ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 19

a cura di Cornelio Galas

Fonte: Università degli Studi di Roma “La Sapienza” Facoltà di Scienze Politiche. Titolo Tesi: “La campagna di Russia (C.S.I.R.- A.R.M.I.R. 1941-1943) nella memorialistica italiana del dopoguerra”. Anno accademico 1999-2000.

italiani e russi

Nella memorialistica sulla campagna di Russia i rapporti che intercorsero tra gli uomini del contingente italiano e la popolazione russa, sia la popolazione civile che le unità combattenti , trovano un ampio spazio.

Appare naturale che nelle memorie dei reduci, spesso dense di episodi di vita quotidiana, vengano descritte con ampiezza queste relazioni, che tanta importanza rivestono per un esercito operativo in terra straniera a migliaia di chilometri da casa.

I vincoli che si stringono con la popolazione influenzano sia il vissuto quotidiano dei singoli combattenti, sia lo svolgimento delle operazioni delle grandi unità. Per questo motivo sembra necessario soffermarsi sui rapporti occupante-occupato per come si svilupparono durante la campagna.

Che per ottenere un successo definitivo sull’U.R.S.S. fosse necessario perseguire una politica accorta nei confronti delle esigenze della popolazione e dell’economia dei paesi occupati era ben chiaro alla classe dirigente tedesca. La promessa di liberare i vari nazionalismi, come quello assai forte dell’Ucraina, dal giogo comunista, come anche la promessa di ripristinare la proprietà privata con la distribuzione delle terre ai contadini, dimostrano come si sapesse quali erano i tasti giusti da toccare.

Il 30 giugno del 1941, solamente pochi giorni dopo la dichiarazione di guerra tedesca alla Russia, l’Organizzazione dei Nazionalismi Ucraini proclamò solennemente la restaurazione dello Stato ucraino, ma anziché sfruttare con abilità il sorgere di tali fermenti antisovietici il capo del movimento ucraino, Bandera Stetsko, e tutti i suoi collaboratori vennero arrestati.

Nella realtà quindi la politica perseguita dalle autorità germaniche fu quanto meno contraddittoria. Le requisizioni si trasformavano in veri e propri saccheggi, il trattamento della popolazione civile e dei prigionieri, “i metodi usati negli interrogatori, nelle esecuzioni, nelle rappresaglie, condotti con la brutalità che ci è anche troppo nota, seminando soprusi, spogliazioni, violenze, lutti, provocavano ovunque cupi sentimenti di vendetta e l’odio generale contro l’invasore”.

Questo atteggiamento nei confronti di popolazioni che inizialmente, almeno in parte, non erano maldisposte verso gli eserciti occupanti, contribuì fortemente a stimolare la volontà di resistenza. I russi , tra i due dittatori, scelsero quello domestico: “Stalin ci aveva lasciato almeno una vacca nella stalla, Hitler ci porta via anche questa”.

I tedeschi, fidando unicamente sulla loro forza militare, trascuravano gli elementi politici e psicologici, che avrebbero potuto trasformarsi in utilissimi contributi alla loro azione bellica. La politica germanica in Ucraina fu diretta fin dal principio ad uno sfruttamento integrale e tutt’altro che lungimirante delle risorse del paese: il patrimonio zootecnico venne depauperato, l’agricoltura sfruttata senza minimamente considerare la possibilità di un futuro utilizzo delle sue risorse, i macchinari delle fabbriche e delle miniere asportati o distrutti, la popolazione deportata per il lavoro coatto.

Quando l’inutilità di tale politica divenne tragicamente evidente le autorità tedesche cercarono, come dichiararono numerose circolari, di porvi un tardivo riparo, ma senza la effettiva volontà di attuare disposizioni che d’altronde erano spesse volte in contrasto tra loro.

“Risollevare l’economia locale con una sana politica monetaria e una scrupolosa onestà nei rapporti commerciali, trattare bene i prigionieri… guadagnarsi la fiducia degli abitanti concedendo autonomie amministrative e valorizzando la classe dirigente locale, questi sono gli argomenti trattati con energica convinzione da numerose circolari delle autorità supreme tedesche che insistono sulla loro capitale importanza”.

Lo stesso autore più avanti sottolinea come “tra il dire e il fare ci sia di mezzo il mare”, e che ben presto i russi dovettero accorgersi della veridicità di questo proverbio. Una circolare del 10 maggio 1942 del Comando Supremo dell’Esercito, dopo aver ricordato al soldato tedesco la necessità di provvedere alla difesa della proprietà, dei lavoratori civili, di rispettare le donne, di astenersi dalla rappresaglia, concludeva con l’esortazione a dimostrare “il suo buon diritto di comandare… Le popolazioni dell’est devono avere la sensazione che egli è padrone”.

Ancora dal Comando Supremo tedesco: “Le popolazioni considerano l’atteggiamento verso i concittadini prigionieri come la pietra di paragone dell’atteggiamento del vincitore verso l’intero popolo russo […] il trattamento dei prigionieri influirà su tale atmosfera di collaborazione”.

Si vedrà più avanti come sarà realizzata nella pratica questa disposizione. Le stesse autorità naziste, di fronte al fallimento della loro propaganda che invitava i sovietici alla diserzione, rimarcarono come gli eccessi della violenza tedesca spingessero i soldati dell’Armata rossa non solo a non disertare, ma a combattere fino allo stremo.

Ma questa specie di consapevolezza giunse però troppo tardi, oramai si era innescata una escalation di violenza difficilmente arginabile. La brutalità della politica di occupazione si estendeva a tutti i campi dell’amministrazione : dal reperimento dei generi di prima necessità ai piani per lo sfruttamento delle risorse agricolo-industriali di intere regioni, dal comportamento con i civili a quello con i prigionieri e con i lavoratori coatti, dal rapporto con il nemico fino a quello con gli alleati stessi.

Probabilmente anche grazie a questo atteggiamento si rileva nella memorialistica un fenomeno che caratterizza l’insieme dei rapporti tra italiani e russi. In gran parte delle memorie, oltre alla descrizione della vita vissuta accanto e con la popolazione, c’è la tendenza a fare il confronto con il diverso comportamento tenuto dai tedeschi nelle medesime circostanze.

Una differenza più che sostanziale naturalmente ci fu, ma questa necessità di confronto nasceva forse anche dalla volontà di non rimanere travolti nella polemica del dopoguerra sulle crudeltà e sugli stermini perpetrati dal nazismo nei territori occupati.

Soprattutto in Italia il comportamento tenuto dai soldati e dagli ufficiali del C.S.I.R. con la popolazione, come anche il comportamento delle autorità sovietiche con i prigionieri italiani, divenne oggetto di scontri politici fra esponenti della destra e della sinistra con reciproche accuse di crudeltà e ferocia. Le differenze di comportamento furono spesso causa di dissidi e gelosie da parte tedesca.

“Uomini e donne avevano un terrore folle delle truppe tedesche; verso gli italiani (e non tutti se lo sarebbero meritato) tenevano una condotta confidente, quasi affettuosa. Ci si intendeva subito”.

D’altronde tale confronto fu operato non solo dagli italiani, ma dalle stesse autorità sovietiche che misero l’Italia all’ultimo posto, dopo russi bianchi, tedeschi, romeni, finlandesi e ungheresi, nella scala di crudeltà nei confronti della popolazione. Un altro elemento importante da mettere in luce è la motivazione che porta a differenziare l’analisi del rapporto con i civili da quella con i combattenti.

Per quanto concerne le relazioni con i civili le memorie hanno una tendenziale unanimità di giudizio e si riscontrano anche tutta una serie di tipologie di comportamento comuni. Per quanto riguarda invece “l’idea del nemico”, questa omogeneità di giudizio manca. Anche in questo caso, fatte salve le inevitabili diversità di esperienze vissute durante eventi così drammatici, è pensabile che tali differenze siano in parte attribuibili a eventi posteriori al conflitto stesso.

La spinosa questione dei prigionieri italiani in Russia, aspramente dibattuta nel dopoguerra, e la commozione scaturita dai racconti dei reduci dalla prigionia hanno probabilmente influenzato il giudizio sul comportamento dell’esercito e delle istituzioni sovietiche.  Del problema dei prigionieri italiani si parlerà più avanti, ma è da considerare il fatto che, la complessità dell’argomento richiederebbe uno studio specifico più approfondito, che esula dagli intenti e dalle possibilità di questa analisi della memorialistica.

Italiani e popolazione: incontro e conoscenza

Prima dell’avvento dei grandi mezzi di comunicazione, l’informazione e la conoscenza, soprattutto nel caso di luoghi, popolazioni e culture assai lontane, avveniva con estrema lentezza e superficialità. Non c’era altro modo che affidarsi alla lettura dei classici (molti partirono portando con se libri di autori russi), oppure alla lettura di quotidiani e riviste, in quel periodo tutt’altro che libere da condizionamenti politici.

L’avvento del comunismo, con la sua quasi mitologica promessa di costruire in Unione Sovietica un “nuovo mondo”, aveva certamente stimolato l’interesse per quel paese di cui tanto si parlava ma di cui nessuno ne conosceva con esattezza la realtà. Appare naturale quindi che vi fosse da parte degli italiani, ma anche da quella dei russi, il desiderio di scoprire il carattere, il costume, le istituzioni di un popolo tanto diverso e misterioso.

Nei testi analizzati traspare chiaramente la volontà di fissare nella memoria scritta le considerazioni e i ricordi di questo “nuovo mondo”.

“Non ho mai commesso l’errore, comune a molti di noi, di formulare un giudizio definitivo sulla vita e sul regime di questo paese […] Ho guardato senza pregiudizi di nessun genere, così come già in Italia fin dai primi anni avevo prestato un grande interesse a questa rivoluzione bolscevica […] ricercando avidamente pubblicazioni e documenti che dessero una certa garanzia di obiettività”.

Tra gli aspetti della vita russa che maggiormente colpirono la curiosità degli italiani spiccano gli agglomerati urbani e i villaggi, la particolare mentalità russa e l’inaspettata religiosità delle popolazioni, soprattutto in relazione al fatto che l’U.r.s.s era stata dipinta come una nazione convintamente atea e anticlericale.

La conoscenza delle città produce reazioni differenti che passano dallo stupore e dall’ammirazione per la rapida modernizzazione comunista, alla delusione per chi invece paragona lo sviluppo sovietico con quello dell’Europa occidentale; c’è anche chi, infine, rileva che in fondo non passa poi tanta differenza tra la misteriosa Russia e la ben conosciuta Italia.

Tralasciando la volontà dei narratori di fare propaganda in un senso o in un altro sulle condizioni di vita delle popolazioni russe, probabilmente le differenti reazioni corrispondono a differenti aspettative. Chi si attendeva fantastici prodigi dal regime comunista restò deluso, così come chi credeva di trovare un paese barbaro e primitivo restò meravigliato della sua civiltà.

Tutto ciò in perfetta corrispondenza con le contrastanti e a volte fantasiose notizie che si avevano in patria.

 “La nostra curiosità è avida di conoscere un po’ da vicino questa benedetta Russia. Tutti ne hanno parlato e scritto sinora,ma con giudizi così diversi che a leggere l’odierna letteratura sulla Russia bolscevica v’è da impazzire”.

“E se qualcuno ha qualche dubbio sulla affinità tra fascismo e bolscevismo, lo prego venga in Russia, per esempio a Stalino. I palazzi, se pure tutti grigi, hanno lo stesso stile operaio delle costruzioni che si fanno oggi in Italia : anche i più signorili, gli edifici pubblici hanno anche qui molte colonne,vogliono riecheggiare qualcosa di classico, di romano”.

Le città industriali, frutto del forzato e rapido sviluppo tecnologico, erano state costruite praticamente sopra i villaggi preesistenti. Si potevano notare, accanto alle vecchie case ad un piano, moderni palazzi di cemento in stile classico, nei quali si trovavano gli uffici delle amministrazioni e delle varie istituzioni pubbliche.

Guardando questi agglomerati così poco armoniosi si percepiva lo sforzo che la Russia stava compiendo per adeguare le proprie strutture a quelle delle società occidentali. Se questa era la situazione delle zone industrializzate, ben differente era quella delle zone periferiche e di quelle agricole.

Qui la modernizzazione era arrivata solamente nei kolkoz, grandi fattorie nelle quali i contadini lavoravano in comunità. I villaggi erano ancora quelli dell’epoca zarista, composti dalle caratteristiche isbe, abitazioni di fango e paglia, che risultavano comunque assai adatte al clima di quelle regioni.

”La nazionalizzazione delle masse”

“I villaggi si presentano miseramente. Casupole di terra impastata con tetti di paglia. Nell’interno di ogni isba una grande stufa di mattoni con un ripiano sul quale, d’inverno, ci dormono”.

Descrizioni di queste particolari abitazioni ricorrono spesso. Le truppe combattenti, operando in un clima rigidissimo, dovettero ben presto constatare come le operazioni fossero condizionate dalla possibilità di trascorrere la notte al riparo. Le isbe fornirono continuamente alloggio per le truppe,arrivando, durante la tragica ritirata, a fare la differenza tra la vita e la morte.

“In tutti, però, le innumerevoli isbe, disseminate sulla pianura russa, col loro cappuccio di neve, col loro pennacchietto di fumo denso e pigro, sono ricordate con grande affetto e gratitudine. Decine di migliaia di italiani dovettero la loro salvezza a quelle umili “case-stufa” […] Casolari del tutto identici a quelli che nel gennaio del 1708 offrirono riparo ai soldati di Carlo XII, re di Svezia, e nel novembre del 1812 sottrassero all’assideramento notturno le truppe zoppicanti di Napoleone”.

E’ con i contadini che vivevano in queste isbe che i soldati italiani impararono a fare la conoscenza delle abitudini, dei costumi e del carattere dei russi. La familiarità con la quale gli italiani entrarono in contatto con la popolazione permise loro di conoscere a fondo le caratteristiche di una mentalità per molti aspetti profondamente differente dalla loro.

L’animo russo viene descritto come capace di grandi slanci di generosità anche a costo di grossi sacrifici, ma anche, in altre circostanze, capace di una gratuita e quasi primitiva efferatezza. La fermezza, la triste serenità, la forza d’animo con la quale i russi affrontano le più incredibili vicissitudini sembrano a volte indicare rassegnazione; una rassegnazione che può tuttavia tramutarsi velocemente in odio feroce e in accanita volontà di resistenza anche di fronte alle situazioni più disperate.

“Capire i russi è cosa tutt’altro che facile : e questo, io credo, non solo per chi li osservi in condizioni particolari come noi. Sono incredibilmente elementari, e allo stesso modo dei fenomeni naturali sulla loro immensa terra, così si producono in loro i moti d’animo : in maniera eccessiva e senza ritegno. Tanto i positivi che i negativi. I quali sembrano alternarsi in loro, appunto come sulla terra i fenomeni naturali. Noi avevamo notato tutti la loro indole tendenzialmente buona. Ma anche il fatalismo, e una conseguente sconcertante inerzia e trascuratezza; e una densa materialità che a volte li fa bonaccioni, a volte feroci”.

Un’ altra caratteristica, quella che probabilmente gli italiani non si aspettavano di trovare, fu la spiccata religiosità di molti fra la popolazione russa. La propaganda aveva certo contribuito a configurare la guerra come una guerra di religione, di fede non solamente politica, fascismo-comunismo, ma anche di fede religiosa in senso stretto.

La chiesa cattolica proclamava la sua avversione al regime comunista che professava non solamente l’ateismo, ma addirittura la soppressione di tutte le istituzioni religiose, considerate strumento di oppressione del popolo. Il regime sovietico era dipinto come profondamente corrotto e privo di ogni fondamento morale. Un giudizio condiviso sia dalle istituzioni dello stato fascista che da quelle cattoliche.

La scoperta invece di un forte sentimento religioso, soprattutto nelle campagne dove più pesanti erano stati i disagi procurati dal comunismo, e dove era stata meno profonda la penetrazione della dottrina marxista, dovette quindi meravigliare gli italiani.

Con l’avvicinarsi delle truppe occupanti rispuntavano le icone religiose che erano state occultate e di cui ogni isba era ben fornita. Le messe, celebrate dai cappellani militari, sono molto frequentate anche dai civili russi .

“Un alpino dice alle due donne: -lo sapete? Quello lì (e indica me ) essere un pope. Non so perchè abbia voluto fare una simile rivelazione […], i nostri ospiti mi circondano, chiedono una medaglia della Madonna, parlano tutti insieme, sembrano eccitati.

Un bambino avanza, fa il segno della croce e recita l’Ave Maria. La madre si butta in ginocchio. La benedico… Ora ho capito l’astuzia dell’alpino. Ha rivelato la mia professione nella speranza che da qualche nascondiglio saltasse fuori un pò di cibo”.

L’alpino era evidentemente un buon osservatore. Aveva capito che le popolazioni contadine avevano dovuto per molto tempo nascondere la propria religiosità, e che ora che potevano esprimerla liberamente, lo facevano con grande passione. La presenza di un pope nella propria isba era un evento che andava festeggiato.

L’aspetto religioso era sempre stato uno dei più forti motivi di contrasto tra gli ucraini ed i russi: molti ucraini appartengono infatti al rito rutenocattolico, in contrasto con l’ortodossia ufficiale della Chiesa russa. Sarebbe stato indubbiamente utile ed opportuno per le autorità tedesche favorire l’elemento religioso ucraino per poterlo opporre all’ateismo ufficiale del governo sovietico.

Invece i tedeschi si opposero con fermezza ad ogni forma di propaganda cattolica al punto che venne vietato anche ai cappellani militari italiani di svolgere propaganda religiosa tra le popolazioni russe. Evidentemente il neo-paganesimo nazista non differiva, nella pratica, da quell’ateismo bolscevico che affermava di voler combattere.

La mancanza di una ben studiata politica religiosa privò i tedeschi, e con loro tutte le truppe occupanti, di un prezioso strumento che avrebbe potuto facilmente avere presa sulle popolazioni ucraine che avevano resistito alla trentennale propaganda atea del regime bolscevico.

Sviluppo dei rapporti

L’autonomia operativa del contingente italiano in Russia, C.S.I.R. prima e A.R.M.I.R. dopo, in materia di sfruttamento delle risorse e organizzazione dei territori occupati fu sempre, per espressa e non disinteressata volontà dell’alleato tedesco, assai limitata.

Pur avendo funzioni esclusivamente militari, le esigenze operative portavano necessariamente a stabilire una forma di occupazione territoriale che,seppure transitoria e limitata, contribuì a sviluppare un rapporto con le popolazioni sotto la “giurisdizione” italiana.

Per quanto riguarda il sostentamento, le unità italiane dipendevano quasi esclusivamente dall’organizzazione tedesca che, quando cominciò a trovarsi in difficoltà logistica, disattese gli accordi presi con l’alleato fornendo solamente ciò che sopravanzava alle esigenze del proprio esercito. In queste condizioni, un esercito in rapida avanzata e a grande distanza dalle proprie basi operative, doveva necessariamente soddisfare le proprie esigenze facendo ricorso alle risorse locali.

La stessa scelta di Napoleone, che non volendo appesantire e rallentare le operazioni della sua Armèe con una grande quantità di rifornimenti, aveva fatto dell’arrangiarsi “in loco” una legge di guerra.

“Bisogna effettivamente riconoscere che il comportamento delle popolazioni civili, nei riguardi delle truppe italiane, è stato sempre molto corretto tanto da meritare da noi un certo qual rispetto e riconoscimento, sopratutto per la dignità da essi dimostrata nel sopportare tanti sacrifici e sofferenze conseguenti al nostro passaggio.”.

Anche i soldati italiani dunque richiesero grandi sacrifici alle popolazioni, che non di rado erano costrette ad allontanarsi dai loro villaggi o a fornire alloggio alle truppe in transito. I comandi finivano per comportarsi come si comportano tutti i comandi di un esercito di occupazione, anche se gli ordini più sgradevoli erano messi in esecuzione cercando di rispettare sia le esigenze sia l’orgoglio delle popolazioni che dovevano subirli.

I tedeschi al contrario non chiedevano mai e prendevano con arroganza, finendo per ottenere meno di quello che avrebbero potuto e che gli italiani spesso ottenevano con spontaneità dalle popolazioni.

“Un giorno, chiedendo qua e là, capitai in una casa dove domandai se avessero qualcosa da mettere sotto i denti. Una donna mi fece cenno di aspettare che se ne fossero andati i tedeschi, entrati per la mia stessa ragione. Quando furono usciti, dal fondo del cassettone tirò fuori un pezzo di pane nero… mi porse il tutto dicendomi: – non ho altro da darti, ho anch’io i figli che piangono perché hanno fame come te –”.

Il carattere transitorio dell’occupazione italiana faceva sì che a caratterizzarla fossero soprattutto le relazioni personali stabilite tra i singoli individui. Il sopraggiungere del rigidissimo inverno del 1941, nel bacino del Donetz, e di quello del 1942, sulle rive del Don, costrinse i comandi italiani ad una sosta operativa, e conseguentemente all’amministrazione di queste zone per un periodo più prolungato di tempo.

Questa situazione fece sì che la popolazione russa potesse fare meglio la conoscenza con l’istituzione esercito e con il modo di operare delle sue strutture. Nelle città come Stalino o Rikowo, dove si stabilirono i comandi del C.S.I.R. durante la sosta del 1941, i rigori dell’inverno favorirono i contatti tra i civili e le truppe da essi ospitate.

Per spontanea iniziativa dei vari comandi, giacché in realtà certe decisioni erano competenza delle autorità tedesche, furono istituiti ambulatori e centri di accoglienza per civili, furono riattivate, nei limiti del possibile, le funzioni vitali per la popolazione di una città.

“Sapemmo così che i tedeschi, che avevano sotto la loro giurisdizione quella zona prima del nostro arrivo, avevano detto loro che, se avevano avuto di che lamentarsi dei tedeschi, si sarebbero trovati ancora peggio ora che stavano arrivando gli italiani! Questa situazione di tensione, però, durò ben poco: dopo meno di una settimana il paese aveva ricominciato, dopo chissà quanto tempo, a rivivere una vita pressoché normale.

Donne, vecchi e bambini erano sempre fuori, e non era raro vedere un alpino che mangiava il rancio pescando dentro la grande gavetta aiutato da un piccolo russo che gli sedeva sulle ginocchia, o vedere alpini che, dopo il servizio, davano una mano alle donne a spaccare la legna od a macinare il grano. La gente semplice ed onesta fa molto presto a capirsi e stimarsi”.

E’ sul piano delle relazioni personali che si formarono e svilupparono legami profondi, tali da imprimersi durevolmente nella memoria. E proprio la semplicità che caratterizzava questi rapporti rendeva possibile se non il superamento, almeno l’accantonamento delle avversità e degli odi provocati dallo stato di guerra.

Gli italiani trovarono nel carattere dei russi molti aspetti che li accomunavano a loro, come il senso della famiglia e dell’ospitalità, la religiosità, l’amore per la terra e la comune tendenza al sentimentalismo. Tali affinità non potevano non facilitare l’incontro tra individui che, pur appartenendo a gruppi in contrasto tra loro, trovavano nel vivere quotidiano una umana coesione.

Il fante Giuseppe Marchese in “Fronte russo c’ero anch’io” pg.504-505, racconta la storia della sua amicizia con un bambino russo di nome Ivan:

“Il ragazzino era molto sveglio e presto facemmo amicizia, gli regalai qualche medicina, qualche scatoletta di carne, del pane, che poco dopo volle ricambiare con della minestra di miglio e con delle frittelle di patate di cui avevo da tempo dimenticato il sapore ed il profumo.

La solidarietà tra persone vive si accentuò […] ogni mattina veniva a svegliarmi con una grossa gavetta di latte fresco schiumoso appena munto […] di giorno poi tornava e ci scambiavamo parole in russo e in italiano, gli insegnavo a disegnare e dimostrava una netta attitudine per il paesaggio locale […]

Ogni sera poi, al tramonto, come avvicinandosi ad un rito insieme alla sorella […] e la giovane cantava con una voce intonata e leggera, mentre lui suonava una rudimentale balalaica accompagnando il canto nostalgico”.

Non passò molto tempo prima che gli italiani sviluppassero una certa familiarità con alcuni vocaboli della lingua russa, che   venivano frammischiati a parole in gergo dialettale e accompagnati da una gestualità espressiva, andando così a costituire un linguaggio sempre diverso e in evoluzione, ma che rendeva possibile, non senza difficoltà, il superamento delle barriere linguistiche.

“Se invece desiderava un uovo, allora cambiava mimica. Coi pollici e gli indici accostati, dava l’idea della forma dell’uovo e imitava, con la voce, il canto della gallina che ha fatto l’uovo. Anche stavolta il russo, ridendo, diceva: – pognimaio- ( ho capito ) e gli consegnava qualche uovo. Questi contatti semplici e pieni di umanità, ci attirarono le simpatie del popolo russo il quale, parlando degli italiani, era solito dire: -Italianski carosc- gli italiani sono buoni. A differenza dei tedeschi dei quali diceva: -Ghermanski nema carosc- i tedeschi non sono buoni”.

In molte testimonianze si usano verbi come: “parlare”, “conversare”, per descrivere i contatti quotidiani con i civili russi; pur non trattandosi di dialoghi estremamente complessi si riusciva comunque ad avere una chiara comprensione dei concetti che venivano espressi. Con ogni probabilità più che dalla con un linguaggio diverso e difficile, questo dipendeva dalla reciproca volontà di capire e farsi capire.

Una tale disponibilità è indicativa del tipo di rapporti che intercorrevano tra le due popolazioni. La maggior parte degli italiani non considerava il popolo russo come un appartenente ad una razza inferiore, sottoponibile quindi ad ogni tipo di sopruso, non traspariva la volontà di dimostrare la propria superiorità umiliando la popolazione inerme e accanendosi contro il nemico.

Spontaneità, semplicità, umanità, queste sono le caratteristiche con le quali vengono descritte le relazioni con i civili che spesso ricambiavano nello stesso modo. Anche se questo tipo di approccio nei confronti dei russi è testimoniato in tutti i testi, non bisogna pensare che non sorgessero mai difficoltà o che non si verificassero episodi in contrasto con tale linea generale di condotta.

La campagna propagandistica con la quale si era preparata la “purificatrice crociata anti-bolscevica”, pur non arrivando come quella tedesca a prospettare un vero e proprio scontro per la supremazia razziale, era riuscita a fare breccia negli animi dei più motivati.

“Gli anticomunisti più accesi, furono gli ultimi a mollare […] non parvero impressionati dalle spietate rappresaglie dei nazisti, ne dall’immediata fucilazione dei prigionieri […] Non li commosse neppure la vista dei soldati sovietici che morivano di fame a migliaia , lungo le piste gelate delle retrovie, e restavano abbandonati sulla neve come rottami […] “L’idra rossa si schiaccia solo così ! Se si potessero accoppare tutti, questi pelandroni, sarebbe l’ideale !”. Frasi del genere strillavano, gonfiando le gote, i “duri” del console Nicchiarelli, di fronte ai dubbi dei più giovani”.

Dalla lettura delle memorie traspare comunque che, anche quando si verificavano episodi di tensione o di contrasto con i russi, raramente erano il frutto di convinzioni sulla propria supremazia culturale o razziale, ma piuttosto prendevano le forme di una avversione basata su considerazioni di natura politica.

Più che un odio generalizzato verso tutti gli slavi in genere, considerati dai tedeschi alla stessa stregua degli schiavi, per gli italiani l’avversario era un nemico politico, da combattere certamente, ma senza quella ferocia di chi vuole soggiogare un popolo intero.

Anche per questo forse i rapporti con i civili, considerati più delle vittime che dei fautori del comunismo, erano tendenzialmente buoni, mentre i tedeschi, spostando le motivazioni della loro aggressività sul piano razziale, non facevano differenze tra civili e combattenti.

Non tutti gli italiani sentivano fortemente le ragioni di questa guerra, ma c’era naturalmente chi le condivideva, e chi se ne faceva scudo per dar sfogo ai propri istinti. Oltre alle motivazioni politiche infatti, anche la situazione contingente di estremo disagio e di continua precarietà poteva rendere difficoltoso mantenere dei buoni rapporti con i civili.

Durante la ritirata due fanti entrarono in un isba di Nikitovka alla ricerca di cibo; i dinieghi della vecchia che l’abitava provocarono la sgarbata reazione dei due che, spinti dalla fame, si incattivirono arrivando a schiaffeggiare la donna. La vecchia tirò allora fuori le sue ultime provviste che i due soldati si sbrigarono ad addentare. In quel momento entrarono nell’isba dei partigiani russi sorprendendo i due impegnati a mangiare.

“Per qualche istante, l’isba fu piena di silenzio. Poi, la donna, senza alzare la voce, disse qualcosa. Poche parole, ma in tono di comando. I partigiani, dopo un attimo di esitazione, si tirarono dietro la porta e se ne andarono.

La donna senza dire una parola aspettò che i due soldati finissero di mangiare, poi “con un gesto calmo aprì la porta. Dopo di che, senza agitarsi, distribuì ai due militari quattro schiaffi …..quindi disse solo una parola: -Cicai!- andate”.

I due soldati raccontarono questa avventura al loro cappellano, Don Gnocchi, vergognandosi di aver umiliato una vecchia, che, soltanto qualche istante dopo, gli aveva salvato la vita e dato una lezione di umanità che non avrebbero scordato facilmente. Certo la fame, la stanchezza, la paura potevano spingere a comportarsi in maniera brutale, “tutta roba presa ai civili. La legge della guerra ci ha insegnato la razzia per necessità”, anche se talvolta non era solamente la necessità a motivare la razzia, ma anche un florido commercio al mercato nero o con la madrepatria.

E’ singolare rilevare come la brutalità di cui facevano spesso sfoggio gli alleati tedeschi potesse alle volte sortire differenti reazioni da parte dei soldati italiani. Nella maggioranza dei casi la crudeltà gratuita spingeva gli italiani a reagire, spesso anche con determinazione, nei confronti dei tedeschi, e, conseguentemente a prendere le parti di coloro che subivano l’ingiustizia, fossero essi soldati nemici o civili.

Le reazioni potevano passare da una malcelata e sdegnata indifferenza ad un confronto, se non armato, quantomeno aspro e minaccioso. Non poche furono le volte nelle quali tra ufficiali e soldati italiani e corrispettivi dell’esercito tedesco si scatenarono delle vere e proprie risse con feriti e contusi.

Diversamente però, in altri casi, la sistematicità con la quale veniva esercitata la brutalità sulla popolazione russa da parte dei tedeschi poteva dar luogo a reazioni quali l’apatia di fronte agli orrori, e, ancor peggio, fornire una sorta di termine di paragone negativo utile per giustificare le proprie azioni, che al confronto venivano ritenute delle sciocchezze.

“E’ un uomo molto a posto ed ho apprezzato assai il modo con cui ha amministrato la giustizia. Mi raccontava infatti che, pochi giorni or sono, un soldato italiano, entrato in una casa per chiedere una lampada a petrolio, è stato preso per il bavero e messo fuori dal padrone di casa, un gigante alto due metri […] Ferrari l’ha fatto prendere e legare come un salame, nella quale incomoda posizione l’ha fatto dormire tutta una notte in gattabuia.

Al mattino l’uomo è stato portato sulla piazza più grande del paese, davanti a tutti i soldati in armi. Deve averla vista molto brutta; sicuro di essere fucilato (non sapeva quanto gli italiani differiscono dai tedeschi) si è messo ad urlare ed a chiedere pietà; denudato dalla cintola in su, è stato da un graduato gratificato di 20 scudisciate e poi messo in libertà”.

Naturalmente, come non tutti gli italiani si comportarono in maniera corretta con i civili russi, allo stesso modo anche tra la popolazione ci fu chi serbava del rancore verso gli stranieri che avevano invaso la loro terra.

Anche se bisogna considerare che i civili con i quali si aveva a che fare erano in maggior parte vecchi, donne e bambini, per natura poco inclini ad azioni audaci, e che gli uomini erano o al fronte o con i partigiani o deportati.

Una vicenda opposta a quella precedentemente ricordata nel libro di G. Fusco la ebbe a vivere il cappellano D’Auria, quando accettò la generosa ospitalità di una ragazza russa. Questa, dopo averlo cortesemente invitato a sedersi a tavola, e averlo tranquillizzato con modi affabili e gentili, fece irrompere nella stanza i suoi compagni partigiani che non esitarono ad aprire il fuoco.

Solo fingendo di esser stato colpito e agendo di sorpresa il cappellano riuscì in seguito ad avere ragione dei suoi assalitori, rivolgendosi poi verso la donna:

“Avrei voluto – anche questa furia mi venne – distruggere, annientare, calpestare da vincitore sotto il mio tallone quella donna; avrei voluto almeno ricoprirla di sputi, tutta quanta, dai piedi fino ai capelli, tanta ribellione e impeto di animo mi faceva lei e la sua perfidia… Mi prese invece – subito – la nausea, uno schifo immenso di quella ragazza… Scappai fuori”.

La reazione del cappellano, più sorpresa che violenta e vendicatrice, è il sintomo di come non fossero frequenti questi episodi, che, proprio per questo, quando si verificavano risultavano quasi incomprensibili, come se fosse stato rotto un patto di reciproca tolleranza, come se gli italiani, in fondo, non si considerassero dei nemici.

La familiarità

L’Unione Sovietica non era certamente un luogo dove fosse cosa facile combattere una guerra di lunga durata. Oltre alla combattività del nemico, le forze occupanti dovevano render conto alle avverse condizioni geografiche e climatiche della grande Russia.

L’assenza per centinaia di chilometri di grandi centri urbani e il terribile clima, che in inverno poteva raggiungere temperature intorno ai 40° sotto zero, provocavano grandi difficoltà logistiche circa l’accantonamento delle truppe. Lo sfruttamento, forzoso o meno, dell’ospitalità delle popolazioni diveniva quindi una necessità di primaria importanza. La coabitazione forzata, soprattutto quando protratta nel tempo, fece sì che le relazioni tra italiani e popolazione russa potessero essere approfondite nell’incedere della vita quotidiana.

Era proprio quando il rapporto cominciava a trasformarsi in legame che diventava possibile superare le naturali diffidenze provocate dalla guerra e arrivare ad una reciproca conoscenza delle abitudini, dei caratteri, delle mentalità. Il senso della sacralità dell’ospitalità e della famiglia che non erano in fondo molto differenti, e la comune origine contadina di molti tra i soldati, costituirono una buona premessa sulla quale poi si stabilirono e svilupparono legami che vengono ricordati con affetto e partecipazione.

“A Verch Grekovo abitavo nella casetta di due contadini, Gregorio e Nina. L’avevo scelta perché si trovava a breve distanza dal deposito munizioni. Ai padroni di casa davo, come compenso, dei marchi d’occupazione che accettavano con scetticismo, ma sopratutto sigarette americane… Fornivo loro anche sale, zucchero e carne in scatola… Gregorio e Nina erano felici di ospitare un ufficiale italiano perché la sua presenza avrebbe tenuto lontano i tedeschi, con i quali i rapporti non sarebbero stati cordiali e, soprattutto, più rischiosi”.

Non sempre l’ospitalità veniva “pagata”con solerzia e regolarità, ma con il passare del tempo si stabiliva con la famiglia ospite una solidarietà nella quale ospiti e ospitanti si attivavano nella ricerca di ciò che serviva alla neonata comunità.

Gli italiani ricambiavano l’ospitalità cercando di procurarsi i beni ai quali avevano sicuramente maggior facilità di accesso grazie al loro status di combattenti in un esercito regolare, cercando così di far pesare il meno possibile la loro presenza sull’economia non certo florida delle famiglie contadine.

Non era raro che le famiglie e i loro ospiti passassero insieme le serate dell’inverno russo, raccontandosi vicendevolmente dello stile di vita dei propri paesi, ma anche di musica e letteratura, delle attività svolte prima della guerra, delle famiglie lontane, di amore e di morte.

La curiosità prendeva il posto della diffidenza, e così, senza la mediazione ne della propaganda ne dei pregiudizi, ma tramite i racconti e l’esperienza vissuta in prima persona, che si arrivava alla sincera conoscenza reciproca. In questo clima caratterizzato da una quotidianità fatta di gesti semplici e amichevoli, le relazioni finivano per essere caratterizzate da entrambe le parti da una vera e propria familiarità.

“I nostri rapporti con i civili sono ottimi, cordiali ed improntati da una solidarietà umana che trascende e spesse volte non tiene conto dello stato di guerra… Quando questi rapporti escono dalla genericità allora si stabiliscono veri e propri rapporti di amicizia, di affetto e non di rado di amore… i gruppi di bersaglieri che alloggiano in promiscuità con i civili sentono emanare da queste famiglie un calore ed una simpatia che evocano e sostituiscono le famiglie lontane. Il nostro senso di solitudine e di isolamento si stempera”.

Il nucleo familiare è una delle prime “vittime” dello stato di guerra, che accomuna e non risparmia ne vinti ne vincitori. Molte erano le famiglie che in Italia penavano per la sorte di un loro caro spedito a far la guerra in un paese lontano. Assai di più erano le famiglie russe che avevano visto i loro uomini morire, esser deportati per il lavoro coatto, o arruolati nell’Armata rossa, e di cui non avevano più notizie.

La nostalgia di casa e degli affetti familiari, lasciati con il timore di non poterli più ritrovare, costituiscono, per il soldato che vive la precarietà della sua esistenza, la fonte emotiva dalla quale trarre le energie necessarie al mantenimento del proprio equilibrio.

E’ comprensibile quindi il tentativo di cercare di ricreare, nell’incontro con un nuovo nucleo familiare, quella tipologia di comportamenti propri di una famiglia, e che possano permettere di mitigare la nostalgia di casa.

“Babuska Philomenovna (nonna Filomena) aveva un figlio fatto prigioniero dagli italiani, e nonostante questo ospitava con gioia degli italiani nella sua ormai vuota isba, sopratutto quando aveva saputo che tra essi c’era un “pope”…

“Si commuove fino alle lacrime quando mi racconta le belle funzioni che si svolgevano in chiesa… Mi fa sentire, persino, qualche pezzo di quei cori popolari che hanno allietata la sua giovinezza e finisce in un singhiozzo di commozione”.

E’ anche curiosa nonna Filomena, chiede tante cose e vuole vedere le cartoline che raffigurano le città italiane, “nema” (non è possibile) dice vedendole”. Povera babuska! Fra le tante fandonie con cui le avevano riempito la testa, le avevano detto che in Italia il popolo viveva ancora nelle caverne”.

“Ma sopratutto è tanto buona la babuska! Cerca di rendersi utile in mille modi, proprio come una mamma di famiglia…non avrebbe potuto avere maggiori premure per il proprio figlio. E un figlio babuska, ce l’aveva […] Mi parlava spesso di suo figlio e, non potendo far altro piangeva e pregava”.

Un giorno, quando la nostalgia divenne insostenibile l’anziana donna decide di andare a trovare il figlio al campo di prigionia italiano, dieci giorni di stenti, che grazie all’aiuto dei suoi ospiti, viveri e una lettera di raccomandazione, gli danno la possibilità di riabbracciare il proprio figlio, addirittura dormirci insieme. “Suo figlio prigioniero di guerra e lei, povera mamma, prigioniera d’amore….so che l’amore di una mamma è più forte della guerra e della morte. Sono tutte uguali le mamme del mondo!”.

Le famiglie russe erano quelle che avevano dovuto subire maggiormente il peso della guerra, i mariti e i figli più grandi erano lontani e il sostentamento della famiglia era rimasto nelle mani di donne e anziani. Anche loro sentivano fortemente la preoccupazione e la mancanza degli affetti familiari. L’intensità con la quale questi stessi sentimenti venivano provati da entrambe le parti, diveniva così l’elemento che, inconsciamente, forniva il collante tramite il quale stabilire relazioni basate sul rispetto reciproco e spesso su affetti sinceri.

Si stabilivano in tal modo, e per volere di entrambi, tra famiglie ospitanti e italiani ospitatati, dei veri e propri vincoli familiari, nei quali il rapporto madrefiglio diveniva la tipologia più ricorrente. Spesso l’affetto per il figlio mancante veniva trasferito su quei ragazzi italiani che le necessità di guerra avevano portato in casa, e che, in fondo, non erano così diversi dai loro che adesso si trovavano a combattere dall’altra parte.

L’identificazione tra le sofferenze patite dai soldati italiani e quelle che pativano i propri figli di cui non si avevano più notizie da tempo era quasi immediata. Era come se, aiutando questi figli altrui, si aiutassero i propri, una sorta di solidarietà materna nel dolore della guerra, che trascende e supera tutte le barriere e le considerazioni di ordine politico.

Ritirata di Russia 1943

“Verso Topilo abitava una vecchietta. Si era affezionata a un giovane ufficiale. Forse non era tanto vecchia, come sembrava, ma le fatiche di una vita durissima l’avevano trasformata e ingrigita. Quel ragazzo le ricordava i figlioli. Chissà dove erano? Dall’altra parte del fiume, forse morti o marcivano in qualche lurido lager? Voleva bene al giovane alpino. Quando il battaglione si spostò in avanti la vecchietta pianse.

Faceva quattordici chilometri a piedi pur di venirlo a trovare, senza chiedere niente, accontentandosi di una frase più indovinata che interpretata, di un sorriso. Era una mamma sola, stordita, frastornata da una gigantesca macchina che aveva frantumato la pace e la serenità di una misera isba di un tranquillo villaggio”.

Sono i piccoli gesti quotidiani, i sacrifici e le rinunce spontanee, le gentilezze inattese che colpiscono e commuovono gli animi dei soldati, e rendono possibile il manifestarsi di slanci di umanità che, proprio per la crudezza della situazione contingente, giungono direttamente al cuore senza bisogno di essere consolidati dal tempo. Il ventenne Sergente Maggiore Luigi Salvanelli aveva deciso di stabilirsi in un isba di Pavlograd.

“Il primo giorno i due vecchietti se ne stavano impauriti e silenziosi in un angolo, poi pian piano per merito di qualche galletta, qualche scatoletta…imparammo a conoscerci. La prima sorpresa l’ebbi alcuni giorni dopo, trovandomi la mia roba lavata e stirata. Ai miei ringraziamenti, e volendo io pagare il servizio, mi fecero comprendere che durante quel lavoro pensavano che fosse roba come di suo figlio, del quale da oltre un anno non avevano più notizie…

L’ultimo giorno dell’anno… passata da poco la mezzanotte e rientrato nell’isba trovo i due vecchietti ancora alzati che mi accolgono con il buon anno e una mezza bottiglia di vodka che tenevano, mi hanno detto poi, gelosamente nascosta per brindare al ritorno del figlio. Mi avevano aspettato per brindare al nostro anno nuovo e farmi sentire come in famiglia.

In più avevano preparato una cenetta, con i loro miseri generi, da consumare insieme. Diedi fondo anch’io alle mie scorte per far sentire a loro che non erano soli, ma avevano acquistato un figlio […] Questo episodio lo ricordo nitido come fosse ieri […] L’istinto materno non conosce odi o nazionalismi e quanti italiani devono la vita alle donne russe!”.

Questi momenti di vita familiare vengono descritti nelle memorie come giorni felici, nei quali gli orrori e le fatiche della guerra vengono dimenticati ed è possibile ritornare con la mente nostalgica alle proprie case, ai propri cari. Forse anche per mitigare la nostalgia e accantonare per un momento la guerra nascono tra soldati italiani e donne russe delle storie d’amore, seppure necessariamente transitorie (molte furono comunque le pratiche burocratiche avviate per sposare donne russe), ma non per questo prive di autentici sentimenti.

Certamente anche in questo caso bisogna considerare come la fragilità della vita in guerra possa spingere i singoli a vivere in maniera totalizzante tutto ciò che permetta di estraniarsi dalla realtà circostante.

“Katiuska non era particolarmente bella, era vestita miseramente come tutte le contadine russe, eppure era entrata, con la sua dolcezza, nel cuore del soldato. Quando giunse l’inevitabile momento del commiato… “Infine essa disse: – In Italia, tu ricordare Katiuska – e sorrise: dolce, delicato, innocente sorriso. – Sì Katiuska, io ricordare te… certo… – Io volere bene a tu…- Esitò ancora : – E tu volere a me bene…- Confesso che mi sentii ancora più commosso, quasi smarrito.

Annuii col capo e dissi: – Addio Katiuska…- volevo aggiungere : – ti ricorderò per sempre – , ma la frase mi restò in gola. Mi allontanai….Talvolta ripensando a quel commiato, mi dico che alla fin fine avevo vent’anni, allora, e che nella casa di Katiuska, in momenti di tristezza, di perplessità, di sconforto avevo trovato un pò di quel calore domestico e di quell’accoglienza familiare di cui sentivo la mancanza troppo lunga e tanto desiderio”.

L’incontro tra italiani e popolazione russa fu, in questo senso, l’incontro tra due differenti, ma in fondo simili, modi di vivere e affrontare la solitudine, l’incertezza, il dolore, che spinsero gli uni incontro agli altri in una comune ricerca di conforto. Familiarità, solidarietà, amore, questi furono i mezzi tramite i quali, per molti tra italiani e russi, fu possibile trovare questo conforto.

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