apparire vigliacco, dopo avere voluto partecipare, ha il sopravvento; accetto. “Sì, da chi mi presento?” “A due capopezzi o a degli ufficiali. Ma con prudenza, cerca di fare presto, altrimenti quei diavoli avranno rinforzi e non prenderemo i due tunnel.”

Il biglietto era già pronto ed aveva delle macchie di sangue; me lo infilo fra i caricatori nella giberna e mi avvio verso le isbe sul retro della stazione. Sopra la testa si incrociano granate e raffiche che si scambiano dai bordi della balka. Col cuore in gola oltrepasso l’ultimo binario e mi consolo perché sono inosservato. Ho l’impressione che venga il sole, ma quel vago disco pallido alle mie spalle si abbassa inesorabilmente e mi risuonano nelle orecchie le parole del capitano: “Se ce la facciamo prima di notte…”.

Il terrore di passare un’altra notte in quell’inferno, o di diventare un numero, mi rende più ardito o, probabilmente più azzardato dall’incoscienza e dalla preoccupazione di non recare il messaggio con celerità. Come avevo previsto, la salita non è agevole. Non ci sono sentieri, e caduti e materiale d’ogni genere e la neve che cede sotto i piedi rendono assai duro il percorso. Dei tactac si fanno sentire e qualche raffica mi fanno capire che sono stato notato. Mi vengono incontro due alpini e mi rendono più agevole il tragitto, poiché loro conoscono bene la zona.

Arriviamo e ci investe una vampa di calore: è un cannone un po’ mimetizzato che ci consiglia di spostarci. Mi si avvicina un omaccione col pastrano che lo rende ancora più alto: “Da che parte vieni, perché torni indietro solo tu?”. “Mi manda quel capitano laggiù, con questo” e gli porgo il biglietto. Sulla manica spicca, sfilacciato, il grado da maggiore. “Mi ha detto di consegnarlo a degli ufficiali o ai capopezzi, ma che facciano presto.”

Il maggiore si rabbonisce e legge il biglietto, e poi a me: “Tu verrai con noi”. Parla con un sergente che mi offre mezza scatoletta gelata, un sorso di cognac e una sigaretta. Mi meraviglia l’atteggiamento del sergente. Lo vedo meno preoccupato degli altri, prima. D’altronde ho l’impressione che l’atmosfera si sia distesa o che ci sia più certezza.

“Sergente, non siete scuri come prima?” “Circola la vose che ghe la femo” (E’ veronese). I pochi pezzi, mortai e l’unica katiuscia aprono un fuoco da molto tempo insperabile. Forse abbiamo atteso il momento giusto. “Largo, largo, via gli sbandati. Lasciateci operare. Organici ai posti. Tridentina adunata.” Arriva un altro portaordini, da un’altra posizione a sud, con disposizioni per l’urto definitivo (saputo poi). Consegna il foglio, e lo coglie un conato di vomito. E’ sangue. Si accascia su un fianco, resta immobile con gli occhi sbarrati. Ha due fori nel pastrano.

Dal movimento capisco che eravamo due reparti operanti giù a Nikolajewka. A sud e nord del paese. La voce del colonnello che aveva parlato col nostro capitano: “Forza ragazzi, è l’ultimo sforzo. Dobbiamo farcela e saremo salvi”. I russi sembrano avere capito e ci fanno sentire le loro opinioni. Dei piccoli reparti scendono dal versante opposto al nostro, ma sia il fuoco delle nostre mitraglie tra i binari, sia i nostri vecchi 75/13 fanno si che ben pochi tornino sui loro passi.

Intanto ci organizziamo. Sinceramente mi prende l’angoscia ed anche un’altra sensazione, nel ventre. Senza guardarmi attorno mi abbasso… Un caso analogo mi è successo al 24 dicembre 1940 in Albania. La parte più difficile è il rivestirsi. Il gelo è spietato, ma ce la faccio a riassettarmi meglio di prima. Attorno ad un piccolo mezzo blindato c’è un certo tramestio. “E’ impazzito! E’ un suicidio!” “Ragazzi, siamo pronti?” Un ometto si fa aiutare ad issarsi sopra quella specie di carro armato e, allo scoperto, tra gli effetti dell’ira, nemica ci grida: “Avanti, Tridentina. Alpini italiani, l’Italia è là!”.

Con la mano ci indica quel vago disco pallido che sta per nascondersi. Su quella manica spicca un grado d’argento: è un generale. Ordina di muoversi, con Lui in testa, mentre l’artiglieria alpina e la katiuscia restano sotto un fuoco infernale a proteggere la nostra disperata azione. Non riesco a capire per quale miracolo i nostri pezzi possano mantenere un fuoco così nutrito.

Non capisco come mi trovo giù, prima fra le isbe, poi a superare i terrapieni dei binari ma non più contrastati, e nemmeno nella posizione in cui mi trovavo prima di portare l’ordine. Mi incoraggia il fatto che siamo in molti e bene organizzati e che davanti a noi marciano degli ufficiali. Qualcuno di loro cade per primo; neanche per questo ci fermiamo anche se fra noi ci sono dei caduti o dei feriti. In quella zona i partigiani non osano assalirci.

Stiamo per oltrepassare l’ultimo binario quando dalle isbe vicine ci investono raffiche di parabellum e scariche di bombe a mano. Quest’ultime non esplodono tutte perché cadono nella neve. L’ordine di reazione è immediato ed i russi che non cadono implorano: “Karasciò, karasciò italianski”. Un ufficiale con la pistola in mano impone ad un ufficiale russo di informarlo quale sia la via migliore (è la mia deduzione) e che lo informi circa le forze, superata la balka. Dopo di che, lasciato il russo, l’ufficiale si porta alla nostra testa ordinandoci di seguirlo.

Passiamo l’abitato tra sporadiche scaramucce contro regolari e partigiani che cercano di contenderci il passo, ma cedono presto lasciando sulla neve morti e feriti. I russi che si trovano nel paese si sono trovati, a loro volta, circondati e disarmati. Stiamo per affrontare la salita, ma non scorgiamo il mezzo blindato con sopra il generale. Una voce ci avverte che è più avanti; difatti lo vediamo a 4-500 metri sulla nostra destra. Non ci voleva altro per renderci più arditi, perché quasi certi dell’esito a nostro favore.

Un plotone proveniente dalla sinistra ci attende appena sotto il termine della salita. Non è notato e ci fa cenno di affrettarci, ma la salita è dura ed ostacolata da caduti ed ogni genere di materiale. Le nostre artiglierie allungano il tiro per non colpirci. Intanto l’ufficiale ci esorta ad un ultimo sforzo; così ci portiamo all’altezza del primo plotone arrivato e con alla
nostra destra tutti i reparti. Il nostro ufficiale ci avverte che il primo assalto sarebbe partito da due plotoni, e seguito subito dopo da tutta la massa.

Notando che la nostra artiglieria spara ben poco, quella russa intensifica il fuoco a volontà. Ben presto comprendiamo il trucco. Per darci manforte ci raggiunge buona parte degli addetti ai pezzi. Mi è ancora impossibile immaginare come quei diavoli abbiano potuto fargliela al nemico. Il nostro ufficiale si reca verso la destra; parla con altri capi reparti e ritorna fra noi. In sordina ci fa passare la voce per l’ordine d’attacco. I russi se ne sono accorti; ma troppo tardi. “Savoia!”, e lo stesso urlo si ripete ed echeggia tra i reparti.

Baionette e fucili a mò di clava, ci accolgono all’inizio della pianura dove sono piazzati dei grossi cannoni. A passarci vicino si sente il calore, che è l’ultimo. I mitraglieri, protetti da altri soldati, cercano di metter in salvo le armi automatiche, senza però trovare il tempo di piazzarcele contro nonostante i fucili e parabellum ci diano molto fastidio, per il fatto che i
russi hanno delle postazioni anche per armi individuali, non facili ad espugnare.

Da ambo le parti si aprono dei vuoti, anche se l’avversario retrocede. Chi si trova la via chiusa si difende esclamando: “Mamuska, malencos” (mamma, bambini). “Karasciò, soldato piuma” (buono, alpino). Descrivere le varie fasi dell’occupazione sarebbe come godere di quelle grida di dolore che comportò quel macello. In mezzo a morti, morenti e feriti esultavamo per l’aumentata certezza di rivedere la patria.

L’ordine era di avanzare per lo sfruttamento del profitto. “Te la sei cavata, vecio!” E’ Walter. “E tu come te la sei vista?” “I due tunnel erano ben forniti di uomini e armi e non fu facile addomesticarli. Nemmeno un uomo volle vedere, e ci rimasero.” “Anche lì c’erano dei ragazzini?” “Ragazzi sì, ma addestrati come dei veterani.”

Ci guardiamo attorno e ci commuovono quei ragazzini imberbi che ci guardano con terrore e sgomento. Dei tedeschi, appena giunti, cercano di impossessarsi di quei poveretti ma, tanto Walter che io ed altri ci opponiamo e cerchiamo di far sì che quegli adolescenti possano rientrare nei loro ranghi. Durante la terribile sacca, le madri e le sorelle di quei ragazzi, ci hanno aiutato in tutti i modi a loro possibili. Ora è la nostra occasione di gratitudine. Ci fermiamo e me ne accorgo che si cercano elementi per la guardia notturna. Guardo Walter; mi comprende: “Ormai è fatto, cerchiamoci alloggio per la notte e, se possibile qualcosa da mangiare. Fra un quarto d’ora sarà buio e chi è dentro! bene, altrimenti peggio per lui”.

Cerchiamo alloggio dove avevamo! sistemato dei feriti ma questi erano fuori sulla neve. Prima non abbiamo combattuto con ira, ma ora quel deprecabile impulso ha il sopravvento. Con la pistola faccio saltare il chiavistello di legno e vedo che è stato legato. Vecchio trucco dei tedeschi. Il primo che ci viene incontro con la pistola puntata si accascia e gli altri non fanno a tempo ad usare le armi perché (per non attirare l’attenzione con spari) i calci dei nostri fucili fanno adottare loro dei metodi più ragionevoli. Riportiamo al caldo i nostri feriti, ma buona parte muore durante la notte.

Depreco la polemica, ma in riguardo alla lealtà dell’alleato ci sarebbero da scrivere dei libri, una litania di slealtà da loro commesse. Il giorno dopo partiamo più tranquilli e loquaci. Walter mi I parla di sé e dice che non intende studiare: affermando che la guerra non durerà sempre e lui intende fare carriera militare.

Mi riprende Potorragia e i dolori alle orecchie con sibilo e ronzio e disturbi gastrici. Ad un certo punto Walter mi grida: “Attento Achille!”, e mi spinge sulla mia sinistra mentre lui scivola. Il carro armato russo mi sfiora, ma non vedo Walter. I russi cercano, ancora di disturbarci. Sulla neve il tracciato del cingolato è attraversato da qualcosa di scuro e sanguinolento. E” Walter con gli occhi sbarrati che non vedono più. Sono terrorizzato, ma mi scuotono i rabbiosi tiri di disturbo dei russi per non averci potuto trattenere.

Aiutante di battaglia Michele Bernardon
15ª Batteria, Gruppo Conegliano, 3^ Reggimento Artiglieria Alpina

16 gennaio 1943. Da alcune ore è iniziato il ripiegamento dalle posizioni del Don. Non sappiamo ancora nulla dell’accerchiamento. Sul fronte di Nowo Kalitwa resta di retroguardia la 12ª Compagnia del Tolmezzo del capitano Ebene, attestata sul margine sud del pianoro. La 15ª Batteria lascia un pezzo a fianco degli alpini sotto il mio comando. Verso sera mi sgancio e dopo aver camminato tutta la notte (tremenda per il freddo feroce)
raggiungo la coda della colonna del 3^ partito da Golubaja Krinitza verso le 14 del 16 gennaio.

20 gennaio 1943. I russi ci hanno bloccati nella zona di SsolowjewNowo Postojalowka. I pezzi del nostro Conegliano sono in linea con quelli del Val Piave. A un certo punto forti contingenti russi di fanteria, sostenuti da parecchi carri armati, ci attaccano. Gli alpini ripiegano sotto l’urto a ridosso della nostra linea pezzi. Le batterie sparano a zero e arrestano i carri armati, tre dei quali colpiti restano immobili. Ma l’attacco non cessa.

Un altro carro armato defilato dal nostro fuoco, distrugge uno dopo l’altro i pezzi del Val Piave; poi concentra il fuoco contro la nostra linea pezzi. Vengono colpiti il 1^ pezzo, di cui io ero il capopezzo; qui muore il puntatore Bortolussi (medaglia d’oro); quindi sono eliminati i serventi di un pezzo della 13ª Batteria. Il capitano Monzani e l’artigliere Maronese si precipitano al pezzo e continuano il fuoco per una decina di minuti; ma il pezzo viene di nuovo ripetutamente colpito; Maronese muore, il capitano Monzani rimane ferito.

Vista la situazione critica, un pezzo della 15ª, il mio, spinto a braccia da me, dal sergente Piovan, dal mitragliere De Meio e da alcuni altri di cui non ricordo il nome, tenta di portarsi a distanza ravvicinata dal carro armato. Con grande difficoltà e a sbalzi successivi riusciamo ad avvicinarci con la protezione del fuoco concentrato del mitragliatore di De Meio, che obbliga i russi a rimanere con la torretta chiusa del carro, ed a sparargli contro con angolo buono. Il carro, colpito, è messo fuori uso.

Nello stesso momento viene dato ordine di assalto generale e alpini, artiglieri e un nucleo di tedeschi, che erano con noi, si buttano contro i russi che vengono ricacciati verso il paese che si intravedeva a nordest in fondo al pianoro. Quando ci siamo raccolti attorno alle 4 isbe del paesino da cui eravamo partiti ci siamo resi conto delle perdite: la neve tutta nera per gli scoppi delle granate e con larghe macchie rosse di sangue era letteralmente coperta di cadaveri. I feriti non si contavano: erano tanti che siamo stati costretti ad abbandonarli nelle isbe quando a sera ci siamo ritirati…

Prima di partire però, assieme al sergente Piovan, ho sparato tutti i colpi di un 47/32 degli alpini, rimasto senza serventi. E’ stato un fuoco d’artificio… ma forse è servito a far pensare ai russi noi restavamo fermi nella nostra posizione. Un altro fatto è presente nella mia memoria. Non so il giorno il momento preciso in cui avvenne, ma ricordo bene che si era in colonna e si marciava costeggiando una palude gelata.

Un improvviso attacco di carri armati ci costrinse a deviare attraverso la palude. Colpi, schianti e urla da tutte le parti. Camminava a fianco della slitta che portava il capitano Moro e il vice comandante della 15ª, tenente Quilleri, ambedue feriti. Un colpo vicinissimo… una massa di carne sanguinolenta cade sulla slitta.

Ci guardiamo: di chi sarà quel pezzo di carne? Questo è stato il mio pensiero in quel momento! Mi guardo, mi tocco, guardo i miei amici: sono sempre in piedi accanto a me… Un urlo lacerante, un rantolo dietro a noi: un alpino si è abbattuto nella neve accanto a noi fatto a pezzi e col ventre squarciato. Prima però di perdersi, grida “Viva l’Italia”.

Non possiamo fermarci perché i carri ci vengono contro e dobbiamo abbandonare questo eroico alpino senza nemmeno sapere il suo nome per ricordarlo a tutti gli alpini e a tutti gli italiani!)! Di Nikolajewka ricordo la discesa dalla collina verso la città. Un’enorme massa di alpini, di slitte, di muli che scendono sotto i colpi russi che piovono da tutte le parti. Mi ricordo delle urla dei feriti… Mi ricordo l’attacco degli alpini a cui noi abbiamo partecipato con le poche armi individuali ancora a disposizione…

Ricordo il sergente Remolo Marchi, del Battaglione Tolmezzo, che a Nikolajewka guidò volontariamente una pattuglia alla cattura di una mitragliatrice nemica che col suo fuoco intenso impediva di procedere. Ferito in questa azione, continuò a combattere anche nei giorni successivi, finché estenuato e dissanguato morì mentre ancora si lanciava all’attacco.

Tenente veterinario Carlo Dodi
Gruppo Conegliano, 3^ Reggimento Artiglieria Alpina

Fra tante vicende che toccarono, in quel tempo, il limite fra l’umano e il disumano, mi sia consentito di ricordare un cane. Si chiamava Buck, gli artiglieri alpini del mio Gruppo Conegliano se l’erano portato da Gorizia in Russia come mascotte, era un bellissimo cane pastore tedesco che si era particolarmente affezionato a me, e il legame era senz’altro reciproco.

Quando, a metà dicembre ’43, per lo sfondamento del fronte avvenuto a sud, la Julia venne improvvisamente trasferita su quel fronte, dovemmo lasciare Buck al reparto munizioni e viveri a Popowka, ed io non seppi più nulla del cane per un mese esatto allorché, giungendo in ritirata a Popowka, mentre già ci eravamo incolonnati per ripartire, venni aggredito dalla frenesia di Buck che mi aveva ritrovato, e a salti e balzi e con gioioso abbaiare mi aggrediva letteralmente sulla neve.

Eravamo reduci da un’ininterrotta marcia di due giorni, e ormai in preda a una stanchezza mortale; ma non so descrivere la contentezza e addirittura l’aiuto morale che me ne venne, nel constatare che anche in quei frangenti c’era un cane che dava importanza alla mia presenza: mi sentii stimolato a resistere, spero di essere inteso anche se non mi dilungo in spiegazioni. Già i russi attaccavano sparando dalla parte di Rossosch, cadde una gragnuola di colpi di mortaio ma Buck mi rimase vicino, innervosito, mi strisciava il capo contro il ginocchio e mi restò vicino, strisciando contro il grigioverde del mio cappotto sembrava volermi rincuorare con la sua presenza.

Fece le prime marce sempre restando ad un passo da me; l’ho perso di vista soltanto durante il successivo feroce combattimento con il grande scompiglio che ne derivò, anch’egli come il mio attendente rimase sperduto nella tregenda. Io non so se ha aspettato me, certo io sono sicuro che non è scappato. Ed era solo un cane, il mio cane Buck. Ricordo, invece, con più profonda emozione, nel successivo combattimento di Nowo Ssergejewka, l’attendente del capitano medico La Greca: ricordo il suo nome, Gildo, e ancora adesso lo vedo come allora, in piedi vicino al suo mulo, imperterrito e quasi indifferente al fischiare delle pallottole e al continuo rimbombare delle esplosioni delle granate, mentre il capitano La Greca gli urlava di buttarsi sulla neve.

Ad un tratto Gildo stramazzò, e subito La Greca, che da diversi giorni aveva la febbre ed era ormai allo stremo delle forze, colto da improvviso senso di annichilimento si buttò sul corpo dell’attendente a tastargli il polso, ad ascoltare il cuore, ad osservargli gli occhi; e come si rese conto che era morto, la subitanea volontà di non vivere fra quelle atrocità lo indusse a estrarre la rivoltella e portarla verso la tempia; fui io che mi gettai su di lui e gli strappai l’arma in tempo; ma fu soltanto un rinvio, perché poco tempo dopo La Greca morì fra di noi in prigionia.

Sono tutti avvolti in una sorta di nebbia, i ricordi della ritirata, come se questa si fosse svolta nell’irreale, e forse fu davvero così, in una dimensione sconosciuta, mai verificatasi né prima né poi. Ricordo come in un sogno un tedesco che passa vicino a noi tenendo a mano un mulo che riconosciamo subito come nostro, del Gruppo Conegliano, gli artiglieri mi avvertono e mi chiedono di intervenire. Devo farmi dare il mulo a tutti i costi, per non fare anche una figura meschina agli occhi dei soldati. Metto mano alla fondina, non ricordo bene, ma credo d’aver addirittura estratto la pistola, devo essermi trovato a fare la faccia feroce.

Fatto sta che il tedesco molla il mulo; nel frattempo interviene un ufficiale tedesco che parla bene l’italiano e mi rimprovera la mia aggressività (da che bocca…) ed esclama: “Siamo forse russi?”. Russi o non russi, il mulo è nostro e torna a noi. Nel gruppo di alpini che assisteva alla scena scorgo il tenente Paoluzzi, di Gemona, che mi fissa sgranando gli occhi, come a domandarmi dove ho trovato mai la grinta per fare scene simili; ci sorridiamo con una punta di malizia e d’intesa e ci salutiamo; lo rivedrò soltanto anni dopo, al rientro dalla prigionia.

Al pensiero della prigionia mi si rimescolano i ricordi nell’animo e mi danno una stretta al cuore, ancor oggi a distanza di trent’anni. Io sono stato uno degli otto che nel campo di concentramento non si sono ammalati di tifo petecchiale, sono stato giorno per giorno testimone cosciente di quanto è successo, oggi però voglio ricordare soltanto tutto quanto vale la pena ricordare; e prima di tutto gli uomini che ho sempre ammirato; Joli Magnani Reginato e gli altri, ma soprattutto don Brevi, al quale dicevo sempre di non essere “naif” con i russi, di essere più calmo e meno irruente e di combatterli con le loro stesse armi, perché anche così se si tornava si tornava per un pelo.

Ma non posso deporre la penna senza ricordare il comportamento del capitano Franco Magnani, aiutante maggiore dell’8^ Alpini, il 22 gennaio 1943 a Nowo Georgiewka, allorché all’improvviso il paese venne attaccato dai carri armati e dai soldati russi e la colonna si formò tumultuosamente da una parte, con le slitte dei feriti, e cominciò a defluire mentre dall’altra parte del paese il colonnello Rossotto e il capitano D’Amico organizzarono l’estrema difesa con gli ultimi due pezzi rimasti, fatti saltare poco dopo quando si esaurirono le munizioni.

Fu allora che il capitano Magnani, che si era slanciato all’attacco al grido di “Savoia!” con un gruppo di al pini, costretto a ripiegare rientrò in paese per raccogliere nuove forze e altre munizioni. Era pieno di vitalità e di forza, di inesauribile coraggio, durante la notte avevamo dormicchiato vicini nella stessa isba, mi aveva detto che si vergognava perfino a dover riconoscere che sopportava senza alcuna difficoltà quella vitaccia di ritirata.

Ma il suo comandante, il colonnello Cimolino, in quel momento disse che dopo cinque giorni di ritirata e con i suoi battaglioni pressoché distrutti, non si sentiva di ordinare l’ulteriore massacro di neppure un solo uomo, e che doveva compiere l’ultimo e più penoso sacrificio, ordinare la resa; Magnani affrontasse quindi i russi andando verso di loro e trattasse la resa tirando per le lunghe il più possibile, in modo da favorire nel frattempo, distraendo il comando russo, il defluire della parte di uomini e di slitte che già erano sul punto di sganciarsi dall’accerchiamento. Certamente Magnani fece il più grande sacrificio della sua vita, quando con le proprie gambe andò verso i russi dovendo eseguire l’ordine ricevuto dal suo colonnello.

Sottotenente medico Giulio Bedeschi
13ª Batteria, Gruppo Conegliano, 3^ Reggimento Artiglieria Alpina

Mi sia consentito ricordare dapprima i miei compagni della Julia. Quelli che caddero e quelli che sopravvissero. Gli uni e gli altri io ho visto combattere in atroci condizioni di vita per un intero mese, da metà dicembre 1942 a metà gennaio 1943. Per un mese cibi gelati, quel tanto che bastava a mala pena a non morire di fame; e manciate di neve per dissetarsi, o talvolta scaglie di vino ghiacciato portato nei sacchi, ed allora era festa.

Sonno per un mese, sonno che nei primi giorni intontiva e poi istupidiva e annichiliva, ma non ci si poteva prendere il lusso di abbandonarsi su un po” di paglia perché c’era il dovere, il dovere di difendere la linea giorno e notte e non lasciarsi sorprendere dai russi che attaccavano di continuo; c’era la volontà di mantenere saldo il reparto, di dimostrare che gli alpini, messi alle strette, non erano secondi proprio a nessuno; ed era una felicità quando qualcuno, che si portava per servizio nelle retrovie, riusciva a gettarsi su un pavimento a dormire per mezz’ora, consapevole finalmente di non essere primo in trincea dinnanzi ai russi, ma che altri alpini per quella mezz’ora vegliavano in linea.

Freddo per un mese, il diabolico freddo dei trenta e i quaranta sotto zero, penetrando nelle ossa a metà dicembre e da allora infisso disgregare la vita dentro; e martirizzava i sani, torturava i congelati i feriti e i malati, conservava soltanto i morti perché appunto era il freddo della morte. Nessuno potrà descrivere appieno lo strazio quella vita, il diabolico patire di quei battaglioni e gruppi della Julia eravamo fuori dagli umani limiti di sopportazione e di credibilità. Chi vuole può avvicinarsi a quel mese col cuore, non con l’intelletto, si perde per strada perché esce dall’umano.

LSAH, Ukraine, November 1943

Un mese quasi morta per l’intera divisione; molti davvero morirono, e chi sopravvisse aveva entrambi i piedi nella neve, ma in realtà li teneva nella fossa… E lo sapeva. Quando, il 16 gennaio ’43, un ordine di ripiegamento ci trasse da quella linea, la divisione era provatissima, ma dovette affrontare il 17 e il 18, una continua marcia di due giorni e una notte in condizioni spaventose di gelo di fame e di stanchezza, per portarsi nella zona di radunata del Corpo d’Armata Alpino.

Io ero sottotenente medico, ricordo che dopo qualche ora di marcia pensavo con raccapriccio alla sorte di tutti quegli uomini che avevano i muscoli delle gambe e il cuore e i polmoni stremati da un mese d’inerzia, infissi com’erano stati nel ghiaccio dinnanzi a Nowo Kalitwa, sul “Pisello”, a quota “Cividale”, a Seleny Jar. E infatti stramazzavano sulla neve durante la marcia folle, morivano su quella neve ad uno ad uno in un soffio, e noi dovevamo lasciarli e proseguire il cammino perché il marciare era l’esecuzione di un ordine militare, e noi eravamo soldati.

Abbiamo, perciò, lasciato pezzi di cuore su quella neve, e ci siamo portati dietro soltanto un grande dolore, e un certo senso indistinto di rimorso perché non abbiamo potuto fare di più, tutti eravamo più o meno nelle stesse condizioni, cioè molto vicini al limite del crollo. Raggiungemmo Popowka nel tardo pomeriggio del 18, riposammo nelle isbe mentre giungevano a Popowka anche gli alpini della Cuneense che avevano lasciato i rifugi e le trincee della loro linea; la Tridentina aveva fatto altrettanto, e si stava concentrando a Podgornoje, diciotto chilometri più a nord di Popowka.

Il 19 mattina verso le nove partimmo, dopo aver distrutto e abbandonato tutto ciò che non fossero armi, munizioni e viveri che portammo al sèguito; camminavamo stando intorno alle molte slitte, sulle quali avevamo caricato i nostri feriti e congelati, che già traboccavano. Nella tarda mattinata raggiungemmo le poche isbe di Ssolowjew, e dinnanzi
avevamo il piccolo paese di Nowo Postojalowka. Da questo i russi improvvisamente cominciarono a sparare bloccandoci, tirando con le mitragliatrici i mortai i pezzi controcarro.

Ma noi non avevamo i carri, perciò i russi coi controcarro sparavano all’uomo, alla slitta, gli uomini venivano squarciati, le slitte esplodevano con la granata che le colpiva; finché resterò vivo ricorderò e sentirò nelle orecchie il sibilo raschiante, lacerante dei proietti controcarro che nel loro tiro teso passavano fra noi e andavano a scoppiare nel folto della colonna alle nostre spalle. La nostra colonna era costituita dall’8^ Alpini e dal Gruppo Conegliano: i battaglioni sferrarono ripetutamente l’attacco, le batterie avanzarono allo scoperto per appoggiare con estremo vigore lo sforzo.

Ma i carri russi uscirono da dietro le isbe, prima tre poi sette poi quattordici, e venivano verso di noi, ronfando sormontavano e schiacciavano i gruppetti d’uomini oppure i pezzi, tutto orribilmente spianando. Oppure gli equipaggi bene al coperto dentro la corazza si divertivano a fare la caccia all’uomo, e allora si vedeva l’omino in grigioverde che correva affannando sulla neve, e dietro a lui il carro che lo frustava a suon di sventagliate di pallottole con le mitragliatrici, finché si annoiavano e l’abbattevano.

Provenendo dalla vicina Rossosch, i rinforzi di uomini e i rifornimenti di armi e munizioni giungevano autocarrati tranquillamente e continuamente, vedevamo a occhio nudo le colonne russe in arrivo, ma non avevamo mezzi per bloccarle. I russi invece bloccavano noi sulla neve, veniva sera e la situazione non si modificava, si profilava per noi una notte di sterminio da subire all’addiaccio (lo spauracchio che poi si sarebbe ripetuto a Nikolajewka).

Attacco dietro attacco si giunse al buio, venne notte e giunse sul tardi la grossa colonna della Cuneense, che all’alba si unì allo sforzo dell’8^ e attaccò con il Battaglione Ceva, e, successivamente, in un nuovo tentativo, anche con il Battaglione Mondovì. Col giungere della colonna del 2^ Alpini si rinnovarono le speranze e gli sforzi, ma anche con l’impegno dei Battaglioni Saluzzo e Borgo san Dalmazzo, che ne uscirono massacrati, la situazione non si modificò: i russi avevano una strapotente superiorità in uomini e mezzi.

Il gelo della notte e i combattimenti delle due giornate avevano ridotto sempre più la forza offensiva dei reparti; tuttavia, in disperati tentativi tutti gli italiani presenti si lanciarono più volte all’attacco, i cucinieri e gli infermieri a fianco degli alpini e degli artiglieri alpini; ricordo ancor oggi con ammirazione il mio comandante, tenente colonnello Domenico Rossotto, trascinare con l’esempio il suo Gruppo Conegliano all’assalto.

Ricordo scene indicibili, che mi rimarranno impresse nell’animo per sempre. Ricordo di aver visto lentamente morire, dinnanzi a Nowo Postojalowka, le due Divisioni Alpine Julia e Cuneense. Una parte d’esse stava morendo poco discosto, a qualche chilometro: nei due giorni 19 e 20 gennaio, schierate sul fianco sinistro della Tridentina che attaccava Postojalyi, in un breve spazio di pochi chilometri fra Nowo Postojalowka, Kopanki e Lessnitschanski, in più di trenta ore di combattimento quattordici battaglioni della Julia e della Cuneense, il Gemona, il Tolmezzo, il Cividale L’Aquila, il Vicenza, il Val Cismon, il Ceva, il Mondovì, il Dronero, il Borgo San Dalmazzo, il Saluzzo, il Pieve di Teco, il II e il IV Battaglione Genio, e sette Gruppi d’Artiglieria Alpina, l’Udine, il Conegliano, il Val Piove, il
Gruppo Misto, il Mondovì, il Pinerolo, il Val Po, assorbivano lo straripante annientatore urto nemico e ne contenevano per due giorni e una notte l’espansione, sostenendo la più pesante, massiccia, sanguinosa e lunga battaglia con battuta da grandi unità del Corpo d’Armata Alpino sul fronte russo.

Dopo questo sforzo sovrumano, pressoché esaurite le munizioni e diventate inservibili le armi, lasciati sul campo di battaglia migliaia di uomini (oltre cinquemila la sola Cuneense in un sol giorno), soldati superstiti si trovarono ad essere preda pressoché inerme della stanchezza, del gelo e della fame; ma, nonostante la sorte avversa, lo sterminio subìto, trovarono ancora la forza morale di procedere e di combattere (altri quindici infatti, oltre gli undici della Tridentina, sono i combattimenti sostenuti, prima e poi, dal Corpo d’armata Alpino durante il ripiegamento nella sacca fino al compimento del loro destino di reparti organici: vale a dire fino alle battaglie di Nowo Georgiewka per la Julia [22 gennaio] e di Waluiki la Cuneense [27 e 28 gennaio]).

Privi di coesione organica di reparto perché slegati e disuniti dalle vicende, dalle improvvise sorprese, dalle imboscate, dalla stanchezza, dall’attardarsi di uomini per salvare e trascinare le slitte, per accudire ai feriti e non abbandonare anche quelli che ebbero la ventura di inserirsi nella scia della colonna della Tridentina a Scheljakino, furono costretti a soggiacere al caos e al marasma che, nella enorme coda della grande colonna, ogni giorno permaneva alle spalle dei reparti della Tridentina ancora efficienti e organici.

Alpini e artiglieri alpini delle tre divisioni, fanti della Vicenza, militari tedeschi ungheresi e romeni si frammischiavano, si confondevano in un continuo accavallarsi di lingue di dialetti e di passi. Torme di migliaia d’uomini avanzavano nella neve fra le slitte e i carriaggi, fra i muli e i cavalli, alla continua ricerca di un barlume di speranza, di una fiamma cui accostare le mani, di qualcosa che cedesse sotto i denti e si potesse masticare, inghiottire.

Cercavano di non morire, insomma. Vennero chiamati, nella sommaria denominazione invalsa nel dopoguerra, gli sbandati. Di costoro dopo trent’anni voglio scrivere, poiché fra questi inevitabilmente confluirono anche i sopravvissuti della Julia e della Cuneense. Certo, fra di loro si mimetizzava pure quell’aliquota che aveva gettato le armi, e nella confusione delle lingue e degli eventi cercava di sopravvivere chiusa nell’egoismo, indifferente a ciò che accadeva intorno.

Ma un grande numero fra gli sbandati veniva da una lunghissima strada disseminata di inenarrabili sacrifici, da pene pressoché mortali, da lunghe lotte che avevano significato la salvezza degli altri, di tutti gli altri; mentre i loro reparti si erano assottigliati a poco a poco, giorno per giorno, per un continuo morire che rendeva sempre più doloroso e meritorio il resistere. E, con la ritirata, avevano combattuto ancora e ancora, fino allo sterminio del loro reparto; ed avevano desistito soltanto quando le armi erano diventate inservibili per l’esaurimento delle munizioni, o per aver dovuto infine far saltare i pezzi roventi nel gelo.

Sbandati. Disuniti dalla sorte, dalla tragedia; o ancora uniti in piccoli gruppi, intenti a curare i loro feriti e congelati che trascinavano giorno e notte con sé, e ai quali nessun altro badava. Quanti uomini salvati, in quei giorni, dalla ferrea volontà, dal legame umano di coloro che gli altri vedevano come sbandati. Quanta sofferenza per dover procedere a tentoni, brancicando nelle notti, esausti, lungo una strada tracciata da altri, senza quindi una meta definita, senza un’arma che valesse per diretta difesa, reclinati sulla propria miseria, consapevoli d’essere d’impaccio, pesante massa, al movimento delle truppe ancora combattenti.

Debitori d’ogni passo, del fatto stesso di vivere, in quei giorni; finché stramazzavano a centinaia, a migliaia ogni giorno, senza più una parola, vittime di quella sorte, gli sbandati.
Li ricordo. Li ho negli occhi. Ma anche nel cuore. Lo posso ben dire, dopo trent’anni da che li vedo descritti, leggendo, senza comprensione. Erano i miei compagni, ero sottotenente medico, quelli che mi ravvisavano mi guardavano in silenzio, sapevano che era inutile chiedere una qualunque cosa fuorché il ricambio di una occhiata, non c’era più niente.

Sbandati. Ma io penso che forse nessuno soffriva più della gran parte di loro, durante la ritirata, loro soldati dal destino dipendente dalla forza, dal coraggio di chi ancora combatteva. Nessuno vorrà mai chiamarli eroi. Ma io, mi si perdoni, penso che lo furono anch’essi, ancorché ultimi; e mi azzardo ad affermarlo perché ho capito il prezzo del loro dolore, assai meno meritorio del valore di quanti avanzavano combattendo e aprendo la strada; ho soppesato il costo di restare in piedi nella tormenta, nella notte, nel gelo e non smettere mai di avanzare alla loro maniera, chini in avanti a farsi piccoli contro il vento, a non consumare forze residue in mancanza di pane.

Il costo sovrumano, la virtù sovrumana di aver resistito nell’inferno procedendo per dieci giorni, in dispetto alla morte, fino a portarsi uno per uno a far massa sul costone dinnanzi a Nikolajewka. Giganti, per ciò stesso; cenciosi rappresentanti, ancora in piedi, di una catena di morti che in quei dieci giorni s’era stesa sulla neve dal Don a Nikolajewka. Si addensarono sul costone, quel ventisei gennaio, di fronte a Nikolajewka; tanto fitti da ostacolare, sì, le compagnie d’alpini che dalla retroguardia si portavano avanti per partecipare all’attacco del paese.

Erano tanti, sul costone, ancora vivi, si erano trascinati fino lì: certo trentamila, forse quarantamila. Ben visibili sul costone, gli aviatori russi si divertivano senza dubbio a sganciare le loro bombe nel fitto e farli saltare in aria a pezzi, a sorvolare da pochi metri mitragliando; da Nikolajewka gli artiglieri russi centrarono per ore su di loro il tiro dei propri cannoni. Ben visibili, quindi, ben fitti, vittime da macello. Ma anche, a guardarli, massa là sul costone.

A guardarli da Nikolajewka, ai difensori russi dovevano apparire come una massa spaventosa, da far paura al pensiero che disperata ad un tratto si fosse buttata all’improvviso urlando giù dal costone e si fosse avventata su Nikolajewka, spazzando e travolgendo tutto intorno a sé. Trentamila, quarantamila uomini scatenati costituiscono una massa d’urto infrenabile; spaventosa, se resa folle dalla disperazione.

Era là, spaventosa, in attesa sul costone. Senza il sacrificio e il valore degli alpini della Tridentina, che dal mattino combattevano e morivano, quella massa nulla avrebbe potuto, e nella notte si sarebbe pietrificata sul posto per il gelo; ma quando da schiera a schiera passò il grande urlo “Tridentina avanti!”, con l’avanzare dei combattenti i russi videro la terrificante scena, il costone scuro rotolare a valle e scavalcare la ferrovia, come densa onda di piena risalire e dilagare verso le isbe di Nikolajewka. Sulle strade e sulla piazza, nelle isbe di Nikolajewka gli sbandati giungendo non trovarono i russi, ma le armi dei russi.

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