ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA – 3

a cura di Cornelio Galas

Dalla guerra fredda ai giorni nostri

La fine della seconda guerra mondiale segnava la definitiva affermazione dell’arma nucleare come strumento di superiorità strategica; tuttavia le ricerche sugli agenti patogeni non si fermarono, ma anzi continuarono a pieno ritmo, nascoste dal più completo segreto. I progetti di ricerca coinvolgevano ugualmente i due blocchi, e rimasero nelle agende dei governi per molti anni, finché non si arrivò alla convenzione del 1972.

Curiosamente diversi incidenti mortali o veri e propri attacchi vennero compiuti con armi biologiche anche dopo la conclusione del trattato. Nei primi anni della guerra fredda la teorie della rappresaglia massiccia e la percepita insicurezza americana in tema di armamenti biologici spinsero le varie amministrazioni ad aumentare gli stanziamenti per la ricerca di agenti patogeni offensivi. Già nel 1948 il Pentagono lamentava una superiorità sovietica in materia, e la ricerca americana si concentrò nelle ricerche presso il polo di Fort Detrick e l’arsenale di Pine Bluff.

Analoghe ricerche erano svolte in Gran Bretagna, alcune anche mediante la diffusione di bacilli innocui, ma dal comportamento simile all’antrace, nella metropolitana di Londra. Gli esperimenti dimostrarono che i movimenti d’aria sotterranei erano perfettamente idonei a permettere una completa diffusione dei microorganismi, seppure con concentrazioni inferiori man mano che ci si allontanava dal punto di infezione. Le autorità inglesi compirono analoghi esperimenti segreti rilasciando microorganismi innocui o neutralizzati da navi o da aerei, cosa che venne presto copiata dalle autorità americane.

Diversi esperimenti vennero compiuti a San Francisco, in Florida e nella metropolitana di New York. Le conclusioni che emersero ovunque erano analoghe: “il vento, la temperatura, o i movimenti delle persone potrebbero tutti ricoprire un ruolo determinante nella diffusione di una malattia creata dall’uomo”.

Allo stesso modo anche l’Unione Sovietica provvedeva a sperimentare i propri microorganismi, avendo già avuto positivi riscontri prima del secondo conflitto mondiale. Un’epidemia di tifo si era diffusa in Russia poco dopo la fine della prima guerra mondiale: i bolscevichi, da poco al potere, osservarono che su trenta milioni di persone colpite il 10% erano decedute. Questo convinse i dirigenti dell’epoca a creare a Suzdal durante gli anni trenta un laboratorio batteriologico dove si studiavano la tularemia, la febbre Q, la peste ed altre armi biologiche.

Gli esperimenti erano primordiali, ma costituirono la base per i successivi studi sovietici, dopo la parentesi in cui il pupillo di Stalin, lo pseudoscienziato Lysenko (da Werth apertamente definito “ciarlatano”) con le sue idee bloccò la ricerca in materia. Nel corso della guerra fredda le armi biologiche vennero usate per alcuni omicidi mirati, come nei famosi casi di Vladimir Kostov e Giorgi Markov, due dissidenti bulgari fuggiti a Londra e attivi nelle trasmissioni di Radio Free Europe.

Con l’avvallo del KGB e la relativa dotazione tecnologica, i servizi segreti bulgari realizzarono il cosiddetto “wet job”, cioè due omicidi mirati finalizzati ad eliminare alcuni
oppositori del regime alleato. La tecnica utilizzata è ormai entrata a far parte della storia della Guerra fredda: l’agente si doveva avvicinare alla vittima con uno speciale ombrello caricato ad aria compressa il quale era capace di “sparare” una microscopica “pallina” contente la pericolosissima ricina, una tossina in grado di uccidere anche i dosi piccolissime (basta la quindici millesima parte di un grammo).

La vittima andava avvicinata e quindi ferita con la pallina: il calore corporeo avrebbe poi assorbito la ricina iniziando il processo letale. La tecnica, molto ingegnosa, funzionò perfettamente con Georgi Markov, il quale venne avvicinato da un uomo che inavvertitamente lo colpì con l’ombrello. Dopo le scuse, il passante si allontanò. Markov morì inspiegabilmente dopo settantadue ore dall’attacco. Solo durante l’autopsia i medici scoprirono il microscopico proiettile (vuoto) nella gamba del dissidente bulgaro.

La stessa sorte doveva spettare anche a Vladimir Kostov, il quale venne colpito con la medesima tecnica: egli riuscì a salvarsi in quanto la ricina non si sciolse. Grazie a questo fortunato caso, i medici inglesi compresero il meccanismo che stava alla base degli attacchi, che da quel momento non avvennero più. Un caso che ha fatto discutere è poi quello della cosiddetta “pioggia gialla” (“yellow rain”) che alcune indagini indicano come avvenuto in Cambogia, in Laos ed in Afghanistan verso la fine degli anni settanta, rispettivamente nelle relative zone d’operazione.

Diverse testimonianze riportarono che si erano verificati nelle persone colpite episodi di sanguinamento da bocca, occhi, naso e pelle dopo che dei velivoli avevano asperso nell’aria una sorte di “polvere gialla”, da cui il nome dato all’arma. Nonostante le scontate smentite delle amministrazioni coinvolte, alcuni studi di ricercatori dell’esercito americano sono arrivati ad indicare nella “pioggia gialla” una tossina prodotta da un fungo, ma dispersa sotto forma di polvere.

Tali episodi sono ancora troppo poco studiati, probabilmente anche a causa della mancanza di dati (o della loro inaccessibilità), ma diversa letteratura in materia cita questi casi come attacchi con armi biologiche, in grado di dimostrare l’efficacia degli arsenali sovietici (il nome della micotossina sarebbe T-2), ai quali si imputa la creazione della sostanza e la cessione della stessa agli alleati comunisti.

Nonostante questi episodi marginali, le spaventose conseguenze delle armi biologiche erano sotto gli occhi di tutti, considerando gli sforzi che i governi delle superpotenze stavano facendo per creare i relativi arsenali. Questo spinse Gran Bretagna, Unione Sovietica e Stati Uniti a cominciare a discutere in merito alla messa al bando delle armi biologiche in sede di Commissione ONU sul disarmo: verso la fine degli anni sessanta cominciarono i colloqui, che portarono alla firma della convezione sulle armi biologiche (BWC) nel 1972.

L’amministrazione americana aveva già provveduto ad inibire le ricerche in materia nei primi anni settanta, e si impegnò in seguito a distruggere le proprie riserve di armi biologiche, che erano composte da antrace, botulino, tularemia, brucellosi, encefalite equina venezuelana, febbre Q e stafilococchi. Nonostante l’Unione Sovietica fosse una delle co-promotrici della convenzione, e pertanto si fosse impegnata a distruggere i propri arsenali ed a non compiere più esperimenti, quando nel 1979 avvenne un incidente a Sverdlosk (oggi Yekaterinemburg) venne fortemente criticata per il suo atteggiamento.

Nella cittadina russa si verificarono una sessantina di decessi nell’aprile del 1979, ufficialmente imputati ad una partita di carne avariata, ma in realtà riconducibili alla diffusione di antrace. Non è un caso che nei pressi della città operasse uno stabilimento impegnato nella produzione di armi non convenzionali, che si occupava proprio di antrace:
anche il bestiame morì, e una settantina di persone venne ricoverata. Ancora oggi le autorità russe sono alquanto riluttanti a parlare dell’argomento, poiché il fatto indicava l’esistenza di un programma biologico illegale che l’Unione Sovietica portava avanti a prescindere dalla sottoscrizione della BWC.

I progetti di ricerca sovietici con scopi militari, dopo i divieti formali, vennero riassunti dall’impresa “civile” (ma in realtà controllata dallo stato) “Biopreparat”, la quale venne costituita nel 1973 con lo scopo di creare vaccini ed elementi farmaceutici. In realtà essa servì anche da copertura al programma militare biologico sovietico, e riuscì ad annoverare nei momenti di punta dalle 25.000 alle 32.000 persone, ripartiti fra venti e trenta laboratori in giro per l’Unione Sovietica.

La fine della guerra fredda portò a conoscenza del mondo il programma biologico militare sovietico, grazie alla fuga di personaggi come Ken Alibek, colonnello e vicedirettore di Biopreparat. Le rivelazioni dei fuoriusciti riportarono che in Unione Sovietica erano stati preparati ingenti quantitativi di vaiolo, Marburg, tularemia, encefalite equina venezuelana e botulino, alcuni dei quali erano studiati per essere lanciati nei missili SS-18. Si vennero anche a conoscere le dottrine di impiego, che prevedevano l’uso di agenti biologici strategici (con conseguenze letali) da lanciare su città e centri abitati, mentre quelli incapacitanti erano riservati al fronte.

Sverdlovsk, come molte altre sedi, era un centro di ricerca per armi biologiche: nel 1992 Eltsin ammise la responsabilità per i fatti del 1979, confermando l’esistenza del programma biologico sovietico, che dopo venne finalmente smantellato. Con la fine della Guerra fredda e il ridisegnamento dei confini in Asia centrale è emersa poi la tragica storia dell’isoletta di Vozrozhdeniye (in russo “rinascita”, prima del comunismo si chiamava “Nicola I”), piccola isola adagiata nelle ampie acque del lago d’Aral, scelta per la sue posizione isolata e la relativa bassa percentuale di popolazione dell’area circostante.

Tale area negli anni trenta passò direttamente sotto il controllo del Ministero delle Difesa sovietico, e venne formalmente destinata a studi idrici; fu poi scelta dal governo negli anni cinquanta per impiantarvi una segretissima installazione di studio di armi batteriologiche ed un relativo “poligono”, o area di prova. Nessuno, nemmeno gli abitanti dei paesi della costa sapevano cosa accadesse in quella piccola isola al centro del lago, sorvegliata a vista da un’installazione militare e completamente indipendente dalla terraferma.

L’isola era divisa in due parti, una militare ed una residenziale dotata di tutti servizi, compresi scuole, infermerie, una centrale elettrica ed un aeroporto. Nessuno poteva sospettare cosa venisse studiato lì, il progetto era coperto, in perfetto stile sovietico, dal massimo segreto. Nel corso degli anni vennero testati virus su animali e pesci presenti sull’isola: alcune testimonianze parlano di sporadici casi di infezioni ad esseri umani, così come le popolazioni vicine lamentavano strane morti della fauna acquatica.

Il collasso dell’Unione Sovietica ed il conseguente arretramento delle frontiere ha fatto sì che oggi il lago d’Aral (e l’isola) siano divisi fra Uzbekistan e Kazakistan: dopo l’allontanamento dei russi nel 1992 tutte le installazioni sono state abbandonate in fretta e furia, e gli agenti patogeni sono stati semplicemente interrati in contenitori metallici senza essere stati neutralizzati. Alcuni scienziati russi fuggiti negli Stati Uniti dopo il crollo dell’Urss rivelarono alle autorità americane ed inglesi l’incredibile storia di Vozrozhdeniye: seguirono immediate richieste di informazioni alle autorità russe.

I nuovi proprietari Uzbekistan e Kazakistan rifiutarono la propria responsabilità in materia, e soprattutto eccepirono che non avevano sufficiente denaro per bonificare il sito. A ciò si è aggiunta la catastrofica situazione del lago d’Aral, il quale sta soffrendo una spaventosa diminuzione di volume a causa dei prelievi sempre più intensi che gli stati compiono sui suoi immissari Amu Darya e Sir Darya. Quella che era un tempo la lontana isola di Vozrozhdeniye, ora è facilmente raggiungibile dalla terraferma, ed è liberamente accessibile a chiunque: il livello dell’acqua si è abbassato di molto, e l’isola, da rilevazioni NASA, è collegata alla terraferma dal 2001.

Agli animali, che rovistando fra le rovine della vecchia base sovietica potrebbero contaminarsi, ed agli esseri umani che per ignoranza o, peggio, per dolo, potrebbero impadronirsi con facilità delle spaventose (e sconosciute) quantità di spore là presenti non è impedito l’accesso. Stime non ufficiali riferiscono di abbastanza materiale biologico da arrecare una vera e propria catastrofe. Se si aggiunge a questo che gli stati là presenti non hanno in agenda una rapida soluzione della questione, ecco che si potrebbe benissimo profilare un domani una sottrazione di materiale dalla non più isola, ed un conseguente uso.

Gli Stati Uniti e altre potenze occidentali stanno fornendo anche una serie di aiuti economici per ovviare al problema, ma la soluzione non è semplice e, come nel caso di Gruniard, potrebbero volerci molti anni, nei quali la latente bomba biologica al centro dell’Asia centrale continuerà a vegliare fintantoché qualcuno non approfitti del suo potenziale. Ne potrebbero essere interessati gruppi terroristici, fanatici o sette religiose fondamentaliste.

Questi attori, seppure non in possesso delle capacità economiche e delle strutture di ricerca paragonabili a quelle di uno stato, si sono comunque dimostrati alquanto intraprendenti nella gestione e nella conduzione di attacchi biologici. E’ il caso della setta indiana seguace del guru Rajneesh, che nel 1984 causò nell’Oregon settecentocinquantuno casi di avvelenamento da salmonella (Salmonella typhimurium). Per modificare un risultato elettorale che poteva essere dannoso per la setta, presente nell’Oregon, i vertici decisero di impedire alla gente di andare a votare infettandoli con la salmonella: provvidero pertanto a contaminare il cibo di alcuni bar.

In pochi giorni l’infezione aveva colpito settecentocinquanta persone, e oltre una quarantina erano state ricoverate. Inizialmente le autorità sanitarie non identificarono la natura dell’attacco, e pertanto si pensò ad un’infezione naturale. L’ipotesi venne smentita dopo un anno di indagini, cui presero parte anche membri dell’Fbi: il risultato fu che l’infezione era stata dolosamente provocata di membri della setta. Al di là delle motivazioni, questo fu il primo caso di attacco biologico negli Stati Uniti, ed ad oggi rappresenta un riferimento per la storia del bioterrorismo, anche se non fece alcuna vittima.

Un altro tentativo, tuttavia senza successo è stato perseguito dalla nota setta giapponese Aum Shinrikyo che tentò ripetutamente, fra il 1990 ed il 1993, una serie di attacchi biologici a Tokyo, cercando di spargere botulino ed antrace. Nonostante la pericolosità di queste tossine, non è noto alcun effetto sulla popolazione: si ipotizza che la non perfetta “preparazione” delle tossine fosse la causa del loro insuccesso.

Il caso più famoso, però, è senza dubbio quello avvenuto negli Stati Uniti nell’ottobre 2001, poco dopo gli attentati dell’11 settembre. Una serie di misteriose lettere infettate da antrace vennero recapitate a uomini politici, a sedi della Casa Bianca, della Cia, della Corte Suprema ed infine ad alcuni editori. I decessi fortunatamente furono pochi, meno di una decina, ma la paura che si generò, considerando anche la difficile congiuntura in cui gli Stati Uniti si trovavano, generò molto panico e conseguenti falsi allarmi.

Nel corso del loro tragitto le lettere contaminarono anche i vettori (alcuni dei deceduti erano postini), mentre una decina di persone venne ricoverata. Rimane ancora oscuro il motivo ed il (o i) mandanti dell’attacco, così come la natura dell’antrace utilizzato: sembra infatti che le spore siano state prelevate da laboratori americani, e da lì poi usate nella corrispondenza. Le lettere riportavano scritte deliranti (in inglese non sempre corretto) che lodavano l’Islam denunciando al contempo la “fine dell’America”: questo caso è stato imputato alla categoria del bioterrorismo piuttosto che a quello di un attacco convenzionale.

Questi sono i casi acclarati in cui si è avuto uso di armi biologiche: la gran parte non sono avvenuti in fasi di conflittualità aperta, ma per assassini mirati o bioterrorismo, affiancati da qualche tragica fatalità. La mancanza di chiarezza in questi episodi, ancora oggi oggetto di studio, indica bene la riluttanza che i governi hanno ad affrontare un tema come quello delle armi biologiche, il quale comunque fa ancora paura.

Non va dimenticato che le armi biologiche si prestano ad essere diffuse o tramite contagio aereo o anche tramite mezzi più convenzionali, come proiettili, bombe e testate missilistiche. In definitiva si può affermare che “except from small-scale assassinations and terrorist actions, the use of biological weapons has remained almost nonexistent, despite the horrorifying lethality of many of the toxins explored for possible military use”.

Gli aggressivi biologici

Le armi biologiche sono divisibili in diversi gruppi a seconda del tipo di agente. Essenzialmente esse sono riconducibili a cinque agenti diversi:

  •  Virus, come il vaiolo, l’Ebola o l’encefalite equina venezuelana;
  •  Batteri, come il Bacillus antracis, la Yersinia pestis che causa la peste bubbonica o la Francisella tularensis che causa la tularemia;
  • Microorganismi, come le Rickettsiae che causano la febbre Q ed il tifo;
  • Funghi, come l’Aspergillus fungi;
  • Tossine, prodotte da microorganismi, piante o animali, come, rispettivamente, nei casi di botulino, ricina e saxitossina.

Secondo l’Enciclopedia delle armi di distruzione di massa, la guerra biologica (in inglese biological warfare) “refers to the use of live organisms, or of toxins produced by living organisms, as weapons against humans, animals or plants. In the modern parlance, there is usually a distinction made between biological warfare and bioterrorism, the latter referring to the terrorist use of biological warfare agents and weapons”.

Alcune scuole di pensiero ritengono che le tossine costituiscano una forma a parte di modalità di combattimento (“toxin warfare”), la quale, per quanto contigua, è comunque distinguibile da quella biologica. Altre scuole di pensiero inseriscono le tossine direttamente nella categoria della armi chimiche. Qui, d’accordo con la maggioranza della letteratura in materia, si è invece deciso di non compiere questa separazione, e pertanto le tossine saranno trattate come gli altri agenti patogeni di natura biologica.

Tutte queste sostanze hanno caratteristiche diverse e danno di conseguenza origine a una vasta serie di agenti utilizzabili contro gli esseri umani, con modalità ed effetti diversificati. E’ importante notare che “while thousands of microbial pathogenes and toxins occur in nature, only some 160 of these have been recognized as having the capacity to harm humans; only about 30 of these are considered likely biological warfare agents”: ciò in definitiva restringe il campo degli agenti da scegliere, sempre che si vogliano selezionare agenti che colpisono l’uomo.

Alcuni degli agenti indicati, per esempio, sono idonei a colpire anche gli animali, mentre altri no; infine ve ne sono alcuni capaci di colpire le coltivazioni. Per essere ideali (ai fini militari), gli agenti dovrebbero presentare congiuntamente le seguenti caratteristiche: possibilità di contagio umano, grande pericolosità (cioè capacità di uccidere o debilitare a lungo), facilità a diffondersi, resistenza alla temperatura ed agli agenti atmosferici (calore, sole, freddo, pioggia sono in grado di danneggiare l’agente), minimo tempo di incubazione, resistenza agli antibiotici ed ai farmaci, possibilità ad adattarsi a diversi vettori (bombe, proiettili d’artiglieria, missili), piccole dimensioni (in modo da passare attraverso filtri e barriere) e, non da ultimo, economicità nella produzione.

La ricerca del “perfetto” agente biologico tiene conto di tutte queste caratteristiche, anche se combinarle tutte insieme fortunatamente non è per niente facile. Ma le ricerche si sono orientate verso certi tipi di agenti piuttosto che altri tenendo a mente questi criteri: ciò spiega le differenze negli studi delle singole tipologie. Non va infine dimenticato che “modern bioengineering techniques can be used to enhance existing biological agents and make them ideal biological weapons”: chi intende usare questo tipo di armi è sicuramente a conoscenza che lo sviluppo delle tecnologie può essere d’aiuto per cercare di raggiungere le caratteristiche biologiche ideali sopra indicate.

Nelle descrizioni successive si esamineranno i principali agenti prestando attenzione a quali di queste caratteristiche essi si avvicinano di più.

I virus

Un virus secondo il Dictionary of epidemiology, è “a microorganism composed of a piece of genetic material (Rna or Dna) surrounded by a protein coat”. I virus sono più piccoli dei batteri, e a differenza di questi ultimi non possono replicarsi da soli: per sopravvivere il virus “must infect a living cell: viruses can reproduce only by entering a host cell and using the translational system of the cell to initiate the synthesis of viral proteins and to undergo replication”. Molti sono i virus conosciuti, ma pochi si prestano ad applicazioni militari: uno dei più studiati e diffusi negli arsenali, è un virus che ha da sempre accompagnato l’uomo mietendo molte vittime, e solo recentemente è sparito: il vaiolo.

Oggi questa malattia è stata debellata ovunque nel mondo, e gli ultimi casi risalgono alla Somalia durante gli anni settanta. Per questo oggi il vaiolo è ai primi posti nella scala di pericolosità dell’amministrazione americana: molta paura fanno i vasti arsenali di vaiolo presenti nell’ex Unione Sovietica, in cui il vaiolo venne prodotto in grandi quantità. La malattia si consegue tramite inalazione, e si manifesta con piccole pustole sulla pelle, accompagnate da febbri, nausea, problemi oculari e vomito: se non curato prontamente, la mortalità è di solito fra il 20 ed il 60% dei colpiti, e molti dei sopravvissuti possono restare cechi.

L’Ebola prende il suo nome da un fiume africano vicino al quale si manifestò la prima epidemia negli anni settanta, ma si è ripresentata in Africa diverse volte. Il virus presenta un periodo di incubazione che può andare da pochi giorni a diverse settimane, ed una volta contratto induce febbre alta, vomito, lesioni a reni e fegato, stanchezza e soprattutto, sanguinamento sia interno che esterno: per questo l’Ebola è conosciuto come “Ebola hemorragic fever”.

La morte sopraggiunge in pochi giorni, e al momento non vi sono ancora trattamenti specifici: il che rende il virus un ottimo elemento per la guerra biologica, anche se non è stato ancora mai usato come arma. Altri tipi di virus possono essere la febbre gialla, studiata dagli americani durante la guerra fredda, il Marburg, anche questo un virus emorragico, endemico in alcune zone africane, e la febbre Dengue, che ha un tasso di mortalità inferiore anche se non curata, ma fa permanere il paziente a lungo in stato di malattia.

L’encefalite equina venezuelana causa malattie sia negli esseri umani che nei cavalli, ed è un virus diffuso soprattutto in America Centrale ed in America del Sud, e sono stati accertati anche casi di contagio umano. Si diffonde soprattutto attraverso le zanzare, e dopo un breve incubazione (meno di una settimana) attacca il sistema nervoso centrale, causando febbre, forti mal di testa, dolori muscolari e successivamente in alcuni casi encefalite (soprattutto nei bambini). La mortalità non è eccessivamente alta, ma ancora oggi non esiste vaccino. L’encefalite equina era studiata dagli Stati Uniti ed in Unione Sovietica.

I batteri

L’Oxford dictionary of biochemistry and molecular biology definisce un batterio come “any of a vast and ubiquitous group of prokaryotic microorganisms that exist as single cells or in clusters or aggregates of single cells”. Certa letteratura ricomprende nella categoria dei batteri le Rickettsiae: eppure queste sono più simili ai virus, e pertanto in termini di sistematica meritano una trattazione separata. Uno dei batteri più famosi nella storia è sicuramente quello della peste (Yersinia pestis), il quale per diversi millenni ha flagellato le popolazioni. Di solito trasmessa da ratti e pulci, la peste può presentarsi in due modi: c’è quella bubbonica e quella polmonare, quest’ultima trasmissibile tramite l’aria, il che la rende ancora più pericolosa.

La letteratura sull’argomento è secolare, e la sua presenza è conosciuta fin dai secoli più antichi: i primi a farne un deliberato uso militare furono i membri dell’Unità 731, che la diffusero attraverso le pulci. Quando una pulce infetta morde un uomo, gli trasmette anche i batteri: da qui si origina la peste bubbonica, che porta a degli ingrossamenti delle ghiandole del sistema linfatico. Se la peste viene a contatto con i polmoni, essa da origine alla peste polmonare, la quale è letale nel 95% dei casi, ha un’incubazione di un paio di giorni e se non curata in una settimana può condurre al decesso.

La peste polmonare per essere diffusa richiede una forma di aerosol, ed era presente soprattutto nell’arsenale sovietico. La peste non forma spore, perciò il batterio è ucciso con
l’esposizione alla luce ed al calore, ma è comunque più resistente di altri batteri. Un altro batterio molto famoso è l’antrace (Bacillus anthracis), la cui versione polmonare (antrace polmonare) è ancora più letale.

Di solito è presente negli animali, ma può facilmente attaccare l’uomo, e nel periodo in cui il batterio non trova un corpo ospitante, rimane in uno stato latente conosciuto come “spora”. In questo modo l’antrace può resistere anche diversi anni apparentemente inerte, ma pronto a colpire qualora venga a trovarsi nell’ambiente giusto, come in un polmone umano, ma anche una ferita cutanea aperta oppure l’intestino. A questo punto l’antrace diversifica la sua letalità a seconda del modo in cui ha attaccato l’essere umano.

Il caso peggiore è l’antrace polmonare, che ha una letalità del quasi 100% e comincia innalzando la temperatura corporea per finire molto presto con fatali problemi respiratori. L’antrace contratta tramite intestino (per esempio perché contenuta nel cibo ingerito) origina diarrea e problemi intestinali, e la sua mortalità è fra il 25 ed il 75%. Quella presa tramite la pelle crea un ulcera sulla pelle o delle pustole, ed è fatale solo nel 20% dei casi.

L’antrace, se non contratto naturalmente tramite il contatto con animali che ne possono essere soggetti (pecore, cammelli, antilopi, capre o bestiame analogo) presenta delle ottime caratteristiche belliche, quali facilità di contrazione, la resistenza (si pensi al caso dell’isola di Gruniard), e l’estrema letalità (in tempi brevi), soprattutto nel caso della forma
polmonare. Inoltre le spore anche dopo anni di inattività sono in grado di essere perfettamente efficienti. La sua efficacia è stata involontariamente testata nel 1979 a Sverdlovsk, ed ingenti quantitativi erano presenti negli arsenali sovietici. Allo stesso modo anche gli americani avevano sperimentato molto l’antrace, ma i depositi vennero distrutti nel 1972.

La fama dell’antrace ha poi raggiunto dimensioni mondiali quando gli Stati Uniti ne sono stati attaccati nel 2001, e nel mondo molti hanno tentato di imitare questi comportamenti, al punto che non è stato raro sentire falsi allarmi o simboliche buste “polverose” sporcate di polveri inerti ma in grado lo stesso di suscitare allarme. La tularemia (Francisella tularensis) è conosciuta anche come “febbre del coniglio” e si trasmette tramite zecche o insetti, ma può essere contratta anche tramite l’ingestione di cibo o acqua contaminata o respirando aria contaminata.

Anche la tularemia presenta sintomi diversi a seconda del contagio, cominciando da croste
sulla pelle in caso di infezione cutanea, dolori allo stomaco, diarrea e vomito in caso di assunzione tramite cibo o acqua e febbre ed effetti simili alla polmonite se l’infezione è avvenuta per via aerea, la più grave, e letale nel 35% dei casi. Il batterio della tularemia resiste abbastanza bene all’aria aperta o nel suolo. Prima del 1972 era parte dello stock biologico americano ed era studiata anche dai russi.

Il colera è un altro batterio che ha causato nei secoli molti decessi. Spesso associato a precarie condizioni igieniche e particolarmente idoneo ad annidarsi nell’acqua contaminata, qualche rara volta è successo che si sia ripresentato colpendo nei paesi occidentali, anche se sempre per cause diverse da quelle terroristiche. Il colera dopo una breve incubazione (di norma un paio di giorni) attacca il sistema digestivo, causando diarrea, vomito, disidratazione e perdita di acqua.

Alquanto semplice da curare, richiede inoltre la somministrazione di molta acqua al paziente; se non curato è mortale nel 50% dei casi. Difficilmente si presta ad un uso militare in quanto per la sua sopravvivenza il batterio richiede di vivere nell’acqua, ed una contaminazione di una rete idrica oggi sarebbe facilmente scongiurata dalle sostanza disinfettanti usate. La morva, causata dal batterio Burkholderia mallei di solito infetta asini ed equini, ma può attaccare anche gli esseri umani, e può colpire sia la pelle che l’apparato respiratore: in entrambi i casi la mortalità è molto alta.

Vi sono alcuni studi che riportano un tentativo di attacchi di morva fatti dai tedeschi durante la prima guerra mondiale contro gli animali alleati, ed altri evidenziano l’uso della morva da parte dei giapponesi contro i prigionieri durante la seconda guerra mondiale.

Microorganismi “Rickettsiae”

I microorganismi del tipo Rickettsiae sono “una famiglia di microorganismi patogeni, parassiti obbligati di cellule eucariote”, e presentano delle differenze che le rendono idonee di una classificazione a parte. Una delle malattie più famose della categoria è la febbre Q, causata dalla rickettsia Coxiella Burnetti. È diffusa da zecche, e usualmente colpisce bestiame come capre e pecore, nelle quali generalmente non comporta patologie particolari. Si può trovare nel latte e nelle feci degli animali in questione, e possono di conseguenza essere inalati o ingeriti tramite cibo contaminato: di solito questa malattia attacca chi ha a che fare con questi animali.

La febbre Q è particolarmente resistente al calore ed alla mancanza d’acqua, e può colpire un essere umano anche in dosi molto basse, anche se si manifesta in una bassa percentuale delle persone colpite: quando si manifesta produce febbre alta, nausea, vomito, diarrea e dolore al petto. Raramente uccide, ma può provocare l’insorgere di altre malattie, come le polmoniti o le epatiti; in alcuni casi può cronicizzarsi. La febbre Q era parte dell’arsenale americano.

La febbre “Rocky Mountains” si origina dalla rickettsia Rickettsia rickettsiae, e di solito colpisce gli animali, da cui passa nelle zecche che si nutrono degli animali infetti. Se colpisce l’uomo è capace di provocare dolori muscolari, mal di testa, producendo poi esantemi che si diffondono sul corpo. Risulta mortale intorno al 20-25% dei casi.

Funghi

I funghi sono definiti come “non-motile, non photosintetic and chiefly multicellular organisms that adsorb nutrients from dead or living organisms”. Seppur meno diffusi degli altri agenti biologici, va ricordato che l’Aspergillus fungi è un genere che comprende circa duecento muffe, alcune delle quali sono dannose per l’uomo, soprattutto le pericolose aflatossine. Comunque generalmente la loro letalità non è elevata: piuttosto alcuni sono idonei a danneggiare i raccolti, ed è per questo che prima del 1972 gli americani ne studiarono diversi tipi. Ai funghi sono preferiti altri tipi di armi biologiche, più efficienti e letali.

Le tossine

Le tossine sono “any various specific poisonous substances that are formed biologically […] furthermore the term is sometimes extended to include synthetic poisonous substances”. A differenza delle tossine chimiche, che sono assemblate in laboratorio, quelle biologiche sono prodotte naturalmente. Rispetto alle altre forme sopra indicate, le tossine non si riproducono: questo significa che attaccano solamente la vittima designata. Le tossine sono distinguibili in tossine naturali ed artificiali: quelle naturali, a loro volta, possono essere animali (come i veleni dei serpenti, degli anfibi, dei pesci o degli insetti, per fare alcuni esempi) o vegetali, come quelli prodotti dalle piante.

Tutte queste sono sostanze che non danneggiano il soggetto che li produce, anzi. Uno studio del 2001, riprendendo uno studio russo dei primi anni novanta, cataloga ben cinque tipi di tossine fra quelle rilevanti dal punto di vista militare, e cioè:

  • Toxins of microorganisms: botulinum toxins, enterotoxin A, Staphylococcus aureus, neurotoxin Shigella dysenteriae;
  • Toxin of animal origin: tetrodotoxin, conotoxins, palytoxin, batracotoxin;
  • Toxins of plants and seaweed toxins: Modeccin, abrin, maitotoxin, brevetoxin, ricin, saxitoxin;
  • Neuropeptides: endothelin, dermophin, amilyn.

Sono possibili anche altre classificazioni, come ad esempio ripartire le tossine sulla base degli effetti (tossine che attaccano l’apparato digestivo, che distruggono le cellule, gli organi, che causano sanguinamento). Premessa la generale tossicità (come indica il nome), di seguito si tratteranno solamente quelle più rilevanti dal punto di vista bellico. Una tossina molto famosa ed ancora oggi diffusa è il botulino, che deriva dal batterio Clostridium botulinum, che di per sé non è tossico.

Le tossine che rilascia, invece, agiscono sul sistema nervoso impedendo il movimento dei muscoli: in sostanza, il soggetto colpito viene presto afflitto da paralisi, preceduta da una breve incubazione e da vomito, mal di testa, debolezza di stomaco e dolore agli arti. La paralisi poi raggiunge il sistema respiratorio, e con essa sopraggiunge la morte. Il botulino “has long been considered an ideal agent for warfare because it oxidizes rapidly on exposure to air so an area attacked with the toxin aerosol would be safe to enter fairly soon after the attack”.

Il botulino di solito si origina da un’errata conservazione di sostanze alimentari. Non va dimenticato che questa tossina è una delle più nocive per l’uomo: tuttavia alcune applicazioni sono sfruttate a fini medici e di cosmesi. Gli esiti di un’infezione da botulino sono quasi sempre mortali, e ne bastano quantità molto minute: esse erano parte dell’arsenale americano ed erano state anche studiate dall’Iraq prima del 1991.

Un’altra tossina divenuta celebre è la ricina, capace di uccidere in quantità microscopiche e vietata dalla convenzione sulle armi chimiche. Si estrae dalla pianta del ricino, ed è in grado di attaccare il sistema polmonare e circolatorio anche in piccolissime dosi. Gli attentati di Londra del 1978 hanno adeguatamente provato la terribile pericolosità della ricina in caso di ferimento di un essere umano; comunque questa tossina non è mai stata applicata militarmente su vasta scala.

Secondo un recente studio “ricin as a toxin is deadly but as an agent of bioterror it is unsuitable and therefore does not deserve the press attention and subsequent public alarm that has been created”, a causa dell’alto volume di tossine richieste per ottenere un risultato su vasta scala. La necessità di maneggiare un grande ammontare di ricina inevitabilmente permetterebbe di svelare l’attacco, vanificandone il risultato o comunque limitandolo.

I vettori

Una volta entrati in possesso dell’agente biologico si pone il problema di come permettergli di colpire il bersaglio: fornirgli cioè un vettore, un mezzo che consenta all’agente patogeno di essere trasportato dall’attaccante all’attaccato. La scelta dei vettori risente, come per tutte le altre armi di distruzione di massa, degli sviluppi della tecnologia, seppure con certe differenze. Ammesso anche di avere a disposizione un agente biologico con tutte le caratteristiche ideali indicate sopra, esso sarà inservibile se, per esempio, viene rilasciato in una terreno molto caldo o molto freddo, oppure se appena rilasciato i raggi ultravioletti lo neutralizzeranno.

Allo stesso modo può rivelarsi fatale l’errore nel determinare il vento, e magari fare sì che l’agente venga sospinto sulle linee di chi lo ha lanciato. Il problema del vettore si rivela così essenziale per la determinazione del risultato militare: in altre parole “in order to process biological agents into a viable weapon, a producer must make them capable of surviving storage and dissemination”. Infine, alcuni agenti, come i virus, hanno il vantaggio di replicarsi e di diffondersi: in questo caso la possibilità di contagio tramite aria è essenziale.

Altri invece non si replicano, e pertanto se la dose rilasciata è troppo bassa potrebbero non avere effetti. In contesti come quelli delle grandi metropoli, un virus capace di trasmettersi per via aerea rappresenterebbe uno dei vettori migliori: molti studi hanno dimostrato che in questo caso non occorrerebbero tecnologie specifiche, ma solo il rilascio in alcune aree di grande concentrazione e passaggio di persone, come la metropolitana o un centro commerciale.

Per prima cosa va esaminato il vettore: non serve a nulla un idoneo agente ed un idoneo contesto ambientale se poi il vettore fallisce il trasporto. Gli agenti biologici possono essere dispersi in molti modi: tralasciando il contagio persona-persona, che non richiede un vettore particolare se non i corpi delle persone stesse, alcuni modi possibili sono la diffusione tramite proiettili d’ artiglieria, bombe, missili o razzi al cui interno sia creata una cavità tale da essere riempita con l’aggressivo biologico.

Al momento dello sparo è importante evitare che il calore neutralizzi il contenuto, così come che all’arrivo sia possibile che questo si disperda adeguatamente bene. Inoltre l’agente dev’essere in un formato idoneo a diffondersi bene nell’aria, come ad esempio un aerosol. Rispetto alle armi chimiche (anch’esse trasportabili in munizioni, bombe, razzi o missili) quelle biologiche possono agire anche tramite insetti o animali: gli esperimenti giapponesi hanno confermato questa possibilità.

Questi esseri non solo hanno la possibilità di attaccare l’uomo contaminandolo con i propri umori (come le zecche, i pidocchi, le zanzare) ma possono contaminare l’acqua abbeverandosi o, nel caso di animali commestibili, essere mangiati o munti e così diffondere la malattia: questo è un ottimo sistema anche per attaccare altri animali o i raccolti, nonché per infettare le filiere di produzione del cibo umano. Chiaramente in questo ultimo caso la presenza di controlli sanitari sulle filiere alimentari sarà probabilmente in grado di neutralizzare l’attacco.

E’ possibile anche aspergere l’agente con aerei o con spruzzatori: è chiaro che questi comportamenti sono difficili da porre in pratica senza farsi notare. A fianco di queste modalità, il contagio da persona a persona è un altro metodo, anche se può avvenire solo con gli agenti trasmissibili per via aerea; tuttavia in alcuni contesti a forte presenza umana (come le metropoli) può rivelarsi un vettore ideale.

Infine vi è la possibilità di contaminazione di impianti idrici, anche se questi sono controllati e prevedono dei meccanismi di sterilizzazione abbastanza efficienti. Rimane poi da affrontare il problema dell’ambiente in cui l’agente è rilasciato. Moltissimi batteri e virus, ad esempio, hanno difficoltà a resistere a lungo se si trovano fuori dalle loro condizioni ottimali. Idealmente per raggiungere una buona diffusione un agente biologico ha bisogno di temperature miti, scarsa presenza o meglio assenza di raggi ultravioletti, basso vento e niente pioggia.

Verificatesi queste condizioni, rimane da prevedere il tempo di incubazione prima che l’agente si trasformi in patologia, il che potrebbe richiedere tempo prima che i sintomi si manifestino in modo tale da dare risultati militari. Tutti questi elementi rendono molto complesso prevedere un attacco biologico come una fase di un attacco convenzionale: il rilascio invece di sostanze nei cibi, come in Oregon, o tramite il sistema postale si sono rivelati mezzi eccellenti.

In conclusione, nonostante le grandi potenzialità, gli agenti biologici presentano notevole complessità nel loro rilascio per essere efficienti: questo può far si che uno Stato in termini strategici non si affidi molto alle armi biologiche, ricorrendo invece a mezzi più efficienti. Ma considerando invece la semplicità di rilasciare dei virus o dei batteri per seminare il caos, ecco che un soggetto terroristico potrebbe sfruttare queste difficoltà per usarle a proprio favore.

Il bioterrorismo

Nonostante la complessità nella creazione, gestione e stoccaggio delle armi biologiche le renda non eccessivamente semplici da reperire, i pochi casi avvenuti dimostrano che la possibilità di usare agenti patogeni non rientra solo nelle disponibilità degli stati ma anche in quella dei gruppi terroristici. Sicuramente, rispetto alle armi nucleari, l’arma biologica ha una serie di vantaggi “tecnici” non indifferenti, permettendo un attacco anche a personale con scarse conoscenze in materia.

Questa possibilità è divenuta ancora più attuale dopo il collasso del mondo bipolare, e nella successiva ascesa di strutture substatali ugualmente capaci di infliggere danni rilevanti. Da ciò è nato il neologismo “bioterrorismo”, che si riferisce al possibile uso di agenti biologici da parte di terroristi o, secondo l’Unione Europea “la minaccia di attentati con agenti biologici”. La definizione che il governo americano da al sostantivo è rinvenibile sul sito www.cdc.gov (Center for disease control and prevention) e afferma che un attacco bioterroristico “is the deliberate release of viruses, bacteria or other germs (agents) used to cause illness or death in people, animals or plants. These agents are tipically found in nature, but it is possible that they could be changed to increase their ability to cause disease, make them resistant to current medicines, or to increase their ability to be spread in the environment. Biological agents can be spread through the air, through water, or in food”.

Essi vengono divisi dal CDC in tre categorie, sulla base della facilità di diffusione e della gravità degli effetti che provocano (dalla malattia alla morte).

Categoria A: sono gli agenti e le tossine più pericolose, in quanto:

  •  Si trasmettono facilmente da persona a persona;
  •  Sono capaci di produrre un’alta incidenza di mortalità e hanno un grosso impatto sulla salute;
  •  Possono causare panico nella popolazione;
  •  Richiedono azioni speciali per il sistema sanitario.

Categoria B:

  • Sono abbastanza facili da diffondere;
  • Danno origine a malattie di media intensità e bassi livelli di mortalità;
  • Richiedono specifici miglioramenti dei laboratori del CDC e un attento controllo della malattia.

Categoria C: questa categorie riguarda la possibilità di nuovi agenti patogeni che possono essere creati per una diffusione di massa, in quanto:

  • Sono facilmente disponibili;
  • Sono facilmente prodotti e diffusi;
  • Hanno la potenzialità di un’alta morbilità e incidenza di mortalità, e rilevanti effetti sulla salute.

Gli Stati Uniti sono al momento all’avanguardia per quanto riguarda le politiche antiterrorismo biologico. I programmi di controterrorismo e la “biological surveillance” sono ai primi posti nelle agende dell’Fbi e della Cia, così come nelle dichiarazioni del Presidente Obama, e questo perché il terrorismo biologico ha una pesante serie di implicazioni che travalicano il solo dato patologico, di per sé già grave. Senza ipotizzare scenari apocalittici ma basandosi solo sui dati degli attacchi avvenuti, un attacco biologico innanzi tutto semina panico e paura. Paura per la propria vita, per quella dei propri affetti,
paura perché “non si sa” e “non si vede” il nemico.

Per prima cosa le farmacie e le strutture sanitarie sono messe sotto pressione da centinaia di persone – o migliaia, o più, a seconda dell’area attaccata – che chiedono informazioni o che lamentano i sintomi, reali o presunti, della patologia scatenata. In brevissimo tempo il sistema sanitario collassa o raggiunge livelli critici: gli ospedali si riempiono, vengono inevitabilmente trascurate delle norme igieniche per far posto a tutti i ricoverati, il personale non basta.

Se molti casi sono magari frutto di allarmismo, altri che non sono curati in tempo possono dare origine a decessi, aumentando ancora di più la paura. Chi è in grado potrebbe allontanarsi dall’area, generando così volumi di traffico che rallenterebbero il sistema dei trasporti, e magari aiuterebbero a spargere l’agente su un’area più vasta. La grande diffusione della malattia paralizzerebbe l’economia, i servizi pubblici e privati, con ulteriore difficoltà per la comunità e costi economici rilevanti, per non parlare dell’inevitabile calo di presenze turistiche e la difficoltà di far giungere i beni di prima necessità, che verrebbero a scarseggiare in breve tempo (con conseguente aumento dei loro prezzi).

In tutto questo calcolo non vanno poi dimenticati i decessi, che potrebbero presentarsi se non curati per tempo, siano essi dovuti a mancanza di farmaci, di strutture sanitarie o a eccessivo tempo nell’individuazione della patologia. Quello che qui può sembrare un’utopia potrebbe essere la sola superficie di ulteriori e più complicati eventi che si potrebbero generare e che in alcuni casi si sono puntualmente rivelati.

A guadagnarne sarebbe l’organizzazione attaccante, che vedrebbe perfettamente realizzato il suo scopo: più che colpire arrecando morti, raggiungere lo scopo del terrorismo come teorizzato da Antolisei, cioè “l’uso del terrore, cioè di una violenza indiscriminata e spietata allo scopo di spargere il panico nella collettività o in parte di essa”. Per questo motivo oggi si è più propensi a immaginare un attacco con armi biologiche compiuto da organizzazioni terroristiche più che da forze militari convenzionali. L’insidiosità e la paura del contagio sono infatti ottimi alleati per chi cerca di perseguire progetti di destabilizzazione piuttosto che risultati tattici immediati.

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