1945, ECCIDIO DI GARDENA: PERCHÉ ?

a cura di Cornelio Galas

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Il 15 maggio 1985, esattamente 40 anni dopo l’inizio del cosiddetto “eccidio di Gardena”, sul quotidiano “Dolomiten” di Bolzano apparve, sotto il titolo “Anche questo accadde quarant’ anni fa”, la seguente inserzione:

“Dopo la fine della guerra, il 15 maggio 1945, era tra l’altro una brutta giornata, cinque rispettabili uomini incensurati, il vecchio Adolf Senoner-Vastlè, borgomastro e commerciante, il maestro Engelbert Ploner, il commerciante Gabriel Riffeser, il maestro Pepi Pitscheider e l’impiegato Kosmas Demetz, furono strappati al sonno e condotti via dai partigiani della provincia di Belluno: essi furono poi torturati nel modo più brutale e uccisi nei boschi di Pescul presso Forcella Staulanza.

Ancor oggi il motivo non è chiaro e il delitto pertanto resta impunito. Gli sforzi compiuti allora dai familiari per avere, se non la punizione dei responsabili, almeno la denuncia del fatto, così che quei morti avessero giustizia restando nella memoria dei posteri, sono stati respinti e frustrati per ben tre volte.

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Fu soltanto grazie all’arrivo degli americani che altre cinquanta persone, i cui nomi erano sulla lista dei partigiani, furono sottratte ad un analogo destino. Nel triste ricordo dei morti”.

Questa descrizione dei fatti da parte dei familiari delle vittime, breve e fortemente soggettiva, ripropone in sostanza lo stato di conoscenza a tutt’oggi dell’uccisione, subito dopo la guerra, dei cinque gardenesi per mano di partigiani bellunesi.

Non viene invece ricordato che nell’ambito di quel rastrellamento, oltre ai cinque uccisi, furono arrestate per lo meno altre cinque persone, le quali dopo lunga prigionia tornarono in libertà. L’episodio di violenza fece scalpore a Gardena, ma tuttavia si trattò dell’unico caso di “epurazione selvaggia” e di sanguinosa resa dei conti che si ebbe nel Sud-Tirolo dopo la fine della guerra.

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Gerald Steinacher

Su quei fatti ha effettuato una scrupolosa ricerca lo storico austriaco Gerald Steinacher che ha cercato di ricostruire gli avvenimenti basandosi sulle fonti dei servizi segreti americani, rimaste per anni sconosciute. “Purtroppo – ammette lo stesso Steinacher  – per  la difficile situazione di tali fonti, l’analisi del contesto generale nel quale i fatti di Gardena si collocano può essere fatta solo per ipotesi.

Inoltre, dato che si tratta di un capitolo della storia più recente del Sud-Tirolo, anche la bibliografia in merito è assai scarsa. La ricerca su questo episodio si scontra inoltre con un muro di silenzio, dovuto anche al fatto che nessuno dei protagonisti ha interesse a chiarire i retroscena. Ci si è sempre accontentati perciò di pochi cenni e dell’espressione “patrioti tirolesi buoni-partigiani bellunesi cattivi”.

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Gli scontri tra gruppi italiani e popolazione sud-tirolese non furono casi isolati. Lo si deduce chiaramente anche da un rapporto austriaco: “Arresti arbitrari, perquisizioni domiciliari, furti e saccheggi sono all’ordine del giorno. Anche gli americani, che del resto si tengono fuori per motivi politici, sono intervenuti con rimostranze fondate”.

Tuttavia, l”‘eccidio di Gardena” è, secondo Steinacher – l’unica grande “azione di rappresaglia” in territorio sud-tirolese. Vista nel generale contesto italiano, questa giustizia che la resistenza armata si fece da sé fu comunque un caso tra mille. Perciò – questo cerca di dimostrare lo storico – non è un caso che questo tragico fatto sia accaduto proprio a Gardena.

Se si considera la situazione generale italiana, si vede chiaramente che l”‘eccidio di Gardena” costituisce certamente un episodio sanguinoso ma purtuttavia modesto nel vasto insorgere della violenza alla fine della guerra. Lo storico tedesco Hans Woller ha recentemente affermato che “nell’ ambito della resa dei conti con il fascismo, negli anni dal 1943 al 1946 persero la vita dai 1.000 ai 1.200 uomini”.

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Le bare dei cinque gardenesi uccisi

Questo sanguinoso bilancio da un lato fu il risultato di “selvagge” epurazioni in cui i partigiani fecero i conti con i fascisti e con i collaborazionisti, dall’altro in questo irrompere della violenza vennero a galla anche altre motivazioni, come il desiderio cieco di fare i conti, la vendetta su nemici personali o “avversari di classe” e così pure il venir meno, alla fine di una guerra lunga e sconvolgente, di precise norme morali.

Torniamo al caso particolare di Gardena. Le “opzioni” del 1939 avevano diviso la popolazione in Val Gardena ancora di più che nel resto della provincia di Bolzano. I ladini e la popolazione di lingua tedesca di Gardena si schierarono in stragrande maggioranza (circa l’ 80 %) a favore della cittadinanza tedesca, avvicinandosi così al risultato delle opzioni a livello regionale.

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Tra i ladini delle Dolomiti la decisione di Gardena rappresentava però un’eccezione: infatti, il numero degli optanti a favore della Germania nella vicina Val Badia raggiungeva appena il 20%, mentre a Livinallongo risultò assai scarso.

I motivi della particolare presa di posizione di Gardena non sono ancora completamente chiari, perciò non non si può che tentarne un abbozzo grossolano. Le motivazioni profonde dei diversi risultati delle opzioni stanno da un lato nel più stretto rapporto della Val Gardena con il Sud-Tirolo di lingua tedesca.

Il legame tra l’industria di intaglio del legno in forte espansione dal XIX secolo e il vicino mercato di Bolzano, ma anche il turismo via via sviluppatosi a partire dagli anni a cavallo del secolo legavano l’economia della Val Gardena alle zone di lingua tedesca con maggiore intensità rispetto alla Val Badia più contadina.

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Inoltre, nella popolazione dei villaggi della Val Badia, ancora fortemente rurale e imbevuta di una particolare cattolicità, l’influsso del clero era incomparabilmente più forte che in Gardena, oramai secolarizzata. II clero peraltro, come si sa, si era espresso con grande vigore contro l’opzione per la Germania e a favore della permanenza in “patria”.

Tuttavia, bisogna anche considerare quale fattore della massiccia opzione a favore della Germania la relativa compattezza insediativa e le fitte comunicazioni interne tra le comunità gardenesi di Ortisei, Santa Cristina e Selva. A confronto con gli insediamenti sparsi della valle, a Gardena la partecipazione fu di fatto elevata e quindi largamente diffusa la pressione interna a favore dell’opzione per la Germania.

Tuttavia la Val Gardena giocò un “particolare ruolo esemplare” nella questione del cambio di residenza. La propaganda per le opzioni era stata in questa zona particolarmente intensa, poiché il Voelkische Kampfring Suedtirol (VKS), grazie ad un’ alta adesione al nazionalsocialismo tedesco, era riuscito a livello regionale e locale a provare il carattere “prettamente tedesco” di Gardena.

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Nella valle di propria iniziativa ci si era anche sforzati di individuare un unico territorio di insediamento, finché, sulla base di contatti privati con il capo della sezione nazionalsocialista di Lienz, si era stabilito che il Tirolo orientale sarebbe stata la regione nella quale trasferirsi. Così, secondo le idee della direzione illegale dei gruppi popolari riunitisi dal gennaio del 1940 nella “Arbeitsgemeinschaft der Optanten” (AdO), Gardena doveva assumere nell’esodo un ruolo di pioniere, di battistrada.

Gli sforzi in tal senso ebbero però successo limitato, dato che non vi fu uno spostamento compatto dei gardenesi nel Tirolo orientale, nonostante all’interno di Gardena esso fosse particolarmente auspicato e nonostante la locale AdO avesse espresso con decisione la seguente presa di posizione:

“La popolazione di Gardena è una comunità di montagna straordinariamente compatta. Dividere i tre rami tradizionalmente integrati dell’economia, e cioè la piccola proprietà, !’intaglio e il turismo, avrebbe come conseguenza la rovina economica. Le difficoltà linguistiche della popolazione rurale dai 20 ai 40 anni renderebbero oltremodo più difficile la sopravvivenza al di fuori della vecchia comunità della vallata”.

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Dal punto di vista della AdO di Gardena un esodo individuale, non compatto, significava insomma un’incredibile compromissione dell’identità etnica. Diversamente dai sudtirolesi di lingua tedesca trasferitisi nel “Reich”, per i ladini vi era in caso di emigrazione un reale pericolo di assimilazione. Per questo ci si appellò con particolare vigore alla coesione della comunità gardenese, così che identità e differenze tra gli optanti a favore della Germania e coloro che volevano restare si acuirono ancor di più che nel resto del Sud-Tirolo.

La piccola sottoetnia ladina di Gardena, anche se questo può sembrare strano, aspirava, soprattutto sulla base del motto “il bene più grande, la nostra tedeschità”, a mantenere l’identità linguistica e culturale attraverso la conservazione della propria compattezza.

Il fatto che fino alla fine della guerra molti gardenesi si siano sentiti appartenenti, più degli altri ladini, alla cultura tedesca lo si evince anche da un rapporto della Wehrmacht sulla popolazione del Sud-Tirolo del 1944:

“I ladini, anche secondo il Commissario Supremo, sono tra i più sicuri sostenitori del Reich. Specialmente i ladini di Val Gardena, che si professano in modo univoco di cultura tedesca, diversamente dai ladini della Val di Non che rientrano nella sfera culturale romanza [ … ]”.

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Il trasferimento da Gardena diede origine tra il 1939 e il 1940 ad un breve flusso migratorio analogo a quello del resto del territorio della provincia di Bolzano, così che, nel dicembre del 1943, con 1141 persone si era spostato “poco più di un quarto degli optanti a favore della Germania nelle tre comunità di Ortisei, St. Cristina e Selva”.

In ogni caso, la massiccia propaganda a favore della Germania lasciò in Val Gardena tracce più profonde che nel resto del Sud-Tirolo. Specialmente dopo 1’8 settembre, data dell’armistizio tra l’Italia e le forze alleate e inizio dell’ occupazione tedesca dei territori italiani, i capi dei gruppi popolari gardenesi dimostrarono nei confronti degli optanti a favore dell’Italia, degli italiani e dei dissidenti dal nazionalsocialismo una grande durezza che assunse a volte carattere marcatamente repressivo.

Dopo che la provincia di Bolzano era entrata a far parte dal settembre del 1943 della Zona di Operazione “Alpenvorland” alle dirette dipendenze del Terzo Reich, la posizione degli optanti per la Germania si rafforzò vigorosamente. All’interno dei “Deutsche Wolksgruppe” (DV), si creò un’organizzazione simile a un partito, nella quale non pochi funzionari erano fanatici nazionalsocialisti.

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Dall’ 8 settembre 1943 costoro sottoposero a forti pressioni la minoranza dei “Bleiber” che avevano deciso per la cittadinanza italiana al tempo delle opzioni del 1939. Qualche optante a favore della Germania fu impiegato nel “Servizio per l’ordine e la sicurezza” (SOD) con funzioni di polizia, nel cui ambito egli, oltre a svolgere normali compiti di sorveglianza, rastrellava i disertori italiani e angariava “Bleiber” e italiani.

Uno dei più importanti strumenti di potenziale vessazione era nelle mani dei borgomastri. Attraverso la cosiddetta “dichiarazione di indispensabilità” degli obblighi militari, che si basava sul parere del capo dei gruppi locali della DV, essi decidevano in sostanza chi non doveva essere richiamato.

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A Gardena questa volta toccò dover andare alla “spiacevole” minoranza dei “Dableiber”. In parte furono i Dableiber di Gardena, che fino al 1943 avevano prestato servizio nell’esercito italiano, ad essere trasferiti ai comandi tedeschi dai nativi del luogo. Per molti questo significò prima la prigionia e poi di nuovo la guerra.

I funzionari della AdO sudtirolese, che erano stati nominati borgomastri provvisori dopo l’entrata tedesca, raggiunsero importanti posizioni di potere. Martha Verdorfer nei suoi studi di storia orale constata:

“Nelle interviste la chiamata alle armi rappresenta un esempio ricorrente di strettissimo controllo. Gli uomini di potere locali, con la loro facoltà di decidere “chi doveva andare e chi poteva rimanere”, erano in grado di creare rapporti mirati di dipendenza o dare esempi di disciplina, così che attraverso questa prassi si crearono anche sottomissioni o inimicizie che giocarono talvolta un ruolo determinante”.

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Questa condotta arbitraria e la possibilità di delazione si rivelarono assai adatte ad incitare all’ odio. Se si considera che questa era la situazione a Gardena dal 1943, si spiegano di conseguenza le cause degli avvenimenti del maggio 1945. Un Dableiber di Gardena ricorda:

“L’assassinio di questi Cinque gardenesi fu una conseguenza delle opzioni, per le quali alcuni di qui divennero ligi nazisti. Furono odiati da tutti, in parte anche dagli optanti a favore della Germania, perché essi restavano e mandavano via gli altri già dal 1939.

Tutti ad esempio dovettero entrare in servizio, ma non loro. Avevano pieni poteri e potevano decidere di noi. Erano amici dei pezzi grossi della regione e anche del Gauleiter. Dopo 1’8 settembre 1943 i soldati Dableiber tornarono a casa, ma solo pochi giorni dopo dovettero tornare in guerra, questa volta per la Germania.

Anch’io di punto in bianco dovetti partire, dapprima per Klausen dove fui rinchiuso per qualche giorno, poi si partì per la Germania. A Klausen qualcuno ci ha chiesto cosa avevamo fatto. Niente, eravamo Dableiber. Gli abitanti di Klausen non erano così fanatici come da noi a Gardena, dove si è odiato così tanto”.

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Che a Gardena dal settembre del 1943 il clima fosse teso lo si deduce anche da questo· episodio. Nel gennaio 1944, il borgomastro provvisorio di St. Cristina, Anton Riffeser, ordinò agli optanti in favore dell’Italia di trovarsi nel locale albergo Posta. Là insultò i Dableiber come “porci e cani“, come “traditori” ed epiteti simili.

Aggiunse che l’Italia era la più ignobile nazione del mondo e che soltanto persone prive di onore e pudore potevano optare per la cittadinanza di un simile stato.

A quanto pare, non erano rari attacchi di questo genere ai Dableiber e agli italiani di Gardena. Testimoni gardenesi dell’epoca attestano soperchierie sugli italiani al motto “questi devono andare”. Un optante di Gardena affermò apertamente che “da allora a Gardena furono commessi alcuni errori”.

Un rapporto del Comitato di Liberazione dichiara: “Nel periodo successivo, quando quasi nessun italiano viveva più nell’ Alta Val Gardena, la sua ferocia si rivolse in modo particolare contro gli optanti a favore dell’Italia, che egli (Riffeser) cercò in tutti i modi di maltrattare, eludendo le disposizioni germaniche [ … ]”.

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Luciana Palla e Karin Demetz arrivano nelle loro ricerche alla seguente conclusione: “Le accuse più pesanti, e cioè di essersi compromessi con il nazionalsocialismo, furono rivolte dopo la fine della guerra ai gardenesi”.

Considerata la situazione, si può dire che l’uccisione dei cinque gardenesi è riconducibile in ultimo all’esplosione dell’odio accumulatosi tra i Dableiber di Gardena e tra coloro che “andarono via”. Può pertanto essere considerata come conseguenza del periodo delle opzioni, che a Gardena produssero una netta polarizzazione.

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Howard chappell

Alla fine del dicembre 1944, venne paracadutato nei pressi di Belluno un gruppo OSS composto dal capo della missione, il maggiore Howard Chappell, da Salvatore Fabrega e dal marconista Silsby. La missione di sabotaggio, con nome di copertura ”Tacoma”, doveva compiere un lavoro preparatorio sopra Cortina e Brunico fino alla zona del Brennero per appurare la possibilità di impiego di altre missioni, così da impedire un’ eventuale ritirata tedesca nella “fortezza delle Alpi”.

A causa della concentrazione delle truppe tedesche, ma soprattutto a causa dell’atteggiamento ostile della popolazione sudtirolese nei confronti dei partigiani, non era pensabile poter condurre subito azioni di sabotaggio. Il gruppo venne pertanto accolto nei pressi di Belluno dal capitano Benucci, responsabile della missione OSS “Atzec” e dei suoi partigiani.

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A Belluno la resistenza armata era bene organizzata e dal 1944 oltremodo attiva. Ciò assicurava alle missioni del servizio segreto, in particolare a quelle aventi compiti di sabotaggio, quel presupposto assolutamente necessario che mancava invece nel Sud-Tirolo. Per questo motivo la missione ‘Tacoma” cominciò ad operare a Belluno assieme alla ”Atzec”.

Ad essa furono assegnati da Benucci due disertori austriaci. Ma i due poco dopo rubarono sigarette e munizioni, così dice Chappell, e i partigiani si convinsero di essere stati traditi. Quando la divisione della Wehrmacht alla quale i due disertori erano appartenuti si fermò a soli sei chilometri dal nascondiglio della missione “Tacoma”, questo fu per Chappell prova sufficiente.

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Nella notte del 13 gennaio 1944, come scrive Chappell, ai due “venne tagliata la gola”  e i loro corpi furono sotterrati in una caverna. Dopo che il gruppo OSS si fu stabilito in Val Morel, assaltò depositi di carburante e treni a Belluno e a Longarone assieme ai partigiani della brigata “Settimo Alpini”.

Nel febbraio 1945 i partigiani liberarono il paese di Cison dall’occupazione di 120 uomini della Guardia Nazionale Repubblicana dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana (RSI). All’inizio di marzo Chappell si incontrò a Sant’ Antonio con Benucci, capo della missione ”Atzec”.

Una spia interna aveva però informato le SS e gli uomini dell’OSS capirono troppo tardi che il paese era stato circondato. Dal momento che i tedeschi cercavano proprio loro, c’era una sola cosa da fare: tentare di fuggire. Così vennero presi Silsby, Fabrega e cinque partigiani. I partigiani catturati furono impiccati nella piazza principale di Belluno. Gran parte dell’armamento cadde nelle mani delle SS e si seppe nel frattempo che Fabrega e Silsby erano morti.

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Rinforzata dai partigiani di Vittorio Veneto, il resto della missione ”Tacoma”  si diresse a Feltre, dove gli scontri con le unità delle SS erano assai frequenti. Ma si era ancora lontani dall’obiettivo vero e proprio: Brunico e la zona del Brennero.

Chappell annotò: “Mi fu subito chiaro che era impossibile portare la missione OSS in quel territorio o anche solo nelle vicinanze di Brunico, Cortina o Dobbiaco”. Anche il quartier generale dell’OSS a Siena si rese conto il 29 dicembre 1944 che: “E’ impossibile raggiungere la zona di Bolzano prima della primavera a causa delle condizioni metereologiche e della consistenza delle bande partigiane, che nei rapporti vengono descritte come molto deboli e spesso non vengono nemmeno menzionate”. Era chiaro perciò che Chappell doveva fermarsi.

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Il 27 aprile, nei pressi di Agordo, i partigiani riuscirono a catturare circa 3500 uomini delle SS, della 504a Divisione Panzer e della Organizzazione Todt. Sulla strada per Brunico, il 30 aprile 1945, un gruppo di ufficiali di riserva tedeschi venne sorpreso in un albergo di Corvara durante la prima colazione e fatto prigioniero senza che opponesse resistenza. Fu soltanto poco prima dell’armistizio, entrato in vigore il 2 maggio 1945, che la missione “Tacoma” penetrò nel territorio della provincia di Bolzano senza peraltro incontrare resistenza.

Così i partigiani locali della brigata “Valcordevole” controllavano ora un settore di circa 18 chilometri tra Agordo e Brunico. Nel frattempo il successivo obiettivo di Chappell, cioè entrare a Gardena assieme ai partigiani, fu mancato soltanto a causa di un’abbondante nevicata.

L'esumazione delle salme dei fucilati a Brunico

L’esumazione delle salme dei fucilati a Brunico

La notizia dell’armistizio raggiunse la missione ”Tacoma” mentre era ancora a Corvara. Leggendo la relazione finale di Chappell si ha l’impressione che egli sia stato sorpreso dalla rapida fine della guerra. Ma per lui e per alcuni suoi partigiani la guerra non era ancora finita.

Il 15 maggio 1945, dopo la fine della guerra in Italia, Howard Chappell si portò da Corvara a Gardena con alcuni partigiani armati della brigata Valcordevole per arrestare sedicenti collaborazionisti e “creare in quella zona condizioni favorevoli ai cambiamenti politici [ … ]”.

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La mattina presto del 15 maggio tre battaglioni partigiani a bordo di autocarri si portarono a Gardena e a Marebbe. Intanto a Selva ebbe inizio l’ondata di arresti e saccheggi. La figlia di uno degli arrestati, Adolf Senoner, racconta:

“La mattina del 15 maggio 1945 ero con mia sorella alla fermata di Fischburg, di fronte a casa nostra, e aspettavo il treno per andare a Bolzano. Improvvisamente vidi dirigersi verso casa mia cinque uomini armati provenienti dalla strada di Selva.

Erano un maggiore partigiano americano di nome Chappler [sic!] e quattro partigiani. Due di questi (erano) residenti a Selva [ … ]. Gli altri (erano) armati con MP e ci ordinarono di aprire la porta e chiamare fuori il babbo. Entrarono in casa con noi.

Andai in camera da letto e riferii ogni cosa a mio padre. Il maggiore stava nella Stube, un partigiano sulla porta della stanza e un altro sulle scale. Mio padre si precipitò nella Stube e chiese al maggiore che cosa desiderasse. Il maggiore gli chiese se era il borgomastro. Al si gli ordinò di vestirsi ché doveva andare con loro.

Io presi a mio padre il vestito buono scuro da un’altra stanza. Lui prese le scarpe dal mobiletto all’uscita e mentre le indossava mi disse di chiedere se poteva lavarsi. Non fu possibile. Il maggiore nella Stube disse a me e a mia sorella che per un’ora non dovevamo allontanarci dalla stanza, altrimenti i partigiani ci avrebbero prese. Ci congedammo da nostro padre che accompagnato dai cinque dovette prendere la strada per Selva [ … ]”.

Adolf Senoner

Adolf Senoner

Oltre ad Adolf Senoner, furono tirati giù dal letto e arrestati a Selva anche Gabriel Riffeser, Josef Pitscheider, Josef Demetz, Hans Kosta, Coelestin Senoner e Gottlieb Kasslatter. Hans Kosta così descrive il suo arresto:

“Il 15 maggio 1945, verso le sei di mattina, fui svegliato da mio padre, il quale mi disse che due americani volevano parlarmi subito. Nel frattempo un partigiano era già entrato nella camera. Dovetti vestirmi subito e prendere solo il necessario.

Già nel tratto dalla mia stanza da letto alla strada fui preso a pedate. Fui perquisito per vedere se avevo armi, quasi per tutto il tempo con un revolver puntato. Sulla strada era in attesa un’autovettura con la tappezzeria interna rossa. C’era già seduto Riffeser Gabriel, anch’egli residente a Selva, che conoscevo molto bene.

Dopo venti minuti arrivò una piccola macchina americana con Josef Pitscheider, anch’ egli residente a Selva, che conoscevo molto bene. A noi tre ci legarono le mani dietro la schiena e ci fecero salire sull’autovettura tedesca” .

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A St. Cristina furono arrestati Engelbert Ploner e Franz Sanoner. Poi si continuò per Ortisei, dove vennero arrestati Kosman Demetz e altri. Ancora a Ortisei i partigiani vennero fermati assieme ai prigionieri da una sentinella americana. Josef e Johann Senoner, già arrestati dai partigiani, dovettero essere consegnati agli americani, che assicurarono che li avrebbero rinchiusi.

Essi furono invece rilasciati dagli americani subito dopo la partenza dei partigiani. E’ chiaro che c’era una “lista nera” che comprendeva quasi cinquanta persone da arrestare. Secondo il rapporto del dottor Proklemmer, medico condotto trentino, la maggior parte delle possibili vittime fu avvertita ed ebbe pertanto il tempo di fuggire sui monti. L’azione dei partigiani riuscì solo in parte, perché furono effettivamente trovate soltanto poche persone della lista nera.

I prigionieri gardenesi furono dapprima portati nel quartier generale della brigata “Valcordevole” a Corvara. Ciò che lì accadde lo racconta Hans Kosta in una dettagliata relazione:

“In seguito si partì per Corvara, al di là del passo Gardena, dove arrivammo alle sette e trenta del mattino. C’era una villa privata circa cento metri al di sotto del paese, interamente occupata dai partigiani. Subito dopo il nostro arrivo fummo condotti in una cantina a suon di percosse e pedate.

Nella cantina assieme a noi vennero tre o quattro partigiani e un soldato americano che veniva chiamato maggiore e che portava una stella sul risvolto del bavero dell’uniforme. Un partigiano cominciò di li a poco a fare un cappio con un filo metallico, che fu poi legato attorno al collo di Riffeser. L’altro capo del filo venne fissato ad un tubo dell’ acqua che correva sotto il soffitto della cantina e cosi Riffeser fu tirato su fino a toccare a malapena il pavimento con le punte dei piedi.

Nel frattempo fu chiesto a Pitscheider e a me se volevamo benzina o macchina. Anche a me fu messo un cappio al collo e mi trattarono come Riffeser. Al signor Riffeser misero poi attorno al collo un fazzoletto imbevuto di benzina. Trascorsi venti minuti, venne condotto nella cantina anche un certo Senoner Coelestin, anch’ egli residente a Selva, che noi tre conoscevamo bene.

Assieme a lui nella macchina c’erano Senoner Adolf, borgomastro di Selva, e Ploner Elgebert. Questi due però non vennero portati nella cantina dove eravamo noi, ma tenuti di sopra. In seguito venne messa una cinghia al collo anche a Senoner Coelestin e subito fecero a lui quello che avevano fatto a Riffeser e a me.

Ci chiesero poi se sapevamo dove si erano nascosti i tedeschi a Gardena, dove veniva tenuto nascosto Himmler e chi aveva tirato giù a Selva la bandiera italiana. Alle prime due domande non potemmo rispondere che con un no, mentre all’ultima rispondemmo che, per quanto sapevamo, la bandiera era stata tirata giù dai soldati dell’ospedale militare [ … ].

Con Senoner Coelestin si procedette in modo del tutto speciale. Da una bottiglia gli venne gettata sulla testa della benzina, poi con uno zolfanello si appiccò il fuoco ai capelli. A dire il vero, i partigiani apparvero inorriditi dal fatto e riuscirono a spegnere il fuoco con le mani. Nonostante Coelestin Senoner fosse notoriamente sofferente di stomaco, gli fu assestato proprio allo stomaco un colpo con il calcio del fucile.

Ci chiesero poi separatamente se qualcuno di noi aveva prestato servizio nelle SS o era stato un loro collaboratore. Lo negammo con la massima fermezza. Stando alle aspettative dei partigiani, avremmo dovuto incolparci a vicenda. Intanto ci venne ripetuto di dire la verità, che ci avrebbero fatto un breve processo. Coelestin Senoner venne poi portato in un’altra cantina, dove, come sapemmo più tardi, venne a trovarsi assieme a Riffeser.

Pitscheider ed io rimanemmo nella stessa cantina. Le porte furono tenute aperte e davanti fu messa una guardia con l’ordine di colpirci alle ginocchia non appena ci scambiassimo qualche parola. Non potevamo nemmeno distenderci. Ci lasciarono in pace fin verso le due, quando venne da noi in cantina un vicecomandante (ce n’erano sei o sette).

Dovemmo metterci l’uno di fronte all’altro in modo che ci toccassimo con il corpo. In questa posizione dovevamo insultarci e sputarci addosso. Intanto vennero condotti in una stanza di fronte alla nostra tre uomini della Val Badia, che dovettero comportarsi come noi. [ … ] Verso le sette di sera Franz Sanoner venne chiamato nell’ufficio.

Tornò dopo circa venti minuti. Poco dopo fu la volta di Kosmas Demetz. Lo sentimmo urlare. Poi fu portato nella stessa cantina nella quale eravamo stati malmenati la mattina. Quando tornò sussurrò piano: “Meglio morto che essere trattato così ogni giorno”. [ … ] Il giorno successivo, il 16 maggio 1945 verso le dieci del mattino, entrò l’interprete e chiamò da parte sei persone.

Tra questi sei c’erano: Demetz Kosmas, Senoner Adolf, Riffeser Gabriel, Sanoner Franz e due della Val Badia. Più tardi tornò l’interprete, questa volta in compagnia di P. Roman di St. Cristina in Val Gardena, appartenente al CLN. L’interprete gli chiese se fra noi vi fosse qualcuno di St. Cristina. La sua risposta fu “Non vedo nessuno”.

Poi ci fu vietato nel modo più assoluto di parlare con gli altri. Verso mezzogiorno venne ancora una volta l’interprete, il quale consegnò a Sanoner Franz una lettera, che egli dovette leggere e che incolpava Riffeser Gabriel. In quella circostanza l’interprete operò anche una ridistribuzione dei sei chiamati la mattina.

I due della Badia, come Sanoner Franz, tornarono con noi, mentre Pitscheider Josef e Ploner Elgebert andarono con gli altri. Dopo un’ora tornò l’interprete e disse che le persone indicate dovevano andare con lui. Noi le vedemmo poi salire su un’auto assieme ad alcuni partigiani di guardia. Potemmo notare soltanto che l’auto prendeva la strada per Passo Campolongo. L’opinione di quello che ci sorvegliava fu la seguente: “Questi li portano a Belluno e li metteranno bene a posto [in italiano nel testo n.d.a.].

Verso le quattro del pomeriggio [del 16 maggio] venne da noi il succitato maggiore con altri due soldati americani e due partigiani. Fummo chiamati uno alla volta in una stanza dove dovemmo mostrare i nostri documenti e dove venne esaminato il contenuto delle nostre borse. Alcuni di noi non avevano con sé i documenti, perché al momento dell’ arresto non era stato lasciato loro il tempo di prenderli.

Alla domanda se ero tedesco o italiano, risposi: “Visto che ho combattuto in Russia e che sono stato congedato dall’esercito tedesco per una lesione polmonare e per una parziale paralisi alla mano destra, credo di essere tedesco”. La risposta di un partigiano fu la seguente: “Perché non dici che sei italiano? Non lo sai che ancora per tre settimane possiamo ammazzare tutti i tedeschi che pigliamo? [in italiano nel testo n.d.a.]”.

Con queste parole si intendeva il periodo precedente al disarmo dei partigiani da parte dei comandi americani. [ … ] La sera vedemmo un italiano di cattivissima fama di nome Filippo B. , che, assieme al suo figlio maggiore, aveva indicato la nostra abitazione al maggiore americano e ai partigiani. Filippo B. disse a me e all’interprete: “Voi due domani vi lasciano andare a casa, vi aiuto ben io, siete venuti qui solo per una stupidaggine”. A Senoner Coelestin disse invece: “Per te non dico nulla di male, ma neppure nulla di bene, facciano ciò che vogliono loro. [ … ]”.

Il 17 maggio, verso l’una di notte, venne da noi un vicecomandante con il seguente avviso: “Domani mattina andiamo a prendere tutti i vostri amici in Val Gardena”. Capimmo più tardi che era una vera e propria minaccia”.

Passo Staulanza

Dalla presenza, attestata da Kosta, di un soldato americano che “veniva chiamato maggiore”, si può concludere che potrebbe trattarsi del maggiore Chappell. Inoltre, la presenza di un interprete dimostra che Chappell non parlava né italiano né tedesco. Ancora una volta risulta chiaro che tra i partigiani c’erano dei gardenesi, che conoscevano· gli arrestati e giudicavano della gravità del “delitto” oppure delle “stupidaggini”.

I gardenesi nominati nella dichiarazione di Kosta sono gli stessi che compaiono anche in altre dichiarazioni, sempre come “delatori”. Dalla dichiarazione risulta chiaro che i partigiani non scelsero arbitrariamente i cinque gardenesi per “metterli bene a posto”. E’ questa un’espressione che richiede un ampio margine di interpretazione.

Nella dichiarazione compaiono più volte le componenti “antinazismo” e “furore nazionalistico”. Ai sudtirolesi viene rimproverato nel concreto di “non parlare italiano”, e i partigiani chiariscono che, in conseguenza di ciò, avrebbero avuto ancora tempo di farsi giustizia da soli prima del disarmo.

Adolf Senoner-Vastlè, borgomastro di Selva, Engelbert Ploner, Gabriel Riffeser, losef Pitscheider e Kosman Demetz furono uccisi, si dice, a colpi di fucile sulla strada per Belluno il 17 maggio 1945, mentre tentavano di fuggire. Un rapporto dell’ufficio informazioni americano ai partigiani bellunesi così riassume il sanguinoso evento:

“Nel mio ufficio chiesi informazioni a Davare Lino (Ettore), comandante della brigata “Valcordevole” con quartier generale a Corvara. Egli dichiarò che i succitati uomini furono arrestati subito dopo l’occupazione del Sud-Tirolo dai membri della sua brigata e dal maggiore Chappler (sic!), che faceva parte di una missione segreta americana.

Egli ammise che cinque degli arrestati furono in seguito uccisi. Ma non poteva dare ulteriori precisazioni, perché non era presente. Lo stesso giorno mi mandò il suo commissario P.U. (Peg). [ … ] Egli spiegò che Senoner Adolf, Ploner Engelbert, Riffeser Gabriel, Pitscheider Josef e Kosmann Demetz erano stati interrogati nel quartier generale della brigata. Lui e un altro commissario di nome “Nero” ebbero il compito di portare i cinque a Belluno. Ad una curva stretta tre di loro saltarono giù dalla macchina e cercarono di fuggire. Corsero dalla strada verso la montagna.

Peg li inseguì, intimò loro di fermarsi subito ed esplose un colpo di avvertimento in aria. Quando vide che continuavano a correre sparò a due di essi. [ … ] “Nero” colpi il terzo con il suo fucile Springfield. Mentre “Nero” e “Peg” inseguivano i tre, gli altri due tentarono di scappare. Anch’essi furono uccisi in fuga [ … ]”.

Questa la versione dei partigiani coinvolti e dell’ufficio informazioni americano. Non è ancora del tutto chiaro il modo in cui morirono i cinque gardenesi. Esistono rapporti che parlano di un brutale assassinio nei boschi di Pescul presso Forcella Staulanza.

La “versione della fuga” è contraddetta da una relazione dell’ambasciatore americano a Roma del settembre del 1945. In essa egli si lascia sfuggire le torture inflitte ai gardenesi e la loro successiva uccisione. Si ritiene anche possibile che le vittime ancora vive siano state cosparse di benzina e che sia stato dato loro fuoco.

Walther Ammon, allora viceprefetto nella provincia di Bolzano, scrive nella sua relazione che “essi, così mi comunicarono con orrore i loro familiari, sarebbero stati trascinati da un posto all’altro del bellunese, alla fine cosparsi di benzina e bruciati ancor vivi legati agli alberi” .

Walther Ammon

Walther Ammon

In un altro rapporto si legge che le vittime furono torturate e costrette con le ultime forze a scavarsi la fossa. Dei quattro gardenesi  rimasti prigionieri dei partigiani a Corvara, soltanto Hans Kosta e losef Demetz furono liberati il 22 maggio. Franz Sanoner e Coelestin Senoner ancora nel luglio 1945. erano trattenuti nelle carceri di Belluno. Hans Kosta racconta sulla fine della sua prigionia a Corvara:

“Martedl, 22 maggio, Demetz Josef e io fummo chiamati assieme nell’ufficio dove ci dissero che potevamo andare a casa. Né il mio arresto né il mio rilascio è stato motivato”.

I parenti dei morti vennero tenuti a lungo all’ oscuro circa la sorte dei loro congiunti. A quanto pare, i primi accenni all’ orrenda fine dei gardenesi vennero fatti durante un ballo organizzato dai partigiani a Corvara, al  quale parteciparono anche giovani ragazze di Gardena. La figlia di Adolf Senoner alla fine di giugno del 1945 non aveva ancora nessuna certezza circa la sorte del padre e degli altri sequestrati.

Essa venne alla luce solo un poco alla volta. Irene Senoner illustra nella sua dichiarazione la complicata ricerca della verità che la portò alla fine a Belluno:

“Nell’ufficio un impiegato mi lesse un rapporto in cui si diceva che dei detenuti avevano tentato di fuggire sulla strada per Belluno, prima di Longarone, e così i partigiani che erano di guardia avevano dovuto ricorrere alle armi. Dal rapporto non si riusciva a capire se i due erano ancora vivi.

Erano poi segnati i nomi: Demetz Cosman, Adolf Senoner, Gabriel Riffeser, Ploner Engelberth, Pitscheider Josef. Di questi cinque l’impiegato mi diede oscure spiegazioni dalle quali potei arguire che non erano più in vita. L’impiegato sottolineò in modo eloquente che Franz Senoner e Coelestin Senoner, i cui nomi erano segnati a tergo, sarebbero stati condotti alle carceri di Belluno la sera stessa o il giorno successivo.

Nella relazione, compariva sotto ogni nome un breve periodo di quattro o cinque righe che non potei leggere perché, si disse, era segreto d’ufficio. Così siamo tornati a casa senza sapere se erano vivi o dov’erano. Poiché le donne avevano paura di affrontare il viaggio di ritorno, a Masarè di Alleghe chiedemmo la protezione degli americani e così fummo accompagnati dal tenente Conneli fino al Passo Pordoi.

Prima di congedarci pregammo il tenente di continuare a interessarsi e di farci sapere. Il 21 giugno questo tenente venne da noi, ci disse di aver trovato una traccia e chiese se potevo andare in macchina con lui per sapere qualcosa di più certo. Così, già la sera del 21 giugno, sono andata con il tenente dal comandante Ettore a Caprile, il quale ci disse che erano morti.

Il 23 giugno 1945, accompagnata dal tenente Lam, andai alla questura di Belluno, dove seppi che Franz Sanoner e Celestin Senoner si trovavano nelle carceri locali mentre gli altri cinque erano stati dichiarati uccisi durante la fuga, e che il rapporto giacente presso la questura era datato 12 maggio e siglato dal maggiore Chappler (sic!).

Chiesi quando sarebbero stati uccisi ma non seppero dirmelo. Non mi venne consegnato nessun attestato scritto. Il tenente Lam prese nota e disse che avrebbe fatto rapporto al A.M.G. (Comando Militare Alleato) a Bolzano”.

Le proteste e gli interventi delle famiglie ottennero in ogni caso un risultato: dopo un tiramolla durato mesi, nell’ottobre del 1945 i cadaveri, sotterrati nel luogo dell’uccisione, vennero finalmente consegnati ai congiunti per la sepoltura, a condizione però che le casse non venissero aperte. Le tombe di Demetz, Ploner, Senoner e Pitscheider si trovano l’una accanto all’altra nel cimitero di Santa Cristina.

Pescul

Pescul

Sulle croci come giorno della morte è indicato “maggio 1945”. Da ciò si capisce che non si conosce il giorno esatto della morte. Una risposta inequivocabile sulle circostanze della morte dei cinque gardenesi avrebbe potuto darla l’autopsia. Ma le ragioni per cui essa non fu eseguita rappresentano una delle questioni irrisolte.

Gli arresti del 15 maggio facevano parte di un rastrellamento dei partigiani a Gardena, pensato in grande stile e preparato già da tempo. Poiché il comando della brigata “Valcordevole” a Corvara riceveva continuamente richieste scritte e orali di protezione da parte dei gruppi filoitaliani della Val Gardena, il commissario della brigata, che aveva “Peg” come nome di battaglia, decise di intervenire.

Egli discusse con Howard Chappell soprattutto della “necessità di un intervento della brigata in tale zona, aggiungendo che, da sicure notizie avute da informatori colà dislocati, erano numerosi i militari tedeschi che si erano dati alla macchia ed ingente la quantità di armi nascoste in zona dai civili optanti a favore della Germania”.

Era assolutamente necessario il consenso degli americani, poiché il governo militare americano esercitò come forza di occupazione il controllo politico e militare fino alla fine del 1945. Sembra che i partigiani abbiano quasi spinto Chappell ad attuare finalmente l’azione già da tempo preparata contro “elementi nazisti [gardenesi] [che] numerosi e virulenti continuavano nella loro azione di oppressione e violenza, non accontentandosi di esprimere in tutti i modi la germanofilia”.

Hans Woller

Hans Woller

Dopo una lunga discussione, la notte del 15 maggio, tra il comandante dei partigiani della “Valcordevole” e Chappell, i partigiani ebbero il via per la loro azione. Non si può dire tuttavia se il consenso venne dato dai superiori di Chappell o da Chappell stesso sotto la sua responsabilità. La condotta tenuta in seguito dai comandi militari americani indica comunque che Chappell agì per conto proprio, anche perché, dopo l’insediamento del governo militare, l’esercito degli Stati Uniti non tollerò nessuna “epurazione selvaggia”.

La condotta partigiana dev’essere inoltre considerata dal punto di vista del conflitto etnico presente nel Sud-Tirolo. La contrapposizione tra partigiani e popolazione gardenese era solo in parte un conflitto tra resistenza democratica e regime nazista. La resa dei conti fu determinata al tempo stesso dal furore nazionalistico dei partigiani, per i quali ogni tedesco appariva come un nemico pieno d’odio.

Essi associarono ai nazisti la totalità egli optanti a favore della Germania, dato che l’ 80 % dei gardenesi aveva optato per la Germania nazista e quindi, secondo l’ottica dei partigiani, per Hitler. Anche da un rapporto della Wehrmacht sulla popolazione del Sud-Tirolo nel 1944 risulta che i gardenesi si sentivano legati, molto più di altri ladini, alla cultura tedesca e quindi nel periodo nazista al grande Reich.

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Nel rapporto si dice: “Anche secondo il Commissario Supremo i ladini sono tra i sostenitori più affidabili del Reich. Specialmente i ladini della Val Gardena, che si riconoscono senza dubbio di cultura tedesca, diversamente dai ladini della Val di Non che appartengono alla cultura romanza [ … ]”.

Seguendo la linea argomentativa “optante=nazista”, Gardena venne considerata baluardo del nazismo filotedesco. Un siffatto modo di vedere le cose emerge anche da un articolo del quotidiano italiano “Alto Adige” del febbraio 1946. In esso sulla questione dei cinque gardenesi si dice: “[ … ] i cinque gardenesi nazisti che dopo la liberazione furono fatti prigionieri dai partigiani per le loro malefatte durante il periodo della dominazione nazista [ … ]”.

La posizione dei partigiani è chiara e chiara anche quella italiana. Resta da appurare se si tratta di sincera convinzione o della giustificazione di una soperchieria a fatto compiuto. Al fine di ottenere l’appoggio degli americani, era importante in ogni caso mettere in evidenza che si trattava della lotta contro il nazismo e non di un “conflitto etnico”. Per questo i partigiani della Valcordevole ricorsero alla formula “optante = nazista” per ottenere da Chappell il via alla loro azione contro il “baluardo nazista” di Gardena.

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Alla fine ebbero il permesso di fare prigionieri esponenti del locale nazismo anti-italiano. Costoro sarebbero poi stati trasferiti a Belluno presso il tribunale del Comitato di liberazione italiano. Dal rapporto dei partigiani e dalle testimonianze di allora si rileva che i partigiani bellunesi non si mossero da soli. Essi vennero indirizzati da informatori, come ad esempio una famiglia che era andata ad abitare a Selva o un piccolo editore gardenese.

Accanto o meglio dietro a costoro vi erano anche altri informatori gardenesi dei partigiani. I motivi di tale comportamento rasentano la vendetta. Nella maggior parte dei casi i funzionari nazisti locali furono responsabili, molto più delle autorit di guerra, del controllo sulla popolazione e delle rappresaglie contro i Dableià del Reich tedesco, delle ingiuste chiamate alle armi, delle confische.

A Gardena la repressione dei poteri politici contro italiani e Dableiber era stata particolarmente feroce. Alla fine della guerra vi fu ampia richiesta di risarcimento attraverso la punizione dei responsabili. Ma poiché sembrò che dalle istituzioni dello Stato tale punizione non arrivasse, le vittime delle rappresaglie tentarono, finché era ancora possibile, di farsi giustizia da sé con l’aiuto delle bande partigiane.

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Martha Verdorfer

Il proprietario della ditta ANRI di Santa Cristina, Anton Riffeser, in merito alla questione scrive al Governo Militare Alleato di Brunico:

“Come Ella ricorda, le trasmisi circa un mese fa i rapporti sulle persone prelevate il 15 maggio 1945 dai partigiani della Valcordevole della provincia di Belluno. I rapporti e i fatti sono così terribili, cinque delle dieci persone furono addirittura assassinate, che ognuno qui attende un’indagine e una condanna dei colpevoli il più rapide possibili.

I veri e propri assassini non vivono nella nostra valle, ma ci vivono sicuramente alcuni dei mandanti. Costoro sono ancora più colpevoli dei partigiani, i quali si mossero sulle base delle delazioni, perché sapevano bene che gli uomini portati via non erano in alcunissimo modo colpevoli”.

Riffeser, che fu pesantemente accusato dai partigiani, richiama i motivi del fenomeno della delazione: “Per i mandanti si trattava di motivi personali, come l’invidia e la gelosia per il successo economico e il benessere dei maggiorenti della valle”.

La lettera conclude: “I terribili avvenimenti e la mancata persecuzione dei mandanti hanno profondamente sconvolto la nostra valle. Gli abitanti temono che questo possa accadere di nuovo. E’ una realtà il fatto che le stesse persone continuino a minacciare e a parlare con tono arrogante. lo stesso mi sento alquanto minacciato [ne aveva tutte le ragioni]. La loro gelosia e la loro invidia si riversano su di me e sulla mia industria di legname che loro conoscono bene. A nome di tutti, la prego di intervenire al più presto in questa faccenda”.

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Dato che Riffeser non fa parola sulle motivazioni politiche e sul proprio ruolo, otrebbe trattarsi in questo caso di un tentativo di difesa. In un’altra versione, in merito alla questione delle delazioni ci dice:

“Effettivamente, si può provare che il testimone d’accusa P. German si recò dai partigiani attraverso il passo Gardena per istigarli e sobillarli contro le povere vittime. Inoltre, si può provare che gli optanti per l’Italia hanno condotto alle case delle vittime i partigiani, che a Gardena non conoscevano nessuno.

I partigiani avevano con sé un elenco che potevano aver avuto solo da gardenesi, dato che tra Gardena e la provincia di Belluno non c’è mai stato nessun tipo di rapporto”.

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Le reciproche accuse tra optanti e Dableiber avvelenarono nel corso del tempo il clima di Gardena. Uno dei presunti delatori, di fronte a tale situazione, dichiarò pubblicamente alla comunità di Selva:

“Il sottoscritto B.E di Simeone, nato a Rocca Pietore il 5 ottobre 1902, residente in Selva Gardena, dichiara di non aver mai fatto parte di formazioni di partigiani né di aver mai collaborato coi medesimi, salvo nel periodo che va dal 3 al 15 maggio 1945, durante il quale elementi della brigata Valcordevole agli ordini del maggiore Cheppel [sic!] lo invitarono a indicare l’ubicazione di elementi nazisti ricercati; ciò unicamente, a quanto gli risulta, perché pratico del luogo e non perché di sentimenti partigiani. In fede Selva 31 luglio 1946”.

Il punto di vista sotteso a questo scritto è perfettamente intuibile. Chiarendo il suo ruolo, egli avrebbe potuto vivere in pace nel paese. I gardenesi che avevano richiesto l’intervento dei partigiani vissero per molti anni nell’ ostilità e nell’ isolamento.

Furono esclusi dalle locande, non si sposarono con membri di altre famiglie. Nel 1949, l’allora presidente del CLN di Selva, dott. Rapisarda, si adopera presso un procuratore di Trento in favore del “partigiano” P. German di Santa Cristina. Nella lettera vengono messi a disposizione della difesa di P. German, in un imminente processo, i documenti del “comandante partigiano che era in grado di conoscere la complicata storia del prelevamento dei cinque nazisti della Val Gardena”.

La lettera conclude: “Certo che farà del Suo meglio perché vengano risparmiati atti a carico di valorosi partigiani e Patrioti [ … ]”. Lo strappo all’interno della comunità gardenese lasciò traccia di sé ancora per molti anni. Al funerale di un importante “partigiano” gardenese nel 1995 c’erano solo i parenti stretti e gli addetti. La comunità della vallata gli negò gli estremi onori, perché “era stato dall’altra parte”.

Klausen (Chiusa)

Klausen (Chiusa)

E’ difficile dire di quale colpa si fossero singolarmente macchiati nell’esercizio delle loro funzioni i gardenesi arrestati e soprattutto i cinque uccisi. Le testimonianze di allora e i pochi documenti scritti sono impregnati di interessi personali. Inoltre le accuse rimangono sul generico e difficilmente inquadrano con certezza fatti e persone. Ciononostante alcune situazioni sono chiare.

Adolf Senoner-Vastlè fu accusato per la sua carica di borgomastro e uomo di fiducia dell’ AdO durante l’occupazione tedesca dal ’43 al ’45. E’ possibile che assai spesso abbia mandato al fronte scomodi Dableiber. Gabriel Riffeser, il capo dell’unità di polizia al servizio del SOD (Servizio d’Ordine del Sud-Tirolo) di Selva, secondo i partigiani non era certo uno stinco di santo.

Josef Pitscheider non era soltanto un maestro, ma anche l’attivissimo capo del gruppo dell’ AdO di Selva. Engelbert Ploner era il capo del SOD di Santa Cristina e secondo un rapporto dei partigiani “uno degli esponenti nazisti più noti della valle [ … ]”.

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Kosman Demetz, all’epoca dell’entrata dell’esercito tedesco 1’8 settembre 1943, in qualità del comandante del SOD di Ortisei e di tutto il territorio della Val Gardena, dev’essersi distinto in particolar modo come delatore di soldati e optanti italiani. Come tutti i capi delle formazioni SOD, nella primavera del 1944 anch’egli venne segnalato dal generale Karl Wolff, su proposta del responsabile territoriale del SOD Fred Neumann, per l’attività svolta dal luglio al settembre 1943.

Nella motivazione della consegna della “croce di guerra di II classe con spade” si legge: “Nell’ agosto 1943, nonostante il territorio non fosse occupato dall’esercito tedesco, ha diretto il SOD di Gardena in modo esemplare e si è impegnato direttamente nelle azioni di disarmo”.

Purtroppo le ricerche condotte negli archivi comunali di Ortisei e Selva forniscono ben poche conoscenze nuove sulle attività degli arrestati di Gardena. Mancano completamente anche gli atti del SOD. Un elenco di circa 103 nomi di “imputati” di Selva illumina i retroscena riguardanti Hans Kosta, Josef Demetz e Celestin Senoner.

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Hans Kosta emigrò nel Reich nel 1940 e prestò servizio nella Wehrmacht fino al suo ferimento nel 1942. L’entrata della Wehrmacht del 1943 avvenne proprio durante la sua convalescenza. Secondo un rapporto egli era nel distaccamento del SOD di Selva, dove si distinse come “fervente propagandista antiitaliano”.

Josef Demetz, anch’ egli optante a favore della Germania e impegnato negli Standschuetzen, viene del pari definito “fervente nazista e tuttora propagandista antiitaliano”. Coelestin Senoner, in qualità di membro del SOD di Selva e convinto nazionalsocialista, deve “aver preso parte in modo assiduo alla caccia agli italiani nel settembre. I figli degli uccisi ricordano inoltre che gli arrestati di Gardena appartenevano alle persone “in vista”.

Un accademico gardenese precisa: “Che non fossero soltanto meri optanti a favore della Germania che volevano tenersi lontano dai “Walschen”, ma anche un po’ filonazisti in stretto contatto con il regime nazista, e che avessero detto “Heil Hitler” fino ad esserne stufi è un dato di fatto [ … ] sono ancora lontani dall’essere bestie naziste, perché le bestie naziste hanno fatto ben altre cose”.

La questione del collaborazionismo e soprattutto della persecuzione dei soldati italiani e degli optanti a favore dell’Italia nel settembre del’ 43, fu oggetto nel 1946 a Bolzano di un processo al mostro contro otto gardenesi. Josef Sanoner, che il 15 maggio 1945 era stato dapprima arrestato dai partigiani e subito dopo rilasciato dagli americani, fu accusato di persecuzione di soldati italiani. Il processo lo assolse.

Invece, i tre gardenesi Johann Gasser, Adolf Riffeser e Alois Rautscher furono condannati a due anni e otto mesi per aver maltrattato tre funzionari fascisti nel settembre 1943. Vennero tuttavia anch’essi rilasciati grazie ad un’amnistia. Anton Riffeser, ex-borgomastro di St. Cristina, responsabile territoriale dell’ AdO e proprietario della ditta ANRI, Anton Perathoner e Konrad Demetz furono accusati nello stesso processo di aver denunciato optanti a favore dell’Italia e soldati italiani dopo la disfatta dell’esercito italiano 1’8 settembre 1943 e l’entrata della Wehrmacht. Anch’ essi furono assolti.

I responsabili della AdO di Bolzano consideravano i fiduciari degli optanti gardenesi, tra cui Anton Riffeser e Adolf Senoner, dei  “buoni tedeschi” ma non dei nazionalsocialisti convinti. In uno scritto della AdO di Gardena a Peter Hofer emerge chiaramente che:

“Una autentica Volksgemeinschaft in senso nazionalsocialista a Gardena sarebbe possibile solo se venissero destituiti gli attuali dirigenti e comunque dopo un lavoro di anni. Gli attuali dirigenti sono i migliori tedeschi che si possano pensare, ma sono troppo vecchi per rendersi conto della necessità di un’opera minuziosa e metodica di radicamento dell’ideologia nazionalsocialista. Dati però il loro credito e il loro lavoro positivo e disinteressato, non si può pensare di allontanare questi uomini”.

Le accuse di “nazismo fanatico” rivolte ai funzionari della AdO di Gardena devono perciò essere considerate in modo diverso, almeno prima del 1943. Accuse particolarmente pesanti furono indirizzate da parte italiana ad Anton Riffeser, maggiorente ex-borgomastro di St. Cristina. Il Comitato di Liberazione Nazionale di Selva redasse nell’agosto del 1945 un rapporto di tre pagine sul nazismo di Riffeser, ovvero sulle sue attività antiitaliane.

La dirigenza delle SS in Italia nel 1944. Da sinistra, in prima fila, gli Ss-Brigadeführer Paul Zimmermann e Willy Tensfeld, l'Ss-Obergruppenführer Karl Wolff, il Gruppenführer Erwin Rosener. In seconda fila, sempre da sinistra, gli Ss-Brigadeführer Karl Brunner (comandante della polizia in provincia di Bolzano), Jürgen v. Kamptz, Wilhelm Harster e l'Ss-Standartenführer Harro With (Phil Nix)

La dirigenza delle SS in Italia nel 1944. Da sinistra, in prima fila, gli Ss-Brigadeführer Paul Zimmermann e Willy Tensfeld, l’Ss-Obergruppenführer Karl Wolff, il Gruppenführer Erwin Rosener. In seconda fila, sempre da sinistra, gli Ss-Brigadeführer Karl Brunner (comandante della polizia in provincia di Bolzano), Jürgen v. Kamptz, Wilhelm Harster e l’Ss-Standartenführer Harro With (Phil Nix)

Il presidente del CLN di Selva, dott. Rapisarda, affermò a proposito di Riffeser: “9 settembre 1943 – viene nominato borgomastro di St. Cristina. I soldati italiani, disarmati, in fuga, sono inseguiti dai tedeschi. Riffeser organizza immediatamente e costituisce nel giro di poche ore un servizio ausiliario di rastrellamento per il territorio di Selva e St. Cristina. Vi si prodiga con tale energia da destare lo stupore degli stessi ufficiali e sottufficiali germanici, i quali non comprendono perché egli si dia tanto da fare per una cosa che sarebbe di esclusiva competenza militare.

Si devono calcolare in circa 10 mila [sic!] i soldati italiani che Riffeser, al comando dei più fanatici elementi nazisti della valle, consegnò in una settimana all’esercito germanico. Si sorvola sui maltrattamenti e sulle sevizie inflitte ai nostri uomini, per non ripetere cose che sono note a chiunque. Si ricorda soltanto che la Val Gardena fu in quel periodo la più malfamata delle valli dell’ Alto-Adige.

Peter Hofer al tempo delle opzioni

Peter Hofer al tempo delle opzioni

Terminati i rastrellamenti inizia l’opera di sradicamento di ogni istituzione italiana, anche nelle persone. Gli italiani sono costretti ad andarsene, quelli che restano vanno incontro a maltrattamenti terribili (il podestà di Ortisei ing. A. Tanesini, il titolare dell’ufficio postale di Selva, Ore Lauro, il titolare dell’ufficio imposte di consumo sig. Graziotto Riccardo, il direttore dell’azienda turismo di Ortisei sig. dott. Pellini Giorgio ed altri) ordinati e fatti eseguire dal suddetto Riffeser in pieno accordo con gli altri esponenti del NSDAP della valle, Sanoner Antonio, Moroder Domenico, ecc.

Rimasero il maestro di scuola, il medico condotto e una famiglia di sfollati. Il 10 ottobre 1943 alle ore 23, il maestro di scuola Ugo Silvestri viene chiamato dal Riffeser in persona per sentirsi intimare, dopo le contumelie d’uso, di lasciare la provincia di Bolzano entro due giorni. Il Silvestri rifiuta. Risultato: frattura dell’osso frontale, frattura del radio destro, frattura del malleolo destro, frattura della rotula sinistra, contusioni e abrasioni multiple.

Dicembre 1943 – per il suo zelo di nazista e per la sua riconosciuta competenza politica viene designato come probabile sostituto del Gauleiter Franz Hofer alla Prefettura di Bolzano. [il prefetto di Bolzano, Peter Hofer, era morto in dicembre durante un attacco aereo sulla città]”.

Bolzano, settembre 1943. La Divisione Deutsch und Hoch-Meister sfila per le vie cittadine (p. priv. W. Acherer, Brixen)

Bolzano, settembre 1943. La Divisione Deutsch und Hoch-Meister sfila per le vie cittadine (p. priv. W. Acherer, Brixen)

Il grosso delle accuse riguardava sempre la persecuzione dei soldati italiani dopo l’ingresso delle truppe tedesche in Italia, e il ruolo del SOD in particolare. La difesa degli accusati si incentrò sulla questione delle attività del SOD:

“E’ noto che l’istituzione del SOD (Servizio d’Ordine del Sud-Tirolo) da parte della Wehrmacht dopo 1’8 settembre 1943 fu conseguenza del fatto che il comandante delle truppe tedesche, già il 9 settembre 1943, aveva inviato in tutte le maggiori località del Sud-Tirolo un ufficiale o un sottufficiale perché provvedesse alla istituzione di un servizio di sorveglianza territoriale.

Così il 9 settembre 1943 anche a Ortisei venne un sottufficiale con alcuni soldati, il quale impiegò subito tutti gli uomini atti alle armi nella sorveglianza territoriale, distribuì gli incarichi e organizzò le pattuglie per la cattura dei soldati italiani che si trovavano sulle montagne.

Come comandanti del SOD furono nominati: a Ortisei Kosman Demetz, a St. Cristina Engelbert Ploner e a Selva Gabriel Riffeser. Essi sono stati tutti uccisi dai partigiani il 17 maggio 1945. L’impiego dei gardenesi nel SOD e la cattura dei soldati italiani avvennero sotto costrizione e perciò, non essendo stati commessi delitti comuni, non si può procedere”.

La giustificazione, più volte ribadita, secondo la quale il SOD fu istituito dall”8 settembre 1943 su pressione degli occupanti tedeschi, non regge. Già nell’estate del 1943 si era cominciato a costituire segretamente il SOD tra le file della AdO, il che presuppone che ci fosse una certa premura tra alcuni degli optanti.

Quando l’Italia, 1’8 settembre 1943, rese nota la sua uscita dalla guerra, le truppe tedesche riuscirono in poche ore a disarmare l’esercito italiano e ad avanzare fino a Salerno. Lo stesso accadde anche nel Sud-Tirolo; anche qui il grosso dei soldati italiani fu fatto prigioniero dopo pochi sporadici combattimenti. I soldati dispersi e quelli che riuscirono a fuggire furono catturati nella notte tra l’8 e il 9 settembre, per poi essere consegnati alla Wehrmacht.

Bolzano, 9 settembre 1943. Un carro armato nella piazza antistante l'edificio del Corpo d'Armata di Bolzano. Sulla facciata sono visibili i segni lasciati da un colpo sparato per convincere alla resa il generale Alessandro Gloria (p. priv. Acherer, Brixen)

Bolzano, 9 settembre 1943. Un carro armato nella piazza antistante l’edificio del Corpo d’Armata di Bolzano. Sulla facciata sono visibili i segni lasciati da un colpo sparato per convincere alla resa il generale Alessandro Gloria (p. priv. Acherer, Brixen)

Dettagliate ricerche non dicono quanti soldati italiani riuscirono a fuggire. Tuttavia si può supporre che furono molto meno che in altre provincie italiane, dove la popolazione stava dalla parte dei soldati italiani perseguitati. In ogni caso si tramandano “sia episodi di massicci aiuti ai fuggiaschi da parte dei sudtirolesi, sia cacce all’uomo in piena regola”.

L’esito del processo richiamò naturalmente alla memoria la sorte dei cinque ammazzati. Anche quei cinque uomini sarebbero stati portati dinanzi a un tribunale ordinario con le stesse imputazioni. I partigiani bellunesi sollevarono nei loro confronti le stesse accuse che il procuratore di Bolzano aveva sollevato contro i due ex-borgomastri e i tre del SOD nel processo del 1946.

Così il quotidiano “Dolomiten” commenta la sentenza emessa il 16 giugno 1946: “Noi crediamo che questa sentenza contribuisca a far cessare tutti gli odi, tutte le contese e le nefaste forze distruttive. Noi crediamo che questa sentenza possa, meglio di ogni altra cosa, tirare un grosso striscio sugli errori e sugli smarrimenti del passato e costruire una nuova e migliore vita con rinnovato coraggio e rinnovata speranza per tutti i gardenesi, non importa da quale parte essi si siano trovati un tempo”.

Il canonico Michael Gamper (1885 - 1956) direttore della casa editrice Athesia, guida politica e morale della comunità sudtirolese sotto fascismo e nazismo, dovette riparare a Firenze dopo l'8 settembre

Il canonico Michael Gamper (1885 – 1956) direttore della casa editrice Athesia, guida politica e morale della comunità sudtirolese sotto fascismo e nazismo, dovette riparare a Firenze dopo l’8 settembre

L’articolo non prende tuttavia in considerazione che con “il grosso striscio sul passato”, al di là del necessario smorzarsi del conflitto, veniva messo nel dimenticatoio il ricordo del passato nazista di molti sudtirolesi. L’articolo corrispondeva insomma allo sforzo del giornale e del suo direttore, il canonico Michael Gamper, di chiudere le lotte e i conflitti che erano esplosi all’interno della comunità.

A questo proposito, non si deve trascurare la situazione nella primavera del 1946, pochi mesi prima della chiusura degli accordi Gruber-De Gasperi: in quel momento il futuro territoriale del Sud-Tirolo appariva ancora aperto. I dirigenti politici sudtirolesi, tra cui Gamper, misero da parte la questione dei conflitti interni. Alle trattative di Parigi i sudtirolesi dovevano presentarsi come un gruppo compatto. Il silenzio generale si capisce pertanto solo se si considerano i retro scena della situazione di allora.

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Non si capisce invece perché nessuna delle parti coinvolte si interessò seriamente alla revisione e perché ancora oggi, a cinquant’ anni da quegli avvenimenti, non ci sia nessuna volontà in tal senso.

E’ indicativo che il quotidiano “Dolomiten” del 19 maggio 1945 non riporti nulla delle uccisioni del 17 maggio. I comandi americani non avevano alcun interesse che, per questi incidenti, si creasse cattivo sangue tra la popolazione e i partigiani. Non c’è da meravigliarsi perciò se sul “Dolomiten” non apparvero necrologi.

Al contrario, altri piccoli episodi tra partigiani e popolazione furono accuratamente riportati o inseriti nei necrologi, anche se solo brevemente. Tuttavia, fu evitato ogni riferimento ai partigiani o ai soldati italiani.

Il coinvolgimento dell’OSS, e quindi degli americani, rese ancora più urgente l’esame della questione. In un articolo apparso nel quotidiano italiano “Alto Adige” il 26 febbraio 1946, si affermò, per espresso desiderio del Comando Alleato, che “i cinque gardenesi non furono consegnati agli americani né si trovarono in nessun momento sotto il controllo di un comando alleato”. Con questo “chiarimento” gli americani cercarono di far piazza pulita di tutte le voci o rapporti circa la partecipazione di un comando americano.

Michael Gamper

Michael Gamper

L’occultamento (per lo meno fino ad oggi) appare riuscito. Nonostante la partecipazione di Chappell sia stata provata dalle testimonianze dei gardenesi di allora, nella memoria collettiva il coinvolgimento americano in quell’avvenimento non compare più. In una lettera al quartier generale dei partigiani a Bolzano, il governatore americano, William Mc Bratney, allude a questo caso:

“Sono stato recentemente informato su alcune azioni estremamente irregolari compiute dai partigiani in questa provincia. I partigiani svolgevano e svolgono ancora un servizio molto importante, ma non hanno alcuna autorità per far giustizia da sé, per condurre altre azioni per le quali è normalmente competente l’esecutivo. [ … ]

Essi devono informare i loro sottoposti che questa provincia deve avere un’ordinaria amministrazione e che tali atti di violenza devono cessare. [ … ] Non mi deluda ora e non permetta che si crei una situazione caotica come a Milano, che per quel che riguarda le azioni dei partigiani è una vera vergogna per tutta l’Italia. Ora è il momento di mostrare il vero patriottismo, quello per il quale ci si comporta secondo le leggi”.

Dalla lettera di Mc Bratney e dall’impedimento degli arresti a Ortisei, si può dedurre che le azioni dei partigiani non ebbero la benedizione degli americani. Chappell dovette aver dato il consenso ai partigiani di sua propria iniziativa. Anche i dispacci telegrafici della missione “Tacoma” non contengono nessun riferimento a Gardena.

Trento, villa Triste, come era chiamata la sede delle SS in via Brigata Acqui. Un ufficiale americano si allontana dalla villa dopo il sopralluogo

Trento, villa Triste, come era chiamata la sede delle SS in via Brigata Acqui. Un ufficiale americano si allontana dalla villa dopo il sopralluogo

Nell’ampia relazione finale della missione “Tacoma”, Chappell non fa parola della sua partecipazione al rastrellamento di Gardena. Il suo rapporto sulla missione finisce con il2 maggio 1945, nonostante essa sia stata richiamata soltanto il 20 maggio. Recentemente Chappell ha confermato la sua estraneità ai fatti: “”Non so niente di tutte queste accuse, non ne ho mai sentito parlare [ … ]” .

Circa il lavoro condotto assieme alla brigata Valcordevole, egli scrive: “Il comandante dei partigiani della Valcordevole era “Ettore”. Lavoravo molto strettamente con lui, cosi come solevo fare anche con altri comandanti partigiani. Ettore era un uomo coraggioso e valoroso. Posso affermare altrettanto di tutti i partigiani al suo comando con i quali ho avuto a che fare. La loro tensione patriottica aveva lo scopo di cacciare via dalle loro case, dai loro paesi i terroristi nazisti, per poter tornare ad una vita normale e pacifica”.

Torna la moda - particolarmente bavarese - delle feste campestri "ufficiali", alle quali non disdegnava la sua presenza, anche il "Gauleiter" della zona di operazioni delle Prealpi, Franz Hofer

Torna la moda – particolarmente bavarese – delle feste campestri “ufficiali”, alle quali non disdegnava la sua presenza, anche il “Gauleiter” della zona di operazioni delle Prealpi, Franz Hofer

Da queste affermazioni emergono tre dati di fatto. Primo, Chappell nega ogni partecipazione agli avvenimenti di Gardena. Secondo, egli condivide il punto di vista dei partigiani per il quale quell’ azione faceva parte della resistenza contro i nazisti oppressori. Con questo siamo già al terzo punto, il più importante. Sembra che Chappell non sia stato informato della situazione nel Sud-Tirolo. Né la sua relazione finale sulla missione “Tacoma” né la presa di posizione riguardo alla situazione nel Sud-Tirolo, che era del tutto diversa da quella di Belluno, dimostrano una certa consapevolezza.

Tale ignoranza risulta chiara anche dal fatto che Chappell non parlava e non capiva né il tedesco né l’italiano. Un rapporto sulla situazione dell’OSS, datato 15 maggio 1945, così descrive le ultime azioni della missione “Tacoma”:

“Una settimana prima erano stati mandati loro un nuovo marconista e un nuovo apparecchio ricetrasmittente. Subito eravamo stati informati che il maggiore Chappell aveva fatto prigionieri un migliaio di nemici e che li aveva consegnati all’esercito. Egualmente aveva consegnato al quartier generale molte migliaia di milioni di lire italiane che aveva sottratto alla Todt.

La missione ”Tacoma” riusci a sottrarre intatte tre macchine tedesche per la decrittazione, che consegnò alla Sezione comunicazioni della Compagnia ‘D’ dell’OSS. A Corvara venne sequestrata una stazione radio tedesca al completo. [ … ] Il maggiore Chappell e la sua missione stanno disarmando i partigiani [sic!] e sono attesi al quartier generale tra una settimana”.

5 maggio1945: i comandanti del Comitato di Liberazione Nazionale della val di Non, con il tricolore al braccio, sfilano per la strada principale di Romeno

5 maggio1945: i comandanti del Comitato di Liberazione Nazionale della val di Non, con il tricolore al braccio, sfilano per la strada principale di Romeno

La missione OSS ‘‘Tacoma”, assieme alla “Atzec”, fu richiamata al quartier generale dell’OSS a Siena il 20 maggio 1945, tre giorni dopo le uccisioni. L’uccisione dei cinque gardenesi nel maggio del 1945 non è stata dimenticata. Sicuramente la formula “’sudtirolesi buoni-italiani cattivi” in quel caso vale relativamente. Alla base dell’azione partigiana sta un fatale intreccio di motivazioni: veri e propri desideri di vendetta nei confronti del dominio nazista, nel Bellunese particolarmente repressivo ed efferato, risentimenti contro i ladini che si erano professati tedeschi anziché italiani.

Furono questi i due importanti detonatori. Indubbiamente: fino al 1945 le cinque vittime si erano distinte come collaboratori delle SS e della Wehrmacht, inimicandosi così una parte della popolazione. Per questo, alla fine della guerra, alcuni gardenesi e alcuni italiani, che erano stati colpiti ricorsero allo strumento della delazione e diedero il via alle azioni di vendetta.

Americani-al-Brennero

L’esito sanguinoso di queste azioni approfondì ancor più il conflitto già esistente, che si rinnovava costantemente nonostante tutti tacessero. A far passare quei fatti sotto silenzio contribuì anche la partecipazione, finora sconosciuta, del servizio segreto americano OSS. Dagli atti dell’OSS appare chiaramente che i partigiani erano al comando del maggiore Howard Chappell dell’OSS, capo della missione “Tacoma”.

E’ vero che dagli atti non si può dedurre la partecipazione di Chappell all’uccisione dei cinque gardenesi, ma tuttavia appaiono evidenti le sue responsabilità e lasua partecipazione agli arresti del 15 maggio 1945.

I conflitti che condussero al sanguinoso esito sono incontestabilmente di matrice locale e altrettanto incontestabilmente riconducibili all’epoca delle opzioni.

San Michele all’Adige 23 giugno 1945, il Tenente colonnello Jack D. Nicholas dell’Aviazione americana (15ª Army Air Force) munito di macchina fotografica grandangolare interroga davanti al ponte della Ferrovia del Brennero due ufficiali o sottufficiali tedeschi della polizia militare e del genio ferroviario in merito alla distruzione di uno dei ponti ferroviari più difficili da colpire con i bombardieri americani (fonte www.fold3.com)

San Michele all’Adige 23 giugno 1945, il Tenente colonnello Jack D. Nicholas dell’Aviazione americana (15ª Army Air Force) munito di macchina fotografica grandangolare
interroga davanti al ponte della Ferrovia del Brennero due ufficiali o sottufficiali tedeschi della polizia militare e del genio ferroviario in merito alla distruzione di uno
dei ponti ferroviari più difficili da colpire con i bombardieri americani (fonte www.fold3.com)

Perciò, non solo i partigiani o gli stessi gardenesi, ma anche i comandi americani non avevano alcun interesse a svelare i retroscena di quegli avvenimenti. Le indagini avviate vennero definitivamente chiuse, senza esito alcuno, dal tribunale di Venezia.

Memoria del partigiano “Peg” sui fatti di Gardena

“Mi riesce incredibile la quantità di notizie riguardanti fatti e situazioni che allora accadevano proprio nel mio “mondo” e che ho sempre ignorato. Anche allora. Le azioni della missione Tacoma nel feltrino, l’incontro con la missione Atzec e l’agguato a Sant’ Antonio (in Tortal ?).

Fui trasferito dalla brigata Settimo Alpini, in cui avevo solo amici ed estimatori, alla Va1cordevole solo alla fine del’ 45. Alla Va1cordevole ignoravo tutto. Fu il comandante militare, Davare, che mi diede presentazioni e collegamenti, ed il maggiore Chappell che con le sue radio da campo ed i suoi collegamenti aveva maggiori informazioni e notizie, notizie sicure voglio dire.

Ricordo (ma quando? a fine aprile?) la resa di forze tedesche bloccate dai partigiani della Valcordevole a Digonera. Più di mille uomini forse. lo fui chiamato allo svolgersi della trattativa di resa: un ufficiale francamente protervo mi disse che avevano ammassato in una chiesa molti civili, e che se non avessimo lasciato proseguire verso la Val Gardena lui e i suoi uomini, avrebbero bruciato chiesa e civili.

Brennero, maggio 1945. Militari americani

Brennero, maggio 1945. Militari americani

A quel punto si alzò un altro ufficiale tedesco, un uomo alto e bello e dalla faccia completamente diversa, il quale disse che chi aveva parlato parlava solo a nome della Feldgendarmerie e delle SS. Lui come rappresentante di soldati della Wehrmacht si dissociava da una simile cosa, e chiedeva solo, se possibile, di arrendersi al maggiore americano che vedeva presente e in uniforme piuttosto che ai partigiani che li avevano bloccati. Si arresero poi tutti senza storie.

Non sono d’accordo sul fatto che Chappell, come si dice nello scritto, sia stato sorpreso dalla rapida fine della guerra. Le sue notizie erano sempre attuali, sicure e si attagliavano ai fatti ben più che le nostre.

Egli venne sollecitato, due volte in mia presenza a notte fonda, ma certo in altre circostanze anche altre volte, da ufficiali americani ai Corpi, non dei Comandi, a ripulire il territorio da truppe germaniche che lo percorrevano, evitando strade ed abitati, dirigendosi a nord, senza arrendersi, sostenute e appoggiate in Val Gardena da molti abitanti locali, come lo furono i nostri soldati in Italia dopo l’ 8 settembre.

partigiani cattura tedeschi

Ma questi non avevano deposto le armi ed anzi si diceva con insistenza che stessero organizzando una specie di ridotto nelle montagne della Val Gardena (dove?). Che numerosi tedeschi armati, ed anche in grossi gruppi, percorressero il nostro territorio, dirigendosi a nord, era sotto gli occhi di molti, che pensassero ad organizzare un “ridotto”, e che vi affluissero nazisti anche da altrove, pochi lo credevano.

Pensavamo che come noi avessero un solo desiderio: tornare a casa. Era il mio desiderio più vivo. Venuto a Belluno ed arruolatomi nel btg. “Silvio Trentin” dopo essere fuggito da Riva del Garda con mio fratello per evitare la leva tedesca, non sapevo da un anno più nulla di mia madre, la cui casa era stata requisita; né sapevo se fosse ancora vivo mio padre, che a Cattaro aveva resistito per otto giorni, poi, fatto prigioniero, era stato portato a Czenstokowa in campo di concentramento.

Ma gli americani, ufficiali ai Corpi, pensavano che un ridotto in Val Gardena, cui affluissero membri del Sichereit-Ordnung-Dienst, SS e nazisti che si proponessero di non arrendersi subito ed allontanare nel tempo la resa di grossi conti, per sfuggirla emigrando col tempo, fosse valida. Ed in realtà fu proprio quello che avvenne (vedi il caso Karl!).

Baita in località Angoie di Masen - in val di Cembra - ove si rifugiavano i partigiani del distaccamento "Verla" della Brigata Gramsci, fatta saltare dai tedeschi durante un rastrellamento

Baita in località Angoie di Masen – in val di Cembra – ove si rifugiavano i partigiani del distaccamento “Verla” della Brigata Gramsci, fatta saltare dai tedeschi durante un rastrellamento

Fra gli altri ne era fermamente convinto un ufficiale, Terry Isantes, in tempo di pace professore di greco all’Università di Chicago, il quale mi diceva che, mandato dal servizio in Grecia, aveva chiesto di essere trasferito altrove per non assistere all’incomprensibile comportamento degli alleati nei riguardi dei resistenti greci a guerra finita (lì la guerra era finita prima che da noi).

Ma anche credendo valida l’informazione, non desideravano che si chiedesse a loro di ripulire il territorio, dicevano che avevano avuto abbastanza caduti tra il Po e qui dove erano ora, e che le montagne che vedevano non erano chiaramente un terreno su cui desiderassero operare contro uomini che, pur vinti, si tenevano le armi, rifiutando di fatto la resa ove appena fosse possibile.

Fu per operare questa pulizia del territorio che poco prima di disarmare i partigiani (su invito della missione alleata) i partigiani della Valcordevole furono portati in Val Gardena. Fummo portati con autocarri Dodge. Noi non avremmo avuto né i mezzi né il carburante e non conoscevamo la valle come le nostre.

Non entrammo nell’abitato, ispezionammo malghe e baite che incontravamo. Tutti i tedeschi armati che incontrammo in esse si arresero subito, non ci consegnavano le armi, le lasciavano sul terreno dove erano. Furono tutti consegnati alle forze americane.

A quanto mi si disse dal servizio di osservazione strategico, era loro convinzione che il “ridotto” di nazisti ben altrimenti defilati che si andava raggruppando ricevesse informazioni, sostegno ed appoggio da una lista di gardenesi che aveva ricevuta, e di cui i cinque civili arrestati facevano parte.

Che questi avessero compiuto cose indicibili a danno degli italiani fuggiti dall’esercito dopo 1’8 settembre, o rimasti sul luogo come funzionari o impiegati civili o per lavoro, era detto da troppi scritti circostanziati e concordanti, e da troppe e diverse voci che parlavano in proprio e con chiara afflizione.

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Dove sono quegli scritti? Chi registrò quelle voci? Noi leggemmo ed udimmo. Sono forse ora il solo rimasto? Il fatto poi che durante il loro trasferimento alle carceri di Belluno tentassero la fuga … non so cosa pensassero. Li fermammo”. 

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Gerald Steinacher

FONTE: GERALD STEINACHER

traduzione dal tedesco di Adriana Lotto

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