ARMIR, IL DRAMMA DELLA RITIRATA – 11

a cura di Cornelio Galas

Fonte: Fiamme Gialle nella campagna di Russia (1942 – 1943)

A pochi è noto che alla campagna di Russia nella seconda guerra mondiale parteciparono, in ruoli di responsabilità, tre militari della Guardia di finanza. Si trattava del capitano Mariano Russo, del maresciallo Armando Trezza e del finanziere Domenico Cassanelli. I primi due hanno lasciato relazioni dalle quali è possibile ricostruire la loro attività e soprattutto le tragiche condizioni della ritirata dell’ARMIR nel mese di gennaio e febbraio del 1943.

E’ spontaneo domandarsi per quale motivo i tre militari si trovassero a partecipare all’avventura nelle steppe orientali. Il capitano Russo era di stanza in Albania fin da prima dello scoppio della guerra con la Grecia il 28 ottobre 1940 e faceva parte del Servizio Informazioni Militari (SIM), distaccato in quel Paese. Quando Mussolini decise di aggredire la Grecia, fissando l’inizio delle ostilità il 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma, fu necessario escogitare un pretesto per iniziare l’attacco.

Di conseguenza venne organizzato un colpo di mano, da addebitare a bande irredentiste greche, che fu affidato al cap. Russo, che con alcuni elementi di sua fiducia sconfinò e simulò un’aggressione dal territorio ellenico ad un posto di confine italiano nella zona di Kapestica, presso Korcia, che fu bersagliato da una rumorosa sparatoria, durante la quale i presunti ribelli furono ben attenti a non provocare danni alle persone.

Fu questo uno degli scarsi appigli con i quali si cercò di giustificare l’ultimatum alla Grecia (L. Palandri, La Guardia di finanza in Albania, Museo Storico del Corpo, Roma 2005, pag. 129).

Il capitano Mariano Russo, nato a Vitulazio (Caserta) il 19 gennaio 1905, fu nominato sottotenente al termine dei corsi di Accademia, dei quali era stato capocorso, nel 1926. Il primo incarico assegnatogli fu presso la Scuola Nautica di Pola. Seguirono le assegnazioni quale istruttore all’Accademia ed al comando di una tenenza in Valtellina.

Passò poi in Albania con l’incarico di organizzatore della Guardia di confine di re Zog, ove fu anche comandante di un battaglione di Guardie confinarie. Nel 1939 fu mobilitato e prese parte alla spedizione che annesse quel Paese all’Italia. Subito dopo lo S.M. del Regio Esercito lo chiamò a reggere un Centro Informativo nel Dubrano.

Partecipò, quale appartenente al Servizio informazioni, alla campagna contro la Grecia e contro la Russia ed al termine della guerra fu destinato alla Scuola Alpina quale comandante di una compagnia allievi.

Da ufficiale superiore resse vari comandi, tra i quali la Scuola Sottufficiali di Ostia e le legioni di Taranto e Napoli, e da generale di brigata la Zona di Venezia. Promosso generale di divisione, fu collocato a riposo. E’ autore di un pregevole volume autobiografico, “Scusi, che ci faceva lei in Albania”, Brescia, ed. Vanini, 1970.

Durante il prosieguo del conflitto il capitano Russo fu richiesto dal generale Gabriele Nasci per l’assegnazione allo Stato Maggiore del Corpo d’Armata alpino da lui comandato ed impegnato nelle battaglie contro i greci nel settore nord del fronte e successivamente nella guerra contro la Jugoslavia, nell’aprile 1941.

Invece il maresciallo Trezza faceva parte dello Stato Maggiore della divisione alpina Julia, con le stesse mansioni. L’ufficiale ed il sottufficiale, per la loro efficienza e per l’ottima qualità delle informazioni che riuscirono a reperire, acquisirono la piena fiducia del generale Nasci, che li volle con lui allorquando il Corpo d’Armata alpino fu trasferito sul fronte russo.

Il maresciallo Armando Trezza era nato a Napoli il 2 febbraio 1908. Arruolatosi nella Guardia di finanza nel 1926, fu ammesso alla Scuola sottufficiali dalla quale uscì sottobrigadiere nel 1929. Prestò servizio in reparti di confine della legione di Trieste e di Trento. Fu inviato nel 1936 a prestare servizio in Eritrea e dal 1937 fino all’inizio della seconda guerra mondiale comandò alcune brigate della legione di Napoli.

Partecipò alla guerra contro la Grecia e la Jugoslavia con l’VIII battaglione mobilitato e, promosso maresciallo, all’inizio del 1942 fu richiesto dal comando della divisione alpina Julia per l’impiego nel servizio informazioni della Grande Unità, con la quale partecipò anche alla campagna di Russia. Rientrato in patria prestò servizio presso la legione di Napoli fino al congedo con il grado di maresciallo maggiore, il 12 luglio 1949. Morì a Napoli due anni dopo.

Il finanziere Domenico Cassanelli, invece, fu assegnato alla Divisione Julia con l’incarico di interprete della lingua russa, che egli parlava correntemente. Cassanelli era nato a Kertch (Russia) nel 1916, da genitori trentini colà deportati dagli austriaci durante la prima guerra mondiale, e si era arruolato nel Corpo nel 1937. Durante la seconda guerra mondiale era stato trasferito all’VIII battaglione mobilitato, ed all’inizio della campagna di Russia era stato assegnato alla Divisione alpina Julia quale interprete della lingua di quel Paese.

L’attacco tedesco all’Unione Sovietica sferrato il 27 giugno 1941 colse di sorpresa anche Mussolini che era stato tenuto all’oscuro da Hitler di quanto si stava preparando. Tuttavia egli decise di schierarsi egualmente a fianco del’alleato e dispose l’invio di un Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR), composto da un Corpo d’Armata autotrasportato (divisioni di fanteria Pasubio, Torino e Amedeo Duca d’Aosta) e da due gruppi di aviazione, che prese subito posizione ed ebbe il battesimo del fuoco l’11 agosto.

Il CSIR, al comando del generale Messe, si comportò valorosamente sfondando il fronte russo sul Dnieper ed occupando i centri industriali del Donez. Prima della stasi invernale, i tedeschi con avanzate travolgenti raggiunsero una linea che partendo dai sobborghi meridionali di Leningrado e di Mosca raggiungeva il Mar Nero a sud della Crimea.

Per guarnire questo immenso fronte Hitler richiese un più consistente aiuto agli alleati. L’Italia rispose con l’invio di altre sette divisioni che con il CSIR formarono l’8^ Armata Italiana in Russia (ARMIR) al comando del generale Gariboldi.

Dopo aver conseguito una bella vittoria sui russi che attaccarono nel dicembre 1941 con sette divisioni tre divisioni nazionali a Chazepetowka, subendo perdite dieci volte superiori a quelle italiane, l’ARMIR si attestò sulla destra del Don, ove tra il 20 ed il 24 agosto 1942 fu investita dal primo attacco sovietico, che fu respinto.

Intanto, nel corso dell’anno i germanici erano dilagati nella Russia meridionale raggiungendo il Caucaso, senza, tuttavia, riuscire ad espugnare Stalingrado, sul Volga, ove la sesta Armata tedesca nel dicembre 1942 fu accerchiata e definitivamente annientata il 2 febbraio 1943.

Nel quadro delle controffensive sovietiche nel sud di dicembre 1942 l’ARMIR, schierata su un amplissimo fronte di 270 chilometri, fu investita l’11 dicembre da un violento attacco che sfondò il centro dello schieramento italiano, accerchiando ampi settori delle nostre linee.

La falla fu tappata da unità germaniche che si saldarono a nord con il Corpo d’Armata alpino, ma la seconda fase dell’offensiva, iniziata il 14 gennaio 1943, che travolse le unità ungheresi a nord degli italiani, costrinse tutte le truppe schierate sul Don ad una ritirata rovinosa, al termine della quale l’ARMIR lasciò sul terreno 90.000 uomini tra caduti, la massima parte, e prigionieri.

Nell’immane disastro l’unico reparto che riuscì a tenere alto l’onore delle armi italiane, come fu riconosciuto anche dai bollettini di guerra sovietici, fu il Corpo d’Armata alpino. L’unità si ritirò mantenendo una sufficiente compattezza organica; gli alpini in dieci giorni, allungati in una colonna che raggiunse talvolta la lunghezza di 40 chilometri, raggiunsero lo sbarramento russo che serrava la sacca a Nikolajevka e con una grandiosa carica a piedi sbaragliarono le forze sovietiche equivalenti ad una divisione che presidiavano la località, lasciando sul terreno da 4000 a 6000 caduti, ma trovando poi libera la via della salvezza verso ovest.

Il capitano Russo, tra l’altro conoscitore della lingua di quel paese, avendo appreso all’inizio del 1942 che era in allestimento un Corpo d’Armata alpino destinato ad operare in URSS, si rivolse al generale Nasci, con il quale aveva lavorato in Albania, per chiedere di partecipare all’impresa. Il generale, ben lieto di assecondare la sua aspirazione, si adoperò presso lo Stato Maggiore dell’Esercito per ottenere l’assegnazione del capitano al suo Stato Maggiore con l’incarico di Capo Ufficio informazioni.

Si dovettero subito superare notevoli difficoltà perché non si voleva dare un incarico così importante ad un capitano (le tabelle organiche prevedevano per l’incarico un colonnello), ma grazie all’intervento personale del generale Cavallero, Capo di Stato Maggiore del Comando Supremo ogni intoppo fu superato.

Quando nel luglio 1942 il Corpo d’Armata alpino partì, il capitano Russo era Capo Ufficio Informazioni e tale incarico mantenne fino al termine della campagna. Quando lo Stato Maggiore assegnò all’incarico un colonnello, il generale Nasci provvide subito a trasferirlo altrove e per sventare ulteriori difficoltà collocò formalmente quale Capo Ufficio un tenente colonnello, con l’ordine di occuparsi dei contatti con le divisioni dipendenti e di non interferire con il lavoro del capitano.

Le notizie che seguono sono tratte dalla relazione del capitano Russo redatta alla fine della guerra. ( Archivio Storico del Museo Storico della Guardia di Finanza (ASMSGF), Fondo UGA, sezione 649, fascicolo n. 15).

Il Corpo d’Armata alpino fu concentrato nella zona di Stalino e da questa località fu avviato verso sud in direzione di Rostov, avendo il comando tedesco l’intenzione di impiegare gli alpini sulle montagne del Caucaso, che erano in corso di occupazione.

Essendosi pronunciata un’offensiva russa sul fianco di altre posizioni tenute dalle truppe italiane, il Corpo ebbe l’ordine di invertire la marcia e di portarsi sulla linea del Don per rinforzare lo schieramento tenuto dall’ARMIR.

Prima che i reparti raggiungessero il nuovo fronte, l’ufficiale fu inviato in avanscoperta prima presso il Comando dell’ARMIR e poi presso un comando tedesco sul Don che doveva cedere la posizione agli italiani. Il Corpo d’Armata alpino si schierò sul Don tra Pavlosk ed il fiume Kalitsa, con la divisione Julia a sinistra, la Tridentina al centro e la Cuneense a destra, mentre lo Stato maggiore si insediava nella scuola agraria di Rossoch.

L’ufficio informazioni funzionò egregiamente, fornendo notizie particolareggiato dell’attività e degli intendimenti del nemico, anche alle unità contermini, tanto che il comandante di una divisione ungherese schierata alla sinistra si sentì in dovere di convocare il capitano per ringraziarlo personalmente per la comunicazione di notizie che erano valse a sventare un colpo di mano russo contro le sue posizioni.

L’offensiva sovietica a metà dicembre 1942 si abbatté sul fronte del II Corpo d’Armata, lo ruppe e dilagò a sud lasciando scoperto il fianco destro del Corpo d’Armata alpino che, per parare la minaccia di accerchiamento, spostò sulla destra la Julia.

Le segnalazioni preliminari delle manovre russe erano state fornite anche dall’ufficio informazioni del capitano, perché i sovietici, per poter attaccare l’ansa del Don, angolata di 90° rispetto alla linea del fronte, dovevano far sfilare le loro divisioni avanti alle posizioni italiane.

Il capitano Russo segnalò anche ai comandi italiani ed a quelli tedeschi che in un secondo tempo, come in effetti avvenne, i sovietici avrebbero avvolto da sud e da nord il Corpo d’Armata alpino con obiettivo di primo tempo proprio Rossoch, sede del suo comando. I tedeschi, che avevano la direzione della battaglia, non presero alcuna valida contromisura e così all’alba del 15 gennaio il capitano si vide sfrecciare avanti all’isba in cui pernottava i carri armati russi.

Questi venivano talvolta attaccati dall’aviazione tedesca con gli Stukas, ma i capicarro, quando si accorgevano della minaccia, sfondavano i muri di terra battuta delle isbe e si occultavano sotto i tetti, per poi riprendere il carosello nella città appena gli aerei si allontanavano.

Giunto al comando, che non era stato ancora individuato dai nemici, il capitano si mise in collegamento con le divisioni che erano all’oscuro di quanto avveniva alle loro spalle. Fu organizzato alla meglio la difesa del comando ed i carri avversari furono via via eliminati. Ma si trattava soltanto di un’avanguardia, come confessò un capitano dell’Armata Rossa ripescato ferito in un fiume dove il suo mezzo era sprofondato avendo spezzato il ghiaccio che lo ricopriva.

Dalle carte topografiche in suo possesso risultavano le direttrici dell’attacco che avevano Rossoch come obiettivo, confermando le precedenti deduzioni del cap. Russo che erano state accolte con scetticismo.

Durante la notte Rossoch fu evacuata ed il comando del C.A. si sistemò a Podgornoj e poi a Postojelnyi, una quarantina di chilometri ad ovest di Rossoch. Qui era stanziato l’autoreparto, il cui comandante aveva ordinato di tenere accesi tutta la notte i motori degli automezzi per evitare guasti alla meccanica causati dal freddo intenso (meno 40 gradi).

Qui attesero le disposizioni per il ripiegamento, ma giunse invece l’ordine di ritornare verso est, ordine inspiegabile, ma diramato dai tedeschi in esecuzione delle direttive insensate di Hitler di resistere sul posto senza cedere un palmo di terreno.

Mentre il comando stava muovendo secondo gli ordini, sopraggiunse una colonna di carri armati russi, che attraversò l’unica strada libera della città senza sparare un colpo scomparendo verso sud. Mentre l’autocarro del comando del Corpo d’Armata si allontanava, i russi ritornarono e fecero strage dell’autoparco, tanto che due giorni dopo il capitano ripassando nello stesso luogo, scorse alcuni autocarri che ancora bruciavano.

Intanto le divisioni alpine avevano iniziato la manovra di ripiegamento, la Tridentina a nord assieme ai ridotti resti del VII Corpo d’Armata tedesco, la Cuneense al centro e la Julia a sud. Nella notte sul 17 gennaio – la luna splendeva sulla steppa candida – il capitano vide sopraggiungere da sud una formazione di carri nemici che bloccò il movimento della Julia e spezzò in due la colonna della Cuneense, ma fu fermata avanti alla Tridentina, grazie al fuoco dei pochi pezzi anticarro dei tedeschi.

Alcuni carri, con manovra aggirante, si spostarono su una altura dominante dalla quale iniziarono a bersagliare un gruppo eterogeneo di italiani e tedeschi, tra i quali il cap. Russo, che nascosti in un canneto resistevano pur essendo in gravi condizioni di inferiorità.

Il piccolo gruppo riuscì a salvarsi, perché gli avversari furono richiamati in un altro settore. Per questa azione il cap. Russo fu insignito dai tedeschi di una Croce di ferro di seconda classe, che però non venne convalidata dal comando italiano per lo smarrimento della documentazione nel caos della ritirata.

Nel tardo pomeriggio del 17 riprese la ritirata che si protrasse fino al 31 gennaio in condizioni inumane. Mancava il rifornimento viveri ed i superstiti si arrangiavano mangiando i muli abbattuti e razziando sul territorio ciò che si trovava, con temperature mai inferiori ai 30 gradi,
dormendo in ricoveri aleatori, combattendo in continuazione contro l‘Armata Rossa ed i partigiani e subendo spesso mitragliamenti aerei. Il Corpo d’Armata alpino doveva ritirarsi, secondo gli ordini dell’ARMIR a Valuijki.

Durante la marcia giunse al gen. Nasci la comunicazione che la località era stata saldamente occupata dai sovietici e quindi la Grande Unità doveva puntare più a nord, su Nicolajevka e poi su Skebekino. Malauguratamente l’ordine di variazione dell’itinerario non poté essere trasmesso alle Divisioni Julia e Cuneense per mancanza di mezzi di trasmissione.

Le due divisioni, quindi, avanzarono combattendo strenuamente verso Valijki, ove giunsero stremate e furono facilmente annientate dai russi. Le Divisioni Tridentina e Vicenza, invece, continuarono verso nord ovest e dopo aver rotto l’accerchiamento a Ncolajevka raggiunsero le linee controllate dai tedeschi.

Si salvarono, della Julia e della Cuneense, solo pochi elementi che avevano perso i contatti con il grosso e si erano aggregati alle truppe che erano riuscite a sfuggire dalla sacca. Il capitano Russo nel periodo fu colpito da un principio di assideramento, da febbre e da diarrea, ma strinse i denti e riuscì a portare in salvo quasi tutto il personale del suo ufficio ed un piccolo gruppo di altri ufficiali, tra cui due generali, che si era aggregato.

A Gomel, raggiunta a metà febbraio dopo un percorso in buona parte a piedi nella steppa gelata di oltre 900 chilometri si contarono i superstiti del Corpo d’Armata Alpino: erano poco più di 20.000 dei 70.000 all’inizio del ripiegamento, di cui la metà feriti o congelati.

Il cap. Mariano Russo narrò le sue esperienze in Unione Sovietica in un bel volume dal titolo “Il Don senza pace”, edito nel 1969 dalla Società editrice Vanini di Brescia. L’ufficiale, che durante la ritirata svolse di fatto le funzioni di Sottocapo di S.M. del Corpo d’Armata alpino, tenne il diario storico del reparto e si occupò del servizio di alloggiamento delle truppe, rientrò in Patria tra gli ultimi, essendo rimasto a Gomel per organizzare lo sgombero dei superstiti.

Prima di lasciare la Russia, fu decorato “sul campo” con una medaglia di bronzo al Valor Militare con la seguente motivazione:

“Ufficiale del comando di G.U., partecipava durante una improvvisa incursione di numerosi carri armati alla difesa del suo comando, con coraggio e calma esemplari. Durante un aspro, difficile e rischioso ripiegamento, in condizioni climatiche ed ambientali eccezionalmente avverse, formava con informatori ed interpreti, una squadra che guidava in ogni contingenza, con alto senso del dovere, attraverso dure difficoltà e gravi pericoli. Esempio di elevato senso del dovere e sprezzo del pericolo. (Rossoch, Medio Don, Schebetrino – Russia 15-31 gennaio 1943).

Anche il maresciallo Armando Trezza che durante la campagna contro la Grecia aveva fatto parte del servizio informazioni della divisione Julia chiese di partecipare alla spedizione in Russia e fu accontentato.

Di diverso taglio è la descrizione della sua permanenza in Unione Sovietica. Mentre il cap. Russo compilò una relazione ufficiale nella quale descrisse gli avvenimenti dando un quadro d’assieme di respiro strategico riportando le operazioni del Corpo d’Armata alpino, il maresciallo stese un diario giornaliero nel quale riferì gli avvenimenti da un punto di vista di un combattente non a conoscenza degli avvenimenti che si sviluppavano al di fuori dell’unità nella quale operava.

E per questo motivo la sua relazione, scritta con un linguaggio semplice, immediato e molto efficace, consente di apprezzare e comprendere il dramma di soldati che nel caos di un’immane tragedia debbono trarsi d’impiccio con le loro forze, senza poter sperare in aiuti dall’esterno.

I singoli pezzi del diario che riporterò testualmente sono esempio di questa scrittura, afferma Manlio Barilli (“Alpini in Russia sul Don”, pag. 121.), nella quale “c’è un vigore che manca in tanta prosa di scrittori correnti e magari anche premiati in qualche concorso…”.

Fu assegnato all’Ufficio informazioni della Grande Unità e raggiunse la Russia il 13 agosto 1942 (ASMSGF Appunti sugli avvenimenti militari al fronte russo. Maresciallo maggiore Trezza Armando. Fondo UGA sezione 649, fascicolo n. 15.). Fu quasi sempre distaccato in prima linea per fornire notizie sugli intendimenti nemici.

Dal suo diario, più che una descrizione delle operazioni nelle quali fu impegnata la Julia nei cinque mesi di campagna prima del suo annientamento, emergono vivacissimi quadri della vita di trincea fino alla battaglia finale e successivamente descrizioni, con scarna e vigorosa scrittura, delle tragiche vicende della ritirata.

Trezza il 23 settembre annotava: “Sono in prima linea (a Kuwshin – ndr) servizio informazioni sullo schieramento nemico – costruzione osservatorio e due bunker – 20 prigionieri addetti ai lavori – evidentemente stanno meglio qui che là – potrebbero scappare cento volte al giorno e non lo tentano. Si lavora tutte le notti…”

16 ottobre: “Sistemazione in ricoveri sotterranei in una valletta – topi – topi – topi – cattura di tre maialini…. vari tentativi di infiltrazione sventati – rinvenimento di documenti addosso a tenente di fanteria russo ucciso sui nostri reticolati con bombe a mano.

Grane – in linea non mi vedono ben volentieri – vado ovunque e vedo troppe cose (che non vanno bene, ndr) – guardo di qua e di là – segnalato punto debole in settore btg. Vicenza – dopo due giorni dal punto segnalato entrano tre disertori russi – passano indisturbati – si presentano a Novo Camenca.”

Il 18 dicembre la Julia ricevette l’ordine di trasferirsi a sud per formare un fianco difensivo del Corpo d’Armata alpino, che era minacciato di aggiramento per lo sfondamento operato dai sovietici nel settore del II C.A. italiano.

Il primo gennaio 1943 a Now Troizkoje il maresciallo annotava: “Completata l’evacuazione dei civili profughi, restano nel paese solo gli indigeni. Nella casa dello Starosta trovano posto 47 persone: donne, vecchi, bambini. E’ un lato tremendo della guerra. Un bambino di pochi mesi tossisce tra un mucchio di stracci, ha anche la scabbia. Fatalismo. Si dorme nelle stalle, nei buchi, ovunque ci sia un coperto…”

Entro il 15 gennaio i russi completarono l’aggiramento del Corpo d’Armata alpino da sud ed iniziarono anche quello da nord dopo aver sbaragliato l’armata ungherese.

Il 16 gennaio, in piena ritirata, Trezza scriveva: “Arrivo a Aslavianska alle ore 20. Sei ore per fare 24 chilometri. Incredibile traffico sulla strada. Eravamo rimorchiati per il radiatore rotto dal gelo. Dopo 5 o 6 chilometri il cavo si è rotto e siamo rimasti in mezzo alla strada perché l’autiere della macchina che ci rimorchiava non si è accorto di nulla. Freddo superiore ai 35°. Per due ore abbiamo aspettato invano una macchina italiana. Sempre tedeschi. Finalmente un’autocarretta ci ha portato fino ad Aslavianska.”

Il 17 ed il giorno successivo il piccolo nucleo del maresciallo ripiegava, senza mangiare e dormendo nelle isbe lungo il cammino. Il dormire o semplicemente farsi trovare all’addiaccio di notte significava morte per assideramento certa.

Il 18 il nucleo era a Podgornoj: “Viaggio abbastanza penoso….Il termometro di uno dei nostri segnava 43°……Abbiamo pernottato in una casa senza finestre e con la stufa rotta. Abbiamo messo alla finestra un telo tenda e la stufa l’abbiamo fatta funzionare lo stesso. Fumo da soffocare. 

Mangiamo una scatola di pesce ed un bicchiere di cognac. Cercheremo di fare un po’ di caffè… Si è buttato via quasi tutto il corredo per alleggerire il sacco. Si dovrà tentare l’uscita a piedi. Le strade sono chiuse. E dentro la Julia, la Tridentina e la Cuneense, due divisioni corazzate germaniche. Chi ha ceduto?”

La ritirata continuò a piedi e con le slitte trainate da muli e cavalli, macilenti per la mancanza di foraggio. Il 20 gennaio “A due chilometri da Olikovatka primo combattimento contro carri armati e nemico annidato in un boschetto. Tiri precisi con mortai e pezzi di carri armati sulle nostre colonne in marcia. Nel combattimento che ne è seguito tutti hanno dato prova di ardimento e di sprezzo del pericolo.

La lotta contro vari gruppi nemici, rivelatisi di volta in volta mi ha fatto perdere il contatto con il grosso, essendo attardato, assieme ad altri, per sistemare su slitte il cap. Briganti, il cap. magg. Sandri ed altri alpini tutti feriti, nel tentativo di portarci fuori della cerchia nemica… Nel paese ci sono elementi dell’8° rgt. della Cuneense. Attaccano.

Noi del Quartier Generale saliamo un breve e ripido versante ed attacchiamo a nostra volta. La neve è alta fino al ginocchio, è una fatica da cani proseguire, l’occhio bolle sul mirino. I russi sono appoggiati da 5 o 6 carri armati. Non ci lasciamo scoraggiare. Due carri sono centrati dalla nostra artiglieria, un carro è immobilizzato a bombe a mano.

Un tenente, un sergente ed un soldato sono saltati sulla torretta quando il carro è passato a loro vicino ed attraverso lo sportello aperto hanno lasciato cadere delle bombe a mano. E così il terzo carro annientato. Nell’episodio ci ha lasciato la vita l’ufficiale… l’intervento del Q.G. è stato decisivo, i russi sono respinti. 7 od 8 prigionieri.

La corsa nella neve, l’attacco, il breve ma intenso combattimento ha stroncato le gambe già stanche per la lunga marcia. Avevo buttato tutto il superfluo dallo zaino conservando solo alcuni viveri. Per l’attacco avevo lasciato tutto il mio tesoro al carabiniere Gherli. Quel fessone si è fatto fregare lo zaino mio e pure quello di Ransa. Dopo il combattimento ritrovo lo zaino vuotato”.

Il 21 continuò la marcia verso ovest: “I reparti sono disgregati. Fame. Imboscata di partigiani… Ci tirano con una mitraglia. Una raffica colpisce il mulo della slitta di Sandri che seguiva la mia. Stacchiamo il mulo ed attacchiamo a rimorchio la slitta di Sandri alla nostra. Le raffiche continuano.”

Dal 24 al 29 gennaio la ritirata proseguì. Riferiva il maresciallo: “Quattro imboscate di carri armati. Le colonne sono disperse… I contatti si perdono, non abbiamo anticarro. Solo moschetti e bombe a mano. Trovo un cavallo tedesco abbandonato, attaccato ai finimenti e un piccolo tascapane con un po’ di galletta, una scatola di carne, rasoio ed altro per la barba. Tengo solo il mangiare.

I due uomini che si erano uniti a me sono scomparsi durante un attacco dei carri. Sono solo con un carabiniere. Continuo la marcia orientandomi alla meglio.”

La drammatica descrizione delle tremende condizioni degli uomini in ritirata nella steppa prosegue: “Continuo la marcia orientandomi alla meglio. Raggiungo un vallone. Altro attacco di carri. Ho trovato un mulo. Mi incontro con Cassanelli (Si trattava del finanziere Domenico Cassanelli. Anch’egli faceva parte dello S.M. della Julia e riuscì a sfuggire alla cattura partecipando alla ritirata con un gruppo di alpini guidato dal maresciallo Trezza che marciava su un itinerario diverso da quello del grosso della divisione. Il finanziere si comportò eroicamente, tanto da essere decorato con la croce di guerra al V.M. con la seguente motivazione: “Interprete presso un Comando, durante un violento attacco, visto cadere ferito un compagno in terreno scoperto fortemente battuto dal fuoco di mitragliatrici e fucileria avversarie, incurante del pericolo si lanciava in suo soccorso e riusciva a trarlo in salvo”. Solowiew – Novo Postojalowka (Russia), 20 gennaio 1943.”), è in difficoltà, ha una slitta pesante ed un ferito. Gli do il mulo.

Con Cassanelli sono il maresciallo dei CC Della Castiglia e due carabinieri. Sono quasi apatici, non scendono dalla slitta nemmeno per aiutarmi nei momenti difficili.

Siamo stanchi, io e Cassanelli di lavorare per tutti, se continua così ci esauriremo. Ci dividiamo. Io e Cassanelli proseguiamo da soli guidando il cavallo a turno. Freddo superiore ai 40°. Tormenta. Il cappotto sembra fatto di lamiera. L’orlo delle maniche mi taglia i polsi, il piede sinistro dolorante. Non riesco a togliere lo stivale di feltro.

Passaggio in un paese ed imboscata dei partigiani. Vittime. Sono ancora illeso, ma mortalmente stanco, cammino piegato in due. Cerchiamo di risparmiare il cavallo. Se cade siamo perduti. Quattro volte tentiamo il passaggio e quattro volte si ritorna sui propri passi, deviando ad est od a sud, per poi ritentare, dopo un semicerchio il passaggio ad ovest.

Mi accodo ad una colonna di tedeschi. Cammino anche 24 ore consecutive. Intanto sulla pista si trovano corpi di caduti, sono morti? Scuotiamo alcuni al passaggio, c’è chi risponde incoerentemente, c’è chi non risponde affatto. Morti o vivi, sono tutti morti!”

Il 30 gennaio finalmente il piccolo gruppo del maresciallo Trezza usciva dall’accerchiamento. Egli, ormai fuori pericolo, riassumeva le sue esperienze: “Ho visto decine di paesi, passato valli, boscaglie. Ovunque il pericolo è annidato. Partigiani che sparano dall’imboscata. Carri armati che scompigliano le file… Dove non si poteva passare si faceva un lungo giro per ritornare all’ovest. Una raffica di mitragliatrice ha preso in pieno la slitta che mi seguiva.

Decine di volte le palle mi sono sibilate attorno. Sono stato fortunato. La strada è segnata dai nostri caduti, caduti per pallottola, per fatica, per dissanguamento per fame. Ho camminato per 48 ore consecutive, mangiato patate crude… Ho la punta delle dieci dita gelate ed inservibili al tatto. Nel complesso mi sono comportato bene anche in questa fatica immane. Ho visto decine di giovani di vent’anni cadere di schianto nella neve invocando invano aiuto. Poveri giovani!”

Il 1° febbraio i resti della Julia erano a Niesegol, raggiunta sempre a piedi. Durante la sosta il maresciallo raccolse i suoi ricordi sulle precedenti tragiche giornate di marcia: “I morti di proiettile sono centinaia, i feriti lasciati lungo le spaventose distese russe sono centinaia, così i congelati. Ho sentito che tanti, sfiduciati, si sono lasciati andare alla cattiva sorte; il barbiere assieme all’infermiere si è fermato in una casa schiantati tutti e due nel morale.”

Nei giorni successivi riprese la marcia, al di fuori del contatto del nemico, verso Gomel, distante ben 600 chilometri, con la prospettiva di farli tutti a piedi! Il 5 febbraio Trezza si divideva dal cavallo: “Povera bestia. Posso dire che debbo a lui la mia salvezza. L’ho venduto per due pagnotte di pane.”

Passata la preoccupazione per le incursioni nemiche, rimase immanente la fame. “Quando finirà questa vita randagia? Ogni giorno è una preoccupazione per il mangiare o per il dormire. Finora si era in territorio occupato dal nemico o neutro e si poteva razziare e vivere così alla meno peggio, ma ora in questa zona non è più lecito ciò che prima si faceva.”

Le razioni distribuite erano irrisorie e così “La sera prima della partenza per Niesegolo Cassanelli ha scovato un barile pieno di patate nascosto sotto terra. Ne abbiamo naturalmente rubato un sacco semipieno, circa 40 kg. ed ora ci diamo sotto. La notte la trascorriamo nelle case, ma che povere case, che sporcizia!

Intanto continua il passaggio degli sbandati. E’ incredibile come un mare di stenti, di fatiche, di lotta per la vita riduce certi uomini. Si vedono larve di uomini, cenciosi, disarmati, più pezzenti dei pezzenti, cercare un tozzo di pane.

Ci sono quelli che girano di casa in casa, con l’aspetto abbruttito, come inebetiti, entrano, rovistano, raccolgono tutto quello che è commestibile, ripartono. Senza una parola, curvi strascicanti. E’ la forza morale che manca, purtroppo”.

Anche il gruppo di Trezza aveva sofferto, forse più degli altri, perché veniva dal punto più lontano del fronte, ma non era così malridotto: “Io ho uno strappo sul cappotto sul davanti, la manica sinistra bruciacchiata, non so come e quando, un bottone mancante alla giubba e sono elegante. Ho trovato il mezzo anche di sbarbarmi ed ho le armi pulite. Così gli altri quattro che sono con me. Ho in comune con tutti gli altri i pidocchi. E’ impossibile liberarmene, almeno finché non avremo il cambio degli indumenti.”

Finalmente il 13 febbraio il viaggio proseguì in autocarro e dal 17 in treno con arrivo a Gomel il 18 febbraio. Nell’attesa del rimpatrio i resti della divisione Julia si riunirono ed i superstiti rievocarono il dramma della ritirata: “… si fece prestare una pistola da un compagno tedesco, si allontanò di qualche passo, si sentì un colpo…di tutto il 9° alpini si hanno notizie di soli 4 ufficiali… un alpino era seduto sulla neve e mostrava ai compagni i piedi nudi, neri, chiedeva aiuto e nessuno poteva aiutarlo perché ognuno aveva a pensare a se stesso…

Si è salvato solo chi è stato sorretto da un’immensa volontà di non fermarsi. Giovani robusti, sani, si sono lasciati cadere sulla neve dopo aver salutato i compagni. Quelli non si sono più rialzati.”

Molto interessanti sono i giudizi sugli alleati tedeschi e sulla popolazione russa: “E’ radicata nei russi l’idea che gli italiani abbiano abbandonato le linee, che siano stati sconfitti, che siano fuggiti, che non vogliono combattere. E’ molto probabile che nella faccenda ci sia lo zampino della propaganda germanica che, per non sfatare la nomea di invincibilità, riversa sugli altri la colpa della sconfitta.

Il certo è che il Corpo d’Armato alpino ha ripiegato perché i russi hanno sfondato molto più in basso del settore ad esso affidato. La Julia ha tenuto duro sempre e non ha mai ceduto un metro; il ripiegamento venne ordinato dagli alti comandi, quando i carri russi entrarono a Rossoch.

Oggi la Julia, la Cuneense, la Tridentina, la Vicenza sono decimatissime non per virtù dei russi, ma per il freddo, la fame e la fatica dei primi 300 km. percorsi a piedi in condizioni di vita tremendi.

I caduti in combattimento sono solo il 10%, il 60% sono rimasti lungo le spaventose distese di neve vinti dalla fame, dalla stanchezza e dall’annientamento psichico. Il 30% si sono salvati e si sono salvati i più duri; i meno giovani, quelli che hanno saputo reagire contro la mala sorte, i più fortunati… La popolazione russa ci ha più volte stupefatti; ci aprivano le loro case, ci davano il loro letto, con semplicità con naturalezza.”

Nella sosta nei pressi di Gomel, ad Uworowitschkl, Trezza trovava il tempo di aggiungere sui russi e sui tedeschi: “Qui, come ovunque in Russia, si ritiene che l’Italia sia occupata dai tedeschi. Nessuno dei nostri soldati ha la minima simpatia per i germanici… Impiegare ancora questi uomini in linea a fianco dei tedeschi sarebbe un grave errore.

Bisogna che tutti dimentichino prima tutti i soprusi subiti, tutta l’alterigia sopportata nelle penose giornate di ripiegamento. Eppure due soldati tedeschi non valgono un nostro fante. I tedeschi combattono bene, si, ma con alle spalle una perfetta organizzazione logistica. Quando si trovano in difficoltà sono delle nullità. I nostri hanno combattuto senza appoggio di carri, senza artiglieria pesante, col fucile, bombe a mano, qualche mitraglia.

Hanno combattuto con una scatoletta di carne da dividere in quattro, con mezza galletta e non in tutti giorni, senza un ricovero, all’aperto con 30° – 35° di freddo. I russi non sono mai passati fra le nostre linee… Il giorno che noi saremo inquadrati, equipaggiati, armati come i tedeschi, non temeremo nessun nemico”.

Finalmente il 13 marzo le ultime aliquote della Julia, tra le quali le tre Fiamme Gialle, vennero caricate su di un treno diretto in Patria. Il 14 erano a Brest, il 18 a Vienna, il 20 a Bressanone, ove rimasero 15 giorni nel campo contumaciale. Il 2 aprile, infine, l’odissea di coloro che ebbero la ventura di tornare dalle steppe russe si concluse con l’invio in licenza.

A quella data per tutti i militari del Corpo d’Armata alpino terminò l’avventura in terra russa con profusione di sangue e di sacrifici e che ebbe un riconoscimento del suo eroismo anche dagli avversari, nel bollettino n. 630 del Comando Supremo dell’Armata Rossa.

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento