ALTO ADIGE, GLI “OSTAGGI” DI HITLER – 1

a cura di Cornelio Galas

Una pagina poco conosciuta della storia dell’ultima guerra, e tuttavia densa di drammatici eventi, è quella degli ultimi giorni di noti personaggi della politica, prigionieri delle SS, salvati dalle grinfie degli aguzzini di Himmler da un plotone di soldati della Wehrmacht. Sono oltre cento le persone di diversa nazionalità tenute in ostaggio e fra questi Léon Blum, ex presidente del Consiglio dei ministri di Francia, Kurt von Schuschnigg, già cancelliere austriaco, Vassili Vassilievic Kokorin, nipote di Molotov, Hjalmar Schacht, ex presidente della Reichsbank e ministro dell’Economia, Fey Pirzio Biroli nata von Hassell, figlia dell’ex ambasciatore tedesco a Roma fucilato dai nazisti, Mario Badoglio, figlio del maresciallo Pietro Badoglio, il pastore Martin Niemoller, il vescovo di Monaco Johannn Neuhausler, cinque generali greci, congiunti del colonnello von Stauffenberg, l’attentatore di Hitler, il grande industriale tedesco Fritz Thyssen, militari ed esponenti politici inglesi, irlandesi, ungheresi.

Alcuni di loro sono con moglie e figli. Fra i prigionieri di riguardo c’erano anche Mafalda di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele III e il tenente Jacob Giugasvili, figlio di Stalin. Ma Mafalda perì per le ferite mal curate causate da un bombardamento aereo e il figlio di Stalin, caduto prigioniero il 16 luglio del ‘41, oggetto di molteplici pressioni da parte dei tedeschi, si tolse la vita il 14 aprile ‘43.

I nazisti avrebbero voluto scambiarlo con alcuni generali tedeschi, prigionieri dei sovietici, ma Stalin rifiutò categoricamente: “Non c’è nessun figlio di Stalin prigioniero dei tedeschi”. Altri prigionieri di spicco erano stati internati nel castello di Itter, nel Tirolo.

Mario Badoglio

Fra questi, molte le personalità francesi, fra cui George Clemenceau, figlio dell’ex presidente del Consiglio dei ministri, Edouard Daladier, ex presidente del Consiglio, il generale Gustave Gamelin, Paul Reynaud, altro ex presidente del Consiglio, il generale Maxime Weygand, Alfred Cailleau con la moglie, sorella di De Gaulle.

La cattura del figlio di Stalin

Gli ostaggi erano stati internati nei campi di sterminio di Buchenwald, Mauthausen, Dachau, Theresienstadt e altri, avendo tuttavia un trattamento ben diverso dai deportati negli stessi lager.

Per esempio, non dovevano indossare la divisa a righe dei carcerati, le loro celle durante il giorno non erano chiuse, non erano costretti a lavorare, ricevevano il cibo riservato alle guardie. Certo non erano liberi ed erano ignari della loro sorte, con il costante timore del peggio.

Vero è che, qualunque fossero i piani delle SS, gli ostaggi costituivano un prezioso valore di scambio soltanto se erano vivi. Non è un segreto che il capo supremo delle SS, Himmler, quando la sconfitta della Germania era ormai sicura anche per il più fanatico dei nazisti, sognasse di arrivare ad un accordo con gli americani e gli inglesi in funzione antisovietica. Allo scopo la vita degli ostaggi poteva costituire uno straordinario oggetto di scambio per una eventuale trattativa.

Difatti Himmler ordinò a Eichmann di prelevare da Theresienstadt un centinaio di ostaggi, compresi tutti gli ebrei illustri, e di trasportarli in Austria, sistemandoli in alberghi affinché lui potesse usarli per un accordo con Eisenhower. Eichmann però non riuscì ad arrivare a Theresienstadt perché le strade erano ormai bloccate dalle armate russe in continua avanzata. Himmler, come è noto, finì suicida, poco dopo essere stato catturato dagli inglesi.

Ma non cessarono le manovre che avevano per oggetto gli ostaggi. Ernst Kalterbrunnner, uno dei massimi dirigenti delle SS e della Gestapo, destinato alla condanna a morte e all’impiccagione a Norimberga per crimini di guerra, prese nelle sue mani il destino degli ostaggi.

Ordinò che fossero riuniti nel campo di Dachau per poi essere portati nella cosiddetta “Fortezza alpina” dove pensava fosse ancora possibile organizzare una estrema resistenza, durante la quale avrebbe potuto servirsi degli ostaggi per ricattare gli alleati.

Il suo piano, ovviamente illusorio, era quello di giungere ad una trattativa che consentisse la sopravvivenza politica e militare del Terzo Reich. Un delirio che, però, rende più pericolosa la sorte degli ostaggi, che sono vigilati notte e giorno da una numerosa scorta armata di SS. La loro partenza da Dachau segue un percorso avventuroso, non privo di rischi, dovendo affrontare, spesso a piedi, bufere di neve, non sempre trovando un rifugio per la notte con una temperatura che oscilla attorno ai venti gradi sotto zero.

Finalmente l’arrivo a Villabassa, un borgo nell’alta val Pusteria, in Tirolo, dove vengono accolti con simpatia dalla popolazione. Il paesaggio è incantevole, ma grossa è la paura. Quale destino li aspetta?

Le SS agitano minacciosamente i mitra e le loro espressioni torve sono tutt’altro che rassicuranti. Intanto grazie ai cittadini di Villabassa, i più anziani vengono alloggiati in alcune locande, mentre tutti gli altri trovano rifugio nelle sale del municipio cosparse di paglia. Ma permane l’incertezza, il piglio minaccioso delle SS non promette nulla di buono e la morte continua ad essere dietro l’angolo.

Villabassa

L’allarme raggiunge il livello più alto quando – secondo il racconto di Fey von Hassell – il colonnello Boguslav von Bonin, uno degli ostaggi che indossa ancora l’uniforme di ufficiale, ascolta nell’autobus, di notte, assieme al dottor Wilhem, un colloquio fra due SS, che parlano liberamente nella convinzione di non essere ascoltati.

“Che cosa facciamo – dice uno di loro – con quelli che devono essere eliminati?” E l’altro: “C’è stato dato l’ordine di piazzare delle bombe sotto gli automezzi un po’ prima o subito dopo il momento?” Quale momento?

Per il colonnello von Bonin il momento è quello di agire immediatamente.

Sceso dall’autobus si porta nel paese, dove ha la straordinaria fortuna di incontrare il generale von Vietinghoff, suo caro amico, reduce, nella sua qualità di capo del comando dall’armata, dall’aver partecipato ad un difficile negoziato con gli alleati concluso con l’ordine di cessare il fuoco.

Von Bonin gli corre incontro e lo mette al corrente della drammatica situazione, chiedendo il suo aiuto. Il generale lo tranquillizza, assicurandogli che non avrebbe mai permesso l’uccisione di civili innocenti sotto la sua giurisdizione, aggiungendo che avrebbe provveduto subito ad inviare in soccorso un gruppo dell’esercito.

L’alto ufficiale tedesco ordina, infatti, telefonicamente al capitano Wichard von Alvensleben, che opera nella più vicina zona, di prendere in consegna i prigionieri e di procurare loro vitto e alloggio. Impresa non facile, ma la fortuna vuole che quel capitano sia persona coraggiosa e di elevati principi morali.

Ricevuto l’ordine, il capitano si reca immediatamente a Villabassa, che dista pochi chilometri, per rendersi conto di persona di come stiano le cose.

Capisce al volo che la situazione è seria e piena di pericoli per la incolumità degli ostaggi. Allora, facendo leva sul suo grado, ordina ad uno dei comandanti delle SS di sospendere il proprio incarico, ma nello stesso tempo telefona al suo corpo di guardia per avere il più rapidamente possibile un reparto d’assalto di sottufficiali armati di mitra.

Composto da 15 militari, il reparto arriva poco dopo, a bordo di automobili. Il capitano fa schierare i suoi uomini di fronte all’ingresso del municipio con l’ordine di sorvegliare le SS e di impedire eventuali colpi di mano. Poi si reca a trovare i prigionieri nelle diverse pensioni, assicurando loro che da subito erano sotto la sua protezione e che non avevano più nulla da temere. Ma le cose non stavano in maniera così tranquilla. Lo stesso capitano si rende conto che 15 uomini sono poca cosa per fronteggiare una possibile aggressione delle SS. Chiede, dunque, rinforzi al comando generale, che giungono due ore dopo.

Due ore terribili perché non si capisce quale sia l’atteggiamento delle SS. Finalmente arrivano 150 uomini al comando del sottotenente Thomalia e solo allora la situazione diventa assai più sicura. Il capitano fa circondare la piazza del mercato con l’ordine tassativo di non lasciare passare anche un solo uomo delle SS. Ma non è ancora il cessato pericolo.

Il capitano, per maggiore sicurezza, decide di trasferire gli ostaggi, la mattina del 30 aprile ‘45, nell’hotel “Lago di Braies”, che è un grosso albergo di ben 200 stanze e, dunque, capace di ospitare nel modo migliore tutti gli ostaggi, in attesa dell’arrivo degli americani. La sistemazione, grazie all’efficienza del personale guidato con mano sicura dalla proprietaria, signora Emma Heiss-Hellenstainer, è perfetta.

Mafalda di Savoia

Certo l’albergo è attrezzato soltanto per il periodo estivo e manca, dunque, di un impianto di riscaldamento centrale. Ma anche a questo si provvede, dotando di stufe i locali dove sono alloggiati i più anziani e i più deboli, e riscaldando nello stesso modo un salone che servirà da mensa e da luogo di ritrovo. Il convoglio degli ostaggi è composto da oltre un centinaio di persone e la loro sistemazione è la seguente: al primo piano i Thyssen, i Goerdeler, gli Stauffenberg. Al secondo piano la famiglia Schuschnigg, Hjalmar Schacht, il pastore Niemoller, l’attaché Heberlein con moglie, cinque generali greci. Al terzo i signori Blum, inglesi, ungheresi, olandesi ed altri.

Pianta di Villabassa con segnalate le case in cui furono ospitati i prigionieri: 1) municipio; 2) canonica; 3) casa Wassermann; 4) locanda “Goldener Stern”; 5) locanda “Bachmann”; 6) locanda “Ebner”; 7) locanda “Emma”; 8) locanda “Sofienheim”.
(foto tratta da Hans-Günter Richardi, Ostaggi delle SS nella Alpenfestung, ed. Raetia, Bolzano,
2005, 198)

Il posto è magnifico con colpo d’occhio sul lago e sulle montagne innevate. Un piccolo paradiso terrestre. Impeccabili anche i servizi, compresi i pasti. Nei quattro giorni prima dell’arrivo degli americani, nell’hotel giungono gruppi di partigiani, che vorrebbero prelevare i prigionieri per portarli nelle loro zone. Ma si tratta, come risulta di tutta evidenza, di programmi impraticabili, di cui gli stessi partigiani si convincono rapidamente.

Gli ostaggi rimangono nell’albergo, con una unica eccezione, quella del nipote di Molotov, che si unisce, pur sconsigliato dagli amici, ad un gruppo di garibaldini. Stalin – dice – non mi perdonerebbe mai di essermi arreso a degli inglesi. Molto malato, con principi di congelamento ai piedi, il povero Vassili Kokorin cesserà di vivere circa un mese dopo.

A liberazione avvenuta si viene a conoscenza di un altro episodio drammatico. Hans Philipp, capo della Gestapo di Silian, riceve l’ordine dalla Gestapo di Klagenfurt di trasportare immediatamente oltre frontiera i prigionieri, dove avrebbero trovato delle vetture pronte a portare gli ostaggi a Klagenfurt. L’ordine doveva essere eseguito subito, pena la fucilazione. Combattuto fra opposti e dilanianti sentimenti, il capo della Gestapo si toglie la vita, scongiurando con ll suo gesto un ultimo tentativo diretto contro gli ostaggi.

Uno di loro, Neuhausler, venuto a conoscenza dei fatti, si reca a visitare la tomba del suicida che “con il suo rifiuto di eseguire l’ordine della Gestapo di Klagenfurt ci ha forse salvato la vita e comunque in ogni caso ha impedito un tremendo spargimento di sangue”.

La mattina del 4 maggio, alle ore 6,45, arriva sul posto la prima pattuglia americana. I tedeschi della Wehrmacht vengono disarmati e fatti prigionieri di guerra.

Al capitano Alvensleben e ad un altro ufficiale, in considerazione del loro nobile comportamento, viene lasciata la pistola. Per gli altri tedeschi la decisione è questa: quelli che non hanno un passato nazista vengono immediatamente liberati, gli altri vengono incarcerati come prigionieri degli alleati.

Fra questi ultimi il generale Alexander von Falkenhausen, il generale d’armata Franz Holder, il principe Filippo d’Assia, Hjalmar Schacht, il generale Georg Thomas, Fritz Thyssen. I liberati dovranno prima raggiungere Capri, da dove ognuno di loro tornerà nella propria residenza. L’ex cancelliere austriaco Kurt von Schuschnigg, la moglie e la figlia sceglieranno gli Stati Uniti come loro seconda patria, sbarcando il 6 settembre del ‘46 a New York.

Un gruppo di ostaggi appena liberati posa davanti all’albergo “Lago di Braies”: tra di essi
si riconosce Martin Niemoller con la moglie e la figlia dell’ex cancelliere austriaco Kurt von
Schuschnigg. (foto tratta da Hans-Günter Richardi, Ostaggi delle SS nella Alpenfestung,
ed. Raetia, Bolzano, 2005, copertina)

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