ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 23

a cura di Cornelio Galas

Fonte: UniversitĂ  degli Studi di Roma “La Sapienza” FacoltĂ  di Scienze Politiche. Titolo Tesi: “La campagna di Russia (C.S.I.R.- A.R.M.I.R. 1941-1943) nella memorialistica italiana del dopoguerra”. Anno accademico 1999-2000.

L’ambiente

In questo capitolo verranno analizzati gli aspetti relativi alla scoperta, da parte dei soldati italiani, di un ambiente nuovo, diverso, e profondamente ostile nei confronti dell’essere umano; l’impatto che ciò ebbe nei confronti degli uomini, e l’adattamento del fisico e delle spirito a condizioni estreme, in uno scontro per la sopravvivenza che si esercitava anche e sopratutto contro gli elementi della natura.

Il clima e la geografia dei luoghi, la lotta contro l’insidia della fame, della sete, e del gelo, che causano il logoramento dello spirito non meno che del corpo, divengono elementi di primario interesse se si vogliono ben comprendere le circostanze nelle quali certi episodi avvengono, e di cui l’ambiente è una delle cause.

Il clima russo è estremamente diverso da quello moderato, in tutte le stagioni, che gli italiani avevano avuto modo di sperimentare sia in patria che nelle regioni europee. In Russia l’estate era torrida, dalle strade raramente asfaltate si alzavano continue nuvole polverose al passaggio degli automezzi. I soldati delle colonne italiane, spesso costretti a lunghe marce a piedi, si ritrovavano alla fine della giornata con uno spesso strato di polvere che si era sedimentato sulla pelle sudata, e che costringeva a “sputare giallo” per ore.

Gli immensi campi delle steppe si riempivano di distese infinite di girasoli, che davano l’idea di un vero e proprio mare dal colore giallo. Data l’enorme vastità del territorio sovietico, il trasporto e lo spostamento avvenivano principalmente per mezzo della ferrovia, tutti gli sforzi di modernizzazione del regime comunista erano andati in tal senso. Le strade per i collegamenti interni erano poco più che delle piste in terra. Quando l’estate finì e sopraggiunse l’autunno gli italiani dovettero fare la conoscenza con un’altra caratteristica della terra russa: il fango.

La terra della regione ucraina essendo caratterizzate da una alta percentuale di sostanze argillose sono tra le più avverse allo sviluppo dei trasporti pesanti in genere e dei trasporti automobilistici in genere. Bastano infatti poche gocce di pioggia per impregnare profondamente d’acqua gli strati argillosi superficiali: impedita di penetrare più profondamente nel terreno dalla impermeabilità degli strati sottostanti, la pioggia trasforma rapidamente tutta la pianura in un immenso pantano in cui gli automezzi affondano inesorabilmente.

In autunno le piogge continue trasformano le strade e i villaggi in veri e propri acquitrini paludosi, se l’inconveniente non è grave per gli abitanti del luogo, che per le loro necessità si servono di veicoli leggeri a trazione animale, il problema diviene di eccezionale gravità quando si tratta di far muovere e combattere un esercito moderno largamente dotato di mezzi meccanici.

La lotta contro il fango costituì uno dei più gravi ostacoli materiali contro cui dovettero confrontarsi i soldati italiani, tanto più che gli autoveicoli di cui erano dotati erano stati studiati per tutt’altro tipo di terreno.

“Ci avviciniamo lentamente …arrancando nel fango che supera i venti centimetri. Questo fango molle, tenace come colla afferra i piedi e li stringe come una morsa, sì che ogni passo costa una fatica enorme. Questo fango rallenta le marce e le rende faticose perché ogni scarpa ha un paio di chili di fango attaccato… Poche centinaia di metri vengono percorse in un tempo che ci sembra eterno, mentre la stanchezza, la pioggia, lo sfinimento ci abbrutiscono e ci rendono indifferenti alla stessa fatica”.

Questo fango melmoso e profondo, in grado di immobilizzare anche mezzi cingolati, e che era divenuto l’incubo di coloro che erano addetti al trasporto, deve aver impressionato molto gli italiani, che lo ricordano frequentemente nelle loro memorie. Ma se l’estate e l’autunno sono stagioni difficili, è in inverno che la natura dimostra tutta la sua ostilità nei confronti degli uomini.

Le ore di luce si riducono progressivamente, la temperatura scende fino a quaranta gradi sotto zero, improvvise bufere di neve imperversano sulla steppa. Il terreno diventa durissimo, rendendo impossibile senza gli strumenti adatti qualsiasi tipo di lavoro campale, come lo scavare trincee o il costruirsi dei rifugi sotterranei. Nelle ore notturne non si può resistere all’aperto per più di qualche decina di minuti senza rischiare l’assideramento, tutti gli oggetti meccanici, dalle armi agli automezzi, debbono essere riscaldati di continuo per garantirne il funzionamento.

Spesso i carri armati tedeschi venivano lasciati accesi permanentemente per evitarne il congelamento, e agli autocarri gli italiani di notte toglievano l’acqua dal radiatore o si tenevano accesi dei fuochi perpetui sotto al motore. I viveri divengono immangiabili se non vengono prima riscaldati a lungo, il vino ad esempio veniva distribuito ai soldati in pezzi solidi, simili a pietre preziose dal colore rossastro, che i soldati riscaldavano nelle gavette o lasciavano sciogliere lentamente in bocca.

L’inverno condiziona tutti gli aspetti della vita quotidiana, diviene la prima questione della quale bisogna tener conto, prima ancora che del nemico, prima ancora che della fame o del riposo. Se il clima russo è particolare non meno lo è la geografia dei luoghi. Gli italiani, abituati al paesaggio multiforme delle campagne europee rimanevano stupiti di fronte agli spazi immensi e monotoni delle steppe russe.

“Strana terra, la Russia. Per mezze giornate il treno procedeva su un terreno ondulante, fra campi di girasole che si estendevano fin dove l’occhio riusciva a distinguere qualcosa. Linee sterminate; non si vedeva una casa, un albero, un uomo… Per ore, per giorni. Isolato e sperduto, ogni tanto l’occhio trovava qualche punto d’appoggio in solitarie ruote a pala […] Adusati ad altre misure e ad altri limiti, gli artiglieri guardavano attoniti, non riuscendo a stabilire un punto di contatto con quella terra”.

E d’altronde scarse erano le conoscenze su questo paese così distante dalla madrepatria, e nei confronti del quale c’era una grande curiosità e una grande volontà di scoperta. La curiosità nei suoi confronti era stata alimentata dalla rivoluzione bolscevica, che aveva catalizzato l’interesse mondiale negli anni compresi tra le due guerre mondiali. Se le notizie riguardanti gli aspetti politici del regime comunista erano però relativamente scarse e manipolate dalla propaganda dei paesi europei, del tutto assenti erano le informazioni sulla natura e la geografia di questo grande paese.

Solamente tra coloro che avevano avuto modo di leggere i grandi classici russi, e alcuni se ne erano procurati quando avevano conosciuto la loro destinazione, c’era chi aveva una pur vaga idea di quello a cui sarebbero andati incontro. Per gli altri si trattava di una scoperta e una meraviglia quotidiana per una natura così particolare.

Questa caratteristica del territorio nel quale grandi spazi intercorrono senza che si incontrino centri abitati di spicco o elementi geografici di rilievo, aveva la sua influenza anche dal punto di vista militare. Era una guerra nella quale la mobilità diveniva di fondamentale importanza, come ebbe a dire un giorno il feldmaresciallo von Kluge: “Stiamo combattendo battaglie navali sulla neve e sull’erba, sarebbe più logico mettere degli ammiragli al posto dei generali”.

Quando sopraggiungeva l’inverno e la neve ricopriva col suo manto uniforme anche le poche caratteristiche peculiari del terreno allora la steppa prendeva realmente le sembianze di un deserto bianco, i grandi spazi e le distese immense assumevano aspetti inquietanti che impressionarono i soldati italiani.

“Il senso dell’immensità disumana dell’ambiente ci schiacciava. Ci faceva sentire la piccolezza dei nostri sforzi. Cercava d’infiltrare nelle nostre anime lo stesso atteggiamento di fatalismo, di inutilità della lotta contro il destino, che è proprio degli abitatori di quelle terre”.

Lo stretto rapporto tra la geografia ed il clima della Russia da una parte ed il carattere dei suoi abitanti dall’altra, è una considerazione comune tra gli autori delle memorie. La sensazione dell’inutilità dei propri sforzi di fronte alla forza della natura, che spinge ad un atteggiamento fatalistico nei confronti della vita, era sicuramente tra gli aspetti del carattere delle popolazioni russe che furono sottolineati dagli italiani, i quali ben presto cominciarono a subire lo stesso tipo di influenza da parte dell’ambiente circostante.

“Tutto intorno vi era solo l’inusitato gelo e la vastità del territorio era tale da far sembrare quasi inutile il camminare… Davanti ai nostri reparti in ritirata non c’era altro che una grande distesa di neve che si fondeva con il cielo. Era tanto ampia da sembrare infinita! Pareva di essere in un deserto gelato, esteso quanto grande era la disperazione degli uomini che vi camminavano sopra”.

L’adattamento alle condizioni di vita imposte dalla natura del territorio, soprattutto durante l’inverno, furono difficili fin dall’inizio, ma “l’arte dell’arrangiarsi” propria dell’esercito italiano permise presto ai soldati italiani di sopperire con la creatività alle carenze nell’organizzazione dell’equipaggiamento e alla durezza del clima.

Anche Gambetti Fidia parla dello sgomento di fronte alla straordinarietĂ  del paesaggio:

“Tutta bianca di neve come per un pezzo d’occasione, così si offre immutata da quindici giorni al nostro sguardo la steppa. Quanto più colore nel bianco mutevole, luminoso, perlaceo, iridescente che non nel grigio bruciato ossessivo delle stoppie autunnali. In questa sterminata landa senza cime, senza colline senza burroni, l’orizzonte è a poche centinaia di metri, al di là delle piccole creste di un mare pietrificato che segna il limite delle nostre quotidiane conquiste visive”.

Anche D’Auria Michele:

“E la giornata , mano a mano che avanza, si fa sempre più uggiosa, più triste; e la luce che filtra dalla cappa plumbea che chiude il cielo e l’orizzonte, è livida, e fa quasi scura, bluastra la neve. Stringe l’animo tutto quel grigiore sopra e sotto e attorno al reparto che cammina […] Solo qualche imprecazione alla disgrazia della natura – natura morta – e qualche esclamazione di commiserazione per quella gente che è nata e destinata a vivere sotto simile cielo e in mezzo a simile neve: nella solitudine desolata di quel grigiore di piombo”.

Veniva sfruttata l’esperienza delle popolazioni, da sempre abituate a confrontarsi con il gelo insopportabile delle loro terre, e le risorse del luogo per adattarsi alla vita in quelle condizioni. L’esperienza russa per esempio aveva insegnato ai soldati italiani che per riportare in vita le parti del corpo che rischiavano il congelamento era necessario frizionarci della neve per qualche minuto.

La fame, il freddo e le privazioni non cessarono di molestare i soldati italiani impegnati in prima linea neanche durante le pause nell’avanzata, ma tutto sommato la vita di trincea era stata resa sopportabile in relazione alle difficoltà oggettive imposte dalla durezza di un clima ferocemente ostile.

La sensazione del freddo provocato dall’inverno è, per ammissione degli stessi autori, di difficile spiegazione e di difficile comprensione per chi non l’ha sperimentata sul proprio corpo, vocaboli come “freddo”o “stanchezza” sono termini adattati a situazioni che non rientrano nella eccezionalità di quelle che ebbero a vivere gli uomini che parteciparono a quegli eventi, non riescono a descrivere delle sensazioni così estreme.

“Sembrava che tante punte di spille di ghiaccio ti penetrassero nelle carni, tanti aghi di pino ghiacciati ti entrassero nei pori, in ogni poro…L’aria ferma, stagnante, sembrava essersi fatta di vetro gelato, sembrava scricchiolare ed infrangersi ad ogni passo che davi per penetrarla”.

Nonostante l’intensità del freddo che condizionava ogni aspetto della propria vita, la staticità della guerra di trincea aveva permesso, durante l’inverno, la costruzione di rifugi adatti, e l’approntamento delle misure necessarie a controbattere le insidie del gelo. In quelle condizioni le capacità d’ingegno dell’uomo erano riuscite se non a sconfiggere quantomeno ad opporsi con buoni risultati alla natura circostante.

Quando i combattimenti si facevano accaniti e duravano per piĂą giorni consecutivamente, come durante la battaglia di natale del 1941, o quando le unitĂ  italiane furono sottoposte alla ritirata, che costrinse i soldati a lunghe marce per decine di giorni, la lotta contro la natura assumeva i contorni di una sfida per la vita.

Durante l’addestramento agli alpini viene insegnato che il loro peggior nemico è da sempre stata la natura, più che i nemici veri e propri, volendo con questo far riferimento alle valanghe e alla neve delle montagne. Mai come nel caso della ritirata di Russia tale insegnamento si è dimostrato più rispondente alla realtà.

L’assenza delle proprie strutture abituali, l’essere alla totale mercé dell’ambiente circostante, fatta eccezione per l’inadeguato equipaggiamento personale, resero la ritirata un calvario di gelo, di fame e di sete.

“La temperatura seguitava a diminuire. Chissà che gradazione raggiunse quella notte! Non avvertivamo neppure più il freddo come tale: era qualcosa di micidiale che ci assediava da ogni parte e, facendoci immensamente soffrire, si adoperava per strapparci dalle membra la vita, per succhiarla fuori. Non si affrettava e non si stancava, pareva sapesse d’avere tanto tempo davanti, e che col tempo noi saremmo stati sempre più sfiniti”.

Il gelo durante la ritirata divenne il nemico peggiore, capace di uccidere rapidamente ma senza provocare dolore: era la cosiddetta “morte bianca”, che anzi diventava quasi una liberazione dalle sofferenze patite. In quelle condizioni l’aria che entra attraverso una fessura, per quanto millimetrica fosse, diventava come una lama di spada che si conficcava
nelle parti esposte alla sua azione.

Dopo qualche ora di movimento all’aperto, una crosta di ghiaccio si formava sulla parte inferiore del viso, dal naso in giù, le barbe diventavano blocchi ghiacciati, dai quali pendevano lunghe stalagtiti di ghiaccio.

L’unico modo per liberarsi da questo strato di ghiaccio era sostare per qualche ora all’interno di una calda isba, altrimenti l’operazione diveniva, oltre che dolorosa, quasi impossibile, e le conseguenze si facevano presto sentire.

“E’ notte. Neve e vento continuano a flagellarci. Qualche soldato si lamenta ad alta voce. La sete e la fame stordiscono e sono fonti di una sofferenza sorda, di un tormento profondo. E’ difficile spiegare a chi non l’ha provato, che cosa vuol dire fame e sete ad una temperatura sui 40 gradi sotto zero. Bisognerebbe fare un discorso pazzo o accennare ad alcuni episodi sconvolgenti e solo comprensibili nel quadro di una disperazione folle al limite estremo della tolleranza umana”.

“Si levò il vento. Dapprima quasi insensibile, poi forte sino a diventare tormenta. Veniva libero, immenso, dalla steppa senza limiti. Nel buio freddo trovava noi, povere piccole cose sperdute nella guerra, ci scuoteva, ci faceva barcollare. Bisognava tenere forte la coperta che ci riparava la testa e le spalle. Ma la neve entrava da sotto e pungeva il viso, il collo, i polsi come aghi di pino”.

A venti e anche a trenta gradi sotto zero, se l’aria è perfettamente immobile, il freddo non si sente, non produce cioè maggiori sofferenze di una temperatura di dieci gradi sotto zero. Ciò non impedisce che una mano o un orecchio lasciato incautamente scoperto possa irrimediabilmente congelare in una decina di minuti. Se invece tira vento, anche solo una leggera brezza, queste temperature diventano insopportabili: le rughe, anche quelle più mobili del viso si fissano come d’improvviso, le facce degli uomini cambiano, si fanno color grigio terra, i volti si scolpiscono nei fasci muscolari.

Marciare per delle ore, per dei giorni, senza l’equipaggiamento adatto, senza poter riposare e senza una alimentazione in grado di rifondere le energie spese era durissimo; quando poi lo si doveva fare nelle ore notturne il dolore provocato dal gelo intenso diventava qualcosa di insopportabile.

“Fino a quando non calò il sole. Allora il freddo si fece sentire più intenso che mai e la sofferenza ricominciò ad affondare i suoi tentacoli nei nostri piedi, nelle nostre mani, nel nostro viso, nel nostro cervello”.

A questo grado di intensità il freddo diventava qualcosa di tangibile, di solido, che riusciva a penetrare nelle carni e nelle menti, che arrivava a costituire una quarta dimensione delle cose. Ma il freddo, seppur temibile, non era l’unico avversario contro il quale dovettero confrontarsi coloro che parteciparono alla disastrosa ritirata: anche la fame e la sete accompagnarono i soldati italiani durante le loro lunghe marce.

Il ripiegamento dal fiume Don non era stato né preordinato né tanto meno programmato con anticipo: più che una manovra, la ritirata si configurò sin dai primi momenti come una vera e propria rotta, con tutte le conseguenze del caso. Non era stato possibile accumulare e preparare per il trasporto i viveri necessari al mantenimento delle unità che si accingevano ad abbandonare il fronte. Molti tra i depositi di viveri situati nelle retrovie erano stati prematuramente abbandonati o dati alle fiamme dagli addetti alla sussistenza, che non vedevano l’ora di sganciarsi da una situazione che cominciava a farsi preoccupante.

Fu così che i soldati italiani iniziarono la ritirata con le risorse limitate a quello che individualmente ogni soldato era riuscito a mettere da parte e a portare con se. Ben presto gli scarsi viveri di scorta finirono, e, data l’impossibilità di riceverne per via aerea, si dovette far affidamento a quel poco che si riusciva a rimediare nelle isbe dei villaggi ai quali si andava incontro.

“Già dal primo minuto del risveglio la fame latrava orribilmente […] Incontrando strada facendo qualche gruppo di isbe abbandonate, gli uomini si lanciavano a frugare nelle cucine, nei cortiletti, negli orti per racimolare […] un qualsiasi ributtante avanzo che si potesse masticare e ingoiare.

Le spasmodiche ricerche ben raramente davano frutto, poiché altre migliaia di affamati avevano preceduto frugando; ma, ad ogni isba incontrata, squadre di gente dal viso torvo e cinerino si buttavano all’uscio spesso impegnando, sulla soglia, rapide silenziose accanite lotte per prevalere e conquistare la precedenza; e siccome non pareva disumano che gli uomini si giocassero la vita per una scorza di patata, non era infrequente che dai panni sordidi e ghiacciati spuntasse all’improvviso, barbarico, il luccichio dei coltelli”.

Per ripararsi dal gelo era necessario riuscire a conquistare una isba, e si è visto come tale lotta non fosse sempre incruenta; così anche le risorse di cibo che era possibile ottenere da quella natura così ostile erano sempre insufficienti al fabbisogno delle decine di miglia di affamati che percorrevano le piste della ritirata. I giorni di digiuno si sommavano uno dietro l’altro, mentre le forze fisiche e psichiche lentamente venivano meno, piano piano la fame faceva sentire i suoi morsi, sempre più tenaci, sempre più violenti.

“Una fame nuova, e antica, una fame immensa, sembrava, insaziabile, che veniva dalle più intime profondità dell’essere fisico, in forza di necessità assoluta, fame dimenticata nel furore delle cose, ma non soddisfatta, mai, neanche in parte, da tanti giorni”.

Ben presto la fame cominciò ad intaccare anche le capacità raziocinanti, la spinta feroce di dare soddisfazione a questo istinto rendeva gli uomini capaci di azioni che hanno dell’incredibile se estrapolate da questo contesto, ma che apparivano del tutto naturali nelle gelide e desolate steppe della ritirata.

Gli uomini si attardavano per ore pur di ricercare qualcosa di commestibile, ben sapendo che lasciarsi staccare dalla colonna poteva significare la cattura o ancor peggio la morte. Le isbe più lontane dalla colonna in marcia erano anche le più pericolose, perché al loro interno potevano nascondersi dei partigiani in attesa che qualche sventurato, spinto dal bisogno ed incurante dei rischi, si affacciasse all’uscio, ed allora diveniva una facile preda.

E’ difficile dare un’idea del punto al quale si può arrivare quando si è costretti a combattere con il gelo, la sete e la fame per decine di giorni. Era una condizione che può essere assimilabile alle disumane sofferenze patite dagli ebrei nei campi di sterminio nazisti.

“Ho già la fame regolamentare, la fame cronica sconosciuta agli uomini liberi, che fa sognare di notte e siede in tutte le membra dei nostri corpi”, una fame che spinge gli uomini gli uni contro gli altri, che spegne la solidarietà e cancella ogni morale.

“Bisogna risalire la corrente; dare battaglia ogni giorno e ogni ora alla fatica, alla fame, al freddo, e alla inerzia che ne deriva; resistere ai nemici e non aver pietà dei rivali; aguzzare l’ingegno, indurire la pazienza, tendere la volontà. O anche, strozzare ogni dignità e spegnere ogni lume di coscienza […] Il sopravvivere senza aver rinunciato a nulla del proprio mondo morale…non è stato concesso che a pochissimi individui”.

Molte sono le analogie tra esperienze come la shoah e la ritirata, che toccano profondamente la corporeità come la fame, e il freddo: esito comune sono l’antagonismo con gli altri individui, il crollo della speranza, della volontà, e della dignità. Se un mulo, durante la marcia, dava segni di cedimento, poteva essere spolpato a colpi di baionetta da una torva di persone inferocite in pochi minuti, mentre il povero mulo era ancora vivo.

“Nel buio un’ombra scivola, mi passa di fianco e si avvicina al mulo… Lo seguo con gli occhi e stento a credere a ciò che vedo. L’alpino si ferma accanto al mulo, brontola tra se, fruga nelle tasche profonde dei pantaloni, tira fuori un chiodo lucido, aguzzo. Il soldato con un colpo abile conficca il chiodo nel collo del mulo, lo estrae, pone la bocca sulla piccola ferita e succhia il sangue aspirando con voluttĂ  […] – Che fai? – dico […] – Cappellano, non è nulla, bevo e mangio. Bisogna prenderne dove ce n’è – ”.

E non c’era proprio nulla durante la ritirata, se alcuni soldati si riducevano a rodere la legna delle slitte o se alcuni sbandati arrivarono fino al punto di litigarsi tenacemente anche gli escrementi gelati di un mulo. Un soldato cercò addirittura di infiltrarsi nelle linee nemiche antistanti per tentare di rubare un pezzo di pane, il tentativo estremo ebbe successo, ma il soldato fu sorpreso e ucciso mentre ritornava. Il giorno dopo, quando gli italiani riuscirono ad avanzare, il pane insanguinato che il suo cadavere ancora stringeva sotto il braccio, e che gli era costato la vita, divenne un bottino avidamente consumato da qualcun’altro.

Non furono solo i muli che finirono per divenire preda degli istinti bestiali che molti non riuscivano piĂą a dominare.

“Un soldato stava spennando una gallina; poi l’addentò cruda. Altri soldati si lanciarono su di lui per strappare qualche pezzo di carne. Uno riuscì a staccare la testa e fuggì via tenendola in bocca […] Anch’io ero sfinito e affamato, ma urlavo a me stesso, dentro di me, di non cedere. Mi sentivo come penzolante in un abisso con le mani aggrappate al bordo. Non volevo precipitare”.

Un soldato si era appartato in un orto alla ricerca di qualcosa da mangiare, ad un certo punto vide venir fuori dalla neve delle grosse fogli verdi, erano enormi barbabietole. Con avidità diede un morso ad uno di quei frutti il cui succo dolciastro e amarognolo gli riempì la bocca. Inizialmente sentì un gran sollievo, ma dopo poco la gola cominciò a bruciargli terribilmente, neanche la neve, ingoiata a manciate, riusciva a placare quel bruciore. Improvvisamente fu colto dal terrore di essersi avvelenato, quando ad un tratto vide una piccola buca, più piccola di quelle dalle quali aveva estratto le barbabietole.

La fissò, ed improvvisamente scorse qualcosa che si muoveva, un musetto era apparso e poi era di nuovo scomparso nella buca. Si gettò su quel buco e cominciò a scavare con il proprio coltello, febbrilmente, spasmodicamente.

“La terra, la neve, incominciarono ad arrossarsi; sentivo scricchiolare qualcosa sotto la lama. Avevo colpito giusto, avevo trovato qualcosa… due topi grossi come due piccioni. Accuratamente me li ripulii, li fregai con la neve, bevvi, sì bevvi il loro sangue frammisto con terra e neve, il bruciore alla mia gola si placò… da quel momento non avevo più paura di morire di fame, qualche bel topo di campagna l’avrei sempre potuto trovare.

Parecchi ne feci fuori ed arrostiti ai ferri non erano poi tanto male […] Con un colpo netto, via prima la testa e poi la coda, appesi ad un albero per le gambette posteriori, sventrati, puliti ed arrostiti con un pò di legna. Erano un pò scipiti e mancanti di sale, troppo dolci insomma, ma erano buoni e spesso mi ammorbidivano la fame”.

La fame, unita alla sete, alla fatica e alla durezza del clima, che dovettero sopportare i soldati durante la ritirata produsse delle sofferenze e dei momenti indelebili nella memoria dei reduci. Nelle loro memorie tra gli aspetti della vita quotidiana non mancano mai dei ricordi che riguardino il momento del rancio e il rapporto con il cibo anche durante la vita di trincea, dove la fame era sempre presente, anche se non con l’intensità che raggiunse durante la ritirata. Il momento del pasto era un momento nel quale si viveva la comunità con i propri compagni, un momento nel quale la parola, il discorso, permettevano di estraniarsi dalle vicissitudini quotidiane.

“E’ l’una di notte e ci chiamano. E’ arrivato il rancio con una camionetta cingolata […] Siamo diciotto intorno alla marmitta senza cucchiaio. Per fortuna la luna è al centro dello spiazzo e ci si vede discretamente. Il sergente, comandante del plotone, apre il coperchio e ci prega di metterci in fila.

Sfiliamo davanti alla marmitta e prendiamo una manciata di pasta. Le mani sono sporche di fango, di muco, di nicotina. La fame vince ogni cosa e composti giriamo intorno alla marmitta affondando la mano nella pasta tiepida. Puliamo la mano sui calzoni e la bocca sulla manica della giubba”.

Il legame tra il mangiare e la parola è secolare, e trova la sua classica espressione nel simposio. Poiché il momento del mangiare era un momento di gioia, una sorta di rivincita nei confronti della natura che veniva consumata e ingerita anziché essere lei a farlo, l’argomento dei discorsi non era mai ne il passato ne tanto meno il presente, fonti di dolore, ma il futuro, un futuro che non può non riservare momenti migliori di quelli che si stanno attraversando.

Durante i rari momenti di pausa nelle marce della ritirata, non mancano le descrizioni delle mangiate che i soldati si sarebbero offerti l’uno all’altro, purché si fosse venuti fuori dalla sacca; descrizioni e progetti che erano un modo tra gli altri per riandare con la memoria all’intimità della propria casa, ai gesti quotidiani della vita familiare. Il cibo sembra lo strumento più idoneo a prefigurare il futuro, perché il cibo di cui si parla è quello di casa, la tavola imbandita è lo scenario del ritorno: è il legame simbolico tra pane e libertà radicato da sempre nella cultura popolare.

Anche alla fine, quando oramai si era usciti dall’accerchiamento sovietico e quindi ci si era potuti ristorare, il pensiero al cibo torna ancora ricorrente. Egisto Corradi, che dovette compiere a piedi anche altri quattrocento chilometri prima di essere finalmente rimpatriato, ricorda come durante quelle marce, “anche se non più vicino a morire per fame, camminando discorrevamo per interi quarti d’ora di pasta asciutta e bistecche; la pasta asciutta e le bistecche che avremmo mangiato quando fossimo stati in Italia”.

La centralitĂ  dell’esperienza corporea e della fame ha spinto alcuni autori a dedicare alla fame anche il titolo delle loro opere, come nel caso intorno alla marmitta affondando la mano nella pasta tiepida. “Puliamo la mano sui calzoni e la bocca sulla manica della giubba” de “La lunga fame” di Dario Lo Sordo, oppure il famosissimo “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi, nel cui titolo c’è una evidente identificazione tra l’uomo, l’individuo, ed il suo bisogno di cibo, il suo essere cibo: non sono centomila soldati, ma centomila gavette, colme solamente del ghiaccio della steppa russa.

Oltre al gelo ed alla fame coloro che presero parte alle lunghe marce della ritirata patirono anche le pene provocate dalla sete. Sembra incredibile che si debba parlare della sete quando tali avvenimenti avevano luogo su di un mare sconfinato di neve e di ghiaccio, ma il sollievo procurato dalle manciate di neve che venivano inghiottite di continuo era solamente un rimedio fittizio. La neve è assai differente dall’acqua potabile, il suo consumo procura una soddisfazione solo momentanea, poi la sete ritorna, più pressante di prima.

“Il grande tormento di tutti è la sete, una sete inestinguibile che ci segue sempre come una malefica compagna”.

Tra i mali peggiori procurati dall’ingestione della neve c’era la dissenteria, facilmente curabile in condizioni normali, questo tipo di disturbo poteva rivelarsi fatale nella precarietà della ritirata. La sete viene descritta nelle memorie come una insidia per certi versi più pericolosa della fame stessa, soprattutto perché è una sensazione che non abbandona mai.

“Perché se la fame, il sonno, e la stanchezza fanno crollare una persona, la sete la fa impazzire, tanta è la sofferenza; comincia con una specie di spasimo, la vista si annebbia, vengono le bave alla bocca, il cervello non funziona più, la persona viene presa da una specie di odio contro tutto e contro tutti, e viene persino tentato di mordersi i polsi per dissetarsi con il proprio sangue!”.

Uno degli aspetti più interessanti che scaturiscono dal confronto dell’uomo con una situazione ambientale estrema, è il rapporto tra l’individuo e il proprio corpo, che gli autori non mancano di evidenziare in più modi. Le condizioni di vita imposte dalla guerra sono di per se già estremamente logoranti sia per il fisico che per la psiche degli individui: le marce estenuanti, i continui combattimenti, la mancanza di riposo, un’alimentazione scarsa sia dal punto di vista della quantità che della qualità, portavano i soldati ad uno stato di debilitazione continuo.

Anche durante le pause nell’avanzata, quando la guerra di movimento si trasforma in guerra di posizione permettendo un ambientamento maggiore ai soldati, le condizioni di vita restavano precarie. Soprattutto durante l’inverno i soldati, costretti a passare la maggior parte del tempo nei rifugi, conducevano una vita di “branco”, nella quale si viveva a stretto contatto in pessime condizioni igieniche.

E’ comprensibile che il perdurare di questa situazione potesse operare dei cambiamenti nel fisico, soprattutto nel modo di percepire il proprio corpo. Quando poi, come nella ritirata, gli eventi costrinsero gli individui a confrontarsi con la natura e la situazione ambientale senza neanche più il velo protettivo delle strutture che la guerra organizzata consente di realizzare, allora gli uomini scoprirono con il proprio corpo un rapporto nuovo, più profondo e intimo, fatto di sorpresa per le sue capacità di adattamento, di maggior percezione delle sue esigenze e di stupore per i suoi cambiamenti.

GiĂ  comunque durante la vita di trincea le condizioni di vita erano in grado di logorare profondamente il fisico degli uomini, anche qui la lotta con la fame, il freddo, e le condizioni igieniche, era molto dura.

“Siamo pieni di pidocchi. Le tavole sono piene di pidocchi. Li vediamo camminare perfino sulla parete al riverbero della fiamma […] Siamo sporchi di fuliggine, le mani sono nere. Non abbiamo un catino dove lavarci, ne un secchio per liquefare la neve. Sono nove giorni che non ci laviamo. La barba è lunga e il pelo maschera la pelle sudicia. Sono nove giorni che non laviamo la gavetta […] Nell’interno c’è una crosta di vari cibi. Spesso la raschiamo con la baionetta […]

Dalla porticina della baracca seppellita dalla neve sbucano, a uno a uno, come pecore, sette uomini. Sette soldati più luridi e puzzolenti di noi. Magri, stanchi, assonnati. Sembrano morti resuscitati […] La baracca, noi, il bunker di neve…siamo un tutto nella vasta palude di neve”.

Data l’impossibilità di mantenere le proprie abitudini e le proprie regole di vita, per sopravvivere non restava che adattarsi alla natura circostante e far entrare il proprio corpo in simbiosi con gli elementi dell’ambiente nel quale si viveva. Per far questo gli individui dovevano mutare il rapporto con la propria fisicità costruito durante gli anni vissuti in pace in Italia e conformarlo ad un ambiente estremamente diverso ed ostile.

Il generale Giovanni Messe in visita al fronte orientale russo nella primavera 1942

Nei rari momenti nei quali si poteva riconsiderare dopo tanto tempo il proprio corpo, valutarne le condizioni, avveniva che si scoprisse quanto, anche in modo inconsapevole, era cambiato il proprio fisico, si poteva “ritrovare il proprio corpo morbido e liscio sotto il torpore invernale, palparlo quasi senza riconoscerlo, come se fosse di un altro, con tenerezza”.

La maniera con la quale nelle memorie dei soldati si manifesta la scoperta di questo cambiamento del proprio corpo, è legata al tema della diversità. Il corpo sottoposto all’usura dell’ambiente viene riscoperto diverso, differente dalla percezione che evidentemente ancora non aveva abbandonato l’individuo, e che risaliva al periodo precedente al suo logoramento. Si guarda al proprio corpo con distacco e compassione, quasi come non fosse il proprio, ma quello di qualcun’altro.

Quando i soldati si trovarono alla deriva della ritirata, la fatica e l’esposizione al clima rigidissimo intaccarono ancora più profondamente e rapidamente i corpi malmessi. Il congelamento ad esempio è sintomatico di tale estraneità al proprio fisico: le carni degli arti congelati cambiano colore con il progredire del congelamento, piano piano si perde la sensibilità della parte, che si vede esserci, ma non si sente e non si riesce a dominare, proprio come se non appartenesse al proprio corpo.

Il congelamento può addirittura far staccare un pezzo del corpo, senza che però questo produca dolore, alimentando in tal modo l’idea che quello che si stia perdendo non sia una parte di se stesso, del proprio corpo.

“Le mani non seguivano il cervello e le guardavo come cose non mie e mi venne da piangere per queste povere mani che non volevano più essere mie. Mi misi a sbatterle forte una contro l’altra, sulle ginocchia, sulla neve; e non sentivo la carne e non le ossa; erano come pezzi di corteccia d’un albero, come suole di scarpe; finché me le sentii come se tanti aghi le perforassero, e me le sentii a poco a poco tornare mie queste mani che adesso scrivono. Quante cose può ricordarmi il mio corpo”.

La relazione tra un fisico che va adattandosi ad un nuovo ambiente e la percezione che di questo ancora mantiene la mente è una delle tematiche presenti anche nella letteratura sui campi di concentramento tedeschi. Ancora una volta le due esperienze possono essere assimilate a causa delle comuni sofferenze patite, provocate dal freddo, dalla fame e dalla
fatica, e dall’impossibilità di porvi rimedio. La sensazione di “abitare” in un corpo estraneo, non più riconoscibile è stata messa in luce, nelle sue memorie, anche da Primo Levi:

“Già il mio stesso corpo non è più mio… quando non ci vediamo per tre o quattro giorni, stentiamo a riconoscerci l’un l’altro”.

Queste stesse parole vengono ripetute di continuo anche dai reduci al terribile calvario della ritirata, quando l’esposizione al gelo fissava nei volti delle maschere fisse e dal colore sinistro, e quando la fatica e gli stenti cominciavano a lasciare i primi segni sui corpi degli uomini ormai allo stremo. Gli uomini vedevano nelle sembianze degli altri lo stesso proprio cambiamento, ma fino a quando non arrivavano alla vista della propria metamorfosi non ne avevano una piena coscienza.

“Stavo proprio per chinarmi, quando con la luce in faccia e l’acqua limpida che faceva da specchio, rimasi esterrefatto: non riconoscevo più quello che vedevo nel secchio, cioè non riconoscevo più la mia faccia!… Per la prima volta in vita mia, facevo pietà a me stesso”.

Si scopre così anche il limite di sopportazione del proprio fisico alle sofferenze e alle privazioni. La volontà di sopravvivere si insinuava tra le pieghe del dolore, diffondendo nei corpi di chi ancora manteneva la speranza delle energie e una capacità di resistenza mai sospettate prima, e fonte di continua meraviglia. Ogniqualvolta che sembrava che le forze fossero giunte al termine, e che nulla al mondo avrebbe potuto rifonderle, ecco che dalla volontà di sopravvivere scaturivano nuove energie, tanto inattese da far considerare a coloro che seppero sfruttarle, un miracolo la propria sopravvivenza.

le perdite delle Divisioni Alpine nella Campagna di Russia.

Ecco quindi che la lotta nei confronti della natura si trasforma da una prova di resistenza fisica ad una ribellione dello spirito contro la crudezza ingiusta dell’ambiente. Nella tragica prova imposta dalla ritirata, i soldati italiani raggiunsero i limiti supremi della resistenza umana. Per sopravvivere, dovettero sopperire all’esaurimento delle risorse fisiche, facendo ricorso alle più segrete e quasi sconfinate risorse della volontà. Era la vittoria dello spirito sulla materia, dell’individuo nei confronti dell’ingiustizia della natura.

“Resistere, bisogna… sentivi, in te, l’imperativo. E ti buttavi con tutta l’anima tua e il furore della tua giovinezza nella resistenza ad oltranza, fatta di mente e di volontĂ  e di sforzo fisico fino al parossismo… e lottavi, per non lasciarti sopraffare dal gelo disperato che si voleva impadronire di te: nel tuo corpo, nella tua mente, nella tua volontà… Resistere per caparbietĂ , se non altro per far vedere alla Russia, e a quel ghiaccio, e a quell’aria, di che cosa è capace un soldato italiano”.

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