ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA – 4

a cura di Cornelio Galas

Le armi chimiche

La federazione degli scienziati americani sostiene che il punto di forza delle armi chimiche non risiede nella capacità di offendere con l’intensità della detonazione, ma con le caratteristiche degli elementi che vengono rilasciati dai vettori che le trasportano.

Le armi chimiche sono inquadrabili in modi diversi a seconda dei particolari che si considerano. Ad esempio, riguardo allo stato, gli aggressivi possono presentarsi in tutti e tre i modi conosciuti: solidi, liquidi ed aeriformi. Con riguardo al tempo, essi possono agire immediatamente o richiedere un periodo più lungo per essere efficaci. Con riguardo alla volatilità, vi sono agenti più persistenti (cioè che sono efficaci per più tempo) ed altri che lo sono meno.

Alcuni agenti richiedono grandi concentrazioni per essere efficaci, per altri ne basta anche una quantità minore. Infine, non tutti gli agenti chimici sono letali: alcuni non lo sono, altri lo sono solo se in certe quantità, altri infine sono quasi sempre letali. Tutte queste classificazioni rendono complessa l’identificazione di categorie stabili degli agenti chimici.

Per esempio la federazione degli scienziati americani classifica le armi chimiche in tre categorie:

  •  Agenti nervini (nerve agents);
  •  Agenti vescicanti (blister or vescicant agents);
  •  Agenti asfissianti.

L’elenco che invece propone il CDC, è più articolato, e divide le “chemical categories” in:

  •  Biotossine (biotoxins);
  •  Agenti vescicanti (blister or vescicant agents);
  •  Agenti del sangue (blood agents);
  •  Caustici/acidi (caustics/acids);
  •  Agenti asfissianti e polmonari (choking/lung/pulmonary agents);
  •  Agenti incapacitanti (incapacitating agents);
  •  Agenti nervini (nerve agents);
  •  Solventi organici (organic solvents);
  •  Lacrimogeni ed agenti antisommossa (riot control agents/tear agents);
  •  Tossine alcoliche;
  •  Agenti che inducono il vomito (vomiting agents).

Infine la OPCW (Organization for the prohibition of chemical weapons) riporta le seguenti categorie di “agenti chimici” (“chemical agents”):

  • – Agenti asfissianti (coking agents);
  • – Agenti vescicanti (blister agents);
  • – Agenti ematici, cioè del sangue (blood agents);
  • – Agenti nervini (nerve agents);
  • – Agenti antisommossa (riot control agents);
  • – Potenziali agenti da guerra chimica (potential cw agents);
    – Agenti “mostarda” (“mustard agents”);
  • – Agenti psicotomimetici (psychotomimetic agents);

Tossine

Esistono altre definizioni che allungano o accorciano la lista degli agenti chimici. Spesso alcune categorie sono comprese in altre. Molte classificazioni tengono effettivamente conto dei diversi aspetti che ha raggiunto la chimica moderna riguardo ad elementi che possono danneggiare l’uomo o l’ambiente in cui viviamo: esistono però delle differenze fra, ad esempio, i metalli pesanti o le tossine alcoliche e gli agenti nervini. È necessario porre questa distinzione perché non tutti gli agenti chimici attaccano il corpo umano in modo uguale, e perché non tutti sono suscettibili di sensibili applicazioni belliche.

Quelli che lo sono presentano caratteristiche di elevata pericolosità per il corpo umano, e, in alcuni casi, si sono effettivamente dimostrati tali. L’analisi quindi si atterrà ai soli agenti chimici rilevanti come armi di distruzione di massa, e pertanto indicati nella relativa convenzione. Le definizioni che da qui verranno seguite sono quelle ufficiali dell’OPCW, fermo restando che è solamente una scelta di tipo metodologico. È chiaro che a seconda delle organizzazioni o delle istituzioni cui ci si riferisce le definizioni cambino.

Le principali armi chimiche e i loro sintomi

Come emerge chiaramente da quanto sopra descritto, la possibilità di sfruttare militarmente le armi chimiche esiste solo da quando ha fatto la sua apparizione la chimica moderna: anche in questo caso la rivoluzione industriale ottocentesca è stata quella che ha dato la svolta ai processi che hanno condotto alla realizzazione degli agenti chimici. Non va dimenticato (ed è anche oggi permesso dalla convenzione) che non sempre questi elementi sono stati inventati e creati per finalità belliche; molto spesso la produzione avviene per i motivi più diversi, spesso anche per motivi prettamente civili.

Ma l’efficacia della chimica sul campo di battaglia è stata sicuramente più coinvolgente (e politicamente più accettabile) delle armi biologiche o di quelle nucleari: per questo ha riscosso e riscuote ancora un certo fascino, ed ha visto nel corso del ventesimo secolo una buona serie di applicazioni. Inoltre due tragedie non imputabili a fatti dolosi sono altrettanto in grado di dimostrare cosa può fare la chimica se rilasciata in un ambiente urbano densamente abitato.

Dalle origini alla Seconda guerra mondiale

La guerra chimica è il primo tipo di arma di distruzione di massa che sia stato utilizzato su vasta scala in un conflitto, almeno da quando l’uomo ha avuto coscienza di questa potenzialità. L’immagine più agghiacciante della guerra chimica è indelebilmente connessa alla prima guerra mondiale. Sebbene altre armi si siano rivelate più risolutive o foriere di lutti ben peggiori (si pensi al carro armato, agli aerei o alla mitragliatrice), i “gas” come vennero chiamati hanno inevitabilmente colpito le opinioni pubbliche di tutto il mondo.

Un precedente a questo risale alla guerra di Crimea, durante la quale un ufficiale inglese teorizzò la possibilità di utilizzare proiettili di artiglieria pieni di cianuro da sparare contro la fortezza di Sebastopoli. L’idea venne respinta con sdegno dagli alti comandi inglesi, che considerarono la cosa inumana come avvelenare l’acqua del nemico. Già nella convenzione dell’Aja del 1899 erano rinvenibili posizioni di condanna per l’uso di armi chimiche: era il primo tentativo di normare la armi di distruzione di massa, consci degli effetti che potevano generare. E che puntualmente si verificarono solo sedici anni dopo.

L’entusiasmo con cui i fanti erano partiti per il fronte durante il 1914 nel 1915 era già dimenticato dopo i primi mesi di battaglie e dopo che la tecnica moderna mostrava ai baldanzosi soldati il suo volto più crudele. Mentre ad est la guerra contro i russi procedeva con alterne vicende ma con un carattere sostanzialmente dinamico, ad ovest la guerra di posizione aveva inchiodato le truppe tedesche, inglesi e francesi nelle proprie trincee. L’attrito che progressivamente logorava le forze di entrambi gli schieramenti non prevedeva sviluppi nel breve periodo.

Per ovviare a questa stasi, che inchiodava migliaia di soldati nelle trincee e nei reticolati, lo Stato Maggiore tedesco pensò di scatenare un attacco dopo aver colpito le posizioni nemiche con una nuova arma: il gas. La potenza della chimica scendeva nel campo di battaglia. Il luogo prescelto per la prima apparizione fu la cittadina belga di Ypres, attorno
alla quale si stavano scatenando dei feroci combattimenti.

Senza voler ripercorrere la storia della prima guerra mondiale, nonostante sia stata di decisiva importanza per lo sviluppo della chimica bellica, basterà qui riportare alcuni dati che sono abbastanza eloquenti di per sé, e comparano la produzione e l’uso delle armi chimiche durante la grande guerra.

Le cifre sono abbastanza eloquenti. La presenza di una così vasta serie di gas impose rapidamente agli stati maggiori l’adozione di strumenti in grado di reagire ai gas. La protezione agli agenti chimici, inizialmente affidata a spontanee iniziative di soldati al fronte divenne un impegno essenziale per ogni stato combattente. Terminato il primo conflitto mondiale, l’efficacia degli agenti chimici sotto forma di gas era evidente.

Tuttavia la paura che aveva generato nelle cassi politiche e militari spinse diverse nazioni a concludere il famoso protocollo aggiuntivo alla convenzione di Ginevra del 1925, nel quale si vietavano l’uso in guerra di “asphisiating, poisonous or other gases, and all analogous liquids materials or devices”, estendendo il divieto anche a “the use of bacteriological methods of warfare”.

La lungimiranza di questo accordo venne presto meno quando mancarono le sottoscrizioni di alcune importanti nazioni, come ad esempio gli Stati Uniti, che ritenevano questa limitazione troppo stringente per la loro potenziale attività bellica. Allo stesso modo il Protocollo non vietava la produzione e lo stoccaggio degli agenti chimici, e in questo modo lasciava aperta una scappatoia legale per sviluppare nuovi agenti, cosa che poi effettivamente avvenne. Il divieto del Protocollo non era una novità: era già stato oggetto di normazione (all’epoca si parlava di “veleni”) nel 1874 e nelle convenzione dell’Aja del 1899.

Comunque le nuove previsioni si rivelarono inefficaci ad impedire l’uso delle armi chimiche in alcuni contesti prebellici, come la guerra del Rif compiuta dagli spagnoli fra il 1921 ed il 1927 in Marocco. Durante questo conflitto si giustificò l’uso delle armi chimiche “afirmando que [las armas quimicas] no eran mas inumanas que las armas convencionales”.

Nel corso dell’insurrezione dei ribelli marocchini venne fatto uso di agenti chimici mediante bombardamento aereo spagnolo, ma anche con proiettili d’artiglieria. Croddy ricorda che nel 1921 in Unione Sovietica il generale dell’armata rossa Tukachevsky minacciò di usare “dei gas asfissianti” nel caso non avessero cessato la ribellione contro l’esercito di Mosca: ma l’uso o meno non è stato ancora definitivamente scoperto. Durante la campagna italiana in Etiopia, fra il 1935 ed il 1936, le armi chimiche vennero usate dall’esercito italiano contro gli avversari per rendere la campagna più veloce, come da ordini di Mussolini.

Anche in questo caso si procedette ai bombardamenti aerei, approfittando del dominio completo dell’aria che aveva la Regia Aeronautica. Nonostante gli attacchi fossero coperti dal segreto (l’Italia aveva firmato il protocollo del 1925) alcune fotografie di corrispondenti esteri mostrarono i risultati dei gas, dai quali l’Italia si difese dicendo che gli agenti chimici erano stati utilizzati per vendicarsi di altre violazioni della Convenzione di Ginevra fatte dagli etiopi. Anche l’imperatore Selassiè protestò, invano, davanti alla società delle Nazioni. Come nel caso spagnolo, non venne preso nessun provvedimento.

In estremo oriente invece il Giappone, che non aveva sottoscritto il Protocollo, portava avanti le proprie sperimentazioni militari di armi chimiche nel territorio cinese occupato. All’inizio della seconda guerra mondiale diversi elementi portavano a considerare come ovvio l’uso bellico dei gas. La convinzione dell’importanza dell’uso delle armi chimiche era molto diffusa fra tutte le parti del conflitto: invece ciò non avvenne, nonostante le Germania fosse particolarmente avanti negli studi in materia.

Le evoluzioni dei gas nervini “serie G-” come il sarin o il tabun li rendevano armi di enorme portata nelle mani della Germania nazista. Per questo tutte le nazioni potenziarono molto i programmi di difesa dalle armi chimiche, temendo soprattutto attacchi nei centri urbani; strumenti come le bombe volanti V1 e V2 se caricate con testate chimiche sarebbero stati vettori ideali. Tuttavia gli agenti chimici non vennero utilizzati da nessuna parte in conflitto, ad esclusione del Giappone, ma solo contro le popolazioni dei territori occupati.

Diversi sono gli argomenti se si esaminano armamenti incendiari (pesantemente usati per bombardare le città tedesche e giapponesi) e l’uso dei gas per asfissiare i detenuti dei campi di concentramento: ma la letteratura, considerando comunque questi episodi interessanti per i profili delle applicazioni degli agenti chimici, non li inquadra come usi di armi chimiche nel contesto bellico.

Nel corso della seconda guerra mondiale avvenne un drammatico incidente nel golfo di Bari, nel dicembre del 1943. L’incidente fu di tale portata che alcuni lo indicano come “una seconda Pearl Harbour”. Una serie di bombardieri tedeschi attaccarono il porto, in cui erano alla fonda molte navi: ne affondarono diciassette, e ne danneggiarono molte altre. Fra queste vi era anche la nave americana John Harvey, la quale aveva all’interno un grosso carico di bombe all’agente mostarda.

La cosa era coperta dal massimo segreto, e con l’affondamento della nave morì anche l’equipaggio, l’unico che ne conoscesse il contenuto. Si verificarono 800 ricoveri di personale militare dovuti al gas e un’ottantina di morti. Oltre a ciò, si stimano un migliaio di morti civili. Molti dei marinai che per salvarsi si erano gettati in acqua vennero colpiti dall’agente mostarda, il quale, essendo un olio, galleggiava sulla superficie, ed impregnando i vestiti rimase ancora più a contatto con la pelle; oltre a questo si sprigionarono anche dei fumi con l’agente mostarda, che colpirono la popolazione ed i militari a terra.

La presenza delle armi chimiche nel porto di Bari era dovuta al desiderio americano di avere pronte le armi chimiche in caso di attacco chimico delle forza germaniche. Ma per evitare che la cosa venisse conosciuta dal nemico, sull’argomento venne tenuto il più segreto riserbo, fintantoché l’esplosione della nave rivelò la portata dell’agente mostarda, confermando la sua potenzialità.

Dalla seconda guerra mondiale ad oggi

I programmi di sviluppo chimico non vennero affatto abbandonati dopo il secondo conflitto mondiale. L’evoluzione della ricerca era già sufficientemente matura per permettere delle applicazioni belliche della chimica anche con le tecnologie che le potenze vincitrici avevano a disposizione: come per le armi a razzo, anche in campo chimico le potenze vincitrici si dedicarono alla spoliazione delle strutture tedesche, e da subito incrementarono i propri studi in materia.

Alla fine della seconda guerra mondiale le armi chimiche erano le uniche disciplinate a livello internazionale, mediante il protocollo di Ginevra del 1925; tuttavia le proibizioni restavano percepite come deboli dalla comunità internazionale. La forza del protocollo venne ben presto sorpassata dai programmi di armamento delle grandi potenze. Gli studi inglesi degli anni cinquanta portarono poi a scoprire una nuova e pericolosa serie di gas nervini, detti “serie V”.

Allo stesso modo Stati Uniti ed Unione Sovietica continuavano a pieno ritmo le proprie ricerche. Gli Stati Uniti, come dimostrò l’incidente di Bari, erano già in grado di sintetizzare i propri agenti chimici. La produzione degli agenti chimici americani dopo la guerra si concentrò in Colorado e poi a Pine Bluff, in Arkansas, ma dopo il 1993 venne cominciata la distruzione degli agenti accumulati. Anche l’Unione Sovietica proseguiva a pieno ritmo le sue ricerche.

Nelle pubblicazioni militari occidentali fino alla fine della guerra fredda si indicava il programma chimico sovietico come uno dei più efficienti e pronti per essere usati in battaglia. Le fonti di informazioni occidentali riferivano addirittura di esercitazioni militari sovietiche compiute spruzzando in aria dei veri agenti chimici. Comunque anche l’ex Unione Sovietica dopo la Convenzione del 1993 ha cominciato a smantellare il suo arsenale, che ammontava a decine di migliaia di tonnellate di agenti chimici.

Il primo utilizzo di armi chimiche dopo la seconda guerra mondiale è stato durante la guerra civile dello Yemen204, durata dal 1963 al 1967, la quale vide combattere le forze filo monarchiche, appoggiate dall’occidente contro quelle repubblicane, sostenute dall’Egitto di Nasser e più vicine a posizioni comuniste. Da diverse testimonianze sembra che le truppe egiziane abbiano usato armi chimiche e soprattutto gas mostarda contro le truppe monarchiche.

Una tragedia civile si consumò in Italia, a Seveso (Lombardia) il dieci luglio 1976, ed è annoverata fra gli avvenimenti rilevanti in materia di effetti di agenti chimici. Il cosiddetto “disastro di Seveso” ricomprende tutta quell’area che venne colpita da una massiccia diffusione di diossina, rilasciata sotto forma di nube tossica dall’industria chimica Icmesa, con sede a Meda. Seveso fu il comune più colpito, ma non il solo, in quanto la nube riguardò anche Meda, Cesano Maderno e Desio.

Intorno alle 12.30 del dieci luglio 1976 nella fabbrica dell’Icmesa si verificarono dei problemi che diedero origine a una rilevante nube tossica di pericolosissima diossina (TCDD) generatasi dalla locale produzione di triclorofenolo. La nube si diresse verso sud raggiungendo i comuni lombardi, ed immediatamente nell’aria si avvertì un odore acre seguito da infiammazioni agli occhi nella popolazione. Oltre duecento persone vennero successivamente colpiti da cloracne, migliaia di animali contaminati dovettero essere abbattuti, i vegetali morirono per l’esposizione ed attorno alla zona più colpita le case vennero demolite e l’area interdetta.

A distanza di anni vennero riscontrati problemi nelle gravidanze che generarono alterazioni neonatali, mentre sono ancora aperti i dibattiti in materia di insorgenza di tumori. La popolazione venne avvisata solo diversi giorni dopo il disastro, nei confronti del quale le autorità non erano preparate. Pur non rappresentando un esempio militare, gli effetti di diffusione della diossina furono decisamente gravi sulla popolazione, e fortunatamente condizioni ambientali non troppo favorevoli evitarono la diffusione della nube in un’area di maggiori dimensioni. Era la prima volta che l’attenzione della comunità scientifica venne richiamata sugli effetti della diossina, e tutt’oggi il dibattito è ancora aperto riguardo all’effettiva incidenza dei tumori e degli effetti della diossina.

Negli stessi anni gli effetti della TCDD venivano discussi nell’ambito del conflitto vietnamita. Considerata l’attività di guerriglia e le caratteristiche della vegetazione del Vietnam, particolarmente rigogliosa e pertanto utile per i guerriglieri, l’amministrazione americana pensò di contrastare tale vantaggio spruzzando diserbanti in modo da rendere le zone libere dalla vegetazione e da distruggere i raccolti.

Tali strumenti venivano utilizzati anche per creare aree libere per basi e per fini tattici più generali. Negli anni fra il 1961 ed il 1971 aerei ed elicotteri provvidero così a spargere grandi quantità del diserbante noto come “agente arancione” (“agent orange”) dal nome delle strisce dei bidoni in cui era contenuto. Questo defoliante, seppure in quantità diverse, era stato regolarmente usato in agricoltura durante gli anni cinquanta; invece in Vietnam venne utilizzato in dosi massicce per liberare vaste aree di foresta. Il Dipartimento dei veterani del Governo americano ad oggi parla di “milioni di galloni di Agente arancio ed altri erbicidi”.

Ciò che si venne a scoprire dopo era che l’agente arancione era cancerogeno, e che comportò l’insorgenza di moltissime patologie nelle popolazioni colpite, così come nei soldati americani. Particolarmente tragici erano poi gli effetti sulle gravidanze, anche avvenute successivamente all’esposizione, perché davano origine a feti con malformazioni, sindromi e altre patologie. Gli effetti sull’ecosistema vietnamita furono rilevanti, e la sovraesposizione a quantità massicce di diossina si ripercosse inevitabilmente sulle popolazioni: stime in materia parlano di centinaia di migliaia di persone che hanno accusato patologie, anche se è difficile individuarne il numero esatto.

Ciò che è certo è che quello che doveva essere l’uso di un innocuo diserbante si è rivelato poi uno dei più massicci attacchi chimici del ventesimo secolo, che sul lungo periodo ha afflitto non solamente il territorio del nemico ma anche le truppe di chi lo ha usato. Pochi anni dopo in India, nel 1984, a Bhopal si ripetè una catastrofe chimica civile, la peggiore mai successa nella storia.

Nella popolosa città situata al centro dell’India e capitale dello stato Madhya Pradesh, venne inaugurato nel 1980 un importante impianto chimico della multinazionale Union Carbide, destinato alla produzione di un insetticida noto col nome di “Sevin”. La produzione dei primi anni fu rilevante, e si verificarono alcuni incidenti (anche mortali) che coinvolsero gli operai della fabbrica, un polo chimico di rilievo che richiamava molti lavoratori, la gran parte dei quali sistemati senza alcun ordine nella baraccopoli sorta vicina all’impianto. Nonostante i controlli interni ed i sindacalisti evidenziassero un trascurato standard di sicurezza, la produzione continuò fino verso il 1983.

Alcune difficoltà finanziarie costrinsero la Union Carbide a rallentare la produzione fino a fermarla del tutto nel 1984. Parallelamente al licenziamento degli operai, per tagliare i costi vennero disattivati molti sistemi di sicurezza dell’impianto, lasciato a sé stesso dopo la fine della produzione. L’abbandono dello stabilimento lasciò però intatte alcune cisterne sotterranee piene di isocianato di metile (MIC), un materiale altamente tossico per la salute umana. Tali cisterne contenevano una sessantina di tonnellate di MIC, che invece di essere conservato a zero gradi era lasciato a temperatura ambiente.

La sera del due dicembre nel corso di ordinari interventi di pulizia delle tubature molta acqua si trovò ad entrare in contatto con l’isocianato presente nelle cisterne; secondo alcuni fu un preciso atto di sabotaggio. La reazione di questi due elementi e la disattivazione dei sistemi di sicurezza (non erano funzionanti nemmeno le sirene d’allarme) fece si che si riversassero in aria ventisette tonnellate di MIC, in una enorme nube che si disperse nella zona, colpendo in primo luogo le aree attorno alla fabbrica dove vi erano ammassate migliaia di persone.

Grazie ad un vento favorevole, in pochissimi istanti l’aria della zona divenne irrespirabile, e la gente cominciò a tossire mentre gli occhi bruciavano, causando cecità. I dati ufficiali sui decessi non sono noti, ma la Carbide sostiene che i morti furono 3.800, mentre i lavoratori che contribuirono a rimuovere i cadaveri ne contarono 15.000. Altre fonti sostengono che dal 1984 siano stati 20.000 i morti e circa 120.000 persone che ancora soffrono per il disastro di Bhopal.

Nell’immediata confusione che si venne a creare la gente cercò di fuggire in modo disordinato, e gli ospedali vennero letteralmente presi d’assalto da centinaia di persone in condizioni disperate. Nessuno all’epoca sapeva quale sostanza fosse stata rilasciata, e questo rese ulteriormente difficile il lavoro delle scarse strutture sanitarie presenti, che ovviamente non erano nemmeno lontanamente pronte ad affrontare un’emergenza di queste dimensioni. La stessa Carbide si dimostrò riluttante a fornire informazioni, e cercò di minimizzare l’avvenuto.

La popolazione, completamente digiuna di informazioni e di istruzioni su come affrontare l’avvenimento aggravò la già critica situazione. Passata la nube tossica, l’area di Bhopal rimane oggi pesantemente inquinata, sia a livello di superficie che nelle falde acquifere da cui la popolazione normalmente si abbevera. Il rilascio del MIC ha comportato pesanti conseguenze sulla situazione sanitaria dei residenti, generando patologie nelle persone e colpendo i feti.

Premessi gli immediati soffocamenti e problemi di vista, associati a vomito, e dolori ai polmoni ed alle vie aeree, gli effetti di lungo periodo si sono manifestati in tumori, problemi respiratori, cecità diffusa, predisposizione alla contrazione di ulteriori malattie. Molti di questi effetti sono destinati a permanere finché il sito non verrà bonificato. A questo vanno aggiunti i problemi sociali (perdita di centinaia di posti di lavoro), la presenza di migliaia di invalidi civili, il danno ambientale e, non da ultimo, i danni psicologici conseguenti il disastro di Bhopal, definito a ragione “the worst industrial accident in human history”.

Una applicazione militare su vasta scala di agenti chimici è avvenuta durante la guerra fra Iran ed Iraq del 1980-1988. Nel 1980 il dittatore iracheno Saddam Hussein lanciò un’offensiva contro il neo costituito governo islamico iraniano, contando sulla disorganizzazione militare della rivoluzione khomeinista e sul sostanziale consenso che le superpotenze avrebbero prestato a questo tipo di attacco. Non da ultimo, Saddam Hussein prevedeva per sé un ruolo da guida del mondo arabo, e la vittoria contro l’Iran lo avrebbe sicuramente agevolato in tal senso. Infine, considerazioni di politica interna come gli equilibri religiosi in seno alle confessioni islamiche erano presenti nei ragionamenti del leader iracheno.

Il 23 settembre 1980 le divisioni irachene varcarono in forze il confine iraniano. Dopo l’iniziale avanzata, la guerra si trascinò in una fase di sostanziale staticità fino alla sua fine, nonostante la pesante guerra navale che coinvolgeva i due stati mediorientali. L’Iraq in un paio di casi usò contro le truppe iraniane delle armi chimiche, a cominciare dall’agente mostarda fino a sperimentare, per la prima volta, i gas nervini.

Questo tipo di armi ben presto generarono migliaia di morti, in quanto gli iraniani non erano preparati alla difesa da armi chimiche: supplivano alla loro inferiorità tecnologica e militare con il fanatismo di alcuni loro reparti, soprattutto i pasdaran. Allo stesso modo vennero usate le armi chimiche nell’attacco al villaggio curdo di Halabja. I curdi vedevano con più favore gli iraniani, e pertanto sostenevano con la loro resistenza il regime di Tehran: l’Iraq fra il 16 ed il 17 marzo del 1988 attaccò il villaggio ormai passato alla storia per essere bombardato con gas nervini e gas mostarda.

Il risultato stimato fu di cinquemila vittime. Una serie di aerei iracheni sparse le armi chimiche sul villaggio, dimostrando appieno le potenzialità degli agenti rilasciati. Oltre ai morti immediatamente, molte migliaia di persone morirono in seguito colpiti da patologie riconducibili agli agenti chimici.

Uno dei casi più recenti di attacco, e divenuto ormai punto di riferimento per la letteratura in materia, è quello compiuto dalla setta apocalittica Aum Shinrikyo (“Suprema Verità”) nella metropolitana di Tokio, nel 1995, ascrivibile alla categoria del terrorismo. La setta in questione, oggi ribattezzatasi “Aleph” “is a japanese cult that combines tenets from Bhuddism, Hinduism and is obsessed with the apocalypse”, nota il Council on Foreign Relations.

La strana miscela religiosa venne assemblata dal guru Shoko Ashara verso la fine degli anni ottanta, e nel 1989 la setta venne ufficialmente riconosciuta come religione dal governo giapponese: alcuni suoi membri corsero addirittura per le elezioni politiche del 1990. Nonostante le teorie alquanto fatalistiche, il gruppo ottenne un discreto seguito di fedeli, il che gli garantì anche sufficienti entrate finanziarie. Dopo un fallito tentativo di attacco chimico a Matsumoto nel 1994, la mattina del venti marzo 1995 alcuni membri della setta si introdussero nell’affollata metropolitana di Tokyo lasciando nelle stazioni prescelte per gli attacchi dei sacchetti di gas nervino sarin che provvidero a bucare con i loro ombrelli.

Gli attentatori uscirono velocemente dalla metropolitana, mentre all’interno il gas cominciava ad evaporare. All’ora dell’attacco, fra le sette e le otto del mattino, la metropolitana di Tokyo era molto affollata, e ben presto i numerosissimi passeggeri cominciarono ad accusare i sintomi tipici del sarin, quali irritazioni agli apparati oculari e respiratori, malori e cecità temporanea. Dopo le prime segnalazioni la metropolitana venne fatta evacuare, mentre la autorità provvedevano alla cura ed all’ospedalizzazione delle migliaia di persone colpite.

I documenti dell’epoca testimoniano la complessità delle operazioni di soccorso, aggravate
anche dal fatto di non aver immediatamente realizzato che si trattasse di un attentato chimico. Il sistema dei soccorsi, per quanto tempestivo, non si dimostrò sufficientemente preparato ad affrontare l’emergenza; vero è anche che le persone ferite furono circa 6.000, il che rendeva molto difficile la gestione della vicenda. A ciò va aggiunto che né in Giappone né in altre nazioni si erano mai verificati attacchi con il gas sarin, tantomeno in un contesto urbano. Il bilancio finale fu di dodici morti.

L’attentato di Tokyo, il più grave avvenimento in Giappone dalla seconda guerra mondiale, e primo caso di attacco urbano con armi chimiche, era riuscito a seminare il panico e a portare al limite anche le preparate strutture giapponesi. Era divenuto un riferimento necessario in tema di guerra urbana e di attacchi chimici. Il guru della setta e gli attentatori furono riconosciuti colpevoli, e condannati all’ergastolo od alla pena di morte.

I tipi di agenti chimici
Gli agenti chimici, come noto, sono diversi sotto molti punti di vista: al di là delle diverse classificazioni esistenti e delle loro articolazioni, di seguito si esamineranno i principali agenti chimici, seguendo la ripartizione compiuta dall’OPCW. Gli agenti chimici sarebbero anche classificabili, come sopra ricordato, sulla base del loro stato fisico, della persistenza, della letalità e via discorrendo: la classificazione ritenuta migliore ai fini di comprendere la loro efficacia e pericolosità come armi di distruzione di massa è perciò quella che più si focalizza sui risultati che questi agenti danno. Verrà poi trattata a parte la categoria dei defolianti, la quale è un’arma chimica in senso lato, e non è diretta contro gli esseri umani.

Agenti asfissianti

Gli agenti asfissianti sono in grado di attaccare l’apparato respiratorio, a partire dalle cavità orali e nasali fino agli alveoli polmonari. Al contatto con gli aggressivi di questa categoria i polmoni secernono dei liquidi, i quali in breve tempo asfissiano la vittima. Gli esempi di questi agenti sono il cloro (Cl), il fosgene (CG), il difosgene (DP) e la cloropicrina (PS). Il cloro irrita le cavità nasali, il petto e se la concentrazione è alta, provoca asfissia, in quanto penetrando nei polmoni fa aumentare le secrezioni di liquidi.

Furono i primi agenti ad essere usati nella prima guerra mondiale, ed al fosgene si attribuiscono l’80% dei decessi della prima guerra mondiale. La caratteristica di questi gas è di essere più pesante dell’aria: in questo modo si potevano facilmente depositare dentro le trincee, obbligando i soldati a scappare via. Tuttavia la scarsa persistenza, l’odore pungente e la possibilità di curare le vittime colpite, se allontanate dalla zona in tempo, rendono ormai decisamente fuori moda il cloro.

Anche il fosgene fu uno dei primi protagonisti sui campi di battaglia: può arrivare ad uccidere le vittime anche molto in ritardo rispetto all’attacco, ed anch’egli colpisce il sistema respiratorio distruggendo gli alveoli polmonari. Il difosgene è più persistente dei due precedenti, e sostanzialmente i suoi effetti sono simili al precedente agente. Infine la cloropicrina, spesso utilizzata nei pesticidi, è un esempio di composto chimico dual use.

Usata anch’essa nella prima guerra mondiale, veniva apprezzata perché riusciva a passare attraverso le maschere antigas, anche se la sua pericolosità era minore rispetto agli altri gas asfissianti. Comunque l’esposizione a cloropicrina conduce ad un edema polmonare.

Agenti vescicanti

Gli agenti vescicanti sono fra i più diffusi in materia di armi chimiche. Il loro scopo bellico può concretizzarsi non solo nei decessi dell’avversario, ma anche nella debilitazione del suo personale. Rispetto agli agenti asfissianti, che operano solo sull’apparato respiratorio, questa categoria è in grado di attaccare anche gli occhi, la pelle e addirittura gli organi interni. Gli agenti vescicanti conosciuti sono l’iprite (H, HD), l’agente “mostarda” (HN), la “lewisite” (L) e l’ossima di fosgene (CX): sono tutti oleosi tranne l’ossima di fosgene, che è una polvere.

L’iprite e l’agente mostarda derivano i loro nomi proprio dal primo conflitto mondiale, nel quale vennero usati per le loro capacità di persistenza e la maggiore dannosità nei confronti dell’essere umano. E proprio a Ypres nel 1915 vi fu il primo uso bellico dell’agente mostarda, sparato dai cannoni tedeschi sulle linee avversarie. L’esposizione a questi agenti causa diversi effetti, cominciando dall’apparato visivo, causando irritazioni, lacrimazione e bruciore. Si manifestano poi problemi respiratori, insorgenza di problemi cutanei come pruriti, arrossamenti, e se l’esposizione è prolungata dopo molte ore si possono formare anche delle vesciche. Queste se si rompono possono infettare la pelle sottostante, richiedendo molto tempo per essere curate.

L’apparato respiratorio è attaccato dalle mucose ai polmoni: oltre alle irritazioni (naso, gola, trachea) seguono bruciore e danneggiamento dei polmoni, con conseguente facile possibilità di insorgenza di polmonite. Se le dosi assorbite sono state rilevanti, la vittima può decedere per asfissia o edema polmonare già entro quarantotto ore. In caso di assorbimento non troppo elevato, è possibile che la vittima sopravviva: tuttavia questi agenti sono capaci di passare attraverso stoffa, gomma e cuoio, il che li rende particolarmente insidiosi e difficili da fermare.

La lewisite fu scoperta nei primi anni del novecento, e riadattata ad usi bellici per la prima
guerra mondiale, anche se poi non venne usata (la guerra finì prima). Porta il nome dal cognome del suo inventore, uno scienziato americano, e venne fabbricata inizialmente negli Stati Uniti. È meno persistente dell’agente mostarda, ma può essere letale in una decina di minuti, e causa danni gravi agli occhi, gravi danni alla pelle (peggiori di quella degli agenti mostarda), con danni al sistema muscolare e vascolare, fino alla cancrena. L’attacco alle vie aeree è ugualmente pericoloso.

L’ossima di fosgene è una polvere bianca, ma può sciogliersi abbastanza facilmente in acqua. Se presente in bassa concentrazione irrita gli occhi (cecità, lesioni alle cornee) e le vie respiratorie (edema polmonare); se aumenta la concentrazione può anche attaccare la pelle, causando gravi irritazioni e la necrosi delle ferite, ed in tempi molto brevi. Semplici protezioni della pelle possono impedire quest’ultimo effetto, che invece è rilevante nei confronti di personale non protetto. Anche per questa sostanza le cure richiedono molto tempo.

Agenti ematici o del sangue

Gli agenti ematici tipicamente aggrediscono il corpo umano per mezzo dell’inalazione. Il loro nome deriva dagli effetti che le sostanze compiono sul sangue, impedendo il trasporto dell’ossigeno. Sono famosi l’acido cianidrico (AC), il cloruro di cianogeno (CK) e l’arsina (SA). L’acido cianidrico era già utilizzato, con gli effetti tristemente noti, nei campi di stermino con la sigla commerciale “Zyklon B”; pochi grammi erano idonei ad asfissiare in pochi minuti anche grandi quantità di persone, in quanto tale agente blocca la respirazione cellulare.

A parte l’applicazione tedesca della seconda guerra mondiale, gli effetti studiai nella prima lo rendono poco efficace in quanto molto volatile. Il cloruro di cianogeno è sostanzialmente simile al precedente, ma è meno volatile dell’acido cianidrico, ed è efficace anche ad una bassa concentrazione, causa irritazione agli occhi, all’apparato respiratorio e può danneggiare i polmoni come il cloro o il fosgene.

Infine l’arsina (deriva dall’arsenico), che alcuni non considerano nemmeno un agente ematico, tende a legarsi con l’emoglobina dei globuli rossi, portando alla conseguente emolisi, cioè alla distruzione degli stessi. Il suo uso come arma chimica è stato messo in dubbio in quanto meno efficace del fosgene e più facilmente infiammabile. Al momento non se ne conoscono applicazioni belliche.

Agenti nervini

Gli agenti nervini sono una delle più recenti categorie di armi chimiche, ma la loro relativamente giovane età non gli ha purtroppo impedito di vantare oggi alcune applicazioni che sono entrate a far parte della storia delle armi di distruzione di massa. Questo tipo di agenti vennero casualmente scoperti in Germania durante gli anni trenta. Un ruolo chiave nella scoperta la ebbe lo scienziato Gerard Schrader, il quale si occupava di sviluppo di nuovi pesticidi: fu lui che nel 1936 sintetizzò il primo degli agenti nervini, il tabun (GA). Successivamente gli esperimenti portarono alla creazione del sarin (GB), del soman (GD) e del ciclosarin (GF, scoperto però dopo la guerra): la lettera iniziale con cui sono indicati viene dall’iniziale di “Germania”.

Tali agenti vennero prodotti in grande quantità, ed inizialmente erano stati concepiti per l’utilizzo bellico: temendo però le conseguenti ritorsioni politiche e militari, Hitler rinunciò all’uso dei gas durante il secondo conflitto mondiale. Anche l’eventuale progetto di caricare le bombe volanti V1 e V2 con i gas venne presto abbandonato. Dopo la guerra in Gran Bretagna vennero sperimentati una serie nuova di agenti nervini, detti V, decine di volte più velenosi della serie G, e di cui si conoscono i seguenti composti: VE, VG, VM, VR, VG, VX, il cui ultimo è decisamente il più famoso.

Gli agenti nervini sono pertanto suddivisi in due classi diverse: classe G e classe V. Mentre gli agenti G tendono ad essere volatili, gli agenti V sono molto più persistenti. Il tabun è il più semplice agente da assemblare, ed è alla portata anche di laboratori non troppo evoluti; nei paesi occidentali è considerato alquanto datato come effetti. Diverso è il caso del sarin, molto volatile e abile a colpire mediante inalazione, così come il soman, con la differenza che quest’ultimo è meno volatile e può attaccare anche la pelle. Anche il GF può colpire la pelle, ma è poco volatile.

Il VX, invece è molto più potente della serie G, penetra tramite la pelle o l’apparato respiratorio ed ha una lunga permanenza su oggetti, terreno ed equipaggiamenti. Le caratteristiche che rendono questi agenti così dannosi sono la causa del loro nome. Il primo fattore da considerare è il modo in cui l’agente penetra nella vittima: la via respiratoria è la migliore, perché permette una veloce diffusione dell’agente nel corpo umano, cosa che invece avviene più lentamente.

Per questo i sintomi si manifestano prima nella persona che inala l’agente rispetto a quelle che ne è contaminata in modo cutaneo: essi inattivano un enzima, l’acetilcolinesterasi, che degrada l’acetilcolina, fondamentale per la trasmissione degli impulsi del sistema nervoso. In altri termini, gli agenti nervini in un tempo brevissimo, impedendo al cervello di “comunicare” agli organi. Come facilmente intuibile, gli effetti sono terribili, ma cambiano a seconda del modo di contatto con l’agente e del tempo.

Si comincia con i primi disturbi agli occhi e con dei dolori al torace; dosi superiori portano a dolore, nausea e vomito, contrazioni delle palpebre, ed a seguire vi sono tremori, mal di testa, rallentamento delle reazioni. Dosi medie portano a ulteriori problemi muscolari, crampi e contrazioni, destinati ad aggravarsi in casi di dosi più rilevanti, insieme a problemi cardiocircolatori e generale contrazione dei muscoli, che si riflettono anche sull’apparato respiratorio, che comincia ad accelerare il ritmo per poi rallentarlo.

Se la morte non sopraggiunge, si possono avere problemi di eccessiva salivazione, defecazione, urinazione, insieme a gravi disfunzioni nella comunicazione e convulsioni, seguiti da perdita di conoscenza. Il decesso avviene di solito per aritmia o insufficienza respiratoria; esse possono sopraggiungere prima di questa “scala” di sintomi in caso di immediata esposizione a forti dosi di agenti nervini.

In ogni caso il decesso che consegue all’uso di gas nervini è particolarmente doloroso e inumano. Come antidoto si somministra l’atropina, ma ne occorre una rapida assunzione: per questo le forze armate che si trovano ad operare in zone con il pericolo di contaminazione da gas nervini dispongono di un congegno per praticarsi un’autoiniezione della sostanza.

Gli agenti nervini non richiedono strutture e laboratori complessi per essere assemblati, ed il loro costo è tutto sommato abbastanza contenuto: per questo rappresentano una ottima combinazione letalità/costo.

Agenti antisommossa

Gli agenti antisommossa, come il famoso lacrimogeno CS, sono esclusi dalla Convenzione, anche se questo fu il risultato di lunghe discussioni. La situazione venne sbloccata quando il loro uso venne limitato ai casi di ordine pubblico, e di conseguenza ne venne vietato ogni uso bellico. Pertanto essi non sono armi di distruzione di massa. I gas lacrimogeni non sono stati progettati per uccidere, ma semplicemente per impedire i comportamenti umani in quanto l’esposizione al gas fa insorgere nei soggetti colpiti lacrimazione e bruciore alla pelle fino a tosse e vomito (se assunto in dosi massicce).

In ogni caso una grande concentrazione di gas CS non è letale, ma causa situazioni temporanee di incapacità di muoversi ed agire per chi ne è colpito. Il tipico uso del gas CS oggi non è quello militare ma quello di ordine pubblico.

Potenziali armi chimiche

In questa categoria sono ricompresi i futuri sviluppi delle biotecnologie, come certi tipi di sostanze particolarmente piccole in grado di passare attraverso i filtri delle maschere o delle protezioni. La finalità è quella di impedire che nuove sostanze, di qualunque tipo esso siano, riescano a trovare una “terza via” fra i divieti delle armi chimiche e quelli delle armi biologiche e possano permettere lo sviluppo di nuove tecnologie letali.

Agenti mostarda

La classificazione di solito ricomprende gli agenti mostarda nella classe dei vescicanti. L’attenzione che la commissione dedica specificamente a questo tipo di sostanze è dovuta anche al fatto che nel corso della guerra fra Iraq e Iran (1980-1988) si stima che 5.000 soldati siano morti e fra i 10.000 e i 20.000 siano stati intossicati dall’agente mostarda. Per il resto la materia è già stata trattata sotto la categoria degli agenti vescicanti, nella quale gli agenti mostarda sono stabilmente inseriti dalla gran parte della letteratura.

I defolianti

Gli agenti defolianti, comunemente noti come erbicidi, sono una categoria che ha fatto discutere la letteratura scientifica sulla loro collocazione sistematica, in quanto alcuni sostengono che essi facciano parte delle armi biologiche. Il funzionamento di un erbicida è sostanzialmente quello di provocare la caduta delle foglie. Gli usi degli erbicidi sono specialmente richiesti in contesti tattici dove la vegetazione è una preziosa risorse per il nemico.

Si ritiene di trattare in questa categoria i defolianti in quanto se è vero che esplicano la loro azione sui processi vitali delle piante, portando le stesse sostanzialmente alla morte, non vi è nulla di biologico negli agenti defolianti. In altre parole, i defolianti sono ordinari prodotti chimici che estrinsecano il loro effetto sui vegetali. A norma della convenzione i defolianti non sarebbero vietati; lo diventano se si trasformano in mezzi di guerra chimica.

Così il famoso “agent Orange” del Vietnam si è rivelato essere una vera e propria arma, ed ha causato moltissime sofferenze nella popolazione, pure se il suo fine era solo quello di disboscare le foreste. Si può pertanto fare uso di agenti defolianti purchè questo non sia un modo per condurre una guerra chimica sotto altra forma.

I vettori

Esaminate le caratteristiche degli agenti chimici, come per quelli biologici si pone il problema del vettore. In materia vi sono stati diversi vettori che via via sono stati applicati: si è cominciato dalle bombole della battaglia di Ypres per arrivare ai bombardamenti con i MiG durante la guerra fra Iran e Iraq. Anche nel caso delle armi chimiche i vettori sono diversi, e richiedono soluzioni specifiche a seconda di quello usato.

Per prima cosa i gas si presentano in modi diversi: alcuni sono liquidi, altri no. Nel momento in cui esplode un’arma chimica essa colpisce la zona spargendo sul terreno il proprio contenuto, il quale permane a seconda della sua volatilità: anche in questo caso gli effetti atmosferici hanno la loro rilevanza. Durante la prima guerra mondiale è capitato spesso che gas lanciati contro le linee nemiche si siano poi rivolti verso gli attaccanti solo perché il vento era stato calcolato male; in secondo luogo, Seveso e Bhopal hanno avuto effetti diversi anche per via del vento che in un caso era debole, mentre nel secondo era sostenuto al punto giusto.

Anche la luce ed il calore fanno la loro parte: occorre evitare di disperdere gli agenti se le temperature sono troppo rigide o troppo elevate: il meglio sarebbe usarle durante la notte, mentre non vi sono raggi ultravioletti nell’aria. Un’altra condizione favorevole è l’assenza di precipitazioni, che rende meno facile la soluzione dell’agente, e di conseguenza la diminuzione della sua potenzialità. Infine la persistenza è un elemento importante: alcuni agenti sono volatili, altri meno.

Per questo è possibile, modificando le composizioni, cercare di rendere un agente più persistente. Infine si possono usare contemporaneamente agenti diversi, in modo da combinare i punti di forza di quelli usati. I normali vettori cominciarono nella prima guerra mondiale con delle bombole che venivano aperte al momento dell’attacco. Questo sistema poco pratico venne presto sorpassato dall’artiglieria con proiettili speciali, sempre facendo attenzione che l’esplosivo non bruci il contenuto del proiettile. Allo stesso modo possono essere utilizzati i missili, caricati con testata chimica.

Infine particolare attenzione meritano le bombe da aereo, che hanno goduto di una discreta utilizzazione nel corso del ventesimo secolo. Infine la cosa che più conta è considerare la dose che serve per permettere al composto chimico di raggiungere il suo obiettivo (ferire o uccidere): la concentrazione. Se l’agente non ha una concentrazione idonea, diversa a seconda dell’agente usato, allora i suoi effetti saranno minori rispetto a quelli previsti. Come durante le guerre così nei periodi di pace si è notato che il gas non colpisce l’area allo stesso modo e con la stessa intensità: tenerne conto è un elemento essenziale per un proficuo uso delle armi chimiche. E tenerne conto è anche fondamentale
per studiarne le possibili risposte.

Le armi radiologiche

Le armi radiologiche (definite con la sigla “R”) possono considerarsi le “ultime arrivate” nella categoria delle armi di distruzione di massa, anche se la loro collocazione in questa categoria appare incerta. Tipicamente quando una volta ci si riferiva alle armi di distruzione di massa si andavano ad esaminare il settore NBC: successive definizioni hanno incorporato anche le armi radiologiche ed infine la dottrina militare americana ha incorporato anche gli “high explosives”, arrivando a coniare il termine CRBNE.

Secondo alcuni, comunque, oggi ci si dovrebbe continuare a riferire solamente alle armi NBC; tuttavia non considerare completamente le armi R rischierebbe di essere riduttivo e soprattutto escluderebbe un potenziale settore di minacce. Le armi radiologiche oggi esistenti sono divisibili in due tipi: le RDD e le RED, e si differenziano perchè nel primo caso vi è un’esplosione mentre nel secondo no. Prima di analizzarne le diverse caratteristiche, occorre indicare cosa sia un’arma radiologica.

L’arma radiologica è un`arma che sfrutta gli effetti della radioattività ma in modo diverso da quelli delle armi nucleari. Il rilascio di radioattività di un`arma nucleare, sia essa all`idrogeno o meno, è la precisa conseguenza di una serie di reazioni che avvengono nel materiale che la compongono. Un ordigno radiologico, invece, è costituito da esplosivo convenzionale ed elementi radioattivi.

Al momento della detonazione non si produce alcun tipo di fissione o fissione nucleare, semplicemente il materiale radioattivo viene disperso in seguito e proporzionalmente all`esplosione del materiale esplodente convenzionale. Da qui il nome con cui volgarmente si chiamano le armi radiologiche, cioè “bombe sporche”, terminologia con le quali sono chiamate in molte pubblicazioni ufficiali e scientifiche.

Il loro fine non è necessariamente quello di uccidere con la forza dell`esplosivo convenzionale o con la radioattività del materiale di cui è circondato l`esplosivo: la bomba sporca ha come fine quello di interdire un area, più o meno vasta, cospargendola di materiale radioattivo. Ciò, come ovvio, comporterebbe l`immediata evacuazione dell`area, ed i conseguenti costi di bonifica. In caso poi di utilizzo di materiali radioattivi piuttosto pericolosi, a questi costi si dovrebbero aggiungere quelli della cura dei colpiti dalle radiazioni.

Da qui l’origine di un’altra dizione, usata più nella letteratura scientifica americana, di RDD, o Radiological Dispersion Device, che sottolinea proprio al dispersione di materiale radioattivo conseguente l’esplosione. Il Ministero della Difesa Americana non utilizza la definizione di “arma radiologica”, ma alla voce RDD esplicita che “an improvised assembly or process, other than a nuclear explosive device, designed to disseminate radioactive material in order to cause destruction, damage, or injury”.

Nella medesima pubblicazione viene anche indicate l’esistenza delle RED, cioè “radiological exposure device – a radioactive source placed to cause injury or death”. Esse sono strumenti atti a diffondere la radioattività, insita negli elementi radioattivi: si differenziano dagli ordigni RDD in quanto non vi è un’esplosione, ma solo il posizionamento della sorgente che emette radiazioni.

Per quanto riguarda infine la posizione italiana, il Ministero della Salute nel suo glossario delle emergenze definisce la “bomba sporca” riferendosi solo agli ordigni RDD: in effetti un dispositivo RDD viene definito come “dispositivo studiato per diffondere sostanze radioattive con esplosivi tradizionali al momento dello scoppio della bomba, che può uccidere o ferire le persone e in seguito propagare contaminazione. Queste bombe possono apparire come dispositivi in miniatura oppure come grosse mine anti-carro. Una bomba sporca ha una fabbricazione più semplice rispetto a quella di una vera arma nucleare” mentre alla voce “ordigno a dispersione radiologica” si accorpano entrambe le categorie RDD e RED.

Esso è definito come un “ordigno che disperde le sostanze radioattive usando esplosivo tradizionale o altri mezzi meccanici, come uno spray”. In ogni caso ciò che caratterizza un ordigno radiologico lo assimila alle armi nucleari, ma lo rende comunque uno strumento con caratteristiche tecnologiche ed usi tattici completamente diversi. Di solito quando si tratta di “bombe sporche” ci si riferisce agli ordigni RDD. Per esigenze di chiarezza si continueranno a mantenere queste differenze, sebbene non sempre condivise in letteratura.

Tecnologia dei dispositivi RDD e RED

Il primo che ipotizzò la pericolosità della dispersione di materiale radioattivo fu il responsabile militare del progetto Manhattan, il generale Leslie Groves. Egli in un documento del 1943, ma declassificato solo nel 1974, indicò la pericolosità della diffusione di materiale radioattivo, indicando che era dannoso non solo per le persone, ma perché contaminava i terreni e non vi era modo di decontaminarlo.

La tecnologia si è evoluta, soprattutto per quanto riguarda la decontaminazione, ma le parole del generale Groves sono ancora perfettamente attuali. La prima questione da affrontare con i dispositivi RDD e RED è la presenza o meno dell`esplosivo convenzionale. Se per esempio si volesse far esplodere un furgone carico di materiale radioattivo, probabilmente la quantità di esplosivo presente potrebbe risultare fatale per chi vi si trovasse nelle vicinanze. Allo stesso modo qualsiasi forma di esplosivo tale da scagliare elementi radioattivi a grande distanza richiederebbe, come ovvio, una grande quantità: l’energia sviluppata dalla detonazione potrebbe risultare addirittura più pericolosa dell`esposizione alle radiazioni.

Il problema invece non si pone nei confronti degli ordigni RED, che non hanno bisogno di detonare per produrre i propri effetti. Anche l’uranio (o il plutonio) usato nelle armi atomiche è radioattivo, e come tale danneggia chi vi sta intorno: tuttavia lo scopo dell`arma atomica non è quello di colpire con le radiazioni, ma di sfruttare anche gli effetti termici e meccanici della stessa. Sennò basterebbe spargere gli elementi nucleari.

L`arma RED presenta una identificazione molto più complessa: senza opportuni elementi per identificare le radiazioni sarebbe difficile riconoscere la presenza o meno di un ordigno RED, cosa che invece può avvenire se l`attenzione delle Forze dell’Ordine è richiamata da un`esplosione, soprattutto se avvenisse contro obiettivi muniti di elementi radioattivi (trasporti con scorie nucleari, o magari direttamente centrali nucleari). Comunque, a meno di non accumulare una imponente massa di materiale radioattivo (cosa che in qualche modo verrebbe notate da chi si occupa di impedirne la diffusione) un ordigno RED esplicherebbe i suoi effetti su tempi lunghi.

Se inoltre esso fosse installato, come indica il dipartimento della salute americana, su una metropolitana, esso sarebbe si in grado di attaccare migliaia (milioni) di persone, ma probabilmente per tempi brevi ogni giorno. E per fornire una dose letale di radiazioni occorrerebbe comunque una grossa quantità di materiale, il che comprometterebbe la silenziosa discrezione di un ordigno RED.

Una volta stabilito se utilizzare un ordigno RDD o RED, occorre trovare un materiale radioattivo, in quantità sufficiente. Ad esempio oggi si è scoperto che la scienziata Marie Curie morì a causa dell`esposizione alla pechblenda: ma la sua esposizione fu continuata per anni, e comunque la scienziata morì a sessantasette anni, un tempo decisamente troppo lungo per qualsiasi applicazione bellica.

D`altro canto i pompieri che, ignari, si recarono a spegnere il reattore di Chernobyl che stava bruciando morirono in un paio di giorni per sovraesposizione a radiazioni: analogamente capitò a molti giapponesi che non riuscirono a salvarsi dagli effetti termici e meccanici della bombe atomiche, i quali uccidevano ben prima che le radiazioni. Quindi diviene essenziale utilizzare un materiale radioattivo capace almeno di danneggiare la salute umana: la scelta si allarga a tutti gli elementi radioattivi.

Non solo l’uranio e il plutonio lo sono, anzi, gli elementi radioattivi sono numerosi ed hanno una vasta serie di usi perfettamente leciti nel mondo civile: si va dalle apparecchiature mediche a quelle industriali, ai siti di produzione di energia atomica ed a quelli di stoccaggio delle scorie nucleari. Infine a questi vanno associati i siti militari in cui è presente materiale nucleare, i quali comunque sono molti inferiori di numero rispetto alle precedenti applicazioni.

A completare il quadro rimangono poi le installazioni abbandonate, siano esse civili o militari, nelle quali sono ancora presenti materiali radioattivi. Se questa eventualità è abbastanza remota in Occidente, diverse segnalazioni riportano che in Russia, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, molte installazioni di questo tipo sono state lasciate a sé stesse, con il conseguente pericolo che chiunque poteva trafugare elementi radioattivi.

I materiali radioattivi utilizzabili sono diversi, ed il CDC li riporta nel seguente modo:

  • – Americium-241 (Am-241)
  • – Cesium-137 (Cs-137)
  • – Cobalt-60 (Co-60)
  • – Iodine-131 (I-131)
  • – Iridium-192 (Ir-192)
  • – Plutonium
  • – Polonium 210
  • – Strontium-90 (Sr-90)
  • – Uranium-235 (U-235) & Uranium-238 (U-238)

Essi naturalmente presentano caratteristiche e diffusioni ben diverse. È chiaro che elementi radioattivi particolarmente pericolosi o con finalità soprattutto militari o di produzione energetica (si pensi al plutonio od all`uranio) sono sottoposti a severi controlli, il che, almeno teoricamente, rende più difficile entrarne in possesso per chi ne intenda fare un uso non consentito.

Utilizzo di armi radiologiche

Per prima cosa occorre chiedersi come mai, ad oggi, non sono state ancora utilizzate armi radiologiche in contesti prettamente militari, ma spesso la loro fama sia legata a folli disegni di gruppi terroristici o eversivi. La motivazione è che militarmente le armi radiologiche, siano esse RDD o RED, sono poco utili. Se si intende arrecare una pesante perdita di vite umane, un’arma radiologica non rappresenta una soluzione ottimale: l`esplosivo convenzionale o magari le armi chimiche sono molto più efficienti per causare vittime.

Se invece l`obiettivo è quello di incapacitare in vario modo delle truppe avversarie, bisogna considerare che le armi radiologiche contaminano la zona attaccata, e se il materiale è molto radioattivo, l`area rimarrà contaminata per anni (anche migliaia, se si usano uranio o plutonio).

Pertanto l`uso tattico o strategico dell`arma radiologica è sostanzialmente irrilevante. Infine, se le truppe colpite hanno modo di allontanarsi velocemente dalla zona colpita, o posseggono idonei strumenti di protezione NBC, è molto probabile che le vittime o le persone colpite siano un numero ridotto. Per questa serie di motivi, l’opzione radiologica non è mai stata presa seriamente in considerazione dagli eserciti convenzionali.

La possibilità di contaminazione di un`area rende invece interessante l’opzione radiologica per i gruppi terroristi ed eversivi, che puntano più alla destabilizzazione ed al caos che al dato dei morti o dei feriti. Come ricorda McNab, “una bomba sporca detona proprio come una convenzionale, producendo un’esplosione localizzata. Il materiale radioattivo viene proiettato entro un raggio corrispondente alla forza dello scoppio, in genere entro un massimo di qualche centinaio di metri, irradiando anche polvere e detriti provocati dall`esplosione”.

Pertanto se un soggetto riuscisse a far detonare un oggetto contenente una bomba sporca, l’area intorno sarebbe immediatamente contaminata da materiale radioattivo. Ammessi o meno dei decessi o ferimenti in seguito all’esplosione del mezzo, i costi (e gli effetti) più gravi sarebbero l`immediata evacuazione ed i successive costi di decontaminazione dell`area.

Se poi l’attacco avvenisse in un centro finanziario o politico rilevante, le conseguenze economiche sarebbero catastrofiche. In questi casi non occorrerebbe nemmeno l’uso di materiali fortemente radioattivi: la sola presenza di elementi radiologici sarebbe sufficiente a far evacuare tutta l`area, con una serie di conseguenze inimmaginabili, quali pressione eccessiva e paralisi dei sistemi di emergenza, sanitari e di trasporto, costi enormi per l`interdizione di aree di lavoro e la conseguente cessazione di ogni attività, impatto politico molto rilevante.

Ed ecco raggiunti gli obiettivi ideali di un gruppo terroristico, magari senza aver causato nemmeno un morto. Secondo una ricerca dello Stimson Center, il “terrorismo radiologico”  si articola su metodi attivi, cioè gli ordigni RDD e metodi passivi, consistenti nel semplice rilascio di materiale radioattivo (RED).

Chiaramente l’utilizzo di bombe sporche rende un attacco molto più appariscente che la semplice dispersione di materiale radioattivo, ed è per questo che la letteratura insiste così tanto sugli ordigni RDD, che possono andare come dimensioni da un cestino dei rifiuti ad una nave: virtualmente ogni cosa può essere fatta esplodere, previa preparazione con materiale radioattivo.

Vi è poi un`altra possibilità di attacco radiologico: invece di procurarsi il materiale radioattivo, può essere sufficiente attaccare un`installazione che ne ha già, come ad esempio una centrale nucleare. Due esempi di avvenimenti civili sono più che idonei a dimostrare le catastrofiche potenzialità di un attacco radiologico ad un impianto nucleare.

Allo stesso modo sarebbe possibile attaccare siti dove le materie sono accatastate: le centrali nucleari sono comunque gli obiettivi migliori perchè per motivi di distribuzione elettrica non possono essere troppo distanti da grandi centri abitati, e sicuramente presentano meno sorveglianza che aree militari con armi nucleari, oltretutto non presenti in molti stati del mondo.

Il pericolo del terrorismo radiologico è oggi al centro del dibattito, soprattutto vista la semplicità dei modi in cui un`arma radiologica è assemblabile. Ad oggi ci son stati solo alcuni rinvenimenti di materiale radioattivo in Cecenia, e si ipotizza che dovesse essere utilizzato per un ordigno radiologico: allo stesso modo in alter parti del mondo sono stati identificati delle persone in possesso di elementi radioattivi, ma senza che questi episodi siano mai divenuti dei veri e propri attacchi.

Ad oggi fanno testo in materia due incidenti civili, ma la sorveglianza e l`elaborazione di risposte contro il pericolo radiologico è ben presente nelle agende di molti governi, come da ultimo ribadito nel G8 dell’Aquila. Per valutare l’intensità dei danni nucleari e radiologici l’IAEA ha predisposto l’indicatore INES (International Nuclear and Radiological Event Scale).Tale scala è stata anche usata durante gli incidenti di Chernobyl e Three Miles Island, rispettivamente incasellati come eventi di livello sette e cinque.

 

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